La grazia non è affare del ministro, le alternative al carcere invece sì di Adriano Sofri Il Foglio, 18 luglio 2026 Non passa giorno senza che il ministro della Giustizia abbia una buona occasione. Le dilapida tutte, accidenti. Per esempio, nel carcere di Lucca, “il più sovraffollato d’Italia” (non so se sia proprio vero: in realtà ogni carcere è il più sovraffollato d’Italia) si sono suicidati due ospiti in un solo giorno. Tasso di affollamento di Lucca, piccola, dolce provincia italiana (ei mormorava, e non so che “Gentucca”, sentiv’io là, ov’el sentia la piaga, de la giustizia che lì si pilucca), 240 per cento, cioè nello spazio di una persona, un corpo umano, ce ne stanno due più il 40 per cento di una terza, sicché i due si sono ammazzati (uno del Bangladesh, 23 anni, uno marocchino, 35: remigrati definitivi) e il terzo, il 40 per cento, sopravvissuto, dovrà cercarsi almeno un compagno per entrare tutto intero nella statistica sui suicidi carcerari. Il ministro aveva dunque un’ennesima buona occasione per interrogarsi: sul senso del carcere (i due erano dentro per furto), sul senso dell’estate, sul senso della vita e della morte, compresa la sua, per chi suona la campana, invece di dire sciocchezze sulle migliaia di detenuti in meno che l’autunno porterà inesorabilmente, come le foglie cadute. Aveva un’altra occasione, invece di dire sciocchezze sull’avvio di una pratica di grazia per un condannato per omicidio plurimo di cui non si conosceranno ancora per qualche mese le motivazioni: di interrogarsi sul senso della galera per un uomo di 72 anni del quale si può ragionevolmente ritenere, nonostante quello che lui stesso dice di sé, che non si proponga di vendicarsi di qualche altro maldestro rapinatore inseguendolo e annientandolo al prossimo angolo di strada. La grazia non è affar suo, del ministro, come ha voluto ricordargli Mattarella, ma la questione della reclusione carceraria e del suo superamento e delle sue alternative già esistenti, quella sì. E se fosse stato mentalmente e sentimentalmente in forma, il ministro, avrebbe accostato quelle circostanze, il gioielliere di 72 anni e il bengalese di 23 e il marocchino di 35 e l’altro, il 40 per cento, e si sarebbe chiesto che senso ha. Dopotutto succede che persone incapaci di immaginazione siano indotte a tornare sui propri passi e sui propri pregiudizi: il dipartimento penitenziario toscano aveva appena corretto l’ordine di occupare il poco suolo disponibile nelle galere di sua competenza stendendoci sopra dei materassi, e abolendo il calpestio, con la dichiarazione che si era trattato di un refuso. “Contrordine compagni: la delibera del comitato non era ‘scoglionatevi lungo il fiume’, ma ‘scaglionatevi’”, così l’anticomunista Guareschi, uno che andò in galera fieramente, disegnando una fila di trinariciuti obbedienti col fazzoletto rosso al collo intenti a tagliarsi i coglioni lungo la riva. La grazia: ne diventai competente e, mio malgrado, coattore. Un presidente della Repubblica voleva graziarmi motu proprio, chiedeva per anni di poterlo fare, il ministro della Giustizia si opponeva, era lì per quello, finché la Corte costituzionale, chiamata a dirimere la tenzone, certificò che era competenza esclusiva del presidente, come si era sempre saputo, il presidente intanto era scaduto, io ero quasi morto e per la paura (loro) mandato a casa a finire la pena, e non se ne parlò più: l’altroieri Mattarella ha citato il pronunciamento della Corte del 2006, appunto quello, e Napolitano ne approfittò per graziare Ovidio Bompressi, che l’aveva chiesto, e aveva fatto benissimo, a che pro morire in galera. Ho dunque un magazzino ingente e pittoresco di aneddoti sulla questione della grazia, e una documentazione indiscutibile della mia certezza che mi sarebbe stata risparmiata-alleati, in questo, io e i miei odiatori - ma voglio ricordarne almeno uno, il più pittoresco. Sta agli atti, perché giudici popolari testimoniarono e altri giudici indagarono, cioè simularono di indagare: alle resistenze a condividere la nostra condanna, i giudici togati rimediarono in camera di consiglio assicurando che “tanto gli daranno la grazia”. Altro che aspettare le motivazioni. Il culmine si toccò nel processo di revisione, nel 2000, dodici anni dopo il nostro arresto: qui i giudici scrissero proprio nelle motivazioni che la condanna confermata sembrava loro, cari!, dolorosamente inappropriata, col tanto tempo trascorso e le prove del nostro mutamento civile, così che auspicavano un provvedimento di grazia. Cari! Vedano di risparmiare, risparmiarsi, un carcere inutile e inutilmente punitivo al condannato Roggero e a migliaia di altri, in carcere per dargli una lezione esemplare, colletti già bianchi, o per toglierli dalla circolazione, i brutti sporchi e cattivi. Invece di assediare Mattarella. Che, a sua volta, farà quello che crederà giusto, disponendo di una gamma di opzioni. Salvo che rivendicare l’omicidio stradale, aggravato dalla crudeltà dei calci in testa, e attenuato dall’esasperazione della minaccia e dell’offesa appena subita, glielo impedisca. E il carcere si guadagni un cliente in più, al 100 per cento, e i suoi paladini interposti si guadagnino un gruzzolo di voti, un tantino per cento. Inps: Naspi ai detenuti in caso di misure alternative e trasferimenti di carcere ansa.it, 18 luglio 2026 Si dà se la disoccupazione è involontaria, anche in caso di scarcerazione. L’Inps dà indicazioni sul diritto alla Naspi dei detenuti spiegando che, come sottolineato dalla Corte di Cassazione, il rapporto di lavoro del detenuto alle dipendenze dell’Amministrazione penitenziaria va considerato come un ordinario rapporto di lavoro, con l’ulteriore conseguenza che la cessazione del rapporto di lavoro intramurario può considerarsi come involontaria in alcune fattispecie aprendo così alla possibilità di accesso alla Naspi. Si ha diritto alla Naspi in caso di scarcerazione per fine pena, per trasferimento di carcere, in caso di fine progetti e in caso di passaggio a misure alternative al carcere. La cessazione del rapporto di lavoro intramurario per fine pena non è riconducibile alla volontà del detenuto, il quale non può opporsi alla scarcerazione né prolungare il rapporto lavorativo. La consapevolezza del termine della pena al momento dell’assunzione non incide sulla qualificazione della disoccupazione come involontaria, analogamente a quanto avviene per i contratti a tempo determinato. Pertanto, in questo caso è possibile applicare la tutela previdenziale della Naspi. “La cessazione del rapporto di lavoro intramurario per fine pena, si legge, costituisce disoccupazione involontaria rilevante ai fini dell’accesso alla prestazione Naspi, ove sussistano gli altri requisiti previsti dalla normativa vigente”. Si ha diritto alla Naspi anche nel caso della cessazione del rapporto di lavoro intramurario per fine progetto. “Lo stato di disoccupazione che ne consegue - si legge - è estraneo alla sfera di disponibilità del lavoratore detenuto. La cessazione del rapporto di lavoro non dipende da una scelta volontaria del detenuto, né questi può influire sulla prosecuzione del rapporto di lavoro, essendo la scadenza del progetto determinata da prerogative dell’Amministrazione penitenziaria”. La cessazione del rapporto di lavoro penitenziario a seguito del trasferimento del detenuto in altro istituto di pena costituisce causa di disoccupazione involontaria. “Non rientra infatti nella sfera di disponibilità dell’interessato la decisione di cambiare (o non cambiare) il luogo in cui espiare la pena né quella di rifiutare il trasferimento al fine di evitare la cessazione del rapporto di lavoro”. La cessazione del rapporto di lavoro penitenziario a seguito di ammissione a misura alternativa alla detenzione costituisce causa di disoccupazione involontaria e non preclude il diritto alla Naspi, ove siano soddisfatti gli altri requisiti normativi. “La possibilità di fare ricorso alla misura viene sì vagliata a seguito di iniziativa dell’interessato, che presenta apposita istanza, ma la concessione e la concreta attivazione della misura richiedono un procedimento valutativo circa la sussistenza dei presupposti di legge ed un provvedimento dell’autorità giudiziaria, di tal ché non si può affermare che siano frutto di una decisione unilateralmente assunta dal lavoratore”, Si configura uno stato di disoccupazione involontaria, rilevante ai fini dell’accesso alla Naspi. In questi casi a cessazione del rapporto di lavoro determina, in capo all’Amministrazione penitenziaria, l’insorgenza dell’obbligo di versamento del contributo di licenziamento (cosiddetto. ticket di licenziamento) dovuto in tutti i casi in cui la cessazione del rapporto di lavoro sia idonea a generare in capo al lavoratore il teorico diritto all’indennità Naspi a prescindere dall’effettiva fruizione. Non è riconosciuto l’accesso alla Naspi per il lavoro in rotazione. Ai fini del riconoscimento della Naspi non rilevano le cessazioni intermedie del rapporto di lavoro, configurabili piuttosto come sospensioni del rapporto di lavoro, considerato che a una chiamata e un prefissato periodo di lavoro secondo turni e per un tempo limitato seguono altre chiamate in un unico contesto di detenzione. Proibito leggere Il Dubbio in carcere: “Possibile veicolo di messaggi occulti” di Annalisa Costanzo e Simona Musco Il Dubbio, 18 luglio 2026 Negato l’acquisto del quotidiano a un detenuto. Eppure nel 2024 una lettera al Dubbio fu usata da Mattarella per richiamare l’attenzione sul carcere. Il detenuto vuole leggere Il Dubbio? Meglio di no, perché ci sarebbe “la possibilità di veicolazione, tramite esso, di messaggi occulti di non agevole decifrazione”. A scriverlo nero su bianco è una magistrata di Sorveglianza di Novara, Marta Criscuolo, che ha respinto la richiesta di un detenuto in regime di 41-bis di poter acquistare il nostro quotidiano in quanto veicolo potenziale di messaggi cifrati. La decisione è contenuta nell’ordinanza 1297/2026, nella quale Criscuolo ha risposto al reclamo proposto da Sebastiano Vottari, detenuto originario di San Luca (Rc) attualmente ristretto a Vigevano, ma precedentemente in carcere a Novara, dove aveva impugnato, per mezzo dei suoi avvocati Giuseppe Pelle e Antonio Femia, il diniego dell’amministrazione penitenziaria all’acquisto di due testate giornalistiche non incluse nel cosiddetto “modello 72”, L’Unità e, appunto, Il Dubbio. La scelta delle pubblicazioni è infatti limitata e deve essere compresa in un elenco approvato dal Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria per prevenire comunicazioni con l’esterno. E laddove quella testata non sia inserita nell’elenco, è il giudice di Sorveglianza a poter stabilire, caso per caso, se ci siano ostacoli a concedere l’autorizzazione. Ostacolo che la magistrata ha ritenuto sussistente nel caso del Dubbio. Il paradosso è che si tratta dello stesso quotidiano che appena due anni fa il presidente della Repubblica Sergio Mattarella citava pubblicamente per fare luce sul dramma delle carceri, al quale il Capo dello Stato è particolarmente attento. A luglio del 2024, durante la tradizionale cerimonia del “Ventaglio” con l’Associazione stampa parlamentare, Mattarella affrontò il tema dell’emergenza penitenziaria prendendo spunto da una lettera a lui indirizzata dai detenuti del carcere di Brescia tramite le pagine del Dubbio. Una delle poche lettere che ha trovato effettiva ospitalità sulle pagine del quotidiano. “Vi è un tema che sempre più richiede vera attenzione: quello della situazione nelle carceri - disse Mattarella -. Condivido con voi una lettera che ho ricevuto da alcuni detenuti di un carcere di Brescia: la descrizione è straziante. Condizioni angosciose agli occhi di chiunque abbia sensibilità e coscienza. Indecorose per un Paese civile, qual è, e deve essere, l’Italia. Il carcere non può essere il luogo in cui si perde ogni speranza, non va trasformato in palestra criminale”. Insomma, Il Dubbio, lungi dal veicolare messaggi “cifrati”, aveva fatto ciò che compete alla stampa: denunciare situazioni umanamente degradanti, rispettando quanto previsto, a livello deontologico, dalla Carta di Milano, che regola la comunicazione sul carcere e sui detenuti. In quella lettera c’era il racconto della quotidianità dietro le sbarre, delle condizioni di vita di alcuni detenuti, di una sofferenza che il Capo dello Stato ritenne doveroso portare all’attenzione dell’intero Paese. Nessun messaggio cifrato. Nessuna comunicazione occulta. Solo la voce del carcere che raggiungeva le istituzioni. Nel merito della decisione, la