Il carcere è il solito inferno di Nello Trocchia Il Domani, 13 luglio 2026 Suicidi, sequestri di padiglioni, morti sospette e alti dirigenti sotto inchiesta. Il carcere modello Meloni, a un anno dalla fine della legislatura, è al collasso. E deve pagare anche il conto delle avventure imprenditoriali di Andrea Delmastro Delle Vedove e della bisteccheria made in camorra. L’ex sottosegretario meloniano alla Giustizia ha avuto per quattro anni la gestione delle politiche carcerarie. Da quando si è dimesso è calato il silenzio. Al suo posto è arrivato un altro meloniano, Alberto Balboni. “Ma tutto è fermo, è una fase neutra senza scelte, sembra si aspetti la fine del mandato e la campagna elettorale, ma il carcere non va in vacanza, presenta ogni giorno il conto ed è sempre più drammatico”, racconta chi conosce bene i nostri istituti di pena e il Dap, il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. L’istanza dei pm sulle chat di Delmastro all’esame della Giunta. “La procura vuole capire se dietro il ristorante c’erano i Senese” Il Dap a processo Proprio dal Dap, cervello operativo e organizzativo delle carceri italiane, bisogna partire. Nei giorni scorsi, nell’aula bunker di Santa Maria Capua Vetere, lo Stato ha processato lo Stato con parole durissime. “È punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà”, è scritto nella Costituzione all’articolo 13. Lo ha detto Alessandro Milita, pubblica accusa nel processo contro 103 imputati per quanto accaduto il 6 aprile 2020 nel carcere della cittadina in provincia di Caserta. Il giorno del “massacro di Stato”. Che c’entra il Dap? Il dipartimento ha tra i vertici Antonio Fullone, direttore della scuola Piersanti Mattarella e della formazione. Il pm Milita lo ha descritto come in mano a Pasquale Colucci, imputato e responsabile del gruppo di supporto entrato nell’istituto di pena per compiere una mattanza. E ha elencato alcune contestazioni mosse a Fullone: “Parliamo di depistaggio, parliamo di falsi, cioè parliamo di reati più gravi”. Per poi aggiungere: “Sappiamo che si è messo in gioco per coprire un sistema, una dinamica di gruppo collettiva, avendo tutte le informazioni”. Un sistema che ha prima compiuto un massacro e poi l’ha coperto con prove, relazioni false mettendo in isolamento 15 detenuti che nulla avevano fatto. Venticinque anni dopo i fatti di Genova uno dei più alti dirigenti del Dap è accusato di un depistaggio per una carneficina tra le più gravi della storia repubblicana. Di certo la più violenta avvenuta in un carcere. Come faccia a restare al suo posto, nel silenzio delle opposizioni, è spiegabile solo considerando che tutto si tiene. Forse conviene avere un dipartimento indebolito che si occupa solo di amministrare la fase finale della legislatura e nulla più. Gli stessi vertici sono usciti malconci, in termini di credibilità, dopo la pubblicazione delle foto dei banchetti nel ristorante del clan Senese alla presenza dell’allora sottosegretario Delmastro Delle Vedove. Tutti al loro posto a partire dal capo Dap, Stefano Carmine De Michele. Sul caso delle chat mafia-Delmastro Meloni si gioca la faccia Morti, abusi e inchieste Nel frattempo in carcere succede di tutto. Nei giorni scorsi a Prato è morto un detenuto, attacco cardiaco la causa. Il detenuto era in carcere per tentato omicidio e rapina. La procura, guidata dal magistrato Luca Tescaroli, ha aperto un’inchiesta per il reato di decesso come conseguenza di altro delitto. Perché? Era prevista una sua testimonianza in un’inchiesta per presunte violenze subite. Quel carcere, nonostante gli sforzi dei magistrati e anche della penitenziaria, è crocevia di illegalità e violenze. “Dal 31 marzo a oggi sono stati individuati ventiquattro telefoni cellulari di varia tipologia e sequestrati 825 grammi di hashish e 91 grammi di cocaina, approvvigionati tramite colloqui e permessanti. Si è registrato un abuso sessuale da parte di un detenuto nei confronti di una donna appartenente al personale sanitario, che lo aveva in cura”, ha fatto sapere la procura. Basta spostarsi di pochi chilometri, in tutto ventiquattro, per arrivare al carcere di Sollicciano (Firenze), dove i pm fiorentini hanno disposto il sequestro di un padiglione, a metà giugno, “per le gravissime carenze strutturali giudicate dal tribunale incompatibili con la dignità e la salute dei lavoratori”. Il governo, con il ministro Carlo Nordio, aveva promesso di riutilizzare le caserme per costruire nuove strutture, proposta impraticabile e che la destra rilancia da decenni. Poi il responsabile di via Arenula aveva ipotizzato la costruzione di strutture mobili, altra sterile ipotesi, rimasta lettera morta. I detenuti sono quasi 65mila, quindicimila oltre la capienza massima. “Il caldo in carcere è asfissiante, l’unico conforto può essere un ventilatore acquistabile solo “dentro” a una cifra che si aggira sui 30 euro”, ha ricordato Alessio Scandurra, coordinatotore dell’osservatorio sul tema di Antigone. “Abbiamo migliaia di detenuti in carcere che hanno più di 70 anni e molti malati cardiopatici e, come ogni anno, in questo periodo aumentano i suicidi e le morti da infarto. Ci sono scene di detenuti che fanno l’ora d’aria quasi nudi a causa delle alte temperature. Dobbiamo fermare la strage di diritti e di vite in queste settimane, restituendo un minimo di dignità”, ha aggiunto Samuele Ciambriello, portavoce della Conferenza nazionale dei garanti territoriali dei detenuti. Di carcere in carcere, di dramma in dramma. Così in Piemonte ci sono agenti che denunciano condizioni lavorative impossibili, rapporti con i superiori deteriorati, un mestiere, quello del poliziotto penitenziario che è ormai diventato scelta impraticabile. E il sottosegretario Balboni? Fa il Delmastro senza esserlo. “Gli agenti penitenziari rappresentano un presidio fondamentale nella lotta alla criminalità organizzata. L’altissima professionalità è stata dimostrata, ancora una volta, nella maxioperazione che ha trasferito 128 detenuti condannati al 41 bis nel carcere di Vigevano. “Argus” ha costituito la prima fase del rivoluzionario progetto voluto da Andrea Delmastro Delle Vedove che rende gli istituti ancora più impermeabili. Mentre altri si inchinavano a Cospito e liberavano boss mafiosi con la scusa del Covid, il governo Meloni non arretra di un millimetro sul carcere duro”, ha detto Balboni. La copia sbiadita dell’ex sottosegretario mette il sigillo sul fallimento. E lo chiama progetto rivoluzionario. Emergenza caldo: in carcere si soffre, chiuso il tribunale di Palermo Bollettino di guerra nelle carceri italiane di Paolo Doni laprovinciaunicatv.it, 13 luglio 2026 Mentre il ministro della Giustizia Carlo Nordio annuncia che grazie alle nuove norme introdotte dal ddl in corso di approvazione ci saranno tra gli 8 e i 10mila detenuti in meno (tutti tossicodipendenti che dovranno essere presi in carico da strutture che ancora non ci sono…), la realtà degli istituti penitenziari italiani è un bollettino di guerra e restituisce un quadro indegno di un Paese civile. L’ultimo caso, quello del carcere di Sollicciano (Firenze), ha spinto la magistratura a sequestrare alcune sezioni dell’istituto per carenze igienico-sanitarie. Nel decreto di sequestro preventivo erano allegate anche le fotografie che documentavano morsi di cimice sulla mano di un detenuto, zecche nelle celle, cibo conservato in sacchetti della spazzatura. In seguito al trasferimento forzato dei detenuti, il Provveditorato regionale della Toscana ha diramato una circolare che poteva essere intitolata “bandiera bianca”: “Dopo il sequestro di sette sezioni del carcere di Sollicciano e stante l’alto indice di affollamento che interessa tutti gli istituti, questo ufficio non è più nelle condizioni di garantire il rispetto delle ordinarie capienze”. E quindi, che si fa? “La direzione dell’istituto utilizzerà tutti gli spazi disponibili fino al raggiungimento del limite indicato dall’applicativo e se necessario, anche oltre, adottando in tali casi ogni iniziativa ritenuta opportuna, compresa, in via estrema, per quanto assolutamente provvisoria, la collocazione di brande o materassi a terra”. Dopo la levata di scudi, il ministero ha chiarito che si è trattato di un refuso... A Opera (Milano) i detenuti hanno scritto una lettera al Presidente Sergio Mattarella: hanno spiegato che la direzione ha chiesto alla Croce Rossa un carico speciale di bottiglie d’acqua, per bere ma anche per lavarsi, perché ai piani alti l’impianto idraulico non è più in grado di far arrivare l’acqua potabile. A Poggioreale (Napoli), durante un’ispezione a inizio luglio, l’europarlamentare Sandro Ruotolo e il deputato Marco Sarracino del Pd hanno denunciato celle per 3 detenuti occupate da 9 persone e ventilatori fuori uso. A Cavadonna (Siracusa) il garante dei detenuti ha riscontrato problemi di cimici e topi nelle sezioni, pestaggi e aggressioni quasi quotidiani. Alla Dozza (Bologna) a inizio mese i detenuti hanno organizzato due giorni di trattative per protestare contro la mancanza di acqua nell’istituto. A Milano il garante dei detenuti Luigi Pagano (già direttore di San Vittore e ex provveditore regionale per la Lombardia), parla di “situazione drammatica e fuori controllo” con indici di sovraffollamento che arrivano al 220%. A Bergamo, a fine giugno, erano presenti 579 detenuti, 250 più della capienza regolamentare. Nel frattempo, dall’Europa arriva un primo monito. Il Comitato per la prevenzione della tortura del Consiglio d’Europa ha invitato gli Stati membri a porre particolare attenzione ai luoghi di privazione della libertà, vigilando sulla garanzia di acqua potabile, ventilazione e luoghi ombreggiati. Potremmo continuare, ma chiudiamo con una nota positiva, perché per fortuna c’è ancora chi non si rassegna. Martedì 14 oltre 330 rappresentanti di istituzioni, università, associazioni culturali e realtà della società civile entreranno contemporaneamente negli istituti penitenziari di 29 città italiane. L’iniziativa punta a portare l’attenzione sulle condizioni delle carceri italiane e riaffermare il principio secondo cui la pena deve essere conforme ai valori sanciti dall’articolo 27 della Costituzione: umanità, dignità della persona e finalità di reinserimento sociale. Oggi, il primo ad aderire all’iniziativa sarà l’Arcivescovo di Milano, Mario Delpini, che farà visita al Beccaria, il carcere dei minorenni della Lombardia. Tre giorni per rompere il silenzio sulle carceri di Emilia Corea* iacchite.blog, 13 luglio 2026 Il 13, 14 e 15 luglio la Conferenza nazionale dei Garanti delle persone private della libertà personale ha promosso tre giornate di mobilitazione dedicate alle condizioni di vita negli istituti penitenziari italiani. Non si tratta di una ricorrenza simbolica ma di un richiamo alla responsabilità della politica. Perché ciò che accade oggi nelle carceri non è il frutto del destino o di un’emergenza imprevedibile ma il risultato di scelte, di omissioni, di provvedimenti amministrativi e legislativi sempre più repressivi e atti a rendere il sistema penitenziario incapace di garantire condizioni compatibili con la dignità umana. Non è una denuncia relativa alla situazione di un istituto o di una regione. È l’intero sistema penitenziario italiano ad attraversare