Redazioni giornalistiche in carcere: venerdì 3 luglio presentazione intesa Dap-Cnog di Coordinamento dei giornali e delle altre realtà di comunicazione sulle pene e sul carcere Ristretti Orizzonti, 1 luglio 2026 È un protocollo che pone attenzione soprattutto sulla formazione, con alcune proposte in materia da parte del CNOG. Guarderemo con particolare attenzione questo nuovo “interesse” per i giornali dalle carceri da parte di CNOG e DAP, che si manifesta in particolare con la partecipazione all’evento del ministro della Giustizia Carlo Nordio, del Capo del DAP Stefano Carmine De Michele e del presidente dell’Ordine Carlo Bartoli, il protocollo è molto generale, cercheremo di capire quanto il CNOG può aiutarci a superare le difficoltà che alcune testate hanno incontrato e in qualche modo aiutarci a tutelare il diritto delle persone detenute a informare ed essere informate. A occuparsi di questo protocollo sarà per l’Ordine Daniela De Robert, che è sicuramente una giornalista attenta ai problemi delle persone detenute. Quello qui sotto è il comunicato del CNOG, segue il link per l’iniziativa. ******* Sono oltre 30 le testate giornalistiche che si avvalgono di redazioni all’interno degli istituti penitenziari. Esperienze importanti alle quali collaborano giornalisti professionisti e che puntano a far crescere la capacità di lettura e analisi della realtà, nonché a comunicare in maniera responsabile e corretta, secondo le regole deontologiche che l’Ordine si è dato. Alcune testate hanno ormai una storia consolidata, altre sono più giovani e altre ancora stanno muovendo i primi passi. Iniziative fondamentali per il percorso di reinserimento, nel contesto di una pena costituzionalmente orientata, la cui validità è da sempre riconosciuta e valorizzata dal Ministero della Giustizia. Sostenere e promuovere queste esperienze e favorire la nascita di nuove è l’obiettivo del Protocollo d’intesa siglato nell’aprile scorso tra Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (DAP) e Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti (CNOG). Venerdì 3 luglio, ore 11:30, nella sede nazionale dell’Ordine dei giornalisti (Via Sommacampagna 19) conferenza stampa di presentazione del Protocollo con i vertici delle istituzioni firmatarie, il Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, Stefano Carmine De Michele; e il presidente dell’Ordine, Carlo Bartoli, e alcune delle esperienze in atto nel territorio, con chi opera per portare avanti i giornali e far crescere una cultura critica e rispettosa all’interno degli istituti penitenziari, portando la voce di chi sta scontando una pena fuori dalle mura del carcere. Interverrà il Ministro della Giustizia Carlo Nordio. Per partecipare online: entra nella riunione in Zoom https://us06web.zoom.us/j/88359681853?pwd=kWuDphZaAUE5n1DzDikQj2MdQQXhB6.1 Esseri umani? No, solo numeri di Maria Brucale* Il Dubbio, 1 luglio 2026 La grande deportazione dei 128 detenuti al 41 bis celebrata come un’impresa. Nella mitologia greca, Argo Panoptes era un gigante con cento occhi. Quando dormiva, ne chiudeva solo due alla volta, mantenendo gli altri novantotto spalancati e vigili. Era il guardiano perfetto, spietato e instancabile. C’è una cinica, raggelante ironia nella scelta del nome che il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria ha voluto dare alla operazione militare e logistica conclusasi tra il 27 e il 28 giugno, Argus, appunto, veicolata dalle pagine ufficiali del Ministero della Giustizia con agghiacciante entusiasmo celebrativo e propagandistico. Dietro la retorica muscolare dei numeri, dei droni e dei velivoli dell’aviazione militare che hanno militarizzato i cieli e le strade per scortare centoventotto persone, si consuma la plastica, definitiva reificazione dell’essere umano ristretto. L’uomo recluso viene svuotato della sua soggettività, ridotto a pacco, a volume, a ingombro da riallocare, da redistribuire per far tornare i conti delle geometrie penitenziarie. Svuota questo carcere, riempi quello. Uno di qua, uno di là. Con disarmante indifferenza, centoventotto esistenze vengono sradicate simultaneamente da Novara, Cuneo, Tolmezzo e Milano per essere stipate nella Casa di reclusione di Vigevano, eletta d’imperio a nuova succursale del circuito di massima afflizione, attrezzata in fretta e furia per creare luoghi di isolamento e di massimo patimento. In questo grottesco rimescolamento di corpi, l’amministrazione cancella con un tratto di penna le abitudini conquistate a fatica nel tempo, spezza gli sforzi di adattamento e annienta quel briciolo di relazioni sociali intessute con i compagni di sezione, le sole tre persone scelte dal Dap per arginare la solitudine totale, l’annientamento sociale, per sopravvivere ai gironi danteschi delle nostre carceri. È un progetto che si muove nella totale opacità, un impulso deportativo in cui la logica che presiede ai trasferimenti appare del tutto arbitraria, guidata unicamente da esigenze securitarie e di potere. Uno sballottamento sistematico, slegato da qualsiasi valutazione individualizzata, investe e travolge di riflesso anche i detenuti appartenenti ai circuiti comuni. Anche loro vengono cacciati e deportati improvvisamente per fare spazio alla dilatazione delle nuove sezioni di massima sicurezza. Si mutila così ogni residuo barlume di risocializzazione, infliggendo al contempo una pena accessoria, strisciante e violentissima ai nuclei familiari. Padri, madri, mogli e figli vengono costretti dall’oggi al domani ad affrontare viaggi infiniti ed estenuanti, interrompendo le abitudini acquisite nel tempo. Il disegno complessivo, che l’amministrazione ha ribattezzato cinicamente nel suo insieme col nome di “Kairos”, si inserisce in una precisa cornice ideologica. Fin dal suo insediamento, infatti, il Governo ha perseguito senza infingimenti una volontà di segregazione e punizione che, sbandierando il mantra di “ordine e sicurezza”, ha ridotto il carcere a un luogo ammalante. Una fabbrica di sofferenza che genera vulnerabilità, esaspera le marginalità e incattivisce gli animi, affogando ogni legittima esigenza di rinascita e riscatto in struggenti, disperati tentativi di mera sopravvivenza biologica. Brutalizzando sistematicamente le condizioni minime del vivere, questa politica ottiene l’effetto paradossale di esacerbare e acuire gli stessi impulsi delinquenziali che dichiara di voler combattere. Dal decreto sui rave party in poi, ogni singolo impulso normativo è stato speso ossessivamente in tale direzione. La risposta dello Stato alla ferocia dei dati dei suicidi in carcere, dei gesti autolesionistici, ai numeri del sovraffollamento, alla miseria, alla solitudine e all’abbandono, alla incapacità di cura e di custodia, nel suo senso compiuto, è stata affidata interamente alle sigle del controllo e della repressione - GIO, GIR, GOM -, all’uso degli infiltrati, all’introduzione di nuovi reati e all’esasperazione della punizione. Un’architettura della paura che produce solo più detenzione, più isolamento e meno fiducia nelle istituzioni. L’espansione di questa logica sembra animata dal solo e reale obiettivo di fondo di radicalizzare la segregazione delle persone ristrette nel regime ex articolo 41-bis dell’Ordinamento penitenziario e in Alta Sicurezza. Si punta alla disattivazione programmata dell’io, a un sonno trattamentale studiato nei minimi dettagli per spegnere chirurgicamente ogni residuo di individualità, di pensiero e di anima. È una traiettoria terminale, concepita per una vera e propria morte per pena, dove l’attesa della fine sostituisce qualsiasi idea di futuro. Eppure, l’articolo 27 della nostra Costituzione grida ancora che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità, che devono tendere alla rieducazione della persona condannata. Vantarsi orgogliosamente davanti alle delegazioni di tutto il mondo di uno sbandierato dispiegamento di forze e di un tracotante arsenale normativo, celebrandolo come un “fiore all’occhiello” o un’eccellenza italiana da esportare all’estero, significa istituzionalizzare la tecnica dell’annientamento sociale. Significa smarrire del tutto il volto umano del diritto, trasformando lo Stato in un freddo e borioso macchinario di eliminazione. La riorganizzazione logistica divora progetti, esistenze e speranze, e tutto consegna sull’altare dell’insicurezza collettiva e del bisogno primordiale di fare male a qualcuno da individuare come nemico, al solo fine di pacificare le nostre insoddisfazioni, le nostre inadeguatezze, le nostre frustrazioni. *Osservatorio Carcere Ucpi Fuori Moretti e altri 10mila detenuti: varate l’indulto per fare giustizia di Piero Sansonetti L’Unità, 1 luglio 2026 L’ex amministratore di Ferrovie dello Stato, Mauro Moretti, è in prigione da qualche giorno. I giudici hanno stabilito che la tragedia di Viareggio del 2009, che costò la vita a 32 persone, fu causata da un sistema di viti difettose nel meccanismo di aggancio dei vagoni di un treno merci - che trasportava materiale infiammabile, e che deragliò ed esplose - e ha anche stabilito che Moretti, essendo amministratore delle ferrovie, aveva il dovere di controllare che il treno avesse tutte le viti a posto. Cinque anni in prigione. È una sentenza evidentemente cervellotica, ma non crediate che sia l’unica sentenza cervellotica. Ci sono in prigione molte migliaia di innocenti. O perché in attesa di giudizio senza essere colpevoli, o per errori giudiziari, o per interpretazioni scombiccherare della legge (come in questo caso). La sentenza della Cassazione che ha inchiodato Moretti è così assurda che ha determinato un generale senso di incredulità e persino di protesta. (Per la verità molto tiepida). Da parte della politica e anche dell’informazione. A gioire solo i giustizialisti, che comunque sono una parte consistente del mondo politico e dell’opinione pubblica, i quali, si sa, quando vedono uno finire in gabbia si sentono più giusti. Spero che l’indignazione per l’incarcerazione di Mortaretti possa estendersi. Il mio ragionamento, che propongo ai politici, è questo: visto che vi siete resi conto della follia che talvolta (non raramente) travolge la giustizia, volete per una volta allargare lo sguardo e decidere un’azione politica, umanitaria e razionale, che contrasti il giustizialismo e aiuti quantomeno ad affrontare il sovraffollamento delle carceri? C’è un solo modo per tirar fuori Moretti, cioè un innocente famoso, dalla prigione: l’indulto. Con l’indulto (per esempio su tutti i reati inferiori ai cinque o sei anni, sarebbero liberati Moretti, alcune migliaia di innocenti e altre migliaia di colpevoli che pur avendo commesso un reato non meritano il trattamento inumano della prigione. Questo è il momento giusto. Per tutti. Per la sinistra, che potrebbe tornare ai suoi principi umanitari. E per la destra, che potrebbe schierarsi dietro al garantismo pro-Moretti e convincersi, almeno per una volta, che il garantismo non è a senso unico ma è universale. Forse così sarebbe possibile raggiungere quella maggioranza parlamentare dei due terzi che è necessaria per varare le leggi più giuste. Cosa manca? Un po’ di coraggio. È ora, se c’è, di mostrarlo. Comunità, non un surrogato del carcere di Caterina Pozzi Il Manifesto, 1 luglio 2026 Ogni volta che la pressione pubblica sulle condizioni disumane delle persone in carcere si fa più forte, le comunità terapeutiche tornano al centro come risposta “magica” al sovraffollamento. Le proposte contenute nel disegno di legge 1635, approvato al Senato e in discussione ora alla Camera dei deputati, individuano nelle comunità uno degli strumenti per ampliare il ricorso alle misure alternative alla detenzione. Ma prima di chiederci come svuotare le carceri, dovremmo forse domandarci perché continuiamo a riempirle. Da oltre trent’anni il dibattito sulle droghe e quello sul carcere procedono come binari paralleli. Da una parte si denunciano periodicamente il sovraffollamento, le condizioni di detenzione, il numero crescente di suicidi e l’insufficienza delle misure alternative; dall’altra si continua a considerare la questione delle droghe prevalentemente attraverso la lente del controllo e della repressione. Una quota significativa della popolazione detenuta è composta da persone coinvolte in violazioni della normativa sugli stupefacenti, mentre una presenza ancora più ampia riguarda persone con problemi di dipendenza o con storie di consumo problematico. È anche per questo che il dibattito aperto dal disegno di legge 1635 merita attenzione. L’obiettivo dichiarato di ridurre il sovraffollamento penitenziario è certamente condivisibile. È difficile immaginare una persona impegnata nel lavoro sociale che non consideri urgente diminuire il ricorso alla detenzione e ampliare le misure alternative. Tuttavia, nel tentativo di affrontare un’emergenza reale, il provvedimento rischia di introdurre uno slittamento culturale pericoloso. La comunità terapeutica viene infatti chiamata a svolgere una funzione che rischia di essere definita più dalle esigenze dell’esecuzione penale che dai bisogni delle persone. Quando l’accesso alla comunità viene pensato principalmente come strumento di alleggerimento del sistema penitenziario, il rischio è che la dimensione terapeutica diventi secondaria rispetto a quella custodiale. Si tratta di uno slittamento sottile ma profondo. La comunità smette progressivamente di essere definita da un progetto terapeutico individualizzato, dalla volontarietà del percorso, dalla relazione educativa e dalla connessione con il territorio. Comincia invece a essere considerata soprattutto come luogo alternativo di esecuzione della pena. È una prospettiva che non aiuta né le persone detenute né le comunità. Le comunità terapeutiche del CNCA sono nate esattamente contro questa idea. Sono nate dall’intuizione che le persone non vadano separate dalla società, ma accompagnate a ritrovare un posto dentro di essa. Per questo il problema non è decidere dove spostare le persone che il carcere non riesce più a contenere. Il problema è costruire politiche capaci di ridurre l’esclusione, la marginalità e la sofferenza che alimentano il circuito penale. Il rischio è che anche i luoghi della cura si trasformino in strumenti di esclusione. Quando la risposta ai conflitti sociali diventa prevalentemente repressiva, quando il welfare si indebolisce e i diritti vengono progressivamente subordinati alla sicurezza, il rischio è che anche i luoghi della cura vengano trasformati in strumenti di gestione dell’esclusione. Se davvero vogliamo ridurre il ricorso al carcere, la domanda non è quanti posti possiamo trovare nelle comunità. La domanda è perché continuiamo a utilizzare il diritto penale per affrontare questioni che riguardano la salute, la sofferenza sociale, le disuguaglianze e i diritti. È su questo terreno che si gioca il futuro delle politiche sulle droghe. Ed è su questo terreno che le comunità terapeutiche possono continuare a svolgere il loro compito: non custodire