magistrata ha operato una netta distinzione tra le due testate, accogliendo il reclamo limitatamente a L’Unità, “storico quotidiano politico italiano, a tiratura nazionale, fondato nel 1924 da Antonio Gramsci” e pertanto “assimilabile, per tiratura nazionale e significativa tradizione editoriale, ai quotidiani inclusi nell’elenco”. Nelle tre pagine dell’ordinanza viene richiamata la pronuncia della Corte costituzionale n. 122 del 2017, la quale ha stabilito che la compressione delle modalità di acquisto della stampa (esclusivamente tramite canali interni e mai dall’esterno) è legittima per prevenire comunicazioni criptiche, ma non deve tradursi in una “negazione surrettizia del diritto”. Nel momento stesso in cui impone al detenuto di avvalersi esclusivamente dell’istituto penitenziario per l’acquisizione della stampa, l’amministrazione si impegna a fornire un servizio efficiente, evitando “lungaggini e barriere di fatto” che penalizzino, nella sostanza, le legittime aspettative del detenuto. Al quale, scriveva il giudice delle leggi, “non è impedito l’accesso alle letture preferite e al loro contenuto, ma gli è imposto di servirsi, per la relativa acquisizione, dell’istituto penitenziario”. L’ordinanza fa però propria la giurisprudenza di legittimità secondo cui tale principio non implica “che ogni pubblicazione possa e debba (...) fare il proprio ingresso in istituto, indipendentemente dalla compatibilità di un tale ingresso con le finalità proprie del regime detentivo speciale, con le ineludibili esigenze organizzative dell’Amministrazione, a quelle finalità anche correlate, e con l’effettiva inerenza dello stampato all’esercizio di diritti fondamentali”. Applicando questi parametri, Criscuolo ha ritenuto che L’Unità fosse da ritenere “stampato inerente all’esercizio del diritto fondamentale all’informazione”. Mentre Il Dubbio, “giornale pubblicato dal 2016”, è “quotidiano di minor tradizione editoriale, rispetto al quale”, appunto, “la Direzione ha altresì rappresentato la possibilità di veicolazione tramite esso, di messaggi occulti, di non agevole decifrazione, che potrebbero sfuggire ai controlli degli addetti alla censura, e il cui controllo richiederebbe all’A.P. quindi un dispendio di risorse umane e tempo per accurati controlli del contenuto, dal momento che in esso trovano ingresso rubriche con lettere inviate dal carcere e comunque dall’esterno, che potrebbero prestarsi a veicolare informazioni da e all’esterno, tra detenuti in 41 bis o.p. e affiliati, alleati o comunque terzi, aggirando le finalità del regime speciale con conseguente pregiudizio per l’ordine e la sicurezza pubblica”. Imponendo così, secondo l’ordinanza, delle verifiche che richiederebbero un dispendio non sostenibile di “risorse e tempo”. Per inciso, è la rubrica in cui si racconta il mondo penitenziario a chiamarsi “Lettere dal carcere”, ma ciò non la rende una cassetta delle lettere indiscriminata. Il risultato è che una testata giornalistica viene di fatto esclusa non per i suoi demeriti, ma per il suo merito principale, dare voce a chi non ne ha. Una motivazione che finisce per trasformare l’attenzione mediatica sul carcere in un possibile fattore di rischio. Quell’eterna tentazione populista di legalizzare il far-west di Davide Vari Il Dubbio, 18 luglio 2026 Chi oggi chiede la grazia per Roggero dovrebbe quantomeno considerare che il gioielliere non si limita a chiedere comprensione per il proprio gesto, ma la sua legalizzazione postuma: non più legittima difesa, ma licenza di uccidere. Difendere l’indifendibile è sempre stata una delle specialità più seducenti della politica italiana. Ma qui si va oltre: si pretende di trasformare in una “causa civile” l’uccisione di due rapinatori in fuga, come se il diritto alla difesa comprendesse anche il diritto all’inseguimento, alla vendetta e all’esecuzione. E chi oggi chiede la grazia - a cominciare dai ministri del governo Meloni - dovrebbe quantomeno considerare che il gioielliere condannato a quattordici anni per il duplice omicidio dei due rapinatori, non si limita a chiedere comprensione per il proprio gesto. No, nulla di tutto questo: il signor Roggero ne reclama, in sostanza, la legalizzazione postuma. Vorrebbe che lo Stato dicesse: hai fatto bene, e chiunque si trovi nelle stesse condizioni potrà fare altrettanto. Non più legittima difesa, dunque, ma licenza di uccidere chi ha commesso un reato ed è in fuga. Ma attenzione: che il protagonista di questa vicenda continui a rappresentarsi come un giustiziere è un fatto umano, perfino prevedibile. Il fatto politico, assai più grave, è che ministri, leader e aspiranti statisti si mettano in fila per conferirgli una patente morale, trasformando una condanna definitiva in una battaglia politica. Del resto, quell’omicidio non è nato nel vuoto, ma in un preciso clima politico che, negli anni di Salvini al Viminale, aveva seminato un’idea semplice e terribile: chi spara al ladro è sempre dalla parte giusta. E poco importava se il pericolo fosse cessato, se l’aggressore fosse in fuga e se il colpo fosse sparato alle spalle. Prima la pistola, poi il codice. Un equivoco, per così dire, che oggi presenta un conto salatissimo. Per i due rapinatori morti ammazzati, naturalmente, ma anche per quel gioielliere che è caduto dritto dritto nella propaganda da far west di allora. E a noi non resta che affidarci al presidente Mattarella. “Un ministro non è mai imparziale, perciò la grazia non è affidata a lui” di Valentina Stella Il Dubbio, 18 luglio 2026 Professor Enrico Grosso, ordinario di Diritto costituzionale all’Università di Torino: il ministro della Giustizia può in autonomia avviare un’istruttoria per chiedere la Grazia? “Parte della dottrina lo ritiene possibile, ma dalla lettura della sentenza costituzionale 200 del 2006 sembra emergere una risposta diversa. Normalmente il procedimento di grazia viene avviato su richiesta del condannato o di un suo prossimo congiunto. L’articolo 681 del codice di procedura penale prevede peraltro che la grazia possa essere concessa anche in assenza di domanda o proposta”. La Corte costituzionale afferma che la può chiedere lo stesso Presidente della Repubblica. Anche il ministro? Qui si tratta di leggere tra le righe della sentenza, ove si afferma che occorre accuratamente evitare che nella valutazione dei presupposti del provvedimento assumano rilievo le determinazioni di organi appartenenti al potere esecutivo. Questo è il punto decisivo. Cioè? La grazia è istituto derogatorio rispetto al normale funzionamento del principio di legalità dei reati e delle pene, incidendo sull’esecuzione di una decisione del giudice. La separazione dei poteri impone quindi di evitare che l’iniziativa appaia legata a obiettivi politici o all’attività di governo. È per questo che la Corte insiste sulla stretta connessione della grazia al perseguimento di finalità essenzialmente umanitarie. È in grado, il ministro della Giustizia, di garantire sempre l’assoluta estraneità della propria iniziativa a finalità politiche o comunque connesse all’attività di governo? Io, anche alla luce del dibattito che si sta sviluppando in questi giorni, mi permetto di dubitarne. È opportuno avviare l’istruttoria su una possibile grazia in assenza della motivazione della Cassazione? La Consulta ha chiarito che le informazioni e gli elementi di giudizio da raccogliere al fine di completare l’istruttoria devono comprendere innanzitutto quanto emerge dalla sentenza di condanna. Mi risulta difficile pensare che l’istruttoria possa essere avviata prima di conoscere le motivazioni della Cassazione. Mi si potrà ribattere che ci sarà sempre tempo di integrare l’istruttoria con l’ultima sentenza emessa, quando sarà disponibile, ma allora torniamo a quanto si diceva prima: come fa il ministro a procedere di sua iniziativa, se la grazia può esclusivamente fondarsi su motivi umanitari e non su motivi anche solo latamente di ordine politico, prima ancora che siano note le motivazioni definitive su cui si regge la pronuncia di condanna? Nel caso Roggero, incentrato sui limiti della legittima difesa, non sembra possibile assumere preventivamente un’iniziativa per la concessione della grazia senza conoscere le ragioni giuridiche per cui la Cassazione ha escluso l’applicazione di tale scriminante. È possibile dare la grazia in mancanza di resipiscenza? La grazia deve fondarsi su ragioni umanitarie. Esse possono essere molteplici, purché legate alla situazione personale o familiare del condannato. Anche un reo incallito e non pentito può beneficiarne, qualora sussistano ragioni impellenti che giustifichino l’atto, come un grave stato di salute, l’età avanzata, particolari esigenze familiari da parte di chi, ad esempio, abbia figli gravemente malati da accudire, e qui ogni riferimento ad altro caso recentemente balzato agli onori delle cronache è assolutamente voluto, o che meriti un intervento ispirato al senso di umanità che deve caratterizzare l’esecuzione della pena. Lo Stato costituzionale laico non esige pentimenti o abiure, ma sa riconoscere eccezionali esigenze di natura umanitaria, quali che siano. Dal Colle è filtrata irritazione per il fatto che il ministro abbia dato forte risonanza alla propria iniziativa sulla grazia per Roggero senza neanche fare una telefonata al presidente Mattarella. Secondo lei il guardasigilli potrebbe aver subìto pressioni della coalizione, se non della stessa premier Meloni, o si era convinto personalmente dell’opportunità di quell’iniziativa? Il problema non è se il guardasigilli si sia o non si sia precedentemente confrontato con altri esponenti della maggioranza, ma sgombrare il campo da ogni dubbio che l’iniziativa possa essere in qualsiasi modo ispirata a ragioni di tipo politico o connesse al dibattito politico o alla prossima campagna elettorale. È per questo che è da ritenere inopportuno, quand’anche non fosse giuridicamente vietato, che l’iniziativa di grazia provenga direttamente da un membro dell’esecutivo. Il ministro Salvini ha detto: “Non entro nel merito della sentenza ma questa condanna è ingiusta”... La grazia non deve diventare uno strumento di lotta politica, né essere utilizzata per delegittimare irresponsabilmente la magistratura o alterare il corretto equilibrio tra i poteri dello Stato. Per questo certi commenti sopra le righe di taluni esponenti politici mi sono sembrati una ennesima pericolosa sgrammaticatura istituzionale. C’è una rincorsa a destra a superare Vannacci sul tema della sicurezza? Questo non lo so. Segnalo solo che, in questo caso, il richiamo alla sicurezza pare davvero un fuor d’opera. Si evoca la grazia nei confronti di un individuo che è stato condannato per aver inseguito per la strada due ladri che si stavano spontaneamente allontanando, sparando e uccidendoli. La destra securitaria dovrebbe prodigarsi per impedire che sulla pubblica via chiunque possa essere colpito da un proiettile vagante sparato da un cittadino che ha deciso di farsi giustizia da sé. La destra securitaria dovrebbe auspicare che siano le forze dell’ordine, e non singoli individui che si aggirano armati per le strade, a garantire l’ordine pubblico e reprimere i reati. Antimafia troppo distratta per accorgersi che qualcuno sta mettendo a ferro e fuoco Palermo di Riccardo Lo Verso Il Foglio, 18 luglio 2026 Dov’è finita la prima linea dell’antimafia. Tutti, o quasi, in tutt’altre faccende affaccendati, inghiottiti da politica e carriere tanto da non sentire il rumore dei kalashnikov. Perché è questo che da mesi accade a Palermo. Troppo distratti per accorgersi che qualcuno sta mettendo a ferro e fuoco la città. Firmano i raid con il rumore delle sventagliate di mitra e l’odore acre degli incendi. Seminano paura come non succedeva da decenni per convincere i commercianti a pagare il pizzo. Emissari di messaggi intimidatori per saldare vecchi conti aperti quando neppure erano nati. Agiscono e tornano sul luogo del delitto, sfrontati come sono. È la Cosa nostra stracciona che alza il tiro provando a cambiare pelle. Dalla cella di un carcere o da uno dei boss liberi per fine pena parte l’ordine rivolto a un manipolo di picciotti della malandata periferia dello Zen che si sentono onnipotenti. Già, lo Zen, forse è proprio questo il punto chiave. L’antimafia mediatica e salottiera con il suo stuolo di santoni e campioni ha tutto da perdere e nulla da guadagnare dal confronto con le nuove leve che gli anziani boss chiamano in maniera sprezzante “cani con la barba”. Barbe lunghe appunto, collane pacchiane, vestiti griffati o taroccati, musica neomelodica a