Meno carcere, più domiciliari: la riforma che nessuno osa fare di Oliviero Mazza Il Dubbio, 17 luglio 2026 All’inizio di ogni estate, puntualmente, si torna a denunciare l’emergenza carceri. Situazione intollerabile, ma ormai tragicamente endemica. Dalla storica sentenza Torreggiani del 2013 ad oggi sembra che non sia cambiato nulla: sovraffollamento, suicidi, condizioni di detenzione inumane e degradanti, forse gli unici elementi di relativa novità sono il sequestro di alcune sezioni del carcere fiorentino di Sollicciano e l’attesa di una pronuncia della Corte costituzionale che potrebbe essere di portata storica. Di fronte a questa drammatica, conclamata e persistenze violazione dei diritti fondamentali, la politica è rimasta negli anni inerte, al netto di poche voci isolate favorevoli a interventi straordinari come amnistia, indulto o liberazione anticipata speciale. Un atteggiamento bipartisan che accomuna l’attuale maggioranza con le forze di opposizione, parimenti animate da uno smaccato populismo giudiziario, pensiamo al Movimento 5 stelle che ha già dato prova della sua ideologia carcero centrica (spazza corrotti, blocco della prescrizione et similia), per non parlare del Partito democratico che abbondonò, per mero calcolo politico, i lavori degli stati generali dell’esecuzione penale. Inutile nascondersi che tutto il sistema politico italiano non ha avuto finora il coraggio di proporre soluzioni concretamente praticabili per risolvere stabilmente un’emergenza che tale non è, rappresentando, all’evidenza, una situazione tanto endemica quanto intollerabile. Certamente il Paese non è attraversato da una spiccata sensibilità per i problemi delle condizioni di vita in carcere, ma chi ha responsabilità politiche dovrebbe guardare al bene comune, al rispetto della Costituzione, anche a costo di risultare impopolare. Il Governo dovrebbe essere forte per difendere i deboli, non per opprimerli, secondo un principio fondamentale dello stato di diritto liberale misconosciuto dalla dottrina Nordio in tema di certezza ed effettività della pena, senza sconti automatici. Il fallimento di una politica incapace di rispondere a una vera e propria crisi umanitaria non può far passare in secondo piano le responsabilità della magistratura. Le chiavi del carcere sono pur sempre in mano ai giudici. L’anno scorso auspicavo una salutare supplenza della magistratura di sorveglianza, una interpretazione adeguatrice del quadro normativo, soprattutto dell’ordinamento penitenziario, che potesse dare quelle risposte in chiave di deflazione carceraria che il Parlamento non è in grado di offrire. Evidentemente era un’illusione, la magistratura è stata compatta nel difendere la Costituzione quando erano in gioco i suoi interessi corporativi, mentre si è dimostrata, salve alcune lodevoli eccezioni, generalmente indifferente di fronte alla violazione dei principi, pur sempre costituzionali, che vietano i trattamenti inumani e che impongono la finalità rieducativa della pena. Come è possibile che la giurisprudenza vieti l’estradizione verso Paesi terzi in condizioni di sovraffollamento carcerario e non si ponga la medesima questione quando si tratta di consentire la detenzione, nelle stesse condizioni, in Italia? Due pesi e due misure difficilmente spiegabili alla luce di un principio costituzionale di uguaglianza. Ma lo abbiamo capito, la Costituzione viene difesa a corrente alternata, a seconda delle convenienze del momento. Senza voler fornire alibi alla latitanza legislativa, bisogna ammettere che la protesta non sempre è stata accompagnata da una proposta realistica. Voglio quindi tornare sul tema, rilanciando una possibile soluzione che certamente non sarebbe quella ideale per dare corpo ai principi costituzionali, ma che, dal punto di vista pragmatico, potrebbe consentire un immediato beneficio, quello di cui il sistema penitenziario italiano ha un disperato bisogno. Partiamo dal presupposto che l’opinione pubblica non accetterebbe “sconti di pena”, la nostra società è vendicativa, soprattutto con gli “altri”, e allora prendiamo atto che la politica, anche quella penale, è lo specchio del Paese. Occorre allora trovare soluzioni che antepongano i risultati concreti alle ideologie rigide e ai principi astratti, nell’ottica di un realismo carcerario che accantoni, almeno per il momento, provvedimenti clemenziali o che possano essere percepiti come tali. L’unica soluzione politicamente percorribile non è quella di una generalizzata riduzione della durata della pena detentiva, ma di una rimodulazione delle modalità esecutive. Già l’anno scorso avanzai la proposta di sostituire la pena carceraria con la detenzione domiciliare. Basterebbe prevedere che gli ordini di esecuzione vengano emessi entro un certo limite di pena, ad esempio cinque anni di reclusione, applicando direttamente la detenzione domiciliare. Ciò consentirebbe a tutti i condannati per reati comuni, ossia non ostativi, di vedersi applicata d’ufficio questa misura alternativa che sarebbe la soluzione più semplice per evitare l’ingresso in carcere a quella vastissima platea di delinquenti che avrebbero comunque la legittima aspettativa di vedersi riconosciuto, nel giro di un anno, l’accesso ad altre misure alternative, ad esempio l’affidamento in prova. Soluzione, quella della modifica dell’ordinamento penitenziario e dell’art. 656 c.p.p., da accompagnare con la previsione, ispirata alla presunzione d’innocenza, che anche la misura cautelare massima divenga quella degli arresti domiciliari, a meno che non sia provata una concreta e attuale pericolosità per l’incolumità pubblica o privata che imponga la custodia cautelare. Sostituire il carcere con la detenzione domiciliare, in tutti quei casi in cui la gravità del reato lascia presumere una capacità auto custodiale, sarebbe una scelta in linea con i risultati criminologici che dimostrano un tasso di recidiva nettamente inferiore quando la pena viene eseguita in forma diversa dalla collocazione negli istituti di pena. E per chi non disponesse di un domicilio, potrebbe sopperire l’idea del Ministro Nordio di utilizzare le caserme dismesse, con assistenza affidata alle associazioni di volontariato. Il risultato di questa riforma sarebbe immediato e tangibile. Drastica riduzione del sovraffollamento carcerario, elevata aspettativa di un esito effettivamente rieducativo, minori costi per l’amministrazione e, non ultimo, il ritorno delle nostre carceri nel perimetro della legalità costituzionale. Secondo una inveterata tradizione, in agosto vengono varate riforme penali di dubbia legittimità, per una volta vogliamo sperare in un’oasi garantista nel deserto giustizialista, una riforma di mezza estate, magari un decreto-legge, che ponga al centro del sistema punitivo la detenzione domiciliare. Lavoriamo concretamente per questa soluzione, accompagnandola con la sacrosanta denuncia di una situazione indegna di uno stato di diritto democratico. Detenzione e salute mentale: quando i limiti strutturali prevalgono sulla cura di Elisa Scaringi stateofmind.it, 17 luglio 2026 La tutela della salute mentale nelle carceri è ancora segnata da difficoltà assistenziali e limiti nella presa in carico terapeutica delle Rems. La tutela della salute mentale rappresenta una delle principali criticità del nostro sistema penitenziario, segnato da logiche custodiali e non da reali opportunità di cura, come afferma il XXII Rapporto dell’Associazione Antigone sulle condizioni di detenzione in Italia nel 2025. L’ipermedicalizzazione sembra essere uno dei dati più allarmanti dell’osservatorio di quest’anno: i detenuti che assumono regolarmente farmaci sono suddivisi fra il 21,1% (stabilizzanti dell’umore, antipsicotici e antidepressivi) e il 46,5% (sedativi o ipnotici), nonostante le diagnosi psichiatriche gravi siano scese di tre punti percentuali dal 12,6% del 2024. Ciò può essere ricondotto, almeno in parte, alla carenza di professionisti destinati alla cura della popolazione carceraria: rispetto all’anno precedente, nel 2025 le ore di presenza settimanale di uno psicologo sono scese da 20,6 a 15,9 ogni 100 detenuti, rispetto a un lieve aumento per gli psichiatri, le cui ore sono passate da 6,7 a 7,2. A ciò si aggiunge la problematica degli spazi destinati alla presa in carico delle persone con disagio psichico, spesso confinate in zone di isolamento informale per far fronte alla convivenza problematica e a volte ingestibile nelle sezioni carcerarie ordinarie. Le Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza (REMS), seppur istituite più di dieci anni fa con la Legge 81/2014 per il superamento degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, non rappresentano ancora un luogo certo e garantito di cura: sono infatti concepite come una misura eccezionale e residuale rispetto al sistema, dove il contenimento prevale sulla gestione terapeutica del disagio mentale. In Italia vi sono attualmente 31 REMS, con una capienza di circa 709 posti, nonostante ad aprile 2026 siano state rilevate 872 persone in lista d’attesa, con un rischio molto elevato di transistituzionalizzazione dei soggetti spostati fra il carcere e le REMS secondo una logica di carattere esclusivamente custodiale. Facendo riferimento al tasso di occupazione nel 2025 (609 pazienti rispetto ai posti letto totali), la popolazione straniera è cresciuta del 90% in cinque anni, passando da 79 a 149 persone - quindi il 25% della popolazione totale, dato che segna un mutamento profondo nella composizione dell’utenza. Questo dato è spiegabile con la difficoltà di accesso alla rete sociale di supporto al disagio psichico. Da un lato, le barriere linguistiche rendono difficile più la diagnosi, dall’altro la mancanza di una rete capillare di servizi territoriali limita la capacità di intercettare precocemente il bisogno psichiatrico. A ciò si aggiunge l’assenza di un supporto familiare, che rende più complessa l’attivazione di misure alternative al ricovero. Tutti questi fattori rischiano di trasformare le Rems in strutture con una funzione di accentramento detentivo: un’opera incompiuta che evidenzia il mancato dialogo fra l’autorità giudiziaria e i servizi territoriali, confermando la persistente difficoltà di costruire percorsi terapeutici realmente integrati. La destra vuole i minori in cella come gli adulti? Allora li deve fare votare di Gianfranco Pellegrino* Il Domani, 17 luglio 2026 Se davvero Valditara e il governo ritengono che tredicenni e quattordicenni siano abbastanza maturi da rispondere penalmente delle proprie azioni, dovrebbero accettare che siano anche abbastanza maturi da giudicare, con il voto, l’operato del governo. Le basi ideologiche di provvedimenti come l’estensione del fermo preventivo ai minorenni, contenuta nell’ultimo decreto Sicurezza, sono evidenti. La formulazione più chiara la offre un ministro di questo governo, Giuseppe Valditara, che ha spesso sostenuto che la responsabilità è sempre individuale, che la sanzione è essenziale e che bisogna ridare peso e fondamento all’autorità. La versione più compiuta di queste idee è nel suo libro La rivoluzione del buon senso. Per un paese normale (Guerini e associati, 2025). Ma non si pensi che siano soltanto idee della componente leghista-sovranista del governo. Un disegno di legge, prima firmataria Marta Fascina (FI), che propone di abbassare l’età di imputabilità penale a tredici anni, è attualmente all’esame della Commissione Giustizia della Camera. L’Italia lascia indietro i giovani: la sinistra riparta da loro Il caso inglese Che si tratti di una cattiva idea è chiaro a chi ha già sperimentato questa strada. Nel Regno Unito, dove l’età di imputabilità è fissata a dieci anni, un rapporto pubblicato questo giugno dal Bar Council of England and Wales, elaborato da giudici, avvocati, neuroscienziati e specialisti della giustizia minorile, propone invece di elevarla a quattordici anni. Le ragioni sono solide. Le neuroscienze concordano nel mostrare che il cervello continua a maturare ben oltre i diciotto anni: gli adolescenti sono più impulsivi, più sensibili alla pressione dei pari e meno capaci di valutare le conseguenze delle proprie azioni. Allo stesso tempo, proprio la plasticità del loro cervello rende gli interventi educativi assai più efficaci delle punizioni. Le statistiche inglesi mostrano inoltre che i minori coinvolti nel sistema penale appartengono in larga misura a contesti socialmente e psicologicamente vulnerabili, mentre i figli delle famiglie più abbienti sfuggono più facilmente alla criminalizzazione. E, nella maggior parte dei casi, il procedimento non conduce neppure a una detenzione immediata. La criminalizzazione, invece, produce uno stigma che favorisce la recidiva: è un fattore criminogeno, tanto per gli adulti quanto per i minori. I nostri giovani stanno male. Proibire i social non li salverà Diritto di voto C’è però una conseguenza logica della retorica della responsabilità che sfugge ai suoi sostenitori. Se la responsabilità è condizione della libertà, allora ai minori dovremmo riconoscere anche più libertà, non soltanto più sanzioni. Per esempio, dovremmo discutere seriamente del loro diritto di voto. I giovani maggiorenni sono stati una componente importante del voto contrario al referendum sulla giustizia (e il tema della loro rilevanza nelle prossime elezioni è stato discusso da Francesco Ramella su queste pagine). Gli adolescenti sono protagonisti dei movimenti per la giustizia climatica e delle proteste contro l’inadeguatezza della scuola italiana. Questo governo, fin dal suo insediamento, ha guardato soprattutto ai luoghi di aggregazione giovanile come a un problema: prima i rave, poi i centri sociali, oggi il rafforzamento degli strumenti repressivi nei confronti dei minori. La retorica dell’autorità e della responsabilità parla soprattutto a un elettorato anziano e impaurito. La sinistra dovrebbe invece parlare ai giovani, dei loro diritti, del loro futuro e delle loro libertà. Prendiamo sul serio l’idea che i giovani siano responsabili (moralmente, più che giuridicamente). Parliamo con quelli che non finiscono nelle cronache giudiziarie, ma hanno a cuore il proprio futuro e quello del pianeta, e che forse vedono meglio di noi adulti da quale fondo di solitudine nascano certi atti disperati dei loro coetanei. Potrebbero costituire un nuovo bacino elettorale per la sinistra. Non tutti corrono in città. Quei giovani alla ricerca dell’utopia ecologica Dare voce Le ragioni per fissare il diritto di voto a diciotto anni non sono così solide come spesso si pensa. Molti sedicenni hanno maggiore competenza politica di molti adulti. E, in ogni caso, la competenza non è mai stata il criterio del suffragio: nelle democrazie votano tutti gli adulti, indipendentemente dal titolo di studio o dalle loro capacità. La giustificazione del voto è un’altra: chi subisce gli effetti delle leggi deve poter concorrere a decidere chi le fa. Nel pieno della terza ondata di calore, forse è arrivato il momento di dare voce a chi vivrà più a lungo in un mondo sempre più simile a questa torrida estate. E se davvero Valditara e il governo ritengono che tredicenni e quattordicenni siano abbastanza maturi da rispondere penalmente delle proprie azioni, dovrebbero accettare che siano anche abbastanza maturi da giudicare, con il voto, l’operato del governo. La discussione sulla riforma elettorale potrebbe trarre solo beneficio dal considerare questioni del genere. I social? Togliamoli agli adulti. Il divieto ai minori è un fallimento annunciato. *Filosofo In Italia non manca la domanda di giustizia, ma è la risposta a tardare di Ettore Jorio Gazzetta del Mezzogiorno, 17 luglio 2026 L’esito referendario ha dimostrato ampiamente la fiducia e la pretesa verso la Magistratura. Tuttavia, manca, troppo spesso, la risposta della giustizia. È una differenza enorme. La prima nasce dalla società, la seconda dovrebbe essere assicurata dallo Stato. Da anni il dibattito pubblico si consuma in una contrapposizione che sembra dividere il Paese: garantisti contro giustizialisti. È un’espressione ormai entrata nel linguaggio corrente, utile ai talk show e alle polemiche politiche, ma priva di un autentico fondamento costituzionale. La Costituzione non conosce il garantismo come appartenenza ideologica, né il giustizialismo come modello di giurisdizione. Conosce, invece, il diritto di difesa, la presunzione di innocenza, il giusto processo, l’obbligatorietà dell’azione penale, la ragionevole durata del processo e l’indipendenza della magistratura. Sono questi i pilastri della giustizia. Non le etichette. E allora la domanda diventa inevitabile. La domanda che la Nazione si pone, in alcune aree del Paese con maggiore preoccupazione è: la giustizia italiana produce davvero certezza del diritto oppure alimenta aspettative destinate, troppo spesso, a dissolversi nel tempo? Ogni giorno si apre una nuova indagine. Ogni settimana viene notificato un avviso di garanzia. Ogni mese emerge uno scandalo destinato ad occupare le prime pagine dei giornali. Poi il tempo passa. I riflettori si spengono. Le cronache cambiano argomento. E il cittadino perde le tracce di quella vicenda, ovunque. Non sa più come sia finita. Non sa se l’indagato fosse innocente. Non sa se il colpevole sia stato condannato. Rimane soltanto una lunga attesa. L’avviso di garanzia non è una condanna e non dovrebbe mai essere percepito come tale. È un atto di garanzia previsto dall’ordinamento. Ma la garanzia non può esaurirsi nel momento iniziale del procedimento. La più