La vita dietro i muri delle carceri di Vanessa Roghi Internazionale, 19 luglio 2026 Il 14 luglio sono stata alla casa circondariale di Regina Coeli, in via della Lungara, a Roma. La visita è stata organizzata dall’Alleanza per l’articolo 27 della costituzione, una rete di associazioni che da anni monitora la vita nelle carceri. Ne fanno parte, tra le altre, Antigone, il Coordinamento nazionale comunità accoglienti (Cnca), la Società della ragione, l’Arci e molte altre realtà impegnate sui temi della giustizia e dell’esecuzione penale. Nella delegazione c’erano persone che da sempre si occupano di carcere: Hassan Bassi, del Cnca, che ha organizzato l’evento; Stefano Anastasia, garante dei detenuti della regione Lazio; la senatrice Ilaria Cucchi; e Walter Massa, presidente nazionale dell’Arci. Poi c’erano alcuni della cosiddetta società civile, a cui era chiesto di vedere quello che normalmente non si guarda: la vita dei detenuti, quello che sta dietro i muri delle carceri. Entrare nel carcere di via della Lungara è di per sé un’esperienza straniante. È il caso di usare questa parola perché, improvvisamente, una strada centrale di Roma diventa la porta di accesso a un’altra dimensione. Non solo spaziale ma anche temporale, visto che Regina Coeli è stata al centro di alcuni tra i momenti più bui della storia italiana: da qui furono prelevati molti dei 335 detenuti che il 24 marzo 1944 furono uccisi nell’eccidio delle Fosse Ardeatine; qui furono rinchiusi, tra gli altri, Sandro Pertini e Leone Ginzburg, che a Regina Coeli morì il 5 febbraio 1944 dopo le torture subite durante la detenzione. Il fatto che sia un edificio storico pone problemi non da poco anche a chi vi è recluso oggi. Problemi strutturali che determinano, per esempio, difficoltà nel ristrutturarlo, anche per i numerosi vincoli architettonici. Regina Coeli è un ex convento seicentesco, trasformato in carcere dopo l’unità d’Italia e inaugurato come istituto penitenziario nel 1891. Sulla pianta del convento è stata costruita una struttura a bracci radiali evidente se si guarda il carcere dall’alto, su Google Maps, per esempio: ogni edificio è diviso in quattro bracci che convergono in una rotonda centrale, che ricorda il panottico di Bentham. Una suggestione e poco più visto che oggi grazie alle videocamere non c’è bisogno di questo occhio onnipresente. Questa struttura tuttavia è importante averla chiara perché è la causa del fatto che non c’è uno spazio all’aperto degno di questo nome. I cortili interni sono poco più che triangoli sotto al sole, dove, come mi ha fatto notare Stefano Anastasia, non si pone neppure il problema del tempo che si possa dedicare allo sport, perché semplicemente fare sport lì è impossibile. Così le persone, uomini e ragazzi, cercano la poca ombra o camminano a torso nudo, perché è l’unico luogo in cui possono farlo. Vige infatti nel carcere il regime di custodia chiusa: 22 ore al giorno si sta in celle minuscole per tre persone, sei se le celle sono comunicanti. Non in tutte c’è un bagno. Né il ventilatore. Un uomo, parlando con il garante, racconta di essere in carcere da 21 anni. Ne ha quaranta. Racconta di Marco Pannella, che lo riconosceva sempre, ovunque lo incontrasse, e di Rita Bernardini che spesso piegava con lui le lenzuola, perché in 21 anni la lista delle carceri attraversate è lunghissima. Regina Coeli è stata, ed è ancora, uno dei tanti luoghi di passaggio. Essendo una casa circondariale, infatti, ospita soprattutto persone in attesa di giudizio, ma anche persone già condannate in via definitiva a pene brevi o con un residuo di pena inferiore ai cinque anni. Le persone condannate a pene più lunghe sono normalmente destinate alle case di reclusione, anche se, nella pratica, i trasferimenti non sono sempre immediati. Senza punti di riferimento - Le celle, l’ho già detto, rimangono chiuse. Dalle finestre entra aria calda. Le grate consentono di vedere i cortili e, infatti, dai cortili alle celle ci si parla. I detenuti che ho visto stavano perlopiù pulendo oppure si affacciavano alle grate per vederci passare, o per parlare con Ilaria Cucchi e Stefano Anastasia. Erano soprattutto giovani. Molti, a giudicare dall’aspetto e dalle lingue che sentivo parlare, sembravano di origine straniera. È un’impressione che la direttrice conferma poco dopo, spiegandoci che circa il sessanta per cento delle persone detenute è composto da cittadini stranieri o da persone di seconda generazione. Molti non hanno punti di riferimento, né familiari, e soprattutto non hanno un domicilio idoneo. Per questo motivo accedere agli arresti domiciliari o ad altre misure alternative diventa molto più difficile e finiscono spesso per scontare in carcere pene che potrebbero essere eseguite all’esterno. Il carcere offre la possibilità di conseguire qui la licenza media. Però c’è qualcosa che non torna: questo non è un carcere minorile, qui ci sono maggiorenni. Ma molti di loro non hanno la licenza media, appunto, cioè non hanno concluso nemmeno il primo ciclo dell’istruzione obbligatoria. Questo, ovviamente, non parla solo del carcere, ma della società italiana e dei motivi per cui il passo dall’espulsione dal sistema scolastico al carcere può essere davvero breve, soprattutto dopo l’inasprimento delle politiche penali e l’entrata in vigore del cosiddetto decreto Caivano, che ha ampliato le ipotesi di custodia cautelare e irrigidito il trattamento dei minori autori di reato, contribuendo a un aumento degli ingressi negli istituti penali per minorenni e, successivamente, nel circuito penitenziario per adulti. L’elefante nella cella - Non ci sono laureati a Regina Coeli. Non tra i detenuti, ovviamente. Questo non significa che chi ha un titolo di studio non delinqua, ma non sta qui e la casa circondariale finisce spesso per essere usata dal sistema della giustizia come risposta a problemi che hanno a che fare con qualcosa che non c’entra niente con quello che in una democrazia dovrebbe essere la pena. E, sebbene la direttrice si faccia in quattro per spiegarci che quello che stiamo vedendo è davvero il meglio che oggi si possa fare con le risorse che ci sono, resta l’interrogativo di fondo su cosa sia, in questo momento storico, quel “meglio” che immaginiamo. Perché è chiaro che l’elefante nella stanza è la questione della classe sociale, in questo tipo di carcere ci stanno i poveri. Mi tornano in mente le parole di Sergio Zavoli che, dopo aver visitato il manicomio di Gorizia, si chiedeva, e chiedeva agli spettatori di I giardini di Abele: “Ma dunque solo i poveri sono matti?”. Ecco, oggi la domanda è simile: solo i poveri stanno in carcere? Solo i poveri, gli immigrati e le seconde generazioni? La linea del colore in carcere è troppo evidente per essere ignorata. Ma ancora più evidente è la linea della povertà. Il cosiddetto repartino è quello che mi colpisce di più, perché in gioco, in quei corridoi, non c’è solo l’articolo 27 della costituzione, quello che affida alla pena una finalità rieducativa, ma anche, e forse soprattutto, l’articolo 32, che tutela la salute come diritto fondamentale dell’individuo e interesse della collettività. Il repartino è la sezione che accoglie chi ha problemi psichiatrici. La parola stessa fa orrore: “repartino”, fa pensare a “spesino”, “domandina”. Un gergo umiliante e infantilizzante che racconta l’idea che ancora esiste di individui adulti a metà. I materassi di gommapiuma sono vecchi e consumati dal tempo. Alcuni ragazzi e uomini stanno seduti nel corridoio. Uno di loro mi rimane impresso nella mente. Avrà poco più di vent’anni. Fuma una sigaretta di tabacco. Non parla con nessuno, nemmeno ci prova a parlare con noi. Antigone scrive da anni che il disagio psichico è ormai uno dei principali problemi del carcere italiano e che le opportunità di cura, dentro gli istituti penitenziari, sono “del tutto inadeguate”, mentre le condizioni della detenzione risultano “particolarmente patogene”. Il carcere, osserva l’ultimo rapporto, finisce così per accogliere persone che avrebbero soprattutto bisogno di essere curate o che, diagnosticate per la prima volta, scoprono proprio lì di avere questo bisogno. Ma fuori? Si dice che chi entra in carcere “viene dalla libertà”. Ma questa libertà come garantisce il diritto allo studio, alla salute, alla casa? *Storica Gli agenti denunciano: “Ambiente marcio”. Il carcere è da cambiare di Nello Trocchia Il Domano, 19 luglio 2026 Un poliziotto a Domani: “Clima tossico, vessazioni e umiliazioni”. “Io non mi sono mai pentito della mia scelta, ma questo ambiente è marcio, deve essere cambiato”. A parlare così a Domani è un giovane agente penitenziario che lavora in un carcere del Nord, sceglie l’anonimato per evitare ulteriori “problemi”. Da pochi mesi è entrato nel corpo e quello che ha visto nella sua prima assegnazione racconta fatiche e sofferenze di chi indossa una divisa tra celle e blindo. Racconta di vessazioni, addirittura di “umiliazioni professionali” che ha segnalato alle autorità. Ma non è un caso isolato. Lo scorso anno un agente penitenziario si era addirittura dimesso mentre era in servizio a Brissogne, nel carcere di Aosta. E proprio ad Aosta, nei giorni scorsi, alcuni poliziotti hanno preso carta e penna e scritto a sindacati, magistrato di sorveglianza e al difensore civico. Dal Dap, il dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, non è arrivata alcuna risposta, neanche l’attesa ispezione. “Parliamo di presunte intimidazioni, pressioni psicologiche, umiliazioni, utilizzo improprio degli strumenti di controllo e di un clima che avrebbe provocato disagio e sofferenza tra il personale. Tutto questo è indegno di uno Stato di diritto”, ha dichiarato Leo Beneduci, segretario Generale dell’Osapp. Proteste e parole che indicano una strada, un cambiamento necessario spinto dalle nuove leve che devono scontrarsi con vertici assenti e con un clima di assuefazione e conformismo. Rabbia delle nuove leve . Iniziamo dagli agenti che hanno deciso di rompere il silenzio. “Io ho sempre avuto il fascino delle forze armate, ho deciso di entrare in polizia penitenziaria e sono contento della mia scelta. Ma quello che ho visto in questa esperienza è devastante”, racconta il giovane agente a Domani. “Il trattamento riservato a colleghi e detenuti non è accettabile, “tu non capisci niente”, “non capite un cazzo”, con queste frasi i superiori si sono rivolti a noi. I rapporti disciplinari vengono usati come strumenti di controllo e rivalsa”, racconta il poliziotto penitenziario. “C’è la sensazione di essere inutili, o ti adegui o sei fuori. Anche nei confronti dei reclusi ho visto comportamenti vessatori, a volte violenti, è un ambiente tossico dove si vuole scappare. Ora capisco i gesti di autolesionismo e i suicidi”, aggiunge. Ha segnalato tutto alle autorità parlando esplicitamente di abusi di potere. In alcune chat, che Domani ha letto, emerge la frustrazione. “Parliamoci chiaro in queste condizioni non è lavoro, ma un suicidio psicologico”, scrive un agente, ma non si fa attendere la risposta. “Ma vai a zappare la terra”, gli risponde un collega che non condivide il quadro inquietante descritto. Emergenza caldo: in carcere si soffre, chiuso il tribunale di Palermo La minigonna no Intanto in carcere ci sono i problemi di sempre, sovraffollamento, suicidi, condizioni indegne di un paese civile. Mentre alcuni agenti tentano di cambiare le cose provando a sfidare il sistema c’è chi riporta le lancette indietro nel tempo. A Vasto, in Abruzzo, il comandante di reparto mentre regala perle sui social, che corrono veloci nelle chat degli agenti, invia disposizioni a dir poco discutibili. In particolare quella diramata il 3 luglio. Già l’oggetto chiarisce il tema: “Abbigliamento adeguato per l’accesso in istituto”. Il dirigente Sandro Sabatini chiede “un abbigliamento rispettoso del decoro”. Per farlo dispone: “A tutti coloro che accedono e si muovono a vario titolo in questa struttura penitenziaria, compreso il personale che alloggia in caserma, di tenere un abbigliamento rispettoso del decoro evitando di indossare capi quali: pantaloncini, ciabatte od infradito, minigonne o abiti troppo succinti”. Fuori da ogni logica - Il comandante di reparto vuole che nessuno resti disinformato e così chiede che: “La presente disposizione sia letta dal coordinatore sorveglianza generale in conferenza di servizio per 5 giorni consecutivi”. Le minigonne e il dress code sembrano la priorità di Sabatini, ma se qualcuno dovesse violare la disposizione? “Il personale addetto al Block House non consentirà l’accesso a uomini e donne abbigliati in modo difforme da quanto sopra indicato. Si assicuri l’esatto adempimento di quanto disposto”, si legge nel documento consultato da Domani. “Io penso che con tutti i problemi e l’emergenza che vive il mondo penitenziario l’amministrazione e chi la rappresenta ai vertici massimi, come un comandante di reparto, dovrebbero occuparsi di altro. Non certo delle minigonne di chi accede nell’alloggio di servizio in carcere. Una disposizione fuori di ogni tempo”, dice Gennarino De Fazio, segretario della Uil penitenziaria. “Una disposizione per noi illegittima, lesiva di diritti costituzionali, che faccio fatica a commentare. Mi viene da dire solo una cosa: al personale venga fornito