palla, linguaggio violento, il mito di Totò Riina e “Gomorra” sono gli ingredienti dei video postati sui social. Di giorno vanno su TikTok, di notte sparano. I picciotti non si nascondono, ostentano la loro appartenenza. Questa mafia obbliga a misurarsi con le macerie sociali, a sporcarsi le mani nella melma. A farlo sono rimasti i preti di borgata, i volontari delle associazioni e qualche politico locale. È l’ombra di ciò che è stata l’antimafia. La stagione della presa di coscienza collettiva è lontana. Ci vollero le bombe per svegliarsi dal torpore, ma arrivarono i lenzuoli bianchi, le catene umane, i cortei. Era una ribellione vera, fatta di carne e sangue. Poi sono arrivati i professionisti dell’antimafia che a forza di dare la caccia ai fantasmi hanno smarrito il contatto con la realtà. Oggi che non ci sono più i nemici di un tempo è sparita l’antimafia dei massimi sistemi che si era radunata attorno al magistrato Antonino Di Matteo. Il collante era la trattativa stato-mafia. Le trame dei patti oscuri in giacca e cravatta o in divisa, indimostrabili ma affascinanti, muovevano le masse e stordivano le coscienze via cavo. È andata com’è andata, il nulla di fatto processuale ha spento l’interesse. Sopravvivono rivoli di resistenza posticcia. Un tempo c’era bisogno di sgomitare per farsi largo sull’affollato palco della notorietà. C’era la fila per iscriversi alla confraternita dell’antimafia e dei “sistemi criminali” teorizzati da un altro magistrato in servizio a Palermo, Roberto Scarpinato, che oggi li ripropone di tanto in tanto da senatore del Movimento 5 stelle grazie alle porte girevoli fra magistratura e politica. C’era sempre un fantomatico traditore di stato da sacrificare (o sputtanare) nella giostra delle interviste, dei libri e delle sceneggiature. Le aule dei Tribunali erano una fastidiosa parentesi. L’orizzonte odierno, l’ultima ancora di salvezza prima dell’oblio, è la confluenza fra la mafia stragista e il terrorismo nero. Qualcuno fa finta di non vedere che nel frattempo le nuove indagini sull’intreccio “mafia e appalti”, a cui stava lavorando Paolo Borsellino prima di essere ammazzato, hanno fatto già emergere una verità. Non sappiamo, e forse mai sapremo, se sia stata la causa dell’eccidio, ma ci fu quanto meno una sottovalutazione da parte di chi liquidò quel fascicolo frettolosamente. I campioni dell’antimafia militante, autoproclamatisi detentori della verità, sono in affanno e preferiscono rimanere nelle retrovie. Non una sola parola su ciò che accade oggi. Niente a che vedere rispetto alle cavalcate trionfali a braccetto di Massimo Ciancimino, il figlio di don Vito, sindaco mafioso di Palermo. Era l’icona dell’antimafia, come lo aveva definito un altro magistrato, Antonio Ingroia, l’ideologo della Trattativa. Massimuccio si fece prendere la mano e rifilò ai pm che si guardavano allo specchio documenti taroccati e spacciati per il papello scritto dal capo dei corleonesi per fermare le bombe. Certo si può sempre attendere fiduciosi la milionesima inchiesta, con contestuale archiviazione, su Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi quali mandanti delle stragi. Un evergreen, scivolano sul velluto. Il primo ha il bollo di mafiosità sancito da sentenze irrevocabili, il secondo è morto da un pezzo. Certo si fa durissima la scalata alle prime pagine dei giornali e alle edizioni serali dei Tg. Persino Totò Cuffaro, il cui nome ormai consente di superare a mala pena lo Stretto, è diventato démodé. Dopo avere scontato una condanna per favoreggiamento alla mafia, l’ex governatore democristiano della regione siciliana è finito al centro delle peggiori trame della politica e ha patteggiato una nuova condanna per corruzione. È venuto meno un altro nemico che metteva d’accordo l’antimafia che non parla più di mafia. Ha ripiegato su altri argomenti, legittimi e in alcuni casi persino di interessante attualità, ma pur sempre divagazioni dal tema principale di cui per decenni si sono nutriti dispensando la ricetta per risolvere i problemi. Hanno guardato solo al passato disinteressandosi di ciò che la mafia era diventata. Ogni tanto sorge il dubbio che restino in silenzio perché non sanno cosa dire. Il segno dei tempi è la presenza qualche settimana fa di Di Matteo a Palermo per parlare di genocidio a Gaza alla presentazione del libro di Francesca Albanese, relatrice Onu per il Territorio palestinese occupato. Nel frattempo truppe nuove, e feroci, si sono fatte avanti. Rispondono agli arresti con altri raid e richieste di pizzo. Sfrontati e pericolosi. Servirebbe un sussulto, un’analisi, un confronto sulla Cosa nostra di oggi. Altro che silenzi. Ci sono voci di cui non si percepisce neppure un bisbiglio. Dov’è finito Leoluca Orlando, cresciuto nel ventre molle della Dc che si rivoltò contro Salvo Lima e Giulio Andreotti e conquistò il comune di Palermo. Oggi è lontano, e non solo per via dei chilometri che separano la sua città da Strasburgo dove siede al Parlamento europeo. Altrettanto marcata è la distanza di Caterina Chinnici, pure lei magistrato ed eurodeputata, che la mafia rese orfana del padre Rocco a cui si deve l’istituzione del pool antimafia. Assessore regionale nella giunta dell’autonomista Raffaele Lombardo, passata dal Pd di cui è stata eurodeputata e candidata alla presidente della regione, infine approdata a Forza Italia quando la politica cercava simboli di sangue e dolore con la convinzione che bastasse per presentarsi con una patente di credibilità agli occhi degli elettori. Le accuse di trasformismo non l’hanno scalfita, è passata sopra con nonchalance al dilemma se accasarsi nel partito di Berlusconi e Dell’Utri e del governatore siciliano Renato Schifani, appoggiato anche dalla Democrazia cristiana di Cuffaro. Manca il nemico potente e identificativo. Cosa nostra è diventata un problema di altri. Dei pubblici ministeri attuali, del governo Meloni e del ministro Matteo Piantedosi innanzitutto che annuncia come iniziale contromossa alle mitragliate l’installazione di una manciata di telecamere e l’arrivo di nuovi agenti (molti dei quali a rimpiazzare i pensionati). Un po’ pochino, per la verità. La premier suona corde diverse e non esclude di mandare l’esercito in strada come avvenne dopo le stragi. Altri cercano di colmare gli spazi lasciati vuoti dai vecchi militanti dell’antimafia. Si fa largo Ismaele La Vardera, ex inviato delle “Iene” e volto emergente della politica siciliana. Sa il fatto suo e qualcuno, come si diceva un tempo, non lo ha visto arrivare. Ci mette energia, impegno e tanta capacità mediatica approfittando di una politica ammorbata dalle vecchie logiche di partito che si mostra incapace di adottare contromisure. La sostanza che serve a chi si candida alla guida della regione? Si vedrà, in fin dei conti sono dettagli. Qualche malefatta l’ha pure smascherata e qualche altra l’ha cavalcata. Il suo appeal elettorale ha fatto sbocciare l’amore di alcuni rappresentanti dell’antimafia che si sono fatti avanti. Hanno puntato la loro fiche su La Vardera. Come Sonia Alfano, ex eurodeputata di Italia dei Valori, figlia di un cronista ucciso trent’anni fa dalla mafia a Barcellona Pozzo di Gotto, che ha lasciato Carlo Calenda. Resta da capire se il suo approdo a Controcorrente, il movimento di La Vardera, risponda più a calcoli politici che a una reale spinta antimafia. Come Piera Aiello, ex moglie di un boss mafioso, che per ventitré anni ha collaborato con la giustizia. La sua storia è legata a quella di Rita Atria, la giovane di Partanna che si tolse la vita dopo la strage di via D’Amelio. Aiello era la moglie di Nicola Atria, fratello di Rita, ucciso davanti ai suoi occhi. Allora decise di raccontare ai magistrati tutto ciò che sapeva sulla mafia trapanese. Nel 2018 Aiello fu eletta per il Movimento 5 stelle a Montecitorio al termine di una campagna elettorale a volto coperto per ragioni di sicurezza. Quindi i tentativi non andati in porto con l’Unione popolare di Luigi De Magistris e con l’autonomista Cateno De Luca. Oggi anche lei è al fianco di La Vardera, tutti a caccia del migliore posizionamento in vista delle prossime tornate elettorali. Come Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, altro simbolo dell’antimafia militante al grido di “fuori la mafia dallo stato”, arroccato nelle sue certezze, mai messe in crisi. Neppure di fronte all’evidenza delle menzogne di Ciancimino jr. Il loro abbraccio a una cerimonia del 2014 è probabilmente l’immagine più deleteria di una certa antimafia. Nei giorni scorsi è arrivato l’endorsement di Salvatore Borsellino a La Vardera. Ogni tanto si rivedono volti scomparsi dai radar come Tano Grasso, meritevole fondatore e presidente del movimento antiracket italiano, a ricordarci che contro il pizzo è importante la collaborazione dei commercianti e che a Palermo c’è un vuoto di potere mafioso. Troppo poco. “Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur”. La Sagunto espugnata è Palermo, sommersa dai riti simbolici ed evanescenti dell’antimafia e dalle chiacchiere. Si canta e si balla alle cerimonie, si brinda alla legalità come è avvenuto il 23 maggio - giorno della commemorazione di Falcone - a casa del presidente della commissione regionale antimafia, Antonello Cracolici, il quale ha ammesso la più amara delle verità. La commissione, a cui va riconosciuto il merito di essersi riunita allo Zen, non riesce a stare dietro a tutte le inchieste giudiziarie aperte in Sicilia. Ha smarrito la capacità di “prevenire o anticipare scenari che poi hanno sviluppi penalistici”. È la politica distratta, in questo caso impegnata nei tribunali paralleli delle commissioni che hanno finito in alcune circostanze per distorcere la prerogativa di fare indagini sostituendosi alla magistratura, a volte persino scavalcandola. Si consumano battaglie durissime, scontri tra fazioni. C’è chi accusa la presidente della commissione nazionale, Chiara Colosimo, di usare le indagini sulle stragi di mafia per consumare una vendetta e silenziare i tentativi di smascherare i veri interessi che ci furono dietro le stragi. Come? Brandendo il dossier “mafia e appalti” come arma di distrazione. Chi lo afferma dimentica che per 30 anni l’antimafia dura e pura ha avuto carta bianca, senza limitazioni di uomini e mezzi per sviluppare i suoi teoremi. Mente sapendo di mentire. Scandagliare “mafia e appalti”, tema caro alla famiglia Borsellino, è un dovere. Senza “trame oscure” e “mandanti occulti” i professionisti dell’antimafia tacciono. Non si indignano, non scendono in piazza, non alzano il ditino da inquisitori. Restano nelle confortevoli stanze della politica e della magistratura. Si affacciano sul mondo reale solo per affidare il loro pensiero al comunicatino stampa di ringraziamento alle forze di polizia che hanno messo a segno l’ennesimo blitz. O per un post sui social che sa molto di politica moderna. Ogni tanto il transito di un corteo di auto blindate ci ricorderà che esistono. Sarà per presenziare alla prossima cerimonia di commemorazione o all’importantissimo convegno in cui si parleranno addosso. O magari per salire a bordo dello yacht dell’ambasciatore americano a Roma, Tilman Fertitta, ormeggiato a largo di Cefalù, su invito della Fondazione Falcone. L’importante è restare lontani dal tonfo dei kalashnikov nella Palermo dell’antimafia dimenticata. “Liberi di scegliere, l’alternativa di Stato a chi rifiuta la mafia” di Errico Novi Il Dubbio, 18 luglio 2026 Non è una legge-bandiera. È un proposito impegnativo: offrire una vita diversa, alternativa a contesti familiari infettati dal crimine, innanzitutto ai minori e alle donne ma in generale a chiunque sia disposto a separarsi dai legami di sangue pur di sfuggire alla cultura mafiosa e all’illegalità. “Liberi di scegliere” è il nome di uno dei pochi provvedimenti approvati all’unanimità in questa legislatura: il via libera in prima lettura alla Camera è arrivato mercoledì scorso. Una sfida con diversi “genitori”, dalla presidente della bicamerale Antimafia Chiara Colosimo, di FdI, al sottosegretario Andrea Ostellari, primissima linea della Lega sulla giustizia, che ha investito la propria competenza sul “minorile” anche in questo delicato progetto. Sottosegretario, l’obiettivo è condivisibile, ma le nuove norme presuppongono che lo Stato sappia mostrarsi realmente competitivo rispetto al modello di violenza e falsa protezione offerto dalla criminalità organizzata. Questo “volto forte” delle istituzioni davvero è già riconoscibile, nei territori a maggiore presenza mafiosa? Sì, perché il progetto ha già prodotto importanti