persone, ma accompagnare percorsi di cambiamento. L’estate rovente nelle carceri preoccupa il Garante dei detenuti: urge ridurre il sovraffollamento di Vincenzo R. Spagnolo Avvenire, 1 luglio 2026 Intervistata da Avvenire, l’avvocata Irma Conti tratteggia, dati alla mano, la grave situazione nei 189 penitenziari italiani; “Condizionatori e ventilatori non basteranno, se il numero dei quasi 65mila detenuti non scenderà presto. Si acceleri sulle pene alternative”. “Perfino in questa estate rovente non è logico, né utile, rincorrere le emergenze. È evidente che nelle carceri si soffra il caldo, e non da oggi. Ma è altrettanto evidente che, per migliorare concretamente le condizioni di vita delle persone detenute, ventilatori o refrigeratori, da soli, non bastano. Occorre affrontare i nodi strutturali del sistema penitenziario, primo fra tutti il sovraffollamento, accelerando il ricorso all’esecuzione penale esterna per coloro che hanno già maturato i requisiti per accedervi”. Da due anni e mezzo l’avvocata penalista Irma Conti ricopre il delicato incarico di componente del Collegio del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, insieme al presidente Riccardo Turrini Vita, magistrato, e al professor Mario Serio, giurista. Lei ha visitato personalmente circa cento istituti penitenziari. Luoghi dove d’inverno si batte i denti dal freddo e d’estate si boccheggia... Purtroppo, è così. E le cause sono molteplici. La maggior parte dei 189 istituti penitenziari italiani presenta infrastrutture ormai obsolete. Pensiamo, ad esempio, agli impianti elettrici: anche se oggi il Ministero della Giustizia dotasse tutte le celle di ventilatori o condizionatori, in molti istituti la rete non sarebbe in grado di sostenere quel carico e si rischierebbero continui blackout. È una situazione che abbiamo riscontrato direttamente durante una visita. Cosa si potrebbe fare concretamente? Sarebbe necessario innanzitutto adeguare la potenza degli impianti elettrici. Ma, stante la sfida energetica, sarebbe opportuno investire nella realizzazione di impianti fotovoltaici e di sistemi di produzione e accumulo dell’energia. Detto questo, il tema dei ventilatori rischia di essere fuorviante. Certamente occorre ammodernare gli edifici, ma qualsiasi intervento strutturale sarà inevitabilmente insufficiente se prima non si affronta il problema del sovraffollamento. Nel frattempo emergono situazioni gravi. A Sollicciano il Gip ha sequestrato 7 sezioni per le condizioni degradanti e oltre 200 detenuti sono stati trasferiti. Voi avevate già visitato quell’istituto? Sì. Eravamo intervenuti già nel 2024 con un’attività di monitoraggio e di segnalazione preventiva, ben prima che la situazione assumesse rilievo pubblico. Abbiamo effettuato più visite, acquisito la documentazione dell’amministrazione penitenziaria e le relazioni dell’azienda sanitaria e formulato specifiche raccomandazioni sugli interventi urgenti da adottare. Tra queste, avevamo chiesto anche la chiusura temporanea di una sezione del reparto giudiziario e il trasferimento dei detenuti in altre strutture, a causa delle gravissime criticità riscontrate. Il Governo lavora da tempo a un Piano straordinario per gli istituti penitenziari. Può essere una risposta efficace? Lo valuteremo quando sarà definito. Nell’immediato, sarebbe già fondamentale intervenire con decisione sul sovraffollamento. Come, considerando che il tasso medio nazionale di affollamento ha ormai raggiunto il 138%, con istituti che arrivano al 200%? La strada principale è quella già intrapresa da Governo e Parlamento: favorire il ricorso all’esecuzione penale esterna, alle misure alternative alla detenzione e all’affidamento delle persone con problemi di tossicodipendenza presso comunità terapeutiche. Strumenti già previsti dall’ordinamento, che potrebbero ridurre in tempi relativamente rapidi una popolazione detenuta ormai prossima alle 65 mila unità. Ma è indispensabile accelerare. E invece si procede lentamente? C’è un forte ritardo nell’informatizzazione del sistema. L’attività dei Tribunali di sorveglianza è appesantita da procedure non pienamente digitalizzate, con inevitabili rallentamenti. È indispensabile implementare il fascicolo digitale del detenuto, affinché il magistrato possa conoscere in tempo reale il percorso trattamentale della persona e la maturazione dei benefici penitenziari. L’esecuzione della pena è essa stessa un diritto e non può essere compromessa da inefficienze organizzative, pena la mancata attuazione dei principi costituzionali. Ci sono casi in cui quel rallentamento è critico? Nel Lazio, le Camere Penali di Roma e Velletri sono in agitazione per le attese rispetto alle istanze dei detenuti. E l’altro giorno, a Terni, un recluso si è cucito la bocca: attendeva da tempo la liberazione anticipata, di cui aveva maturato i requisiti. Se non si accelera sulle misure alternative sui permessi di lavoro all’esterno, il sovraffollamento non potrà ridursi. E in generale il buon funzionamento della giustizia è decisivo, dato che in carcere - oltre a 45.041 condannati definitivi - si contano 9.214 persone in attesa di primo giudizio, 3.386 appellanti e 1.692 ricorrenti. Un’umanità dolente che può arrivare a gesti disperati di autolesionismo... Da gennaio sono già 36 i suicidi registrati nelle carceri, uno in più dello stesso periodo del 2025. E ogni giorno si registrano centinaia di episodi critici, piccoli e grandi. Per ridurli, dobbiamo riumanizzare il contesto in cui si svolge l’espiazione della pena. Sa cosa mi ha detto un detenuto, durante una visita? Che in questo percorso ciò che lui tenta di ricostruire è la propria umanità. Ma l’umanità passa per una pena che non può prevedere trattamenti degradanti. E questo ce lo dice la Costituzione. Pinelli (Csm): “Ripensare il ruolo del diritto penale” di Angela Stella L’Unità, 1 luglio 2026 “Dobbiamo chiederci cosa resta della persona, quale sia il senso della sua esistenza e della sua personalità all’interno del sistema penitenziario”: lo ha detto il vicepresidente del Csm, Fabio Pinelli, intervenendo ieri a Bologna al seminario “Il contrasto al sovraffollamento penitenziario e alla recidiva: dall’esecuzione penale alla reintegrazione sociale”. Per il numero due di Palazzo Bachelet, i dati sul sovraffollamento rappresentano soltanto l’effetto finale di un problema più profondo. “La causa è l’impostazione della presenza del diritto penale nella società. Più si amplia l’area del penale, più aumentano reati, detenzioni e pressione sul sistema carcerario”, ha spiegato. “L’effetto che osserviamo oggi nelle carceri non è altro che la conseguenza di un numero straordinariamente elevato di norme penali”, ha aggiunto Pinelli che, richiamando i dati sulla recidiva, ha evidenziato come “il 69% di chi sconta interamente la pena in carcere torni a delinquere, mentre le percentuali sono molto più basse per chi accede a percorsi esterni”. “Affrontare l’emergenza del sovraffollamento è necessario - ha terminato - ma qualsiasi intervento avrebbe effetti solo temporanei se non fosse accompagnato da una riflessione strategica sul ruolo del diritto penale e sulla funzione della pena in una società moderna”. Anche secondo il cardinale Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Cei, “il sovraffollamento non può più essere considerato un’emergenza. Non possiamo continuare a ragionare in termini emergenziali. Serve una programmazione stabile e una visione di lungo periodo”. Zuppi ha invitato a superare una concezione della pena fondata esclusivamente sulla sofferenza. “C’è l’idea che se una persona soffre allora la giustizia è stata fatta. È una premessa molto pericolosa”. Per l’alto prelato “dobbiamo mettere risorse sull’accoglienza, sugli educatori, sugli operatori e sugli psichiatri. Se mancano le figure necessarie per costruire progetti individuali, il carcere rischia di trasformarsi in un semplice contenimento delle persone”. “Nessuno coincide con la propria colpa” ha poi sottolineato. “Ogni persona è sempre qualcosa di più e non può essere definita in modo definitivo dal proprio errore”. E ha concluso: “La vera sicurezza passa anche dalla capacità di aiutare le persone a non commettere più reati, restituendo loro dignità, responsabilità e opportunità”. Intercettazioni, Forza Italia alza il muro: “No al ritorno degli ascolti a strascico” di Valentina Stella Il Dubbio, 1 luglio 2026 Pronto l’emendamento sollecitato dal procuratore Antimafia Melillo, gli azzurri sulle barricate: “La ratio di quella norma non si tocca”. In tema di intercettazioni la resa del governo alla procura nazionale antimafia e antiterrorismo sarebbe contenuta in un emendamento da presentare entro al ddl di conversione del decreto legge “Giustizia e Patto Ue su migrazione e asilo” approdato il 23 giugno nelle commissioni Affari costituzionali e Giustizia del Senato. Ma Forza Italia sarebbe pronta a fare le barricate per impedire l’operazione. Tutto nasce da una lettera inviata ad aprile dal Pnaa Giovanni Melillo al ministro della Giustizia Carlo Nordio, al ministro dell’interno Matteo Piantedosi e alla presidente della Commissione Antimafia Chiara Colosimo, in cui lanciava un allarme sulle criticità che la disciplina sull’utilizzabilità delle intercettazioni a fini della prova di reati diversi da quelli per i quali sono state autorizzate porrebbe in rapporto ad attività di indagine in materia di criminalità organizzata e terrorismo. Il riferimento è in particolare alla disciplina di cui all’articolo 270, comma 1 c.p.p., come modificato dal d.l. n. 105/2023, ai sensi del quale “i risultati delle intercettazioni non possono essere utilizzati in procedimenti diversi da quelli nei quali sono stati disposti, salvo che risultino rilevanti e indispensabili per l’accertamento di delitti per i quali è obbligatorio l’arresto in flagranza”. Secondo Melillo, a seguito di una “sommaria ricognizione” la preclusione riguarderebbe delitti contro la pubblica amministrazione, come concussione e corruzione sino a quelli di scambio elettorale mafioso. Nordio l’8 maggio aveva risposto al vertice di Via Giulia chiedendo maggiori dettagli: “È essenziale disporre anzitutto di dati circa le fattispecie di reato, oggi escluse dalla utilizzabilità delle intercettazioni svolte in procedimenti diversi”, scrisse il Guardasigilli invitando il super procuratore ad “un momento di confronto tecnico funzionale alla definizione di un efficace progetto normativo”. Le interlocuzioni non sono mancate poi tra Melillo e il capo di gabinetto di Via Arenula, Antonio Mura, al termine delle quali sarebbe spuntata l’ipotesi di proporre un emendamento correttivo al dl giustizia. Il problema però, secondo fonti di Forza Italia, è che il Pnaa non sarebbe riuscito a specificare, come richiesto, la reale portata della norma nel frenare le indagini di criminalità organizzata. Da qui l’opposizione all’approvazione dell’emendamento e su due direzioni. La prima: sarebbe inammissibile per estraneità della materia. Una modifica del genere non si può certo legare all’articolo sull’esame di Stato per l’accesso alla professione di avvocato, a quello del gip collegiale o a quelli sulla magistratura onoraria e l’ufficio per il processo. Ma la vera contrarietà da parte degli azzurri è nel merito: “Un conto - ci spiega una fonte di FI - è ipotizzare di mettere mano ai reati per i quali è previsto l’arresto in flagranza, altra cosa è stravolgere la ratio della norma”. Che è quella di porre un limite alle intercettazioni a strascico e che era stata voluta proprio da Forza Italia nel 2023 durante la discussione sul decreto Omnibus. Lo aveva ricordato proprio il viceministro Francesco Paolo Sisto nel recente incontro organizzato dal Dubbio e dal Cnf “Avvocatura, presidio di legalità”, durante il quale il numero due del ministero della Giustizia si era rivolto a Melillo, seduto accanto a lui: “Stiamo attenti a non trasformare le regole in obbligazioni dei risultati. Le regole non sono fatte per ottenere i risultati, ma per essere regole. Poi il risultato dipende dalla qualità delle indagini e dalle prove raccolte. Sul 270 cpp, noi corriamo il rischio di avere intercettazioni a strascico. Se io non pongo un limite nel rapporto fra imputazione e autorizzazione alla violazione della privacy - ripeto - corro un rischio gravissimo, cioè di un “liberi tutti”“. In quella occasione Sisto parlò a livello personale, consapevole della diversa posizione del governo, sensibile alle istanze del procuratore nazionale antimafia, ma, evidentemente, i suoi dubbi sono stati fatti propri da Forza Italia al completo a Palazzo Madama e messi come sbarramento all’emendamento. Dunque Forza Italia di nuovo traccia un distinguo rispetto alle altre forze di maggioranza e rivendica la sua linea garantista. Una diversità che sarà netta ed evidente anche nella prossima campagna elettorale in vista del rinnovo del Parlamento. Le divisioni restano ancora pure sulla legge che vorrebbe dare al gip e non più al solo pm il potere di autorizzare il sequestro degli smartphone, già passata al Senato, e arenatasi alla Camera sempre dopo un intervento di Melillo in audizione. Le preoccupazioni del Pnaa erano state condivise dalla presidente Colosimo che si è fatta promotrice di un emendamento che punta ad allentare le procedure per il sequestro in caso di cybercrime e reati di mafia. Da quanto appreso sarebbero in corso le interlocuzioni tra la parlamentare di Fratelli d’Italia e il solito Sisto ma l’accordo non sarebbe ancora stato trovato. Quindi non è detto che il provvedimento vada in Aula per l’approvazione finale prima della pausa estiva di Montecitorio. Bisognerà attendere la prossima capigruppo per capire quali provvedimenti verranno messi all’ordine del giorno. Insomma, l’estate si preannuncia sempre più calda. Torno nella mia Calabria e chiudo un cerchio. Ma da Trento porto con me migliaia di sguardi di Giuseppe Spadaro* Il Dubbio, 1 luglio 2026 Ci sono decisioni che maturano lentamente, altre che arrivano come un richiamo profondo alle proprie radici. Il passaggio dalla presidenza del Tribunale per i minorenni di Trento a quella del Tribunale ordinario di Catanzaro appartiene ad entrambe le categorie. È una scelta che nasce da ragioni familiari, ma anche dal desiderio di chiudere un cerchio proprio là dove il mio percorso professionale ha avuto inizio, nella mia amatissima Calabria. Lascio Trento con gratitudine e con la consapevolezza di aver vissuto un’esperienza straordinaria. Le valutazioni espresse generosamente dai colleghi del Consiglio Superiore della Magistratura hanno riconosciuto il lavoro svolto in questi anni, a Bologna e a Trento, e i risultati raggiunti: l’abbattimento dell’arretrato, tanto nel settore civile quanto in quello penale minorile, rappresenta un dato oggettivo di cui andare orgogliosi. È il frutto di una organizzazione costruita giorno dopo giorno, della collaborazione tra magistrati, personale amministrativo, servizi territoriali, avvocatura e tutte le