Visita nelle carceri padovane: sovraffollamento, caldo e la presenza di sezioni a regime chiuso mettono alla prova la funzione rieducativa della pena Ristretti Orizzonti, 15 luglio 2026 Ristretti Orizzonti ha aderito all’iniziativa “Alleanza per l’art 27. Giornata nazionale per la dignità delle persone private della libertà”. Tale mobilitazione nazionale ha visto l’ingresso contemporaneo di numerose realtà della società civile in 34 istituti penitenziari italiani di 29 città. L’obiettivo dell’iniziativa era quello di osservare direttamente le condizioni di vita all’interno delle carceri, incontrare le persone detenute e il personale che quotidianamente opera negli istituti, raccogliendo elementi utili per richiamare l’attenzione pubblica sulle condizioni della detenzione e sulla necessità di interventi capaci di garantire dignità, diritti e finalità rieducativa della pena. A Padova la delegazione composta, oltre che da esponenti di Ristretti Orizzonti, dall’Università di Padova, Antigone Veneto e Banca etica ha visitato la Casa di Reclusione e la Casa Circondariale, incontrando rappresentanti delle rispettive Direzioni, personale di Polizia penitenziaria, operatori dell’area educativa e numerose persone detenute. Sono state inoltre visitate alcune sezioni detentive e gli spazi destinati alle attività lavorative e trattamentali. Casa di Reclusione: il valore delle attività rieducative sotto il peso del sovraffollamento Presso la Casa di Reclusione di Padova, che ospita persone detenute appartenenti al circuito di Media Sicurezza, la delegazione ha visitato diverse sezioni e i laboratori lavorativi, tra cui la pasticceria della cooperativa Work Crossing, il laboratorio delle valigie Roncato, il Call center della cooperativa Giotto e il laboratorio della cooperativa AltraCittà. L’istituto ospita 665 persone detenute a fronte di una capienza regolamentare di 432 posti, con una presenza di personale di Polizia penitenziaria pari a 256 unità rispetto alle circa 350 previste dalla pianta organica. Particolarmente significativo è il ruolo delle attività lavorative, che coinvolgono 283 persone detenute, e delle numerose iniziative culturali e formative realizzate grazie alla collaborazione tra istituto, terzo settore e realtà esterne. La delegazione ha avuto l’opportunità di visitare sia sezioni sottoposte al regime chiuso sia sezioni organizzate secondo il modello del regime aperto (a trattamento intensificato). Nelle prime, le persone detenute trascorrono la maggior parte della giornata all’interno delle celle, con limitate possibilità di uscita. Durante la visita, nelle ore più calde della giornata, la delegazione ha trovato molti detenuti distesi sulle proprie brande, spesso addormentati o comunque inattivi. Diversi hanno riferito di preferire rimanere in cella piuttosto che uscire nei cortili, completamente esposti al sole, e alcuni hanno raccontato come, soprattutto nei mesi estivi, aumenti il ricorso alla terapia farmacologica per affrontare il disagio, l’insonnia e la permanenza forzata negli spazi chiusi. Di segno opposto è stata l’esperienza nelle sezioni a trattamento intensificato. Qui le persone detenute possono muoversi liberamente all’interno del reparto durante le fasce di apertura delle celle, accedere alle sale comuni climatizzate, fare una doccia quando necessario, svolgere attività ricreative o semplicemente socializzare con gli altri detenuti. La delegazione ha potuto constatare un clima decisamente più sereno e partecipato: i corridoi erano vissuti, le persone conversavano tra loro, utilizzavano gli spazi comuni e si intrattenevano spontaneamente con i visitatori. La possibilità di movimento non rappresenta soltanto una modalità organizzativa diversa, ma incide concretamente sulla qualità della vita detentiva, riduce gli effetti dell’isolamento e restituisce significato al percorso trattamentale, che vive soprattutto di relazioni. Un’altra nota positiva riguarda la possibilità di usufruire di una telefonata giornaliera della durata di 10 minuti. Tale pratica introdotta durante l’emergenza Covid-19 è stata mantenuta dalla direzione su sollecitazione della redazione di Ristretti Orizzonti in quanto aveva dimostrato come il rafforzamento dei legami riveste un ruolo importante per poter affrontare momenti di solitudine e disperazione, sentimenti che in estate sono particolarmente pericolosi per il rischio aumentato di favorire scelte di suicidio. Un ulteriore elemento positivo è rappresentato dalla presenza di spazi destinati ai colloqui intimi, realizzati dalla Direzione anche in seguito alle richieste avanzate sempre dalla redazione di Ristretti Orizzonti con reclami accolti dalla Magistratura di Sorveglianza, relativi alla sentenza della Corte costituzionale che ha riconosciuto il diritto ai colloqui intimi delle persone detenute. La visita ha tuttavia evidenziato alcune criticità strutturali, in particolare negli spazi detentivi e nelle docce comuni, dove sono presenti problemi di umidità e infiltrazioni dovuti all’usura degli impianti idraulici. Casa Circondariale: la criticità del regime chiuso in alcune sezioni, del sovraffollamento e della mancanza di spazi per le attività rieducative Anche presso la Casa Circondariale di Padova la delegazione ha riscontrato una situazione caratterizzata da forte pressione detentiva dovuta al sovraffollamento. Al momento della visita erano presenti 215 persone detenute a fronte di una capienza regolamentare di 188 posti, ma fino a pochi giorni fa i detenuti erano circa 270. Di questi, 153 erano persone condannate in via definitiva, mentre 40 erano in attesa del primo giudizio. La carenza di personale rappresenta un ulteriore elemento di criticità: gli agenti effettivamente in servizio sono 120 rispetto ai 142 previsti. La visita è iniziata dal panificio di recente apertura gestito dalla Cooperativa sociale T-Essere Alternative parte della rete nazionale di laboratori di panificazione PanaTè. La delegazione ha proseguito visitando alcune sezioni dell’istituto, tra cui quelle destinate al trattamento ordinario e quelle a trattamento intensivo. Anche in questo caso è emersa con chiarezza la differenza pesante tra i due modelli organizzativi. Nelle sezioni aperte, la maggiore possibilità di movimento e l’accesso agli spazi comuni consentono alle persone detenute di affrontare meglio anche le difficili condizioni climatiche estive. Al contrario, nelle sezioni sottoposte a regime chiuso, il caldo intenso rende la permanenza in cella particolarmente gravosa, con molte persone costrette a trascorrere gran parte della giornata sdraiate sulle proprie brande. La delegazione ha raccolto numerose segnalazioni relative alle difficoltà legate alle alte temperature e alla sofferenza derivante dalla limitata possibilità di movimento. Aprire le celle, ridurre il ricorso alla chiusura, garantire dignità Le due visite hanno confermato come il sovraffollamento, la carenza di personale e l’organizzazione degli spazi rappresentino oggi alcune delle principali criticità del sistema penitenziario. La Costituzione, all’articolo 27, stabilisce che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione della persona condannata. La verifica concreta delle condizioni di detenzione è quindi essenziale per comprendere quanto questi principi siano effettivamente applicati nella quotidianità. Al termine delle visite, la delegazione ritiene prioritario che venga esteso il più possibile a livello nazionale il regime aperto cosiddetto a trattamento intensivo, superando il ricorso al regime chiuso quando non sussistano specifiche esigenze di sicurezza; garantire durante il periodo estivo una maggiore apertura degli istituti alla società civile, al volontariato, alle attività culturali, educative e sportive, affinché le persone detenute possano trascorrere più tempo fuori dalle celle; assicurare in tutti gli istituti penitenziari la possibilità di telefonate quotidiane per tutte le persone detenute in Media Sicurezza, al fine di preservare i legami familiari e contrastare isolamento e sofferenza psicologica; favorire il ricorso alle misure alternative alla detenzione; evitare interventi che alimentino un clima di ulteriore tensione all’interno degli istituti; interrompere la logica dell’incremento delle risposte penali come soluzione ai problemi sociali, considerando che il sovraffollamento rende già difficile garantire condizioni conformi ai principi costituzionali. La visita nelle carceri padovane ha mostrato realtà complesse, dove accanto a importanti esperienze di reinserimento e responsabilizzazione, promosse in particolare dal terzo settore, convivono condizioni materiali e organizzative che richiedono interventi deflattivi urgenti come potrebbe essere un provvedimento di indulto accompagnato da una estensione della liberazione anticipata. Garantire dignità alle persone detenute significa garantire la legalità costituzionale del sistema penale nel suo complesso. Sos sulle carceri italiane: “Costituzione tradita” di Elisabetta Soglio Corriere della Sera, 15 luglio 2026 L’iniziativa di “Alleanza per l’articolo 27” in 34 carceri di 29 città italiane: oltre trecento rappresentanti della società civile in visita negli istituti per testimoniare il sovraffollamento e le condizioni ai limiti nonostante l’impegno di chi ci lavora. Bergonzoni: “Non voglio essere complice di uno Stato così”. “Sono tornata in visita al carcere di Trieste e purtroppo le condizioni sono le stesse che da tempo denunciamo: l’impegno della nuova direttrice si nota ma non si possono fare miracoli quando le istituzioni continuano a fare orecchie da mercante se non veri e propri ostruzionismi” (Giulia Massolino, consigliera regionale). A Foggia 668 detenuti per 302 posti effettivi con un sovraffollamento del 225%: “In una stanza dove dovrebbe esserci una persona ce ne sono almeno due, abbiamo visto celle in cui il letto a castello arriva a tre metri” (Pasquale Prencipe, Antigone). “Aver acceso contemporaneamente i riflettori su oltre trenta carceri in tutta Italia è un segnale di straordinaria importanza” (Marina Della Giovanna, Comune di Cremona). “Bisogna aver visto”, diceva Pietro Calamandrei parlando delle carceri come specchio della giustizia di un Paese. Le prime tre riportate qui sopra sono solo alcune delle tantissime testimonianze raccolte in questa giornata di martedì 14 luglio 2026, anniversario della presa della Bastiglia durante la Rivoluzione francese, in cui centinaia di rappresentanti della società civile, della politica e della cultura - da Alessandro Bergonzoni (qui il suo messaggio registrato in anticipo) a Luigi Piana, da Ascanio Celestini a Daria Bignardi, da Vanessa Roghi a Pietro Sermonti e molti altri - sono entrati nella carceri italiane appunto per “vedere”. E testimoniare in concreto come è fatto un sistema che attualmente contiene 18 mila persone in più di quel che dovrebbe, con un sovraffollamento medio del 140 per cento. L’iniziativa è stata promossa da “Alleanza per l’articolo 27”, il cui nome cita ovviamente il pilastro costituzionale che dovrebbe garantire pene “non contrarie al senso di umanità” e finalizzate non alla vendetta bensì al recupero e reinserimento sociale di chi ha compiuto un reato. In totale più di 330 persone hanno visitato, in contemporanea, 34 istituti penitenziari sparsi in 26 città italiane. Obiettivo: riportare l’attenzione dell’opinione pubblica sulle condizioni delle carceri italiane, oggi attraversate da una crisi sempre più grave. L’Alleanza è nata a Roma lo scorso 6 febbraio, riunendo numerose associazioni impegnate sui temi della giustizia, dell’esecuzione penale e dei diritti delle persone private della libertà, e parte dalla volontà condivisa di costruire un percorso comune per promuovere politiche di depenalizzazione, decarcerizzazione e umanizzazione della pena “contrastando una stagione - si legge nel comunicato dei promotori - segnata dall’espansione del diritto penale, dall’aumento del ricorso alla detenzione e dalla progressiva chiusura del carcere nei confronti della società esterna”. I numeri descrivono una situazione sempre più insostenibile, con migliaia di persone che continuano a vivere in condizioni giudicate non dignitose dalla magistratura stessa (vedi il sequestro di sette sezioni del carcere fiorentino di Sollicciano, deciso dal Tribunale del capoluogo toscano), mentre continua il dramma dei suicidi e delle morti in carcere. Le visite hanno coinvolto i seguenti istituti: Asti, Bari, Biella, Bologna CC, Bologna Istituto penale per i minorenni, Cagliari UTA, Cassino, Chieti, Civitavecchia, Cremona, Ferrara, Firenze, Foggia, Genova, Milano Bollate, Milano Istituto penale per i minorenni, Milano Opera, Milano San Vittore, Napoli Poggioreale, Padova, Palermo Istituto penale per i minorenni, Parma, Pescara, Pisa, Prato, Roma Rebibbia femminile, Roma Regina Coeli, Sassari, Torino, Trento, Udine, Varese, Vicenza, Volterra. Di seguito invece l’elenco dei promotori di Alleanza per l’articolo 27: A buon diritto, Acli, Antigone, Arci, Cgil, Cnca (Coordinamento nazionale comunità accoglienti), Cnvg (Conferenza nazionale volontariato giustizia), Confcooperative Federsolidarietà, Conferenza dei Garanti territoriali delle persone private della libertà, Forum Droghe, Gruppo Abele, L’altro diritto, La Società della Ragione, Legacoopsociali, Movimento di volontariato italiano (Movi), ?Movimento No Prison, Nessuno tocchi Caino, Ristretti Orizzonti, Voci di Dentro. Nelle celle infuocate il frutto delle strette securitarie di Meloni di Eleonora Martini Il Manifesto, 15 luglio 2026 Il giorno dei testimoni: l’Alleanza per l’articolo 27 della Carta porta in visita 350 persone in 37 istituti penitenziari d’Italia. Sovraffollamento medio nazionale al 140%. E nel sistema minorile una “logica di esplicita punizione”. “Ondata di giovani nelle carceri per adulti. Subito un provvedimento di clemenza”. “Ho visto decine di detenuti ammassati uno sull’altro, il doppio di quanti dovrebbero esserci. Faceva un caldo che toglieva il respiro. In una cella da tre c’erano sei persone, nei letti a castello. Ho sentito la loro sofferenza, e la rabbia con cui, un giorno, torneranno liberi”. Quando Ilaria Cucchi esce, insieme al resto della delegazione, dal portone di Regina Coeli, è visibilmente provata. Madida di sudore, senza fiato, malgrado la senatrice di Avs non sia certo disabituata alla frequentazione delle carceri. Lo è invece Pietro Sermonti, attore protagonista tra gli altri di film quali Boris o Smetto quando voglio, “impressionato da un ragazzino poco più che diciottenne lasciato lì a non fare nulla”. “La direttrice - aggiunge - ci ha riferito che negli ultimi due anni c’è stata un’ondata di ingressi di giovani appena maggiorenni”. “Tutti gli spazi comuni riservati alle attività sono occupati da reclusi”, riferisce il garante regionale dei detenuti del Lazio Stefano Anastasia ai giornalisti presenti, compresa l’inviata del New York Times. Con loro, nella casa circondariale romana dove passa la maggior parte delle persone arrestate o in custodia cautelare che poi saranno ridistribuite nelle varie carceri del Lazio, sono entrati alcuni dei 350 delegati dell’Alleanza per l’Articolo 27 - la rete nata nel febbraio scorso che comprende organizzazioni come Antigone, Cnca, Cgil, A buon diritto, Arci, La società della Ragione e tante altre - nell’ambito dell’iniziativa che ieri ha aperto 37 istituti di tutta Italia alla società civile. Attori e scrittrici, dirigenti di banca, sacerdoti, politici di vari partiti, garanti regionali e comunali, tutti “chiamati a difendere l’articolo 27 della Costituzione”. Non era mai accaduto, nella storia recente italiana. Per Cucchi la maggiore responsabilità di questa situazione è da attribuire alla “propaganda” del governo Meloni e alle “sue politiche iper securitarie”. In effetti, secondo i rapporti di Antigone, da quando si è insediato il governo di ultradestra, attraverso i vari decreti (Rave, Caivano, immigrazione e ong, e due dl sicurezza) sono stati creati “55 nuovi reati, 60 nuove aggravanti e 65 inasprimenti di pena, per un totale di 400 anni in più di pena detentiva in carcere prevista”. E il sovraffollamento penitenziario è tornato quasi ai livelli del 2013, quando con 65.905 detenuti in 47.040 posti realmente disponibili l’Italia venne condannata per trattamenti inumani e degradanti con la famosa sentenza Torreggiani. Oggi siamo a quota 64.695, in una capienza reale scesa addirittura a 46.228 posti, con un tasso di affollamento su base nazionale del 140%. Allora, però, almeno gli Istituti penali per minorenni erano ancora in linea con il dettato costituzionale. Ieri invece, ad esempio, i delegati entrati nell’Ipm milanese Beccaria, insieme all’arcivescovo Delpini, hanno registrato la presenza di “55 persone a fronte di una capienza regolamentare di 42 posti”, di cui “35 stranieri, 21 minorenni e soltanto 8 reclusi con sentenza definitiva”. Spiega Susanna