risultati e la legge consente di trasformare un’esperienza positiva in una risposta stabile e nazionale. Lo Stato diventa ancora più presente, credibile e capace di accompagnare chi sceglie di rompere con un ambiente criminale, offrendo sicurezza, sostegno psicologico, istruzione, formazione e opportunità di lavoro. Il protocollo, come già dichiarato dal giudice Di Bella, ha già permesso l’allontanamento dalle famiglie criminali d’origine di circa 200 minori e 34 donne. Inoltre, l’80 per cento dei ragazzi e delle ragazze coinvolti, una volta raggiunta l’età adulta, non ha commesso reati. Un ulteriore esempio tangibile di presenza dello Stato arriva da Catania, dove è stato consegnato al Demanio l’immobile destinato al nuovo Polo della giustizia minorile, che riunirà il Tribunale, la Procura minorile e il Centro di prima accoglienza. È il segno di uno Stato che non si limita a reprimere i reati, ma costruisce alternative vere. La legge implica una sinergia fra politica e magistratura: un modello alternativo, si direbbe, dopo le tensioni sperimentate in altri ambiti, come quello dei migranti... Il dibattito è fisiologico in una democrazia, purché ciascuno rispetti le competenze dell’altro. Con ‘Liberi di scegliere’ si è lavorato su un obiettivo condiviso, mettendo insieme l’esperienza dei giudici minorili e la responsabilità del legislatore. Una musica che non sempre ha suonato così, diciamolo... Per me, la collaborazione istituzionale significa tradurre il proprio ruolo in soluzioni utili ai cittadini operando scelte che migliorano il nostro sistema. Questo mese il ministero, per esempio, ha assunto a tempo indeterminato oltre 9.000 ex addetti all’Ufficio per il processo e altre figure amministrative, evitando di disperdere le professionalità formate negli ultimi anni. Persone che, con la fine del Pnrr, sarebbero rimaste a casa e che invece sono state stabilizzate, migliorando l’efficacia dei nostri uffici giudiziari territoriali, da nord a sud. Oltre che dall’esperienza della magistratura minorile di Reggio Calabria, da quali altre sollecitazioni e dati è nata questa legge? La legge nasce da un lavoro corale. Hanno contribuito la magistratura, la direzione nazionale Antimafia e antiterrorismo, diversi ministeri, la Presidenza del Consiglio, la Cei e molte realtà del terzo settore. Il lavoro ha coinvolto anche gli uffici giudiziari di Catania, Napoli, Palermo e Reggio Calabria. I destinatari sono i minori ma, verrebbe da dire, innanzitutto le donne... È un progetto portato avanti per le madri che trovano la forza di rompere legami familiari profondi, talvolta mettendo a rischio la propria vita, e che scelgono, o sceglieranno, di sottrarre finalmente i propri figli a un destino già scritto. Lo abbiamo fatto anche per onorare chi ha dato la propria vita nella lotta contro la mafia. Le motivazioni, in questo senso, sono tante e forti. Aggiungo che, grazie all’emendamento dell’onorevole Matone (deputata della Lega, ndr), la tutela è stata estesa anche ai minori istigati da associazioni a delinquere volte a far commettere loro reati o a sfruttarli per ottenere proventi illeciti. L’obiettivo generale è interrompere la trasmissione familiare e ambientale di tutti i modelli criminali prima che diventi irreversibile. In un termine forte: spezzare le catene. Tra le incognite c’è quella relativa all’identità dei minori sottratti alla mafia: potranno mantenere il loro cognome oppure, come avviene per gli adulti che collaborano con la giustizia, dovranno assumere un’identità segreta? La scelta sarà adottata caso per caso, esclusivamente per garantire la sicurezza del minore e di chi lo accompagna. I protocolli e il coordinamento tra autorità giudiziaria, prefetture, forze di polizia e servizi sociali assicureranno protezione e continuità nella scuola, nelle cure e nella vita quotidiana, evitando che le misure di sicurezza diventino una forma di sradicamento. Pisa. Detenuto tenta il suicidio di fronte a Ilaria Cucchi di Enrico Mattia Del Punta La Nazione, 18 luglio 2026 La senatrice di Avs stava facendo una visita assieme al consigliere Ghimenti: “Il giovane era disperato: è stato fermato dalle guardie anche loro provate”. “In questo carcere si respira la sofferenza dei detenuti da un lato e degli agenti dall’altro”. Sono queste le parole pronunciate dalla senatrice di Avs Ilaria Cucchi al termine del sopralluogo effettuato nella casa circondariale Don Bosco di Pisa, insieme al consigliere regionale Massimiliano Ghimenti e alla segretaria provinciale di Sinistra Italiana Anna Piu. Una visita interrotta durante la quale la delegazione ha assistito al tentativo di suicidio di un giovane detenuto. “Abbiamo assistito ad atti di autolesionismo da parte dei detenuti, in particolare di un ragazzo giovanissimo, poco più che maggiorenne - ha raccontato Cucchi - è stata una scena spaventosa. Abbiamo visto intervenire con grande determinazione 4 agenti della polizia penitenziaria e abbiamo percepito la disperazione di tutti: del detenuto, dei suoi compagni, degli agenti, della direttrice e di tutto il personale”. La senatrice: “Situazione al collasso” - La senatrice ha descritto le condizioni riscontrate all’interno dell’istituto: “Una situazione al collasso - ha detto -. Abbiamo rilevato la totale mancanza di quelle normali condizioni igienico-sanitarie per le quali qualunque altro luogo sarebbe stato immediatamente sequestrato e chiuso. Invece qui ci vivono tantissime persone. C’è sporco e le condizioni dell’edificio si possono immaginare: è una struttura vecchia che praticamente cade a pezzi”. Una situazione quella del carcere sempre più difficile, dopo che 22 detenuti sono stati trasferiti a Pisa dal carcere di Sollicciano. Il ragazzo racconta Anna Piu segretaria provinciale di Sinistra Italiana, “chiedeva di essere ascoltato e di voler uscire dopo 6 mesi di carcere”. “Le condizioni, aggravate dalla chiusura di alcune sezioni di Sollicciano- ha detto poi Ghimenti -, espongono a rischi anche coloro che lavorano nel carcere. Lo abbiamo visto di persona. La Costituzione prevede la rieducazione del detenuto. Essere qui non significa essere buonisti: questa dovrebbe essere una preoccupazione anche per chi, in politica, specula sulla sicurezza. È una situazione inaccettabile”. Poche ore prima del sopralluogo della delegazione di Avs, il Don Bosco era stato visitato anche da tre esponenti del Pd: la senatrice Ylenia Zambito, l’assessora regionale Alessandra Nardini e il vicepresidente del Consiglio regionale Antonio Mazzeo. Le dichiarazioni di Mazzeo - “Oggi i detenuti sono 306. Abbiamo trovato condizioni igieniche disastrose e il personale allo stremo”, ha dichiarato Mazzeo, che ha poi ringraziato la direttrice Alice Lazzarotto: “La ringrazio per l’importante lavoro che porta avanti”. Dal vicepresidente del Consiglio regionale è arrivato anche un attacco al governo e al ministro della Giustizia Carlo Nordio: “Invece di continuare a fare propaganda, dovrebbero occuparsi dello stato delle carceri di questo Paese. Abbiamo trovato personale e detenuti allo stremo. Le carceri indicano il livello di civiltà di un Paese. Tanti detenuti sono stati morsi dalle zecche. Invece di fare propaganda, investiamo nelle carceri e non voltiamoci dall’altra parte”. Le reazioni - Preoccupazione è stata espressa anche da Zambito: “Siamo molto preoccupati, anche per il caldo intenso di questi ultimi giorni. Il sovraffollamento è evidente e si vede la sofferenza dei detenuti e del personale. La capacità di reazione è ridotta al minimo e questo ci fa capire che gli operatori ce la stanno mettendo tutta”. Anche il consigliere regionale e vicepresidente della commissione Sanità, Federico Eligi, ha presentato nei giorni scorsi tre esposti urgenti ai Direttori Generali delle Asl toscane, ne quale si “esortano ad attivare i propri ispettori per verificare le condizioni igieniche delle strutture a causa del sovraffollamento e del trasferimento dei detenuti dopo il parziale sequestro di Sollicciano”. E Paolo Martinelli, capogruppo de La città delle Persone, ha chiesto al sindaco di Pisa, Michele Conti, di attivare con urgenza la Conferenza Zonale Integrata dei sindaci: “Il Comune non può voltarsi dall’altra parte. Come garante della salute pubblica, chiediamo al sindaco che si interessi della questione per interventi territoriali sociosanitari di concerto con l’Asl. Riteniamo vadano nella giusta direzione le rassicurazioni ricevute dall’assessora Bonanno in Consiglio e, informalmente, in colloquio col sindaco, che si sono impegnati a richiedere relazione attraverso la conferenza zonale integrata sulle condizioni igienico sanitarie al don Bosco”. Pisa. La lettera dei detenuti. In carcere condizioni di vita “degradanti” di Enrico Mattia Del Punta La Nazione, 18 luglio 2026 “Gravi condizioni igieniche. Cimici nei piedi dei letti nonostante disinfestazione. Situazione clamorosa sia per noi sia per gli agenti che ci lavorano”. “Ci troviamo in condizioni igienico-sanitarie e intramurarie degradanti. Diversi detenuti affetti da varie patologie infettive circolano nella sezione insieme agli altri detenuti: una situazione clamorosa sia per i detenuti sia per gli agenti che ci lavorano”. Comincia così la lettera entrata in possesso de La Nazione e firmata dai detenuti della sezione Terreno A della casa circondariale di Pisa, in espiazione di pena definitiva e mista, che già il 7 giugno denunciavano le difficili condizioni dell’istituto. Un carcere oggi alle prese con un sovraffollamento ulteriormente aggravato dal trasferimento di 22 detenuti da Sollicciano. Il caldo e la presenza delle cimici, segnalate “negli sgabelli e nei piedi di ferro dei letti”, non danno pace. Le disinfestazioni disposte dall’istituto e i provvedimenti della direttrice Alice Lazzarotto non bastano a risolvere quello che viene denunciato come un problema strutturale, legato anche alla vetustà dell’edificio. “Chiediamo interventi di sanificazione, disinfestazione e igiene, oltre al ripristino e all’imbiancatura delle celle e della sezione”, scrivono i detenuti. “Chiediamo inoltre che i detenuti con patologie gravi e infettive siano spostati in isolamento sanitario fino alla guarigione, mentre quelli con patologie infettive non devono stare a contatto con gli altri detenuti”. Nell’istituto sono presenti oggi 306 detenuti, a fronte di una capienza regolamentare di 199 posti. Una situazione resa ancora più difficile dal caldo intenso, come hanno raccontato le diverse delegazioni di politici e associazioni che nei giorni scorsi hanno visitato il carcere, dopo che La Nazione aveva rivelato la crisi legata al sovraffollamento, ulteriormente aggravata dai trasferimenti da Firenze. I problemi sono stati riscontrati soprattutto nella sezione maschile, a differenza di quella femminile, ristrutturata di recente. Il reparto maschile è alle prese in particolare con le cimici e con spazi angusti, secondo quanto raccontato dall’assessora regionale Alessandra Nardini, che ha inoltre riferito come non dovrebbero arrivare altri detenuti a Pisa. Quelli ancora da trasferire, dei 200 previsti in uscita da Sollicciano, dovrebbero essere destinati a Livorno, dove è stata predisposta una sezione apposita. “Nella sezione maschile, al secondo piano, abbiamo visto celle di 7 metri quadrati occupate da 3 o 4 persone. Ci sono cimici e pidocchi e si avverte un odore acre”, hanno raccontato Nardini insieme alla senatrice dem Ylenia Zambito e al consigliere regionale Antonio Mazzeo. “Nel reparto maschile ci sono due docce comuni per 50 detenuti. I bagni sono a vista e sono gli stessi detenuti a utilizzare asciugamani o teli come tende. Abbiamo chiesto che anche qui siano realizzati interventi strutturali come quelli effettuati nella sezione femminile”, hanno spiegato gli esponenti del Pd. Il tema dei tentativi di suicidio, tuttavia, è tra i più urgenti. Per Nardini, il sovraffollamento rende la situazione ancora più difficile, soprattutto considerando il numero di detenuti sottoposti a terapie psichiatriche. Alcuni pazienti, infatti, “avrebbero bisogno di una cella singola, ma non c’è posto, neppure nei casi in cui emergono situazioni di pericolosità”, ha spiegato l’assessora. Con questi numeri, secondo Nardini, anche gli investimenti regionali rischiano di essere vanificati. “La Regione Toscana finanzia il polo universitario, i percorsi scolastici e quelli di formazione professionale - ha concluso - ma in una situazione del genere la parte didattica viene meno”. Lucca. La visita del Csm al carcere. “Queste morti una sconfitta di tutti” di Simone Dinelli Corriere Fiorentino, 18 