professionalità che rendono possibile il funzionamento della giustizia minorile. Eppure, se mi chiedessero quale sia il risultato più importante di questi anni, non citerei mai una percentuale, un indice statistico o un dato numerico. La giustizia, nonostante la tendenza efficientista verso cui tutti noi siamo portati, non può essere misurata soltanto con l’algebra delle pendenze definite o con gli indicatori di efficienza. Esiste una dimensione molto più profonda, che nessuna relazione ministeriale e nessuna tabella riuscirà mai a raccontare fino in fondo. Dopo tanti anni trascorsi nella giurisdizione minorile, posso dire che questo lavoro lascia un segno indelebile. Non è semplicemente un incarico professionale: è un modo di guardare il mondo. I volti dei ragazzi incontrati in questi anni continueranno ad accompagnarmi. C’è uno sguardo che precede sempre le parole. Gli occhi di un adolescente raccontano paure, rabbia, speranze, fragilità e desideri ancora prima che inizi un colloquio. È in quello sguardo che il giudice minorile deve trovare la capacità di ascoltare davvero, senza pregiudizi, senza fretta, senza fermarsi alla superficie del fatto. Ho imparato che dietro ogni fascicolo esiste una storia irripetibile. Dietro ogni procedimento vi sono famiglie ferite, percorsi educativi interrotti, errori, ma anche possibilità di riscatto. Ed è forse questa la più grande lezione che la giustizia minorile insegna: nessun ragazzo può essere identificato soltanto con il reato che ha commesso o con la difficoltà che sta vivendo. Ogni minore conserva una possibilità di cambiamento, purché le istituzioni siano capaci di offrirgli un’opportunità autentica. Tra i ricordi che porterò sempre con me non ci sono soltanto le udienze o le decisioni più difficili. Ci sono soprattutto quei momenti che difficilmente trovano spazio nelle sentenze: il sorriso di un ragazzo che, dopo un lungo percorso, torna a credere in sé stesso; il silenzio di chi comprende finalmente il valore delle proprie responsabilità; il grazie pronunciato, talvolta con gli occhi lucidi, da genitori che, dopo anni di incomprensioni e sofferenze, sono riusciti a ricostruire un rapporto sereno con i propri figli. Sono questi gli istanti che danno senso alla f1unzione giurisdizionale. Sono questi i risultati che nessuna statistica potrà mai contabilizzare. Naturalmente nulla di tutto questo sarebbe stato possibile senza le persone con cui ho avuto il privilegio di condividere questo lungo cammino. Penso agli autorevoli colleghi magistrati con i quali ho lavorato prima a Catanzaro, poi a Bologna e infine a Trento. Penso ai giudici onorari, ai dirigenti amministrativi, al personale di cancelleria, ai servizi sociali, agli psicologi, agli educatori, alle forze dell’ordine, agli avvocati. La giustizia minorile è forse il luogo nel quale più di ogni altro si comprende che nessuno può lavorare da solo. Ogni risultato appartiene sempre ad una comunità professionale. Proprio per questo non considero il mio trasferimento un abbandono della giurisdizione minorile. Sarebbe impossibile lasciare davvero un mondo che mi ha formato prima ancora che professionalmente, umanamente. Porto con me un patrimonio di esperienze che continuerà ad orientare il mio modo di essere magistrato anche nella diversa realtà del Tribunale ordinario. So bene che la nuova esperienza a Catanzaro presenterà difficoltà importanti. Le criticità degli organici della magistratura togata sono note, così come quelle, altrettanto rilevanti, del personale amministrativo e delle cancellerie. Sarebbe ingenuo ignorarle. Ma chi ha lavorato nella giurisdizione minorile sa che le difficoltà non sono mai una ragione per rinunciare a cercare soluzioni. Chi mi conosce sa anche che ho sempre amato le sfide, purché abbiano un senso e siano affrontate con spirito di servizio. Inizio questo nuovo capitolo con l’umiltà di chi sa di avere ancora molto da imparare e con la determinazione di mettere a disposizione l’esperienza maturata in tanti anni di magistratura. Non porto con me ricette miracolose, ma un metodo fondato sull’ascolto, sul lavoro di squadra, sull’organizzazione e sul rispetto delle persone. Se oggi mi volto indietro, non vedo soltanto oltre 35 anni di carriera. Vedo migliaia di incontri che hanno dato significato al mio essere giudice. Perché, in fondo, sono profondamente convinto che la funzione del magistrato trovi il proprio valore più autentico non soltanto nella corretta applicazione della legge, ma nella capacità di ricordare, ogni giorno, che dietro ogni procedimento esiste una persona. È con questo spirito che torno nella mia Calabria. Chiudo un cerchio, ma non una storia. Una storia che continua con la stessa passione, con la stessa dedizione e con la stessa convinzione che mi accompagna dal primo giorno in cui ho indossato la toga: la giustizia è fatta di norme, certamente, ma soprattutto di persone. Ed è alle persone che un magistrato deve continuare a guardare, sempre. *Presidente del Tribunale per i Minorenni di Trento Piemonte. Celle roventi, corpi allo stremo. Nelle carceri il caldo diventa tortura di Liborio La Mattina giornalelavoce.it, 1 luglio 2026 L’appello dei Garanti territoriali piemontesi dei diritti delle persone private della libertà personale. Sovraffollamento, cemento, docce limitate e notti senza respiro: i Garanti territoriali denunciano un’emergenza che mette a rischio salute, dignità e sicurezza dentro gli istituti penitenziari. Il caldo, in carcere, non è mai soltanto caldo. Non è il disagio passeggero di una giornata afosa, non è la fatica comune di un’estate più dura delle altre. Dentro le mura degli istituti penitenziari, quando le temperature salgono e l’aria si ferma, il caldo diventa materia. Si appoggia sui letti, entra nei muri, ristagna nelle celle, sale dai cortili di cemento e resta lì, anche di notte, quando fuori qualcuno riesce almeno ad aprire una finestra, cercare un albero, camminare verso un po’ d’ombra. Nelle carceri piemontesi, in questi giorni di temperature eccezionalmente elevate, l’emergenza climatica si somma a un’emergenza già nota, già denunciata, già vissuta ogni giorno: sovraffollamento, criticità strutturali, spazi inadeguati, fragilità sanitarie, condizioni di lavoro difficili. È un peso che si aggiunge a un peso. Una sofferenza che non sostituisce le altre, ma le moltiplica. “Una seconda pena”. Le parole pronunciate nei giorni scorsi da Samuele Ciambriello, portavoce della Conferenza nazionale dei Garanti territoriali delle persone private della libertà personale, hanno trovato immediata eco anche in Piemonte. Perché raccontano con precisione ciò che accade negli istituti quando l’estate entra nelle sezioni e non trova vie d’uscita: carceri costruite in cemento e asfalto, spesso prive di verde, segnate da un sovraffollamento ormai strutturale, attraversate da temperature che mettono a rischio soprattutto le persone anziane e chi convive con patologie cardiovascolari o croniche. A raccogliere e rilanciare questo allarme sono i Garanti territoriali piemontesi dei diritti delle persone private della libertà personale, che rivolgono un appello alle Direzioni degli istituti penitenziari, al Provveditorato regionale dell’Amministrazione Penitenziaria, al Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, al Ministero della Giustizia e alle Autorità sanitarie. Un appello netto, urgente, rivolto a chi può e deve intervenire. Perché qui non si parla soltanto di comfort, ma di salute. Non di piccoli disagi estivi, ma di dignità umana. “Le strutture penitenziarie - ricordano - sono nella maggior parte dei casi edifici duri, pesanti, minerali: grandi superfici in cemento, acciaio e asfalto, pochi sistemi di isolamento termico, scarsa o nulla presenza di aree verdi”. Durante l’estate questi materiali assorbono calore per ore e lo trattengono a lungo. Le celle diventano ambienti soffocanti, i corridoi si scaldano, i cortili si trasformano in distese roventi. Il giorno non finisce davvero con il tramonto: il calore accumulato resta anche durante la notte, rendendo difficile persino dormire, recuperare energie, mantenere un equilibrio fisico e mentale. Il ventilatore, quando è disponibile e consentito, può dare un sollievo. Ma è un sollievo parziale, fragile, insufficiente. Non raffredda gli ambienti, non risolve il problema strutturale, non restituisce vivibilità a spazi già segnati dall’affollamento. E c’è un punto che pesa ancora di più: in molti casi la possibilità di averlo dipende dalle risorse economiche della persona detenuta o della sua famiglia. Così anche l’accesso a un minimo di aria mossa può diventare una linea di separazione tra chi può permetterselo e chi no. Poi ci sono le docce. Un dettaglio, forse, per chi vive fuori. Una necessità essenziale per chi resta chiuso ore e ore in una cella surriscaldata. In numerosi istituti, le celle ne sono ancora prive e l’accesso ai locali comuni è limitato a fasce orarie precise. Questo significa che, proprio quando il caldo raggiunge livelli più alti, non sempre le persone detenute possono rinfrescarsi. Il corpo resta esposto, la pelle trattiene sudore e fatica, il riposo diventa più difficile, la tensione cresce. Anche l’aria aperta, che dovrebbe rappresentare una pausa, può trasformarsi in un’altra prova. I cortili sono spesso interamente in cemento, con poca o nessuna vegetazione, dotati soltanto di modeste tettoie incapaci di proteggere davvero dal sole. Nelle ore centrali della giornata, uscire all’aperto può voler dire passare dalla cella calda a uno spazio ancora più esposto, dove il suolo restituisce calore e l’ombra non basta. In alcuni casi, la presenza di ventilatori nei passeggi attenua parzialmente il disagio. Ma anche qui si tratta di un rimedio limitato davanti a un problema molto più grande. La situazione diventa ancora più pesante per chi, per il circuito detentivo di appartenenza o per la mancanza di attività trattamentali sufficienti, trascorre gran parte della giornata chiuso nella propria cella. Meno attività significa meno movimento. Meno accesso agli spazi comuni. Meno occasioni per respirare un’aria diversa, per sottrarsi almeno per qualche ora alla pressione del caldo. La cella, in questi casi, non è solo il luogo della notte o del riposo: diventa l’intero orizzonte della giornata. E in Piemonte questo orizzonte è già ristretto da un dato che non può essere ignorato: il sovraffollamento ha raggiunto circa il 120% della capienza regolamentare. Più persone negli stessi spazi vuol dire meno aria, meno vivibilità, più stress, maggiore difficoltà nella gestione quotidiana. Quando il caldo entra in istituti già oltre il limite, ogni criticità si amplifica. Ogni gesto diventa più faticoso. Ogni attesa più lunga. Ogni tensione più vicina. A preoccupare in modo particolare sono le persone più fragili: gli anziani, i detenuti con patologie cardiovascolari, respiratorie o croniche, chi presenta condizioni sanitarie delicate. Per loro l’esposizione prolungata a temperature elevate non è un semplice disagio. Può diventare un rischio serio, anche gravissimo. In carcere, dove l’accesso alle cure e alla prevenzione dipende da tempi, procedure e organizzazione interna, la tutela della salute deve essere ancora più tempestiva. Il caldo non aspetta. Non concede proroghe. Non distingue tra chi ha un corpo forte e chi ne ha uno già provato. Ma questa emergenza non riguarda soltanto le persone detenute. Attraversa anche il lavoro quotidiano del personale penitenziario. Agenti della Polizia Penitenziaria, educatori, Funzionari Giuridico Pedagogici, operatori sanitari, personale amministrativo e tecnico: tutti condividono, per molte ore, gli stessi ambienti surriscaldati. Lavorare in condizioni di temperatura spesso insostenibile significa esporsi a rischi per la salute, ma anche a una maggiore fatica psicologica e operativa. La sicurezza complessiva degli istituti passa anche da qui: da luoghi di lavoro salubri, da turni sostenibili, da spazi che non mettano alla prova ogni giorno la resistenza di chi vi opera. Il carcere è un sistema chiuso, e proprio per questo ogni squilibrio si propaga rapidamente. Il caldo incide sul sonno, sulla salute, sulla pazienza, sulla capacità di relazione, sulla gestione dei conflitti. Incide sul corpo di chi è detenuto e su quello di chi lavora. Incide sulla qualità della vita interna e sulla tenuta dell’intera comunità penitenziaria. È per questo che i Garanti chiedono misure straordinarie e immediate: perché l’emergenza è già dentro gli istituti, non all’orizzonte. Le richieste sono concrete. Ampliare gli orari di accesso alle docce. Garantire la piena disponibilità di acqua potabile fresca. Agevolare l’utilizzo dei ventilatori. Rimodulare gli orari delle attività e della permanenza all’aria aperta nelle giornate più calde, evitando le fasce più esposte. Prestare particolare attenzione alle persone maggiormente fragili. Consentire, dove possibile, una più ampia permanenza fuori dalla cella a chi oggi vi trascorre gran parte della giornata. Sono interventi organizzativi e gestionali che possono fare la differenza subito. Non cancellano il problema strutturale, ma possono ridurre la sofferenza, prevenire rischi sanitari, abbassare la tensione, restituire un margine di umanità a giornate che altrimenti diventano interminabili. Eppure, l’appello dei Garanti guarda anche oltre l’urgenza. Perché l’emergenza climatica non è più un evento eccezionale. Le ondate di calore non sono parentesi imprevedibili, ma fenomeni ricorrenti, destinati a ripresentarsi con forza crescente. Continuare a trattarle come incidenti stagionali significa arrivare ogni estate impreparati, rincorrere il problema quando ormai è esploso, affidarsi a soluzioni provvisorie in luoghi che avrebbero bisogno di interventi permanenti. Serve una riflessione strutturale sul sistema penitenziario italiano. Serve ripensare gli edifici, riqualificare le strutture, investire sull’isolamento termico, sull’efficientamento energetico, sulla presenza di aree verdi, sull’ombreggiamento degli spazi esterni, sulla qualità dell’aria, sulla vivibilità delle celle e degli ambienti comuni. Serve riconoscere che anche il carcere fa parte della città, anche se la città spesso lo rimuove dal proprio sguardo. La dignità, del resto, non è una concessione. È un principio costituzionale. L’articolo 27 della Costituzione vieta trattamenti contrari al senso di umanità e stabilisce che la pena deve tendere alla rieducazione della persona. Quelle parole non vivono soltanto nei manuali di diritto o nelle aule dei tribunali. Devono entrare nelle celle, nei corridoi, nei cortili, nei luoghi di lavoro del personale penitenziario. Devono misurarsi anche con la temperatura di una stanza, con la possibilità di lavarsi, con l’accesso all’acqua, con il diritto a respirare. Garantire condizioni detentive rispettose della dignità umana non significa attenuare la funzione della pena. Significa impedire che alla pena legittima si aggiungano sofferenze