Una vita a tessere legami tra il carcere e la società di Donatella Gasperi La Difesa del Popolo, 14 luglio 2026 Ornella Favero, la fondatrice di Ristretti Orizzonti, è stata insignita del premio “In difesa della dignità e della speranza dei detenuti”. Attraverso il giornale ha accompagnato centinaia di persone detenute in percorsi di educazione e rieducazione per tornare alla vita. “Ha oltrepassato il muro del carcere e quello ancor più invalicabile dell’indifferenza sociale facendo della sua vita un ponte tra la comunità carceraria e il mondo esterno, per restituire dignità, voce e speranza ai reclusi e per accendere conoscenza e umanità nei tantissimi che voltano lo sguardo. Ha ininterrottamente interpellato la politica con le sue appassionate e appassionanti iniziative: spesso ignorata, ma mai arresa”. Con questa motivazione, il 30 maggio scorso, è stato assegnato a Ornella Favero il Premio “In difesa della dignità e della speranza dei detenuti Riccardo Polidoro”. Giornalista e volontaria, Ornella Favero dirige Ristretti Orizzonti dal 1997, la rivista nata nella casa di reclusione Due Palazzi di Padova e realizzata insieme ai detenuti. Nasce insegnante di russo e, rimasta senza cattedra, diventa bibliotecaria all’istituto Gramsci e qui, nei primi anni Novanta, organizza incontri con scrittori rimasti memorabili: “Non erano presentazioni di libri, ma lezioni, approfondimenti”. Poi arriva l’esperienza del carcere: “Il carcere non mi interessava, ma mia sorella ci insegnava e mi chiese di fare delle lezioni sulla comunicazione. Alcuni dei detenuti presenti mi hanno detto: non ci riconosciamo nel modo in cui i media ci raccontano, molte cose non sono reali, sono una forzatura, perché non ci aiuti a fare qualcosa che dia un’idea diversa del carcere? Ho accolto la sfida con una premessa: io non faccio un “giornalino”, voglio fare un giornale e lavorare sulla qualità. Da un luogo di scarsissima qualità come un carcere, deve uscire un prodotto di qualità”. Sfida vinta. Ristretti Orizzonti racconta il carcere dall’interno con un’attenzione rivolta anche all’esterno ed è diventato un riferimento nazionale. Lo sforzo è importante: non solo un giornale, un sito e una rassegna stampa quotidiana, ma anche incontri e formazione con scuole, giornalisti, operatori e istituzioni. La forza del progetto sta nel metodo: dare voce alle persone detenute e usare l’informazione come strumento di conoscenza, responsabilità e riduzione della distanza tra carcere e società. “Il centro del mio lavoro è il tavolo: il “tavolo di Ristretti” è il luogo dell’elaborazione, della presa di coscienza, della messa in discussione del proprio passato e lì, intorno a quel tavolo ho costruito l’idea di informazione non urlata, sobria, equilibrata, anche se sembra strano che arrivi dal carcere un esempio di parole ragionate, contenute. Le persone detenute, proprio per la loro esperienza, sanno quanto l’informazione può condizionarti e quanto il modo di comunicare può incidere nella vita delle persone. Intorno al tavolo abbiamo cominciato a ragionare di giustizia riparativa e di vittime quando l’argomento era misconosciuto. Abbiamo incontrato le vittime di reato: non è stato facile ma è stato un atto determinante. Dopo la testimonianza di Olga D’Antona (vedova del giurista Massimo D’Antona assassinato dalle Nuove Br) qualche detenuto mi disse che era la prima volta che vedeva il dolore provocato da un omicidio”. Ristretti Orizzonti, infatti, ha la caratteristica di non accettare la routine dei progetti del carcere ma di accogliere sempre nuove sfide, di tentare strade diverse. È complesso rapportarsi con un mondo in cui il bene e il male confliggono: “Nel mio telefono ci sono più delinquenti che altre persone, li ho seguiti negli anni alla ricerca di un cambiamento. Quando hai vissuto il male è importante ragionare su tutte le conseguenze del gesto criminale perché chi viene travolto non è solo la vittima del reato. Noi facciamo un grande lavoro con i familiari dei detenuti che sono a loro volta vittime. Occorre confrontarsi con il male, non demonizzarlo, ma capirne il perché se vuoi che certi gesti non siano ripetuti. La vita è fatta di cadute, di disastri. Alcuni capiscono ma per altri la tentazione dei soldi in fretta resta forte ma non c’è lieto fine e ti succede di sperimentare la miseria della vita carceraria. Non ci sono scorciatoie e la sfida è non arrendersi di fronte alle cadute”. L’ultima giornata di studi sui “Cattivi ragazzi” ha aperto un ambito di lavoro con gli adulti detenuti che possono rappresentare per i giovani un esempio, raccontando quanto effimera sia quell’esperienza di successo, di soldi, e quanto poi dietro si nasconda il nulla della distruzione, della mancanza di affetti, della miseria della detenzione dove non c’è nulla di eroico. Quindi il lavoro adesso è su questo scambio tra giovani detenuti e detenuti adulti che tolgono quell’aura un po’ eroica che c’è a volte rispetto al male. Alcuni ragazzi della redazione stanno studiando scienza dell’educazione, conoscono benissimo i meccanismi del male e della trasgressione quindi possono avere un approccio diverso con i giovani che ne sono tentati. Il tema dell’educazione e della rieducazione è centrale in carcere e quindi ora cerchiamo di interpretarlo in modo diverso”. Ma qual è la chiave di tutto per Ornella Favero? “Non faccio le cose perché devo farle, le faccio per passione. È importante”. Garanti in piazza: “Non c’è più tempo per fermare la strage” di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 14 luglio 2026 Tre giornate di mobilitazione davanti e dentro le carceri italiane, e sono già cominciate. La Conferenza nazionale dei garanti territoriali delle persone private della libertà personale ha deciso di riportare la questione penitenziaria al centro dell’attenzione con iniziative nei territori partite ieri, 13 luglio, dinanzi o all’interno degli istituti, nei luoghi della giustizia e ovunque sia possibile richiamare la politica alle sue responsabilità. Oggi la protesta entra nel suo secondo giorno e coincide con la mobilitazione nazionale promossa dalle associazioni e dalle reti del Terzo settore che da anni lavorano intorno al mondo del carcere: una giornata a cui la Conferenza ha aderito con convinzione. Le iniziative andranno avanti fino a domani. Il messaggio che le accompagna è netto già nel titolo del documento diffuso per l’occasione: “Non c’è più tempo: fermare la strage di vite e di diritti nelle carceri italiane”. Il punto di partenza sono i numeri. Oggi in Italia i detenuti sono oltre 64 mila. Secondo il sito sovraffollamentocarcerario.it, progetto del giornalista specializzato in dati Marco Dalla Stella che ogni giorno raccoglie ed elabora le schede di trasparenza pubblicate dal ministero della Giustizia, all’ultimo aggiornamento le persone detenute erano 64.698. La capienza ufficiale sarebbe di 51.185 posti, ma quasi 5mila risultano non disponibili tra sezioni chiuse, reparti inagibili e celle fuori uso. Restano così poco più di 46mila posti realmente utilizzabili, e il tasso di sovraffollamento reale sfiora il 140 per cento: quasi 14 detenuti ogni dieci posti effettivi. Dietro le cifre, ricorda la Conferenza, ci sono corpi, volti e storie. Il sovraffollamento vuol dire caldo insopportabile, celle invivibili, tensione continua, disagio psichico, autolesionismo, suicidi. E c’è un dato che dovrebbe scuotere più di ogni slogan. Negli ultimi tre anni oltre 17mila detenuti hanno ottenuto un riconoscimento, economico o in termini di riduzione della pena, per trattamenti inumani e degradanti ai sensi dell’articolo 35-ter dell’ordinamento penitenziario. Non lo dicono i garanti né le associazioni, scrive la Conferenza: lo dice lo Stato, attraverso i magistrati chiamati a certificare condizioni incompatibili con la dignità umana e con l’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Quando lo Stato è costretto a risarcire chi tiene in custodia perché non riesce a garantirgli condizioni minime di dignità, si legge nel documento, significa che qualcosa si è rotto profondamente. I garanti richiamano anche i moniti del Presidente della Repubblica, che ha più volte parlato di sovraffollamento e suicidi come di una vera emergenza sociale, e la condanna arrivata già anni fa dalla Corte europea dei diritti dell’uomo per i trattamenti legati al sovraffollamento. Il rischio, avvertono, è di ritrovarsi allo stesso punto: numeri analoghi, criticità analoghe, stessa incapacità di assumere decisioni coraggiose. Da Sollicciano all’ammissione come Amicus Curiae - Un episodio in particolare torna nel documento. Il Tribunale di Firenze, su richiesta della procura, ha disposto il sequestro preventivo di sette sezioni del carcere di Sollicciano: tre del reparto giudiziario maschile, tre del reparto penale maschile e la sezione Accoglienza. La decisione - il cui contenuto è stato reso pubblico da Il Dubbio - è arrivata dopo i sopralluoghi di Polizia, Asl e Guardia di Finanza, che hanno rilevato gravi criticità nelle condizioni igieniche delle celle, nell’abitabilità dei dormitori, negli impianti elettrici e nella sicurezza degli ambienti. E notizia di pochi gironi fa è che il Tribunale del Riesame di Firenze ha respinto il ricorso del ministero della Giustizia contro il decreto di sequestro. Per i garanti, quando un giudice è costretto a chiudere interi reparti, il degrado non è più una denuncia ma una verità accertata. C’è però anche un riconoscimento istituzionale che la Conferenza rivendica. Il 30 giugno il presidente della Corte costituzionale ha ammesso la Conferenza nazionale dei garanti territoriali come Amicus Curiae. Un passaggio che i garanti leggono come una conferma del proprio ruolo, sostenuto da poteri che la legge già riconosce: colloqui riservati con i detenuti, la possibilità di ricevere la loro corrispondenza, la facoltà di visitare gli istituti senza autorizzazione preventiva. Da qui parte la richiesta principale, quella di un gesto di clemenza. La Conferenza chiede un provvedimento deflattivo immediato, serio, selettivo e orientato alla Costituzione. “Non è buonismo, è responsabilità”, si legge. “Un sistema saturo non rieduca, non cura, non reinserisce e non produce sicurezza”. Le richieste e l’appello: “Venite e vedete” - Nel concreto i garanti chiedono due misure. La prima è una liberazione anticipata speciale, che porti da 45 a 75 giorni per ogni semestre la detrazione di pena per chi partecipa in modo positivo al percorso di recupero. Non un “liberi tutti”, precisa il documento, ma uno strumento legato alla condotta e alla partecipazione all’opera rieducativa. La seconda riguarda i detenuti con un residuo di pena non superiore a un anno, non condannati per reati ostativi e senza concrete esigenze di sicurezza: circa 8-9 mila persone che potrebbero essere accompagnate verso misure alternative, detenzione domiciliare, lavoro, cura, comunità. Accanto ai provvedimenti sulle pene, i garanti chiedono di rafforzare chi tiene in piedi il sistema ogni giorno: magistratura di