luglio 2026 Il vicepresidente Pinelli dopo i due episodi in 24 ore. E la Camera penale proclama lo stato di agitazione. “La situazione del carcere San Giorgio di Lucca è complicata: qua esiste un problema di sovraffollamento molto accentuato ed è il tema che mi pare più urgente da affrontare, nel senso che ci sono tre detenuti ogni nove metri quadri di cella”. A dirlo, ieri, il vicepresidente del Csm Fabio Pinelli, in visita al penitenziario lucchese dopo l’eco nazionale causato dal doppio decesso avvenuto all’interno del San Giorgio, dove nel giro di circa 24 ore due carcerati hanno perso la vita. Uno di loro si è suicidato impiccandosi, l’altro è deceduto a causa di un malore. “So che il ministero è attento su questo tema - le parole di Pinelli, lucchese di origine - ma certamente non mancherò di avere un colloquio anche con il ministro, che ovviamente era avvertito di questa visita”. Il vicepresidente del Csm ha ricordato le principali criticità della struttura, che ha una percentuale di sovraffollamento tra le più alte d’Italia, definendo le morti in carcere una “sconfitta collettiva. Il suicidio è un dramma evidente, è anche un segno di solitudine tremendo, di abbandono. Dobbiamo sempre pensare che queste situazioni così difficili, che evidentemente a volte si portano dietro delle tematiche di fragilità psicologica, richiedono anche delle valutazioni attente sotto il profilo della pericolosità sociale dei detenuti”. Il vicepresidente del Csm ha anche rindo graziato la direttrice del carcere e la polizia penitenziaria per il grande lavoro svolto in una situazione molto complessa. Nel frattempo la Camera penale di Lucca, attraverso le parole del suo presidente Marco Treggi, sottolinea a sua volta tutte le gravi problematiche dell’istituto penitenziario, proclamando lo stato di agitazione e, tramite una lettera indirizzata allo stesso ministro Carlo Nordio, chiedendo l’adozione di misure urgenti e tempestive. Ma a far parlare di sé in queste ore non è soltanto il carcere di Lucca. A Pisa, all’interno della casa circondariale Don Bosco, è stato sventato ieri un altro tentativo di suicido. A svelarlo è Ilaria Cucchi, senatrice di Avs, in visita al penitenziario assieme al consigliere regionale del suo partito Massimiliano Ghimenti. “Una scena spaventosa - dice Cucchi -, che visto intervenire con grande determinazione quattro agenti della polizia penitenziaria, bravissimi nell’evitare il peggio. Un frangente, questo, che ci ha fatto percepire chiaramente la disperazione di tutti: del giovanissimo detenuto, dei suoi compagni di cella, degli agenti e della direttrice del carcere”. Un’esperienza fortemente provante dal punto di visto emotivo, secondo Cucchi, che ha ricordato le esperienze vissute personalmente col carcere in passato per la drammatica vicenda del fratello Stefano. “Anche se di carcere mio malgrado purtroppo me ne intendo - le sue parole - non ha mai provato una sensazione simile”. La senatrice sottolinea come la delegazione di Avs abbia riscontrato “la totale mancanza delle normali condizioni igienico sanitarie. L’edificio - ha concluso Cucchi - praticamente crolla a pezzi, e il sovraffollamento deriva dal mancato ricorso a misure alternative”. Lucca. “Stato di agitazione”. L’alt della Camera Penale di Fabrizio Vincenti La Nazione, 18 luglio 2026 Gli avvocati protestano per le condizioni del “San Giorgio” e per le gravi carenze dell’Ufficio di Sorveglianza che si ripercuotono sui detenuti. La Camera Penale di Lucca ha proclamato lo stato di agitazione e chiede “l’adozione di misure urgenti e tempestive di contrasto alle gravi problematiche, sia in merito all’organico della giurisdizione di sorveglianza che all’istituto penitenziario di Lucca”. In un durissimo documento firmato dal presidente, avvocato Marco Treggi, si sottolineano le tante criticità. In primis la carenza di organico dell’Ufficio di Sorveglianza di Pisa (competente anche su Lucca), “essendo rimasto operativo un solo magistrato di sorveglianza”. Questo “ridonda notevolmente sulla condizione psicologica dei detenuti che restano per mesi in attesa di risposta alle loro legittime istanze, comprese le richieste di colloquio con i Magistrati di Sorveglianza, di permesso, le istanze di liberazione anticipata e le richieste ex L. 199”. “La Casa Circondariale di Lucca - evidenzia la Camera Penale - è un istituto con una percentuale di sovraffollamento tra le più gravi e allarmanti di tutto il paese, dal momento che sono stati dichiarati inagibili plurimi spazi comuni, tra i quali una intera sezione, l’ex teatro e l’ex palestra, unitamente al fatto che la struttura soffre di mancanza di locali necessari al primo ingresso e alle altre necessità trattamentali. In questi ultimi giorni all’interno dell’istituto sono accaduti due episodi di rilevante gravità”. Il primo il suicidio di un ragazzo di 24 anni in carcere per furto: “nonostante il ricovero in psichiatria presso l’Ospedale di Lucca era stato dimesso e ricondotto in carcere e collocato in isolamento, ma durante la notte si è tolto la vita, impiccandosi con un lenzuolo, nella propria cella. Il 16 luglio un altro decesso per cause in corso di accertamento”. “I fondamentali diritti al trattamento penitenziario rieducativo e conforme a umanità, oltre che volto al reinserimento sociale, all’affettività e alla salute, devono necessariamente essere posti alla base di ogni detenzione carceraria e devono costituire l’obiettivo comune verso il quale le Istituzioni devono tendere anche per prevenire le recidive”. “A tal fine - conclude la Camera Penale di Lucca - è necessario dotare la giurisdizione di sorveglianza di personale adeguato e mezzi idonei a garantire la fissazione delle udienze a breve termine, sia per i detenuti e anche per i liberi sospesi. Nel frattempo si rende necessaria l’adozione di strumenti generali di clemenza e comunque di misure che agevolino la collocazione dei detenuti in regime di detenzione domiciliare con specifici progetti di risocializzazione, anche al fine preciso di prevenire le recidive”. Santa Maria Capua Vetere (Ce). Pestato e poi abbandonato: il processo sulla morte di Hakimi fanpage.it, 18 luglio 2026 L’autopsia parla di asfissia chimica da farmaci. Ma per il pm Milita il detenuto fu abbandonato dopo il pestaggio e visitato solo una settimana dopo. Un video di una ventina di secondi mostra Hakimi Lamine mentre viene “selvaggiamente pestato già quando fu prelevato dalla cella”. È il 6 aprile 2020, giorno delle violenze al carcere di Santa Maria Capua Vetere, in provincia di Caserta. Ma per il pubblico ministero Alessandro Milita ciò che accade dopo diventa ancora più rilevante di quelle percosse. Il detenuto algerino morirà il 4 maggio, quasi un mese più tardi, in una cella di isolamento del reparto Danubio. L’autopsia, eseguita dai medici-consulenti della Procura Luca Lepore e Vito De Novellis, ha escluso un legame diretto tra la morte e le botte del 6 aprile. Il decesso, hanno accertato, avvenne per “un’asfissia chimica dovuta alla contemporanea assunzione di farmaci contenenti benzodiazepine, oppiacei, neurolettici e antiepilettici”. Ma il magistrato, oggi procuratore aggiunto di Napoli, ricostruisce nella requisitoria del maxi-processo - 105 imputati - una catena di omissioni. Prima del 6 aprile, ricorda, Hakimi pur con tanti problemi di salute interagiva con gli altri detenuti. Poi tutto cambia il giorno della perquisizione. Insieme ad altri 14 detenuti, Hakimi viene trasferito nella cella di isolamento del Danubio perché ritenuto uno dei capi della protesta scoppiata la sera prima, il 5 aprile, contro i dispositivi anti-Covid. Su quella scelta Milita è netto: “Non c’è nessuna ragione al mondo per cui Hakimi sia stato individuato come soggetto facinoroso, nessuna ragione al mondo per la sua allocazione al Danubio. Hakimi doveva essere riportato con tante scuse e genuflessioni al reparto ordinario o a quello psichiatrico. Chiunque ha omesso di agire fa un errore mostruoso”. Le condizioni del detenuto, sostiene il pm, erano “terribili”. Già nella prima cella al piano terra dove viene portato dopo il pestaggio è “quasi morto”, come racconterà un altro detenuto, Emanuele Irollo, anch’egli picchiato. All’arrivo al Danubio, testimonia un altro recluso, Hakimi “sputava sangue, era gonfio, tumefatto e con gravissime lesioni”., al punto da non alzarsi dal letto per tre giorni. Eppure, in quelle condizioni, il detenuto subisce un procedimento disciplinare. Per Milita serviva a giustificare la sua permanenza al Danubio, una circostanza che “rende responsabili tutti coloro che hanno trattato questa posizione”. Al procedimento erano allegati certificati medici, non inseriti nella cartella clinica, che per il magistrato sono “chiaramente falsi”: attestavano “lesioni decisamente inferiori a quelle reali e non riportavano alcuna diagnosi. Nessun medico può fare un certificato in cui attesta lesioni e non dica neanche la prognosi”. Hakimi viene visitato soltanto il 13 aprile, una settimana dopo il pestaggio, e solo dopo le prime denunce del garante dei detenuti e del magistrato di sorveglianza Marco Puglia. Ventuno giorni più tardi, il 4 maggio, muore nella cella del Danubio dove secondo l’accusa non sarebbe mai dovuto finire. Parma. Inclusione lavorativa dei detenuti: incontro promosso da Cnel il 20 luglio in via Burla parmatoday.it, 18 luglio 2026 L’obiettivo dell’iniziativa è favorire un confronto operativo tra il mondo delle imprese, le organizzazioni rappresentative delle categorie produttive, gli enti del terzo settore e le istituzioni coinvolte nei percorsi di inclusione sociale. Il Segretariato Permanente per l’Inclusione Economica, Sociale e Lavorativa delle Persone Private della Libertà Personale, istituito presso il Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro (CNEL), promuove, in collaborazione con il Provveditorato Regionale dell’Amministrazione Penitenziaria dell’Emilia-Romagna e con la Direzione degli Istituti Penitenziari di Parma, un’iniziativa dedicata al tema dell’inclusione lavorativa delle persone detenute e allo sviluppo di percorsi di collaborazione tra istituzioni, parti sociali e sistema produttivo territoriale, attraverso il coinvolgimento delle associazioni datoriali che hanno sottoscritto il Protocollo “Recidiva Zero” promosso dal CNEL nel giugno 2025 e di ulteriori realtà economiche, imprenditoriali e sociali del territorio che hanno manifestato particolare interesse per le finalità e gli strumenti previsti dal Protocollo stesso, con l’obiettivo di favorire la costruzione di una rete stabile di rapporti e opportunità a sostegno dei percorsi di formazione, inclusione e reinserimento socio-lavorativo delle persone private della libertà personale. L’iniziativa si svolgerà lunedì 20 luglio 2026 alle ore 10.45 presso la Sala Riunioni degli Istituti Penitenziari di Parma e rappresenta uno dei primi momenti di confronto territoriale finalizzati a dare concreta attuazione agli obiettivi del Protocollo promosso dal CNEL nell’ambito del programma “Recidiva Zero - Studio, formazione e lavoro in carcere e fuori dal carcere”, volto a favorire il reinserimento sociale attraverso percorsi stabili di formazione e occupazione. All’incontro prenderanno parte Silvio Di Gregorio, Provveditore Regionale dell’Amministrazione Penitenziaria per l’Emilia-Romagna, Tazio Bianchi, Direttore degli Istituti Penitenziari di Parma, l’Assessore al Welfare del Comune di Parma Ettore Brianti e Giuseppe La Pietra, dirigente MCL - componente del Segretariato Permanente CNEL. L’obiettivo dell’iniziativa è favorire un confronto operativo tra il mondo delle imprese, le organizzazioni rappresentative delle categorie produttive, gli enti del terzo settore e le istituzioni coinvolte nei percorsi di inclusione sociale, al fine di individuare i fabbisogni professionali espressi dal territorio e sviluppare concrete opportunità di formazione e inserimento lavorativo per le persone detenute ed ex detenute. L’incontro si inserisce nel percorso promosso dal Presidente del CNEL Renato Brunetta e coordinato dal Segretariato Permanente per l’Inclusione Economica, Sociale e Lavorativa delle Persone Private della Libertà Personale, presieduto dal Consigliere CNEL Emilio Minunzio, che hanno individuato nella costruzione di una rete stabile tra amministrazioni pubbliche, parti sociali, terzo settore e sistema produttivo uno degli strumenti fondamentali per perseguire l’obiettivo strategico della riduzione della recidiva e della piena inclusione socio-lavorativa delle persone private della libertà personale. Il confronto territoriale