Carceri italiane, il sovraffollamento cresce ancora: dal 134% al 139% in otto mesi di David Ruffini Il Sole 24 Ore, 20 luglio 2026 Info Data ha iniziato a monitorare il sistema carcerario italiano a giugno del 2025, attraverso uno scraper realizzato in R che aggiorna quotidianamente le informazioni sui penitenziari, estraendo i dati da ciascuna scheda di trasparenza pubblicata dal Ministero della Giustizia: nei primi giorni di osservazione il sovraffollamento era del 134%, ma in otto mesi è aumentato e ora sfiora il 139%. Per comprendere meglio cosa esprime questa percentuale, può essere utile un esempio: se il sistema penitenziario avesse un numero di detenuti esattamente pari al numero di posti disponibili, allora si avrebbe un tasso di affollamento del 100%, quindi non esisterebbe sovraffollamento. Tale fenomeno si presenta se il tasso di affollamento è superiore al 100%: se questo ha un valore del 150% significa che i detenuti sono una volta e mezzo il numero di posti effettivamente disponibili, mentre se è del 200% allora il numero di detenuti è il doppio dei posti effettivamente disponibili. All’inizio del monitoraggio, il tasso di sovraffollamento era poco più alto del 134%. Il 14 agosto sembrava essere stato raggiunto un picco, avendo il sovraffollamento sfiorato il 138%, attestandosi al 137.69%, ma attualmente siamo al 138.46% con un trend che sembra preludere a un aumento. Seppure le differenze sembrano minuscole, nascondono sempre delle persone: un aumento di circa 4 punti percentuali nel sovraffollamento carcerario da giugno a marzo significa che la quota di detenuti sopra la capienza è aumentata di 2000 individui in meno di un anno. Il 9 giugno del 2025 è diventato Legge il Decreto Legge 11 aprile 2025, soprannominato Decreto Sicurezza 2025, il quale ha introdotto norme urgenti per rafforzare l’ordine pubblico, la sicurezza urbana e il contrasto alla criminalità organizzata, intervenendo su codice penale e penitenziario, con nuove pene per rivolte, truffe ad anziani, occupazioni di immobili, materiale terroristico e uso di cannabis, ma di fatto aumentando i reati e inasprendo le pene. Data la fisiologicità del sovraffollamento dei penitenziari italiani è difficile ritenere che l’aumento del fenomeno sia da attribuire al decreto in questione, ma aumentare le occasioni in cui un individuo deve essere inserito in un carcere, senza approfondire la questione delle pene alternative, per questo o per gli altri detenuti, magari per crimini più lievi, non può che peggiorare la situazione. Un’ulteriore nota da segnalare riguarda il modo in cui lo Stato presenta i dati delle carceri al pubblico. Il Ministero della Giustizia pubblica schede separate per ogni istituto, suddividendoli in base a regione e provincia, impedendo quindi una visione unificata e più comprensibile del sovraffollamento carcerario a livello nazionale, a meno che non vengano progettati sistemi di scraping che scandagliano la pagina web del Ministero e ne estraggono le informazioni necessarie. Inoltre, nel periodo tra luglio e agosto - e forse proprio in conseguenza a questo preciso periodo dell’anno, il valore misurato sembra subire una grande variabilità, forse a causa del mancato aggiornamento dei dati da parte di alcuni istituti penitenziari. La mancanza di dati aggiornati si è riscontrata anche nel periodo tra ottobre e novembre, ma in questo caso il fenomeno è stato generalizzato: per circa un mese, i dati sulle carceri italiane sono rimasti fermi al 28 ottobre, per poi riprendere il 27 novembre. L’osservazione del carcere italiano può anche essere disaggregata a livello di singole carceri, sfruttando anche la loro posizione geografica, in modo da comprendere eventuali differenze tra le varie zone d’Italia. La mappa seguente mostra ogni singolo carcere colorato dal verde al rosso, dove il verde esprime una situazione di non sovraffollamento, mentre l’intensità del rosso mostra quanto un carcere versi in uno stato di sovraffollamento; dalla mappa si evince che le carceri lombarde siano quelle più in difficoltà, specialmente per quanto riguarda quella di San Vittore. In generale, il quadro che emerge mostra come la norma, in Italia, sia quella di avere istituti penitenziari sovraffollati: su circa 190 carceri sono meno di 25 quelle che non sono in uno stato di sovraffollamento. Scorrendo o cliccando su ciascuna osservazione si possono guardare ulteriori dettagli. A livello di singolo istituto, il 9 marzo 2026 vede il carcere di Lucca quello che presenta il tasso di sovraffollamento più elevato, attestandosi al 246%. Il carcere toscano è di piccole dimensioni, infatti presenta solamente 35 posti effettivamente disponibili, ma non deve far pensare che siano solamente le carceri modeste quelle più afflitte dal sovraffollamento, a causa delle ridotte dimensioni e quindi da un denominatore più piccolo nel calcolo del tasso: il carcere di Milano San Vittore, con 702 posti regolamentari e con ben 345 posti non disponibili, ha solamente 357 posti effettivamente disponibili, ma registra un numero di detenuti pari a 857, sfociando in un tasso di sovraffollamento del 240%. Come evidenziato precedentemente, il problema del numero di posti non disponibili sul totale dei posti regolamentari non è di minore importanza, bensì cruciale; nei giorni trascorsi il carcere di Lucca ha toccato il 254%, mentre quello di San Vittore il 244%. Non sono solamente i detenuti a pagare le conseguenze del sovraffollamento, con situazioni che sfociano nelle cure psichiatriche, nell’autolesionismo e nel suicidio, ma anche gli operatori degli istituti penitenziari, specialmente gli agenti delle Polizia Penitenziaria. Il numero di operatori è spesso inferiore rispetto a quello stabilito nell’organico e questo, spesso, si traduce in un numero di detenuti per agente elevato: questa misura esprime, teoricamente, quanti detenuti ciascun agente è tenuto a gestire. Il 9 marzo 2026, il carcere di Bollate registra 3.28 detenuti per ogni singolo agente, seguita dal carcere di Rieti che supera di poco i 3 detenuti per agente e da Pavia e Cremona che sfiorano di poco anche loro i 3 detenuti per agente. La tabella successiva permette di scorrere fino ad arrivare alle carceri con meno detenuti per ogni agente e di ricercare un istituto attraverso la barra di ricerca, inserendo il suo nome. Lo stato delle carceri italiane si conferma di sovraffollamento: quasi il 90% degli istituti versa in tale situazione, con valori passati dal 134% di giugno 2025 al 138% di marzo 2026, delineando un andamento generale in crescita. La media nazionale nasconde singole situazioni ancora più gravi, con istituti che presentano valori di sovraffollamento prossimi al 250%, come quelli di Lucca e di Milano San Vittore, che rappresentano carceri con più del doppio dei detenuti rispetto alla loro capienza. Una delle cause è anche il numero di posti non disponibili, che riduce di molto la capienza effettiva di ciascun carcere e fa aumentare il tasso di sovraffollamento. Alla base del sovraffollamento vi è anche una scarsa attenzione alle pene alternative, alla riduzione dei reati per crimini lievi e alle politiche di reinserimento nella società dopo il periodo di detenzione, nonché alla riduzione del disagio nelle fasce più deboli. Creare nuovi decreti sicurezza, aumentando i reati e inasprendo le pene senza studiare come alleggerire l’attuale carico delle carceri, non può aiutare a risolvere il sovraffollamento, ma può solamente aggravarlo. Ciò che è necessario è accompagnare tali decreti con politiche di pene alternative e con una revisione dei reati minori, dare maggiore importanza alla formazione nelle carceri e offrire maggiore sostegno a coloro che vivono nelle fasce della società in cui è più probabile che vengano commessi reati, al fine di ridurne l’incidenza. L’Italia ha ancora pochi mesi per evitare lo scontro con l’UE sul sovraffollamento delle carceri di Emanuele Bonini eunews.it, 20 luglio 2026 La questione è di competenza nazionale, ma si rischia di uscire dal perimetro del trattato sull’Unione europea che può determinare infrazione per violazione dello stato di diritto. McGrath: “Entro fine 2026 la valutazione dei progressi compiuti”. Il sovraffollamento delle carceri rimane un problema serio per l’Italia, che ha a disposizione ancora pochi mesi per dimostrare di aver agito per migliorare la situazione ed evitare eventuali procedure d’infrazione. Perché è vero che “le questioni relative alla detenzione sono principalmente di competenza degli Stati membri”, ricorda il commissario per la Giustizia, Michael McGrath, ma continuare ad avere prigioni troppo piene rischia di portare il Paese a violare l’articolo 2 del Trattato dell’UE, quello che impone a tutti i membri dell’Unione il “rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani”. È l’europarlamentare Pina Picierno a sollevare il tema in un’interrogazione parlamentare (che risulta provenire dal gruppo dei socialisti, da cui però la stessa Picierno è uscita per approdare nei liberali di RE). La vicepresidente del Parlamento europeo ricorda che “la situazione delle carceri italiane è di estrema gravità, in quanto il tasso di sovraffollamento ha raggiunto il 140 per cento della capienza regolamentare”, e chiede all’esecutivo comunitario le verifiche del caso e, eventualmente, anche interventi per spingere governo e autorità competenti al cambio di rotta. Per l’Italia potrebbe rendersi necessario un richiamo a livello UE, lascia intendere McGrath. C’è la raccomandazione della Commissione europea sui diritti procedurali di indagati e imputati sottoposti a custodia cautelare e