Il carcere alimenta la dipendenza dagli stupefacenti di Anna Paola Lacatena Avvenire, 22 luglio 2026 Il sistema della detenzione disabilita competenze e opportunità, soprattutto nei confronti delle persone “schiave” di sostanze psicotrope. Serve pensare a modelli alternativi. È pari al 32,7% del totale il numero di detenuti con diagnosi di dipendenza patologica da sostanze psicotrope (legali e illegali) presente nelle carceri italiane. Dal 2006 non era mai stato così alto. Al 31 dicembre 2025, dei 63.499 detenuti, il 33,9% (circa 21.562 persone), con una percentuale quasi doppia rispetto alla media europea (18%) e ben oltre quella mondiale (22%), era in carcere per violazione, ex art.73 e 74, del DPR 309/1990 (Testo Unico sugli Stupefacenti). Ancora nei tribunali, il 77,2% delle 202.000 persone coinvolte in procedimenti pendenti per i due principali reati legati agli stupefacenti, deve rispondere a procedimenti per il solo articolo 73. Rispetto alla pena da scontare fuori dal perimetro degli istituti di pena, in tutto l’arco del 2025 è cresciuto il numero dei beneficiari delle misure alternative (99.447), sebbene, sommando carcere e area penale esterna, il sistema abbia coinvolto oltre 160.000 persone. Non meno indicativo è il dato che proviene dal Ministero dell’Interno (Prefetture). Nello stesso periodo, risultano al momento registrate 39.188 segnalazioni per detenzione di sostanze destinate all’uso personale (art. 75 del DPR 309/90) - per la legge illecito amministrativo - generalmente cannabis (77,4%). I minori sono 3.564 e nel 97,1% si tratta di uso personale di cannabis (Fonte: E non sono pazzi. XVII Libro Bianco sulle droghe, 2026). Provando ad arricchire il dato dimostrativo con aspetti interpretativi, ci sarebbe da chiedersi se il carcere non sia la misura più facile e abusata, nel nostro Paese, a proposito di (presunto) contrasto all’uso e allo spaccio - condizioni distinte che non necessariamente si accompagnano nella realtà - o se invece non sia un vettore di uso/dipendenza e attività criminali, con una capacità dissuasiva, per gli uni e per le altre, quasi del tutto irrilevante. Il modello bio-psico-sociale della dipendenza patologica, propone un paradigma multidimensionale, includente fattori biologici, psicologici e sociali, presi nella loro specificità e nella loro fitta trama di interazioni, inclusi percezioni e stereotipi della società, tra questi la de-ontologizzata della malattia (dipendenza patologica), a causa dei possibili reati di cui il dipendente può farsi autore e l’intersezionalità della discriminazione e dell’esclusione. In estrema sintesi il detenuto è soggetto a cambiamenti radicali, spesso dettati da arbitrarietà e regole non sempre del tutto comprensibili, a processi di deculturazione, di esclusione dal mondo socio-affettivo e del lavoro e di inclusione nell’ambiente e nel contesto culturale della criminalità. Il sociologo americano Erving Goffman spiega come la personalità delle persone private della libertà sia sistematicamente mortificata dall’arbitrarietà presente nelle carceri, essendo il detenuto sottoposto a cambiamenti radicali, anche nelle credenze su sé stessi e sugli altri significativi e finendo per disabilitare e spegnere capacità personali (deculturazione) utili nel mondo libero, attivandone altre necessarie, per contro, a quello della detenzione. Sopravvivere in carcere, dunque, dipende soprattutto dall’adesione a nuove logiche non scritte, dove le sostanze psicotrope fungono sempre più da moneta e da strumento di potere nei rapporti tra i detenuti. Disporre di droghe, riuscire a farle arrivare all’interno dei contesti della detenzione, venderle è il modo con cui alcuni impongono la propria leadership informale. Non si tratta solo di soldi, il potere nella fattispecie è anche quello di disporre di mezzi in grado di intervenire sull’angoscia e sull’afflizione degli altri detenuti (Clemmer, 1940). Ripensamenti, rimorsi da parte di chi fa entrare sostanze nel perimetro fisico della detenzione? E perché mai? È la società stessa ad aver sdoganato l’idea del dipendente patologico come finto malato, eccelso manipolatore, incoercibile bugiardo. Lo spaccio è reato, ma un reato particolare: è consumato con il contributo consapevole e partecipe della vittima. Se tutto ciò si consuma in carcere, poco importa, da tempo lo stesso ha abdicato, se anche sia mai riuscito davvero nel mandato della rieducazione-riabilitazione, alle direzioni indicate dal dettato costituzionale. Se nel sistema detentivo - non solo italiano - è più massiccia la presenza della manovalanza del commercio di droghe rispetto all’élite faraonica che si colloca al vertice del sistema piramidale del narcotraffico, lo spaccio non è e non sarà, senza importanti inversioni di rotta, il primo né l’ultimo reato che il carcere tollera, perpetua, acuisce, raffina. Gli istituti di pena continuano a svolgere il ruolo di contenitori degli scarti, aggravandone depauperamento culturale e disabilitazione sociale; comportano ed esportano povertà, solidificano carriere criminali, accentuano differenze e divari. Il sistema della detenzione disabilita competenze e opportunità soprattutto nei confronti di persone affette dalla malattia della dipendenza da sostanze psicotrope (legali e illegali) - cronica e recidivante per definizione dell’OMS. Se già, infatti, il mondo esterno fa fatica a valutarla come patologia bio-psico-sociale, quello della detenzione ne enfatizza cause e motivazioni. È impressa nella memoria di ognuno la targa pubblicitaria in lamiera dei gelati. Negli istituti penitenziari ad ogni prodotto il suo prezzo, basta scegliere da una sorta di analoga tabella delle offerte. Un grammo di eroina costa fino a 100 euro (più agili monodosi da 0,1 grammo tra gli 8 e i 10 euro), di cocaina fino a 120 euro al grammo (microdosi fino 30 euro), clonazepam a 10 euro a pasticca, ecc. Se hai soldi le droghe in carcere le pagano i familiari che stanno fuori, se non li hai le paghi con la terapia farmacologica che ti viene assegnata o cedendo la stessa, per essere rivenduta all’interno, in cambio di piccoli vantaggi o per evitare indesiderati contrattempi. Si possono trovare alternative come l’inalazione di gas butano (effetti simili al popper) dalle bombolette dei fornelli a gas, correndo, però, gravi rischi. La bassa temperatura dello stesso, infatti, può causare nella persona che inala, ustioni da congelamento alle vie respiratorie, edema polmonare e arresto cardiaco improvviso. Altro espediente è tentare l’estrazione di alcune sostanze con effetti psicotropi da farmaci a disposizione o utilizzarne alcuni in dosaggi massicci. Auspicabile, ma impropria sarebbe la parola infine, nel riportare la possibilità di produrre anche vino in cella - nei paesi anglosassoni Pruno o Toilet Wine -, utilizzando ingredienti come frutta (mele, arance, prugne), zucchero o gelatina, e pane avanzato (che funge da attivatore grazie ai lieviti naturali). In questo caso il pericolo di intossicazioni è altissimo così come quello di contrarre botulismo. Per come opera, nel nostro Paese, il carcere oggi, rispetto all’uso e allo spaccio, la possibilità della recidiva non è probabile, durante e dopo, nella maggior parte dei casi, è sempre più certa. Tossicodipendenti in comunità: pochi fondi e tanti dubbi di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 22 luglio 2026 Il sovraffollamento divampa. Al 19 luglio nelle carceri italiane vivono 64.739 persone per 46.237 posti realmente disponibili, e il tasso reale di affollamento tocca il 140 per cento. Il caldo dell’estate moltiplica il peso di una struttura che è già totalizzante, dove la cella diventa un forno e il tempo non passa mai. Il governo, di concreto, non ha fatto nulla. Resta la sua proposta di legge, ancora non approvata in via definitiva, che pure, nonostante evidenti criticità, qualcosina potrebbe fare. Eppure l’iter è ancora lungo. I numeri arrivano dal monitoraggio quotidiano che rielabora le schede di trasparenza del ministero della Giustizia, e raccontano una realtà più dura di quella ufficiale. Sulla carta i posti regolamentari sarebbero 51.184, ma quasi cinquemila non esistono davvero: sezioni chiuse, reparti inagibili, celle fuori uso. Sottraendo quei posti fantasma si ottiene il dato vero, quello che misura come si vive dentro. E il dato vero, ormai stabilmente sopra il 140 per cento, significa che in molti istituti si dorme in tre dove ci sarebbe spazio per due, con le brande accostate e nessuno spazio per muoversi. Con l’estate la situazione precipita. Nelle celle affollate la temperatura sale oltre i quaranta gradi, l’acqua scarseggia, i ventilatori sono pochi e spesso vietati. Il carcere, che già ingoia le giornate e cancella l’orizzonte, diventa in questi mesi una macchina che logora i corpi e la mente. Le morti e i suicidi continuano a segnare l’anno, e ogni estate porta con sé il rischio di proteste, di gesti estremi, di rivolte che covano nel silenzio. Non è un caso che il tribunale di Firenze abbia sequestrato alcune sezioni di Solicciano perché le condizioni erano incompatibili con la dignità della persona. Dove lo spazio manca e il caldo non dà tregua, la pena smette di essere solo privazione della libertà e diventa qualcosa che tocca il corpo. Di fronte a tutto questo il governo ha risposto con annunci più che con fatti. Il decreto carceri del 2024 ha promesso nuove assunzioni di agenti e una procedura più rapida per la liberazione anticipata, ma la Corte costituzionale ha bocciato proprio il meccanismo di quella liberazione. Il piano di edilizia penitenziaria punta a diecimila nuovi posti entro il 2027, solo che la Corte dei conti ha certificato ritardi pesanti, appalti annullati e rifatti a costi maggiori, perfino un commissario di fatto esautorato. Nel frattempo i detenuti aumentano di circa nove unità al giorno, e nel solo 2025 si è registrata una perdita netta di posti: si costruisce meno di quanto si perde. Amnistia e indulto restano fuori discussione, perché sarebbe, dicono, una resa dello Stato. Così l’unica cosa davvero in campo, l’unico intervento che prova a incidere sui numeri e non solo sui muri, è una legge che deve ancora compiere metà del suo cammino. La scommessa sulle comunità - In questo scenario si muove il disegno di legge voluto dai ministri Nordio e Schillaci, presentato nel luglio 2025 come parte del piano carceri. L’idea di fondo è semplice, e lo stesso Nordio l’ha riassunta così: i tossicodipendenti sono oltre un quarto dei detenuti e i più sono malati da curare più che criminali da punire. La proposta permette a chi ha problemi di droga o di alcol di scontare la pena non in cella ma in una comunità accreditata o in una struttura pubblica del servizio sanitario, seguendo un programma di recupero. Il beneficio vale per pene, anche residue, fino a otto anni, che scendono a quattro quando c’è di mezzo un reato ostativo, e si può ottenere una sola volta. Rientrano anche le comunità che accolgono di giorno senza vitto e alloggio. Accanto a questa misura ne compare un’altra che consente di chiudere prima il processo, con un accordo simile al patteggiamento, mandando subito l’imputato in comunità invece che dietro le sbarre. I numeri spiegano perché il tema pesa. Alla fine del 2024 i detenuti con problemi di tossicodipendenza erano 19.755, quasi un terzo di tutta la popolazione carceraria. Sommando le varie categorie di persone che in teoria potrebbero rientrare nella misura si arriva a una platea attorno alle ventitremila unità. La rete di accoglienza c’è: le comunità terapeutiche mettono a disposizione circa 13.276 posti letto, e quasi la totalità, il 97 per cento, è gestita dal privato e dal privato sociale. Sulla carta, insomma, i margini per svuotare un po’ le celle esistono. Il testo prevede anche una commissione presso la presidenza del Consiglio che dovrà fissare criteri uniformi per accertare la dipendenza, così da evitare che ogni tribunale decida a modo suo. Il primo sì è arrivato. Il Senato ha approvato il testo il 10 giugno scorso, e da metà giugno il provvedimento è passato alla Camera, alla commissione Giustizia, dove il 24 giugno si è tenuta una lunga giornata di audizioni. Hanno parlato magistrati di sorveglianza, avvocati, esperti, associazioni, l’ex garante nazionale dei detenuti. Il principio ha convinto quasi tutti. È sul come che sono piovute le obiezioni. I limiti che rischiano di svuotarla - Perché il punto è proprio questo: la legge, così com’è, rischia di valere sulla carta molto più che nella realtà. Lo Stato ha stanziato poco più di 19 milioni di euro l’anno, una