inutili, evitabili, non previste da nessuna sentenza. Significa ricordare che la privazione della libertà non può trasformarsi in abbandono. E significa riconoscere che anche chi lavora negli istituti ha diritto a condizioni sicure, salubri e dignitose, soprattutto nei mesi in cui il caldo rende tutto più difficile. I Garanti territoriali piemontesi - Domenico Massano per Asti, Silvia Coscia per Alessandria, Paolo Allemano per Saluzzo, Silvia Magistrini per Verbania, Raffaele Orso Giacone per Ivrea, Alberto Valmaggia per Cuneo, Pietro Luca Oddo per Vercelli, Nathalie Pisano per Novara, Emilio De Vitto per Alba e Diletta Berardinelli per Torino - annunciano che continueranno a monitorare con attenzione l’evoluzione della situazione negli istituti del territorio regionale, mantenendo un confronto costante con tutte le istituzioni competenti. Ma il tempo, adesso, è una variabile decisiva. Perché ogni giorno di caldo estremo dentro una cella sovraffollata non è un dato meteorologico. È una giornata senza riposo. È una doccia mancata. È un ventilatore che non basta. È un anziano che fatica a respirare. È un agente che lavora in condizioni al limite. È un cortile che non offre ombra. È una notte in cui il corpo non recupera. Fuori, l’estate può essere attesa, scelta, persino amata. Dentro, quando le strutture non proteggono e gli spazi sono già saturi, può diventare una prova di resistenza. E se davvero il caldo è diventato “una seconda pena”, allora intervenire non è più solo opportuno. È necessario. Subito. Il comunicato del Coordinamento dei Garanti Carceri piemontesi, l’emergenza caldo aggrava condizioni già insostenibili: l’appello dei Garanti territoriali. Le temperature eccezionalmente elevate di questi giorni stanno rendendo ancora più drammatiche le condizioni di vita all’interno degli istituti penitenziari piemontesi, aggravando una situazione già fortemente compromessa dal sovraffollamento e dalle criticità strutturali che caratterizzano molti istituti penitenziari italiani. Come Garanti territoriali dei diritti delle persone private della libertà personale riteniamo doveroso richiamare l’attenzione delle Direzioni degli istituti penitenziari, del Provveditorato regionale dell’Amministrazione Penitenziaria, del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, del Ministero della Giustizia e delle Autorità sanitarie sulla necessità di adottare con urgenza misure straordinarie per fronteggiare un’emergenza che incide direttamente sul diritto alla salute e sulla dignità delle persone detenute e di chi quotidianamente lavora negli istituti. Le strutture penitenziarie, nella maggior parte dei casi realizzate con grandi superfici in cemento, acciaio e asfalto, prive di adeguati sistemi di isolamento termico e spesso caratterizzate dalla quasi totale assenza di aree verdi, si trasformano durante l’estate in ambienti soffocanti e insalubri. Il calore accumulato nelle ore diurne permane anche durante la notte, rendendo estremamente difficoltoso anche il riposo e il recupero psico-fisico. La presenza di ventilatori, laddove consentiti e disponibili, rappresenta certamente un parziale sollievo, ma non è sufficiente a garantire condizioni di vivibilità accettabili. In molti casi, inoltre, la loro disponibilità dipende dalle possibilità economiche delle persone detenute e delle loro famiglie, determinando ulteriori disuguaglianze. A questa situazione si aggiungono criticità che il periodo estivo rende ancora più evidenti. In numerosi istituti le celle sono ancora prive di doccia e l’accesso ai locali docce comuni è limitato a specifiche fasce orarie, impedendo alle persone detenute di rinfrescarsi quando le temperature raggiungono livelli particolarmente elevati. Anche la permanenza all’aria aperta, quando prevista nelle ore centrali della giornata, rischia di trasformarsi in un ulteriore fattore di sofferenza, poiché molti cortili passeggio sono interamente in cemento, privi di vegetazione e dotati soltanto di modeste tettoie, del tutto insufficienti a proteggere dal caldo intenso (in alcuni casi la presenza di ventilatori nei passeggi allevia parzialmente il disagio). Le condizioni risultano ancora più gravose per coloro che, in ragione del circuito detentivo di appartenenza o della limitata offerta di attività trattamentali, trascorrono gran parte della giornata chiusi nelle proprie celle, con possibilità estremamente ridotte di accedere a spazi comuni più arieggiati o ad attività esterne. Particolare preoccupazione desta la condizione delle persone anziane, dei detenuti affetti da patologie cardiovascolari, respiratorie o croniche e di tutti coloro che presentano condizioni di particolare fragilità, per i quali l’esposizione prolungata a temperature elevate può determinare conseguenze sanitarie anche molto gravi. L’emergenza riguarda anche il personale della Polizia Penitenziaria, gli educatori (Funzionari Giuridico Pedagogici), gli operatori sanitari, e tutto il personale che presta servizio negli istituti, costretto a lavorare per molte ore in ambienti caratterizzati da temperature spesso insostenibili, con inevitabili ripercussioni sulla salute, sulle condizioni di lavoro e sulla sicurezza complessiva degli istituti. Tali preoccupazioni si inseriscono in un quadro regionale nel quale il sovraffollamento ha ormai raggiunto circa il 120% della capienza regolamentare, aggravando ulteriormente condizioni detentive già fortemente compromesse. Nei giorni scorsi il portavoce della Conferenza nazionale dei Garanti territoriali delle persone private della libertà personale, Samuele Ciambriello, ha efficacemente definito questa estate “una seconda pena”, denunciando carceri costruite in cemento e asfalto, prive di aree verdi, interessate da un sovraffollamento ormai strutturale e da temperature che mettono seriamente a rischio soprattutto le persone anziane e quelle affette da patologie cardiovascolari. Parole che descrivono una realtà che riscontriamo quotidianamente anche negli istituti piemontesi. L’emergenza climatica impone ormai una riflessione strutturale sul sistema penitenziario italiano. Le ondate di calore non rappresentano più eventi eccezionali ma fenomeni ricorrenti, ai quali occorre rispondere con interventi permanenti di riqualificazione edilizia, efficientamento energetico e miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro negli istituti. Garantire condizioni detentive rispettose della dignità umana non significa attenuare la funzione della pena, ma dare piena attuazione all’articolo 27 della Costituzione, che vieta trattamenti contrari al senso di umanità e impone che la pena sia orientata alla rieducazione della persona. Allo stesso modo, è necessario assicurare al personale della Polizia Penitenziaria e a tutti gli operatori penitenziari condizioni di lavoro sicure, salubri e dignitose anche durante i mesi estivi. Per questo rivolgiamo un appello alle istituzioni competenti affinché siano adottati con la massima tempestività tutti gli interventi organizzativi e gestionali possibili tra cui: ampliamento degli orari di accesso alle docce, piena disponibilità di acqua potabile fresca, agevolazione nell’utilizzo dei ventilatori, rimodulazione degli orari delle attività e della permanenza all’aria aperta nelle giornate più calde, particolare attenzione alle persone maggiormente fragili e, ove possibile, una più ampia permanenza fuori dalla cella per coloro che oggi vi trascorrono gran parte della giornata. I Garanti territoriali continueranno a monitorare con attenzione l’evoluzione della situazione negli istituti del territorio regionale, mantenendo un costante confronto con tutte le istituzioni competenti affinché siano adottate, con la necessaria tempestività, tutte le misure utili a tutelare il diritto alla salute, la dignità delle persone detenute e le condizioni di lavoro del personale penitenziario. I Garanti territoriali dei diritti delle persone private della libertà personale: Domenico Massano, Asti; Silvia Coscia, Alessandria; Paolo Allemano, Saluzzo; Silvia Magistrini, Verbania; Raffaele Orso Giacone, Ivrea; Alberto Valmaggia, Cuneo; Pietro Luca Oddo, Vercelli; Nathalie Pisano, Novara, Emilio De Vitto, Alba; Diletta Berardinelli, Torino. Emilia Romagna. Mille detenuti in più nelle carceri, il Garante rilancia l’indulto Corriere di Bologna, 1 luglio 2026 Quasi mille detenuti in più rispetto ai posti disponibili nelle carceri dell’Emilia-Romagna. È il dato emerso ieri durante un seminario promosso dal garante regionale delle persone private della libertà, Roberto Cavalieri. La situazione più critica si registra alla Dozza di Bologna, dove i detenuti sono 326 oltre la capienza regolamentare. Seguono Ferrara con 163 presenze eccedenti, Piacenza con 155, Parma con 149 e Modena con 141. Più contenuti, ma comunque significativi, gli esuberi registrati a Rimini (+46), Ravenna (+30), Forlì (+ 15) e Reggio Emilia (+13). “Parliamo di quasi mille esuberi carcerari in regione: è come se avessimo tre istituti penitenziari in più rispetto a quelli esistenti”, ha sottolineato Cavalieri, evidenziando come il sovraffollamento aggravi tutte le criticità già presenti negli istituti, dalle condizioni di vita dei detenuti alle difficoltà operative del personale. Secondo il garante, il tema non può più essere affrontato come una semplice emergenza temporanea. “Quando il carcere è sovraffollato aumentano inevitabilmente le tensioni, peggiorano le condizioni detentive e si riducono le possibilità di costruire percorsi efficaci di reinserimento sociale”, ha osservato. Da qui il rilancio di una misura straordinaria come l’indulto. “Ancora oggi rimane l’intervento più incisivo per ridurre nell’immediato la pressione sul sistema penitenziario”, ha spiegato Cavalieri, pur riconoscendo che l’attuale quadro politico rende difficile immaginare una soluzione di questo tipo. Anche per il cardinale Matteo Zuppi, presidente della Cei, “non possiamo continuare a ragionare in termini emergenziali”, quando si parla di sovraffollamento delle carceri, “serve una programmazione stabile e una visione di lungo periodo”. Per Zuppi occorre investire di più nelle misure alternative alla detenzione e nei percorsi di reinserimento sociale. “Dobbiamo mettere risorse sull’accoglienza, sugli educatori, sugli operatori e sugli psichiatri- ha detto -. Se mancano le figure necessarie per costruire progetti individuali, il carcere rischia di trasformarsi in un semplice contenimento delle persone”. Nel corso dell’incontro è stata inoltre presentata l’esperienza dell’Associazione Papa Giovanni XXIII, che a Rimini ha accolto 376 persone provenienti dal circuito penitenziario registrando un tasso di recidiva del 15%, contro il 75% di chi sconta interamente la pena in carcere. Emilia Romagna. Celle invivibili: mille detenuti in più: “Così non si rieduca, si annienta” di Giovanni Di Caprio Il Resto del Carlino, 1 luglio 2026 La situazione peggiore a Bologna. Il caldo aggrava la situazione. Il cardinale Zuppi: “Basta parlare di emergenza, serve programmazione. La sofferenza non è giustizia”. Il contrasto al sovraffollamento penitenziario e alla recidiva: dall’esecuzione penale alla reintegrazione sociale. Il presidente della Cei e arcivescovo di Bologna Matteo Zuppi ha partecipato al convegno in Sala Fanti, nella sede dell’Assemblea legislativa dell’Emilia-Romagna. “Il sovraffollamento delle carceri non può più essere considerato un’emergenza. Serve una programmazione stabile e una visione di lungo periodo”, apre Zuppi. “Dobbiamo superare una concezione della pena fondata esclusivamente sulla sofferenza. C’è l’idea che se una persona soffre, allora la giustizia è stata fatta. È una premessa molto pericolosa”, ha affermato, sottolineando come la pena debba mantenere una finalità educativa e di recupero della persona. Quindi, secondo Zuppi, “dobbiamo mettere risorse sull’accoglienza, sugli educatori, sugli operatori e sugli psichiatri. Se mancano le figure necessarie per costruire progetti individuali, il carcere rischia di trasformarsi in un semplice contenimento delle persone”. Alcuni dei numeri presentati durante il convegno lungo la via Emilia, da Piacenza a Rimini: il sovraffollamento maggiore è alla Dozza di Bologna, con 326 reclusi in più rispetto alla capienza regolamentare della struttura, ma non va meglio a Parma che fa registrare 149 ristretti in più, così come a Modena, dove i detenuti in più sono 141. I numeri, dunque, parlano da soli: Piacenza 155 persone in più, Reggio Emilia 13 persone, Modena 141 persone, Ferrara 163 persone, Ravenna 30 persone, Forlì 15 persone e Rimini 46 persone. Totale: quasi mille detenuti in più rispetto ai posti disponibili nelle carceri del territorio. Prima del cardinale è intervenuto Fabio Pinelli, vicepresidente Consiglio superiore della magistratura. “La pena, oggi, è sempre di più annientamento della personalità, deresponsabilizzazione e infantilizzazione. Penso che dovremmo approfondire il senso della condanna. Nelle società spesso si vede il bisogno di veder soffrire l’autore dell’azione ingiusta, come se ci fosse una compensazione emotiva del torto subito”, dice Pinelli. Secondo lui “la pena non deve mai essere contraria al senso di umanità, come dice la nostra Carta Costituzionale. Oggi abbiamo un enorme divario tra i principi costituzionali e la realtà della parte esecutiva realizzata. Il sovraffollamento non è tollerabile, una situazione emergenziale (ma Zuppi la pensa diversamente, ndr) che richiede provvedimenti”. Roberto Cavalieri, garante dei detenuti dell’Emilia-Romagna, affronta le alternative alla detenzione. “La cosa più incisiva rimane l’indulto, ma lo scenario politico non permette di avere fiducia in questa soluzione. Chiediamo accoglienza, potenziando i percorsi e i finanziamenti strutturali. La rete esiste ed è in grado di prendere in carico persone povere. In tal senso dobbiamo investire qui”. Poi, sul caldo in carcere: “È un tema che oggi è molto più grave. Nelle carceri sovraffollate tutto viene amplificato in peggio: non solo per i detenuti, ma anche per il personale. Non ho molta fiducia nei rimedi perché spesso sono poco diffusi e incisivi: condizionatori, ventilatori, ora d’aria di sera. Questo perché mancano gli agenti”, racconta. Per la Regione c’è anche Isabella Conti, assessora regionale al Welfare. “Il carcere oggi non dà una seconda possibilità. È un luogo in cui troppo spesso gli esseri umani vivono in condizioni degradanti”. La finalità rieducativa della pena prevista dalla Costituzione “non viene di fatto compiuta e il sistema penitenziario rischia di trasformarsi in un acceleratore di marginalità e recidiva anziché in uno strumento di recupero”, spiega ancora l’assessora. Firenze. Sollicciano, morto detenuto di 75 anni. “Aveva un ictus, inumano tenerlo lì” di Jacopo Storni Corriere Fiorentino, 1 luglio 2026 Il racconto dei volontari di Pantagruel: in carcere 10 giorni con 40 gradi. È una tortura, non una pena. Era entrato in carcere a metà giugno per scontare una