sulle condizioni materiali di detenzione che ‘pende’ su tutti gli Stati membri. Qui, tra le altre cose, si esorta a utilizzare il ricorso alla custodia cautelare come misura di ultima istanza ed esplorare la disponibilità di alternative alla detenzione. Ebbene, scandisce il commissario per la Giustizia, “entro la fine del 2026 la Commissione pubblicherà una relazione completa di valutazione delle misure adottate a livello nazionale per attuare la raccomandazione e, grazie all’analisi condotta, sarà in grado di valutare i risultati ottenuti da ciascuno Stato membro e di affrontare eventuali problemi con maggiore efficacia”. L’Italia, al pari di tutti gli altri, sarà dunque oggetto di valutazioni. È, come tutti, sorvegliato speciale anche se rispetto ad altri lo è di più, vista una situazione tra le peggiori: l’Italia è quinta per sovraffollamento delle carceri ed è per questo che si guarderà con più attenzione alle misure eventualmente prese a livello nazionale. Il governo Meloni è avvertito. Il diritto non è mai uno strumento del potere di Tommaso Greco Avvenire, 20 luglio 2026 C’è la tentazione, da un po’ di tempo a questa parte, di determinare norme e comportamenti secondo la logica dei padroni “a casa nostra”. L’equilibrio dei poteri, invece, anche se difficile a volte da accettare, è pensato proprio per garantire la corretta convivenza tra le persone e le istituzioni. Molti fatti di questi giorni ci portano a riflettere nuovamente sulla nostra cultura giuridica, riferita non alle nozioni più o meno tecniche (quelle che ci fanno credere che il diritto sia una questione che riguarda solo gli esperti) ma all’idea che abbiamo del diritto e delle ragioni per le quali esso serve. È una questione cruciale, perché da essa discendono sia il nostro senso civico sia il nostro modo di intendere il rapporto con gli altri e con le istituzioni. Una cultura giuridica parziale, sostanzialmente sbagliata - ma che, al solito, pretende di essere “realista” e quindi l’unica vera - ci dice che il diritto è in fin dei conti uno strumento del potere. Uno strumento attraverso il quale, appunto, chi detiene il comando può realizzare i suoi obiettivi, dato che la legge non è altro che il frutto esclusivo della volontà di chi, in quel momento, si trova a gestire i meccanismi della decisione. È una visione “verticale” del diritto, perché vede nelle regole giuridiche un meccanismo che scende dall’alto verso il basso, che ha la funzione specifica di far sì che i consociati, cittadini e cittadine, facciano ciò che il potere chiede di fare, pena la comminazione di sanzioni. In questo senso, il diritto sta tutto nell’insieme di minacce, punizioni e sanzioni che esso si porta dietro per raggiungere gli obiettivi che il potere si è prefisso, da raggiungere impiegando la sua risorsa principale, costituita dall’uso della forza. Questa visione strumentale e minacciosa del diritto emerge da situazioni e vicende apparentemente lontane, ma che sono tenute insieme da un filo piuttosto teso e coerente. Emerge dal modo in cui si discute (e si decide) sulle leggi elettorali (e persino sulle riforme costituzionali), quando si procede a colpi di maggioranza dimenticando che sulle “regole del gioco” il consenso deve essere il più ampio possibile, dato che non si tratta di ciò che si decide ma di come si deve arrivare a farlo. Emerge quando si vuole riscrivere l’equilibrio tra i poteri in maniera da far ruotare tutto il sistema istituzionale intorno al soggetto investito della “volontà popolare” (concepita in modo sempre più plebiscitario), dimenticando che la democrazia vive di bilanciamento tra i poteri e di limiti reciproci. Emerge quando si crede che il diritto non sia altro che ciò che “noi decidiamo di fare a casa nostra”, imponendolo senza se e senza ma a chi “non si adegua” e dimenticando che usanze e costumi non vivono (né essenzialmente né principalmente) di imposizioni giuridiche. Emerge quando sentiamo l’opinione, sempre più diffusa, secondo cui chi viola il diritto (soprattutto se immigrato) perde di fatto ogni suo diritto. Ora, non tanto paradossalmente, proprio questa concezione “forte” e “sfiduciaria” - perché non solo si fonda sulla sfiducia verso gli altri, ma la alimenta sistematicamente - ci porta a vedere le regole come un ostacolo alla nostra libertà, e spesso come puro arbitrio rispetto a ciò che crediamo sia giusto e doveroso fare in ogni circostanza. Molti di questi elementi entrano in gioco nel caso Roggero, di cui si è discusso molto (e non sempre opportunamente) anche nel dibattito politico, dopo la sentenza della Corte di Cassazione. Un caso che non solo è arrivato a toccare i massimi livelli istituzionali, chiamando in causa anche la Presidenza della Repubblica, ma che ha scosso profondamente la coscienza sociale e l’opinione pubblica, nella quale coloro che giustificano il comportamento del gioielliere sono molti più di quanto non si pensi. Invocando la legittima difesa in una situazione in cui si è andati ben oltre i confini di quell’istituto; evocando la sua possibile (ennesima) riforma; lanciando la richiesta della grazia per un caso altamente problematico, si è andati a toccare proprio il terreno della cultura giuridica sul quale si radicano le nostre convinzioni. E allora è proprio di questo che occorre avere coscienza e magari discutere pubblicamente. Che idea abbiamo delle regole giuridiche? La visione parziale e “misera” del diritto, che ho riassunto all’inizio di questo articolo, non è l’unica, men che mai è l’unica vera. Perché il diritto, per sua natura, non è affatto lo strumento con cui si domina dall’alto, ma è innanzitutto una struttura di convivenza che mette al centro la relazione tra le persone, tra cittadini, tra soggetti e istituzioni. Certo, esso spesso dimentica questa sua dimensione “orizzontale” e relazionale, e diventa uno strumento di puro dominio. Ma in questo caso è qualcosa che dobbiamo temere e avversare, non qualcosa a cui appellarci. Se è vero che il diritto ha a che fare (e non può non avere a che fare) con la forza, occorre sempre ricordare che esso non è strumento di questa, ma è regola e limite della forza stessa. Ogni volta che si trovi a legittimare un uso sregolato della forza, il diritto dimentica se stesso e la sua funzione principale, che è appunto quella di far sì che le relazioni possano stabilirsi e crescere nel rispetto reciproco. C’è un test essenziale per capire se davvero vogliamo il diritto che pensiamo e spesso diciamo di volere, ed è questo: pensare a noi stessi come i “deboli” e non come i “forti” delle situazioni che vogliamo regolare. Davvero vogliamo un diritto che dia a chiunque la possibilità di fare ciò che vuole? Davvero vogliamo delle regole che diano a chi ha il potere di fare ciò che desidera? E se non saremo noi ad avere la situazione in pugno? Se saranno gli altri ad avere il potere? Ecco perché bisogna avere la lungimiranza di pensare le regole per quando saranno gli altri a poter agire e decidere su di noi, e non viceversa. Il diritto serve a regolare le relazioni in modo che nessuno possa dominare sull’altro, nella società e nella politica. È questa l’idea repubblicana della convivenza, perfettamente incarnata nel testo della nostra Costituzione (e sulla quale insiste da sempre uno studioso come Maurizio Viroli). Un’idea che nel diritto deve trovare la sua massima espressione, la sua migliore e più stabile garanzia. Caso Roggero, “legittima difesa, allargare i limiti”. La spinta leghista, gelo di Forza Italia di Adriana Logroscino Corriere della Sera, 20 luglio 2026 Il Carroccio: “Così sarebbe libero”. FdI: “Firme da tutto il centrodestra per la grazia”. La Lega segna un altro punto: presenta una proposta di legge per estendere i limiti della legittima difesa. Ulteriore iniziativa dopo la raccolta di firme per la grazia arrivata a quota 120 mila, e la seconda visita in due giorni del leader Matteo Salvini al detenuto. Ma Fratelli d’Italia non resta a guardare. Anche Galeazzo Bignami, capogruppo meloniano alla Camera, si presenta al carcere di Bollate e annuncia una “raccolta di firme di tutto il centrodestra”. Forza Italia, visibilmente a disagio, marca una distanza netta dagli alleati: “Niente fughe in avanti”. Intorno al caso di Mario Roggero, il gioielliere condannato per l’omicidio di due rapinatori, il centrodestra si agita e si divide. Il centrosinistra, invece, si indigna: “Vogliono il Far West”. Dopo le dichiarazioni del segretario della Lega sulla necessità che il Parlamento riveda la legge sulla legittima difesa, la proposta è stata formalizzata. A prima firma del senatore Claudio Borghi, modifica il codice penale, prevedendo la non punibilità di “qualsiasi reazione” nell’immediatezza di un’aggressione a mano armata dentro casa o all’interno del proprio negozio, “indipendentemente dalla proporzionalità dei mezzi usati, dalla persistenza del pericolo e dalla natura strettamente difensiva della condotta”. Se approvata, la proposta di legge, garantisce Borghi, si applicherebbe anche al caso di Roggero: “Il gioielliere sarà libero per il principio della retroattività illimitata dell’abolizione del reato. Senza bisogno di chiedere nulla a Mattarella. Siamo della Lega, cerchiamo soluzioni ai problemi anche usando l’unico potere che controlliamo. Quello del Parlamento”. Dagli alleati centristi della compagine di governo filtra un dissenso preoccupato. “Leggeremo con attenzione la proposta di Borghi - avverte Enrico Costa, capogruppo forzista alla Camera - ma riteniamo che un legislatore scrupoloso non debba assumere decisioni sull’onda emotiva di fatti di cronaca. Ma scrivere norme con