I diritti delle persone detenute non vanno mai in vacanza di Carmen D’Anzi* Left, 21 luglio 2026 L’indifferenza uccide. Il caldo, la solitudine, i suicidi che si moltiplicano: è l’estate rovente delle carceri italiane, quella di cui nessuno vuole parlare. L’estate è un periodo di maggiore sofferenza per le persone ristrette in carcere sia per il caldo insopportabile e sia perché si avverte maggiormente la nostalgia dei propri cari. Si amplifica la sofferenza in quanto i mesi di luglio e agosto sono quelli roventi sotto ogni aspetto, anche perché molte attività trattamentali rallentano. È un dovere morale mantenere accesi i riflettori sulle condizioni di vivibilità del carcere: sovraffollamento, suicidi, persone con tossicodipendenza, carenza di organico degli agenti di polizia penitenziaria, di personale medico, di psicologi, di educatori richiedono soluzioni non più rinviabili. I numeri del sovraffollamento - L’Italia è terza in Europa per sovraffollamento, dopo Cipro e Francia. Nei 190 istituti penitenziari italiani sono ristretti 64.708 su 51.185 posti regolamentari ma solo 46.256 sono disponibili in quanto 4.929 non sono disponibili perché inagibili o in ristrutturazione. Le donne detenute sono 2.891 (pari al 4%). Gli stranieri sono il 31% delle presenze, 1 detenuto su 3 è schiavo della droga, 4.200 sarebbero i malati psichiatrici, 1.400 i senza fissa dimora. Il tasso di sovraffollamento nazionale è del 139,89 % ormai vicinissimo a quello che nel 2013 costò all’Italia la condanna da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo. Anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella con i suoi recenti richiami (nel messaggio di fine anno agli Italiani e alle Italiane e il 16 marzo scorso all’incontro con la polizia penitenziaria nel 209esimo anniversario di fondazione del Corpo) ha parlato di “grave e ormai insostenibile condizione di sovraffollamento” e “drammatico” numero dei suicidi ormai divenuti una “vera e propria emergenza sociale sulla quale occorre interrogarsi per porvi fine immediatamente”. Negli istituti penitenziari italiani c’è un’assoluta carenza di risorse umane: non solo di polizia penitenziaria (dai sindacati del comparto si apprende che in Italia sarebbero in servizio circa 36mila agenti su una pianta organica di 42mila) con agenti costretti spesso a prolungare il proprio orario di lavoro unendo consecutivamente i turni di lavoro, a causa della totale impossibilità di ricevere il cambio. Nonostante queste criticità durante le mie visite negli istituti penitenziari della Provincia di Potenza ho potuto apprezzare l’impegno quotidiano e le capacità operative del Corpo di polizia penitenziaria, spesso chiamato a operare in condizioni di carenza di organico con turni prolungati e con risorse limitate, garantendo comunque sicurezza, legalità e rispetto delle istituzioni. Ma le criticità riguardano anche la carenza di organico di personale sanitario, funzionari giuridico-pedagogici, mediatori culturali. Suicidi - In Italia: 45 dall’inizio dell’anno. Nessun suicidio negli istituti penitenziari della Provincia di Potenza nelle quali esercito le mie prerogative. Il diritto alla salute in carcere è garantito dall’art. 32 della Costituzione e dall’ordinamento penitenziario, trasferita al Servizio Sanitario Nazionale dal 2008 dal ministero della Giustizia. Nonostante gli sforzi relativi alla presa in carico si risente del sovraffollamento e della carenza di personale medico rendendo spesso difficile la piena attuazione di tale diritto. A testimoniarlo sono anche i numeri: la figura del medico mancherebbe in alcuni turni di lavoro soprattutto in orario notturno, durante i prefestivi e festivi. Un’altra criticità è la copertura medica h24: se una persona detenuta si dovesse sentire male, e in quel momento fosse assente il medico, bisognerebbe rivolgersi alla guardia medica cittadina o al pronto soccorso più vicino. Carenti anche gli psichiatri con una media di sette ore settimanali ogni cento detenuti mentre gli psicologi sono presenti per circa 22 ore settimanali ogni cento detenuti. Diritto al lavoro e ai percorsi d’istruzione Il lavoro e le attività formative rappresentano una seconda chance e sono infatti fermamente convinta che la pena conservi la sua tensione rieducativa costituzionalmente prevista se si può compiere un reale percorso di cambiamento. A tal riguardo risultano fondamentali i percorsi di istruzione e di lavoro che offrono alle persone detenute una possibilità concreta di reinserimento sociale, riducendo il rischio di recidiva, abbattendo lo stigma e restituendo dignità a chi ha scontato una pena, favorendo il recupero di competenze, autostima e senso di responsabilità. La Legge Smuraglia incoraggia le aziende ad assumere detenuti mediante sgravi fiscali e agevolazioni, riducendo la recidiva e promuovendo un’economia più inclusiva. I dati parlano chiaro: per coloro che hanno avuto accesso a percorsi trattamentali e lavorativi la recidiva si stima tra il 3% e il 7%. Minori e IPM - Colpisce il numero nazionale dei minori negli Ipm (572) che dopo l’entrata in vigore del decreto Caivano ha visto aumentare gli ingressi del 50%, nel periodo compreso tra il 2022 e il 2025, allargando la possibilità del ricorso alla carcerazione preventiva e diminuendo il ricorso ad alternative alla pena detentiva. Al 31 dicembre 2025 si contavano 572 ragazzi negli Istituti Penali per Minorenni (Ipm), a fronte di 516 posti disponibili, con un aumento di circa il 50% rispetto al periodo antecedente al decreto Caivano. Nel 2025, 91 sono stati trasferiti in carcere per adulti, interrompendo bruscamente il percorso trattamentale con inevitabili conseguenze. Da segnalare anche il minor ricorso all’istituto della messa alla prova che sui minorenni ha sempre dato buoni risultati e che invece il decreto Caivano ha precluso per alcuni reati. Per tutto questo convintamente ho firmato l’appello di Antigone, Libera e Defence for children Italia. Una buona pratica nell’Ipm di Potenza - La consolidata pedagogia annovera i laboratori rap negli istituti penitenziari (in particolare nei minorili) tra i percorsi educativi e trattamentali più significativi per la crescita e il riscatto dei giovani ristretti negli Ipm e per questo ho fortemente voluto un laboratorio di scrittura rap con il famoso artista Francesco “Kento” Carlo, rapper, scrittore e performer tra le voci più autorevoli dell’hip-hop italiano impegnato che con la sua instancabile passione da 15 anni mette il suo talento al servizio dell’impegno civico e della difesa dei diritti umani dei più vulnerabili ed è stato capace di sensibilizzare i giovani sui temi della dignità umana, della giustizia e della solidarietà attraverso il linguaggio universale della musica. Il laboratorio rap “Dalle parole al suono” si è concluso positivamente così come dimostrano l’entusiasmo, la curiosità e l’energia positiva che hanno saputo sprigionare i giovani ospiti dell’Ipm di Potenza, fornendo ai minori ristretti competenze tecniche e relazionali al fine di utilizzare la scrittura e la musica rap come strumento per raccontare storie, emozioni, vissuti e desideri. Conclusioni e Proposte della Conferenza nazionale dei garanti territoriali - Recentemente ho partecipato alla mobilitazione “Alleanza per l’articolo 27 della Costituzione” che nasce come appuntamento successivo all’assemblea “Diritti, clemenza e umanità nelle carceri italiane”, tenutasi lo scorso 6 febbraio a Roma presso l’Università Roma Tre promossa dal Cnca (Coordinamento nazionale comunità accoglienti) dalla Conferenza nazionale dei Garanti territoriali, da numerose altre organizzazioni. L’obiettivo è quello di creare un’alleanza per l’articolo 27 della Costituzione e riportare l’attenzione dell’opinione pubblica sulle condizioni delle carceri italiane, oggi attraversate da una crisi sempre più grave, e riaffermare il principio secondo cui la pena deve essere conforme ai valori sanciti dall’articolo 27 della Costituzione: umanità, dignità della persona e finalità di reinserimento sociale. – introduzione di una liberazione anticipata speciale, portando da 45 a 75 giorni per ogni semestre la detrazione di pena per chi partecipa positivamente al percorso trattamentale; – un intervento immediato per i detenuti con residuo pena non superiore a un anno, non condannati per reati ostativi e senza concrete esigenze di sicurezza tali da imporre la permanenza in carcere. Si tratta di circa 8/9 mila persone in Italia che potrebbero essere accompagnate verso misure alternative, detenzione domiciliare, lavoro, cura, comunità e reinserimento; – affidamento alle comunità terapeutiche come misura alternativa al carcere per le persone detenute tossicodipendenti per la disintossicazione e il reinserimento sociale (in Italia un detenuto su 3 è schiavo della droga); – aumentare la dotazione di braccialetti elettronici in quanto la mancanza di fornitura provoca un ingiusto prolungamento in carcere. Fermamente convinta che il carcere debba diventare un luogo simbolo del percorso di reinserimento e riscatto sociale delle persone private della libertà, ispiro il mio mandato al principio di umanizzazione come prescrive il dettato costituzionale per andare oltre la dimensione dell’esclusione e della paura e visioni afflittive o vendicative della pena puntando sulla rieducazione e sull’umanizzazione. Nessuna persona è persa per sempre. Focus istituti penitenziari di mia competenza della provincia di Potenza - Uno sguardo ravvicinato agli istituti della provincia di Potenza restituisce, in scala, le stesse criticità del quadro nazionale. Nella Casa circondariale “Antonio Santoro” di Potenza sono presenti 176 detenuti, di cui 13 donne, a fronte di una capienza regolamentare di appena 107 posti: un sovraffollamento di 69 unità, che pesa su ogni aspetto della vita quotidiana ristretta, dagli spazi alla fruizione delle attività trattamentali. Sul fronte della sicurezza, il Corpo di polizia penitenziaria può contare su 120 agenti, ma ne mancherebbero all’appello 23 del ruolo di agente-assistente maschile: una carenza che, come altrove, si traduce in turni prolungati e in un carico crescente per chi resta in servizio. Diversa, ma non priva di ombre, la situazione della Casa circondariale di Melfi, dove i detenuti presenti sono 98. Anche qui il vero nodo è quello dell’organico: gli agenti in servizio sono 85 su una pianta organica che ne prevedrebbe 119, con uno scarto di 34 unità che grava sulla tenuta complessiva dell’istituto. Nell’Istituto penale per minorenni di Potenza i ragazzi ristretti sono 18, esattamente quanti i posti regolamentari: un equilibrio solo apparente, perché anche qui l’organico di polizia penitenziaria resta sotto la soglia prevista, con 25 agenti in servizio a fronte dei 32 della pianta organica. Un dato che va letto insieme al valore che questi luoghi possono avere quando funzionano come spazi educativi e non soltanto detentivi, come ha dimostrato l’esperienza del laboratorio di scrittura rap ospitato proprio nell’Ipm potentino. Un capitolo a sé merita infine il Centro di permanenza per il rimpatrio di Palazzo San Gervasio, dove al 1º luglio si contavano 93 persone trattenute. Proprio sui Cpr è di pochi giorni fa la notizia che il Consiglio di Stato ha accolto il ricorso di Asgi e Cittadinanzattiva Aps: il ministero dell’Interno, che aveva dato attuazione solo parziale alle precedenti disposizioni dei giudici, dovrà ora condurre entro sei mesi una reale e approfondita istruttoria sulle condizioni di salute nei centri presenti sul territorio nazionale, in vista di un nuovo capitolato d’appalto. *Garante dei diritti delle persone private della libertà personale della provincia di Potenza e Coordinatrice del Forum garanti provinciali Leggi sul carcere? Rigide e irrazionali di Paola Balducci Il Dubbio, 21 luglio 2026 L’esecuzione penale italiana sembra muoversi secondo tempi e logiche tra loro opposti e difficilmente conciliabili: in alcuni casi, l’ingresso in carcere è imposto immediatamente da automatismi costruiti sul solo titolo di reato, in altri una condanna definitiva rimane per anni priva di una concreta modalità di esecuzione. Tra queste due estremità si colloca uno spazio che il legislatore fatica e omette di governare, e nel quale la giurisdizione costituzionale è sempre più spesso chiamata a intervenire. È proprio nel sistema penitenziario che le incoerenze normative producono gli effetti più visibili: il carcere continua a essere assunto come risposta ordinaria anche rispetto a pene brevi o a fatti di ridotta offensività, mentre migliaia di condannati attendono che la magistratura di sorveglianza stabilisca se la pena debba essere eseguita in istituto oppure mediante una misura alternativa. Ridurre la questione al solo sovraffollamento, per quanto ormai strutturale e connaturato al sistema penitenziario italiano, sarebbe tuttavia insufficiente. È ben noto come la crescita della popolazione detenuta incida sulle condizioni di vita negli istituti, sull’accesso alle cure, sul lavoro degli operatori e sulla concreta possibilità di predisporre percorsi trattamentali individualizzati. Ma il problema riguarda, prima ancora, il modello di pena che l’ordinamento intende perseguire: siamo sicuri che dopo decenni di dibattito sulla funzione della pena, siamo arrivati alla costituzione di modelli punitivo-rieducativi efficaci? Le misure alternative sono il baluardo dell’esecuzione penale, dimostrano che le pena non coincide necessariamente con la segregazione: la funzione rieducativa può realizzarsi anche all’esterno del carcere, attraverso percorsi capaci di preservare il lavoro, le relazioni familiari e il radicamento sociale del condannato. E anzi, nella maggior parte dei casi è proprio la continuità di tali legami a rendere il percorso di reinserimento più credibile ed efficace, più vero, più rispondente alle finalità della pena. Eppure, le forme di esecuzione esterna continuano a essere considerate un correttivo della detenzione, anziché una componente ordinaria e pienamente valorizzata del sistema sanzionatorio, come se fossero una via parallela da percorrere con non poche difficoltà. Pensiamo solo ai cosiddetti “liberi sospesi”, condannati in via definitiva a pene detentive brevi nei cui confronti il pubblico ministero sospende l’ordine di esecuzione per consentire la presentazione di un’istanza di misura alternativa. Fino alla decisione del Tribunale di sorveglianza, il condannato rimane in libertà, ma all’interno di una condizione giuridica e personale indefinita. La pena è irrevocabile, ma non ha ancora assunto una forma concreta, e nell’affanno degli Uffici di sorveglianza può trascorrere un tempo considerevole, prima che sia stabilito se dovrà essere eseguita in carcere, in affidamento in prova o in detenzione domiciliare. Nel frattempo, la minaccia di una detenzione futura continua a gravare su rapporti lavorativi, familiari e sociali che possono essersi consolidati anche molti anni dopo il fatto. Il sistema produce così un duplice paradosso: da una parte dispone ingressi immediati in carcere senza consentire una preventiva valutazione individualizzata; dall’altra rinvia per anni quella stessa valutazione nei casi in cui la legge la ammette. In questo contesto si inserisce l’ordinanza con cui la Corte di Cassazione ha sollevato questione di legittimità costituzionale relativa alla preclusione della sospensione dell’esecuzione della pena per il delitto di rapina aggravata nel caso in cui venga riconosciuta l’attenuante - anch’essa introdotta dalla Corte Costituzionale - riguardante il fatto di lieve entità. Pensiamo a questo cortocircuito: la rapina aggravata rientra tra i reati ostativi e comporta l’impossibilità di sospendere l’ordine di esecuzione anche laddove in concreto il fatto commesso sia tale da beneficiare dell’applicazione di un’attenuante che ha il merito di adeguare la pena alla reale entità del reato. La contraddizione è evidente: se il giudice della cognizione ha già accertato la ridotta offensività del fatto, appare difficilmente giustificabile una presunzione assoluta secondo cui il suo autore debba essere immediatamente condotto in carcere. Ma attenzione: eliminare tale automatismo non significherebbe riconoscere necessariamente una misura alternativa! La sospensione dell’ordine di esecuzione consentirebbe al Tribunale di sorveglianza di valutare, prima dell’ingresso in istituto, la personalità del condannato, il percorso successivo al reato e l’effettiva necessità della detenzione. Ancora una volta, l’inerzia del legislatore finisce per trasferire alla giurisdizione il compito di risolvere contraddizioni che la disciplina positiva lascia irrisolte. Quando un automatismo incide sulla libertà personale senza tenere conto della concreta gravità del fatto, l’intervento