Una nuova visione politica per cambiare le carceri di Mauro Palma Il Manifesto, 16 luglio 2026 Provvedimenti annunciati come risolutivi non hanno diminuito la sofferenza in quei luoghi. Invece la progressiva penalizzazione ha portato a quasi 9mila persone detenute in più. Proprio nella giornata di martedì, mentre numerose delegazioni entravano in carcere su iniziativa promossa dalla neonata “Alleanza per l’articolo 27 della Costituzione”, la Corte di Strasburgo ha condannato l’Italia per violazione dell’articolo 2 (tutela della vita) e dell’articolo 3 (divieto di tortura e trattamenti o pene inumane o degradanti) nei confronti di un ragazzo di ventotto anni, morto mentre era in detenzione nel carcere di Torino. La detenzione aveva determinato un progressivo calo del suo peso che però era stato considerato irrilevante, se non addirittura come risultato di una strategia manipolatoria. Scrive la Corte (par. 4): “Il 7 agosto 2019, il Garante nazionale dei diritti e delle persone private della libertà personale ha segnalato all’amministrazione penitenziaria la perdita di peso di A.R. Le autorità hanno risposto il 20 agosto 2019, escludendo la possibilità che la perdita di peso fosse dovuta a gravi problemi di salute e respingendo la richiesta del Garante nazionale di un ulteriore supporto psicologico esterno, adducendo il rischio di sovrapposizione con i servizi già esistenti”. Più avanti, (par. 8): “Il 19 novembre 2019, in risposta a una nuova richiesta del Garante nazionale, le autorità carcerarie hanno dichiarato che la perdita di peso di A.R. doveva essere considerata ‘una strategia manipolativa volta a ottenere benefici secondari’”. Questo, quindi, il livello di non considerazione della preoccupazione evidenziata e degli allarmi lanciati e, come sempre, il retropensiero della simulazione, forse di chi è fin troppo abituato a carte truccate per coprire qualche episodio grave. Perché nel frattempo il Garante nazionale aveva visitato l’Istituto e incontrato il giovane, insieme alla brava e combattiva Garante comunale, riscontrando la grave compromissione fisica di peggioramento di quanto già segnalato. Aveva così nuovamente riportato all’amministrazione penitenziaria, sia territoriale sia nazionale, la gravità delle condizioni di salute del giovane: le sue condizioni erano precarissime ed erano state comunicate ufficialmente. Per questo, come riporta ancora la sentenza (par. 15) all’indomani del suo decesso “il Garante nazionale ha presentato una denuncia penale, chiedendo un’indagine sulle circostanze della morte di A.R”. Da qui, un inutile percorso all’interno delle vie di rimedio offerte dal diritto del nostro Paese, giacché la denuncia è stata archiviata sulla base del suo diniego all’ospedalizzazione ai primi di dicembre. Un diniego che, come il Garante nazionale aveva segnalato alle autorità, era stato determinato da “la reclusione in un locale vuoto, privo di ogni arredo e di televisore, oltre che della possibilità di usufruire del passaggio all’aria aperta, in definitiva di afflittività insostenibile, anche in considerazione del suo delicato stato psico-fisico”. Dalla lettura di questa sentenza emerge la constatazione - che forse è ora un ricordo - di quanto possa essere incisiva l’azione di un’autorità indipendente di garanzia, attraverso le sue visite, condotte in modo scrupoloso, cooperativo ma intrusivo, perché solo con tale analitico approccio possono essere utili alle autorità nazionali e sovranazionali a cui spetta il compito di giudicare e sanzionare. Accanto, la constatazione, rinnovata, positiva ma amara, dell’esistenza di un luogo in Alsazia dove sia possibile l’affermazione pubblica, esplicita, che quanto subito da una persona ristretta è stata un’offesa alla sua dignità e al suo diritto a un trattamento non contrario al senso di umanità che la prima parte del sempre citato terzo comma dell’articolo 27 della Costituzione pone come invalicabile argine alla potestà del punire. Così come lo pone all’articolo 3 della Convenzione europea per la tutela dei diritti umani. Proprio tale argine sono andate a vedere martedì le molte persone che sono entrate nei diversi Istituti di pena del nostro Paese. Ben conoscendo l’inaccettabilità delle condizioni che avrebbero visto, l’affollamento, la tensione, la centralità della chiusura e la mancanza di un’idea complessiva di come portare la realtà difficile della detenzione il più vicina possibile alla visione costituzionale delle pene, senza relegare questa al ruolo di mera teorica speranza. Sappiamo bene che i provvedimenti via via annunciati come risolutivi in nulla hanno influito per una diminuzione di sofferenza di chi è ristretto e di chi lavora in quei luoghi nelle attuali condizioni. Molto hanno prodotto invece i provvedimenti di progressiva penalizzazione, che hanno portato nel periodo dell’attuale legislatura a quasi novemila persone detenute in più e a un invariato numero di posti regolamentari. Tuttavia, ormai, anche dopo queste visite che ribadiranno quanto è noto, è tempo di mutare registro affinché non si permanga in un limbo consolatorio o in una stanca ripetizione di ipotesi che poco si riflettono in una realtà sociale divenuta più complessa, dove le sacche di emarginazione prima del carcere, dentro il carcere e ancor più una volta usciti dal carcere si ripropongono in modo sempre più consistente. Occorrono parole nuove e ipotesi progettuali che diano voce a tali mutamenti, senza sperare che possa essere l’autorità giudiziaria, nazionale o sovranazionale, l’attore di tale voce perché deve esserlo la politica, ritrovando la capacità di leggere il sociale e di intervenire per suo positivo evolversi: perché è il suo compito. La parte descrittiva, del resto, delle condizioni attuali di detenzione, deve considerarsi conclusa e quello che conta è, nell’immediato, la riduzione del dolore di chi è impigliato nell’attuale insensato e inaccettabile sistema detentivo, perché ristretto o perché vi lavora, con un provvedimento di natura eccezionale. In parallelo serve però la ricerca di diverse parole per comprendere cosa chiedere nell’attuale contesto sociale e culturale, al sistema dell’esecuzione penale, come riconfigurare la sua funzione che deve essere prioritariamente di connessione sociale. Servono scelte progettuali da costruire anche sul piano delle sensibilità culturali: ciò che non serve è il cedimento al facile consenso, ai diversi populismi, talvolta anche di segno opposto. La complessità non si affronta mai con parole o concetti forzatamente facili. La società civile entra nelle carceri per ripensare un modello di giustizia più “umano” di Francesca Bellini altreconomia.it, 16 luglio 2026 L’elenco dei promotori dell’Alleanza per l’articolo 27 include, in ordine alfabetico: Acli, Antigone, Arci, Cgil, Cnca - Coordinamento nazionale comunità accoglienti, Cnvg - Conferenza nazionale volontariato giustizia, Confcooperative Federsolidarietà, Conferenza dei garanti territoriali delle persone private della libertà, Forum droghe, Gruppo Abele, L’altro diritto, La società della ragione, Legacoopsociali, Movimento di volontariato italiano (Movi), Movimento No Prison, Nessuno tocchi Caino, Ristretti Orizzonti, Voci di dentro. A metà luglio le porte di 34 istituti penitenziari italiani si sono aperte a 330 membri della società civile. A Milano le visite a Opera, San Vittore, Bollate e Beccaria hanno riportato al centro il tema del sovraffollamento, della carenza di personale e della crescente presenza di under 25 in carcere. “Di giovani si parla tanto ma non ce ne si occupa mai davvero” “La civiltà di un Paese si dimostra anche sulla base di come vengono trattati i suoi detenuti. Di fronte a quello che abbiamo osservato oggi e agli sguardi che abbiamo incontrato, viene da chiedersi se la prigione non sia nella nostra testa, nei pregiudizi e nelle facili etichette; nel pensare che una persona che ha sbagliato non possa voltare pagina”. Così don Luigi Ciotti ha commentato di fronte alla stampa quanto appena visto all’interno della Casa di Reclusione di Milano Opera. Il fondatore del Gruppo Abele e di Libera ha infatti preso parte alla mobilitazione che lunedì 13 e martedì 14 luglio ha portato 330 membri della società civile in 34 istituti penitenziari, distribuiti in 29 città italiane. L’iniziativa è nata dall’Alleanza per l’articolo 27, un collettivo nato a Roma lo scorso 6 febbraio, che vede come promotori 17 associazioni impegnate sui temi della giustizia, dell’esecuzione penale e dei diritti delle persone private della libertà, alleatesi per contrastare “una stagione segnata dall’espansione del diritto penale, dall’aumento del ricorso alla detenzione e dalla progressiva chiusura del carcere nei confronti della società esterna” e per attirare “l’attenzione dell’opinione pubblica sulle condizioni degli istituti penitenziari italiani, oggi attraversati da una crisi sempre più grave”. I dati dell’ultimo rapporto Antigone parlano infatti di un tasso medio di sovraffollamento pari al 140%, con circa 18.000 persone detenute in più rispetto a quella che dovrebbe essere la capienza regolamentare. A Milano le visite hanno riguardato gli istituti di Opera, San Vittore e Bollate e, nel pomeriggio di lunedì 13, anche il carcere minorile Beccaria. Il quadro che ne è emerso è quello di un carcere “contenitore”. A Opera su 900 posti disponibili ci sono 1.370 persone recluse; a Bollate 1.648 detenuti su una capienza di 1.267, a San Vittore 1.173 presenze su 710 posti, e al Beccaria 55 giovani a fronte di una capienza regolamentare di 42. “Al sovraffollamento si abbina una condizione di sotto organico sia della polizia penitenziaria sia del personale civile. C’è un tema enorme legato alla mancanza di attività, alla carenza d’acqua e al caldo: mancano i ventilatori e chi li vuole se li deve comprare, riflettendo anche qui una questione di classe. La volontà normativa non è evidentemente quella di attuare pienamente la Costituzione e dare senso alla sua funzione di reinserimento sociale e di abbattimento della recidiva ma di creare un contenitore nel quale vediamo persone che non hanno nulla da fare tutto il giorno, in un ambiente tossico che offre poche speranze” hanno commentato, dopo la visita a Opera, Vincenzo Greco e Ivan Lembo della Cgil di Milano. Un altro tema portato all’attenzione è quello dei giovani adulti: dopo un lungo periodo di diminuzione, negli istituti penitenziari è tornata a crescere la presenza delle persone tra i 18 e i 25 anni. Oggi i detenuti tra i 18 e i 20 anni rappresentano l’1,6% della popolazione carceraria, mentre quelli tra i 21 e i 24 anni sono circa il 5%. Ma il dato più allarmante riportato dall’ultimo rapporto di Antigone riguarda il numero dei suicidi: tra le 106 persone che si sono tolte la vita in carcere tra il 2025 e i primi mesi del 2026, in 25 avevano tra i 20 e i 29 anni, rendendo questa la seconda fascia d’età più colpita dopo quella tra i 30 e i 39 anni. “Abbiamo visto tantissimi giovani. Se ne parla tanto ma non ce ne si occupa mai davvero. Pensiamo alla storia di Caivano: di fronte a un fatto gravissimo che ha coinvolto dei minorenni, la risposta è stata abbassare l’età per perseguire penalmente i ragazzi. Invece bisognava investire di più nel sostegno alle famiglie e ai giovani. Creare delle possibilità”, ha commentato Ciotti che alle domande provocatorie dei giornalisti sui cosiddetti “maranza” e sulla possibilità anche di un loro “recupero” ha risposto che la violenza è la manifestazione di una fragilità che merita ascolto e non semplificazioni, e di un mondo adulto che sia capace di guardarli e non solo di criminalizzarli e lamentarsene. Per Sonia Caronni, portavoce del gruppo carcere del Cnca Lombardia, mettere in carcere degli infra-venticinquenni, spesso alla prima esperienza detentiva, insieme agli adulti “significa inserirli nell’università del crimine. Finirli come autori di reato e non dargli nessun’altra possibilità”. Il decreto legge 92/2014, convertito nella legge 117, aveva esteso da 21 a 25 anni la permanenza negli Istituti penali per i minorenni (Ipm) per chi aveva commesso il reato prima della maggiore età, così da garantire continuità al percorso educativo e trattamentale. Il cosiddetto “decreto Caivano” ha però stabilito che questa possibilità non sia più la regola ma una facoltà: chi commette un reato prima dei 18 anni può e non deve più, come previsto in precedenza, permanere negli Ipm fino ai 25 anni. Inoltre qualsiasi comportamento ritenuto non compatibile con l’ordine e la sicurezza può comportare il trasferimento immediato in un istituto per adulti. Una modifica che ha avuto effetti concreti: nel 2025 sono stati 195 i trasferimenti di giovani che avevano commesso il reato da minorenni, oltre l’85% in più rispetto all’ultimo anno precedente all’entrata in vigore del decreto Caivano. A deciderlo è il direttore della struttura, previo nulla osta del magistrato che può però opporsi allo spostamento “solo per ragioni di sicurezza”. Una scelta che, secondo Caronni, non fa che privilegiare un atteggiamento punitivo a discapito della finalità educativa che dovrebbe caratterizzare l’esecuzione della pena. “Il nostro è un richiamo alla politica urgente e necessario. Abbiamo visto svolgere il ruolo di educatori da persone che educatori non sono, che cercano di supplire a una mancanza di personale come possono ma non sono né preparati né formati -ha commentato la consigliera comunale Diana De Marchi-. Soprattutto abbiamo visto tanti giovani che qua dentro non hanno speranza di riscatto perché questo non è un sistema pensato per loro: questo è un luogo per adulti e invece abbiamo trovato ventenni che sicuramente faranno fatica, se mai ci riusciranno, a migliorare dopo essere stati qua. E questo è gravissimo ed è un danno all’investimento sulle nuove generazioni e alla speranza di avere un futuro che qui gli viene tolto”. A preoccupare è anche un quadro normativo che negli ultimi anni ha progressivamente privilegiato l’inasprimento delle pene, restringendo gli spazi per percorsi alternativi alla detenzione. Per numerosi reati si è ridotta la possibilità di accedere a strumenti come la messa alla prova, aumentando così il ricorso al carcere anche nei confronti di giovani per i quali un percorso educativo e di responsabilizzazione risulterebbe più efficace. Proprio il 14 luglio il Consiglio dei ministri ha approvato il nuovo Ddl Sicurezza con “Disposizioni in materia di sicurezza e per la prevenzione del disagio giovanile, nonché di ordinamento, organizzazione e funzionamento delle Forze di polizia e del ministero dell’Interno”, già ribattezzato dai media “anti-maranza”. Tra le novità c’è l’estensione del fermo preventivo anche ai minorenni nei casi in cui, durante operazioni di polizia finalizzate alla prevenzione di reati che turbino l’ordine pubblico in luoghi ad alta affluenza, vi sia “un fondato motivo di ritenere possano mettere in atto condotte di pericolo per la sicurezza pubblica”, come ha spiegato il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi in conferenza stampa. L’Alleanza per l’articolo 27 chiede di riaffermare il principio sancito dall’articolo 27 della Costituzione: una pena conforme ai valori di umanità, dignità della persona e finalità di reinserimento sociale. Paolo Cattaneo del Cnca Lombardia ha sottolineato di aver aderito all’iniziativa perché crede ancora nell’”umanità della giustizia”. “Esiste un sistema giudiziario che va oltre la pancia, che sa essere razionale e