Marietti, coordinatrice nazionale di Antigone: “Nei primi sei mesi del 2026 sono stati 87 i trasferimenti nelle carceri per adulti di giovani maggiorenni che avevano commesso il reato prima dei 18 anni. Nel corso del 2025 erano stati 195 (189 l’anno precedente), con un incremento di oltre l’85% rispetto all’ultimo anno interamente senza decreto Caivano. Le nuove norme permettono tali trasferimenti in chiave semplificata e punitiva. È un cambiamento culturale di non ritorno: per la prima volta il sistema minorile accoglie una logica di mera ed esplicita punizione. Viene così cancellata ogni presa in carico educativa, e il giovane viene abbandonato a un sistema carcerario per adulti pronto a inghiottirlo”. Le testimonianze raccolte in un solo giorno dall’Alleanza per l’Articolo 27 sono a tratti sconvolgenti, ma troppe da tenere tutte in un articolo. “Abbiamo visto tantissimi giovani: se ne parla tanto ma non ce ne si occupa mai davvero”, commenta Don Ciotti all’uscita di Opera, a Milano. A Rebibbia femminile, riferisce la delegazione, “c’era una donna anziana con la bombola dell’ossigeno e tante tossicodipendenti; si percepiva una sensazione di disagio psichico diffuso; una bambina con la mamma giocava da sola al nido”. Dopo la visita alla Dozza e all’Ipm del Pratello, a Bologna, l’attore Alessandro Bergonzoni dice: “Oggi ho visto esseri umani come animali in gabbia; sono uscito con una grande vergogna addosso”. Il garante della Toscana, Fanfani, conferma “una situazione ampiamente degradata” a Sollicciano, mentre a San Vittore la presidente di Antigone Lombardia Valeria Verdolini registra “1173 presenti, 710 sono stranieri, e 235 hanno meno di 24 anni, 677 sono tossicodipendenti, e 154 hanno diagnosi psichiatriche maggiori, con 565 agenti di polizia penitenziaria rispetto al 655 previsti dalla pianta organica”. A Lecce basta ricordare che si contano cinque dei 33 suicidi registrati nelle carceri italiane dall’inizio dell’anno; in totale i morti sono 116. “Numero chiuso nelle carceri” e “subito un provvedimento di clemenza”, sono le richieste in cima alla lista stilata da Antigone e Cnca e condivisa da tutta l’Alleanza per l’articolo 27: a partire dall’”apertura delle celle per almeno 8 ore al giorno” e “del carcere al mondo esterno”, la rete chiede di attuare “un grande piano per l’estate, anche per prevenire i suicidi”. “Frigoriferi e ventilatori in tutte le celle” sono beni di prima necessità. Il Dap deve poi “consentire telefonate quotidiane per tutti i reclusi della media sicurezza in modo da evitare solitudine e disperazione”. Vanno chiusi “tutti i reparti non abitabili dal punto di vista igienico/sanitario”. Bisogna poi “favorire al massimo le misure alternative soprattutto nei prossimi due mesi attraverso richieste formulate dalle stesse direzioni”. Fondamentale è “non attivare i gruppi di Polizia con compiti di infiltrazione nelle carceri”, per non rendere “torbido un clima già teso”. E “non approvare nuove norme penali”. Gli istituti “sono già inzeppati di persone che hanno commesso solo reati minori”. L’amministrazione penitenziaria, questa volta, è stata veloce nel concedere i permessi agli oltre 350 delegati e non ha creato troppi problemi. Un segno di aria nuova, nell’era post Delmastro. L’Articolo 27 “ringrazia”: “Come rete - scrivono le associazioni - ci siamo presi l’impegno di presentare un rapporto dettagliato di quello che abbiamo visto e vissuto, ma soprattutto quello di promuovere iniziative per una riforma delle pene e per un carcere diverso dall’attuale”. Quello che oggi è diventato “solo un ricovero della marginalità sociale”. Rebibbia, Poggioreale, Dozza: in carcere oggi ci sono vite allo stremo di Fulvio Fulvi Avvenire, 15 luglio 2026 Drammatico racconto dei Garanti dei detenuti e dei volontari, tra Roma, Napoli e Bologna: livelli di sovraffollamento ormai vicini al 200%, caldo atroce nelle piccole celle, l’acqua del bidet usata per rinfrescarsi. Mancano psichiatri e agenti. Don Ciotti a Opera con l’Alleanza per l’articolo 27: la politica è sorda, eppure le alternative alla detenzione ci sono. Nelle celle vivono in troppi e soffocano per il caldo. Mancano ventilatori e frigoriferi, i malori sono frequenti, il personale è carente e le strutture spesso risultano inadeguate, fatiscenti e mal tenute per mancanza di fondi. Esponenti dell’associazionismo, del mondo cooperativo e della cultura insieme con rappresentanti delle istituzioni locali, hanno visitato ieri mattina in contemporanea 37 istituti penali di 30 città italiane per verificare le condizioni di vita delle persone detenute. L’iniziativa, alla quale hanno partecipato 350 persone, è partita da “Alleanza per l’articolo 27 della Costituzione” che riunisce sedici realtà impegnate su temi della giustizia, dell’esecuzione penale e dei diritti delle persone private della libertà. Il quadro che è emerso dalle ricognizioni è soprattutto quello di una enorme sofferenza di chi vive dietro le sbarre e di un’organizzazione non sempre in grado, a causa degli organici largamente sottodimensionati, di far fronte alle emergenze dovute al sovraffollamento che, a livello nazionale, ha raggiunto il tasso medio del 140% con circa 18.000 reclusi oltre il limite della capienza regolamentare e con i suicidi che hanno toccato quota 33 dall’inizio dell’anno. “Abbiamo visto i volti della fragilità, abbiamo guardato negli occhi e ascoltato persone che fanno i conti con la fatica dei giorni trascorsi dentro ma che non nascondono le loro speranze e responsabilità” ha dichiarato don Luigi Ciotti, fondatore del Gruppo Abele appena terminata la visita alla Casa di reclusione di Milano Opera insieme con la consigliera comunale Diana De Marchi e i sindacalisti della Cgil Vincenzo Greco e Ivan Lembo. “Il carcere è l’extrema ratio - ha proseguito don Ciotti -, lo dicono tutti ma non è così, esprimo riconoscenza e stima per il lavoro immane che fanno gli operatori ma è la politica ad essere sorda, bisogna investire di più sulle alternative alla detenzione anche se, in fondo, tra le tante parole che si dicono, il vero problema siamo noi, prigionieri dei nostri pregiudizi, delle semplificazioni e delle facili etichette. Eppure - ha osservato il sacerdote - per molti detenuti si potrebbe fare a meno del carcere, gli altri dovrebbero essere accompagnati in percorsi virtuosi anche di giustizia riparativa, perché è possibile voltare pagina, gli esempi da seguire ci sono”. Ad Opera, pur essendo definito un carcere modello, mancano sette agenti di polizia penitenziaria, scarseggiano i condizionatori d’aria e c’è carenza di acqua potabile, ha rilevato la delegazione. “Le donne rinchiuse a Rebibbia sono allo stremo - denuncia la Garante della città di Roma, Valentina Calderone - in 380 su una capienza di 272, fa un caldo atroce e stanno persino in cinque in una stanza, molte di loro lamentano di non avere il cuscino nella branda, ci sono docce e rubinetti da riparare perché mancano i soldi e inoltre nell’istituto - conclude - pesa la grave carenza di personale dell’area amministrativa, sono in 19 e dovrebbero essere 26, quindi l’organizzazione dei servizi ne risente parecchio”. “A Napoli Poggioreale, che registra uno spaventoso sovraffollamento (il 167%, con 2.200 detenuti sui 1.600 previsti dal regolamento) è trascurata soprattutto la cura sanitaria, non ci sono psichiatri a sufficienza che si possono dedicare soprattutto ai tossicodipendenti - dice Daniela Russo, del Coordinamento Donne delle Acli di Napoli - e scarseggiano pure gli educatori, fondamentali per le attività di reinserimento sociale. Ma abbiamo rilevato anche una mancanza di elasticità nello spostamento degli orari del passeggio, che vengono mantenuti anche in questi giorni di afa terribile nelle ore più calde”. Anche alla Dozza di Bologna la situazione è drammatica con un sovraffollamento quasi del 200% e i reclusi che devono usare l’acqua del bidet per rinfrescarsi. “L’Istituto penale minorile di Bologna - sottolinea Caterina Pozzi, presidente del Cnca - ha gli spazi dimezzati per lavori di ristrutturazione ma ha ridotto anche gli ospiti: ci sono 25 ragazzi sui 44 della capienza normale e in tre mesi sono riusciti a farne uscire 53 per fine pena o perché sottoposti a misure alternative: è una buona notizia”. Alle visite nei penitenziari hanno partecipato, insieme ai rappresentanti delle associazioni (tra cui Antigone. Arci, Confcooperative, Legacoop e Nessuno Tocchi Caino), personaggi del mondo della cultura e dello spettacolo come Alessandro Bergonzoni, Daria Bignardi, Ascanio Celestini, Marco Damilano, Davide Dileo (Boosta) e Pietro Sermonti. L’”Alleanza” è nata a Roma il 6 febbraio su impulso del Cnca (Coordinameto nazionale comunità accoglienti) per costruire un percorso comune e promuovere politiche di depenalizzazione, decarcerazione e umanizzazione della pena in applicazione dei dettami costituzionali e in contrasto con il ricorso, sempre più diffuso, a norme penali, alla detenzione e alla progressiva chiusura del carcere nei confronti del mondo esterno con la conseguente restrizione delle attività trattamentali. Carcere, un mondo sempre più chiuso e sempre più fragile di Luisa Bove chiesadimilano.it, 15 luglio 2026 Valeria Verdolini, presidente di Antigone Lombardia, sottolinea una “situazione ormai insostenibile” per le tante criticità presenti e propone: “Bisogna partire dalle politiche sociali e da un lavoro culturale e politico, per mettere in discussione un’idea di sicurezza che non fa bene a nessuno. Si produce sicurezza se si assolve al dettato della Costituzione”. “Servono risposte adesso perché la situazione è insostenibile”. A dirlo è Valeria Verdolini, presidente di Antigone Lombardia, che nei giorni scorsi ha presentato a Milano il XXII Rapporto nazionale sulle condizioni di detenzione. Occorrono interventi urgenti e basterebbe un numero - 116 morti nelle carceri dall’inizio dell’anno - per capire che non c’è più tempo da perdere. Il Rapporto quest’anno si intitola “Tutto chiuso”. Perché? Le varie circolari, sia quelle che hanno complicato l’ingresso ai volontari, sia quelle che hanno insistito sulla media sicurezza, di fatto hanno prodotto un cambiamento di paradigma nella modalità di vita, ben chiaro e in senso molto restrittivo. Quindi non solo celle chiuse, ma anche il territorio… Esatto. Intanto le celle chiuse che sono sempre più “chiuse”. E poi il punto vero è anche quello del cambiamento rispetto al territorio e l’aumento delle persone in isolamento. Se vuole un numero, le posso dire che sono 38.528 le persone a custodia chiusa e solo 24 mila quelle a trattamento intensificato. Nel Rapporto affrontate tantissimi problemi: sovraffollamento, suicidi, salute mentale, lavoro e formazione, recidiva… Se dovesse sottolinearne uno, più urgente o più grave, quale segnalerebbe? Tra tutti i problemi che ci sono, direi che quello principale è la fragilità delle persone ristrette, che si declina in varie forme: c’è una fragilità rispetto alla condizione giuridica, ai giovani adulti, alla sofferenza psichica, alla tossicodipendenza e alle differenti vulnerabilità. Tutto questo conferma che siamo di fronte a un carcere più fragile. Ed è innegabile che certe categorie di persone non dovrebbero neppure entrare in carcere… Infatti. L’aumento dei tossicodipendenti, per esempio, ci parla anche del fallimento della presa in carico territoriale rispetto a questo problema, perché il 41,2% delle persone ha problemi di dipendenza. Rispetto alle carceri lombarde c’è qualche aspetto in particolare che segnalerebbe? La Lombardia è problematica, perché è la regione più “detenuta” d’Italia, con circa un sesto dei detenuti presenti sul totale nazionale: dei 64 mila in Italia, 9.500 sono in Lombardia. Avendo 18 istituti ci sono tutte le circuitazioni possibili e alcuni hanno particolari vulnerabilità. L’istituto di Pavia, con l’articolazione di salute mentale, ha una significativa presenza di detenuti psichiatrici e tossicodipendenti con gravi vulnerabilità; l’istituto di Cremona ha una forte presenza di stranieri con un basso numero di attività previste e ha importanti problematicità; l’istituto di Varese ha avuto una rivolta l’anno passato; Canton Mombello è uno degli altri istituti sovraffollati, oltre a San Vittore, che è un unicum anche nello scenario nazionale. E poi l’anno scorso ci sono state anche molte segnalazioni da parte del carcere di Opera, tornato a rappresentare quel tipo di chiusura di cui parlavamo prima. Come già accennava, in questi anni leggi e decreti hanno aggravato e peggiorato la situazione, per cui risulta che la politica sembra agire solo nella direzione securitaria… Non è questo il sistema per creare sicurezza sul territorio. Un carcere produce sicurezza nella misura in cui riesce ad assolvere al dettato normativo della Costituzione, se non rieduca non è un carcere. Bisogna anche tener conto che siamo in una fase di particolare espansione della penalità, perché oltre ai nostri 64.757 detenuti abbiamo anche ormai quasi 100 mila persone in misura alternativa (10 anni fa erano 40 mila) e circa 120 mila liberi sospesi. Un altro problema è sicuramente quello del numero sempre ridotto di personale (educatori, poliziotti, sanitari) a fronte di un continuo aumento della popolazione carceraria… In parte c’è un problema, perché “tutto chiuso” significa anche maggiore vigilanza e maggiori controlli. Poi c’è un problema di come il sovraffollamento non incida in maniera proporzionale sul numero degli operatori, che quindi sono in una fase di criticità e di fatica quotidiana, perché si trovano a gestire e monitorare molte più persone rispetto al previsto. Si parla tanto anche di un “sistema” che non funziona. Lo stesso Arcivescovo di Milano parla di “sistema fallimentare?”. Cosa si può fare? Da dove partire? Non dal carcere, ma dalle politiche sociali, che sono la prima ragione di carcerazione delle persone con la loro fragilità, le difficoltà quotidiane che si trovano ad affrontare. Poi c’è un lavoro culturale e politico per provare a mettere in discussione questa idea di sicurezza che non fa bene a nessuno. Molti appelli negli ultimi mesi e anni sono rimasti inascoltati proprio dalla politica. Per questo avete organizzato il 14 luglio una mobilitazione nelle carceri… Il senso della mobilitazione è quello di suscitare quell’attenzione che oggi il carcere non ha rispetto alla drammaticità della vita detentiva. Vogliamo provare a mettere in discussione non solo il paradigma, ma soprattutto l’urgenza attuale delle condizioni. Servono risposte adesso perché la situazione è insostenibile. La giustizia oltre gli slogan e la logica emergenziale di Marcello Basilico Il Domani, 15 luglio 2026 Le parole pronunciate dal viceministro della Giustizia, Francesco Paolo Sisto, in un’intervista a questo giornale, impongono alcune puntualizzazioni alla luce della realtà degli uffici giudiziari. Partiamo da una premessa. Al ministero va riconosciuto un impegno notevole su un duplice fronte: la copertura degli organici dei magistrati e il perseguimento - seppure senza gli interventi strutturali necessari nei contenziosi che vedono parte alcune amministrazioni statali - degli obiettivi del Pnrr in materia di giustizia. Poi però leggiamo da parte del viceministro frasi come “politica di valorizzazione del capitale umano”, “misurato gioco di squadra”, “ci godiamo il risultato storico di questa stabilizzazione” o di “rendere i processi giudiziari sempre più “a misura di cittadino”. Sono frasi a effetto, prive purtroppo di riscontro nella concretezza dei fatti. Sisto: “Nessun giochino. La giustizia con noi è ripartita” Gli obiettivi del Pnrr Gli obiettivi del Pnrr di smaltimento dell’arretrato e di riduzione dei tempi medi di celebrazione della causa sono stati conseguiti grazie all’impegno di tutti gli operatori giudiziari, eccezionale e non replicabile, poiché fondato su strumenti organizzativi straordinari - uno per tutti le applicazioni da remoto per “smaltire” le cause pendenti in altri uffici - non giustificabili in tempi ordinari. In tutto ciò l’ufficio del processo ha velocizzato le definizioni dei processi e ha reso finalmente moderna la funzione giudiziaria, basata non più sulla figura del solo giudice, ma sul lavoro di uno staff che lo affianca dall’inizio alla fine della controversia, così come è ragionevole in una procedura complessa affidata alla responsabilità di un giudice da cui si pretende un livello elevato di professionalità. Se si vuole consolidare la tendenza alla riduzione dell’arretrato e dei tempi di durata dei giudizi, l’ufficio del processo deve diventare permanente nei tribunali e nelle corti, non una meteora prescritta dalla legge, ma inattuata nei fatti. A questo scopo non bastano 6.900 stabilizzati tra gli oltre diecimila che vi erano addetti, inseriti ora all’interno di cancellerie che scontano carenze di personale superiori al 50 per cento. Dire da parte del viceministro che la richiesta di nuove