rappresenta infatti un passaggio essenziale per tradurre gli indirizzi e gli impegni assunti a livello nazionale in azioni concrete e misurabili, capaci di generare opportunità formative e occupazionali stabili per le persone detenute ed ex detenute. Dichiarazione di Giuseppe La Pietra: “Nel contesto degli Istituti Penitenziari di Parma, realtà caratterizzata da una significativa presenza di persone detenute con percorsi, competenze e bisogni differenti, emerge con particolare evidenza la necessità di continuare a rafforzare le sinergie territoriali sui temi della formazione, dell’orientamento e dell’inclusione lavorativa. La collaborazione tra istituzioni, sistema produttivo, enti formativi e terzo settore rappresenta una condizione essenziale per costruire percorsi efficaci di reinserimento sociale e valorizzare il potenziale umano presente all’interno delle strutture penitenziarie. L’inclusione lavorativa delle persone private della libertà personale non rappresenta soltanto un dovere sociale, ma una concreta opportunità per il territorio. Investire nella formazione e nel lavoro significa promuovere percorsi di responsabilizzazione, ridurre il rischio di recidiva, contribuire alla sicurezza delle comunità e mettere a disposizione delle imprese competenze e professionalità da valorizzare. In questo quadro, il Segretariato Permanente si propone di tradurre gli indirizzi definiti a livello nazionale in azioni territoriali concrete, favorendo il dialogo e la cooperazione tra tutti gli attori coinvolti, affinché le esperienze maturate possano essere condivise, sviluppate e rese patrimonio comune. Parma rappresenta un contesto particolarmente favorevole per l’avvio di questo percorso, grazie alla presenza di un tessuto economico dinamico, di importanti filiere produttive e di una consolidata capacità di collaborazione tra istituzioni, parti sociali, imprese e terzo settore”. Al termine dei lavori sarà predisposta una relazione da trasmettere al Segretariato Permanente presso il CNEL quale contributo alle attività nazionali in corso per la promozione dell’inclusione socio-lavorativa delle persone sottoposte a provvedimenti limitativi o privativi della libertà personale. Associazioni, enti e organizzazioni che hanno confermato la partecipazione: Comune di Parma AGCI Caritas Parma Centro Agroalimentare di Parma CIA Agricoltori Italiani CNA Parma Confcommercio Parma Confcooperative Parma Confesercenti Parma Confprofessioni During (Assolavoro), FAI Emilia Federsolidarietà Fondazione AIDP Lavoro e Sostenibilità Legacoop Mutti S.p.A. Randstad (Assolavoro) Confindustria figura tra le organizzazioni firmatarie del Protocollo nazionale “Recidiva Zero” promosso dal CNEL nel giugno 2025. In considerazione della recente elezione del nuovo Presidente dell’Unione Parmense degli Industriali, Matteo Ferrari, prevediamo uno specifico incontro di approfondimento a partire dal prossimo mese di settembre, al fine di sviluppare ulteriori opportunità di collaborazione sui temi della formazione e dell’inclusione lavorativa delle persone detenute. Carlo Giuliani e la foto della verità. La lunga notte di Genova che apriva il secolo orrendo di Enrico Deaglio La Stampa, 18 luglio 2026 Al G8 il potere la fece franca: pochi pagarono, nessuno chiese scusa. Eravamo in tanti, in piedi, tutti ancora sotto shock per quello che avevamo visto quel pomeriggio; riuniti nella stanza del direttore del “Secolo”, la cui sede stava in piena “zona gialla”, quindi al di là dell’inferno, per chiudere il giornale. Sul cadavere di quel ragazzo disteso nel sangue in piazza Alimonda, dopo che il Defender in retromarcia gli era passato sopra, si era, con difficoltà, appreso solo il nome, Carlo Giuliani, ma per il resto circolavano le voci più diverse. Ucciso dai suoi, ucciso da un sasso, sparato da un lacrimogeno o da non si sa chi; ecco, mi ricordo bene il preciso momento in cui il telecopier, o come si chiamava allora, sputò fuori la fotografia scannerizzata destinata a fare Storia. Era una sequenza scattata con un potente teleobiettivo dal fotografo catalano Dylan Martinez per la Reuters (era la prima digitale, Nikon D1, con annesso laptop per trasmettere); Martinez, per intuito, intravide quello che aveva fissato e raccomandò all’agenzia di distribuire con la massima urgenza (intorno a lui la polizia si incaricava di sfasciare macchine fotografiche e sequestrare rullini) ed ora, intorno alle 21 di venerdì 20 luglio 2001, avevamo sul tavolo gli ultimi secondi della vita di un esile Carlo Giuliani, che va all’assalto del Defender dei carabinieri reggendo un pesante estintore con le due braccia, mentre dall’interno del mezzo, nel buio, spunta una pistola impugnata tenendo il calcio in orizzontale e ad altezza d’uomo: quello scatto la prova di come erano andate le cose e, per noi giornalisti, un segno che il nostro mestiere era ancora utile. Mi ricordo quel momento come una liberazione, di verità difficile da negare. Ma durò poco. Si seppe subito che nei locali della Fiera, dove erano acquartierati i poliziotti si era sparsa la voce che uno dei loro era stato ucciso e che bisognava vendicarlo. E il pomeriggio seguente ci fu il massacro di corso Italia, in cui la truppa ebbe via libera e che durò ore. E non era finita neppure qui, perché la notte ci fu l’assalto alla scuola Diaz, dove i dirigenti della polizia e dei carabinieri si accanirono contro manifestanti sorpresi nel sonno. E non era finita nemmeno qui perché dal giorno dopo cominciarono a circolare le notizie su quanto era successo alla caserma di Bolzaneto, ovvero la tortura dei prigionieri. Genova fu un incubo che non finiva mai. Che ci facevo, lì? Il direttore del Secolo XIX di allora, Antonio Di Rosa, mi aveva proposto di aggiungermi ai suoi giornalisti per raccontare i giorni del G8; e gliene sono ancora grato, perché quell’esperienza fu davvero un concentrato di insegnamenti e mi ha reso, per dirla con Paolo Conte, tra i tantissimi che abbiamo conservato “quella faccia un po’ così che abbiamo noi che abbiamo visto Genova”. Dicono che i manifestanti fossero 300.000 - tutti volevano essere a Genova - e che le loro famiglie e i loro amici cercarono, spesso invano, di mettersi in contatto con loro con i telefonini. Moltitudini si ricordarono, per anni, di quel G8, almeno nei sogni. Molti dissero “mai più”; mai più andrò in piazza; cosa che successe anche a me. Avevo allora 54 anni e, come succede a tutti, credevo di essere ancora in grado di reggere; invece mi scoprii a scappare con il fiatone, ad essere diventato fifone e impotente, oltreché testimone di un mondo nuovo non facile da comprendere, e di un mondo vecchio che invece non era cambiato, anzi: l’abuso di potere, la storia ce l’ha insegnato, non è mai una sorpresa. A Genova era venuta una moltitudine di persone, venuta da ogni dove per parlare di migranti e dei diritti dei clandestini, di cambiamento climatico, di diritti della natura, dell’acqua come bene pubblico, della possibilità reale di mettere una piccola tassa (la Tobin tax, qualcuno se la ricorda?) sulle transazioni finanziarie, della remissione del debito per i paesi del Terzo Mondo, un’agenda politica che non stava nei programmi di nessun partito e di nessun “potente della Terra”. Che però avevano deciso che con quelle idee, proprio non volevano parlare. L’Italia che li ospitava li accolse assicurando protezione e sperando di fare “la bella figura”. Pensò anche che era un’occasione per far capire chi comanda. Al limite della jattanza, alle soglie del grottesco: i reticolati alti dieci metri, i sonar nelle fogne, le duecento bodyguard ordinate, lo svuotamento delle carceri per ospitare i nuovi ospiti, i bei cavalli scalpitanti a trasformare via XX Settembre in una stalla, i bonus alle forze dell’ordine per sfoggiare giubbotti e ginocchiere, cinturoni e manganelli tonfa, i loro ritornelli: “un due tre arriva Pinochet…” (pronti però a scappare alla presenza di alcune centinaia di black bloc che arrivarono e se ne ripartirono senza essere disturbati). E naturalmente, il morto che “ci doveva scappare”. Statisticamente. In mezzo a tutta questa tragica baracconata c’era però anche una premonizione, che portò a chiudere lo spazio aereo e a piazzare le batterie di missili Patriot sulla diga foranea, per una segnalazione ai nostri servizi di un possibile attentato dal cielo contro il presidente americano George W. Bush. C’era del vero, ma Mohamed Atta e i suoi 18 compari non cambiarono i loro piani e, come programmato, arrivò l’11 settembre di New York e Washington. Per cui, forse si potrà dire che Genova fu un test, una prova generale, un aperitivo della Storia, un’ouverture con cui aprire il nuovo, orrendo secolo che stiamo vivendo. Il “potere” (qualunque cosa esso sia) che aveva organizzato tutto ciò, tutto sommato la fece franca. Pochi pagarono, nessuno chiese scusa, per quella che venne chiamata, eufemisticamente “una sospensione della democrazia”; con l’eccezione del coraggioso generale Niccolò Bozzo, che rifiutò di impiegare i suoi vigili urbani in servizio di ordine pubblico. La magistratura di Genova resistette a potenti intimidazioni e consegnò al mondo la verità.L’Unione Europea condannò l’Italia per il reato di tortura. Eccezionale fu la società civile, con i suoi giornali, i film, le fotografie, le testimonianze, la difesa legale. Un dettaglio, che spiega il funzionamento del potere (qualunque cosa esso sia) nel nostro paese, riguarda il prefetto Arnaldo La Barbera, capo dell’Ucigos, responsabile della strategia militare per il G8. Lo si vide, con l’elmetto, le sneakers e il manganello all’assalto della Diaz. Come era arrivato a quella posizione, partendo dalla carica di vicequestore a Palermo? Per merito: aveva scoperto chi aveva ucciso il giudice Paolo Borsellino. Morirà nel 2002, a 60 anni, sepolto con i funerali di Stato che si devono ad un eroe dell’antimafia. Dieci anni dopo si scoprirà che la sua inchiesta palermitana era stato il più grande depistaggio della storia giudiziaria italiana. Quando il lavoro logora la salute mentale: “Serve un’elaborazione collettiva” di Sofia Mattioli Il Domani, 18 luglio 2026 Christophe Dejours, psichiatra e psicoanalista che dirige l’Institut de recherche en psychodynamique du travail di Parigi, uno dei principali studiosi delle trasformazioni contemporanee del mondo del lavoro e delle sue patologie: “La nuova forma di organizzazione del lavoro, l’organizzazione gestionaria, alimenta problemi etici e morali”. Smaterializzato, precario, automatizzato, protratto fuori da orari prestabiliti, il tema del lavoro è un tema politico, oggi più che mai. La sorveglianza, la retorica della performance, il precariato, la crisi delle risorse, la digitalizzazione dei processi produttivi, le disparità salariali sono solo alcune variabili che hanno contribuito a trasformare il lavoro in un luogo scivoloso, attraversato da dinamiche sempre meno codificate che generano effetti multipli che minano non solo al corpo ma alla salute mentale dei lavoratori. Dal burnout al ritorno di conflitti di classe, in che modo il lavoro erode la salute mentale dei lavoratori? Nell’era della quarta rivoluzione industriale e della crisi climatica qual è il prezzo che si paga in termini di benessere psicologico? Quali sono le politiche che contrastano il lavoro povero e le possibili soluzioni? A rispondere è Christophe Dejours, psichiatra e psicoanalista che dirige l’Institut de recherche en psychodynamique du travail di Parigi, uno dei principali studiosi delle trasformazioni contemporanee del mondo del lavoro e delle sue patologie, autore di Lavoro e Salute Mentale (DeriveApprodi), uno dei primi libri che esplorava, nel 1980 le dinamiche tossiche legate agli effetti sulla psiche della produttività, riedito in Italia in una collana diretta da Francesca Coin. Perché il rapporto tra lavoro e salute mentale è un tema politico? La nuova forma di organizzazione del lavoro, l’organizzazione gestionaria, alimenta problemi etici e morali ed è per queste ragioni che molti lavoratori si ammalano o sono aumentati casi di suicidi correlati alle condizioni psicologiche sul lavoro. Nella fase attuale l’organizzazione del lavoro è dominata dai gestionali, la politica non riesce a imporre un’altra forma di organizzazione. Bisogna riconoscere che abbiamo perso, i sindacati e i partiti hanno perso la battaglia del lavoro. I rapporti di dominio sono di una tale brutalità che quando abbiamo perso non ce ne siamo quasi resi conto. Esistono, però, forme di resistenza politica, in Francia, e sicuramente anche altrove. Un grande numero di