il metro per misurare le gonne di chi accede all’istituto. Siamo fuori da ogni logica, nel carcere di Vasto c’è altro di cui occuparsi”, conclude De Fazio. La Grazia e i giochi politici di Giovanni Bianconi Corriere della Sera, 19 luglio 2026 Caso Roggero: il tentativo di fare subito pressione sul Quirinale trasforma una vicenda giudiziaria in uno scontro tra schieramenti. Le parole pronunciate da Mario Roggero prima di entrare in carcere - una sorta di sfida lanciata al presidente della Repubblica: “Penso che dovrebbe mettersi una mano sulla coscienza” - hanno reso evidente quanto la disputa accesasi intorno a questa vicenda prima di cronaca e poi giudiziaria sia diventata eminentemente politica. Con l’altrettanto evidente tentativo di tirarvi dentro la più alta delle istituzioni, quella che deve garantire il rispetto delle regole. Un gioco pericoloso, di cui (forse) si sono resi conto gli stessi che l’hanno cominciato; come il leader leghista Matteo Salvini, che ieri ha abbozzato una maldestra retromarcia: “Non facciamo pressione su nessuno” poiché è il capo dello Stato “l’unico che può decidere modi e tempi” dell’auspicato provvedimento di clemenza. Ma se un’ora dopo la sentenza definitiva, prima ancora che il condannato cominci a scontare la pena, si invoca la grazia per riparare un’asserita ingiustizia (e addirittura il governo, attraverso il ministro Guardasigilli, si fa carico di sostenere la richiesta con l’improvvido annuncio di un’istruttoria avviata quando ancora non c’era niente da istruire), è difficile non intravedere le pressioni. E una strumentalizzazione del ruolo del Quirinale, che invece andrebbe sempre salvaguardato e tenuto fuori dall’agone politico. Sarebbe bastato che il ministro della Giustizia attendesse ventiquattr’ore e la domanda di clemenza presentata l’indomani dalla moglie del condannato, per evitare la burrasca. Invece è voluto intervenire subito, per non rimanere indietro rispetto alla propaganda montante, e Sergio Mattarella l’ha dovuto richiamare per ricordare a tutti i principi che disciplinano lo strumento della grazia. Anche sulla base di una prassi che s’è consolidata in ottant’anni di storia repubblicana. Non a caso sono stati fatti circolare, per chi lo ignorava o fingeva di ignorarli, quelli ribaditi da Giorgio Napolitano quando sedeva al Quirinale nel 2008; che a sua volta citava un intervento del suo predecessore Oscar Luigi Scalfaro del 1997, rivolto ai presidente delle Camere, nel quale sosteneva che un provvedimento di clemenza concesso “a breve distanza” dalla condanna definitiva, assumerebbe “il significato di una valutazione di merito opposta a quella del magistrato, configurando un ulteriore grado di giudizio che non esiste nell’ordinamento e determinando un evidente pericolo di conflitto di fatto tra poteri”. A ben guardare però, è proprio questo che cercano i politici sostenitori della grazia a Roggero, in una gara tutta interna alla destra che vede rincorrersi tra loro in primo luogo la Lega e il neo-partito del generale Vannacci, e a seguire gli altri alleati della coalizione: un rimedio a una condanna considerata iniqua. Sull’onda di slogan tipo “la difesa è sempre legittima”, che peraltro suona come una contraddizione in termini perché se così fosse non ci sarebbe bisogno di un articolo del codice penale per stabilire quando è legittima e quando no. Ma è davvero un’ingiustizia da rimediare la sentenza che ha condannato per omicidio il gioielliere che ha ucciso due rapinatori e ferito un terzo dopo averli inseguiti all’esterno del negozio mentre erano in fuga? Tre diverse corti (quella di assise di Asti, di assise d’appello di Torino e la Cassazione a Roma) composte complessivamente da nove giudici togati e dodici popolari (estratti a sorte tra la cittadinanza) hanno detto di no, con tre verdetti (l’ultimo ancora privo di motivazioni che verranno depositate entro tre mesi) che non si sono mai smentiti l’un l’altro riguardo la colpevolezza dell’imputato. Sancita, tra le varie prove, da un video che lascia pochi dubbi su come si sono svolti i fatti. Chi invoca la grazia immediata, invece, ritiene che sì, si tratta di un’ingiustizia, e lo dice esplicitamente; basta leggere le decine di dichiarazioni dei politici esponenti della maggioranza di governo. Siamo di fronte alla politica che contesta (legittimamente, sul piano delle opinioni) una decisione della magistratura, e per correggerla invoca l’intervento del garante del rispetto delle regole; richiesta molto meno legittima, perché innesca un corto circuito a cui quello stesso garante non può che sottrarsi. Anche per salvaguardare le eventuali valutazioni che dovrà fare — a tempo debito e di carattere essenzialmente umanitario, senza entrare nel merito delle sentenze — sul senso della pena da scontare in carcere per detenuti che si trovano (o si sono trovati quando hanno commesso il reato) in condizioni molto particolari. Come Mario Roggero, e come molti altri condannati. La legittima difesa riscritta nel 2019, i veri poteri del Colle: cosa non si sa del caso Roggero di Angelo Picariello Avvenire, 19 luglio 2026 Alla campagna in corso a favore del gioielliere condannato a 14 anni, andrebbero aggiunti alcuni elementi: la magistratura applica norme che hanno già ampliato la protezione delle vittime mentre era vicepremier lo stesso Salvini (oggi a Bollate), i limiti costituzionali vanno tenuti presente e al Quirinale non si può chiedere un’indebita intromissione nelle valutazioni dei giudici. Strano Paese, il nostro, che mostra dimestichezza con i tecnicismi quando a tema sono le regole pallonare del fuorigioco, ma dimostra riluttanza a tener in conto le norme poste a presidio del valore più grande, ossia il diritto alla vita. Anche solo a stare ai valori laici della Costituzione dovrebbe essere chiaro che la civiltà di una nazione si misura dai diritti, non preclusi nemmeno ai detenuti o ai delinquenti colti sul fatto. La legge del “taglione” è stata superata da un pezzo e la pena di morte, vietata per lo Stato, non può essere legittimata per il privato cittadino, nemmeno a quello esasperato da minacce ripetute alla sua attività e alla sua famiglia. I magistrati sul caso Roggero, d’altronde, non hanno fatto altro che attuare una norma riscritta proprio da un governo che vedeva Matteo Salvini (oggi a Bollate per un presidio di solidarietà, ndr) vicepremier, nel 2019, per ampliare l’ambito della legittima difesa, senza però ledere i principi cardine del pericolo attuale e della reazione proporzionata, che avrebbero reso altrimenti incostituzionale la norma in questione. Principi del tutto assenti nel caso di specie. E, tuttavia, non è per una valutazione nel merito che il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha inteso stoppare sul nascere l’iniziativa del ministro della Giustizia, Nordio, ma - nel metodo - per totale carenza dei presupposti. Si sarebbe creato un precedente pericoloso e il Quirinale ha riaffermato, citando l’ex presidente Luigi Einaudi, l’esigenza di lasciare intatte al successore le sue prerogative. L’istanza infatti doveva e deve partire o da una richiesta del condannato o da un’autonoma iniziativa del capo dello Stato, non dal governo. Non si può d’altronde concepire la grazia come una sorta di quarto grado di giudizio. In questo caso, poi, si è andati oltre: si è ipotizzata una sorta di “sostituzione” della magistratura giudicante mettendo in discussione la sentenza definitiva ancor prima, persino, che fossero rese note le motivazioni della Cassazione. L’indignazione popolare è per certi versi comprensibile, contiene la pietà da riservare a chiunque, vittima di continui soprusi, si trovi a diventare omicida perdendo il controllo delle sue azioni. Ma è evidente che non si poteva, e non si può, chiedere a Mattarella, che è presidente del Csm, garante del corretto equilibrio fra poteri, un’iniziativa di indebita intromissione nella sofferta valutazione dei magistrati, che di queste attenuanti hanno tenuto conto. La sensazione allora è che, in questo clima di pre-campagna elettorale, si sia ancora una volta tentato di tirar dentro il capo dello Stato. Solo ora Mario Roggero, dopo aver combattuto una battaglia contro le decisioni dei magistrati incompatibile con un’istanza di grazia, parla per la prima volta di pentimento, accanto peraltro ad altre dichiarazioni fuori luogo, riferite ad altri casi, come quello di Nicole Minetti, che con questo non ha niente a che vedere, non essendo mai stata messa in discussione, in quel caso, la decisione dei magistrati, sulla quale il capo dello Stato non ha titolo per intervenire. Minniti: “La sicurezza resta un cardine, ma quella di Roggero non è stata legittima difesa” di Goffredo Buccini Corriere della Sera, 19 luglio 2026 L’ex ministro dell’Interno: “La grazia non può essere un quarto grado di giudizio”. La battaglia politica sul gioielliere Mario Roggero condannato a 14 anni e 9 mesi sta lì, strillata sulle prime pagine di tutti i giornali. E tracima nei social, con un sovraccarico popolare di tensioni e rancori che attraversano e spaccano il Paese: legittima difesa, risposte delle forze di polizia, criminalità e microcriminalità nel nostro quotidiano. Sono questioni su cui Marco Minniti ha speso una vita. Già sottosegretario con delega ai Servizi segreti, poi ministro degli Interni. Da presidente di Med-Or Italian Foundation è deciso a tenersi fuori dalla rissa quotidiana. Ha scelto un’altra vita, mi spiega, a costo di sembrare reticente. Ma non abbandona il binomio che lo ha accompagnato per tanti anni e che è diventato il titolo di un suo saggio del 2018, quando il Viminale era la sua trincea: Sicurezza è libertà, mi dice: “Con l’accento sulla “e”. Le due parole sono strettamente connesse”. Traduciamo: per proteggere la libertà dei cittadini, specialmente dei più vulnerabili, è fondamentale garantire la sicurezza, contrastando la paura. È così? “Per rendere la cosa ancora più chiara, non è possibile fare uno scambio per cui si dice “io ti do più sicurezza e tu rinunci alla tua libertà”, perché una democrazia che dovesse ragionare così sarebbe una democrazia che sta per morire o è già morta”. Del resto, è vero anche l’opposto, come dimostrano i fatti di cui stiamo parlando. “Già. A che mi serve la libertà se io non ho la sicurezza di camminare per strada? Se non ho la possibilità di esprimere fino in fondo le condizioni prime dell’idea di libertà? La parola sicurezza è la spina dorsale di ogni democrazia. A maggior ragione oggi nel terzo millennio”. Perché il caso Roggero colpisce tanto l’opinione pubblica? “Tre cose. Primo: anatomia dell’evento. La ricostruzione fatta nei tre gradi di giudizio è inequivoca. Non c’era e non c’è mai stata una minaccia imminente, neanche residua, e tutto ciò viene ricostruito attraverso immagini che davvero sono difficilmente equivocabili. Dunque, la prima risposta è: non è stata legittima difesa”. La seconda? “Si può discutere, dissentire sulla pena, sul risarcimento. E tuttavia su un punto bisogna essere molto chiari. Il compito del sistema giudiziario italiano è fare giustizia. Applicando la legge che, nella separazione dei poteri sancita dalla nostra carta costituzionale, non è fatta dal sistema giudiziario ma è fatta dal Parlamento. Si tratta di fare giustizia e non di cercare consenso”. Ecco, mi pare che il terzo nodo stia qui... “Questo è il tema delicatissimo che è stato posto dalla vicenda Roggero. Cioè, se è possibile che a un certo punto, in una democrazia, oltre la giuria popolare e i tre gradi di giudizio sia possibile fare intervenire una sorta di super giuria popolare”. Sta pensando ai social? “Ma sì, certo. Una super giuria popolare che attraverso la comunicazione social esprime il suo giudizio su un atto giudiziario. Stiamo parlando di una comunicazione incontrollata e dunque manipolabile. È un punto delicatissimo. È evidente che quando si emette una sentenza si toccano anche delle corde di sensibilità popolare. E tuttavia tutto questo deve essere separato dal giudizio. E deve essere rispettato il ruolo della magistratura”. La grazia è una strada percorribile? “Adesso c’è una richiesta di grazia. E spetta esclusivamente al presidente della Repubblica sulla base di un’istruttoria fatta dal ministro della Giustizia. Un atto di per sé unilaterale, ripeto, di competenza del presidente della Repubblica. E tuttavia…”. Tuttavia? “Mi si consenta di dire che una richiesta non può essere collocata dentro il contesto di altre decisioni”. Si riferisce alla grazia a Nicole Minetti e a quella, parziale, allo scafista Alaa Faraj? “Veda lei i casi concreti. Il fatto di evocare altri episodi trasmette un messaggio, come se si volesse esercitare una pressione sulla più alta carica dello Stato: cosa, in questo percorso, assolutamente inaccettabile”. Stiamo equivocando qualcosa sul senso della grazia? “Beh, la grazia non può essere un quarto grado di giudizio”. Oggi molta parte del dibattito ruota sulla distanza tra le statistiche sulla criminalità e la sicurezza percepita. Si sostiene che i reati maggiori diminuiscano e che, tutto sommato, l’allarme sociale sia frutto solo di propaganda. È così? Le chiedo, in modo diretto: esiste in Italia un’emergenza sicurezza? “La sicurezza è un sentiment. Non bastano le statistiche. Bisogna