una crisi senza precedenti, probabilmente il caldo la rende soltanto impossibile da nascondere. C’è un momento, nelle visite in carcere d’estate, in cui il rumore delle chiavi smette di essere la prima cosa che senti. All’inizio sono loro ad accompagnarti. Il metallo che batte sul metallo. I cancelli che si aprono e si richiudono. Le porte pesanti. I passi nei corridoi. Poi, quasi all’improvviso, arriva il caldo. Non il caldo che conosciamo fuori, dove basta cercare un’ombra, aprire una finestra, accendere un ventilatore, uscire di casa. È un caldo fermo, che sembra non avere aria, con o senza pannelli in plexiglass. Sale dal cemento, si attacca ai muri, entra nei polmoni. Ti accompagna da una sezione all’altra e ti ricorda, con una ostinazione silenziosa, che lì dentro non si può andare via. Quest’anno il termometro arriva quasi ai quaranta gradi, ma ci sono luoghi in cui i gradi non bastano a raccontare quello che accade. Celle progettate per poche persone che ne ospitano molte di più. Corpi costretti a condividere pochi metri quadrati e notti che non finiscono mai. Da Nord a Sud il copione è lo stesso. I Garanti lo raccontano ogni giorno durante le visite negli istituti: sovraffollamento, celle senza refrigerazione, personale insufficiente, servizi sanitari in affanno. Cambiano i nomi delle carceri, non cambiano i problemi. È questa la fotografia del sistema penitenziario italiano nell’estate del 2026. E c’è un particolare che racconta meglio di molti discorsi il peso delle responsabilità istituzionali. In molte celle un frigorifero non c’è. Non perché sia tecnicamente impossibile installarlo, ma perché una circolare del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria ne vieta la presenza all’interno delle camere detentive. Così, anche conservare una bottiglia d’acqua fresca, del cibo o un farmaco che richieda refrigerazione diventa impossibile. Quando fuori si registrano temperature estreme, anche una scelta amministrativa apparentemente marginale contribuisce a rendere la pena più dura di quella stabilita da un giudice. Fuori, intanto, l’estate continua. Le persone prenotano le vacanze. Parlano del mare, delle ferie, del sole troppo forte. Dentro le carceri italiane qualcuno cerca semplicemente di arrivare al mattino successivo. Ogni volta che entro in carcere mi colpisce la stessa sensazione. Non quella di trovarmi in un luogo diverso dal resto del Paese. Ma quella di trovarmi nel luogo che il Paese ha deciso di non guardare. Le carceri sono il nostro angolo cieco. Esistono, eppure sembrano lontane. Si riempiono oltre ogni limite senza che questo produca un’emergenza nazionale. I suicidi aumentano in tutta Italia e per qualche ora diventano una notizia. Poi un’altra tragedia prende il loro posto e tutto ricomincia come prima. Quest’anno già 27 suicidi. Di alcuni conosciamo il nome. Di altri resta soltanto un numero. In carcere il silenzio arriva sempre dopo. Dopo le sirene, dopo la corsa nei corridoi, dopo le chiavi che girano nelle serrature, dopo le voci concitate. Poi resta una porta chiusa. Una branda vuota. Gli oggetti raccolti in una scatola. E una domanda che attraversa quei corridoi senza trovare risposta: quando una persona ha smesso di sperare? Una persona detenuta non è soltanto privata della libertà. È affidata allo stato. Ogni giorno. Ogni notte. In ogni momento. E quando sceglie di morire dietro una porta che lo Stato ha chiuso, quella morte non interroga soltanto chi non ce l’ha fatta. Interroga tutti noi. Interroga una politica che continua a discutere di nuovi reati e nuove pene mentre le carceri affondano nel sovraffollamento, nella carenza di personale, nella solitudine e nell’abbandono. Forse è questa la forma più insidiosa dell’indifferenza: non il fatto che quelle persone muoiano, ma che ogni volta ci sembri un po’ più normale. Come se ci fossimo convinti che dietro le sbarre alcune vite pesino meno delle altre. E poi ci sono quelli di cui quasi nessuno saprà mai nulla - già 97 dall’inizio del 2026 - per malattia, overdose, cause da accertare. Persone che muoiono senza che una famiglia protesti, senza che qualcuno chieda come sia stato possibile, senza fotografie sui giornali, senza cortei, senza telecamere davanti agli istituti. Esistono morti così sole da consumarsi due volte: la prima dentro una cella, la seconda nell’indifferenza. La solitudine, in carcere, ha molti volti. Ha il volto del detenuto straniero che non capisce la lingua del Paese in cui è rinchiuso. Che non riceve visite. Che aspetta una mediazione culturale che spesso non arriva. Che firma documenti che fatica a comprendere. Che attraversa i giorni senza una voce familiare dall’altra parte del telefono. Ha il volto di chi viene accompagnato nelle celle lisce, spazi svuotati di tutto, pensati per proteggere chi rischia di fare del male a sé stesso e che troppo spesso finiscono per restituire un’immagine terribile: quella di una disperazione che viene affrontata togliendo, invece che aggiungendo cura. Ha il volto di chi passa settimane senza una carezza, senza un abbraccio, senza uno sguardo che non sia quello della sorveglianza. Il carcere è il luogo dove la solitudine prende una forma concreta. Eppure, quando se ne parla, il dibattito pubblico sembra fermarsi sempre alla stessa affermazione: se lo meritano! È una domanda che tradisce un equivoco profondo. La pena è già stata decisa da un giudice. È la privazione della libertà. Non è il caldo soffocante. Non è il sovraffollamento. Non è la mancanza di cure. Non è il degrado. Non sono i trattamenti inumani e degradanti. La pena non deve mai trasformarsi in tortura. Non deve tradursi in condizioni che offendono la dignità della persona o mettono a rischio la sua salute. Eppure, negli ultimi anni, abbiamo assistito a qualcosa di ancora più preoccupante della crisi delle carceri: ci siamo lentamente abituati ad essa. Perfino parole che un tempo avrebbero scandalizzato sono diventate accettabili. Ricordiamo tutti le dichiarazioni, pronunciate un anno fa, dall’ex sottosegretario alla giustizia, Andrea Delmastro, secondo cui i detenuti non dovrebbero quasi nemmeno respirare. Ma ciò che continua a inquietarmi non è quella frase, piuttosto l’applauso che ricevette. È l’eco trovata sui social, dove migliaia di commenti trasformano la sofferenza in una forma di giustizia. Come se il dolore fosse un valore. E nel frattempo la politica continua a riempire le carceri senza assumersi fino in fondo la responsabilità delle conseguenze. Da una parte gli istituti denunciano un collasso ormai evidente: manca personale, soprattutto trattamentale, mentre si susseguono decreti sicurezza, nuovi reati, nuove fattispecie penali e nuovi ingressi. Si continua a costruire consenso sulla promessa di più carcere, si continua a versare acqua in un recipiente già colmo e ci si stupisce se trabocca. Il carcere è diventato il luogo in cui finiscono tutte le fragilità che la società non riesce ad affrontare altrove: la povertà, la dipendenza, il disagio psichico, l’emarginazione, l’immigrazione. E se nelle carceri l’emergenza è ormai strutturale, ci sono luoghi in cui le condizioni rischiano di essere ancora più gravi: i Centri di permanenza per il rimpatrio. Nei CPR non si esegue una pena. Le persone trattenute non stanno scontando una condanna, ma sono private della libertà in attesa dell’esecuzione di un provvedimento amministrativo. Eppure, da anni, i rapporti degli attivisti, delle organizzazioni indipendenti, delle associazioni, descrivono criticità ricorrenti: strutture inadeguate, assistenza sanitaria insufficiente, difficoltà di accesso ai diritti, episodi di autolesionismo, tensioni continue e condizioni che sollevano seri interrogativi sul rispetto della dignità delle persone trattenute. Anche qui non siamo davanti a una fatalità. Siamo davanti a una precisa scelta politica. Si continua a investire sull’espansione dei luoghi di trattenimento amministrativo come risposta ai fenomeni migratori, mentre troppo spesso resta sullo sfondo una domanda essenziale: in quali condizioni lo Stato esercita quel potere di privare una persona della libertà? Le tre giornate di mobilitazione promosse dalla Conferenza dei Garanti servono proprio a questo: ricordare che il carcere non è uno spazio sottratto alla costituzione e che il rispetto della dignità delle persone detenute non è un favore. È un dovere! Ogni volta che il cancello del carcere si richiude alle mie spalle, il caldo resta dentro. Restano le celle sovraffollate, l’aria che non circola, le notti senza sonno, le persone che continuano a scontare una pena che nessun giudice ha mai pronunciato. Perché è questo il punto. Il caldo estremo, il sovraffollamento, la mancanza di acqua fresca, l’assenza di spazi dignitosi non sono eventi naturali. Sono conseguenze di decisioni politiche, di atti amministrativi, di scelte che qualcuno ha preso e che qualcuno, ancora oggi, decide di non cambiare. La privazione della libertà è la pena prevista dalla legge. Tutto ciò che la trasforma in sofferenza evitabile appartiene invece alla responsabilità dello Stato. Per questo le carceri non riguardano soltanto chi ci vive. Riguardano tutti noi. Perché ogni volta che scegliamo di non guardare cosa accade dietro quelle mura, lasciamo che il confine tra pena e tortura diventi un po’ più sottile. La tortura non inizia soltanto dove c’è violenza visibile. A volte comincia lentamente, quando un sistema lascia una persona senza aria, senza cura, senza dignità e decide che quella sofferenza è semplicemente il prezzo da pagare. *Coordinatrice equipe sociosanitaria sopravvissuti a tortura e Garante comunale diritti dei detenuti di Cosenza Detenuti anziani: emergenza umanitaria, sfide e prospettive del sistema penitenziario Cronache della Campania, 13 luglio 2026 La storia dell’uomo di 87 anni rinchiuso nella cella del carcere di Sollicciano, con gravi problemi di salute e una condanna risalente a un furto d’auto, ha sollevato un’importante discussione sulle condizioni dei detenuti anziani nel sistema penitenziario italiano. Non si tratta di un caso isolato, ma di una situazione ormai strutturale che coinvolge decine di persone di età avanzata nelle carceri del Paese, mettendo in evidenza un’emergenza umanitaria dai risvolti sociali, sanitari e giuridici. Negli ultimi anni, la percentuale di detenuti ultrasessantenni e ultranovantenni è aumentata sensibilmente. Questo fenomeno è dovuto a diversi fattori, tra cui l’invecchiamento della popolazione generale, la durata delle pene e la rigidità delle politiche carcerarie che limitano le alternative alla detenzione per persone con età e condizioni di salute critiche. Le conseguenze sono evidenti: le strutture penitenziarie, nate per ospitare individui in condizioni fisiche generali migliori, risultano spesso inadeguate a rispondere ai bisogni di questa fascia di detenuti. Le difficoltà sanitarie e sociali nelle carceri - Le carceri italiane non sono attrezzate per assistere adeguatamente persone anziane con patologie croniche, disabilità o esigenze particolari come l’alimentazione liquida. Gli agenti di polizia penitenziaria si trovano spesso a dover svolgere funzioni da infermieri e assistenti sociali, senza le competenze specifiche o il supporto necessario, in