grande garanzia che uno Stato possa offrire è quella di arrivare ad una decisione definitiva in un tempo ragionevole. Un processo che dura quindici anni non rafforza il garantismo. Lo svuota. Ciò perché lascia l’innocente prigioniero del sospetto e la vittima prigioniera dell’incertezza. Allo stesso modo, un sistema che annuncia centinaia di indagini ma conclude con pochissime decisioni definitive non rafforza la fiducia dei cittadini. La consuma lentamente. Per questo la vera contrapposizione non è tra garantismo e giustizialismo. Il contrario del garantismo è l’arbitrio. Il contrario della giustizia è l’impunità. Tra questi due estremi lo Stato è chiamato a trovare il punto di equilibrio, che non consiste nel moltiplicare gli avvisi di garanzia né nel ridurre le condanne, ma nell’accertare rapidamente la verità processuale. Lo stesso interrogativo investe gli organi di controllo. Quando la stampa documenta fatti che appaiono gravemente lesivi dell’interesse pubblico, il cittadino non pretende condanne anticipate. Pretende che chi è chiamato a vigilare vigili davvero. Pretende che le Procure svolgano il loro compito. Pretende che la Corte dei conti eserciti con tempestività la funzione affidatale dalla Costituzione. Un ruolo da proteggere piuttosto che da essere vilipeso dallo Stato medesimo con la cosiddetta “riforma Foti”, che è tutt’altro che una riforma. La legge 1/2026 è infatti un “attentato” ai principi fondamentali della Costituzione, alle garanzie che la stessa alla magistratura e al giusto rimborso del danno erariale. Pretende che nessuno si abitui all’idea che il tempo possa diventare il più efficace degli avvocati. Una democrazia non misura la qualità della propria giustizia dal numero degli arresti, degli avvisi di garanzia o delle conferenze stampa. La misura dalla capacità di trasformare un’accusa in una decisione. Di dire, entro un tempo che sia ancora tempo di giustizia, chi aveva ragione e chi aveva torto. Altrimenti il rischio è che la domanda di giustizia rimanga senza risposta. E quando la risposta manca troppo a lungo, non perdono soltanto gli imputati o le persone offese. Perde la credibilità dello Stato. Perde la certezza del diritto. Perde, soprattutto, quel patto di fiducia tra cittadini e istituzioni sul quale si regge ogni autentico Stato di diritto. Il Mezzogiorno di tutto questo ha subito una delle più gravi ingiustizie. Si spera che la imponente domanda di giustizia trovi una messa a terra adeguata. Caso Roggero, spinta per la grazia: ma Mattarella frena Nordio di Giovanni Bianconi e Monica Guerzoni Corriere della Sera, 17 luglio 2026 Dal presidente della Repubblica un forte richiamo al governo a rispettare la Costituzione. Sarà pur vero che il faccia a faccia tra Sergio Mattarella e Carlo Nordio si è svolto in un clima “assolutamente sereno”. Ma già la scelta di “invitare” all’improvviso il ministro al Quirinale per un colloquio chiarificatore certifica quanto l’iniziativa del Guardasigilli sul caso di Mario Roggero abbia sorpreso, a dir poco, il capo dello Stato. Raccontano fonti parlamentari che alle 14.20, quando da via Arenula è arrivata la notizia che il Guardasigilli aveva “avviato l’istruttoria finalizzata alla concessione della grazia” al gioielliere, il capo dello Stato sia “saltato sulla sedia”. Cinque ore dopo, mentre i “big” della maggioranza invocavano il perdono per un uomo appena condannato in via definitiva per duplice omicidio, il Colle inviava un pubblico altolà al ministro. Una nota breve e severa, la cui durezza ricorda lo scontro sulla grazia a Nicole Minetti e lascia prevedere che il comunicato sarà letto anche come un avviso al governo. In dieci righe secche, il Colle informa che il presidente ha ricevuto Nordio “per puntualizzare i limiti delle attribuzioni del ministro in tema di concessione della grazia”. Un invito energico a non scavalcare e strattonare il capo dello Stato e a tenersi dentro i confini della Carta, perché concedere il perdono è facoltà che la Costituzione “riserva esclusivamente al presidente della Repubblica, come confermato dalla Corte Costituzionale con la sentenza 200 del 2006”. La grazia può sì essere concessa motu proprio, anche in assenza di domanda, ma solo il Colle può assumere l’iniziativa. Durante il breve confronto, occhi negli occhi, Mattarella ha ricordato a Nordio le parole con cui Luigi Einaudi raccomandava il “dovere” di evitare qualsiasi precedente che possa incrinare le facoltà che la Costituzione attribuisce al capo dello Stato. Ponendo una questione di metodo, il Quirinale ha alzato un argine, per evitare forzature che possano intaccarne i poteri disegnati dalla Carta. Un avviso ai naviganti, che viaggiano spediti verso il premierato. Quanto al merito, al Quirinale ogni giudizio è ritenuto prematuro e Mattarella non si farà influenzare dall’onda social che invoca la grazia per legittima difesa. C’è un precedente. Nel 2008 il presidente Giorgio Napolitano in polemica con Gustavo Selva spiegò di non aver potuto concedere la grazia a Bruno Contrada perché il condannato non aveva dato prova di ravvedimento: il perdono si concede per motivi umanitari, non è certo stato istituito come un quarto grado di giudizio, per sanare errori o rovesciare sentenze a furor di popolo. Anche dal punto di vista tecnico-giuridico, l’istruttoria che Nordio ha avviato non sembra avere fondamento in questa fase, se non per esigenze di propaganda politica. L’attività ministeriale prevede la richiesta di informazioni presso gli uffici giudiziari competenti: la magistratura di sorveglianza e la Procura generale presso la Corte d’appello dove s’è svolto il giudizio di merito, che deve eventualmente esprimere il proprio parere. Ma nel caso di Roggero l’esecuzione della pena non è nemmeno iniziata e dunque al momento i giudici di sorveglianza non avrebbero nulla da riferire. Così come la Procura generale di Torino, visto che la sentenza della Corte di Cassazione che ha reso definitiva la condanna non è stata ancora depositata. Le motivazioni arriveranno nei prossimi mesi e solo dopo averle lette la Procura potrà esprimere le proprie valutazioni. È il Piemonte la regione con più processi per tortura nelle carceri di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 17 luglio 2026 In Piemonte ci sono 4.351 persone detenute per 3.558 posti disponibili, con un tasso di sovraffollamento del 122 per cento. Non è la regione con più detenuti d’Italia, né quella messa peggio sui numeri, ma è quella dove si è concentrata la più alta densità di procedimenti per torture e violenze dietro le sbarre. Da qui parte “Vite recluse”, il primo rapporto regionale di Antigone Piemonte sulle condizioni di detenzione nelle carceri della regione, curato da Sara Coppola e Serena Ramirez, con la prefazione di Claudio Sarzotti. Nell’editoriale, Michele Miravalle scrive che il Piemonte “è un luogo dove le cose avvengono (o si disvelano) prima che altrove” e prova a mettere insieme i punti della cartina. La prima rotta si chiama tortura e va da Asti a Torino, con deviazioni verso Biella, Ivrea e Cuneo. Ad Asti, nel dicembre 2004, due detenuti vennero pestati per giorni nelle celle di isolamento: il tribunale scrisse che “se ci fosse il reato, questi atti sarebbero pacificamente da qualificare come tortura”, ma il delitto non esisteva ancora. Vent’anni dopo, il 6 febbraio 2026, il Tribunale di Torino ha condannato in primo grado sette agenti della penitenziaria per tortura e un ottavo per rivelazione di segreti d’ufficio, per le violenze commesse tra il 2017 e il 2019 nel padiglione C del Lorusso e Cutugno ai danni di almeno undici detenuti. A Biella nel giugno 2025 il gup ha rinviato a giudizio 25 agenti; a Cuneo, per il carcere di Cerialdo, gli imputati sono 14 e il rito abbreviato si è chiuso a febbraio 2026 con quattro condanne. La seconda rotta riguarda le politiche penitenziarie, con il riferimento all’ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, dimessosi nel marzo 2026, e a quella sua “intima gioia” per gli arrestati non “fatti respirare” nei mezzi di trasporto. Il rapporto regionale di Antigone nasce dalle 17 visite dell’Osservatorio negli ultimi due anni. I tassi di affollamento rilevati nel 2025 vanno dal 148,9 per cento di Vercelli al 79,4 di Fossano, passando per il 141,5 di Verbania, il 137,4 di Ivrea, il 129,4 di Torino. A Torino gli osservatori segnalano topi e blatte in più sezioni, infiltrazioni e muffe; ad Alessandria Cantiello e Gaeta un solo funzionario giuridico-pedagogico per 240 detenuti. Sul fronte della salute, in soli 3 istituti su 11 lo psichiatra supera le dieci ore settimanali. Nel 2025 i suicidi in Piemonte sono stati cinque, tre a Torino, uno ad Asti e uno a Cuneo; nel 2024 erano stati nove, 20,4 ogni 10mila detenuti contro una media nazionale di 14,8. Gli stranieri sono poco più di 1.700, il 41,1 per cento della popolazione detenuta regionale, ben sopra la media italiana del 31,7. I mediatori linguistici e culturali sono quattro in tutto: uno a Torino, dove le persone straniere recluse sono 679, uno a Biella, uno a Ivrea, uno a Fossano. Lavorano il 30,66 per cento dei detenuti, ma solo il 6,04 alle dipendenze di datori esterni. Fa eccezione il Polo universitario penitenziario dell’Università di Torino, con 154 studenti detenuti iscritti nel 2024/2025 e 891 esami superati. Tre approfondimenti chiudono il quadro. A Ivrea, in una semi-sezione al quarto piano, ad agosto 2025 vivevano otto donne transgender: quasi tutte latinoamericane, senza documenti regolari, con le terapie ormonali interrotte per le difficoltà di raggiungere il centro torinese che le segue. A Torino la stanza dell’affettività ha aperto a novembre 2025 e ha visto il primo colloquio il 6 dicembre: quindici metri quadri nel padiglione E, usati meno di dieci volte, con una media di tre accessi al mese, mentre il Dap calcola in circa diciassettemila gli aventi diritto in Italia. Il difensore civico di Antigone ha ricevuto 522 segnalazioni nel 2025, di cui 17 dal Piemonte, arrivate soprattutto dai familiari. Accanto all’osservazione c’è il lavoro sul territorio: cinque eventi pubblici, la Summer School con l’ateneo torinese e la Fondazione CRT, e il progetto vincitore del bando Bruno Caccia, “Il carcere (NON) è un luogo comune”, che ha portato quattro classi di scuole superiori di Torino a ragionare sulla privazione della libertà. Resta appesa la domanda amara che attraversa le pagine sulla salute: la sofferenza delle persone detenute è davvero affrontabile solo con gli psicofarmaci e con la costruzione di nuove carceri? Toscana. Il Garante dei detenuti: “Far vedere le carceri alla gente” firenzedintorni.it, 17 luglio 2026 “Bisognerebbe aprire al popolo le carceri, che la gente venisse a vedere. Basterebbe entrare una sola volta in una cella per rendersi conto di quanto si possa essere ingiusti anche nei confronti di quelli che hanno sbagliato. Anche se hanno sbagliato molto, sia chiaro. Io non mi fido della retorica della politica. In certe condizioni la politica è inevitabile che reagisca con atteggiamenti pieni sì di retorica: se la gente avesse la possibilità di vedere” quei luoghi “di persona si renderebbe conto anche della vacuità di questi interventi”. Lo ha affermato Giuseppe Fanfani, garante dei diritti dei detenuti della Toscana, parlando a margine di un convegno a Firenze, a poche ore dal decesso di un detenuto di 23 anni, che è Rstato trovato morto nel carcere di Lucca. “Se la ragione - ha aggiunto - prevalesse nella gestione del sistema carcerario, avremmo risolto tanti problemi. Ma prevalgono una pessima e un disinteresse complessivo verso un settore che non porta voti e con questo abbiamo detto tutto. Poi i morti sono la conseguenza perché se si abbandonano le persone senza speranza, senza dignità”. “Vorrei che i cittadini sapessero una cosa - ha osservato Fanfani - Quando parliamo di sovraffollamento usiamo un termine che inganna perché l’affollamento ordinario nel nostro ordinamento sono 3 metri quadri a persona. Quindi quando si parla di sovraffollamento vuol dire che si negano anche i 3 metri quadri a persona. E quando si dice che il sovraffollamento è al 200% vuol dire che ogni persona ha a disposizione un metro e mezzo”. Fanfani ha concluso affermando che “la stragrande maggioranza di quelli che sono in carcere dalle nostre parti sono dei disgraziati. È gente che non ha né arte né parte, il 50% sono stranieri. C’è una percentuale, oltre il 30% di tossicodipendenti, di gente a doppia diagnosi, vuol dire tossicodipendenti e malati psichiatrici insieme. In una situazione di questo tipo le carceri dovrebbero avere una funzione riabilitativa che attualmente non svolgono neanche in minima parte”. Puglia. La sfida dei detenuti studenti di Cesare Bechis Corriere del Mezzogiorno, 17 luglio 2026 Da Foggia al Salento sì all’accordo con gli atenei per il diritto alla formazione. Il rettore Bellotti: “Strumenti di crescita culturale e per il reinserimento sociale”. I numeri sono ancora bassi, ma destinati a crescere. Parliamo dei detenuti nelle carceri pugliesi che, matricole o già studenti universitari, intendono completare questo percorso di studi. In tutto sono una cinquantina, sparsi nelle varie carceri pugliesi e iscritti agli atenei regionali. Nella casa circondariale di Lecce le matricole dell’anno accademico 2025-2026 sono 7, frequentanti sociologia, management turistico, giurisprudenza e studi geopolitici, e 10 agli anni successivi mentre da altri istituti di pena, da comunità e dai domiciliari ne arrivano altri 13. L’età di questa categoria di studenti varia dai 24 anni ai 76. Un uomo di 76 anni studia sociologia, uno di 72 giurisprudenza, ma UniSalento annovera anche un 41enne iscritto a Ingegneria aerospaziale. Insomma, il diritto allo studio si applica anche in carcere e il reinserimento sociale è uno degli obiettivi più importanti. Prefigurando questo la Puglia rafforza la rete dei poli universitari penitenziari esistenti sull’intero territorio regionale. E un nuovo accordo quadro è stato sottoscritto dai rettori degli atenei pugliesi (Bari, Politecnico, Salento, Foggia, Lum), l’amministrazione penitenziaria e il garante dei detenuti. “L’intesa punta a favorire lo sviluppo culturale delle persone detenute negli istituti di pena - è scritto nel protocollo - riconoscendo nell’accesso all’istruzione universitaria non solo un presidio fondamentale di dignità e sapere, ma anche uno strumento concreto per favorire il percorso di reinserimento e risocializzazione delle persone detenute”. L’allargamento dell’accordo alla Regione e al Garante dei diritti dei detenuti rende concreti “i principi costituzionali di rieducazione della pena, promuovendo inclusione sociale, crescita culturale e opportunità di reinserimento”. L’assessora alla Cultura e Conoscenza della Regione Puglia Silvia Miglietta mette in evidenza la semplificazione delle procedure e l’esonero dalle tasse regionali sul diritto allo studio per chi sta in carcere sottolineando che questa iniziativa “ci sembra un’applicazione fondamentale per garantire il diritto allo studio di tutte e tutti” e che questa intesa fornisce a detenute e detenuti “un’opportunità per accedere al mondo del lavoro una volta che si è scontata la pena”. Per il rettore dell’università di Bari, Roberto Bellotti, “garantire il diritto allo studio alle persone detenute significa offrire strumenti concreti di crescita culturale, consapevolezza e reinserimento sociale. Come sistema universitario pugliese, abbiamo creduto fortemente nella necessità di consolidare e ampliare il sistema dei Poli universitari penitenziari, promuovendo una collaborazione stabile tra Università, Amministrazione Penitenziaria, Regione Puglia e autorità di garanzia. È un passo importante verso un modello regionale integrato, capace di rendere l’istruzione universitaria sempre più accessibile, coordinata ed efficace”. Lucca. Due morti in 24 ore nel carcere. Esposti alle Asl sulle condizioni delle celle di Jacopo Storni Corriere Fiorentino, 17 luglio 2026 Dopo il suicidio del 23enne, trovato senza vita un altro detenuto nell’istituto più sovraffollato d’Italia. Due decessi in 24 ore dentro il carcere di Lucca, il più sovraffollato d’Italia con un tasso del 240%. Mercoledì si è tolto la vita un recluso del Bangladesh, 23 anni, impiccandosi all’interno della sua cella. Ieri mattina è stato trovato senza vita un detenuto di nazionalità marocchina di 35 anni. Era entrato nell’istituto penitenziario il 19 maggio per tentato furto aggravato, sulle cause della sua morte si indaga in queste ore. Il detenuto divideva la cella con altri due compagni. Mercoledì, intorno alle 23, i tre avrebbero bevuto insieme un caffè dopo aver assistito alla partita Argentina-Inghilterra, poi avrebbero pregato e sarebbero andati a letto. Ieri mattina, durante il giro per la distribuzione della terapia, il personale sanitario e un agente della polizia penitenziaria hanno notato che il detenuto non rispondeva ai richiami. Entrati nella cella, hanno immediatamente avviato le manovre di soccorso, ma l’uomo era già deceduto, verosimilmente da ore. Saranno gli esami disposti dall’autorità giudiziaria a chiarire con precisione le cause della morte e la dinamica dell’accaduto. “Non si può morire così in carcere, un luogo che dovrebbe garantire sicurezza e rieducazione e invece provoca morte - commenta Eleuterio Grieco, segretario regionale della Uil Penitenziari - Deve essere fatta luce prima possibile sulle cause che hanno portato alla morte di questo giovane recluso di 35 anni”. Sul tema