giusto. Che vede, se non la possibilità di rieducare, almeno quella di fare uscire persone migliori. Invece oggi chi esce dal carcere esce spesso peggiore, con una recidiva tristemente destinata ad aumentare”. Non un bene per loro e non un bene per la collettività. Dietro le sbarre, la sconfitta dello Stato di Giuseppe Frangi ilsussidiario.net, 16 luglio 2026 Il caldo sta esasperando la vita nelle carceri italiane, sovraffollate e già invivibili. Lo Stato deve agire subito: sta già violando la sua Costituzione. “Visitare i carcerati” recita la sesta opera di misericordia. In questi tre giorni, da lunedì a oggi, la Conferenza nazionale dei Garanti territoriali delle persone private della libertà personale, le associazioni e le reti del Terzo settore che si occupano delle persone detenute hanno preso l’impegno di visitare le carceri in 30 città italiane per documentare le condizioni conseguenti ai picchi di caldo. “La mutazione climatica lì dentro diventa un’inutile e ulteriore punizione”, ha commentato Alessandro Bergonzoni, che ha partecipato all’iniziativa visitando il carcere di Bologna e uscendone sconvolto. “Venite e vedete, venite e ascoltate” è stato lo slogan lanciato dai Garanti per comunicare questa iniziativa presa sul piano nazionale. I numeri del sovraffollamento infatti sono drammatici e inclementi. Ma dietro le cifre ci sono i corpi, i volti e le storie a testimoniare il livello di sofferenza che si sperimenta in questi giorni di canicola dentro le celle. Intanto i numeri: i dati del ministero sono impietosi. Come documenta il sito del giornalista Marco Dalla Stella che monitora la situazione delle carceri partendo proprio dai dati ministeriali, ieri l’indice di sovraffollamento era al 139,9%, di oltre 6 punti superiore rispetto allo stesso giorno di un anno fa. Le persone detenute sono 64.697 su una disponibilità di 46.258 posti. In 79 istituti il sovraffollamento è sopra il 150%, con il record di Lucca, un piccolo carcere dove l’indice raggiunge il 254%. Ma forse il dato più drammatico è quello di San Vittore con 1.085 detenuti su 484 posti e di Poggioreale con 2.271 detenuti per 1.357 posti. Lo Stato stesso riconosce come questa situazione sia insostenibile: infatti negli ultimi tre anni oltre 17mila detenuti hanno ottenuto un riconoscimento, economico o in termini di riduzione della pena, per aver subito trattamenti inumani e degradanti ai sensi dell’articolo 35-ter dell’ordinamento penitenziario. E a stabilirlo sono i magistrati incaricati di valutare le situazioni di detenzione. Non a caso il presidente Mattarella ha definito l’emergenza carceraria “una sconfitta per lo Stato”. Ridurre la vita nelle carceri in queste condizioni significa venire meno anche a un dettato costituzionale: l’articolo 27 della Carta infatti dice che “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Nessuna delle due condizioni oggi viene rispettata. Ed è grave in particolare il fatto che il sovraffollamento sia un ostacolo ai percorsi di reinserimento sociale delle persone detenute, unica strada per evitare le recidive. “Un sistema saturo non rieduca, non cura, non reinserisce e non produce sicurezza”, hanno detto i Garanti, sottolineando l’equivoco che sottostà a tante politiche securitarie. Ci sono invece delle proposte concrete che potrebbero essere attuate per alleggerire la pressione, che oggi ricade in particolare sul personale di sorveglianza. I Garanti propongono ad esempio di portare la detrazione di pena per chi partecipa in modo positivo al percorso di recupero da 45 a 75 giorni per ogni semestre: uno strumento che premierebbe la condotta e la partecipazione all’opera rieducativa. Non per buonismo, quindi, ma per efficacia. Bisogna smettere di pensare al carcere come a un mondo a parte e smettere di illudersi che quello che si consuma oltre le sbarre non abbia un nesso con la nostra vita, in senso concreto oltre che morale. Gherardo Colombo: “Sul carcere non bastano gli appelli, la legalità dello Stato va pretesa” di Paolo Foschini Corriere della Sera, 16 luglio 2026 Sul carcere bisogna “costringere le istituzioni a rispettare la legge”: altrimenti rischiamo di replicare “l’atteggiamento del suddito” che implora la “benevolenza del sovrano” anziché comportarci da “cittadini che il rispetto della legge lo pretendono”. Così Gherardo Colombo dopo la visita di “Alleanza per l’articolo 27” in 36 carceri di 29 città italiane. Sul carcere non bastano gli appelli, bisogna “costringere le istituzioni a rispettare la legge”: altrimenti rischiamo di replicare all’infinito “l’atteggiamento del suddito” che implora la “benevolenza del sovrano”, anziché comportarci da “cittadini che il rispetto della legge lo pretendono”. Così Gherardo Colombo, che ormai da molti anni il carcere lo frequenta come volontario. E la sua riflessione arriva a rafforzare le tante testimonianze raccolte al termine dell’iniziativa promossa da “Alleanza per l’articolo 27” che nella giornata del 14 luglio, anniversario della presa della Bastiglia, ha portato in 36 carceri italiane oltre 350 esponenti della società civile per “vedere” con i propri occhi - e raccontare all’esterno - come stanno le quasi 65 mila persone detenute nel nostro Paese: attualmente 18 mila in più rispetto ai posti disponibili, con 116 morti dall’inizio dell’anno di cui 33 per suicidio. Del resto già alla vigilia di questa iniziativa non ne erano mancate altre provenienti dalle istituzioni medesime o almeno da alcuni pezzi di esse, magistratura compresa. Per esempio quella di metà giugno - che da sola merita un riassunto complessivo - quando il Gip di Firenze aveva disposto il sequestro preventivo di sette sezioni del carcere di Sollicciano a causa delle gravissime condizioni igienico-sanitarie e strutturali dell’istituto. Il sequestro avrebbe comportato come conseguenza l’immediato trasferimento di circa 200 detenuti in altre carceri. Naturalmente già sovraffollate a loro volta. Il Ministero della Giustizia e il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria avevano presentato ricorso, ma il Tribunale del riesame fiorentino lo ha respinto. Solo che contestualmente ha lasciato al Dap la decisione su come, dove e quando trasferire i detenuti coinvolti. Allora il provveditorato regionale del Dipartimento ha revocato l’ordine impartito nei giorni precedenti alle direzioni delle carceri toscane, sostituendolo con una nuova circolare che parla di interpretazione “equivoca” e però esclude che i nuovi giunti eventuali possano essere sistemati in “materassi a terra” o brandine. Vedremo le prossime imminenti puntate. Nel frattempo anche gli avvocati della Camera penale milanese hanno emesso un documento per chiedere alla magistratura del capoluogo lombardo - dove i problemi di sovraffollamento sono drammatici come quelli di tutte le altre carceri italiane - di prendere una posizione forte sul tema seguendo l’esempio dei colleghi magistrati di Firenze. Poi l’iniziativa di Alleanza per l’articolo 27, conclusa con un elenco di richieste: da un provvedimento che consenta telefonate quotidiane almeno ai detenuti in media sicurezza fino alla scarcerazione di almeno diecimila persone da inviare a misure alternative nei prossimi due mesi. La riflessione di Colombo a questo punto non è solo di merito ma di metodo: “Di fronte a questa evidente inosservanza, da parte delle istituzioni, della Costituzione quindi delle regole secondo cui le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato, io mi chiedo se per chiedere che tali regole vengano rispettate abbiamo a disposizione come unico strumento quello di rivolgere appelli, petizioni, istanze pubbliche alle stesse istituzioni che di quelle regole dovrebbero garantire il rispetto. E mi chiedo se invece non esistano altri strumenti che quel rispetto lo impongano”. Ma Gherardo Colombo vuole essere ancora più chiaro. “Traduco: siamo sicuri - dice - che non esistano strumenti legali per costringere le istituzioni a rispettare la legge?”. Nel senso - traduciamo a nostra volta - che per esempio il reato di omissione di atti d’ufficio (art. 328 del Codice penale) esiste e punisce “i pubblici ufficiali o incaricati di pubblico servizio che si rifiutano, omettono o ritardano indebitamente di compiere un atto dovuto del proprio ufficio”: quindi perché non denunciare le istituzioni che a tali doveri non adempiono? “Non vorrei - è la risposta di Colombo - che a volte prevalesse in molti di noi un atteggiamento da suddito, uso a cercare la benevolenza del sovrano, piuttosto che l’atteggiamento del cittadino. Cioè di colui che il rispetto dei diritti fondamentali, garantiti dalla Costituzione, non lo chiede: lo pretende”. L’Italia, crocevia europeo dei diritti dei figli dei detenuti imgpress.it, 16 luglio 2026 Lo scorso giugno a Milano (a Malta nel 2025, a Berlino nel 2024), a Palazzo Marino, la conferenza internazionale di Cope e Bambinisenzasbarre, rivelandosi un momento apicale di incontro tra rappresentanti istituzionali, dal Consiglio d’Europa, da circa 45 Ong di 32 paesi europei ed extra europei - dall’Estonia all’India, dagli Stati Uniti alla Turchia, dal Portogallo alla Svezia. La conferenza di Milano ha avuto un pubblico - anche online, con centinaia di collegati - di addetti ai lavori, professionisti, specialisti, istituzioni locali e nazionali, organizzazioni del terzo settore, società civile e operatori dei media. I due protagonisti della giornata di lavoro sono stati il memorandum italiano “Carta dei diritti dei figli di genitori detenuti”, prima in Europa e nel mondo, ritenuta un punto di riferimento, che si è confrontata con le principali istituzioni nazionali e internazionali, coinvolte nella realtà del gruppo sociale a rischio di emarginazione, discriminazione e stigma, composto, in Italia, da 100mila figli di genitori detenuti, 2,4 milioni in Europa, oltre 23,5 milioni nel mondo. Il contenitore dell’evento è stato la 18ª Conferenza Internazionale della rete europea COPE (Children of Prisoners Europe), quest’anno promossa e organizzata da Bambini Senza Sbarre ETS, sotto l’egida dell’Unione Europea, dal tema “Costruire ecosistemi olistici per i bambini con un genitore in carcere. Tra ONG, carceri, scuole, media e società”, che poneva al centro dell’agenda europea ed extraeuropea la sfida della garanzia dei diritti, tutela e continuità affettiva per i minorenni che vivono la detenzione di un genitore, con la partecipazione di tutti i sistemi socioeducativi coinvolti in un unico obiettivo sinergico. È seguita una sessione istituzionale, in forma di dibattito aperto, dedicata all’approccio sistemico, con interventi di Daniele Nahum e Alessandro Giungi Presidente e vice presidente della Sottocommissione Carceri del Comune di Milano (“È fondamentale che alla Carta dei diritti dei figli di genitori detenuti, faccia riferimento tutto quello che viene realizzato nelle carceri, non applicandola solo a una città o a un singolo carcere, ma estendendola a tutte le carceri del nostro paese”). È intervenuto poi Massimo Parisi, vice Capo Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria. Parisi ha individuato nella Carta un soggetto protagonista della giornata dicendo, fra l’altro “Sono contento che Lia Sacerdote - con Bambinisenzasbarre c’è una collaborazione ormai storica - abbia annunciato il fatto che il ministro della Giustizia abbia rifirmato la Carta che riguarda la tutela dei bambini in carcere. Tutti i ministri di vari colori hanno firmato questa carta perché ritengono imprescindibile la questione del bambino in carcere, del bambino che viene a trovare il genitore, che è diversa dalla questione del bambino residente in carcere. Sono due cose differenti, anche se attigue, che attengono sempre alla tutela del minore. Questa Carta è la dimostrazione che l’amministrazione penitenziaria, in tutte le sue articolazioni, ha a cuore questo tema fondamentale, relativo alle vittime secondarie, che sono appunto i bambini figli dei detenuti.” Con Parisi ha interloquito Cristiana Rotunno, Vice-Capo Dipartimento della Giustizia Minorile e di Comunità, affermando che “Lo Stato c’è, la Carta italiana è un valore incredibile in quest’ambito e di questo anch’io ringrazio Lia Sacerdote e ringrazio COPE, perché questa è una cooperazione sinergica e virtuosa, che ci porta sicuramente a valorizzare alcuni dei principi fondamentali della nostra Costituzione, come quello della tutela dell’infanzia, della gioventù, come quello molto semplicemente dell’uguaglianza, dell’articolo 27, dove si dice che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e che devono tendere alla rieducazione del condannato.” La Cassazione riapre il caso Casamonica sulle celle roventi di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 16 luglio 2026 Degrado al carcere Pagliarelli di Palermo: acqua arrugginita, niente aria d’estate e d’inverno manca il riscaldamento. Il Tribunale di sorveglianza di Palermo dovrà rivalutare l’istanza di Guerrino Casamonica, uno dei capi del clan romano, detenuto nel carcere Pagliarelli del capoluogo siciliano. L’uomo aveva chiesto di detrarre un giorno di pena ogni dieci trascorsi in cella, perché quelle celle, nella sua ricostruzione, violano l’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, la norma che vieta i trattamenti inumani o degradanti. La domanda era stata respinta due volte. La prima sezione penale della Corte di cassazione ha annullato il diniego e ha rinviato gli atti allo stesso Tribunale, che dovrà rifare i conti e motivare in modo diverso. Lo strumento usato dal difensore, l’avvocato Marco Traina, è il rimedio previsto dall’articolo 35 ter dell’ordinamento penitenziario, nato dopo le condanne di Strasburgo all’Italia per il sovraffollamento delle carceri. Per chi è ancora dentro la legge prevede uno sconto di un giorno ogni dieci passati in condizioni degradanti, per chi nel frattempo è uscito un risarcimento in denaro. Casamonica è un detenuto definitivo in fase di espiazione della pena e l’istanza riguarda il periodo trascorso a Pagliarelli tra l’11 agosto 2020 e l’11 marzo 2024. Il primo no era arrivato dal magistrato di sorveglianza il 21 marzo 2025. Il secondo dal Tribunale di sorveglianza, in composizione collegiale, con l’ordinanza numero 1182 del 25 febbraio 2026, depositata l’11 marzo. Quanti metri restano per muoversi - Il cuore della vicenda è una domanda solo apparentemente banale: quanto spazio ha davvero un detenuto per muoversi dentro la sua cella. Il Tribunale ha calcolato che Guerrino Casamonica disponeva di almeno 4,22 metri quadrati a testa, misurati al netto del mobilio fisso. Sopra la soglia dei tre metri quadrati, quindi, quel confine che la giurisprudenza europea considera la linea oltre la quale scatta la presunzione di trattamento inumano. Per arrivare a quel numero, però, i giudici non hanno sottratto i letti singoli, quelli non fissati al pavimento ma comunque ingombranti, che occupano stabilmente lo spazio della cella. Su questo punto il difensore ha giocato la carta principale. Il Tribunale si è appoggiato a una pronuncia delle Sezioni unite della Cassazione, la 6551 del 2021, secondo cui nel calcolo dei tre metri quadrati “si deve avere riguardo alla superficie che assicura il normale movimento e non la superficie calpestabile” e vanno detratti solo gli arredi tendenzialmente fissi al suolo, tra cui i letti a castello. L’avvocato Traina ha obiettato che quella lettura è ormai superata. Ha citato prima la sentenza 18760 del 2023, poi una pronuncia ancora più recente della