ambienti che possono risultare addirittura dannosi per la salute e la dignità dei detenuti più fragili. Inoltre, la mancanza di parenti o reti di supporto comunitario, come nel caso dell’uomo di 87 anni senza famiglia, aggrava la situazione, costringendo il sistema a trovare soluzioni alternative spesso temporanee o inadeguate. Alternative alla detenzione: RSA e accoglienza sociale - Una delle possibilità per alleviare questo problema è il trasferimento dei detenuti anziani in Residenze Sanitarie Assistenziali (RSA) o strutture di accoglienza specializzate. Tuttavia, tale soluzione non è sempre accettata dai diretti interessati, spesso spaventati dalla lontananza o dalla perdita di autonomia. Inoltre, non sempre sono disponibili posti sufficienti o adeguati per accogliere persone provenienti dal circuito penitenziario, soprattutto in tempi brevi. Il ruolo della giustizia e delle istituzioni - La situazione ha anche importanti implicazioni legali. I giudici, le procure e il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (DAP) devono confrontarsi con la necessità di bilanciare la certezza della pena con il rispetto dei diritti umani e delle condizioni di vita dignitose. Recenti sequestri di sezioni carcerarie per motivi di sicurezza e idoneità dei locali, come nel caso di Sollicciano, complicano ulteriormente i trasferimenti e la gestione dei detenuti. Le istituzioni sono chiamate a riflettere su una riforma che preveda percorsi alternativi alla detenzione per gli anziani e disabili, investendo in strutture dedicate e in programmi di assistenza integrata. È un tema di tutela della dignità e di sostenibilità del sistema penitenziario, che richiede un impegno condiviso tra giustizia, sanità e politiche sociali. Conclusioni - Il caso dell’ottantasettenne di Napoli è emblematico di una problematica più ampia e urgente. L’invecchiamento della popolazione carceraria impone una revisione dei modelli di gestione e assistenza, per evitare che la pena si trasformi in una condanna alla sofferenza e all’isolamento. L’attenzione mediatica è un primo passo per stimolare un dibattito necessario e per promuovere un sistema più umano e funzionale, che rispetti i diritti di tutti, indipendentemente dall’età. Intercettazioni, il Parlamento non riscriva il codice di procedura penale su richiesta dell’accusa di Francesco Petrelli Il Riformista, 13 luglio 2026 L’Unione delle Camere Penali Italiane esprime forte preoccupazione per gli emendamenti presentati al decreto giustizia che propongono di modificare ancora una volta l’articolo 270 del codice di procedura penale, ampliando i casi nei quali le intercettazioni possono essere utilizzate in procedimenti diversi da quelli per i quali erano state autorizzate. La disciplina dell’articolo 270 non rappresenta un ostacolo alle indagini. Essa costituisce uno dei principali presìdi posti a tutela della libertà e della segretezza delle comunicazioni, garantite dall’articolo 15 della Costituzione. Le intercettazioni rappresentano una deroga eccezionale a un diritto fondamentale e non possono trasformarsi in uno strumento generalizzato di ricerca di reati. L’autorizzazione del giudice è rilasciata in relazione a uno specifico fatto di reato e sulla base dei rigorosi presupposti previsti dalla legge. Consentire che il materiale così acquisito possa circolare sempre più liberamente in procedimenti del tutto diversi significa svuotare progressivamente quel controllo e trasformare un’autorizzazione specifica in una sorta di autorizzazione in bianco. Questo principio accompagna il codice di procedura penale fin dalla sua entrata in vigore nel 1989. È stato alterato soltanto nel 2020, durante il governo Conte II e con ministro della Giustizia Bonafede, uno dei governi più populisti e giustizialisti della storia della Repubblica, ed è stato opportunamente ripristinato dall’attuale maggioranza parlamentare nel 2023, tornando a limitare l’utilizzazione delle intercettazioni nei procedimenti diversi ai soli delitti per i quali è previsto l’arresto obbligatorio in flagranza. Gli emendamenti oggi presentati rappresentano un evidente passo indietro perché alterano il rapporto tra regola ed eccezione. La tutela della segretezza delle comunicazioni deve restare la regola; la possibilità di utilizzare intercettazioni in procedimenti diversi costituisce un’eccezione, giustificata soltanto dalla necessità di accertare delitti di straordinaria gravità. L’ampliamento oggi proposto rischia invece di trasformare l’eccezione nella regola, estendendo significativamente il ricorso alle cosiddette intercettazioni “a strascico”. Occorre inoltre ricordare che la disciplina dell’articolo 270 riguarda esclusivamente fatti privi di qualsiasi collegamento con il procedimento nel quale le intercettazioni sono state autorizzate. Quando tra i reati esiste un rapporto di connessione, la giurisprudenza della Corte di cassazione ha già chiarito che non si è neppure in presenza di un diverso procedimento ai fini dell’applicazione dell’articolo 270. Le limitazioni oggi vigenti riguardano dunque soltanto fatti realmente estranei rispetto a quelli che avevano giustificato l’autorizzazione all’intercettazione. Per questa ragione il divieto previsto dall’articolo 270 non costituisce un inutile intralcio alle indagini, ma un principio di libertà che impedisce che uno strumento tanto invasivo diventi un mezzo generalizzato di esplorazione della vita privata dei cittadini. A preoccupare è poi anche il metodo. Se questi emendamenti costituiscono, come risulta, il seguito delle richieste formulate dal Procuratore Nazionale Antimafia e Antiterrorismo al ministro della Giustizia, si pone una questione che va ben oltre il merito della disciplina. La magistratura ha naturalmente il diritto di rappresentare al legislatore le criticità applicative riscontrate nell’esercizio della giurisdizione. Ma le scelte sul rito penale appartengono esclusivamente al Parlamento. Quando è l’organo dell’accusa a indicare quali limiti alle libertà fondamentali debbano essere rimossi e il legislatore si limita a recepire quelle richieste, si altera il corretto equilibrio tra i poteri dello Stato e si affievolisce il ruolo che la Costituzione affida al Parlamento quale unico titolare delle scelte che incidono sulle libertà fondamentali. L’Unione delle Camere Penali Italiane auspica pertanto che il Parlamento respinga questi emendamenti e confermi una disciplina che non ostacoli le indagini, ma preservi il corretto equilibrio tra esigenze investigative e tutela delle libertà fondamentali, impedendo che uno strumento eccezionale come l’intercettazione si trasformi in un mezzo generalizzato di acquisizione di informazioni sulla vita dei cittadini. Concordato in appello, no al ricorso sugli errori se la pena è legale di Francesco Machina Grifeo Il Sole 24 Ore, 13 luglio 2026 Le Sezioni Unite, con una decisione resa nota soltanto in via provvisoria, hanno escluso che possano essere dedotti i vizi nella determinazione del trattamento sanzionatorio che non comportino una pena illegale. Le Sezioni Unite chiudono il contrasto giurisprudenziale sul concordato in appello e delimitano l’ambito del ricorso per Cassazione contro la sentenza emessa ai sensi dell’articolo 599-bis del codice di procedura penale. Con una decisione, resa nota solo in via provvisoria, che porta la data del 9 luglio (ricorso R.G. n. 9966/2026), la Corte ha stabilito che non possono essere dedotti i vizi relativi alla determinazione della pena quando questi non si traducano nell’irrogazione di una pena illegale. In particolare, la Suprema corte ha fornito risposta “negativa” al seguente quesito: “Se, avverso la sentenza emessa a seguito di concordato in appello, siano deducibili con il ricorso per cassazione i vizi attinenti alla determinazione della pena non comportanti l’illegalità della stessa”. La questione era stata rimessa dalla Quinta sezione penale nell’ambito del ricorso proposto da un imputato condannato per due episodi di furto aggravato, uno consumato e uno tentato, e per due violazioni delle prescrizioni della sorveglianza speciale. In appello le parti avevano raggiunto un accordo sulla rideterminazione della pena, recepito dalla Corte d’appello di Caltanissetta, che aveva fissato la sanzione in due anni e otto mesi di reclusione e 1.236 euro di multa. Proprio la costruzione della pena aveva però dato origine al ricorso. Secondo la difesa, il giudice aveva recepito un accordo viziato perché le attenuanti generiche erano state poste in equivalenza con la sola recidiva, senza comprendere nel giudizio di bilanciamento anche le aggravanti contestate per il reato di furto. Inoltre, la sentenza non indicava quale fosse il reato ritenuto più grave ai fini della continuazione. L’Ufficio esame preliminare della Cassazione, nell’ordinanza di rimessione, ha però chiarito che tali profili non incidevano sulla legalità della pena. La sanzione finale, infatti, rientrava nei limiti edittali previsti dalla legge; il problema riguardava piuttosto il percorso seguito per determinarla, ossia un errore nel bilanciamento delle circostanze aggravanti e attenuanti imposto dall’articolo 69 del codice penale. “Ne discende - scrive l’Ufficio esame preliminare dei ricorsi - che le censure del ricorrente, pur evocando nominalmente l’illegalità della pena, finiscono per devolvere a questa Corte il tema della illegittimità della sanzione. Si pone, pertanto, la questione del se, a fronte di una pena concordata tra le parti, l’imputato sia legittimato a dedurre l’illegittimità della (ri)determinazione del trattamento sanzionatorio derivante da errori intermedi nel computo”. La risposta della Corte è stata negativa. Le Sezioni Unite hanno così aderito all’orientamento maggioritario, secondo cui il ricorso resta ammissibile soltanto per i vizi che incidono sulla validità dell’accordo, per le difformità tra accordo e sentenza o quando la pena sia illegale. Restano invece precluse le censure che investono soltanto i passaggi intermedi del procedimento di commisurazione della pena, anche se effettuati in violazione delle regole di calcolo. Piemonte. Cresce il sovraffollamento, oltre 4.500 detenuti nelle strutture regionali torinoggi.it, 13 luglio 2026 Tra carenze di personale e boom di presenze nelle strutture regionali, il sindacato della Polizia Penitenziaria chiede una svolta manageriale e più misure alternative per i reati minori. La situazione all’interno delle strutture penitenziarie piemontesi torna al centro del dibattito pubblico. Secondo i dati diffusi dal Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria (Sappe), nelle tredici strutture della regione si registra attualmente la presenza di circa 4.500 persone detenute, a fronte di una capienza regolamentare complessiva che si attesta sui 3.900 posti. Si tratta di un divario numerico che, secondo la sigla sindacale, “incide pesantemente sulle condizioni di lavoro della Polizia Penitenziaria e sulla gestione quotidiana degli istituti”. A Torino 500 presenze in più - L’incremento delle presenze non è omogeneo sul territorio, ma mostra picchi significativi in alcune realtà specifiche. Vicente Santilli, segretario nazionale del SAPPE per il Piemonte, evidenzia come la Casa circondariale di Torino