risorse trascura “la dimensione più importante: quella qualitativa” equivale e non misurarsi con la realtà quotidiana, ove, ad esempio, gli uffici gip non hanno il personale per assicurare tutti i servizi, mentre tra sei mesi potrebbero essere investiti dalla riforma delle misure cautelari a competenza collegiale. C’è bisogno di nuovi assistenti giudiziari, cui affidare servizi amministrativi e generali, per ritagliare a quei 6.900 funzionari un ruolo dedicato a formare lo staff del magistrato. Ciò non è previsto dalla politica di questo ministero e - checché ne dica il viceministro - neppure dalla contrattazione collettiva sottoscritta solo da alcune sigle sindacali, nella quale l’ufficio per il processo nemmeno è menzionato. Il risultato è che i dirigenti sono in enorme difficoltà a garantirne la sopravvivenza, non essendo in grado di assicurare servizi di assistenza, tecnici, informatici, contabili, e che chi che si è formato per lavorare nell’Upp potrà esservi assegnato solo in misura residuale. A monte di queste scelte v’è una politica fondata sempre e solo sull’emergenza. Il decreto legge 100, prossimo alla conversione, ne è l’emblema: due riforme annunciate come qualificanti - quella del gip collegiale e quella del tribunale per le persone i minori e la famiglia - sono prorogate in extremis perché inattuabili per mancanza di risorse e di studi di fattibilità; si adottano interventi estemporanei sulla permanenza ultradecennale di giudici e p.m. nelle stesse funzioni, sulla magistratura onoraria e sull’ufficio del processo stesso: per quanto giustificati, essi eludono le tematiche di fondo. Il tutto mentre su questi due ultimi fronti attendiamo ancora dal ministro le piante organiche (per la magistratura onoraria ormai da oltre un lustro). Sono in corso da parte del Csm interlocuzioni relative alla possibile revisione degli organici della magistratura. Sarà fondamentale valutare l’avvento prossimo dell’ondata di contenzioso senza precedenti in materia di procedure di frontiera e di protezione internazionale (per effetto del Patto europeo all’Italia finirà assegnato un quarto del carico dell’intera Unione). Assunzione di nuovo personale dell’area assistenti e riconfigurazione degli uffici giudiziari in vista di questi eventi sono i terreni di un’azione sinergica, che comprenda l’adeguamento tecnologico e l’intelligenza artificiale. Occorre approfondire e programmare, tralasciando gli slogan e la logica emergenziale. Il ministero della Giustizia assume gli addetti all’Ufficio per il processo, ma è polemica sulle funzioni Intercettazioni, muro contro muro in maggioranza di Valentina Stella Il Dubbio, 15 luglio 2026 “Emendamenti Melillo”, il fallimento del tavolo apre una crepa tra FdI e Forza Italia, destinata a farsi sentire anche in campagna elettorale. Si va verso la fiducia. Tavolo fallito tra le forze di maggioranza sugli ormai noti “emendamenti Melillo” alla legge di conversione del decreto legge “Giustizia e Patto Ue su migrazione e asilo” in discussione nelle commissioni congiunte Affari costituzionali e Giustizia del Senato. I capigruppo dei partiti che sostengono il governo Meloni si sono infatti riuniti per trovare un accordo sui correttivi all’articolo 9 depositati dai senatori di Fratelli d’Italia Gianni Berrino e Sandro Sisler che vanno ad accogliere le istanze del Procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo Gianni Melillo, volte a ripristinare la cosiddetta “pesca a strascico” nelle intercettazioni in fase di indagine. Tuttavia sono rimaste le divisioni tra il partito della premier e Forza Italia: nessuno ha ceduto di un millimetro. I primi, con Lucio Malan, convinti ad andare avanti, i secondi, con Enrico Costa e Stefania Craxi ad opporsi nettamente. Non solo per una questione di merito, in quanto un freno agli ascolti era stato voluto ed ottenuto proprio dagli azzurri, in particolare da Tommaso Calderone, nel 2023. Ma anche per una questione di metodo: tra i forzisti c’è molta irritazione per come gli alleati di FdI hanno gestito gli ultimi dossier giustizia. In primis con la legge sugli smartphone bloccata alla Camera, dopo l’approvazione a maggioranza al Senato, a causa sempre dei richiami di Melillo fatti propri dalla presidente della commissione Antimafia, Chiara Colosimo. E adesso a Palazzo Madama per l’incursione dei Fratelli con quei due emendamenti non concordati affatto con i colleghi di Forza Italia. Emendamenti che, almeno per il momento, sono stati accantonati in attesa del parere del governo che, intanto, prende tempo. “Trovo giuste alcune considerazioni tecniche avanzate” dal procuratore antimafia Melillo, ha affermato rispondendo ad una domanda dell’Agi nel Transatlantico della Camera, il ministro della Giustizia Carlo Nordio. Il guardasigilli ha ricordato che l’obiettivo è soprattutto “rafforzare gli strumenti” della lotta alla mafia: “Sicuramente - ha spiegato - ci saranno delle considerazioni che verranno fatte”. Ed infatti ora si sale di livello e la soluzione all’impasse la dovranno trovare i vertici dei partiti nei prossimi giorni in un nuovo tavolo, sul quale potrebbero finire anche le altre questioni in sospeso, come il ddl sulla prescrizione. Una soluzione potrebbe essere quella anticipata dal Fatto Quotidiano: anziché intervenire sul 270 cpp, si potrebbe mettere mano all’articolo 380 dello stesso codice di rito, ampliando i casi in cui prevedere gli arresti obbligatori in flagranza oppure sull’articolo 13 del decreto del 13 maggio 1991, ideato da Giovanni Falcone, che interviene sugli indizi sufficienti a predisporre una intercettazione. La prima ipotesi potrebbe non dispiacere a Forza Italia perché, come spiegato al Dubbio da una loro fonte parlamentare, “un conto è ipotizzare di mettere mano ai reati per i quali è previsto l’arresto in flagranza, altra cosa è stravolgere la ratio della norma”. Ma i mediatori dovranno fare in fretta in quanto il provvedimento è atteso nell’aula del Senato già dalla prossima settimana, precisamente dal pomeriggio di martedì 22 luglio. La tabella di marcia impone infatti celerità in quanto il decreto va convertito entro l’11 agosto e deve ancora passare per la Camera dei Deputati, altrimenti rischia di decadere. Lo scenario che si prefigura al momento è quello di un naufragio degli “emendamenti Melillo”: dato l’ostruzionismo delle opposizioni nelle commissioni, si arriverebbe in Aula senza essere riusciti a dare mandato al relatore e senza aver esaminato tutti gli emendamenti. A quel punto si farebbe concreta l’ipotesi di porre la fiducia sul ddl di conversione nella stesura originaria, quindi senza possibilità di apportare correttivi. Sarebbe la vittoria di Forza Italia e una sorta di sconfitta del procuratore Melillo che dal 20 aprile attende una risposta in merito alle sue preoccupazioni. Tuttavia l’esito rappresenterebbe anche una grossa frattura tra i due azionisti di governo - Fratelli d’Italia e Forza Italia - con la Lega che per il momento resta a guardare, anche se aveva detto di voler fare tutto il possibile per non abbassare la guardia nella lotta alla criminalità organizzata. Una spaccatura, quella tra Fratelli d’Italia e Forza Italia, che potrebbe emergere anche nella prossima campagna elettorale. Piemonte. L’estate orribile in carcere. Celle bollenti e affollate di Lorenzo Nicolao Corriere di Torino, 15 luglio 2026 In Piemonte i reclusi sono 4.360, a fronte di 3.978 posti. Condizioni sanitarie precarie. Le persone detenute in Piemonte sono 4.360. La capienza delle case circondariali sul territorio è invece di 3.978. Un tasso di affollamento pari al 109,60%. Un dato che tuttavia sottostima il fenomeno, poiché non tiene conto dei posti inagibili per i lavori di manutenzione o altre criticità strutturali. Allo stesso tempo, il caldo rappresenta un ulteriore problema, in celle che non dispongono di un sistema di areazione né di semplici ventilatori. Sono i dati e le valutazioni dell’associazione Antigone, che ha visitato ieri anche la Casa Circondariale Lorusso e Cutugno di Torino, all’interno dell’iniziativa dell’alleanza per l’articolo 27 della Costituzione. Presenti la vicesindaca Michela Favaro, l’ex garante regionale Bruno Mellano, Terra Mia e alcuni esponenti della Cgil, oltre a Boosta dei Subsonica. L’associazione ha poi ricordato nel pomeriggio, nello spazio funzionale Comala, le attuali condizioni delle carceri piemontesi, nell’ambito di una campagna di sensibilizzazione nazionale. Le attività ricreative sono sospese per le temperature torride, oltre che per ragioni di calendario. Ulteriore complicazione di uno scenario già complesso. Si evince un modello che non funziona più. Si pone l’attenzione su strutture che vanno rimodernate e ripensate. L’obiettivo della visita di ieri mattina, che ha visto il coinvolgimento di oltre 330 personalità della cultura e della società civile in 34 istituti italiani, è stato riaccendere l’attenzione pubblica sulle condizioni delle carceri e sull’importanza del reinserimento sociale. In Piemonte, oltre a Torino, altre due delegazioni hanno visitato gli Istituti di Asti e Biella. Le problematiche del territorio sono le più disparate, dai bambini dietro le sbarre (due a Torino) per via del Decreto Sicurezza, che ha cancellato l’obbligo di rinvio della pena per le donne incinte o con bambini di età inferiore a un anno, alle otto persone transgender nella sezione speciale di Ivrea, che le emargina dal resto della popolazione carceraria. Diffuse le criticità sulle condizioni sanitarie, che acuiscono in estate, e quelle relative alla salute mentale dei detenuti. L’operatrice della cooperativa sociale Terra Mia Beatrice Robba ricorda che “solo nella Casa Circondariale di Torino i detenuti sono 1.500, su una capienza massima di mille. Tanti giovani adulti e molte persone straniere (secondo i dati di Antigone quattro su dieci, ndr). Parlare di carcere significa quindi parlare di diritti e responsabilità. Speriamo che questa giornata sia l’inizio di un percorso condiviso che favorisca l’inserimento”. La vicesindaca Favaro ribadisce l’importanza di costruire un ponte tra il carcere e la città, presentando un nuovo progetto dedicato ai detenuti che hanno tra i 18 e i 25 anni. “Saranno aiutati con un percorso di supporto psicologico, oltre alla formazione professionale e allo sport”. Bologna. “Le colpe vanno scontate, ma non attraverso la tortura” di Krystyna Gulyeyeva Corriere di Bologna, 15 luglio 2026 “La Dozza è ai minimi termini”. È il giudizio del garante dei detenuti di Bologna Antonio Ianniello dopo la visita di ieri dell’Alleanza per l’articolo 27 della Costituzione. Come aveva spiegato parlando il nostro giornale, amministratori, garanti, associazioni, sindacati, volontari e cittadini sono entrati per vedere con i propri occhi cosa significa oggi vivere in carcere. Hanno varcato i cancelli della Dozza e del Minorile del Pratello per documentarne le condizioni e riportare il carcere al centro del dibattito pubblico. “Siamo entrati per guardare - ha detto l’attore Alessandro Bergonzoni, richiamando le parole di Piero Calamandrei. Solo conoscendo da vicino quella realtà la si può comprendere davvero”. “Le carceri devono stare dentro la città e tutti i cittadini se ne devono occupare - l’appello del presidente del Coordinamento Nazionale Comunità Accoglienti, ricordando che alla giornata nazionale hanno partecipato 350 persone in 32 istituti italiani -. Più il carcere viene isolato, più rischiamo di abbandonare chi sta scontando la pena. La sicurezza non si costruisce buttando via la chiave, ma con formazione, inserimento e accompagnamento”. Alla Dozza la fotografia restituita dalla delegazione è quella di un istituto “in grave sofferenza”, come l’ha definito Agata Sorice di Antigone: “I detenuti sono 828 a fronte di una capienza regolamentare di 480 posti, già ridotti dai lavori in corso. Il doppio di quelli che dovrebbero essere”. Alla pressione del sovraffollamento si aggiungono problemi strutturali, dalle difficoltà nell’approvvigionamento dell’acqua alle poche docce funzionanti, fino alle condizioni dell’infermeria, con muri e pavimenti deteriorati, infiltrazioni e segni lasciati da incendi appiccati in passato. Oltre la metà dei detenuti, 433, è classificata come tossicodipendente. Per una visita specialistica all’esterno i tempi di attesa arrivano fino a sei mesi. Un quadro che conferma quanto denunciato su queste pagine dal garante comunale Ianniello, che aveva parlato del rischio di una pena trasformata in “neutralizzazione” della persona più che in rieducazione. “Il sovraffollamento rende impossibile prendere in carico le vicende personali dei detenuti - ha ribadito. Il tempo trascorso in carcere diventa un tempo vuoto e privo di qualità, lontano da quanto prevede l’articolo 27 della Costituzione. Senza un intervento del legislatore e un maggiore ricorso alle misure alternative, il rischio è assistere a un ulteriore peggioramento delle condizioni di detenzione”. Meno critica la situazione del Pratello, condizionata dai lavori di ristrutturazione che han portato alla riduzione progressiva del numero dei ragazzi presenti. “I numeri sono rassicuranti rispetto al passato- ha detto la vicesindaca Emily Clancy -. Molto più preoccupante è invece la situazione della Dozza. Se vogliamo dare attuazione alla Costituzione dobbiamo garantire condizioni di detenzione dignitose”. A chiudere l’incontro, ancora Bergonzoni. “Le colpe vanno scontate - le sue parole. Ma devono essere scontate attraverso la tortura? Perché di questo stiamo parlando”. Un invito a non considerare il carcere un luogo separato dalla città, ma una responsabilità collettiva. Torino. Detenuto morto in carcere dopo aver perso trenta chili. La CEDU condanna l’Italia di Elisa Sola La Stampa, 15 luglio 2026 La procura aveva archiviato due volte dopo la denuncia dei familiari. La sorella della vittima: sei anni per avere giustizia dalla Corte dei diritti dell’uomo. Natascia, la sorella, rilegge le lettere dal carcere. “Antonio ci scriveva che chiedeva aiuto alle guardie e che non lo ascoltavano. Che stava male, vomitava, aveva dolori ovunque. Ma nessuno veniva nella sua cella. Pensavano che lo facesse apposta per avere “benefici”. Usavano questa parola. Non abbiamo mai capito quali. Ha perso trenta chili in meno di cinque mesi”. Antonio Raddi è morto il 30 dicembre 2019. Aveva 28 anni. Quando è entrato nel carcere Lorusso e Cutugno pesava 80 chili. Quando hanno diagnosticato il decesso, 50. È morto per un’infezione dovuta a un batterio comune, la Klebsiella pneumoniae. Ma il suo corpo era pelle e ossa. Troppo fragile per reagire. Doveva scontare pochi mesi per piccoli reati legati alla tossicodipendenza. “Ha sempre chiesto aiuto, dal primo momento”, ricorda la sorella. Quattro settimane prima che morisse, la garante dei detenuti Monica Gallo, vedendolo in sedia a rotelle, nell’ennesima segnalazione inviata ai vertici del carcere scriveva: “Implora di intervenire. Ha le stesse sembianze di Stefano Cucchi”. L’indagine della procura è durata tre anni. Il caso è stato archiviato nel 2023. La conclusione: “Non si ravvisano responsabilità per i quattro medici indagati”. Natascia e i genitori di Antonio hanno smesso di sperare. Poi, è successo qualcosa, per loro, di inaspettato. Accogliendo il ricorso degli avvocati della famiglia, Gianluca Vitale e Federico Milano, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia per la morte di Antonio. Il nostro Stato è stato condannato “per la violazione degli articoli sul rispetto del diritto alla vita e sul divieto di trattamenti inumani e degradanti nelle carceri”. Non c’entrano i medici, o perlomeno, non soltanto loro. Raddi è morto perché i vertici del carcere lo hanno abbandonato. Antonio soffriva di ansia e depressione, era detenuto nella sezione dedicata alle dipendenze. Rifiutava il cibo perché era malato. “Chissà dove ha preso l’infezione - dice la sorella Natascia -. Magari l’aveva da mesi in corpo, e nessuno ha fatto niente. Dicevano che fingeva”. Per i giudici di Strasburgo, non è vero che le nostre autorità avrebbero fatto “tutto il ragionevolmente possibile, in buona fede e tempestivamente, per cercare di scongiurare l’esito mortale”. Ora lo Stato dovrà versare alla famiglia Raddi 26mila euro per danni e spese. Per l’avvocato Gianluca Vitale, “la sentenza della Corte europea accerta che lo Stato e il carcere non hanno fatto quanto avrebbero dovuto per la tutela alla vita e alla salute”. Il 10 dicembre 2019 i vertici dell’amministrazione penitenziaria scrivono: “Il soggetto è ampiamente monitorato”. Tre giorni dopo Antonio collassa. “Vomita sangue e non si muove”, l’allarme del compagno di cella. Quando il 13 dicembre Raddi arriva all’ospedale Maria Vittoria, non c’è più nulla da fare. Entra in coma. Muore 17 giorni dopo. Il 20 novembre un medico del carcere risponde all’ennesima lettera della garante dei detenuti: “La perdita di peso è una modalità strumentale per ottenere