equilibrio e ponderazione, destinate a durare. Noi siamo favorevoli alla richiesta di grazia”. Tira dritto Borghi: “Basterebbe l’ok di FdI e la maggioranza per approvare la nostra proposta ci sarebbe”. FdI è allineata sulla difesa di Roggero. La premier, sul Corriere, ha confidato di avere dubbi sulla proporzionalità della condanna a 14 anni e 9 mesi del gioielliere. Ieri Bignami ha effettuato primi passi concreti. “Sono andato a trovare Roggero - racconta il parlamentare all’uscita dal carcere - e gli ho portato l’abbraccio di tantissimi italiani che, come me, ritengono che debba ricevere la grazia. Non si tratta di dare un giudizio sulla sentenza. Personalmente, però, ritengo una follia che chi si difende da una rapina debba pagare centinaia di migliaia di euro di risarcimento nei confronti di chi quella rapina l’ha compiuta e dei suoi familiari”. Il capogruppo di FdI, dopo il riferimento alle parole della premier sulla necessità di modificare le norme sul risarcimento, aggiunge: “In considerazione dell’età di Roggero, 14 anni e 9 mesi di detenzione sarebbero una condanna all’ergastolo. Alla luce di quanto ha subìto sarebbe difatti insopportabile. Ci auguriamo che quanto prima possa ritrovare l’affetto dei suoi cari”. Come? Attraverso la grazia, per cui appunto Bignami annuncia una raccolta di firme tra i parlamentari di tutto il centrodestra. Unica strada sulla quale convergerebbe senza distinguo FI. Ma l’iter è lungo e le prerogative esclusivamente del presidente della Repubblica. Le accuse che piovono sui leghisti di promuovere iniziative strumentali nell’ottica della competizione con il movimento di Roberto Vannacci, non frenano Salvini. “Questa settimana ha un nome e un volto, quello di Mario Roggero - è il tono del vicepremier -. Sono tornato da lui per stargli vicino. Per dimostrargli che non lo lasciamo solo”. Gli ha suggerito di scrivere un libro e gli ha garantito sostegno legale attraverso il reclutamento delle parlamentari leghiste Giulia Bongiorno e Simonetta Matone. Le opposizioni, compatte, denunciano tanto attivismo. “È sciacallaggio”, attacca Angelo Bonelli di Avs. “Vogliono cancellare la legittima difesa sostituendola con il diritto alla vendetta - dice Giuseppe Conte, leader M5S -. Se salta la proporzionalità rispetto all’offesa, se salta l’attualità, la persistenza dello stato di pericolo, è il Far West”. Per Riccardo Magi, di +Europa, “vogliono istituire la licenza di uccidere”. Duro Walter Verini del Pd che mette in luce il profilo politico: “È gravissimo che Salvini e Meloni, per inseguire Vannacci, oltrepassino ogni confine di rispetto istituzionale, anche verso il capo dello Stato”. Legittima difesa, Sisto: “Inaccettabile l’idea del Carroccio sconvolge i cardini del diritto” di Irene Famà La Stampa, 20 luglio 2026 Il senatore di Forza Italia e vice ministro della Giustizia: “Le leggi attuali sono sufficienti. La grazia non è un modo per cancellare le sentenze”. La proposta della Lega sulla legittima difesa? “Così com’è, è inaccettabile. Sconvolge i cardini del diritto penale”. La grazia? “Concordiamo nel chiederla, considerato il contesto e le rapine che Mario Roggero ha subito in passato, la sua esasperazione. Ma non può essere un modo per cancellare le sentenze”. Il viceministro della Giustizia Paolo Sisto, senatore di Forza Italia, traccia un confine netto a difesa dello Stato di diritto. “La febbre delle elezioni imminenti non ci coinvolge minimamente, soprattutto su certi temi”. Il provvedimento presentato dalla Lega considera lecita ogni reazione a qualunque aggressione armata. Libertà e tutela per i cittadini? “Prima di tutto è una proposta inaccettabile sul metodo”. Come mai? “Non si può, sulla scorta di qualsiasi emotività, scrivere norme di una tale rilevanza senza un confronto. Un singolo episodio non può legittimare un metodo così näif, tra l’altro irrispettoso della discussione dentro alla coalizione”. Come impatterebbe sul diritto penale? “Ne sconvolgerebbe i cardini”. Il codice, però, è modificabile. Non crede? “Senza la proporzionalità tra aggressione e reazione e la verifica dell’attualità del pericolo, avremmo una difesa indiscriminata, praticamente incontrollabile. Le scriminanti come la legittima difesa rendono, in via eccezionale, lecito un comportamento che, senza tale eccezionalità, sarebbe punito e severamente. Con la proposta di modifica appena formulata si corre il rischio di stravolgere la coerenza del sistema penale, praticamente un “liberi tutti”. Si rischia di legittimare l’omicidio? “La legittima difesa è una causa di giustificazione tramite cui il legislatore rende lecite condotte che altrimenti sarebbero illecite e può essere applicata in condizioni di eccezionalità. Uccidere una persona è un reato gravissimo. Va da sé che può non essere considerato reato solo in presenza di particolari situazioni ben fotografate nell’articolo 52 del codice penale. Tra l’altro modificato di recente”. La proposta leghista amplierebbe troppo i limiti? “Penso alle prevedibili degenerazioni interpretative, una sorta di “free jazz” della difesa della vita e dell’incolumità altrui”. Il ministro Salvini è tornato in carcere da Roggero con una maglia con la sua foto. Sconveniente? “La visita è un gesto corretto. Si può dire che il gioielliere si è trovato in una situazione difficile, umanamente comprensibile, ferme restando, però, le sue responsabilità accertate con sentenza definitiva, le cui motivazioni peraltro non sono ancora note”. A destra si sbandiera lo slogan “Roggero libero”. L’obiettivo è farne un martire? “Ho letto la sentenza di appello. E, al di là della solidarietà alla persona, alle difficoltà di contesto in cui ha agito, per due omicidi e un tentato omicidio è una pena in linea con i presupposti normativi. Aggiungo che tutte le sentenze definitive vanno eseguite, e nei confronti di chicchessia”. Il gioielliere era ancora libero e già si parlava di grazia... “Le sentenze definitive possono essere modificate solo con la revisione, ovvero se ci sono nuove prove capaci di sovvertire l’esito giudiziario. La grazia non è un quarto grado di giudizio. Non è un modo per cancellare le sentenze. Ed è nelle mani, solo, del presidente della Repubblica”. Il susseguirsi di petizioni perché venga concessa la grazia sono un modo per cercare di fare pressione sul Quirinale? “Sulla grazia ribadisco che bisogna avere fiducia nel presidente della Repubblica. Senza provare a mettersi nei suoi panni”. Questa battaglia nasce dalla necessità di evitare un superamento a destra da parte del generale Vannacci? “Noi di Forza Italia siamo saldi e solidi sui nostri principi di garantismo e rispetto della Costituzione. Non inseguiamo nessuno, Silvio Berlusconi ci ha abituato, al più, a essere inseguiti e imitati, e senza successo. Ci sono principi a cui non intendiamo rinunciare”. Quali? “Personalità della responsabilità, diritto di difesa, presunzione di non colpevolezza sino a sentenza definitiva, giusto processo, pena non solo afflittiva ma strutturalmente rieducativa. A questo “pacchetto di valori” non rinunceremo mai”. Nemmeno per un voto in più? “Assolutamente no. La febbre alta da elezioni imminenti non ci coinvolge minimamente. Meno che mai su questi temi”. Salvini evocò la legittima difesa per un ex assessore leghista condannato per l’omicidio di un senza tetto marocchino. Criteri selettivi? “Non direi. Ci sono casi mediatici su cui la politica necessariamente dice la sua. Restano comunque le regole del diritto sostanziale e processuale che vanno rispettate”. La premier ha definito la pena sproporzionata e ha detto che non si possono giudicare la paura e il dolore di Roggero. Propaganda? “No, è un ragionamento pacato. Che si può condividere o meno, ma apre ad una riflessione che è tutt’altro che populista”. Ma le norme sulla legittima difesa sono sufficienti? “Ampiamente sufficienti a garantire l’equilibrio fra la giusta difesa e la tutela della vita”. A Bologna 43enne muore bloccato a terra e ammanettato dalla polizia di Alessandro Fulloni Corriere della Sera, 20 luglio 2026 Abderrahim Fakir muore al Pilastro durante l’intervento. Il filmato di un residente con le urla del 43enne. La sorella: “L’hanno ammazzato”. Colpisce la lentezza dei movimenti, in quel video di cinque minuti e venti secondi che inquadra un uomo, steso a terra, prono, la cui vita scivola via istante dopo istante. Sono lenti i gesti dei due agenti che cercano di immobilizzarlo dopo che ai centralini d’emergenza era arrivata la segnalazione di una persona che stava dando in escandescenze. Sono lenti, anzi lentissimi, i movimenti del personale dell’ambulanza che assiste alla scena. Sono quasi al rallentatore i passi di alcuni testimoni che camminano avanti e indietro lungo il cortile del civico 9 di via Italo Svevo, cuore del Pilastro, quartiere popolare di Bologna. La morte di Abderrahim Fakir: cosa è successo - Dal verde che costeggia l’incrocio con via Manzini - platani e aiuole ben curate - arriva il prolungato frinire delle cicale, un rumore che sarà la colonna sonora di questa giornata terribile, drammatica. Ecco i fatti, in parte ricostruiti da quel filmato che inquadra la morte di Abderrahim Fakir, 42enne di origine marocchina, titolare di una piccola impresa di pulizie. Mezzogiorno è passato da un quarto d’ora circa, la periferia del capoluogo dell’Emilia-Romagna è un “forno” a oltre 35 gradi. L’intervento della polizia al Pilastro e i soccorsi - Non è chiaro perché Abderrahim Fakir fosse lì al Pilastro, dove aveva vissuto da giovane. Probabilmente era venuto a trovare degli amici “come faceva spesso”. Fatto sta che era “alticcio”, per stessa