condanna a quattro anni di reclusione. Aveva 75 anni, era italiano e pochi mesi prima era stato colpito da un ictus che gli aveva lasciato un braccio semiparalizzato e pesanti conseguenze sul piano fisico. Domenica scorsa si è sentito male nella sua cella, è stato trasportato d’urgenza all’ospedale San Giovanni di Dio, dove è morto per meningite. La notizia è stata comunicata lunedì mattina all’assistente sociale che lo seguiva. A raccontare il fatto e gli ultimi giorni dell’uomo sono adesso i volontari di Pantagruel che lo avevano incontrato nel penitenziario dopo il suo ingresso. Ricoverato nel centro clinico dell’istituto, appariva già in condizioni estremamente precarie. “Gli ho portato dei vestiti - racconta Stefano Cecconi - Aveva un braccio paralizzato a causa dell’ictus e i polpacci e gli stinchi erano praticamente neri, tra cicatrici e problemi di circolazione sanguigna. Lui diceva di non stare malissimo, forse anche grazie alla disponibilità degli agenti di polizia penitenziaria, degli infermieri e dei volontari”. Le sue condizioni, però, sarebbero peggiorate rapidamente. Sabato, tornando a trovarlo, il volontario dell’associazione si è sentito rispondere che non era opportuno entrare perché il detenuto non riusciva più ad alzarsi dal letto oppure, quando tentava di farlo, cadeva quasi subito. “L’infermiere di turno non sapeva come gestire la situazione. Forse sarebbe stato il caso di disporre un ricovero immediato, anche considerando il caldo torrido di questi giorni e quello ancora più torrido dentro il carcere di Sollicciano”. Il giorno successivo è arrivato il malore, quindi il trasferimento in ospedale e infine il decesso. L’uomo viveva da solo in un alloggio del Comune di Fiesole e aveva come unico familiare una cugina. Ha sempre vissuto a Compiobbi ed era conosciuto dalle associazioni di volontariato della zona. Ha vissuto prima con la madre, poi deceduta, e lui è rimasto solo. Cecconi dell’associazione Pantagruel parla di una morte che impone una riflessione sulle condizioni di detenzione delle persone anziane e gravemente malate. “Dieci giorni in carcere, con temperature vicine ai 40 gradi e in una situazione sanitaria come la sua, non sono una pena da scontare ma una tortura da applicare. È morto dopo appena dieci giorni di detenzione. L’articolo 27 della Costituzione, che impone che le pene siano conformi al senso di umanità, in questa vicenda non è stato rispettato. È allucinante che un uomo di 75 anni, nelle sue condizioni di salute, sia stato rinchiuso in carcere, per di più in un istituto già privo di posti disponibili dopo il recente sequestro di sette sezioni”. Sulla morte del detenuto resta ora da chiarire se il suo quadro clinico fosse compatibile con la permanenza in carcere e se le sue condizioni avrebbero richiesto un ricovero ospedaliero anticipato o misure alternative alla detenzione. Nel frattempo, dopo il sequestro delle sezioni a causa delle condizioni fatiscenti, continua il trasferimento di oltre cento reclusi da Sollicciano ad altri istituti della Toscana. Napoli. È in sedia a rotelle e fatica a respirare, ma resta in cella di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 1 luglio 2026 Per tre volte il detenuto è stato riconosciuto incompatibile con il carcere per le sue condizioni di salute. E per tre volte è tornato dietro le sbarre. Antonino Rapisarda respira con l’ossigeno attaccato ventiquattro ore su ventiquattro, di notte ha bisogno di un ventilatore meccanico, si muove su una sedia a rotelle e per lavarsi o mangiare deve farsi aiutare da altri detenuti. Ha 56 anni, è recluso nella Casa Circondariale di Napoli Secondigliano e il suo corpo porta addosso un elenco di malattie che basterebbe da solo a riempire una cartella clinica. Per tre volte i giudici hanno riconosciuto che le sue condizioni non erano compatibili con il carcere. E per tre volte, finita la misura, è rientrato in cella. L’associazione Yairaiha Ets ha inviato una segnalazione urgente alle autorità, chiedendo che venga verificato se quel regime detentivo possa davvero reggere il peso di una salute così compromessa. A scrivere alle istituzioni è stata la presidente dell’associazione, Sandra Berardi, dopo la richiesta di aiuto arrivata dalla moglie del detenuto. La donna ha consegnato a Yairaiha una mole di documentazione sanitaria e giudiziaria da cui emerge un quadro che si è aggravato nel tempo. Rapisarda è affetto da insufficienza respiratoria cronica, broncopneumopatia cronica ostruttiva e apnee ostruttive del sonno di grado severo. Ha bisogno di ventilazione notturna con la CPAP, l’apparecchio che durante il sonno spinge aria a pressione costante attraverso una mascherina per impedire alle vie respiratorie di chiudersi, e di ossigeno in via continuativa. A questo si sommano una poliglobulia che lo espone a un rischio altissimo di trombosi, ischemie cerebrali già avvenute, un infarto alle spalle, diabete insulinodipendente, immunodeficienza, decadimento cognitivo e un disturbo bipolare per cui è seguito dal servizio di psichiatria dal 2013. È invalido civile al cento per cento, riconosciuto portatore di handicap grave e classificato come soggetto non autosufficiente. Tre volte fuori, tre volte dentro - La storia giudiziaria di Rapisarda è quella di una porta che continua ad aprirsi e a chiudersi. Sconta una pena per associazione mafiosa, legata al clan Laudani, dopo un passato nel clan Morabito-Stimoli. Il fine pena, dopo un provvedimento di cumulo, è fissato al 2033. Nel luglio del 2020, durante l’emergenza Covid, il Tribunale di sorveglianza di Messina dispose per lui la detenzione domiciliare. Il suo nome rientrò tra quelli dei detenuti che lasciarono il carcere per ragioni di salute durante la pandemia. L’anno dopo, nell’agosto del 2021, fu il Tribunale di sorveglianza di Catania a riconoscere di nuovo l’incompatibilità del suo stato con la cella, concedendo i domiciliari per un anno. Anche allora una relazione sanitaria parlava di grave insufficienza respiratoria in ossigenoterapia a permanenza, obesità, pregresso ictus, cardiopatia. Nel gennaio del 2025, dopo un peggioramento della parte respiratoria mentre si trovava nell’infermeria di Secondigliano, ottenne ancora i domiciliari. La misura resse fino al 23 giugno del 2025, quando la mancata proroga lo riportò in carcere, prima a Catania Bicocca e poi di nuovo a Secondigliano. Da quel momento le condizioni non sono migliorate. Anzi. Nella consulenza del 7 aprile 2026, il consulente di parte incaricato dalla difesa descrive un quadro multi patologico cronico in evoluzione, con il rischio concreto di danni irreversibili se viene a mancare la continuità delle cure. Il punto che ritorna è sempre lo stesso: in carcere quella continuità non c’è. L’ossigeno, scrive il consulente di parte, viene somministrato in una quantità che non basta al fabbisogno del paziente, e questo alimenta proprio la poliglobulia, perché la carenza di ossigeno spinge il corpo a produrre più globuli rossi. La polisonnografia, l’esame che serve a impostare la ventilazione notturna, era attesa da oltre un anno e non è stata fatta. Il test del cammino in sei minuti, utile per regolare l’ossigeno sotto sforzo, in carcere non si può eseguire. I salassi, quelli che dovrebbero essere periodici, durante la detenzione a Secondigliano non sarebbero stati praticamente eseguiti, tranne uno fatto il giorno dopo che il consulente era entrato in istituto per la visita. I consulenti segnalano anche una terapia a base di ferro che, dicono, in un paziente così non ha alcuna logica. Resta una frase che vale la pena leggere così come è scritta negli atti. L’ossigeno, secondo i medici, non viene erogato “in funzione delle necessità terapeutiche ma della organizzazione della struttura carceraria”. Quando una persona dipende ogni giorno da cure continue, dalla ventilazione notturna e dai controlli, leggere che persino l’ossigeno è regolato sulle possibilità del carcere dice molto su quanto sia difficile tenere insieme una salute così fragile e una cella. Ora i legali chiedono il trasferimento a Messina - Il magistrato di sorveglianza di Napoli, il 3 gennaio scorso, aveva respinto una prima domanda di scarcerazione, ritenendo adeguata la gestione del carcere, dove il centro clinico dispone di un medico ventiquattro ore su ventiquattro. Ordinava però di completare gli esami necessari. Secondo la difesa quegli accertamenti non sono arrivati, salvo un salasso fatto d’urgenza. Da lì le richieste si sono moltiplicate. Il 10 aprile i legali del detenuto hanno depositato al Tribunale di sorveglianza una nuova istanza di differimento o, in subordine, di domiciliari. Il 29 maggio hanno chiesto alla direzione del carcere di farlo visitare, perché da un mese lamentava una tosse persistente e difficoltà a respirare senza, riferiva, ricevere alcuna terapia. Il 18 giugno è arrivata la mossa più recente: una richiesta urgente al Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria per trasferirlo al Centro Clinico di Messina, dove era già stato seguito. I legali sostengono che, pur dicendo la direzione sanitaria di poterlo trattare, di fatto mancano le terapie previste: la consulenza oncologica per dei linfonodi, i prelievi e i salassi per la policitemia, le cure per la tosse. E ricordano che dalla scabbia non risulta ancora guarito. C’è poi un fronte nuovo. Rapisarda ha un figlio piccolo, nato nel 2016, che secondo il pediatra soffre di ansia e di una sindrome da abbandono. Il padre è in un carcere a centinaia di chilometri e il bambino lo vede a fatica. Il fratello, gravemente malato e ricoverato, non riesce ad affrontare il viaggio fino a Napoli. I genitori sono morti in un incidente stradale quando lui aveva diciotto anni. Sullo sfondo resta la stessa domanda, quella degli articoli 27 e 32 della Costituzione: che il carcere non si traduca in trattamenti contrari al senso di umanità e che la salute sia garantita anche dentro le mura. Il punto non è la gravità del reato per cui Rapisarda è stato condannato, che resta. La pena che sta scontando non è leggera. È stato condannato - ricordiamolo nuovamente - per associazione mafiosa, ritenuto vicino al clan Laudani di Catania, con un fine pena fissato al 2033. Ed è qui che la sua vicenda tocca una domanda scomoda, di quelle che non hanno a che fare con il reato del singolo. La Costituzione, all’articolo 32, tutela la salute come “fondamentale diritto dell’individuo”, e all’articolo 27 stabilisce che le pene “non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità”. Quei due principi non si sospendono in base al reato commesso. Quando un detenuto dipende ogni giorno dall’ossigeno, dalla ventilazione notturna e da controlli che non arrivano, la distanza tra ciò che la legge prescrive e ciò che una cella può offrire non può essere ignorata. Per tre volte la magistratura aveva detto che quel corpo non poteva stare in una cella. Rimini. Caldo record, tanti detenuti colpiti da malori. La direttrice: “Donateci dei ventilatori” di Manuel Spadazzi Il Resto del Carlino, 1 luglio 2026 A cause dell’afa rinviati i lavori per sistemare la prima sezione, dove mancano le docce nelle celle. Due giorni di tregua. Da questa sera - grazie anche all’arrivo di temporali - le temperature massime dovrebbero calare di qualche grado. Un po’ di respiro dopo settimane di caldo estremo. Lunedì a Rimini si sono toccati i 41 gradi. L’emergenza caldo ha visto impennare accessi al pronto soccorso e ricoveri all’ospedale ‘Infermi’. Ma la situazione è molto critica anche ai ‘Casetti’. In carcere solo alcuni ambienti comuni sono climatizzati. Nelle celle l’aria è soffocante. “Abbiamo avuto diversi malori causati dal caldo tra i detenuti - conferma Palma Mercurio, la direttrice del carcere di Rimini - E abbiamo un detenuto tuttora ricoverato in ospedale, perché soffre anche di altre patologie”. Per far fronte al caldo di questi giorni “abbiamo comprato alcuni ventilatori per le celle, grazie anche all’aiuto di Ausl e associazioni. Ma ne servirebbero molti di più”. Ecco perché la direttrice lancia l’appello “a chiunque voglia donarci ventilatori e condizionatori portatili, utili per dare un po’ di sollievo ai detenuti”. Attualmente ai ‘Casetti’ ci sono 167 detenuti. Il carcere - come capita spesso - è sovraffollato e questo non aiuta. Tra l’altro, in questi giorni sarebbero dovuti partire i lavori per riqualificare finalmente la prima sezione dei ‘Casetti’, che è quella che versa in condizioni peggiori. “Si tratta di un intervento molto atteso - spiega Mercurio - Tutti sappiamo che la situazione della prima sezione è problematica. Il Dap (il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria) ha finanziato lavori per 1,6 milioni di euro. Soldi stanziati per mettere finalmente le docce nelle celle della prima sezione, tuttora sprovviste, e fare altri lavori. Il cantiere è già stato aggiudicato dal Dap, ma ancora la ditta ancora non si è vista. Probabilmente partiranno con i lavori a settembre, per evitare di lavorare a queste temperature”. Un problema in più ai ‘Casetti’, dove da anni si attende questo intervento. Tra i lavori previsti al carcere di Rimini “c’è anche la riconversione dell’ex sezione per transessuali. Qui saranno realizzati due laboratori molto importanti per aiutare i detenuti nel loro reinserimento lavorativo”. Uno dei laboratori “sarà infatti dedicato alla panificazione. E la nostra intenzione, quando sarà a regime, è di riuscire a vendere nei supermercati pane e altri prodotti da forno preparati dagli stessi detenuti”. L’altro laboratorio sarà invece dedicato “a formare i detenuti per lavorare negli hotel”. Lavori che, molto probabilmente, prenderanno il via solo alla fine dell’estate. “Ma l’inizio del cantiere non dipende da noi. È tutto in mano al Dipartimento di amministrazione penitenziaria”. Biella. Raddoppiati i detenuti, ma i poliziotti restano gli stessi: allarme affollamento sul carcere di Mauro Zola La Stampa, 1 luglio 2026 “Il carcere di Biella è al collasso”. A lanciare l’allarme sono Greta Cogotti e Rita De Lima del tavolo Welfare e Diritti del Partito Democratico. “La situazione è diventata sempre più difficile da gestire, soprattutto oggi che i detenuti sono diventati quasi 600, di cui circa 150 spostati dal carcere di Alessandria che è stato chiuso per le condizioni disastrose. La situazione già prima era pesante, adesso rischia di non essere controllabile. Mancano agenti, sono rimasti gli stessi di quando i detenuti erano 320. Inoltre manca totalmente il personale sociale, con gli educatori che sono rimasti in due, e gli psicologi sono pochi quindi i colloqui e gli incontri sono ulteriormente dilazionati. Sotto stress è anche la situazione sanitaria con poco personale e molte richieste, perché se mancano attività e prospettive aumentano ansia, rabbia, paura, uso di farmaci, comportamenti pericolosi”. Secondo l’associazione Antigone le condizioni di vita nelle carceri italiane sono sempre più precarie e degradanti, si cucina nella stessa stanza del