abbia registrato un aumento di circa 500 presenze dall’inizio dell’anno, mentre l’istituto di Biella ha visto crescere la popolazione detenuta di circa 70 unità nello stesso periodo. Per Santilli, “tutto questo affollamento determina enormi criticità nell’organizzazione del lavoro del personale”, motivo per cui l’organizzazione auspica che i prossimi flussi di agenti in uscita dai corsi di formazione tengano conto delle priorità degli organici piemontesi. “Amministrazione carente” - Oltre alla gestione dei flussi, la critica del sindacato si sposta sul piano dell’amministrazione e della gestione regionale, chiamando in causa direttamente il Provveditorato. La sigla sostiene infatti che negli ultimi anni la situazione sia rimasta sostanzialmente immutata nonostante le periodiche segnalazioni su criticità e carenze di personale. Il territorio piemontese avrebbe invece bisogno, secondo i rappresentanti dei lavoratori, di “una guida autorevole e moderna, di un dirigente che sappia essere un vero manager dell’Amministrazione penitenziaria, capace di coniugare le imprescindibili esigenze di sicurezza con quelle del trattamento rieducativo”. Una riforma carceraria - Su un piano più generale, l’analisi del sindacato si estende all’architettura stessa del sistema penitenziario nazionale. Il segretario generale Donato Capece ha rilanciato la necessità di una riforma strutturale delle modalità di esecuzione della pena, precisando che “ripensare il sistema penitenziario non significa indebolire la risposta dello Stato alla criminalità. Al contrario, significa renderla più razionale, più efficace e maggiormente aderente ai principi della Costituzione”. La proposta avanzata prevede una rimodulazione dei percorsi detentivi basata sulla gravità dei reati e sulla pericolosità sociale. Per i reati di minore allarme, con condanne inferiori ai tre anni, l’organizzazione suggerisce che “dovrebbe essere privilegiato il ricorso alle misure alternative alla detenzione, alla messa alla prova e agli altri strumenti di comunità”, riducendo la pressione logistica sulle carceri. Un secondo livello riguarderebbe le pene superiori ai tre anni, da espiare in istituti resi più governabili dal minor affollamento e in cui sia possibile “dare concreta attuazione al principio costituzionale della finalità rieducativa della pena”. Infine, resterebbe un terzo livello ad alto contenimento, strettamente riservato ai detenuti appartenenti ai circuiti dell’alta sicurezza, della criminalità organizzata e del terrorismo. Marche. Da Fermo ad Ascoli il sovraffollamento è ormai strutturale viverefermo.it, 13 luglio 2026 Cinque istituti marchigiani su sei superano i posti disponibili. A giugno 2026 i detenuti sono 1.086 contro 814 posti regolamentari: affollamento al 133,4%. Pesaro raggiunge il 177,8% considerando i posti effettivamente agibili. Il sovraffollamento non è un numero: è la misura di quanto un carcere si discosti dalla funzione per cui è stato progettato. Quando le presenze superano stabilmente gli spazi disponibili, ogni attività - dal lavoro alla formazione, fino alla gestione quotidiana - diventa più complessa. Nelle Marche, secondo i dati del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria - Ministero della Giustizia, aggiornati a giugno 2026, negli istituti della regione sono presenti 1.086 detenuti a fronte di una capienza regolamentare di 814 posti. Il surplus è di 272 persone, pari a un tasso di affollamento del 133,4%: per ogni tre posti disponibili, una quarta persona deve comunque trovare spazio. Cinque dei sei istituti marchigiani superano la propria capienza. L’unica eccezione è la Casa di Reclusione di Ancona-Barcaglione, che si ferma all’82% dopo una riduzione delle presenze nell’ultimo anno. Il dato percentualmente più critico riguarda Fermo: 74 detenuti per 43 posti, pari al 172%. In una struttura così piccola, l’aumento di dodici presenze rispetto all’anno precedente incide direttamente sulla vivibilità degli ambienti. Situazione analoga ad Ascoli Piceno, dove la Casa Circondariale ospita 153 detenuti per 103 posti regolamentari (149%). Anche qui l’incremento di cinque unità in dodici mesi pesa su un istituto già saturo. Il caso più rilevante in termini assoluti è Pesaro. La capienza regolamentare è di 156 posti, ma 12 sono inagibili: i posti effettivi scendono a 144, mentre i detenuti sono 256. Il tasso reale di affollamento raggiunge il 177,8%, il più alto della regione considerando gli spazi realmente utilizzabili. Anche la Casa Circondariale di Ancona-Montacuto presenta una riduzione della capienza effettiva: un posto inagibile porta i posti disponibili a 255, mentre i detenuti sono 342 (134,1%). Completa il quadro Fossombrone, con 179 detenuti su 156 posti (115%), in crescita rispetto all’anno precedente. Il sovraffollamento si riflette anche sugli organici. La Polizia Penitenziaria registra una scopertura che va dall’11% di Ascoli al 22% di Fossombrone; a Fermo manca oltre un quinto del personale previsto. Il numero degli educatori è altrettanto limitato: a Pesaro tre operatori seguono 256 detenuti (uno ogni 85 persone), ad Ancona-Montacuto il rapporto è di uno ogni 68, ad Ascoli uno ogni 51. La composizione della popolazione detenuta conferma un quadro in linea con la media nazionale. Gli stranieri sono 340 (31,3%), contro il 31,4% italiano. Le donne sono 30, tutte a Pesaro, pari al 2,8% del totale regionale. Sul piano della posizione giuridica, le persone in attesa di primo giudizio sono 144 (13,3%), leggermente sotto la media nazionale del 14,2%. I condannati definitivi sono 858, pari al 79%, una quota superiore al dato italiano del 76,2%. Il sistema penitenziario marchigiano fotografa dunque una condizione che non è più episodica ma strutturale: cinque istituti su sei oltre la capienza, organici ridotti, spazi limitati, attività trattamentali difficili da garantire. Una realtà che pone interrogativi concreti sulla capacità dello Stato di assicurare condizioni di detenzione conformi ai principi fissati dalla Costituzione. Sardegna. Caso 41bis, iniziano i trasferimenti: tutto pronto a Bancali e Uta di Andrea Sechi La Nuova Sardegna, 13 luglio 2026 Sarà un aereo, un Atr-42 della Guardia di Finanza, con separé dedicati, a trasportarli. Questa settimana difficilmente, ma dalla prossima ogni giorno sarà buono per l’arrivo a Bancali e a Uta dei detenuti al 41-bis destinati alla Sardegna. Non ci sono date certe, ma i tempi sono maturi. Anche le ripetute e recenti visite del comandante del Gruppo Operativo Mobile della Polizia Penitenziaria, il Gom, che ha in carico la custodia di questa tipologia di detenuti, fanno capire che due carceri sarde su tre sono quasi pronte a ricevere i nuovi detenuti al 41bis. Anche il mancato completamento a Uta dell’area sanitaria dedicata non sarebbe un problema, essendo comunque presenti sia un centro clinico che ambulatori. Se non si sa quando arriveranno questi detenuti, è più facile intuire il come. Sarà un aereo, un Atr-42 della Guardia di Finanza, con separé dedicati, a trasportarli (questi detenuti infatti non possono comunicare). Ciascun passeggero, pesantemente scortato, non saprà chi sono i suoi compagni di viaggio. Al massimo arriveranno in quindici alla volta, (sulla 90ina previsti a Uta) di notte o alle prime luci dell’alba. E dall’aeroporto militare di Decimomannu, con visibile e nutrito apparato di sicurezza, prenderanno la direzione di Uta, dove per ciascuno ci sarà una cella dedicata, nel padiglione ricavato per i 41-bis. Ad accoglierli, si fa per dire, 730 detenuti, di cui oltre un quarto stranieri, e un numero consistente di detenuti che insistono ancora nel circuito dell’Alta Sicurezza, quello prossimo al 41-bis, pur nella classificazione meno rigida, quella dell’AS3. Si tratta comunque di detenuti esclusi dalla restante popolazione carceraria con condanne per mafia o narcotraffico. I viaggi al sud Sardegna per i detenuti al 41 bis saranno diversi, così quello per quelli a Bancali, che già ne ospita 88 sui 741 in tutta Italia. Anche qui l’ala militare dello scalo di Alghero garantirà la riservatezza nell’arrivo, e soprattutto la non commistione con il traffico commerciale. Ecco perché la notte o l’alba sarà il momento scelto per questi atterraggi (uno a settimana), pianificati sin nei dettagli dal Gom guidato dal dirigente reggente Silvio Gallo, che sicuramente ha voluto verificare di persona tutti i momenti di queste complesse operazioni, applicate qualche settimana fa nell’arrivo di 128 detenuti al 41-bis da Novara (con la chiusura della sezione), Tolmezzo, Cuneo e Milano a Vigevano. In quella occasione vennero impiegati oltre 150 agenti. Non è escluso che una parte di questi detenuti arrivo presto in Sardegna. Qui si dovrebbe andare a piccole dosi, peraltro con detenuti non così avanti con l’età, che non necessitano di una assistenza sanitaria speciale. Da questi viaggi per adesso rimane escluso Badu ‘e Carros. I lavori nel carcere nuorese, che dovrebbe ospitare 88 detenuti in altrettante celle, ideali perché si trovano tutte in fila con di fronte solamente il muro, è probabile che slittino in primavera. La scelta del ministro Nordio di andare avanti col piano di trasferimento, contestato da parlamenti sardi di entrambi gli schieramenti (Pittalis, Forza Italia e Meloni, Pd) si giustifica con una esigenza immediata. Ogni inserimento di detenuti nel sistema del 41-bis prevede un decreto ministeriale. Adesso sul tavolo del ministro ci sono decreti fermi perchè non ci sono posti dedicati. Anche così si spiega la necessità di aprire i padiglioni dedicati nell’isola. “Ma il sistema, per quanto separato, inciderà sul resto della popolazione penitenziaria e sul personale”, ricorda Maria Grazia Caligaris, presidente dell’Associazione “Socialismo, diritti e Riforme”. La Caligaris, parteciperà martedì a visite ispettive che l’associazione Antigone svolgerà nei carceri di Bancali e Uta. Milano. “Emergenza carceri intollerabile”. E oggi Delpini entra al Beccaria di Cristina Bassi Il Giornale, 13 luglio 2026 Oggi l’arcivescovo Mario Delpini sarà in visita all’Ipm per sensibilizzare la cittadinanza verso le condizioni di detenzione Domani altre delegazioni entreranno a Opera, Bollate e San Vittore. Oggi alle 14 l’arcivescovo Mario Delpini entrerà al carcere minorile Beccaria. In anticipo di un giorno rispetto alla giornata nazionale di visite negli istituti di pena organizzata da Antigone e dall’Alleanza per l’articolo 27 (che vieta le pene disumane e impone la finalità rieducativa). Questo perché monsignor Delpini, che ha “impegni improrogabili” per domani, non ha voluto mancare all’appuntamento. Insieme all’arcivescovo ci saranno il segretario generale della Cgil milanese Luca Stanzione, la presidente di Antigone Valeria Verdolini, il consigliere regionale Luca Paladini, il presidente del Municipio 6 Santo Minniti. Oggi e domani dunque anche la Lombardia e Milano si mobilitano per il carcere. Le visite hanno lo scopo di “sensibilizzare spiegano le associazioni - intorno alla questione penitenziaria, oggi vera a propria emergenza sociale, politica e umana”. E di contrastare la progressiva chiusura del carcere nei confronti della società esterna. In particolare domani delegazioni di rappresentanti dell’Alleanza ed