cifra che copre circa cinquecento posti in comunità. E infatti la stessa relazione tecnica, facendo i conti in modo prudente, stima che i beneficiari effettivi saranno poche centinaia all’anno, non le migliaia evocate dal principio. Lo ha detto senza giri di parole il senatore Walter Verini durante il voto: il principio è giusto ma il contenuto è debole, alla fine riguarderà alcune centinaia di persone quando dovrebbe riguardarne almeno ottomila, e mancano le risorse. Il paradosso è tutto qui: una platea potenziale enorme e una copertura pensata per poche centinaia di posti. Le altre critiche vanno nella stessa direzione. L’ex garante Mauro Palma ha spiegato che la platea si ridurrà a pochissime centinaia, anche perché i magistrati faticano già oggi a trovare comunità disponibili, quasi sempre piene. Ha definito incomprensibile l’esclusione di chi è recidivo, dato che la dipendenza è per sua natura una condizione che ricade, e che tenere fuori i recidivi toglie efficacia proprio dove servirebbe di più. Ha segnalato poi alcuni divieti assoluti scritti nel testo che in passato la Corte costituzionale ha già bocciato, perché confliggono con la funzione rieducativa della pena. E ha messo in guardia da un rischio più sottile: affidare al privato pezzi interi della funzione penale può trasformare l’accoglienza in un mercato, con strutture che nascono per intercettare i fondi più che per curare le persone. Sulla stessa linea le comunità stesse, che pure sono le prime interessate. Le loro reti riconoscono il valore di alcune scelte, come l’aver alzato la soglia di pena, ma ricordano che le comunità sono nate per accompagnare e curare, non per recludere, e che il rischio è di scaricare su di loro un pezzo del carcere senza dare i mezzi per reggerlo. I budget regionali che pagano i posti restano insufficienti, e i posti liberi sulla carta spesso non sono davvero coperti. Dall’opposizione è arrivata anche la richiesta, respinta, di includere chi soffre di dipendenza dal gioco d’azzardo. Resta il fatto che la strada è ancora lunga. Il voto del Senato non basta, serve quello della Camera sullo stesso testo, e ogni modifica costringe a ripartire da capo con un nuovo passaggio a palazzo Madama. Visto che parecchi tra chi è stato ascoltato ha chiesto correzioni pesanti, è probabile che il testo cambi, con tempi che si allungano verso la fine della legislatura. Nel frattempo le celle restano piene oltre ogni limite, il termometro sale, e la misura che potrebbe alleggerire almeno una parte del peso rimane appesa a un iter che non si chiude. Il governo continua a promettere edilizia e a escludere ogni provvedimento di clemenza. E il numero dei detenuti, giorno dopo giorno, continua a salire senza che nulla lo fermi davvero. Dalle grate roventi i detenuti urlavano: “Acqua!” di Anna Lisa Antonucci L’Osservatore Romano, 22 luglio 2026 Non era mai accaduto nella storia recente penitenziaria italiana che associazioni, laiche e cattoliche, responsabili delle istituzioni territoriali, esponenti della società civile, attori e scrittrici, dirigenti di banca, sacerdoti, politici di varie forze politiche, garanti regionali e comunali si sentissero chiamati a difendere l’articolo 27 della Costituzione italiana, secondo cui “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”“. Così Patrizio Gonnella, presidente dell’associazione Antigone che fa parte della neonata “Alleanza per l’articolo 27 della Costituzione”, commenta la giornata di visite in ben 37carceri italiane svoltasi a metà luglio. “Oltre 350 persone si sono mobilitate in tutta Italia per vedere con i propri occhi le condizioni di detenzione e per chiedere di intervenire urgentemente nel nome della dignità delle persone detenute, oltre che dello stesso personale penitenziario”. “Una gran parte degli Istituti visitati - dice Gonnella - ha mostrato condizioni di sovraffollamento insostenibile, che in alcuni casi è giunto addirittura al 250%, ed estreme carenze in termini di qualità degli ambienti, spazio minimo, caldo senza respiro, celle con letti a tre piani, aree aperte senza possibilità di proteggersi dal sole, assenza di frigo e ventilatori nelle celle”. “Le delegazioni - aggiunge il presidente di Antigone - hanno raccolto la voce delle direzioni e degli operatori carcerari, ma soprattutto dove possibile, ascoltato anche le voci dal profondo della marginalità sociale che affolla i nostri Istituti. Voci che lamentano non solo condizioni di vita difficilissime, ma soprattutto la mancanza di prospettive. Come rete ci siamo presi l’impegno di presentare un rapporto dettagliato di quello che abbiamo visto e vissuto, ma soprattutto quello di promuovere iniziative per una riforma delle pene e per un carcere diverso da quello attuale che è spesso solo un ricovero della marginalità sociale”. “Una realtà - spiega Gonnella - fatta di 116 morti dall’inizio dell’anno di cui 33 per suicidio. Si pensi alle tragedie del carcere di Lecce con i suoi cinque morti suicidi negli ultimi sei mesi. Oggi, mentre attraversavamo tanti muri di cinta in tutta la Penisola, i detenuti reclusi nelle carceri italiane erano 64.695. I posti realmente disponibili, al netto delle sezioni chiuse perché bisognose di ristrutturazioni mai effettuate, erano 46.228, con un tasso di affollamento su base nazionale del 140%”. “Siamo stati nel carcere milanese di San Vittore, dove l’affollamento è del 225%; a Foggia, dove è del 220%; a Regina Coeli, dove è del 189%” dice ancora Gonnella e aggiunge “l’estate è arrivata da oltre un mese e arriva tutti gli anni, sempre più calda e oggi in alcune carceri i detenuti urlavano “acqua” dalle grate roventi”. “Serve umanità, aperture, visione moderna della pena - dice Gonnella elencando ciò che si dovrebbe fare subito - i detenuti devono potere trascorrere, anche d’estate, almeno 8 ore fuori dalla cella in attività sensate. Consentire telefonate quotidiane per tutti i detenuti presenti nella media sicurezza in modo da non interrompere i legami con l’esterno ed evitare solitudine e disperazione che in estate sono pericolose per il rischio aumentato di favorire scelte di suicidio. Prevedere la presenza di frigo e ventilatori in tutte le celle per rendere tollerabile il caldo estivo. Dotare le aree all’aperto di spazi ombrati con acqua a disposizione. Chiudere i reparti non abitabili dal punto di vista igienico/sanitario. Convocare gruppi di osservazione e trattamento e prevedere un grande piano concordato di invio in misura alternativa di almeno io mila persone nei prossimi due mesi. Infine, prevedere provvedimenti di clemenza che riportino il carcere nella legalità costituzionale”. Carcere e pena “utile”: l’indignazione valga non solo per uno, ma per 65mila di Ettore Grenci* Avvenire, 22 luglio 2026 In quarantotto ore il ministro Matteo Salvini è entrato due volte nel carcere di Bollate. Il primo giorno per fare visita a Mario Roggero, il gioielliere di 72 anni condannato in via definitiva a 14 anni e 9 mesi per aver ucciso due rapinatori e ferito un terzo dopo l’assalto alla sua attività nel 2021. Il secondo giorno, anche. Vogliamo sinceramente credere che si tratti di una scelta dettata da vicinanza umana, per un uomo la cui pena che si ritiene essere del tutto sproporzionata non solo rispetto alle sue “colpe”, ma anche alla sua età. Lo stesso Roggero, entrando in carcere, ha detto che a 72 anni 15 anni di carcere sono, di fatto, un ergastolo. Tra le tante (e forse troppe) cose di cui si è parlato attorno a questa drammatica vicenda, quasi mai è affiorata la questione forse più rilevante, quella della pena carceraria, di quella idea, così difficile da superare, della sua assoluta inevitabilità, ed in generale della sua funzione e del suo scopo. Una pena dovrebbe avere un senso non solo se, ed in quanto, è “giusta”, ma anche se, ed in quanto, è “utile”. Utile non solo a chi la subisce, ma utile anche alla collettività in nome della quale è stata emessa. È su questi temi che la domanda se sia giusto (e sia utile) che un uomo anziano debba scontare condanne in carcere che superano la sua stessa aspettativa di vita è più che legittima, anzi è fondamentale in un moderno Stato di diritto, e meriterebbe una riflessione seria per cercare di trovare una risposta, soprattutto quando il carcere sembra essere ormai l’unica soluzione a cui la nostra modernità riesce a pensare quando si confronta con la penalità e la devianza. È sicuramente una domanda che si porranno molte delle migliaia di persone detenute nei nostri istituti penitenziari, e con loro anche i loro familiari (per chi li ha) che, come la famiglia di Roggero, sono sempre “vittime” secondarie del carcere. Li conosciamo ormai a memoria, ma non è mai inutile ricordare i numeri di questa umanità dolente: a fine giugno 2026 i detenuti erano quasi 65mila, con un tasso di affollamento di circa il 130% sulla capienza regolamentare. Poi ci sono i numeri che non si possono arrotondare, perché sono nomi. Nel 2022 i suicidi in carcere sono stati 84, l’anno allora peggiore di sempre; nel 2023 sono stati 68; nel 2024 hanno toccato quota 91, il record assoluto da quando esiste un monitoraggio indipendente. Nel 2025 sono stati 82 secondo Antigone e Ristretti Orizzonti, in quello che resta l’anno più letale dal 1992 per numero complessivo di morti dietro le sbarre. Fanno oltre trecento vite in quattro anni. Per queste trecento persone, e per le loro famiglie, non ci sono state visite a favore di telegiornali, non uno striscione, non la promessa di una candidatura. Colpisce l’attenzione selettiva contro l’indifferenza generalizzata: il sipario si apre per uno, addirittura due volte in due giorni. Resta calato per gli altri 65 mila. Colpisce anche che sempre per uno si invochi una grazia immediata, prima ancora di leggere le motivazioni della sentenza definitiva: un atto che spetta al capo dello Stato, discrezionale e individuale, ai sensi dell’articolo 87 della Costituzione. Si invocano sempre responsabilità di altri ma si dimenticano le proprie. Chi ha i numeri per entrare a Bollate a reti unificate ha anche i seggi per aprire, in Aula, una discussione seria sulla pena, e su quella carceraria in particolare, in un contesto detentivo sempre più allarmante, dove quel senso di umanità di cui parla l’articolo 27 della Costituzione si è ormai perso ogni senso, in celle torride e maleodoranti, nelle muffe ai muri, nell’acqua fredda che non c’è, nel doversi pagare l’energia elettrica per avere un piccolo ventilatore, con buona pace per chi non se la può permettere. Potrebbe bastare questo (ma c’è molto di più) per suscitare un moto di indignazione collettivo non per uno, ma per 65mila. Gli strumenti sono lì, scritti nella Costituzione e nelle Leggi, a disposizione di chi governa e della politica. Come per i numeri dei detenuti e dei suicidi, non deve sembrare inutile continuare a parlare di indulto, invocato con forza, purtroppo invano, da Papa Francesco, fino alla fine dei suoi giorni nel Giubileo della Speranza (“spes non confundit”): non cancella i reati, non riscrive le sentenze, non offende le vittime, riduce la pressione su un sistema fuori dalla legalità costituzionale e restituisce speranza per una speranza di una nuova vita. Se proprio non si riesce a sopportare l’idea della clemenza, si pensi a misure che hanno nella valutazione della condotta del detenuto o delle sue condizioni soggettive il loro fondamento giuridico: estendere la liberazione anticipata, ampliare il limite di pena per l’accesso alle misure alternative, prevedere maggiori possibilità di differimento della pena per condizioni di salute precarie o per l’età del condannato. Ci sono progetti di legge già definiti in ogni dettaglio, che giacciono da anni nei cassetti del Parlamento per inerzia della politica o, peggio, per bieco calcolo elettorale, l’ultimo dei quali è il progetto di riforma dell’esecuzione penale voluto dal Ministro Orlando, fatto naufragare a pochi giorni dalla sua approvazione. Chi trova la strada per Bollate due volte in due giorni sa benissimo dove si trovano quei cassetti, e sa benissimo come aprirli. Non per uno, ma per 65mila. *Avvocato penalista Foro di Bologna La magistratura di sorveglianza, il buco nero della giustizia di Giovanni M. Jacobazzi Il Riformista, 22 luglio 2026 La magistratura di sorveglianza è il buco nero del sistema giustizia italiano, con una organizzazione a “macchia di leopardo”. Il Tribunale di Sorveglianza di Roma, ad esempio, è ormai da anni sinonimo stesso di ritardo e disservizio. Una situazione de- nunciata da tutti: magistrati, avvocati, operatori penitenziari. Ma