ammissione di qualche connazionale rimasto lì in strada sino a sera inoltrata, attendendo che terminasse una manifestazione - con circa 300 persone - che ha intonato cori contro la polizia. Le telefonate che arrivano al 112 segnalano che l’uomo sta dando in escandescenze, danneggiando un’auto. Grida, tante. Arriva subito la volante. E a chiamare il 118 sono gli agenti. Che provano a calmare l’uomo, che però si sarebbe scagliato contro di loro. A quel punto i poliziotti - uno di loro con bodycam - avrebbero prima utilizzato lo spray urticante e poi bloccato a terra Fakir tenendogli i polsi dietro la schiena con le ginocchia, nel tentativo di ammanettarlo. La rabbia del quartiere - Le urla richiamano i testimoni e chi abita da queste parti assicura che siano molti i filmati che hanno registrato l’accaduto. In quello che rimbalza subito di cellulare in cellulare, si vedono i poliziotti già sopra Abderrahim, cavalcioni. Cercano di immobilizzarlo, lui grida, si dimena. Si saprà poi che era in cura per asma, con crisi ripetute. Nel corso dei primi 120 secondi abbondanti di video lo si vede ansimare. Ripete in continuazione la parola “aiuto”. A un certo punto, verso il minuto 2 e 30’’, i suoi movimenti si spengono. Resta immobile, è lì che muore. Per qualche istante nessuno se ne accorge. Uno a torso nudo prova a dare una mano agli agenti nel tentativo di fascettargli i piedi, i sanitari guardano. E ci sarà da chiarire perché. Si avvicinano solo al termine del filmato, quando c’è da capire se respiri ancora. Dai palazzi scende gente, giungono altre “volanti”. La tensione sale. La sorella: “Voglio giustizia e vendetta” - Accompagnata dal marito Hamid, arriva anche Khadija, sorella della vittima. Piange, in auto. Dal finestrino, verso sera, racconta che “mio fratello, quello più grande, mi ha chiamato per dirmi che Abderrahim era morto”. Poi sbotta, rabbiosa: “Chiedo giustizia”, “voglio vendetta”. Prosegue riferendosi agli agenti: “Se uno è agitato tu lo devi calmare, non ammazzarlo sotto il sole”. Si mette a piangere. Indaga la squadra mobile. La Procura, che deve ancora chiarire come procedere, ha disposto l’autopsia e acquisirà tutti i video. Muore mentre gli agenti lo bloccano, il caso approda in Parlamento di Flavia Amabile La Stampa, 20 luglio 2026 Avs annuncia un’interrogazione. Il Carroccio: “Giù le mani dagli agenti”. Opposizione all’attacco dopo la morte di Abderrahim Fakir, durante un intervento di polizia al rione Pilastro a Bologna. Ilaria Cucchi è la prima a commentare e non potrebbe essere altrimenti, è senatrice di Avs ma è innanzitutto la sorella di Stefano Cucchi, morto mentre era sottoposto a custodia cautelare, dopo essere stato picchiato. “Quello che vediamo nel video di Bologna è un fatto estremamente grave. Si tratterebbe dell’ennesimo caso di un uomo in chiaro stato confusionale, che chiede aiuto e invece di avere soccorso viene bloccato dalle forze dell’ordine e si dirà che è morto per asfissia posturale. Mi auguro che non sia così, che non sia l’ennesimo caso, come quello che è successo a Riccardo Magherini o a Federico Aldrovandi. Rispetto alla richiesta di aiuto si risponde con la forza”, commenta la senatrice di Avs, annunciando un’interrogazione parlamentare al Ministero dell’Interno. Diametralmente opposta la posizione della Lega: “A Bologna gli agenti sono intervenuti, su richiesta di cittadini esasperati e alla presenza del personale del 118, facendo il loro dovere. La morte di una persona è sempre un evento tragico, proprio per questo è doveroso accertare con rigore quanto accaduto, anche attraverso le bodycam messe a disposizione dagli agenti, senza condanne pregiudiziali e preventive. Giù le mani dalla polizia”. Chiede invece chiarezza Nicola Fratoianni, deputato, segretario di Sinistra Italiana e leader di Alleanza Verdi-Sinistra: “Non ci può essere nessuna zona d’ombra se una persona perde la vita durante un controllo di polizia. Ci aspettiamo e chiediamo a tutti gli organi competenti di fare piena luce in modo da avere ulteriori elementi di conoscenza”. Ilaria Salis, europarlamentare di Avs: “La loro “sicurezza” è questo schifo qui. Che orrore, che rabbia!” Per i Cinque Stelle parla Mariolina Castellone, vicepresidente del Senato: “Una cosa è certa: quando una persona è affidata allo Stato, lo Stato ha il dovere di proteggerne la vita e la dignità, sempre”. Chiede “verità, trasparenza e accertamenti rapidi” perché “nel nostro Paese nessuno può morire così”. Riccardo Magi, segretario di Più Europa, afferma che “è inquietante che una persona muoia durante le procedure di arresto sotto gli occhi dei sanitari. Abbiamo scarsa fiducia in Piantedosi, che ha una certa ritrosia nel far emergere le responsabilità in questi casi: quando lo abbiamo interrogato sulle morti con il taser ci ha detto che va tutto bene, ma i numeri e gli studi scientifici raccontano il contrario”. Per il Pd, a parlare sono il sindaco di Bologna Matteo Lepore e il presidente della regione Emilia-Romagna Michele De Pascale, che confermano la fiducia “nel lavoro delle istituzioni competenti” e la “vicinanza” ai familiari di Abderrahim Fakir e alla comunità del quartiere ma chiedono “piena luce sui fatti”. Per Fratelli d’Italia interviene, a difesa della polizia, il capogruppo alla Camera, il bolognese Galeazzo Bignami: “La morte di una persona è sempre un evento drammatico. Attendiamo l’esito delle doverose verifiche in corso, ma da quanto è dato comprendere l’intervento delle forze dell’ordine, richiesto dai cittadini e a cui dei cittadini hanno contribuito, risulta condotto con professionalità e modalità consone al tipo di esigenza che si era posta”. Calabria. “Ogni estate è un dramma”, la vita nelle carceri tra caldo, inattività e sovraffollamento di Anna Foti lacnews24.it, 20 luglio 2026 La provveditrice regionale dell’Amministrazione penitenziaria Castellano presenta il piano anti-afa: “Nebulizzatori e ventilatori in tutte le aree comuni. Frigoriferi nelle sezioni e, per quest’anno solo a Locri, nelle stanze detentive”. Antigone richiama le criticità su spazi minimi e assistenza sanitaria. L’estate con le sue torride temperature spinge a cercare rifugio in ambienti climatizzati oppure, per chi è in vacanza, nell’acqua di mare o nella frescura della montagna. La fine della scuola e le sospirate ferie. La sospensione fisiologica di molte attività durante i mesi estivi, quando è concesso che i ritmi cambino e che il maggior tempo libero a disposizione sia dedicato allo svago e al divertimento dopo un anno di impegno, di studio e di lavoro. Le alte temperature e l’inattività - L’impatto di tutto questo su chi vive ristretto in carcere è definito drammatico da Lucia Castellano, provveditrice regionale dell’Amministrazione penitenziaria della Calabria. “Ogni estate è un dramma. In questa ottica a preoccuparci di più, a mio avviso, non deve essere il sovraffollamento, che pure registriamo in Calabria dove però, ad eccezione di Catanzaro particolarmente vetusto, gli istituti sono tutti di dimensioni medio-piccole. Per assicurare la dignità della detenzione, specie in momenti critici come l’estate, deve essere affrontata ed evitata l’inattività della popolazione detenuta. L’estate è sempre un dramma perché si fermano molte attività come la scuola, diminuiscono gli operatori, che entrano in carcere per progetti e iniziative, e anche i parenti. Dunque l’inattività unita ad una prolungata permanenza nelle stanze detentive con il caldo di questo periodo aggrava il quadro generale di chi vive in carcere. Per questa ragione abbiamo anche quest’anno sollecitato tutti e 12 gli istituti penitenziari calabresi a mettere in campo iniziative e attività per sopperire al fisiologico allentamento dei programmi trattamentali e abbiamo già messo in campo anche un piano anti-caldo”. L’estate non è per tutti come il tempo “libero” non è racconto per tutti. In frangenti critici come questo dare sollievo e opportunità alle persone detenute equivale e garantire dei diritti essenziali. La raccomandazione per sopperire alle attività sospese. “Sul piano trattamentale, nel ruolo di regia di progetti regionali in capo al provveditorato posso, per esempio, dire che già da questa estate partono nelle carceri di Vibo Valentia e di Arghillà a Reggio, i percorsi mirati di riabilitazione per i detenuti autori di reati violenti a sfondo sessuale, recentemente presentati. Prosegue anche il progetto di mediazione culturale Integrando e possiamo sempre contare su un volontariato religioso che garantisce la presenza. Ma occorrerà certamente fare di più. Da qui le circolari che abbiamo già inviato alle direzioni dei 12 istituti penitenziari, raccomandando di sopperire alle attività sospese”. Così la provveditrice regionale Lucia Castellano che poi si è soffermata nel dettaglio sul piano anti-caldo nei dodici istituti penitenziari calabresi, presenti in tutti e cinque i comprensori provinciali con maggiore concentrazione a Reggio (cinque carceri) e Cosenza (quattro carceri) : Rosetta Sisca di Castrovillari, Sergio Cosmai di Cosenza, Rossano, Paola, Ugo Caridi di Catanzaro, Crotone, Giuseppe Panzera di Reggio Calabria (San Pietro e Arghillà), Salsone di Palmi, Locri, Luigi Daga di Laureana di Borrello, Vibo Valentia. Le misure anti-caldo - “Quest’anno abbiamo posizionato in tutti gli istituti i nebulizzatori nei cortili adibiti a passeggio e ventilatori a pala nel soffitto nelle aree socialità, sale colloqui, palestre, biblioteche. Colgo, da questo punto di vista, l’occasione per ringraziare la Fondazione con il Sud che ci ha donato 120 ventilatori di ultima generazione che abbiamo già distribuito