esponenti delle istituzioni locali, del mondo dell’università, della cultura e della società civile visiteranno 34 penitenziari in 29 città italiane. A Milano le visite - organizzate, insieme a Antigone, da Cgil, Cnca, Caritas, Sesta Opera, Ordine degli psicologi lombardi - riguarderanno Opera, San Vittore e Bollate. A Opera faranno parte della delegazione Don Luigi Ciotti, Vincenzo Greco e Ivan Lembo di Cgil Milano, Diana De Marchi, consigliere di Città Metropolitana. Domani sera se ne parlerà anche alla festa per gli 80 anni dell’Anpi al Castello Sforzesco. Secondo il XXII rapporto di Antigone, la Lombardia è la seconda regione italiana (dopo la Puglia) per sovraffollamento carcerario. Nei 18 istituti di pena lombardi sono detenute oltre 9.500 persone, con un tasso medio di affollamento superiore al 150 per cento e punte che raggiungono il 200 per cento. Stando al rapporto, nessun istituto lombardo è sotto la capienza regolamentare. Tra le situazioni più critiche ci sono Brescia “Nerio Fischione”, San Vittore, Lodi, Varese e Busto Arsizio. “Con più del 150 per cento di sovraffollamento - sottolinea Verdolini - non c’è posto fisico. Si sta male. Il caldo aggiunge un’ulteriore forma di afflittività a condizioni già insostenibili”. Così Luigi Pagano, Garante dei detenuti Comune di Milano, Daniele Nahum e Alessandro Giungi, presidente e vicepresidente della Sottocommissione carceri: “I dati del ministero della Giustizia sulle carceri milanesi descrivono una situazione drammatica e fuori controllo. L’indice di sovraffollamento a San Vittore è al 220 per cento, a Opera al 152 per cento, a Bollate al 126 per cento e al Beccaria al 136 per cento. Tra incendi, celle infestate da cimici, mancanza di ventilatori e persino di acqua per lavarsi (come a Opera), siamo davanti a una condizione di oggettiva illegalità istituzionale. Una situazione insostenibile per i detenuti ma anche per gli agenti di polizia penitenziaria, in grave sottorganico e con un tasso di suicidi triplo rispetto a quello nazionale”. Milano. Dentro le carceri per ridestare l’attenzione sulle condizioni di pena di Luisa Bove chiesadimilano.it, 13 luglio 2026 Il 13 luglio l’Arcivescovo si reca all’Istituto minorile Cesare Beccaria di Milano. Il 14 luglio, su iniziativa dell’Associazione Antigone, delegazioni formate da esponenti di istituzioni, del mondo ecclesiale e della società civile visiteranno 35 istituti penitenziari in 30 città italiane. “Alleanza per l’articolo 27 della Costituzione” ha indetto per martedì 14 luglio una giornata di mobilitazione “per riportare l’attenzione pubblica sulle condizioni delle carceri italiane”. A fare da traino l’Associazione Antigone, che da oltre vent’anni visita periodicamente gli istituti di pena per osservare e far conoscere le condizioni in cui vivono le persone che stanno scontando una pena. Le delegazioni - oltre 330 persone in tutta Italia - sono composte da rappresentanti istituzionali degli enti locali, personalità religiose, del mondo del volontariato, dell’attivismo civico, della cultura e dello spettacolo; entreranno in 35 istituti penitenziari (di cui tre minorili) in 30 città italiane. La mobilitazione parte già lunedì 13 luglio con la visita pomeridiana di monsignor Mario Delpini all’Istituto minorile Cesare Beccaria; l’Arcivescovo entrerà come delegato insieme, tra gli altri, a Valeria Verdolini (Antigone), Ivan Lembo (Osservatorio carcere e territorio Milano), Francesca Gisotti (vicepresidente Municipio 6 e assessora Welfare). Sul territorio della Diocesi, oltre al Beccaria, saranno visitate anche le strutture di San Vittore, Bollate, Opera e Varese, cui si aggiunge a livello lombardo la Casa circondariale di Cremona. Valeria Verdolini di Antigone entrerà anche a San Vittore alle 9.30 del 14 luglio, insieme a don Paolo Selmi (co-direttore di Caritas Ambrosiana) e Andrea Molteni (Area carcere e giustizia di Caritas Ambrosiana), Fiorenzo De Molli (Casa della carità), Alessandro Giungi (consigliere comunale di Milano). A Bollate entreranno, tra gli altri, Gherardo Colombo (magistrato), Antonella Calcaterra (avvocata e criminologa), Lamberto Bertolè (assessore al Welfare e salute del Comune di Milano), Simona Regondi (presidente regionale dell’Ordine degli assistenti sociali). Infine a Opera i delegati saranno Annaclaudia Carignano (Caritas Ambrosiana), don Luigi Ciotti (Libera), Liviana Marelli (Cnca), Diana De Marchi (consigliera Comune di Milano) e altri ancora. Bologna. “Alla Dozza ho visto 840 detenuti su una capienza di 457, non è possibile” di Federica Nannetti Corriere di Bologna, 13 luglio 2026 Il Garante Antonio Ianniello: “Siamo alla neutralizzazione dei detenuti e con pochi percorsi riabilitativi”. I volontari di Avoc Bologna: “Siamo ammortizzatori sociali”. “Siamo in una situazione nella quale, purtroppo, non c’è corrispondenza, e ce n’è sempre meno, tra quanto succede all’interno del carcere e quanto scritto al comma tre dell’articolo 27 della Costituzione: trattamenti prossimi a essere definiti contrari al senso di umanità e percorsi di rieducazione per pochissime persone”. E numeri “non sostenibili”, a Bologna come nel resto del Paese, quasi gli stessi che nel 2013 portarono la Corte europea dei diritti dell’uomo a condannare l’Italia per lo stato delle sue carceri e di chi vi era recluso. Sono parole amare quelle del Garante per i diritti delle persone private della libertà personale di Bologna, Antonio Ianniello, parole che raccontano ciò che quotidianamente si vive alla Dozza (e non solo) e che anticipano in parte la sua relazione in discussione a fine mese. Alla Dozza 840 detenuti, quasi il doppio della capienza - Alla sua ultima visita, venerdì, ha contato 840 detenuti, a fronte di una capienza di 457: “Una situazione ai minimi termini, con pochissimi posti a disposizione per nuovi arrivi ed eventuali spostamenti. La priorità del Legislatore deve essere quella di intervenire con azioni deflattive - aggiunge -, perché in queste condizioni, e con il trend in crescita da anni, la situazione non potrà che peggiorare inesorabilmente”. La stagione estiva, con il suo portato di caldo torrido, riduzione del personale e delle attività, problemi di fornitura d’acqua, intanto, fa il suo corso. Carceri aperte alla società civile - Con questo mondo - fatto di detenuti ma anche di tutte le persone che all’interno del carcere lavorano o prestano volontariato - la società civile che martedì varcherà le soglie dei 34 istituti penitenziari “aperti” dalle realtà aderenti alla rete “Alleanza per l’articolo 27” si dovrà confrontare: alla Dozza ci sarà lo stesso Garante (al Pratello la situazione è un po’ più sotto controllo anche in virtù del minor numero di minori presenti per via dei lavori di ristrutturazione), accompagnato da istituzioni locali, culturali, universitarie e, tra gli altri, anche dall’attore Alessandro Bergonzoni. “Sarà un momento importante per rilanciare quello che dovrebbe essere il volto costituzionale della pena - prosegue Ianniello -; ora si può davvero parlare, più che di rieducazione, di neutralizzazione delle persone. Manca tempo di qualità, sostituito da un tempo sciatto vissuto dai detenuti”. Il valore dei volontari - Sarà anche un momento, quello di martedì, per far incontrare chi è sensibile al mondo del carcere e per rinvigorire il dialogo con associazioni, cittadini, enti del terzo settore, che specie in certi periodi dell’anno, come quello attuale, sono un “ammortizzatore sociale, con risposte che l’amministrazione penitenziaria non riesce a dare - aggiunge Gabriella, volontaria dell’associazione Avoc. Giornate di apertura dovrebbero moltiplicarsi, per far capire cosa succede nelle carceri, che non possono essere discariche e luoghi di negazione dei diritti”. Lei per prima ha raccolto le testimonianze di chi è rimasto senz’acqua per giorni o, a tratti, solo con acqua bollente. “Oltre alle denunce ci vogliono proposte - conclude -: per esempio, il tema dei guasti e dell’acqua è cronico, perché? Perché non ci sono interventi tempestivi? Il cuore del problema è pensare a dopo il carcere”. Roma. Daria Bignardi: “Isolati, ma con un senso di comunità” di Laura Martellini Corriere della Sera, 13 luglio 2026 Oltre 330 persone parteciperanno all’iniziativa di “Alleanza per l’articolo 27”, nata a Roma per riunire associazioni impegnate sui temi della giustizia. Nel Lazio i cancelli di apriranno a Regina Coeli, Rebibbia femminile, Civitavecchia. Le carceri martedì 14 luglio apriranno i cancelli alla società civile, e ci saranno anche nomi noti a gettare lo sguardo oltre le sbarre: da Alessandro Bergonzoni a Daria Bignardi, da Ascanio Celestini a Marco Damilano e Davide Dileo Boosta tastierista e compositore cofondatore dei Subsonica., a Luigi Piana, a Aurelio Picca, alla storica e autrice di programmi Rai Vanessa Roghi, all’attore Pietro Sermonti. Oltre 330 persone parteciperanno all’iniziativa lanciata da “Alleanza per l’articolo 27”, nata a Roma il 6 febbraio scorso per riunire associazioni impegnate sui temi della giustizia, dell’esecuzione penale e dei diritti delle persone private della libertà. L’“Alleanza” nata a Roma lo scorso febbraio - Ai testimonial è affidato il compito di riportare l’attenzione dell’opinione pubblica sulle condizioni delle carceri italiane, oggi attraversate da una crisi sempre più grave, e riaffermare il principio secondo cui la pena deve essere conforme ai valori sanciti dall’articolo 27 della Costituzione: umanità, dignità della persona e finalità di reinserimento sociale. Nel Lazio schiuderanno zone generalmente off limits gli istituti penali di Civitavecchia, Rebibbia femminile e Regina Coeli. “Le associazioni dell’Alleanza entreranno contemporaneamente in decine di istituti penitenziari - spiegano gli ideatori della singolare iniziativa - nella convinzione che il carcere debba tornare a essere conosciuto, osservato e discusso dalla società. Come ricordava Piero Calamandrei, per comprendere davvero il funzionamento della giustizia bisogna vedere il carcere. Daria Bignardi portò la figlia piccola dal nonno recluso - Fra le più attive Daria Bignardi, che ha accompagnò sua figlia di soli tre mesi in parlatorio a conoscere il nonno recluso (Adriano Sofri, ex leader di Lotta Continua, padre dell’ex marito Luca, ndr), rimasta in contatto con molti detenuti e autrice di un libro, “Ogni prigione è un’isola”, dove descrive “i metal detector, gli armadietti dove mollare gli effetti personali, il rumore dei cancelli che si aprono e si chiudono, rumore di ferro. L’isolamento totale. Un luogo di dolore dove però non manca il senso di comunità”. Tasso di affollamento del 140% - I numeri forniti da associazioni in prima linea come Antigone descrivono una situazione ormai insostenibile. Le carceri italiane registrano un tasso medio di affollamento pari al 140%, con circa 18mila detenuti in più rispetto alla capienza regolamentare. Migliaia di persone continuano a vivere in condizioni giudicate non dignitose dalla magistratura, mentre continua il dramma dei suicidi e delle morti in cella. Messina. “Troppa sofferenza in carcere, dal Consiglio comunale partano segni d’attenzione” di Marco Olivieri tempostretto.it, 13 luglio 2026 I Radicali di Messina commentano le violenze a Gazzi tra “carenze strutturali