del giudice costituzionale non rappresenta un’indebita invasione della discrezionalità legislativa, ma diviene necessario per impedire che una scelta normativa ormai incoerente continui a produrre effetti contrari ai principi di ragionevolezza, proporzionalità e finalità rieducativa della pena. Finché il legislatore non ricomporrà in modo organico il rapporto tra pene brevi, misure alternative, reati ostativi e tempi della sorveglianza, sarà inevitabilmente la giurisdizione a dover colmare, caso per caso, le fratture del sistema. Certamente non per sostituirsi alla politica criminale, ma per evitare che le sue omissioni si traducano in automatismi irragionevoli e in sacrifici della libertà personale privi di una reale giustificazione. In questa prospettiva, oramai sempre più spesso gli interventi della Corte Costituzionale non costituiscono l’eccezione, ma il presidio ultimo di un ordinamento che continua a invocare la certezza della pena senza garantirne sempre la razionalità, la tempestività e la coerenza costituzionale. La grazia, la disgrazia e l’anfiteatro Flavio dei social di Adriano Sofri Il Foglio, 21 luglio 2026 I tre rapinatori della gioielleria di Mario Roggero, il 28 aprile 2021, a Grinzane Cavour, erano italiani. Non erano giovani. Giuseppe Mazzarino aveva 58 anni, moglie e due figli piccoli. È il primo a morire sotto i colpi di Roggero. Andrea Spinelli, 44 anni, colpito, scappa, inciampa, mentre giace sul marciapiede viene raggiunto da Roggero che gli sferra calci in testa, muore. Alessandro Modica, l’autista, 34 anni, è colpito a una gamba, riesce a fuggire, si presenta a un pronto soccorso e viene arrestato. Patteggia una condanna a 4 anni e dieci mesi, ha finito di scontarli, vive in Liguria. Da detenuto, aveva presenziato a qualche udienza dei processi a Roggero. Il quale ora è lui in carcere, “un uomo onesto, che a 72 anni non merita di condividere una cella con veri criminali”, ha deprecato Salvini. Roggero, leggo, è in cella con un detenuto con precedenti “per narcotraffico”, della cui accoglienza si è congratulato. Il carcere, turpe com’è - non lo si saprà mai abbastanza, chi non lo prova - offre alcune occasioni. Per esempio quella di conoscere persone che stanno dentro per la causa contraria a quella che ci ha provvisoriamente portato Roggero, cioè come tentati rapinatori. Si può immaginare che, con una piccola riduzione del divario temporale, e una distrazione degli amministratori condominiali, Roggero si trovasse a condividerlo con il sopravvissuto alla sua vendetta. O, com’è possibile, un analogo. Un rapinatore senza arte né parte, come i tre di quel maledetto giorno, armati di un coltello e una pistola giocattolo di cattiva fattura, che per di più al momento di fuggire col bottino lasciarono coltello e pistola giocattolo sul bancone della gioielleria, dunque Roggero li inseguì sapendoli disarmati. Per giunta, come i processi sottolinearono, l’auto con cui erano arrivati aveva solo due porte, che non è una buona idea per far salire tre malviventi in fuga, ed era parcheggiata col muso al marciapiede, invece che al contrario. Sprovveduti. I rapinatori di una volta, quelli provveduti, artisti senza banda, escludevano a priori di far finire nel sangue le loro imprese. Dunque Roggero avrebbe potuto, potrebbe, fare esperienza di simili persone, passeggiare con loro all’aria, bere il loro caffè, ascoltare e raccontare storie, riconoscerli come propri prossimi. Per esempio, vedere come avrebbero reagito alla notizia che qualcuno, di loro conoscenza, era morto ammazzato da un gioielliere in un tentativo azzardato di rapina. A me successe, uno che sembrava il più inerme, finalmente uscì in permesso e azzardò la più balorda delle rapine. “Si è suicidato”, commentò chi lo conosceva. Ho detto questo perché la compiaciuta cancellazione di ogni pietà umana nei confronti dei tre rapinatori e vittime di Roggero fa molta impressione, e costringe oltretutto a chiedersi che cosa sarebbe stato se si fosse trattato di tre albanesi, o romeni, o nigeriani. Di un marocchino, italiano di residenza da quando aveva cinque anni, ora 43enne, si trattò domenica a mezzogiorno al Pilastro, a Bologna. “Il Pilastro - riassume il mio amico Beppe - è un rione malfamato. Il 35 per cento delle persone tra i 15 e i 29 anni non lavora e non studia, l’abbandono scolastico sfiora il 20 per cento. Su 7.000 abitanti oltre 2.000 provengono da 35 nazioni diverse. La gran parte dei migranti quando vede un’auto della polizia o dei carabinieri teme di venire fermata (e spesso succede e non tutti hanno i documenti in regola). Credo che sia questa la motivazione principale per la quale nessuno sia intervenuto e, anzi, almeno uno si sia dato da fare per aiutare la polizia a bloccarlo. Ma è solo un’ipotesi”. Gli avevo chiesto come mai nessuno avesse provato a mettere la propria voce e il proprio corpo fra gli agenti e il disgraziato Abderrahim Fakir che scongiurava di smettere e gemeva “Basta, aiuto, aiuto”. Come George Floyd, hanno detto tutte, tutti. Come Riccardo Magherini, il giovane magnifico fiorentino immobilizzato al suolo per 13 minuti - poi più - dai carabinieri il 3 marzo 2014: “Aiuto! Sto morendo!”. Come il magnifico diciottenne Federico Aldrovandi, a Ferrara, il 25 settembre 2005, che urlava di notte, e ne morì ammanettato dagli agenti di polizia. Perché un piccolo errore di ottimismo ha fatto ieri la brava avvocata di Fakir, Barbara Spinelli, quando ha scritto: “Chiedetevi quante persone sono morte a causa di questa manovra, o della sua scorretta esecuzione, e di che colore e nazionalità erano. Chiedetevi perché ancora una volta un arabo e al Pilastro al centro del mirino. Chiedetevi se vogliamo aprire un dibattito serio sulla formazione ed identificazione dei poliziotti e lavorare per avere una polizia democratica e rispettosa dei diritti umani, per evitare nuovi Cucchi e Aldrovandi”. Infatti, il colore e la nazionalità sono solo una carta in più per finire con la testa schiacciata a terra. Da quando, domenica sera, altro che finale Spagna-argentina, avevo visto il video del Pilastro, mi chiedevo come si possa stare a un mondo, il nostro mondo migliore, a Bologna, con un uomo che implora Basta Aiuto, e due diligenti poliziotti più un volontario a torso nudo che gli si adoperano addosso, per ammanettarlo dietro la schiena, per premergli la faccia contro l’asfalto rovente, per - il volontario - legargli anche i piedi con le fascette, ma è già morto, e l’agente che gli teneva il ginocchio sul collo può tirarsi su, sollevare la testa e lasciarla ricadere, due volte, infine alzarsi, stropicciarsi i guanti impolverati e decretare tranquillo: “E’ andato”. Nei filmati, qualcuno stava attorno, qualcuno si muoveva di qua e di là, gli uomini della croce rossa, lo scrivo minuscolo oggi, assistevano, salvo raccogliere cortesemente qualche oggetto sfuggito agli agenti o al morituro, e mi chiedevo come fosse possibile. Che nessuno rispondesse a una richiesta di aiuto. E la gente? Stava alla larga perché li aveva chiamati lei, la gente, dato che con quella temperatura dava, come si dice, in escandescenze? - “davo incandescente”, mi disse un ragazzo compagno di un’altra galera. O era la dissociazione fra i vulnerabili: se la prendono con uno più vulnerabile di me, sto da parte, lascio che muoia, mi riservo di manifestare più tardi, quando saremo più numerosi, lui sarà morto dunque difendibile, e i poliziotti saranno andati via. E poi ho il problema con chi fa i video, quasi più che con i sanitari vigliacchi. Preziosi, i video, con L’ICE o con Santa Maria Capua Vetere o col Pilastro, ma mettono anche al riparo. Mi sono ricordato che nel 1985, per un avvenimento triestino, un giovane (un “autonomo”, non importa rifarne il nome) sparato con sette colpi e agonizzante, avevo intitolato un articolo: “Sull’ammanettamento tempestivo dei morenti”. C’è un’obbligazione morale tassativa quanto il diritto alla legittima difesa: la difesa della vita minacciata altrui, senza di che c’è l’omissione di soccorso. In una piazza del Pilastro, in mare. Ma tutto questo interrogarsi che evoco, com’è possibile eccetera, sono tutte balle. La domanda è una sola: che cosa farei, che cosa avrei fatto? Non voglio rispondere, benché possa rifarmi a qualche esperienza vissuta. Non so che cosa farei: so che cosa dovrei fare caso mai, vergognarmi. E so anche che si dice “vergognarsi come un ladro”, eh, magari! Vergognarsi come uno che ha ascoltato invocare Aiuto da un morente, per di più, questa volta, innocente di tutto, anche di un luglio dal caldo record. Postilla: ho letto migliaia di commenti Facebook. Su Roggero e su Fakir, la grazia e la disgrazia. L’anfiteatro Flavio. Prima lo spiraglio, poi la porta in faccia: Cavallini torna a Parma di Simona Bonfante Il Riformista, 21 luglio 2026 Gilberto Cavallini è stato trasferito alla Casa di Reclusione di Parma nella mattinata di domenica 19 luglio da Rebibbia, dove era recluso in isolamento dallo scorso novembre. Un trasferimento inspiegabile e inatteso, in un carcere sotto il controllo giurisdizionale della stessa Procura Generale di Bologna che ha perseguito Cavallini in giudizio. Una nuova afflizione che arriva proprio mentre si aprivano spiragli di speranza per quest’uomo di 73 anni, da oltre quaranta in galera e ormai dedito ad una vita benemerita al servizio dei bisognosi. A Cavallini nel 2025 viene revocata la semilibertà, di cui beneficiava da otto anni, per espiare una sanzione penale a tre anni di isolamento diurno, una punizione inflitta come accessorio alla condanna all’ergastolo per la strage del 1980. “La decisione è priva di motivazioni - osserva l’avvocato Alessio Pomponi - ma è la diretta conseguenza dell’alert personale attivato dal Dap per non meglio specificate ragioni di sicurezza personale, di cui anche noi difensori siamo stati tenuti all’oscuro.” Come riferito dal Riformista, lo scorso 19 giugno il DAP aveva ordinato di attivare ulteriori misure restrittive al Cavallini, motivandole con presunte minacce all’incolumità del detenuto, che tuttavia in quarant’anni di galera non ha mai avuto torto un capello da nessuno, né in semilibertà ha mai subìto minacce. La decisione del DAP sembra poggiarsi su una informativa riservata che lascia aperti molti interrogativi, mentre di ulteriori ne solleva l’interrogazione parlamentare al Ministro Nordio presentata dall’on. Roberto Giachetti, proprio in merito alle responsabilità dell’Amministrazione Penitenziaria nella incapacità di accertare i periodi di isolamento già espiati da Cavallini nel corso della sua lunga vita detentiva. È in virtù di questa inadempienza del DAP che Cavallini si trova oggi in isolamento diurno, che per legge non può essere inflitto per più di tre anni. Sebbene Cavallini li abbia molto probabilmente già espiati, in mancanza di prove documentali la Cassazione ha deciso di farglieli espiare di nuovo. “A Rebibbia - osserva ancora Pomponi - Cavallini aveva ottenuto l’accesso ad un corso di studi universitari e l’autorizzazione ai colloqui con terze persone, oltre ai familiari e gli avvocati. Questa ulteriore imposizione appare dunque peggiorativa delle già sofferte condizioni di isolamento diurno, ed anzi assume la fastidiosa forma di una inaccettabile rappresaglia, di un esercizio tracotante del potere di disporre inopinatamente dei diritti e della vita di un uomo, confinandolo nell’oblio di una restrizione inumana e degradante”. Nelle ultime settimane si era attivata una mobilitazione trasversale di intellettuali, giornalisti, avvocati, associazioni per denunciare la tortura inflitta a un uomo che non è più, e da tempo, il terrorista che fu. Proprio lo scorso venerdì 17 e sabato 18, su iniziativa di Umberto Baccolo di Nessuno Tocchi Caino, si è tenuta una maratona oratoria per Cavallini alla quale hanno partecipato, tra gli altri, Luigi Manconi, Rita Bernardini, Sergio D’Elia, Stefano Anastasia, Roberto Giachetti, Mauro Palma e anche Fabrizio Cicchitto, che ha definito la bulimica pretesa punitiva della magistratura di Bologna un “assassinio”. Venerdì sera, mentre era in corso la maratona, Cavallini ha scritto alle persone con cui era in corrispondenza, per ringraziare del sostegno e della solidarietà. Col trasferimento a Parma anche quei flebili canali di relazione umana vengono interrotti. Vivere, e morire, dalla parte “sbagliata” di Mauro Palma Il Manifesto, 21 luglio 2026 C’è una crescente abitudine al sopruso di chi si sente dalla parte giusta e non riconosce come persona chi, nel suo schema mentale, può essere oggetto di ogni vessazione. Le voci di chi s’indigna risultano deboli, sempre segnate dalla paura di perdere terreno sul tema della sicurezza, declinato come riduzione di spazi di libertà. Non so cosa faccia più rabbrividire nell’esaminare il video dell’uccisione di Abderrahim Fakir nell’operazione di fermo e ammanettamento da parte della Polizia a Bologna, al Pilastro. Certamente, l’assoluta assenza di minima professionalità degli agenti che non si sono neppure resi conto che stavano finendo di contenere un cadavere. Accanto, l’incapacità degli operatori sanitari presenti che assistono perché sembrano essere più presi, nonostante il loro ruolo specifico, dalla necessità che sia assicurata la completa contenzione dell’uomo fermato che non la sua salute; e l’inettitudine degli astanti che sembrano assistere a qualcosa di ‘normale’, non capace di suscitare un moto di turbamento, se non sdegno, neppure quando l’uomo a terra più volte richiede aiuto. Ancor più fanno rabbrividire i commenti di molti sui social all’interno di una crescente adesione a un modello che non riconosce talune persone come portatrici di diritti, neppure quelli più elementari e fondamentali. C’è una crescente abitudine al sopruso di chi si sente dalla parte giusta e, simmetricamente, non riconosce come persona chi, nel suo schema mentale, è nella parte sbagliata e, come tale, può essere oggetto di ogni vessazione, fino anche alla morte: non è una persona, ma un nemico. Il suo essere persona di origine straniera, anche se da anni radicata nelle stesse vie, ne aumenta l’inimicizia. Viene alla mente un’affermazione di Hanna Arendt, nel suo “Le origini del totalitarismo”, dove individuava la vera sventura per una collettività non già nella negazione di singoli diritti, ma nell’incapacità di riconoscere ogni persona, indipendentemente dalle sue specificità, come appartenente al suo stesso corpo sociale e titolare di diritti: una società che non riconosce l’appartenenza di ogni sua parte determina la disgregazione del proprio tessuto democratico e individua progressivamente nuovi nemici al proprio interno. Questo è un rischio attuale per il nostro Paese che sembra abituarsi anche a immagini che dovrebbero non lasciare minimi spazi di giustificazione, in particolare da parte di chi ha una qualche responsabilità istituzionale: non lascia margini di possibile estensione della legittima difesa, comunque la si vorrà scrivere e proporre al nuovo esame parlamentare, l’immagine del calcio in testa al morente da parte del gioielliere pistolero, oggi divenuto simbolo di chi prospetta il modello di giustizia ‘fai da te’, dopo aver promosso o supportato ronde, fustigatori nelle metropolitane o altre variegate forme di privatizzazione della sicurezza urbana. Né lascia margini di possibile interpretazione positiva quella muta inazione dei presenti mentre per più minuti due agenti di polizia sono pesantemente sopra una persona a terra, che invoca aiuto, senza avere la capacità professionale di permettergli di respirare. Immancabilmente si sentiranno tra breve le voci urlanti quando gli agenti riceveranno l’inevitabile avviso di garanzia, all’unisono con la cagnara che continua attorno a una sentenza pronunciata da tre diversi collegi ad Asti, Torino e Roma. Del resto si era già sentito il coro del consenso immediato al poliziotto da parte delle stesse forze politiche anche dopo l’uccisione di Mansouri a Rogoredo, prima di aver fatto silenzio dopo ciò che l’indagine faceva emergere. E, andando indietro a un’altra vicenda, anche dopo i pestaggi nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, tuttora in dibattimento, c’era chi - sempre con ruolo istituzionale - era andato a dare il proprio sostegno a chi di lì a poco sarebbe stato incriminato. Sono vicende che non sembra abbiamo suggerito una maggiore cautela; al contrario ogni volta si è alzato il tiro, sempre basandosi sul presunto consenso popolare, rinunciando a qualsiasi ruolo di direzione democratica che dovrebbe avere chi ha responsabilità politica e istituzionale, all’affannosa ricerca di consenso. Ed esponendo anche il Paese a censure internazionali: l’intervento odierno al Pilastro sembra la riproposizione del caso fiorentino di dodici anni fa della morte di Riccardo Mogherini che ha portato