stessa prima sezione, la 12849 del 3 aprile 2025, per la quale “l’ingombro del letto singolo, pur se amovibile, deve essere scomputato dalla superficie della cella a disposizione del detenuto”, perché si tratta di un arredo che per peso e dimensioni non si sposta con facilità e finisce per comprimere i movimenti di chi vive nella stanza. Il parametro dei tre metri quadrati, ha ricordato il difensore, non è la superficie geometrica della cella ma lo spazio davvero calpestabile, quello che resta libero una volta tolti gli arredi e i letti che occupano il pavimento in modo stabile. Tolti anche quei letti, il conto cambia e i tre metri quadrati rischiano di sparire. La disputa sui centimetri è solo una parte della storia. Il difensore di Guerrino Casamonica ha messo agli atti un elenco di guasti e di mancanze che, presi insieme, disegnano un quadro di degrado. Niente riscaldamento funzionante d’inverno, aerazione dei bagni rotta con ristagno di umidità e cattivi odori, assenza di acqua calda nei bagni delle celle e in lavanderia, docce da cui esce acqua mista a ruggine. A questo si aggiunge una carenza sanitaria concreta: al detenuto non sarebbero stati consegnati gli occhiali da vista che aveva comprato a proprie spese, nonostante il bisogno fosse documentato. Il Tribunale ha risposto affidandosi alla relazione dell’istituto, che racconta un altro Pagliarelli. Da quel documento risulta che Guerrino Casamonica ha partecipato al trattamento rieducativo, ha preso la licenza di scuola media, ha frequentato un corso da pizzaiolo, ha usato il bagno con un aspiratore funzionante il cui guasto sarebbe stato solo temporaneo, ha fatto la doccia tre giorni a settimana e tutti i giorni nei periodi di lavoro, con acqua calda corrente, e ha avuto i cortili a disposizione per almeno otto ore al giorno. Sul freddo, poi, i giudici hanno usato un argomento che il difensore, contattato da Il Dubbio, ha definito “surreale e particolarmente fastidiosa”. Nell’ordinanza si legge che “le caratteristiche climatiche del luogo di ubicazione dell’Istituto di pena non permettono di qualificare positivamente la violazione denunziata in merito all’assenza di riscaldamento”, a meno che il detenuto non soffra di patologie specifiche. Come dire che in Sicilia, terra calda, gli impianti di riscaldamento sono un lusso superfluo. Chi conosce Pagliarelli sa che le cose stanno diversamente. D’inverno nelle celle si patisce il freddo al punto che la direzione, in passato, ha autorizzato i detenuti a farsi arrivare da fuori dei giubbotti pesanti. D’estate, come in queste giornate roventi, il problema si rovescia e nelle celle si soffoca. Dai rubinetti esce acqua sporca di ruggine, l’acqua calda spesso manca, i ventilatori dei bagni senza finestre restano fermi, i citofoni delle sezioni non funzionano. Cosa dovrà rifare il Tribunale - C’è poi il nodo dei cosiddetti fattori compensativi. Quando lo spazio scende sotto i tre metri quadrati scatta una presunzione forte di violazione, che può essere superata solo da circostanze eccezionali: molte ore fuori dalla cella, lavoro e attività reali e continue, condizioni igieniche di buon livello. Secondo il difensore il Tribunale si è accontentato dell’esistenza sulla carta di una saletta della socialità, di qualche evento di intrattenimento e degli impianti, senza verificare quanto e con quale qualità Guerrino Casamonica ne abbia davvero usufruito. E ha ignorato che l’acqua fredda, le docce arrugginite e la ventilazione guasta rendono quegli stessi impianti inservibili a bilanciare alcunché. Il difensore ha costruito il ricorso su quattro punti. Il primo sul calcolo dei metri quadrati. Il secondo sulla soglia dei tre metri e sui fattori compensativi. Il terzo sul silenzio del Tribunale davanti alle carenze strutturali del carcere. Il quarto sulla natura stessa del rimedio, che deve restare effettivo e non svuotato da un’interpretazione così restrittiva da chiedere al detenuto una prova quasi impossibile. La prima sezione ha accolto il ricorso e ha annullato l’ordinanza con rinvio. La formula è secca: nuovo esame al Tribunale di sorveglianza di Palermo. Le motivazioni della Cassazione non sono ancora depositate. Quando arriveranno, il collegio palermitano dovrà fissare una nuova udienza, probabilmente entro novembre, e questa volta dovrà spiegare con precisione come ha misurato lo spazio, se e quanto Guerrino Casamonica abbia davvero goduto delle attività citate nella relazione, e perché i guasti e le mancanze denunciati non inciderebbero sulla dignità di chi sta dentro. Resta un paradosso. La vicenda porta il cognome di una delle famiglie più note della cronaca criminale romana, eppure la questione è quella di sempre e riguarda chiunque finisca in una cella: quanti centimetri servono per non essere trattati come cose. La risposta, per ora, torna al tribunale. Lucca. Si impicca in una cella del carcere più affollato d’Italia di Jacopo Storni Corriere Fiorentino, 16 luglio 2026 L’uomo aveva 23 anni ed era in isolamento. Nella struttura 100 detenuti invece di 33. Era da solo in una cella del carcere San Giorgio. Lo hanno trovato ieri mattina senza vita intorno alle 8. Da una prima ricostruzione sembra che si sia impiccato. Aveva 23 anni, era originario del Bangladesh ed era entrato il 2 luglio nel carcere di Lucca a seguito di un’ordinanza di custodia cautelare per furto. A dare l’allarme ieri mattina sono stati gli agenti di polizia penitenziaria. Subito è intervenuto il medico che ha inutilmente tentato di rianimare l’uomo. Si sta adesso cercando di chiarire le cause della morte, e nel caso fosse confermato il suicidio, i motivi del gesto estremo. Sembra che negli ultimi giorni sia stato messo in cella da solo perché era particolarmente aggressivo verso gli altri e per questo gli altri detenuti avevano protestato chiedendo di allontanarlo. Era stato sottoposto a visita psichiatrica, ma gli accertamenti eseguiti avevano escluso patologie. “Mi trovo a commentare l’ennesimo gesto anticonservativo avvenuto in questi anni nelle nostre carceri toscane - le parole di Enrico Vincenzini di Antigone, l’associazione che si occupa dei diritti dei detenuti - Questa volta il suicidio è avvenuto nel carcere di Lucca, una delle poche realtà penitenziarie che negli ultimi anni non era stata teatro di analoghi episodi. Senza voler trarre conclusioni sulle cause che possono aver spinto ad un gesto tanto estremo quanto drammatico, il triste episodio è l’ennesimo e più grave campanello d’allarme della situazione del carcere di Lucca di cui le istituzioni - a partire da quella locale - sembrano non volersi occupare. La Casa Circondariale di Lucca, che negli anni si era contraddistinta per un approccio risocializzante virtuoso rispetto ad altre realtà, si è trasformata in una struttura ingestibile ed oggi è la più sovraffollata di Italia con tassi oltre il 250%. Eppure, il consiglio comunale di Lucca non ha rimpiazzato il Garante dei detenuti (che ha dato le dimissioni ormai nove mesi fa), a dimostrazione del fatto che la dignità e le condizioni disumane di vita delle persone detenute non trovano posto nelle attenzioni delle istituzioni, anche in un momento così manifestamente drammatico per numeri ed episodi autolesionistici”. Il carcere San Giorgio è nato per ospitare 33 detenuti ma attualmente ne ospita quasi 100. E Giulia Gambardella ha lasciato l’incarico di Garante per i detenuti ormai otto mesi fa, a novembre 2025. Il successore non è stato individuato e a questo punto se ne parlerà a settembre. Nei giorni scorsi Rifondazione comunista ha chiesto al Comune di procedere “senza ulteriori ritardi alla procedura di nomina del nuovo Garante. Il rispetto della dignità delle persone detenute e dei principi sanciti dalla Costituzione non possono passare in secondo piano. Rinviare ancora la nomina significa indebolire uno dei pochi strumenti di garanzia a disposizione di chi è recluso”. Lecce. Detenuto 35enne salentino è morto in carcere per sospetta overdose Gazzetta del Mezzogiorno, 16 luglio 2026 Un detenuto di 35 anni, salentino, è morto oggi nel carcere di Lecce per sospetta overdose. A denunciarlo è il Sindacato polizia penitenziaria (Spp), secondo il quale si tratta della terza vittima per droga, dopo quelle registrate fra aprile e maggio scorso, all’interno dello stesso istituto penitenziario. Per il segretario generale, Aldo Di Giacomo, l’episodio rappresenta “la tragica conferma di quanto denunciamo da tempo: la droga circola in grandi quantitativi specie nelle carceri pugliesi, siciliane, lombarde e campane. I tossicodipendenti, più di 20mila detenuti con problemi di dipendenza secondo l’ultima rilevazione statistica del dicembre 2025, rappresentano il 32% del totale e muoiono con maggiore frequenza in carcere rispetto ai decessi che avvengono fuori”. “Gli istituti penitenziari - aggiunge il sindacalista - sono diventati le più grandi ‘piazze di spacciò nel Paese. Noi da tempo abbiamo messo in guardia sul nuovo corso della ‘mafia 2.0’, che non è possibile contrastare con l’assunzione di poche decine di agenti penitenziari”. Per Di Giacomo “non per tutti i detenuti l’approvvigionamento di droga è complicato: i boss e quanti dispongono di aiuti all’esterno sono privilegiati e usano le droghe per ricattare. Una situazione che ha superato ogni limite al punto che alcuni istituti per ‘trafficò superano persino le piazze di spaccio di grandi città”. “La proposta del ministro Nordio di coinvolgere il mondo delle comunità per ridurre il sovraffollamento degli istituti penitenziari - conclude il sindacalista - per quanto riguarda i detenuti che devono scontare gli arresti domiciliari ma non hanno un proprio domicilio e quelli tossicodipendenti, non può avere alcun effetto tenuto conto che sinora quelli affidati a comunità sono poche centinaia e non possono essere più numerosi”, per questo è necessario “un piano straordinario mettendo in campo innanzitutto personale medico e paramedico specializzato”. Firenze. “Meglio morire qui che nell’inferno di Sollicciano” di Jacopo Storni Corriere Fiorentino, 16 luglio 2026 Madonnina del Grappa, parla l’87 enne che era recluso. Cammina claudicante e appena può si mette a sedere sul divano in pelle marrone di Casa Caciolle, la struttura di Rifredi, gestita dalla Madonnina del Grappa che ospita i detenuti in semilibertà. Giuseppe De Rosa, 87 anni, nell’ultima settimana ha vissuto a Sollicciano, nonostante l’età e nonostante i suoi problemi di salute dopo che è diventata definitiva una condanna. Ha una maglietta bianca e azzurra a righe, i pantaloni corti e un paio di mocassini di fortuna di due numeri più grandi del suo 41. Non soltanto cammina con difficoltà ma ha problemi a mangiare cibi solidi, sia perché non ha denti, sia perché ha criticità nella deglutizione. Parla napoletano strettissimo, non è semplice riuscire a capire quello che dice. Sicuramente è molto felice di essere qui: “Finalmente un luogo normale, un posto fresco, non come quell’inferno che ho vissuto a Sollicciano. Meglio finire qui la vita che lì”. Era arrivato nel penitenziario fiorentino per una condanna definitiva di un anno, in seguito a un furto di vestiti in una macchina, commesso due anni fa. Una vita randagia, quella di Giuseppe. “Sono cresciuto a Napoli Gianturco, un quartiere difficile, una famiglia povera”. Il signor Giuseppe adesso sorride scoprendo le gengive ma se ripensa alla sua vita, diventa serio: “È stata una vita ai margini della società. Non sono mai andato a scuola, la mia famiglia era povera, non so né leggere né scrivere. Ho una sorella che ha quattro figli ma non li vedo mai”. Diversi decenni fa, ha preso un treno ed è venuto a Firenze. Ed è cominciata la sua vita di espedienti. “La mia specialità è sempre stata quella di rubare dentro le automobili parcheggiate. Non rompevo i finestrini, ma attraverso dei ferri riuscivo ad aprire la portiera”. Per questo è finito più volte a Sollicciano. “Posso dire che ormai il carcere fiorentino lo conosco bene ma non l’avevo mai trovato nelle condizioni in cui si trova adesso, soprattutto per il caldo di questi giorni che sembra quello dell’inferno”. Insieme a lui, ieri pomeriggio negli spaziosi locali di Casa Caciolle, c’era anche il presidente della Madonnina del Grappa, nonché ex cappellano di Sollicciano, don Vincenzo Russo che ha preso a cuore l’uomo: “La permanenza qui, nella struttura di Casa Caciolle, non può che essere provvisoria perché l’uomo è molto anziano ed ha fragilità importanti”. Ecco perché, proprio dalla Madonnina del Grappa, stanno adesso pensando al trasferimento nella Rsa Le Casette, sempre a Rifredi. Reggio Calabria. A San Giorgio Morgeto si valorizza il lavoro in carcere di Marco Belli gnewsonline.it, 16 luglio 2026 È stata inaugurata domenica scorsa a San Giorgio Morgeto (Rc) la nuova Sala Consiliare, realizzata all’interno dell’ex Convento dei Domenicani grazie alla collaborazione tra il Comune e la Casa di reclusione di Laureana di Borrello “Luigi Daga”. Alla cerimonia hanno preso parte, fra gli altri, il capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria Stefano Carmine De Michele, il provveditore regionale dell’Amministrazione Penitenziaria per la Calabria Lucia Castellano e il vicesindaco di San Giorgio Morgeto Luciano Carere. “Un esempio concreto di come il lavoro possa diventare uno strumento di riscatto, inclusione e restituzione alla comunità”, lo ha definito il capo del DAP De Michele, rimarcando il significato dell’iniziativa come concreta espressione della funzione rieducativa della pena. Gli ha fatto eco il provveditore Castellano, che ha evidenziato il valore dell’opera definendola “un lavoro vero, frutto di professionalità e collaborazione tra istituzioni” e sottolineando come il risultato dimostri pienamente la valorizzazione delle competenze maturate negli istituti penitenziari. Il vicesindaco Carere, ricordando la collaborazione instaurata con la casa di Reclusione di Laureana di Borrello all’origine del progetto, ha evidenziato il valore del rapporto tra amministrazione comunale e istituzione penitenziaria nel perseguimento di obiettivi condivisi di interesse pubblico. Sull’iniziativa è intervenuta anche la Garante regionale dei diritti delle persone private della libertà personale della Calabria nonché Coordinatrice nazionale del Forum dei Garanti regionali, Giovanna Francesca Russo, che ha espresso apprezzamento, in generale, per le recenti iniziative promosse dal Dipartimento e dal Provveditorato della Calabria, definendole “segnali concreti di una nuova cultura penitenziaria”. Oltre al progetto realizzato a San Giorgio Morgeto, la Garante ha richiamato i lavori in corso presso la Casa circondariale di Cosenza per la rimozione dei pannelli in plexiglas installati nelle sale colloqui: “Intervento che dimostra come sia possibile coniugare pienamente dignità della persona, sicurezza e legalità, nel solco dell’articolo 27 della Costituzione”. In conclusione, la Garante ha definito l’esperienza maturata in Calabria “un modello di cooperazione istituzionale esportabile a livello nazionale”, ribadendo che “la piena attuazione della Costituzione passa dal dialogo, dalla competenza tecnica e dalla responsabilità condivisa, non dalle contrapposizioni”. Siena. “Vite Libera” (dal carcere), da detenuti a sommelier di Lorenza Cerbini Corriere della Sera, 16 luglio 2026 Il percorso formativo avviato nell’istituto di Siena a cura dell’associazione italiana (Ais). Già cinque diplomi nell’ambito del progetto di