essere capaci di guardare alla sicurezza quotidiana, ai furti in appartamento, alle rapine. Non si deve sottovalutare questo tipo di realtà che impatta sulla vita delle persone e, soprattutto, delle persone più deboli. Perché questo ha a che fare con il popolo. Che vive nei quartieri. Che va a fare la spesa ogni giorno o che prende l’autobus ogni mattina per andare a lavorare”. Parte della destra, proprio alla luce del caso Roggero, invoca una sorta di estensione illimitata del concetto di legittima difesa, una disinvoltura sull’uso di armi da fuoco che non appartiene alla nostra tradizione e alla nostra cultura. L’Italia rischia una sorta di deriva “americana”? “In una democrazia il monopolio della forza deve essere dello Stato. Questo è un elemento decisivo del contratto sociale. Le forze di polizia sono e restano un cardine della spina dorsale democratica di questo Paese”. “L’antimafia dei bambini”: ecco la legge bipartisan per salvare i minori dai clan di Paolo Foschini Corriere della Sera, 19 luglio 2026 Approvata definitivamente e all’unanimità la legge “Liberi di scegliere” portata alla Camera da Chiara Colosimo (FdI)e in Senato da Enza Rando (Pd), relatrice Erika Stefani (Lega): nuova identità e protezione ai figli delle famiglie mafiose per “offrire loro un futuro nella legalità”. “Quest’anno, nel ricordare Paolo Borsellino e gli agenti della sua scorta nel trentaquattresimo anniversario della strage di via D’Amelio del 19 luglio, vogliamo raccontare anche un’altra antimafia: l’antimafia dei bambini. Perché la mafia non ha colpito solo magistrati, servitori dello Stato e giornalisti. Ha colpito anche i più piccoli, rubando loro la vita o il futuro”. Lo dichiara la senatrice del Partito democratico Enza Rando, prima firmataria in Senato del disegno di legge “Liberi di scegliere”, ora legge, nata per offrire ai figli delle famiglie mafiose la possibilità concreta di spezzare il vincolo criminale e costruire una vita diversa. In principio fu un protocollo adottato su base volontaria dai tribunali di Reggio Calabria, Catania, Palermo e Napoli. Adesso ovunque in Italia ci sia un minore nato o cresciuto in una famiglia criminale o mafiosa, la cui incolumità sia ritenuta a rischio a causa delle attività illecite della famiglia, sarà possibile allontanarlo da quel contesto e offrirgli un futuro diverso. La legge approvata in via definitiva il 15 luglio dal Senato gli consentirà infatti a) il trasferimento in un luogo protetto; b) nuovi documenti; c) una nuova identità, come per i collaboratori di giustizia. Non secondario l’aspetto economico visto che, se finora era stata soprattutto la Cei a contribuire alle spese per la scuola e il mantenimento dei minori coinvolti, ora sarà lo Stato a farsene carico attingendo ai fondi previsti per i collaboratori di giustizia (fino a due milioni di euro l’anno), a quelli per le “esigenze indifferibili” (1,3 milioni nel 2026, 7 milioni nel 2027, quasi 10 nel 2028 e 10,6 nel 2029) e a quelli stanziati per la “rieducazione dei minori” con la finanziaria 2024 (mezzo milione nel 2026, 2 milioni nel 2027). La relatrice Erika Stefani, senatrice della Lega, ipotizza che nel primo biennio potranno essere 425 le persone che beneficeranno del programma. E il magistrato Roberto Di Bella, promotore del protocollo iniziale, spiegava che fino al marzo 2024 erano “circa 150 i minori tutelati, 30 le donne entrate nel progetto, sette quelle diventate collaboratrici o testimoni di giustizia, mentre due ex boss avevano avviato percorsi per proteggere i loro figli”. Il percorso della legge, passata infine all’unanimità, aveva avuto una gestazione bipartisan e una volta avviato era andato avanti piuttosto spedito. La presidente della commissione antimafia Chiara Colosimo, deputata di Fratelli d’Italia, e la coordinatrice del comitato “Cultura della legalità e protezione dei minori” Enza Rando, senatrice del Pd, avevano presentato due testi - appunto uno alla Camera e l’altro al Senato - nel novembre 2025. Il primo è stato approvato lo scorso 2 luglio a Montecitorio e successivamente è stato accorpato al secondo per essere votato definitivamente all’unanimità il 15 luglio dai senatori di Palazzo Madama. “È una legge forte, giusta, nata dal coraggio di chi ha deciso di spezzare il destino che la criminalità voleva imporre”, ha dichiarato la deputata FdI. “Lo Stato ha proseguito la senatrice Pd - ha compiuto una scelta di speranza: dice a quei ragazzi e a quelle ragazze che il loro futuro appartiene a loro, non ai clan. Quando lo Stato offre a bambini e bambine la possibilità di scegliere, rende più forte la democrazia e più debole la mafia”. Così Enza Rando ha voluto ricordare “Giuseppe Cutruneo di 8 anni e Rosario Montalto di 11 anni, uccisi nel 1987 a Niscemi mentre stavano giocando per strada; Giuseppe Letizia, il bambino di 13 anni ucciso a Corleone nel 1948 perché aveva assistito all’omicidio del sindacalista Placido Rizzotto; Domenico “Dodò” Gabriele, 11 anni, colpito a morte nel 2009 su un campo di calcetto a Crotone, vittima innocente di un agguato di ‘ndrangheta; Giuseppe Di Matteo, rapito nelle campagne di Altofonte, in provincia di Palermo, nel 1993, quando aveva 12 anni, e assassinato nel 1996, a pochi giorni dal suo quindicesimo compleanno, dopo 779 giorni di prigionia. Erano bambini e la mafia non ebbe pietà”, sottolinea la senatrice. E conclude: “Le mafie cercano da sempre di tramandare il proprio potere di padre in figlio, trasformando i bambini in eredi di violenza e illegalità. La nostra risposta è esattamente opposta: restituire a quei bambini il diritto all’infanzia, allo studio, alla libertà e alla speranza. Significa entrare nelle periferie, investire nella scuola, nella cultura, nei servizi educativi e sociali, perché è lì che si costruisce la vera alternativa al potere mafioso. La migliore eredità che possiamo raccogliere dall’insegnamento di Paolo Borsellino è fare in modo che nessun bambino abbia più un destino imposto dalla mafia, ma sia davvero libero di scegliere la propria vita”. Genova è uno spartiacque, la strada fino al reato di tortura in tribunale di Marika Ikonomu Il Domani, 19 luglio 2026 Dai fatti del 2001 sono serviti altri 12 anni per introdurre una fattispecie di compromesso. In nove anni diversi i processi avviati: “È importante nominare questo delitto nelle aule”. Genova è uno spartiacque. In quel luglio del 2001 è nata la consapevolezza di una mancanza: non c’era la possibilità di punire coloro che si erano macchiati di crimini contro l’umanità. Sono serviti altri 12 anni per riuscire a introdurre nell’ordinamento il delitto di tortura, previsto dalla Convenzione Onu ratificata dall’Italia nel 1989. Se nel 2001 ci fosse stato il reato di tortura, spiega Simona Filippi, avvocata dell’associazione Antigone, “non c’è dubbio che i processi sui fatti di Genova sarebbero andati diversamente”. La configurazione del reato non è solo una questione di pena, aggiunge, ma significa “dare un giusto nome a quello che accade, e fa la differenza: diverse pronunce hanno parlato di “tortura di Stato”“. Anche per Francesco Romeo, avvocato di parte civile nei processi sulle violenze agite nella scuola Diaz e nella caserma di Bolzaneto, “sicuramente ci sarebbe stato un diverso svolgimento dei processi e condanne a pene più elevate”. I giudici chiamati a valutare questi fatti hanno dovuto prendere atto del vuoto legislativo, riconosciuto nel 2015 anche dalla Corte europea dei diritti dell’uomo che, nel caso Cestaro, ha condannato l’Italia per i fatti della Diaz, qualificandoli come atti di tortura. Tre anni prima, era stato il tribunale di Asti a mettere nero su bianco questo vuoto, in un procedimento sulle violenze quotidiane subite da due detenuti. Pur qualificandosi come tortura ai sensi della Convenzione, avevano sottolineato i giudici, gli agenti della penitenziaria non potevano essere perseguiti come tali perché non esisteva il reato. Dunque, la previsione di una fattispecie avrebbe probabilmente cambiato le sorti non solo di procedimenti relativi alla repressione del dissenso, ma anche quelli che indagavano le violenze della polizia. Ad esempio, dice il presidente di Antigone Patrizio Gonnella, il caso di Stefano Cucchi “ha le caratteristiche del delitto di tortura”. Venticinque anni dopo il G8 di Genova resta la domanda più inquietante: potrà accadere di nuovo? Nominare la tortura Antigone, insieme ad Amnesty International, ha portato avanti una battaglia quasi trentennale per l’introduzione del reato nell’ordinamento. Il 14 luglio 2017, con la legge 110, sono stati inseriti nel Codice penale gli articoli 613 bis e ter (reato di tortura e istigazione alla tortura). Un lungo iter parlamentare e molte pressioni hanno prodotto una disposizione ampiamente modificata rispetto al testo originale. Tanto da portare l’allora senatore Luigi Manconi, promotore della legge, ad astenersi perché la considerava “mediocre”. Tra le critiche, il fatto che la tortura per mano di pubblici ufficiali sia un’aggravante e non un reato specifico. Antigone e Amnesty nel 2017 si sono prese con altri la responsabilità di appoggiare un testo non del tutto conforme alla Convenzione Onu ma che ha permesso finalmente di “nominare la tortura nei tribunali”, dice Gonnella. In nove anni sono stati diversi i processi avviati con l’accusa di tortura, molti ancora in corso, alcuni terminati anche con condanne. Come il processo sulle violenze brutali inferte su una persona detenuta da alcuni agenti di polizia penitenziaria nel carcere di San Gimignano, condannati in primo e secondo grado. Un procedimento arrivato alle Sezioni unite della Cassazione, che a settembre determineranno il destino del reato chiarendo se il secondo comma - che punisce il delitto commesso da un pubblico ufficiale - possa o meno essere interpretato come fattispecie a sé. “Un filone importante comprende i processi nati durante il periodo Covid”, racconta Filippi, che per Antigone segue i procedimenti per tortura nei penitenziari. Ricorda quello di Torino, concluso in primo grado, di Modena, ancora oggi davanti al gip con un’altra richiesta di archiviazione. E quello che viene definito il più grande procedimento penale per torture in Europa, per numero di imputati e per la portata delle condotte, sul “pestaggio di massa” nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. Sanguinanti e in ginocchio: le nuove immagini della mattanza di stato Ridimensionamento Il vero punto critico della legge è però per Filippi quanto riesce ad emergere nei processi, cioè “quello che può essere ritenuto un uso più o meno legittimo della forza da parte degli agenti della penitenziaria”. Le telecamere restano poi centrali nella ripresa di luoghi oscuri sottratti allo sguardo: “Se non ci fossero state le immagini video nel caso di Santa Maria Capua Vetere, penso che il processo non si sarebbe fatto”, dice l’avvocata. Rimane però il problema dell’identificazione degli agenti. La società civile si batte da 25 anni per l’introduzione dei codici identificativi sulle divise, ma - spiega Gonnella - “non si riesce a fare nessun passo avanti, in nessun corpo di polizia”. Perché, aggiunge Romeo, “le forze dell’ordine hanno un peso politico”. Due proposte di legge, del M5s e di Fratelli d’Italia, mirano infatti a modificare e a derubricare il reato. Sebbene non sia ora tra le priorità della maggioranza, sono tentativi che hanno preoccupato il Comitato Onu contro la tortura, che ha sottolineato come, nella pratica, non tutte le misure di salvaguardia sarebbero sufficientemente garantite. “Stiamo vivendo una legislatura in cui l’esecutivo governa con il codice penale. Adesso quel codice fascista non basta più”, conclude Romeo, che nota “un aumento del diritto penale del nemico - il dissenso, la marginalità e la persona migrante - e l’inaugurazione del diritto penale dell’amico”. Per l’avvocato, c’è un filo rosso che lega il governo Meloni a quello che è accaduto 25 anni fa: la giustificazione dell’operato delle forze dell’ordine. I tentativi di abolire il reato di tortura in Italia: cosa prevede la legge e le proposte in campo Campania. La richiesta di Avs in Regione: “Fondi per le stanze dell’affettività dei detenuti” di Ciro Pellegrino fanpage.it, 19 luglio 2026 Ordine del giorno di Andreozzi e Ceparano (Avs): protocolli con il Dap, risorse per adeguare gli istituti e tavolo permanente. La Regione Campania sostenga la realizzazione delle cosiddette “stanze dell’affettività” nelle carceri del territorio, destinate ai colloqui intimi tra detenuti e partner. È quanto chiedono i consiglieri regionali di Alleanza Verdi e Sinistra Rosario Andreozzi e Carlo Ceparano con un ordine del giorno depositato in Consiglio regionale. L’atto prende le mosse dalla sentenza 10 del 2024 della Corte costituzionale, che ha dichiarato “illegittimo il divieto assoluto di colloqui riservati tra le persone detenute e il coniuge, il partner dell’unione civile o la persona stabilmente convivente”. Una decisione che ha aperto alla possibilità di incontri senza controllo visivo del personale penitenziario, riconoscendo il diritto all’affettività come parte della tutela della dignità della persona e della funzione rieducativa della pena. Con l’ordine del giorno, Andreozzi e Ceparano chiedono