benefici secondari”. Natascia continua a chiedersi: quali benefici? Aveva 28 anni. Sarebbe uscito presto. Per i legali, “è morto nelle mani dello Stato e perché lo Stato non lo ha protetto”. Firenze. L’anziano di 87 anni è uscito da Sollicciano, sconterà la pena in una struttura alternativa di Antonella Mollica Jacopo Storni Corriere Fiorentino, 15 luglio 2026 Dopo una settimana è stato trasferito a Casa Caciolle. Era stato arrestato per un furto di vestiti in un’auto. È uscito dal carcere di Sollicciano così come era entrato. Con il sorriso stampato sul volto e gli occhi vivaci di sempre, in barba ai suoi 87 anni e ai 40 gradi che non danno tregua. Si è conclusa dopo meno di una settimana la disavventura di Giuseppe, l’anziano che viveva nell’albergo popolare e che è finito in cella per una sentenza diventata definitiva dopo il furto su una macchina. Grazie all’associazione per i diritti dei detenuti Pantagruel e al presidente della Madonnina del Grappa, don Vincenzo Russo, ora ha un posto dove andare. È Casa Caciolle, una struttura per detenuti semiliberi nel quartiere di Rifredi. Ieri pomeriggio è uscito da Sollicciano. “La reclusione di una persona con 87 anni sulle spalle rappresenta un cortocircuito etico e giuridico che contrasta con i principi della nostra Costituzione” ha detto don Russo che è stato a lungo cappellano di Sollicciano. Durante questi giorni in una cella del reparto clinico - ha raccontato l’uomo - ha fatto fatica anche a mangiare. È senza denti e non riesce ad ingerire cibi solidi. Per quanto in tanti si siano dati da fare per alleviare le difficoltà della detenzione le sue condizioni di salute sono difficilmente compatibili con il regime carcerario. “Con le fragilità di una persona anziana la cella è una forma di punizione estremamente sproporzionata e incompatibile - dice don Russo - Come si fa a parlare di rieducazione e di reinserimento sociale per una persona così anziana? Tutto perde di significato e si riduce a mera sanzione afflittiva. Oltre una certa età la pena deve essere scontata esclusivamente in regime di cura o assistenza fuori dal carcere per evitare che la giustizia si trasformi in accanimento”. La storia incredibile di Giuseppe, napoletano classe 1939, parte da lontano. È solo, da molti anni a Firenze, non ha famiglia e vive di espedienti. Di notte lo aspetta un posto letto all’albergo popolare. In passato è stato già condannato per furto, nel settembre 2024 viene arrestato in flagranza dopo aver rotto il finestrino di un’auto per rubare una borsa (che conteneva solo abiti da lavoro, peraltro). Processato per direttissima viene condannato ad un anno. “Vabbè - le sue parole rassegnate all’avvocato - non è la prima volta che finisco in carcere, non è il posto peggiore dove posso stare, alla fine lì c’è un letto e mi danno anche da mangiare”. La condanna resta lì silente, fino a quando diventa definitiva. L’avvocato Carboncini si attiva per cercare un posto per la detenzione domiciliare ma all’albergo popolare non si può, altre strutture non sono disponibili per persone anziane che hanno bisogno di assistenza. Entrano in gioco i servizi sociali del Comune, viene nominato un amministratore di sostegno, si trova una Rsa privata a Castelfiorentino disponibile ad ospitarlo (la retta a spese del Comune) ma lui non vuole andare. Non ha capito che l’alternativa è il carcere. Quando l’avvocato riesce a convincerlo il posto nella Rsa non è più disponibile. A quel punto è troppo tardi per evitare che la giustizia, implacabile, faccia il suo corso. E per Giuseppe si aprono le porte di Sollicciano. Roma. Carceri, bisogna aver visto di Patrizia Pallara collettiva.it, 15 luglio 2026 Parlano Stefano Anastasia, Patrizio Gonnella e Pietro Sermonti al termine della visita a Regina Coeli, a Roma, per l’iniziativa dell’Alleanza per l’articolo 27. Bisogna aver visto. I corpi sudati e troppo vicini rinchiusi per 23 ore al giorno in una cella piccola, troppo piccola. Le persone, gli uomini e le donne, con lo sguardo perso e confuso, tristi e depressi. Le carenze e le mancanze delle strutture, dei servizi, del personale, dell’igiene, della pulizia. Bisogna aver visto tutto questo per poterlo raccontare, testimoniare, diffondere. È quello che hanno fatto 330 “civili”, persone libere, entrate oggi, 14 luglio, in 34 carceri italiane di 29 città, nell’iniziativa organizzata dall’Alleanza per l’articolo 27. Due ore e mezzo nelle carceri - Esponenti delle istituzioni locali, del mondo dell’università, della cultura, della società civile, del sindacato hanno trascorso più di due ore negli istituti penitenziari da Nord a Sud per vedere e toccare con mano come l’articolo 27 della Costituzione non è garantito. È l’articolo che tra le altre cose afferma: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Specie d’estate, nelle carceri i trattamenti sono contrari al senso di umanità, i detenuti non hanno diritti e spesso neppure dignità. Il doppio dei detenuti - “Ho visto condizioni di sovraffollamento che sono intollerabili - denuncia a Collettiva Stefano Anastasia, garante dei detenuti del Lazio, all’uscita dal carcere di Regina Coeli -. C’è il doppio dei detenuti presenti rispetto alla capienza regolamentare, le brande aggiunte nelle celle, le aule per le attività occupate da lettini, la difficoltà degli operatori a seguire tutti, con i rischi che ne conseguono, anche disattenzioni rispetto a condizioni di vulnerabilità e sofferenze particolari”. Estate, stagione difficile - L’estate è la stagione più difficile per chi sta dentro, è un periodo di sofferenze e di suicidi, di assenza di vita e di attività: i ristretti possono uscire per l’ora d’aria dall’una alle tre del pomeriggio, quando fuori il clima è rovente, i turni di ferie riducono il personale e le possibilità di fare attività, una situazione di reale abbandono. “Nell’immediatezza, in estate, bisogna rendere la vita dei detenuti e del personale un minimo accettabile - ci dice Patrizio Gonnella, presidente dell’associazione Antigone -. Areare gli spazi, prevedere la possibilità di rinfrescarsi, mettere ventilatori nelle celle, ombreggiare le zone comuni: si rimane in cella, in cinque in 15 metri quadri o in tre persone in dieci per 20-22 ore al giorno, si rinuncia all’aria perché non c’è un ombrellone. Quindi frigo, ventilatori e telefonate quotidiane, una cosa questa che salva molte vite”. Scuotere le coscienze - Per l’Alleanza per l’articolo 27, di cui fa parte anche la Cgil, c’è necessità di fare informazione, raccontare a tutti quello che si vede dentro, per scuotere le coscienze, promuovere un moto di indignazione collettiva e arrivare così, forse, alle riforme. “Da essere umano mi hanno colpito le condizioni dei corpi, dei detenuti: qui c’è il doppio delle persone che dovrebbero esserci - racconta alla fine della visita l’attore Pietro Sermonti -. Il carcere riguarda tutti, chi è detenuto lo è perché c’è una sentenza emessa in nome del popolo italiano, e io ne faccio parte. E quando sento l’espressione ‘buttare le chiavi’, ecco, io sono venuto qui a raccoglierle”. Roma. I ragazzi disperati di Regina Coeli di Ilaria Dioguardi vita.it, 15 luglio 2026 Carlo Testini, responsabile Lotta alle Disuguaglianze di Arci, è una delle oltre 350 persone che il 14 luglio hanno visitato 37 carceri italiane in una giornata ideata dall’Alleanza per l’articolo 27 della Costituzione. Il suo racconto a Vita: “A Regina Coeli ho visto un affollamento di quasi il 200%, materassi in terra nelle celle, ragazzi giovanissimi e disperati che non vogliono vivere in quelle condizioni”. Trentasette istituti penitenziari italiani sono stati visitati da delegazioni composte da rappresentanti dell’Alleanza per l’articolo 27 della Costituzione, insieme a esponenti delle istituzioni locali, del mondo dell’università, della cultura e della società civile. Nel complesso hanno partecipato all’iniziativa oltre 350 persone. Fra queste Carlo Testini, responsabile Lotta alle Disuguaglianze di Arci. “Siamo entrati nella casa circondariale Regina Coeli di Roma intorno alle 10, siamo usciti due ore e mezza dopo. Insieme a me, tra gli altri, c’erano la senatrice Ilaria Cucchi, il garante delle persone private della libertà personale della regione Lazio Stefano Anastasia, Patrizio Gonnella e Susanna Marietti di Antigone, Hassan Bassi in rappresentanza del Coordinamento nazionale comunità accoglienti-Cnca, l’attore Pietro Sermonti, la scrittrice Vanessa Roghi”. L’obiettivo dell’iniziativa è “riportare l’attenzione dell’opinione pubblica sulle condizioni delle carceri italiane, oggi attraversate da una crisi sempre più grave, e riaffermare il principio secondo cui la pena deve essere conforme ai valori sanciti dall’articolo 27 della Costituzione: umanità, dignità della persona e finalità di reinserimento sociale”, dice Testini. “A Regina Coeli abbiamo avuto un incontro iniziale con la direttrice Claudia Clementi e con il capo della polizia penitenziaria del carcere. Ci hanno raccontato i numeri dell’istituto: il problema enorme è che, a fronte di 563 posti effettivamente disponibili, sono presenti 1066 detenuti. Si avvicina al 200% di sovraffollamento, è una situazione insopportabile. Ad ottobre scorso, è crollata parte del tetto di una rotonda, in più il complesso di Regina Coeli (Casa circondariale di Roma) è tutelato, il vincolo è gestito dalla Soprintendenza Speciale Archeologia Belle Arti e Paesaggio di Roma”. L’edificio è un ex convento del Seicento di interesse storico-culturale. “I lavori di ripristino sono ancora fermi per cui le sezioni rimaste sono state ancora più riempite di persone”. Molti detenuti sono giovanissimi - “Ho chiesto alla direttrice del carcere una conferma dell’aumento di detenuti giovani e giovanissimi, mi ha risposto che c’è stato nell’ultimo anno e mezzo un aumento dei ragazzi tra 19 e 22 anni che non c’era prima. Sappiamo tutti che, chiaramente, è dovuto al decreto Caivano”, continua Testini. “C’è un nesso fortissimo tra i decreti sicurezza e l’entrata di detenuti molto giovani, che fanno ingresso in carcere per reati di spaccio di sostanze, microcriminalità legata alle dipendenze. Ci sono tantissimi ragazzi di origine straniera anche di seconda generazione”. Tra materassi per terra e gran caldo - A Regina Coeli “le celle sono molto piccole. Ci sono dei letti a castello a tre piani, dove l’ultimo batte la testa al soffitto. In qualche cella abbiamo visto anche dei materassi per terra, quindi oltre ai tre letti ce n’è anche un quarto”, prosegue Testini. “Mi ha fatto molta impressione che ci sono ragazzi giovanissimi che stanno nelle celle con adulti anche molto vecchi. C’è una promiscuità molto complicata da gestire per tanti motivi diversi e in più fa molto caldo. In molte celle hanno ventilatori, ma non in tutte. Abbiamo chiesto come mai in alcune non ci fossero”, continua, “e il personale ci ha risposto che si rompono spesso e che si stanno attrezzando. Poi ci sono sezioni con celle dove hanno la doccia, ma non sono molte: nella maggior parte ci sono le docce esterne collettive”. Poche attività e per pochi - “Molti detenuti erano nelle celle, qualcuno nei corridoi, pochi fuori, dove c’è un cortile tenuto malissimo”, continua Testini. “Con questo sovraffollamento e il crollo di ottobre, gli spazi dove fare attività sono pochissimi e il numero di detenuti che possono aderire ad attività di socializzazione o educative sono pochissimi. Quindi, è un carcere veramente complicato”. Durante la visita potevano parlare con i detenuti solamente il garante Stefano Anastasia e la senatrice Ilaria Cucchi, “che si sono soffermati più volte a dialogare. Ho captato la disperazione, soprattutto di ragazzi giovanissimi, che dicevano “Io qui dentro, in questa cella, con queste persone, non ce la faccio a stare”. Consideriamo che ci sono tantissimi detenuti che hanno problemi di salute mentale”, continua. “La direttrice ha spiegato che c’è una presenza importante dell’Asl, con un presidio importante, con ambulatori in tutti i piani. Però c’è anche da dire che sono tantissime le persone che hanno bisogno di visite, di sostegno, di farmaci. A Regina Coeli si ha proprio la percezione che il carcere sia diventato un luogo dove vanno a finire tutti quelli che hanno bisogno e che fuori non hanno un posto dove andare”. Come nasce l’Alleanza per l’articolo 27 - L’Alleanza è nata a Roma lo scorso 6 febbraio, riunendo numerose associazioni impegnate sui temi della giustizia, dell’esecuzione penale e dei diritti delle persone private della libertà, e parte dalla volontà condivisa di costruire un percorso comune per promuovere politiche di depenalizzazione, decarcerizzazione e umanizzazione della pena, contrastando una stagione segnata dall’espansione del diritto penale, dall’aumento del ricorso alla detenzione e dalla progressiva chiusura del carcere nei confronti della società esterna. I promotori sono: A buon diritto, Acli, Antigone, Arci, Cgil, Coordinamento nazionale comunità accoglienti-Cnca, Conferenza nazionale volontariato giustizia-Cnvg, Confcooperative Federsolidarietà, Conferenza dei Garanti territoriali delle persone private della libertà, Forum Droghe, Gruppo Abele, L’altro diritto, La Società della Ragione, Legacoopsociali, Movimento di volontariato italiano-Movi, ?Movimento No Prison, Nessuno tocchi Caino, Ristretti Orizzonti, Voci di Dentro. E dopo l’iniziativa? - “Secondo me è importante sottolineare il valore di questa giornata perché, dopo tanto tempo, siamo entrati in centinaia in 37 carceri. Faremo un’iniziativa per raccontare nel dettaglio tutte le visite che abbiamo fatto. Inoltre, ad ottobre-novembre organizzeremo un evento pubblico importante in cui l’Alleanza dialogherà in maniera forte con chi si candida a governare il Paese. In autunno saremo già in campagna elettorale: occorre che la politica, dopo che la società civile si è attivata e lavora da sempre per mettere in luce le condizioni drammatiche del carcere, si esprima su ciò che vuole fare”, sottolinea Testini. “C’è una grande differenza tra la costruzione di nuove carceri e la volontà di trovare un modo per far sì che ci siano meno persone che vanno in carcere. Si tratta di percorsi diversi, opportunità differenti, che bisogna offrire investendo più fondi nella nell’accoglienza. Ci sono migliaia di minori stranieri non accompagnati che vanno in carcere perché finiscono in mano a vari circuiti criminali. Interrogheremo la politica su questi e su altri punti”. Le proposte dell’Alleanza - Queste le proposte dell’Alleanza per l’Articolo 27 della Costituzione, che si mette a disposizione degli interlocutori politici e amministrativi: 1. Apertura estiva del carcere alla società civile, al volontariato, al mondo esterno. Ogni giorno i detenuti devono potere trascorrere, anche d’estate, almeno 8 ore fuori dalla cella in attività sensate. Dappertutto. Si tratta di elaborare un grande piano d’intervento per l’estate per prevenire i suicidi. 2. Consentire telefonate quotidiane per tutti i detenuti presenti nella media sicurezza in modo da non interrompere i legami con l’esterno ed evitare solitudine e disperazione che in estate sono pericolose per il rischio aumentato di favorire scelte di suicidio. 3. Prevedere la presenza di frigo e ventilatori in tutte le celle per rendere tollerabile il caldo estivo. Dotare le aree all’aperto di spazi ombrati con acqua a disposizione. 4. Chiudere tutti i reparti non abitabili dal punto di vista igienico/sanitario. 