che, incredibilmente, continua a trascinarsi senza una soluzione. L’ultima denuncia è arrivata dalla Camera Penale di Roma, che, mercoledì scorso, ha proclamato una giornata di astensione dalle udienze. Nella delibera dei penalisti si parla di una situazione “disastrata”, di una “deriva” nell’esercizio della giurisdizione, di decisioni adottate con “ingiustificabile ritardo” e di una cronica carenza di magistrati e personale amministrativo che compromette il diritto di difesa e mortifica i diritti delle persone detenute. Nulla di nuovo. Già nel 2023, un’interrogazione parlamentare sottoscritta da numerosi esponenti del Partito democratico descriveva un quadro pressoché identico. Anche allora si denunciava una gravissima carenza di organico, udienze con centinaia di procedimenti concentrati nella stessa giornata, interventi degli avvocati contingentati per mancanza di tempo e ritardi tali da compromettere l’applicazione delle misure alternative alla detenzione, dei permessi premio e perfino della liberazione anticipata. Il Tribunale di Sorveglianza non è un ufficio marginale. Decide, come detto, sulla fase più delicata dell’esecuzione della pena. È chiamato a verificare se il percorso rieducativo del detenuto consenta l’accesso a benefici previsti dalla legge. Valuta l’affidamento in prova, la detenzione domiciliare, la semilibertà, i permessi premio. In alcuni casi, come quello di Roma, esercita competenze sui reclami riguardanti il regime del 41bis. Se queste decisioni arrivano dopo mesi o, addirittura, dopo anni, il diritto rischia semplicemente di svanire. Una misura alternativa concessa quando il detenuto ha ormai quasi finito di scontare la pena perde gran parte della sua funzione. Un permesso premio deciso fuori tempo massimo non serve più. La liberazione anticipata riconosciuta con enorme ritardo finisce per trasformarsi in un risarcimento burocratico di un diritto già violato. La funzione costituzionale della pena, quella rieducativa prevista dall’articolo 27 della Costituzione, resta sulla carta in quanto la sua esecuzione arriva quando il suo tempo è già trascorso. È molto difficile comprendere come una simile emergenza possa protrarsi da così tanti anni. Chi è detenuto negli istituti del distretto romano, ma lo stesso discorso vale per Napoli o Palermo, entra di fatto in una sorta di girone dantesco nel quale la modalità di esecuzione della pena diventa essa stessa una pena aggiuntiva. Il ministro Carlo Nordio, magistrato dal passato garantista e liberale, attento ai diritti, guida il dicastero della Giustizia ormai da quasi quattro anni. In questo periodo ha rivendicato più volte a gran voce la centralità dei diritti nell’esecuzione penale. Eppure proprio sul fronte della magistratura di sorveglianza il problema resta irrisolto, rendendo evidente ciò che da anni si preferisce ignorare. Al detenuto, al momento, non resta allora che sperare di trovare un ufficio di sorveglianza che abbia tempi ragionevoli e rispettosi dei princìpi costituzionali. La speranza, però, non è un istituto giuridico e non ha nulla a che fare con il principio di uguaglianza che rischia di finire in modo irreparabile in soffitta. La bulimia securitaria senza fine di Vincenzo Scalia Il Manifesto, 22 luglio 2026 Il nuovo decreto sicurezza approvato dal governo rappresenta un ulteriore salto di qualità per l’ideologia e la pratica securitaria. Se prima si parlava di zone rosse, ovvero di aree della città da interdire a specifici soggetti e gruppi sociali considerati disfunzionali, oggi, si potrebbe dire, siamo passati agli individui e ai gruppi rossi. Gli interventi precedenti sulla sicurezza erano focalizzati sul mantenimento del decoro in aree specifiche, quelle destinate al loisir e al consumo di massa. Adesso si punta ad agire sulle persone, sulle modalità di aggregazione, trasversalmente ai luoghi. Il cerchio si chiude: quattro anni fa, il biglietto da visita del nuovo esecutivo, fu il decreto anti-rave. L’agorafobia, o l’idiosincrasia verso la socialità spontanea e l’aggregazione, denotano l’identità di un esecutivo logorato da lotte intestine e sconfitte referendarie. Si cerca di quantificare la minaccia, fissando in quattro o cinque il numero di persone individuabili come portatori di minaccia potenziale o effettiva. Sarebbe interessante capire secondo quale criterio tre persone sono innocue, una o due in più diventano una minaccia. Inoltre, non viene specificato il metro qualificante dei comportamenti molesti, minacciosi o violenti. L’esecutivo è in confusione, e lo sa bene. Quindi propone uno spettro ampio, all’interno del quale, la discrezionalità delle forze dell’ordine, potrà dispiegarsi in tutta la sua discrezionalità, operando fermi preventivi e deferendo i fermati al questore. La responsabilità penale, per le leggi italiane, è personale. Ma di questo aspetto, al governo, come dei principi cardine dello Stato di diritto, non sembra importare molto. Come dimostra il divieto, per chi ha avuto precedenti penali, di radunarsi con una o più delle stesse persone. Si tratta di una grave invasione della sfera privata, filtrata da criteri lombrosiani. Chi ha infranto la legge una volta, anche se ha scontato la sua pena, diventa portatore di uno stigma che lo accompagnerà tutta la vita, in quanto naturalmente propenso a delinquere. Un altro aspetto da mettere in rilievo riguarda il riconoscimento implicito, da parte del governo Meloni, del ruolo che alcuni settori della macchina mediatica svolgono nella costruzione del consenso elettorale. Si introducono le aggravanti verso chi minaccia o commette atti di violenza contro i giornalisti nell’esercizio delle loro funzioni, anche della loro “libertà morale”. Appare evidente l’intenzione di tutelare certe trasmissioni televisive e testate giornalistiche che, dietro il paravento dell’inchiesta, catalizzano il risentimento verso migranti, rom, senzatetto, sex-workers, attivisti. Provocando reazioni talvolta sconsiderate, ma che spesso sono il frutto dell’esasperazione nei confronti del linciaggio morale di cui si è oggetto da parte di una macchina mediatica sempre meno interessata all’informazione ma sempre più rivolta a costruire ed enfatizzare la domanda di legge ed ordine. Infine, la possibilità di procedere d’ufficio nel caso di lesioni personali lievi ai danni delle forze dell’ordine, oltre ad ampliare ulteriormente lo scudo penale, trasuda di tentativo disperato di frenare la tracimazione dei consensi elettorali in direzione di Futuro Nazionale da parte delle forze dell’ordine. Si cerca di puntellare in tutti i modi una maggioranza che ormai fa acqua da tutte le parti. Lo si fa, ancora una volta, ai danni delle libertà civili. E dire che la sconfitta al referendum, i franchi tiratori, le piazze piene degli ultimi mesi, dovrebbero avere insegnato alla premier che quattro anni di securitarismo non hanno reso. Sarebbe il caso di cominciare a prenderne atto. Per archiviare il securitarismo. Centrodestra “disunito” sulla giustizia: ognuno gira il suo spot. Intercettazioni, l’intesa non si trova di Errico Novi Il Dubbio, 22 luglio 2026 Qualcuno troverà probabilmente eccessivo parlare di “legge Roggero”. Il motivo lo spiega il servizio del Dubbio dedicato specificamente alla proposta di FdI sull’esclusione, dal diritto ai risarcimenti, per chi subisce un danno dopo aver aggredito o rapinato: si tratta di una norma scritta in modo tale da non potersi applicare, in realtà, a una vicenda come quella del gioielliere, qualificata dai giudici come omicidio volontario. Ma è chiaro che il partito della premier rivendica la propria proposta in materia di risarcimenti controversi proprio ora, a meno di una settimana dalla condanna di Roggero, per dare un segnale agli elettori. Legittimo. E il punto non è nel contenuto del provvedimento che, almeno in parte, coincide con la norma già accolta dall’intero governo nell’ultimo ddl sicurezza. Il punto è nella solitudine dell’iniziativa: di fronte a un caso di cronaca che, come già avvenuto con il referendum, divide l’intero Paese sulla giustizia, Fratelli d’Italia non agisce in sintonia con la Lega né con Forza Italia. Si prende, legittimamente, la scena da sola. E così farebbe la Lega nel momento in cui decidesse di spingere sulla proposta depositata dal suo senatore Claudio Borghi: estendere la legittima difesa in modo da far cadere i presupposti del “pericolo attuale” e della proporzione fra offesa dell’aggressore e reazione dell’aggredito: in altre parole, sparare diventerebbe sempre legittimo. Né d’altra parte cambierebbe lo scenario qualora Forza Italia si decidesse a presentare la propria proposta sull’aggravamento della responsabilità civile per i magistrati. Ci si dividerà. Ognuno andrà per conto proprio. Non solo ora: sarà così fino alle Politiche del 2027. Ciascun partito del centrodestra proporrà e proverà ad attuare un diverso programma sulla giustizia. È la premessa di una spaccatura politica più profonda? Può darsi. D’altronde bisogna dare i conti col fattore Vannacci. L’avanzata inarrestabile, nei sondaggi, di Futuro nazionale ha sconquassato le geometrie della coalizione. Ed è destinata a produrre un effetto anche, se non soprattutto, su Forza Italia. Perché FdI e Lega tenteranno di accorciare le distanze, sui programmi, dall’estrema destra populista. Ma per i berlusconiani l’effetto sarà centripeto. Nel senso che la polarizzazione introdotta dal possibile nuovo alleato di destra spingerà il partito di Antonio Tajani a marcare la propria diversità. E ad avvicinarsi all’altro o agli altri schieramenti. Il nuovo centro di Calenda e Picierno ma anche, almeno in prospettiva e limitatamente ad alcuni temi, i riformisti e i liberal del Pd. Anche perché dentro FI c’è chi scalpita. Il deputato e avvocato Tommaso Calderone, per esempio. Che nell’intervista pubblicata sul Dubbio di ieri ha criticato come troppo esitante la linea del suo partito sui principi del garantismo. In realtà Marina Berlusconi ha sollecitato non a caso ad eleggere come capigruppo alla Camera e al Senato due garantisti doc quali sono Enrico Costa e Stefania Craxi. I quali ieri su Repubblica hanno firmato una lettera in cui reclamano il ritorno allo Stato di diritto, sia sulla legittima difesa sia sui provvedimenti garantisti congelati da Fratelli d’Italia, dalla prescrizione ai limiti sul sequestro degli smartphone. E proprio i presidenti dei due gruppi parlamentari azzurri, insieme con il viceministro della Giustizia Francesco Paolo Sisto, hanno innalzato una vera propria maginot dinanzi alla “legge Melillo” - chiamiamola così sempre per semplificare -, vale a dire le norme, proposte dai meloniani al Senato, che prevedono il dietrofront sulle regole approvate nell’autunno del 2023, e volute proprio dai forzisti, in materia di intercettazioni “a strascico”. La riforma agganciata poco meno di tre anni fa al decreto 105 portò la prima firma, tra l’altro, dello stesso Calderone. FI è compatta nel difenderla. Tanto è vero che il provvedimento in cui i meloniani Sandro Sisler e Gianni Berrino avevano presentato gli emendamenti-retromarcia, cioè il Dl Giustizia e immigrazione, va a passo di lumaca in commissione al Senato, e rischia di approdare in Aula senza mandato al relatore. A Palazzo Madama c’è Pierantonio Zanettin a vigilare, per i berlusconiani, che non passi la svolta cara al procuratore nazionale Antimafia. E al momento neppure Meloni e Tajani sono in grado di sciogliere il rebus. Più di FI, casomai, è divisa al suo interno la Lega. Con tutte le primissime linee della giustizia contrarie alla legge “all’americana” di Borghi, sponsorizzata da Salvini. C’è insomma un centrodestra frammentato, sulle questioni che incrociano il diritto penale, al punto da rendere impossibile un piano comune in vista delle elezioni. Non sempre l’innesco del caos viene dalla paura per il sorpasso a destra di Vannacci: non è così, per esempio, sul nodo intercettazioni, che vede FdI irrigidirsi piuttosto per la propria connessione ideale all’antimafia di Falcone e Borsellino. Sebbene non sia sempre e solo il generale a complicare le questioni, il dato certo è che, così com’è oggi, il centrodestra capace nel 2022 di presentarsi con una linea chiara sulla giustizia è solo un lontano ricordo. Stop ai risarcimenti per chi aggredisce, FdI lancia la “legge Roggero” di Valentina Stella Il Dubbio, 22 luglio 2026 Arriva il ddl sui casi di eccesso colposo di legittima difesa. Con un testo che, fanno notare i giuristi, non avrebbe inciso sulla vicenda del gioielliere. La denuncia dell’Anm: “Clima pesante”. C’è la propaganda e c’è il