al presidente della Regione Roberto Fico e di “promuovere protocolli d’intesa con il Provveditorato regionale dell’amministrazione penitenziaria, il Garante dei detenuti e le Asl competenti per favorire l’applicazione della sentenza negli istituti campani”. Il documento propone inoltre di valutare lo stanziamento di risorse regionali per adeguare gli spazi destinati ai colloqui intimi e finanziare progetti socio-educativi a sostegno delle relazioni familiari delle persone detenute. Tra le richieste figura anche l’istituzione di un tavolo tecnico permanente tra Regione, direzioni delle carceri e Terzo settore per monitorare l’attuazione uniforme del diritto all’affettività. Nel testo si evidenzia come la Campania ospiti una delle popolazioni detenute più numerose d’Italia e come istituti come Poggioreale, Secondigliano e Santa Maria Capua Vetere soffrano di criticità strutturali e sovraffollamento, condizioni che renderebbero necessario un intervento coordinato anche sotto il profilo sanitario e sociale. L’ordine del giorno non introduce un nuovo diritto né stanzia fondi immediati: si tratta di un atto di indirizzo politico con cui il Consiglio regionale, se lo approverà, impegnerà la giunta a collaborare con l’amministrazione penitenziaria per dare concreta attuazione ai principi fissati dalla Consulta. Viterbo. Ventiseienne ucciso a Mammagialla: indagati 9 detenuti Corriere di Viterbo, 19 luglio 2026 Nove detenuti sono stati iscritti nel registro degli indagati dalla procura nell’ambito dell’inchiesta sull’omicidio avvenuto giovedì scorso all’interno del carcere di Mammagialla, costato la vita al detenuto 26enne marocchino Mohammed Channoun. Le accuse sono omicidio in concorso e rissa aggravata. L’obiettivo degli inquirenti è quello di ricostruire le responsabilità di ciascuno dei partecipanti allo scontro e individuare chi abbia sferrato il fendente mortale a Mohammed Channoun, che è stato ucciso con una coltellata alla schiena. Per chiarire le cause del decesso è stata disposta l’autopsia, mentre un ruolo decisivo nell’inchiesta l’avranno le immagini delle telecamere di videosorveglianza della casa circondariale di Viterbo, che sono state già acquisite dagli investigatori. I filmati dovranno consentire di ricostruire la dinamica della rissa e, di conseguenza, attribuire le singole responsabilità. L’indagine della procura, coordinata dal pubblico ministero Flavio Serracchiani e dal procuratore capo Mario Palazzi, è affidata alla squadra mobile della questura e alla polizia penitenziaria, con il supporto della polizia scientifica per i rilievi. Stando ai primi accertamenti, durante la rissa sarebbero stati utilizzati oggetti contundenti e armi rudimentali che i detenuti si sarebbero fabbricati da soli. Castrovillari (Cs). La Garante aderisce alla mobilitazione nazionale: “Non c’è più tempo” ecodellojonio.it, 19 luglio 2026 La Garante comunale Tina Zaccato raccoglie l’appello della Conferenza nazionale dei Garanti. Al centro sovraffollamento, salute, misure alternative e tutela dei bambini presenti negli istituti Carceri, Castrovillari aderisce alla mobilitazione nazionale: “Non c’è più tempo”. Anche Castrovillari partecipa alla mobilitazione nazionale sui diritti nelle carceri. La Garante comunale delle persone private della libertà personale, Tina Zaccato, ha comunicato l’adesione all’iniziativa promossa dalla Conferenza nazionale dei Garanti, denominata “Alleanza per l’articolo 27 della Costituzione”, nata per tenere alta l’attenzione sulle condizioni di vita all’interno degli istituti penitenziari italiani. “Esistono una serie di criticità ed è arrivato il tempo di agire”, afferma Zaccato, sottolineando come il ruolo del Garante sia proprio quello di “tenere alti i riflettori sulle condizioni di vivibilità del carcere”. Tra le proposte rilanciate anche da Castrovillari c’è un intervento immediato per i detenuti con un residuo di pena non superiore a un anno, per i quali si chiede l’accesso a misure alternative alla detenzione. A questo si aggiunge l’ampliamento della liberazione anticipata, con una detrazione di pena che dovrebbe passare dagli attuali 45 giorni fino a 74-75 giorni per ogni semestre, per chi partecipa positivamente ai percorsi trattamentali. Attenzione anche al tema delle dipendenze, con la richiesta di rendere l’affidamento alle comunità terapeutiche una misura alternativa strutturale per i detenuti tossicodipendenti, e al potenziamento dei braccialetti elettronici, considerati uno strumento utile per alleggerire la pressione sugli istituti senza rinunciare al controllo. Uno dei punti più delicati sollevati dalla Garante riguarda la presenza di bambini nella sezione femminile della Casa circondariale “Rosetta Sisca” di Castrovillari. Zaccato segnala il caso di una donna detenuta con due figli minori e ricorda che altre detenute hanno figli all’esterno dell’istituto. Per queste situazioni la Garante chiede l’accesso alla Casa protetta comunale, soluzione ritenuta più adeguata alla tutela dei minori. “Il carcere non è un luogo adatto per tutti i bambini, figuriamoci in età prescolare”, osserva Zaccato. La Garante richiama poi le criticità generali del sistema penitenziario: sovraffollamento, suicidi, disagio psichico, tossicodipendenze, carenza di personale della Polizia penitenziaria, mancanza di medici, psicologi, educatori, mediatori culturali e linguistici. A Castrovillari, tuttavia, la sezione maschile vive al momento una condizione meno critica rispetto ad altri istituti anche per effetto dei lavori in corso, dal valore superiore a 1,6 milioni di euro, gestiti dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria. Gli interventi riguardano l’adeguamento delle sezioni detentive del blocco maschile e del reparto isolamento, con l’obiettivo di migliorare sicurezza e vivibilità. Il cantiere ha comportato il trasferimento temporaneo di parte dei detenuti in altre strutture, riducendo il sovraffollamento nei primi mesi dell’anno e agevolando, secondo la Garante, il lavoro dell’area educativa su osservazioni, sintesi e accesso ai benefici. Zaccato richiama anche il rispetto degli articoli 2 e 3 della Costituzione, legati alla tutela della persona, alla dignità e al divieto di trattamenti inumani o degradanti. “Diverse sono le situazioni di emergenza sanitaria da tenere sotto stretto controllo attualmente all’interno dell’istituto”, dichiara, chiedendo al Governo provvedimenti urgenti davanti a un sistema definito “al collasso”. L’adesione di Castrovillari si inserisce nella mobilitazione nazionale dei Garanti territoriali, che nei giorni 13, 14 e 15 luglio hanno promosso momenti di riflessione e denuncia pubblica dentro e fuori gli istituti penitenziari. Il documento nazionale, intitolato “Non c’è più tempo: fermare la strage di vite e di diritti nelle carceri italiane”, denuncia una popolazione detenuta superiore a 64mila persone e un sistema segnato da spazi insufficienti, personale insufficiente, attività insufficienti, cure insufficienti e prospettive insufficienti. Da Castrovillari arriva dunque un appello alla politica e alla società civile: il carcere non può restare ai margini dell’agenda pubblica. Deve tornare a essere un tema di diritti, sicurezza, salute, responsabilità e reinserimento. Pavia. La deputata Ascari: “Situazione drammatica, il sovraffollamento è in aumento” di Manuela Marzioni Il Giorno, 19 luglio 2026 L’ispezione inaspettata della politica del M5S ha portato alla luce un lungo l’elenco di criticità nel penitenziario di Torre del Gallo: “Ci sono oltre 700 detenuti in una struttura che dovrebbe ospitarne circa 500”. “La situazione è estremamente drammatica”. Stefania Ascari, deputata M5S, ha definito così la situazione all’interno del carcere di Torre del Gallo, tra i più sovraffollati e degradati d’Italia, dove ieri si è recata per una visita a sorpresa con Simone Verni, coordinatore cittadino, e Lorenzo Goppa, assessore all’ambiente di Pavia. “C’è un reparto vecchio in condizioni vetuste, assolutamente non dignitose per ospitare i detenuti - ha detto la deputata: stanze di appena 9 metri quadrati in cui vivono tre persone, bagni piccolissimi, docce senza acqua calda, assistenza sanitaria praticamente inesistente, così come quella trattamentale, educativa e le possibilità lavorative. Soprattutto, ci hanno parlato di una questione gravissima: la commistione tra detenuti comuni e detenuti psichiatrici, che rende ancora più vulnerabili le persone già in condizioni di fragilità. Tutto questo è inaccettabile e lo trasformeremo in atti concreti rivolti a chi di competenza”. Carenza di organico e sovraffollamento - Critiche pure le condizioni di lavoro degli operatori e della polizia penitenziaria. “Abbiamo riscontrato una carenza di organico enorme e un grave sovraffollamento - ha aggiunto Verni -: oltre 700 detenuti in una struttura che dovrebbe ospitarne circa 500. La situazione è difficile anche dal punto di vista degli educatori professionali, fondamentali per le attività di formazione e di reinserimento, anch’essi in forte sottorganico. Purtroppo, si tratta di una struttura con criticità note da tempo e, nonostante i ripetuti sopralluoghi, nulla cambia. Occorre che il governo assuma impegni concreti per migliorare la vita di chi vive in carcere e di chi ci lavora”. “Alle criticità si aggiungono celle piccolissime, dove ai due letti previsti ne è stato aggiunto un terzo, rendendo impossibile una vita dignitosa - ha concluso Goppa. Manca il personale sanitario, i mediatori e tutte le figure impegnate nelle attività quotidiane dei detenuti. Oltre a tutto questo, le condizioni strutturali e igieniche sono davvero pessime. Abbiamo visto pavimenti allagati, muri sgretolati e muffa. Una situazione davvero impressionante. Infine, c’è una forte preoccupazione per il futuro. È previsto un nuovo padiglione proprio nell’area in cui oggi sorge il campo sportivo, l’unico vero spazio di respiro per i detenuti. Sulla carta dovrebbe ridurre il sovraffollamento, ma il rischio concreto è che finisca per aumentarlo”. Mantova. Carcere sovraffollato: “Non si respira”. La Garante sollecita altre misure anti-afa di Igor Cipollina Gazzetta di Mantova, 19 luglio 2026 “Nuovi ventilatori accesso alle aree climatizzate e celle aperte”. Il rapporto è di 143 detenuti per 95 posti. Se fuori si boccheggia, in cella “non si respira”. In carcere, il cambiamento climatico si somma alla compressione esistenziale, amplificando la sofferenza e l’insofferenza. Nonostante i ventilatori e tutte le accortezze adottate dalla direzione della casa circondariale di via Poma, dove la situazione resta critica: i detenuti sono 143, a fronte dei 97 posti regolamentari (ma due non sono agibili). “Il tasso di sovraffollamento è del 150% contro la media nazionale del 140 - avverte la garante territoriale dei diritti delle persone private della libertà personali, Graziella Bonomi - È necessario che le forze politiche si facciano carico di questa emergenza in maniera seria, con provvedimenti incisivi”. Misure urgenti, non piani di edilizia penitenziaria per un futuro più o meno prossimo. A sollecitare nuovamente l’interesse pubblico è stata la tre giorni di mobilitazione nazionale dei garanti tutti contro il collasso del sistema carcerario, assediato dal sovraffollamento e dal caldo feroce. “Si sono introdotti nuovi reati inseguendo emergenze inesistenti o non dimostrate, così producendo tassi di affollamento penitenziario intollerabili, finanche negli istituti penali per minori” si legge in un documento di denuncia. Voci dentro - “Cosa mi dicono i detenuti? Che non si respira - riferisce Bonomi - Le finestre sono piccole e strombate, con i panni stesi alle inferriate, e l’aria che entra non è sufficiente. A rendere la situazione ancora più faticosa da reggere è l’umidità. Però i detenuti riconoscono l’impegno della direzione a porre un rimedio come può, mentre la polizia penitenziaria sta lavorando per mantenere buone relazioni, attraverso una gentilezza dei modi che non è scontata. Anche gli agenti sono messi a dura prova”. Cos’altro si può fare, nell’immediato, per alleviare la situazione? “Valutare, dove possibile e ha un senso, di inserire un secondo ventilatore nelle celle, perché uno solo non è sufficiente, non riesce a rinfrescare tutto l’ambiente - risponde Bonomi - Non nei “celloni” dove si sta in 9/10 né nelle singole diventate doppie, dove i ventilatori sono più piccoli. Poi, si dovrebbe favorire l’accesso agli unici spazi aperti ai detenuti dotati di aria condizionata, l’auditorium e la multisala. Ancora più utile sarebbe lasciare le celle aperte, come accadeva prima della circolare del novembre 2023, anche se questo dipende dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria e dal ministero”. Già dall’anno scorso, a Mantova la direzione è riuscita a ottenere due ore di apertura delle celle al mattino, e, quest’estate, ha prolungato fino alle 19.15 l’orario di passeggio nel cortile esterno. “Struttura inadeguata” - Al di là dell’assedio infernale del caldo e dell’umidità, il carcere, nato come monastero, resta fragile. “Fatiscente” ripete la garante: “Nonostante l’impegno della direzione a tinteggiare, migliorare e sistemare, la struttura è inadeguata e le celle non hanno i requisiti previsti dai regolamenti