alla condanna dell’Italia da parte dei giudici di Strasburgo per violazione, sostanziale e procedurale, dell’articolo 2 della Convenzione che sancisce l’obbligo inderogabile per lo Stato di tutelare la vita di ogni persona nel suo territorio. Sono passati soltanto due mesi dalla conferma di quella sentenza da parte della Grande Camera. Vi si legge che “Alla luce di quanto sopra, la Corte non è convinta che, all’epoca dei fatti, le autorità statali avessero adempiuto adeguatamente al loro obbligo positivo di formare i propri agenti delle forze dell’ordine in modo da garantire che essi possedessero il livello di competenza richiesto nell’impiego di tecniche di immobilizzazione, come la posizione prona, che potevano rappresentare un pericolo per la vita”. Sembra proprio che questa valutazione possa affermarsi anche oggi. Tristemente. Perché si sente crescere l’abitudine a considerare alcune vite quasi volatili, non connesse a persone, aspirazioni, affetti, ma numeri e casi ingombranti, di cui non si memorizzano i nomi e si ricorda soltanto vagamente che erano vite altre, casi difficili, esuberi forse. Ma anche le voci di chi s’indigna risultano deboli, sempre segnate dalla paura di perdere terreno sul tema della sicurezza, declinato come riduzione di spazi di libertà e non come garanzia di effettività dei diritti per tutti. Dimenticando che l’inseguimento di paure, presunte e adeguatamente costruite, non possa essere il terreno anche di chi intenda credibilmente opporsi all’attuale impianto culturale e di azione governativa, di chi voglia costituire un modello sociale che sia concretamente alternativo a chi pensa di estendere la legittima difesa fino al confine della vendetta e a chi crede che sia sicura una città dove l’impreparazione professionale può tradurre la necessità di fermare il comportamento anomalo di una persona nella sua morte. Fakir, morto di polizia. Ma c’è già lo scudo per agenti e sanitari di Mario Di Vito Il Manifesto, 21 luglio 2026 Nel fascicolo sono sei i nomi “annotati”: effetto del dl sicurezza. I pm emiliani costretti a correre. “Non c’è solamente il video”. Urlare non serve a niente. Sin qui l’unica certezza sulla morte del 43enne Abderrahim Fakir è questa: l’aver chiesto “aiuto” e l’aver detto “basta” mentre due uomini in divisa e uno a torso nudo lo tenevano immobilizzato a terra, legato mani e piedi con le fascette di plastica, non è bastato a far sì che qualcuno intervenisse. Non i sanitari pure presenti sul posto. E nemmeno i vicini di via Italo Svevo, al Pilastro, periferia nord est di Bologna. Il video ampiamente girato sui social dai momenti immediatamente successivi alla sua morte, domenica pomeriggio, si fa notare non solo per il suo violentissimo contenuto, ma anche per la lentezza dell’azione. Il tempo non passava mai mentre Fakir, lentamente, smetteva di lamentarsi. E poi di respirare. La procura di Bologna, in tutto questo, ha aperto subito un fascicolo. È un “modello 45 bis”, novità dell’ultimo decreto sicurezza per cui non si può parlare di “registro degli indagati” ma di “annotazione preliminare”. Dunque i due agenti di polizia e i quattro sanitari iscritti non si possono definire tecnicamente “indagati”. La questione non è solo semantica: la legge dice che se nel giro di pochissimo - trenta giorni - non emergono elementi significativi a loro carico, il pubblico ministero non può far altro che chiedere l’archiviazione. È il famoso “scudo penale” per le forze dell’ordine (e a quanto pare non solo). Il tempo stringe. Ma in ogni caso verranno chieste diverse perizie, il che consentirà di allungare i termini dell’indagine fino a 120 giorni. Si comincerà dall’autopsia e dalle analisi tossicologiche sul corpo della vittima. Il capo Paolo Guido e il sostituto Domenico Ambrosino intanto hanno delegato un considerevole numero di accertamenti alla squadra mobile. E vagliano vari video: non solo quello che hanno visto tutti, ma anche altri registrati dai presenti sul posto e anche quello della body cam di uno degli agenti intervenuti. Ma, sottolinea la stessa procura in una nota, “c’è anche altro”. Testimoni che raccontano l’origine dell’intervento, tanto per cominciare: sono stati i cittadini di via Svevo a chiamare il 112 perché Fakir, che risiede in provincia ma era lì perché il Pilastro è il quartiere dove è cresciuto e lì ha ancora molte conoscenze, era in stato di alterazione e se la stava prendendo con un’automobile davanti a un garage, dopo essersi aggirato per diverse decine di minuti in stato confusionale. Aveva anche una ferita sul capo, apparentemente autoinflitta da una testata contro una serranda. Gli agenti, una volta arrivati sul posto, avrebbero chiamato il 118 segnalando una “crisi psichiatrica”. E così sono accorsi quattro uomini della Croce rossa. Successivamente gli agenti, con l’aiuto di un residente del posto, hanno cercato di immobilizzare il 43enne. E qui comincia quanto si vede benissimo nel filmato. E non si può non notare come i sanitari non si siano mossi se non quando ormai era troppo tardi. Solo in seguito, infine, è arrivata l’ambulanza con i medici che hanno constatato il decesso. Più complesso il discorso che riguarda la dinamica: lo scorso maggio, attraverso una circolare, il Dipartimento della pubblica sicurezza del Viminale ha diffuso alle questure delle “linee guida per la gestione delle persone non collaborative”. Si parla di come contenerle e “renderle inoffensive”. Dunque per prima cosa chi indaga dovrà capire se l’intervento - due agenti a schiacciare il corpo di un uomo ammanettato e già ferito, più un terzo uomo che poliziotto non era a tenergli le gambe - è avvenuto in maniera conforme alle “linee guida” oppure no. Poi bisogna chiarire un dettaglio pure ben visibile dai filmati: a un certo punto un agente spruzza in faccia a Fakir dello spray urticante da distanza ravvicinatissima. Sempre mentre l’uomo era a terra e si lamentava. Per seguire tutte queste fasi, la famiglia di Abderrahim Fakir ha nominato come avvocato Fabio Anselmo, esperto di faccende di malapolizia - ha già seguito i casi di Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi e Giuseppe Uva tra gli altri - e perfettamente consapevole di quanto sia delicata la fase: lasciarsi sfuggire indizi o testimoni subito può significare non trovarli mai più. Anche se il video già parla abbondantemente da solo. “Ho accettato l’incarico di avvocato della famiglia Fakir dai suoi genitori - ha fatto sapere Anselmo -. Con questo caso spero di non rivedere un film già visto con Magherini e Aldrovandi. Ma le indagini sull’attuale vicenda, come la Cedu richiede, andrebbero fatte da un corpo autonomo e non dallo stesso a cui appartengono le persone coinvolte”. Fakir, nato in Marocco, residente in Italia da quando aveva sette anni, era il titolare di una piccola azienda di facchinaggio specializzata in traslochi. Soffriva di asma e aveva qualche problema anche al cuore. Piccoli precedenti per droga, per resistenza e per violazione dei termini di custodia. Già è partita la campagna per descriverlo come un soggetto pericoloso. “Non chiedetevi chi era Fakir”, avverte però Barbara Spinelli, che è stata sua avvocata a lungo. “Chiedetevi perché è morto mentre era nelle mani di chi aveva il dovere istituzionale di tutelare la sua vita, perché era nella loro custodia”. Lo sciacallaggio sulla cronaca nera di Claudio Cerasa Il Foglio, 21 luglio 2026 Caso Bologna e caso Roggero hanno un filo: le strumentalizzazioni, molto bipartisan. La morte di una persona durante un arresto, indipendentemente dalla sua nazionalità, dalla sua professione e dalle circostanze che hanno preceduto l’intervento della polizia, suscita interrogativi inevitabili e inquietanti. A Bologna, l’arresto di un facchino marocchino che aveva dato in escandescenze e danneggiato un’auto è finito in tragedia. Si parla di una possibile crisi asmatica, si dovranno verificare le modalità dell’immobilizzazione e i tempi dell’intervento sanitario. Esistono un video, inchieste interne e un’indagine della magistratura. È esattamente così che deve funzionare uno stato di diritto: raccogliere prove, stabilire i fatti, individuare eventuali responsabilità. Ciò che non serve, anzi ostacola la ricerca della verità, è trasformare immediatamente un caso di cronaca in una bandiera politica. A sinistra, una parte del dibattito ha già deciso che la polizia bolognese si sarebbe comportata come l’Ice americana, come se la nazionalità della vittima fosse sufficiente a dimostrare la natura razzista dell’intervento. A destra, la reazione speculare consiste nel sostenere che le forze dell’ordine abbiano ragione per definizione, che chi viene arrestato sia automaticamente responsabile anche della propria morte e che ogni domanda equivalga a un’accusa contro la polizia. E’ lo stesso cortocircuito visto nel caso di Mario Roggero, ma a parti invertite. Lì una parte della destra non ha atteso le sentenze, non ha distinto la legittima difesa dall’inseguimento e dalla vendetta, non ha accettato che la ricostruzione dei fatti spettasse ai giudici. Ha scelto il commerciante contro i rapinatori e, sulla base di questa divisione morale, ha stabilito in anticipo chi avesse ragione. A Bologna una parte della sinistra rischia di fare lo stesso: sceglie la vittima contro la polizia e ricava dall’identità dei protagonisti il verdetto. La simmetria è evidente. Da una parte si trasforma la paura in assoluzione preventiva; dall’altra si trasforma il sospetto in condanna preventiva. In entrambi i casi la sicurezza viene regolata dalla forza delle emozioni, non dalla forza dello stato di diritto. Roggero diventa l’eroe perché ha sparato ai rapinatori; il facchino marocchino diventa la prova di un abuso razzista prima che le indagini abbiano chiarito come sia morto. Ma i fatti non diventano più veri perché confermano il pregiudizio della nostra parte. La politica dovrebbe avere il coraggio di fermarsi un passo prima del tribunale improvvisato. Difendere la polizia significa anche pretendere che ogni suo intervento sia controllabile. Difendere una vittima significa anche non usarla come materiale propagandistico. La giustizia non consiste nello scegliere subito da che parte stare. Consiste nel lasciare che prove, testimonianze e responsabilità vengano accertate senza il rumore della tifoseria. Non sparate sullo stato di diritto di Gian Domenico Caiazza Il Foglio, 21 luglio 2026 Contro la politica che rincorre le pulsioni peggiori dei social e del paese. Contro i giudizi affrettati sulla pena. Spunti garantisti per non spararla troppo grossa quando si parla di sicurezza e stato di diritto. Vedere “Odissea”, lo strepitoso film di Nolan, nei giorni della vicenda Roggero, aiuta a schiarirsi le idee. Ci ricorda, innanzitutto, che la vendetta è un sentimento umano formidabile, un impulso naturale e inestinguibile, perché nasce, per definizione, dall’aver subito un torto. Inutile alzare il ditino e fare lezioni di moralità: sono entrati nel mio negozio, mi hanno picchiato la moglie, terrorizzato la figlia, puntato una pistola in testa, portato via il frutto del mio lavoro. Nella Grecia di Omero, la vendetta privata era un obbligo d’onore (timè), il rifiuto di farlo un marchio di infamia. Ulisse che fa orrenda strage dei Proci perché costoro gli hanno invaso la casa, insidiato la moglie, umiliato il figlio, è l’eroe di tutti noi. Poi arriverà Eschilo, nel Quinto secolo avanti Cristo, a incaricarsi di spiegare all’umanità che la vendetta, come diranno poi giganti come Seneca e Platone, è “la malattia dell’anima”. Oreste si sente in dovere di uccidere sua madre Clitennestra perché costei insieme all’amante gli aveva ucciso il padre Agamennone. Occorre porre fine a una spirale di morte e di violenza senza soluzione, e perciò Atena istituisce il Tribunale dell’Areopago, stabilendo che da quel momento la giustizia non sarà più privata, ma sarà amministrata da un giudice. La nostra civiltà, sissignori la civiltà occidentale, nasce allora, nel Quinto secolo avanti Cristo, anche se la strage dei Proci continua a entusiasmarci, e vogliamo vederla e rivederla e rivederla ancora. Dunque non mi stupisce affatto che questa bestia informe, acefala e senza identità che sui social rovescia quotidianamente gli umori gastrici di tutte le più invereconde pulsioni di giustizia sommaria, di frustrazione e di sete di vendetta sociale che ribollono nelle viscere della “opinione pubblica”, tifi per il gioielliere pistolero. Ci sta. La tragedia non è questa, la tragedia è la politica che gli corre dietro, che blandisce e ammicca alla bestia nella illusione di conquistarne il consenso, ignorando peraltro che quella bestia è semplicemente insaziabile. Puoi darle in pasto tutte le controriforme più immaginifiche, vorrà sempre altro. Forse non le basterà neppure il varo di un articolo unico: “Non è punibile chi abbia commesso un qualsivoglia reato per reagire a qualsivoglia torto subito”. E così Salvini, che nel 2019 aveva annunciato trionfante urbi et orbi la epocale riforma della legittima difesa, oggi dice che quella sua stessa riforma non basta più, bisogna dare ancora più spazio a chi subisce un torto, bisogna garantire impunità al galantuomo che vendica un torto. E facendo cosa, di grazia? Lo scandalo al quale si grida in questi giorni infuocati quale sarebbe, allora? Vi è chiaro o no che il Tribunale dell’Areopago, preso atto della impossibilità di applicare l’esimente del diritto di difesa al Roggero, per la accecante evidenza della assenza di ogni minaccia in atto alla vita e alla incolumità propria e dei propri cari al momento degli omicidi, gli ha inflitto la pena minima prevista dalle norme di legge? Perché è questo ciò che è accaduto. La presidente Meloni, più accorta di Salvini, lascia perdere la legittima difesa e parla di “pena sproporzionata”. Mi chiedo come sia possibile che nessuno le abbia sussurrato all’orecchio che il reato di omicidio volontario semplice è punito dalla legge con pena “non inferiore ad anni 21”. Qui gli omicidi volontari sono due, più un tentato omicidio. Possibile che si continui, anche da parte chi ha la responsabilità istituzionale di guidare il paese, e con essa il dovere di spiegare ai cittadini la forza e le ragioni della legge proprio quando è più difficile che esse vengano comprese, a lamentare la presunta, mancata considerazione da parte dei giudici dello stato d’animo del Roggero sconvolto dalla ingiuria subita, quando basta leggere la sentenza per comprendere che i giudici invece lo hanno fatto al massimo delle possibilità consentite, concedendo sia le attenuanti generiche (prima diminuzione di un terzo della pena) che l’attenuante della provocazione, cioè dell’aver agito in modo incontrollato a causa dello stato d’ira determinato dal fatto ingiusto altrui (secondo abbattimento di un terzo della pena)? La pena sarebbe dunque sproporzionata rispetto a cosa, presidente Meloni? 