nelle aree comuni delle carceri calabresi. Abbiamo accordato ai detenuti di poter mettere i ventilatori da loro acquistati in stanza. Un intervento che ho ritenuto necessario è stato quello relativo alla rimozione dei plexiglas dalle finestre delle stanze detentive nel carcere di Cosenza. Erano stati apposti per evitare lanci di oggetti ma creavano un effetto serra insostenibile. Abbiamo anche comprato dei pozzetti per il ghiaccio e frigoriferi per bevande fresche posizionati nelle sezioni e nei corridoi e, sperando il prossimo anno di poterlo estendere a tutte le carceri, quest’anno a Locri abbiamo posizionato dei frigoriferi anche nelle stanze detentive. Abbiamo, altresì, disposto che i cosiddetti blindi, le pesanti porte con solo una piccola feritaia, restino aperti anche di notte per una circolazione maggiore dell’aria”, ha spiegato la provveditrice calabrese Castellano che ha poi ricordato le altre misure anti-caldo adottate, considerando anche la necessità di garantire colloqui e passeggi all’esterno. “Abbiamo disposto che gli orari dei passeggi siano spostati in fasce meno calde, che la permanenza nel sale socialità sia prolungata, che i colloqui con i familiari si svolgano, fuori nelle aree verdi. Siamo consapevoli di quanto ci sia ancora da fare, specie in momenti critici come questo. Posso dire che stiamo anche intervenendo pure sugli aspetti strutturali degli istituti con riqualificazioni su Palmi, Crotone, Catanzaro, Arghillà e Vibo. Il sovraffollamento è una piaga che riguarda tutta l’Italia, non solo Calabria. Seppure registriamo tassi di sovraffollamento, i dati vanno letti nel complesso. Naturalmente prestiamo attenzione doverosa anche ai parametri Cedu di tre metri quadri per detenuto. Nel dettaglio a 2395 detenuti, dei 2926 totali, assicuriamo più di quattro metri quadri ciascuno, e per 506 garantiamo tra i tre e quattro ei metri quadri”, ha sottolineato ancora la provveditrice regionale Lucia Castellano. Con il tema del sovraffollamento che resta rilevante soprattutto nel carcere di Arghillà (a maggio di quest’anno secondo i dati del ministero di Giustizia erano 372 i detenuti a fronte di una capienza di 394) seguito da Cosenza, Paola, Rossano e Locri, ai fini dell’analisi della condizione detentiva d’estate, secondo l’associazione Antigone, impegnata a monitorare il rispetto delle garanzie nel sistema penale e penitenziario, in alcuni carceri calabresi vi è anche da dimostrare un’altra critica. Si tratta del parametro dei 3 metri quadrati, quale standard minimo vitale per ogni detenuto stabilito dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (Cedu), sotto i quali lo spazio è considerato inumano e degradante, dunque in violazione dell’art. 3 della Convenzione stessa. Secondo i dati relativi al 2025, rilevati dall’osservatorio Antigone, tali tre metri quadri calpestabili per detenuti non erano presenti nel carcere di Rossano e nei reggini di San Pietro, Arghillà e Locri. Tra le visite già eseguite quest’anno quella nel carcere di Arghillà a fine maggio scorso, espletata dalle osservatrici Sara Cacciotella e Samuela De Luca. Ecco un loro resoconto: “L’istituto verte in una condizione di sovraffollamento che genera malessere diffuso. A tale criticità si affianca una significativa carenza del personale di polizia penitenziaria, con ripercussioni negative sia sul piano della sicurezza dell’istituto, e carenze legate anche all’assistenza sanitaria che specie d’estate contribuiscono ad aumentare i disagi. In tutte le celle visitate erano presenti grate alle finestre che impediscono il ricircolo dell’aria. In questo periodo dell’anno diventa una criticità una zona d’ombra molto ridotta nell’area adibita al passeggio”. Altre visite dell’osservatorio Antigone sono in programma nelle carceri calabresi nelle prossime settimane. Annunciata, inoltre, per il terzo anno consecutivo, l’attività di monitoraggio estivo “Ristretti in Agosto”, a cura dell’Osservatorio carcere dell’Unione delle Camere Penali Italiane. L’iniziativa, volta a sottolineare la “gravità del sovraffollamento nelle “celle infuocate” in quadro già drammatico che in Italia già registra 116 decessi “in e di” carcere dall’inizio dell’anno, tra cui 33 suicidi”, potrebbe, come avvenuto negli anni scorsi, fare tappa anche in Calabria. Massa Carrara. Il caso del Garante dei detenuti. Il Polo insiste sulla nomina La Nazione, 20 luglio 2026 L’istituto penitenziario di Massa ha bisogno del Garante dei diritti dei detenuti. Lo ribadisce il Polo Progressista e di Sinistra che in una nota interviene in merito alla faida aperta sulla lettera dell’assessora regionale Alessandra Nardini e la risposta “piccata” del sindaco Francesco Persiani, circa la situazione dell’istituto penitenziario nel Comune di Massa. “Quando tutto è reso propaganda elettorale - si legge nella nota del Polo progressista - ovviamente il rispetto istituzionale è uno dei primi parametri a saltare, ma non crediamo che la destra e il sindaco siano i primi a poter lanciare una pietra. Il sindaco dice che “la proposta di istituire la figura del Garante dei detenuti è già all’attenzione delle forze politiche…” ci chiediamo però quanto debba essere lunga questa riflessione. Intanto nel carcere massese sono stipati quasi il doppio dei detenuti per cui era stato previsto: 303 su 177 posti. Vogliamo nel merito ricordare che nel lontano 2020 l’amministrazione comunale, sempre della destra di Persiani, ricevette un appello dall’associazione L’Altro Diritto Pisa che chiedeva di istituire la citata figura del Garante dei Diritti dei Detenuti che a Massa mancava a differenza di molti altri Comuni italiani e toscani. Facevano già notare -prosegue la nota - che tale mancanza interrompeva la diramazione territoriale dell’ufficio nazionale che può funzionare efficacemente solo se non si interrompe il collegamento con il garante regionale e nazionale. Questa interruzione scrivevano crea “un vulnus alla trasparenza… gettando un’ombra sull’operato delle istituzioni controllate”. Questa associazione chiese appunto di essere audita dalla Commissione Affari Istituzionali, presieduta dall’attuale presidente del consiglio comunale, Agostino Incoronato, ma la maggioranza non volle accogliere tale richiesta dando vita a un’accesa discussione, sostenuta da inaccettabili motivazioni ideologiche, tra i membri di quella commissione di cui faceva parte la consigliera del M5S Luana Mencarelli. Oggi, dopo ben 6 anni, si legge che l’istituzione del Garante dei Diritti dei Detenuti è alla loro attenzione, ma possiamo temere che la questione venga presa in esame alla luce della stessa ideologia e con la stessa evidente mancanza di interesse? Proprio oggi che l’istituto penitenziario massese potrebbe essere oggetto della distribuzione del sovraccarico del carcere di Sollicciano. Pescara. Storie dal carcere: quei “nove pazzi” del San Donato di Gabriele Cappi Il Centro, 20 luglio 2026 Volontari e detenuti leggono insieme “Tutto chiede salvezza”. E dietro le mura e le sbarre c’è chi progetta il futuro fuori. “Quei 5 pazzi mi sembrava di conoscerli da una vita”. La frase arriva dal libro “Tutto chiede salvezza” di Daniele Mencarelli, la storia di un ragazzo che per un TSO viene recluso in una struttura psichiatrica e attraverso i suoi occhi, in una settimana, racconta episodi e incontri con medici, pazienti e infermieri che dettano orari, incontri, spostamenti, quando ci si alza e quando si va a dormire. Libro e Pagine che descrivono, anche se in un ambito diverso, la vita dei ragazzi del carcere San Donato di Pescara che in questi mesi, grazie a al gruppo di volontari Stella del Mare, ho avuto il privilegio di incontrare ogni martedì insieme ad alcuni amici, per leggere insieme qualche pagina del romanzo. Ma come privilegio? Luca, Italo, Luigi, Roberto, Faalza, Emanuele, Luca, Nicolas, Alin, sono dentro, criminali, la feccia della società. Se la pensate così non vi posso convincere del contrario, ma vi posso raccontare quello che ho visto in queste settimane. Parto dall’ingresso. Entrati al San Donato si accede alla guardiola mentre si attende di ricevere il badge da visitatore, le guardie si preparano e mettono nella fondina la Beretta FS 9 millimetri. Se vi fermate qualche minuto potreste vedere sfrecciare avanti e indietro una suorina dal velo beige: minuta quanto determinata, a passi veloci entra ed esce dal penitenziario portando conforto e lavorando per i detenuti. Un giorno, a un passo dall’uscita, un secondino la vede e urla: “Suor Livia, che dice oggi il buon Dio?”