sorveglianza, Uepe, educatori, psicologi, assistenti sociali, personale sanitario, polizia penitenziaria, mediatori culturali, cancellieri. La dignità dei detenuti e quella del personale, sottolineano, appartengono alla stessa battaglia. Serve anche un piano straordinario per la salute in carcere, per il disagio psichico, le dipendenze, i detenuti malati, gli stranieri senza rete familiare, i giovani adulti e i minori. Il carcere, avverte la Conferenza, non può essere il contenitore di tutte le fragilità che fuori non trovano risposta. C’è anche una critica, nemmeno troppo velata, alla moltiplicazione di organismi e sigle “dal forte impatto mediatico ma dalla dubbia utilità concreta”. La tutela delle vittime, scrivono i garanti, è sacrosanta, ma non si realizza rendendo il carcere più disumano: si realizza prevenendo la recidiva e costruendo percorsi reali di reinserimento. “Non abbiamo bisogno di nuove bandiere. Abbiamo bisogno di un carcere più costituzionale”. A dare voce alla mobilitazione è il portavoce della Conferenza, Samuele Ciambriello, garante campano delle persone private della libertà. “La dignità delle persone detenute e quella di chi lavora negli istituti penitenziari appartengono alla stessa battaglia di civiltà”, afferma. “Un carcere incapace di rieducare, curare e reinserire non produce maggiore sicurezza, ma alimenta marginalità e recidiva. Difendere la legalità significa anche garantire che la pena sia conforme ai principi della Costituzione”. E aggiunge: “Il carcere torni al centro dell’agenda politica del Paese. Le istituzioni hanno il dovere di intervenire ora”. L’appello finale è rivolto alla politica e alla società civile, con un invito diretto a entrare negli istituti, ad ascoltare chi ci vive e chi ci lavora, a parlare con volontari, operatori, polizia penitenziaria, cappellani e associazioni. “Venite e vedete. Venite e ascoltate”, chiude il documento. “Non c’è più tempo. La politica intervenga non domani, non presto, ma ora”. Il Garante Anastasìa aderisce all’iniziativa dell’Alleanza per l’articolo 27 della Costituzione Ristretti Orizzonti, 14 luglio 2026 Il 14 luglio, delegazioni di esponenti istituzionali, accademici e della società civile visiteranno 34 istituti penitenziari italiani. Il Garante del Lazio accompagnerà la delegazione in visita a Regina Coeli. “Le carceri italiane, i detenuti, gli operatori stanno affrontando l’ennesima estate torrida in condizioni disumane di sovraffollamento e di carenza di risorse, umane e finanziarie. Come era facilmente prevedibile, la risposta edilizia del governo, che ha assorbito gran parte delle risorse per la manutenzione delle carceri, non produce i risultati annunciati e il sovraffollamento è arrivato ormai al 140% e nel Lazio al 149, con 6911 persone stipati negli spazi per 4638 posti letto regolamentari effettivamente disponibili. Nel frattempo, nel fine settimana, abbiamo avuto ancora due morti per cause da accertare nelle carceri del Lazio, venerdì scorso a Civitavecchia un ragazzo prossimo al fine pena e sabato sera a Rebibbia Nuovo complesso un uomo di trentotto anni appena rientrato da un provvedimento di arresti domiciliari non eseguibile per inidoneità del domicilio”. Così il Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione Lazio, Stefano Anastasìa, alla vigilia della mobilitazione organizzata dall’Alleanza per l’articolo 27 della Costituzione, di cui fanno parte un nutrito gruppo di associazioni impegnate sui temi della giustizia, dell’esecuzione penale e dei diritti delle persone private della libertà. “Serve un sussulto di iniziativa da parte di tutti - prosegue il Garante -, politica, magistratura e società civile per rimediare come possibile a questa situazione insostenibile. Ben venga, dunque, l’iniziativa di visita alle carceri promossa dall’Alleanza per l’articolo 27 della Costituzione, cui personalmente parteciperò visitando con loro il carcere romano di Regina Coeli domattina”. Il 14 luglio 35 istituti penitenziari italiani di 31 città saranno visitati da delegazioni composte da oltre 350 persone, tra rappresentanti dell’Alleanza per l’articolo 27 della Costituzione, esponenti delle istituzioni locali, del mondo dell’università, della cultura e della società civile, con l’obiettivo di riportare l’attenzione dell’opinione pubblica sulle condizioni delle carceri italiane, oggi attraversate da una crisi sempre più grave, e riaffermare il principio secondo cui la pena deve essere conforme ai valori sanciti dall’articolo 27 della Costituzione: umanità, dignità della persona e finalità di reinserimento sociale. Nel Lazio saranno quattro gli Istituti visitati: Regina Coeli e Rebibbia femminile a Roma, Cassino e Civitavecchia. A Roma, una delegazione, di cui farà parte anche la Garante dei diritti delle persone private della libertà di Roma capitale, Valentina Calderone, si recherà in visita alla Casa circondariale femminile di Rebibbia. Nell’elenco dei partecipanti alla visita, compaiono l’assessora al sociale di Roma Capitale, Barbara Funari, il presidente dell’Unione camere penali, Francesco Petrelli, l’autore-attore Ascanio Celestini, il presidente del Centro di ricerca European Penological Center dell’Università Roma Tre, Mauro Palma, e il giornalista Marco Damilano Un’altra delegazione si recherà in visita alla Casa circondariale di Regina Coeli. Ne faranno parte, oltre che il Garante Anastasìa, il presidente di Antigone, Patrizio Gonnella, l’assessora alla Scuola di Roma Capitale, Claudia Pratelli, e l’attore Pietro Sermonti. Altre delegazioni nel Lazio, si formeranno per la visita alla Casa circondariale di Cassino, con la partecipazione del sindaco, Enzo Salera, del rettore dell’università di Cassino e del Lazio meridionale, Marco Dell’Isola, e della docente di esecuzione penale della stessa università Sarah Grieco, delegata del cartello Alleanza per l’articolo 27, e alla Casa circondariale di Civitavecchia, con la partecipazione del sindaco di Civitavecchia, Marco Piedibene, del vescovo, Gianrico Ruzza, del Garante comunale delle persone detenute, Corrado Lancia, dell’assessora ai servizi sociali, Maria Antonietta Maucioni. Misure alternative al carcere per i detenuti con dipendenze, parte l’esame della Camera di Edoardo Patriarca vita.it, 14 luglio 2026 Dopo l’approvazione al Senato arriva in Commissione Giustizia la legge di iniziativa governativa sulle “Disposizioni in materia di detenzione domiciliare per il recupero dei detenuti tossicodipendenti o alcoldipendenti”. I soggetti che intendono intraprendere un percorso di recupero devono poter espiare la pena in strutture accreditate del privato sociale o pubbliche. La misura interesserebbe - secondo i dati 2024 - 23mila persone. La relazione parla di 13mila strutture interessate, al 97% gestite dal privato e dal privato sociale. L’argomento che occuperà il dibattito politico della settimana sarà senza alcun dubbio la legge elettorale proposta dalla maggioranza, messa in prima votazione alla Camera dei Deputati. Propongo alla vostra attenzione il disegno di legge governativo 2961 “Disposizioni in materia di detenzione domiciliare per il recupero dei detenuti tossicodipendenti o alcoldipendenti”, approvato dal Senato e ora assegnato alla commissione Giustizia della Camera. Il programma riabilitativo ai domiciliari - Una legge che introduce una nuova misura alternativa di detenzione specificatamente rivolta ai soggetti affetti da tossicodipendenza o alcoldipendenza. La persona condannata potrà richiedere in ogni momento la misura di detenzione domiciliare per espiare una pena detentiva non superiore però a 8 anni. La misura è finalizzata alla esecuzione di un programma terapeutico socio riabilitativo, previa la volontà dichiarata della persona detenuta di intraprendere o proseguire il programma, non solo in strutture private accreditate ma anche in strutture pubbliche residenziali del Servizio sanitario nazionale specializzate nella cura e nella riabilitazione. I passaggi previsti - Al tribunale di sorveglianza viene imposta l’accoglimento dell’istanza di misura alternativa solo dopo una attenta verifica del programma terapeutico adeguato per un concreto recupero della persona onde ridurre ai minimi termini il pericolo che il richiedente commetta altri reati. Una Commissione centrale presso il Dipartimento per le politiche antidroga della Presidenza del consiglio dovrà elaborare delle linee guida uniformi per l’accertamento della dipendenza, successivamente con un decreto del Presidente del Consiglio dei ministri sarà indicata la composizione della commissione e la disciplina di funzionamento. C’è un’Italia che resiste allo spopolamento, rigenera i territori e trasforma il turismo in occasione di incontro. È l’Italia dei “paesi-persona”. Nel nuovo numero di Vita magazine raccontiamo 100 esperienze da conoscere e da visitare. Il responsabile della struttura residenziale o semiresidenziale presso cui si svolge il programma terapeutico è tenuto a trasmettere una relazione semestrale sulla esecuzione del percorso al Servizio pubblico per le dipendenze e all’Ufficio di esecuzione penale esterna competente per territorio. Gli elementi di flessibilità e procedure - Sono stati introdotti elementi di flessibilità da una parte, e dall’altro una maggiore rigidità dei termini procedurali nei casi in cui si proceda alla revoca della detenzione domiciliare terapeutica. Nel caso di fallimento non colpevole del percorso si prevede la possibilità di autorizzare, se richiesto dall’interessato, per non più di due volte il trasferimento presso altre strutture, mantenendo ferma la durata originale del programma terapeutico. Nel caso di violazione o di accertamenti del fallimento del programma l’autorità giudiziaria dovrà procedere alla revoca immediata della misura alternativa. Resta ovviamente obbligatoria la revoca in caso di evasione o di comportamenti incompatibili a norma di legge. Le persone coinvolte - La relazione illustrativa da un quadro numerico delle persone coinvolte. Il detenuto tossico-alcoldipendente rappresenta una percentuale significativa della popolazione carceraria: nel 2024 risultavano presenti nelle strutture penitenziarie quasi 20mila detenuti con la sola tossicodipendenza, pari a circa il 32% della popolazione carceraria complessiva, in aumento del 3% rispetto ai numeri del 2023. Per quanto riguarda le persone alcol dipendenti non vengono forniti dati specifici: sono disponibili dati complessivi dei consumatori di alcol presi in carico dal Servizio sanitario nazionale pari a circa 63mila persone. Da questi dati si possono estrapolare il numero dei possibili detenuti fruitori della misura alternativa, si parla all’incirca di 3.700 persone. Potenzialmente la misura detentiva alternativa ha un potenziale di fruitori di circa 23mila persone. Un progetto che va nella direzione di un’umanizzazione della vita carceraria: la concreta possibilità di un recupero di persone tossico-alcoldipendenti, il probabile calo della recidiva e un parziale svuotamento delle carceri. Previsto un fondo di 19 milioni di euro per il 2026 - La sfida riguarda l’amministrazione giudiziaria e la capacità ricettiva per mettere a terra la misura alternativa: nella relazione illustrativa si parla di 13mila strutture gestite per il 97% dal privato e dal privato sociale. Saranno sufficienti? Per l’esecuzione del provvedimento viene istituito un fondo per il 2026 pari a circa 19 milioni di euro. E questa è già una buona notizia. Una proposta in tre mosse per salvare i detenuti e lo Stato di Antonio Mazzocchi* Il Dubbio, 14 luglio 2026 Il sistema penitenziario in Italia ha superato un punto di non ritorno, con oltre 64mila detenuti stipati in poco più di 44 mila posti reali. Il tasso di sovraffollamento medio supera il 140%, toccando picchi drammatici del 200% in alcuni Istituti. I numeri non sono solo statistiche: si traducono in celle degradate, violenza endemica, assistenza sanitaria al collasso e una scia di suicidi tra i detenuti e glia genti che rappresenta una ferita aperta per uno Stato di diritto. A gravare sul sistema è, soprattutto, l’uso distorto della custodia cautelare. Più del 22% della popolazione carceraria - circa 14 mila persone - si trova dietro le sbarre, in attesa di un giudizio definitivo. Di questi altri 9 mila non hanno ancora ricevuto nemmeno la sentenza di primo grado. Il paradosso è evidente: il carcere che la Costituzione concepisce come estrema ratio e strumento di rieducazione è diventato un gigantesco contenitore sociale della marginalità, utilizzato per colpire reati minori o legati al disagio sociale, della tossicodipendenza e alla povertà materiale. Per disinnescare questa bomba ad orologeria non bastano provvedimenti tampone o l’edilizia carcerata. È necessaria una riforma strutturale che potrebbe trovare forma in una proposta di legge finalizzata sulla drastica estensione delle misure alternative e sulla depenalizzazione di reati a basso indice di pericolosità sociale. L’articolato della proposta di legge dovrebbe declinarsi in tre pilastri fondamentali: Il primo (con la modifica dell’articolo 168 del codice penale) riguarda l’ampliamento automatico dell’andamento in prova al servizio sociale per tutte le condanne residue o definitive inferiori a quattro anni, eliminando colli di bottiglia burocratici del Tribunale di Sorveglianza che oggi costringono migliaia di persone a subire la carcerazione in attesa di una decisione. Il secondo punta alla messa alla prova, estendendone l’applicabilità ai reati puniti al massimo a sei anni, Attraverso percorsi obbligatori di giustizia riparativa, lavoro di pubblica utilità e risarcimento del danno, l’imputato espia la propria colpa offrendo un valore concreto alla comunità, senza mai varcare la soglia del penitenziario e senza subire lo stigma della detenzione. Infine la proposta prevede un forte incentivo fiscale e strutturale per le imprese che assumono detenuti in misura alternativa e il parallelo rifinanziamento degli Uffici di Esecuzione Penale Esterna (Uepe). Solo potenziando il personale socio carcerario e i moderatori culturali si può garantire il controllo reale sul territorio, riducendo le recidive del 20% contro il drammatico 70% di chi sconta la pena in carcere. Spostare l’asse della punizione dal carcere alla comunità non è un atto di clemenza, ma un’operazione di sicurezza pubblica e di efficienza economica. *Presidente dei Cristiano Riformisti Fine Indennità Mai di Adriano Sofri Il Foglio, 14 luglio 2026 Gli emolumenti del titolare del Dap sono una ragione in più per chiedere l’abolizione dell’ergastolo. Oggi centinaia di persone, personalità, e personaggi, della società civile, entreranno nelle carceri di una trentina di città italiane, convocate da un’alleanza di associazioni che si curano della galera e del dettato dell’art.27 della Costituzione, per vedere coi propri occhi e toccare con le proprie mani la temperatura rovente di quelle case. L’iniziativa è stata preceduta e preparata dalle informazioni sempre più clamorose sulle condizioni scellerate in cui convivono detenuti, agenti penitenziari, e con loro e di loro zecche, cimici, topi, scarafaggi e altre creature senza speranza d’arca e di diluvio. L’arcivescovo di Milano, mons. Mario Delpini, ha anticipato a ieri la sua visita al minorile Beccaria, perché oggi avrebbe avuto un impegno ineludibile. Confidiamo negli arcivescovi e, per i casi disperatissimi, nei papi. È il nostro modo laico di raccomandare l’anima a Dio. Stanco come sono di ripronunciare frasi fatte e parole strafatte - inferno, vergogna, scandalo, inumano, materassi, refusi di materassi, suicidi, autolesionismi, ferri battuti, affollamento, sovraffollamento, sovrasovraffollamento... - dedico il mio spazio di oggi a una notizia anch’essa scontata, ma che merita un’attenzione sempre rinnovata. La copio, per sgombrare il campo da qualunque sospetto di parzialità, da una pagina della Polizia penitenziaria. Riguarda gli emolumenti del titolare del Dap, il dipartimento della Amministrazione penitenziaria, che è anche capo della Polizia penitenziaria, nella maggioranza dei casi senza averne alcuna competenza. Costui, chiunque fosse, prima che venisse fissato un tetto alle retribuzioni dei pubblici dipendenti - corrispondente allo stipendio del Primo presidente di Cassazione - guadagnava fino a 500 mila euro all’anno. Ora lo stipendio tocca i 320 mila euro all’anno. Ma il punto non è qui: chi occupa quel posto e riceve quello stipendio, lo manterrà per tutta la vita. Poiché “la durata media dell’incarico non supera i due anni - dal 1991 ad oggi abbiamo avuto 12 capi dipartimento più tre reggenti - sono stati tutti beneficiari vita natural durante dell’indennità speciale”. Vita natural durante. Per dirla nel gergo penitenziario, appena adattato: Fine Indennità Mai. Un ergastolo. Sto forse cedendo alla demagogia, all’invidia dei guadagni altrui? Ma no: semplicemente, continuo a essere favorevole all’abolizione dell’ergastolo. Toscana. Il Provveditorato alle carceri ora dice che i detenuti non dovranno dormire per terra ilpost.it, 14 luglio 2026 Dopo molte polemiche, ha annullato il provvedimento in cui suggeriva di usare dei materassi, sostenendo che ci fosse un “refuso”. Dopo giorni di polemiche il Dipartimento di amministrazione penitenziaria (Dap), che dipende dal ministero della Giustizia, ha ritirato il provvedimento con cui aveva stabilito che in casi di estremo affollamento nelle carceri della Toscana i detenuti avrebbero potuto dormire temporaneamente su brandine o su materassi per terra. Lo ha fatto però con una nota piuttosto bizzarra, in cui si legge che la circolare precedente è stata annullata “causa refuso”. Un refuso è un errore di battitura. Secondo il Dap, quindi, un refuso nella circolare in cui si parlava dell’uso dei materassi ne avrebbe causato un’”equivoca interpretazione”. In pratica l’annullamento della circolare, a detta del Dap, sarebbe dovuto a una parola scritta nel modo sbagliato. Nella nota del DAP però non ci sono refusi corretti: cambia invece l’indicazione di usare brandine e materassi. L’impressione è che sia stato un modo un po’ goffo di ritrattare quanto stabilito, a seguito delle molte critiche ricevute. L’idea di far dormire per terra delle persone detenute è stata criticata da sindacati e associazioni che si occupano dei diritti di chi è in carcere per una ragione semplice: la gran parte delle carceri toscane, come nel resto d’Italia, è già molto sovraffollata e i detenuti sono costretti nelle celle in condizioni spesso degradanti. Aggiungere giacigli provvisori non farebbe che peggiorare le loro condizioni di vita. La circolare in questione era stata inviata il 30 giugno ai direttori degli istituti penitenziari della Toscana, mentre la nota che l’ha annullata è del 6 luglio. Di entrambe si è saputo con vari giorni di ritardo, perché non sono documenti pubblici. Il primo quotidiano a darne notizia è stato il Corriere Fiorentino. Nella prima circolare l’indicazione di usare materassi veniva presentata come risposta al fatto che alcuni direttori sempre più spesso rifiutano di accettare nuovi detenuti perché non ci sono più posti disponibili a causa del cronico sovraffollamento degli istituti penitenziari. Nelle scorse settimane la situazione si era ulteriormente aggravata a causa del sequestro di una parte del carcere di Sollicciano a Firenze, uno dei peggiori d’Italia, per cui era stato ordinato il trasferimento di 240 detenuti in altre carceri toscane. Secondo il garante dei detenuti di Firenze, Giancarlo Parissi, al momento ne sono stati spostati circa la metà. Nella circolare il DAP scriveva che, data la situazione, non era più in grado di “garantire il rispetto delle ordinarie capienze d’istituto”, cioè dei posti ufficialmente a disposizione di ogni struttura. Sono numeri in realtà solo teorici, perché spesso nelle carceri i posti effettivamente disponibili sono di meno: alcune celle o intere sezioni sono inagibili, per guasti, lavori in corso o altri motivi. I posti effettivamente disponibili vengono mostrati alle amministrazioni delle carceri su un sistema informatico usato dal DAP, chiamato Applicativo Spazi Detentivi (ASD) o “applicativo 15”. L’ASD permette di verificare tra le varie cose che a tutti siano garantiti almeno tre metri quadrati di spazio nelle stanze, come stabilito dalla Corte europea per i diritti dell’uomo (Cedu): è una condizione che a Sollicciano e in varie altre carceri è stata violata di continuo. In teoria chi gestisce gli ingressi di nuovi detenuti nelle carceri dovrebbe rispettare i limiti indicati dall’ASD, ma nella pratica questo spesso non avviene. Nella circolare del 30 giugno il DAP scriveva che i direttori delle carceri avrebbero dovuto usare “tutti gli spazi disponibili fino al raggiungimento del limite indicato dall’applicativo di cui sopra [l’ASD] e se necessario anche oltre, adottando in tali casi ogni iniziativa ritenuta opportuna, compresa, in via estrema per quanto assolutamente provvisoria, la collocazione di brande o materassi a terra”. Dopo la divulgazione della circolare il deputato di Italia Viva Roberto Giachetti aveva presentato un’interrogazione parlamentare al ministro della Giustizia Carlo Nordio chiedendo di farla ritirare. Il segretario regionale della UIL FP della polizia penitenziaria, Eleuterio Grieco, aveva definito l’indicazione del DAP una “pura follia” che lede i diritti delle persone detenute. Anche il garante dei detenuti della Toscana, Giuseppe Fanfani, aveva parlato di un “provvedimento grandemente improprio”. La nota del DAP del 6 luglio è stata firmata dallo stesso dirigente di quella prima, e dice che i direttori degli istituti penitenziari dovranno “sempre e comunque” provvedere all’accettazione di nuove persone arrestate, “ove necessario aggiungendo posti letto nelle camere di pernottamento, in deroga alle ordinarie capienze d’istituto”, “ma escludendo la sistemazione in brandine o materassi a terra”. Non si specifica quale refuso ci fosse nella prima circolare. La nota si conclude con l’invito ai direttori delle carceri a segnalare eventuali problemi cosicché il provveditorato