carceri, sono stati depositati tre esposti alle tre Asl della Toscana per sapere quali siano le condizioni igienico sanitarie all’interno degli istituti penitenziari della regione, soprattutto in questo periodo di pressione a causa del trasferimento di circa duecento detenuti da Sollicciano, dove sono state sequestrate sette sezioni, verso altri istituti. A presentarli è stato il consigliere regionale di Casa Riformista e vicepresidente della commissione sanità Federico Eligi, che ha spiegato di aver “dato 20 giorni di tempo per una risposta, perché vogliamo intervenire subito e capire se sono garantiti ai reclusi i livelli minimi di assistenza”. Nello specifico, è scritto nell’esposto, le Asl “accertino le condizioni igienico-sanitarie delle celle, degli spazi comuni, delle cucine, delle infermerie e degli altri ambienti destinati alla permanenza delle persone detenute; verifichino l’eventuale sussistenza di situazioni di sovraffollamento negli istituti di competenza, accertandone gli effetti sulla tutela della salute delle persone detenute, sulle condizioni igienico-sanitarie degli ambienti e sulla qualità dell’assistenza sanitaria erogata; accertino l’eventuale presenza di situazioni di rischio sanitario o ambientale per le persone detenute, per gli operatori sanitari, per il personale di Polizia Penitenziaria, per il personale amministrativo e per i volontari che operano negli istituti”. Sul tema anche la presidente del Consiglio regionale Stefania Saccardi, intervenuta a un convegno in ricordo di Alessandro Margara a dieci anni dalla scomparsa: “Le condizioni delle nostre carceri ci interrogano ogni giorno sulla capacità dello Stato di dare piena attuazione ai principi della Costituzione”. Secondo il garante regionale dei detenuti Giuseppe Fanfani, “bisognerebbe aprire al popolo le carceri, che la gente venisse a vedere. Basterebbe entrare una sola volta in una cella per rendersi conto di quanto si possa essere ingiusti anche nei confronti di quelli che hanno sbagliato. Anche se hanno sbagliato molto, sia chiaro. Io non mi fido della retorica della politica. In certe condizioni la politica è inevitabile che reagisca con atteggiamenti pieni sì di retorica: se la gente avesse la possibilità di vedere” quei luoghi “di persona si renderebbe conto anche della vacuità di questi interventi”. “La scelta del Governo è quella di aggravare le pene, approvare decreti sicurezza - ha aggiunto Franco Corleone, già garante dei detenuti - L’ultima ciliegina è quella di pensare agli “agenti provocatori”. Le misure alternative sono la chiave di volta, il problema del carcere non solo i muri ma sono le relazioni interne, bisogna costruire prospettive di studio e lavoro”. Viterbo. Omicidio in carcere, 27enne muore accoltellato Corriere di Viterbo, 17 luglio 2026 Un colpo alla schiena che non ha lasciato scampo a un 27enne magrebino, accoltellato a morte ieri mattina nel cortile del carcere Nicandro Izzo durante l’ora d’aria. Il suo nome sarebbe Mohamed Chaanoun. Da quanto si è appreso si sarebbero affrontati due gruppi rivali e l’aggressione non è appunto avvenuta tra due connazionale, come emerso nelle prime ore. Il 27enne è stato soccorso dagli agenti della penitenziaria ma per lui non c’era più nulla da fare. Sarà l’autopsia ad accertare l’esatta modalità del decesso mentre le indagini coordinate dalla Procura di Viterbo e affidate a squadra mobile e scientifica - con i poliziotti subito al lavoro all’interno della casa circondariale - dovranno ricostruire chi è stato effettivamente l’assassino e quale sia il movente, che potrebbe andare da un regolamento di conti a una lite finita in tragedia o addirittura a tensioni tra bande rivali all’interno della struttura. Così come dovrà essere data una risposta alla presenza di un’arma da taglio in carcere, tanto più nelle mani di uno o più detenuti che non hanno avuto purtroppo difficoltà ad utilizzarla. In giornata sono arrivati in carcere anche il procuratore della Repubblica Mario Palazzi e il medico legale. “Nelle carceri italiane siamo ormai alla resa dei conti tra detenuti con omicidio - accusa Aldo Di Giacomo, segretario generale del sindacato di polizia penitenziaria -. Siamo al quinto assassinio di un detenuto nel giro di un paio d’anni. A Lucca si è suicidato di un ragazzo di 23 anni facendo salire a 36 il numero dei suicidi a cui aggiungere 85 decessi per ‘cause da accertare’ a riprova che lo Stato non è in grado di garantire la vita di quanti ha in custodia. È la punta estrema dell’emergenza carceri che denunciamo da troppo tempo legata a risse e violenze tra detenuti e contro il personale penitenziario con oltre 200 casi tra risse ed aggressioni ad agenti solo nelle ultime settimane”. Il sovraffollamento e le temperature particolarmente calde dell’estate non contribuiscono poi a migliorare la situazione. Lecce. Detenuto 34enne muore dopo colloquio con i genitori, disposta l’autopsia di Francesco Oliva La Repubblica, 17 luglio 2026 Michele Fina aveva 34 anni, improvvisamente si è accasciato mentre era nella sala comune. Aperto un fascicolo d’indagine per omicidio colposo a carico di ignoti. Secondo il sindacato di Polizia penitenziaria Spp si tratterebbe “di una morte per droga”. Un’ipotesi su cui è molto cauta l’avvocata dell’uomo. È avvolta nel mistero la morte - la sesta in tre mesi - di Michele Fina, 34 anni, originario di Campi Salentina (Lecce), deceduto mercoledì 15 luglio, nel carcere di Lecce. Era agli arresti per una condanna definitiva di qualche mese: sarebbe uscito a ottobre. Fina aveva appena concluso il colloquio con i genitori quando, rientrato nella sala comune - ha accusato un malore mentre giocava a biliardino insieme ad altri detenuti. Si è accasciato ed è morto senza che i medici potessero tentare una rianimazione. Sulle cause del decesso è stato aperto un fascicolo d’indagine dal sostituto procuratore Massimiliano Carducci con l’accusa di omicidio colposo a carico di ignoti. A dire del Sindacato polizia penitenziaria (Spp) - come riportato in un comunicato - si tratterebbe “della terza vittima per droga, dopo quelle registrate fra aprile e maggio scorso, all’interno dello stesso istituto penitenziario”. Per il segretario generale, Aldo Di Giacomo, l’ennesimo decesso rappresenterebbe “la tragica conferma di quanto denunciamo da tempo: la droga circola in grandi quantitativi specie nelle carceri pugliesi, siciliane, lombarde e campane. I tossicodipendenti, più di 20mila detenuti con problemi di dipendenza secondo l’ultima rilevazione statistica del dicembre 2025, rappresentano il 32% del totale e muoiono con maggiore frequenza in carcere rispetto ai decessi che avvengono fuori”. Come ribadito già in altre occasioni, “gli istituti penitenziari - secondo il sindacalista - sono diventati le più grandi “piazze di spaccio” nel Paese. Noi da tempo abbiamo messo in guardia sul nuovo corso della mafia 2.0, che non è possibile contrastare con l’assunzione di poche decine di agenti penitenziari”. Per Di Giacomo “non per tutti i detenuti l’approvvigionamento di droga è complicato: i boss e quanti dispongono di aiuti all’esterno sono privilegiati e usano le droghe per ricattare. Una situazione che ha superato ogni limite al punto che alcuni istituti per traffico superano persino le piazze di spaccio di grandi città”. Sulle cause del decesso, l’avvocata Chiara Capodieci, legale di Michele Fina e della famiglia, è molto più cauta in attesa degli esiti dell’autopsia, fissata per i prossimi giorni. “Non abbiamo ancora dati definitivi - spiega a Repubblica - saranno gli accertamenti tossicologici a stabilire se il mio assistito abbia assunto droga”. L’ultimo colloquio, il 7 luglio. “L’ho visto tranquillo in quell’occasione - dice - non mi aveva manifestato particolari problematiche se non qualche disturbo di stomaco che stava comunque curando con una terapia”. Circa tre settimane addietro, infatti, il 34enne era stato ricoverato all’ospedale Vito Fazzi di Lecce e poi dimesso in attesa di ultimare alcuni esami. A breve poi come riferisce l’avvocata Capodieci “sarebbe stata fissata udienza davanti al tribunale di sorveglianza per discutere l’istanza di domiciliari in una comunità”. Enna. Cresce l’allarme sui rischi e le criticità del “Bodenza” La Sicilia, 17 luglio 2026 Si lavora per arrivare in tempi brevi all’istituzione del garante per i detenuti al Comune di Enna, mentre si attende la visita del garante regionale Antonino De Lisi, dopo il recente invito per acquisire conoscenza diretta della situazione nella Casa circondariale “Luigi Bodenza”. Si va quindi avanti sull’impegno preso dall’amministrazione Crisafulli, con l’assessore Lillo Colaleo, sul tema che a Enna ha il carattere della massima urgenza dopo il rapido susseguirsi di fatti di particolare preoccupazione sociale avvenuti nell’istituto del capoluogo, tra tentativi di evasione, rivolte dei detenuti sedate a fatica e violente aggressioni agli agenti della penitenziaria. Un nuovo sollecito a trovare soluzioni urgenti ai problemi che vanno dalla ristrutturazione degli ambienti a un incremento del personale in servizio nel penitenziario di Enna, arriva adesso dalla presidente nazionale del Movimento forense, Elisa Demma, assieme ad Eliana Maccarone, coordinatrice per la Regione Sicilia del Dipartimento carceri dello stesso Movimento forense. Quanto accaduto a Enna, scrivono in una nota “non è un evento isolato, ma il sintomo di una sofferenza strutturale che richiede una risposta immediata da parte della politica e del legislatore”. Il Movimento forense chiede quindi “l’approvazione di misure urgenti che riducano drasticamente la popolazione detenuta, ristabilendo condizioni di vivibilità conformi alla Costituzione”, assieme a una “riforma che semplifichi l’accesso alle misure alternative alla detenzione, strumento essenziale per deflazionare il sistema carcerario e ridurre la tensione sociale” e alla “riqualificazione urgente delle strutture, affinché non siano luoghi di mero isolamento, ma ambienti salubri e funzionali alla rieducazione”. Chiesto anche un “piano straordinario di assunzioni di agenti di polizia penitenziaria, educatori e personale sanitario, per garantire la gestione della quotidianità e la sicurezza in istituti sempre sotto organico” senza dimenticare la “promozione di un piano nazionale di assunzione esterna, previa formazione, dei detenuti in uscita, in uno alla incentivazione del lavoro interno equamente remunerato”. L’impegno del Movimento forense oltre al monitoraggio costante delle “condizioni di vita all’interno degli istituti penitenziari”, guarda a farsi “portavoce in tutte le istituzioni della necessità di una riforma dell’intero sistema di reclusione, ispirata ai principi costituzionali di umanità e finalità rieducativa della pena”. Cremona. Sezione “protetti”: tre in celle da due di Cristiano Guarneri mondopadano.it, 17 luglio 2026 La visita. Il nostro cronista nella delegazione a Ca’ del Ferro. Oltre la metà dei detenuti con problemi di dipendenza. Pensate all’afa di questi giorni, immaginatela in una cella a due posti ma i detenuti sono tre. Lo sentite il senso di irritazione? Lo stesso che provate quando appiccicato al vostro c’è il corpo di un altro, un altro qualsiasi, un condomino nell’ascensore con voi, ad esempio, in una discesa lunga anche solo quattro piani. Moltiplicate il fastidio per 24 ore, per un numero di giorni indefinito, comunque non breve. E ancora non potrete capire. Penitenziario di Cremona, sezione A del vecchio padiglione, detenuti protetti. Non si può capire finché non si prova, ma una prova così non la si augura a nessuno, nemmeno se le celle, di giorno, restano aperte, così i protetti hanno facoltà di passeggiare in corridoio come su una promenade parigina. Nemmeno se sono consentiti i ventilatori - a carico dei detenuti - perché le pale spingono l’aria che c’è, umida e viziata, non ne producono altra. Provare non conviene, vedere sì. Aiuta più che fidarsi del sentito dire. Quando abbiamo percorso il piano di quella sezione, dei detenuti colpivano gli occhi non tanto il buongiorno detto a fior di labbra. In molti si facevano sull’uscio per guardarci, la maggior parte italiani, alcuni abbastanza giovani. Mentre gli sfilavi di fianco, sbirciavi all’interno per capire di cos’è fatta una cella. La parete a sinistra, nel primo tratto, è sempre stipata di pentolini e altri utensili da cucina (quelli consentiti). “Stipati” è un verbo che non regge, troppo ingiustamente piccolo. È una “siepe” di barattoli e chincaglieria che si inerpica su un quadrato minuscolo d’intonaco. Chi vuole, in genere quasi tutti i detenuti, scalda con un fornelletto vivande acquistate sopravvitto, cioè oltre la razione ordinaria distribuita dal carcere. Sulla mensola più alta, la vetta della “siepe”, ho visto una confezione giallo-acceso di camomilla in bustine e ho pensato alle notti lì dentro, all’illusione che per dormire possa bastare un infuso o che forse, il prepararlo, sia solo un rito per rievocare la familiarità di casa; il sonno, in quelle condizioni, arriva solo grazie a qualcosa di più forte. Dopo le mensole, sulla poca parete restante si appoggiano i due letti a castello, sotto i quali, di giorno, è nascosta la branda per il terzo incomodo (chissà chi sceglie di stare dove). Sulla parete opposta, un tavolino e due sedie. “Fagli vedere il bagno”, ha detto uno dei detenuti. Una porticina dentro la cella nasconde lo spazio angusto per un lavandino e un wc, niente di più. “Hai visto?”. Ho visto. “Qui ci sono zecche e cimici, scrivilo!”, mi dice un ragazzo alto, capelli lunghi raccolti e pizzetto. Sì, lo scrivo. Il problema della disinfestazione è noto, l’amministrazione penitenziaria se n’è fatta carico, ma in alcune zone si ripresenta puntuale. Domanda del cronista: “I detenuti hanno diritto a benefici per “trattamenti inumani”, come il sovra?ollamento. Ne fanno richiesta al magistrato di sorveglianza?”. La risposta è stata “sì”, naturalmente. Esiste un rimedio risarcitorio che prevede uno sconto di pena pari a 1 giorno ogni 10 trascorsi in spazi inferiori a quelli regolamentari o, in alternativa, un risarcimento economico. Che fine facciano queste richieste è argomento di malcontento tra i detenuti. La voce che circola è che siano respinte a motivo del fatto che le celle restano aperte dal mattino fino alla sera, 8.30-19. Lo spazio del corridoio supplirebbe a quello mancante in cella. Però sono voci. Le loro. Ecco, i protetti stanno qui, in questo purgatorio che odora già d’inferno. In gergo sono i cosiddetti sexual o?enders, per i reclusi comuni sono “gli infami”. La separazione fra i primi e i secondi dev’essere netta, ovunque e per qualsiasi attività. Per tutti, una “via d’uscita” dallo strazio della detenzione sono gli atti di autolesionismo. Gli scioperi della fame, della sete, della terapia. Vercelli. “Libere in cucina”: nel carcere un progetto per le donne detenute di Anna Gioria Corriere della Sera, 17 luglio 2026 Il corso di formazione ha coinvolto 16 giovani donne: sei giornate per un totale di 24 ore, con moduli teorici e pratici. La giornata del 25 giugno per la sezione femminile della Casa Circondale di Vercelli è stata particolare, si potrebbe quasi dire “una festa”: dodici detenute hanno ricevuto l’attestato di partecipazione al corso “Libere in cucina”, tenuto dal maestro chef Matteo Scibilia, docente e formatore di tecniche di cucina e ristorazione, e promosso dai club di Soroptimist International d’Italia Alto Novarese, Biella, Novara, Valsesia, Verbano, Vercelli in collaborazione con la direzione della Casa Circondale di Vercelli e con la Fipe Confcommercio di Vercelli. La progettualità è iniziata nel mese di maggio presso la Casa di Reclusione di Milano-Bollate, grazie alla collaborazione del Club Soroptimist International d’Italia di Merate, la direzione dello stesso penitenziario e al patrocinio Epam- Fipe/Confcommercio. Il percorso formativo, sempre gestito da Scibilia, è finalizzato al reintegro sociale, e in particolare per dare un’opportunità lavorativa alle detenute, per lo più “invisibili” dalla società. Il corso ha coinvolto 16 giovani e si è sviluppato su sei giornate per un totale di 24 ore, comprendendo sia moduli teorici che pratici. Nei primi si è affrontata la storia del cibo, con una particolare attenzione agli ingredienti che sono stati utilizzati successivamente nelle lezioni pratiche per preparare ricette tipiche, come i risotti (quello alla Milanese a Bollate e quello al gorgonzola a Vercelli, “capitale del riso”). Le detenute si sono dimostrate molto interessate alla spiegazione e alla degustazione, dello zafferano e del Grana Padano. Nello stesso contesto, inoltre, uno spazio è stato dedicato alla formazione riguardanti le norme di sicurezza alimentare (Haccp). I moduli pratici si sono svolti all’interno delle cucine dello stesso carcere della sezione femminile, finalizzati all’apprendimento da parte di alcune detenute della preparazione di piatti a base di pasta secca, sughi regionale, verdure, olio extravergine di oliva, formaggi e dessert (mousse di cioccolato fondente, tiramisù, mille foglie): una parte della formazione è stata dedicata a accenni enologici e abbinamenti gastronomici, e l’ultimo incontro ha visto protagonista la pizza. “Ci tengo a sottolineare che la vera ricchezza del corso è il rapporto che è nato con le detenute. Per questo, durante i momenti trascorsi con loro in cucina, non ho mai distolto l’attenzione dal cogliere il lato umano e le loro sofferenze. Un momento particolarmente commovente è stato il rilascio