5. Convocare subito i gruppi di osservazione e trattamento e prevedere un grande piano concordato di invio in misura alternativa di almeno 10mila persone nei prossimi due mesi. 6. Rinunciare alla costituzione di gruppi infiltrati di polizia penitenziaria nelle carceri. Si tratta di una scelta che rende torbido un clima già teso. 7. Infine, chiediamo al Parlamento di non approvare nuove norme penali sino alla fine della legislatura nonché prevedere provvedimenti di clemenza che riportino il carcere nella legalità costituzionale. Milano. In carcere c’è ancora chi può ascoltare? Quel che abbiamo visto entrando a Bollate di Valentina Di Mattei e Simona Silvestro vita.it, 15 luglio 2026 Il carcere spesso il luogo dove la salute mentale viene messa duramente alla prova, sia per chi è recluso sia per chi ci lavora. Bollate, a Milano, da sempre è un “carcere modello” eppure anche qui c’è uno scarto tra quel che è stato e potrebbe ancora essere e le condizioni materiali che il sovraffollamento impone. In questo contesto, in carcere, davvero qualcuno ha il tempo, gli strumenti e le condizioni di sicurezza per ascoltare? Le riflessioni dell’Ordine degli psicologi della Lombardia. Questa mattina abbiamo varcato l’ingresso della Casa di Reclusione di Bollate insieme alla delegazione dell’Alleanza per l’articolo 27 della Costituzione, nell’ambito di una mobilitazione nazionale che nella stessa giornata ha portato decine di realtà associative, istituzionali e della società civile a entrare contemporaneamente in 34 istituti penitenziari italiani. A Milano, ha toccato da vicino un sistema penitenziario cittadino - quello di San Vittore, Opera e Bollate - già sotto forte pressione. Come Ordine degli Psicologi della Lombardia abbiamo scelto di esserci perché il carcere è, prima di tutto, un luogo di salute mentale, spesso il luogo dove la salute mentale viene messa duramente alla prova, sia per chi è recluso sia per chi ci lavora ogni giorno. Bollate arriva a questo appuntamento in una condizione particolare. Sebbene sia da sempre l’istituto italiano più citato come modello di detenzione aperta, orientata al lavoro e al reinserimento, con celle non chiuse, corsi scolastici e universitari, cooperative e imprese che offrono ai detenuti nuove opportunità di vita, in questi mesi non rimasta estranea alla crisi che sta attraversando l’intero sistema penitenziario italiano. Secondo i dati più recenti del Ministero della Giustizia, l’istituto ospita oggi circa 1.600 persone a fronte di una capienza regolamentare di circa 1.270 posti con un tasso di sovraffollamento superiore al 125%, e un rapporto tra agenti di polizia penitenziaria e detenuti tra i più sbilanciati d’Italia. Nelle scorse settimane, inoltre, insieme a San Vittore e Opera, è stato oggetto delle cronache anche per segnalazioni di celle sovraffollate, temperature elevate e problemi igienico-sanitari legati alla recente ondata di caldo. Ed è proprio in questo scarto, tra il riconoscimento di “carcere modello” e le condizioni materiali che il sovraffollamento impone anche qui, che si è mossa oggi la nostra visita e il nostro desiderio di toccare con mano in che misura reputazione e dati trovino riscontro nella quotidianità dell’istituto. Un modello, per proseguire in maniera virtuosa e continuativa, ha bisogno di essere sostenuto a partire da chi, dentro quelle mura, si occupa della salute mentale delle persone detenute. Ed è qui che i dati raccolti dal nostro Ordine aiutano a leggere quello che abbiamo visto oggi. Soltanto tre mesi fa, il Gruppo di Lavoro sulla Psicologia Penitenziaria pubblicava un’indagine tra gli iscritti che operano nelle carceri lombarde, raccogliendo 185 risposte complete. Il quadro che ne emerge conferma che il lavoro psicologico in carcere rappresenta una funzione tutt’altro che accessoria: è esposto, spesso in condizioni di rischio reale, e sorretto da una tutela professionale ancora insufficiente. Il 70,1% degli psicologi penitenziari lombardi ritiene che il proprio lavoro comporti rischi per l’incolumità personale e il 58,5% dichiara di essersi sentito, almeno una volta, minacciato o in pericolo. Le forme più frequenti sono l’aggressività verbale, il rischio biologico legato a condizioni igienico-sanitarie carenti e l’aggressività fisica verso terzi; oltre un terzo dei rispondenti ha assistito a rivolte. Significativamente, la fonte di rischio più indicata non è tanto il contatto con i detenuti quanto gli spazi fisici inadeguati. Il problema, insomma, è soprattutto strutturale e organizzativo, non relazionale. A questa esposizione, inoltre, non corrisponde una preparazione adeguata: il 59,7% degli psicologi non ha ricevuto formazione specifica sulla gestione del rischio e delle emergenze e il 76,2% non conosce procedure o linee guida per affrontarle. Il 60,3% non ha mai avuto accesso a strumenti come debriefing o supervisione clinica dopo un evento critico, non per mancanza di bisogno, ma per mancanza di offerta. Anche sul piano contrattuale il quadro è fragile: quasi 6 psicologi su 10 lavorano con collaborazioni in partita Iva e ben il 75% ritiene che non venga rispettato l’equo compenso nel proprio rapporto di lavoro. Dietro questi numeri c’è una persona che aspetta un colloquio, un operatore che lavora spesso solo e senza formazione specifica e un professionista senza un contratto stabile. È una funzione, quella della cura psicologica, che la legge prevede, ma che le risorse reali faticano a garantire. Occasioni diffuse su tutto il territorio nazionale, che come quella di oggi ricordano che l’articolo 27 non è soltanto un principio astratto all’interno della nostra Costituzione ma una vera e propria responsabilità, esortano psicologhe e psicologi a porsi una domanda molto semplice: c’è, in ogni istituto, qualcuno che ha il tempo, gli strumenti e le condizioni di sicurezza per ascoltare? La risposta emerge chiaramente dalla visita che abbiamo condotto questa mattina. Nella struttura permangono criticità relative alla disponibilità di personale e ai servizi sanitari: l’Istituto dispone di 22 educatori e di un’équipe sanitaria composta da psicologi, psichiatri e specialisti, ma emerge una forte presenza di disagio psichico, doppie diagnosi e problematiche legate alle dipendenze. Le condizioni delle celle risultano condizionate dal sovraffollamento, con ambienti spesso utilizzati oltre la loro capacità originaria. Gli spazi comuni sono presenti ma scarsamente attrezzati. Sono i dati del nostro Osservatorio a indicarci le direttrici su cui intervenire: spazi adeguati, formazione specifica e continua sulla gestione del rischio, strumenti di supporto professionale come la supervisione clinica, e una maggiore strutturazione e riconoscimento contrattuale del ruolo dello psicologo penitenziario. È necessario andare nella direzione di attuare politiche volte a favorire processi di decarcerizzazione e deistituzionalizzazione, favorendo dove possibile le misure alternative e facendo in modo che il carcere sia un luogo che garantisce la dignità individuale e rappresenti un luogo di cura per la salute mentale. Continueremo, come Ordine degli Psicologi, a monitorare la situazione attraverso l’operato del Gruppo di Lavoro della psicologia penitenziaria portando la voce della professione in ogni sede in cui si discute del futuro delle carceri milanesi e lombarde. Bologna. Dozza, emergenza continua: “Su 400 posti, 828 detenuti. E mancano i ventilatori” di Chiara Gabrielli Il Resto del Carlino, 15 luglio 2026 L’allarme della delegazione di Alleanza che ha visitato il carcere per adulti “Tanti poverissimi, oltre 100 non possono acquistare un dispositivo per rinfrescarsi. E la metà è registrata come tossicodipendente, bisogna intervenire subito”. Emergenza carceri, la Dozza registra il doppio dei detenuti rispetto alla capienza prevista. E oltre la metà di loro sono registrati come tossicodipendenti. Attualmente nella casa circondariale Rocco d’Amato sono ristrette 828 persone, contro spazi per 480 (a cui però vanno sottratti 50 posti di una sezione in cui sono in corso lavori di ristrutturazione delle docce e 24 di un’altra sezione). Su 828, ben 433 sono registrati come tossicodipendenti. Di recente, tutto il terzo piano della Dozza era rimasto praticamente senz’acqua, con proteste feroci da parte dei detenuti che avevano fatto delle barricate e appiccato piccoli incendi: anche se il guasto è stato riparato, non è detto che non potrebbe ricapitare, in quanto ci sono problemi strutturali all’impianto. Di ventilatori ce ne sono pochi ventilatori e spesso i detenuti non si possono permettere di acquistarli: oltre 100 di loro ha meno di 15 euro sul conto corrente. La miseria dilaga, e le situazioni di povertà estrema tra i detenuti non sono certo di aiuto con il caldo soffocante. Anche il reparto infermeria è in condizioni critiche, con muri e pavimenti scrostati, infiltrazioni e segni lasciati dalle fiamme degli incendi appiccati in passato. Manza poi lo spazio per l’affettività e l’intimità: è stato individuato, ma è ancora utilizzabile. Queste - e molte altre - le criticità rilevate da una delegazione dell’Alleanza per l’articolo 27, sigla sotto cui si sono uniti associazioni, sindacati e realtà del Terzo settore ed esposte in conferenza stampa. Agata Sorice di Antigone, ha raccontato nei dettagli le condizioni del carcere bolognese, parlando di “grave sofferenza”. Anche Antonio Ianniello, Garante comunale dei detenuti, parla di “Dozza ai minimi termini, con numeri ormai insostenibili legati al sovraffollamento” e la conseguente “impossibilità di prendere in carico le situazioni di tutti i detenuti, che in carcere trascorrono quindi moltissimo tempo ‘vuoto’ e privo di qualità”. Della delegazione che ieri ha visitato la Dozza faceva parte anche l’artista Alessandro Bergonzoni, che commentando quanto ha visto da un lato afferma che “le colpe vanno scontate”, ma dall’altro si chiede se questo “debba essere fatto attraverso la tortura, perché di questo stiamo parlando”. Meno critica appare la situazione del carcere minorile del Pratello, la cui capienza è ora molto ridotta (metà della struttura è chiusa per lavori di ristrutturazione). Giulia Fabini spiega che dei 26 ragazzi presenti al momento 11 sono italiani e 15 stranieri. Per quanto riguarda il personale, i numeri sembrano buoni, “ci sono 54 agenti e 11 educatori, numeri che rispettano quanto previsto dalla pianta organica”. Numeri “rassicuranti rispetto al passato”, così anche la vicesindaca Emily Clancy, che ha visitato il Pratello. “Molto più preoccupante - osserva però la vice di Matteo Lepore- è la situazione del carcere della Dozza, caratterizzata da un sovraffollamento strutturale”. Sia Ianniello che Bergonzoni auspicano “un intervento del decisore politico”, anche se il Garante non nasconde che “le speranze sono poche”, mentre Clancy sottolinea che “se vogliamo attuare la Costituzione, bisogna garantire condizioni di detenzione dignitose”. A seguire, sempre ieri, il convegno ‘Diritti in carcere e Costituzione’ promosso da Cnca, Acli, Arci, Cgil, Libera e Antigone. “Il carcere non è dell’amministrazione penitenziaria, il carcere deve essere di tutti”, la proposta lanciata dal responsabile sanitario e coordinatore della sanità penitenziaria della Dozza, Ruggero Giuliani. Per lui, il modello attuale di gestione delle grandi strutture penitenziarie ha mostrato tutti i suoi limiti: “Il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria ha fallito completamente - dice -. Per gestire strutture che ospitano migliaia di persone servono manager, tecnici, esperti di manutenzione, impiantistica e organizzazione. Non possiamo pensare che tutto si regga sul lavoro di pochi detenuti addetti alla manutenzione”, ha affermato. Il direttore sanitario ha proposto un sistema di cogestione, coinvolgendo amministrazione penitenziaria, sanità, enti locali e società civile. Genova. Marassi, il 36% dei detenuti è tossicodipendente di Silvia Isola Il Secolo XIX, 15 luglio 2026 “Più pene alternative ai domiciliari o in comunità contro il sovraffollamento”. La società civile in visita al carcere: una delegazione è entrata a Marassi, tra cui anche gli assessori del Comune di Genova Cristina Lodi ed Emilio Robotti: “Stiamo ampliando la possibilità di lavorare per i detenuti all’interno delle strutture comunali, come i cimiteri, e pensiamo di aprire uno sportello per l’anagrafe dentro la casa circondariale”. Pene alternative per abbattere il sovraffollamento. Il fatto che nelle carceri italiane ci siano più detenuti di quanto sia la capienza delle strutture non fa più notizia, nemmeno alla casa circondariale di Genova Marassi, in pieno centro città, dove solo tre giorni fa il quartiere si è bloccato per ore dopo che un detenuto è salito sul tetto per protesta. Ecco che anche in occasione dell’iniziativa nazionale “Bisogna avere visto”, le istituzioni accompagnate dal garante per i diritti dei detenuti, dal presidente dell’Osservatorio Antigone Liguria e dalla Comunità di San Benedetto al Porto si è parlato dell’importanza di promuovere una legge che stabilisca pene differenti rispetto alla custodia cautelare. La Comunità di San Benedetto e i percorsi per i detenuti tossicodipendenti - “I detenuti tossicodipendenti in Italia sono il doppio della media europea. Don Gallo ha sempre parlato dell’importanza di liberarsi dalla necessità del carcere, una struttura che non si muove verso una vera riabilitazione del detenuto”, rimarca Marco Malfatto, presidente della Comunità di San Benedetto, che da anni porta avanti percorsi di reinserimento sociale, in percorsi mirati che vanno dalla presa in carico all’interno di comunità residenziali, diurne o alloggi assistiti e arrivano all’inserimento lavorativo in attività come l’Osteria Marinara A’ Lanterna di Don Gallo, il Teatro degli Zingari e la Boutique Solidale in via Buozzi. Ma non è l’unica attività che viene promossa, dato che molti detenuti hanno a che fare con malattie sessualmente trasmissibili: la Comunità ha avviato percorsi di prevenzione o riduzione del danno all’interno del carcere. Sovraffollamento: i detenuti “in più” sono in custodia cautelare - I dati parlano chiaro. Oggi sono 656 i detenuti, 122 rispetto alla capienza che è fissata a 534 posti, ma in passato ha raggiunto un “overbooking” massimo tollerabile di 700 persone. Di questi, 379 sono stranieri e 277 italiani. 120 persone - l’equivalente dei reclusi “in più” - sono in custodia cautelare, in attesa semplicemente del primo grado di giudizio. Secondo la Comunità di Don Gallo, serve costruire motivazioni profonde affinché “la comunità non sia un modo per uscire dal carcere, ma per fare un cammino verso il cambiamento”. Criticità sanitarie e bisogno di maggior attenzione alla salute mentale - L’estate è il momento più difficile per chi vive recluso in cella, visto il caldo. Ecco che la delegazione ha avuto modo di incontrare i detenuti, ascoltare le loro richieste e verificare come si vive all’interno delle celle. “I detenuti sono dotati in ogni cella di un ventilatore, collegato alla corrente da fuori e vivono in condizioni di metratura abbastanza risicata”, spiega Marco Cafiero, garante comunale dei detenuti. “Abbiamo ascoltato alcuni di loro, che ci hanno elencato problemi soprattutto legati all’aspetto sanitario. Nonostante ci sia un presidio piuttosto forte, tanto da avere pazienti provenienti anche da altri carceri proprio per la capacità tecnologica, gli aspetti sanitari sono spesso quelli più critici. Non si tratta solo di sovrappopolamento, ma anche la necessità di una maggiore attenzione alla salute mentale”. Si rilancia la decarcerizzazione - Proprio alla vigilia di questa visita, tre agenti penitenziari sono rimasti feriti dopo che sono intervenuti all’interno di una cella dove c’era un principio di incendio, aggrediti da una delle persone all’interno. E secondo Alberto Rizzerio, presidente di Antigone Liguria, non serve “costruire nuovi istituti perché si riempirebbero subito comunque e avrebbero costi elevatissimi, dato che servirebbe molto più personale. Serve ridurre la popolazione, ricorrendo agli arresti domiciliari o alle comunità, laddove sia possibile”. Anche perché la struttura di Marassi, incastonata nel centro città a pochi passi dallo stadio Luigi Ferraris, è particolarmente vetusta ma difficile da ammodernare proprio per la sua posizione, che la rende comoda per chi è in semi libertà o per i familiari che si recano ai colloqui, ma antiquata. Più strutture cittadine per il lavoro dei detenuti e i servizi civici in carcere - Nel frattempo, l’amministrazione comunale ha da poco inaugurato un centro per la giustizia riparativa. “Stiamo elaborando anche nuove formule di articoli 21 all’interno di strutture cittadine e comunali, incentivando così la possibilità di ritornare un giorno alla vita normale, pensiamo ad esempio ai cimiteri”, spiegano l’assessora al welfare Cristina Lodi e l’assessore al lavoro Emilio Robotti. “Stiamo studiando come riuscire a creare uno sportello dei servizi civici, come l’anagrafe, in carcere perché consentire tutti gli adempimenti essenziali per i diritti che ogni cittadino mantiene pur essendo recluso. Pensiamo ad esempio a un cittadino straniero che non riesca a rinnovare il suo permesso di soggiorno e, una volta fuori, sarebbe automaticamente un irregolare o ancora ai casi di riconoscimento dei figli, per chi ha una compagna in dolce attesa e non è sposato”. Un’iniziativa nazionale - A promuovere questa giornata di “porte aperte”, che si è svolta contemporaneamente in 34 istituti penitenziari in 29 città italiane, è stata “L’Alleanza per l’articolo 27”. Nata a Roma lo scorso 6 febbraio, ha riunito tante associazioni impegnate sui temi della giustizia, dell’esecuzione penale e dei diritti delle persone private della libertà, e parte dalla volontà condivisa di costruire un percorso comune per promuovere politiche di depenalizzazione, decarcerizzazione e umanizzazione della pena, contrastando una stagione segnata dall’espansione del diritto penale, dall’aumento del ricorso alla detenzione e dalla progressiva chiusura del carcere nei confronti della società esterna. Cagliari. Carcere di Uta, 732 detenuti per 561 posti cagliaritoday.it, 15 luglio 2026 “Sovraffollamento e carenze sanitarie, serve un intervento urgente”. La visita della delegazione dell’Alleanza per l’articolo 27 della Costituzione nella casa circondariale Ettore Scalas fotografa le criticità dell’istituto: mancano oltre 100 agenti di polizia penitenziaria e l’area sanitaria è sotto organico. Settecento trentadue persone detenute a fronte di una capienza regolamentare di 561 posti. È il dato che emerge dalla visita della delegazione dell’Alleanza per l’articolo 27 della Costituzione nella casa circondariale di Cagliari-Uta “Ettore Scalas”, inserita nella giornata nazionale di mobilitazione che ha coinvolto 34 istituti penitenziari italiani. Numeri che, alla vigilia dell’arrivo dei detenuti in regime di 41 bis nell’Isola, destinata a diventare un polo di altissima sicurezza, raccontano una situazione di forte pressione: il carcere di Uta ospita attualmente 171 detenuti in più rispetto ai posti disponibili, con una presenza di 31 donne nella sezione femminile. A fronte di questo sovraffollamento, la struttura deve fare i conti anche con una significativa carenza di personale: mancano infatti oltre 100 unità di polizia penitenziaria rispetto al fabbisogno previsto. La delegazione, composta da rappresentanti di Antigone, dal garante della Città Metropolitana di Cagliari Gianni Loy, da Unasam, Socialismo Diritti Riforme e dalla consigliera comunale di Cagliari Laura Stochino, ha incontrato il direttore reggente Pietro Borrutto, la vicedirettrice, i vertici della polizia penitenziaria, il responsabile dell’area sanitaria e gli operatori dell’area educativa. Durante la visita sono state visitate due sezioni maschili, la sezione femminile e la sezione transito. Dal sopralluogo è emerso un quadro segnato da diverse criticità, a partire dall’assistenza sanitaria. Sanità sotto pressione: solo due psichiatri per oltre 700 detenuti - Uno dei principali problemi riguarda l’area sanitaria, giudicata gravemente sotto organico. Nel carcere di Uta sono presenti solo due psichiatri per oltre 700 persone detenute, mentre il numero dei medici è ritenuto insufficiente e gli infermieri in servizio sono 22 rispetto ai 40 previsti. Nella sezione femminile, inoltre, viene segnalata l’assenza della figura del ginecologo. “Al termine della visita riteniamo prioritario il rafforzamento dell’area sanitaria, con particolare riferimento alla tutela della salute mentale”, sottolinea la delegazione. L’isolamento del carcere e le difficoltà per le famiglie - Tra le criticità evidenziate anche la posizione della struttura, collocata in un’area industriale distante dal centro abitato. Il carcere di Uta si trova a circa 23 chilometri da Cagliari ed è collegato alla città con un solo autobus, una situazione che rende più complessi gli spostamenti delle famiglie per i colloqui con i detenuti. Un altro elemento riguarda l’organizzazione della vita interna: in cinque sezioni, oltre alla sezione di alta sicurezza 3, le celle restano chiuse durante il giorno e sono previste quattro ore d’aria. A rendere ancora più difficile la situazione contribuiscono il caldo estivo e la sospensione delle attività scolastiche per la pausa estiva, anche se alcune attività trattamentali proseguono. “Il carcere deve tornare a essere conosciuto” - La visita rientra nella mobilitazione nazionale dell’Alleanza per l’articolo 27, nata per riportare al centro del dibattito pubblico le condizioni degli istituti penitenziari italiani e ribadire il principio costituzionale secondo cui la pena deve rispettare la dignità della persona e puntare al reinserimento sociale. “L’articolo 27 della Costituzione stabilisce che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”, ricordano i promotori dell’iniziativa. La giornata ha visto delegazioni entrare contemporaneamente in numerosi istituti italiani con l’obiettivo di fotografare una crisi del sistema penitenziario caratterizzata da sovraffollamento, carenze di personale e difficoltà nell’assistenza sanitaria. Bari. Sovraffollamento e personale sotto organico: “436 detenuti per 293 posti” borderline24.com, 15 luglio 2026 La denuncia dell’”Alleanza per l’articolo 27 della Costituzione” dopo la visita nell’istituto penitenziario. Sovraffollamento, carenza di personale e strutture segnate dal tempo. Sono alcune delle criticità emerse nel carcere di Bari durante la visita della delegazione dell’Alleanza per l’articolo 27 della Costituzione, nell’ambito di una mobilitazione nazionale che ha coinvolto diversi istituti penitenziari italiani. Secondo quanto rilevato, a fronte di una capienza regolamentare di 293 posti, nel carcere barese sono presenti 436 detenuti. A questa situazione si aggiunge la carenza di agenti di polizia penitenziaria, oltre alla presenza di soli quattro educatori e alla mancanza di medici, psicologi e assistenti sociali. La delegazione, composta da rappresentanti di Antigone, Regione Puglia, Comune, Cgil, Libera, Anm e Università di Bari, ha incontrato la direzione, il personale di polizia penitenziaria, l’area educativa, gli operatori sanitari e alcune persone detenute. Durante la visita è stata osservata anche la prima sezione, dove sono ospitati detenuti di media sicurezza. “Le celle sono pulite”, si legge nella nota diffusa dopo il sopralluogo, “ma sono tutte interessate da umido e muffe sui muri”. Nelle celle sono presenti docce e acqua calda, ma mancherebbe uno spazio dedicato alla socialità. La delegazione ha visitato anche il reparto Sai, il Servizio di assistenza intensificata, che assicura assistenza sanitaria a detenuti provenienti da più istituti penitenziari della Puglia e del Mezzogiorno. Nel reparto sono ospitati sei detenuti con disabilità. Anche in quest’area, secondo quanto riferito, permangono diverse criticità, soprattutto per la carenza di medici, psicologi e assistenti sociali. I detenuti trascorrono in media sette ore fuori dalla cella, ma il regime resta a celle chiuse. Sono circa cento le persone detenute prese in carico con terapia sostitutiva dal Serd. Accanto alle criticità, la delegazione ha rilevato la presenza di alcune attività culturali e formative garantite anche durante la stagione estiva. Tra queste gli sportelli, l’animazione estiva, le biblioteche, l’educazione musicale e il karaoke. Il quadro emerso dalla visita conferma però una situazione complessa, segnata da numeri superiori alla capienza regolamentare e da una carenza di figure professionali considerate essenziali per garantire percorsi di assistenza, tutela e reinserimento. Verona. Montorio, detenuti al doppio della capienza: “Celle e corridoi senza raffrescamento” di Angela Petronio Corriere di Verona, 15 luglio 2026 Il garante dei detenuti don Carlo Vinco: “Più di 600 persone detenute, a fronte dei 334 posti regolamentati. Sono sempre più numerose le persone molto giovani e affette da disturbi psichiatrici”. Oggi in Italia siamo oltre la soglia dei 64mila detenuti. Non sono numeri, ma persone: corpi, volti, storie, vite ristrette in spazi insufficienti, con personale insufficiente, attività insufficienti, cure insufficienti e prospettive insufficienti. Il sovraffollamento significa caldo insopportabile, celle invivibili, tensione continua, disagio psichico, autolesionismo, aggressività, suicidi”. A scriverlo sono il portavoce, il coordinamento e la conferenza nazionale dei garanti territoriali delle persone private della libertà personale. Quelli che si rivolgono, tramite una mobilitazione con il terzo settore iniziata lunedì e che si concluderà mercoledì alla politica e alla società civile con un appello. Quell’”interessatevi al carcere” che, inevitabilmente, echeggia anche a Verona. Per quella casa circondariale di Montorio che vive i mali di tutte le carceri italiane “anche se in condizioni meno gravi”, dice il garante dei detenuti don Carlo Vinco. Anche lui aderisce a quella mobilitazione. E racconta quella che è la realtà del carcere veronese. Parla, don Vinco di “più di 600 persone detenute, a fronte dei 334 posti regolamentati, numero sempre più determinato da persone molto giovani e da persone affette da disturbi psichiatrici o disturbi del comportamento, che lo stato detentivo spesso aggrava”. Non solo. Il garante denuncia come “in molte celle oggi convivono normalmente tre persone e in infermeria spesso le celle ne ospitano 4 e quasi sempre con gravi problemi psicologici”. Con la casa circondariale di Montorio che a due sezioni particolari: una per l’osservazione psichiatrica di detenuti provenienti da altre carcere e una per l’accoglienza di persone con malattia psichiatrica conclamata. Con quell’aumento di detenuti che - fa notare don Vinco - incide anche sul carico di lavori degli agenti della penitenziaria “il cui numero resta pressoché invariato, soprattutto in questo periodo estivo”. Periodo di caldo torrido, in un carcere in cui “le celle e i corridoi delle sezioni non hanno alcune possibilità di raffrescamento e questo, naturalmente, peggiora molto il disagio”. “Purtroppo - conclude don Vinco - i garanti hanno chiesto e sperato inutilmente in qualche forma di alleggerimento della situazione ma, come sappiamo il governo non ha fino ad ora proposti rimedi concreti”. Quelli che per i garanti passano da “un provvedimento deflattivo immediato, serio, selettivo e costituzionalmente orientato. Non è buonismo, è responsabilità”. Da qui la mobilitazione. E un monito: “Un sistema saturo non rieduca, non cura, non reinserisce e non produce sicurezza”. Trento. Nel carcere 425 detenuti, il garante: “Poco lavoro e poco reinserimento” L’Adige, 15 luglio 2026 Ricordata Abral Jarrar, la 21enne morta suicida a Spini. Pavarin: “Stranieri senza permesso di soggiorno esclusi dall’anagrafe per una circolare del Ministero degli Interni a mio avviso illegittima”. Si è aperta con il ricordo di Abral Jarrar, la 21enne morta suicida nella casa circondariale di Spini di Gardolo, di cui sono state lette due poesie, la conferenza stampa organizzata presso il Laboratorio di Apas in occasione della Giornata nazionale di sensibilizzazione sulle carceri promossa dall’Alleanza per l’Articolo 27. In questo momento nel carcere di Trento ci sono 425 detenuti, di cui 46 donne e 379 uomini (di cui 123 protetti). Mentre nel resto delle carceri italiane le persone con background migratorio rappresentano circa un 30%, nel carcere di Trento superano il 50%: delle 46 donne 19 sono straniere, mentre dei 379 uomini 209 sono stranieri. Complessivamente, inoltre, 327 detenuti sono definitivi, mentre 98 sono ancora imputati. Hanno partecipato alla visita alla casa circondariale Chiara Turrini, Fabio Vettori, Violetta Plotegher (Atas), Giovanni Maria Pavarin (garante per i diritti delle persone detenute), Maria Coviello (Apas), Marco Crespi (Aquila Basket) e Lucia Fronza Crepaz (presidente della conferenza regionale volontariato giustizia). Il carcere di Trento soffre di “poco lavoro e poche occasioni di reinserimento”, ha osservato Pavarin parlando con i giornalisti. “L’immigrazione ha un peso specifico nel carcere di Trento. E qui devo fare un appunto. Per legge, il detenuto che non ha residenza in Italia ha il diritto di essere inserito alla lista anagrafica del Comune in cui ha sede il carcere. Esiste però una circolare del Ministero degli Interni che impedisce l’iscrizione al Comune di Trento degli stranieri privi di permesso di soggiorno. È una circolare a mio avviso illegittima. Ne ho chiesto la disapplicazione al sindaco di Trento, e sono in attesa di una sua risposta”. Bergamo. Sovraffollamento delle carceri, 600 detenuti per 320 posti bergamonews.it, 15 luglio 2026 L’iniziativa “Alleanza per l’articolo 27 della costituzione” riporta al centro del dibattito le problematiche legate della detenzione. “Il grado di civiltà di un Paese si misura osservando la condizione delle sue carceri” affermava Voltaire. La giornata di mobilitazione nazionale promossa dall’”Alleanza per l’articolo 27 della Costituzione” - che ha organizzato visite della società civile e delegazioni in 29 città coinvolgendo 35 istituti penitenziari italiani - ha interessato anche Bergamo, dove ieri pomeriggio si è tenuta una conferenza stampa di Associazione Carcere e Territorio Bergamo davanti ai cancelli della casa circondariale “Don Fausto Resmini”. Oltre al vicepresidente di Carcere e Territorio Gino Gelmi, erano present il consigliere regionale PD Davide Casati, l’assessora del Comune di Bergamo alle Politiche Sociali Marcella Messina, la Garante dei diritti delle persone private della libertà personale Valentina Lanfranchi, don Roberto Trussardi Direttore della Caritas Diocesana Bergamasca, Paola Redondi in rappresentanza della Camera del Lavoro della CGIL di Bergamo, Paola Suardi di Alterego attiva nel volontariato per connettere imprese e carcere e Giacomo Invernizzi di Nuovo Albergo Popolare. Anche per gli organizzatori bergamaschi sono validi gli obiettivi dell’iniziativa nazionale, lanciata per “riportare l’attenzione dell’opinione pubblica sulle condizioni delle carceri italiane, oggi attraversate da una crisi sempre più grave, e riaffermare il principio secondo cui la pena deve essere conforme ai valori sanciti dall’articolo 27 della Costituzione: umanità, dignità della persona e finalità di reinserimento sociale”. Il comunicato di CGIL, che aderisce a “Alleanza per l’articolo 27 della Costituzione”, è chiaro nel fotografare il contesto: “è necessario costruire un percorso comune per promuovere politiche di depenalizzazione, decarcerizzazione e umanizzazione della pena, contrastando una stagione segnata dall’espansione del diritto penale, dall’aumento del ricorso alla detenzione e dalla progressiva chiusura del carcere nei confronti della società esterna”. Ma i numeri descrivono anche meglio l’urgenza di una situazione ormai insostenibile. Le carceri italiane registrano un tasso medio di affollamento pari al 140%, con circa 18.000 persone detenute in più rispetto alla capienza regolamentare. Migliaia di persone continuano a vivere in condizioni giudicate non dignitose dalla magistratura, mentre continua il dramma dei suicidi e delle morti in carcere. Non fa eccezione il carcere di Bergamo che anzi, con una popolazione carceraria che oscilla costantemente attorno ai 600 detenuti a fronte di una capienza di circa 320 posti, ha un tasso di affollamento che si attesta spesso ben oltre il 180% della capienza effettiva. A livello sovranazionale, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) è intervenuta più volte contro lo Stato italiano per le violazioni dei diritti fondamentali dei detenuti, spingendo l’Unione Europea a monitorare costantemente le condizioni carcerarie attraverso i report dell’Agenzia per i Diritti Fondamentali. Così si esprime Gino Gelmi: “come Carcere e Territorio ci impegniamo da oltre 40 anni per ridurre la necessità del carcere, a maggior ragione in tempi di grave sovraffollamento, attraverso l’applicazione delle misure alternative alla detenzione. Considerata anche la grave marginalità che caratterizza gran parte della popolazione detenuta, l’impegno maggiore riguarda accoglienza e lavoro, che sono i presupposti sociali per usufruire delle misure alternative. Ogni anno un centinaio di detenuti è interessato dai progetti di inserimento lavorativo e oltre 30 nell’accoglienza. Il 2025 purtroppo presenta invece un quadro molto critico sulla sostenibilità degli interventi, al punto che da settembre non si è più in grado di sostenere molti progetti individuali, con il rischio concreto che si determini una forma di detenzione sociale: si resta in carcere perché non si ha casa e soprattutto lavoro.” Da dove cominciare a Bergamo? “Dall’applicazione dell’articolo 21ormai ridottissima - continua Gelmi -, dal potenziamento del calendario delle udienze con concessione di misure provvisorie, dal favorire l’accesso di volontari per lo svolgimento delle attività trattamentali. Per il sovraffollamento, che crea spazi di sopravvivenza degradanti, chiediamo la liberazione anticipata da 45 a 75 giorni”. L’Articolo 21 dell’Ordinamento Penitenziario che disciplina il lavoro all’esterno del carcere. La liberazione anticipata ordinaria - concessa al condannato che dimostra di partecipare attivamente al percorso di rieducazione - prevede una riduzione di pena di 45 giorni per ogni semestre scontato. L’aumento straordinario a 75 giorni si applica solo a periodi specifici o a regimi particolari. Regione e Comune non si sottraggono all’attenzione necessaria visto che la situazione in carcere è direttamente connessa, prima e dopo la detenzione, a dinamiche sociali e sanitarie che interessano tutta la comunità. “Alla luce del fatto che più della metà dei detenuti è tossicodipendente, è necessario rafforzare il sistema delle comunità terapeutiche, di cui la Regione ha competenze dirette - afferma Davide Casati - Queste realtà rappresentano uno strumento fondamentale per rendere effettive le misure alternative al carcere, ma oggi molte strutture non sono nelle condizioni di accogliere queste persone perché richiedono personale aggiuntivo, competenze specifiche e percorsi dedicati. È qui che la Regione deve intervenire, sostenendo economicamente le comunità e costruendo insieme