reinserimento sociale e lavorativo. L’obiettivo è esportare il format in altre strutture: “Pronti per ristoranti e cantine”. “Noi toscani siamo campanilisti. Prediligiamo i rossi con un’alta percentuale di Sangiovese. Tuttavia, durante il corso da sommelier ho scoperto un mondo nuovo e se oggi mi offrono un bianco Chablis non lo rifiuterò”, dice S.A. “Un vino che mi è piaciuto? Un bianco alsaziano da uve attaccate dalla Botrytis cinerea, la muffa nobile”, dice F.G. Siena, Casa Circondariale Santo Spirito. Maglietta nera indosso, S.A. e F.G. sono due dei cinque detenuti che da poche settimane si sono diplomati sommelier Ais. Sanno tutto (o quasi) di potature, territorio, uvaggi nazionali e internazionali, vendemmie e vinificazioni, di bollicine metodo Charmat e metodo Classico. Hanno superato l’esame scritto e orale richiesto dall’Associazione italiana sommelier per entrare nella sua grande famiglia e si vantano di essere stati i primi a farlo “all’interno di un penitenziario dove di norma non entrano né bicchieri di vetro né prodotti alcolici - dice F.G. - e figuriamoci i cavatappi appuntiti”. Sangiovese, Merlot, Pinot Grigio, Verdicchio, Sforzat, Sciacchetrà e pure una bottiglia di Champagne hanno varcato la soglia del carcere senese per essere degustati dai detenuti che hanno aderito al progetto “Vite Libera” con “la convinzione che questo diploma ci sarà utile una volta fuori da qui”, dice S.A. Trenta le lezioni tenute dai sommelier Ais, una didattica preparata ad hoc (tutto il programma dei tre livelli ufficiali) quindi una lunga pila di libri da studiare. “Il corso è durato sei mesi e la difficoltà maggiore è stata trovare la giusta concentrazione per studiare, per nulla facile in un luogo come questo dove si possono avere giornate davvero negative”, dice A.S. Il progetto “Vite Libera” è nato come un inedito, prima volta di un corso da sommelier nel carcere di Siena, una scommessa per Graziano Pujia, direttore della Casa Circondariale toscana, ma anche ex socio Ais, convinto che “insegnando a bere solo di qualità si possano recuperare le persone per poi inserirle in un nuovo percorso lavorativo”. Il settore vitivinicolo italiano è oggi carente di manodopera, come pure quello della ristorazione. “I detenuti selezionati si sono appassionati al corso sin dalla prima lezione e oggi potrebbero essere utilizzati come sommelier di sala nei ristoranti e nei grandi eventi di promozione del vino, ma anche in cantina per la competenza specifica acquisita”, dice Pujia. Provato un po’ di timore? “Solo durante l’esame davanti a Sandro Camilli, il presidente nazionale Ais, giocava un ruolo l’emozione. Ringraziamo soprattutto Marcello Vagini, vicepresidente Ais Toscana, per averci aperto la sua cantina - dicono i detenuti - e portato i nettari migliori”. Tra pochi mesi S.A. dormirà nella sua casa e tornerà al suo mestiere. “Montavo mobili e ho avuto anche una mia ditta di trasporti. Tuttavia non intendo perdere le conoscenze acquisite e se prima mi annoiavo sentendo parlare un amico sommelier di colore, profumo e tannini, adesso lo sfiderò avendo la tecnica e la giusta conoscenza per valutare un vino dal punto di vista visivo, olfattivo e degustativo”. I tempi per la libertà si allungano invece per F.G. che sta studiando per laurearsi in Scienze politiche. “A fine luglio darò Sociologia e se prendo meno di ventotto non sarò contento, mi sciuperebbe la media del trenta”. La tesi? “Sui percorsi riabilitativi da un punto di vista giuridico e spirituale all’interno delle strutture detentive”. Intanto Pujia e Cristiano Cini, presidente Ais Toscana, stanno lavorando a un “Vite Libera.2”: un format “esportabile in altre strutture penitenziarie italiane, a dimostrazione di come la cultura del vino possa generare un reale impatto sociale e inclusivo”, dicono. Cosa berrà S.A. una volta fuori dal carcere? “Un bel passito e semmai anche un Amarone che davvero non conoscevo”, dice. E dà appuntamento al 22 dicembre quando, questa volta nella veste di attore, sarà sul palco del Teatro dei Rozzi di Siena per la replica di “Un bar di paese”, opera vincitrice del Premio Maurizio Costanzo per il teatro in carcere andata in scena in prima nazionale al Teatro Parioli di Roma. E davvero ci sarà da brindare. Catania. Così i detenuti diventano guide museali 9colonne.it, 16 luglio 2026 Da aprile a giugno dodici persone in esecuzione penale esterna hanno preso parte al progetto “Giustizia e Cultura in Dialogo”, un percorso di formazione e inclusione promosso dall’Ufficio Distrettuale di Esecuzione Penale Esterna (Udepe) di Catania per favorire responsabilizzazione, crescita personale e reinserimento sociale attraverso la valorizzazione del patrimonio culturale. L’iniziativa ha alternato momenti formativi ed esperienze pratiche, consentendo ai partecipanti di acquisire competenze culturali di base e di confrontarsi direttamente con i temi della tutela, della valorizzazione e della mediazione del patrimonio. Il percorso si è concluso con il raggiungimento dell’obiettivo più significativo del progetto: trasformare i partecipanti in guide museali, chiamate a condurre visite e a dialogare con il pubblico. Un’esperienza che ha permesso di rafforzare il senso di responsabilità, recuperare relazioni sociali e sperimentare concretamente nuove opportunità di reinserimento. Sede dell’intero progetto è stato il Museo dei Saperi e delle Mirabilia Siciliane dell’Università di Catania, che ha recentemente sottoscritto un protocollo d’intesa con l’UDEPE. Ospitato nel Palazzo centrale dell’Ateneo, il museo ha rappresentato il luogo in cui tradurre in pratica i principi alla base dell’iniziativa - etica, legalità, conoscenza, appartenenza e cittadinanza attiva - offrendo ai partecipanti uno spazio di apprendimento, confronto e crescita. L’iniziativa si è svolta con il patrocinio dei Rotary Club Catania Europa Etica e Legalità e Catania Bellini, che hanno sostenuto i costi assicurativi del progetto, e della Delegazione FAI di Catania. L’iniziativa è stata presentata questa mattina nell’aula magna del Rettorato, nel corso di una conferenza stampa che ha riunito i promotori del progetto e i partner coinvolti. Ha aperto i lavori la prorettrice Lina Scalisi, che ha evidenziato il valore simbolico e sociale dell’esperienza. “Il progetto coinvolge il nostro patrimonio culturale in un luogo simbolo, parte del grande Sistema museale d’Ateneo. Grazie al lavoro della professoressa Germana Barone, al supporto del rettore Enrico Foti e di questa Governance, questa esperienza ha trovato spazio proprio all’interno del Museo nel cuore di Unict: un progetto che punta al recupero e al reinserimento della persona, accompagnandola in un percorso di restituzione alla società. È una sperimentazione virtuosa, innovativa e creativa, che porta chi vi partecipa a sentirsi parte di una comunità piena, in dialogo con quel mondo esterno che aveva lasciato, e a recuperare una fase spesso travagliata del proprio percorso. Credo che di fronte a esperienze come questa l’Università cominci a svolgere la sua missione più importante: non soltanto trasmettere sapere, ma essere veicolo di inclusione concreta, di miglioramento per il territorio e per la vita delle persone”. A illustrare le finalità del percorso è stata quindi la direttrice dell’UDEPE di Catania, Maria Pia Fontana, che ha ricordato il ruolo dell’Ufficio nell’esecuzione delle misure e delle sanzioni Area per la Comunicazione UFFICIO STAMPA Via Fragalà, 10 - 95124 Catania - Tel. 095 4788015/018 e-mail: stampa@unict.it - www.unict.it alternative o sostitutive alla detenzione. “Il nostro target di utenza è purtroppo segnato dall’errore penale e, nella maggior parte dei casi, questo “deragliamento” si accompagna a povertà culturale, forte svantaggio sociale e reale mancanza di opportunità. Per questo il progetto si pone come estremamente sfidante: riportiamo nel luogo simbolo della cultura, il museo, persone che prima d’ora non vi erano mai entrate, cercando di farle permanere e di creare con esso un legame di affiliazione quasi affettivo. Si è così attivato un senso di appartenenza al territorio, che va ben oltre le nostre aspettative, valorizzando le componenti sane della propria identità e orientando verso una cittadinanza attiva: il patrimonio culturale va curato, e questa cura è propedeutica alla cura di sé, della comunità e alla restituzione positiva dell’errore commesso”. La direttrice dell’UDEPE ha quindi tracciato un primo bilancio dell’iniziativa. “A oggi i risultati ottenuti sono superiori alle aspettative. Ci attende ora una sfida ancora più grande: mettere in scena le nuove capacità e i nuovi apprendimenti maturati nel corso dell’esperienza. Questa prima fase ci ha già dato la misura della bontà dell’idea, che ha legato le persone al territorio, rafforzandone l’identità e facendo leva sulla considerazione positiva di sé, rispecchiata in quella degli altri. Più fiducia riusciamo a costruire, più possiamo sperare che queste persone riescano davvero a risalire la china e a riprendere un percorso di legalità e cittadinanza attiva”. Ha concluso gli interventi la direttrice del Museo dei Saperi e delle Mirabilia Siciliane, Germana Barone, che ha ricondotto il progetto alla vocazione stessa del museo. “Questa attività nasce dall’incontro tra persone sensibili, capaci di condividere una visione comune. E non è un caso che sia stata scelta come sede “Mirabilia”: un luogo che fin dalla sua nascita ha fatto propria l’idea di museo come spazio vivo di condivisione, dove la conoscenza si costruisce ascoltando il territorio e le sue esigenze. Un museo che cambia continuamente, che respira in una dinamica costante di ascolto, partecipazione e coprogettazione”. Dopo gli interventi di Serafina Lentini del Rotary Club Catania Bellini, di Giuseppe Laudani del Club Catania Europa - Etica e Legalità e di Marilisa Spironello del FAI, la professoressa Barone ha richiamato quello che considera il risultato più significativo dell’intero percorso, prima di accompagnare i presenti in una visita guidata al museo. “Al di là del riscontro ampiamente positivo emerso dai questionari, il segnale più importante è il cambiamento che ho visto negli sguardi dei partecipanti. Dal primo all’ultimo incontro, quegli occhi sono cambiati. All’inizio c’era timore: la sfida era nuova e nessuno di noi conosceva l’esito di questo percorso. Ma grazie all’accompagnamento di tutti i docenti e del personale tecnico-amministrativo dell’Università coinvolto nell’iniziativa, quel timore si è trasformato in fiducia: è cresciuto un rispetto autentico dei ruoli, delle scadenze, dei compiti, non semplici regole, ma parte viva del senso stesso di questo progetto”. Milano. “Così InGalera serviamo la libertà” di Martina Liverani La Repubblica, 16 luglio 2026 Quando la chiamano Nonna Galeotta, Silvia Polleri sorride. Ex educatrice e imprenditrice sociale, dal 2004 collabora con il carcere di Bollate, dove ha avviato prima un catering di eccellenza e poi, nel 2015, ha aperto InGalera, il primo ristorante al mondo con sede in un istituto penitenziario, gestito da detenuti e aperto al pubblico. “Sono stati undici anni di cammino molto impegnativo, dico sempre che la gestione di un ristorante è uno dei rischi d’impresa più alti: lo vediamo anche in città, tenere duro con costanza non è facile, figuriamoci in un carcere”. Oggi InGalera è un indirizzo consolidato, recensito anche dalle più importanti guide di settore. E su Rai Play un documentario ne racconta la storia “Spesso arrivano ospiti dopo aver letto di noi. Seguono il navigatore fino al cartello Casa di Reclusione, vedono la guardiola e telefonano perplessi dicendo che deve esserci un errore perché sono davanti al carcere. Io rispondo: nessun errore, dovete entrare”. Perché proprio la ristorazione e non un altro lavoro, per le persone detenute? “Penso che la ristorazione sia particolarmente funzionale a chi ha trasgredito le regole. Non c’è lavoro più prescrittivo della cucina, ma allo stesso tempo è creativo e pieno di stimoli per chi vive chiuso in un carcere. E poi la ristorazione non è solo cucinare. C’è una cosa che solo gli esseri umani sanno fare ed è accogliere l’altro. Per questo i detenuti si occupano anche della sala”. Oggi chi lavora a InGalera? “Oggi in cooperativa tra catering, bar e ristorante lavorano 14 persone, di cui 9 a InGalera. Il maître è una persona esterna, perché deve gestire il denaro e chi è in esecuzione di pena non può farlo direttamente. Noi versiamo gli stipendi alla direzione del carcere, che poi li riversa sui conti correnti dei detenuti. Oltre al ristorante gestiamo anche un piccolo caffè non aperto al pubblico, dedicato ai colloqui tra detenuti e familiari. È un momento delicatissimo e con un panino, una pizzetta, un gelato o qualche caramella, si prova almeno un po’ l’idea di essere fuori dalla prigione”. Uomini e donne lavorano insieme? “Nelle carceri italiane la promiscuità è proibita e questo vale anche per il lavoro. Ora, però, abbiamo una ragazza in cucina, la prima. Non ho scelto io di lavorare solo con uomini: quando sono arrivata, nel 2004, Bollate era un carcere esclusivamente maschile. La sezione femminile è arrivata solo nel 2008 e non era possibile costruire due percorsi paralleli”. Chi frequenta InGalera? “Abbiamo scelto da subito di essere un ristorante di fascia medio-alta. La sera vengono soprattutto adulti, a pranzo, invece, proponiamo un menu a 15 euro e arrivano spesso le scuole superiori. Il menu cambia ogni trimestre, sia alla carta che percorsi di degustazione e c’è anche un menu di cucina tipica milanese. Dal 2023 abbiamo un dehors, che in carcere è quasi un ossimoro, infatti lo abbiamo chiamato Sprigioniamoci”. Come si prenota e come si entra al ristorante? “Il carcere è composto da una prima area, oltre la guardiola, dove si entra solo con un permesso di accesso. Poi c’è la grande porta carraia, che introduce al secondo muro. Noi siamo in questa prima area, a dieci passi dalla porta carraia. Un detenuto ammesso al lavoro esterno, autorizzato a uscire dalla porta carraia, aspetta gli ospiti alla guardiola con l’elenco dei prenotati e li accompagna fino al ristorante. A fine cena li riaffida al poliziotto di guardia. Per questo gestiamo le prenotazioni direttamente e non tramite siti o app, devo parlare con le persone avere un numero di telefono o una email”. Nel 2016 il New York Times la definì una donna visionaria, qual è stata a oggi la forza del progetto? “In questi anni sono passati da noi migliaia clienti e la stragrande maggioranza non sapeva che cosa fosse davvero un istituto penitenziario né un percorso di espiazione della pena. InGalera genera una curiosità enorme, poi quando le persone escono da qui, riflettono. Ho toccato con mano quanto sia ancora forte lo stigma che la società attribuisce a chi è in prigione. La giustizia dà una pena, ma spesso la società dà un fine pena mai e quando esci, diventa difficile trovare una casa in affitto, un lavoro, una possibilità vera. Allora mi è venuto proprio il gusto di ribaltare la realtà. Ho voluto chiamarlo InGalera, ho lottato con le istituzioni per quel nome, perché volevo attirare la società esterna dentro il carcere, per mostrare cos’è un carcere.”