possa trovare le soluzioni più opportune, ed eventualmente sospendere i nuovi ingressi. Secondo il garante dei detenuti di Firenze, Giancarlo Parissi, in tutta questa vicenda potrebbe avere avuto un ruolo anche una certa riottosità del DAP nei confronti del provvedimento con cui a metà giugno il tribunale di Firenze aveva messo sotto sequestro sette sezioni del carcere di Sollicciano e disposto il trasferimento di circa 240 detenuti. Per Parissi il DAP ha accolto male questa decisione, prendendola come una sorta di ingerenza. Parissi interpreta la vicenda dei materassi come un tentativo del DAP di riaffermare “la propria piena potestà sulle modalità di gestione del sistema carcere”. Nei giorni scorsi il tribunale del riesame ha respinto il ricorso del ministero della Giustizia contro il sequestro delle sette sezioni di Sollicciano. Ha interrotto però i trasferimenti dei detenuti, dicendo che spetta al DAP decidere i tempi e le modalità degli spostamenti. Il timore di Parissi è che ora la situazione “finisca in un limbo”, in cui a farne le spese saranno ancora una volta i detenuti. Toscana. Non erano “brande e materassi”, ma bensì “brandy e maritozzi” di Guido Vitiello Il Foglio, 14 luglio 2026 In Toscana, il Provveditorato regionale dell’amministrazione penitenziaria aveva invitato i direttori degli istituti a piazzare dei materassi sui pavimenti delle celle per accogliere i nuovi arrivati, con particolare riferimento al carcere straripante di Sollicciano. La nota ha fatto rizzare i capelli a chiunque avesse a cuore i diritti dei detenuti, e il diritto in generale. Contrordine: una nuova comunicazione fa sapere che la nota originaria suonava abominevole “causa refuso che ne ha determinato un’equivoca interpretazione”. Pedante come sono, ho ripescato il passo incriminato - “in via estrema, per quanto assolutamente provvisoria, la collocazione di brande o materassi a terra” - e l’ho dato in pasto all’intelligenza artificiale affinché, operando tutte le sottrazioni e sostituzioni cabalistiche del caso, mi aiutasse a capire quale fosse l’aleph manomesso. Ebbene, i refusi plausibili conducevano tutti a soluzioni insensate o altrettanto inumane. Alla fine, ho optato per questa: non erano brande e materassi, ma brandy e maritozzi. Non dubito che i detenuti apprezzeranno. Però, fatevelo dire, servirli a terra è antiigienico. Hai provato a spegnere e riaccendere? Secondo una delle tante leggende sul Golem, l’omone si animava magicamente incidendogli sulla fronte la parola emet, verità, e tornava a essere un inerte blocco d’argilla quando si grattava via l’aleph iniziale, lasciandolo così met, morto. Una singola lettera può dunque marcare la differenza tra la vita e la morte, tra la salvezza e la dannazione, e questo non vale solo nella cabala. Reinaldo Arenas, scrittore cubano omosessuale perseguitato dal regime di Fidel Castro, riuscì ad aggiungersi all’esodo di Mariel, nel 1980, cambiando sui documenti il suo cognome in Arinas, e si rifugiò in Florida. Enzo Tortora, al contrario, fu rinchiuso a Regina Coeli perché un carabiniere aveva trascritto male, da un’agendina, il cognome Tortona. Per tacere dei latistanti del nostro caro Gratteri, trasformati per magia in latitanti. Insomma, i refusi vanno presi sul serio. Firenze. Sollicciano è solo un refuso di Stefano Fabbri Corriere Fiorentino, 14 luglio 2026 Anche se questo genere di errori si verificano se sbagli una o con una a, oppure se nel testo salta un “non” che avrebbe cambiato senso a una frase che, a rileggerla, era scritta per dire proprio quello che tutti avevano chiaramente capito, senza ombra di equivoci. Ma l’importante è ripensarci. Magari facendo restare male chi invece di materassi a terra tra le blatte avrebbe augurato ai detenuti un pagliericcio. Ci dimenticheremo dei trasferimenti di decine di detenuti divisi tra lo sconforto di scontare la pena lontano dalle famiglie o da programmi di reinserimento e la certezza che ogni carcere è meglio di Sollicciano. A suo modo lo certifica anche il rigetto da parte del Tribunale del riesame del ricorso presentato dal Ministero della giustizia avverso la parte sostanziale della decisione con cui i giudici hanno fatto apporre i sigilli a 7 sezioni le cui condizioni sono oltre l’immaginabile. Trasferimenti che comunque non allevieranno la vita di chi resta recluso e di chi ci lavora, aumentando quel sovraffollamento in cui già versano gli altri istituti della Toscana e che, spiega il segretario regionale Uil della polizia penitenziaria Eleuterio Greco, “è il vero grande ostacolo a qualsiasi forma di attività di rieducazione e reinserimento”. La fine del solleone si porterà via anche gli interrogativi sui lavori di ristrutturazione, il cui ultimo annuncio risale a poco più di due settimane fa. Tutti temi che tanti, troppi, aderenti al partito “Buttate-via-la-chiave” giudicano inutili da affrontare, poiché è loro convinzione che la pena inflitta, per quanto giusta, non sia mai sufficiente. L’estate sta finendo. Ma fa presto a tornarne un’altra, altrettanto invivibile senza scelte serie e profonde. Ma chi glielo dice a chi resta in carcere? Milano. Dentro il Beccaria: il carcere dei minori resta un’emergenza di Benedetta Maffioli milanopavia.news, 14 luglio 2026 Il carcere che dovrebbe educare, oggi fatica perfino a offrire gli spazi per farlo. È l’immagine che emerge dalla visita al carcere minorile Beccaria di Milano, promossa da Antigone nell’ambito dell’Alleanza per l’articolo 27, iniziativa nata per riportare l’attenzione sulle condizioni delle carceri italiane. Alla visita hanno partecipato, tra gli altri, l’arcivescovo Mario Delpini e alcuni consiglieri regionali. La prima criticità resta il sovraffollamento, a cui si aggiunge la carenza di ambienti dedicati allo studio, alla formazione e al recupero dei ragazzi. Alcuni spazi, come la piscina e altre sale comuni, sono ancora chiusi per problemi di manutenzione. E la tensione non è scomparsa. Continuano a verificarsi episodi di violenza, con materassi incendiati e rivolte contro la polizia penitenziaria. Nelle ultime settimane si sono registrati anche due tentativi di suicidio. Accanto alle difficoltà, però, emerge anche un segnale di cambiamento. La nuova direzione starebbe cercando di riportare il Beccaria alla sua funzione educativa. Ma, la risposta che si chiede alla Regione è un ‘altra: è la richiesta di investire soprattutto in comunità educative e strutture di recupero, per offrire ai minori un’alternativa concreta alla detenzione e favorirne il reinserimento. Milano. “Carcere, le coscienze si ribellino davanti a situazioni disumane” di Luisa Bove chiesadimilano.it, 14 luglio 2026 Ileana Montagnini, responsabile dell’area specifica di Caritas Ambrosiana, riflette sull’emergenza e sottolinea l’impegno della Chiesa ambrosiana e dell’organismo diocesano: “Da nessuna parte è scritto che nelle strutture detentive si debba soffrire. L’Arcivescovo è sensibile al problema, noi diamo voce a chi non ha voce rivolgendoci a tutti i cittadini”. Nei giorni scorsi Caritas Ambrosiana ha ospitato e partecipato insieme alla Casa della Carità alla presentazione pubblica del XXII Rapporto Antigone sulle condizioni di detenzione. Ne parliamo con Ileana Montagnini, responsabile dell’area Carcere e giustizia di Caritas. Qual è la vostra posizione rispetto alle emergenze di oggi? Riprenderei un pensiero espresso da Marcello Bortolato, presidente del Tribunale di sorveglianza, e che noi sposiamo: “Non parliamo nemmeno più di rieducazione, ma parliamo di umanità”. Ciò che sta accadendo in carcere adesso non è umano, e questo ci deve costantemente scandalizzare. È la prima volta che interveniamo insieme alla Casa della Carità e lo faremo ancora perché è finito il tempo di stare zitti. Un carcere a Firenze è commissariato dalla magistratura di sorveglianza; se applicassero lo stesso criterio anche da noi, perché non ci sono i presupposti per la vivibilità, non so quante persone andrebbero scarcerate. Siamo arrivati a questo punto. Qual è il ruolo di Caritas rispetto all’ambito penitenziario? In passato coordinavate anche una rete di housing sociale, ma oggi qual è il vostro impegno? Oggi il nostro ruolo è quello che, in termini più laici, si definisce di advocacy. Per noi significa dare voce a chi non ha voce. Quindi il nostro ruolo è rendere visibile ciò che scuote le nostre coscienze perché ingiusto. Ci rivolgiamo senz’altro alla comunità cristiana, ma anche a quella civile. Noi dobbiamo rendere palese ciò che per più ragioni è nascosto, non visibile e soprattutto scomodo. Vogliamo informare e poi chiederci insieme cosa fare per cambiare le cose. Quindi non da soli… Certamente non da soli. Noi sentiamo che la rete, non soltanto quella degli operatori, degli addetti ai lavori, ma della coscienza delle persone, è quella da interpellare. Noi ci rivolgiamo in questo momento a tutti i cittadini, quelli che passano per il centro di Milano, vicino alle mura di San Vittore e che non si rendono conto perché non viene esplicitato che dentro c’è un’umanità dolente, non soltanto per questioni di tipo criminale. C’è un’umanità che soffre di salute mentale, soffre nel fisico, soffre perché dipende da sostanze, perché ha un background migratorio che porta ancora più traumi. Se Caritas non dicesse cosa succede lì dentro - come in tanti altri luoghi -, abdicherebbe alla sua funzione. L’arcivescovo Delpini ha espresso preoccupazione sulle condizioni detentive, sia nel suo ultimo Discorso alla città, sia nella prefazione al libro di Roberto Mozzi Fuori legge. La Chiesa di Milano quindi non tace… La Chiesa non tace. Ci sembra che l’Arcivescovo sia particolarmente sensibile al grido di sofferenza che viene da questi luoghi perché ha capito bene la situazione. Ci rimanda sempre il fatto che ci sono fratelli che soffrono non per un dettame costituzionale, del Vangelo, della rieducazione; non c’è scritto da nessuna parte, ancora meno nell’Ordinamento penitenziario, che in carcere si debba soffrire o che la pena si debba eseguire in carcere. Nella Costituzione non compare la parola carcere. Quindi questa è una stortura della giustizia. Oltretutto nella Costituzione si parla di pene al plurale… Esatto. Non di una, che è quella a cui pensiamo tutti “di pancia”, ma non c’è scritto così, ed è sotto gli occhi di tutti che quella detentiva è la meno efficace e costosa. Non giova a chi è dentro e neppure a chi è fuori. Nella presentazione del Rapporto Antigone tutti gli interventi hanno sottolineato come la separatezza, isolare le persone, sia la strada più sbagliata di tutte. Sono quindi le mura a dover cadere. In conclusione? È arrivato il momento di avere coraggio e di non lasciarsi assuefare da una narrazione unica che, sono convinta, non sia quella delle nostre coscienze. Sentiamo un anelito di ribellione a quello che sta succedendo, ma siamo molto presi, molto di corsa, molto inseriti in un contesto così gravante e multiproblematico che il rischio è di pensarlo normale. Se ci ascoltiamo bene ci accorgiamo che questo non è normale. Verona. Montorio, i