lavoratori, poi, formati per diventare parte dell’élite o dirigenti, prendono scelte in contrasto con il management, lasciano posti in aziende per forme di economia sociale, cooperative, lavori che rifuggono il mercato. Penso che oggi poi sia una priorità riprendere il dibattito tra queste conoscenze accumulate sul lavoro vivo e gli economisti. Qual è stata l’influenza della deflazione salariale sulle dinamiche sociali? L’impatto principale della deflazione salariale è stato la mobilizzazione dei sindacati e dei partiti che hanno portato a grandi manifestazioni che toccavano anche altri temi caldi come l’età pensionabile. Queste mobilitazioni, organizzate da sindacati e da partiti, non riescono sempre a intaccare l’organizzazione del lavoro vivo. Sono in svantaggio in tema di rapporti di forza e spesso non raggiungono gli obiettivi prestabiliti. E la smaterializzazione del lavoro, la perdita di tutele e confini del lavoro digitale, in che modo ha influenzato la salute mentale dei lavoratori? È una forma di prolungamento infinito del lavoro, quello digitale. Le nuove tecniche di informazione e comunicazione, il lavoro da remoto hanno avuto un impatto importante sul sistema di organizzazione dei processi produttivi. Il lavoro digitale ha avuto un impatto enorme anche sulla salute mentale dei lavoratori. Questo impatto è multiforme e genera effetti diversificati. L’effetto principale è stata la mancanza di cooperazione. La cooperazione è storicamente costituita tra i colleghi di una squadra, aveva e ha una grande importanza in termini di solidarietà, attenzione, tutela. Ha parlato di sofferenza etica sul lavoro. Cosa intende? C’è qualcosa di nuovo nel mondo del lavoro, dalla pressione quantitativa, alla performance, al detrimento della qualità del lavoro stesso. Un numero sempre più grande di lavoratori è obbligato, dati i limiti quantitativi delle assunzioni, a diminuire la qualità. La sofferenza etica ha origine quando un individuo è costretto a fare cose che il suo senso morale non riconosce giuste. La sofferenza etica viene definita come il momento in cui un individuo contribuisce a dare il suo contributo a ciò che il suo senso morale rifiuta. In che modo è cambiato il modo in cui il lavoro può erodere l’individuo, dal corpo alla psiche? Durante tutto il XX secolo il centro del dibattito sul lavoro riguardava la salute del corpo, le condizioni fisiche legate al lavoro, le malattie professionali, gli incidenti sul lavoro, il miglioramento delle condizioni materiali. Cosa è cambiato secondo lei da allora? Come definisce la dimensione psicopatologica del lavoro? Quando parliamo di salute mentale non sono più le condizioni del lavoro al centro ma l’organizzazione del lavoro. L’organizzazione del lavoro ha due elementi da considerare. Il primo è la divisione tecnica del lavoro tra i diversi ruoli, c’è una ripartizione del lavoro che risponde a dei limiti tecnici. Il secondo elemento è l’organizzazione del dominio e dell’ordine sociale. Tutta l’organizzazione del lavoro è allo stesso tempo un metodo di dominio, si può facilmente dimostrare. Il titolo di un libro di Sarah Jaffe “Il lavoro non ti ama” denuncia la retorica legata al mondo dell’affettività per raccontare disparità di poteri sul lavoro, crede sia un tema importante la grammatica attraverso cui comunichiamo? Sì. Si tratta di una fedeltà che viene richiesta a chi lavora e che attecchisce in un terreno quasi familiare tra forze produttive che in realtà hanno un potere contrattuale diverso. È un paradosso, la contraddizione tra la retorica dei dirigenti e la realtà della degradazione delle relazioni tra esseri umani sul posto di lavoro, un paradosso che si materializza in nuove forme di comunicazione che mettono in gioco i sentimenti o la semantica della famiglia, modi estremamente potenti a servizio della propaganda gestionale. Quali potrebbero essere le soluzioni della politica al burnout collettivo? Sindacati e figure diverse che riflettano sulla questione del lavoro vivo, in dialogo con economisti. Solo così possono nascere nuove idee in merito all’organizzazione del lavoro. Ed è proprio nel momento in cui queste forme di elaborazione collettiva verranno messe in pratica che i lavoratori ritroveranno una forma di equilibrio e benessere collettivo. Giovani sotto sospetto: il Ddl sicurezza li punisce ancor prima del reato di Massimo Lensi Left, 18 luglio 2026 Dall’emergenza permanente al diritto penale preventivo. Il disegno di legge sulla sicurezza approvato dal Consiglio dei ministri il 14 luglio è stato presentato dalla maggioranza come un pacchetto di misure contro le cosiddette “baby gang” e il fenomeno dei “maranza”. Divieto di aggregazione disposto dal questore, fermo di prevenzione esteso ai minori nell’ambito di specifiche operazioni di polizia nei luoghi ad alta affluenza, come quelli della movida, aggravanti per i danneggiamenti commessi in gruppo, nuove ipotesi di procedibilità d’ufficio e limitazioni al diritto al risarcimento nei casi di eccesso di legittima difesa sono le principali novità di un provvedimento destinato ad alimentare un acceso confronto politico. Sarebbe tuttavia un errore considerarlo un episodio isolato. Il nuovo Ddl rappresenta infatti l’ultimo approdo di un percorso legislativo che attraversa ormai quasi un ventennio. Dai pacchetti sicurezza del 2008-2009 ai decreti Minniti-Orlando del 2017, dai decreti Salvini del 2018-2019 fino agli interventi più recenti del governo Meloni, il filo conduttore è rimasto sostanzialmente immutato: di fronte a fenomeni sociali sempre più eterogenei - dall’immigrazione al degrado urbano, dalla marginalità giovanile alle occupazioni abusive - la risposta privilegiata è stata quella del crescente ricorso al diritto penale e del rafforzamento degli strumenti di prevenzione. Con il governo Meloni questo indirizzo ha conosciuto una nuova accelerazione. Il primo intervento significativo è stato il cosiddetto decreto Caivano (decreto-legge 15 settembre 2023, n. 123), adottato dopo alcuni episodi di violenza giovanile e presentato come risposta al fenomeno delle cosiddette baby gang. Il provvedimento ha ampliato gli strumenti repressivi nei confronti dei minori, inasprendo alcune pene, rafforzando le misure di prevenzione e introducendo nuove possibilità di intervento dell’autorità giudiziaria. A questa impostazione si è aggiunto il decreto-legge 11 aprile 2025, n. 48, convertito nella legge 9 giugno 2025, n. 80, in materia di sicurezza pubblica. Il provvedimento ha introdotto nuove fattispecie di reato e aggravanti, rafforzato le tutele penali per gli appartenenti alle forze dell’ordine, ampliato alcuni strumenti di prevenzione e previsto interventi anche in materia di ordinamento penitenziario. L’attuale Ddl Sicurezza rappresenta dunque la prosecuzione di questo percorso: non una discontinuità, ma un ulteriore ampliamento dell’area di intervento del diritto penale. Le maggioranze sono cambiate, così come sono mutati gli obiettivi dichiarati e il linguaggio politico. Anche gli strumenti si sono progressivamente trasformati. Accanto all’inasprimento delle pene si sono moltiplicate le misure di prevenzione, si sono ampliati i poteri delle autorità amministrative ed è cresciuto il ricorso a strumenti capaci di incidere sulle libertà individuali prima ancora dell’accertamento di un reato. È questa la direttrice lungo la quale si muove la legislazione sulla sicurezza degli ultimi anni e che merita di essere analizzata non soltanto sul terreno dello scontro politico, ma soprattutto su quello dello Stato di diritto. L’anticipazione della tutela penale - La novità del nuovo Ddl Sicurezza non sta tanto nell’inasprimento delle pene, quanto nell’ulteriore anticipazione dell’intervento pubblico. Sempre più spesso il legislatore non attende che un reato venga commesso, ma attribuisce all’autorità amministrativa strumenti per intervenire prima, sulla base di valutazioni di pericolosità o di rischio. Questo processo si è progressivamente consolidato attraverso l’estensione delle misure di prevenzione, l’ampliamento dei poteri del questore e il ricorso a strumenti che limitano libertà individuali pur in assenza di un accertamento di responsabilità penale. Il nuovo divieto di aggregazione e il fermo di prevenzione esteso ai minori si inseriscono pienamente in questa prospettiva. La loro ratio dichiarata è impedire che determinati contesti producano reati. È un obiettivo certamente legittimo. Ma proprio perché incide su libertà fondamentali, richiede un rigoroso bilanciamento con i principi costituzionali di legalità, proporzionalità e presunzione di non colpevolezza. Non è una questione nuova. Fin da Cesare Beccaria il diritto penale moderno nasce dall’idea che il potere di punire debba essere strettamente limitato dalla legge, proprio perché la libertà personale rappresenta il bene più prezioso che lo Stato può comprimere. La sicurezza, in questa prospettiva, non si contrappone alla libertà: è la legge a garantire entrambe. La questione, dunque, non riguarda soltanto il contenuto delle singole norme. Riguarda il modello di diritto penale che esse contribuiscono a delineare. Nella tradizione dello Stato costituzionale il diritto penale rappresenta l’extrema ratio: interviene dopo che un fatto è stato commesso e una responsabilità è stata accertata. Quando invece l’asse si sposta sempre più sulla prevenzione e sulla neutralizzazione del rischio, il confine tra tutela della sicurezza e compressione preventiva delle libertà diventa inevitabilmente più sottile. Il paradosso del carcere - Se questa è la direzione intrapresa dal legislatore, una domanda diventa inevitabile: in quale sistema penitenziario sono destinate a produrre i loro effetti queste nuove politiche criminali? La risposta è sotto gli occhi di tutti. Le carceri italiane attraversano una delle crisi più gravi della storia repubblicana. Il sovraffollamento ha ormai assunto carattere strutturale, il numero dei suicidi continua a crescere, gli istituti versano spesso in condizioni di grave degrado e la magistratura è sempre più frequentemente chiamata a intervenire per accertare violazioni dei diritti fondamentali delle persone detenute. La vicenda di Sollicciano, con il sequestro di sette sezioni disposto dall’autorità giudiziaria, non rappresenta un episodio isolato, ma il segnale più evidente di una crisi sistemica. In questo contesto emerge un dato essenziale: il diritto penale non si esaurisce nella previsione della sanzione, ma comprende anche la sua esecuzione. L’articolo 27 della Costituzione non disciplina soltanto la finalità della pena; impone allo Stato il dovere di eseguirla nel rispetto del senso di umanità e con una prospettiva di reinserimento sociale. Se questa fase entra stabilmente in crisi, non è soltanto il carcere a fallire: è l’intero sistema penale a perdere coerenza costituzionale. Per questa ragione il problema non è soltanto politico, né esclusivamente amministrativo. È anzitutto giuridico. Ogni scelta di politica criminale dovrebbe misurarsi con la concreta capacità dello Stato di dare esecuzione alle pene che introduce. Continuare ad ampliare il potere punitivo senza verificare se esso possa essere esercitato nel rispetto della Costituzione significa separare il momento della produzione della legge da quello della sua attuazione. Eppure è proprio nella fase dell’esecuzione che lo Stato di diritto rivela la propria credibilità: non nella severità delle pene previste, ma nella capacità di applicarle senza rinunciare ai principi che fondano l’ordinamento costituzionale. La sicurezza nello Stato di diritto - La sicurezza è uno dei compiti essenziali dello Stato e una domanda legittima dei cittadini. Proprio per questo non può essere affidata esclusivamente al diritto penale. Una politica della sicurezza è credibile quando riesce a tenere insieme prevenzione sociale, efficacia dell’azione amministrativa, certezza della pena e rispetto delle garanzie costituzionali. Se uno solo di questi elementi viene meno, il rischio è che il diritto penale assuma una funzione prevalentemente simbolica: rassicura l’opinione pubblica nell’immediato, ma non affronta le cause dei fenomeni che intende contrastare. Proprio perché rappresenta l’ultima tappa di questo percorso legislativo, il provvedimento merita una riflessione che vada oltre il giudizio sulle singole norme. La questione non è se lo Stato debba essere fermo nel contrasto alla criminalità. La questione è come esercita quella forza e quali limiti accetta di imporre a sé stesso. In uno Stato costituzionale il diritto penale è, e