. Lei non si ferma, ma si gira al volo e risponde: “Tutto bene, anche oggi”. Primo colpo al cuore. Tutto bene in un posto del genere? C’è da approfondire. Si entra, si aprono le celle, scorrono le guardie, si cammina per i corridoi scrostati del penitenziario e si accede alla zona dove i carcerati incontrano i legali. Ci hanno assegnato quel luogo per il gruppo di lettura. I ragazzi ti aspettano, preparano la sala, spostano le sedie. “Non volevo venire all’inizio, ora non vedo l’ora che sia martedì”, fa uno di loro. Il libro scorre pagina dopo pagina. La vita dei pazienti psichiatrici ha le stesse regole della vita carceraria, e i problemi dei malati spesso si toccano con la vita dentro. Orari, assistenti sociali, legali, medici, educatori, operatori. Dalle pagine escono riflessioni e spunti. Un giorno leggiamo un capitolo dove si parla di dipendenze e droghe. Si apre una diga, nessuno si nasconde, escono storie vere. “Da ragazzo ero in quel tunnel e mi piaceva. Guarda, mi sono pure tatuato la molecola e la formula chimica di cocaina e MD. Pensa che stupido che ero a 18 anni”. Un altro: “Le dipendenze mi hanno tolto tutto e mi facevano tornare ogni volta qui dentro, perché uscito frequentavo gli stessi giri. Mi sono fatto trasferire qui apposta, per vincere e smettere”. E un altro ancora: “Anch’io ne sto uscendo, sono all’ultima settimana di metadone. L’eroina mi ha staccato da tutti quelli che amavo, senza il carcere non ce l’avrei fatta”. Gli risponde una delle volontarie con me: “Ma sei sicuro? Solo qui potevi smettere?” Risposta secca, spiazzante: “Sì, solo qui, e ringrazio per questo. Ora guardo al futuro: fuori ho una ragazza che mi aspetta, ho finalmente altri progetti in testa che voglio realizzare”. Commovente. Ma andiamo avanti. Una delle volontarie è professoressa alle superiori e parallelamente al gruppo di lettura si avvia una corrispondenza tra i suoi ragazzi e i detenuti. Ogni settimana, insieme al libro, si legge una lettera che gli adolescenti hanno mandato. Posso dirvi di aver visto uomini grandi e grossi mettersi a piangere e provare a nasconderlo, chiedendo di uscire a fumare. Li ho visti litigare e discutere parlando dei loro figli, delle nuove generazioni, dei rischi che corrono, del crimine e della droga - come sono cambiate negli anni (e chi meglio di loro conosce e può dire). Ho visto persone vere, reali come poche. Pronte a mettersi in gioco anche fosse solo un libro. Dentro le mura del San Donato, fatiscente nella struttura, ho visto la vita rimettersi in moto. E poi la Colletta del libro, organizzata da Massimo e sua moglie Mariella. La coppia dell’associazione Stella del Mare, che ha organizzato anche il corso di lettura: dieci anni fa parlando col Direttore scoprirono che la biblioteca del carcere era poco fornita e obsoleta. Così si sono inventati la Colletta del Libro, ormai alla decima edizione, un sabato davanti le librerie della città i volontari chiedono di acquistare libri per bambini in difficoltà e per detenuti. All’uscita vengono donati ai volontari, lasciando una dedica. La cosa bella è che tra i volontari ogni anno escono dieci detenuti che insieme agli altri parlano liberamente di quello che stanno vivendo. Hanno raccontato che sono grati per l’esperienza fatta, si sono sentiti utili e importanti per la società. Che storia. I ragazzi del San Donato. L’appuntamento fisso del martedì dove l’unico motivo per cui sperare di non vederli è che siano finalmente usciti a rilanciare la loro vita. Un’ultima immagine ci arriva dall’esterno. Il cancello. Uscendo di corsa per tornare in redazione, un giorno mi ferma una ragazzina. Avrà avuto 18 anni. Ingannata dalla mia polo blu scuro che mi fa sembrare un secondino mi chiede: “Scusi, lei lavora qui? Oggi dovrebbe uscire il mio ragazzo”. Io la guardo e le rispondo: “Non ti posso aiutare, ma devo dedurre che oggi è una bella giornata”. Scoppia a piangere: “Sì, è una giornata stupenda”. Mi allontano, un po’ meno di corsa, mentre mi rimbombano in testa le parole di Suor Livia: “Tutto bene, anche oggi”. La politica contro lo stato di diritto di Massimo Cacciari La Stampa, 20 luglio 2026 In un clima generale di riarmo e guerra che da noi, come costume, si traduce nella miseria di una perenne campagna elettorale, assolutamente vuota di analisi e programmi, cercare un ordine in pensieri e azioni più che difficile appare di giorno in giorno più inutile. Il caso di Roggero assume in questa situazione un valore emblematico. Non c’entra la questione di grazia sì o grazia no. Poiché lo stare in galera ha valore rieducativo soltanto nelle favole, se si hanno sufficienti garanzie che una persona non possa ricommettere reati è per me una buona notizia che costui venga messo in libertà. Ciò che appare semplicemente “tremendo” sono le giustificazioni in punta di “diritto” che vengono avanzate per quest’atto in questo caso specifico. Sembra che la tesi di fondo suoni grosso modo così: la mia casa, la mia proprietà sono assolutamente inviolabili, anzi: neppure minacciabili, e chi lo osa o lo tenta soltanto va inesorabilmente punito. Mettiamo che sia prevista in questa materia la punizione più estrema, la pena di morte. Questo implicherebbe forse per l’aggredito il diritto di uccidere l’aggressore? Certamente no. Anche in questo caso, nel caso cioè di un Codice che nella forma più crudele difendesse il “terribile diritto” di proprietà, bisognerebbe che la sentenza venisse emessa da un tribunale, da un giudice terzo. Fino a quando vige uno straccetto di Stato di diritto nessuno può farsi giustizia da sé, nessuno può applicare la legge per suo conto. È evidente dal comportamento e dagli atti di certi politici, non proprio ahimè di contorno nelle vicende patrie, che essi auspicherebbero una norma a la Vannacci: se uno entra in casa mia rinuncia alla vita. Ma tale norma deve pur esserci, deve pur sussistere un Diritto che la contenga, e dunque sarà un tribunale che dovrà sancire: tu, col tuo atto, hai rinunciato alla vita. Se mi metto al posto del giudice, anche quando sia perfettamente certo, in base al Diritto esistente, che questi sentenzierebbe come me, compio un reato ipso facto. Il caso mette a nudo una cultura politica e giuridica che la dice lunghissima sulla crisi che attraversa lo Stato di diritto. La “voce del popolo” lo reclama: chi mi entra in casa rinuncia alla vita. È questa voce la sola anima autorizzata del Diritto. Si afferma che esso va costruito esclusivamente sulle presunte abitudini o tradizioni, sui costumi o sentimenti comuni. Insomma, che esso deve essere espressione del Volksgeist. Il “buon politico” ne è l’interprete e aborre dai vuoti formalismi. Occorre che le norme in materia di sicurezza tendano a coincidere con i sani impulsi che manifesta il cuore del popolo. È una visione del Diritto toto caelo opposta a quella che sta alla base della nostra Costituzione e altrettanto conforme a quella che ha dato vita ai Codici di tutti i regimi totalitari. Il cuore del popolo concepisce essenzialmente la pena nei termini della vendetta? Reclama l’occhio per occhio e dente per dente? E il Diritto positivo lo segua, obbedisca al suo impulso, anzi: lo moltiplichi contro quella scienza giuridica che da secoli ha cercato di contenere, di governare questo naturale istinto alla vendetta. Una tale scienza è propria dei “nemici del popolo”. Comprendiamo quanto profondamente questa cultura stia informando le nostre vite, le nostre stesse istituzioni? Più ancora, quanto essa sia immagine di una crisi di civiltà. In una logica complessiva in cui ogni relazione si semplifica brutalmente in quella di amico-nemico, viene meno ogni possibilità di reciproco riconoscimento. E così di perdono. L’individuo nella sua solitudine, colma di ansia e frustrazione, si barrica nelle sue tane, non si interroga sui motivi che possono minacciarne la sicurezza, tantomeno su come affrontarli, esige soltanto che chi la mette in pericolo sia dichiarato imperdonabile - e giustificato lui se si fa giustizia da sé. “Io non perdono”, dice il nuovo eroe dei nostri populisti. Duemila anni di cristianesimo sono proprio passati invano? Forse no, almeno ci servono ad avvertire il puzzo di inferno che esce dai discorsi delle attuali leadership dell’Occidente in materia di Diritto e di pena. La forza della violenza ha preso il posto del diritto. Non serve più illudersi di Sergio Labate* Il Domani, 20 luglio 2026 Stiamo accettando che accada stabilmente ciò che è l’essenza del fascismo: nessuno crede più nello Stato di diritto. Non ci credono coloro che si vendicano o che picchiano e non ci credono coloro che producono delle leggi allo scopo di poter agire liberamente al di sopra di ogni legge. In questo paese accadono cose orribili. Sono cose che non si possono interpretare esclusivamente montando le lenti della politica e che accadono da qualunque parte le si guardino. Se ci limitiamo “all’alto” - come troppo spesso fa anche l’opposizione innamorata di ciò che succede dentro le stanze del potere - mi pare che, per osservare il dito (l’incidente di percorso, pur politicamente grave, del voto contrario al “trucco” delle finte preferenze), ci siamo rassegnati alle conseguenze di una legge elettorale che viene imposta pur essendo palesemente incostituzionale, tanto non ci sarà tempo per metterci al riparo dalle sue conseguenze. Tralasciando il semplice fatto che chi giura fedeltà alla Costituzione non ha alcuna remora a riscrivere l’architettura istituzionale in modo che essa venga tradita, è come se ci fossimo ormai abituati al peggio. Se questa legge elettorale passerà definitivamente, le sue conseguenze non saranno rimediabili e ridimensioneranno “di fatto” la terzietà del presidente della Repubblica mentre ci costringeranno “di fatto” a scegliere un premier, sostituendo il parlamentarismo con l’investitura popolare del leader. Ma a parte qualche giornale e qualche talk-show per addetti ai lavori, nei bar si discute solo del prossimo allenatore della nazionale, di quanto sia da ammirare Vannacci, al limite della “follia” di Trump. Non preoccupiamoci di Vannacci in sé, ma del Vannacci che è in noi La destra moderata La parola chiave è quel “di fatto”. Sono certo che qualche lettore dirà che “di fatto” è già così; qualche altro che “di fatto” alla fine non accadrà, perché siamo ancora una democrazia parlamentare nonostante tutti i tentativi eversivi schivati. Altri mi rassicureranno dicendomi che dobbiamo avere fiducia nei partiti “moderati” del centrodestra. Quegli stessi partiti che qualcuno spinge per avvicinare al centro sinistra, con l’obiettivo di rompere così la coalizione di destra. E in effetti chi più di Forza Italia rappresenta un partito moderato, liberale e antifascista? Un