. Dopo 11 anni è un esperimento che ha funzionato? Ci sono storie che lo dimostrano? “Di storie di successo, per fortuna, ne ho tantissime. C’è un uomo che ha guidato la brigata del ristorante di un hotel prestigioso o un altro che, dopo la pena, è andato su una nave da crociera a lavorare come sommelier. Quello che mi interessa di più è trasmettere la cultura del lavoro e l’orgoglio di appartenenza. Tutti noi, anche se non finiamo in prigione, abbiamo bisogno di sentire di appartenere a qualcosa, di fare un lavoro che ci piace e in cui riconoscerci. È giusto fermare chi ha trasgredito le regole, ma un altro carcere deve essere possibile. Ecco perché io agli ospiti del ristorante devo dire “Benvenuti InGalera”, non lo ha mai detto nessuno". Latina. Caritas Diocesana: "Diritti, clemenza e umanità nelle carceri Italiane" news-24.it, 16 luglio 2026 Si è svolto nella Sala Cambellotti della Provincia di Latina l’incontro dal titolo “Diritti, clemenza e umanità nelle carceri italiane”, promosso dalla Caritas diocesana di Latina nell’ambito della giornata nazionale di mobilitazione dedicata alla condizione dei detenuti nelle carceri italiane. L’iniziativa aderisce alla mobilitazione promossa dall’Alleanza per l’articolo 27 della Costituzione, la rete nata a Roma che riunisce associazioni e realtà impegnate nel mondo penitenziario con l’obiettivo di richiamare l’attenzione delle istituzioni e dell’opinione pubblica sulle criticità del sistema carcerario italiano, dal sovraffollamento alle condizioni di vita dei detenuti, fino al tema della rieducazione e del reinserimento sociale previsto dalla Costituzione. Ad aprire l’incontro è stato il saluto del vescovo della diocesi di Latina-Terracina-Sezze-Priverno, mons. Mariano Crociata, che ha invitato a superare la tentazione del giustizialismo e della vendetta, riportando il dibattito sul terreno della dignità della persona e del senso autentico della giustizia. “I principi e i valori a cui la Costituzione si ispira si riconducono alla dignità di ogni essere umano, di ogni persona, al di là di tutto, perfino del male compiuto”, ha affermato il vescovo, sottolineando come “nessun essere umano finisce mai di essere persona”. Crociata ha quindi evidenziato come la sofferenza inflitta a chi ha commesso un reato non possa rappresentare una forma di riparazione: “Il male e la sofferenza inflitti a un colpevole non ripagano mai di niente, non soddisfano nessuna esigenza di equità, non alleviano alcuna sofferenza e non riparano alcun danno subito”. Parole nette anche sul ruolo che il carcere dovrebbe svolgere nella società e sulla necessità di interrogarsi sull’efficacia dell’attuale sistema penitenziario: “Mi colpisce la constatazione che il carcere produce una percentuale molto alta di recidivi. È il segno che la sua struttura attuale è ben lontana dall’essere idonea a raggiungere quegli obiettivi di rieducazione e di nuova socializzazione che la Costituzione gli assegna”. Nel suo intervento il presidente della Commissione degli Episcopati dell’Unione Europea ha infine invitato a considerare il tema delle carceri non come una questione che riguarda esclusivamente i detenuti, ma l’intera società: “Parlando dei detenuti parliamo di noi tutti, della società in cui viviamo, perché le nostre vite e i nostri pensieri sono intrecciati molto di più di quanto immaginiamo”. “Occuparsi delle condizioni di vita dei carcerati non è solo un atto di umanità e di solidarietà - ha concluso Crociata - ma ci costringe a riflettere sul modo in cui viviamo e ci poniamo in relazione gli uni con gli altri, per costruire insieme un modo più umano e positivo di stare in società e di fare comunità”. Roma. “Raffaello in carcere”, 100 detenuti di sei istituti di pena rivisitano un’opera del Maestro vita.it, 16 luglio 2026 La tela di 8x3 metri sarà esposta nella Sala del Mappamondo di Palazzo del Quirinale fino al prossimo 26 luglio. I partecipanti, guidati dall’artista Mattia Cavanna, hanno reinterpretato il lavoro di Raffaello sostituendo ai filosofi dell’antichità i propri modelli di riferimento, tra cui Fabri Fibra, Bob Marley, Nina Simone, Amy Winehouse, Diego Armando Maradona, Nelson Mandela, Rosa Parks, Rita Levi-Montalcini e Alda Merini. La Fondazione Francesca Rava ha presentato l’opera “(Cercare) Raffaello in carcere”, realizzata nell’ambito del progetto Orizzonti della Fondazione e di un laboratorio artistico ideato e realizzato dall’artista Mattia Cavanna insieme a 100 detenute e detenuti, minorenni e adulti, provenienti da sei istituti penitenziari italiani. L’opera, esposta nella Sala del Mappamondo di Palazzo del Quirinale fino al prossimo 26 luglio, è il risultato di un percorso artistico e umano che testimonia il valore dell’arte quale linguaggio universale capace di promuovere inclusione, consapevolezza e dialogo. Erano presenti all’esposizione dell’opera Delfina Boni, project manager del progetto “Palla al Centro” di Fondazione Francesca Rava; Mattia Cavanna, ideatore e realizzatore dell’opera; Giovanni Ottonello, direttore dell’Accademia di Como Aldo Galli; Tiziana Benzi, restauratrice di manufatti tessili; Erminia Contini, presidente dell’Unione nazionale Camere minorili - Uncm; Christian Serpelloni, co-responsabile del Settore penale di Uncm; Francesco Maria Graziano, consigliere della commissione Minori, sport e legalità di Uncm; Eleonora Appolloni, presidente della Camera dei minori e della Famiglia di Roma; Michele Branzoli, coordinatore della sottocommissione Carceri, giustizia e legalità del Rotary distretto 2050. “Da 26 anni la Fondazione Francesca Rava è al fianco di bambini, adolescenti, giovani e donne in condizioni di fragilità in Italia e nel mondo, con l’obiettivo di offrire strumenti concreti di educazione, inclusione ed empowerment, accompagnandoli nella costruzione del proprio percorso di crescita e autonomia”, ha detto Mariavittoria Rava, presidente della Fondazione. “In questa direzione si inserisce anche l’impegno rivolto ai giovani detenuti, attraverso progetti come Palla al Centro, poi esteso ad Orizzonti, che promuovono percorsi educativi, formativi e di reinserimento sociale e lavorativo. Siamo profondamente onorati che l’opera “(Cercare) Raffaello in carcere”, nata nell’ambito di Orizzonti, sia stata presentata al Palazzo del Quirinale: un luogo simbolo delle istituzioni e della cultura del nostro Paese. L’opera rappresenta una testimonianza tangibile di come l’arte possa diventare uno strumento di espressione e dialogo, capace di valorizzare il talento e il potenziale dei giovani detenuti, favorendo un percorso di introspezione, crescita personale, consapevolezza di sé e incontro con la bellezza. Ringrazio tutti coloro che hanno reso possibile questo importante traguardo e che hanno sostenuto il progetto, permettendo a tante detenute e detenuti, minorenni e adulti, di partecipare a un’esperienza artistica e umana di grande valore”. Sei Ipm di tutti Italia coinvolti nel progetto - Il progetto Orizzonti della Fondazione Francesca Rava è attivo presso otto istituti penali per i minorenni - Ipm presenti sul territorio nazionale, grazie alla collaborazione con il dipartimento per la Giustizia minorile e di comunità. Nato come estensione del progetto Palla al Centro, avviato dalla Fondazione nel 2020 presso l’Ipm Cesare Beccaria di Milano, Orizzonti promuove percorsi di inclusione a sostegno dei giovani detenuti attraverso attività educative e formative, laboratori artistici e iniziative di reinserimento sociale e lavorativo, con l’obiettivo di sensibilizzare la comunità sul disagio giovanile e costruire un ponte tra il “dentro” e il “fuori” del carcere, grazie all’ingresso negli istituti penali minorili di centinaia di volontari, al fianco delle coordinatrici del progetto. La collaborazione con Mediobanca ha reso possibile l’estensione del progetto a livello nazionale e lo sviluppo del laboratorio artistico che ha portato alla realizzazione dell’opera. Unica nel suo genere, l’opera “(Cercare) Raffaello in carcere” è una tela di 8 x 3 metri, ispirato al Cartone preparatorio della Scuola di Atene di Raffaello, del quale riprende le dimensioni originali. Realizzata nell’arco di 12 mesi, l’opera rappresenta l’esito di un percorso condiviso di crescita artistica e personale. Dopo aver studiato il capolavoro rinascimentale, i partecipanti lo hanno reinterpretato sostituendo ai filosofi dell’antichità i propri modelli di riferimento: artisti, musicisti, sportivi, scienziati, attivisti e figure simboliche del nostro tempo, accanto a numerosi autoritratti. Tra i protagonisti raffigurati compaiono, tra gli altri, Fabri Fibra, Bob Marley, Nina Simone, Amy Winehouse, Diego Armando Maradona, Nelson Mandela, Rosa Parks, Rita Levi-Montalcini e Alda Merini. I disegni, realizzati con pastelli a cera su scampoli di tela successivamente cuciti a mano grazie al contributo di Accademia di Como Aldo Galli - Ied Network con la docente Tiziana Benzi, hanno dato vita a un’opera collettiva di forte valore simbolico, artistico e sociale, che evidenzia il ruolo dell’arte quale strumento di espressione, crescita e inclusione. L’opera è stata realizzata presso gli Ipm di Milano, Bologna, Roma e Napoli, la Casa circondariale di San Vittore di Milano e la Casa di reclusione di Venezia, grazie alla collaborazione con Liberi Dentro, Federica Berlucchi, Istituto europeo di Design - Ied, Accademia di Como Aldo Galli, Tiziana Benzi e Opera Pia Alberoni. L’esposizione - resa possibile dall’allestimento di Ied Milano, che ha creato anche il sito interattivo attraverso cui approfondire i personaggi dell’opera - è accompagnata da contenuti multimediali realizzati da Vsl Media, che documentano il percorso creativo e umano alla base del progetto. “Per una scuola come Ied è motivo di grande soddisfazione contribuire a un progetto di così alto valore culturale, sociale e umano”, ha commentato Clelia Bergna, industry engagement, career & alumni director di Ied Group. ““Cercare Raffaello - remake della Scuola di Atene - dimostra come il progetto e il design possano diventare strumenti concreti per rendere il patrimonio culturale più accessibile, inclusivo e fruibile da pubblici sempre più ampi. È proprio questa la prospettiva che guida il nostro approccio: mettere le competenze progettuali al servizio della cultura, affinché opere di straordinario valore possano essere vissute e comprese attraverso nuove modalità di esperienza”. Una rappresentanza di giovani detenuti autori della tela avrà la possibilità di visitare l’allestimento presso il Palazzo del Quirinale. La realizzazione di “(Cercare) Raffaello in carcere” è raccontata anche nel podcast in tre episodi “Raffaello in carcere”, a cura di Andrea Borgnino e disponibile su RaiPlaySound. C’era una volta Sandro Margara, il giudice che “trattava i detenuti come persone” di Adriano Sofri Il Foglio, 16 luglio 2026 "Quando c’era Margara!”. Oggi, a Firenze, a dieci anni dalla morte di Alessandro Margara, un nutrito convegno lo ricorda - “Il carcere senza governo. Dal sovraffollamento al degrado, all’emergenza psichiatrica e psicologica, quale riforma della giustizia e della pena?”. Il titolo è stimabile ma, mi scusino i miei amici, anestetico. Avrei preferito, non so: “C’era una volta Sandro Margara”. Renderebbe l’idea di una fiaba, e dell’abiezione della realtà vigente. Indurrebbe i carcerieri di ora a chiedersi che cosa si dirà di loro, quando saranno passati (passeranno, infatti) - e che cosa se ne deve dire intanto, mentre sono in sella. Dieci anni fa, quando è morto, Margara aveva 86 anni. Era stato un uomo giusto - da giudice, da magistrato di sorveglianza, da titolare dell’amministrazione penitenziaria al ministero, da garante dei detenuti per la Toscana, e insomma in ogni cosa in cui si fosse impegnato. Io lo conobbi da prigioniero e poi da libero, e fummo amici. Leggevo di lui che “trattava i detenuti come persone”, e mi interrogavo su una società in cui si elogi qualcuno per essersi comportato normalmente. In cui si consideri normale che si trattino i detenuti come non-persone. Margara era un cattolico di quella buona lana che un paio di generazioni fa hanno fatto grande Firenze - Gozzini, Meucci, Fioretta Mazzei, Balducci, e don Milani, e prima La Pira… Essendo cattolico, lo chiamava “il carcere d. C., dopo Cristo”: intendeva non dopo la nascita, dopo la scomparsa di Cristo. Si deve a lui (e a Franco Corleone) un regolamento carcerario (2000) troppo ragionevole per essere applicato. Prevedeva cambiamenti eversivi come l’installazione di un interruttore per accendere e spegnere la luce nelle celle. Fu partecipe sicuro e tenace della battaglia per riconoscere agli animali umani in gabbia il diritto ai “rapporti affettivi”, dunque ai rapporti sessuali, che lo stato e i suoi responsabili ritenevano (lo ritengono ancora, benché qua e là abbiano fatto buon viso) un lusso superfluo da cui escludere i dannati. Anzi: il cuore della reclusione. Io, che dalla più facile situazione di detenuto potevo concedermi un tono scanzonato nei confronti delle autorità, fui sempre stupito dalla spontanea assenza di qualunque soggezione nei confronti dell’autorità da parte di Margara, in proporzione inversa al rango e alla pompa di quelle autorità. Mi ricordo la naturalezza con cui dichiarò che a proposito della carenza di organici della polizia penitenziaria valesse la pena di verificare quanti fossero in malattia o in permesso sindacale o elettorale. Si aprì il cielo, e lui fu buttato di sotto. Il ministro Flick, che può vantarlo a buon diritto, lo aveva nominato alla direzione del Dap nel 1997, all’indomani della improvvisa tragica morte di Michele Coiro; appena un anno e mezzo dopo il ministro Oliviero Diliberto, Dio lo perdoni, lo licenziò in tronco, per il plauso dei sindacati della polizia penitenziaria. “Occorrerebbe una giusta causa: non la trovo”. Venne Gian Carlo Caselli, che non lasciò altro segno fuori da questa accettazione. Margara si accomiatò dal rango ministeriale con una lettera aperta memorabile. Cominciava così: “Lei, signor ministro, mi ha offerto in cambio la presidenza di una commissione ministeriale per la riforma dell’ordinamento penitenziario. Mi chiedo chi le abbia dato questa stravagante idea. L’ordinamento penitenziario ha da rivedere solo alcuni articoli, ma su questi funziona già da alcuni mesi la commissione presieduta dal prof. Fiandaca e ai cui lavori ho partecipato. Per il resto, l’ordinamento penitenziario non è tanto da modificare, quanto da attuare, perché è in gran parte inattuato. Era questo che faticosamente cercavo di fare…”. Era stato magistrato di sorveglianza a Bologna e poi a Firenze, tornò a farlo a Firenze, fino all’imminente pensione. Poi presiedette la fondazione Michelucci, e dal 2011 al 2013, grazie all’impegno di Enrico Rossi, fu nominato garante regionale delle persone detenute - gli successe Corleone. Nel 2014 morì sua moglie, e fu il dolore più grande. Margara era di quelli per i quali la gioia del matrimonio non finisce, e di quelli che detestano l’ergastolo, l’idea di una pena che non finisca mai. E tanto più l’eccezione divenuta regola e sregolatezza dell’ergastolo ostativo, e del 41 bis. Una volta stabilito che cosa fosse giusto (infatti non era un fanatico) non gli passava per la testa di trovare modi edulcorati per dirlo. Libero, lo incontravo in piazza San Marco, a due passi dall’ufficio di Sorveglianza, a due passi dalla via Cavour in cui oggi sarà ricordato: a volte andavamo a conversare nel chiostro del convento, quello del Beato Angelico. Era ironico, serio, rigoroso, buono, e uomo di principii - di buoni principii. Un’antologia di suoi scritti, “La giustizia e il senso dell’umanità”, a cura di Franco Corleone, uscì nel 2015 per la Fondazione Michelucci. Genova