14 anni e 6 mesi per due omicidi e un terzo per fortuna solo tentato, è la pena minima irrogabile, è una pena mite e - aggiungo - giustamente e sacrosantamente mite. Poteva avere di meno, Roggero? Sissignore, avrebbe potuto vedere diminuita ulteriormente di un terzo la pena, se avesse scelto di procedere con rito abbreviato (l’omicidio semplice non è ostativo). Non lo ha fatto e avrà avuto le sue ottime ragioni, che magari vorrà raccontarci se crede, ma se Roggero non ha avuto una pena ancora più mite (a quel punto inferiore ai 10 anni) è stato per una sua scelta processuale; quel che è certo è che i giudici hanno fatto tutto ciò che potevano e dovevano fare. Quale norma si vorrebbe cambiare, in questa corsa frenetica a chi la spara più grossa per ingraziarsi “la Bestia” social: diminuire la pena minima per l’omicidio? Prevederne pene diverse se l’omicida è ultra settantenne? Mi chiedo allora come sia possibile alimentare, con tale irresponsabile insistenza, le pulsioni peggiori del paese, dell’animo umano, delle nostre viscere. Si discuta semmai - ve ne è tutto il tempo - del tema risarcitorio. Qui sì, è giusto attendersi dal giudice civile una doverosa considerazione del fatto che i richiedenti il risarcimento hanno concorso in modo decisivo, con azione violenta e illecita, all’innesco della catena causale che ha condotto all’omicidio. Pensare addirittura di eliminare il diritto al risarcimento dei danni, come previsto dall’ennesimo decreto sicurezza, pare a me uno sproposito destinato a sopravvivere il tempo di qualche mese alla mannaia della Corte costituzionale; attendersi invece dal giudice una liquidazione dei danni severamente contenuta pare a me conforme ai più elementari sentimenti di giustizia. Perciò è giusto sentirsi ed essere vicini alla famiglia Roggero, così come è giusto dire a gran voce che i giudici (soprattutto del secondo grado) hanno tenuto in considerazione la tragedia vissuta e interpretata da quest’uomo con la massima considerazione che la legge consentisse loro. Per il resto, Ulisse, il nostro eroe, che fa strage dei maledetti Proci, continuiamo ad amarlo senza riserve e senza freni, ma preferiamo vederlo solo al cinema. Bologna e Grinzane: cosa abbiamo visto e cosa vorremmo vedere di Danilo Paolini Avvenire, 21 luglio 2026 La morte dell’uomo durante un intervento della Polizia e la vicenda del gioielliere condannato mostrano i rischi e i limiti della politica urlata. Per uscire da questa impasse, servirebbero invece serietà e responsabilità. Siamo il Paese di Arlecchino e Pulcinella, ma siamo anche la terra di Cesare Beccaria, sarebbe perciò opportuno che quando si tratta dei delitti e delle pene si prendesse a riferimento quest’ultimo e non i primi due. Invece, a proposito dei due casi di cronaca di Grinzane Cavour e di Bologna, abbiamo assistito negli ultimi giorni a scene che ricorderebbero da vicino la commedia dell’arte, se solo non riguardassero le vite reali di persone morte, detenute e sotto indagine. Abbiamo visto un partito di governo, la Lega, far credere di volere candidare alle elezioni Mario Roggero, l’orefice condannato per avere ucciso due rapinatori che assaltarono il suo negozio e averne ferito un terzo, fingendo di ignorare che la sentenza è definitiva e stabilisce l’interdizione perpetua del condannato dai pubblici uffici: non solo non può candidarsi, non può neanche votare. Abbiamo visto il ministro della Giustizia Nordio avviare un’istruttoria per la concessione della grazia allo stesso Roggero, addirittura ancor prima che il verdetto della Cassazione fosse eseguito, costringendo il presidente della Repubblica (titolare esclusivo del potere di grazia) a impartire una lezione di diritto costituzionale imbarazzante per tutti. Abbiamo visto la premier Meloni, incalzata a destra dagli alleati leghisti e dal generale Vannacci, incoraggiare Nordio su quella strada e sindacare la “proporzionalità” della pena irrogata al gioielliere al termine di tre gradi di giudizio. Quanto a Bologna, la tragica sorte di Abderrahim Fakir, morto durante un intervento della Polizia, è stata finora e per lo più soltanto l’occasione per replicare un ben noto e stucchevole gioco delle parti a colpi di slogan, amplificatore di strumentalizzazioni politiche che andrebbero evitate come la peste se davvero si vogliono ottenere al più presto verità e giustizia. In una democrazia, serietà, sobrietà e responsabilità dovrebbero essere presupposti dell’azione politica. Non parliamo qui della sobrietà, ormai dispersa nelle fitte nebbie dei vari populismi, ma possiamo affermare che non sembra serio né tanto meno responsabile proporre sull’onda di un singolo, terribile fatto di cronaca - come ha fatto sempre la Lega - una modifica dell’istituto giuridico della legittima difesa che lo estenderebbe a tal punto da rendere irriconoscibili i concetti di legittimità e di difesa. Non è serio e non è responsabile, ancora, sostenere - come fa tanta parte dell’attuale maggioranza - di essere “sempre e comunque dalla parte delle forze dell’ordine”, quasi escludendo a priori che loro singoli rappresentanti possano macchiarsi di comportamenti disonorevoli. Posizione per altro contraddittoria rispetto alla strenua difesa di un uomo che - anziché chiamare la Polizia o i Carabinieri - ha inseguito dei criminali fuori dal negozio e si è fatto “giustizia” da sé a colpi di pistola. Nello Stato di diritto, infatti, il monopolio della forza è affidato allo Stato. Le rarissime eccezioni (come, appunto, la legittima difesa) devono essere rigorosamente disciplinate dalla legge. E lo stesso monopolio della forza deve essere necessariamente esercitato dallo Stato, cioè dai suoi rappresentanti, all’interno del perimetro delle leggi. La legge, e solo la legge, deve essere punto di riferimento e presidio a tutela dell’intera collettività: dei cittadini onesti, delle Forze di polizia e perfino di chi la infrange. Per questo quando una persona muore nelle mani dello Stato, a prescindere dalle eventuali responsabilità che vanno accertate a garanzia degli stessi agenti, lo Stato ha già perso. Vale per Fakir, per Stefano Cucchi, per Federico Aldrovandi e per tutti gli altri, inclusi i tanti morti che ogni giorno si contano nelle invivibili (e purtroppo “invisibili”) carceri italiane. D’altra parte, non è serio né responsabile negare o fingere di non vedere, come sembrano tentati di fare pezzi delle opposizioni, che la sicurezza sia da annoverare tra i problemi di questo Paese, soprattutto nelle grandi città. Un problema da affrontare concretamente, con misure degne di uno Stato democratico e fuori dall’influsso di spaventose pulsioni illiberali. Siamo già, evidentemente, dentro la lunga campagna elettorale che ci condurrà alle prossime elezioni politiche. Se qualcuno avesse il coraggio di affrontarla con serietà e responsabilità, su questo come su tutti gli altri temi, potrebbe magari scoprire che ci sono tanti italiani stufi della politica “da ultras”. La giustizia sacrificata nella gara al consenso di Paolo Doni La Provincia di Como, 21 luglio 2026 Non può non destare preoccupazione un crescente e diffuso consenso verso un’ideale di giustizia “fai da te”. Uno scivolamento progressivo causato anche dalla normalizzazione della violenza nel discorso pubblico e da una cultura che si spaccia per popolare e che tende a sovrapporre le categorie del giusto e del forte. Se il tono dell’imminente campagna elettorale si annuncia già dalla irrituale iniziativa di giovedì del ministro della Giustizia Carlo Nordio per la grazia al gioielliere di Grinzane Cavour Mario Roggero, istruita ancor prima che quest’ultimo varcasse le soglie del carcere di Bollate (lo ha fatto l’altro pomeriggio) e che sua moglie presentasse la domanda, prepariamoci al peggio. Perché il campo, purtroppo, è quello della pura speculazione politica, intesa nel senso più deteriore del termine, dove il rispetto degli equilibri tra i poteri dello Stato viene relegato a un orpello fastidioso. Non si spiega altrimenti la mossa di Nordio, magistrato di lungo corso, che certo non può ignorare che la grazia è un atto di clemenza, di perdono, non di rivalsa verso una sentenza non condivisa. E soprattutto, come gli ha ricordato il Presidente Sergio Mattarella in un incontro chiarificatore faccia a faccia al Quirinale, è un atto che spetta esclusivamente al Capo dello Stato. Il “clima sereno” nel quale si è svolto l’incontro, come sottolineano i comunicati ufficiali, non basta a dissimulare la gravità del conflitto istituzionale, tanto che il Quirinale, nella nota stampa, ha voluto attingere all’ auctoritas di Luigi Einaudi, che così scriveva: “È dovere del Presidente della Repubblica di evitare si pongano precedenti, grazie ai quali accada o sembri accadere che egli non trasmetta al suo successore, immuni da qualsiasi incrinatura, le facoltà che la Costituzione gli attribuisce”. Ma Nordio è consapevole che in certi ambienti la bacchettata di Mattarella vale come una medaglia al valore, tanto che da Palazzo Chigi si è subito fatto intendere che la mossa di via Arenula era stata condivisa, e Giorgia Meloni ieri mattina sui social scriveva: “Mi aggredisci. Mi difendo. E dovrei risarcirti io? Non è giusto” (dimenticando che per la legge Roggero non si è difeso, ma ha sparato a chi stava fuggendo). A strascico, la battaglia per la grazia al gioielliere di Grinzane Cavour ha interessato tutto il centrodestra, anche se con toni e sfumature diverse. Ma è fin troppo chiaro che la preoccupazione principale, più che per le sorti del 72enne condannato in via definitiva a 14 anni e 9 mesi di carcere per l’uccisione di due rapinatori che fuggivano dopo aver assaltato il suo negozio, è occupare posizioni strategiche in un teatro politico-mediatico sempre più a trazione Vannacci. Un gioco pericoloso, perché non solo mette sulla graticola delle fazioni (non bastava il caso Minetti) un istituto delicatissimo come quello della grazia, confondendo la cancellazione della pena per motivi di clemenza con un illegittimo contrappeso funzionale a un presunto vizio nella sentenza di condanna, ma anche perché sembra voler giustificare una configurazione di poteri che non trova riscontro nel dettato costituzionale (da qui la convocazione urgente al Colle del ministro Nordio). Un gioco che non fa che gettare benzina sul fuoco di una vicenda già di suo incandescente. Perché non si può nemmeno guardare con indifferenza il dramma di un uomo di 72 anni che si appresta a scontare una pena di quasi 15 anni, in pratica un ergastolo de facto. Ma quella sentenza è stata decisa, dopo tre gradi di giudizio, da magistrati che hanno applicato la legge sulla legittima difesa, quella voluta nel 2019 da Salvini, allora ministro dell’Interno, (e tra gli altri votata anche dai Cinque Stelle). Magistrati che hanno stabilito che quella di Roggero non è stata legittima difesa. Cavalcare la disperazione di un uomo e della sua famiglia non fa bene né a lui, né agli equilibri istituzionali del Paese e mette il Quirinale in una posizione scomoda, trascinando una lacerante vicenda umana in un clima da stadio, come se decidere se concedere la grazia o meno equivalesse a concedere un rigore in una partita di calcio. In questo scenario, non può non destare preoccupazione un crescente e diffuso consenso verso un’ideale di giustizia “fai da te”. Uno scivolamento progressivo causato anche dalla normalizzazione della violenza nel discorso pubblico e da una cultura che si spaccia per popolare e che tende a sovrapporre le categorie del giusto e del forte. E una politica sempre meno capace di trattenere e governare e sempre più tentata di passare velocemente all’incasso, premendo sull’acceleratore del “tutto e subito”, ad ogni costo. Se la legge insegue la cronaca, il diritto perde i suoi confini (e la società le sue garanzie) di Ilaria Dioguardi vita.it, 21 luglio 2026 È sempre più acceso il dibattito, pubblico e politico, sul caso di Mario Roggero, 72 anni, il gioielliere di Gallo di Grinzane (Cuneo) condannato a 14 anni e 9 mesi per aver ucciso, nel dicembre 2023, due ladri dopo l’assalto nel suo negozio. La Lega ha presentato un disegno di legge per allargare le maglie della legittima difesa: prevede la non punibilità di chi reagisce a un’aggressione armata in casa o nella propria attività, anche oltre gli attuali limiti di proporzionalità previsti dalla legge. Matteo Salvini continua a sostenere la scarcerazione del gioielliere, detenuto a Bollate Milano: gli ha fatto visita due volte in tre giorni, tanto che ai microfoni di Uno, nessuno, 100 Milan il suo avvocato ha sottolineato l’irritualità di un politico che fa visita a un carcerato con maggior frequenza del suo difensore. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha parlato di una possibile sproporzione della pena, richiamando anche il tema della grazia. Intorno alle contraddizioni del dibattito da un punto di vista culturale e ai pericoli che può generare abbiamo dialogato con Luigi Pagano, già direttore di molti istituti penitenziari, oggi Garante dei diritti delle persone private della libertà personale della città di Milano. Pagano, da un punto di vista culturale, che contraddizioni mette in luce questo dibattito? Intorno al caso Roggero il dialogo che si è venuto a creare è surreale. Ragionando da studioso di giurisprudenza, anche la formulazione di un’eventuale nuova esimente sarebbe difficilissima, si rientra sempre in un alveo in cui decide, e giustamente, il giudice. A meno che non si dica che nel raggio di x metri dalla propria attività o abitazione si possa fare ciò che si vuole. Se si torna al canone giuridico è evidente che bisogna fare un discorso di fattispecie astratte, deve capitare un caso su cui decide il magistrato, come ha fatto qui. In questa vicenda ha deciso su una norma che, peraltro, è stata formulata a suo tempo da Rocco durante il Governo fascista, poi è stata cambiata poco tempo fa. Il Codice penale non lo cambi giorno per giorno. Al di là della norma specifica, rincorrere un fatto che succede è un’inversione della logica giuridica che lavora per fattispecie astratte che poi si applicano al caso concreto. Qua mi sembra che stia accadendo tutto il contrario. Ci spieghi meglio... Se sul caso concreto si fa una norma, la legge sembra il giornale che rincorre la notizia. Ma la legge dovrebbe avere fondatezza, ragionamento. Che pericoli può generare tutto quello che si sta creando intorno a questa vicenda? In questo punto specifico, la legittima difesa sconfina in tutt’altro campo. Un discorso è applicare tutte le attenuanti possibili e immaginabili, che la magistratura nel caso specifico ha già applicato, un’altra cosa è scagionare per legittima difesa. Il rischio è il “far west”, il “liberi tutti”, il facciamo quello che vogliamo fare. Sfuggono proprio i confini della norma e anche quello che deve essere il giudizio della magistratura. Il rischio è la perdita dell’essenza del diritto: quando non ci sono più i confini del diritto, la società perde i suoi stessi limiti. Il pericolo è quello della relatività del diritto e che il cittadino finisca per percepirlo tale perché viene un po’ “sbandato” da tutti questi discorsi: ognuno dice la sua, c’è la speranza della grazia, e altro ancora. Diventa una lettura molto elementare di quello che è il tessuto civile e il tessuto politico, il cittadino l’avverte e resta spaesato. Un altro rischio è che nascano situazioni che sono forse un po’ più organizzate, però un po’ meno liberali. Con il caso Roggero c’è l’ennesimo tentativo di spostare l’attenzione, in nome della sicurezza... Non da cultore del diritto, ma da cittadino, temo che il fatto che ci siano le elezioni tra un anno intorbidi l’aria. La sicurezza è un diritto di tutti, però ripeto, se si continuano a fare decreti inseguendo la realtà (oggi il decreto Caivano, domani la norma anti-maranza) significa che manca una visione di insieme culturale, profonda, strutturale. Alla fine, risultano inefficaci anche quelle disposizioni che vogliono avere lo scopo intimidatorio. Non è che aumentando le pene o trattando le persone detenute nella maniera peggiore, si possa diminuire la criminalità. Lo si fa con un discorso diverso, migliorando le condizioni sociale. Bisogna ricordarsi dell’articolo 3 della Costituzione, non soltanto dell’articolo 27. Il vicepresidente del Consiglio dei ministri Matteo Salvini, lo scorso weekend, è andato due giorni di seguito a trovare Mario Roggero nel carcere di Bollate. Solitamente Salvini, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, il ministro della Giustizia Carlo Nordio e altri ministri di questo Governo non sono così avvezzi a frequentare le carceri italiane… Non mi scandalizzo che si vada a visitare un detenuto, mi scandalizzo perché non si può invocare l’umanità soltanto in un caso specifico, quando sono anni che gli istituti di pena languono in uno stato che già nel 2013 Strasburgo ci contestò essere “inumano e degradante”. Non usando mezzi termini, il Comitato contro la tortura di Strasburgo disse addirittura che era “una tortura di Stato”. Per le carceri italiane non si è fatto nulla, si è rimandato sempre il problema dimenticando, al di là di quello che afferma l’articolo 27 della Costituzione, che i detenuti imputati sono quelli che la legge considera presunti innocenti e che vivono in una situazione spesso inumana e degradante. Anche i condannati possono essere stati condannati innocentemente. Ma il richiamo della Costituzione è prima pratico e poi giuridico, nel momento in cui si sottrae la libertà ad un uomo (che è il massimo del bene che un uomo possa avere) poi si ha il dovere (non il diritto) di trattarlo come l’umanità vuole, puntando al reinserimento sociale. Fa un po’ male vedere una frequentazione non abituale delle istituzioni negli istituti di pena. Si sta dimenticando ciò che non è stato fatto per anni nelle carceri, si stanno dimenticando i suicidi dei detenuti e le condizioni di vita negli istituti penitenziari italiani. Salvini non si ferma più: presenta il ddl “Roggero” e incassa l’ok di Musk di Mauro Bazzucchi Il Dubbio, 21 luglio 2026 Il leader leghista, dopo aver visitato in carcere il gioielliere e proposto la sua candidatura, ha depositato la proposta per la difesa senza limiti. La proposta di legge porta la firma del senatore leghista Claudio Borghi, ma il marchio politico è quello di Matteo Salvini. L’atto parlamentare del leader della Lega dopo il caso Mario Roggero arriva infatti nel pieno della tempesta suscitata dalla condanna definitiva del gioielliere di Grinzane Cavour e traduce in norma la linea dettata negli ultimi giorni dal vicepremier: nessun limite sostanziale alla legittima difesa quando si reagisce a un’aggressione armata