dettaglio della norma, c’è l’esigenza di non rimanere indietro nella ricorsa sulla sicurezza e c’è la consapevolezza di essere una forza di governo che non può presentare leggi anticostituzionali. È all’interno di questo dualismo che Fratelli d’Italia, durante una conferenza stampa alla Camera dei deputati, ha reso noto che il governo nell’ultimo ddl sicurezza approvato dal Consiglio dei ministri lo scorso 14 luglio ha recepito il contenuto del disegno di legge a prima firma del senatore meloniano Roberto Speranzon per cui chi sceglie di commettere un reato e mette in pericolo la vita o l’incolumità altrui non può pretendere di essere risarcito da chi si è difeso. “Mai più delinquenti risarciti dalle vittime” è stato lo slogan che ha accompagnato l’incontro con i giornalisti. “È una norma di buon senso - ha detto Galeazzo Bignami, capogruppo alla Camera di FdI - che rafforza un principio chiaro: lo Stato è dalla parte delle persone perbene e delle vittime, non dei criminali. Il provvedimento si muove nel pieno rispetto dei principi costituzionali e offre maggiore certezza nell’applicazione della disciplina sulla legittima difesa. È un ulteriore passo avanti nella politica di sicurezza che Fratelli d’Italia porta avanti con coerenza”. “Il mestiere del rapinatore e di colui che usa violenza nei confronti di altri, non può essere considerato un lavoro”, ha aggiunto Lucio Malan, capogruppo di FdI al Senato, che ha precisato come il partito stia valutando anche l’opportunità di presentare il testo sotto forma di emendamento al ddl di conversione del decreto “Giustizia e Patto migratorio”. “Noi avevamo già previsto questa esigenza sul risarcimento, poi ovviamente con il ddl sicurezza siamo arrivati a farne una battaglia di tutto il governo”, ha spiegato Giovanni Donzelli, responsabile Organizzazione del partito della premier. “Questa proposta sui risarcimenti nasce da lontano e non sull’onda delle cronache. Ci aspettiamo che la sinistra la condivida, è una norma fatta per tutelare le persone per bene”, ha tenuto a precisare Francesco Filini, deputato di FdI che per i meloniani è anche responsabile del Programma. Stiamo parlando in particolare del ddl n.1532 presentato a Palazzo Madama il 12 giugno 2025 e fermo da allora in commissione Giustizia. Un ddl la cui titolazione è chiara e non lascia dubbi: “Modifiche all’articolo 2044 del codice civile e all’articolo 185 del codice penale in materia di responsabilità civile nei casi di eccesso di legittima difesa”. Nello specifico l’articolo 1 prevede che, nei casi di eccesso colposo di legittima difesa, di cui al primo comma dell’articolo 55 del codice penale, il risarcimento sia comunque ridotto, in applicazione del principio del concorso di colpa previsto dal primo comma dell’articolo 1227 del codice civile, e - sarebbe il passaggio cruciale - che non sia dovuto alcun risarcimento qualora il danneggiato abbia “agito, consapevolmente, con violenza non lieve alla persona o al patrimonio o con minaccia di armi o di altri mezzi di coazione fisica”. Viene altresì modificato il terzo comma del suddetto articolo 2044, riguardante le ipotesi di cui al secondo comma dell’articolo 55 del codice penale, prevedendo che non sia dovuta alcuna indennità “qualora il danneggiato abbia posto in essere la condotta, consapevole e volontaria, con violenza non lieve alla persona o al patrimonio o con minaccia di uso di armi o di altri mezzi di coazione fisica”. Siamo dunque nel perimetro della legittima difesa e del suo eventuale eccesso colposo, nulla dunque a che vedere con il caso di Mario Roggero, condannato per duplice omicidio volontario e tentato omicidio. Anche se, a nostra precisa richiesta di chiarimento su questo punto, il senatore di FdI e avvocato Marco Lisei ha risposto che il ddl “si applica certamente a tutti i casi di legittima difesa. L’auspicio è che con la modifica del 2044 si eviti che anche le provvisionali in sede penale vengano risarcite, sicuramente in tutti i casi di eccesso di legittima difesa. Ma introducendo un principio generale all’interno del 2044 crediamo che vi possa essere un’estensione anche ai casi come quello di Mario Roggero”. Opzione quest’ultima che professori di diritto, magistrati e avvocati che abbiamo sentito escludono nettamente per come è scritta la norma proposta da Fdl. La previsione di escludere risarcimenti in casi di omicidio volontario potrebbe essere addirittura incostituzionale. Lisei ovviamente non poteva chiudere a questa eventualità dato il clima di questi giorni ma, come dicevamo all’inizio, c’è la propaganda e c’è il dettato normativo. A proposito di contesti, la Giunta dell’Anm ha denunciato come dopo la sentenza sul caso Roggero ai magistrati siano arrivate “minacce, insulti e messaggi d’odio in un clima in cui” i giudici, appunto, “vengono attaccati per il solo fatto di aver applicato la legge dello Stato sull’omicidio e sulla legittima difesa. Siamo al fianco dei colleghi piemontesi che hanno emesso le sentenze di primo e secondo grado, così come di quelli della Corte di cassazione che le hanno confermate”. “Ristori alle famiglie dei rapinatori: cosa dice il codice civile italiano” di Gennaro Grimolizzi Il Dubbio, 22 luglio 2026 Il civilista Di Ciommo distingue la posizione dei rapinatori da quella dei congiunti: “Non hanno contribuito a causare il danno”. Il nodo dell’articolo 1227. La condanna in via definitiva del gioielliere Mario Roggero a 14 anni e 9 mesi di reclusione ha fatto emergere anche la questione del risarcimento danni in favore delle famiglie dei due rapinatori uccisi e del terzo ferito durante l’assalto del 2021 a Grinzane Cavour, in provincia di Cuneo. “La questione del risarcimento dei danni in favore delle famiglie dei rapinatori uccisi - dice al Dubbio Francesco Di Ciommo, avvocato e professore ordinario di Diritto privato all’Università Luiss di Roma - costituisce un problema nel problema. Sul piano sociologico, o anche solo morale, è legittimo che più di qualcuno possa ritenere che non sia giusto che l’ordinamento giuridico consenta ai congiunti dei rapinatori di ottenere un risarcimento, visto che le vittime dell’episodio delittuoso hanno commesso a loro volta un reato così determinando la reazione per loro fatale”. Sul piano tecnico-giuridico, osserva il professor Di Ciommo (che è anche prorettore della Luiss), la questione va però inquadrata in termini diversi. “L’articolo 1227 del codice civile - spiega l’accademico -, al primo comma, stabilisce che se il fatto colposo del creditore ha concorso a cagionare il danno, il risarcimento è diminuito secondo la gravità della colpa e l’entità delle conseguenze che ne sono derivate. E al secondo comma che il risarcimento non è dovuto per i danni che il creditore avrebbe potuto evitare usando l’ordinaria diligenza. Tali previsioni si applicano sia nel caso della responsabilità contrattuale, sia nel caso di responsabilità extracontrattuale, e ciò alla luce di quanto disposto dall’articolo 2056 del codice civile. Ciò significa che, anche in un caso come quello che stiamo commentando, ai rapinatori, con tutta probabilità, non sarebbe spettato alcun risarcimento se fossero rimasti in vita ma feriti, e ciò in quanto con la loro condotta avevano contribuito in modo determinante a causare l’evento fatale e, quindi, ai sensi del richiamato secondo comma dell’articolo 1227. Diverso è invece il discorso per i famigliari, che non hanno posto in essere condotte che hanno contribuito a cagionare il danno. Mi rendo conto che è difficile accettare il diverso piano sul quale la legge pone i rapinatori e i loro famigliari, ma dal punto di vista tecnico la questione è pacificamente questa”. Il caso Roggero sta dividendo l’opinione pubblica italiana. Il rischio che alcune vicende spesso vengano presentate in maniera troppo tecnica o, al contrario, troppo superficiale apre la strada a commenti demagogici e populisti. “La condanna in via definitiva di Mario Roggero - commenta Francesco Di Ciommo - inevitabilmente ha scatenato commenti, polemiche e, più in generale, prese di posizione di vario tipo, non solo a livello politico. Il tema dei limiti giuridici al diritto di autodifendersi è da tempo discusso sia a livello penalistico che civilistico, non solo in Italia, ma anche in molti altri Paesi. Il punto, per l’ordinamento, è trovare il giusto equilibrio tra il bisogno individuale a tutelare la incolumità propria e dei propri cari e l’esigenza collettiva a che, nell’esercizio del diritto di autodifesa, non si travalichino certi limiti. E infatti nel nostro ordinamento diverse norme, sia del codice penale che del codice civile, riconoscono la scriminante della legittima difesa, e cioè consentono al singolo di arrecare una lesione a un terzo, se lo si fa al fine di difendere legittimamente sé o altri, senza subire gravi conseguenze. A complicare il discorso, tuttavia, vi è il fatto che spesso, come in questo caso, la lesione all’incolumità o addirittura alla vita, dell’aggressore si realizza in modalità tali da non consentire di affermare che realmente l’incriminato stesse esercitando il suo diritto alla difesa, ad esempio perché l’offesa viene realizzata mentre l’aggressore sta scappando e ha, dunque, rinunciato alla sua azione criminale. Il punto è che in quei contesti non si è ovviamente lucidi, sicché a posteriori la dinamica appare chiara, ma al momento dei fatti l’interessato magari non percepisce effettivamente l’aggressione come realmente terminata. Insomma, parliamo davvero di vicende complesse, da esaminare caso per caso. Ogni generalizzazione, a mio avviso, è sbagliata”. Come spesso accade, si chiedono interventi legislativi dopo alcuni gravi fatti di cronaca. La normativa sui risarcimenti, collegata al caso Roggero, ha provocato anche la reazione della presidente del Consiglio Giorgia Meloni. La tendenza a intervenire sull’onda emotiva è da mettere in conto. “Si tende sempre - aggiunge il professor Di Ciommo - a intervenire sull’onda emotiva. È successo in merito alla terribile vicenda di Grinzane Cavour così come per tante altre. È inevitabile nel momento storico attuale, in cui social network e populismo dettano la linea. Non è colpa di nessuno, questo è il mondo di oggi, che ci piaccia o meno. Il legislatore, volendo, potrebbe intervenire per legiferare in materia ampliando il perimetro attuale della legittima difesa, e cioè attraverso norme interpretative con le quali si potrebbe chiarire in modo più puntuale in quali casi operi la scriminante della legittima difesa, magari anche laddove l’offesa in sé abbia perso di immediata concretezza ma sia ancora percepita come tale”. Di Ciommo fa un esempio: “Si potrebbe valorizzare maggiormente l’offesa percepita o la perdita di lucidità che può avere chiunque, se aggredito violentemente e di sorpresa. Certo, poi bisognerebbe vedere se la norma prodotta sia idonea a superare il vaglio del Capo dello Stato prima e della Corte Costituzionale poi, se quest’ultima fosse chiamata ad occuparsene, come appare probabile. Insomma”, conclude il professore, “si tratta di materia e tematica tutt’altro che semplice da affrontare, perché le sensibilità sono molteplici e gli interessi in gioco e contrapposti tanti e delicati”. Lavoro carcerario, la mercede include quattordicesima e permessi di Giovanni Gambino giuricivile.it, 22 luglio 2026 La Corte d’Appello di Roma, con la sentenza n. 3105 del 16 giugno 2026, ha chiarito che la retribuzione del detenuto lavoratore deve essere calcolata assumendo come parametro l’intero trattamento economico previsto dal contratto collettivo. La riduzione ai due terzi consentita dall’art. 22 dell’ordinamento penitenziario non permette al Ministero di escludere singole voci retributive, come la quattordicesima mensilità e i permessi annui retribuiti. La pronuncia affronta anche il tema del TFR corrisposto mensilmente e quello della regolarizzazione contributiva, nei limiti della prescrizione. La vicenda nasceva dal ricorso di un detenuto che aveva lavorato per diversi anni alle dipendenze del Ministero della Giustizia in più istituti penitenziari. Il lavoratore sosteneva di avere percepito somme inferiori a quelle dovute in base alla contrattazione collettiva applicabile. Chiedeva quindi l’accertamento delle differenze maturate per retribuzione ordinaria, straordinaria e differita, compresi quattordicesima mensilità, permessi annui retribuiti, ferie non godute e trattamento di fine rapporto. Domandava inoltre la regolarizzazione della propria posizione previdenziale presso l’INPS. Il Tribunale di Roma accoglieva solo in parte la domanda. Condannava