penitenziari, dalle docce ai water al posto delle turche”. Incastonato nel cuore della città, il carcere, ma troppo spesso invisibile allo sguardo dei mantovani che passano con i pensieri altrove. Trapani. La denuncia della Camera Penale di Marsala: “Acqua gialla, muffa e venti ore in cella” latr3.it, 19 luglio 2026 Una situazione di profondo degrado strutturale, condizioni igienico-sanitarie gravemente compromesse e una quasi totale assenza di attività rieducative. È il quadro allarmante che emerge dalla visita istituzionale effettuata presso la Casa Circondariale di Trapani da una delegazione della Camera Penale di Marsala, affiancata dai rappresentanti dell’associazione Nessuno Tocchi Caino, Sergio D’Elia ed Elisabetta Zamparutti. All’ispezione ha preso parte una fitta rete di operatori istituzionali, a testimonianza di una sensibilità condivisa sul tema dei diritti dei detenuti. Tra i presenti, oltre alla Commissione Carcere della Camera Penale e a numerosi avvocati del Foro lilybetano, si registrava la partecipazione dei Sostituti Procuratori di Marsala, Sara Varazi e Carlotta Barbanti, e del Magistrato di Sorveglianza di Trapani, Chiara Pesavento. I fari della delegazione si sono accesi in particolare sul reparto “Mediterraneo”, dove le criticità riscontrate destano la più profonda preoccupazione. Gli ambienti sono apparsi segnati da un evidente degrado strutturale, con una diffusa presenza di muffa e ruggine, mentre dai rubinetti delle celle fuoriesce acqua di colore giallastro. Si tratta di locali già poco salubri e fortemente penalizzati dalle elevate temperature estive, che durante i mesi più caldi trasformano le celle in luoghi difficilmente vivibili a causa di un caldo soffocante. A peggiorare ulteriormente lo scenario si aggiunge una grave carenza di personale sanitario e, più in generale, delle risorse necessarie ad assicurare un’adeguata assistenza medica e psicologica alle persone ristrette. Il monitoraggio ha portato alla luce un altro dato particolarmente allarmante, legato al fatto che moltissimi detenuti trascorrono fino a venti ore al giorno all’interno delle celle. Le fasce orarie destinate alla permanenza all’aperto, previste dalle nove alle undici e dalle tredici alle quindici, risultano di fatto poco fruibili durante il periodo estivo. In quei momenti le temperature raggiungono infatti livelli estremamente elevati, rendendo pressoché impossibile trascorrere il tempo all’esterno senza esporsi a condizioni climatiche proibitive. Sul fronte del trattamento è emersa inoltre una significativa insufficienza di laboratori, percorsi formativi e opportunità lavorative finalizzate al reinserimento sociale. Secondo i penalisti, una pena priva di concrete occasioni di crescita e di responsabilizzazione rischia di perdere la propria funzione costituzionale, riducendosi a una mera custodia. “La visita odierna conferma ancora una volta come il tema del carcere non possa essere affrontato esclusivamente sotto il profilo della sicurezza, ma debba essere ricondotto ai principi sanciti dall’articolo 27 della Costituzione, secondo cui le pene devono tendere alla rieducazione del condannato e non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità” - afferma l’avv. Francesca Frusteri presidente della Camera Penale di Marsala.” Le criticità riscontrate devono essere portate all’attenzione delle autorità competenti affinché vengano programmati interventi concreti e tempestivi, sia sul piano strutturale che su quello organizzativo. Diventa quindi urgente investire nel miglioramento delle condizioni igienico-sanitarie, nel potenziamento dell’assistenza medica e psicologica, nell’incremento del personale e nella realizzazione di attività che restituiscano effettività alla funzione rieducativa della pena. L’auspicio finale è che questa ispezione rappresenti non un episodio isolato, ma l’inizio di un percorso condiviso volto a garantire il rispetto della dignità umana e una reale prospettiva di reinserimento sociale.” Sassari. Sovraffollamento e organico insufficiente: l’allarme lanciato dopo la visita a Bancali sassaritoday.it, 19 luglio 2026 Dopo la visita istituzionale nel carcere di Bancali, il consigliere regionale Valdo Di Nolfo denuncia il sovraffollamento e la carenza di personale. “La sicurezza si costruisce con investimenti e percorsi di reinserimento, non con gli slogan”. “Entrare in carcere significa scegliere di non voltarsi dall’altra parte”. Parte da questa riflessione il consigliere regionale Valdo Di Nolfo, che interviene dopo la visita istituzionale effettuata il 14 luglio nella Casa circondariale di Sassari-Bancali, promossa nell’ambito della giornata nazionale organizzata dall’Alleanza per l’articolo 27 della Costituzione. L’iniziativa, di cui ne abbiamo scritto varie volte, che ha coinvolto decine di istituti penitenziari in tutta Italia, punta a riportare al centro del dibattito pubblico le condizioni delle carceri e il principio costituzionale secondo cui la pena deve tendere alla rieducazione della persona. “Un carcere oltre la capienza e con personale insufficiente” - Secondo Di Nolfo, la situazione di Bancali fotografa le difficoltà dell’intero sistema penitenziario italiano. L’istituto ospita infatti quasi 580 detenuti, a fronte di una capienza regolamentare di 458 posti, mentre continua a registrarsi una significativa carenza di personale che interessa la Polizia penitenziaria, gli educatori e gli uffici amministrativi. “Dietro questi numeri ci sono donne e uomini che stanno scontando una pena, ma anche lavoratrici e lavoratori che ogni giorno garantiscono il funzionamento degli istituti in condizioni sempre più difficili. È a loro che la politica dovrebbe dare risposte concrete”, afferma il consigliere regionale. “La sicurezza non si costruisce con la propaganda” - Il consigliere regionale punta il dito contro le politiche del Governo sul sistema penitenziario, sostenendo che sovraffollamento, carenza di personale e debolezza dei percorsi trattamentali siano il risultato di precise scelte politiche. “Il Governo Meloni continua a utilizzare il tema della sicurezza come terreno di propaganda, salvo poi dimenticarsi delle carceri quando si tratta di investire davvero. Il sovraffollamento, la carenza di personale e la debolezza dei percorsi trattamentali non sono fatalità: sono il risultato di precise scelte politiche e di norme repressive sempre più aspre che hanno portato all’incremento delle pene e all’introduzione di nuovi reati. Il tutto in un sistema già allo stremo che, invece di alleggerirsi, si ritrova alla massima esasperazione. La sicurezza non si costruisce con gli slogan, ma mettendo le istituzioni nelle condizioni di funzionare”, dichiara. Sassari, il carcere si apre alla città: associazioni e società civile entrano a Bancali “Più educatori e percorsi di reinserimento” - Per Di Nolfo, occuparsi del sistema penitenziario non significa essere indulgenti verso chi ha commesso un reato, ma dare piena attuazione all’articolo 27 della Costituzione. “Una pena è credibile quando è certa, ma anche quando rispetta la Costituzione. Servono più personale, più educatori, più percorsi di formazione e di reinserimento, perché ogni occasione restituita a una persona che ha sbagliato significa una possibilità in meno che quella persona torni a delinquere. Questa è la sicurezza che dovremmo costruire: meno propaganda, meno slogan e più responsabilità istituzionale”, conclude il consigliere regionale. Monza. Radicali in visita al carcere. “Allarme cimici, subito fuori il detenuto ottantanovenne” radicali.it, 19 luglio 2026 “Il carcere di Monza versa in condizioni critiche, ma continua a reggere grazie al lavoro del personale, che ogni giorno supplisce con professionalità alle gravi carenze dello Stato. A fronte di una capienza regolamentare di 411 posti sono oggi presenti 724 detenuti. Un sovraffollamento insostenibile, aggravato da una popolazione detenuta composta per oltre il 52% da cittadini stranieri e da una significativa presenza di giovani” - dichiarano in una nota Filippo Blengino, Segretario di Radicali Italiani, Leonardo Stucchi, referente di Radicali Italiani a Monza, e Giulio Guastini, Coordinatore +Europa Monza, in seguito alla visita effettuata nella giornata di sabato 18 luglio. “La struttura soffre problematiche incompatibili con un Paese che si definisce civile - proseguono -: l’emergenza psichiatrica è sempre più evidente, oltre 300 detenuti sono tossicodipendenti, costanti i problemi anche con l’alcol e il supporto all’integrazione può contare su un solo mediatore culturale, affiancato da un servizio a chiamata. A ciò si aggiungono il persistente problema delle cimici dei letti, la cronica carenza di personale e l’inagibilità di numerosi spazi dell’istituto. È poi inaudito, incomprensibile e gravissimo che tra i detenuti vi sia una persona di 89 anni. Uno Stato serio non lascia le persone spegnersi lentamente dietro le sbarre. Chi versa in condizioni incompatibili con la detenzione deve poter accedere senza ritardi alle misure previste dall’ordinamento, a partire dalla detenzione domiciliare e dagli altri istituti alternativi” - concludono. Firenze. Carceri, la storia di Kamal e del suo contratto a tempo indeterminato di Roberta Barbi vaticannews.va, 19 luglio 2026 Dopo un anno di tirocinio, il giovane marocchino di 36 anni ospite della casa circondariale a custodia attenuata Gozzini di Firenze ha ottenuto l’ambito traguardo, grazie alla mediazione di Seconda Chance e di un imprenditore illuminato nel settore della ristorazione veloce. Tra quattro anni sarà libero: “La prima cosa che farò sarà correre da mia madre”. Quella di Kamal è una storia come ce ne sono mille altre, nascoste nei vicoli bui delle nostre città, quando non sono sepolte negli abissi più profondi del mare. Storie che hanno una definizione precisa per iniziare a raccontarsi: minori non accompagnati. Kamal era uno di queste decine di giovanissimi che ogni giorno raggiungono le nostre coste - quando ci riescono - pieni di sogni e di paure, di speranza e di solitudini. Lui ci riesce al terzo tentativo, ad arrivare in Europa, attraverso la Spagna: ha solo 13 anni e non sa cosa aspettarsi. Non se lo chiede nemmeno. Certo non si attendeva quello che poi sarebbe successo. “Da piccolo in Marocco vedevo tutti i sacrifici che faceva mia madre per noi figli! Io andavo sempre al porto, cercavo di rimediare un po’ di pesce… lei con i 200 euro al mese che guadagnava facendo le pulizie in un hotel ci ha fatto crescere tutti quanti”, racconta nella sua intervista con i media vaticani. È orgoglioso, Kamal, di quella mamma lontana che non vede da più di 20 anni, ma incredibilmente vicina nel suo cuore e nei suoi ricordi e alla quale non ha mai smesso di pensare, anche in carcere: “La prima cosa che farò quando uscirò, nel 2030, e potrò avere un documento, sarà tornare in Marocco da lei e riabbracciarla, è la cosa più importante per me”. È anche il pensiero della mamma che ha tenuto in vita Kamal tutti questi anni, specie quando da adolescente cercava di cavarsela come poteva, solo, in un posto troppo grande e sconosciuto per qualunque ragazzo di 13 anni. Kamal non credeva, quando si è imbarcato alla volta dell’Europa con le sue speranze in tasca, che sarebbe finito per strada: “Volevo solo aiutare mia madre che si toglieva il pane di bocca per noi”, ribadisce, invece finisce a spacciare, poi arrivano le risse e le rapine. È un continuo entrare e uscire dal carcere, fino a quel giorno: “Ero appena uscito e per quattro giorni ho chiamato a casa, in Marocco, chiedendo di mio padre, ma non me lo passavano mai, dicevano sempre che era fuori”. Invece il papà di Kamal, che era malato da tempo, è morto. A rivelarglielo sono i suoi amici. “Ho visto tutto nero, non ci potevo credere, mi sono sentito solo e ho avuto paura di poter perdere da un momento all’altro anche mia madre - ricorda - da quel momento, nel 2011, non mi importava più di nulla e di nessuno…”. Rabbia e autolesionismo - Sprofonda sempre più giù, Kamal, e il carcere diventa la sua seconda casa. Ne gira tanti: Prato, Porto Azzurro, Sollicciano, dove conosce tante persone e tante le vede anche togliersi la vita, sotto i suoi occhi, per la disperazione. Anche lui sente quella disperazione, ma soprattutto avverte dentro di sé crescere la rabbia, per quello che poteva essere ma non era stato, per suo papà che non c’è più, per sua mamma così lontana. Inizia a farsi del male e quel dolore incredibilmente lo fa stare bene, fa sfogare quella rabbia tossica che gli impedisce di guardare oltre. Ma neppure quella è la strada giusta. Kamal lo sa. Nessuno si salva da solo - A un certo punto Kamal capisce che deve chiedere aiuto, che deve salvarsi se davvero, prima o poi, vuole riabbracciare sua madre. Vicino ha gli educatori che lo aiutano a rimettersi in carreggiata: in carcere intraprende diverse attività, studia, colleziona attestati e diplomi, finché arriva il suo primo permesso di uscire per lavorare. Poi la grande occasione: “Grazie a Seconda Chance ho potuto avere il colloquio al Mc Donald’s per il tirocinio”, ricorda. Il Mc Donald’s è quello di via Cavour a Firenze, diretto da Giuseppe Troisi, un imprenditore che non lesina le opportunità, specie a chi non le ha mai avute ma se le merita