degli attestati per le competenze raggiunte da ognuna”, ha dichiarato Scibilia. Sull’onda di questo successo i club Soroptimis del Piemonte sopra elencati si sono prodigati per replicare la stessa esperienza per le detenute della Casa Circondariale di Vercelli, tenutasi dal 9 al 25 giugno. “Libere in cucina” rientra nel progetto nazionale “SI sostiene …. in carcere”, avviato nel 2017 grazie alla collaborazione delle Direzioni degli Istituti Penitenziari e al protocollo sottoscritto da Soroptimis con il DAP - Dipartimento Amministrazione Penitenziaria del Ministero della Giustizia. Questa esperienza è stata per certi versi più facile da gestire: le detenute che hanno preso parte al corso erano in numero inferiore. A differenza di Bollate, dove le pietanze preparate venivano consumate esclusivamente dalle corsiste, a Vercelli sono state distribuite in tutte le celle del penitenziario. “Dal 2018 i Club Soroptimist del quadrante Piemonte Nord Orientale, con Vercelli capofila, insieme ad Alto Novarese, Biella, Novara, Valsesia e Verbano hanno condiviso una progettualità con le detenute della Casa Circondariale di Vercelli. In questi anni, in questa direzione, si sono svolti corsi di vario genere: sartoria, gelateria artigianale, per la cura del sé e molti altri”, aggiunge Michela Righi, presidente del Club Soroptimis Alto Novarese. In particolare, questo sulla cucina assume “un valore peculiare, in quanto cucinare significa prendersi cura, trasformare ingredienti semplici in qualcosa di buono, condividere profumi, saperi e ricordi. In cucina si lavora insieme, si ascolta, si sbaglia, si ricomincia, si attende il risultato con pazienza. È un luogo in cui la dignità passa attraverso piccoli gesti: impastare, tagliare, assaggiare, apparecchiare e offrire. Incontrare le detenute per noi è stata un’esperienza intensa e profondamente umana”, sottolinea, evidenziando come “tutte le donne erano attente, curiose, desiderose di imparare, capaci di partecipazione e di entusiasmo. Nei loro volti, nelle loro domande, nei loro sorrisi abbiamo colto fragilità, ma anche forza; sofferenza ma anche desiderio di riscatto. Ogni incontro ci ha ricordato che dietro ogni storia personale esiste una persona e che nessuna donna può essere definita soltanto per i propri errori”. Prossimamente sarà pubblicata una raccolta delle ricette fatte dalle carcerate. Scibilia, preso dall’entusiasmo, ha proposto alle due amministrazioni carcerarie di realizzare in futuro anche una linea di confetture e marmellate che possa essere un’attività continua, in grado di generare un introito non solo per l’istituto di pena, ma anche per le detenute. A tale proposito, Valeria Climaco, educatrice del reparto femminile del carcere di Vercelli afferma: “In questi spazi ancora vitali un docente, un educatore, uno psicologo, se dotati di speciale sensibilità e di una dose di passione capace di andare oltre l’adempimento del compito, meglio se collaborazione, possono impiantare semi muovi di sapere e bellezza, e curarne l’attecchimento, proseguendo concretamente al “cambiamento” che è l’essenza di ogni percorso educativo”. Ancona. 14 luglio 2026, giornata di mobilitazione nazionale di “Art. 27” di Marcello Pesarini Ristretti Orizzonti, 17 luglio 2026 All’appello nazionale lanciato da Antigone Marche, Cnca, Cgil, Arci, Confcooperative, Garanti nazionali, Volontariato Giustizia, si uniscono Caritas, Acu Gulliver, Amnesty, Teatro in carcere nazionale, Collettivo Sciame di Fano, Maria Assunta attiva in carcere con lo UISP, i consiglieri regionali Andrea Nobili di AVS e Antonio Mastrovincenzo del PD. Giovanna Fanci di Antigone modera, introduce e controlla i collegamenti con Monia e famiglia. Giulia Torbidoni presidente di Antigone Marche ha subito definito illegale il sovraffollamento carcerario in Italia, arrivato al 140%. Illegale perché in queste condizioni non si può assolutamente parlare di applicazione dell’articolo 27. La presidente ha poi rivolto un appello a tutte le associazioni presenti perché si superi il frazionamento che negli ultimi anni ha attanagliato tutto il movimento. Il Garante Giulianelli prevede un consiglio comunale di Ancona nel carcere di Montacuto, apprezza l’iniziativa aperta alla cittadinanza. Ricorda i corsi per OSS per detenuti, che assicureranno l’assunzione dei partecipanti. Loredana Longhin della CGIL progetta con il sindacato un mondo in cui i servizi, l’istruzione, la salute, facilitino l’inclusione di quelle fasce a rischio di impoverimento, per una società non più competitiva ma includente. Giorgio Magnanelli presidente della CRVG fa i conti in tasca all’Amministrazione Penitenziaria: se in Italia la pena regolata dall’articolo 27 non è afflittiva ma rieducativa, togliendo le spese amministrative, quelle per il personale, gli immobili, al detenuto come trattamento resta il 4%. Ci sono la sussidiarietà e la cassa delle ammende. Vito Minoia presidente dei teatri carcerari insiste sulla cultura, forma di salute mentale molto importante, oltre che formativa. Tutte le attività espressive, dalla scrittura al teatro allo danza allo sport sono anche scuola di vita e disciplina. Monia Caroti, CNCA, parla dei provvedimenti come la repressione indiscriminata dell’uso di droghe senza istruzione, il decreto Caivano che non risolve la dispersione scolastica ma in un anno ha accresciuto del 50% la presenza negli istituti minorili. Le comunità rischiano oltre all’impoverimento da parte dello Stato di essere un prolungamento di pena. Marcello Pesarini di Antigone descrive il suo impegno prima nell’Osservatorio sulle carceri, nato nel 2001, ora con lo sportello per parenti di detenuti Morire di carcere, dopo il suicidio di Matteo Concetti nel 2024. La sanità deve monitorata e migliorabile informando periodicamente i cittadini. Valorizza l’impegno delle donne nei confronti dei parenti detenuti. Stefania Zepponi dell’ARCI, esemplifica la sensazione di interagire con la danza con i detenuti, e di essere invece considerata dall’istituzione come un peso, qualcosa di non compreso. Ma non rinuncerà. Pignocchi di Amnesty ricorda le battaglie e le conquiste nel riconoscimento del reato di tortura, legato alle dimensioni ridottissime delle celle. Lavorare per chi sta dentro è come lavorare per chi sta fuori. Anche Mattia degli studenti del Gulliver individua nelle politiche repressive del governo un doppio binario: criminalizzare il dissenso, il pensiero, appiattire il senso dell’istruzione. Se si sceglie di non insegnare si agisce per togliere agli studenti il diritto al futuro. Andrea Nobili di AVS, già garante, si unisce alla denuncia delle condizioni di salute sulle quali ha presentato un’interrogazione e punta il dito sulla scarsa considerazione verso la salute mentale nelle Marche, fuori e dentro gli istituti. Antonio Mastrovincenzo del PD ricorda le interrogazioni dopo il suicidio di Concetti e si conferma disponibile per mantenersi collegato in una battaglia sacrosanta. Le ragazze del Collettivo Sciame di Fano hanno usato un episodio di bullismo maschilista avvenuto nelle scuole per richiedere educazione sentimentale invece di condanne e punizioni. La giustizia riparativa anche nella libertà. Si ringraziano tutti i presenti e ci diamo appuntamento a presto. Firenze. Carcere senza Governo, se la Costituzione si ferma davanti al cancello di Benedetta Bernocchi e Federica Cioni inconsiglio.it, 17 luglio 2026 Convegno in ricordo di Alessandro Margara a dieci anni dalla scomparsa. Il Garante toscano dei detenuti Giuseppe Fanfani: “Politica sorda, non ha più la capacità di dare riscontro all’impegno costituzionale che assegna alla pena una funzione di rieducazione e riabilitazione”. Sovraffollamento, degrado, emergenza psichiatrica e psicologica ma anche la necessità di una riforma della giustizia e della pena. Queste le tematiche affrontate oggi, nella sala delle Feste a palazzo Bastogi, nel convegno “Il carcere senza governo”, in ricordo di Alessandro Margara, a dieci anni dalla sua scomparsa. Dall’incontro è emersa la difficile situazione in cui si trova il carcere, al collasso, stretto nella morsa dell’aumento dei reati introdotti dai decreti sicurezza, di condizioni materiali e relazionali sempre più invivibili, dell’emergenza psichiatrica e psicologica che chiede di essere ascoltata. Di fronte a tale drammatica condizione, tutti i partecipanti al convegno hanno condiviso la riflessione secondo la quale “il pensiero di Margara resta una guida a cui rivolgersi per pensare e progettare il cambiamento e delineare le riforme possibili”. “Le condizioni delle nostre carceri - è intervenuta la presidente del Consiglio regionale Stefania Saccardi - ci interrogano ogni giorno sulla capacità dello Stato di dare piena attuazione ai principi della Costituzione. Ricordare Alessandro Margara significa raccogliere la sua eredità di rigore, umanità e coraggio civile, lavorando per un sistema penitenziario che rimetta al centro la dignità della persona e la funzione rieducativa della pena.” “Un sistema caratterizzato dal disinteresse generale verso il dramma carcerario - ha detto il garante dei diritti dei detenuti Giuseppe Fanfani all’indomani dell’ennesimo suicidio in carcere a Lucca - mi riferisco ad una politica sorda che non ha più la capacità di dare riscontro all’impegno che la Costituzione si era assunta quando parlava di carcere, di creare un ambiente dignitoso e con prospettive per il futuro”. “Occorre costituire all’interno del carcere dei laboratori, delle fabbrichette dove gli imprenditori convenzionati in base alla legge Smuraglia vengono ad insegnare i mestieri che servono e i migliori se li portano fuori”. “La scelta del Governo è quella di aggravare le pene, approvare decreti sicurezza - aggiunge Franco Corleone, già garante dei detenuti- l’ultima ciliegina è quella di pensare agli ‘agenti provocatori’. “Le misure alternative - continua - sono la chiave di volta, il problema del carcere non solo i muri ma sono le relazioni interne, bisogna costruire prospettive di studio e lavoro”. Infine, riguardo a Sollicciano, “è stato uno degli ultimi carceri pensato da un gruppo di architetti, non è un cubo di cemento armato, è il carcere dove c’è il giardino degli incontri un’opera d’arte unica in Italia e in Europa. Dobbiamo partire dal bello che c’è e capire che cosa non funziona. I soldi ci sono, i progetti ci sono e anche le condizioni”. Sui numeri si è concentrato l’intervento di Saverio Migliori della Fondazione Michelucci che ha parlato del collasso del carcere, entrando nel merito dei decreti sicurezza, del sovraffollamento e delle chiusure. Migliori ha citato alcuni dati al 30 giugno 2026 “64mila 773 il numero della popolazione detenuta presente di cui 2mila 891 sono donne (4,46per cento) e 20mila 351 di origine straniera (31,42 per cento) a fronte di una capienza regolamentare di 51mila 180 con un tasso di sovraffollamento del 126 per cento con 18mila 400 posti mancanti”. Riguardo alle condanne, è emerso che sono il 74,3per cento le persone condannate in via definitiva, il 23,1 per cento quelle in attesa di giudizio. Sul fronte dei suicidi in carcere, numeri drammatici “nel 2024 sono stati 91 e 82 nel 2025 oltre ad atti di autolesionismo nel 2025, 12.704 e atti di aggressione nel 2025, 5.812. La drammatica situazione degli istituti di pena della Toscana è stata rimarcata anche dal vicepresidente della commissione Sanità Federico Eligi che ha sollecitato le Asl ad inviare dati. A detta di Fanfani si tratta di una “scelta coraggiosa”. “Oggi - ha continuato - registriamo l’ennesimo suicidio, ormai ridotto a pura statistica. C’è un’assuefazione mostruosa che ci fa dimenticare il male, quasi considerassimo queste morti come un fatto inevitabile. Ma non lo sono. La situazione in cui vivono i detenuti porta necessariamente a questi atti disperati, con tassi di suicidio venti volte superiori alla norma”. Tra i presenti anche Marcello Colocci, Presidente Associazione Volontariato Penitenziario, Maria Oliva Scaramuzzi, Presidente Fondazione Giovanni Michelucci, Giulia Melani, Presidente Società della Ragione. Sofia Ciuffoletti si è soffermata sulle politiche sulla sicurezza e sulle conseguenze sulla pena. A margine del convegno ha parlato il consigliere regionale Lorenzo Falchi che nei giorni scorsi ha partecipato a una visita ispettiva a Sollicciano con il Garante regionale. “Sono peggiorate le condizioni fisiche e ambientali dentro le strutture - ha detto- ed è peggiorata la percezione stessa del carcere al di fuori di esse”. “Il nostro è un Paese che si rifiuta ostinatamente di fare i conti con la propria Costituzione e con l’articolo 27, che assegna alla pena una funzione di rieducazione e riabilitazione, funzione che oggi, nei fatti, non esiste.” “Quello che mi ha colpito di più, durante la visita a Sollicciano, sono state le parole di una detenuta. Mi ha detto: ‘Io vedo tante persone transitare da qui, soprattutto ragazzi giovani, e non vedo nessuno uscire meglio di come è entrato’. Credo che questo sia l’emblema più chiaro e doloroso della sconfitta dello Stato. Un’istituzione che dovrebbe recuperare socialmente le persone oggi restituisce alla società individui ancora più provati e incattiviti, dopo aver subito una pena fatta solo di sofferenza e di inumanità.” “Per questo - ha concluso - è più che mai necessario tenere alta l’attenzione, rifiutare l’assuefazione e pretendere un cambio radicale e immediato delle politiche sul carcere in questo Paese.” Milano. Una notte intera davanti a San Vittore: la protesta contro l’inferno delle celle bollenti di Massimiliano Melley milanotoday.it, 17 luglio 2026 Temperature insostenibili, celle sovraffollate e diritti negati: ecco perché giovedì sera cittadini e politici milanesi dormiranno davanti al carcere. Presidio notturno davanti al carcere di San Vittore, tra giovedì 16 e venerdì 17 luglio. Lo organizzano l’associazione Enzo Tortora, Europa Radicale, Certi Diritti e Nessuno Tocchi Caino. Il ritrovo sarà giovedì sera alle nove ai giardini di piazzale Aquileia recentemente intitolati a Marco Pannella. Tra chi ha già annunciato la sua presenza, i consiglieri comunali Alessandro Giungi (Pd) e Daniele Nahum (Azione) e il consigliere regionale Paolo Romano (Pd). “I militanti e i cittadini passeranno l’intera notte sul posto per denunciare una situazione ormai al collasso e chiedere al governo interventi immediati”, si legge in una nota. Tra i problemi di San Vittore (e di tante altre carceri in Italia), il sovraffollamento record, mediamente del 139%, costringendo migliaia di persone a una convivenza degradante e fuori da standard civili e umanitari. A questo si aggiunge, nelle estati sempre più calde, la temperatura torrida nelle celle, spesso senza un’adeguata ventilazione, con rischi sanitari gravissimi sia per i detenuti sia per i poliziotti penitenziari. Inoltre, più del 24% dei detenuti in Italia è in attesa del primo grado di giudizio. A questo si aggiunge la condizione delle persone Lgbtqia+ ristrette, spesso recluse in “sezioni protette” che si traducono in un isolamento di fatto dalle attività rieducative, e l’ostacolo all’accesso alle terapie ormonali per le persone in transizione. Spine e fiori inattesi dietro le sbarre di un carcere di Raffaella Calandra Il Sole 24 Ore, 17 luglio 2026 Glauco Giostra racconta le vite di due detenuti e di un riscatto imprevisto. I suoni, innanzitutto. E l’aria, che può cambiare a seconda del direttore. Gli sguardi. E un dialogo così intenso da non aver bisogno neanche di parole. Ancora una volta Glauco Giostra apre le porte del carcere. Non più solo da studioso e coordinatore di progetti di riforma rimasti un punto di riferimento nel dibattito teso ad un volto costituzionale della pena. Stavolta attraversa i cancelli dei penitenziari col registro della narrativa. Per raccontare e dimostrare a quanti più lettori possibili che “Se fioriscono le spine” - titolo del suo romanzo per le Edizioni Menabò (pagg 165, 18 euro) - fiorisce alla fine l’intera società. “Il lento, rugginoso cigolio dell’enorme portone del penitenziario che si richiudeva alle sue spalle venne subito rimpiazzato dal ferroso scorrere dei chiavistelli e dal rotondo girare delle chiavi”. C’è l’aria ferma di molti istituti di pena - in questo momento di sovraffollamento record e temperature roventi in sofferenza come non mai - sullo sfondo della storia di un’amicizia tra due vite segnate dal contesto, dal dolore e dagli errori. Quella di Antonio e del Muto, due detenuti, e prima soprattutto due uomini provenienti da una condizione di marginalità troppo spesso trascurata, negletta. Come per la gran maggioranza dei reclusi, in assenza di solidi progetti rieducativi e concrete occasioni professionali, anche i due protagonisti del libro, emblema di tante storie vere di chi sta dentro, ricadono nel crimine una volta riacquistata la libertà. Sembrano destinati solo ad una reiterazione di reati e quindi di carcere. In realtà proprio una delle scorribande malavitose si trasforma alla fine nell’ occasione di riscatto più autentica: Antonio e il Muto, che poi muto non era, pur di sottrarre una donna ad un tentativo di brutale violenza sessuale non scappano, non sfuggono ad un nuovo arresto e a tutto quello che comporta. E che loro ben conoscevano. In quel momento comincia un’altra storia per loro. Ed è la storia della riconoscenza di Aurora verso i suoi salvatori, anche se nascosti dietro una fedina penale da criminali recidivi; è la storia dei pregiudizi che la donna incontra, negli sforzi per aiutarli, all’interno suo