il Ministero al pagamento di alcune differenze retributive, ma escludeva le somme richieste per quattordicesima, permessi e TFR. Rigettava anche la domanda di regolarizzazione contributiva, ritenendo prescritto il diritto al versamento. Il lavoratore proponeva appello, contestando la qualificazione della domanda, l’applicazione della disciplina speciale sul lavoro penitenziario e la valutazione delle prove relative alle voci retributive escluse. Il Ministero resisteva al gravame, mentre l’INPS chiedeva il versamento dei contributi dovuti nei limiti della prescrizione. Il quadro normativo e la natura del lavoro carcerario - Il rapporto di lavoro del detenuto presenta caratteristiche particolari rispetto al lavoro libero. Il riferimento principale è l’art. 22 della legge n. 354/1975, nel testo applicabile ai periodi considerati. La norma stabiliva che le mercedi dovessero essere determinate in relazione alla quantità e alla qualità del lavoro, all’organizzazione e al tipo di attività. La misura non poteva comunque essere inferiore ai due terzi del trattamento economico previsto dai contratti collettivi. Il d.lgs. n. 124/2018 ha poi confermato il collegamento, fissando la remunerazione in misura pari ai due terzi del trattamento contrattuale. La Corte costituzionale ha ritenuto legittima questa differenziazione, giustificata dalle peculiarità organizzative del lavoro penitenziario. La riduzione percentuale non attribuisce però all’amministrazione la facoltà di scegliere liberamente quali elementi della retribuzione riconoscere. Il contratto collettivo costituisce un parametro globale e vincolante, funzionale al rispetto dell’art. 36 Cost. La base di calcolo della mercede deve quindi comprendere le componenti ordinarie e differite previste dal contratto applicabile alla categoria professionale interessata. La decisione della Corte d’Appello di Roma e il diritto alla mercede - La Corte d’Appello ha ritenuto fondate le censure relative all’esclusione della quattordicesima mensilità e dei permessi retribuiti. Richiamando il proprio orientamento, ha affermato che il legislatore ha introdotto un parametro minimo vincolante per l’amministrazione. Il trattamento previsto dalla contrattazione collettiva rappresenta la base sulla quale applicare la quota dei due terzi. La commissione incaricata di determinare le mercedi poteva stabilire la percentuale spettante, ma non eliminare singole voci previste dal contratto collettivo. Gli istituti di natura retributiva non possono quindi essere esclusi dal trattamento economico complessivo solo perché differiti o collegati a particolari modalità della prestazione. La Corte ha riformato in parte la sentenza di primo grado e ha riconosciuto le somme indicate nei conteggi che includevano i ratei della quattordicesima e dei permessi. Il Ministero è stato condannato al pagamento complessivo di 4.804,17 euro, oltre agli interessi legali dalla maturazione del credito al saldo. Non è stato riconosciuto il cumulo con la rivalutazione monetaria, escluso per i crediti di lavoro verso il Ministero della Giustizia in ragione delle esigenze di contenimento della spesa pubblica. L’inammissibilità del patto di conglobamento del trattamento di fine rapporto - L’appellante chiedeva anche l’adeguamento delle differenze relative al TFR. Sosteneva che il trattamento fosse stato corrisposto mensilmente in base a una prassi o a un accordo di conglobamento. La Corte d’Appello ha dichiarato il motivo inammissibile perché fondato su una questione nuova, mai introdotta nel giudizio di primo grado e tale da richiedere ulteriori accertamenti di fatto. Una questione di questo tipo non può essere proposta per la prima volta in appello. La Corte ha inoltre richiamato la giurisprudenza secondo cui il conglobamento del TFR non può essere desunto dalla sola presenza, in busta paga, di una generica voce riferita all’anzianità. Occorre indicare e provare la fonte legale o convenzionale dell’accordo. L’art. 2120 c.c. prevede che il TFR diventi esigibile alla cessazione del rapporto, salvo le anticipazioni ammesse dalla legge. Non è invece prevista la sua erogazione mensile e continuativa senza una specifica causale. Nel caso esaminato, la fonte del presunto patto di conglobamento non era stata adeguatamente dedotta né provata. L’obbligo previdenziale e il regime della prescrizione dei contributi - La Corte ha poi esaminato la posizione previdenziale del lavoratore. Ha dichiarato l’obbligo del Ministero della Giustizia di regolarizzare la contribuzione dovuta. Il versamento è stato però limitato ai periodi non prescritti, in applicazione del termine quinquennale previsto dall’art. 3 della legge n. 335/1995. La prescrizione contributiva opera di diritto e non è rimessa alla disponibilità delle parti. Il Ministero è stato quindi condannato a versare all’INPS i contributi ancora esigibili, oltre agli oneri accessori e alle sanzioni previste dalla legge. La Corte ha posto a carico dell’amministrazione le spese di lite sostenute dal lavoratore nei due gradi di giudizio. Ha invece compensato le spese nei rapporti con l’ente previdenziale, considerando la natura processuale del contrasto e la sostanziale convergenza delle posizioni sull’esistenza dell’obbligo contributivo. Lombardia. L’idea della Lega: percorsi di rimpatrio per i detenuti stranieri a fine pena milanotoday.it, 22 luglio 2026 La remigrazione tra le leggi regionali. Per ora è solo una proposta. Ma, se fosse approvata, introdurrebbe di fatto una prassi di remigrazione in Lombardia. Lo rivendica la Lega, col suo capogruppo al Pirellone Alessandro Corbetta: “La Lega - dice - porta la remigrazione al Pirellone con una proposta concreta e di buonsenso”. La proposta, che sarà discussa attraverso un ordine del giorno nell’ambito dell’assestamento di bilancio, consiste in una sperimentazione per “favorire l’espulsione, il rientro e la reintegrazione nei Paesi d’origine” dei cittadini extracomunitari detenuti nelle carceri lombarde. Corbetta sottolinea che, a fronte del sovraffollamento nelle carceri lombarde (9.113 detenuti al 30 giugno, rispetto a una capienza di 6.072 posti), e considerando che il 45% dei detenuti è straniero, “servono soluzioni pragmatiche e capaci di coniugare sicurezza, sostenibilità del sistema penitenziario e prevenzione dalla recidiva”. L’obiettivo? “Evitare che cittadini extracomunitari detenuti, privi di reali prospettive di integrazione, vengano semplicemente rimessi sul territorio lombardo al termine della pena”, spiega Corbetta. Come? “Vogliamo costruire percorsi ordinati di rientro nei Paesi d’origine, accompagnati da progetti individuali di reinserimento sociale e lavorativo, anche attraverso gli strumenti della cooperazione internazionale”. Catania. “Misure alternative, meno sovraffollamento” La Sicilia, 22 luglio 2026 Le richieste e le proposte della Camera Penale al Dap come soluzione alla crisi strutturale. Applicazione delle pene sostitutive e delle misure alternative alla detenzione, come previsto dalla riforma Cartabia, per ridurre la pressione sulle strutture penitenziarie, revisione della custodia cautelare in carcere, limitandola ai soli casi di effettiva necessità e incentivando l’uso delle misure extramurarie e un piano straordinario di ristrutturazione degli edifici carcerari, con priorità ai reparti più degradati. Sono alcune delle richieste fatte dalla Camera Penale Serafino Famà, presieduta dall’avvocato Tommaso Tamburino, al Dap, alla luce delle criticità emerse e della gravità di quanto accaduto lunedì nel carcere di Piazza Lanza. Tra le proposte della Camera Penale c’è anche il potenziamento urgente dell’organico della Polizia Penitenziaria e degli operatori sanitari, con assunzioni straordinarie, il riconoscimento e rispetto dei diritti fondamentali dei detenuti e del personale penitenziario. “La rivolta - spiega il direttivo - è la conseguenza diretta di una crisi strutturale che investe l’intero sistema penitenziario catanese e nazionale. Il sovraffollamento, la carenza di personale, il degrado strutturale e sanitario, la presenza di detenuti psichiatrici senza adeguato supporto e l’inerzia istituzionale hanno creato le condizioni per l’esplosione di eventi violenti che mettono a rischio la sicurezza, la salute e la dignità di tutti i soggetti coinvolti”. Da qui la necessità di “interventi urgenti, strutturali e coordinati, che agiscano sia sulla riduzione della popolazione detenuta che sul miglioramento delle condizioni materiali e relazionali, nel rispetto dei principi costituzionali e dei diritti fondamentali. La crisi di Piazza Lanza non è un episodio isolato, ma il simbolo di una deriva che deve essere fermata con misure coraggiose e concrete, per restituire legalità, umanità e sicurezza alle carceri di Catania e di tutta Italia”. Lunedì, dopo una lunga mediazione, la protesta dei detenuti è rientrata e sono stati liberati i due reparti che erano stati occupati. Il bilancio è stato di cinque poliziotti penitenziari in ospedale e altri feriti durante le operazioni di contenimento. Siracusa. Rivolta notturna dei detenuti a Cavadonna, protestano per il caldo e il sovraffollamento La Sicilia, 22 luglio 2026 Il caldo intenso che sta interessando il territorio ha fatto esplodere la tensione all’interno della casa circondariale di Cavadonna. Nella notte scorsa numerosi detenuti hanno inscenato una protesta per denunciare le difficili condizioni di vita all’interno dell’istituto, aggravate dalle alte temperature e dal persistente sovraffollamento delle celle. Secondo quanto riferito, il disagio causato dal caldo avrebbe provocato problemi sia fisici che psicologici ai reclusi. Dalle sezioni detentive si sono levate grida e forti rumori, con i detenuti che hanno cercato di richiamare l’attenzione su una situazione ritenuta ormai insostenibile. Per riportare la calma è stato necessario l’intervento degli agenti della Polizia penitenziaria. A confermare le criticità è il garante dei detenuti, Giovanni Villari. “Molti detenuti mi hanno riferito che i frigoriferi spesso vanno in tilt, rendendo impossibile conservare adeguatamente bevande e alimenti, che finiscono per riscaldarsi”. Lucca. “Il carcere non è lontano”. Il monito della Diocesi dopo i due morti in 48 ore di Laura Sartini La Nazione, 22 luglio 2026 Don Simone Giuli (cappellano del San Giorgio) fra sovraffollamento e drammi “Pochi percorsi rieducativi, l’intero sistema va riformato e non solo a Lucca”. Due morti in 48 ore nelle celle del San Giorgio. Non è possibile voltarsi dall’altra parte. A intervenire oggi è don Simone Giuli, da 13 anni cappellano del carcere. In questi giorni purtroppo nel nostro carcere di Lucca, si è tolto la vita un giovane originario del Bangladesh, da poco arrestato. Sin da subito aveva manifestato parecchia irrequietezza e per questo era stato messo in una cella singola. Mi chiedo - osserva Giuli -cosa si portasse nell’anima. Sono ormai 13 anni che esercito il servizio di Cappellano del Carcere nella Casa Circondariale di Lucca. Ho assistito purtroppo ad altri eventi del genere. Uno in particolare lo porterò sempre nel cuore. Altri detenuti hanno fatto questa scelta una volta fuori. Un fuori che non è mai facile, quando è difficile ciò che ti porti dentro. La sfida é stare accanto a questo dentro”. “Questi eventi - sottolinea Giuli - mi comunicano tanta solitudine esistenziale. Certamente in Italia, non solo a Lucca, c’è il dato del sovraffollamento, delle non sufficienti attività rieducative e lavorative all’interno delle strutture, come di percorsi alternativi al carcere. Ma soprattutto mi fa male, vedere la sofferenza in solitudine di tanti esseri umani, al di là degli errori commessi. Credo che vada ripensato il modello di carcere in Italia. Ma per questo servirebbe una maturazione culturale in noi italiani, che non mi sembra per ora vogliamo fare, sia a livello politico che di coscienza civile, infatti le due cose sono sempre legate. Non a caso, una vera riforma non è mai stata fatta”. “Questo tema può sembrarci lontano - aggiunge il cappellano del carcere -, ma a mio avviso da come lo affronteremo ne va della nostra dignità umana e della qualità della società di domani. Insomma, legato al mondo del carcere, c’è in gioco molto più di quanto pensiamo. Ci siamo in gioco tutti. Desidero concludere con le parole di Papa Leone, nel Messaggio per la prossima Giornata mondiale dei poveri, che si celebrerà a novembre prossimo, che è anche un’invocazione di preghiera: “I poveri dei nostri giorni sono i dimenticati e gli emarginati: derubati di una parola e di un volto, oltre che del