detenuti quasi il doppio della capienza di Angiola Petronio Corriere di Verona, 14 luglio 2026 Celle e corridoi senza possibilità di raffrescamento “Oggi in Italia siamo oltre la soglia dei 64mila detenuti. Non sono numeri, ma persone: corpi, volti, storie, vite ristrette in spazi insufficienti, con personale insufficiente, attività insufficienti, cure insufficienti e prospettive insufficienti. Il sovraffollamento significa caldo insopportabile, celle invivibili, tensione continua, disagio psichico, autolesionismo, aggressività, suicidi”. A scriverlo sono il portavoce, il coordinamento e la conferenza nazionale dei garanti territoriali delle persone private della libertà personale. Quelli che si rivolgono, tramite una mobilitazione con il terzo settore iniziata ieri e che si concluderà domani, alla politica e alla società civile con un appello. Quell’”interessatevi al carcere” che, inevitabilmente, echeggia anche a Verona. Per quella casa circondariale di Montorio che vive i mali di tutte le carceri italiane “anche se in condizioni meno gravi”, dice il garante dei detenuti don Carlo Vinco. Anche lui aderisce a quella mobilitazione. E racconta quella che è la realtà del carcere veronese. Parla, don Vinco di “più di 600 persone detenute, a fronte dei 334 posti regolamentati, numero sempre più determinato da persone molto giovani e da persone affette da disturbi psichiatrici o disturbi del comportamento, che lo stato detentivo spesso aggrava”. Non solo. Il garante denuncia come “in molte celle oggi convivono normalmente tre persone e in infermeria spesso le celle ne ospitano 4 e quasi sempre con gravi problemi psicologici”. Con la casa circondariale di Montorio che a due sezioni particolari: una per l’osservazione psichiatrica di detenuti provenienti da altre carcere e una per l’accoglienza di persone con malattia psichiatrica conclamata. Con quell’aumento di detenuti che - fa notare don Vinco incide anche sul carico di lavori degli agenti della penitenziaria “il cui numero resta pressoché invariato, soprattutto in questo periodo estivo”. Periodo di caldo torrido, in un carcere in cui “le celle e i corridoi delle sezioni non hanno alcune possibilità di raffrescamento e questo, naturalmente, peggiora molto il disagio”. “Purtroppo - conclude don Vinco - i garanti hanno chiesto e sperato inutilmente in qualche forma di alleggerimento della situazione ma, come sappiamo il governo non ha fino ad ora proposti rimedi concreti”. Quelli che per i garanti passano da “un provvedimento deflattivo immediato, serio, selettivo e costituzionalmente orientato. Non è buonismo, è responsabilità”. Da qui la mobilitazione. E un monito: “Un sistema saturo non rieduca, non cura, non reinserisce e non produce sicurezza”. Messina. Se il carcere è vendetta. Ecco perché le rivolte di Alessandra Serio tempostretto.it, 14 luglio 2026 La Garante dei detenuti di Messina Lucia Risicato spiega cosa c’è dietro i disordini nei penitenziari siciliani. Nelle ultime settimane si sono verificate diverse rivolte di detenuti nelle carceri siciliane, che si sommano ai sempre più frequenti disordini segnalati nei penitenziari di tutto il paese. Il più recente episodio è avvenuto a Messina a inizio mese, poco prima un caso analogo si era verificato a Enna. Chiediamo perciò alla professoressa Lucia Risicato, docente UniMe e Garante dei Detenuti del Comune di Messina, di spiegare cosa sta accadendo. Sovraffollamento e caldo, il caso carceri - “Le rivolte sono la manifestazione estrema di un malessere sistemico che, soprattutto nella stagione estiva, colpisce i detenuti. Il tasso di sovraffollamento nelle carceri italiane è giunto al 139 per cento, con punte del duecento per cento in regioni come la Lombardia. Le strutture sono vetuste e spesso invivibili (emblematico il recente sequestro di alcuni reparti del carcere di Sollicciano da parte della Procura della Repubblica di Firenze). Nella maggior parte degli istituti penitenziari si muore di freddo in inverno e di caldo in estate, mancano educatori, medici e polizia penitenziaria”. Detenuti in condizioni disumane, non accade solo a Messina - “Si vive quindi in condizioni di costante tensione, che colpiscono più di tutti i soggetti sottoposti a sorveglianza particolare, guardati a vista in ogni istante della giornata e privati per motivi di sicurezza di scuola, attività culturali, ricreative e rieducative. In questa stagione i passeggi si svolgono nelle ore più calde e questo certo non aiuta. Il personale fa quello che può, sventando la maggior parte degli episodi critici. Ma il problema è nazionale: è politico, sociale e giuridico”. Se la detenzione non è più rieducativa ma diventa vendetta - “L’attuale legislatura ha introdotto, dal 2022 ad oggi, ben 52 nuove fattispecie di reato (tra cui spicca la rivolta in carcere), comminando quasi 500 anni di carcere. Non resta che sperare in una nuova condanna da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo (siamo vicinissimi al tasso di sovraffollamento denunciato dalla sentenza “Torreggiani”). La condizione carceraria è la grande negletta della temperie culturale del momento. Piaccia o non piaccia, ci siamo allontanati dai principi di umanità e finalismo rieducativo per approdare a un’idea vendicativa della detenzione carceraria. I garanti dei detenuti denunciano questa situazione da anni, nel tentativo spesso inidoneo di avviare un dialogo con istituzioni e società civile”. Verona. “Liberi di crescere”, già una quarantina i minori figli di detenuti presi in carico L’Arena, 14 luglio 2026 Il progetto, finanziato dalla Fondazione Con i bambini, è operativo nelle provincie di Verona, Venezia, Vicenza e Treviso. Capofila è la cooperativa sociale Servizi e Accoglienza Il Samaritano Onlus di Caritas Verona. Uno strumento che ha più braccia, diversi livelli operativi che hanno però un unico obiettivo: intercettare e prendere in carico i minori figli di detenuti, coloro che si trovano, spesso insieme al proprio nucleo familiare, a fare i conti con gli effetti negativi di una relazione parentale che diventa difficile e di un contesto sociale che tende ad escludere. Un tema estremamente attuale considerato che la popolazione carceraria, in Italia, è di 56.196, di cui 2.365 donne e 53.831 uomini, e tra loro sono stimati circa 25mila genitori. In Veneto, i detenuti sono 2487, di cui 123 donne, e si possono stimare circa un migliaio di genitori. Il progetto si concretizza come un intervento multilivello che, pur sviluppandosi in contesti territoriali differenti, mantiene una forte coerenza interna grazie a tre direttrici condivise: il sostegno ai minori e ai caregiver, gli interventi sulla genitorialità sia in ambito detentivo sia in esecuzione penale esterna, le azioni finalizzate al rafforzamento della rete. Questa impostazione comune consente di garantire un’identità unitaria al progetto, pur lasciando spazio a modalità di attuazione diversificate in base alle caratteristiche e ai bisogni specifici dei territori. Nel complesso, l’analisi dei diversi territori restituisce infatti un progetto capace di adattarsi ai contesti locali, pur evidenziando livelli differenti di maturazione. A Treviso emerge una buona solidità delle attività realizzate all’interno della Casa Circondariale, dove i colloqui individuali e lo sportello risultano strutturati e partecipati. Nel secondo trimestre dell’anno 2025 si registra una significativa adesione anche ai percorsi successivi, segnale di una presa in carico efficace e di una risposta positiva da parte dei beneficiari. Tuttavia, al di fuori del carcere, il progetto incontra maggiori difficoltà. Nel territorio veneziano, e in particolare a Chioggia, in una prima fase, le energie sono state concentrate soprattutto sulla costruzione della rete. Solo successivamente si è passati all’attivazione di interventi diretti, come laboratori e attività rivolte a genitori e minori, che hanno raggiunto un buon livello di partecipazione. Nel corso del 2025, a Vicenza, le attività hanno registrato una buona adesione da parte degli adulti, accompagnata da un progressivo miglioramento dell’interazione tra genitori detenuti e figli. Permangono tuttavia alcune criticità strutturali come la necessità di rafforzare il raccordo con i servizi sociali e sanitari del territorio. La situazione nel Veronese - Nel Veronese il percorso progettuale è in una fase più iniziale. Si registrano difficoltà significative nell’attivazione degli interventi, in particolare per la mancanza di riscontro da parte dell’istituto penitenziario rispetto ad alcune proposte laboratoriali. “Stiamo toccando con mano la difficoltà del sistema penale nel porre un’attenzione strutturata e continuativa al tema della genitorialità in carcere e, più in generale, al benessere dei figli di persone detenute. Le iniziative progettuali si innestano su un sistema che fatica ancora a riconoscere pienamente il detenuto nella sua dimensione genitoriale”, analizza Silvio Masin, direttore di Fondazione Don Calabria, e referente tecnico del progetto. “Infatti, le esperienze territoriali mostrano come, laddove esiste una collaborazione più solida tra istituzioni e rete locale, sia possibile costruire percorsi efficaci e continui; al contrario, nei contesti in cui tale integrazione è più debole, le attività faticano a radicarsi e a raggiungere i destinatari. Al netto dei risultati immediati, il valore aggiunto del progetto sta proprio nella sua funzione di stimolo e di cambiamento culturale. Perché gli interventi possano diventare realmente incisivi e sostenibili, è necessario che il sistema penale evolva verso una maggiore apertura alla dimensione familiare, riconoscendo la genitorialità come parte integrante dei percorsi trattamentali”, aggiunge Masin. Milano. Il Camp di rugby e Dominguez. I giovani detenuti “In meta!” di Luca Fazzo Il Giornale, 14 luglio 2026 A presentare ieri il camp “In meta!”, all’ultimo piano di Palazzo Lombardia, sono stati il presidente della Regione Attilio Fontana e il sottosegretario allo Sport Federica Picchi. È stata per anni una delle esperienze più formative compiute all’interno del carcere minorile Beccaria: una lunga storia di avviamento allo sport che culminò con l’arrivo all’istituto di via Calchi Taeggi di una delegazione degli All Blacks neozelandesi. Ora, dopo una lunga pausa, la pallaovale torna al Beccaria, con un camp che a settembre vedrà la presenza dietro le sbarre di un’altra icona rugbistica, l’ex apertura della Nazionale Diego Dominguez. Sarà un camp multidisciplinare, aperto anche ad altri sport, ma che avrà nel rugby il suo core business. Perchè già l’esperienza passata ha dimostrato come a influenzare positivamente il percorso detentivo dei giovani siano soprattutto alcuni valori che nel rugby da principio etico diventano prassi concreta: si pensi alla lealtà e al rispetto delle regole, senza di cui una partita diventa una bolgia. Ma anche alla parità, che è un rimedio contro bullismo e nonnismo: in campo non ci sono boss, tutti colpiscono e vengono colpiti con la stessa franchezza. A