partito comandato per eredità economica e dinastica - praticamente una bestemmia per un liberale autentico, che dovrebbe temere, molto più che i comunisti che sono animali estinti, questo feudalesimo che è di nuovo tra noi. Un partito che sogna di portare avanti l’eredità di Berlusconi, cioè colui che ha sdoganato i neofascisti e che nel 2006 (qualcuno se lo ricorderà), aveva accettato nella sua coalizione un simbolo col richiamo al cognome di Mussolini in primo piano. Se c’è un partito che non ha nessun timore dei fascisti che arrivano, sono pronto a scommettere sarà Forza Italia. Anche grazie a Berlusconi, non esiste più una destra che non sia una destra radicale. Centrodestra sempre più a destra, così Vannacci già detta la linea Nelle cose di ogni giorno Ma se guardiamo “dal basso”, accadono cose che fino a qualche anno fa sarebbero parse intollerabili. Un vannacciano può picchiare per strada chiunque sia “debole” (migrante, vulnerabile psichicamente, magari omosessuale) o pochi giorni dopo un piccolo sindaco che fa la guardia del corpo al suo generale può strattonare malamente chi è colpevole solo di esprimere il proprio dissenso (due episodi accaduti entrambi nelle Marche, ormai da tempo avamposto dell’empietà che prevale). Ho pochi dubbi che tra i nuovi parlamentari che la legge elettorale promette come bonus ci saranno proprio loro: il vannacciano che picchia, il sindaco che strattona, l’imprenditore che si vendica. Saranno premiati, potranno continuare a picchiare, strattonare, vendicarsi e difendere coloro che sono come loro, come adesso i nostri ministri si affannano a difendere loro. Perché in basso il fascismo è già tra noi, nelle cose di ogni giorno. In Italia accadono cose orribili e la gente non solo le tollera, ma le condivide. E noi che ci illudiamo ancora di poter arginare la marea nera montante con la sola forza delle elezioni. Ogni soglia di tolleranza democratica è ormai venuta meno. Ci siamo assuefatti alle guerre, agli squadristi con la faccia truce e a quelli in giacca e cravatta, alle leggi volute “perché” incostituzionali, alla caccia al nero e alla vendetta legittima. Non c’è più nulla per cui valga la pena mobilitarci, nessun girotondo all’orizzonte. Cerchiamo solo di difenderci negli angoli delle strade terrorizzati non dai “maranza”, ma dai fascisti che picchiano se solo ne hanno voglia. Coltiviamo una resistenza perlopiù impolitica. L’emergenza democratica la invochiamo solo per giustificare la necessità che la sinistra si moderi e si contenga. Stiamo accettando che accada stabilmente ciò che è l’essenza del fascismo: nessuno crede più nello Stato di diritto. Non ci credono coloro che si vendicano o che picchiano e non ci credono coloro che producono delle leggi allo scopo di poter agire liberamente al di sopra di ogni legge. L’essenza del fascismo: la forza della violenza prende il posto della mitezza del diritto. È qui, tra noi. *Filosofo Sanità: le malattie della povertà non sono scomparse, e le disparità crescono di Federica Pennelli Il Domani, 20 luglio 2026 La mancanza di salute segue una geografia della povertà che si allarga: “Se un diabetico non ha soldi, ad esempio, non può seguire una dieta povera di carboidrati”. Le malattie della povertà non appartengono solo al passato. Tornano ad emergere nel mondo e dentro un’Europa attraversata da crisi abitativa, precarizzazione del lavoro, impoverimento e accesso sempre più diseguale alle cure. Non riguardano soltanto le malattie infettive, ma anche patologie croniche che restano senza presa in carico a causa della povertà unita alla difficoltà di accesso ai servizi pubblici. Sanità, ma non per tutti: ora anche la classe media non riesce più a curarsi Malattie e infodemia “Negli oltre 70 paesi in cui siamo presenti, vediamo che il problema si sta aggravando in maniera esponenziale” dice Ettore Mazzanti, presidente di Medici senza frontiere (Msf) Italia. Questo aggravamento è legato soprattutto a due fattori: il primo è l’instabilità, con conflitti anche a bassa e media intensità “che distruggono sistemi sanitari e condizioni di vita”. Il secondo è il cambiamento climatico: “Prendiamo la Somalia: ha saltato quattro stagioni di piogge consecutive”. Quando non piove, agricoltura e pastorizia collassano e le persone “perdono i mezzi di sostentamento e sono costrette a spostarsi per sopravvivere”. Milioni di persone costrette a migrare all’interno del proprio paese o oltre confine, “vivendo spesso in condizioni precarie che favoriscono il diffondersi di malattie legate alla povertà e alla mancanza di accesso alle cure”. C’è poi un dato non trascurabile: “Stiamo vedendo il ritorno di patologie che pensavamo in parte superate - afferma Mazzanti - Credo che questo sia legato anche all’infodemia, cioè alla quantità enorme di informazioni, spesso contraddittorie o false, che circolano e che finiscono per minare la fiducia nella prevenzione e nei vaccini”. Nonostante il contesto di bassa incidenza nel nostro paese, secondo il sistema di sorveglianza dell’Istituto superiore di sanità, in Italia nel 2024 sono stati notificati 3.150 casi di tubercolosi, con un aumento dell’8,9 per cento rispetto all’anno precedente. Dopo il calo registrato durante la pandemia, i casi sono tornati a crescere per il quarto anno consecutivo. Questa crescita è legata anche al fatto che, durante la pandemia, molte diagnosi sono state ritardate o non effettuate a causa della riduzione dell’accesso ai servizi sanitari e delle attività di screening. Negli anni successivi i casi “non intercettati” sono riemersi nei sistemi di sorveglianza, contribuendo all’odierno aumento. L’Associazione microbiologi clinici italiani, però, ha ribadito che la Tbc “non può essere considerata una malattia del passato”. La diffusione della Tbc, infatti, resta fortemente legata a povertà, diseguaglianze e mancanza di accesso alle cure; colpendo soprattutto le persone più vulnerabili. “Le malattie infettive sono meno diffuse di quello che potrebbe essere il sentire comune - dice Emanuele Longo, coordinatore delle attività mediche in Italia per Emergency - ma vediamo tante altre malattie legate alla povertà”. Il problema è legato soprattutto alle patologie croniche, che l’indigenza acuisce perché “non ci si riesce a curare correttamente e con continuità, portando all’aggravamento dello stato di salute”. Negli ambulatori di Emergency “vediamo principalmente patologie croniche non curate. Le persone effettuano l’accesso al Ps per l’acuirsi della patologia, ma una volta uscite non sono agganciate al Ssn”. Proprio in questi casi, l’ente lavora per far rientrare queste persone nelle maglie del sistema pubblico. La mancanza di salute segue una geografia della povertà che si allarga a macchia d’olio in tutto il paese: “Se una persona diabetica non ha soldi, ad esempio, non potrà seguire una dieta povera di carboidrati”; perché economicamente è più oneroso e comporterà l’acuirsi della patologia. Anche per questo, il carico di lavoro di Emergency “è aumentato nel tempo, perché le diseguaglianze sociali e di salute aumentano”. Lo conferma anche l’appello dell’associazione Salutequità al ministero della Salute, che ha chiesto di inserire nel Piano nazionale della cronicità anche l’oncoematologia e la psoriasi. Schillaci si arrende, naufraga un’altra riforma della sanità Le diseguaglianze Anche il presidente di Msf ricorda che uno dei temi centrali, in Italia, riguarda le persone in povertà che non riescono ad accedere alle cure di base. A Milano, infatti, hanno creato un modello integrato per la presa in carico delle persone senza dimora: “La fondazione Arca offre vitto e alloggio, noi garantiamo continuità di cura a persone che spesso non trovano accesso stabile al sistema sanitario”. Ma le condizioni di vita influiscono anche sul ritorno delle infezioni sessualmente trasmissibili (Ist). Secondo gli ultimi dati del Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc), nel 2024 gonorrea e sifilide hanno raggiunto livelli record in Europa, mentre la clamidia resta l’infezione più diffusa. I piani strategici globali sulla salute sessuale collegano questo aumento a una combinazione di vari fattori, tra cui la povertà, la bassa scolarizzazione e la carenza di programmi strutturati di educazione sessuale e affettiva; che creano barriere strutturali che si sommano alla riduzione generale dell’uso del preservativo. L’aumento delle Ist rende ancora più evidente un paradosso: mentre i dati mostrano la necessità di rafforzare prevenzione, informazione e accesso ai servizi, il dibattito politico italiano continua a essere viziato da resistenze ideologiche e confessionali che ostacolano l’educazione sessuo-affettiva nelle scuole. “Una rete nazionale del caporalato sposta i migranti in tutta Italia” di Sara Tirrito La Stampa, 20 luglio 2026 La commissione d’inchiesta: gli stessi lavoratori da una regione all’altra per le raccolte nei campi. Da marzo a settembre migliaia di braccianti raggiungono il Metapontino e l’Alto Bradano, in Basilicata, per la frutta di stagione. Prima le fragole, nelle scorse settimane le pesche, poi i pomodori. Arrivano dalla Piana di Sibari, in Calabria, dove da ottobre a febbraio hanno raccolto agrumi e olive. In autunno saliranno in Piemonte, e chiuderanno l’anno in Friuli-Venezia Giulia con la lavorazione della barbatella. Stagione dopo stagione, lungo lo stesso percorso, si muove anche il calendario del caporalato, il sistema di reclutamento illegale che intercetta i lavoratori a ogni tappa. Secondo la Flai Cgil, che con l’Osservatorio Placido Rizzotto realizza ogni anno il Rapporto Agromafie e Caporalato, in Italia