pane. Possano costoro incontrare il Figlio di Dio, che a tutti si fa prossimo senza trascurare nessuno”. Caltanissetta. “Carcere fatiscente, andrebbe chiuso. Personale e direzione fanno miracoli senza risorse” deputatipd.it, 22 luglio 2026 “Una struttura risalente al 1908, ormai del tutto inadeguata, fatiscente e che andrebbe semplicemente chiusa. È questo il quadro allarmante che emerge dalla visita alla Casa Circondariale di Caltanissetta”. Così la deputata del Pd Giovanna Iacono, a margine del sopralluogo effettuato all’interno dell’istituto penitenziario nisseno. La visita ha messo in luce criticità sistemiche che non possono più essere ignorate, a partire dall’obsolescenza dei luoghi. “Parliamo di un edificio che ha superato il secolo di vita - sottolinea Iacono - le cui condizioni strutturali sono incompatibili con la dignità della detenzione e con la sicurezza di chi vi lavora ogni giorno. Gli spazi sono angusti e inidonei a garantire percorsi trattamentali efficaci”. Al dramma strutturale si somma l’emergenza organico, un problema cronico che accomuna Caltanissetta al resto del Paese. “La carenza di personale è gravissima. La narrazione del Governo sui nuovi concorsi si scontra con la matematica: le nuove assunzioni non riescono a coprire nemmeno i pensionamenti naturali. La Polizia Penitenziaria è costretta a turni massacranti, operando in una condizione di emergenza perenne che mette a rischio l’incolumità e l’equilibrio psicofisico dei lavoratori”. Nonostante questo scenario di abbandono istituzionale, Iacono ha voluto rivolgere un forte plauso a chi tiene in piedi la struttura: “Voglio esprimere il mio più sincero e profondo ringraziamento alla direzione, alla Polizia Penitenziaria e a tutti gli operatori civili. Stanno facendo degli sforzi sovrumani. Pur non avendo a disposizione né le risorse né gli spazi adeguati, portano avanti con straordinaria dedizione i programmi di rieducazione e reinserimento dei detenuti, adempiendo al dettato costituzionale. Non possiamo però continuare a scaricare le inefficienze dello Stato sul senso del dovere dei singoli - conclude Iacono -. Servono interventi strutturali immediati, un piano straordinario di assunzioni vero e la presa d’atto che strutture come quella di Caltanissetta hanno ormai esaurito il loro ciclo storico e vanno superate”. Augusta (Sr). Riscatto dietro le sbarre: detenuto si laurea con 110 e lode siracusapress.it, 22 luglio 2026 Giuseppe, 31 anni, originario di Catania e recluso presso la casa di Reclusione di Augusta, ha tagliato oggi un traguardo straordinario conseguendo la laurea con 110 e lode in Scienze e tecnologie per la ristorazione e la distribuzione degli alimenti mediterranei presso l’Università degli Studi di Catania. Un successo accademico che, come sottolineato dall’Ateneo catanese e riportato dal Giornale di Sicilia, testimonia il profondo valore della formazione negli istituti di pena e premia il percorso virtuoso promosso dal Polo Universitario Penitenziario (PUP) di UniCT. Inscritto al PUP di Catania dall’anno accademico 2022/2023, lo studente ha portato avanti gli studi con costanza e profonda dedizione. Giuseppe ha discusso una brillante tesi dal titolo: Il lavoro di ricerca è stato svolto sotto la supervisione della relatrice, la professoressa Cinzia Randazzo, ed esplora tecniche sostenibili e alternative per la filiera lattiero-casearia. Per la giornata di oggi, il trentunenne ha ottenuto la speciale autorizzazione a partecipare in presenza alla seduta di laurea rilasciata dal Magistrato di Sorveglianza. Un momento reso possibile grazie alla complessa macchina organizzativa e al supporto logistico e di sicurezza fornito dagli agenti e dal personale della casa di reclusione di Augusta. La seduta di laurea si è svolta in un clima di profonda commozione ed entusiasmo. La commissione è stata presieduta dalla professoressa Elisabetta Nicolosi, presidente del corso di studi. A testimoniare l’importanza politica e sociale dell’evento per l’intero ateneo, hanno voluto presenziare personalmente alla proclamazione anche il Rettore dell’Università di Catania, Enrico Foti, e il Direttore del Dipartimento di Agricoltura, Alimentazione e Ambiente (Di3A), Mario D’Amico, che si sono congratulati con il neo-dottore per la tenacia e la qualità del percorso conoscitivo dimostrate. L’addio ad Aurora D’Agostino: avvocata, amica, combattente, sorella di Federica Pennelli Il Domani, 22 luglio 2026 L’avvocata penalista e co-presidente nazionale dei Giuristi Democratici è morta martedì 21 luglio, nel giorno del suo 66esimo compleanno. Il ricordo di colleghi e attivisti. Luca Casarini: “Se penso a un significato della parola “combattente”, penso a lei”. “Mi piace regalare libertà”, diceva sempre l’avvocata Aurora D’Agostino. Non un motto, ma un’indole, una postura sempre insita nelle pratiche dell’avvocata penalista e co-presidente nazionale dei Giuristi Democratici, che si è spenta stamane, martedì 21 luglio, intorno al figlio Luca e alle sue persone care, nel giorno del suo 66esimo compleanno. Paladina di ogni battaglia per i diritti - “Oggi Padova e il mondo intero perdono una grande donna. Se penso a un significato della parola “combattente”, penso a lei - scrive Luca Casarini - Determinata come chi ha impressa nel cuore una missione, stare dalla parte degli ultimi, di quelli che il potere o la vita, in ogni tempo e in ogni epoca, mettono alla sbarra, dalla parte del torto. Ognuna delle migliaia e migliaia delle persone che hai difeso, per cui ti sei battuta in mille tribunali rinunciando a soldi e carriera, può raccontare”. Aurora D’Agostino, a Padova, la conoscevano tutti. Dalle aule di tribunale alle piazze, era una spina nel fianco costante per il potere, in ogni sua forma. Da sempre avvocata dei movimenti e dei centri sociali, che la ricordano non solo come legale, ma anche come “la compagna di una vita”. Sindacaliste e sindacalisti del sindacato Adl Cobas, in poche parole, raccontano bene la sua vita politica: “Da sempre militante del movimento, ha attraversato con passione e determinazione la storia politica cittadina, usando il diritto come uno strumento di lotta e liberazione dei corpi dalle maglie del sistema penale, dei confini e della violenza patriarcale. In tanti e tante in queste ore stanno ricordando i molti ambiti della sua militanza politica: dalle aule dei tribunali a Radio Sherwood, dalla difesa degli e delle attiviste alla presenza in consiglio comunale, dall’internazionalismo alla difesa dei/lle richiedenti asilo e delle donne vittime di violenza, dalla lotta per la casa a quelle ambientali”. Una vita di chi, come ricordano in un comunicato congiunto attivisti e attiviste del Centro sociale Pedro e Radio Sherwood, “ha scelto di mettere la propria competenza, determinazione e profonda sensibilità al servizio di chi lottava per i diritti, le libertà e la giustizia, interpretando il diritto come uno strumento di tutela, di difesa e di emancipazione”. Il suo impegno politico e sociale, dentro e fuori le aule di tribunale, “ha lasciato un segno importante e rappresenta un’eredità preziosa per tutte e tutti coloro che hanno condiviso con lei percorsi di lotta”. “Amica, compagna, militante in Coalizione Civica sin dall’inizio - scrivono i compagni e le compagne di Coalizione - coordinatrice del Comitato di Garanzia, anima di importanti discussioni, sempre presente e sempre accanto a tutte e tutti nelle battaglie e nei progetti. Una dolorosa e tremenda perdita, umana e politica”. Un vuoto incolmabile - “Non ci sono parole per ricordare chi è stata Aurora, sempre dalla parte dei più deboli e dei meno tutelati, sempre pronta a partire per missioni di osservazione nei processi all’estero a carico di avvocati e oppositori dei regimi totalitari, ma sempre presente nei processi in Italia, a fianco dei giovani che si battono per un cambiamento della società, delle donne vittime di violenza, dei disadattati, dei disobbedienti”. Così la ricorda Roberto Lamacchia, presidente di Giuristi Democratici. Una donna da sempre libera e coraggiosa, ancor prima che un’avvocata. Il desiderio di D’Agostino è sempre stato quello che tutte e tutti potessero vivere una vita libera da soprusi, ingiustizie e violenze. Proprio per questo, negli ultimi anni, è stata anche la legale del Centro veneto progetti donna, il centro antiviolenza di Padova. Il suo impegno caparbio e irriducibile per la lotta alla violenza contro le donne e di genere, come testimoniano anche le sue parole e riflessioni sul nostro giornale, era messo a disposizione di tutte le operatrici dei centri femministi e di tutte le donne e le persone queer che negli anni hanno attraversato il centro antiviolenza di Padova. Le operatrici la ricordano con dolore e amore: “Ciao Aurora. Avvocata, amica, combattente, sorella. Eri sempre al nostro fianco nelle battaglie, nei processi per femminicidio e nelle manifestazioni contro leggi ingiuste, come quella sulla violenza sessuale”. “Era tosta e la giustizia era per te il tuo stile di vita, non solo una professione - ricordano le colleghe - Nelle nostre chiacchierate non mancava mai un pensiero al tuo adorato figlio Luca, quanto ne eri orgogliosa, ai tuoi cani e al tuo giardino. E poi la preoccupazione per le guerre, i popoli oppressi e le politiche fasciste. E la tua amata Catania, le tue origini e i tuoi affetti, i luoghi a te cari che volevi farci conoscere”. Riavvolgere il tempo e raccontare in una sola istantanea chi sia stata Aurora D’Agostino è un’impresa titanica. Ma, come raccontano le tantissime persone che hanno voluto dedicarle i propri pensieri e la propria gratitudine, è anche un grande esercizio d’amore, affetto e stima, che prova a restituire almeno una parte della grandezza umana, professionale e militante di una professionista che ha cambiato la vita a tantissime persone. Una riconoscenza imperitura, come ricordano dal Tpo di Bologna: “Sono più di 30 anni che percorriamo le stesse strade, nessun comunicato potrà mai raccontare gioie e le difficoltà che abbiamo vissuto insieme”. Oltre al dolore e alla memoria, c’è un abbraccio collettivo che diventa voce: “Ciao Aurora, disubbidiente per sempre”. La forza tranquilla dello Stato sia più forte della propaganda di Diego Motta Avvenire, 22 luglio 2026 Venticinque anni dopo il G8 di Genova, con la rottura del patto tra istituzioni e piazza, la sicurezza è diventata un fatto personale. La paura “a casa nostra” ha minato il senso di comunità, la decretazione d’urgenza ha alimentato aspettative ma non ha risolto i problemi. Bisogna sminare il terreno del confronto, abbandonando la sindrome dello sceriffo. La forza tranquilla di uno Stato si misura dalla capacità di resistere insieme alle tentazioni della propaganda e agli stress test della piazza. Venticinque anni fa, i fatti del G8 di Genova sancirono di fatto la rottura, nella gestione dell’ordine pubblico, tra le istituzioni che avrebbero dovuto garantire il corretto svolgimento delle manifestazioni, anche di dissenso, e la piazza del Genoa Social Forum. Fu uno strappo drammatico, che per molti attivisti non si è più rimarginato. Oggi lo scenario si è completamente capovolto: dai dibattiti sociali nelle strade si è passati ai discorsi d’odio via social. La sicurezza nei decenni a seguire è divenuta innanzitutto un fatto personale e la dimensione comunitaria è passata in secondo piano. È un segno dei tempi, ovviamente: la fiducia in “un altro mondo possibile” si è tramutata in paura “a casa nostra”, la rabbia dei singoli e delle minoranze ha preso il sopravvento. In tempi d’opinione pubblica super-fluida, oggi, anche i confini tra quella che una volta avremmo chiamato la società civile “impegnata” e gli individui in libera uscita sono sfumati. Nel mare magnum della nostra indignazione ormai finisce di tutto e spesso non si distinguono più vittime e carnefici. Per questo, il compito dello Stato oggi è ancor più decisivo. Perché tocca allo Stato tenere insieme esigenze diverse, dalla domanda di protezione dell’uomo della strada alla tutela dei diritti delle minoranze. Sui temi della pubblica sicurezza va trovato un minimo comune denominatore, altrimenti le ferite che si sono aperte dopo Genova 2001 rischiano di allargarsi ulteriormente. Di fronte a vicende di cronaca nazionale, invece, nelle ultime settimane hanno prevalso la sindrome dello sceriffo e l’individuazione del capro espiatorio: in questo modo la politica semplifica, polarizza e cattura l’attenzione. Se si persegue questa strategia a lungo, lo scenario che si consolida è quello di uno Stato forte con i deboli e debole