per noi, memoria senza pace 25 anni dopo di Giuliano Santoro Il Manifesto, 16 luglio 2026 Due libri per ricordare. E domani l’inserto del manifesto. “Il G8 di Genova. Ieri, oggi, domani” (Tab edizioni) di Vittorio Agnoletto e “Nessun rimorso Reloaded” (Coconino), un volume collettivo promosso da Supporto Legale. Ricordare il G8 di Genova dopo un quarto di secolo parlando quasi soltanto di “repressione” significa compiere un doppio errore. Da una parte, si finisce per cancellare la ricchezza di quel movimento e la sua capacità di ricostruire una vera e propria nuova forma della politica. Dall’altra, si ricorre a un termine abusato rischiando di normalizzare la violenza di Stato e media contro quel movimento: in quei giorni ci fu una guerra contro cittadini inermi che anticipò le operazioni militari degli anni a venire. Per evitare questo doppio rischio, insomma, bisogna considerare i due piani della mobilitazione e della guerra che venne scatenata contro di essa. Ci prova Vittorio Agnoletto in “Il G8 di Genova. Ieri, oggi, domani” (a cura di Mario Scagnetti, Tab edizioni, pp. 124, euro 13) un testo che ha la forma di un dialogo che prova a fare la sintesi di quelle giornate e che soprattutto mira a proiettarle ai giorni nostri. “Tornare ancora su Genova ha senso se ci è utile per capire come muoverci oggi, se ci può insegnare qualcosa. - afferma Agnoletto - Ho compiuto le mie scelte, ora la storia ha voltato pagina e siamo in un’altra dimensione, ma il nostro impegno continua e i nostri obiettivi finali non cambiano”. Per l’allora portavoce del Genoa social forum si tratta di utilizzare il concetto gramsciano di egemonia: allora come oggi si tratta di raccontare il mondo in forma diversa, tramite le lotte e l’organizzazione dal basso, per arrivare alla vita quotidiana delle persone. Ciò che spaventò il potere, sostiene Agnoletto, fu la capacità dei movimenti di costruire connessioni e alleanze senza mortificare la loro identità. Venticinque anni fa ci si batteva contro il neoliberismo, che oggi utilizza il protezionismo e il ritorno agli Stati-nazione per continuare a sottomettere la vita al profitto. In fondo, la violenza del potere di Genova fu un’anticipazione anche in questo senso, perché quando il dominio del profitto viene disvelato, con le lotte e la documentazione rigorosa, nella sua natura del tutto ideologica e dispotica, salta il gioco sulla neutralità del mercato o sulla natura collaterale dello Stato. Al contrario, come dimostra l’estrema destra al governo in molti Paesi, lo Stato funziona come articolazione nazionale del comando, in quanto strumento di disciplina e controllo della forza lavoro diventa lo strumento di coercizione e ristabilimento delle gerarchie. Giunge quanto mai opportuna, a questo riguardo, la proposta in forma allargata e aggiornata di Nessun rimorso Reloaded (a cura di Sara D’Ippolito e Oscar Glioti, Coconino, pp. 336, euro 22), un volume promosso da Supporto Legale. La rete che era nata per affrontare l’enormità dei processi seguiti ai fatti di Genova e che negli anni ha mantenuto alta l’attenzione sulle abominevoli condanne inflitte ai manifestanti, oggi sostiene la campagna europea FreeAllAntifas e rivendica la necessità di difendere chi pratica il conflitto sociale. All’epoca, sui movimenti precipitò la controversia abbastanza strumentale su violenza e non violenza: servì a dividere e non a ragionare davvero sull’efficacia delle proteste. Lo dimostra il fatto che le vere forme di lotta nonviolenta radicale e di piazza si sono palesate in questi anni, ad opera di giovani che hanno avuto la fortuna, se non altro per motivi anagrafici, di non vivere la natura binaria e speciosa di quel dibattito. Funziona anche, nel libro, la giustapposizione di fumetto e testo, i diversi linguaggi amplificano la narrazione e l’analisi, grazie al supporto delle migliori matite della scena fumettistica indipendente (oltre a Zerocalcare ci sono anche i nostri Maicol & Mirco). Il messaggio è molto netto e serve appunto a non ridurre le giornate genovesi ad eccezione. Una lettura dinamica di quegli eventi ci consente di riconoscere un processo in tendenza che, anche se non in forme lineari, si estende fino ad oggi. “La ferocia dispiegata dalle forze dell’ordine - scrivono i curatori - l’assoluzione delle responsabilità istituzionali, la normalizzazione di pratiche repressive eccezionali, la derubricazione dell’omicidio di Carlo Giuliani a incidente: sono fatti che non si esauriscono nella cronaca di allora, ma che hanno a che fare con il tentativo di ridisegnare i confini del dibattito pubblico, delegittimando il conflitto come elemento fisiologico di una democrazia e spezzando le reti della solidarietà collettiva”. Il G8, il dissenso e la sospensione della democrazia di Massimo Righi La Stampa, 16 luglio 2026 Il 24 maggio del 2000 era una giornata luminosa, con un sole incandescente sulla testa di un popolo multicolore composto da migliaia di ragazzi che coprivano ogni centimetro del vialone tra la stazione Brignole e la Fiera del Mare di Genova. Contestavano Tebio, il Salone internazionale delle biotecnologie, ma in un lampo canti e slogan contro le multinazionali si trasformarono nel frastuono indistinto che poco più di un anno dopo sarebbe diventata la drammatica colonna sonora del 20 e 21 luglio 2021. I gruppi pacifici, riuniti sotto la sigla Mobiltebio con 500 diverse associazioni, manifestavano senza disordini. Il dissenso di Controtebio, con anarchici e centri sociali, degenerò in violenza, fino allo scontro con le forze dell’ordine all’ingresso del Salone, a terra una ventina di feriti e l’aria acre per il fumo dei lacrimogeni. Prima c’era stata Seattle, il 30 novembre 1999, con il coprifuoco e 500 arresti dopo gli scontri per la riunione annuale dell’Fmi e della Banca Mondiale; poi venne Nizza, nel dicembre del 2000, dove per la prima volta una riunione istituzionale dell’Ue, il Consiglio europeo, innescò proteste violente, con negozi distrutti e banche incendiate. Quindi Göteborg: per manifestare contro il vertice Bruxelles-Washington si diedero appuntamento quasi diecimila contestatori, negli scontri la polizia sparò lacrimogeni ad altezza d’uomo e un ragazzo di 19 anni venne gravemente ferito dai colpi di pistola di un agente. Era dal 1931 che in Svezia non venivano esplosi colpi di pistola contro manifestanti. I timori che la contestazione ormai globale potessero degenerare anche a Barcellona convinsero la Banca Mondiale ad annullare la riunione di fine giugno. Mancavano pochi giorni al G8 di Genova. E tutti erano perfettamente consapevoli che il vertice dei Grandi della Terra sarebbe stata la vetrina perfetta per l’attacco organizzato di gruppi violenti. Eppure l’imponente apparato di forze dell’ordine, i piani di difesa studiati, ripassati e assimilati, le gigantesche grate che facevano sembrare il centro storico un carcere a cielo aperto, le zone rosse, non servirono a evitare le devastazioni, lo sfregio dei black bloc, piazza Alimonda. Fino alla sospensione della democrazia a Bolzaneto e alla “macelleria messicana” della Diaz. Come riconosce lo stesso ministro dell’Interno dell’epoca, Claudio Scajola, nell’intervista a Francesco Grignetti pubblicata su La Stampa di oggi, “in quei giorni sono state scritte alcune delle pagine più buie della storia della Repubblica”. Che la situazione sfuggì di mano a chi era chiamato a gestire l’ordine pubblico non è solo una verità storica, è la certezza vissuta sul campo da chiunque si è trovato quei giorni a raccontare l’inferno delle strade ridotte a campi di battaglia. Ma quanta responsabilità politica c’è a monte? E venticinque anni dopo, una seconda e più attuale domanda rinnova quella responsabilità: potrebbe succedere ancora? Ha ragione chi sostiene che, nonostante l’introduzione del reato di tortura nel 2017, ci sono problemi strutturali che non sono mai stati risolti, a cominciare dall’identificazione degli agenti impegnati nell’ordine pubblico e che vede ancora oggi nel G8 di Genova una sorta di monito, non un’eccezione irripetibile. Ma non si può dare nemmeno torto a chi immagina una situazione diversa, con il processo tecnologico degli ultimi due decenni che consentirebbe di documentare gli avvenimenti in modo molto più diretto e tale da impedire la possibilità di occultare comportamenti da parte delle forze dell’ordine (è anche vero, peraltro, che gli stessi strumenti consentirebbero forme di sorveglianza e identificazione dei manifestanti assolutamente impensabili nel 2001). Altrettanto vero, infine, che dopo le sentenze italiane e della Corte europea dei diritti dell’uomo, oltre alle modifiche legislative (sia pur incomplete) e organizzative degli anni successivi a Genova 2001, le forze dell’ordine agiscono in un contesto più controllato e in cui il rischio di responsabilità appare di maggiore consapevolezza. Ciò non significa che non possano verificarsi abusi, ma che una sequenza di eventi come Bolzaneto e Diaz avrebbe meno probabilità di ripetersi. Al netto di tutto, il G8 di Genova e quegli interrogativi irrisolti sulle zone d’ombra di una tragedia ancora oggi in attesa di una risposta che probabilmente non arriverà mai, lasciano intatto un tema imprescindibile, da cui si evince lo stato di salute di una democrazia: il modo in cui affronta il dissenso. Forse, per qualcuno, gestire il dissenso equivale anche a usarlo. Ma questa - rispetto alla democrazia - è tutta un’altra storia. Genova 2001, la macelleria italiana nella palestra della Diaz dove si è fermata la storia di Francesca Paci La Stampa, 16 luglio 2026 Sono passati 25 anni dal G8 degli orrori: i cortei, la morte di Carlo Giuliani e i diritti violati. Quando con gli ultimi lacrimogeni in corso d’Italia pareva essersi dissolto anche l’incubo vorticoso della violenza crescente ci siamo svegliati alla Diaz. Le calze di spugna sparse intorno agli zaini squarciati, i capelli sulla valvola di un termosifone, il sangue. Sono passati venticinque anni, è un giorno. Chi c’era non dimentica, non può. Le immagini sbiadiscono con gli atti pur duri dei processi ma la cronaca resta, bussola tra le meno emotive per raccontare quel G8 di Genova a cui Amnesty International attribuì “la più grave sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dalla fine della II guerra mondiale”. Raccontare dunque per testimoniare, partendo dall’irruzione della polizia nella scuola dove dormivano i manifestanti stremati dalle cariche e riavvolgendo il nastro fino allo start, l’età più o meno dell’innocenza, giovedì 19 luglio 2001, la città che blinda i potenti della terra nella zona rossa protetta da 20 mila agenti e 50 mila “no global” che, con tante contraddizioni, sfilano paciosi per i diritti dei migranti armati di drappi arcobaleno e sound system con il tormentone di Manu Chao, “Clandestino....”. I primi scontri con la polizia shakerano la mattina del 20, un venerdì rovente. La giornata è iniziata con il saluto di Giovanni Paolo II ai paladini dei poveri, un gol per gli organizzatori del Genoa Social Forum che hanno portato qui oltre mille associazioni di ogni nazionalità. Mentre i leader del G8 entrano a Palazzo Ducale, il movimento, figlio delle proteste di Seattle e della disobbedienza civile di Naomi Klein e Julia Butterfly Hill, ha già vinto: è riuscito a imporre i temi che entreranno poi nell’agenda dei grandi think tank, della Banca Mondiale, del Fmi: il clima, le diseguaglianze tra nord e sud, la politica svilita dalle multinazionali, la tassazione delle transazioni finanziare. La città, militarizzata, trasuda adrenalina. La notte precedente Manu Chao è passato in rassegna degli attivisti accampati nello stadio Carlini, dove fanno bella mostra corazze di gommapiuma e scudi cartonati. Il corteo autorizzato, alla cui testa marciano le Tute Bianche, scende lungo via Tolemaide, l’obiettivo è violare la zona rossa ma pare ancora un gioco. I taccuini annotano slogan e tranquillità. Poi il passaparola cresce, la tensione s’incolla ai vestiti. Ci sono disordini in piazza Paolo da Novi, alla stazione Brignole i black block bruciano i bancomat e le auto più costose, lacrimogeni e manganelli piovono sui pacifisti della Rete Lilliput in piazza Manin. All’orizzonte di via Tolemaide spunta una trincea di blindati: un giovane Nicola Fratoianni invita alla calma con il megafono ma il fumo lattiginoso copre già tutto, chi corre, chi cade, chi tira sul volto il foulard. Mani distribuiscono cipolle e limoni, piedi pestano piedi, ogni vicolo può essere una trappola, non esistono gli smartphone e il panico disorienta. Piazza Alimonda dista pochi isolati e il punto di non ritorno meno di due ore. È sera quando il cielo cade, c’è un morto, è italiano, ha 23 anni. Hanno sparato a Carlo Giuliani. L’angolo in cui, rompendo l’assedio dei manifestanti, la camionetta della polizia l’ha poi travolto e calpestato è off limits ma i limiti ormai sono saltati. La notte allo Starshotel President, l’albergo dei giornalisti, è agitata. Chi discute, chi va a fotografare l’asfalto rosso in piazza Alimonda. Impossibile intuire la sospensione dello stato di diritto nella misura in cui poi emergerà, eppure ora il corteo di sabato fa paura. Ci si trova nel primo pomeriggio in corso Italia, il lungomare di Genova. Nel grande serpentone, mescolati a ragazzi e pensionati, si colgono passamontagna neri e modi nemici. Sebbene qualcuno chieda di annullare tutto, si sfila. Il portavoce del GSF Vittorio Agnoletto denuncia “la strategia della tensione” ma stima 300 mila persone dirette in piazzale Kennedy per il comizio finale, il “blocco rosa” mostra le mani dipinte di bianco ai poliziotti ostili, una delegazione di Madri di Plaza de Mayo ripete che, nonostante Carlo Giuliani, l’Italia non è l’Argentina di Videla e rispetta il dissenso. Arduo dire quando e come partano le cariche ma il ricordo è un flash, i genovesi alle finestre dei palazzi e la spiaggia a pochi passi, estranea normalità estiva. Le sirene delle ambulanze sono la colonna sonora del film che in diretta tv fa il giro del mondo. Cassonetti rovesciati, segnali stradali divelti, fiamme che divorano le utilitarie e non più solo le vetture di lusso. Una giovane sanguina dalla bocca, il soccorso s’impone sul racconto perché urge e perché i ruoli sono saltati, il pass “stampa” non conta più nulla. Il Viminale parlerà poi di agenti aggrediti e molotov nascoste tra i cespugli, la presunta ragione dell’irruzione alla Diaz, ma accasciati sui marciapiedi lastricati di vetri e riparati nei portoni ci sono donne e uomini disarmati, terrorizzati, attoniti. Persi. Sembra passata una vita quando, al crepuscolo, gli ospiti del GSF, da José Bové a don Andrea Gallo, salutano dal palco i reduci di una guerra per cui, a posteriori, si conteranno oltre 600 feriti, molti gravissimi, quasi 300 arresti compresi quelli nella caserma delle torture di Bolzaneto, danni da miliardi di lire. L’incubo pare svanito. E invece dietro l’angolo c’è la Diaz. Il complesso Diaz, in via Cesare Battisti, comprende la scuola Pascoli, adibita al momento a media center del GSF, e la Pertini, nella cui palestra dormono i manifestanti, specie stranieri, rimasti senza alloggio. Qualsiasi cronista è passato di qua per le informazioni raccolte quotidianamente da Indymedia. Sabato sera però, c’è aria di smobilitazione. La violenza ha ucciso l’entusiasmo, nei video sui pc scorre lo sbandamento di una generazione, si fanno i bagagli. A mezzanotte chi fuma alla finestra scorge nell’oscurità l’inizio della fine, un