presentare ieri il camp “In meta!”, all’ultimo piano di Palazzo Lombardia, sono stati il presidente della Regione Attilio Fontana e il sottosegretario allo Sport Federica Picchi. Per Fontana “il rispetto reciproco e anche la fatica fisica che ogni disciplina richiede sono elementi che contribuiscono alla crescita dei ragazzi, aiutandoli a affrontare con maggiore consapevolezza una fase della vita spesso complessa”, mentre la Picchi sottolinea che il rugby è una metafora della vita, “la palla ovale del rugby funziona solo se un compagno la passa all’altro, altrimenti non si gioca”. Sulle stesse corde Dominguez: “Nelle giornate del camp i giovani scendono in campo tutti vestiti uguali, con la stessa maglia, a rimarcare un senso di appartenenza comune. Il rugby insegna che la forza è servizio alla squadra, che l’avversario non è un nemico e che ogni confronto ha senso solo dentro regole condivise e rispetto reciproco”. Con l’augurio che il camp sia la premessa di un ritorno in pianta stabile del rugby in una prigione dove molte energie faticano a essere incanalate in una sana esplosione. Il tempo che la sentenza non misura di Marco Santoro* Ristretti Orizzonti, 14 luglio 2026 In “Se fioriscono le spine” Glauco Giostra racconta ciò che accade quando il clamore giudiziario si spegne e il caso, oltrepassata la soglia del carcere, torna a essere una vita. Se fioriscono le spine comincia dove, di solito, la cronaca finisce. Dopo l’arresto, il processo, le ricostruzioni televisive, le immagini ripetute fino a consumarle; quando il nome dell’imputato si è ormai saldato al reato e il caso giudiziario viene consegnato al carcere. Da quel momento il fatto non scompare. Cambia forma. Entra nella quotidianità, si deposita nelle relazioni, accompagna i giorni, condiziona lo sguardo degli altri e quello con cui il detenuto continua a guardare se stesso. Ho letto il romanzo di Glauco Giostra con la sensazione di chi riemerge da una specie di apnea. E, in un certo senso, con la tentazione di prendermela con l’Autore, perché il libro disturba. Non accompagna il lettore: lo costringe. Non lo rassicura: lo sposta dal punto in cui credeva di saper stare. All’inizio sembra di entrare dalla porta più prevedibile: un’aula di giustizia. Processo, prova, colpa, vittima, condanna. Ma quella soglia è ingannevole. Giostra adopera il diritto per condurre il lettore in un luogo che crede di conoscere e poi gli sottrae quella sicurezza. Il diritto ha bisogno di termini. E i termini possiedono, insieme, una virtù e un limite: circoscrivono. Imputato, vittima, colpevole, parricida, pena. Sono parole necessarie. Delimitano il fatto, attribuiscono la responsabilità, distinguono ciò che è provato da ciò che non lo è. Il processo non potrebbe agire diversamente: deve selezionare, qualificare, decidere. Può dire il necessario. Non può dire tutto. Antonio entra in carcere preceduto dalla parola che ormai sembra contenerlo: parricida. La parola è vera. Dice ciò che ha commesso e la responsabilità che gliene deriva. Giostra non prova a correggerla attraverso la biografia, non disperde la colpa fra l’infanzia, la famiglia, la società e il destino fino a renderla irriconoscibile. Soprattutto, non sottrae nulla alla vittima per restituire qualcosa ad Antonio. Il padre ucciso non viene spostato ai margini del racconto affinché il figlio possa occupare il suo posto. La sofferenza patita non diventa un credito da opporre al male inflitto. Il romanzo non cerca un innocente nascosto dentro il colpevole. Fa qualcosa di più difficile: lascia intatta la responsabilità e ne impedisce l’obliterazione. Parricida dice il gesto di Antonio. Non può dire, da sola, tutto ciò che Antonio è stato, quello che gli è accaduto, ciò che continua a ricordare e ciò che potrebbe ancora diventare. L’uomo della cronaca giudiziaria e l’uomo della pena sono la stessa persona, ma non coincidono nella rappresentazione che ne viene data. La cronaca concentra lo sguardo sul fatto eccezionale che a ben vedere secondo il codice può commettere “chiunque”. Il processo lo isola dal flusso dell’esistenza, lo ricostruisce e lo giudica. Il carcere riceve invece la persona nel tempo: con il suo corpo, la memoria, la vergogna, gli affetti, le paure e il passato che non rimane chiuso nel fascicolo. È questo che, una volta varcata la soglia, spesso si dimentica. Chi lavora in carcere non incontra il titolo di un giornale né il personaggio di una trasmissione televisiva. Incontra una persona che deve mangiare, dormire, attendere, telefonare, difendersi, ricordare. Una persona che porta il proprio reato dentro la quotidianità, ma che non vive soltanto di esso. Il passato giudiziario entra nella cella. Si presenta ai colloqui. Affiora nelle notti, nelle relazioni con gli altri detenuti, nella diffidenza di chi custodisce, nel bisogno di essere riconosciuti e nella paura di esserlo soltanto attraverso ciò che si è commesso. Il clamore si spegne, ma il fatto continua ad agire silenziosamente dentro la pena. Giostra riesce a dare forma proprio a questa realtà. Prima dell’imputato c’è stato un figlio. Prima del fascicolo, una casa. Prima della sentenza, una paura che aveva già imparato ad abitare la vita di Antonio. Tra il tribunale e la “casa” circondariale, il romanzo colloca infatti la casa natale. È uno dei suoi scarti più profondi. La famiglia non è il luogo buono da contrapporre al carcere cattivo. È il primo spazio nel quale si impara a stare al mondo e, talvolta, il primo dal quale sarebbe necessario riuscire a evadere. Prima della porta blindata può esserci stata una porta domestica. Prima della mandata, una mano. Prima della cella, una casa che avrebbe dovuto custodire e che invece ha preparato la paura, il silenzio o l’impotenza. La vita, nel romanzo, lancia i dadi una prima volta senza equità e senza chiedere permesso. Distribuisce famiglie, protezioni, abbandoni, possibilità di parola e condizioni di partenza che restringono il cammino prima ancora che la volontà riesca davvero a misurarsi con il mondo. Non è determinismo. Non è assoluzione. È il rifiuto della comoda solitudine dell’atto: l’idea che una colpa nasca tutta nell’istante in cui viene commessa e che basti nominarla per avere finalmente spiegato un uomo. Poi viene il tempo delle scelte e, Antonio, risponde delle proprie. Il romanzo non attenua il peso del gesto irreparabile. Mostra però che nessuna vita comincia nel momento in cui infrange la legge e che il reato, per quanto grave, non può riscrivere retroattivamente ogni istante che lo ha preceduto. Quando Antonio entra in carcere, questa verità acquista un corpo. Il suo ingresso non è soltanto una successione di adempimenti o il trasferimento da un luogo all’altro. È una progressiva perdita di sovranità. Gli oggetti passano sotto il controllo altrui. Il corpo viene osservato, regolato, esposto. Le porte si aprono e si chiudono per decisione di altri. Il tempo smette di appartenere interamente a chi deve viverlo. Ogni necessità deve trasformarsi in una richiesta. Ogni richiesta deve trovare qualcuno disposto ad ascoltarla, rinviarla oppure ignorarla. Il carcere non prende forma soltanto nelle sbarre e nei cancelli. Prende forma quando la persona comprende che quasi nulla dipende più esclusivamente da lei. Giostra racconta questa trasformazione senza compiacersi dell’oscurità del luogo e senza usare la prigione come scenografia. Gli bastano un tono, un’attesa, un’esitazione, un gesto laterale. È nei dettagli apparentemente minori che la pena stabilita dalla sentenza incontra la dipendenza quotidiana dallo sguardo, dalla decisione e talvolta dall’umore altrui. Anche la vulnerabilità, così, perde la sua collocazione più rassicurante. Siamo abituati ad associarla all’innocente, alla vittima, a chi non porta responsabilità. Giostra mostra invece che si può essere vulnerabili senza essere innocenti. Si può aver commesso un male irreparabile e continuare a essere esposti al male degli altri. L’entrata in scena di Muto è gravida di umanità e protezione nei confronti di Antonio. Antonio resta responsabile e, nello stesso tempo, può subire da altri detenuti una sopraffazione che nessuna condanna prevede o autorizza. Essere privati della libertà non significa diventare disponibili a qualsiasi trattamento. Il colpevole può essere vittima di un abuso senza per questo diventare innocente. Le due verità non si annullano. Il romanzo obbliga a sostenerne insieme il peso. È qui che nella lettura si inciampa. Colpevole, vittima, detenuto, custode: le categorie rimangono necessarie, ma smettono di essere sufficienti. L’umanità e la miseria non stanno mai definitivamente dove il lettore aveva deciso di collocarle. I personaggi istituzionali danno corpo a questa instabilità morale. Non sono semplici comparse, ma differenti modi di stare dentro la regola e davanti alla dipendenza altrui. Iena Ridens è il potere quando la regola perde l’anima e diventa ghigno. Non l’autorità necessaria, ma l’autorità che si compiace della vulnerabilità di chi non può sottrarsi. Ciriola è la misura: non rinuncia al ruolo, non abolisce la distanza, ma impedisce che alla pena venga aggiunto il disprezzo. La direttrice del carcere esprime una funzione diversa ancora, quella del contenimento: tenere insieme la persona e la regola, accogliere la sofferenza senza farsene travolgere, esercitare il potere senza aver bisogno di esibirlo. Tre modi di stare nella stessa istituzione: il ghigno, la misura, il contenimento. Giostra non costruisce una graduatoria morale fra ruoli professionali. Mostra, piuttosto, che l’umanità non coincide stabilmente con una qualifica e che il potere non diventa legittimo una volta per tutte. Deve scegliere ogni giorno la propria forma. Poi vengono le mani. Nel romanzo non sono un ornamento sentimentale, ma un linguaggio. Stringono, accompagnano, coprono, ringraziano, trattengono e infine scivolano via. Dicono se qualcuno è stato custodito, lasciato, riconosciuto; quanto una vita sia passata attraverso un’altra; quanto un gesto possa contenere più verità di una spiegazione. La mano della madre che, colpita a morte, scivola lentamente non porta via soltanto una persona. Porta con sé un’età intera: la giovinezza, la voce, la possibilità di sentirsi ancora protetti da qualcuno. La mano di Aurora compie un movimento opposto. Non cancella il male e non redime magicamente nessuno. Riconosce. Restituisce a chi si percepisce consumato dalla propria storia la possibilità di non coincidere interamente con la propria rovina. Quando le parole definiscono, le mani riconoscono. Anche l’orologio è molto più di un simbolo. Il processo ha i suoi termini, la pena la sua durata, il carcere le sue giornate. Ma esiste un tempo più segreto, quello che si inceppa nella paura, nella perdita e nella colpa. In carcere il tempo non passa nelle celle e vola durante le telefonate e i colloqui. È scandito dalle chiavi, dalle aperture, dalle chiusure e dalle attese; eppure può restare fermo per anni nel punto esatto in cui una vita si è spezzata. Un orologio a carica