almeno 200 mila lavoratori subiscono irregolarità nei campi, in gran parte in condizioni di sfruttamento. Contro questo sistema esiste dal 2016 la legge 199, che avrebbe dovuto premiare le imprese in regola, ma su circa un milione di aziende agricole soltanto 11.895 aderiscono alla Rete del lavoro agricolo di qualità, lo strumento previsto per certificare chi rispetta contratti e condizioni. “Serve instaurare dei meccanismi che incentivino le imprese ad aderire alla rete”, sottolinea Chiara Gribaudo, deputata Pd a capo della Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno. Intermediari e contratti - L’intermediazione irregolare è il cuore del fenomeno e si presenta in due forme. Il caporalato nero, fatto di violenza, minacce e controllo sulle condizioni di vita, e quello grigio, che si alimenta della falsificazione delle giornate in contratti apparentemente regolari. Spesso, tramite le cosiddette “cooperative senza terra” che affiancano le imprese meno virtuose, in busta paga viene registrata una decina di giornate a fronte di 50 o più realmente lavorate, abbattendo gli oneri contributivi. Un meccanismo che priva i lavoratori della disoccupazione agricola, ottenibile solo oltre le 102 giornate nel biennio, e ne compromette il permesso di soggiorno. “C’è un’invisibilità formale della truffa delle giornate - spiega Gribaudo, di rientro da sopralluoghi in Calabria, Campania e Basilicata -. L’azienda crea cedolini con al massimo dieci giorni formali e paga il resto in nero. Nella pratica si lavora 11-12 ore al giorno, si parte alle quattro del mattino, e in media si superano i 50 giorni lavorati, ma in busta paga ne risultano dieci”. La mancanza di controlli - Ad alimentare le irregolarità contribuisce la carenza di controllori. L’Ispettorato nazionale del lavoro conta 2.969 unità, ma la penuria di personale amministrativo ne dirotta molti su compiti d’ufficio, riducendo a poco più di mille quelli a tempo pieno sulla vigilanza. Il risultato, spiega la Flai, è che ogni anno viene controllato meno del 4% delle aziende con manodopera. Un limite che pesa, anche perché il fenomeno segue le stagioni. “Se esistono i flussi stagionali, anche la mobilità degli ispettori andrebbe ripensata in base alle raccolte - osserva Gribaudo -. Non siamo ancora capaci di aggredire il nuovo caporalato”. Perché il caporalato, nel frattempo, si è modernizzato. Non si aspetta più sul ciglio della strada, si riceve un messaggio su WhatsApp quando il furgone è già pronto a caricare per i campi. Da questo reclutamento a distanza prende forma una struttura che gli esperti descrivono ormai nazionale. Per Francesco Mari, segretario della commissione d’inchiesta sulle condizioni di lavoro, sullo sfruttamento e sulla sicurezza nei luoghi di lavoro, “le radici restano nelle politiche di ingresso inadatte, che generano la ricattabilità su cui il sistema prospera”. La rete di reclutamento - I caporali, per esempio, non si limitano più a selezionare la manodopera, la reclutano nelle bidonville, come a Foggia, o nelle aree destinate di fatto agli alloggi, la trasportano sul luogo di lavoro e guadagnano a ogni passaggio, sul trasporto, sugli alloggi, sugli ingressi. “Non c’è più coincidenza etnica: possiamo avere caporali pakistani che lavorano con afgani e nepalesi - dice Mari -. C’è la capacità di spostare blocchi di lavoratori da una parte all’altra del Paese: se un lavoratore si fa male in Emilia viene tolto da quel contesto e portato altrove”. È questa capacità di investire risorse e movimentare gruppi tra regioni, seguendo i picchi delle raccolte, a “far immaginare - spiega Mari - non più singoli intermediari locali ma una rete nazionale in grado di organizzare gli ingressi dei migranti e di spostarli da un punto all’altro d’Italia a seconda delle necessità”. Il Pnrr - Resta irrisolto il nodo degli alloggi, con casi accertati di 18 persone in un appartamento. Il Pnrr aveva destinato 200 milioni di euro al recupero di soluzioni abitative dignitose per gli stagionali, ma ad oggi ne risultano stanziati solo 25,9, ripartiti tra sette regioni. “Era un’opportunità straordinaria per regolarizzare molte situazioni anche fuori dai campi - spiega Silvia Guaraldi, segretaria nazionale della Flai Cgil -. Circa 180 milioni verranno rimandati indietro, non si sono minimamente spesi”. Sullo sfondo restano le loro condizioni materiali, giornate intere con la schiena curva sotto il sole per qualcosa che si fatica a definire semplice lavoro. “Non ce la fanno più neanche a essere sfruttati fisicamente: chi riesce a stare otto ore e mezza sotto una serra? - si chiede Mari -. Ci stiamo abituando a cose incivili e inumane”. Un’assuefazione che, avverte, precede e accompagna ogni forma di reclutamento illegale. Migranti. L’altra faccia degli sbarchi in calo è l’aumento dei morti in mare di Francesca Ghirardelli Avvenire, 20 luglio 2026 “Deterrenza non è sicurezza”. Le misure che mirano alla chiusura delle frontiere in Europa, secondo l’Oim, causano più dispersi e vittime. Sebbene siano in diminuzione gli arrivi, il Mediterraneo resta una tomba per migliaia di persone. Molti meno approdi sulle coste dell’Unione europea, molte più vittime durante le traversate. Di rado i numeri e le statistiche permettono di immaginare i destini delle persone in carne e ossa che rappresentano. Questa volta, però, l’incrocio di dati diversi dà la misura drammatica dei rischi crescenti che affronta chi migra. Nella prima metà del 2026 sono calati, e di molto, gli arrivi irregolari di persone migranti e di richiedenti asilo ai confini europei. Di contro, sono cresciute, e in maniera consistente, le morti e le sparizioni in mare, soprattutto nel Mediterraneo centrale e orientale. Si conferma, dunque, una tendenza già osservata nei mesi scorsi mentre, quasi in contemporanea, arrivano i dati aggiornati di Frontex, l’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera, e del Missing Migrants Project dell’Oim, l’Organizzazione internazionale per le migrazioni dell’Onu. Nel primo semestre di quest’anno il numero di attraversamenti irregolari delle frontiere esterne di terra e di mare dell’Unione europea è calato del 37% (si è attestato a circa 49mila) rispetto allo stesso periodo del 2025, quando già Frontex segnalava il livello più basso dal 2021. Se si considera la sola rotta del Mediterraneo centrale che direttamente coinvolge l’Italia, la diminuzione di arrivi è stata ancora più marcata, addirittura del 52%. “Il calo riflette la costante cooperazione con i Paesi partner e le misure preventive adottate nei principali stati di partenza”, sottolinea la nota di Frontex. Altro set di dati, stesso contesto geografico, tutt’altra prospettiva: secondo le rilevazioni dell’Oim, da inizio gennaio alla fine di giugno, sulle diverse rotte migratorie marittime che puntano a raggiungere le coste europee sono morte complessivamente almeno 1.570 persone. Erano state 1.232 nel primo semestre del 2025. Si tratta di un aumento del 27%, che, però, sale a uno scioccante 65% (da 851 vittime si è arrivati a 1.410) se si considera il solo Mediterraneo, escludendo cioè i naufragi al largo delle coste africane dell’Atlantico nei dintorni delle Canarie. Nel database del Missing Migrants Project vengono inseriti i soli casi verificati, dunque stime al ribasso che, sottolinea l’Oim, non riescono a rappresentare la reale portata del fenomeno. E infatti, secondo l’organizzazione, le morti starebbero diventando sempre meno visibili, anche a seguito del più limitato accesso alle operazioni di ricerca e salvataggio (Sar). Non sono inclusi nella banca dati i circa mille casi di dispersi che, per alcune fonti, sarebbero stati provocati dalla furia del ciclone Harry, lo scorso gennaio. L’Oim ha riferito ad Avvenire di essere stata in grado di verificare solo 375 delle sparizioni collegate a partenze avvenute nelle settimane del ciclone, le uniche a venire ricomprese negli elenchi. Le severe misure di deterrenza adottate negli ultimi anni dai Paesi dell’Ue per il contenimento dei flussi migratori (fra tutti, in testa, il Memorandum siglato nel 2023 con la Tunisia), hanno avuto l’effetto di ridurre drasticamente le partenze da alcune coste, ad esempio quella tunisina di Sfax, che erano nel recente passato affollati punti di imbarco. Le reti di traffico di esseri umani e, con loro, le persone che cercano un modo per attraversare il mare, da sempre si adattano, si spostano spingendosi verso aree meno pattugliate e nuovi canali di transito, con il risultato più volte osservato di rotte che diventano sempre più lunghe, complesse e fatali. “Il fatto che un minor numero di arrivi coincida con un maggior numero di morti ci ricorda che la deterrenza non rende la migrazione più sicura” ha commentato Andrea Garcia Borja dell’Oim presentando i dati l’8 luglio a Berlino. Le cifre dimostrano che, quest’anno, tutte le rotte del Mediterraneo si sono fatte più pericolose. Lungo quella del Mediterraneo centrale, si è registrato un aumento del 57% dei decessi. Almeno 865 morti in questi sei mesi, rispetto ai 552 del primo semestre del 2025. Lungo la rotta orientale, che punta alle coste greche, il bilancio delle vittime è più che raddoppiato, da 120 a 320, soprattutto a causa di un’intensificazione delle partenze dall’est della Libia verso Creta. Una rotta emergente, alternativa a quella più controllata dell’ovest libico, e costituita da un lunghissimo tratto di mare aperto di circa 300 chilometri, da Tobruk fino all’isola ellenica. Una distanza, fa notare l’Oim, non certo percorribile - come è attualmente - con semplici gommoni e oggi priva di capacità di ricerca e soccorso.