wc, manca l’acqua calda e tra il 2018 e il 2024 in oltre 30 mila hanno fatto ricorso per trattamenti inumani e degradanti: “tra cui molti detenuti del carcere di Biella. Pensavamo di avere finalmente una direttrice stabile che avrebbe potuto contribuire nel dare una svolta alla gestione ma abbiamo appreso che è dimissionaria da oggi. Tornerà, non si sa quando, la direttrice ufficiale che è in maternità. Questi continui, altalenanti cambiamenti non possono che contribuire ad aumentare la destabilizzazione, l’incertezza, la frustrazione con conseguenze che rischiano di diventare altamente pericolose”. Le due attiviste contestano anche come sia “stato nominato recentemente un garante, scelto dall’amministrazione comunale di Biella che, per sua stessa ammissione, non conosce la realtà carceraria. Affermazione molto pesante perché ci sarebbe necessità di persone che sappiano, che conoscano. Oltre che di una direzione stabile, che possa fornire un indirizzo di progetto e un percorso, oltre che dare stabilità ed organizzazione, e poi di più educatori, oltre che di più agenti. Napoli. Al via a Poggioreale le visite specialistiche dei medici volontari Afmal ansa.it, 1 luglio 2026 Frutto di un’intesa tra la Procura Generale di Napoli e l’Asl Napoli 1 Centro. Sono frutto di un’alleanza istituzionale tra la Procura Generale di Napoli e l’Asl Napoli 1 Centro, finalizzata a ridurre le disuguaglianze e rendere effettivo il diritto alla cura, le visite specialistiche dei medici volontari Afmal che ha preso il via nel carcere di Poggioreale. Il programma proseguirà nei prossimi giorni con uno screening dermatologico rivolto ai detenuti di Poggioreale e del Centro Penitenziario di Secondigliano, con l’obiettivo di intercettare e contenere patologie diffuse e potenzialmente contagiose. Sono già quindici i professionisti sanitari coinvolti - tra ortopedia, medicina interna, neurologia, dermatologia, ginecologia, pneumologia e altre discipline - a testimonianza di una adesione significativa all’appello rivolto ai medici specialisti affinché mettano la propria competenza al servizio della popolazione detenuta, in una logica di integrazione gratuita con il Servizio sanitario nazionale. “L’ingresso dei medici volontari negli istituti penitenziari significa portare competenze, ascolto e prossimità a persone che vivono condizioni di particolare fragilità”, ha dichiarato Fra Gerardo D’Auria, presidente di Afmal Aps, “e nel solco della missione dei Fatebenefratelli, è un diritto che non può arrestarsi davanti a una sbarra”. A sottolineare il valore dell’iniziativa è il procuratore generale di Napoli, Aldo Policastro: “L’avvio immediato di queste visite - spiega - rappresenta la risposta più concreta all’appello pubblico che avevamo rivolto per fronteggiare la carenza di specialisti nelle carceri. La sinergia tra Procura Generale, ASL e volontariato, nello specifico l’Afmal, dimostra che è possibile superare rigidità burocratiche e rendere effettivo il diritto costituzionale alla salute, quale presupposto della dignità della persona detenuta”. Sulla stessa linea il direttore generale dell’ASL Napoli 1 Centro Gaetano Gubitosa: “L’ASL assicura il supporto logistico e organizzativo necessario e favorisce l’integrazione tra attività istituzionale e contributo dei volontari, per offrire ai detenuti percorsi di cura appropriati e tempestivi. Si tratta di un modello di collaborazione che consente di ampliare concretamente l’offerta sanitaria, nel rispetto delle competenze e delle responsabilità di ciascun soggetto coinvolto, e di rendere più efficace la tutela della salute come diritto fondamentale”. Il progetto coinvolgerà progressivamente anche l’Istituto Penale per i Minorenni di Nisida. Proteggere i minori non è censura di Stefano Vicari* Corriere della Sera, 1 luglio 2026 Social media: il cervello in sviluppo è più sensibile a ricompense immediate, pressione dei coetanei e ricerca di approvazione sociale. La discussione sul possibile divieto di accesso ai social media per i minori di 16 anni ha il merito di aver portato all’attenzione dell’opinione pubblica un tema che non può più essere considerato marginale. Non stiamo discutendo soltanto di tecnologia, libertà individuali o abitudini digitali. Stiamo discutendo della salute mentale e dello sviluppo delle nuove generazioni. Negli ultimi anni smartphone, social network e piattaforme digitali sono diventati l’ambiente quotidiano in cui i ragazzi crescono, costruiscono relazioni, cercano riconoscimento e definiscono la propria identità. Non sono semplici strumenti di comunicazione. Sono luoghi di vita. Nessuno sostiene che internet sia la causa unica dell’aumento di ansia, depressione, autolesionismo, disturbi alimentari o ritiro sociale osservato negli adolescenti. La sofferenza psicologica nasce sempre dall’interazione tra fattori biologici, familiari, educativi e sociali. Tuttavia sarebbe altrettanto sbagliato ignorare il ruolo che un’esposizione precoce, intensa e non regolata ai social media può avere nell’amplificare vulnerabilità già presenti. La letteratura scientifica più recente indica infatti associazioni significative tra uso problematico dei social, sintomi depressivi e ansiosi, peggioramento del sonno, difficoltà attentive e maggiore rischio di dipendenza comportamentale. Non si tratta, quindi, soltanto di una questione educativa, ma anche di salute pubblica. L’aumento dei casi di dipendenza da internet e dei disturbi della salute mentale associati a un uso precoce e non regolato dei social media rende necessario affiancare all’azione delle famiglie e della scuola strumenti normativi adeguati alla realtà digitale in cui crescono i nostri ragazzi. L’esperienza clinica ci mostra ogni giorno adolescenti che dormono meno, faticano a concentrarsi, vivono in uno stato di confronto permanente con gli altri e misurano il proprio valore attraverso like, follower e approvazione sociale. Il problema non riguarda soltanto il tempo trascorso davanti allo schermo, ma la funzione che quello schermo assume nella vita di una ragazza e di un ragazzo. Quando diventa il principale strumento per regolare emozioni, combattere la noia, affrontare la solitudine o cercare conferme sulla propria immagine, il rischio aumenta in modo significativo. Particolarmente delicato è il tema dell’età. Non è la stessa cosa che un social network venga utilizzato da un sedicenne o da un bambino di dieci anni. Il cervello in sviluppo presenta una maggiore sensibilità alle ricompense immediate, alla pressione dei pari e alla ricerca di approvazione sociale. Proprio per questo gli strumenti digitali risultano particolarmente potenti durante l’età evolutiva. Per queste ragioni una regolamentazione intelligente dell’accesso ai social media non dovrebbe essere interpretata come una limitazione della libertà individuale, ma come una misura di protezione analoga a quelle che la società già adotta in altri ambiti della vita dei minori. Nessuno considera una privazione il divieto di guidare un’automobile a dodici anni o di acquistare alcolici durante l’infanzia. Allo stesso modo è legittimo interrogarsi sull’opportunità di lasciare senza regole l’accesso a piattaforme progettate per catturare attenzione e massimizzare il tempo di permanenza online. Naturalmente una legge, da sola, non basta. Nessuna norma può sostituire la responsabilità educativa di genitori, insegnanti e comunità. Ma una buona legge può sostenere il loro lavoro, offrendo un quadro di tutela coerente con ciò che oggi sappiamo sullo sviluppo del cervello, sulla vulnerabilità dell’età evolutiva e sui rischi associati a un accesso troppo precoce e non accompagnato al mondo digitale. La questione, in fondo, non riguarda la tecnologia ma gli adulti. Riguarda la nostra capacità di riconoscere che bambini e adolescenti hanno diritto a una crescita protetta, non perché fragili, ma perché ancora in formazione. Ogni società decide cosa vale la pena tutelare. Oggi siamo chiamati a decidere se la salute mentale, il sonno, le relazioni, l’attenzione e il benessere delle nuove generazioni meritino la stessa protezione che riserviamo ad altri aspetti della loro crescita. Se davvero crediamo che i ragazzi rappresentino il nostro futuro, dobbiamo avere il coraggio di assumerci fino in fondo la responsabilità di proteggerli anche nell’ambiente digitale. Educare significa accompagnare gradualmente verso l’autonomia, non lasciare soli bambini e adolescenti davanti a strumenti progettati per catturare attenzione e influenzare comportamenti. La tutela della crescita non è un gesto paternalistico né una rinuncia all’innovazione. È uno dei compiti più importanti che una comunità adulta possa assumersi nei confronti delle nuove generazioni. *Ordinario di Neuropsichiatria Infantile all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma e direttore presso l’Unità Operativa di Neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza dell’Ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma Fine vita, al Senato si riapre il caso Cnr. E Forza Italia rilancia: “Ora legge in Aula” di Francesca Spasiano Il Dubbio, 1 luglio 2026 Palazzo madama prova a mettere un punto all’affaire che nelle scorse settimane aveva agitato i lavori sul fine vita, dopo la bufera che aveva travolto il presidente del Consiglio nazionale delle ricerche Andrea Lenzi. Con le opposizioni che tornano a chiederne le dimissioni, e Forza Italia che ora spinge sull’acceleratore per portare al traguardo il testo del centrodestra entro la fine della legislatura. A segnare la svolta è la nuova seduta convocata nelle commissioni riunite Giustizia e Affari sociali per ascoltare il direttore del Dipartimento di Ingegneria, Ict e Tecnologie per l’energia e i trasporti del Cnr, Emilio Campana. Il quale ieri ha fornito una versione del tutto diversa da Lenzi sul dispositivo utilizzato lo scorso marzo da “Libera”, 55enne toscana affetta da sclerosi multipla, morta tramite suicidio assistito, che ha avuto accesso alla procedura grazie a un puntatore oculare collegato a una pompa infusionale. Lo strumento è stato realizzato dallo stesso Campana su ordine del Tribunale di Firenze, che a sua volta aveva dato seguito alla sentenza della Corte Costituzionale sul caso di “Libera”. Ma l’ingegnere non si è mosso per conto proprio, come aveva lasciato intendere Lenzi, che nelle sue audizioni a Palazzo Madama nell’ambito dei lavori per una legge sul suicidio assistito aveva negato la possibilità di realizzare un dispositivo adatto allo scopo. E aveva negato, soprattutto, che la presidenza del Cnr fosse stato coinvolta direttamente dal giudice. “Il dispositivo realizzato dal Cnr unisce autodeterminazione, uguaglianza sostanziale e accessibilità tecnologica, evitando che l’impossibilità di compiere un gesto manuale, per persone pienamente capaci di intendere e di volere, diventi una barriera all’esercizio di un diritto pienamente riconosciuto”, ha spiegato Campana. Che ha ricostruito la vicenda tappa per tappa, carte alla mano. E ha ribadito ciò che è possibile desumere anche dalle ordinanze del Tribunale: il giudice ha nominato come ausiliario il dipartimento competente del Cnr, non un tecnico specifico che avrebbe agito a titolo personale. “La presidenza del mio ente è stata sempre debitamente e costantemente informata, attraverso mail istituzionali, report cronologici periodici sulle attività svolte, da me redatti su richiesta del direttore generale e inviati direttamente alla presidenza e alla direzione generale. La trasmissione di informazioni da un direttore di dipartimento al presidente è continua, costante ed è la regola nel nostro ente”, ha precisato l’ingegnere. Che ha chiarito anche ruolo e finalità del Cnr: “Siamo l’ente di uno Stato, uno Stato che fa ricerca. Se lo Stato che fa giustizia si rivolge a uno Stato che fa ricerca, è nostra precisa missione dare supporto tecnico e scientifico alle amministrazioni centrali”. Dunque, il dispositivo che consente il suicidio assistito anche a chi non può muoversi, come nel caso di “Libera”, immobilizzata dal collo in giù, non solo esiste. Ma è replicabile per altri pazienti, prevedendo “altri input compatibili con le capacità residue di movimento della persona”, ha sottolineato Campana. Il quale ha illustrato la tracciabilità della procedura di validazione dello strumento con la quale accertare e registrare la volontarietà del gesto, che in questo modo esclude l’intervento di terzi, e dunque il ricorso all’eutanasia, che in Italia resta illegale. Il nodo non è secondario, perché riguarda un emendamento al testo del centrodestra presentato dagli azzurri, che assegna al Cnr il compito di reperire gli strumenti necessari alle procedure di fine vita. Ciò che resta da capire è se lo strumento in questione possa essere fornito dal Servizio sanitario nazionale, il cui ruolo attualmente resta escluso dal testo per volontà di Fratelli d’Italia. Ma chi dovrebbe pagare per la strumentazione e il farmaco letale necessari, senza il rischio di “privatizzare” il suicidio assistito? Nel caso di “Libera” i costi, stimati intorno ai 10mila euro, sono stati sostenuti dal Cnr, che a sua volta - per disposizione del giudice - li ha addebitati all’Asl Toscana Nord Ovest. Anche sul punto a chiarire i fatti è Campana. La cui versione ha suscitato di nuovo la reazione indignata delle opposizioni. “Quanto è emerso conferma un degrado delle istituzioni che non ci aspettavamo di dover ascoltare”, ha commentato la senatrice del Pd Sandra Zampa. Per la quale “di fronte a questa verità, si impone la richiesta di dimissioni del presidente Lenzi che ha piegato a ragioni di parte della politica una istituzione pubblica ledendone l’autorevolezza e l’autonomia necessaria alla sua credibilità”. Sulla stessa linea anche Ivan Scalfarotto di Italia Viva, che dice: “Quando il vertice di un ente pubblico statale viene smentito dai fatti davanti al Parlamento, restare al proprio posto è inammissibile”. Di “contributo di verità” ha parlato anche Pierantonio Zanettin, relatore del testo per Forza Italia insieme al meloniano Ignazio Zullo. E la neocapogruppo degli azzurri al Senato, Stefania Craxi, ha chiesto di calendarizzare il testo in Aula per procedere all’esame degli emendamenti. Non senza suscitare la replica di Alfredo Bazoli, firmatario del testo già affossato al Senato: “Finalmente anche le audizioni supplementari sul fine vita sono finite, e speriamo anche i pretesti per ritardarne l’esame. La presidente Craxi chiede ora che la legge sul fine vita vada rapidamente in Aula. Ovviamente condividiamo: è dall’inizio della legislatura che ci proviamo. Vorremmo però capire di quale legge si parla”, ha puntualizzato il senatore dem. Per il quale, con il testo Zanettin-Zullo, non si va da nessuna parte. Migranti. La velocità del pregiudizio di Massimo Gramellini Corriere della Sera, 1 luglio 2026 Fare il colonnello leghista dev’essere una vitaccia. In generale, ma soprattutto da quando impazza il Generale. Bisogna batterlo sul