con i forti. Il paradosso è che più le autorità fanno la voce grossa, più si provoca un’attesa d’ordine che spesso resta inevasa. Si alimenta l’aspettativa che tutti i problemi possano essere risolti, ma concretamente non cambia nulla. Lo abbiamo visto con la raffica di decreti sicurezza che si sono succeduti negli anni. Tutte le volte che si interviene legiferando perché c’è una situazione che non è sotto controllo, si amplia il senso di insicurezza, non lo si riduce, tanto che si continua a emanare provvedimenti. Ieri il governo, nelle parole della presidente del Consiglio e del ministro dell’Interno, è parso consapevole di dover interpretare un punto di equilibrio tra spinte diverse e contrapposte: nessuna deriva “americana” sul fronte della diffusione delle armi e della difesa personale può essere consentita, semmai va ribadito che l’uso legittimo e proporzionato della forza spetta esclusivamente ai corpi dello Stato. Il capitolo sulle forze dell’ordine, per le quali si è schierato con nettezza l’esecutivo, va affrontato senza ipocrisie: il mestiere del garante della sicurezza, mai come in questa fase storica di acuti contrasti, è infatti indispensabile quanto delicato e difficile. Sono necessarie però più persone e più preparate, tra agenti di polizia e carabinieri, a cui va richiesto un comportamento a maggior ragione improntato all’equilibrio e all’autocontrollo. Pesa il mancato ricambio degli agenti che risale ormai a una trentina d’anni fa, cui si è ovviato accelerando i tempi dell’invio sulle strade dei giovani appena reclutati e contemporaneamente accorciando i tempi della formazione. I risultati non sono stati soddisfacenti. La gestione dell’ordine pubblico ha tante variabili, dal controllo dei cortei al presidio del territorio: non occorrono città militarizzate, con camionette in ogni dove, perché ci si senta al sicuro. La zona rossa non funzionò a Genova, figurarsi se esperimenti del genere possono ripetersi oggi. Va disarmata la mano di chi vuole sparare, va sminato il terreno del confronto. In tempi elettorali, sarebbe un clamoroso esempio di civiltà. Un ordine sociale iniquo. Il problema delle regole in Italia è tutto politico di Andrea Lorenzo Capussela* Il Domani, 22 luglio 2026 Le regole sono troppo poco credibili in Italia, perché poco rispettate. Le radici del problema sono nell’ordine sociale, che tollera la diffusa violazione delle regole. Per cambiarlo occorre offrire ai cittadini la prospettiva credibile della transizione a un ordine migliore. Nel suo recente articolo, Christian Raimo critica l’idea che la soluzione del problema italiano passi per l’”ingegneria istituzionale”, definita “una sorta di teologia procedurale” dalla quale ci siamo attesi molto ma non abbiamo cavato nulla. Sono d’accordo, ma non lo seguo nel criticare anche “l’idea che il vero male italiano [sia] innanzitutto un problema di regole”. La diffusione di evasione fiscale, abusivismo edilizio, corruzione e crimine organizzato, molto superiore rispetto alle altre democrazie consolidate europee, attesta che in Italia c’è un grave problema di regole. La mia tesi, anzi, è che questo sia il vero problema dell’Italia, causa principale sia del declino economico sia della sfiducia politica. Certo la soluzione non è cambiare le regole, ma rafforzare la credibilità e l’effettività delle regole in generale. Altrimenti le nuove regole, per benintenzionate che siano, non avranno più presa sulla realtà sociale di quanto ne avessero le grida seicentesche che Manzoni sbeffeggia. La minima illusione della “generazione Mariotto Segni” La credibilità Certo non è semplice rafforzare la credibilità delle regole. Una lunga tradizione la fa dipendere dalle norme sociali di una comunità, dalle sua regole non scritte, dai suoi costumi. Senza “buoni costumi”, scrive Orazio, le leggi sono “vane”: “le leggi senza i costumi non bastano” riprende Leopardi, aggiungendo che “i costumi dipendono e sono determinati e fondati principalmente e garantiti dalle opinioni”. È allora un problema di opinioni, di cultura diffusa? È questa un’opinione tanto sbagliata quanto pericolosa: se “la corruzione l’abbiamo nel sangue”, come alcuni dicono, non c’è soluzione. Machiavelli ci aiuta a confutarla. Innanzitutto lui afferma l’interdipendenza tra leggi scritte e norme sociali: “Così come gli buoni costumi, per mantenersi, hanno bisogno delle leggi; così le leggi, per osservarsi, hanno bisogno de’ buoni costumi”. Poi punta il dito sugli “ordini”, ossia l’ordine sociale, l’organizzazione organizzazione politico-economica, che è anche il fondamento di ciò che Leopardi chiama “opinioni”. Scrive infatti Machiavelli che “se le leggi secondo gli accidenti in una città variano, non variano mai, o rade volte, gli ordini suoi: il che fa che le nuove leggi non bastano, perché gli ordini, che stanno saldi, le corrompono”. Da secoli sappiamo che le regole sono la protezione dei deboli: i forti si sanno difendere da soli, e senza regole deprederanno i deboli. Da decenni sappiamo che regole eque e credibili sono decisive anche per l’innovazione, la produttività, e quindi la prosperità. Tempo e burocrazia per frenare le mire di Mantovano su Corte dei Conti e Consiglio di Stato Ordine e violazioni In Italia l’ordine sociale, che tollera la violazione diffusa delle regole, è sia iniquo sia inefficiente (meno che in Albania, certo, ma più che in Germania). Favorisce i forti e danneggia i deboli, ossia la maggioranza. Come regge? Regge perché spesso tollera anche le trasgressioni dei deboli, che altrimenti si ribellerebbero. I condoni fiscali ed edilizi ne sono la più chiara dimostrazione, e il divario tra i vantaggi che dai condoni ricavano un miliardario e un artigiano ne dimostra la duplice iniquità. Se questo è vero, il problema non è di ingegneria istituzionale, né di regole, né di cultura, ma è politico: in democrazia i cittadini possono cambiare l’ordine sociale. E affinché decidano di cambiarlo bisogna che sia loro offerta la prospettiva credibile della transizione a un ordine sociale più equo ed efficiente. Ho sottolineato “credibile” perché, come ho appena detto, questo ordine sociale concede piccoli benefici selettivi anche a molti deboli: benefici che certo non compensano la sua iniquità e inefficienza, ma migliorano la vita di tanti. Se quindi la prospettiva di cambiamento non è credibile, molti preferiranno quei benefici a una transizione incerta (che minaccerebbe quei benefici senza promettere di meglio). Tento allora una risposta alla domanda che chiude l’articolo di Raimo: al tempo della crisi del 1991-94, c’era un vero “desiderio di riappropriarsi delle istituzioni”? C’era una genuina aspirazione al “civismo”? C’era, io credo. È invece mancata la prospettiva credibile della transizione a un ordine sociale migliore. È per questo che nel 1994 vinse Silvio Berlusconi, che prometteva di mantenere il vecchio ordine rendendolo più sostenibile - quell’ordine era crollato sotto il peso degli squilibri macroeconomici che generava - e più efficiente. Infatti ci credettero anche persone come Mario Monti. Sono forse troppo pessimista, ma temo che quella prospettiva manchi tuttora. Il principale vantaggio delle destre è questo. Dl migranti in Aula senza relatore, destra divisa di Michele Gambirasi Il Manifesto, 22 luglio 2026 Avs: “Portare fino a quattro mesi il trattenimento dei migranti significa normalizzare la compressione della libertà senza risolvere nulla”. Rischia di essere il secondo tempo del decreto Sicurezza, varato al fotofinish quando mancavano ventiquattr’ore alla scadenza a causa delle divisioni interne alla maggioranza. Con tutta probabilità, infatti, anche il decreto che recepisce le nuove norme del Patto europeo sulla migrazione e l’asilo andrà in aula a Palazzo Madama senza aver ricevuto il mandato ai relatori, con la possibilità che si trasformi nel solito decreto omnibus. Il testo si trova in commissione Affari costituzionali al Senato, va convertito entro l’11 agosto e deve essere approvato anche alla Camera, ma a ieri sera l’esame era fermo ai primi articoli del provvedimento, quando le opposizioni hanno presentato oltre 500 emendamenti. Al ritmo attuale, dunque, è improbabile che si possa terminare l’esame senza portare il decreto in scadenza: le modifiche andranno votate tutte in aula, e su alcune non c’è accordo nella maggioranza. I fari sono puntati in particolare su due emendamenti avanzati da Fratelli d’Italia riguardo alle intercettazioni nel corso delle indagini: il partito della premier vorrebbe estendere il loro utilizzo anche ad altre indagini in caso di particolari, come richiesto dal procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo. Ma sul punto Forza Italia è pronta a votare no, in forte contrarietà con le “intercettazioni a strascico”. Divergenze che nel clima da lunghi coltelli che si respira in maggioranza possono deflagrare. Meloni non ha affatto gradito, per usare un eufemismo, l’ostruzionismo dei forzisti. Ieri ne ha parlato con gli altri due vicepremier, e specialmente con Antonio Tajani, durante il vertice tenutosi a Palazzo Chigi. La sensazione è che verrà trovato un compromesso, anche per non mettere a rischio l’intero decreto e per evitare nuove spaccature palesi dopo quanto accaduto sulle preferenze a Montecitorio. Ieri sera non risultava presentato ancora nessun subemendamento dei relatori, Marco Lisei di FdI e Erika Stefani della Lega, per cui l’unica strada percorribile è rimasta quella dell’aula. Allo stesso modo non era stato ancora depositato l’annunciato emendamento di maggioranza sui risarcimenti per chi commette reati, diventato prioritario a destra dopo il caso Roggero. La stessa norma peraltro è già contenuta nell’ultimo ddl Sicurezza annunciato dal governo, che non ha ancora iniziato il proprio iter, e anche in una proposta di legge depositata un anno fa da Fratelli d’Italia. Di per sé non c’entra nulla con la materia del decreto (come le intercettazioni, del resto), ma il provvedimento è diventato veicolo di un’insieme di strette securitarie. L’ultima è stata inserita lunedì pomeriggio su proposta dei relatori di maggioranza: la proposta è di estendere i tempi del trattenimento dei migranti fino a quattro mesi (dall’uno attualmente previsto dal decreto) nel caso di pericolo di fuga, o se il migrante si rifiuta di collaborare alle procedure di rimpatrio o di allontanamento. “Portare fino a a quattro mesi il trattenimento dei migranti significa normalizzare una grave e sistematica compressione della libertà personale senza risolvere una sola criticità nella gestione dei flussi. È l’ennesima bandierina ideologica che sacrifica diritti e Stato di diritto per inseguire l’ormai nauseabonda retorica securitaria della destra”, ha commentato Marco Grimaldi di Avs. Ma tra le proposte della maggioranza ci sono anche quelle della Lega, che chiede una nuova stretta sui ricongiungimenti familiari e ha ritirato fuori dal cassetto anche l’introduzione del permesso di soggiorno a punti. Un altro approccio è possibile. Una politica migratoria all’altezza dei diritti e non degli istinti di Nicola Lacetera Il Domani, 22 luglio 2026 Dieci principi per una politica migratoria capace di coniugare diritti, integrazione e realismo. Una proposta che non rinunci all’uguaglianza, ma accetti la complessità e le inevitabili, difficili scelte. Contro la deriva securitaria e razzisteggiante del nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo. Giorgia Serughetti, su queste pagine, ha riassunto così il nuovo patto europeo sulla migrazione e l’asilo: “bancarotta morale”. Basterebbe l’introduzione di centri di raccolta fuori da Paesi dell’Unione, nei quali valga la giurisdizione di quei Paesi, per arrivare a quella conclusione. Ma tutto l’impianto votato dal centro-destra europeo trasuda razzismo e una visione dell’Europa come fortezza da difendere dall’invasore. Mostrando così che idee e parole come remigrazione, revoca della cittadinanza, sostituzione etnica e suprematismo bianco/cristiano non appartengono solo a una minoranza nazifascista. Se conservatori e reazionari hanno spesso tradotto la loro visione in azioni concrete, i progressisti, quando non hanno scimmiottato le politiche della destra, si sono limitati alla critica senza proposte alternative. Una lacuna grave in un ambito in cui è in gioco la dignità delle persone. A Lampedusa Leone XIV abbraccia i migranti. Poi il monito all’Europa: “Responsabilità epocale” Giustizia sociale e uguaglianza Nel suo recente saggio Why Immigration Policy Is Hard and How to Make It Better, Alan Manning (London School of