tutte. È anche grazie a lui se Kamal ha da poco firmato un contratto a tempo indeterminato che gli consente di mandare i soldi a casa, in Marocco, ma che soprattutto gli permetterà di tornare da sua madre, una volta arrivato al fine pena: “Non avevo mai avuto un’opportunità come questa, per 19 anni ho vissuto senza documenti - ammette - oggi sono stanco e felice perché ho una vita piena: la mattina faccio le pulizie per l’istituto, il pomeriggio lavoro al ristorante e torno in cella solo a dormire”. Un modello da seguire - Non sa di essere un esempio per altri che possono trovarsi nelle sue condizioni, Kamal, ma ha deciso di raccontare la sua storia perché “ho quasi pagato il mio debito con la giustizia e non devo vergognarmi di niente”, dichiara. Tante volte gli hanno domandato come si sente oggi e come guarda, a distanza, il se stesso di prima: “In carcere quando ho cominciato a lavorare non è che sono cambiato, sono solo tornato il Kamal di prima, quello che ero da piccolo, in Marocco, quando stavo con la mia mamma”. Non gli facciamo la domanda sul suo futuro, non ce n’è bisogno. Scommettiamo di sapere già con chi vorrà passarlo. Anche in carcere può nascere un fiore: “Il teatro qui, un’esperienza forte” di Giovanni Bogani La Nazione, 19 luglio 2026 La direttrice degli istituti di Livorno e Gorgona racconta il lavoro con i detenuti che rende la Toscana all’avanguardia. Il carcere esiste. Ed è, per sua natura, un luogo di privazione. Ma può diventare anche un luogo di crescita, di formazione, di riscatto. Da anni la Toscana è tra le regioni italiane più avanzate nel costruire percorsi che trasformino la detenzione in un’occasione di rinascita personale e culturale. Un modello che è stato raccontato al SalinaDocFest, il festival internazionale del documentario diretto da Giovanna Taviani, da sempre attento ai temi sociali e civili. Nell’incontro intitolato “Isole, prigioni, solitudini” si è parlato di come contrastare una delle pene più dure della reclusione: la sensazione di perdere il proprio tempo e la propria identità. Protagonista dell’incontro è stata Maria Grazia Giampiccolo, oggi direttrice del carcere di Livorno e della Casa di reclusione di Gorgona, dopo aver guidato per vent’anni, dal 2003 al 2023, il carcere di Volterra. È anche grazie al suo lavoro che la Toscana è diventata un punto di riferimento nazionale ed europeo per i progetti culturali nelle carceri. A Volterra, infatti, è nata e cresciuta l’esperienza della Compagnia della Fortezza guidata da Armando Punzo, laboratorio teatrale che ha trasformato detenuti in attori e che ha ottenuto riconoscimenti internazionali. Nel 2023 la Regione Toscana ha conferito alla compagnia il Gonfalone d’Argento, la sua massima onorificenza. “Il carcere è un luogo di deprivazione: sensoriale, affettiva, relazionale. Per questo è fondamentale riempirlo di altro”, spiega Giampiccolo. “A Volterra lo abbiamo fatto attraverso il teatro, la cultura, la formazione. Oggi continuiamo questo lavoro a Livorno e a Gorgona”. Proprio a Volterra nacque una delle intuizioni più innovative: portare gli spettacoli dei detenuti fuori dal carcere, in tournée nei teatri italiani. “La prima esperienza al Teatro della Tosse di Genova fu emozionante. Significava restituire ai detenuti un rapporto con il mondo esterno e con la società”. Ma il teatro non è stato l’unico strumento. A Volterra è stato attivato anche un corso turistico-alberghiero frequentato insieme da studenti del territorio e detenuti. “Un’esperienza molto forte, che ha abbattuto muri e pregiudizi”, ricorda la direttrice. Anche oggi la Toscana continua a sperimentare. A Gorgona, l’isola-carcere dell’Arcipelago Toscano, è attivo il progetto vitivinicolo realizzato con la collaborazione di Roberto Frescobaldi: i detenuti lavorano nelle vigne, apprendono competenze professionali e partecipano alla produzione di vini di alta qualità. Importante anche l’esperienza maturata a San Gimignano, dove Giampiccolo ha consolidato la collaborazione con l’Università di Siena dando vita a un polo universitario penitenziario. Circa un centinaio di detenuti ha intrapreso percorsi di studio universitario, arrivando in molti casi alla laurea. “La crescita personale passa attraverso la cultura”, sottolinea Giampiccolo. E racconta la storia di un detenuto che, entrato in carcere con gravi difficoltà di lettura e scrittura, ha scoperto i libri e lo studio. “Un giorno mi disse: ‘Quando sono arrivato qui non comprendevo davvero il senso del bene e del male. La cultura mi ha dato coscienza di me stesso’”. Parole che spiegano meglio di qualsiasi statistica il valore di queste esperienze. Perché il carcere resta una pena, ma può diventare anche un’opportunità. E la Toscana, da anni, dimostra che investire su cultura, lavoro e formazione significa costruire sicurezza, dignità e futuro. Gino Cecchettin e il film su sua figlia: “La storia di Giulia può salvare altre vite. L’amore vero è libertà” di Stefania Ulivi Corriere della Sera, 19 luglio 2026 Presentate a Giffoni 56 le prime immagini di “Se domani non torno” diretto da Paola Randi. Nel cast Filippo Timi, Tecla Bossi e Sabrina Martina. “Per Giulia non fate un minuto di silenzio. Fate rumore”. L’eco di quell’esortazione, potentissima, che Elena Cecchettin lanciò all’indomani del femminicidio della sorella Giulia, l’11 novembre 2023, risuona con forza a Giffoni 56. È il pubblico del festival a vedere le prime immagini del film Se domani non torno, che la regista Paola Randi ha tratto dal libro di Gino Cecchettin, di cui ha curato anche la sceneggiatura con Lisa Nur Sultan. Nel film, prodotto da Notorius, in uscita il 5 novembre, a prestargli il volto è Filippo Timi. Giulia è Sabrina Martina, Elena Tecla Bossi. Non è la prima volta che Gino Cecchettin incontra i giurati di Giffoni: parlare con i più giovani è uno dei compiti che si è dato, con la Fondazione intitolata a sua figlia, sono loro gli interlocutori che sembrano stargli più a cuore. Non nasconde l’emozione. “Se la storia di Giulia fosse rimasta dentro le mura della nostra famiglia, sarebbe stato soltanto un dolore privato, come tanti. Raccontata a voi, a tutti può arrivare ad aiutare qualcuno o qualcuna a riconoscere quel segnale, dare il coraggio di fare una telefonata, di chiedere aiuto e arrivare forse a salvare una vita”. L’obiettivo è lo stesso del libro — dove non compare, come sullo schermo, Filippo Turetta —: fare di tutto perché la storia di Giulia (“Una donna che si è autodeterminata, che ha fatto una scelta di libertà, che ha voluto scegliere”) possa contribuire a proteggere altre vite. “È difficile raccontare in pubblico ciò che dovrebbe rimanere qui dentro il nostro cuore. Poi però succede qualcosa, incontri una ragazza che ti dice che grazie a quella storia la sua vita è salva. È allora che capisci che raccontare può davvero cambiare la vita”. La violenza, ricorda, “non nasce all’improvviso, nasce molto prima. Dalla gelosia scambiata per amore. Sono segnali così piccoli che spesso sembrano normali, ma è proprio lì che invece la relazione prende una direzione sbagliatissima. È lì che la possiamo cambiare. Chiedere aiuto non è una debolezza, anzi, è uno dei gesti più coraggiosi che possiate fare”. Si rivolge ai ragazzi: “Vi hanno insegnato che essere uomini significa essere invincibili, forti, non piangere mai. Non è forza, è una prigione. La vera forza è avere il coraggio di rispettare un “no”, amare senza possedere”. E alle ragazze: “Non rinunciate mai a essere voi stesse per paura di perdere qualcuno. L’amore vero non restringe la libertà, la fa crescere”. La stampa italiana alle grandi manovre. Verso destra di Gad Lerner Il Manifesto, 19 luglio 2026 Quelli filogovernativi perdono copie ma non il cipiglio aggressivo mentre il riassetto delle proprietà editoriali insegue il più forte, il più ricco, il leader vincente. Era il 1921 quando Marc Bloch, reduce dalle trincee, pubblicò le sue Riflessioni di uno storico sulle false notizie di guerra. Vi descrisse l’effetto della censura militare che, gettando discredito sulla parola scritta, aveva favorito “un risveglio prodigioso della tradizione orale, madre antica delle leggende e dei miti”. Quello stesso discredito si riversa, nel tempo contemporaneo di guerre e feudalesimo digitale, sulle aziende produttrici di informazione. E investe il fragile sistema editoriale italiano con movimenti tellurici accelerati. Quanto al risveglio prodigioso di leggende e miti, ci pensano i tecnocrati padroni degli algoritmi a spacciarne di sempre più violenti e reazionari. In Italia, salvo eccezioni per cui bastano le dita di una mano, il crollo delle vendite dei giornali non trova compensazione né numerica né economica online. I giornali filogovernativi perdono copie ma non il cipiglio aggressivo. Da quelle parti, direbbe Marc Bloch, si riesumano tradizioni orali sui buoni che siamo noi e gli altri cattivi che meritano solo il peggio. Ma nel frattempo il riassetto complessivo delle proprietà editoriali sdrucciola rapidamente a destra inseguendo il più forte, il più ricco, il prossimo leader vincente. Vi fu un tempo in cui il ricambio nella direzione dei giornali rappresentava un osservatorio significativo di fenomeni più vasti, e per questo suscitava interesse. L’Italia, del resto, prima ancora della formazione di una vera e propria opinione pubblica, nel secolo scorso fu la patria del giornalismo politico di massa, da Mussolini a Gramsci. I giornali furono strumento di formazione culturale, orientamento e mobilitazione. I giornalisti furono corporazione ma anche ceto intellettuale protagonista. Oggi invece - consumato il divorzio con i lettori - i sommovimenti editoriali sembrano interessare solo le redazioni con l’ansia dell’esubero, l’attesa dei prepensionamenti e, per i rari nuovi ingressi, la proletarizzazione di un mestiere reso precario e mal pagato. Eppure andrebbero pur osservati nel loro insieme - sine ira et studio - i sorprendenti passaggi di proprietà che si accompagnano a veri e propri salti della quaglia praticati fra direttori e vicedirettori, definibili piuttosto funzionari che trasformisti. Non occorre far nomi, anzi, meglio evitare personalismi se si vuol tentare un’interpretazione della tendenza in atto. Risale a ormai sei anni fa il fallimentare esperimento di un erede del capitalismo novecentesco, il quale pretendeva di rivoltare come un calzino quello che fu il principale quotidiano progressista del Paese, da lui giudicato obsoleto. Vi entrò con piglio padronale, gli impose una virata tecnocratica e atlantista che il boom dei nazionalismi ha travolto, per poi uscirne con la coda fra le gambe. Vorrà pur dir qualcosa se dopo cotanto insuccesso torna in auge il direttore che ne fu protagonista, sfiduciato dalla redazione e quindi rimosso, ma riesumato ora al vertice editoriale del fu giornale degli Agnelli. A lui si assegna la missione di aprire niente meno che un canale diretto con gli Usa, nel mentre l’ambito regionale piemontese è affidato a un veterano settantacinquenne. C’è un “modello occidentale” da difendere, alla faccia del rinnovamento e dei risultati di bilancio. Del resto il passaggio multinazionale alla proprietà greca del giornale diretto per un ventennio da Eugenio Scalfari e per un altro ventennio da Ezio Mauro, necessita ora di un “interim”. Singolare emblema di provvisorietà, questo interim, resosi necessario dopo l’imprevisto passaggio alla concorrenza del timoniere che solo ieri aveva finito di celebrarne in gloria il cinquantenario (ma nel frattempo aveva già diretto tutto e il contrario di tutto). Orfeo ha trovato la sua Euridice in un giovane neo editore pigliatutto, ricco assai e in procinto di venir insignito di laurea honoris causa; il quale, dopo che gli avevano respinta l’offerta d’acquisto che aveva pubblicamente avanzato per il medesimo quotidiano progressista, si è rifatto in pochi giorni comprando il 30% delle azioni di un Giornale assai di destra. E, non pago, ha rilevato le tre testate di un gruppo editoriale radicato a Bologna, Firenze e Milano, anch’esse di taglio conservatore. Nell’editoria privata, dunque, tralasciando le vicende Rai, la stagione estiva ci ha riservato un bello sconquasso. Rimangono stabili i giornali di Roma e Napoli cui il proprietario chiede di sostenere appassionatamente il governo in carica. E il maggior editore italiano, abilissimo nel tenere una gamba di qua, con il giornale quotidiano, e una di là, con la televisione. Nell’attesa, chissà, che un giorno tocchi a lui riempire il vuoto politico. Un nome, un nome solo, mi sia concesso - a suo onore - di scriverlo; perché trattasi dell’antesignano del fenomeno che stiamo descrivendo: Tommaso Cerno, sul quale pure avevano riposto grandi aspettative gli eredi De Benedetti all’epoca in cui facevano ancora gli editori, inserendolo nel vertice del settimanale prima e del quotidiano progressista poi, salvo ritrovarselo in men che non si dica parlamentare renziano e di lì fulmineamente trasbordato sulla sponda meloniana, dove primeggia collezionando incarichi nei giornali e nella tv pubblica. Pare che lo stia per raggiungere un altro fresco dimissionario dal quotidiano progressista. Piuttosto che dilettarsi in considerazioni di natura morale sarà utile individuare quale sia il denominatore