deve rimanere, l’extrema ratio: uno strumento necessario, ma eccezionale, da utilizzare quando gli altri mezzi di tutela si rivelano insufficienti. Quanto più esso si espande fino a diventare la risposta ordinaria ai conflitti sociali, tanto più si affievolisce la distinzione tra prevenzione e repressione, tra amministrazione e giurisdizione, tra sicurezza e libertà. La vera sfida, allora, non è costruire uno Stato più severo, ma uno Stato più coerente. La forza di una democrazia costituzionale non si misura dall’estensione del suo potere punitivo, ma dalla capacità di esercitarlo entro i limiti che la Costituzione gli impone. È in questo equilibrio tra sicurezza e libertà che si riconosce, oggi come ieri, la qualità dello Stato di diritto. “Noi” e “loro”: all’origine di ogni discriminazione di Luca Grecchi Corriere della Sera, 18 luglio 2026 Risulta ancora frequente, nella mentalità comune, sentir parlare, in rapporto a vari gruppi minoritari di persone, come gli stranieri, i poveri o i disabili, di “noi” e “loro”. Ritenersi parte del “noi” produce l’effetto rassicurante di costituire un’identità di appartenenza maggioritaria. La presenza di un “noi” richiede però, appunto, la presenza di un “loro”, ossia di un gruppo sociale che per vari motivi - culturali, economici, psicofisici - viene considerato inferiore, da cui prendere le distanze. Questo processo sociale di “alterizzazione”, ossia di creazione della figura dell’altro, recide tuttavia in modo artificioso l’unità sostanziale del genere umano, con effetti che sono sempre dannosi, i quali stanno all’origine di ogni discriminazione. Chi distingue tra un “noi” e un “loro” non è necessariamente razzista, classista, abilista, ecc., ma è anzi solitamente una persona che, all’interno di un contesto sociale gerarchico e competitivo come quello attuale, semplicemente segue la corrente immaginandosi, tra i vari gruppi in cui viene suddivisa la società, in quello più forte, spesso soprattutto per ridurre il timore di appartenere a quello più debole. Da sempre, del resto, il potere si struttura dividendo le persone. La politica, tuttavia, come prevede la Costituzione, incentrata su una filosofia di matrice personalista - che pone a fondamento del vivere civile il carattere universale dell’essere umano -, dovrebbe sul piano culturale allontanare proprio da questa deriva, ossia dalla diffusione di differenze discriminanti. Accade però, sovente, il contrario. Le differenziazioni non necessarie sono in effetti oggi molto diffuse, come si può notare, ad esempio, riflettendo sul caso della creazione di uno specifico Ministero per le Disabilità. Anche qualora, infatti, il Governo che lo ha istituito fosse stato mosso da finalità inclusive, si dovrebbe quanto meno sottolineare, in merito, che ha compiuto un’operazione culturalmente inopportuna. La disabilità è in effetti una condizione trasversale, che può riguardare tutte le persone, per cui occuparsi dei disabili richiede, semplicemente, occuparsi di tutti, e non creare situazioni speciali. Per questo motivo non occorre un Ministero ad hoc, ma che le risorse siano disponibili, gli ospedali funzionino, le opportunità lavorative esistano, e così via. Le persone con disabilità sono esattamente come tutte le altre. La presenza di un Ministero apposito produce invece l’effetto, nel senso comune, di alimentare una presunta differenza, rafforzando nell’immaginario collettivo l’idea che “loro” siano beneficiarie di chissà quali risorse supplementari rispetto a “noi”. Ritorniamo, in ogni caso, al carattere filosofico della questione, il quale mostra chiaramente che, in generale, ogni divisione tra “noi” e “loro” risulta essere arbitraria. Ciò si evince, peraltro, già dal fatto che non è mai univoco il punto in cui dovrebbe determinarsi tale divisione. In questo senso, la separazione tra persone abili e disabili è solo un caso particolare della regola generale. Molteplici sono in effetti le abilità degli esseri umani, per cui non si comprende quali, e di quanto, esse dovrebbero risultare mancanti affinché le persone siano inserite nell’una o nell’altra delle due categorie. Ciò può essere esito soltanto di una convenzione sociale, come tale appunto, nel contenuto, arbitraria. Come ricordato, comunque, è la stessa idea di una possibile cesura all’interno del genere umano ad essere, filosoficamente, ingiustificata. Il genere umano è infatti unitario. Gli esseri umani, cioè, come scriveva Aristotele nelle Categorie, sono tutti sostanze della medesima specie, per cui sono, nella loro essenza, tutti uguali. Ciò che cambia sono esclusivamente, in ogni individuo, gli elementi individuali, che in quanto tali non sono, appunto, essenziali - ossia non determinano le caratteristiche generali dell’umanità, ma solo i tratti specifici del singolo -, per cui non producono alcuna separazione ontologica all’interno del genere. A tutte le sostanze, quali sono come detto anche gli esseri umani (in greco anthropoi), appartiene inoltre sia la proprietà di non ammettere contrario (non esiste il contrario di anthropos), sia di non ammettere differenze di grado (non si può essere più o meno anthropoi). Per questo non è possibile effettuare, in maniera fondata, alcuna cesura all’interno del genere umano, tale da porre alcuni soggetti da una parte ed altri dalla parte contraria, a causa di una loro presunta minore umanità. Essere “disabile”, nei vari modi in cui si può esserlo, è pertanto solo una delle molteplici caratteristiche di ogni persona, così come essere saggia, mancina, magra, ecc. Per questo le cesure che dividono in due l’intero campo della realtà umana, considerando come determinante un unico aspetto di quella che è invece la pluralità composita delle dotazioni di ogni persona, risultano inopportune. Non è casuale, in proposito, che proprio da queste separazioni binarie siano nate, nella storia, le maggiori forme di differenziazione, tutte con effetti dannosi. Tale fu ad esempio, in alcuni decenni del V secolo a.C., la distinzione oppositiva tra greci e barbari operata nella Grecia classica, una delle prime contrapposizioni occidentali poste in essere tra un “noi” e un “loro”. Vorrei però ricordare, in merito, che già Platone, nel Politico, criticava questa opposizione effettuata soprattutto dal senso comune. I barbari erano infatti, per lui, semplicemente i “non greci”, o meglio i “non parlanti in lingua greca”, e non individui invasori “meno umani” di altri. Egli riteneva che questa distinzione contrastiva costituisse una operazione ontologicamente insensata, come dividere i numeri naturali separando il 10.000 da tutti gli altri numeri, oppure dividere il regno animale separando gli esseri umani da tutti gli altri animali. Nel Sofista, inoltre, Platone disapprovava ogni dicotomia applicata a entità complesse, ovvero costituite da una molteplicità di caratteristiche essenziali, proprio in quanto la riduzione delle stesse ad una sola semplificava in maniera eccessiva, quindi arbitraria, la realtà. Una separazione dicotomica, infatti, può essere applicata soltanto a entità semplici potenzialmente binarie (come ad esempio l’insieme dei numeri naturali, effettivamente divisibile nelle due categorie escludentisi di pari e dispari), non a entità complesse come il genere umano, con riferimento al quale le cesure agiscono in maniera inevitabilmente riduzionistica. Finché, tuttavia, non si prenderà atto della comune umanità di tutti gli esseri umani, nessuno escluso, la separazione tra “noi” e “loro”, nelle sue varie forme, continuerà a sussistere, con il suo carico di discriminazione. Corte penale internazionale sotto attacco, è in gioco la democrazia globale di Vitalba Azzollini* Il Dubbio, 18 luglio 2026 La Cpi è oggi in difficoltà su più fronti. È colpita dagli Usa di Trump, che hanno adottato sanzioni contro suoi giudici e procuratori. Non è adeguatamente difesa dall’Ue. È indebolita dagli Stati che non ne eseguono gli ordini, Italia compresa. Il 17 luglio di ogni anno si celebra la Giornata mondiale della giustizia penale internazionale, istituita nel 2010 dall’Assemblea degli Stati parte dello Statuto di Roma per ricordare l’adozione, nel 1998, del trattato che ha creato la Corte penale internazionale. La Corte, con sede all’Aia, è competente a giudicare genocidio, crimini di guerra, crimini contro l’umanità e crimini di aggressione. In occasione dell’anniversario, Eumans - movimento paneuropeo fondato da Marco Cappato per promuovere democrazia partecipativa e diritti - ha organizzato una manifestazione di sostegno alla Cpi. La Corte è oggi in difficoltà su più fronti. È colpita dagli Stati Uniti di Donald Trump, che hanno adottato sanzioni contro suoi giudici e procuratori. Non è adeguatamente difesa dall’Unione europea, che ha condannato le sanzioni statunitensi, ma non usa gli strumenti giuridici disponibili per neutralizzarne gli effetti. È indebolita dagli Stati che, pur avendo aderito allo Statuto, non eseguono gli ordini dei giudici. Le sanzioni statunitensi rappresentano un vero e proprio attacco alla Corte. Nel febbraio 2025 Trump ha firmato un ordine esecutivo contro la Cpi, accusata di iniziative “illegittime” contro gli Usa e Israele, e conseguentemente il dipartimento del Tesoro ha imposto sanzioni contro alcuni dei suoi componenti. Le sanzioni consistono soprattutto nel congelamento dei loro beni e nel divieto, per cittadini, imprese e istituzioni americane, di mettere fondi, servizi o risorse economiche a loro disposizione. In pratica, chi è sanzionato può perdere l’accesso a conti, pagamenti, carte di credito e altri servizi finanziari. Il problema è che anche banche, società di pagamento e altri operatori con sede in Europa o altrove, se hanno interessi negli Stati Uniti, usano circuiti finanziari in dollari o lavorano con soggetti americani, possono essere indotti a interrompere i rapporti con le persone sanzionate per timore di ritorsioni di Washington. Corte penale internazionale sotto assedio: Israele e il tycoon demoliscono l’Aja Le inerzie europee Un secondo profilo critico riguarda l’inerzia dell’Ue. L’Unione sostiene la Cpi, ma finora di fatto non l’ha adeguatamente difesa dalle sanzioni di Trump attraverso lo strumento indicato in questi casi: il regolamento di blocco, adottato nel 1996 per neutralizzare nell’ordinamento europeo gli effetti di alcune sanzioni straniere. Per applicarlo alle sanzioni Usa, la Commissione europea dovrebbe aggiornare l’Allegato del regolamento, inserendovi l’ordine esecutivo di Trump e i provvedimenti attuativi. A quel punto scatterebbe il divieto per banche e società finanziarie con sede in Ue di adeguarsi alle sanzioni americane. Questi soggetti non potrebbero quindi interrompere i rapporti con i funzionari della Corte colpiti da Washington, salvo autorizzazione della Commissione. Se l’Unione accetta che sanzioni prive di giustificazione giuridica contro giudici e procuratori della Corte ne condizionino il funzionamento, ammette nei fatti che la giustizia internazionale vale solo “fino a un certo punto”. Il terzo fattore di indebolimento della Corte arriva dall’interno del sistema. La Cpi non dispone di una propria polizia: per arrestare gli indagati dipende dagli Stati, quindi la cooperazione è la condizione della sua esistenza. Nel 2024 la Mongolia non ha arrestato Vladimir Putin durante una visita nel paese, nonostante il mandato della Corte per il crimine di guerra di deportazione e trasferimento illegale di bambini ucraini. Nel 2025 l’Italia ha liberato e rimpatriato su un volo di Stato il comandante libico Almasri, condotta che la Cpi ha ritenuto contraria all’obbligo di cooperare all’esecuzione del mandato emesso per presunti crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Il caso Almasri è infinito: perché l’Italia rischia la condanna della Cedu Sempre nel 2025, l’Ungheria non ha arrestato Benjamin Netanyahu durante la visita a Budapest, evitando di dare seguito al mandato della Corte per presunti crimini di guerra e crimini contro l’umanità nella striscia di Gaza. In tutti e tre i casi, la Cpi ha deferito la questione all’Assemblea degli Stati parte. Insomma, alcuni Stati parte non gradiscono gli ordini della Corte quando interferiscono con i loro interessi. Ma una giustizia internazionale selettiva non è giustizia: i crimini più gravi devono essere giudicati anche quando riguardano governi o leader alleati. Difendere la Corte significa difendere anche la democrazia, che vive di limiti al potere. Altrimenti, il rischio è che il superamento di quei limiti smetta di essere un’eccezione e diventi un metodo. *Giurista