e disagi al limite dell’umano”. Il carcere rimane il grande rimosso della società. “I fatti accaduti in questi giorni nel carcere di Messina non possono essere considerati prescindendo dalla sofferenza sistemica di chi vive dentro. La sofferenza psichica diffusa, sommata alle varie carenze e inverosimili insufficienze strutturali, rende la vita al limite dell’umano. Le condizioni carcerarie, più volte denunciate dall’attività dell’associazione Nessuno tocchi Caino, avrebbero dovuto obbligare i vari governi a intervenire con coraggio e tempestività. Nulla è stato fatto. Nulla si fa. Restituire umanità e dignità è un compito che riguarda tutti. Per questo auspichiamo che da Messina e dalla sua comunità partano segnali positivi e forti a cominciare dal Consiglio comunale”. Così i Radicali di Messina, con Saro Visicaro. Il riferimento è all’ennesimo episodio drammatico alla Casa circondariale di Gazzi con sei agenti feriti e un tentativo di rivolta sventata. In generale, la sensazione è che si continui a ignorare, a livello politico, gli enormi problemi strutturali dell’istituzione carcere. Solo per comodità, o pigrizia, parliamo di emergenza. Qui servono interventi strutturali ma tranne i garanti dei detenuti e pochi politici, dai radicali a Ilaria Cucchi e Ilaria Salis, toccate dalle vicende carcerarie in maniera drammatica, il carcere è uno dei grandi rimossi della società italiana. Ci si occupa del problema solo quando si accendono i riflettori sulle violenze in carcere a Messina e ovunque in Italia. Detenuti e agenti prigionieri di una politica cieca - Lo ribadiamo. Detenuti e agenti, nelle carceri italiane, sono “prigionieri” di una politica senza coraggio. Occorre una profonda riforma perché, al di là del caso del singolo Istituto, quasi sempre il carcere contraddice i principi della Costituzione, non puntando al recupero di chi è ristretto e non favorendo il renserimento del detenuto nella società. “Se tutti vedessero quello che vedo io ogni giorno, durante le ispezioni, avremmo un dibattito politico all’altezza” - Queste le parole della senatrice Ilaria Cucchi: “Di carcere si parla poco e se ne parla male. È un tema di cui sento parlare fin da bambina, eppure, da allora a oggi, quasi nulla è cambiato. Lo ripeto spesso: se le persone potessero vedere con i propri occhi quello che vedo io ogni giorno durante le visite e le ispezioni negli istituti, le cose cambierebbero. Se tutti sapessero cosa c’è dietro quelle sbarre, avremmo finalmente un dibattito politico all’altezza della complessità e dell’urgenza che questo tema richiede”. Martedì sarà la giornata della mobilitazione per l’articolo 27 della Costituzione - Ha scritto ieri sui social sempre Ilaria Cucchi: “La nostra Costituzione dice che tutti dobbiamo essere uguali di fronte alla legge. Riconosce e impone la presunzione di non colpevolezza a chi è detenuto sotto processo fino a sentenza definitiva. La nostra Costituzione esige che le pene non possono tradursi in trattamenti degradanti. Mai e poi mai possono legittimare la tortura. È l’articolo 27 della Costituzione a imporlo. Un numero vuoto e vacuo per qualcuno, ed invece non lo è. Il numero di un articolo che può delimitare la differenza tra la vita e la morte quando si consente allo Stato di violarlo in danno degli ultimi, la vita dei quali, evidentemente, non ha sufficiente valore per superare la pigrizia dello Stato nel volerli riconoscere e tutelare. Io so quel che vuol dire perché chi ha ignorato quell’articolo ha trasformato Stefano Cucchi in una foto su di una lapide. Martedì prossimo entrerò in un carcere per l’ennesima volta accompagnata da questa consapevolezza. Martedì sarà la giornata della mobilitazione per l’art. 27 della Costituzione”. E ancora: “Mio fratello era un detenuto in attesa di giudizio. Il giudizio gli è stato negato. Tecnicamente, se vogliamo, aveva il diritto alla presunzione di non colpevolezza. Quisquilie. Poi c’è chi, per il suo status, per il suo potere, riesce a non farsi processare mai, quali che siano le accuse che gli vengano rivolte e, così, rimane sempre innocente e, soprattutto, vivo. Purtroppo non siamo tutti uguali di fronte alla legge. No. Comunque sia non si può morire di carcere. Mai. Nelle mie visite ai detenuti io porto sempre con me la speranza che nessuno di loro diventi una foto su una lapide. Purtroppo non è sempre così. Non mi ci abituerò mai. Voglio un mondo migliore. Sì, un mondo migliore per tutti”. Sassari. Straordinari non pagati, si fermano gli infermieri: è emergenza sanitaria nel carcere di Enrico Fresu L’Unione Sarda, 13 luglio 2026 Organico al 50% con oltre 700 detenuti, il servizio era garantito dalle prestazioni aggiuntive ma i professionisti non le garantiscono più: lettera del direttore di presidio alla Asl. Sono pochi - metà del previsto - e finora hanno coperto i turni facendo una raffica di straordinari. Che, però, non vengono pagati da gennaio (quando va bene). Gli infermieri che prestano servizio all’interno del carcere di Uta hanno deciso di fermarsi per protesta: o entro domani si trova una soluzione alla vertenza legata alle loro prestazioni aggiuntive oppure si atterranno al loro orario di lavoro, lasciando - di fatto - centinaia di detenuti senza assistenza sanitaria. La grave situazione all’interno del penitenziario Ettore Scalas è rappresentata dal direttore sanitario della medicina penitenziaria, Gianfranco Carboni, in una lettera inviata ai vertici della Asl di Cagliari. Uno scenario destinato a peggiorare visto l’annuncio dell’imminente arrivo dei 92 boss al 41 Bis, che andrebbero ad aggiungersi ai 740 ristretti (ben oltre la capienza della casa circondariale). “È ormai nota la grave carenza di personale infermieristico, finora fronteggiata grazie al ricorso alle prestazioni aggiuntive, formalmente richieste all’azienda”, si legge nella nota. Ma “purtroppo, nonostante i ripetuti solleciti per il pagamento delle competenze maturate, si è verificato un blocco nelle procedure organizzative e amministrative aziendali”. Gli infermieri hanno comunicato di non essere più disponibili a effettuare prestazioni aggiuntive, che “risultano non retribuite dallo scorso mese di gennaio e, in alcuni casi, addirittura dagli ultimi mesi dell’anno precedente”. Questa situazione comporta “l’impossibilità di garantire la copertura di un numero significativo di sezioni detentive (circa 130 detenuti per ciascuna sezione), determinando un livello di assistenza infermieristica inferiore agli standard minimi di sicurezza. L’assistenza sanitaria H24 costituisce, infatti, un servizio essenziale e inderogabile, indispensabile per garantire il diritto alla tutela della salute della popolazione detenuta e la sicurezza complessiva dell’Istituto”. Le risorse infermieristiche disponibili risultano ridotte di circa il 50%, mentre la popolazione detenuta ha raggiunto le 740 presenze “con un possibile ulteriore incremento di 92 unità a seguito dell’arrivo dei detenuti sottoposti al regime di cui all’art. 41-bis dell’Ordinamento Penitenziario”. Il direttore avvisa che “qualora non venga garantita la continuità dell’assistenza sanitaria, con inevitabile compromissione del diritto alla tutela della salute delle persone detenute presso la Casa Circondariale di Uta, questa direzione sanitaria sarà costretta a darne formale comunicazione agli organi competenti, ivi compresi il provveditorato dell’amministrazione penitenziaria, la direzione dell’istituto e il Tribunale di Sorveglianza, affinché ciascuno possa adottare i provvedimenti di rispettiva competenza”. Varese. In prima linea per i diritti nelle carceri: riflettori sui Miogni di Barbara Zanetti La Prealpina, 13 luglio 2026 Delegazione in visita il 14 luglio alla casa circondariale: dati e testimonianze per denunciare il sovraffollamento. Torna sotto i riflettori della cronaca il carcere dei Miogni, dove nei giorni scorsi i detenuti si sono fatti sentire, con la cosiddetta “battitura” per denunciare le condizioni di vita all’interno della vecchia struttura e gridando “Abbiamo bisogno diaria”. Anche la città di Varese sarà in prima linea nella mobilitazione nazionale promossa dall’Alleanza per l’articolo 27 della Costituzione: appuntamento domani, 14 luglio. Una delegazione locale visiterà la casa circondariale, unendosi a un’iniziativa che vedrà contemporaneamente coinvolti 35 istituti penitenziari in 30 città italiane, con oltre 330 partecipanti in tutto il Paese. Colpi ritmati, persiane sbattute, fischi: frastuono per la seconda serata consecutiva. L’obiettivo è attirare l’attenzione sulle condizioni di vita in carcere a Varese, ancor più in questo periodo di gran caldo. L’obiettivo dell’azione è riportare al centro del dibattito pubblico le gravi condizioni delle carceri italiane e riaffermare i principi di umanità, dignità della persona e reinserimento sociale della pena sanciti dalla Costituzione. La visita all’istituto varesino si concluderà alle ore 13. La delegazione che entrerà all’interno del carcere per osservarne da vicino la realtà è composta da un’ampia rappresentanza delle istituzioni, dei sindacati e del mondo del volontariato e dell’attivismo locale: il sindaco Davide Galimberti; gli assessori Andrea Civati e Enzo Laforgia; la consigliera comunale Maria Grazia D’Amico; la consigliera e segretaria cittadina Pd Manuela Lozza, il consigliere provinciale Matteo Marchesi, il referente Coordinamento nazionale comunità accoglienti Manuele Battagi; il referente politiche sociali Cgil Varese Francesco Vazzana, l’esponente di Collettiva Varese Cecilia Santo; l’esponente FemVa collettivo transfemminista Varese Anna Calò, il presidente provinciale Acli Varese Filippo Cardaci; il coordinatore Happiness parrocchia San Vittore Filippo Maroni; il coordinatore della Casa della Carità-Associazione Pane di Sant’Antonio Claudio Lurati. Subito dopo l’uscita dalla casa circondariale, i membri della delegazione incontreranno i giornalisti per condividere pubblicamente quanto osservato all’interno della struttura penitenziaria, nella sala matrimoni del Comune in via Sacco. Il contesto della mobilitazione - L’iniziativa risponde a una situazione nazionale definita ormai insostenibile. Ad oggi, i numeri indicano un tasso medio di affollamento delle carceri italiane pari al 140%, con circa 18.000 persone detenute in più rispetto alla capienza regolamentare, a cui si aggiunge il costante dramma delle morti e dei suicidi in cella. L’Alleanza per l’articolo 27 della Costituzione - nata a Roma il 6 febbraio scorso dall’unione di numerose associazioni - si propone di contrastare l’aumento della detenzione e la progressiva chiusura del carcere verso la società, promuovendo invece politiche concrete di depenalizzazione, decarcerizzazione e umanizzazione della pena. Modena. In prima linea per il reinserimento: parte il Progetto Albe dietro le sbarre modenatoday.it, 13 luglio 2026 L’iniziativa di MondoDonna porterà sportelli antiviolenza, percorsi laboratoriali e opportunità di tirocinio all’interno di quattro istituti penitenziari della regione. MondoDonna si è aggiudicata la vittoria del bando per l’innovazione sociale Act (Aspirare, Coinvolgere, Trasformare) promosso da Fondazione Unipolis. L’associazione ha ottenuto un contributo di oltre 149.000 euro per