nel proprio domicilio o nel luogo di lavoro. Un’accelerazione che, oltre a riaprire un delicatissimo fronte giuridico, produce un effetto immediato sugli equilibri della maggioranza, costringendo gli alleati a rincorrere una linea sempre più spostata a destra. Il testo depositato in Senato modifica l’articolo 52 del codice penale introducendo una causa speciale di non punibilità per “qualsiasi reazione” posta in essere nell’immediatezza di un’aggressione a mano armata in casa, nel negozio o nel proprio esercizio professionale, prescindendo dalla proporzionalità dei mezzi impiegati, dalla permanenza del pericolo e perfino dalla natura strettamente difensiva della condotta. Una formulazione destinata a superare di fatto il principio sul quale continua a reggersi l’attuale disciplina, nonostante le modifiche introdotte nel 2019, e che nasce esplicitamente anche sulla scorta del caso Roggero. La scelta dei tempi è tutt’altro che casuale. Da quando il gioielliere è entrato nel carcere di Bollate, Salvini si è mosso con una rapidità che gli ha consentito di occupare la scena: due visite al detenuto, l’annuncio della volontà di candidarlo alle prossime elezioni, il sostegno alla richiesta di grazia e infine il deposito del disegno di legge costituiscono tasselli di una strategia da tempo agognata. Una sequenza che ha permesso al leader leghista di prendere un vantaggio evidente sia su Fratelli d’Italia sia sul partito del generale Roberto Vannacci, costretti entrambi a inseguire. Non è un caso che anche il capogruppo di FdI alla Camera, Galeazzo Bignami, abbia scelto di recarsi a Bollate per incontrare Roggero, mentre oggi il gioielliere ha ricevuto la visita della moglie e delle figlie. Il partito che vive con maggiore difficoltà questa situazione è Forza Italia. Gli azzurri condividono la richiesta di grazia per Roggero e continuano a sostenere la necessità di impedire che i familiari dei rapinatori possano ottenere risarcimenti, ma tracciano una linea rossa sul terreno della legittima difesa. Il viceministro della Giustizia Paolo Sisto liquida il testo della Lega come “inaccettabile”, denunciando il rischio di uno stravolgimento dei principi del diritto penale e contestando anche il metodo seguito da Salvini, accusato di voler riscrivere norme fondamentali sull’onda dell’emotività. Ancora più esplicito il vicesegretario Stefano Benigni, secondo cui non si possono modificare regole così delicate ogni volta che un fatto di cronaca scuote l’opinione pubblica. La mediazione proposta da Forza Italia resta quella già sostenuta in passato: eliminare gli indennizzi ai familiari dei criminali, senza però trasformare la legittima difesa in una sorta di licenza generalizzata all’uso della forza. È una posizione tutt’altro che semplice. Da un lato Forza Italia non può permettersi di apparire distante da un sentimento largamente diffuso nell’elettorato del centrodestra, alimentato dalla vicenda Roggero. Dall’altro rappresenta ormai l’unica componente della coalizione che continua a rivendicare un’impostazione garantista e liberale anche in materia penale. Il rischio, per Tajani, è quello di trovarsi schiacciato tra la spinta identitaria della Lega e una Fratelli d’Italia che, pur con maggiore prudenza, finisce inevitabilmente per accodarsi. Salvini, intanto, continua a respingere le accuse di voler introdurre il Far West, assicurando che nessuno intende legittimare vendette private ma ribadendo che il codice penale deve distinguere in modo sempre più netto chi si difende da chi aggredisce. È il linguaggio della campagna elettorale già iniziata. A un anno dal voto, la concorrenza interna al centrodestra non si combatte più soltanto sulle alleanze o sui candidati, ma soprattutto sull’occupazione dei temi simbolici. E oggi quello della sicurezza, della legittima difesa e del caso Roggero porta soprattutto la firma di Matteo Salvini. A rafforzare ulteriormente la posizione del leader leghista è arrivato perfino l’inaspettato endorsement di Elon Musk. Il patron di Tesla, intervenendo su X, ha definito “una follia” la condanna di Roggero, sostenendo che “il giudice e il pubblico ministero sono coloro che meritano questa condanna”. Un intervento immediatamente valorizzato da Salvini, che ha spiegato di non avere sollecitato Musk ma di considerare significativo che “la distinzione tra chi si difende e chi offende arrivi anche al di là dell’oceano”. Un assist politico che ha contribuito ad amplificare la campagna del leader della Lega proprio mentre un alleato e un concorrente politico cercavano di recuperare terreno, in questa gara a guadagnarsi il favore della pancia del Paese. Sulla legittima difesa forzisti e alleati parlano lingue diverse di Andrea Colombo Il Manifesto, 21 luglio 2026 FdI e Lega si lanciano in una competizione metà sinistra e metà grottesca per chi meglio incarna gli spiriti che hanno eletto Roggero a proprio eroe. Forza Italia, raggelata, si smarca, prende le distanze, realizza ogni giorno di più quanto profondo sia il fossato che ormai divide le anime del centrodestra. Il leader di Futuro nazionale, convinto non a torto di aver dato lui il là alla forsennata sarabanda, se la ride e detta in anticipo le condizioni. Per allearsi con la destra oggi al governo chiederebbe “un accordo programmatico scritto, pubblico e verificabile, con tempi precisi”. LA Prima linea della frattura nella destra è il caso Roggero. Sulla grazia tutti d’accordo. Sulle motivazioni molto meno. Domenica, Bignami si è precipitato nel carcere di Bollate, non sia mai che il pellegrinaggio diventi monopolo da Salvini. Nello stesso momento, la premier confermava di aver mandato lei allo sbaraglio il povero Nordio. Anche Tajani vuole la grazia, ma solo per carità cristiana e generosa disponibilità al perdono: “È colpevole, non abbiamo mai pensato di candidarlo, non gli abbiamo mai fatto visita. Diciamo solo che merita il perdono”. Qui almeno sull’obiettivo, pur se con motivazioni opposte, la maggioranza concorda. Sul riflesso concreto della campagna, cioè su una nuova legge modello Lynch, invece i tre alleati il dissenso è totale. La proposta di legge sulla legittima difesa presentata dal leghista Borghi va per le spicce. Basta con le bubbole come la proporzione tra offesa e difesa: “Qualsiasi reazione è non punibile indipendentemente dalla proporzionalità dei mezzi usati, dalla persistenza del pericolo e dalla natura strettamente difensiva della condotta”. Gli azzurri non possono far finta di niente. Pollice verso, rifiuto senza spiragli. Il viceministro della Giustizia Sisto sbotta: “Attualità del pericolo e proporzione tra offesa e difesa sono cardini intoccabili. Occorre mantenere saldi i principi dello Stato di diritto e la grazia non può essere il quarto grado di giudizio”. L’opposto esatto di quel che dice e propone la Lega. Fdi sa perfettamente che la legge da giustizieri della notte non passerebbe mai l’esame della Corte costituzionale. Non ha apprezzato affatto la trovata leghista, non concordata con nessuno. Però non osa dirlo. Si trincera dietro la necessità di valutare bene il testo. Non commenta. Vedi mai passassimo per tiepidi nella difesa di chi si fa giustizia da solo. La corsa è a perdifiato anche sul fronte dei risarcimenti. Stamattina lo stato maggiore dei tricolori presenterà alla Camera la sua proposta di legge. Titolo: “Mai più delinquenti risarciti da vittime”. Il Carroccio non si accontenta: “Se c’è la volontà di impedire ogni risarcimento si voti la nostra proposta come emendamento al dl sicurezza al Senato”. Perché perdere tempo con una legge quando si può procedere in quattro e quattr’otto per decreto? Infatti in serata i capigruppo di maggioranza decidono di procedere proprio così, con un emendamento al dl sicurezza in discussione. La spaccatura verticale in materia di legittima difesa è solo il più vistoso tra i molti fronti sui quali si sta consumando una divaricazione irrecuperabile tra la destra e il centro della maggioranza, tra i due partiti che saltano per agitare il cappio più in alto dell’altro e Fi. O almeno tra quella metà o giù di lì di Fi che si sente sempre più soffocata dai nuovi indirizzi che, in buona parte su spinta esterna di Vannacci, stanno sostituendo quelli noti. Lo scontro sulle preferenze è altrettanto frontale, quello con FdI sulle intercettazioni insanabile. Anche sull’arresto omicida di Bologna solo FdI e Lega, senza Fi, si sono schierate subito in difesa degli agenti. Oggi, al contrario di quel che si aspettavano quasi tutti gli analisti, l’anello debole del centrodestra, quello più tentato da una via di fuga che forse avrebbe già imboccato se le mappe politiche offrissero qualche sponda, non è la Lega ma il partito di Berlusconi, il padre fondatore. Vannacci si frega le mani. La proposta sulla legittima difesa che ha in mente è meno sgangherata e meno anticostituzionale di quella di Borghi. Non cancella il principio di proporzionalità. Mira a rendere centrale la “percezione della vittima” e se il risultato è identico la formula è più abile. Ma soprattutto è molto meno aggirabile per Meloni. “Non si riforma la giustizia con il populismo” di Enrico Costa e Stefania Craxi La Repubblica, 21 luglio 2026 Lettera aperta dei capigruppo FI di Camera e Senato. Le riforme, soprattutto quelle più ambiziose, hanno bisogno di tempo per maturare, affermarsi e superare la propaganda ostile che inevitabilmente le accompagna. Per questo, l’esito di un referendum non segna certo, per Forza Italia, la fine di una battaglia culturale. Al contrario, il voto di oltre dodici milioni di cittadini ci sollecita a proseguire con ancora maggiore convinzione nella difesa dei principi fondamentali di una democrazia liberale e dello Stato di diritto: dalla presunzione di innocenza alla terzietà e imparzialità del giudice; dalla ragionevole durata del processo al diritto di difesa esercitato in condizioni di effettiva parità tra accusa e difesa; dal diritto alla prova e al pieno contraddittorio fino al rifiuto dell’abuso della custodia cautelare e all’affermazione del principio secondo cui la responsabilità penale deve essere accertata oltre ogni ragionevole dubbio. Sono principi che tutelano la libertà di tutti. Garanzie che non rappresentano privilegi, bensì il limite invalicabile oltre il quale lo Stato di diritto cede il passo all’arbitrio. Viviamo però una stagione nella quale le proposte più populiste e meno liberali trovano un consenso immediato, sospinte dall’emotività e dalla pressione dell’ultimo fatto di cronaca, spesso attraverso il ricorso alla decretazione d’urgenza. È sufficiente che qualche autorevole esponente della magistratura, o finanche qualche testata giornalistica, invochi la compressione di una garanzia o di un diritto perché in Parlamento si apra immediatamente una gara a chi offre la risposta più rapida. Chi, invece, richiama il rispetto dei principi costituzionali e delle garanzie del giusto processo viene troppo spesso dipinto come indulgente verso la criminalità o, peggio, come sospettabile di collusione. Accade così che le norme ispirate al garantismo - quelle che rafforzano il giusto processo, promuovono un approccio più equilibrato al diritto penale, assicurano un trattamento carcerario conforme ai principi di umanità e rendono l’ordinamento giudiziario meno autoreferenziale - siano costrette a percorsi lunghi e accidentati, tra rinvii, approfondimenti e istruttorie che sembrano non concludersi mai. Eppure, è proprio questa la differenza tra una politica guidata dall’emozione e una politica ispirata ai principi. La prima rincorre il consenso effimero del momento; la seconda costruisce riforme destinate a durare nel tempo e in grado di reggere il confronto con il passare del tempo. Forza Italia continuerà a percorrere questa seconda strada con la determinazione che ha sempre contraddistinto la sua storia. Continuerà a difendere il garantismo non perché sia una posizione facile o popolare, ma perché è quella più coerente con i valori del liberalismo e con la nostra idea di Stato di diritto. Le battaglie culturali non si misurano nell’arco di una legislatura, né si esauriscono con l’esito di un referendum. Si vincono quando i principi riescono, con la forza delle idee e della ragione, a prevalere sulla paura, sull’emotività e sulla tentazione di sacrificare la libertà in nome dell’emergenza. Le battaglie culturali hanno bisogno di tempo, ma la politica ha anche il dovere di produrre risultati. Per questo i prossimi mesi dovranno essere mesi di scelte e di approdi concreti. In Parlamento sono aperti dossier importanti che riguardano il funzionamento della giustizia, le garanzie dei cittadini e l’efficienza dei processi. Sono provvedimenti che non possono restare sospesi né essere rinviati a data da definirsi. È quindi il momento di portare a compimento riforme attese da anni, di trasformare i principi in norme e le intenzioni in risultati. Una legislatura matura si misura anche dalla capacità di chiudere i percorsi avviati, assumendosi la responsabilità delle decisioni e consegnando al Paese un sistema più giusto, più moderno e più rispettoso dei diritti fondamentali. Il giudice non può negare l’accesso alla giustizia riparativa per il no della vittima di Paola Rossi Il Sole 24 Ore, 21 luglio 2026 Altrimenti verrebbe svilita l’ipotesi espressamente prevista dalla legge di svolgimento del percorso riparativo con altra vittima cosiddetta “surrogata”, in quanto il fine dell’istituto è la ricomposizione della frattura sociale conseguente al reato commesso. Il percorso di giustizia riparativa non è nettamente precluso all’imputato dalla mancata disponibilità della vittima a parteciparvi. Infatti, il nuovo sistema penale prevede, al fine di procedere sulla strada emendativa/riparativa - la possibilità di farlo con una cosiddetta vittima surrogata di reato normalmente simile a quello di cui si è macchiato il responsabile. Il vero obiettivo centrale della giustizia riparativa è la composizione degli interessi in conflitto tra reo e parte lesa e la risocializzazione del colpevole, ma senza che ciò comprometta però il benessere primario della parte offesa. Questa l’affermazione della Corte di cassazione che con la sentenza n. 27216/2026 ha annullato la decisione del giudice di appello perché aveva negato l’esperimento di giustizia riparativa in ragione del no espresso dalla vittima, la quale non era in grado di sostenere un passaggio condiviso con l’imputato senza il rischio di una propria vittimizzazione secondaria. I principi chiariti - I principi che la sentenza offre sulla questione affermano che il vero e indefettibile presupposto dell’accesso al percorso parallelo al processo penale non è l’accordo della vittima, ma l’avvenuto segnale di resipiscenza da parte dell’imputato se non proprio l’ammissione dei fatti sub iudice. Nel caso concreto il ricorrente che aveva commesso il reato nei confronti di un soggetto minorenne aveva già provveduto, al momento di presentazione dell’istanza, al risarcimento del danno e risultava cancellato dal proprio ordine professionale dei medici. Anche l’avvenuto risarcimento non è in sé - come di seguito chiarito - presupposto necessario all’ammissione al percorso riparativo, anche se ovviamente può essere elemento positivo della valutazione che il giudice è tenuto a fare. Come spiega la Cassazione il no della vittima a ricomporre il danno subito attraverso un passaggio condiviso ed empatico con l’autore del reato da essa subito è proprio quel presupposto che apre la strada alla previsione della Riforma di attuare lo stesso risultato attraverso incontri e condivisioni realizzati con una cosiddetta vittima “aspecifica” o surrogata. Il che consente anche di dare una seconda possibilità di superare il trauma ad altra persona che abbia subito un reato, magari commesso da ignoti, per ricomporre la frattura sociale originata da un atto criminale. È, tra l’altro, proprio questo il fine perseguito dal Legislatore della Riforma, ossia la risocializzazione di una persona che si è macchiata di comportamenti di rilevanza penale e la ricomposizione della frattura sociale che da essi deriva. Inoltre, fa rilevare la Corte che l’istanza di ammissione non poteva essere respinta perché tardivamente coltivata solo in secondo grado. Lasciando in disparte il caso specifico - dove la prima istanza poi riproposta in appello era stata respinta dal Gip e che la dottrina oscilla tra la possibilità che il diniego possa essere oggetto di impugnazione sic et simpliciter o debba necessariamente o vadano allegati nuovi motivi - va sottolineato come la stessa Riforma che ha introdotto l’istituto extraprocessuale non preveda limiti alla proponibilità della domanda di accesso e non impone l’anticipazione da parte del richiedente di uno specifico programma di giustizia riparativa. Per