mondo borghese. Come molto spesso avviene, nei confronti di chi ha lo stigma della detenzione. Ed è la storia della cura, faticosa e collettiva, necessaria perché anche le spine riescano alla fine ad offrire la bellezza di un fiore. Inaspettato. Fragile. Accanto alle vicissitudini dei protagonisti - raccontate da Giostra, professore emerito di procedura penale alla Sapienza di Roma, con l’autenticità di chi conosce davvero e in profondità il mondo dei reclusi - si incontrano poi tanti altri volti e tanti fermo-immagine della quotidianità penitenziaria. Con le sue regole e i suoi rituali; con la sua variegata umanità; con la cicatrice che i più si portano addosso anche quando tornano ad avere davanti un orizzonte senza grate e barriere. É lo stupore incredulo di chi si ritrova dopo tanto tempo fuori, nella “luce finalmente vera”, a “guardare scorrere la vita degli altri”. “Lo colpiva la normalità”, scrive l’autore. Ed è proprio cosi: i detenuti che escono per la prima volta in permesso dopo una detenzione durata caso mai anni raccontano tutti quel senso di profondo spaesamento. Nei confronti di una città che nel frattempo non è più quella che conoscevano; senza più i loro punti di riferimento; con ritmi e abitudini in cui non si ritrovano. Rimasti come congelati alle esperienze di prima. Prima che il portone del carcere si chiudesse alle loro spalle. E tutto è diventato ancora più vistoso in epoca di tecnologia spinta e innovazioni veloci. Anche se le cronache dimostrano come al di là delle mura entra di tutto. “Se fioriscono le spine” è l’ultima fatica di un giurista, da sempre impegnato nel consolidamento di una dimensione costituzionale della pena. Con precisi progetti di riforma, elaborati anni fa dalla Commissione da lui presieduta e riproposti da ultimo nel dibattito, tra gli altri, dai presidenti dei Tribunali di sorveglianza di Milano e Firenze, Marcello Bortolato e Fabio Gianfilippi. E ora il suo impegno è affidato ad un romanzo, i cui proventi Giostra ha scelto di devolvere alla popolazione detenuta. Come direbbe il Muto, citando la sua amata Divina Commedia, l’unico libro che continuava a leggere e rileggere per conservare il legame con la madre che gliel’aveva donato - “qui per quei di là molto s’avanza”. La vita dentro il carcere può migliore molto con l’aiuto di chi è fuori. “Capitale Umano al centro” di Chiara Dino Corriere Fiorentino, 17 luglio 2026 Il nuovo spettacolo di Armando Punzo con i detenuti attori della Compagnia della Fortezza “Ripartiamo dal valore di essere comunità alla riscoperta delle grandi idee. Via libera al teatro stabile”. Un progetto, l’ultimo di un pioniere della presa in cura dei detenuti per il tramite della cultura, e un appello alla politica quando la cronaca registra, per la seconda volta in due giorni, la morte di due uomini reclusi nel carcere di Lucca: uno di loro si è impiccato, aveva 23 anni. Meglio morire che vivere lì. Armando Punzo presenta il nuovo spettacolo della Compagnia della Fortezza - la prima in Italia in una galera, di stanza nella prigione di Volterra dal 1988 - che andrà in scena dal 24 luglio al 1° agosto nel teatro della casa di pena, dove i primi attori sono quanti lì scontano la pena: Il Capitale Umano s’intitola ed è la prima parte di un progetto che si concluderà nel 2028 per il quarantennale dell’esperienza volterrana che ha inanellato decine di premi per Punzo e i suoi collaboratori. Regista, scrittore, drammaturgo. Questa volta alle prese con un progetto che dal titolo fa pensare alla politica novecentesca. Ce ne parla? “Il Capitale umano nasce dalla considerazione del crollo delle idee novecentesche. Dalla lettura di un libro illuminante, In difesa delle cause perse di Slavoj Žižek, nel quale l’autore si interroga su cosa ne sia stato di un pensiero che sino al secolo scorso propugnava valori universali e umanistici e che non ha attecchito. È la stessa domanda che mi sono posto io e che ho rivolto a quanti insieme a me, nel carcere di Volterra, credono nella forza del teatro per umanizzare la nostra percezione della realtà”. E cosa vi siete risposti? “Che l’unico capitale possibile è quello di chi fa comunità. L’ho scritto in una lettera che ho rivolto lo scorso anno ai detenuti alla fine del nostro festival estivo, quando ci salutavamo per la pausa estiva”. Il titolo non può non far pensare a Il Capitale di Karl Marx. Si parte da lì? “Anche quella è una causa persa per dirla con Žižek. Sì, si parte anche da lì. Ma non per rimpianto di quel disastro che è stato lo stalinismo e il comunismo. Si tratta piuttosto quasi di una provocazione. Quello che mi interessa di Marx non è il suo pensiero politico ed economico, ma quello sull’essere umano sulla sua alienazione in relazione a un certo modo di vivere”. Cosa vedremo in scena? “Immagini un Grand Hotel dove alcuni attori si confrontano con tre portatori di grandi idee. Sarà un testa a testa che ha come obiettivo quello di registrare lo scarto tra chi va in scena e quei personaggi che sono stati capaci di credere in un pensiero umanitario forte”. Quali personaggi metteranno in crisi i protagonisti dello spettacolo di cui lei firma drammaturgia e regia che ha le musiche di Andrea Salvadori? “La prima è Louise Michel, scrittrice e rivoluzionaria francese, che ci metterà in relazione alla causa persa della Rivoluzione francese e della Comune durata solo 9 mesi. Il secondo è Don Chisciotte che si porta con se il sogno e l’idealismo. Il terzo è Gesù come lo descrive Vito Mancuso, nella sua umanità e nella sua soppressione, il Cristo che, se fosse stato ascoltato, sarebbe stata un’altra la storia dell’uomo”. A che punto è il progetto per realizzare il teatro stabile dentro il carcere di Volterra? “Proprio stamattina ho saputo dal Rup (responsabile unico del progetto ndr.) che sono arrivati tutti i nulla osta necessari, da quello del Dipartimento di Amministrazione Penitenziaria A proposito di fondi, l’assessora alla Cultura della Regione, Cristina Manetti, ha detto che investe sul vostro progetto 250 mila euro... “Se non avessimo questi fondi, quelli del Comune e quelli della Fondazioni Bancarie che ci finanziano da nove anni le masterclass in carcere, non ci sarebbe nulla di quello che facciamo a Volterra”. Sembra che i soldi non bastino mai. In due giorni due detenuti sono morti al carcere di Lucca, uno si è impiccato. Cosa si deve fare perché non persistano le condizioni inumane a cui sono sottoposti i detenuti? “Guardi, immaginiamo che mi chieda un consiglio il ministro delle Infrastrutture: io gli direi di fare delle carceri per non più di 250-300 persone. Ognuna dovrebbe avere il suo direttore, i suoi educatori, il suo garante, i suoi agenti. Va messa in moto una cultura diversa, dell’umanità. Troppe persone non possono essere seguite. Non si riesce a creare il dialogo, la conoscenza, la cura. E anche le carceri grandi andrebbero suddivise in più istituti autonomi per implementare il percorso di cura. Da noi a Volterra ci sono 170 persone. Questo ha reso possibile fare dei progetti di formazione, realizzare i lavori teatrali, i programmi sportivi, e finanche l’orto. Ma ci si conosce tutti”. Come avete fatto? “È stata fondamentale la sensibilità dei sindaci. Quando siamo nati l’allora sindaco Giovanni Brunale venne con noi al Dap per sostenere il progetto. Sentiva la popolazione carceraria come parte attiva della cittadinanza alla stessa stregua di chi era fuori. La figura dei sindaci è fondamentale”. Quando le immagini rendono giustizia di Veronica Daltri Il Manifesto, 17 luglio 2026 Fino al 30 luglio, al Centro Maiiim di Genova, per la prima volta in Italia la mostra “Punti di vista”. Il ruolo di foto e video nella ricostruzione anche giudiziaria di quanto avvenuto. Una fotografia raramente è neutra: porta con sé significati, può essere strumentalizzata e manipolata a seconda del fine. Una fotografia, però, può essere anche un grande strumento: nel saggio del 2008 “The Civil Contract of Photography” la teorica della cultura visiva Ariella Azoulay invita il lettore a uscire dall’interpretazione fornita in precedenza da critici e studiosi come Susan Sontag rispetto alla percezione delle immagini come una marea asfissiante che porta lo spettatore alla desensibilizzazione. La cosiddetta “compassion fatigue” altro non è che una scusa per non fare, secondo Azoulay. Introduce quindi una lettura diversa: la fotografia come contratto di impegno civile tra chi la fa, il soggetto ritratto e chi la vede. Un rapporto virtuoso che sfugge alle regole imposte dal mainstream e dalla propaganda, per favorire dinamiche più democratiche, e riabilita la fotografia come strumento di emancipazione per minoranze o istanze quando lo Stato o la legge continuano a ignorarle, come se la fotografia gridasse “io esisto e tu devi per forza guardarmi”. Oltre a guardarla, è però necessario agire. La risposta alle violazioni dei diritti umani o alle forme di violenza istituzionale passa sempre più attraverso le immagini: fotografie, video, registrazioni audio, immagini satellitari e dati digitali sono diventati strumenti fondamentali per documentare gli eventi, verificare le testimonianze e accertare le responsabilità. Quello che è stato fatto negli anni successivi il G8 di Genova dagli esperti e dagli avvocati delle controinchieste per quanto riguarda l’analisi, la comprensione e la ricostruzione dei fatti dalle immagini e dai video raccolti durante i fatti del luglio 2001, si muove in questo senso. Dal 10 al 30 luglio, a Genova presso il Centro Maiiim, Centro internazionale d’arte contemporanea multimediale diretto da Virginia Monteverde, per la prima volta in Italia è possibile visitare la mostra “Punti di vista”, che parte dagli eventi del G8 per ragionare sull’importanza del ruolo delle immagini nella costruzione dei fatti, nei processi giudiziari e nel dibattito pubblico. Un immenso lavoro di analisi su 1.350 ore di video, 80.000 foto e 18.000 tracce audio, capace di produrre risvolti cruciali: svolte che non hanno solo segnato i destini delle persone coinvolte, ma hanno ribaltato la verità ufficiale su quei fatti. “Un pomeriggio stavamo analizzando dei video. Uno degli avvocati mi indica sullo schermo la punta di un manganello e dice “Come mai ha questo riflesso così marcato?”. Ho allargato l’immagine e abbiamo visto la sezione tagliata dell’acciaio con attorno il nastro nero e da lì è nata la nostra ricerca” dice Carlo A. Bachschmidt, curatore della mostra e responsabile della segreteria legale del Genoa Legal Forum, ovvero il team di ricerca, analisi e archiviazione della documentazione audiovisiva coinvolta. Un punto di svolta fondamentale nelle indagini che ha dimostrato l’uso di manganelli fuori dall’ordinanza. Durante gli anni di analisi, il team arriva a mettere a punto la metodologia del montaggio multiquadrante sincronizzato, ovvero il tracciamento di un evento attraverso più documentazioni (o punti di vista, come suggerisce il titolo della mostra) sincronizzate e distribuite su quattro schermi. La mostra segue proprio questo metodo e lo ripropone nel percorso espositivo. È grazie ad esso che il team riuscì a tracciare gli eventi che fecero luce sulle ben note Molotov nel sacchetto blu alla scuola Diaz, piantate ad hoc dagli agenti di polizia. Ad oggi questa tecnica può sembrare ovvia, ma al tempo fu un’innovazione fondamentale per le indagini forensi. Il percorso prosegue connettendo il lavoro sul G8 alle pratiche attuali sulle controindagini forensi portate avanti da Forensic Architecture, agenzia di ricerca interdisciplinare della Goldsmiths University di Londra, riconosciuta a livello internazionale per lo sviluppo di nuovi metodi di indagine sulla violenza di Stato, sui conflitti armati e sulle violazioni dei diritti umani. In una seconda sala, una selezione dei casi studio “A Cartography of Genocide”, “The Killing of Hind Rajab” (documentazioni sulle pratiche genocidiarie di Israele nella Striscia di Gaza) e “The Black Boxes of Disappearance” (sulle sparizioni forzate e sulle violazioni dei diritti umani commesse in Messico) evidenzia cinque pilastri metodologici comuni al caso di Genova: l’uso delle immagini come prova, la sincronizzazione temporale, la verifica dei metadati, la geolocalizzazione e la contro-narrazione visiva degli eventi. In un periodo storico costellato dalla manipolazione strumentale delle immagini attraverso deepfake o alterazioni con l’intelligenza artificiale, il perseguimento della verità può sembrare un miraggio sempre più lontano: questa mostra dice il contrario. Lo spazio visivo diventa il terreno in cui si ridefinisce il concetto stesso di giustizia: un luogo dove la frammentazione dei punti di vista si ricompone in un’unica rigorosa architettura della verità. Guardare, oggi, non significa più soltanto testimoniare, ma reclamare attivamente il diritto di riscrivere la storia a partire da chi ne è stato escluso. La zona rossa dentro di noi. Governare con la paura di Alessandra Algostino Il Manifesto, 17 luglio 2026 Dalla Diaz ai decreti sicurezza. Le violenze di 25 anni fa sono esondate nelle piazze militarizzate, nelle carceri sovraffollate, nei Cpr illegali e nella varietà di abusi di potere dei decreti sicurezza. “È questione di democrazia saper rispondere delle innumerevoli ingiustizie, disastri ambientali, guerre e morti per fame che questa globalizzazione produce… Anche il diritto a manifestare è questione di democrazia” (Genoa Social Forum, Appello per le manifestazioni di Genova, 2001). Venticinque anni dopo della democrazia sociale si è persa traccia, il riscaldamento climatico asfissia e devasta indisturbato il pianeta e la guerra è normalizzata, come presente e come futuro. E il diritto di manifestare è neutralizzato: populismo penale e “amministrativizzazione” della sicurezza concorrono a criminalizzazione il dissenso e a svuotare la democrazia anche nella sua veste minima, liberale. La libertà esiste (solo) come libertà del capitale e del potere, senza democrazia (Peter Thiel docet). Il G8 non esiste più, ma la fusione tra potere politico, economico, tecnologico, domina il mondo: i big del capitalismo estrattivista, finanziario e digitale, occupano direttamente i luoghi della politica o la gestiscono platealmente al fianco dei rappresentanti politici; una gestione patrimoniale-privatistica, che tracima nella privatizzazione del pubblico, come nell’aziendalizzazione dell’istruzione. La globalizzazione denunciata a Genova 2001 ha mutato le forme, ma non la voracità predatoria che la anima, che, come un mostro proteiforme, assume le vesti della libera concorrenza, del protezionismo, della guerra, rispondendo ad un’unica legge: quella del più forte. Sono disvelate le ambiguità e demistificate le selettività del diritto internazionale: di fronte a noi, è nuda la violenza del potere. Il genocidio in Palestina pretende di assuefarci agli orrori, all’impunità e all’indifferenza complice; mentre muri fisici e giuridici classificano, disumanizzano e uccidono le persone che migrano. La violenza della polizia alla Diaz, le torture di Bolzaneto, l’omicidio di Carlo Giuliani, esondano nella militarizzazione delle piazze, nei trattamenti disumani di carceri sovraffollate e di Cpr senza diritti, nella discriminazione razziale, nella violenza sistemica e strutturale delle diseguaglianze e delle devastazioni ambientali del capitalismo, nella costruzione del nemico, delegittimato, quando non tout court eliminato. La risposta istituzionale alle diseguaglianze denunciate a Genova, nel frattempo cresciute esponenzialmente, è declinata, nel contesto di una lotta di classe vinta dall’alto, dapprima come espulsione e ghettizzazione del disagio sociale (il daspo urbano); quindi, affinando il discorso neoliberale in chiave meritocratica, presentando la povertà come prodotto della responsabilità, ovvero della colpa, individuale: è il passaggio dallo stato sociale allo stato penale (per tutti, la recrudescenza punitiva delle occupazioni di immobili e delle lotte per la casa); dalla sicurezza dei diritti alla sicurezza come ordine pubblico. Il diritto di manifestare evocato da Genova città aperta si rivela nodo centrale di uno spostamento del rapporto fra autorità e libertà, a vantaggio, ça va sans dire, della prima: arriveranno il reato di blocco stradale, la multa come intimidazione istituzionale all’esercizio del diritto di riunione, le restrizioni ad personam e, last but not least, le zone rosse. La zona rossa concretizza materialmente il disciplinamento e la repressione: quella di Genova 2001 anticipa le direttive Maroni del 2009, Salvini del 2019 e Lamorgese del 2020, le aree sottratte alla protesta in Valsusa, preparando il terreno al generalizzato potere dei prefetti di creare aree della città “a vigilanza rafforzata” e diritti limitati (decreto legge 23 del 2026). Tornano sulla scena forme di “confino”, per territori e persone: provvedimenti a discrezionalità dell’esecutivo (attraverso questore e prefetto), con la dilatazione della pericolosità sociale. La paura diviene terreno e strumento della politica, leva di affidamento al capo. Genova 2001 è l’emersione, l’emblema e per molti aspetti altresì il preludio di un processo di sterilizzazione della democrazia, già in corso e affinato negli anni successivi, complici la “guerra al terrorismo” e la retorica dell’emergenza, con il consolidamento di uno stato di eccezione permanente che stravolge l’architettura democratica (paradigmatico l’abuso dei decreti legge), verticalizzando il potere e rendendo lo Stato mero funzionario dell’ordine