plotone di agenti avanza bloccando la strada dai due lati. Nessuno capisce cosa accada ma si grida, si telefona alle redazioni già chiuse, si cercano amici. È tutto live. La polizia sfonda il cancello e dilaga nella palestra, è buio, urla laceranti implorano pietà. Qualcuno prende coraggio e sfida i caschi blu che scemano mascelle serrate e sguardi rabbiosi. Negoziare è inutile. Un muro invisibile cinge per un tempo infinito la Pertini finché, ammanettati, escono i primi fantasmi, teste rotte, volti tumefatti, una barella che è quasi un sudario. Quando l’incubo si porta via i prigionieri - 93 arrestati di cui 83 feriti e altri 63 ricoverati d’urgenza - quel che resta della Diaz è la “macelleria messicana”, Italia 2001. Chi è entrato non dimentica. La puzza nauseabonda della paura, il sangue fresco su cui si scivola e le scie lasciate sulle scale da chi fuggiva, i libri oscenamente strappati. Avremmo poi saputo di umiliazioni e sevizie, di Bolzaneto, dell’orrore fuori scena per cui saranno incriminati 125 agenti più o meno graduati. La Diaz però è l’orologio che si ferma e resta. G8 di Genova, Scajola: “È stata una delle pagine più buie della storia della Repubblica” di Francesco Grignetti La Stampa, 16 luglio 2026 L’ex ministro dell’Interno: “Il governo non avvallò la sospensione delle leggi”. Claudio Scajola, sindaco di Imperia, era il ministro dell’Interno che si trovò a gestire il G8 di Genova. Fu un disastro. “Sono state scritte alcune delle pagine più buie della storia della Repubblica”, riconosce. Tornando indietro con la memoria, come valuta l’organizzazione? “Rimango convinto che il Governo, che si era insediato da appena un mese, abbia fatto l’impossibile. I piani di sicurezza erano già stati approvati dal precedente governo e decidemmo di non toccarli. Era una sfida difficile: c’era stato un cambio di governo con la vittoria di Berlusconi a maggio, la prima uscita internazionale del neo eletto presidente George W. Bush, il primo G8 a cui partecipava Vladimir Putin. I rischi erano altissimi. Ricevetti anche un’informativa dove per la prima volta emerse il nome di Osama Bin Laden in relazione al rischio di un grave attentato; per questo prendemmo misure di sicurezza straordinarie anche sul traffico aereo. I fatti dell’11 settembre, avvenuti soltanto due mesi dopo, confermarono l’opportunità di quelle misure”. Le cito tre luoghi simbolo: piazza Alimonda dove un carabiniere uccide il manifestante Carlo Giuliani, la scuola Diaz in cui la polizia fa un’irruzione estremamente violenta, la caserma Bolzaneto dove vengono maltrattati decine di arrestati... “Anche se molto è stato studiato, alcuni punti restano oscuri. Questo non mi frena dal dire, come ho già fatto, che sono state scritte alcune delle pagine più buie della storia della Repubblica”. Il vicepremier Gianfranco Fini e il ministro della Giustizia Roberto Castelli furono presenti in sala operativa o nella caserma-carcere di Bolzaneto. Non favorirono il sospetto che il governo stesso avesse autorizzato una sospensione delle regole? “Per tutta la durata del G8 io rimasi al mio posto, al Viminale, dove notte e giorno ho seguito l’evolversi della situazione. Mi hanno sempre insegnato che quando c’è una situazione emergenziale, ognuno deve attenersi ai propri compiti e alle proprie responsabilità. Ad emergenza finita, poi, si può discutere di tutto. Tuttavia, sento di dover rimarcare che mai il Governo italiano, neppure implicitamente, autorizzò una sospensione delle regole e della legge. Quando arrivò la notizia della morte di Carlo Giuliani chiamai subito il presidente Ciampi e Berlusconi, che erano impegnati nel vertice. Ciampi mi disse “Coraggio hai fatto il possibile” e poi Berlusconi “Fatti forza”. Provai un dolore enorme e compresi il rischio di disordini ancora peggiori”. La Cassazione stabilì, a proposito di Bolzaneto, un “clima di completo accantonamento dei principi-cardine dello Stato di diritto”... “Nessuna tensione di piazza può giustificare le derive di Bolzaneto e della Diaz. La violenza subìta dalle forze dell’ordine è stata reale e criminale, ma la risposta fu intollerabile. Sono state azioni lontane dal concetto di Stato di diritto, senza giustificazione, che hanno avuto un giusto seguito in sede giudiziaria”. Furono anche mostrate prove false ai giornalisti. Non pensa che quelle scorrettezze abbiano danneggiato la fiducia dell’opinione pubblica nelle forze di polizia? “Credo che le forze dell’Ordine godano di grande rispetto da parte degli italiani per il compito gravoso a cui sono chiamate ogni giorno. Non c’è dubbio, tuttavia, che il G8 di Genova palesò la necessità di rivedere la loro formazione per eventi di quel tipo. Nonostante gli sforzi sulla formazione che anche il nostro Governo fece prima del vertice, nel 2001 la preparazione era sicuramente più indietro rispetto a quella attuale e il clima di terrore creato ad arte nelle settimane precedenti non aiutò”. Può chiarire una volta per tutte se autorizzò la polizia a sparare qualora i manifestanti avessero violato la Zona rossa? “La mia posizione è sempre stata chiara. La Zona rossa prevedeva di essere invalicabile per la tutela delle persone che si trovavano al suo interno. Avevamo la responsabilità non solo dei capi di Stato, ma anche di migliaia di genovesi inermi. Ci fu una richiesta di maggiore attenzione, ma nessuna autorizzazione diversa”. Oggi che pensa di come andarono le cose? “Penso che furono giornate drammatiche per tutti, prima, durante e dopo. Per i residenti, per le forze dell’Ordine e per la marea di ragazzi venuti a chiedere un mondo diverso. Non erano nemici, erano la voce democratica di quel vertice - e lo avevamo spiegato chiaramente anche a chi doveva gestire l’ordine pubblico. Purtroppo un evento significativo per la direzione da dare al mondo si trasformò in un concentrato di violenza senza senso”. Il G8 ha pesato sul corso della politica nazionale? “Per gli eventi tragici che lo caratterizzarono, rimase vivo nel ricordo di tutti. Ma se devo pensare al risvolto politico, devo dire di no per il semplice fatto che di lì a poco ci sarebbe stato l’attentato alle Torri Gemelle che stravolse l’intera agenda politica nazionale e internazionale. E lo dico con rammarico. Molte domande dell’epoca sono rimaste inevase, con effetti deleteri che vediamo ancora oggi”. Il sistema immunitario della democrazia di Franco Vaccari Avvenire, 16 luglio 2026 Giustizia, sanità, scuola e carcere: è qui che si misura la capacità della Repubblica di impedire che il cittadino diventi suddito. Ogni volta che si parla di difesa, il dibattito si concentra sulle armi, sugli eserciti, sulla sicurezza dei confini. È inevitabile, soprattutto in tempi di guerra. Ma una domanda dovrebbe precedere tutte le altre: che cosa difende davvero una democrazia? La risposta della nostra Costituzione è chiara e coerente col “ripudio della guerra” affermato nell’articolo 11. Prima ancora del territorio (anche questo, ovviamente), essa difende la dignità della persona, l’uguaglianza dei cittadini, i loro diritti fondamentali costruendo una società sana. In altre parole, difende prima di tutto la democrazia stessa. Per questo la prima forma di difesa è quella che potremmo chiamare il sistema immunitario democratico. Come ogni organismo vivente, anche una democrazia è continuamente esposta a virus e malattie. Alcune idee politiche e culturali attraversano la società senza lasciare tracce; altre contribuiscono addirittura a rafforzarla. Ma ve ne sono alcune che, pur presentandosi come soluzioni, finiscono per erodere, lentamente, i principi stessi della convivenza democratica. Accade proprio come nelle malattie più insidiose: all’inizio il sistema immunitario non riconosce il pericolo, perché le cellule malate assomigliano a quelle sane. Quando se ne accorge, può essere troppo tardi. La Costituzione, in fondo, costruisce proprio questo sistema immunitario. L’articolo 3 non si limita a proclamare che tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge. Chiede alla Repubblica di rimuovere gli ostacoli che limitano di fatto la libertà e l’uguaglianza delle persone. Non basta dichiarare i diritti: bisogna renderli effettivi. È questa l’immunità della democrazia. Ci sono quattro luoghi che possiamo chiamare - in parte già si chiamano - sottosistemi, nei quali questa immunità viene continuamente messa alla prova: la giustizia, la sanità, la scuola e il carcere. Non sono ambiti qualsiasi. Sono i luoghi nei quali il rapporto tra Stato e cittadino è inevitabilmente asimmetrico. Quando si è malati in cerca di diagnosi pronte e cure efficaci ci si sente fragili, indifesi, insicuri… più la posta è alta più si è “disposti a tutto” pur di ottenere. Come quando si è in attesa di una sentenza che può limitare la libertà, quando un insegnante valuta, quando in un carcere un detenuto chiede una cella dove si può respirare o un gabinetto che funzioni. In questi casi, come in nessun altro ambito, il rischio che il cittadino diventi suddito è tanto concreto. Emergono i sentimenti della sudditanza: chiedere, insistere se non si è ascoltati, pietire, supplicare, “arrangiarsi”, temere. Per questo la Costituzione circonda questi particolari poteri di garanzie, limiti e responsabilità. Non perché diffidi delle persone che li esercitano, ma perché conosce la natura del potere e le asimmetrie pericolose. Ogni potere, se non è controllato, tende a trasformarsi da servizio in privilegio, da autorevolezza in arbitrio. Quando questi quattro sistemi funzionano, il cittadino continua a fidarsi della Repubblica. Quando si deteriorano, la malattia democratica comincia a diffondersi. Il processo è quasi impercettibile. Si cerca un amico per ottenere una Tac in quattro giorni invece che in quattro mesi. Poi si cerca qualcuno che possa fare una telefonata, esercitare un’influenza, procurare un favore. Il diritto smette di essere universale e diventa una concessione. La cittadinanza lascia spazio alla clientela che apre strade infette cominciando dalla piccola gentilezza non dovuta. Un pedone che ringrazia l’autista che lo fa passare sulle strisce, un piccolo regalo a tizio o caio che ha “facilitato” - bontà sua - ciò che era semplicemente dovuto. Se questo meccanismo continua, il favore sostituisce la legge e tutti, prima o poi, diventiamo collusi. E quando la legge perde credibilità, altri gruppi di potere si candidano a garantire ciò che lo Stato non riesce più ad assicurare. È così che prosperano le mafie, ma anche tutte le forme, più o meno dichiarate, di potere fondato sulla dipendenza personale invece che sui diritti. Ecco perché la migliore politica della difesa non è soltanto e prima di tutto quella che investe negli armamenti. È quella che rafforza il sistema immunitario della democrazia: una giustizia credibile, una sanità accessibile, una scuola capace di formare cittadini critici e vigilanti, un carcere che realizzi ciò che prescrive l’articolo 27 della Costituzione, secondo cui le pene devono tendere alla rieducazione del condannato. Forse questo è il criterio con cui dovremmo giudicare ogni proposta politica, al di là delle appartenenze. Non chiedersi soltanto chi prometta di governare meglio, ma chi contribuisca davvero a rafforzare il sistema immunitario della Repubblica. Molti anni fa Paolo VI scrisse: “Non si dica carità ciò che è dovuto per giustizia”. Sicurezza, la linea dura ha fallito: il centrosinistra ha un’occasione di Valeria Valente* Il Dubbio, 16 luglio 2026 È più forte di lei e, forse, non sa fare altro. Di fronte al fallimento del suo governo in materia di sicurezza, e adesso ancor più perché incalzata a destra da Vannacci, a ogni fatto violento di cronaca e a ogni stormir di social, Giorgia Meloni non riesce a fare altro che rispondere con la sua solita ricetta securitaria. Proprio quella che non ha funzionato. L’ultimo intervento è l’ennesimo disegno di legge sulla sicurezza, appena varato dal Consiglio dei ministri, con cui si introducono nuovi reati e nuove aggravanti con norme definite dal governo “anti-maranza”, contro la violenza giovanile e i danneggiamenti, con l’importante novità che il fermo preventivo potrà essere disposto anche dagli agenti della polizia locale. Ancora una volta misure concepite, con tutta evidenza, per inseguire gli ultimi fatti di cronaca, compreso il video virale delle botte a uno straniero da parte di un esponente di Fn. Il problema della presidente del Consiglio (e della sua maggioranza) è che le cittadine e cittadini si sentono meno sicuri di quattro anni fa e la leader di Fdi ne è consapevole. Nel 2025 è stato pubblicato il 1° rapporto Censis-Univ sulla sicurezza fuori casa, secondo il quale il 94,2% degli italiani quando esce vuole sentirsi tranquillo, il 75,8% pensa che negli ultimi 5 anni girare per strada sia diventato più pericoloso e il 38,1% per paura ha rinunciato almeno una volta ad uscire. A sentirsi meno sicuri sono le donne, i giovani, chi vive nelle grandi città. Senza mostrare un trend pluriennale consolidato, gli ultimi dati disponibili per l’intero 2024 del dipartimento di pubblica sicurezza del ministero dell’Interno e l’indice di criminalità del Sole 24 ore indicherebbero, soprattutto nei centri urbani, un aumento di microcriminalità, reati predatori e di strada, violenza sessuale. La sicurezza è un bene pubblico complesso e la percezione dei cittadini non può essere derubricata a suggestione. Nel complesso, considerando anche la questione migranti e i numerosi scontri accaduti durante manifestazioni e cortei, a fronte in quattro anni di sette provvedimenti specifici (con l’ottavo in arrivo, come abbiamo detto), le politiche sulla sicurezza rappresentano forse il più grave fallimento del governo Meloni. Tanto che la stessa preidente Meloni ha dovuto ammettere nell’Aula del Senato di non essere soddisfatta, per poi rilanciare con altre misure e con l’annuncio tardivo dell’assunzione di 18 mila agenti tra carabinieri, polizia e guardia di finanza. Nell’ultimo periodo persino le forze di maggioranza hanno fatto a gara nel presentare proposte di legge che vanno sempre nella stessa direzione. Si va da Forza Italia con il progetto di diminuire l’età punibile da 14 a 13 anni, alla Lega che propone di introdurre cause ostative per ottenere la cittadinanza e addirittura condizioni per la sua revoca, a Fdi che sfidando Vannacci sulla remigrazione, punta invece al rimpatrio degli stranieri che delinquono. È evidente dunque che la sicurezza è diventato uno dei principali terreni di contesa della campagna elettorale. E questo anche perché la destra, con una politica dell’ordine pubblico fatta di slogan, simboli e prove muscolari, in questi anni ha indebolito il sistema, alimentando la paura attraverso la ricerca ossessiva di un capro espiatorio. Più pene, più reati, più carcere, accanto a mancati investimenti sulle forze dell’ordine, sulle competenze e le professionalità presenti nella filiera della sicurezza hanno solo mostrato la faccia truce dello Stato, ma non impedito che i cittadini si sentissero meno sicuri e che le carceri, sovraffollate, abdicassero definitivamente alla loro funzione costituzionale. Tutte le ricette del governo Meloni e del suo ministro Piantedosi si sono rivelate inefficaci. La prevenzione una chimera. L’ultima trovata di Salvini di militarizzare le stazioni, per esempio, acclara il totale insuccesso delle zone rosse, fallite anche perché prive dei controlli necessari. Un vero circolo vizioso, di fronte al quale come centrosinistra