cammina soltanto se una mano torna a compiere il gesto necessario. La domanda che il romanzo affida a quell’oggetto supera allora la trama: che cosa accade a una vita quando nessuno ne ricarica più il tempo? Forse è proprio questo il tempo che la sentenza non può misurare. Non il numero degli anni da trascorrere in carcere, ma il modo in cui il passato continua a occupare il presente; la possibilità che una persona trovi ancora uno spazio nel quale diventare altro senza negare ciò che ha commesso; il punto in cui il cambiamento non cancella la colpa, ma impedisce alla colpa di diventare l’unica forma possibile dell’esistenza. Per questo Se fioriscono le spine merita di essere letto. Non perché offra una teoria del crimine, una denuncia del carcere o una consolante parabola di redenzione. Va letto perché conduce oltre il clamore dell’arresto e del processo, nel luogo in cui il caso giudiziario torna a essere una vita. Giostra non chiede al lettore di cambiare parte. Gli impedisce di averne una sola. La vittima resta vittima. Il colpevole resta responsabile. La pena conserva la propria necessità. Ma il detenuto non coincide con il reato, chi custodisce non coincide con la divisa e nessuna sentenza può contenere, da sola, un’intera esistenza. Le spine possono fiorire. Ma continuano a pungere. È forse questa la verità più disturbante e più onesta del romanzo: una vita ferita può provare a rifiorire senza smettere di portare le cicatrici del proprio passato. *Dott. Marco Santoro. Primo dirigente della Polizia penitenziaria “Aumentano ragazzi violenti pieni di rabbia. A Napoli, nuova escalation criminale” di Raffaella Calandra Il Sole 24 Ore, 14 luglio 2026 Gianluca Guida, direttore dell’Ipm di Nisida da 30 anni: “Col sovraffollamento a rischio il modello di giustizia minorile”. Direttore dell’Ipm di Nisida. Napoletano acquisito, famiglia di origini calabresi, arriva per caso su questa quasi isola dove il presidente della Repubblica ha voluto inaugurare l’ultimo anno scolastico. Ai ragazzi, sempre più numerosi, nell’istituto insegnano anche a riconoscere la bellezza e a gestire le proprie emozioni. A volte tornano per mostrare il proprio riscatto. Direttore dell’Ipm di Nisida. Napoletano acquisito, famiglia di origini calabresi, arriva per caso su questa quasi isola dove il presidente della Repubblica ha voluto inaugurare l’ultimo anno scolastico. Ai ragazzi, sempre più numerosi, nell’istituto insegnano anche a riconoscere la bellezza e a gestire le proprie emozioni. A volte tornano per mostrare il proprio riscatto. Quando, superato lo scoglio del Lazzaretto, si approda a Nisida e all’Istituto penale minorile, cielo e mare si confondono negli intarsi della costa flegrea. E non si può non chiedersi subito quale ruolo abbia questa bellezza accecante su ragazzini con troppa vita alle spalle e ancora più rabbia negli occhi. “La nostra prima sfida è fare in modo che imparino a vivere la bellezza, a cui sono disabituati. Per scoprire la loro bellezza. Quando arrivano, non la vedono”. Da questo promontorio dove Omero collocò la dimora di Polifemo e antichi romani, come Bruto, costruirono ville per l’otium, si comprende al primo sguardo perché il paesaggio sia un alleato per Gianluca Guida, da 30 anni direttore del carcere minorile più famoso d’Italia. Innanzitutto perché mostra letteralmente un’altra prospettiva a scugnizzi di quartieri non bagnati dal mare di Napoli. “Dove prevale il degrado e l’assenza di cura per le persone e gli spazi comuni, su cui invece noi lavoriamo molto”. Ma oltre ai ragazzi d’o sistema, arruolati dalla camorra, entrano sempre più spesso figli di tutt’altri contesti. “Con la stessa rabbia dentro che diventa violenza non programmata. Stiamo assistendo ad una crescita fortissima della violenza dei giovanissimi”. Nato sul lato calabrese della costa tirrenica, 59 anni, sposato con due figli, Guida arriva sotto al Vesuvio a 10 anni, “per consentire alle mie sorelle più grandi di frequentare l’Università. I miei decisero di trasferirsi da Paola, con l’unica condizione di mio padre di non andare oltre Napoli”. E Napoli divenne l’approdo d’elezione, anche quando il lavoro lo portò all’inizio a Modena. Napoli con le sue contraddizioni, la sua malia e quella cultura dell’accoglienza, “che si è in gran parte persa, ma che proviamo a recuperare”, dice. Dell’arte di confrontarsi con i ragazzi sente parlare da sempre: figlio di un preside e un’insegnante, grazie a loro - e poi alla moglie Barbara, anche lei nella scuola - nutre quel richiamo che lo porterà alla giustizia minorile. Napoli fa il resto. In particolare, il Rione Traiano, quartiere popolare a ridosso di Fuorigrotta, dove diventa volontario per un’associazione dedita al recupero di bambini di strada. Quartiere di case popolari e povertà dignitosa. “Facevamo vivere loro l’infanzia, pensavamo di fare la rivoluzione”. Poi tra i palazzi costruiti per sfollati del Dopoguerra, “il clan Giuliano trasferì da Forcella la base dello spaccio di droga e tutto negli anni ‘80 cambiò: gli scantinati furono occupati abusivamente; i giardinetti divennero nascondigli di droga”. E quella rivoluzione fu soffocata dai soldi facili della camorra e le guerre tra clan che coinvolgono, anche ora, giovanissimi. Quelli che sarebbero diventati la sfida di tutta la vita di questo napoletano (acquisito) dalla voce sottile e poche parole pensate. “Nel’96 l’Ipm di Nisida era senza direttore. Io ero il vice del carcere di Secondigliano. In attesa di definire la nomina, mandarono temporaneamente un 29enne inesperto”. E poiché nulla è più duraturo del precario, in questa piccola isola, secondo l’etimologia, attaccata in realtà alla terra da un sottile lembo, Guida è rimasto 30 anni (per ora). Dalla terrazza, dove pure il presidente della Repubblica Sergio Mattarella si è affacciato, c’è da una parte il parco letterario, dall’altra Bagnoli con l’acciaio arrugginito dell’Italsider e le cicliche intenzioni di rilancio dell’area in piena zona rossa per rischio sismico; e c’è la voce di Napoli con le sue inquietudini che giunge tra palazzine con le maioliche, laboratori di ceramica e pasticceria e il teatro donato da Eduardo che si sta provando a riaprire. E poi le celle dove i ragazzi sono stati da ultimo anche 80. Più dei tempi della cosiddetta paranza, quando dopo la faida di Scampia, i tanti morti e i numerosi arresti, bande di giovanissimi finirono col riempire vuoti di potere criminale. “Quelle dinamiche stanno tornando. C’è una nuova escalation della criminalità minorile in città: gruppi giovanili stanno provando ad occupare nuovi spazi in attività tradizionalmente gestite da famiglie camorristiche e si fanno la guerra. Siamo nella fase più acuta”, analizza Guida. Anche per questo subbuglio i numeri delle presenze aggiornano i passati record, “mettendo a rischio - avverte Guida - lo stesso modello di giustizia minorile, efficace se su misura del ragazzo”. E il decreto Caivano, con più custodia cautelare? A quanto denuncia, tra gli altri, l’associazione Antigone sta intasando i circuiti minorili, tanto da portare all’apertura da parte del ministro Nordio di un nuovo Ipm (per ora). “Qua incide poco. Abbiamo ragazzi quasi tutti del territorio, con pochi casi di violenza sessuale di gruppo. Da noi il sovraffollamento è collegato di più alle pene sempre più lunghe, per reati sempre più gravi commessi in gruppo”. Il decreto col nome di un paesone dell’hinterland partenopeo pesa invece sui passaggi al carcere degli adulti, “già esistenti e talora, a malincuore, necessari. Oltre all’interesse del singolo- spiega il direttore- c’è quello del gruppo”. A volte sono gli stessi ragazzi a chiedere di “essere mandati al carcere vero, di cui hanno il mito. Considerano stare qui, la scuola, i gruppi in cui li facciamo lavorare su di sé, una perdita di tempo”. Una ventina nell’ultimo anno sono andati via da Nisida. Una sconfitta per tutti. Dieci anni fa, quando i baby boss iniziarono ad arrivare numerosi “eravamo impreparati: da loro capimmo cosa stesse succedendo fuori. Eravamo abituati a minori su cui facevano ricadere reati degli adulti, non ad adolescenti o poco più scaraventati a gestire reti criminali. Non riuscimmo ad aprire brecce di dialogo. Trovammo muri invalicabili”. Ora che per Guida è tempo di bilanci e dello sforzo di “restituire la quotidianità della comunità di Nisida”, anche con un libro di prossima uscita (Guerrieri, Il Pellegrino edizioni), questo ricordo è tra le sofferenze più cocenti. Dopo aver incrociato migliaia di adolescenti con storie diverse ma tutti con reati gravi. “E tutti incapaci di conoscersi. Il nostro primo impegno è portarli a riconoscere le loro emozioni e gestirle. Sono ragazzi che mostrano un’immagine, ma nascondono innanzitutto a se stessi le fragilità”. Nelle riflessioni di Guida si intuiscono volti e nomi precisi. Come quelli che incontrammo durante la tappa a Nisida del viaggio nelle carceri. Poco più che bambini, consapevoli che a volte è un caso finire arrestati o a terra con un lenzuolo bianco addosso. “Non hanno freni inibitori né paura di morire”, avverte. Pensa a loro Guida mentre riflette su certi bambini, direbbe Diego De Silva; i tanti nati “in quartieri difficili con la fascinazione e l’ostentazione della ricchezza”. Ma pensa anche a quelli cresciuti nelle vie cartolina della città: “Sempre più spesso arrivano anche loro a Nisida. Negli ultimi dieci anni abbiamo registrato una violenza crescente dei giovani, che loro stessi non sanno giustificare: effetto di una rabbia, covata sul dolore, che diventa cicatrice e poi esplode. Sempre più ragazzi cercano o’ malessere, come nella canzone neo melodica di cui ho parlato con loro”. Un volere stare male e alimentare la sofferenza: nulla a che fare col romanticismo del giovane Werther, ma è “cercare condizioni che ti facciano stare male. Ragazzi che non sentono riconosciuta la loro identità, per modelli sociali, per un’adolescenza non seguita e allora si considerano male e vogliono stare male. Un fenomeno generazionale, che produce rabbia, trasformata in violenza improvvisa. Come il chiattillo di Mare fuori. A lui, tra i protagonisti della prima serie, non viene riconosciuto il diritto all’adolescenza, è solo una promessa del piano. Quando devia, come molti coetanei, non ha strumenti. Ho amato le prime stagioni per la capacità di narrare relazioni tossiche che creano questo malessere, che accomuna molti giovanissimi, che si sono appassionati. Anche se qua i ragazzi si arrabbiano per aspetti di fiction come i permessi facili”. La serie, che ha reso famoso l’Ipm di Nisida, nasce qui 20 anni fa quando l’autrice, Cristiana Farina, trascorse 15 giorni in cerca di spunti nell’istituto, “raccontato anche col nostro tentativo di creare relazioni positive”, racconta Guida. Nella giustizia minorile il lento lavoro su un’intimità ferita può fare la differenza. Gli approcci sono molto diversi da quelli per adulti. “Quando arrivai, mi sembravano matti: il comandante mi parlò di un ragazzo uscito per andare al capezzale della nonna sulla base di