suo campo e soprattutto sul tempo, urlando alla remigrazione un attimo prima che lo faccia lui. Così, appena esce la tragica notizia del pizzaiolo di Reggio Emilia accoltellato da un cliente che pretendeva di mangiare gratis, il capogruppo della Lega emiliana Tommaso Fiazza pensa a una cosa sola: che cosa starà pensando Vannacci? Afferra il telefono con la rapidità di un pistolero e digita sulla tastiera parole definitive: “Serve una riflessione seria e senza ipocrisie. Siamo di fronte a una violenza incompatibile con il nostro modo di vivere”. La chiusura, in perfetto Vannacci Style, è un accorato appello a favore della remigrazione. L’identità del colpevole è ancora ignota agli inquirenti, ma non al capogruppo leghista: chi, infatti, se non un immigrato, potrebbe mai uccidere un italiano per una pizza? Al colonnello Fiazza sarebbe bastato aspettare due ore (meno del ritardo medio di un treno di Salvini) per scoprire che si trattava di un omicidio a chilometro zero: l’autore è Andrea Pellati, italiano di ennesima generazione e residente a due passi dalla pizzeria. Ma a questo punto “serve una riflessione seria e senza ipocrisie”: due ore sono obiettivamente troppe. Oltretutto per conoscere qualcosa che non interessa più a nessuno, la realtà. Con tutti i pregiudizi facili da indossare e già pronti all’uso che ci sono in giro. Migranti. La remigrazione in stile Vannacci e la lezione (non capita) della Brexit di Elsa Fornero La Stampa, 1 luglio 2026 Fare leva sulle emozioni può dare maggior senso di sicurezza, ma favorirà il declino dell’Italia. Può sembrare senza senso paragonare il voto a favore della lista di Vannacci a quello britannico del giugno 2016 sulla Brexit che portò all’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea quattro anni più tardi. Eppure, un substrato comune c’è e non riguarda soltanto le affinità dei rispettivi programmi, bensì il meccanismo politico sottostante. Nelle democrazie mature, il voto non è tanto (o soltanto) un giudizio morale sulle persone quanto una scelta sulle verosimili conseguenze della messa in pratica di ciò che i partiti propongono, anche scontando un certo inevitabile scostamento tra promesse (spesso fatte senza tenere conto dei vincoli economici) e attuazioni (che a quei vincoli sono invece soggette). È per questo che alcune scelte collettive, pur profondamente diverse tra loro, possono essere accomunate da una medesima dinamica: si promettono soluzioni semplicistiche a problemi complessi ma si lascia spazio, col tempo, al rimpianto degli elettori delusi dalla mancata realizzazione dei risultati promessi. La Brexit rappresenta, almeno in Europa, il caso forse più emblematico degli ultimi decenni. Il referendum del 2016 fu vinto facendo leva su un’idea intuitivamente accattivante: “riprendere il controllo”. Controllo delle frontiere, della legislazione, delle risorse finanziarie e di come spenderle, persino dell’identità nazionale. A distanza di un decennio (senza celebrazioni, pare) il dibattito britannico è assai mesto. L’economia è cresciuta meno del previsto, gli investimenti hanno rallentato, il commercio ha incontrato nuovi ostacoli (al di là di quelli ascrivibili ai dazi di Trump), la carenza di manodopera in alcuni settori si è aggravata. Naturalmente non tutti questi problemi derivano esclusivamente dalla Brexit, ma pochi sostengono oggi che i benefici abbiano compensato i costi, e nessuno che li abbiano superati. Anche nel caso della proposta politica di Vannacci si propone una narrazione nella quale problemi profondi - immigrazione, insicurezza economica, declino demografico, perdita dei valori e delle “normalità” tradizionali e conseguente crisi dell’identità nazionale - sembrano affrontabili attraverso soluzioni nette, spesso fondate sulla contrapposizione tra un “noi” e un “loro”. Una narrazione semplice e comprensibile, soprattutto in una società, come quella italiana, che da decenni cresce poco e in cui molte famiglie sperimentano un forte senso di insicurezza. Comprensibile non significa però corretta. L’economia insegna che prosperità e apertura sono storicamente andate di pari passo. L’Italia è (ancora) un paese esportatore, profondamente integrato nelle catene internazionali del valore. Ha bisogno di mercati aperti, di investimenti esteri, di immigrati, di capitale umano qualificato (che oggi invece emigra dal nostro Paese). Pensare che il futuro possa essere costruito restringendo gli spazi di immigrazione, di cooperazione e alimentando una logica di autosufficienza significa ignorare il modo in cui oggi, pur con difficoltà, si crea ricchezza. Ancora più evidenti sono il problema demografico e le sue interconnessioni con la crescita. L’Italia è uno dei Paesi più vecchi del mondo, segno di progresso e di una ancora buona sanità pubblica nonostante la scarsità di risorse. Da anni i decessi superano largamente le nascite e, secondo le previsioni dell’Ocse, la popolazione in età lavorativa diminuirà di circa un terzo nei prossimi tre decenni. Nessuna “politica identitaria” è in grado di modificare questa dinamica nel breve periodo. Servono certamente politiche familiari molto più efficaci, capaci di sostenere davvero chi desidera avere figli. Ma anche se il tasso di fecondità tornasse rapidamente a crescere, occorrerebbero decenni prima che i nuovi nati possano entrare nel mondo del lavoro. Nel frattempo, il sistema produttivo continuerà ad avere bisogno di lavoratori. È per questa ragione che quasi tutti i paesi avanzati, indipendentemente dal colore politico dei governi, ricorrono all’immigrazione. Non tanto per buonismo, ma per necessità economica. Insistere sulla “remigrazione” può servire dare un maggiore senso di sicurezza ma non ha niente a che fare con le politiche necessarie per rallentare il declino. Lo stesso vale per il welfare. Pensioni, sanità e assistenza sono finanziate prevalentemente dai contributi e dalle imposte versate da chi lavora. Quando diminuiscono i lavoratori e aumentano gli anziani, l’equilibrio diventa inevitabilmente più difficile. Ignorare questo dato non elimina il problema; semplicemente lo rinvia, rendendolo più oneroso per le generazioni future. Esiste poi una dimensione sociale spesso trascurata. Le società più dinamiche non sono quelle che cercano continuamente nuovi nemici interni o esterni, ma quelle capaci di valorizzare il merito, attrarre talenti, integrare chi contribuisce alla crescita comune e investire nel capitale umano. Alimentare la diffidenza può produrre consenso nel breve periodo; raramente produce sviluppo nel lungo. Il successo del referendum sulla Brexit ha mostrato quanto sia facile vincere una consultazione popolare facendo leva sulle emozioni e quanto sia difficile governarne le conseguenze economiche. Molti cittadini britannici votarono sulla base di aspettative positive non fondate però su dati e su argomentazioni scientifiche. In molti hanno successivamente cambiato opinione proprio confrontando quelle aspettative con la realtà, comprendendo di avere in realtà votato contro il proprio interesse. Naturalmente, ogni elettore è libero di scegliere. Ma proprio perché il voto è una scelta seria, dovrebbe essere guidato non soltanto dalle paure del presente, bensì anche dalle responsabilità verso il futuro. Né la demografia, né l’economia si modificano con gli slogan. La storia insegna che le scelte collettive più difficili da correggere sono proprio quelle prese inseguendo l’illusione di soluzioni semplicistiche. Il rischio, allora, non è tanto quello di esprimere un voto di protesta. Le democrazie non solo tollerano ma hanno bisogno di proteste. Il rischio è che queste si trasformino in scelte di governo destinate a lasciare, col tempo, lo stesso interrogativo che oggi i britannici si pongono sulla Brexit (ne è valsa la pena?) e lo stesso rimpianto per la risposta negativa offerta dai dati a disposizione. E allora, come diceva Renzo Arbore: “Meditate, gente. Meditate!”. Migranti. Castel Volturno, la regione pone il vincolo dove il governo vuole il Cpr di Fabrizio Geremicca Il Manifesto, 1 luglio 2026 La giunta Fico ha approvato una nuova Zona a protezione speciale opponendosi così alla realizzazione del centro di permanenza per rimpatri. Il presidente della regione Campania Roberto Fico lo aveva anticipato a fine maggio, durante un’assemblea nel centro Fernandes di Castel Volturno, nel casertano, tra tutte le realtà contrarie al Cpr che il ministro dell’interno Piantedosi prevede di edificare cementificando la località La Piana, zona umida di rilevante interesse naturalistico. Ieri la promessa è diventata realtà sotto forma di una nuova Zona a protezione speciale: comprende “aree agricole interne Castel Volturno e Cancello Arnone”, si estende per 4.028 ettari e include i terreni dove il governo vorrebbe edificare il Cpr. La speranza della giunta campana, che ha fatto sua la proposta iniziale avanzata dall’associazione ornitologica per gli studi nell’Italia Meridionale (Asoim) e dall’associazione Elsa, è che la Zps possa aiutare a bloccare il progetto di cementificazione che è previsto dal bando di 43 milioni di euro pubblicato da Invitalia circa due mesi fa. In base al decreto Cutro, i Cpr sono equiparati a strutture per la difesa nazionale. Significa che per costruirli sono ammesse una infinità di deroghe alle norme paesaggistiche, urbanistiche e ambientali. Tuttavia certamente l’iniziativa della giunta Fico pone un altro ostacolo, insieme alla mobilitazione di centinaia di associazioni, dei vescovi e dei parroci, ai propositi governativi. “Le Zps - ricorda Maurizio Fraissinet, ornitologo e presidente dell’Asoim - sono tutelate da direttive comunitarie molto chiare. Quella della giunta regionale è una delibera del sì alla vita e alla natura, che valorizza il nostro lavoro di raccolta di dati scientifici durato diversi anni. Nel sito dove il governo prevede il Cpr ci sono almeno 15 specie di uccelli tutelati dall’Allegato 1. Le più importanti popolazioni di ghiandaia marina e mignattaio della Campania, tanti aironi ed uccelli acquatici, mammiferi e rettili. Un patrimonio di biodiversità da tutelare e valorizzare, non certo da distruggere per il Cpr”. Naturalmente il tema è anche politico: costruire un centro di detenzione in una zona di insediamento di migranti sfruttati nelle campagne e negli allevamenti. Con quella di Castel Volturno, la giunta della regione Campania ha approvato l’istituzione di altre tre nuove Zps, per una superficie totale di oltre 7mila ettari. Sono: Mondragone, Monte Origlio e Bosco Cuccari, Monteverde. Quest’ultima è tra l’altro uno dei non molti siti di riproduzione della cicogna nera in Italia. “Con il via libera della giunta - informa la regione Campania - nei territori interessati scatta il regime di salvaguardia previsto dalle norme europee e nazionali, in attesa dell’adozione di specifiche misure di conservazione”. Migranti. “Che ci faccio qui?”, il senso di ingiustizia dentro i Cpr albanesi di cecilia strada Il Domani, 1 luglio 2026 Insieme ad altre colleghe del Parlamento europeo, siamo entrate nel centro di Gjader, trovando poche decine di persone. Il governo aveva promesso “36mila migranti l’anno”. Il gregge di pecore scende dalla collina, si schiaccia sul piccolo sentiero lungo il muro di cinta, passa davanti al cancello d’acciaio sormontato dalla bandiera italiana. Sui cartelli triangolari, firmati dalla Questura di Roma, c’è il disegno di un serpente e un avviso: “Attenzione rettili”. Eccolo qui il centro di Gjader, fortemente voluto dal governo italiano: inutile, costoso, dannoso. Da quando è stato costruito anche la vita dei pastori è diventata più complicata, questi 70mila metri quadrati di prefabbricati hanno sconvolto l’ambiente, i piccoli corsi d’acqua e le rotte degli animali. Non quella dei rettili, però, che testardamente continuano a cercare di attraversare il centro, da cui i cartelli. Gjader è isolato, e non per caso: doveva essere più lontano possibile dagli occhi degli elettori albanesi. Da qui non si sentono i rumori delle proteste che stanno scuotendo Tirana, tra sagome di fenicotteri e “Rama dimettiti”, ma è chiaro che la situazione per il Protocollo Italia-Albania non potrebbe essere peggiore: per poter cambiare (di nuovo) la destinazione d’uso del centro bisognerebbe modificare il Protocollo; l’idea che possa diventare un “hub di rimpatrio”, prevista dalla nuova normativa europea, sembra insostenibile per un governo che ogni sera vede riempirsi le strade di manifestanti. E intanto il centro sta lì, un monumento allo spreco: questa settimana, insieme ad altre colleghe del Parlamento europeo, siamo entrate per una visita e abbiamo trovato poche decine di persone. Il governo aveva promesso “36mila migranti l’anno!”. Da quando esiste il Cpr ne sono passate poco più di seicento. Oggi si organizzano uno o due trasferimenti a settimana, giusto per non lasciarlo tutto vuoto, ma la gran parte di chi viene portato in Albania poi viene riaccompagnato, libero, in Italia. Arrivano con le fascette ai polsi su un volo della Guardia di Finanza. Ripartono verso l’Italia accompagnati dalla polizia, su un traghetto di linea, insieme ai turisti. Che senso ha? E in mezzo, tra un viaggio e l’altro, c’è la brutalità di Gjader. Le persone che incontriamo chiedono: “Perché? Che ci faccio qui? Mi volete rimandare in un paese che neanche ricordo più”. Già, perché molte delle persone che finiscono qui erano nel nostro paese da dieci, quindici, trent’anni. Hanno mogli e figli italiani, raccontano lo strazio delle videochiamate con i figli che baciano lo schermo del telefono. Un ragazzo era in Italia da meno tempo, neanche otto anni, e parla un italiano decisamente migliore della maggior parte di chi mi insulta sui social network strillando alla “remigrazione”. Ci dice che il nostro è un paese meraviglioso, non vorrebbe andare altrove in Europa. Ha un lavoro, aveva aperto una piccola attività. Se lo rimandano al suo paese d’origine potrebbe subire persecuzioni per via del suo orientamento sessuale, ha chiesto asilo. Un altro ragazzo fa il cuoco, gli scappa l’accento emiliano e la più tipica delle espressioni bolognesi mentre ci racconta la fatica di stare lì. Tienila stretta la tua ironia, gli diciamo, ti sarà preziosa. “Certo, io uso l’ironia. Sennò finirei a tagliarmi come gli altri, ma io non voglio finire così”. Ecco, i tagli. Come sempre, nel registro degli eventi critici del centro di Gjader troviamo atti di autolesionismo, tentativi di suicidio. Diverse proteste, recenti, “per i ritardi dell’ufficio immigrazione”. Qualche rissa. Tra tutti, un generale senso di ingiustizia. Chi è stato in carcere, e ha finito di scontare la pena, chiede perché non può tornare alla sua casa italiana, alla sua famiglia italiana. Come succede ai suoi compagni di cella italiani. Poi ci sono coloro che hanno soltanto irregolarità amministrativa alle spalle, niente condanne, ma un permesso di soggiorno perso per vari motivi, compresa l’esasperante burocrazia italiana. L’unica