sostenere il Progetto Albe, un’iniziativa che prevede la presa in carico e il supporto di donne con vissuti di violenza attualmente in stato di detenzione all’interno delle Case Circondariali femminili. Il progetto sarà realizzato in stretta collaborazione con il Provveditorato Regionale dell’Amministrazione Penitenziaria dell’Emilia-Romagna, coinvolgendo attivamente quattro strutture sul territorio. Sull’importanza di questa vittoria si è espressa Loretta Michelini, presidente di MondoDonna: “Il finanziamento di progetti che vanno nella direzione di sostenere il principio costituzionale della rieducazione della pena, vuole garantire il pieno diritto al reinserimento sociale delle donne detenute che, nel loro percorso di vita, oltre ai problemi di devianza per i quali stanno scontando la pena, hanno anche subito una violenza. Per questo l’impegno di Fondazione Unipolis è un segno di come si possa crescere assieme come società cambiando davvero relazioni, territori e comunità”. L’acronimo ALBE sta per Autoconsapevolezza, Libertà, Benessere ed Empowerment. Il progetto va a incidere in modo diretto sulla correlazione tra la violenza subita e i fenomeni di devianza, puntando tutto sulla riacquisizione delle competenze personali e sulla cura di sé per trasformare lo stigma in una reale opportunità di ripartenza. Il cuore dell’iniziativa sarà la creazione di uno sportello antiviolenza, inteso come spazio di ascolto protetto per facilitare l’emersione del trauma e l’elaborazione del vissuto. Questo avverrà tramite percorsi espressivi e di benessere psico-fisico che andranno dalla mindfulness allo shiatsu, passando per la teatroterapia e l’arteterapia, senza dimenticare l’attivazione di percorsi di tirocinio pensati per costruire nuove progettualità di vita in vista del fine pena. Il valore strategico della sinergia tra enti è stato sottolineato anche dal provveditore Silvio Di Gregorio: “Il Provveditorato Regionale dell’Amministrazione Penitenziaria Emilia-Romagna ha contribuito alla progettazione del Progetto ALBE, orientando l’intervento alla qualificazione del trattamento nelle sezioni femminili dell’intero distretto, verso un modello strutturato di presa in carico che integri autoconsapevolezza, responsabilizzazione e revisione critica delle scelte di vita, ricostruendo identità e capacità di rileggere la propria storia attraverso empowerment e cura di sé. Tale impianto richiede una collaborazione stabile con la comunità esterna, indispensabile per garantire continuità e reale reinserimento sociale oltre il fine pena”. Giunto alla sua terza edizione, il Bando ACT si conferma un mezzo essenziale per dare forza a idee e pratiche capaci di trasformare territori e comunità combattendo le disuguaglianze e sviluppando welfare. Tra gli oltre 1.000 candidati in tutta Italia, sono stati selezionati soltanto cinque progetti, di cui due destinatari di questa specifica fascia di finanziamento. A chiudere il cerchio sono le parole di Marisa Parmigiani, consigliera delegata di Unipolis: “Siamo molto soddisfatti della ricchezza e della varietà dei progetti che abbiamo ricevuto, che ben rappresentano le difficoltà che la nostra società sta attraversando. Abbiamo privilegiato le iniziative di orientamento intersezionale, andando ad affrontare situazioni complesse con fragilità multiple”. Dire grazie davvero a Lea Melandri di Elvira Serra Corriere della Sera, 13 luglio 2026 Oltre diecimila persone hanno aderito spontaneamente alla raccolta di firme per assegnarle il vitalizio previsto dalla “Legge Bacchelli”. Ma gira voce che la commissione potrebbe non concederglielo. Sono 10.647 le persone che hanno aderito finora alla raccolta firme per assegnare il vitalizio Bacchelli a Lea Melandri. L’iniziativa spontanea per candidare la storica femminista tra i beneficiari della legge che nel 1985 ha istituito “un fondo per gli interventi a favore di cittadini illustri in stato di particolare necessità” era partita poco più di un mese fa. I requisiti previsti sono tre: lo stato di particolare necessità, appunto; l’assenza di condanne penali irrevocabili; il riconoscimento della chiara fama nel campo delle scienze, delle lettere, delle arti, dell’economia, del lavoro, dello sport. Melandri li ha tutti. E lo spiega il comitato promotore che ha lanciato la raccolta di firme online “Dire grazie a Lea”. La lettera che accompagna la richiesta racconta di come abbia dedicato la vita al movimento femminista, alla giustizia sociale, alla liberazione di donne e di uomini. Cita i suoi libri, le riviste che ha fondato e l’”incensibile quantità di collaborazioni, seminari, conferenze alle quali ha preso parte nel corso di un’attività pluridecennale”. Lo sappiamo bene anche noi del Corriere della Sera e della 27esima Ora, sulla quale Lea ha scritto tante volte. Ed è stato un segno della sua generosità anche la ricchezza di ricordi privati che ha condiviso nel podcast “Fortissime” di Barbara Stefanelli e di Greta Privitera, realizzato a margine del “Tempo delle Donne” nel 2020: vale la pena ascoltarlo soprattutto quando ammette come l’ambiguità del rapporto dei genitori l’abbia sempre tenuta nella posizione di chi si interroga senza mai semplificare. Lea Melandri oggi ha 85 anni, vive di una pensione di mille euro al mese che non tiene minimamente conto dei suoi 50 anni di volontariato nel femminismo, un impegno politico e civile che nessuno le ha mai pagato. Abita a Milano in una casa che le costa 650 euro di affitto ogni mese. Se riesce a cavarsela, gestendo problemi di salute e imprevisti, è grazie alla sua tenacia e all’impegno instancabile con cui continua a viaggiare da Nord a Sud per partecipare ad attività e laboratori che coinvolgono donne di ogni età. Gira voce che la commissione Bacchelli in carica, formata da Marino Sinibaldi, Cristiana Collu e Valeria Della Valle, potrebbe non concederle il vitalizio. Speriamo che non sia vero. Nessuno più di lei merita che le venga restituito almeno un poco di quello che ha donato all’Italia. Migranti. “Supereremo i ghetti”. Chiude la tendopoli simbolo dei fallimenti di Luciano Siviglia Il Domani, 13 luglio 2026 Le centinaia di braccianti saranno trasferite in alcune palazzine, ma l’obiettivo è la creazione di una “Fattoria solidale” dove le persone oltre ad abitare potranno anche lavorare. La tendopoli di San Ferdinando chiuderà entro la fine dell’estate. Dopo sedici anni. Non si tratta di un’evacuazione, ma di una chiusura programmata, finanziata, con un progetto a valle. Ad annunciarne lo smantellamento è il sindaco del comune che la ospita, Gianluca Gaetano. Il campo, nato nel 2010 sull’onda delle rivolte di Rosarno, è diventato nel tempo una delle immagini simbolo del fallimento delle politiche migratorie italiane: un insediamento temporaneo che non è mai diventato altro. Abitato ogni inverno da cinquecento lavoratori agricoli impegnati nella raccolta delle arance, che scendono a meno di duecento nei mesi estivi. Nessuna donna, nessun bambino. Solo uomini, quasi tutti con permesso di soggiorno regolare, contratto di lavoro e carta d’identità. Sentirsi persone e non solo braccia: a Rosarno la casa che restituisce dignità Fondi senza produrre nulla “Le risorse che abbiamo ricevuto in questi anni”, dice il sindaco, “sono state usate per mantenere in vita il campo, non per superarlo”. È una critica al sistema che viene dall’interno del sistema stesso. I fondi - erogati continuamente da ministero, regione e Unione europea - hanno finanziato per tre lustri uno stato emergenziale cronico, senza produrre nulla. Quante risorse pubbliche siano confluite complessivamente nella gestione ordinaria della tendopoli dalla sua creazione a oggi non è dato saperlo: il sindaco stesso ammette di non avere un quadro chiaro. Quello che è certo è che il modello non ha funzionato. Il primo cittadino tiene in mano un foglio. “È il decreto della presidenza del Consiglio dei ministri che mi assegna 750.000 euro per arredare le palazzine di Contrada Serricella”, chiarisce, “lì saranno trasferiti entro la fine dell’estate circa 200 migranti”. I cinque fabbricati, per un totale di trentasei appartamenti, furono costruiti dalla regione Calabria nel 2012 e poi mai utilizzati. Tra un paio di mesi ospiteranno gli uomini che attualmente vivono in tendopoli, insieme a un ambulatorio medico e a un polo sociale integrato. Dal cassetto della scrivania viene fuori un altro documento. “Sono i 300.000 euro ottenuti dal Fondo Asilo Migrazione e Integrazione che copriranno le spese di trasferimento e di transizione”. Per la prima volta dopo sedici anni, i soldi stanziati non sono destinati a tenere in piedi le tende, ma a smontarle. La destinazione finale, però, non sono le palazzine, ma un progetto più ambizioso che richiede una tempistica di 12-18 mesi: la “Fattoria Solidale”. “Qui i migranti potranno abitare e lavorare”, spiega il sindaco indicando la planimetria. Il comune ha già acquistato una proprietà di tre ettari, di cui un ettaro coltivabile e seimila metri quadrati di capannoni, a cui si aggiungeranno terreni confiscati alla mafia. Vite a perdere: la salute dei braccianti è sempre in pericolo Un possibile modello L’obiettivo è una fattoria sociale che punti alla produzione biologica e a canali di vendita alternativi alla grande distribuzione. Che non faccia solo da ostello: “Le condizioni abitative dignitose sono il prerequisito”, afferma il sindaco, “ma senza tutela dei diritti e accesso alle risorse pubbliche - trasporto, formazione, sanità - anche dare un appartamento arredato è totalmente inutile”. È un modello che prova a trasformare lavoratori invisibili in soggetti economici con diritti. “Lo scopo è superare il ghetto”, precisa il sindaco. “Non sarà l’ennesimo recinto, ma un nuovo quartiere della città, che produrrà valore invece che consumarlo”. Nella piana di Gioia Tauro, dove operano seimila aziende agricole, i migranti rappresentano la colonna portante dell’economia locale. Eppure, l’integrazione con la popolazione non è mai avvenuta. Secondo l’Istat, circa il 40 per cento delle abitazioni del comune è vuoto, e le case date in affitto ai braccianti restano pochissime. La chiusura della tendopoli lascia aperte molte questioni sul futuro del lavoro agricolo nella Piana e sul destino dei lavoratori stagionali che non rientreranno nel trasferimento. Ma qualcosa rende questo annuncio diverso dai tanti che lo hanno preceduto: i soldi ci sono, sono stati assegnati da un decreto della presidenza del Consiglio dei ministri; le palazzine esistono fisicamente e sono pronte ad essere arredate e abitate; il terreno della “Fattoria Solidale” è già di proprietà comunale. Non è ancora una promessa mantenuta, ma è sicuramente un cantiere aperto. Se il modello funzionerà e se diventerà replicabile altrove, lo si vedrà nei prossimi anni. Per ora, entro questa estate, le tende verranno smontate. Droghe. Vincenzo Bove: “La coca, nemico di massa subdolo e trasversale” di Francesco Palmieri Il Foglio, 13 luglio 2026 “Oggi la normalizzazione della cocaina è il pericolo più grande”, dice lo psicopedagogista. È un consumo “che non fa rumore e si mimetizza nella socialità”, con esiti talvolta tragici ma che il più delle volte non finiscono sui giornali né sono rilevati dalle statistiche. “Oggi