neoliberale, al servizio del disciplinamento sociale e del welfare neoliberale. Il diritto da limite del potere diviene strumento à la carte del potere. Ma Genova 2001 è anche intelligenza collettiva, critica dell’esistente all’insegna della complessità, azione e resistenza, pluralismo convergente dei movimenti. Prove di autoritarismo e prove di resistenza. Venticinque anni dopo, non solo un altro mondo è possibile, ma sempre più necessario. Genova venticinque anni dopo, ritrovare il sogno di un altro mondo possibile di Giorgia Serughetti* Il Domani, 17 luglio 2026 Negli ultimi anni lo spirito del Genova social forum è ricomparso in movimenti come Fridays for Future, nelle manifestazioni di Non una di meno, in lotte per il lavoro come quella della ex Gkn, nei movimenti proPal. È riemersa la consapevolezza del nesso tra le crisi molteplici del presente e il desiderio di una politica di solidarietà, responsabilità collettiva, uguaglianza per il pianeta intero. Cos’è Genova per noi? Non solo per chi nel 2001 aveva vent’anni, ma per tutte e tutti noi - chi ha passato l’età migliore della vita e chi ha vent’anni oggi e allora non c’era - che osserviamo con orrore il corso intrapreso dalla politica mondiale. Perché tornare ai fatti di allora? In questi stessi giorni di luglio, venticinque anni fa, un popolo vasto e plurale di attiviste e attivisti si riversava nel capoluogo ligure, destinato a riunire gli otto “grandi”, le maggiori potenze industriali del pianeta, nel periodico summit sul futuro economico globale. Trecentomila persone, tra cui rappresentanti di oltre mille sigle associative, si erano date appuntamento in quelle strade per fare sentire la voce dei “piccoli” del mondo: per protestare contro la violenza del capitalismo finanziario, le iniquità sociali, le devastazioni ambientali generate dal dominio del mercato, le guerre per difendere il profitto; e per gridare il desiderio di un’alternativa, per dire che “un altro mondo è possibile”. A Genova, il movimento “altermondialista”, nato due anni prima a Seattle contro il WTO, fu represso dalla polizia con una brutalità tale da indurre Amnesty international a parlare di “una violazione dei diritti umani di dimensioni mai viste nella recente storia europea”. Considerato il prologo di pochi mesi prima, a Napoli, quello messo in scena dalle forze dell’ordine fu un dramma in due atti, capace di uccidere la mobilitazione più ampia degli ultimi decenni, e di traumatizzare una generazione intera. Parlare ancora del G8 di Genova: non è solo questione di memoria La politica del nostro tempo Sono molte le espressioni con cui si è provato a dar conto del significato politico del G8 di Genova: frattura, cesura, spartiacque, tragedia rimossa, baratro morale. L’irruzione di un soggetto imprevisto nel campo da gioco del potere provocò, per un momento, una vera interruzione in uno spazio che il mercato globale pretendeva liscio. La violenza inaudita della reazione fu mirata al suo annientamento. Si può sostenere che molti tratti della politica del nostro tempo, forte con i deboli e debole con i forti, abbiano avuto a Genova il loro laboratorio. Donatella Di Cesare, nel libro Il dominio e il dissenso (Feltrinelli), descrive un potere “irrigidito in un dispositivo tecnico”, che “non ammette il conflitto all’interno ma lo amministra ai margini”: che rende impossibile o inefficace il dissenso, quando non lo reprime apertamente. Spostando le tensioni verso l’esterno: con l’espulsione del diverso, e con la guerra. Un filo rosso, quello di un potere esecutivo disancorato dal controllo legislativo e refrattario al confronto, unisce la “macelleria messicana” della scuola Diaz, le torture a Bolzaneto, l’assassinio di Carlo Giuliani, al tempo in cui viviamo: alle operazioni assassine dell’Ice negli Stati Uniti, e alle nuove misure repressive contro le giovani generazioni che in Italia vanno sotto il nome di politiche di sicurezza. Si veda l’ultimo decreto “anti-maranza”. La sospensione, 400 minuti per riannodare i fili su Bolzaneto e il G8 di Genova Sotto la cenere della violenza Eppure, tornare a Genova significa anche scavare sotto la cenere di quella violenza. Significa riandare all’ultimo grande movimento globale universalista, capace di elaborare progetti visionari, scuotere l’immobilismo politico, incrinare la credenza nella mancanza di alternative al capitalismo globale, portando soggetti e istanze differenti a confluire in una piattaforma unitaria, oltre i confini delle identità di gruppo. È anche a causa della repressione di quell’esperienza che i collettivi sociali sono andati facendosi, dopo allora, più frammentati e identitari. Negli ultimi anni lo spirito del Genova social forum è ricomparso in movimenti come Fridays for Future, nelle manifestazioni di Non una di meno, in lotte per il lavoro come quella della ex Gkn, nei movimenti proPal. È riemersa la consapevolezza del nesso tra le crisi molteplici del presente e il desiderio di una politica di solidarietà, responsabilità collettiva, uguaglianza per il pianeta intero. A quell’esperienza bisogna allora tornare per ripartire: per re-imparare a costruire alleanze all’altezza delle nuove e più dure forme del dominio economico e politico del nostro tempo. Il G8 del 2001 e l’estate in cui pensavamo di cambiare il mondo. *Filosofa Gabrielli: “Il G8 di Genova è un monito. Ma la sinistra deve imparare a dialogare con la polizia” di Daniela Preziosi Il Domani, 17 luglio 2026 L’ex capo della Polizia: “Quel 2001 non iniziò a luglio, ma a marzo con gli scontri di Napoli, e c’era un governo di sinistra. Che usò poi una modalità autoassolutoria. Noi cercammo di trarne degli insegnamenti. A Nettuno fu istituita una scuola per l’ordine pubblico. Un’innegabile presa di coscienza di quel disastro, e anche la volontà di cambiare pagina”. “Lo schieramento democratico ha un rapporto timido con la sicurezza, perché alla fine lo considera una declinazione di una modalità securitaria. Ma chi vuole candidarsi al governo del Paese questo rapporto lo deve riannodare” Franco Gabrielli è il classico poliziotto buono dell’hard boiled. Quello che chiunque si augura di avere davanti se si trova nei guai, e di cui i più scafati invece sempre diffidano. Per parlare di “sicurezza democratica”, è lui a iniziare dal 2001. L’anno del G8, di Carlo Giuliani, della macelleria messicana. Dell’11 settembre. Venticinque anni fa, dice, praticamente “un Giubileo”. Gabrielli ha un curriculum stellare: è stato direttore del Sisde e dell’Aisi, prefetto dell’Aquila e di Roma, capo della Protezione civile, capo della polizia, sottosegretario del governo Draghi e Autorità delegata per la sicurezza. Sui fatti di Genova, da neocapo della polizia, nel 2017 a Repubblica rilasciò un’intervista che ha fatto storia. Titolo: “Il G8 di Genova fu una catastrofe”, sommario: “Al posto di De Gennaro (allora capo della polizia, fino al 2007, ndr) mi sarei dimesso”. Oggi, con Carlo Bonini di Repubblica, ha scritto “Contro la paura. Manifesto per una sicurezza democratica” (Feltrinelli). Tema cruciale, da cui i leader del campo largo svicolano. Sta partendo una campagna elettorale in cui la destra soffierà sul tasto della sicurezza, anzi dell’insicurezza? Innanzitutto bisogna sfatare alcuni cavalli di battaglia. La nostra premier dice che prima di lei c’era la pacchia, “adesso siamo arrivati noi”. Bene, in questi 25 anni chi ha governato la politica della sicurezza interna in questo paese? È andata così: dal 2001 al 2026 l’Italia ha avuto dieci ministri dell’Interno, tre di Forza Italia, che hanno governato per otto anni, tre della Lega, per nove anni. I partiti del centrosinistra ne hanno avuto due per tre anni e mezzo. Ci sono stati due tecnici, Annamaria Cancellieri e Luciana Lamorgese, per quattro anni e mezzo. Il che significa che su 25 anni, per 17 hanno governato ministri dell’attuale maggioranza. Dunque di qualsiasi cosa si lamentino, la responsabilità è loro? I dati sono inequivoci. Detto questo, da noi il ministro dell’Interno è un San Sebastiano. Sulla carta è autorità nazionale di pubblica sicurezza, ma di fatto governa una sola forza di polizia. Il resto è governato dagli apparati. Comunque negli ultimi quattro anni c’è stata una maggioranza solida. La dimostrazione lampante che fanno propaganda è che le cose che oggi Vannacci propugna sono le stesse di cui erano propugnatori quelli che oggi governano. Quindi ha ragione Vannacci, dal suo punto di vista? Certo, rispetto ai loro criteri, la sicurezza del Paese non è migliorata. Parlavano di blocco navale, ma è irrealizzabile. Oggi Vannacci parla di remigrazione, che è lo stesso uno slogan. Le ricette per le quali oggi si vanta la diminuzione degli sbarchi sono quelle del 2017. Le condizioni che contano però sono quelle dei Paesi di partenza. Il 2023 è stato un anno orribile, con oltre 150 mila sbarchi, perché la Tunisia era al collasso. Ora la Tunisia si è rimessa in sesto, in Libia gli equilibri fra le milizie sono meno effervescenti, e i numeri sono cambiati. Ma il linguaggio di verità dovrebbe essere la base per non turlupinare i cittadini. Secondo un’indagine del Censis la percezione di insicurezza riguarda oltre il 50 per cento dei giovani. Sarebbe importante fornire risposte reali. Il governo ha appena varato il sesto decreto sicurezza... È quantomeno la certificazione che i decreti precedenti non hanno dato risultati. E poi qualcuno sa quali sono stati gli effetti dei cinque precedenti? Delle due l’una: o hai iniziato il percorso non avendo presente la complessità della materia, oppure questa coazione a ripetere è un approccio emotivo. Ma la politica è elaborazione di strategie, non un follower. Inseguire le emozioni è una spirale, le emozioni sono sempre più compulsive. Tralascio il fatto che ogni decreto ha un trigger, rave, Cutro, Caivano, e da ultimo “maranza”, modalità barbara di definire un soggetto con la connotazione più razzista e razziale possibile. In Italia è immaginabile un’Ice? Penso di no, perché per quanto possano essere condizionanti certe suggestioni, noi abbiamo un forte sistema valoriale. Ma se i pozzi si continueranno a avvelenare, una deriva così non può essere esclusa. Che rapporto ha lo schieramento democratico con la sicurezza? Un rapporto timido, quasi evita il rapporto, perché alla fine lo considera una declinazione di una modalità securitaria. Questo ha consentito al campo avverso di impadronirsene con le proprie ricette. Il tema di una sicurezza democratica dovrebbe essere pacifico, la sicurezza è un bene comune, la precondizione di tutte le libertà e di tutti i diritti. Ovviamente cambiano le ricette. C’è chi pensa di lavorare solo sugli effetti dei fenomeni con l’utilizzo parossistico delle norme penali, ovvero tutto è repressione. La sinistra dovrebbe avere un approccio strabico, un occhio che guarda ad oggi, che dia risposte soprattutto a quella parte di cittadinanza più debole, più impaurita, e uno che guarda in prospettiva. Parla dell’immigrazione? Certo l’immigrazione è un tema emblematico. Penso all’ipocrisia in base alla quale si fanno decreti flussi per 450 mila persone, ma non si intraprende il minimo processo di integrazione. E questo non è un approccio solo della destra. A parte il piccolo settore dei razzisti, c’è una maggioranza silenziosa che ritiene gli stranieri come un male necessario. Perché certi lavori non li facciamo più. Ma il retropensiero è neoschiavista. Queste persone vanno bene fino alle 18, poi si dovrebbero dissolvere. Nel nostro Paese sono stati censiti oltre 150 ghetti. Il ghetto favorisce la sicurezza? No. E se queste situazioni non sono governate sotto il profilo dell’integrazione, è chiaro che la condizione di marginalità sarà l’anticamera dell’illegalità e l’illegalità della criminalità. Queste sono cose di cui, al massimo la sinistra parla. Parla solo intendo. Pensi alla riforma Bossi-Fini. Molti a parole hanno detto di volerla abolire, tranne non farlo quando c’è stata la possibilità. All’epoca avevo convinto anche il presidente Draghi della necessità di un livello centrale che governi il fenomeno dell’immigrazione. Un ministero con portafoglio, o un’agenzia con potere di spesa, non un altro stipendificio, ma che governi i flussi, i rimpatri e l’integrazione. Torniamo al drammatico G8. Nel suo libro scrive che la sinistra non colse l’occasione di affrontare il tema del modello di sicurezza, e fu “un errore esiziale, che avrebbe consegnato la pancia degli apparati a quella dimensione di rancore e solitudine in cui le parole d’ordine della destra avrebbero facilmente attecchito”. All’epoca la sinistra fu parte lesa... Quel 2001 non iniziò a luglio, iniziò a marzo con gli scontri di Napoli, e c’era un governo di sinistra. Che usò poi una modalità autoassolutoria. Invece le forze di polizia, soprattutto la polizia di Stato, anche con la visione di Antonio Manganelli, cercarono di trarne degli insegnamenti. A Nettuno fu istituita una scuola per l’ordine pubblico. Un’innegabile presa di coscienza di quel disastro, e anche la volontà di cambiare pagina. Nel 2008, sette lunghi anni dopo… Sì, quando Manganelli arrivò a fare il capo della polizia, prima c’era il capo della polizia che aveva gestito i fatti di Genova (Gianni De Gennaro, ndr). Le cose vanno interpretate con riferimento alle persone e non soltanto con il calendario. Le fu contestato che anche quando lei era capo della polizia i pochi agenti condannati non sono stati colpiti da provvedimenti disciplinari... Una fandonia. Nel periodo in cui sono stato capo della polizia nessuna di quelle persone è stata promossa, al contrario di quello che è avvenuto successivamente alla mia gestione. I provvedimenti disciplinari furono assunti dall’autorità giudiziaria come misure all’esito delle pene scontate, quindi l’amministrazione non poteva più intervenire. Ma le dirò di più: in quella vicenda ci sono molte persone che hanno pagato più rispetto alle loro reali responsabilità, e altre che non hanno pagato per le responsabilità che avevano. Quella “macelleria messicana” oggi si può ripetere? Non c’è mai un punto di non ritorno. La democrazia si costruisce ogni giorno e le libertà e i diritti si garantiscono ogni giorno. Quindi non mi sento di escluderlo con certezza. Dopo quell’occasione mancata, la sinistra che oggi si candida a governare ha gli strumenti per un nuovo dialogo con le forze di Polizia? Ha l’obbligo, non so se ne ha la volontà. Ma chi vuole candidarsi al governo del Paese questo rapporto lo deve riannodare. Avere assecondato questa modalità di chiusura su sé stessi degli apparati è stata una scelta infelice. Perché sono stati consegnati alle sirene di una narrazione che spesso li utilizza come bandiere, ma non sempre ne cura gli interessi. E anche perché la Polizia di Stato nasce nel 1981, con la legge 121, una legge visionaria frutto di un forte movimento democratico dei suoi appartenenti. Che oggi rischiamo di vanificare, tradire. Quegli uomini rischiarono la galera, anzi molti furono incarcerati. Ed io le posso dire che molti di loro, con cui parlo spesso, non si riconoscono in quello che succede oggi. Primi vennero i migranti: non vittime ma protagonisti di Sandro Mezzadra Il Manifesto, 17 luglio 2026 Politicizzare le pratiche di mobilità, costruire nuovi progetti di società attorno alla libertà di movimento: un insegnamento che dura. “Il mondo è di chi si muove”, recitava uno striscione esposto a Roma al corteo contro la “remigrazione”, lo scorso 13 giugno. Un’analoga intenzione politica aveva motivato la scelta di aprire con una manifestazione dedicata al tema delle migrazioni le tre giornate di contestazione del G8 di Genova, il 19 luglio del 2001. Libertà di movimento, libertà senza confini, era scritto sul grande striscione di apertura. Leggere politicamente le pratiche di mobilità era l’obiettivo che quella manifestazione, di decine di migliaia di persone, si poneva. Lungi dal potere essere ridotti a “vittime” della globalizzazione neoliberale, come pure molte voci ripetevano all’interno del movimento che si era presentato sulla scena tra Seattle e Porto Alegre, i e le migranti diventavano incarnazione della lotta per un “altro mondo possibile”. Attraverso i loro movimenti e le loro lotte quotidiane disegnavano il profilo di una diversa globalizzazione, di un insieme di geografie “subalterne” che costituivano una delle infrastrutture fondamentali su cui innestare desideri e progetti di trasformazione radicale dell’esistente. In Italia e in Europa, Genova 2001 diventò così - tra molte altre cose - uno snodo fondamentale per lo sviluppo dell’attivismo attorno ai temi delle migrazioni e dei confini, che ha caratterizzato fino a oggi i movimenti sociali: dalle mobilitazioni per il permesso di soggiorno alle iniziative contro la violenza dei confini, dal protagonismo dei migranti nelle lotte per la casa e sul lavoro fino ad arrivare alla “flotta civile” impegnata nel soccorso in mare nel Mediterraneo. Ma l’indicazione fondamentale di quel 19 luglio, almeno nella prospettiva di chi organizzò la manifestazione, era di portata ancora più generale: la migrazione e i confini non dovevano essere assunti come temi per “specialisti” ma piuttosto come lenti, come un metodo per leggere nel loro insieme le trasformazioni del capitalismo e della società dal punto di vista delle potenzialità di lotta e liberazione che le caratterizzavano. Venticinque anni dopo, si impone un bilancio. E in prima battuta non può essere positivo: si deve piuttosto riconoscere che in molte parti del mondo, a partire dall’Italia