la Cassazione il giudice di appello non poteva, in conclusione, respingere la domanda asserendo l’inutilità dello strumento richiesto perché la vittima diretta era indisponibile a parteciparvi altrimenti si darebbe spazio a quello che la stessa Corte definisce il rischio di una “dittatura vittimistica” capace di paralizzare la novità della giustizia riparativa. Conclude poi, la Suprema Corte, facendo rilevare che compito del giudice è effettuare in concreto un giudizio prognostico sulla risocializzazione dell’imputato attraverso il percorso riparativo. Ciò che rileva è appunto il risultato positivo di tale esame senza che sia di ostacolo la mancata ammissione degli addebiti. Che nel caso ci sia è essa stessa elemento favorevole alla prognosi positiva. Veneto. Sovraffollamento record: detenuti al 149 per cento della capienza di Laura Berlinghieri Il Mattino di Padova, 21 luglio 2026 La relazione del Garante regionale fotografa una situazione critica nelle carceri della regione: 2.873 detenuti a fronte di una capienza molto inferiore, sei suicidi nel 2024 e carenza di agenti di polizia penitenziaria. È una ferita che non si rimargina, un’emorragia che non accenna a rallentare. Nelle carceri italiane debordano i detenuti. La situazione in Veneto non solo non è migliore che altrove, ma è persino più grave. Anticipata da risposte evidentemente insufficienti ad arginare una condizione che è anche termometro per misurare il livello di civiltà di un Paese, o di un territorio. Il sovraffollamento - Si parla di questo: a Rovigo, di un nuovo padiglione carcerario con 120 posti e del nuovo istituto penale minorile, e poi di un nuovo centro di prima accoglienza per minori a Mestre, nella sede del tribunale per i minorenni. Soltanto palliativi, in una regione - a dirlo è la relazione sull’attività svolta nel 2025 dal Garante regionale dei diritti della persona - le cui nove carceri hanno concluso lo scorso anno con 2.873 detenuti, un migliaio in più rispetto al massimo che sarebbe consentito. Con una percentuale di riempimento del 149% e un incremento sull’anno scorso (140%) e su quello prima ancora (134%), quando la situazione era già molto grave. Carceri in Veneto e Friuli Venezia Giulia, record di suicidi e sovraffollamento: il rapporto di Antigone - Emergenza senza precedenti nelle carceri italiane: oltre 64 mila detenuti, 82 suicidi nel 2025 e istituti sovraffollati. Criticità anche in Veneto e Friuli Venezia Giulia, con Padova, Treviso e Udine tra i casi simbolo: ecco perché Carceri italiane al collasso: 64 mila detenuti, record di suicidi e sovraffollamento oltre il 139 per cento - Cifre che inchiodano il Veneto al quarto posto della ben poco lusinghiera classifica italiana delle carceri con la più alta percentuale di riempimento: peggio fanno solo gli istituti di Puglia, Friuli Venezia Giulia e Molise. Situazione assolutamente evidente, come raccontato per esempio dalle parole utilizzate nel report, nel quale si fa riferimento alla “macroscopica inidoneità di alcune strutture penitenziarie”, per dirne una. D’altronde, a fronte di proclami tutti orientati verso il segno opposto, è dal 2020 che il Veneto registra, anno dopo anno, un numero sempre maggiore di detenuti. Le singole carceri - La situazione in regione è piuttosto eterogenea, con oscillazioni nella capienza piuttosto importanti. E un dato comune: il sovraffollamento in tutte le carceri, con l’eccezione per la casa di reclusione femminile di Venezia (83.03%). Si va dal 126,97% di riempimento del carcere di Belluno, fino ad addirittura il 184,78% di Montorio, a Verona, con 619 detenuti, in una struttura dimensionata per 335. I suicidi - E non è un caso, probabilmente, il fatto che proprio quello scaligero sia il carcere nel quale, lo scorso anno, si è registrata la metà dei suicidi in regione: tre su sei. Un altro a Belluno, uno a Venezia e uno nell’istituto per minori di Treviso. Cifre che mostrano un discreto passo indietro rispetto al 2024, quando furono nove, ma che ancora segnano una distanza troppo larga dallo zero - soprattutto a livello nazionale, con 74 detenuti che hanno deciso di togliersi la vita. In cella - Dei 2.873 detenuti delle carceri venete, le donne sono soltanto 147: si trovano tutte nella casa di reclusione femminile della Giudecca, a Venezia; non a caso, l’unico istituto del Veneto a non conoscere il fenomeno del sovraffollamento carcerario. Ed è anche un altro il dato interessante: gli stranieri rappresentano oltre la metà dei detenuti, il 52,14%. Una percentuale che si distanzia nettamente dalla media del resto del Paese, ferma al 31,68%, e che colla il Veneto alla quarta posizione di questa sorta di graduatoria nazionale. Polizia penitenziaria - Anche sul fronte del personale di polizia penitenziaria si registrano carenze, con un numero di agenti che è sottodimensionato di 41 unità rispetto al necessario. Dato reso ancor più grave dalla situazione di sovraffollamento delle celle; perché, in poche parole, significa questo: in una situazione che è già di enorme stress, il numero di poliziotti è persino inferiore a quello previsto per gestire una condizione standard. E, anche in questo caso, la situazione è piuttosto eterogenea. Visto che vi sono istituti persino in situazioni di extra-organico (Verona e i due di Venezia), compensati però dalle strutture di Rovigo (-30) e Padova (-25). Esecuzione penale esterna - Infine, oltre il carcere: l’esecuzione penale esterna. Quel macromondo nel quale confluiscono le misure alternative, come l’affidamento in prova ai servizi sociali, la detenzione domiciliare e la semilibertà. Condizioni che, in regione, al 31 dicembre dello scorso anno accomunavano 8.854 persone, di cui poco più di un migliaio donne. Conclusione di una lettura complessivamente ben poco lusinghiera nei confronti della nostra regione. Torino. “Articolo 27”: capire il carcere? Bisogna entrarci di Marina Lomunno La Voce e il Tempo, 21 luglio 2026 Avrebbe aderito anche il grande giurista Piero Calamadrei all’iniziativa di “Alleanza per l’Articolo 27”, una rete di cui fanno parte 19 organizzazioni della società civile, tra cui il Gruppo Abele e Libera, che martedì 14 luglio ha organizzato in 37 carceri italiane visite con oltre 350 rappresentanti di istituzioni, università e cultura per portare all’attenzione dell’opinione pubblica le condizioni catastrofiche dei penitenziati nostrani. Calamandrei, padre costituente, già nel 1948, intervenendo sulla previsione di spesa del ministero di Grazia e Giustizia, entrando dentro le carceri ne denunciò la situazione drammatica. Ecco le sue parole “Le carceri italiane, cimitero dei vivi. Erano così cinquant’anni fa, sono così oggi, quasi immutate. Bisogna vederle, bisogna esserci stati, per rendersene conto”. E 78 anni dopo, lo scenario che si è presentato a chi è entrato nelle galere dell’Italia del 2026 con gli attivisti di “Allenza per l’Articolo 27”, non è molto diverso dai tempi di Calamandrei: oggi i detenuti reclusi nelle 190 carceri italiane sono 64.695 ma i posti realmente disponibili sono 46.228, con un tasso di affollamento su base nazionale del 140% che in alcuni casi è addirittura del 250% in strutture obsolete, con celle con letti a tre piani senza ventilatori né frigoriferi, spazi per l’ora d’aria privi d’ombra, carenza di locali per attività formative, aggregative e formative per non parlare della cronica carenza di agenti penitenziari, educatori, personale amministrativo e medico-sanitario. Don Luigi Ciotti, fondatore del Gruppo Abele invitato a visitare il carcere milanese di Opera ha richiamato l’attenzione sulle alternative alle pene detentive sottolineando che in molte situazioni la carcerazione dovrebbe essere “l’extrema ratio”: “Ci si chiede quale sia, in alcuni sistemi di legge, come quelli sulla tossicodipendenza e sui migranti, che poi sono le quote che riempiono di più le nostre carceri, il senso di tutto questo. Ci si chiede quali altre strade o alternative possono essere realizzate” ha detto don Ciotti. “Siamo noi che diventiamo prigionieri dei nostri pregiudizi e della mancanza di conoscenza di cosa voglia dire oggi il problema delle carceri in Italia”. Anche il carcere di Torino “Lorusso e Cutugno” rientrava delle visite di “Alleanza” con quello di Asti e di Biella: la delegazione torinese era composta, tra gli altri, dal vicesindaco di Torino Michela Favaro, dall’ex garante regionale dei detenuti Bruno Mellano, da Cgil, da alcuni rappresentanti di Antigone e del Cnca (Coordinamento nazionale comunità accoglienti) tra i promotori dell’iniziativa. La delegazione ha incontrato la direzione, la polizia penitenziaria, le persone detenute e “dalla visita è emerso un quadro di forte affaticamento del sistema penitenziario, segnato da un sovraffollamento estremamente significativo e da diffuse criticità organizzative e strutturali” spiegano gli attivisti. In particolare, la delegazione ha riscontrato un grave sovraffollamento, con circa 1.500 ristretti (il 42% stranieri spesso in situazione irregolare) per una capienza regolamentare di circa mille posti. Molto elevata la presenza di giovani adulti tra i 18 e i 25 anni, molti dei quali provenienti dal circuito penale minorile e con problematiche psichiatriche o di dipendenza. Mancano inoltre 200 agenti penitenziari e sono soltanto 18 gli educatori che seguono 100 reclusi ciascuno. Il cardinale Matteo Zuppi, presidente della Cei, e il Presidente della Repubblica Mattarella, in diverse recenti occasioni hanno sottolineato la totale disumanità delle attuali carceri del nostro Paese. Non si tratta, hanno detto, di una emergenza, ma di una situazione ormai stabile e quindi doppiamente grave. Per non parlare del fenomeno doloroso dei suicidi, sia nella popolazione ristretta che tra gli operatori della Polizia Penitenziaria: sono 33 le persone che si sono tolte la vita dietro le sbarre dall’inizio dell’anno. “Le condizioni attuali assumono particolare gravità se confrontate con l’articolo 27 della nostra Costituzione dove si legge che lo scopo delle pene deve tendere alla rieducazione del condannato. Si noti che non si parla nemmeno specificamente di detenzione carceraria. Si parla di giustizia rieducativa e non semplicemente punitiva o peggio ancora vendicativa” commenta fra’ Beppe Giunti, francescano, volontario nella sezione dei collaboratori di giustizia del “Lorusso e Cutugno”. E aggiunge: “Una parola luminosa e potente, ‘speranza’, deve far seguito a questa iniziativa che si spera abbia risonanza nell’opinione pubblica per sfatare i luoghi comuni che chi commette un reato sconta la pena in strutture che somigliano ad alberghi. Avere un sistema carcerario che attraverso operatori preparati e progetti formativi seri accompagna i ristretti ad un nuovo stile di vita vuol dire guardare avanti con speranza. Uscire da uno stato più o meno grave di criminalità e passare ad un progetto di vita, concreto, semplice e legale vuol dire respirare la speranza. Le carceri devono - non dovrebbero - essere luoghi dove l’espiazione legittima di una pena si incrocia con la speranza in un futuro possibile, diverso, onesto. Aggiungiamo, tornando all’articolo 27 della Costituzione, che la detenzione non è l’unico strumento punitivo/rieducativo, anzi deve essere lo strumento adatto a situazioni estreme, particolari, valutato con saggezza dalla Magistratura. Comunità di recupero, cooperative sociali, affidamento a soggetti del Terzo Settore, sono tutte opportunità per avviare a concreti futuri di speranza chi ha commesso reati”. Sassari. La Garante a Bancali: “Impegno della direzione e del personale ma condizioni estreme” sardegnanotizie24.it, 21 luglio 2026 “Caldo, detenuti psichiatrici, questioni sanitarie ma alcune sezioni sono migliorate”. Il caldo soffocante, detenuti con problemi psichiatrici, le carenze del sistema di accoglienza e le difficoltà quotidiane della vita in carcere. Sono i temi emersi dalla visita effettuata dalla garante regionale delle persone private della libertà, Irene Testa, nella casa circondariale di Bancali, a Sassari. La garante descrive una situazione resa ancora più pesante dalle temperature torride di questi giorni. In alcune celle, racconta, i detenuti hanno steso i materassi sul pavimento nel tentativo di trovare un po’ di refrigerio. Un’immagine che, secondo Testa, restituisce la durezza delle condizioni in cui si vive all’interno dell’istituto. Tra le situazioni rilevate durante la visita, due hanno colpito particolarmente la garante. La prima riguarda un ragazzo di 18 anni, seguito da minorenne dalla Neuropsichiatria per tratti dello spettro autistico e disturbo da deficit di attenzione e iperattività (Adhd). Attualmente si trova in carcere per un reato non grave, in attesa di una rivalutazione clinica e soprattutto di un posto in una struttura idonea ad accoglierlo. “In Sardegna le strutture di accoglienza si contano sulle dita di una mano e non ci sono posti disponibili”, osserva Testa, che pone una domanda destinata a far riflettere: “Si può tenere un ragazzo in carcere in queste condizioni?”. “Professionalità, umanità e dedizione in mezzo a un mare di disperazione” - Il secondo caso è quello di un detenuto trasferito da un altro istituto penitenziario dopo essere rimasto gravemente ferito in un’aggressione. Durante una lite, altri detenuti gli avrebbero gettato addosso dell’olio bollente, provocandogli gravi ustioni al torace e la perdita dell’udito. Oggi avrebbe bisogno di una crema lenitiva prescritta dai medici, dal costo di 17 euro, ma non può permettersela. Non lavora, non ha familiari che possano acquistarla e il carcere non può fornirla perché non si tratta di un farmaco mutuabile. Nonostante le criticità, Irene Testa evidenzia anche alcuni segnali positivi. Rispetto al passato, spiega, alcune sezioni del carcere risultano migliorate. Un riconoscimento viene rivolto anche alla direzione dell’istituto e al personale. “Ho visto un direttore, una vicedirettrice e tutto il personale lavorare con professionalità, umanità e dedizione in mezzo a un mare di disperazione”, sottolinea la garante, evidenziando l’impegno quotidiano di chi cerca di coniugare sicurezza, dignità e speranza in condizioni spesso estremamente difficili. Lucca. Quel carcere non è degno. Un nuovo istituto è un dovere verso la città e la Costituzione di Umberto Sereni* La Nazione, 21 luglio 2026 Le morti degli ultimi giorni riportano al centro una battaglia civile mai conclusa. Lucca deve chiedere un istituto nuovo, dignitoso e adeguato: è finito il tempo delle attese. Ed ecco dunque l’amara autocitazione: nella primavera del 2023 sulle pagine di questo giornale sottoponevo all’attenzione delle istituzioni e della cittadinanza l’”emergenza San Giorgio”, dovuta alle sue penose condizioni, al limite della sopportabilità fisica e morale. E, insieme avanzavo la sollecitazione per un deciso impegno teso a realizzare un nuovo carcere dove fossero rispettati i parametri di dignità e di salubrità. Era la primavera del 2023. L’appello cadde nel vuoto: Ma non mi detti per vinto e tornai ad agitare la “questione San Giorgio” in un intervento più articolato che apparve sul giornale on line “Lo Schermo” con questo titolo: ‘Se permettete parliamo del carcere’. Di quell’articolo, agosto 2024, riprendo il nucleo che lo esplicitava. Dopo aver riferito le notizie delle tristi condizioni del San Giorgio andavo al sodo e scrivevo: “Detto con la massima chiarezza: questa triste storia può finire. Deve finire. Deve finire per la penosa condizione alla quale sono costretti quanti stanno là dentro per scontare una pena: la nostra Costituzione parla chiaro e recita all’articolo 27: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso dell’umanità”. O decidiamo che la Costituzione non si applica al carcere di San Giorgio o prendiamo atto di una semplice verità: si deve costruire un nuovo carcere che sia in regola con lo spirito della Costituzione. Per dirla nel modo più chiaro possibile. Lucca deve avere uno nuovo carcere. Credo di non sbagliare se ricordo che nel recente passato (amministrazione Lazzerini) da parte del nostro Comune furono avviate le pratiche per coinvolgere il Ministero nel progetto di un nuovo carcere: ora si tratta di rimetterci le mani approfittando anche del fatto che grazie al PNRR il governo dispone dei fondi destinati alla realizzazione di nuove carceri. È troppo pretendere dai politici una decisa presa posizione che rimetta in movimento la sacrosanta “Operazione Nuovo Carcere” che tra tanti meriti avrebbe anche quello di avviare al risanamento un’area cittadina che, inserita in un piano di rigenerazione urbana qualificherebbe uno spazio, sottraendolo alla straziante vista che domina e offende un tratto della Passeggiata delle Mura. La questione è posta: da inguaribile ottimista sono certo che nella nostra