a loro modelli organizzativi adeguati. Se mettessimo realmente le comunità nelle condizioni di accogliere chi può intraprendere un percorso di cura, recupero e reinserimento sociale e lavorativo, una parte importante del problema del sovraffollamento potrebbe essere affrontata”. “L’attenzione massima dell’amministrazione sul carcere si esprime investendo in progettualità innovative, in collaborazione con le cooperative sociali, le fondazioni le e realtà che si occupano di inserimento - aggiunge Marcella Messina - Casa e lavoro dopo la detenzione restano la priorità. Oltre all’aspetto del sovraffollamento monitoriamo la situazione insostenibile sul fronte degli aspetti socio sanitari come la salute mentale e le dipendenze. È necessario incrementare la collaborazione tra il Serd (Servizio per le Dipendenze) e il CPS (Centro Psico-Sociale)”. Conclude Paola Suardi: “Le attività formative, educative e lavorative che si svolgono in carcere - il laboratorio di confezione tessile, il forno, la ciclolofficina, la redazione della rivista per citarne solo alcuni - sono imprescindibili sia per la ricapacitazione della persona durante la reclusione, sia per avviare un possibile reinserimento al lavoro a fine pena o quando si può applicare l’Articolo 21. Lo dimostra il tasso di recidiva che crolla dal 70% al 5% per i detenuti ammessi a lavorare all’esterno o impegnati in attività lavorative. Il carcere non è un luogo di mero contenimento ma un luogo di cambiamento, altrimenti perdiamo tutti. Chi sta dentro e chi sta fuori”. Carcere e Territorio ha lanciato un appello: “Sollecitiamo, anche grazie alla collaborazione con i Centri per l’Impiego della Provincia, uno sviluppo maggiore delle possibilità assuntive nelle aziende profit,; chiediamo a ciascuno dei 14 Ambiti socio assistenziali di farsi carico delle borse lavoro riferite a soggetti residenti nei rispettivi territori, magari attingendo al fondo grave marginalità; lanciamo una raccolta fondi, tassativamente finalizzata al sostegno delle borse lavoro, attraverso donazioni, fiscalmente deducibili, da versare con bonifico a favore dell’Associazione Carcere e Territorio di Bergamo APS, all’IBAN IT74L0538752480000042605981”. “A ogni donazione corrisponderà l’adozione di uno o più progetti di inserimento lavorativo e verranno comunicati al donante le iniziali del o dei beneficiari, nonché la decorrenza dei progetti sostenuti”. Prato. L’inferno della Dogaia: “In quattro in una cella. Vivere lì è disumano” di Benedetta Macchini La Nazione, 15 luglio 2026 Ieri la visita del sindaco Biffoni e dell’assessora regionale Nardini. Sovraffollamento e carenza di fondi: i temi del colloquio con il direttore. “Da Sollicciano arrivati circa 40 detenuti. Situazione devastante”. L’asfalto della strada antistante alla Dogaia scotta e nei sentieri vicini, battuti dal sole di mezzogiorno, qualche residente accaldato porta a spasso il cane. L’unico pensiero che ti è concesso di formulare è: “Chissà come fanno, i detenuti là dentro”. Un interrogativo che risuona ancora più forte nell’assolata mattina di ieri, quando le porte del carcere si sono aperte, insieme a quelle di altri 34 penitenziari in tutta Italia, per accogliere associazioni e istituzioni locali. L’iniziativa, promossa da Alleanza per l’articolo 27 della Costituzione, una rete di realtà impegnate nella tutela dei diritti delle persone detenute, punta a sensibilizzare l’opinione pubblica sulle condizioni delle carceri italiane. Un tema che diventa ancora più urgente con l’arrivo dell’ennesima ondata di caldo torrido. Alla visita del penitenziario pratese hanno partecipato, tra gli altri, l’assessora regionale con delega alle politiche per le questioni carcerarie Alessandra Nardini, il sindaco Matteo Biffoni, la presidente della Camera penale di Prato Elena Augustin e la garante comunale dei diritti delle persone private della libertà personale, Margherita Michelini. “La situazione è complessa - ha dichiarato Biffoni, asciugandosi il sudore appena uscito dalla Casa Circondariale -. Conoscevo già le condizioni della Dogaia, ma vedere con i propri occhi la realtà lascia davvero sconvolti. Ci sono problemi sia strutturali sia di organico. Manca personale a sufficienza per gestire una struttura carceraria come questa, le persone sono in sofferenza e affrontano turni massacranti. Anche per la polizia penitenziaria le condizioni non consentono di lavorare serenamente. La necessità più urgente è quella di agire sul sovraffollamento, ma adesso tutto è reso ancora più difficile dall’arrivo di altri detenuti da Sollicciano. La situazione non è semplice, ma posso constatare con piacere che abbiamo un direttore, Luca Cicerelli, che sta cercando di affrontare il problema fin da subito”. A Biffoni fa eco l’assessora Nardini: “La situazione della Dogaia è insostenibile. Il tasso di sovraffollamento è molto superiore alla media nazionale e si attesta intorno al 160%. Ad aggravare il quadro c’è la chiusura di una sezione del carcere, che comporta la perdita di oltre 40 posti sui 590 complessivi. In celle progettate per ospitare due detenuti vivono addirittura quattro persone, con brande sistemate a terra. La sezione dei sex offender è quella che registra le maggiori criticità, con celle ben oltre la capienza prevista. E vi lascio immaginare cosa significhi tutto questo con il caldo di questi giorni”. Anche la presidente della Camera penale di Prato esprime la sua preoccupazione: “Con il sequestro delle sezioni di Sollicciano, il problema del sovrafollamento è peggiorato. Credo che La Dogaia sia il carcere che ha sofferto di più queta circostanza, dovendo accogliere circa 40 detenuti provenienti dalla Casa Circondariale fiorentina. Ma là dentro - ribadisce Augustin - la situazione è devastante: quattro carcerati in celle che ne possono ospitare massimo due. Però porto anche un messaggio di speranza. Mi hanno raccontato che uno dei detenuti più anziani si è fatto portavoce dei suoi compagni, dicendo che il suo periodo di prigionia lo vuole dedicare ad aiutare gli altri. Forse, anche nelle condizioni più estreme, il carcere svolge ancora una funzione di rieducazione”. Oltre al sovraffollamento e alla carenza di personale, La Dogaia soffre anche il progressivo allontanamento delle realtà sociali che prima operavano al suo interno: “Non è certo che torneranno al suo interno - spiega Marta Logli, consigliera regionale - gli insegnanti per continuare con i percorsi scolastici a settembre. I detenuti non hanno solo bisogno di esistere passivamente, ma devono vivere in carcere”. “Le problematiche che abbiamo riscontrato alla Dogaia - interviene Enrico Vincenzini, presidente di Antigone Toscana - sono quelle che ritroviamo in altre carceri italiane. Ma a Prato le difficoltà singole vengono esasperate da un sistema che non funziona: carenza di personale penitenziario e di assistenza sanitaria, un sovraffollamento aggravato dal caso di Sollicciano. La settima sezione ha dei numeri esorbitanti e questo fa sì che La Dogaia non sia un luogo adatto per nessuno, né per chi ci lavora né per chi vi è detenuto” Alessandro Margara, dopo dieci anni di Saverio Migliori Il Manifesto, 15 luglio 2026 Alessandro Margara, alla fine del 2012, nell’ambito del Convegno “Il carcere al tempo della crisi”, organizzato dalla Fondazione Giovanni Michelucci e dal Garante regionale delle persone detenute della Toscana, poneva una serie piuttosto ampia di “Punti interrogativi” sulle politiche penali e penitenziarie del momento. Quesiti che, grazie alla profetica saggezza e competenza dell’uomo e del magistrato Margara, valgono oggi esattamente come ieri. Tra i vari “Punti interrogativi” ve ne sono senz’altro un paio dai quali merita partire per discutere lo stato delle nostre carceri. Sandro Margara esordiva allora chiedendosi retoricamente: “Perché le condizioni delle carceri peggiorano progressivamente, producendo sovraffollamento, a sua volta causa di degrado, così che il lavoro, la scuola e le altre attività che dovrebbero rendere attiva la vita nel carcere non sono più realizzabili?”. E poco oltre si domandava ancora: “Perché, col sovraffollamento, aumentano le ore di permanenza in celle sovraffollate dei detenuti, costretti all’ozio in periodi giornalieri di circa venti ore? Perché aumentano i suicidi e le morti in cella?”. Parole queste che sembrano scritte oggi! Al 30 giugno 2026, nelle 189 strutture penitenziarie per adulti erano presenti ben 64.773 persone detenute, a fronte di una capienza regolamentare pari a 51.180 posti. Il tasso di sovraffollamento a livello nazionale era del 126%. Tuttavia, se si considerano, come opportunamente suggerisce l’Associazione Antigone, anche i posti non disponibili per inagibilità o per ristrutturazione, circa 4.880 a livello nazionale, la capienza “reale” scende a 46.300 posti, innalzando così il tasso di sovraffollamento al 139%. In sostanza i posti mancanti risultano essere oltre 18.400. Un detenuto su quattro non ha un posto regolamentare! Non solo, 73 Istituti penitenziari su 189 registrano un tasso di sovraffollamento superiore al 150%, 8 dei quali hanno superato la soglia del 200%. Nell’ultimo anno la popolazione detenuta è cresciuta di 2.045 unità: al 30 giugno 2025 i detenuti erano, infatti, 62.728, mentre a fine giugno 2026, come già ricordato, erano 64.773. In aumento anche gli altri valori, almeno in termini assoluti: le donne detenute al 30 giugno 2026 erano 2.891, pari al 4,46% del totale (al 30 giugno 2025 le donne erano 2.747, pari al 4,38 del totale). Per quanto concerne i detenuti di origine straniera, al 30 giugno 2026, la percentuale sul totale era del 31,42%, ossia 20.351 presenze (al 30 giugno 2025 i detenuti stranieri presenti erano 19.816, pari in termini percentuali, al 31,6%). E come preconizzava Alessandro Margara nel 2012, a fronte di un quadro del genere, aumentano le morti in cella per suicidio! Nel corso del 2024 i suicidi in carcere sono stati ben 91, mentre nel corso del 2025 sono stati 82 e, dall’inizio del 2026, si sono registrati altri 33 suicidi. Ieri 350 persone sono entrate nelle carceri di 33 città a nome dell’Alleanza per l’articolo 27 della Costituzione, perché per agire sulla condizione drammatica in cui versano gli Istituti penitenziari italiani “bisogna aver visto”. Il 16 luglio 2026 a Firenze (ore 9, Sala delle Feste di Palazzo Bastogi, in Via Cavour 18) si parlerà di riforma nel Convegno “Il carcere senza governo. Dal sovraffollamento al degrado, all’emergenza psichiatrica e psicologica, quale riforma della giustizia e della pena?”. Promosso dal Garante regionale delle persone detenute della Toscana, dall’Archivio Sandro Margara, dall’Associazione Volontariato Penitenziario, dalla Fondazione Giovanni Michelucci e dalla Società della Ragione, l’evento è realizzato proprio in ricordo della figura di Margara, scomparso dieci anni fa. Non si tratterà di una mera celebrazione ma di un impegno a non mollare. Soprattutto per la coincidenza con il caso eccezionale di Sollicciano. Ancora un ddl sicurezza! di Davide Varì Il Dubbio, 15 luglio 2026 Il Cdm approva la proposta anti “disagio giovanile” Con un occhio a Vannacci. Un nuovo giro di vite sulla sicurezza, con un obiettivo dichiarato: rafforzare gli strumenti a disposizione delle forze dell’ordine per contrastare baby gang, maranza e fenomeni di criminalità urbana. Ma anche uno meno esplicito, seppure altrettanto evidente: non lasciare che sia Roberto Vannacci a dettare l’agenda della destra su uno dei temi più sensibili dell’opinione pubblica. Il Consiglio dei ministri ha approvato ieri il nuovo disegno di legge sulla sicurezza, un pacchetto che interviene sia sul fronte della prevenzione del disagio giovanile sia sull’organizzazione delle forze di polizia, introducendo alcune novità destinate a far discutere e destinato ora a iniziare il suo percorso parlamentare. La misura simbolo è l’estensione, in casi specifici, del fermo preventivo anche ai minorenni. Finora lo strumento era riservato alle forze di polizia statali per prevenire situazioni di concreto pericolo per l’ordine pubblico. Con il nuovo testo, anche gli agenti dei Comuni potranno trattenere fino a dodici ore persone ritenute potenzialmente pericolose quando ricorrano le condizioni previste dalla legge. Una scelta che il governo considera indispensabile per intervenire con maggiore tempestività nei contesti urbani più esposti a episodi di violenza e microcriminalità, soprattutto nelle periferie delle grandi città, dove il fenomeno delle bande giovanili è diventato uno dei temi più ricorrenti del dibattito politico. Il provvedimento completa e rafforza il decreto sicurezza approvato nei mesi scorsi. Restano infatti le norme già introdotte contro le baby gang, a partire dall’inasprimento delle pene per chi porta con sé coltelli di almeno otto centimetri senza giustificato motivo, con aggravanti se il fatto avviene sui mezzi pubblici. Confermate anche le sanzioni per gli esercenti che vendono coltelli ai minorenni. L’impianto viene ora integrato con nuove disposizioni che puntano a rafforzare l’azione preventiva, il coordinamento delle forze impegnate sul territorio e la capacità di intervenire prima che le situazioni degenerino in episodi di violenza. L’esecutivo insiste sul fatto che non si tratta di un semplice inasprimento repressivo, ma di un pacchetto più ampio dedicato anche alla prevenzione del disagio giovanile e al rafforzamento dell’organizzazione del ministero dell’Interno e delle forze di polizia. La filosofia di fondo, però, resta quella di aumentare i poteri operativi dello Stato e di rendere più rapida la risposta davanti a fenomeni che, secondo il governo, non possono più essere affrontati con gli strumenti tradizionali.Sul piano tecnico, il governo rivendica dunque la necessità di aggiornare gli strumenti operativi davanti a fenomeni che negli ultimi mesi hanno assunto dimensioni sempre più preoccupanti. Ma sarebbe riduttivo leggere il provvedimento soltanto sotto questo profilo. La tempistica racconta infatti anche altro.Da settimane il centrodestra si trova a fare i conti con la pressione crescente esercitata da Futuro Nazionale. Il movimento fondato dal generale Vannacci ha scelto proprio sicurezza, immigrazione e degrado urbano come terreni privilegiati della propria iniziativa politica, con una comunicazione aggressiva e capace di intercettare una parte dell’elettorato più sensibile a questi temi. Le polemiche nate dopo alcuni recenti episodi di cronaca, culminate con il caso del video diffuso a San Benedetto del Tronto e rilanciato dallo stesso Vannacci, hanno contribuito ad alimentare la richiesta di risposte immediate, spingendo il governo ad accelerare su un provvedimento già in preparazione. Non è un caso che nelle ultime settimane anche gli esponenti della maggioranza abbiano moltiplicato gli interventi pubblici sul tema della sicurezza, nel tentativo di riaffermare una primazia politica che fino a poco tempo fa appariva scontata. La nascita di un nuovo soggetto politico collocato ancora più a destra ha infatti modificato gli equilibri della competizione nell’area conservatrice, costringendo Fratelli d’Italia e Lega a presidiare con ancora maggiore attenzione uno dei loro cavalli di battaglia storici. A Palazzo Chigi respingono naturalmente qualsiasi ricostruzione che attribuisca il ddl a una rincorsa del nuovo competitor. La linea ufficiale è che il testo rappresenti il naturale completamento del percorso avviato con il precedente decreto sicurezza e che le nuove norme fossero allo studio già da tempo. E tuttavia è difficile non cogliere anche una precisa esigenza politica: riaffermare la leadership della maggioranza su un terreno che costituisce da sempre uno dei suoi principali punti di forza e impedire che la narrazione della fermezza venga monopolizzata da chi, alla destra di Fratelli d’Italia e della Lega, punta a costruire il proprio consenso proprio sulla promessa di misure ancora più severe.In vista delle prossime scadenze elettorali, la competizione nel campo conservatore passerà sempre più da qui. E il messaggio che il governo ha voluto lanciare con il via libera di ieri è che, almeno sul terreno della sicurezza, non intende lasciare spazio a nessuno. Dietro il nuovo disegno di legge c’è certamente la volontà di rafforzare gli strumenti dello Stato, ma anche quella di ribadire agli elettori che la bandiera dell’ordine pubblico continua a sventolare soprattutto sopra Palazzo Chigi. Ddl Sicurezza, intesa sulla legge: stretta su movida e “maranza” di Alessandra Arachi Corriere della Sera, 15 luglio 2026 Anche la polizia locale potrà fare il fermo preventivo di minori. Piantedosi: “Agenti più tutelati”. Il governo lo aveva annunciato: una stretta sulle baby gang e sui reati commessi da quelli che sono stati ribattezzati i “maranza”, in uno slang tipicamente adolescenziale. Ovvero i ragazzini delinquenti. E ieri il Consiglio dei ministri ha dato il disco verde a un disegno