e dall’Europa, sono state le destre più o meno radicali a utilizzare quella lente e quel metodo, rovesciandoli. Attorno al rifiuto della migrazione e all’ossessione identitaria per i confini sono stati costruiti progetti aberranti di società chiuse in difesa dell’esistente, con sempre più espliciti riferimenti a gerarchie razziali da ristabilire. La violenza delle polizie di frontiera penetra all’interno delle aree metropolitane; si combina con le tecnologie digitali e con l’intelligenza artificiale per braccare i soggetti mobili, mentre gli strumenti di protezione giuridica di questi ultimi si fanno sempre più evanescenti - negli Stati uniti di Trump così come nell’Europa del nuovo Patto su migrazione e asilo. Non era certo rosea la condizione migrante nel luglio del 2001 - e ancor più dura sarebbe divenuta dopo l’11 settembre e con l’avvio della “guerra globale al terrore”. E tuttavia oggi, mentre la congiuntura è segnata dalla proliferazione di guerre di diversa natura, occorre riconoscere che siamo di fronte a un salto di qualità nell’attacco ai e alle migranti. Certo, in Europa come negli Stati uniti i tessuti metropolitani costruiti attorno alla presenza migrante resistono con efficacia, e spesso con successo, all’offensiva portata da forze di destra che non di rado operano in continuità con l’azione e le retoriche dei governi “progressisti”. L’umanitario diventa in queste condizioni un terreno essenziale di conflitto, mentre la resistenza può avvalersi della generosità e delle competenze irrinunciabili di giuristi e giuriste. Ma la resistenza, pur così necessaria, non è sufficiente. L’indicazione del 19 luglio 2001 - la politicizzazione delle pratiche di mobilità - risulta oggi in questo senso ancora più attuale. Tornare a leggere il mondo attraverso la lente della migrazione, costruire attorno alla libertà di movimento nuovi progetti di società, esaltare il protagonismo migrante nella lotta sociale e nella costruzione di coalizioni politiche capaci di trasformare realmente i rapporti di potere: in un mondo drasticamente mutato, queste indicazioni che arrivano da un passato ormai lontano ancora attendono di essere riprese e reinventate nella nostra quotidianità. Fine vita, il coraggio di scegliere dei francesi di Francesca Sforza La Stampa, 17 luglio 2026 “Storica”, “fondamentale”, “di rottura”, “di svolta”, “c’è un prima e un dopo”: sono solo alcune delle espressioni utilizzate per definire la nuova legge sul fine vita approvata il 15 luglio in via definitiva dall’Assemblea nazionale francese, dopo una navetta parlamentare lunga e tormentata. Il testo nel suo complesso è piuttosto breve, ma per metterlo a punto ci sono voluti tre anni. È il bello dei governi che possono vantare una qualche stabilità: annunciano un progetto e mettono in conto di realizzarlo senza fretta, anche se nel frattempo i consensi calano o le maggioranze scricchiolano. Emmanuel Macron lo aveva promesso all’inizio del suo secondo mandato, e ha potuto consegnarlo ai francesi malgrado le turbolenze che hanno investito a più riprese la sua azione di governo. E che con l’approvazione di questo testo non solo non si esauriscono, ma si moltiplicano. I criteri fondamentali della legge francese - ricordiamolo - sono cinque: il raggiungimento della maggiore età (18 anni); il possesso della nazionalità francese o comunque una residenza stabile in Francia; l’essere affetti da patologia grave e incurabile in fase avanzata o terminale; presentare una sofferenza fisica o psichica costante, refrattaria alle terapie o comunque giudicata insopportabile dalla persona; essere in grado di manifestare la propria volontà in modo chiaro, libero e inequivocabile. Qualsiasi domanda deve essere esaminata da un medico nel quadro di una procedura collegiale, e la persona può autosomministrarsi il farmaco a meno che non ne sia impossibilitata fisicamente (nel qual caso può venire aiutata da un medico o da un infermiere). A questo punto, su indicazione del premier francese Sébastien Lecornu, che non ha mancato di esprimere le sue perplessità, la legge passerà al vaglio della Corte Costituzionale, che ne valuterà eventuali modifiche e deciderà se fermarla o concederne la promulgazione. Legge sul fine vita, la Francia la approva definitivamente - Critiche e polemiche sono state sollevate anche dai rappresentanti della Chiesa cattolica, e da scrittori e intellettuali come Michel Houellebecq, che ha contestato il provvedimento definendolo “morte di Stato”. Le reazioni hanno fatto sì che Macron, oltre a una dichiarazione iniziale in cui richiamava il rispetto per la vita e l’autodeterminazione, abbia preferito non enfatizzare il risultato, sia mai che si rivelasse un boomerang in questa difficile fase pre-elettorale. I deputati di estrema destra hanno votato contro il provvedimento (passato con 291 voti a favore, 241 contro e 29 astensioni), ma Marine Le Pen, che pure ha utilizzato parole dure, ha già fatto capire che nel caso passasse lei non lo rimetterà in discussione (“Non l’ho votato, ma ho lasciato libertà di coscienza”, ha dichiarato). C’è un aspetto però che va comunque sottolineato, e ha a che fare con la durata dell’iter legislativo: per tre anni i deputati francesi si sono confrontati e scontrati, hanno ragionato, scritto, discusso su uno dei temi più essenziali della contemporaneità. E inevitabilmente i loro discorsi sono stati presentati sui giornali, in televisione, nelle piattaforme social, andando a ingrossare il dibattito pubblico e chiamando i singoli cittadini a confrontarsi con il libero gioco delle opinioni. Non ci sarà magari l’unanimità e forse in futuro la legge conoscerà ulteriori aggiustamenti, ma alla fine è anche così che cresce un Paese: mettendosi in cammino alla ricerca di una soluzione, affrontando - emendamento su emendamento - le domande essenziali. Evitare di parlarne, scegliere di non aprire il dibattito - come accade da noi - significa sottrarre ai cittadini la possibilità di costruirsi un’opinione, di mettere a confronto esperienze e sofferenze, di rinunciare ad alzare la qualità e il livello dei problemi. Per un governo che ha fatto della stabilità la sua cifra, e che legittimamente la rivendica come un fattore di funzionalità democratica, dovrebbe essere una pratica politica costante, più che un’occasione mancata. L’Italia non può tradire i principi della Corte penale internazionale di Maurizio Delli Santi* La Notizia, 17 luglio 2026 Contro le logiche delle guerre e gli attacchi Usa.Il 17 luglio è l’anniversario dello Statuto di Roma, che istituisce la Corte penale internazionale. Il cui ruolo è messo a rischio da guerre e nuovi imperi. L’annuncio del segretario di Stato americano Marco Rubio di una campagna contro la Corte penale internazionale, con nuove sanzioni e pressioni sugli Stati che la sostengono, non farà passare inosservato questo 17 luglio, Giornata della giustizia penale internazionale e anniversario dello Statuto di Roma. La reazione dell’Unione europea, che ha riaffermato il proprio sostegno alla Corte e definito “inaccettabili” gli attacchi contro la sua indipendenza, dimostra come sia in gioco molto più del destino di un’istituzione giudiziaria: è in discussione l’intero assetto dell’ordine giuridico internazionale minacciato dall’ultima potenza ‘revisionista’, gli Stati Uniti. Lo Statuto di Roma affida alla Corte il compito di perseguire i responsabili dei più gravi crimini internazionali - crimini di guerra, crimini contro l’umanità, genocidio e aggressione - sulla base del principio di complementarietà: la Corte interviene solo quando gli Stati non vogliono o non sono in grado di esercitare una giurisdizione effettiva. Oggi è comunque sufficiente che il crimine sia stato commesso sul territorio di uno Stato parte o di uno Stato che abbia accettato la giurisdizione della Corte (come l’Ucraina o l’Autorità palestinese) per promuovere un procedimento nei confronti di cittadini anche di Stati non aderenti, salvo veti del Consiglio di Sicurezza. Per questo giuridicamente non regge la tesi da Rubio secondo cui la Corte non potrebbe mai esercitare la propria competenza nei confronti di cittadini americani o di Stati alleati (è chiaro il riferimento a Israele) non aderenti allo Statuto. Le contestazioni degli Stati Uniti si inseriscono, più in generale, nella sfida ‘revisionista’ dell’ordine internazionale ‘fondato sulle regole’ promossa da Stati Uniti, Federazione Russa e Cina, membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, che non hanno mai aderito allo Statuto di Roma: è una posizione che riflette il timore di rispondere delle loro politiche egemoniche e autoritarie sul piano della tutela dei diritti, del divieto di aggressione, delle limitazioni dell’uso della forza e della protezione dei civili anche nei conflitti armati, tutti principi difesi dallo Statuto di Roma. Il tema non è solo giuridico, ma anche etico e politico. Si celebra la ‘Giornata della giustizia penale internazionale’ perché in quella data, nel 1998, a Roma fu approvato lo Statuto della Corte penale internazionale, da allora riconosciuto nel diritto internazionale come lo ‘Statuto di Roma’. Dalla Presidenza della Corte penale dell’Aia per la ricorrenza è giunto un segnale eloquente: la giustizia internazionale è una “responsabilità condivisa degli Stati”, e la sua efficacia “dipende dalla cooperazione degli ordinamenti nazionali”. Poche parole che hanno un senso preciso: non siamo di fronte al fallimento del diritto internazionale e dei tribunali internazionali, ma a fallire sono le politiche degli Stati che non si adoperano più nella cooperazione, nella solidarietà, e nella ricerca della pace, e puntano a sostenere solo le logiche della potenza e delle armi. Oggi, con 125 Stati Parte, la Corte penale internazionale potrebbe rappresentare ancora - se solo lo si vuole - il principale presidio potenzialmente universale contro l’impunità per i più gravi crimini contro lo ius gentium. Questa prospettiva è invece contraddetta da una stagione particolarmente complessa. L’ultima crisi riguarda l’annunciato ritiro dal sistema della Corte di alcuni Paesi del Sahel: Mali, Burkina Faso e Niger hanno accusato l’istituzione di essere uno strumento ‘neocoloniale’ e di applicare una giustizia selettiva. Si tratta però di contesti con regimi militari e conflitti interetnici nei quali sono state denunciate gravi violazioni dei diritti, per cui nella loro ‘verità’ si cela l’intento di sottarsi alla giurisdizione della Corte. Ma sarebbe un errore ignorare la denuncia di ‘parzialità’: gli Stati sostenitori dello Statuto di Roma devono recuperare una capacità di dialogo con tutto il Global South, dimostrando che la difesa dei diritti umani non appartiene a un blocco geopolitico, ma rappresenta un patrimonio universale. Le sfide vengono anche dall’Italia e dall’Europa - Le sfide per la Corte, tuttavia, oggi provengono anche dall’Europa, originaria sostenitrice della giustizia penale internazionale, il cui contesto è segnato da tensioni geopolitiche, nuove politiche di sicurezza, e dalla controversa gestione dei flussi migratori, e per ultimo da non irrilevanti tendenze illiberali: sono quindi sorti anche qui timori per i procedimenti della Corte ed è iniziata una presa di distanza dall’attuazione degli obblighi previsti dallo Statuto di Roma. Una prima rappresentazione di questa crisi è il dibattito sorto, anche in Europa, sul tema delle immunità per i leader politici, sollevato con i mandati di arresto emessi dalla Corte nei confronti di Putin e Netanyahu. Lo Statuto di Roma è chiaro: l’articolo 27 stabilisce l’irrilevanza della qualifica ufficiale, in continuità con i “Principi di Norimberga” richiamati anche dai tribunali per la ex Jugoslavia e il Ruanda. La funzione della Corte è anche preventiva: nessun potere può contare sull’impunità. Inoltre, con la decisione ICC-01/22 del 9 giugno 2026, la Corte ha chiarito le condizioni entro cui lo stesso Putin può partecipare a un’iniziativa di pace sotto l’egida delle Nazioni Unite, senza che ciò comporti l’esecuzione del mandato di arresto. Cade la tesi secondo cui le incriminazioni della Corte ostacolerebbero la pace. È poi nota la crisi che ha riguardato l’Italia con il caso Almasri: non si è eseguito il mandato di arresto emesso dalla Corte nei confronti di un ufficiale libico accusato di crimini contro l’umanità. Alcune ricostruzioni hanno riferito del timore che Almasri potesse testimoniare in alcuni procedimenti secretati, promossi dalle Ong, sul presunto coinvolgimento di autorità/organismi europei per il trasferimento forzato in Libia di migranti poi sottoposti a tortura. È bene puntualizzare che sul punto non vi sono conferme ufficiali. In ogni caso, lo Statuto di Roma configura la “consegna” alla Corte (surrender) in termini diversi dalla procedura della ‘estradizione tra Stati’: non consente verifiche o scelte discrezionali da parte dei governi, poiché prevede una forma di cooperazione giudiziaria obbligatoria, diretta e immediata, con un’istituzione internazionale indipendente incaricata di perseguire i più gravi crimini, la cui competenza prevale su quella degli Stati se questi rimangono inattivi, in applicazione del principio di complementarietà (la Libia non aveva presentato richiesta di arresto; nel procedimento conclusosi di recente permangono dubbi sul rispetto dei requisiti di un ‘processo equo e giusto’, e sull’effettivo accertamento dell’intera catena di responsabilità per le detenzioni del campo di Mittiga). Nel confronto aperto con l’Assemblea degli Stati-parte sulla ‘mancata cooperazione’- le fasi conclusive sono previste a dicembre - l’Italia dovrebbe perciò riaffermare la piena adesione ai principi dello Statuto di Roma, anche attraverso un aggiornamento della normativa interna che renda più chiari i meccanismi di cooperazione con la Corte. In questa prospettiva si dovrebbe anche rilanciare il Codice dei crimini internazionali, che però recepisca integralmente le categorie dei crimini previste dallo Statuto, compresi i crimini contro l’umanità e il principio dell’irrilevanza delle immunità funzionali: sarebbero invece espunti in alcune proposte governative per evitare conseguenze giuridiche sulle politiche securitarie e migratorie. La preoccupazione è eccessiva: si possono prevedere precisazioni, ma non deroghe ai principi, e in ogni caso - in base allo stesso Statuto - per le incriminazioni per tortura e trattamenti degradanti occorre provare l’intento doloso e un piano preordinato ed ‘esteso in modo sistematico’. I problemi interni alla Corte penale internazionale - Non mancano delicate vicende interne alla Corte, come le accuse di condotte inappropriate nei confronti del personale rivolte allo stesso Procuratore Karim Khan, attualmente ‘sospeso’. Una rapida conclusione dell’inchiesta è essenziale per preservare l’autorevolezza della Corte in una fase segnata da procedimenti di eccezionale rilevanza, come quelli riferiti a Putin e Netanyahu. In questo quadro, vanno quindi menzionate alcune iniziative di rilancio della Corte. Si pensa di introdurre forme di “giustizia riparativa”, con percorsi di riconciliazione, ma senza trasformarsi in immunità generali per i crimini più gravi. Importante è anche la linea di introdurre procedimenti in absentia - in atto non sarebbero previsti processi in contumacia - con adeguate garanzie per il diritto di difesa dell’imputato. Nel recente ‘caso Joseph Kony’, relativo alla situazione in Uganda, si è proceduto per la prima volta ad un’udienza di conferma delle accuse in assenza dell’imputato: la Corte può adattarsi, con la propria giurisprudenza, alle nuove sfide della giustizia internazionale. Anche il recente riavvicinamento dell’Ungheria post-Orban alla permanenza nello Statuto di Roma costituisce un segnale positivo. L’Unione europea e il Consiglio d’Europa hanno inoltre rafforzato gli strumenti di cooperazione giudiziaria internazionale. Eurojust ha costituito il Core International Crimes Evidence Database (CICED), la banca dati dedicata alla raccolta e alla conservazione delle prove relative ai crimini internazionali gravi commessi in Ucraina. Parallelamente, il Register of Damage for Ukraine, il Registro dei danni istituito dal Consiglio d’Europa costituisce lo strumento per documentare e sostenere le richieste di riparazione. Anche il progetto di un ‘Tribunale speciale per il crimine di aggressione contro l’Ucraina’ si inserisce nella ricerca di strumenti complementari alla Corte penale internazionale, per rafforzare la risposta della comunità internazionale alle violazioni più gravi della pace e della sicurezza collettiva. Il futuro della Corte dipenderà dunque dalle scelte degli Stati che ne sostengono la missione, soprattutto in Europa. La questione centrale non è se la Corte sia un’istituzione perfetta: nessuna istituzione lo è. La vera sfida è difendere la regola che ne ha ispirato la nascita, dopo le tragedie del Novecento, soprattutto come principio di prevenzione e deterrenza: chi esercita il potere deve rispondere delle proprie azioni quando viola la pace e oltraggia la dignità umana. L’Italia ha avuto un ruolo significativo in questo percorso, grazie a una tradizione giuridica che i leader attuali sembrano aver dimenticato. Pietro Nuvolone già nel 1945 aveva concepito i ‘diritti di lesa ‘umanità’, e poi giuristi come Giuliano Vassalli, Antonio Cassese, Umberto Leanza, Gabriella Venturini, Natalino Ronzitti, per citarne alcuni, hanno contribuito all’affermazione di una giustizia internazionale fondata sulla centralità della