comune di questo sdrucciolare a destra della stampa, con i suoi padroni vecchi e nuovi. I nostalgici dei governi tecnici e gli ammiratori di Giorgia Meloni (forse increduli che lei possa ritrovarsi in partnership con Vannacci, ma pronti all’indulgenza) si ritrovano sintonizzati nella difesa del modello occidentale con le sue implicazioni scomode: la necessità del riarmo, anzitutto. Ma inoltre l’abituarsi alla necessità del lavoro servile. E l’estensione dell’apparato repressivo e carcerario fino agli adolescenti, ormai minoranza esigua in una società la cui età media rasenta i 50 anni. Tanto ormai solo gli anziani leggono i giornali e guardano i talk show. La buona notizia è che questo scivolamento a destra apre spazi inediti a un giornalismo alternativo che racconti le verità impellenti e le ingiustizie palesi. Il Paese dei diritti come alternativa alla barbarie di Marco Damilano Il Domani, 19 luglio 2026 Il confronto tra le vicende del benzinaio Graziano Stacchio e del gioielliere Mario Roggero, e soprattutto il cinico uso che se ne sta facendo, ci dà la misura di un Paese ancora più imbarbarito rispetto a 11 anni fa. E fotografa bene lo stato della destra italiana. Per questo il campo progressista deve essere non solo testardamente unitario, ma anche molto combattivo e fiducioso per voler rappresentare questo Paese non visibile mediaticamente ma che c’è. Era il 3 febbraio 2015 quando il destino mise di fronte Graziano Stacchio e Albano Cassol, il primo era un benzinaio di 65 anni, il secondo un rapinatore che stava svaligiando una gioielleria accanto al suo distributore. Stacchio impugnò il suo fucile, sparò e lo uccise. Qualche settimana dopo passai un pomeriggio con lui, era al lavoro con la tuta e il berretto in testa alla sua pompa di Ponte di Nanto in provincia di Vicenza. Qui arrivavano in pellegrinaggio telecamere, comitati che raccoglievano le firme e Matteo Salvini. Stacchio era l’opposto del vendicatore: era un donatore di sangue, cattolicissimo, impegnato in parrocchia e nel gruppo volontariato degli alpini, iscritto alla Dc e poi al Pd. “Una volta ho comprato una pistola, ma l’ho restituita, avevo paura di fare del male”, mi disse. Si tormentava per aver ucciso un uomo, non voleva diventare una bandiera, “mi sono sentito un eroe quando ho salvato alcune persone che stavano annegando in un fiume”, i tifosi se ne andarono, fu prosciolto. Undici anni dopo Salvini è andato in carcere a trovare Mario Roggero, il gioielliere condannato per aver ucciso due rapinatori del suo negozio, “vorrei candidarlo”. Roggero prima di entrare in cella ha attaccato Sergio Mattarella cui chiede la grazia. Anche Stacchio ha detto di sperare nella clemenza. Ma l’uso politico e cinico di questo caso drammatico ci dà la misura di un Paese ancora più imbarbarito di undici anni fa, con la dignità e la sofferenza del benzinaio che sembrano un ricordo sommerso dalle tifoserie di queste ore. Chi governa si allontana dai principi di civiltà fissati dai fondatori della Repubblica e della Costituzione. “La pena è umana nella sua manifestazione, non può essere concepita come la comprensibile reazione rabbiosa di un privato che si faccia giustizia da sé. La pena non è la passionale e smodata vendetta dei privati, è la calibrata risposta dell’ordinamento giuridico”, insegnava ai suoi studenti il professor Aldo Moro, nelle sue lezioni universitarie di Istituzioni di diritto e procedura penale. La destra che governa vorrebbe, al contrario, che “la passionale e smodata vendetta” del privato diventi legge dello Stato. Oggi è il presidente Mattarella a difendere i cardini del vivere insieme, attaccato a testa bassa da direttori sedicenti liberali. Luigi Zanda, ieri sul Sole 24 Ore, ha scritto che “la crisi del senso del dovere, è un punto non teorico, ma fattuale del declino italiano”. Il venir meno del dovere di solidarietà tra cittadini e istituzioni che trasforma lo Stato in un nemico, che si tratti di rivendicare il diritto di farsi giustizia da sé, o di non pagare le tasse. Quei limiti istituzionali che la destra non sopporta Lo stato della destra La bandiera Roggero fotografa lo stato della destra italiana. Illustri politologi e costituzionalisti stanno esercitandosi sulla nuova legge elettorale che favorirebbe le ali estreme delle coalizioni. Ma in Inghilterra lo storico bipolarismo conservatori-laburisti è messo in crisi da Farage, non dai liberaldemocratici. In Germania i liberali sono usciti dal Bundestag, il sistema Cdu-Spd è devastato dall’avanzata dell’Afd. In Spagna i Ciudadanos si sono dissolti da tempo. In Francia, dopo dieci anni di presidenza Macron, la condannata Marine Le Pen è ampiamente in testa nei sondaggi. E da noi in poche settimane Roberto Vannacci ha doppiato nei sondaggi i partiti centristi. L’incertezza, le guerre, le pandemie, la paura di perdere il lavoro provocata dall’Ia, la sfiducia verso le istituzioni democratiche, hanno cancellato quello che una volta si sarebbe chiamato elettore moderato. L’Italia è da più di trent’anni il laboratorio europeo della mutazione genetica del moderato in elettore radicalizzato di destra. Il voto della Camera sulla legge elettorale dimostra che il progetto di Giorgia Meloni di dipingere Vannacci come l’utile idiota della sinistra è già tramontato, semmai sono loro, i leader della destra, utili o no, a lavorare per la leadership del generale. Alimentata dai pochi che prosperano, fanno carriera, collezionano direzioni e programmi, si arricchiscono sul rancore, la rabbia, l’odio dei molti. Anche col gioielliere pistolero siamo un popolo di influencer L’alternativa Eppure. Eppure l’alternativa c’è, nonostante i retroscena. L’alternativa è quella che il nuovo premier laburista inglese Andy Burnham ha definito cambiamento, ribaltare quarant’anni di abbandono delle persone, anche a sinistra, con lo slogan “For Us”: per noi. Ma anche in questo l’Italia ha anticipato la politica europea, dopo la sconfitta del 2022. Uscire dalla trappola della polarizzazione dei media e dei social della destra che vogliono imporre l’agenda, parlare della vita reale delle persone in carne e ossa di questo paese che non sono la curva rabbiosa che viene raccontata: i salari, la sanità, la casa, l’istruzione, i trasporti, la sicurezza come garanzia di serenità nelle scelte, il desiderio di futuro e di felicità, la coesione che è il vivere insieme, non uno contro l’altro. Serve essere non solo testardamente unitari, ma anche molto combattivi e fiduciosi per voler rappresentare questo Paese non visibile mediaticamente ma che c’è. Il Paese dei diritti di libertà e del dovere di solidarietà che ricordiamo oggi, 19 luglio, con Paolo Borsellino, gli agenti della sua scorta, e Andrea Purgatori. Centrodestra sempre più a destra, così Vannacci già detta la linea. Fine vita. Prima il diritto di scegliere come essere curati di Giulia Facchini* La Stampa, 19 luglio 2026 Il “MindShift” ha riunito esperti, istituzioni e associazioni di pazienti provenienti da dodici Paesi europei per tracciare una roadmap in cinque mosse: l’obiettivo è colmare il divario drammatico tra i progressi della scienza e la realtà quotidiana dei pazienti. Nel suo articolo su La Stampa, Francesca Sforza riferisce che, con una decisione definita “storica”, “fondamentale” e “di rottura”, la Francia, dopo tre anni di un faticoso iter parlamentare, ha approvato la legge sul suicidio medicalmente assistito, che in Italia ancora non esiste nonostante i ripetuti richiami rivolti al legislatore dalla Corte costituzionale. Non voglio entrare nel dibattito, notoriamente delicato, sul suicidio medicalmente assistito. Mi chiedo però se, prima ancora di discutere se riconoscere un nuovo diritto, non dovremmo domandarci perché milioni di cittadini non esercitino un diritto che già possiedono: quello di decidere anticipatamente come desiderano essere curati quando non saranno più in grado di esprimere la propria volontà. Di qua e di là delle Alpi, restando al confronto con la Francia, esistono infatti da tempo norme sul testamento biologico che consentono ai cittadini di esprimere anticipatamente il proprio consenso o rifiuto informato rispetto ai trattamenti sanitari. In Italia mi riferisco alla legge n. 219 del 2017; in Francia alla legge Claeys-Leonetti del 2016 sulle direttive anticipate di trattamento. I dati disponibili sono difficili da ricostruire, sia in Italia sia in Francia. Risultano depositate nei rispettivi registri circa 278.000 DAT in Italia, raccolte attraverso i Comuni e confluite nella banca dati nazionale, e oltre 300.000 direttive anticipate in Francia attraverso il portale pubblico Mon espace santé. In entrambi i Paesi, tuttavia, manca ancora una fotografia realmente completa della diffusione di questo strumento. Sono numeri modesti se rapportati alla popolazione dei due Paesi. Segno che il testamento biologico è ancora poco conosciuto o, forse, che molti preferiscono non confrontarsi con un tema che riguarda tutti perché pensare alla morte significa pensare al “limite” che è un concetto quasi scomparso nella nostra società occidentale. Eppure il testamento biologico non è affatto una richiesta di eutanasia. È lo strumento con cui una persona può indicare quali trattamenti sanitari accetta o rifiuta, comunicare ai medici quali condizioni di vita ritiene ancora dignitose e quali non lo siano più, nominare un fiduciario che la rappresenti e consentire ai sanitari di rispettarne la volontà, sempre nell’ambito del rapporto di cura previsto dalla legge. Il punto, dunque, non è decidere di morire, ma decidere come essere curati quando non si sarà più in grado di scegliere. È una differenza sostanziale che troppo spesso, nel dibattito pubblico, viene dimenticata. Decidere oggi come si vorrà essere curati domani oltre ad essere un fondamentale atto di auto responsabilità è anche un atto di responsabilità verso la propria famiglia. Quando il paziente non ha lasciato indicazioni, il peso delle decisioni ricade inevitabilmente sui suoi cari, che possono non conoscere la sua reale volontà, avere opinioni diverse o sentirsi moralmente responsabili della scelta. Nella mia esperienza di avvocato familiarista ho visto fratelli litigare, figli dividersi, proprio nel momento della maggiore sofferenza di un anziano, perché nessuno sapeva davvero quale fosse la volontà della persona amata, o preferiva interpretarla a modo proprio. Il dolore rischia così di trasformarsi in un conflitto che avrebbe potuto essere evitato. *Avvocata familiarista Migranti. Dal d.l. 100 una nuova emergenza per tutta la giustizia italiana areadg.it, 19 luglio 2026 L’8 luglio scorso il Csm ha deliberato il parere sul decreto legge approvato dal Consiglio dei Ministri in data 4 giugno 2026, recante “Misure urgenti in materia di giustizia e per l’attuazione del Patto dell’Unione europea sulla migrazione e l’asilo del 14 maggio 2024” (d.l. 12 giugno 2026, n. 100). Si tratta di una serie di norme licenziate mentre era in corso la discussione sul disegno di legge n. 1869, recante disposizioni in materia di immigrazione e protezione internazionale nonché per l’attuazione del Patto dell’Unione europea sulla migrazione e l’asilo del 14 maggio 2024, che hanno parzialmente assorbito quelle di cui al capo secondo del disegno di legge. Il decreto legge, oltre ad alcune interventi opportuni e condivisibili, che prevedono differimenti dei termini per l’entrata a regime di talune innovazioni ordinamentali e organizzative, in particolare in materia di decennalità, tutela cautelare civile, funzionalità dell’ufficio per il processo, nonché la proroga dell’entrata in vigore del Tribunale persone minori e famiglia e del GIP collegiale, incide in modo preponderante della materia della protezione internazionale emanando le disposizioni attuative del Patto dell’Unione Europea sulla migrazione e l’asilo. Si fa infatti riferimento all’ampia regolamentazione adottata a livello eurounitario e diretta alla riorganizzazione della materia della protezione internazionale. Si tratta, in particolare, della direttiva UE 2024/1346 (relativa all’accoglienza dei richiedenti protezione internazionale), del regolamento (UE) 2024/1348 (sulla procedura comune di protezione internazionale), del regolamento (UE) 2024/1356 (sugli accertamenti nei confronti di cittadini di paesi terzi alle frontiere esterne), del regolamento (UE) 2024/1349 (sulla procedura di rimpatrio alla frontiera) e del regolamento UE 2024/1358 (sull’Eurodac per il confronto dei dati biometrici). Il complessivo “pacchetto” di modifiche, emanato nel 2024, ma entrato in vigore il primo luglio 2026, comportava la necessità di una rivisitazione delle norme nazionali per adeguarle al nuovo assetto europeo, la cui portata era nota da anni, circostanza che avrebbe dovuto suggerire al legislatore italiano un adeguamento con strumenti meno affrettati di un decreto legge varato il giorno dell’entrata in vigore della nuova regolamentazione. Una delle principali novità del Patto è rappresentato dalle procedure di frontiera obbligatorie. Procedure di frontiera erano già previste dall’ordinamento italiano; la loro attuazione era per lo più basata sul concetto di richiedente protezione internazionale proveniente da Paese terzo di origine sicuro. Con il nuovo regolamento, le