di legge che contiene queste nuove norme sulla sicurezza. Sono destinate soprattutto ai più giovani e mettono diversi paletti per arginare la delinquenza minorile. “È un disegno di legge che riprende un testo del Consiglio di alcuni mesi fa”, ha detto il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. È un testo del 5 febbraio 2026, per la precisione, a cui sono stati aggiunti cinque nuovi articoli accanto alle norme originarie (che prevedevano aggravanti per alcuni reati commessi ai danni dei giornalisti e le norme sugli sgomberi di occupazioni abusive delle seconde case). A cominciare dal fermo preventivo esteso ai minori, ma anche il divieto di aggregazione nei casi della cosiddetta “malamovida”. Il fermo ai minori è previsto quando “sussiste un fondato motivo di ritenere che le persone possano mettere in essere condotte di pericolo per la sicurezza pubblica”. Il fermo potrà essere fatto anche dalla polizia locale. “Come era già previsto”, ha precisato il ministro per sgombrare il campo dalle polemiche. Questo avviene soprattutto nei luoghi della cosiddetta movida. Ed è contro la “malamovida” che il disegno di legge prevede l’introduzione di una nuova ipotesi di avviso orale da parte del questore, con il quale si dispone anche il divieto di aggregazione. Importante anche la norma che condanna i danneggiamenti di gruppo, quando per gruppo si intende l’assembramento di cinque o più persone. La pena va da una reclusione da sei mesi a cinque anni e multa fino a 15 mila euro. A questo reato viene estesa la possibilità di arresto differito in flagranza. Nel provvedimento viene inserita anche un’altra norma che riguarda la procedibilità d’ufficio del reato di lesioni personali nei confronti di ufficiali e agenti di polizia giudiziaria o di pubblica sicurezza nell’atto o a causa dell’adempimento delle funzioni. Ha spiegato Piantedosi: “Fino ad adesso era prevista per questo tipo di reati la punibilità nel caso di lesioni lievi o lievissime solo attraverso la querela di parte, invece viene estesa la procedibilità d’ufficio per questo tipo di reati”. C’è poi una modifica al codice civile, una norma che prevede l’abolizione del risarcimento del danno a carico di chi viene condannato per eccesso di legittima difesa. Una misura che è stata ispirata dal caso di Mario Roggero, il gioielliere che il 28 aprile del 2021 sparando uccise i rapinatori. È stato in quell’occasione che al gioielliere venne fatta una richiesta di risarcimento danni per 3,3 milioni di euro da parte dei loro familiari. Il ministro Piantedosi lo ha detto abbastanza chiaramente: “Viene in qualche modo escluso il risarcimento in situazioni in cui il fatto si verifichi in occasione del compimento da parte del danneggiato di alcuni reati. Il caso classico è quello della rapina in casa”. Ma non solo. In questa modifica del codice civile il governo ha deciso di far rientrare anche altri reati importanti. “C’è un catalogo di reati in cui viene introdotta, in maniera innovativa l’esclusione del risarcimento dei danni”, ha spiegato il titolare del dicastero dell’Interno, elencando poi i reati previsti in questi casi. Ovvero: la violenza sessuale, gli atti sessuali con minori e la violenza sessuale di gruppo, oltre al furto in abitazione, al furto con strappo. Bisogna stare attenti: rimane ferma la valutazione di carattere penale, cioè la possibilità che si possa essere condannati. “In altre parole - precisa il ministro Piantedosi - viene valorizzato il concorso alla commissione del reato da parte della persona che diventa, a sua volta, parte offesa per la reazione del danneggiato, cioè della persona che era stata rapinata”. IL FERMO AI MINORI Il fermo ai minori è previsto quando sussiste un fondato motivo di ritenere che le persone possano mettere in essere condotte di pericolo per la sicurezza pubblica. Secondo quanto stabilito dalle nuove norme il fermo potrà essere effettuato anche dagli agenti della polizia locale. ARRESTO DIFFERITO PER CHI FA DANNI Questo disegno di legge prevede anche che l’arresto in flagranza venga esteso a chi commette il reato di danneggiamento. Per la precisione se lo fa in gruppo, ovvero se si è almeno in cinque persone. Per questo reato la pena va da 6 mesi a 5 anni di reclusione e multa fino a 15 mila euro. LESIONI LIEVI PROCEDIBILI D’UFFICIO Nel provvedimento una norma introdurrà anche la procedibilità d’ufficio per il reato di lesioni personali lievi com-messo ai danni di ufficiali e agenti di polizia giudiziaria o di pubblica sicurezza, quando il fatto avviene durante o a causa dell’esercizio delle loro funzioni. Finora era perseguibile solo su querela di parte. ECCESSO COLPOSO E RISARCIMENTI Il ddl prevede poi una modifica al codice civile, una norma che prevede l’abolizione del risarcimento del danno a carico di chi viene condannato per eccesso di legittima difesa. Una misura che è stata ispirata dal caso di Mario Roggero, il gioielliere che il 28 aprile del 2021 sparando uccise i rapinatori. Sicurezza, l’invenzione del maranza di Giuliano Santoro Il Manifesto, 15 luglio 2026 Ci risiamo: al consiglio dei ministri convocato in un caldissimo, e non solo dal punto di vista meteorologico, pomeriggio di luglio Giorgia Meloni suona il campanello di Palazzo Chigi e vara l’ennesimo inasprimento delle leggi sulla sicurezza. Si tratta delle norme che dalle parti della maggioranza vengono definite “anti-maranza”: questa volta puntano ad estendere la facoltà del fermo anche alle varie branche della polizia locale. Vedremo come la destra si smarcherà dalle tutele costituzionali, dopo i passi falsi e le forzature degli altri decreti repressivi. Di certo, Meloni punta a criminalizzare un’intera categoria, quella dei cosiddetti maranza, che sfugge a definizioni precise e identikit stringenti. Dalla stessa etichetta forgiata dalla propaganda retequattrista traspare l’arbitrio e pericolosi vuoti giuridici. Forse non era mai successo che una fattispecie penale arrivasse con questa velocità direttamente a Palazzo Chigi dai bassifondi dell’informazione, dalle campagne mediatiche xenofobe al potere esecutivo, dalle crociate delle zanzare al diritto penale. Dai tempi della prima rivoluzione industriale, il controllo corrisponde alla creazione delle classi pericolose: si tratta di trasformare le questioni sociali in problemi di carattere penale. Generando l’ennesimo allarme gli attuali governanti prendono tre piccioni con un maranza: criminalizzano al tempo stesso i giovani, i poveri, i migranti. Nel paese dell’inverno demografico e del razzismo differenzialista queste figure si sovrappongono. È noto che i ceti dirigenti meloniani sono transitati direttamente dal ghetto delle sezioni missine ai palazzi del potere berlusconiano. È una caratteristica, questa, che emerge anche dalla composizione anagrafica del governo elaborata da Openpolis: trattasi dell’esecutivo politico più anziano della storia repubblicana. L’odio per i giovani si nasconde dietro le facce consunte delle fasi politiche precedenti, nei volti di quel medesimo blocco di potere che c’era anche a Genova nel 2001 accanto a Gianfranco Fini nella centrale di comando della polizia. Oppure che ha approvato la riforma Gelmini che ha finito di devastare l’università. O, ancora che ha prodotto la legge Bossi-Fini che espone al ricatto e alla clandestinità migliaia di uomini e donne. L’invenzione del maranza serve a proiettare tutte le odiose campagne contro i “clandestini” ancora oltre. Una volta si puntava il dito contro i senza diritti, uomini e donne ingabbiati da una legge che di fatto non prevede accessi legali, adesso ci si rivolge anche verso quelli che non solo hanno regolare permesso di soggiorno, ma sono a tutti gli effetti italiani. Lo abbiamo imparato in queste settimane dalle retoriche sulla “remigrazione”: nel mirino finiscono tutti quelli che si possono considerare come “non integrati”, altra categoria che serve a disegnare la zona grigia dei senza diritto. Chi e come stabilirà il grado di integrazione di una persona? Questi misteriosi invasori della quiete arrivano dalle periferie metropolitane. Ci parlano delle nostre città, che abbiamo visto sui piccoli schermi dei nostri cellulari, location dei safari social dei tutori del decoro che tuonano contro le invasioni prima di tornarsene nelle sicure zone gentrificate dei centri storici a scommettere con i vostri soldi sulla prossima emergenza. Questo rancore, violento eppure velleitario, rivela l’egemonia debolissima della destra, la sua pretesa di rappresentare un fantomatico “popolo”, che non è affatto omologato e assimilabile ad alcuna purezza etnica o conformità culturale. Perché il governo più vecchio della storia della Repubblica straparla di gente comune ma è anche quello più barricato nelle gated communities del privilegio. Ma non basteranno cento decreti sicurezza a blindare questa pretesa di immunità. Migranti. Quei corridoi lavorativi di civiltà e di lavoro di Ferruccio de Bortoli Corriere della Sera, 15 luglio 2026 Mentre si parla, un po’ a vanvera, di “remigrazione”, lasciando intendere che si possano organizzare addirittura giganteschi flussi di ritorno, ovvero deportazioni, vale la pena di segnalare l’esperienza di alcuni “corridoi lavorativi” per rifugiati. Se non altro per riconciliarci con il meglio della nostra tradizione di civiltà e di solidarietà umana. Stiamo parlando di “corridoi lavorativi” e non solo umanitari come quelli resi possibili dall’impegno di Sant’Egidio che richiedono ogni volta la negoziazione di accordi ad hoc. In questo caso vi è un impianto normativo di base, il decreto Cutro, e il coinvolgimento diretto del governo con ben tre ministeri. Per cui risulta abbastanza strano che la maggioranza non ascriva i “corridoi lavorativi” tra i suoi meriti, forse perché politicamente è improduttivo. Ma è solo una sensazione. L’iniziativa, meritoria, promossa dall’Unchr, l’Agenzia dell’Onu per i rifugiati, consente l’ingresso regolare per lavoro di persone che vengono formate all’estero, seguono un’istruzione linguistica, civica e tecno-professionale sulla base delle necessità delle aziende italiane che poi li assumeranno. Come spiega Giovanna Li Perni, responsabile delle private partnership and philantropy di Unchr, il progetto è sostenuto da Acri, Compagnia San Paolo, Intesa, Fondazione Accenture Italia, Reale Mutua, Flora Fund Shapiro Foundation. Sperimentato per la prima volta con successo dall’Unione industriali di Torino, ha consentito di reperire ingegneri in Uganda, specialisti orafi in Siria, tecnici dell’handling aeroportuale in Colombia tra i rifugiati venezuelani. Nei giorni scorsi è stato lanciato il tavolo lombardo e si aspetta l’adesione di grandi aziende che facciano, come è accaduto a Torino, da capifila ai corridoi lavorativi. Il coinvolgimento delle fondazioni è prezioso per superare molti problemi pratici legati all’accoglienza. Chi fugge da regimi e persecuzioni non perde abilità e titoli di studio. L’esperienza dei “corridoi” non è solo concentrata sul tempo di lavoro ma anche, e soprattutto, su quello della vita, migliore per tutti, nelle comunità. Dalla difesa della razza alla remigrazione: le radici dell’ossessione identitaria di Simone Cosimelli Il Domani, 15 luglio 2026 Nel Novecento le destre antidemocratiche rimodellarono in senso razziale la convivenza civile. La poliedrica estrema destra contemporanea ha centrato l’obiettivo. Ha portato i suoi temi e i suoi toni nel dibattito pubblico. L’ultima tappa di questo percorso in divenire riguarda la remigrazione. Un termine nuovissimo che veicola una narrazione vecchissima. E forse un’ossessione antica: l’idea secondo cui la tenuta dell’unità nazionalpopolare dipende dall’uniformità etnorazziale, con i popoli occidentali chiamati a fronteggiare una minaccia esistenziale. Prospettive apocalittiche Già nell’Europa del XX secolo, prima e dopo la Grande guerra, si fecero largo ipotesi di futuro tragiche. Le destre antidemocratiche si convinsero che l’allentamento dei domini coloniali e i processi di democratizzazione fossero il sigillo del declino. La fine della storia. In Francia, su spinta dell’Action française, montò l’ostilità contro categorie giudicate inassimilabili (stranieri, meticci, ebrei). In Germania, dove si saldava il nesso popolo-razza (Volk-Rasse), la ricezione del libro Il tramonto dell’Occidente di Oswald Spengler favorì un’interpretazione fatalistica dell’avvicendarsi delle civiltà. Nella retorica della crisi, l’Europa era in fase terminale. Proprio per l’incubo della sostituzione etnica e lo spettro della sovversione, tuttavia, tra 1917 e 1922 si invocò lo Stato forte, il disciplinamento delle società, la blindatura dell’ordine gerarchico. Il mito della nazione fu scagliato contro il parlamentarismo. La battaglia per l’identità divenne lotta per la sopravvivenza: contro i nemici esterni (i barbari ai margini del mondo, pronti a prendersi tutto) e i nemici interni (i portatori di idealità alternative, dunque traditori antinazionali). La rimodulazione dell’immaginario collettivo agevolò l’assalto al potere dei fascismi. I comitati “neri” di Vannacci intitolati ai gerarchi fascisti Il razzismo fascista Nel Ventennio si tentò di far coincidere i confini politici con quelli culturali, l’articolazione sociale con il vincolo razziale. Nel 1927, alla Camera dei deputati, Mussolini parlò della necessità di “vigilare seriamente sul destino della razza”. Nel 1934 pubblicò un articolo dal titolo: La razza bianca muore?. Questa la conclusione: “Si tratta di sapere se davanti al progredire in numero e in espansione delle razze gialle e nere, la civiltà dell’uomo bianco sia destinata a perire”. Si arrivò al segregazionismo nelle colonie, alla legislazione antisemita, alle invasioni militari. Se la rivista La Difesa della Razza cercò di promuovere un razzismo “scientifico”, la volontà di definire l’identità italiana per esclusione prese mille rivoli diversi. Il mensile Razza e Civiltà, cauto sul razzismo biologico ma propenso al razzismo culturale, sostenne nel 1940: “Devono anche essere esaltati e difesi, come espressioni psicologiche della razza, gli usi e costumi delle varie regioni italiche, le spontanee melodie, le sagre paesane, le tradizioni popolari, in una parola tutti i fatti di ordine demo-psicologico. Anche attraverso l’arte, nei molteplici suoi aspetti, devono essere difesi i nostri valori razziali”. Una manciata di camerati della remigrazione deposita le firme: “Vannacci faccia approvare la nostra proposta di legge” Il posto della donna Il timore per la decadenza creò un intreccio inestricabile tra corpo delle donne e destino della nazione. Il regime fascista, facendo del numero il prerequisito della potenza, istituì un legame tra politica demografica, politica sociale e politica imperialista. Mussolini stesso, alla seconda assemblea quinquennale del 1934, offrì una sintesi efficace delle finalità del fascismo: “La giornata della madre e del fanciullo, la tassa sul celibato e la sua condanna morale, salvo i casi nei quali è giustificato, lo sfollamento delle città, la bonifica rurale, l’Opera della maternità e infanzia, le colonie marine e montane, l’educazione fisica, le organizzazioni giovanili, le leggi sull’igiene, tutto concorre alla difesa della razza”. L’antifemminismo fascista, dopo l’irreggimentazione delle donne dall’infanzia alla giovinezza, si rivelò così una forza antitrasformativa posta a guardia della disuguaglianza vigente. La paura del declino e della contaminazione orientò l’azione liberticida di governo. L’essenza della militanza femminile confluì nel dovere di generare figli per la nazione. D’altro canto, nel Decalogo della Piccola Italiana riservato all’educazione delle ragazze dagli 8 ai 14 anni, si leggeva: “La donna italiana è mobilitata dal Duce al servizio della Patria”. “Cittadinanza armata”: così la destra combatte i suoi nuovi nemici Il conto con la storia Oggi gli esponenti dell’estrema destra, anche se non lo sono, si presentano come audaci corsari che navigano controvento; ribelli in mezzo ai conformisti. Il loro accostamento ai fascismi del passato è talvolta schematico e inadeguato. Nel criticarli occorre tuttavia essere più ambiziosi. Chiedere conto di orizzonti teorici che sembrano avere radici profonde. Di lineamenti ideologici che spesso, se indagati, non risultano né originali né sofisticati. La compressione dell’italianità dentro un modello precostituito, con una forte connotazione vittimistica, ha più di un punto di contatto con ciò che è già stato sperimentato. Perciò chi parla di remigrazione in senso tecnico-amministrativo, o nasconde dietro una parola contundente una visione rigida, non merita di essere liquidato con facili battute. Non dovrebbe però avere il privilegio di sottrarsi a un confronto serrato con la storia del Novecento. Un confronto che può essere scomodo anche per una “comunità politica che parla chiaro e agisce con serietà”, come si definisce Futuro Nazionale.