persona e sul superamento del ‘dominio riservato’ degli Stati nel diritto penale. Lo Statuto di Roma non rappresenta dunque un ideale astratto, ma una scelta di civiltà giuridica: è il diritto che deve prevalere sulla forza, e non viceversa. “Non c’è pace senza giustizia” è il principio che quel 17 luglio 1998 vide una società civile unita partecipare ad una fiaccolata dal Colosseo al palazzo della Fao. Fu anche quella mobilitazione - internazionale e trasversale, liberale e democratica - a convincere gli Stati ad approvare lo Statuto di Roma: è la sola prospettiva per un futuro fondato sulla pace e sul rispetto della dignità umana. *Membro dell’International Law Association Torture sui migranti: l’Aja apre il processo sul “Sistema Libia” (e sulle complicità dell’Europa) di Nello Scavo Avvenire, 17 luglio 2026 La Corte penale internazionale conferma 17 capi d’accusa contro Al Buti, uno dei vertici della milizia Rada insieme ad Almasri. Per la prima volta finiscono alla sbarra le detenzioni arbitrarie nel carcere di Mitiga. Sotto la lente ci sono anche i rapporti dei Paesi dell’Unione con le autorità di Tripoli, in primis l’Italia. Il processo internazionale sul “Sistema Libia” si farà. Khaled Mohamed Ali El Hishri, detto Al Buti, sarà giudicato dalla Corte penale internazionale per i crimini commessi nel carcere di Mitiga e nel sistema di detenzione costruito attorno alla potente milizia Rada. La Camera preliminare dell’Aja ha confermato tutti i diciassette capi d’accusa formulati dalla Procura e ha disposto il rinvio dell’imputato davanti a una Camera di primo grado. Le contestazioni della difesa sull’uso di testimonianze anonime, sulla presunta vaghezza delle accuse e sulle carenze investigative sono state respinte. È il passaggio che le vittime attendevano: quindici anni dopo il deferimento della situazione libica da parte del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, il sistema di violenze costruito dentro Mitiga entra finalmente in un’aula di giustizia internazionale. I giudici hanno ritenuto che esistano fondati motivi sostanziali per credere che El Hishri sia responsabile di crimini contro l’umanità e crimini di guerra commessi tra il 1° maggio 2014 e il 30 giugno 2020 contro migliaia di persone detenute nel carcere e nel complesso di Mitiga, a Tripoli. El Hishri non viene descritto come un semplice carceriere o un esecutore brutale e crudele. La decisione lo colloca ai vertici della Forza speciale di deterrenza, la Rada, che per anni ha controllato l’aeroporto, la prigione e una parte decisiva dell’apparato di sicurezza della capitale. La Corte gli contesta torture, trattamenti crudeli, detenzioni arbitrarie, oltraggi alla dignità, stupri e altre violenze sessuali, omicidi e tentati omicidi, schiavitù e persecuzioni per motivi politici, religiosi, nazionali, etnici, razziali e di genere. Secondo i giudici, El Hishri esercitava un’autorità generale sull’intero carcere, impartiva ordini, decideva trasferimenti e liberazioni e contribuiva a mantenere un sistema istituzionalizzato di tortura, abuso e impunità. Era parte della direzione di Mitiga insieme ad Abdelraouf Kara, Dawit N’Zam e Osama Njeem, il generale Almasri. La sua posizione e la sua reputazione di uomo violento gli garantivano, secondo la Corte, un potere assoluto sui detenuti. Particolarmente grave è il ruolo attribuitogli nella sezione femminile, che controllava direttamente. El Hishri sorvegliava gli accessi, gestiva l’ingresso e l’uscita delle detenute, accompagnava personalmente donne e ragazze ammanettate e bendate e amministrava le condizioni di detenzione anche dei bambini rinchiusi insieme alle madri. L’udienza di conferma delle accuse, celebrata dal 19 al 21 maggio, aveva esposto lo spettro dei crimini: arresti, sparizioni, pestaggi, lavori forzati, estorsioni, violenze su donne e minorenni, malati lasciati senza cure e detenuti morti nelle celle. La decisione conferma il carattere strutturale delle violenze sessuali e riproduttive. Donne e ragazze sarebbero state abusate, ridotte in schiavitù e sottoposte a lavoro forzato, brutalizzate deliberatemente perché non potessero avere figli. Persone LGBTQI+ arrestate e torturate perché considerate non conformi alle regole di genere imposte dalla milizia; uomini e ragazzi sottoposti a violenze sessuali per umiliarli e annientarne l’identità. Il cuore dell’accusa è formato dalle testimonianze di 63 vittime, 47 delle quali ex detenuti. La Corte riconosce la difficoltà dei sopravvissuti nel raccontare il dolore subito e considera le loro dichiarazioni il nucleo centrale del materiale probatorio. Alcune vittime avevano riconosciuto in El Hishri uno degli esecutori e dei comandanti del meccanismo di Mitiga, l’uomo che molti chiamavano “l’angelo della morte”. Spetterà ai giudici del dibattimento accertare le responsabilità oltre ogni ragionevole dubbio. Ma il rinvio a giudizio stabilisce che la ricostruzione della Procura ha superato la soglia preliminare e che testimonianze, documenti, fotografie e filmati possono sostenere un processo. La Camera ritiene che Al Buti abbia fornito un contributo essenziale a tutti i diciassette crimini e che, senza il suo intervento, essi sarebbero stati commessi in modo significativamente diverso. Il procedimento è inseparabile dalla vicenda di Osama Almasri Njeem. Almasri ed El Hishri appartenevano alla stessa struttura di comando. Nel gennaio 2025 Almasri venne arrestato a Torino sulla base di un mandato della Corte. La cattura fu mantenuta riservata e divenne pubblica soltanto quando venne rivelata da “Avvenire”. Due giorni dopo il generale fu liberato e ricondotto a Tripoli con un volo di Stato italiano, senza essere consegnato all’Aja. “La conferma integrale delle accuse rappresenta una vittoria fondamentale per le vittime e per la lotta contro l’impunità in Libia”, afferma Paolina Massidda, “Principal Counsel” dell’ufficio indipendente del Tribunale internazionale che assiste le vittime davanti alla Corte. “Dopo anni di sofferenza e silenzio, la loro verità è stata riconosciuta. Nessuno è al di sopra della legge”, commenta “Mediterranea Saving Humans”. Le indagini e il rinvio a giudizio confermano il lavoro della procura, degli investigatori Onu e le numerose inchieste giornalistiche. “Per la prima volta, le atrocità commesse all’interno di uno dei luoghi simbolo dell’orrore in Libia vengono riconosciute con la forza del diritto internazionale”. L’udienza di esame delle accuse, celebrata dal 19 al 21 maggio, aveva ricostruito un sistema di arresti arbitrari, torture, sparizioni, estorsioni, lavori forzati e violenze sessuali. La decisione attribuisce particolare rilievo alle testimonianze di 63 vittime, riconoscendone la credibilità e il ruolo centrale nel sostenere l’impianto accusatorio. Il procedimento è strettamente legato alla vicenda del generale Osama Almasri Njeem, appartenente alla stessa struttura di comando. Nel gennaio 2025 Almasri fu arrestato a Torino su mandato della Corte penale internazionale. La notizia della cattura venne mantenuta riservata e divenne pubblica soltanto quando fu rivelata da Avvenire. Due giorni dopo il generale venne liberato e riportato in Libia con un volo di Stato italiano, senza essere consegnato all’Aja. Ira si troverebbe in detenzione a Tripoli, sebbene le autorità libiche non abbiano ancora fornito conferma all’Aja che ne chiede l’estradizione. Al Buti, invece, è arrivato davanti ai giudici dopo l’arresto in Germania. Il suo processo rischia però di andare oltre la responsabilità individuale. Sul banco degli imputati finirà l’intera architettura del sistema di Mitiga: la catena di comando della Rada, i rapporti con le autorità di Tripoli e il ruolo delle strutture libiche nella gestione delle migrazioni. “Molto prima che il suo nome comparisse nei fascicoli della Corte penale internazionale, Al Buti era una presenza costante nei racconti raccolti al Baobab”, ricorda l’organizzazione romana. “Migranti e rifugiati descrivevano torture, stupri e detenzioni arbitrarie - si legge in una nota - non come episodi isolati, ma come un sistema consolidato”. Il dibattimento fa tremare le autorità libiche e i Paesi europei, a cominciare dall’Italia, che negli anni hanno mantenuto rapporti stabili con Tripoli e sostenuto politicamente, finanziariamente e operativamente il meccanismo di intercettazione, respingimento e detenzione ora al centro del processo. Mitiga è stato uno dei terminali di quella filiera: persone intercettate in mare, riportate in Libia, rinchiuse illegalmente e sottoposte a ricatti, sfruttamento, torture e violenze sessuali. Esiste inoltre la possibilità che accusa e difesa chiedano di chiamare a testimoniare esponenti di governo, diplomatici, funzionari di Stato, responsabili delle forze di sicurezza e rappresentanti delle organizzazioni internazionali che hanno trattato con le autorità libiche. La Procura potrebbe cercare di dimostrare la struttura e la riconoscibilità del sistema. La difesa potrebbe ricostruire i rapporti ufficiali mantenuti con governi e istituzioni straniere, sostenendo che gli apparati oggi accusati erano considerati interlocutori legittimi e affidabili. Per questo sul banco degli imputati non c’è soltanto un carceriere. Il processo interrogherà anche le relazioni costruite dall’Europa con apparati accusati di crimini internazionali mentre collaboravano al contenimento delle partenze. Per le vittime è il primo riconoscimento giudiziario di una verità raccontata per anni. Per la Corte dell’Aja è il primo vero processo sul sistema concentrazionario della Libia post-Gheddafi. Israele. Diritti umani violati per Abu Safiya di Enrica Muraglie Il Manifesto, 17 luglio 2026 Abu Safiya si trova a Rakefet, il carcere sotterraneo riaperto nel 2023 per volere del ministro israeliano della sicurezza nazionale Ben Gvir. “Non ha mai avuto in mano altro che il suo stetoscopio”. Così Elyas Abu Safiya ha raccontato il padre Hussam durante l’audizione al Comitato permanente della Camera sui diritti umani nel mondo. Il pediatra dell’ospedale Kamal Adwan di Gaza è detenuto da oltre 18 mesi senza accuse formali né processo in base legge israeliana sui “combattenti illegali”. Una normativa crudele che autorizza l’esercito a emettere ordini di detenzione rinnovabili “nei confronti di chiunque sia sospettato di costituire una minaccia per la sicurezza dello Stato o di essere coinvolto in atti ostili e senza l’obbligo di presentare alcun atto di accusa”, spiega Tina Marinari, coordinatrice delle campagne di Amnesty international Italia. Abu Safiya si trova a Rakefet, il carcere sotterraneo riaperto nel 2023 per volere del ministro israeliano della sicurezza nazionale Ben Gvir. Dall’ultima visita, all’inizio di luglio, il suo avvocato Nasser Odeh ha restituito l’immagine di un uomo con evidenti segni di torture su tutto il corpo, al punto da essere quasi irriconoscibile. La sua detenzione è confermata almeno fino a ottobre in condizioni che rientrano nel “sistema di apartheid imposto ai palestinesi - sottolinea Marinari - quella politica sistemica e istituzionalizzata di tortura e abusi nei confronti delle persone detenute”. È messo nero su bianco da innumerevoli rapporti di ong e testimonianze: uso di elettroshock, granate stordenti, ustioni con sigarette e liquidi bollenti, percosse con manganelli. Anche il ricorso alla violenza sessuale è sistemico, le ultime immagini arrivano dal documentario “Bodies of evidence” prodotto da Al Jazeera: stupri anche di gruppo e con cani, stupri con oggetti, nudità forzata, tutto nel quadro di disumanizzazione, dominio e impunità che Israele può permettersi. Sembrano quasi un contorno il sovraffollamento estremo, l’incatenamento prolungato, la negazione dei contatti con il mondo esterno e la fornitura di cibo insufficiente che pure si sommano al trattamento riservato ai palestinesi nelle carceri israeliane. Pur correndo questi rischi, mentre il Kamal Adwan veniva assediato dai raid israeliani a dicembre 2024, il dottor Abu Safiya ha scelto di restare a fianco di “187 bambini che combattevano tra la vita e la morte”, dice il figlio Elyas. “Alcuni di questi arrivavano come porzioni di cadaveri e non potevano essere restituiti alle famiglie a causa dei bombardamenti”. Tra questi anche il fratello tredicenne di Elyas e figlio di Hassan, Ibrahim Abu Safiya, ucciso da un bombardamento israeliano e seppellito dal padre nel cortile dell’ospedale, prima di riprendere a curare gli altri bambini senza smettere mai di appellarsi alla comunità internazionale. La richiesta era sempre la stessa: salvare ciò che restava dei pazienti e dei reparti dell’ospedale nel nord della Striscia. Oggi è il figlio Elyas a chiedere che quel “non credo che sopravvivrò” pronunciato da Hassan in carcere non “diventi una profezia”. Oltre a una commissione d’inchiesta delle Nazioni unite e agli appelli in giro per il mondo per il rilascio del pediatra di Gaza. Da settembre 2025 più di diecimila persone palestinesi sono state classificate come “prigionieri di sicurezza”. Oltre duemila provengono da Gaza, cinquecento hanno cittadinanza israeliana. Più di tremila sono in detenzione amministrativa senza processo e senza possibilità di contestare le accuse. Oltre duemila sono detenute sulla base della legge sui combattenti illegali. Tra questi c’è anche Hassan Khalil Almukayed, uno degli almeno 15 medici palestinesi di Gaza detenuti da Israele. Chirurgo vascolare al Kamal Adwan, Almukayed, come Abu Safiya, si era rifiutato di abbandonare i suoi pazienti sotto i bombardamenti. Nato nel campo profughi di Jabalia, Almukayed ha studiato medicina in Romania. Poi ha esercitato per qualche tempo in Svezia e nel 2010 ha deciso di tornare a Gaza. Oltre ai turni in ospedale, gestiva anche un ambulatorio dentro casa. El Salvador. Il costo umano di quattro anni di stato d’emergenza di Diego Lopez amnesty.it, 17 luglio 2026 Oltre 90.000 persone finite in carcere, almeno 470 morte in custodia dello stato, migliaia di famiglie in cerca di notizie sulle condizioni di salute o sullo status legale dei propri cari. Quattro anni di stato d’emergenza, rivela Amnesty International in un nuovo rapporto, hanno reso El Salvador un laboratorio di politiche securitarie basate sulla prolungata sospensione dei diritti. Un provvedimento temporaneo adottato per contrastare la violenza delle bande criminali è diventato un sistema permanente che promuove la detenzione arbitraria di massa, l’annullamento delle garanzie del giusto processo, le sparizioni e la tortura. Un sistema che produce numeri e non giustizia: El Salvador ha il tasso di carcerazione più alto del mondo, 1.700 persone private della libertà ogni 100.000 abitanti. Si tratta di crimini contro l’umanità ai sensi dell’articolo 7 dello Statuto di Roma della Corte penale internazionale (di cui fa El Salvador fa parte) azioni commesse nell’ambito di un attacco massiccio e sistematico contro la popolazione civile, in un contesto istituzionale che ha favorito la loro commissione. È questa la conclusione cui è giunta l’organizzazione per i diritti umani dopo quattro visite compiute nel paese a partire dal 2022, incontri con vittime, loro parenti, avvocati e membri in congedo o in attività della Polizia civile nazionale. Sono soprattutto questi ultimi ad aver fornito dettagli sulle quote di imprigionamenti da raggiungere, sulle istruzioni date a voce senza lasciare tracce scritte, sulle pressioni a produrre documentazione falsa per dare una parvenza di legalità agli arresti arbitrari e sulla profilazione basata su criteri socioeconomici. Ecco una testimonianza: “In molti casi nessuno controlla se l’arresto sia legale. Ci limitiamo a portare le persone davanti al magistrato, questo sfoglia il pacco di documenti e finisce lì. Passano 15 giorni e il tipo viene portati di fronte al giudice, questo legge i capi d’accusa e conferma tutto, senza verificare se ci sia stato un mandato d’arresto e senza chiedersi da dove vengano i segni delle botte”. Quattro anni di stato d’emergenza - Lo stato d’emergenza è stato accompagnato da una serie di riforme procedurali incompatibili con gli standard del diritto internazionale: i tribunali hanno cessato di esercitare controlli sull’operato della polizia e sono diventati meri convalidatori della privazione arbitraria della libertà anche in assenza di prove verificabili. Semplicemente queste non contano più. Come ha detto un avvocato difensore, “basta che uno sembri un membro di una banda criminale”. O è sufficiente una segnalazione anonima. C’è poi una componente discriminatoria: la maggior parte delle vittime proviene dalle comunità storicamente marginalizzate, stigmatizzate e povere, tra l’altro le più colpite dalla violenza delle bande criminali. Il luogo di residenza, l’apparenza fisica, il fatto di “comportarsi da povero” bastano e avanzano per diventare automaticamente sospetti. Invano gli avvocati provano a spiegare che l’imputato ha un lavoro regolare, un domicilio fisso, studi, legami familiari e relazioni con la comunità di appartenenza. Ha l’aspetto di un criminale, persino un tatuaggio può condannarlo. In carcere si muore per tortura o per diniego di cure mediche. A volte, prima di arrivarci, passano giorni o settimane di sparizione forzata, una violazione dei diritti umani che si abbatte sulle famiglie lasciate senza informazioni a vagare da un carcere a una stazione di polizia, da un ospedale a un obitorio. Le autorità salvadoregne presentano lo stato d’emergenza come una storia di successo. Il suo costo umano non ha alcuna importanza.