abbiamo ora la straordinaria occasione di mettere in campo idee alternative. Anche perché sono proprio le categorie socialmente più deboli le prime vittime potenziali dell’insicurezza ed esiste un modo democratico di assicurare il diritto alla sicurezza. Prevenzione, presenza sul territorio, coordinamento tra istituzioni, formazione delle forze dell’ordine, regole chiare e controllo democratico sono obiettivi possibili, lo sono stati anche con i precedenti governi di centrosinistra. Come raccontano Bonini e Gabrielli nel loro libro “Contro la paura”, difendersi senza perdersi si può e si deve. Anche con la cura dello spazio pubblico, con una prossimità organizzata tra polizie locali e servizi sociali e sanitari, con la sinergia tra istituzioni nazionali e comuni, che sono in prima linea e reclamano da tempo più attenzione e concretezza. La sicurezza relazionale si contrappone al modello securitario perché punta sulla prevenzione, sulla fiducia dei cittadini nelle istituzioni, sulla capacità di tenere insieme e far vivere bene le persone invece che metterle le une contro le altre, in un’eterna ansia securitaria. È un discorso che vale anche per i migranti. I flussi migratori non sono un fenomeno emergenziale ma strutturale e vanno gestiti, partendo dalla consapevolezza che in Italia un lavoratore su 7 è extracomunitario (dati Inps), con un aumento del 35% negli ultimi 6 anni destinato a crescere ancora perché è dalla forza lavoro di queste persone che dipendono la capacità produttiva e la base contributiva del nostro Paese, oltre che la scommessa demografica. Questa visione strategica della sicurezza come bene comunque ha radici profonde nella cultura e nella capacità di governo del centrosinistra, dai vertici al livello locale, con i sindaci in prima fila. La serietà, l’equilibrio, il rispetto dei diritti e delle regole possono (e devono, per il bene del Paese) tornare ad essere la cifra delle politiche sulla sicurezza. *Componente commissione Affari costituzionali Il Governo mette all’indice i nemici. La lotta al dissenso si chiama Daspo Giuliano Santoro Il Manifesto, 16 luglio 2026 Se la paura rossa di Donald Trump poggia sul maccartismo e sulla tradizione anticomunista delle agenzie federali, ora che la paranoia antifa si è ufficialmente internazionalizzata bisogna chiedersi come verrà declinata nei singoli contesti e dalle nostre parti. La campagna trumpiana ha già prodotto effetti nell’Europa che fino a pochissimo tempo fa considerava la discriminante antifascista non una postura estremista da attenzionare ma un requisito minimo di civiltà politica. In Italia l’ondata poggia facilmente su rodati schemi di repressione del dissenso. La punta dell’iceberg sono, come accade fin da quando c’è un sovrano che ha paura della rivoluzione, gli anarchici. Vengono presentati come indifendibili e nei fatti sono poco strutturati, si può quindi costruire qualsiasi congettura affondando il coltello nel burro dello spontaneismo e della balcanizzazione delle strutture. Ieri all’alba uno schieramento del tutto sproporzionato, con tanto di droni e bonifiche antibomba, ha sgomberato di nuovo il Bencivenga, spazio di area libertaria occupato a Roma che era stato chiuso dopo gli arresti di un mese fa. Sei persone erano state messe dentro, quattro erano finite in carceri ad alta sicurezza. Le accuse sono pesanti: associazione a delinquere con finalità di terrorismo. Ma giusto qualche giorno fa il tribunale del riesame ha liberato tutte e tutti. Da qui il tentativo di riprendersi lo spazio che affaccia sulla via Nomentana e che da tempo è parte del paesaggio delle occupazioni romane. Non solo le forze dell’ordine sono intervenute in maniera pesante, l’evento ha addirittura stimolato un’uscita della presidente del consiglio, che si è sentita in dovere di festeggiare l’operazione, come aveva fatto ormai quasi un anno fa per il Leoncavallo a Milano e poi per Askatasuna a Torino. “La rapida risposta dello stato alla nuova occupazione del centro sociale anarchico Bencivenga, già sgomberato lo scorso 15 giugno, dimostra che nessuno può pensare di imporre l’illegalità come fatto compiuto. Di fronte a occupazioni abusive, violenza e sopraffazione, lo stato non arretra”. L’obiettivo grosso sono i movimenti. Che nel corso della legislatura sono stati colpiti con i due decreti sicurezza e diverse misure ad hoc. Il grimaldello è sempre lo stesso: far passare le questioni sociali come problemi di ordine pubblico. Cui si aggiunge l’elemento che trae linfa dalle campagne repressive degli anni (e dei governi) precedenti, come insegna l’esperienza dei Daspo e dei fogli di via: utilizzare i provvedimenti amministrativi accanto al codice penale. Oggi il consiglio dei ministri rimetterà mano al dl sicurezza per dare la facoltà alla polizia locale di effettuare fermi preventivi. In questo modo si creano zone d’arbitrio, e si svincolano le misure dal controllo della magistratura. Per capire come il governo pensi di mettere tutto in un unico calderone basta guardare alle dichiarazioni rilasciate giusto ieri dal deputato della Lega Eugenio Zoffili: “Pensiamo al terrorista anarchico Cospito che ha gambizzato una persona e fatto un attentato alla scuola allievi carabinieri di Fossano, alle sistematiche e intollerabili violenze degli antagonisti dei centri sociali o agli anarchici che fabbricano ordigni esplosivi: sono pericolosi criminali che bisogna continuare a fermare, come sta facendo la Lega al governo. Il nostro obiettivo è mandarli in galera”. “Dietro la formula della lotta al ‘terrorismo di estrema sinistra’ si nasconde un’operazione politica - sostiene Peppe De Cristofaro da Avs - Vogliono trasformare l’antifascismo, il dissenso e i movimenti sociali in un problema di ordine pubblico”. Se ne parlerà il 5 e 6 dicembre prossimi a Padova agli Stati generali contro la repressione e per la giustizia sociale annunciati l’altro giorno allo Sherwood festival: “Non un convegno accademico, ma un luogo di elaborazione politica dal basso, per costruire una nuova grammatica, una nuova prassi, dieci punti programmatici per diritti e libertà, a partire dalle esperienze di chi si organizza”. Lorefice: “La peste è tornata a Palermo e nel mondo. Una follia la remigrazione” di Irene Funghi Avvenire, 16 luglio 2026 Nel "Discorso alla città", durante la processione nella festa di santa Rosalia, l’arcivescovo addita le responsabilità di un clima di sopraffazione che alimenta la mafia e porta a sostenere idee come la remigrazione e la necessità della guerra. “La peste è tornata”. Nella sera in cui Palermo festeggia, portandone in processione le reliquie, la patrona santa Rosalia, la scoperta delle cui ossa aveva liberato Palermo dalla peste del 1624, l’arcivescovo Corrado Lorefice non usa mezzi termini quando, in piazza Marina, rivolge il suo "Discorso alla città". “Stasera è diverso”, dice. Non si tratta solo di analizzare problemi più o meno grandi da risolvere, ma di lanciare un allarme e chiedere di prendere posizione. “Alziamoci in piedi!”, esclama. “Chiediamoci: ma noi la amiamo davvero Palermo?”. È qui il fulcro del suo discorso, la disattenzione e l’indifferenza lasciano che la mafia prolifichi “sotto gli occhi di tutti”. Lo si vede dal “ritorno prepotente e asfissiante del racket”, dalla “trafila di intimidazioni che vogliono distogliere dal bene”, dalla “violenza diffusa senza scrupoli” e dalla “recrudescenza isterica e giovanilistica della mafia”, determinata ad “attirare consenso” e a “impadronirsi dei territori”. Ma nulla accade a caso: le responsabilità ricadono su “una politica che fatica a fare scelte lungimiranti. Quando non si devono addirittura registrare contiguità con ambienti e logiche mafiose”, su “un’economia dello scarto e dello sfruttamento, basata sulla corruzione e sull’indifferenza” e su “una Chiesa che evidentemente non ha testimoniato in maniera adeguata” il Vangelo sull’esempio dei santi e dei “martiri della fede, come Pino Puglisi e Rosario Livatino, e della giustizia, come Paolo Borsellino e Giovanni Falcone”. Le conseguenze sociali e culturali sono allora il lavoro che “manca drammaticamente”. Lorefice parla in modo esplicito della vertenza dei lavoratori ex Almaviva, “che attendono trepidanti il completamento dell’iter burocratico regionale in vista del loro reimpiego”, dei licenziamenti che “vanno avanti a una velocità e con una determinazione disumana” e di una “pandemia del pizzo” a fronte della quale “le denunce sono poche”. L’arcivescovo chiama in causa, a livello nazionale, anche “una politica del rifiuto, del respingimento dell’altro”. Cita il viaggio di Leone XIV a Lampedusa, ricorda che in ogni uomo e in ogni donna “è impressa l’immagina vivente di Dio”, verità oggi “violentemente messa in discussione”. Per questo, sottolinea la responsabilità di annunciare il Vangelo con l’accoglienza e il rifiuto di idee come quella della remigrazione. E lo ripete due volte: “Ogni manifestazione esterna di religiosità, ogni proclamazione dell’identità cristiana o cattolica che si faccia scudo del nome cristiano per giustificare il rifiuto del debole, del povero, del migrante, si trasforma in un insulto alla verità annunciata dal Cristo Signore. Chi non riconosce l’altra o l’altro come sorella, come fratello, indipendentemente da ogni considerazione culturale, religiosa, razziale, geografica è fuori dal Vangelo. Lo dico forte, di nuovo, perché non ci siano equivoci. Chi la pensa così, chi difende il privilegio di alcuni rispetto ad altri, è fuori dal Vangelo. Chi sventola il vessillo della remigrazione ferisce a morte la fraternità evangelica e umana e sfrutta l’insicurezza, la frustrazione, il risentimento della gente per individuare un capro espiatorio su cui scaricare il negativo della vita sociale e politica”. L’Italia allora, ripete ancora Lorefice, è chiamata a mettere da parte la paura e a tornare, oltre al Vangelo, alla Costituzione, che ripudia la guerra. Altro male che inquina il mondo. Ormai, ricorda l’arcivescovo, il ricorso alle armi e al conflitto viene considerato “necessario” e le loro vittime “danni collaterali”. La sovversione dell’ordine costituito dopo la Seconda guerra mondiale, “è stata preparata da decenni di squilibri, di ingiustizie, di mancanza di attenzione ai poveri e agli ultimi”, afferma. “Ora leader senza pietà e senza pudore, avviluppati nel loro narcisismo delirante, possono gioire della morte di altri, possono giustificare la guerra spacciando la conquista per legittima difesa”. Viene chiesto allora di prendere posizione e di non rassegnarsi. Di riconoscere di nuovo e a tutti i livelli che “gli altri non sono il nostro inferno bensì la nostra salvezza” e che “il potere reale non è quello che domina, ma quello che si fa servizio”. Gran Bretagna. Dopo i social vietati il coprifuoco digitale per i minori di 18 anni di Daniele Zaccaria Il Manifesto, 16 luglio 2026 Il governo britannico ha deciso di rafforzare ulteriormente le restrizioni sull’uso dei social network da parte dei minori. Dopo aver annunciato, lo scorso giugno, il divieto di accesso a piattaforme come TikTok, Instagram, Snapchat, Facebook e YouTube per gli under 16 a partire dal 2027, Londra introduce ora un "coprifuoco digitale" per i minori di 18 anni: niente social tra mezzanotte e le sei del mattino. Le novità non si fermano qui; le piattaforme dovranno attivare automaticamente impostazioni che limitino alcune delle funzionalità considerate più coinvolgenti, come lo scroll infinito, mentre i chatbot di intelligenza artificiale dovranno interrompere periodicamente le conversazioni con gli utenti minorenni per invitarli a fare una pausa. Secondo il governo britannico, l’obiettivo è proteggere il benessere degli adolescenti, migliorarne il sonno, favorire la concentrazione nello studio e ridurre gli effetti delle dinamiche che alimentano la dipendenza digitale. La ministra per il Digitale, Liz Kendall ritiene queste misure necessarie perché, pur acquisendo maggiore autonomia dopo i 16 anni, gli adolescenti restano vulnerabili agli effetti dei meccanismi di progettazione che incentivano un utilizzo prolungato delle piattaforme. Per evitare quello che il governo definisce un "cliff edge", ovvero un brusco passaggio dall’assoluto divieto alla piena libertà una volta compiuti i 16 anni, Londra intende imporre impostazioni di sicurezza predefinite anche agli adolescenti tra i 16 e i 17 anni. Le nuove misure si inseriscono nel quadro dell’Online Safety Act, la legge approvata nel 2023 e progressivamente entrata in vigore, che attribuisce all’autorità di regolazione Ofcom ampi poteri per imporre alle piattaforme obblighi di tutela dei minori e di rimozione dei contenuti ritenuti dannosi. Sono obiettivi difficilmente contestabili, più discutibile semmai è la convinzione che possano essere raggiunti attraverso una politica dichiaratamente proibizionista, quando non esistono prove solide della sua efficacia. Anzi la storia ci insegna che in ogni ambito in cui è stato applicato il proibizionismo non ha avuto alcuna efficacia, alimentando pratiche e mercati clandestini. È una dinamica già osservata con le droghe, con il gioco d’azzardo e, in parte, con l’alcol. Di fronte a comportamenti ritenuti rischiosi, la politica tende a privilegiare restrizioni e divieti nella speranza di ridurne la diffusione e di ottenere rapidi consensi. Eppure l’esperienza dimostra che proibire raramente elimina un fenomeno, al contrario lo rende meno visibile e quindi più difficile da governare. È difficile immaginare che accada diversamente con i social network, gli adolescenti dispongono già oggi di strumenti per aggirare i controlli sull’età attraverso VPN, account intestati ad adulti o piattaforme alternative. Il risultato rischia di essere quello di allontanare parte dell’attività online da qualsiasi forma di trasparenza, senza incidere realmente sulle abitudini di utilizzo e sul problema della dipendenza digitale. Questo non significa negare l’esistenza del problema. Le piattaforme sono progettate per trattenere gli utenti il più a lungo possibile. Lo scroll infinito, le notifiche, gli algoritmi di raccomandazione e i sistemi di ricompensa non sono elementi neutri, ma strumenti pensati per massimizzare il tempo trascorso online e, di conseguenza, i ricavi pubblicitari. L’Australia è stata il primo Paese a introdurre, nel dicembre scorso, un divieto di accesso ai social network per gli under 16, seguita dall’Indonesia nel marzo successivo. Anche Francia, Spagna Canada ed Emirati Arabi Uniti hanno adottato misure simili. Nel Regno Unito le associazioni per la tutela dell’infanzia hanno accolto positivamente le nuove misure, considerate una risposta necessaria dopo anni di pressioni sulle grandi aziende tecnologiche senza ottenere risultati. Ma altre realtà associative hanno invece sottolineato il rischio che un approccio fondato principalmente sulle proibizioni finisca per creare una falsa sensazione di sicurezza, senza affrontare fino in fondo i meccanismi della dipendenza e dell’alienazione. La vera sfida per i governi non dovrebbe essere quella di tenere i giovani lontani dal mondo digitale, ma governare un ambiente che ormai è parte integrante della società contemporanea. E per farlo servono strumenti più complessi del proibizionismo: regole efficaci per le aziende tecnologiche, maggiore trasparenza sui meccanismi algoritmici e una capacità politica di misurarsi con la realtà di un mondo che non può essere riportato indietro attraverso un semplice divieto.