Economics) offre spunti per chi creda che anche nelle politiche migratorie la giustizia sociale e l’uguaglianza siano prioritarie e non negoziabili, ma sia anche disposto ad accettare le difficoltà del tema. Provo a darne la mia versione in dieci punti. Primo: la causa principale dei movimenti migratori è l’estrema disparità di opportunità economiche, sociali e politiche nelle diverse parti del mondo. A queste si sono aggiunti gli effetti del cambiamento climatico, di cui i paesi ricchi sono più responsabili ma che danneggiano soprattutto i paesi poveri. Promuovere uno sviluppo più inclusivo e meno coloniale è forse la migliore politica migratoria. Il recente Global Justice Report coordinato da Thomas Piketty avanza proposte radicali, concrete e promettenti in questo senso. Secondo: nessuna politica migratoria può partire dall’idea che le persone abbiano diversi diritti e dignità in base alla loro nazionalità, cultura o colore della pelle. Affidarsi ai trafficanti libici come hanno fatto i governi italiani, o prevedere che nei centri di raccolta viga la legge del paese in cui si trovano, significa accettare che chi in quei paesi si verrà a trovare rischi qualsiasi sopruso. Allo stesso tempo, è importante riconoscere che ogni politica migratoria stabilisce, per sua natura, chi può accedere a un paese e chi no, e quindi chi di quell’uguale dignità potrà godere, e chi resterà fuori. Sentire l’onere e la responsabilità morale di questa contraddizione può servire a elaborare regole più umane e a non cedere a pulsioni oscene. Terzo: è senz’altro vero che il modo più rapido per contrastare l’inverno demografico dei paesi ad alto reddito è aprire le frontiere e accogliere persone da altri Paesi. Ma non è chiaro che questo si traduca in effetti economici positivi di significativa entità. L’evidenza disponibile suggerisce un impatto modesto. Insomma, argomenti pro-immigrazione basati sui suoi effetti economici non sono, da soli, molto persuasivi. E pensare ai migranti come “risorse” è riduttivo e irrispettoso. Migranti, se la democrazia diventa ostacolo da aggirare Effetti economici Quarto: il fatto che siano gli imprenditori a “volere” più immigrazione per mancanza di manodopera richiede qualche attenzione e domanda prima di essere adottato come argomento a favore di frontiere più aperte. Ad esempio, si è disposti a pagare e trattare adeguatamente i migranti? Non solo è moralmente ripugnante considerare i lavoratori stranieri come il marxiano esercito industriale di riserva, ma è anche un segno di debolezza. Se un’azienda può operare sul mercato solo con paghe da fame ai dipendenti, farebbe meglio a chiudere. A uguale lavoro, uguali condizioni (e controlli delle autorità competenti). È civiltà, e anche buona economia. Quinto: la cautela sugli effetti economici dell’immigrazione non vale solo per i lavoratori ordinari, ma anche per le presunte “eccellenze”. I “visti d’oro” per chi investe almeno una certa cifra in un Paese, o i benefici fiscali ai milionari che da Londra o Parigi si spostano in Italia, sono inutili e dannosi. Inutili perché si tratta di piccoli numeri, e perché determinare se un investimento anche ingente porti poi al successo è molto difficile (sperando poi che non si tratti di denaro riciclato come non di rado accade). Dannosi perché città come Milano o Bologna non hanno certo bisogno di altri milionari che fanno ulteriormente aumentare i prezzi delle case e la segregazione urbana. Sesto: la maggior parte degli immigrati “clandestini” è tale a causa di inefficienti procedure di regolarizzazione. Se poi vigono leggi criminogene per cui l’assenza di documenti è già un reato, la burocrazia aumenta ulteriormente, e con essa il rischio che chi non è in regola sia più esposto alla devianza. La ricerca mostra che la regolarizzazione riduce il crimine. Una pubblica amministrazione funzionante (che richiede innanzitutto assunzioni di personale) migliora anche le politiche migratorie. E se le lungaggini persistono, sanatorie generali possono essere preferibili allo status quo. L’Europa è più nera. L’alleanza “Giorgia” che deporta i migranti Non solo numeri Settimo: ricongiungimenti familiari e percorsi chiari, rapidi e uguali per tutti verso la naturalizzazione (Ius soli, Ius scholae, etc.) sono veicoli di stabilità e integrazione. La presenza di una famiglia e l’ottenimento della cittadinanza alla nascita, così come la regolarizzazione, riducono la propensione a delinquere e migliorano la convivenza. Ottavo: le politiche migratorie non devono riguardare solamente il numero di ingressi all’anno, ma anche la composizione dei migranti. In termini di qualifiche, prevale l’idea che migranti più istruiti siano inequivocabilmente un fattore positivo. Ma il rapido sviluppo di tecnologie come l’Intelligenza artificiale potrebbero ridurre la necessità di certe competenze, mentre lavori manuali o servizi alla persona, che non non richiedono istruzione avanzata, sono più difficili da automatizzare. La composizione riguarda anche l’origine geografica. Chi parla di “assimilazione” si aspetta che chi arriva si spogli delle sue radici (storiche, religiose, culturali) e sposi una presunta “italianità”: una pretesa grottesca. Nell’era dei diritti universali, l’unica via coerente col rispetto di questi principi è il multiculturalismo. Il Canada lo ha introdotto nella costituzione, dopo gli orrori dell’assimilazione forzata dei nativi nel passato da una parte, e una volta riconosciuti i benefici della diversità dall’altra. Ma perché la diversità diventi positiva per tutti, servono forme di integrazione per evitare conflitti e isolamento. Mediazione culturale, pianificazione urbana, politiche educative sono indispensabili e, di nuovo, veicoli di civiltà. Se questa Unione europea realizza i sogni di Vannacci L’eccezione di chi studia Nono: un criterio ragionevole per definire (e limitare) gli ingressi è definire un tasso di crescita annuo della popolazione immigrata esistente. Stabilire questo tasso è difficile. Altrettanto difficile, moralmente, è accettare la presenza stessa di un limite, almeno per chi, come chi scrive, abolirebbe tutte le frontiere domattina. Ma farlo è una delle conseguenze naturali dei punti qui sopra descritti. Decimo: se si vuole fare un’eccezione alla presenza di limiti e quote, che sia per chi vuole venire a studiare in un Paese. La diversità negli anni formativi è fondamentale per l’apprendimento e lo sviluppo di una cittadinanza attiva e consapevole. Studenti ben accolti e istruiti avranno più motivazioni a restare nel paese, formare una famiglia, contribuire al bene comune, e creare legami di pace. Ci si preoccupa troppo, in Italia, della “fuga di cervelli” all’estero, e troppo poco della poca attrattività del paese per studenti stranieri. Un approccio diverso al tema dell’immigrazione è possibile. Una via pratica che rispetti principi non negoziabili, e una tensione morale che sia di guida agli inevitabili compromessi. Una politica orgogliosamente diversa che si appelli alle virtù degli esseri umani, e non ai loro istinti più abietti. Siamo “entrati” nei social dei maranza: ecco cosa abbiamo trovato di Marco Birolini Avvenire, 22 luglio 2026 Su Tik Tok video di bulli metropolitani e sfide ai rivali con guantoni da box e a ritmo di trap. I canali digitali si rivelano fondamentali per amplificare le prepotenze, tra finzione e realtà. Ma alla fine prevale la noia. Per tentare di scoprire chi sono i maranza occorre esplorare Tik Tok. Senza il social più usato dai giovani, il fenomeno sarebbe probabilmente rimasto confinato in qualche periferia. I video, invece, amplificano le gesta dei bulli metropolitani, abilissimi nel muoversi tra finzione e realtà, tra soprusi veri e millantati. Il canale digitale si rivela strategico per ostentare pose da duri, vantare furti e prepotenze. Ma soprattutto diventa il mezzo ideale (e virale) per lanciare pubblicamente la sfida ai rivali: in ballo c’è la supremazia nel quartiere, a volte anche di più. “Milano città nostra” scandisce senza modestia un tipo in tuta rossa, ondeggiando pigramente su un cubo di cemento. Tutto a suon di trap, con versi improvvisati che incitano alla violenza contro rivali e forze dell’ordine, sullo sfondo di paesaggi degradati. Parole in libertà, ma attenzione, non fini a se stesse. Perché i giovani nordafricani - e non solo loro - passano volentieri alle vie di fatto. Basta una rapida ricerca per imbattersi in filmati in cui due “capi” si fronteggiano letteralmente, prima insultandosi face to face, come dicono loro, poi dandosi appuntamento in un luogo appartato per regolare i conti. Segue video in un parco cittadino, con i due contendenti che indossano guantoni da boxe davanti a una piccola folla di spettatori, tra cui anche bambini in bici che, manco a dirlo, riprendono il “ring” con lo smartphone. Si danno e si prendono, oppure si delega la contesa ai propri “body guard”, figure abituate a seguire come un’ombra il leader del gruppo, se serve mettendoci la faccia (e le mani) al posto suo. Spopola, tra le altre, la saga che vede contrapposte una banda di giovani nordafricani e una di albanesi: minacce in diretta e provocazioni dai primi, cui gli altri rispondono in modo beffardo, riprendendosi nel “territorio” nemico: “Vedi, cammino in corso Novara in zona tua, dov’è il capo di Torino?”. Un’incursione effettuata come rappresaglia all’indebito sconfinamento a Milano, in piazza Duomo, da parte dell’altro gruppo. Una tenzone che polarizza i numerosi commenti dei follower: si va dall’ammirazione sconfinata al disprezzo più viscerale. L’outfit, va da sé, è fondamentale. Quasi un abito di scena. Il “capo” albanese sfoggia t shirt e cappellino vistosamente griffati, i maranza invece, pur amando le migliori maison, mantengono uno stile più sobrio, buono anche per scivolare nell’anonimato quando il gioco si fa duro. Felpe nere, occhialoni, di recente anche i mephisto che lasciano scoperti solo gli occhi. Qualcuno non manca di farlo notare, malignando sul coraggio altrui: “Forse hai paura che qualcuno ti riconosca?”. Se marocchini, egiziani e tunisini calamitano l’attenzione dei follower mietendo like e visualizzazioni (alcuni video sfiorano il milione), i sudamericani non sono da meno. Un messicano non va per il sottile, esibendo una mazza da baseball da utilizzare quando, dice lui, i maranza ti accerchiano. Ma c’è pure chi si spinge più in là, immortalando senza sottotitoli una pistola scacciacani. A buon intenditor, poche parole. Una “guerra” di strada che pare un remake a basso costo dei “Guerrieri della notte”, cult movie che nel 1979 raccontò l’odissea notturna di una banda di New York. Maranza contro tutti, ma anche contro se stessi. Perché, spiega un diciottenne con berretta e barbetta, ci sono “maranza buoni e maranza cattivi”. Lui, a scanso di equivoci, sta dalla parte giusta, rivendicando di aver rubato il cellulare al capo degli avversari, manco fosse un novello Robin Hood. Esibizionismo in quantità, con qualche inattesa spruzzata d’ironia, anche se decisamente sui generis. Spunta infatti un maranza che intervista un paio di giovanissimi epigoni. “Dove hai preso queste scarpe?”. Risposta scontata: “Rubate in centro da un amico”. L’intervistatore fa il moralista, proponendogli di comprare il vestiario su un sito specializzato in prodotti firmati. Peccato che a occhio e croce siano contraffatti, visto che un borsello d’alta moda viene venduto a 40 euro (scontato rispetto ai 60 di listino). E i coltelli? Sono ovunque, ma balena un incoraggiante lampo di consapevolezza. Quando l’occhio di uno smartphone fruga nel borsello di un 15enne maghrebino, sbucano solo caramelle e fazzoletti. “Bravo, niente lame” commenta il cronista fai da te. Infine, affiora la solitudine. In “routine di un maranza italiano che vive a Milano” sfilano immagini crepuscolari della metropoli, ritratta in visuale soggettiva. La sveglia che suona alle 11.48, “quando gli altri sono già tutti in giro”, il pranzo solitario all’alba delle 14 in un kebab bar, la reunion con il gruppo per un pomeriggio senza meta: “Alla fine restiamo qui per ore, parliamo sempre delle stesse cose”. Al massimo, si fa un giro al centro commerciale: “Entriamo anche se non dobbiamo comprare niente”. La sera si avvicina lentamente, a differenza di una Milano che corre veloce: “Sembra che tutti stiano andando da qualche parte”. Capita di dover scappare all’improvviso, perché “per alcuni siamo già colpevoli”. Poi a notte inoltrata, come spettri metropolitani, ci si rassegna a svanire nuovamente nell’ombra dell’indifferenza. “E domani si ricomincia”.