un’autorizzazione verbale del magistrato di sorveglianza, che sarebbe stata formalizzata il giorno dopo. Per me che venivo dalla rigidità dei penitenziari per adulti - e dal lei ai detenuti - mi sembrò un’assurdità. Mi servì un anno per passare ad un tu con meno distanza ma stesso rispetto. Essenziali furono gli insegnamenti di Sandro Spampanato, reggente dell’epoca; e poi la capacità di ascolto imparata dai nostri operatori, da Peppino lo storico cuoco, e da tutta la squadra”. Sono gli approcci che contraddistinguono la giustizia minorile, che avrebbe bisogno, secondo Guida, di un ordinamento penitenziario specifico. Quando il percorso funziona, i ragazzi “tornano: hanno un’altra vita, un cammino di riscatto e vogliono ricollegarsi a pezzi del passato. Qualche giorno fa mi ha scritto Marco sui social perché vorrebbe farmi conoscere il figlio”. Uno di quelli che ha elaborato la rabbia. E scoperto la bellezza nella vita. E sul promontorio di Nisida. Le scuole fanno già educazione alle relazioni. Valditara invece la mette sotto controllo di Monica Pasquino Il Domani, 14 luglio 2026 In un’intervista il ministro ha dichiarato che l’86,7% degli istituti sarebbe in prima linea contro la violenza di genere. La percentuale, però, non indica l’efficacia del suo piano, bensì il numero di strutture che hanno risposto alla rilevazione. Il dato significativo dell’analisi è un altro: molte scuole, nonostante le difficoltà, hanno capito che prevenire la violenza significa educare, non perdersi dietro alle distinzioni ideologiche. In questo luglio rovente succede di tutto. Succede anche che il ministro Valditara provi a intestarsi il lavoro che le scuole fanno da anni sull’educazione sessuo-affettiva. Lo cita e lo trasforma in una prova della propria attenzione alla prevenzione. Ma quel lavoro, se letto seriamente, racconta una storia diversa: non dimostra l’efficacia di una politica ministeriale, dimostra semmai quanto la scuola italiana abbia già riconosciuto, spesso in autonomia e con risorse scarse e discontinue, la necessità di educare alle relazioni. Nell’intervista a Esperia Italia ripresa da Orizzonte Scuola l’8 luglio 2026, Valditara dichiara che l’86,7% delle scuole sarebbe già “in prima linea” contro la violenza di genere. È una formula comoda: rassicura, semplifica, suggerisce che il ministero abbia messo in campo una politica efficace. Il dato, però, dice altro. La fonte è un monitoraggio del Mim sulle attività realizzate dalle scuole secondarie di secondo grado per il contrasto alla violenza di genere nell’anno scolastico 2024/2025. L’indagine è stata svolta a maggio 2025 e pubblicata nel novembre dello stesso anno. L’86,7% non misura l’efficacia di un piano Valditara, indica solo quante scuole hanno risposto alla rilevazione, 2.322 su 2.678. Il dato significativo c’è ma viene subito dopo: il 96,9% delle scuole rispondenti dichiarano di aver avviato attività specifiche di educazione alle relazioni. Non certo grazie al contributo di questo governo, sia chiaro, ma grazie alla disponibilità di una dirigente, la determinazione di un gruppo docente, le alleanze territoriali. Equilibri fragili che basta poco per sfaldare: una contestazione, una campagna ostile, una circolare ambigua, l’accusa infamante di “ideologia”, l’esaurimento dei fondi. Proprio per questo quel monitoraggio del maggio 2025 avrebbe dovuto produrre una legge opposta a quella approvata il mese scorso. Quel 96,9% fotografa un bisogno educativo diffuso e un lavoro già in corso. Il ministro avrebbe potuto riconoscere ciò che le scuole stavano già facendo e renderlo accessibile ovunque, riducendo le disuguaglianze tra territori e mettendoci risorse economiche. Lo stesso articolo riporta anche una videointervista in cui Valditara insiste sul fatto che la legge sul consenso informato farebbe “esplicita riserva” di ciò che è contenuto nelle nuove Linee guida sull’educazione civica e nelle nuove Indicazioni nazionali. Spiega che restano obbligatori l’educazione alle relazioni, all’empatia, il contrasto alla violenza di genere. Dice che, “per la prima volta”, è obbligatorio insegnare il rispetto verso l’altro, “chiunque esso sia, qualunque siano le sue scelte sessuali”, e aggiunge in classe bisognerà imparare a stigmatizzare la violenza di genere “a prescindere da qualsiasi consenso informato o non informato dei genitori”. A prima vista potrebbe sembrare una rassicurazione. Ma è qui che il ragionamento non regge. Non si previene la violenza di genere separandola dai rapporti di potere. Non si può dire che il contrasto alla violenza di genere è obbligatorio e poi trasformare in terreno da sorvegliare e autorizzare proprio i contenuti che permettono di capire come quella violenza si produce: stereotipi, modelli di maschilità e femminilità, identità di genere, orientamenti sessuali, consenso, possesso. Valditara vuole costruire una prevenzione che parli del corpo come apparato biologico, ma non del corpo come luogo di privilegi e autodeterminazione, norme e desiderio, libertà e controllo. È significativo che Valditara dica “qualunque siano le sue scelte sessuali”. Se davvero il rispetto vale per chiunque, perché rendere più difficile parlare di orientamenti sessuali? Se davvero bisogna prevenire lo sviluppo di relazioni nella scuola secondaria di secondo grado, perché censurare le relazioni non eterosessuali? Sono forse fuori dalla scuola? Sono forse prive di rischi e asimmetrie? O non sono, al contrario, proprio i silenzi e i tabù a rendere più difficile riconoscere la violenza quando attraversa le vite? Il ministro aveva in mano un dato che poteva aprire una strada e ha scelto di usarlo per chiuderla. Una buona notizia, in questo luglio rovente, però c’è: il monitoraggio ministeriale racconta un paese in cui molte scuole, pur tra mille difficoltà, hanno già compreso che prevenire la violenza significa educare alle relazioni, non perdersi dietro alle distinzioni ideologiche del ministro. L’insicurezza delle armi: ecco la lezione del Golfo di Riccardo Redaelli Avvenire, 14 luglio 2026 Non è certo quel che accadrà nelle prossime settimane nello Stretto di Hormuz. È certo, però, che la regione continuerà a essere instabile e vulnerabile. E ciò nonostante sia la più armata. Non sorprende che da una guerra assurda e mal pianificata come quella lanciata contro l’Iran, seguita da trattative gestite dai negoziatori dilettanti tanto cari al presidente Trump, si sia arrivati a una tregua confusa che non ha retto alla prova del tempo. Troppe le differenti interpretazioni, troppi gli equivoci di un testo raffazzonato, stilato più per le pressioni di un sistema internazionale che chiedeva la riapertura dello Stretto di Hormuz che per reale convinzione. E così, gli attacchi reciproci fra Iran e Stati Uniti sono ricominciati; più passano i giorni, più sembra di scivolare verso una ripresa a tutto campo del conflitto fra Stati Uniti e Iran, finendo inevitabilmente per coinvolgere tutta la regione e bloccare nuovamente un’arteria vitale per l’economia e il commercio internazionale. Trump, con il suo solito stile eccessivo - un poco bullo di quartiere, un poco affarista senza scrupoli - ha proclamato che gli Stati Uniti prenderanno il controllo assoluto di Hormuz, “e ci faremo pure i soldi”, ha aggiunto. I falchi iraniani - che sembrano aver ormai la gestione delle trattative - non paiono intenzionati a rinunciare al controllo dello Stretto. Insomma, sembra di essere scivolati indietro di mesi, senza alcuna seria prospettiva di de-escalation. Tuttavia, pur nella totale imprevedibilità di questo conflitto, è possibile delineare alcuni elementi che possono fornirci indicazioni per una comprensione meno didascalica delle dinamiche in atto nel Golfo. Innanzitutto, è evidente come la Repubblica islamica dell’Iran mantenga una capacità notevole di colpire le basi americane nella regione. I danni subiti da queste infrastrutture nei diversi Paesi arabi sembrano non essere trascurabili, tanto più che Washington, nei mesi di tregua, ha ritirato alcuni sistemi d’arma e diverse forze aeree dalle basi avanzate, mentre la loro portaerei Lincoln è nel teatro di operazioni da ormai 200 giorni ininterrotti. Soprattutto, i funerali del leader supremo, l’anziano ayatollah Ali Khamenei, ucciso negli attacchi del 28 febbraio, raccontano al di là di ogni dubbio la tenuta del regime. Per quanto orchestrati e preparati, sarebbe sciocco pensare che i milioni di iraniani che a Teheran e Mashad si sono stretti attorno alla bara fossero solo prezzolati dal regime. Al contrario, proprio la guerra e i bombardamenti hanno permesso al sistema di potere di riappropriarsi degli spazi pubblici e delle piazze, da cui erano stati espulsi da tempo. Anche la scelta improvvida dei monarchici di schierarsi a sostegno degli attacchi ha ridotto la loro base di sostegno dentro il Paese. I funerali hanno inoltre anche mostrato come le voci del regime più ragionevoli - smettiamo di chiamarle moderate - siano in grande difficoltà, a tutto vantaggio dell’ala intransigente, che vuole capitalizzare il conflitto per mantenere il controllo del traffico marittimo attraverso Hormuz, imponendo a un riluttante Oman - l’altro cardine del “cancello” che chiude lo Stretto - una co-gestione che renderebbe ancora più vulnerabili le monarchie arabe del Golfo. Un secondo interessante sviluppo è la crescente divaricazione fra i diversi emirati del Golfo e il sempre più evidente antagonismo fra Emirati Arabi Uniti (Eau) e Arabia Saudita. I primi appaiono ormai legati strettamente a Israele, tanto che è dato come certo il coinvolgimento diretto dell’aviazione emiratina nei bombardamenti sull’Iran, mentre Riad mantiene un atteggiamento più prudente. Non è solo la questione iraniana, in realtà, a dividere le due monarchie, che appaiono in competizione crescente a livello geopolitico, economico e finanziario. Inoltre, la scelta della “piccola Sparta”, come amano definirsi ad Abu Dhabi, di rafforzare l’alleanza con un Israele dominato dalla ultra-destra non può che creare tensioni crescenti fra i Paesi arabi, per lo meno quelli che hanno una opinione pubblica, la cosiddetta “piazza araba”, da tenere in qualche conto. Vedremo cosa accadrà nelle prossime settimane: soprattutto se la nuova chiusura di Hormuz provocherà una nuova fiammata di prezzi che si riverberano immediatamente sulle intenzioni di voto degli elettori statunitensi; in questo caso, Trump potrebbe nuovamente essere spinto a cercare un’altra tregua. Ma quanto appare certo è che il Golfo continuerà a essere una regione instabile ed estremamente vulnerabile. E ciò nonostante sia forse la regione più armata, nella quale le spese militari sono altissime in rapporto alla popolazione e allo spazio geografico. Un’annotazione che deve forse far riflettere i fautori di un massiccio riarmo europeo: saturare una regione di sistemi d’arma non basta a garantire la sicurezza; anzi, sembra ottenere l’effetto opposto, se si rinuncia a progettare una credibile architettura di sicurezza che parta dalla volontà di pace e di garanzie reciproche.