città ci siano le volontà e le sensibilità pronte a impegnarsi per questa battaglia di civiltà. Ne va dell’onore di Lucca e dei lucchesi”. Luglio 2026, mi ripeto e continuo a sperare. *Professore universitario Catania. Il carcere è una polveriera: dalla rivolta dei detenuti alla rabbia della Polizia penitenziaria di Francesca Aglieri Rinella La Sicilia, 21 luglio 2026 Alcuni detenuti di due bracci - ognuno con centinaia di ospiti - sarebbero venuti in contatto e nella colluttazione scaturita c’è stato anche il ferimento di tre agenti. Detenuti in protesta nel carcere di Piazza Lanza, dove per contenere i disordini sono stati inviati di supporto poliziotti, carabinieri e finanzieri che hanno presidiato l’area attorno alla casa circondariale. Dalle prime notizie, alcuni detenuti di due bracci - ognuno con centinaia di ospiti - sarebbero venuti in contatto e nella colluttazione scaturita c’è stato anche il ferimento di tre agenti penitenziari. Sul posto anche i mezzi di emergenza del 118. Arrivati anche agenti del Gio (Gruppo di intervento operativo), un reparto speciale della Polizia Penitenziaria, voluto dal Ministero della Giustizia: opera su scala nazionale per fronteggiare gravi emergenze, rivolte e situazioni di elevato rischio all’interno e all’esterno degli istituti. “È stato chiesto - dice Armando Algozzino, presidente nazionale di Uil Fp polizia penitenziaria - l’ausilio delle altre forze dell’ordine perché il numero degli agenti presenti non era sufficiente a sedare la rissa; servirebbero una ventina di agenti in più, invece sono meno della metà”. “I detenuti delle sezioni Simeto e Amenano sono entrati in contatto. La situazione è diventata incontrollabile e tre agenti fra quelli che hanno cercato di evitare il peggio sono rimasti feriti. Uno ha subito una lussazione, un altro è ferito al volto. Altri hanno avuto escoriazioni. Consideriamo che la mobilità dei detenuti a Piazza Lanza è del 47% di tutta quella in Sicilia, questo significa passaggio continuo di persone che vengono in contatto con provenienze, storie e culture diverse”. Per il presidente nazionale del Consipe, Mimmo Nicotra: “quanto sta accadendo a Piazza Lanza non è una fatalità, è la cronaca di un disastro ampiamente annunciato, la firma del fallimento della politica gestionale dell’Amministrazione penitenziaria. Da mesi urliamo ai quattro venti che la struttura catanese è una polveriera pronta a esplodere, schiacciata da un sovraffollamento insostenibile che sfiora il 170% e da una carenza organica cronica che supera le 60 unità”. Per il Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria (Sappe): “Soltanto il coraggio, la professionalità e il senso dello Stato dimostrati hanno impedito che la situazione degenerasse ulteriormente. Le aggressioni, le tensioni e le condizioni operative insostenibili avevano ampiamente annunciato ciò che purtroppo si sta verificando. Nessuno potrà dire di non sapere”. Siracusa. “Il Giardino del mare” al lavoro ex detenuti La Sicilia, 21 luglio 2026 Prenderà il via oggi a Marina di Priolo, il progetto “Giardino del Mare”. Ex detenuti, residenti a Priolo Gargallo, saranno impiegati in vari servizi: spazzamento manuale e pulizia aree pubbliche; raccolta, gestione e conferimento rifiuti; manutenzione ordinaria del verde pubblico; svuotamento cestini; pulizia e sanificazione dei servizi igienici; interventi periodici e straordinari connessi alla fruizione del Giardino del Mare. “Volontà dell’amministrazione comunale - dicono il sindaco Pippo Gianni e l’assessore alle Politiche Sociali Gipi Marullo - è raggiungere un duplice obiettivo: offrire da un lato un’opportunità di integrazione ai soggetti svantaggiati esclusi dal mercato del lavoro attraverso un inserimento lavorativo che dia loro dignità e dall’altro poter mantenere pulito tutto l’anno il nostro arenile visto che per i noti motivi non possono essere impiegati i mezzi meccanici. Tutto ciò nel rispetto della persona, delle sue difficoltà, capacità e potenzialità”. Per l’affidamento del servizio, il Comune di Priolo ha pubblicato lo scorso maggio un avviso di manifestazione di interesse, rivolto alle cooperative sociali di tipo B e ai consorzi di cooperative sociali, vinto dalla cooperativa Passwork. Il servizio è stato affidato fino al 31 dicembre 2026, ma il piano prevede un incremento delle ore lavorative durante il periodo estivo, per far fronte alle maggiori esigenze di manutenzione. Scontro politico sulla sicurezza. Diventa un caso il corteo di Bologna di Marco Cremonesi Corriere della Sera, 21 luglio 2026 Salvini accusa Lepore. Due giorni dopo la sentenza definitiva su Mario Roggero, a un giorno soltanto dalla morte di Abderrahim Fakir a Bologna, due proposte di legge si affacciano al Parlamento. Oltre a quella di casa Lega, primo autore Claudio Borghi, che punta ad allargare di molto il campo della legittima difesa, ne arriva una seconda, di FdI. Da presentare questa mattina alla Camera, con titolo auto esplicativo: “Mai più delinquenti risarciti dalle vittime”. Ma la competizione sui temi della sicurezza nel centrodestra è accesa da tempo. All’annuncio della proposta di FdI, dalla Lega avevano risposto ben due sottosegretari, Nicola Molteni (Interno) e Andrea Ostellari (Giustizia): “Se c’è davvero la volontà di impedire qualsiasi forma di risarcimento a favore di chi delinque o dei suoi eredi, si voti la proposta della Lega. Mettiamo a disposizione l’emendamento ai relatori”. E così, in serata, tutti i capigruppo di maggioranza al Senato annunciano un emendamento al decreto Sicurezza per “escludere in modo categorico ogni pretesa risarcitoria in sede civile da parte di chi commette reati gravissimi”. L’aggressore “non può ottenere restituzioni o risarcimenti, neppure tramite i propri familiari, per eventuali danni subiti durante la commissione del reato”. Il tema è tornato al centro della scena. E interviene anche il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi: su Roggero “i fatti che sono stati accertati in tre gradi di giudizio restituiscono l’applicazione della legge per quella che è da parte della magistratura. Poi credo che non vada tirato per la giacchetta il capo dello Stato per quello che riguarda la concessione della grazia”. Sulla grazia Forza Italia è favorevole, sulla legittima difesa invece si sottrae al gioco della proposta subito dopo l’evento che colpisce l’opinione pubblica. La proposta leghista è composta da un solo articolo: “Qualsiasi reazione posta in essere nell’immediatezza del fatto da chi subisce l’aggressione è non punibile, indipendentemente dalla proporzionalità dei mezzi usati, dalla persistenza del pericolo e dalla natura strettamente difensiva della condotta”. Il sottosegretario alla Giustizia Paolo Sisto (FI) è netto: “Così com’è, è inaccettabile”. Antonio Tajani ricorda che “noi non siamo per la giustizia da Far West, non abbiamo mai pensato di candidare Roggero, non siamo corsi a fargli visita. Diciamo soltanto che merita forse il perdono”. Ma attenzione: “Riteniamo che sia giusto chiedere la grazia, che è diverso da dire allarghiamo i confini della legittima difesa. Non sono assolutamente convinto che si debba modificare la legge”. Risponde Matteo Salvini: “Nessuno vuole il Far West, nessuno vuole le vendette private. Ma non si può mettere sullo stesso piano il criminale con chi ha reagito a un’aggressione”. Il vicepremier leghista parla anche della manifestazione di Bologna: “Il sindaco Matteo Lepore che convoca una manifestazione di piazza sicuramente non aiuta a svelenire il clima. Contro chi è la manifestazione? Contro i due poliziotti?”. Dopo la manifestazione, nuovo post: “Scontri a Bologna tra teppisti e Polizia. Irresponsabile e anti-italiana una sinistra che alimenta l’odio verso chi indossa una divisa. Nei prossimi giorni sarò a Bologna per portare il mio sostegno alla polizia”. E Piantedosi avverte: “Chi usa pregiudizi sul caso Fakir non si fida di polizia e pm”. Scuote la testa anche il competitor fuori dal governo, Roberto Vannacci. “La Lega - commenta - non ha fatto altro che copiare male il nostro emendamento al decreto Sicurezza”, che se fosse stato votato dal centrodestra “oggi sarebbe già in vigore”. Quanto a “una legge ordinaria a fine legislatura, sa di pura strumentalizzazione elettorale”. Sicurezza, il piano del centrosinistra di Valentina Pigliautile Il Messaggero, 21 luglio 2026 “No ai nuovi reati, maggiori fondi per le periferie e assunzione delle forze dell’ordine”. La linea “testardamente unitaria” dei partiti di opposizione. Ma niente misure speciali. È un altro fronte dove, a ben guardare, potrebbero rivendicare di essere “testardamente unitari”. In vista di una campagna elettorale che sarà improntata in buona parte sulla sicurezza, complice Roberto Vannacci, il campo progressista affina la sua agenda, del tutto speculare a quella della maggioranza: no a nuovi reati, stop ai centri in Albania, sì a investimenti in assunzioni e formazione e poi riqualificazione delle aree periferiche. Non si tratta più solo di “contrastare” la “propaganda” dell’altro fronte, ma di proporre un modello alternativo. Parte da questa consapevolezza il viaggio nel centrosinistra, dove la sicurezza “non è più un tabù”. Lo ammette anche Matteo Mauri, responsabile sicurezza del Pd: “Per diverso tempo se ne è parlato troppo poco, ma ora stiamo recuperando terreno”. A sostegno della sua tesi, il lungo elenco di incontri che Elly Schlein ha avuto con i rappresentanti delle forze dell’ordine e i relativi sindacati. “Sappiamo - dice Mauri - che la sicurezza è una priorità, perché è garanzia di libertà e diritti per i cittadini”. Da qui la lista delle proposte, che va dall’abbandono della logica panpenalistica e securitaria, alla “garanzia di condizioni migliori di lavoro” per gli agenti, a partire dai salari e dalle scuole di formazione. Il faro si sposta poi sui fondi da concedere ai Comuni per la prevenzione e la riduzione del disagio sociale, che - accusa il dem - sono stati sottoposti a tagli da parte del governo. La pensa così anche Raffaella Paita, coordinatrice di Italia viva, attenta ai “sindaci lasciati soli”, con ridotte possibilità di fare investimenti. Sul fronte dei presidi territoriali la senatrice somma al potenziamento della videosorveglianza e all’illuminazione dei parchi pubblici, l’incremento degli organici: “Mancano 12mila agenti tra carabinieri e agenti: servono più fondi e più tutele”. Un’idea per incrementare il personale Paita ce l’ha: “Bisogna riportare in Italia i tanti agenti mandati nei centri in Albania e metterli a presidio di strade e piazze”. Il monito alla sua parte politica è di “non minimizzare il tema”, affiancando a interventi di carattere sociale, il rafforzamento delle forze dell’ordine. Per Filiberto Zaratti, deputato di Alleanza Verdi e sinistra, “creare sicurezza nelle città”, “vuol dire ricreare il senso di comunità”. Per questo è convinto che sia necessario incentivare “le piccole attività commerciali”, per ripopolare gli angoli abbandonati delle città e “dare priorità agli investimenti nelle periferie, piuttosto che a quelli in armi”. Nel M5S, è Alfonso Colucci a dare lo sprone: a un governo che da quattro anni “fa il gioco delle carte sui numeri” ma “non riesce a stare al passo con i pensionamenti” degli agenti, si dovrebbe rispondere con “un piano straordinario che includa assunzioni, condizioni retributive più che dignitose per le nostre divise”. Il tutto da unire a una “gestione innovativa del territorio”. Il riferimento è ai “patti per la sicurezza integrata”: un fondo con dotazione iniziale di 500 milioni annui per tre anni per sottoscrivere protocolli tra i Comuni e le prefetture per la riqualificazione sociale delle città e il potenziamento della polizia locale. Se per Riccardo Magi, leader di Più Europa, “sicurezza è sinonimo di legalità e non di libero arbitrio come pensa il centrodestra, ed è necessario rafforzare i presidi sul territorio con piani assunzionali”, Ernesto Maria Ruffini, coordinatore di Più Uno, sfodera un piano in tre punti: “Più sicurezza nei territori” (puntando su agenti e presidi); più “sicurezza sociale” (dai trasporti sicuri alla sicurezza sul lavoro); “meno norme e applicazione di quelle esistenti”, per fuoruscire dall’onda della cronaca. A “misure concrete”, non “spot”, pensa Alessandro Onorato, a capo di Progetto civico, che sui social ha raccontato il progetto con i detenuti del carcere di Rebibbia, che hanno potuto imparare il mestiere di sarto. A ragionare di sicurezza, nell’anniversario della morte di Carlo Giuliani, è anche Andrea Orlando, esponente ligure dem ed ex ministro della Giustizia: “Tutte le possibili forme di inasprimento delle pene sono state percorse, di potenziamento degli strumenti repressivi sono stati intrapresi. Il passo ulteriore che si propone non è un rafforzamento degli strumenti ma quello di uscire dalla sfera della giustizia ed entrare in quella della vendetta che è difficile pensare che migliori le condizioni di sicurezza collettiva. Sarebbe da incrociare la dimensione della sfera del welfare, quella urbanistica, quella della sanità. Perché è evidente che altrimenti si scaricano così solo sulle forze di polizia i limiti di un sistema di welfare pensato in un’altra fase storica e di città spesso luogo di crescita delle diseguaglianze”. Nel campo progressista ne sono convinti tutti: nel lungo cammino verso Palazzo Chigi il tema della sicurezza non potrà più essere aggirato. Piantedosi: “L’Italia non è uno Stato di Polizia. Sì al confronto sulla legittima difesa” di Ileana Sciarra Il Messaggero, 21 luglio 2026 Il ministro dell’Interno: “Quella di Bologna una vicenda dolorosa, aspettiamo le indagini. Modello Ice? Nessuno è al di sopra della legge ma no ad attacchi pregiudiziali agli agenti. Reati scesi negli ultimi 10 anni”. “Quella di Bologna è una vicenda dolorosa che impone anzitutto rispetto per la persona deceduta e per i suoi familiari. Proprio per questo ritengo doveroso attendere l’esito degli accertamenti. La magistratura sta lavorando e avrà tutta la collaborazione delle istituzioni. La Questura di Bologna ha già messo a disposizione ogni elemento utile, comprese le immagini delle bodycam, a riprova della piena trasparenza con cui si sta agendo. Chi dovrà accertare i fatti potrà inoltre avvalersi delle testimonianze delle tante persone, anche dei sanitari, che hanno assistito all’evento”. L’uomo ripete in continuazione la parola “aiuto”, perché nessuno gli dà una mano? “Gli agenti sono intervenuti su segnalazione dei cittadini, per gestire una situazione particolarmente critica. In ogni intervento la priorità resta sempre la tutela della vita e dell’incolumità di tutti i presenti, compresa quella di chi si trova in un forte stato di alterazione. Saranno le verifiche a ricostruire con precisione la dinamica dei fatti, ed è corretto attendere quegli esiti. Mi rattrista constatare come, ancora una volta, alcuni cerchino di piegare quanto accaduto contro le forze dell’ordine, alimentando pregiudiziale ostilità verso chi indossa la divisa. Sono le stesse persone che, da un lato, accusano il Governo di non fare abbastanza per garantire la sicurezza e di impiegare in misura insufficiente le forze di polizia; dall’altro, quando quelle stesse forze intervengono, ne contestano sistematicamente l’operato”. È un nuovo caso Cucchi o Aldrovrandi? “Sostenerlo pregiudizialmente può essere frutto solo di un approccio prevenuto e ideologico, che non fa bene alla stessa esigenza di verità che si deve alla vittima, ai familiari e anche agli operatori coinvolti”. Non è che si va verso un “modello Ice” anche per la Polizia italiana? “In Italia nessuno è al di sopra della legge. Nessuno scudo penale, neanche agli appartenenti alle forze di polizia. Che, peraltro, godono di una estesa fiducia in Italia e all’estero. Sostenere il contrario è una becera strumentalizzazione di una tragedia come questa”. La sorella di Fakir ha detto che se uno è agitato va calmato, non può essere ammazzato dallo Stato… “Capisco il dolore della famiglia, un dolore che merita rispetto, non polemica. Proprio per questo credo che il modo più serio di onorare la verità sia lasciare che le indagini facciano il loro corso. Va peraltro detto che gli agenti sono intervenuti in un contesto molto difficile, chiamati dagli stessi residenti del quartiere per un soggetto aggressivo ed in escandescenza, che tra l’altro ha anche colpito gli operatori. In molti altri casi, situazioni del genere hanno messo a repentaglio l’incolumità delle persone. Come ogni cittadino ha diritto alla presunzione di innocenza, lo stesso principio deve valere per chi indossa la divisa. A riprova della complessità del loro lavoro, basta citare qualche numero: i feriti tra le Forze di Polizia, compresa polizia locale, sono aumentati del 62% in