cosa che accomuna tutti è il senso di questo tempo perso nell’ingiustizia; i giorni, settimane o mesi sprecati qui (“come animali”, ci dice un ragazzo che stringe la foto della sua famiglia) in attesa di un rimpatrio, forse, o molto più probabilmente della liberazione e un traghetto per l’Italia. “Che senso ha?”, ci chiedono. Nessuno. Immigrazione e asilo. Il Patto Ue inciampa già in un tribunale di Giansandro Merli Il Manifesto, 1 luglio 2026 Un giudice di Palermo ha sospeso l’obbligo di dimora imposto dalla prefettura di Agrigento a un cittadino pakistano. Il Patto Ue è già inciampato nella decisione di un giudice. Sabato scorso il tribunale di Palermo ha sospeso l’obbligo di dimora presso il centro di Villa Sikania imposto dalla prefettura di Agrigento a un cittadino pakistano nell’ambito delle procedure accelerate di frontiera previste dai nuovi regolamenti europei. Il provvedimento disponeva la residenza coatta per 12 settimane. In caso di allontanamento A. M. Z. sarebbe stato punito con la cancellazione della sua richiesta di protezione, diventando “irregolare”. Il migrante era sbarcato a Lampedusa il 14 giugno, appena 48 ore dopo l’entrata in vigore delle norme comunitarie. Le avvocate Martina Stefanile e Rosanna Chillemi hanno impugnato l’ordine amministrativo attraverso il reclamo introdotto dal recente decreto legge che dà attuazione ad alcune misure del Patto. Nell’ambito di questa azione legale, che di suo non prevede rimedi immediati, hanno sperimentato l’uso dell’articolo 700 del codice di procedura civile: uno strumento utile a colmare i vuoti normativi che impediscono di far valere un diritto e serve a chiedere al giudice di pronunciarsi con urgenza, prima del merito. Il tribunale ha ritenuto questa leva giuridica non solo “ammissibile” ma anche “necessaria” dal momento che la norma del dl “non contempla specifiche misure cautelari tipiche idonee a sospendere immediatamente gli effetti del provvedimento prefettizio”. Difficile che il governo se le sia scordate. L’obiettivo sembra proprio quello di scongiurare un controllo giurisdizionale sulle decisioni delle autorità di polizia nei confronti dei migranti sottoposti a procedure di frontiera. Del resto lo stesso obbligo di dimora permette, a differenza del trattenimento vero e proprio, di evitare quelle udienze di convalida che, da Modica a Porto Empedocle fino a Gjader, hanno fatto saltare le detenzioni dei richiedenti asilo appena sbarcati. Le toghe le hanno (quasi) sempre bocciate. Almeno finora. In questo caso il giudice ha valutato sia alcuni vizi della procedura di screening in ragione della vulnerabilità del richiedente, sia diverse irregolarità dell’obbligo di informativa legale sui suoi diritti. Soprattutto, ha riconosciuto che l’uomo corre un pericolo imminente, perché gravato da una misura “che incide direttamente sulla libertà personale o comunque di movimento”. Il passaggio più importante della frase è “o comunque” visto che il governo, e sopra di esso le autorità europee, insistono su una distinzione netta tra libertà personale e libertà di movimento che nel secondo caso lascerebbe maggiori spazi di arbitrarietà alla polizia e inferiori garanzie alla persona. Così gli effetti dell’obbligo di dimora sono stati sospesi in via cautelare. Il 13 luglio in sede di camera di consiglio si affronterà il merito della vicenda. Lì sarà esaminata anche la questione di legittimità costituzionale sollevata dalla difesa per violazione dell’articolo 13 sull’inviolabilità della libertà personale senza un atto motivato dell’autorità giudiziaria. Atto che non c’è perché, come spiegato, il decreto non lo richiede. “Questa decisione apre uno dei primi spazi di sindacato giurisdizionale sulla nuova disciplina della procedura di frontiera introdotta dal Patto europeo”, affermano Stefanile e Chillemi. Inoltre: “Conferma come anche il nuovo istituto dell’autorizzazione a soggiornare in un luogo determinato resti soggetto al controllo del giudice ordinario sotto il profilo della corretta applicazione della procedura applicata e tutela effettiva dei diritti fondamentali del richiedente asilo”. Stati Uniti. Ius soli, schiaffo a Trump. La Corte Suprema salva il diritto di cittadinanza per nascita di Simona Siri La Stampa, 1 luglio 2026 Il presidente: “È il male per il Paese”. Resta il divieto per le persone trans di partecipare a gare femminili. il regalo più bello e atteso che gli Stati Uniti potessero ricevere alla viglia dei loro 250 anni. Quello che ne preserva la natura e il significato profondo di Paese nato dalla spinta rivoluzionaria delle colonie, certo, ma anche e principalmente da un’idea di inclusione. Con una decisione non unanime e che ha visto tre giudici contrari - i conservatori Clarence Thomas, Samuel Alito e Neil Gorsuch - la Corte Suprema americana ha confermato il principio della cittadinanza per nascita, respingendo l’ordine esecutivo firmato da Donald Trump il giorno del suo insediamento e che stabiliva che i figli di persone presenti negli Stati Uniti illegalmente o con visti temporanei non fossero cittadini americani. Il principio della cittadinanza per nascita - lo “ius soli” - deriva dalla prima frase del XIV emendamento della Costituzione degli Stati Uniti: tutte le persone nate o naturalizzate negli Stati Uniti e soggette alla loro giurisdizione sono cittadini degli Stati Uniti e dello Stato in cui risiedono. Nel mantenerlo valido, i giudici si sono basati su un’interpretazione ormai consolidata dell’emendamento, adottato dopo la Guerra Civile, e su leggi federali più recenti, stabilendo che chiunque nasca nel Paese, salvo pochissime eccezioni, è cittadino. “La cittadinanza, allora come oggi, rappresentava il diritto di avere diritti: quello di partecipare liberamente alla nostra comunità politica. Gli estensori del XIV emendamento estesero tale promessa a “ogni persona nata libera in questa terra”, ha scritto il Presidente della Corte John Roberts. “Oggi manteniamo quella promessa”. Nel suo tentativo di reinterpretare il XIV emendamento, l’amministrazione Trump ha sostenuto che fosse ormai datato, perché nato originariamente al fine di concedere la cittadinanza alle persone nate in America ed ex schiave in seguito alla Guerra Civile. Una interpretazione restrittiva, quindi, ma centrale alla visione che Trump e il partito repubblicano sotto di lui hanno dell’America e strumentale al loro programma in materia di immigrazione. Un’America che è solo di chi è “già dentro” e che rende sempre più difficile l’ingresso a chi è fuori, sia che si tratti di concedere visti ai lavoratori stranieri sia che si tratti di revocare lo status di protezione temporanea (Tps) per molti migranti, come quelli haitiani e siriani a cui la stessa Corte ha appunto revocato la protezione solo pochi giorni fa. Un diritto, quello della cittadinanza per nascita, che Trump ha più volte definito “una truffa, un male per il Paese”, abusato dagli illegali per venire a fare figli in America. Donald ha già promesso battaglia, dicendo che per cambiare il diritto alla cittadinanza non c’è bisogno di un emendamento della Costituzione ma è sufficiente il Congresso. In passato ha cercato di contrastare con tutte le sue forze lo “ius soli”, addirittura presenziando di persona lo scorso aprile al dibattimento davanti alla Corte Suprema, mossa che nessun presidente aveva mai osato. All’epoca, persino i giudici conservatori si dimostrarono scettici di fronte alle argomentazioni dell’amministrazione. In un passaggio particolarmente critico, la giudice Amy Coney Barrett - nominata da Trump - osservò che persino alcuni schiavi liberati, i cui figli furono la ragione d’essere del XIV emendamento, avrebbero potuto rimanere esclusi dalle sue tutele se il ragionamento di Trump fosse stato in vigore all’epoca. E se le associazioni a difesa dei diritti degli immigrati e della Costituzione festeggiano, alcuni senatori preparano le contromosse: Eric Schmitt (Missouri) ha annunciato un emendamento costituzionale per “ripristinare il sacro legame tra i cittadini americani e il loro governo e per garantire che la cittadinanza rifletta nuovamente lealtà, permanenza e appartenenza alla nazione americana”. La sconfitta di Trump sulla cittadinanza per nascita è stata mitigata da due indubbie vittorie, una delle quali considerata un cavallo di battaglia culturale dei repubblicani. La Corte ha infatti stabilito che le leggi statali del West Virginia e dell’Idaho che vietano alle donne transgender di partecipare a squadre sportive femminili sono costituzionali e non violano la clausola della Costituzione sulla pari protezione né le tutele federali contro la discriminazione basata sul sesso. Scrivendo per la maggioranza, il giudice Brett Kavanaugh ha affermato che le scuole “possono determinare l’idoneità alle attività sportive femminili in base al sesso biologico” e che “la creazione di squadre sportive separate per maschi e femmine biologici è ragionevole”. Al momento, più di ventiquattro Stati hanno introdotto divieti analoghi e la decisione rappresenta un ulteriore passo indietro per la comunità Lgbtq+ da parte della Corte, che di recente ha emesso una serie di sentenze sfavorevoli alle persone transgender americane. In ultimo, la Corte ha anche annullato i limiti imposti alla raccolta fondi e alle spese che i partiti politici possono sostenere a favore dei propri candidati, in vigore dal 1974 grazie a una legge approvata dal Congresso all’indomani dello scandalo Watergate. Una vittoria per i repubblicani: uno dei più forti contestatori della legge era l’allora senatore JD Vance, oggi vice presidente. Dai lager dell’Ice alle macerie di Caracas il tragico destino di cento venezuelani di Gennaro Grimolizzi Il Dubbio, 1 luglio 2026 Dalle macerie del terremoto in Venezuela affiorano, purtroppo, tantissimi cadaveri, pochi superstiti e le storie di chi non avrebbe mai immaginato una calamità così grave. Oltre cento persone risultano disperse sotto i resti di un albergo della città di La Guaira, a nord di Caracas. La struttura, crollata dopo il sisma di una settimana fa, ospitava 146 persone - di cui 19 donne e 7 bambini - espulse dagli Stati Uniti e giunte in Venezuela con un volo da Miami poche ore prima del terremoto. L’arrivo all’aeroporto internazionale “Simón Bolivar” della capitale venezuelana era stato organizzato come ultimo atto della procedura di espulsione avviata dall’Ice, l’agenzia federale di polizia degli Stati Uniti responsabile dell’applicazione delle leggi sull’immigrazione e del controllo doganale. Chi si è salvato a La Guaira ha descritto attimi di terrore e il tentativo disperato per chiedere ai soccorritori di intervenire nell’Hotel Santuario, il luogo in cui erano ospitati i cittadini espulsi dagli Usa. Gli immigrati clandestini erano stati trasferiti da Miami nelle ore precedenti il sisma. Tra i superstiti dell’albergo di La Guaira, una donna di 58 anni, Lisbeth Portillo, che all’agenzia AP ha raccontato di essere riuscita a mettersi in salvo con una ventina di persone. Portillo è stata coinvolta nella campagna di deportazioni di massa dell’amministrazione Trump, dopo aver raggiunto gli Stati Uniti nel 2021 dal Messico. “Ho iniziato a sentire - ha affermato Portillo - un forte scricchiolio e ho visto alcune donne accanto a me cadere. Tutte urlavano chiedendo aiuto con il verificarsi della prima scossa. Con la seconda scossa, avvenuta neanche un minuto dopo, sono caduta e sono finita in uno spazio creato da una trave nel frattempo crollata. Per fortuna sono riuscita a liberarmi, nonostante molte contusioni sono riuscita a camminare e a chiedere aiuto”. Da maggio i rimpatri dagli Stati Uniti si sono intensificati. L’Ice Flight Monitor ha rilevato 288 voli verso 38 Paesi, tra cui, oltre al Venezuela, Burkina Faso, Cambogia, Camerun, Cile e Costa d’Avorio. Secondo l’Ice Flight Monitor, a maggio gli Stati Uniti hanno effettuato 12 voli di rimpatrio verso Caracas, con una frequenza di tre giorni a settimana. I voli con destinazione Venezuela sono ripresi nel febbraio di quest’anno, dopo una pausa di tredici mesi. Nella sua testimonianza Lisbeth Portillo ha confermato il trasferimento nell’Hotel Santuario La Llanada, dove lei e gli altri cittadini espulsi dagli Stati Uniti sono stati sottoposti a visite mediche e hanno ottenuto documenti di identità. Il ritorno effettivo a casa sarebbe avvenuto il 25 giugno. Gran parte delle persone imbarcate sui voli dell’Ice sono andate incontro ad un tragico destino: mandate via dagli Stati Uniti per morire in patria a causa del terremoto. L’ultimo bilancio dei morti intanto è salito a 1.719. La macabra conta viene aggiornata un paio di volte al giorno; il numero delle vittime è comunicato dal presidente del Parlamento, Jorge Rodriguez (fratello della presidente ad interim del Venezuela, Delcy Rodriguez). I feriti sono oltre 5 mila. Al momento 22.619 persone sono ricoverate negli ospedali o nei posti di prima emergenza. Dopo le due scosse del 24 giugno di magnitudo 7,5 e 7,2, si sono contate fino a ieri più di 600 repliche. La macchina dei soccorsi e della solidarietà lavora senza sosta, nonostante la difficoltà a raggiungere ancora molte zone devastate dal sisma. Ieri è arrivato in Venezuela un carico di 47 tonnellate di aiuti umanitari dell’Unicef a sostegno dei bambini e delle famiglie colpite. La spedizione, che si avvale anche del supporto dell’Unione Europea, comprende kit sanitari di emergenza per cure mediche urgenti, tra cui aiuti per garantire parti sicuri, assistenza ai neonati e prevenzione e cura delle malattie. Sono compresi aiuti per la depurazione e lo stoccaggio dell’acqua, tende per allestire spazi a misura di bambino e punti di assistenza, aiuti per la mobilità, tra cui sedie a rotelle, e materiali ricreativi e per lo sviluppo della prima infanzia. Tutto per consentire ai più piccoli di ritrovare un senso di normalità e continuare ad apprendere. “La nostra consegna - ha commentato Roberto Benes, direttore regionale dell’Unicef per l’America Latina e i Caraibi - non poteva avvenire in un momento più critico per i bambini del Venezuela. Le famiglie in tutti gli Stati colpiti hanno urgente bisogno di acqua potabile e di accesso all’assistenza sanitaria. Molti dormono all’aperto, temendo ulteriori scosse di assestamento. Questi aiuti ci consentiranno di fornire ai bambini e alle famiglie ciò di cui hanno più bisogno in questo momento: cure mediche, acqua potabile e spazi sicuri. Ma i bisogni sul campo sono di gran lunga superiori a quanto è arrivato oggi e abbiamo bisogno di un sostegno costante per continuare a potenziare la nostra risposta”. A proposito di infanzia negata - in questo caso dal terremoto -, una bella notizia. Dopo sei giorni sotto le macerie, un bimbo di tre anni è stato estratto vivo da un edificio residenziale nello Stato di La Guaira. Il piccolo si chiama Klieber Moran. A salvargli la vita sono stati i soccorritori giunti dalla Giordania. Una speranza nel Venezuela che non riesce ad immaginare più il proprio futuro.