la normalizzazione della cocaina è il pericolo più grande”, dice lo psicopedagogista Vincenzo Bove, classe 1956, gran parte della vita dedicata al lavoro sulle dipendenze in una periferia meridionale - Cava dei Tirreni, provincia di Salerno - da dove l’osservazione spazia su un problema nazionale. Bove ha appena raccolto in un sottile volume che s’intitola “Restare” (Il quaderno edizioni), trasposto anche in un recital teatrale, nove storie esemplari tratte da una vasta esperienza avviata sin dagli anni Novanta al Sert di Eboli e poi travasata nell’attività privata. Conversando, ripensi a certe morti improvvise di conoscenti ancora giovani in qualche weekend a Ibiza o su una spiaggia greca, e riconnetti fatalità assegnate alla cattiva sorte a una causa che non avevi calcolato, camuffata nell’ordinarietà di vite da professionisti, da commercianti e padri di famiglia. Il consumo di cocaina è superiore a quanto i numeri lascino immaginare? Che sia massificato non è un mistero, a meno di non essere ipocriti. Chi ne fa uso se ne accorge persino dall’odore entrando nei bagni dei locali o delle discoteche. Il problema è che avviene sotto una superficie silenziosa, perché se a una festa per i cinquant’anni porti in regalo un po’ di coca o di ecstasy spesso viene vissuto come normalità. Il giorno dopo andranno tutti a lavorare. È un cambiamento radicale rispetto agli anni della mia giovinezza, quando l’eroina mieteva morti che non si potevano equivocare. La percentuale di eroinomani a quanto è calata? Per esperienza diretta stimo una proporzione di due ogni dieci tossicodipendenti. L’eroina è utilizzata anche nelle poliassunzioni per attenuare gli effetti stimolanti dell’ecstasy o della coca e risultare presentabili in ufficio. Sbaglia chi pensa che le dipendenze siano un problema soprattutto giovanile: si rivolgono al mio centro, arrivando anche da altre città, persone dall’età media attorno ai quarant’anni e di ogni ceto sociale. Quanto costa una dipendenza? È un dato molto soggettivo. Un grammo di coca va dai 50 agli 80 euro ma c’è chi ne assume anche tre, quattro o cinque. C’è chi ne fa uso quotidiano e chi no, magari con un consumo collaterale di alcol e la propensione a un certo stile di vita che può indurre a spese ulteriori per l’alterazione prodotta dalla coca: per esempio, la ludopatia. Fa riflettere che, malgrado il prezzo della coca sia calato, la purezza delle dosi sia aumentata: vuol dire che davvero ce n’è tanta. E l’ecstasy, che costa ancora meno, è il secondo stimolante illecito più consumato in Europa. Qual è il suo approccio? Quali i risultati? È sempre stato alternativo a quello delle comunità di recupero, perché chi è vittima di una dipendenza deve spesso continuare a lavorare, ha figli, non può sottrarsi agli obblighi sociali. Il percorso che propongo è pedagogico educativo, integrato se occorre dall’intervento di specialisti del Servizio sanitario nazionale. Opero sull’ascolto e l’accompagnamento che coinvolge la famiglia intera, perché una dipendenza non riguarda solo un figlio, il marito o la moglie, ma si riversa sull’intero ambiente domestico. Il percorso è lungo ma l’importante, come spiego nel libro, è “restare”: in una società liquida diventa un atto controcorrente sia per chi lotta contro la propria fragilità sia per chi gli è accanto senza mandare tutto all’aria. Quanto influiscono su una dipendenza le condizioni sociali? Fra le storie che racconto c’è quella di Luca, un ragazzo che mi disse: “Non ho mai avuto fame”. In famiglia non ricordava un desiderio rimandato, una frustrazione sostenuta fino in fondo, un limite che avesse fatto attrito. Tutto arrivava prima di essere chiesto, ma il benessere aveva sostituito la presenza e la libertà senza argini si trasformava in smarrimento. La coca non è stata una fuga, ma un’anestesia. Un modo per non sentire la mancanza di una direzione. Il recupero è lento, specialmente se la sensazione è che la dipendenza sia un collante sociale. Perciò, per certi versi, l’alcol è persino più subdolo della droga: costa poco e cementa la movida del fine settimana. Intervenire con le chiusure non basta. I programmi scolastici dovrebbero incrementare l’educazione delle emozioni, ma è necessaria la presenza attiva delle famiglie. Se un ragazzo rimane chiuso in camera o è sempre distratto in classe, se è aggressivo o svogliato deve scattare un allarme. Magari sta abusando di cannabinoidi e magari alcuni genitori sottovalutano i danni dello spinello perché si facevano le canne da ragazzi e chiudono un occhio con i figli. Questo è un guaio: i danni sono accertati. C’è un caso cui è particolarmente legato? Quello di Gaetano, che adesso è detenuto a Bali dove andava a praticare il kitesurfing ed è stato arrestato per possesso di hashish. È l’unico recluso straniero e cristiano della prigione. Gli ho spedito il pdf del libro, lo ha tradotto in indonesiano e fatto leggere al direttore del carcere, che mi ha mandato un videomessaggio in cui dice che ho ampliato le sue prospettive di comprensione della tossicodipendenza. Gaetano sarà scarcerato a ottobre. E tornerà per proseguire il cammino. Stati Uniti. La Florida non ha mai eseguito così tante condanne a morte ilpost.it, 13 luglio 2026 Nove quest’anno, 19 nel 2025, in controtendenza rispetto al resto degli Stati Uniti: c’entra il governatore Ron DeSantis. Negli Stati Uniti sempre meno stati eseguono condanne a morte: 23 su 50 hanno abolito la pena di morte, 4 l’hanno sospesa con moratorie decise con un atto governativo, e la maggior parte di quelli che ancora la prevedono ne esegue sempre meno. Poi c’è la Florida. In Florida le esecuzioni sono state 9 solo quest’anno, e 19 nel 2025: allora si superò ampiamente il record storico di 11 risalente al 1936, e la Florida fu responsabile del 40 per cento di tutte le esecuzioni di condanne a morte negli Stati Uniti. Quest’anno ha ucciso più detenuti che tutti gli altri stati messi insieme. È una scelta politica in totale controtendenza rispetto al resto degli Stati Uniti, portata avanti negli ultimi due anni dal governatore Repubblicano della Florida, Ron DeSantis. La Florida è uno dei due stati che lasciano al governatore il potere di definire in autonomia i mandati di esecuzione (execution warrant): decide insomma se eseguire la condanna a morte e quando eseguirla. L’altro stato è la Pennsylvania, dove però c’è una moratoria formale dal 2015 e non vengono eseguite condanne dal 1999. Negli altri 48 stati tribunali e giudici sono perlomeno coinvolti nella decisione, ma più spesso detengono il vero potere di decisione. DeSantis è quindi un’eccezione e sta usando questa libertà per attuare un’accelerazione senza precedenti nelle esecuzioni. L’ultimo detenuto ucciso in Florida è stato Dusty Ray Spencer, un uomo di 74 anni condannato nel 1996 per l’omicidio della moglie: è il più vecchio di sempre a essere stato ucciso in Florida (non a livello nazionale, Walter Leroy Moody Jr. ne aveva 83 quando fu ucciso in Alabama nel 2018). Erano passati 30 anni dalla fine del suo processo, ma non è un lasso di tempo così insolito. Funziona così: dopo una condanna definitiva alla pena di morte i detenuti vengono rinchiusi in isolamento quasi totale in aree specifiche delle carceri, definiti “bracci della morte”. Restano lì abitualmente anni, o decenni, ma una volta esauriti tutti i possibili appelli contro la sentenza ogni giorno potenzialmente possono ricevere il mandato di esecuzione. In Florida quando lo ricevono vengono trasferiti al carcere statale della Florida, in una di tre celle chiamate “death watch”, le celle di attesa, a pochi metri dalla sala dove avviene l’esecuzione, attraverso iniezione letale. Ci sono quasi 2.000 detenuti condannati a morte negli Stati Uniti, e 242 in Florida, di cui circa la metà ha esaurito gli appelli. Il mandato di esecuzione viene deciso dal governatore DeSantis secondo criteri ignoti e non prevedibili: come i suoi predecessori, prende queste decisioni a porte chiuse. Il tempo passato nel braccio della morte non è un criterio dirimente. In questi anni DeSantis ha firmato mandati di esecuzione per crimini recenti, “saltandone” altri risalenti agli anni Settanta. In alcuni casi ha scelto condannati rispondendo a pressioni delle famiglie delle vittime, in un’occasione ha firmato un mandato di esecuzione per un condannato i cui avvocati avevano appena presentato un’interrogazione sui metodi usati dallo stato per eseguire le condanne, con una scelta che i legali definirono punitiva. DeSantis non aveva usato molto questo potere durante il suo primo mandato, iniziato nel 2019: due esecuzioni nel primo anno, nessuna nei seguenti tre. Poi, iniziato il secondo mandato, ce ne sono state sei nel 2023 e una nel 2024, prima dell’attuale accelerazione. Alle domande che gli sono state poste su questa recente tendenza ha detto di voler “rendere giustizia alle famiglie delle vittime senza intoppi e con la massima tempestività”, sostenendo che alcuni dei crimini sono vecchi di decenni e che “una giustizia ritardata è una giustizia negata”. Gli effetti di questi grandi numeri di mandati esecutivi sono sensibili, su vari livelli. Un tempo era occupata al massimo una delle tre celle “death watch”: l’attesa era descritta come un’esperienza solitaria. Ora capita che siano tutte occupate, e che quando una sentenza viene eseguita i detenuti scalino verso quella più vicina alla camera di esecuzione. Oltre a questo ulteriore stress psicologico, sono stati ridotti anche i tempi che passano dal mandato esecutivo all’iniezione letale, che in media negli Stati Uniti sono di tre mesi, mentre in Florida di uno. La cosa implica meno tempo per la preparazione degli ultimi atti, ma anche per possibili nuove testimonianze, che in alcuni casi arrivano proprio quando si diffonde la notizia della prossima esecuzione. La Florida ha peraltro il primato di persone condannate a morte poi completamente scagionate dopo appelli o revisioni dei processi. Sono state 30 dal 1976, a conferma del fatto che la possibilità di uccidere una persona condannata per errore è concreta. Secondo gli esperti la cosa è favorita anche dal fatto che in Florida non è necessario un verdetto unanime della giuria per decidere la condanna a morte, come succede quasi ovunque, ma bastano 8 giurati su 12. Queste considerazioni non hanno però condizionato la recente linea di DeSantis, che quest’anno potrebbe superare il numero di esecuzioni decise nel 2025. Il governatore è all’ultimo mandato in Florida, che scadrà nel 2027. Nel 2023 si era candidato alla presidenza nelle primarie del Partito Repubblicano contro Donald Trump. Si era ritirato già a gennaio 2024, dopo il voto in Iowa e una campagna mai decollata. I media statunitensi dicono che ultimamente stia tentando un riavvicinamento a Trump, anche aspirando a un ruolo nella sua amministrazione. In particolare sarebbe interessato all’incarico di Procuratore generale, che corrisponde a quello di ministro della Giustizia, ma ha più potere che in Italia perché può avviare indagini e azioni giudiziarie. Altri sostengono che non abbia rinunciato a una candidatura alla presidenza, terminato il secondo mandato di Trump. In entrambi i casi vorrebbe presentarsi come l’uomo della “linea dura”, che fa eseguire le condanne.