questo primo semestre dell’anno. Non mi sembra siano numeri da Stato di polizia”. Proprio oggi cadono i 25 anni del G8 di Genova e della Diaz, teme che la vicenda di Bologna riaccenda gli animi tra le frange più estreme? “La memoria del G8 di Genova appartiene alla storia del Paese e merita rispetto. Ma sarebbe un errore, se non una pregiudiziale strumentalizzazione, generalizzare o accostare automaticamente situazioni profondamente diverse”. Come si garantisce la sicurezza nelle città italiane e in quartieri particolari come il Pilastro a Bologna, a Rogoredo a Milano, a Tor Bella Monaca a Roma? “Si garantisce con operazioni come quella da ultimo realizzata ieri, che ha condotto all’arresto di oltre 530 persone, alla denuncia di altre 950, al sequestro di 700 chili di droga e di più di un centinaio di armi. Sono iniziative che hanno portato a una riduzione dei reati del 16% rispetto a dieci anni fa. Ancora più significativo è il dato relativo agli omicidi, diminuiti del 40%. Siamo tra i paesi più sicuri in Europa sia in base ai dati sulla delittuosità sia per la capacità con cui riusciamo ad assicurare alla giustizia i responsabili dei reati. Purtroppo, questo tema sta diventando sempre più un terreno di scontro politico a fini elettorali, anche da parte di chi, alla luce delle posizioni assunte e dei risultati conseguiti quando era al Governo, o sosteneva chi lo era, avrebbe ben poco titolo per impartire lezioni”. Sul tema della sicurezza, sicuramente sentito dai cittadini, ci può essere una collaborazione - al netto delle partigianerie o delle strumentalizzazioni - tra destra e sinistra? Se sì, su quali argomenti? “La sicurezza non è né di destra né di sinistra: è un diritto dei cittadini. Questo governo si è impegnato per il rafforzamento degli organici, stanziando fondi importanti per assicurare anche migliori condizioni e tutele a chi indossa una divisa. Per la sicurezza urbana sono stati erogati milioni per aumentare i sistemi di videosorveglianza nei comuni. Inoltre sono state realizzate operazioni mirate come le cosiddette zone rosse e i servizi alto impatto. Abbiamo investito sul contrasto alle mafie e sulla diffusione della cultura della legalità. Sono iniziative e risultati, legati a dati oggettivi, mai adottati o conseguiti in precedenza sulle quali sarebbe corretto almeno una presa d’atto”. La Lega vuole allargare i limiti della legittima difesa, prevedendo la non punibilità di “qualsiasi reazione” nell’immediatezza di un’aggressione. Lei è d’accordo? Non crede che si rischi il far west? “Il caso Roggero ha aperto un dibattito ampio nel Paese, sia sulla legittima difesa che sui risarcimenti in sede civile riconosciuti ai delinquenti feriti o uccisi durante le loro azioni criminali. Su quest’ultimo punto siamo già intervenuti con il disegno di legge approvato nei giorni scorsi dal Governo. Sono temi che richiedono un confronto che non può certamente essere liquidato come se fosse di per sé improprio o inopportuno”. È d’accordo sulla grazia a Roggero? Prima di concedere la clemenza non dovrebbe esserci almeno un ravvedimento che in questo caso sembra ancora mancare? “La grazia è una prerogativa costituzionale del Presidente della Repubblica. Proprio per questo ritengo doveroso rispettare le procedure previste e le valutazioni che saranno effettuate nei tempi e nelle sedi competenti”. Musk se la prende con giudici e pm, attaccando di nuovo la nostra magistratura…. “In democrazia ogni espressione di opinione, anche aspra, è sempre legittima, anche quando non è assolutamente condivisibile”. Non è che la competizione con Vannacci vi sta facendo deragliare su posizioni più estreme? “Noi siamo al Governo e come tali orientati alla realizzazione di fatti concreti e vincolati ad essi. E il nostro Governo, come ho già detto, ha conseguito una diminuzione dei reati, meno ingressi di immigrati irregolari, più rimpatri, più assunzioni e maggiori risorse per le forze dell’ordine. Saranno i cittadini a giudicare i risultati e le alternative che verranno prospettate”. Piantedosi inaugura la crociata alle baby-gang: 180mila controlli di Marina Della Croce Il Manifesto, 21 luglio 2026 Una settimana dopo aver presentato il nuovo ddl Sicurezza, che mette nel mirino le fantomatiche “baby gang”, il Viminale ha dato ieri mattina la prima prova di esibizione muscolare in materia. All’alba la polizia ha fatto sapere di aver condotto una “maxi-operazione di contrasto alla criminalità giovanile” in tutta Italia. I controlli sono avvenuti in 44 province, tra cui tutte le principali città, e complessivamente sono state perquisite 190mila persone, nelle “zone dello spaccio” e della “movida”. Di qui sono venuti 539 arresti, di cui 47 minorenni, e 954 persone denunciate. Solo a Milano sono state portate in carcere 164 persone, e delle oltre 80mila controllate più di un terzo (32mila) erano di origine straniera. Nel corso dell’operazione sono stati anche setacciati i social: sono stati controllati quasi mille profili “inneggianti all’odio e alla violenza fisica, anche contro le forze dell’ordine”. Ad ogni modo, dei 973 tracciati ben due sono stati segnalati alle autorità giudiziarie per l’oscuramento. All’avvio della lunga campagna elettorale che porta al 2027, il centrodestra ha già scelto la “sicurezza” come cavallo di battaglia, un evergreen ma con sempre meno remore. Piantedosi ieri ha ringraziato le forze dell’ordine per aver “affrontato situazioni ad alto rischio e fornito risposte concrete”. “Nessuna tolleranza e zero impunità per la criminalità giovanile, avanti così”, hanno esultato ieri i sottosegretari leghisti a Interno e Giustizia Nicola Molteni e Andrea Ostellari. Il caso del gioielliere Mario Roggero (ieri difeso anche da Elon Musk: “Dovrebbero essere condannati giudice e pm!”) ha fornito il terreno per accelerare anche su un altro fronte, il risarcimento per le vittime che stavano commettendo un reato. La norma, che lo esclude nei casi di violenza sessuale, furto e rapina, è contenuta nell’ultimo ddl Sicurezza, ma la maggioranza potrebbe provare a inserirla già come emendamento al decreto Patto Ue che è ora in Senato. La Lega ieri ha rilanciato anche sull’abbassamento dell’età imputabile dai 14 ai 13 anni, nonostante il decreto Caivano abbia reso sovraffollati negli ultimi anni anche gli istituti minorili. La proposta si trova ora a Montecitorio, ma non porta la firma del Carroccio: è stata depositata mesi fa da Marta Fascina di Forza Italia, unica proposta a suo nome, e solo poche settimane è stata incardinata in commissione Giustizia, in concomitanza con la nuova stretta sulla cittadinanza che dovrebbe andare in Aula entro la pausa estiva dei lavori di Montecitorio. Alcatraz, da carcere a slogan politico: quelle sbarre ci parlano di America di Maria Michela D’Alessandro Il Domani, 21 luglio 2026 Donald Trump ha proposto di riaprire il carcere federale come simbolo di una nuova stagione di “law and order”. Simile destino per il centro di detenzione per migranti in Florida, chiuso a giugno, ribattezzato “Alligator Alcatraz” al centro di polemiche per le condizioni di detenzione. Il traghetto lascia lentamente il Pier 33 di San Francisco. Bastano quindici minuti di navigazione per raggiungere l’isola di meno di un chilometro quadrato, poco più di un chilometro e mezzo dalla costa. Una lingua di roccia al centro della baia, con la skyline della città sullo sfondo. Davanti a noi Alcatraz, il primo carcere di massima sicurezza americano chiuso nel 1963, dieci anni più tardi diventato un museo oggi visitato ogni anno da circa un milione e mezzo di persone. Prima ancora di attraccare, Alcatraz appare esattamente come il cinema l’ha consegnata all’immaginario collettivo. Le mura di cemento, le torrette di guardia, i gabbiani che sorvolano l’isola e, tutto intorno, l’acqua della baia. San Francisco è così vicina da sembrare raggiungibile a nuoto. È proprio questa vicinanza a rendere il luogo inquietante: la libertà è davanti agli occhi, ma irraggiungibile. Alligator Alcatraz, i centri Usa dove muore l’umanità. La maggior parte dei visitatori arriva pensando ad Al Capone, alla fuga di Frank Morris e dei fratelli Anglin, a Clint Eastwood in Fuga da Alcatraz o alle scene di The Rock con Sean Connery. L’audioguida, disponibile in diverse lingue, accompagna il percorso con le voci originali degli ex detenuti e degli agenti penitenziari. Non è una semplice visita guidata ma un racconto costruito attraverso chi ha vissuto il carcere. Le celle misurano poco più di due metri per tre. Ai detenuti erano garantiti soltanto quattro diritti: cibo, vestiti, cure mediche e un letto. Tutto il resto - dal lavoro alle visite familiari fino al tempo trascorso all’aria aperta - doveva essere conquistato con la buona condotta. Dal 1934 al 1963 Alcatraz ospitò alcuni dei criminali più pericolosi degli Stati Uniti, tanto da essere ribattezzata “la prigione delle prigioni”. In ventinove anni si contarono quattordici tentativi di fuga che coinvolsero trentaquattro detenuti. Nessuno venne mai dichiarato ufficialmente riuscito, anche se il destino di Frank Morris e dei fratelli Anglin continua ancora oggi ad essere ispirazione per libri, documentari e film. Tra i pannelli esplicativi del percorso espositivo si racconta anche di una partita di baseball. Durante l’ora d’aria i detenuti giocavano nel piccolo campo ricavato nel cortile mentre, alle loro spalle, si vedevano perfettamente i grattacieli di San Francisco. Alcuni ex prigionieri hanno raccontato che il momento più difficile della giornata non era la solitudine della cella, ma osservare la città così vicina da distinguere le luci delle case e, nelle giornate di vento favorevole, sentire arrivare perfino la musica dalla terraferma. Stati Uniti, una seconda persona uccisa da agenti dell’Ice nel Maine Camminando tra i corridoi, però, ci si accorge che l’isola racconta molto più dei gangster che la abitarono. Prima di diventare il penitenziario federale più famoso d’America, Alcatraz era una prigione militare. Tra queste celle passarono disertori, soldati accusati di furto, ubriachezza o insubordinazione, ma anche obiettori di coscienza della Prima guerra mondiale. Una delle esposizioni temporanee ricorda inoltre i cosiddetti “Men of Baker Street”: sei militari incarcerati nel 1918 dopo essere stati accusati di aver intrattenuto relazioni omosessuali. Molto prima di Al Capone, Alcatraz era già uno specchio di ciò che ogni epoca americana decideva di punire. La storia dell’isola non si conclude nemmeno con la chiusura del carcere. Tra il 1969 e il 1971 Alcatraz venne occupata dal movimento Indians of All Tribes, che rivendicava la restituzione delle terre federali inutilizzate ai popoli nativi e proponeva di trasformare l’ex prigione in un centro culturale indigeno. L’occupazione durò diciannove mesi ed è oggi considerata uno dei momenti simbolici della rinascita dell’attivismo dei nativi americani. Ancora oggi, sopra l’ingresso principale, sono visibili le scritte “Indianland” e “Indians Welcome”, lasciate dagli occupanti come testimonianza di quella protesta. Nel 1973 Alcatraz riaprì con un’altra veste: quella di museo. Oggi le celle, gli oggetti appartenuti ai detenuti e gli strumenti utilizzati durante la celebre evasione del 1962 sono esposti come reperti storici. Nei paradossi di Alcatraz c’è anche chi posa sorridente dentro a una cella. Un luogo costruito per impedire alle persone di entrare o uscire liberamente diventato una delle mete turistiche più visitate della California. Eppure, tra tutti i pannelli esposti, ce n’è uno che racconta forse la trasformazione più significativa. Ripercorrendo la storia dei direttori del carcere, uno ricorda che nei primi anni l’obiettivo principale fosse “rimuovere gli incorreggibili dalla società”. Con il passare del tempo, invece, l’opinione pubblica americana iniziò a chiedere che le prigioni non servissero soltanto a punire, ma anche a riabilitare i detenuti e reinserirli nella comunità. In poche righe è riassunto un secolo di dibattito sul sistema penitenziario degli Stati Uniti. Anche il modo di raccontare il carcere è cambiato. Se Hollywood ha contribuito a trasformare Alcatraz in un mito attraverso film come Fuga da Alcatraz e The Rock, oggi milioni di americani conoscono la vita dietro le sbarre anche grazie a Ear Hustle, il podcast nato all’interno del carcere di San Quentin. Qui non ci sono criminali leggendari né fughe spettacolari: sono gli stessi detenuti a raccontare la quotidianità della prigione, le relazioni familiari, gli errori e la speranza di una seconda possibilità. Proprio mentre il dibattito sembrava essersi spostato almeno in parte sulla riabilitazione, Alcatraz è tornata improvvisamente nel linguaggio della politica. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha proposto di riaprire il carcere federale come simbolo di una nuova stagione di “law and order”. L’idea è stata accolta con scetticismo da molti esperti, che ricordano come il penitenziario fosse stato chiuso nel 1963 soprattutto per gli enormi costi di gestione e il deterioramento delle strutture. Mantenere un carcere su un’isola significa trasportare quotidianamente acqua potabile, cibo, carburante e materiali da costruzione. Restaurarlo sarebbe costato più che costruire una nuova prigione. Storia diversa ma simil destino per il centro di detenzione per migranti costruito nelle Everglades, in Florida, chiuso alla fine di giugno. Ribattezzato “Alligator Alcatraz” dall’amministrazione Trump, richiama l’idea di una prigione naturale circondata da alligatori e acquitrini dalla quale sarebbe impossibile fuggire. Alligator Alcatraz è stato al centro di accese polemiche per le condizioni di detenzione, la gestione dei migranti e le denunce sollevate da organizzazioni ambientaliste e per i diritti umani come Amnesty International. Fortezza militare, penitenziario federale, luogo di protesta dei nativi americani, museo, set cinematografico e, oggi, di nuovo slogan politico. Pochi luoghi riassumono così bene le trasformazioni del paese. Quando il traghetto riparte verso San Francisco, l’isola torna lentamente a rimpicciolirsi fino a tornare a far parte del panorama da cartolina con l’imponente Golden Gate Bridge. Le celle, invece, rimaste vuote dal 1963, continuano a riempire il dibattito americano. Israele piazza i coccodrilli intorno alle carceri per i detenuti palestinesi Il Fatto Quotidiano, 21 luglio 2026 “State pensando di tentare la fuga? Ripensateci”. La ministra della Protezione Ambientale israeliana Idit Silman ha riclassificato i coccodrilli del Nilo da animali selvatici a “fauna selvatica allevata in cattività”, una decisione che apre all’utilizzo dei rettili per finalità di sicurezza, come quella di disincentivare le evasioni dal carcere. La decisione risponde alle richieste del ministro per la Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir, che aveva proposto per la prigione per detenuti palestinesi di Ketziot, nel sud di Israele, un modello ispirato al cosiddetto “Alligator Alcatraz”, il centro di detenzione per immigrati della Florida circondato da alligatori. “State pensando di tentare la fuga? Ripensateci”, ha scritto il ministro in un post su Facebook, accompagnato da un’immagine generata dall’intelligenza artificiale che lo ritraeva con un coccodrillo al guinzaglio e dalla didascalia “I ministri Ben Gvir e Silman collaborano e circondano le prigioni con i coccodrilli”. La mossa di Silman scavalca l’Autorità israeliana per la natura e i parchi, a cui da mesi viene chiesto di concedere al ministero guidato de Ben-Gvir coccodrilli da Hamat Gader e di collocarli intorno alle carceri per detenuti per reati di sicurezza. Ma, come riferisce l’emittente israeliana Channel 13, la proposta era stata inizialmente “accolta con scherno da diversi ufficiali” del Servizio carcerario israeliano, mentre l’Autorità per la natura e i parchi si era opposta alla richiesta, giudicandola infattibile in quanto gli animali selvatici possono essere trattenuti solo per scopi educativi, di ricerca e di informazione pubblica. “Dobbiamo proteggerli, non farci proteggere da loro”, hanno spiegato i funzionari a Ben-Gvir e Silman, come riporta il Jerusalem Post. Per bypassare l’autorità competente Silman ha quindi creato la nuova categoria degli “animali selvatici allevati”, che possono essere trattenuti “per motivi di sicurezza” trasferendone la supervisione a un’organizzazione di sicurezza “secondo modalità stabilite dal direttore (dell’Autorità per la Natura e i Parchi) per impedirne il rilascio in natura, e previo accertamento da parte del ministro per la Protezione dell’Ambiente della necessità del loro possesso per fini di sicurezza”. La plenaria dell’Autorità per la natura e i parchi di Israele dovrebbe riunirsi a breve per discutere la questione.