procedure di frontiera diventano obbligatorie sulla base di tre nuovi presupposti, che non includono il Paese terzo di origine sicuro. I requisiti per l’applicazione delle procedure di frontiera sono tali da renderle applicabili alla stragrande maggioranza delle domande d’asilo. Considerato che l’Italia nel 2025 ha ricevuto 133.520 domande di asilo, le procedure di frontiera attese saranno verosimilmente decine di migliaia. Giova al riguardo ricordare che la Commissione europea nel 2024 ha assegnato all’Italia una “capacità adeguata” di 8.016 procedure di frontiera che il nostro paese deve essere in grado “in ogni tempo” di svolgere, cifra destinata a crescere in virtù del moltiplicatore previsto dalla normativa che porterà tali procedure a 32.064 a regime, cioè a partire dal 2028. Si tratta del 26,7% per cento di tutte le procedure di frontiera dell’Unione europea. Solo all’Ungheria è stata attribuita una percentuale paragonabile, pari al 25,7%, ma parliamo di un Paese che nel 2025 aveva ricevuto 113 domande di asilo, contro le oltre 133.000 dell’Italia; per converso, alla Francia è stato assegnato il 2,1% delle procedure, alla Germania l’1,2%. Per fronteggiare tali gravosi impegni, il d.l. n. 100/2026 ha stabilito di potenziare le Commissione territoriali, con l’ assunzione di oltre 300 unità di personale, senza prevedere invece alcun rafforzamento delle sezioni specializzate dei tribunali. E’ dunque molto dubbia la possibilità per la magistratura di gestire i nuovi carichi di lavoro, al cui incremento concorrerà anche l’aumento del personale nelle Commissioni territoriali. La situazione appare in tutta la sua gravità se si considera che a ogni procedura di frontiera sono ordinariamente connesse forme di limitazione della libertà di circolazione (sub specie dell’autorizzazione a risiedere in un luogo determinato, che, al di là dell’utilizzo della parola “autorizzazione”, ha la sostanza precettiva di un obbligo di dimora) o della libertà personale (nelle forme del trattenimento o del fermo disposto per il compimento di accertamenti). Ciò implica, per un verso, la necessità di trattare tali procedure nei termini perentori indicati e, per altro verso, un incremento del contenzioso giudiziario derivante dalla moltiplicazione dei conseguenti procedimenti di controllo giurisdizionale in fase di merito e di legittimità. Fonte di preoccupazione è anche la nuova disciplina in tema di fermo, adottabile nei confronti degli stranieri rintracciati in posizione di irregolarità o soccorsi nel corso di operazioni di salvataggio in mare o che non soddisfano le condizioni di ingresso, e di trattenimento compreso quello legato al rifiuto reiterato di sottoporsi agli accertamenti, istituti che pongono una serie di problemi di coordinamento tra autorità giudiziarie, e la necessità di controlli a vari livelli Il legislatore d’urgenza ha optato per rendere monocratica l’intera materia, interamente restituita, pertanto, ai tribunali distrettuali con la competenza sulla convalida dei provvedimenti di trattenimento. La gravosità di questo stato è destinata ad acuirsi sia quantitativamente sia qualitativamente per il fatto che diventeranno più frequenti i casi in cui entrerà in gioco la libertà personale dei richiedenti protezione nonché per i ristrettissimi tempi in cui i loro diritti potranno essere fatti valere: l’autorità giudiziaria dovrà svolgere un ruolo di rigoroso controllo del rispetto dei principi costituzionali e degli stessi regolamenti UE, in base ai quali il rimedio giurisdizionale deve essere effettivo (il che comporta l’esame adeguato e completo di ogni singola domanda) adottato in un tempo adeguato. Le misure messe in campo per potenziare la struttura giudiziaria, oltre alla monocraticità (con ampliamento della capacità di risposta, ma riduzione delle garanzie che vengono dalla collegialità in una materia tanto delicata) sono: 1) l’istituzione, presso ciascuna sezione specializzata, di un ufficio per il processo stralcio, composto da almeno tre GOP, al quale viene demandata la definizione del contenzioso pendente, in tema di immigrazione, protezione internazionale e libera circolazione dei cittadini dell’Unione europea, alla data di entrata in vigore del decreto-legge; 2) la proroga di tre mesi dei contratti di lavoro a tempo determinato, in scadenza al 30 giugno 2026, degli addetti all’ufficio del processo che non sono stati stabilizzati. Il parere espresso dal CSM evidenzia l’insufficienza delle misure messe in campo per affrontare l’emergenza che si è venuta a creare con l’emanazione di tali norme di attuazione, sottolinea il cambio di passo adottato dal legislatore (che nel disegno di legge ipotizzava l’istituzione di sezioni stralcio, mentre nel decreto-legge istituisce gli uffici del processo stralcio con facoltà di delega anche decisoria al giudice onorario di procedimenti che però restano in carico al giudice togato) e rileva la scarsa capacità, in termini di resa, della proroga degli addetti all’ufficio per il processo non stabilizzati. All’indomani dell’emergenza del PNRR, nella quale sono stati raggiunti ambiziosi obiettivi - concordati a suo tempo tra il governo italiano e l’Unione europea senza che il Consiglio fosse stato coinvolto - v’è dunque una nuova emergenza per la giurisdizione, che richiederà ancora una volta a magistrati e personale amministrativo di gettare nuovamente il cuore oltre l’ostacolo, per offrire una risposta di giustizia adeguata in una materia complessa, nella quale si agitano diritti fondamentali dell’individuo. Migranti. Il “no” ai Centri per i rimpatri unisce l’Italia da Nord a Sud di Antonio Maria Mira Avvenire, 19 luglio 2026 L’arcivescovo di Trento, Tisi: sono una tragedia, l’unico obiettivo è innescare altra conflittualità tra noi e loro. La Chiesa c’è, tocca allo Stato tutelare i diritti umani. Il sindaco di centrodestra di Castel Volturno, Marrandino: nessuno vuole strutture del genere nei territori, il governo rivaluti gli interventi previsti. “Il Cpr è una tragedia”. Parole di Lauro Tisi, arcivescovo di Trento, città dove il Governo vorrebbe realizzare un Centro di permanenza per i rimpatri. Una denuncia che ha provocato durissime reazioni del centrodestra. Ma Tisi non cambia idea. “Non ritiro di un millimetro l’affermazione. Tutti sappiamo cos’è un Cpr, un sistema dove una persona può finire senza tante verifiche. E sappiamo quale è il trattamento, niente di umano. Ma la tragedia è anche perché si pensa con queste operazioni di rispondere alla realtà dell’immigrazione che invece avrebbe bisogno di tutt’altra risposta”. Quale? Innanzitutto partendo dal fatto che gli immigrati oggi mantengono il nostro welfare e ci garantiscono un sacco di servizi. E noi in cambio li trattiamo con durezza, negligenza e freddezza. Perdonateci fratelli migranti. In Trentino molta della forza lavoro, anche in agricoltura, è straniera... Ma al di là dell’aspetto economico, gli immigrati sono importanti per ridare slancio a un mondo occidentale che sul fronte dell’immaginare un futuro è a corto di speranza. Queste persone non sono qui per turismo ma perché la situazione nei loro Paesi li porta a migrare, però hanno una voglia di riscatto, di sogno, di creatività che a noi manca. Inoltre, hanno un altro aspetto estremamente bello. Ci portano culture che affrontano la vita in una modalità diversa. Penso ad esempio al morire. Mentre noi non siamo riconciliati con la morte, queste persone sono molto sagge anche rispetto all’accettare la morte. Per cui il Cpr è una tragedia per quello che è, ed è inutile che vogliano raccontare che non è così. Il Governo dice che i Cpr sono necessari... I Cpr nascono dall’atteggiamento con cui trattano gli immigrati. Ma questi sono discorsi che non hanno una giustificazione neanche razionale. E innescano un rapporto di sfiducia e di conflittualità che a lungo andare rende difficile l’inclusione. Non ci fa bene avere sul territorio persone respinte, perché l’aggressività nei loro confronti, non fa presagire nulla di buono per il futuro. In questo momento a Trento centinaia di persone vivono per strada, malgrado il forte impegno della Chiesa... Va cambiato completamente l’approccio che è disumano perché la persona esiste, ha un valore e un diritto solo in base al passaporto e al colore della pelle. Una società che si muove su queste coordinate non è umana e non può avere uno sviluppo futuro. Può avere risorse economiche ma lo sviluppo è un’altra cosa. La sua voce contraria al Cpr a Trento è emersa assieme a quella dell’arcivescovo di Caserta e Capua contro il Cpr a Castel Volturno. Ne avete parlato anche durante la recente assemblea della Cei... L’idea è di coordinare i vescovi che già hanno o dovrebbero avere dei Cpr, per avere una voce unitaria. Io ci sono. E spero che questi Cpr non li facciano. Quando voi vescovi parlate di immigrazione spesso vi dicono “ospitateli a casa vostra”. Come risponde a questa provocazione? Io non mi tiro indietro dicendo che la Chiesa ha fatto tutto quello che deve fare. Può fare molto di più, ma questa questione non può essere demandata a una sola istituzione qualunque sia. Tocca a tutti. Non è una questione di carità, non è solo etica ma di civiltà e va ben al di là della Chiesa. Lo ripeto, la Chiesa può fare di più ma non può essere una foglia di fico per non affrontare la questione. Spetta allo Stato tutelare i diritti umani. Invece oggi caricano sul volontariato questioni che dovrebbero risolvere le istituzioni. Il volontariato tampona. Ma poi se tenti di collaborare con le istituzioni, ti mettono dentro i loro format e rischi di bloccarti le mani. Si dice che i Cpr servono per la sicurezza di un territorio. La sicurezza si costruisce dialogando, non barricandoti, chiudendo le porte, ma soltanto aprendoti e conoscendosi. Quando tu uno non lo conosci, crei un muro, ma quella non è sicurezza. Che ne pensa della proposta di “remigrazione”? Sono assolutamente contrario. È un nonsenso totale. E come ha detto Papa Leone, non è una risposta cristiana. Lei nella recente lettera pastorale riflette sulla necessita di incontrarsi e dialogare e aprirsi anche all’aiuto. Inizia raccontando di un uomo in difficoltà, steso a terra. A fermarsi per aiutarlo solo un migrante. Lei scrive “ecco il Samaritano del Vangelo. Ecco Gesù Cristo”... La vera sicurezza è incontrarsi e contaminarsi e soprattutto tornare umani. Il vero è che tu sei mio fratello e non sei un corpo estraneo. Qui Castel Volturno. “Non si costruisce una comunità sulla pelle degli ultimi” Anche l’amministrazione comunale di Castel Volturno si oppone alla decisione del governo di realizzare un Cpr sul proprio territorio. “Nessuno vuole una struttura del genere” annuncia il sindaco Pasquale Marrandino, alla guida di una giunta di centrodestra, riferendo che mercoledì il Consiglio comunale ha votato quasi all’unanimità un ordine del giorno nel quale si esprime “preoccupazione e contrarietà politico-istituzionale rispetto alla realizzazione del Cpr”. E si chiede “al governo di rivalutare complessivamente l’intervento previsto”. L’occasione dell’annuncio è l’iniziativa promossa dall’associazione Libera e da varie altre organizzazioni, ospitata nell’aula del Consiglio comunale. Presente anche l’arcivescovo di Capua e Caserta, Pietro Lagnese, che per primo ha condannato la scelta del Cpr. Ora è soddisfatto della presa di posizione del Comune. “Questa battaglia si vince solo mettendosi insieme. La nostra è un’ostinata resistenza e diciamo no al Cpr a Castel Volturno e anche altrove”. E denuncia “le menzogne che sentiamo ogni giorno. Di chi identifica le violenze coi migranti, di chi parla di invasione, di chi dice che col Cpr saranno risolti i problemi di sicurezza”. Invece, insiste, “noi diciamo no perché non si può costruire una Castel Volturno nuova sulla pelle dei migranti. E diciamo sì alla dignità di ogni persona”. Ragionamenti analoghi fa Tina Cioffo, coordinatrice del Comitato don Peppe Diana. “Non siamo solo contro il Cpr ma vogliamo lottare per i diritti fondamentali. La nostra voce si alzerà sempre di più. Non ci stancheremo. Siamo l’esercito dei buoni”. Come Antonio Casale, responsabile del Centro Fernandes, esempio positivo di condivisione. “Abbiamo aiutato tanti “clandestini” arrivati qui senza nulla, neanche un pezzo di carta. Mi chiedono di pregare per non finire nei Cpr”. Invece, denuncia Francesca Rispoli, copresidente nazionale di Libera, “qui vogliono realizzare un recinto per persone che non hanno fatto nulla, se non fuggire da guerre e fame”. E l’assurdo è che “questa zona è un’area protetta dalla Ue per chi giunge il volo, gli uccelli migratori, ma la chiudono per chi giunge a piedi”. Il sindaco rivendica come altri soldi siano stati spesi bene, proprio per i migranti. Sono i fondi del Pnrr destinati al superamento dei ghetti. “Castel Volturno è tra i pochi comuni che non li ha persi” Il comune casertano ha ristrutturato 4 villette confiscate alla camorra che ospiteranno 80 migranti, tra i quali anche soggetti fragili, con disagio mentale. In centinaia raggiungono l’area destinata al Cpr, per formare una catena umana. “Zona sottoposta a vincolo umanitario”, recita uno striscione. Sullo sfondo, oltre il cancello, stagni, macchia mediterranea, il volo degli uccelli. Natura libera.