Carceri lasciate nel degrado. Tutte le Sollicciano d’Italia di Eleonora Martini Il Manifesto, 12 luglio 2026 La Casa circondariale fiorentina non è che la punta dell’iceberg di un’emergenza strutturale. Sovraffollamento oltre il 200%, infiltrazioni, muffe, buio, vetri rotti e tante altre criticità. Cimici, zecche, casi di scabbia, fili elettrici scoperti: è il caso ormai noto del carcere di Sollicciano, il cui sequestro preventivo disposto a metà giugno dal Gip di Firenze per violazione delle norme del lavoro (non potendo appellarsi ad altre leggi che tutelino direttamente la salute dei detenuti) è stato confermato anche dal Tribunale del Riesame che venerdì ha respinto il ricorso presentato dal ministero della Giustizia e dal Dap. Ma quante Sollicciano ci sono in Italia? La casa circondariale fiorentina è sicuramente la punta dell’iceberg di un sistema penitenziario il cui collasso si rende maggiormente evidente nei mesi più torridi dell’anno, e in piena crisi climatica, come evidenziato dal Consiglio d’Europa. Ci sono istituti che hanno raggiunto livelli di sovraffollamento disumani, altri nei quali scarseggia tutto, perfino l’acqua. Analizzando le strutture, si registrano celle di pernottamento e spazi comuni che presentano infiltrazioni, muffe e muri scrostati, soffitti troppo bassi, mancanza di luce, finestre rotte e schermate, mobilio scarso e rovinato, bagni a vista e adiacenti alla zona “cucina”, docce comuni e numericamente non adeguate. Spesso, ancora più deteriorate sono le sezioni di transito o quelle dedicate all’isolamento disciplinare, come riportano l’associazione Antigone, i Radicali italiani, i Garanti territoriali e decine di associazioni che in questi giorni hanno intensificato le visite negli istituti. In alcuni casi perfino i reparti di infermeria appaiono particolarmente degradati, ma d’altronde più volte il Consiglio d’Europa e la Cedu hanno richiamato l’Italia per la mancanza di attenzioni alla salute, specialmente quella mentale, dei reclusi. Prendiamo Lucca, per esempio: capienza regolamentare 59 posti; 22 indisponibili; presenti 95 persone. Affollamento: 256,8%. È il carcere più sovraffollato d’Italia, oltre che uno dei più antichi. Ma anche nel resto della Toscana scarseggiano i posti disponibili per riallocare i detenuti che dovranno essere spostati ancora da Sollicciano (il tribunale del Riesame, nel respingere il ricorso governativo, ha comunque lasciato al Dap la decisione su modalità e cronoprogramma dei trasferimenti). Tanto che il provveditorato regionale del Dap, dopo le polemiche e le interrogazioni parlamentari, è stato costretto a smentire se stesso revocando l’ordine impartito nei giorni scorsi ai direttori delle carceri toscane con una nuova circolare nella quale si parla di “equivoca interpretazione” e si esclude categoricamente la sistemazione dei nuovi giunti “in brandine o materassi a terra”. In ogni caso, il 22 settembre la Corte costituzionale si pronuncerà su un recluso di Sollicciano e sulla questione sollevata dal Tribunale di sorveglianza di Firenze riguardo l’illegalità della detenzione in condizioni strutturali contrarie al senso di umanità, decisione che potrebbe aprire le porte al “numero chiuso” nelle carceri. Poco meno affollati sono gli istituti di Foggia (225%), Grosseto (213%), Lodi (212%), Milano San Vittore (210%), Brescia Canton Mombello (210%), Udine (210%) e Latina (204%). Sono gli otto penitenziari che superano la soglia del 200% di sovrappopolazione. Antigone, che ha recentemente visitato di nuovo San Vittore, riferisce un “degrado piuttosto generalizzato, con muri scrostati, finestre rotte e schermate, mobilio scarso e rovinato, e infiltrazioni d’acqua anche negli spazi comuni”. Alcune celle “sono particolarmente anguste: molto piccole, soffitti bassi, nessun arredo a parte il letto”; niente doccia in stanza in varie sezioni e nel braccio femminile mancano perfino i bidet. “Pessime condizioni igieniche in alcune celle di degenza del reparto infermeria”. Senza alcuna di pretesa di esaustività, e procedendo un po’ random, ci spostiamo a Frosinone dove l’acqua corrente viene erogata a singhiozzo, con gravi problematiche conseguenti. Mentre nell’antica struttura carceraria romana di Regina Coeli (affollamento al 193,3%) manca l’acqua calda nella maggior parte delle celle e spesso i detenuti sono privi di “un tavolino per mangiare oppure coperte, posate o altri beni di prima necessità”. Sono, ovviamente, solo alcune delle criticità rilevate. A Bologna (177,7%) “in tutte le sezioni, i pavimenti sono del tutto scrostati, con muffe e infiltrazioni”, e in particolare i locali doccia del reparto maschile sono “ricoperti da muffa e con le canaline di scolo guaste”. Qui e là “si notano le tracce di eventi critici (es. celle bruciate, mobilio rotto)”. Mentre il reparto infermeria appare “molto degradato”. Nella casa di reclusione di Augusta (175%) le celle sono generalmente di “piccole dimensioni, il riscaldamento non è funzionante” e l’acqua calda è un lusso per pochi. Anche qui sono presenti “muffe e infiltrazioni” e “spesso manca la corrente elettrica”. “I luoghi più critici sono l’accettazione, le sezioni dedicate ai detenuti a rischio, sorvegliati a vista, o in isolamento disciplinare”, dove i reclusi trascorrono praticamente la totalità del tempo chiusi in cella. Dopo una recente visita a Rebibbia, i Radicali italiani riferivano di “docce con cavi elettrici scoperti, muffa ovunque, detenuti anziani e disabili abbandonati, un’emergenza psichiatrica fuori controllo che travolge anche gli agenti penitenziari”. E poi ci sarebbe il Mammagialla di Viterbo, tristemente segnato da inchieste giudiziarie, dove in una sezione perfino i cubicoli per l’ora d’aria sono talmente piccoli e malmessi che “nessuno li utilizza e quindi, di fatto, nessuno accede all’aria”. Una emergenza strutturale, quella in cui versano le carceri italiane, che il governo ha sempre pensato di affrontare solo costruendo nuovi istituti o con blocchi prefabbricati all’interno delle cinta murarie, rubando spazi alle attività sociali e di reinserimento. Ma come a Firenze, anche in tutte le altre Sollicciano d’Italia probabilmente bisognerà aspettare la parola di un giudice. Il femminicidio alla prova dei tribunali di Fabrizia Giuliani* La Stampa, 12 luglio 2026 I fatti, scriveva Bulgakov, sono la cosa più ostinata del mondo. La politica, la storia, la filosofia lo ripetono da sempre, soprattutto nei momenti di crisi, quando le parole si separano dalle cose e occorre ricordarsi che con le prime, intorno alle prime, si può litigare; con le seconde no. La lunga contesa intorno alla parola femminicidio va letta dentro questa cornice. Pochi vocaboli hanno avuto una vita tanto difficile, eppure, mentre il dibattito continuava, la parola si è diffusa. La lingua funziona così: è l’uso a decidere. E quando una parola riesce a dare un nome a un’esperienza condivisa, finisce per imporsi sulle resistenze, sulle polemiche, perfino sui tentativi di cancellarla. Così è accaduto anche per femminicidio: hanno vinto i fatti. Le parole servono a dare forma all’esperienza. E quella che oggi chiamiamo femminicidio, nonostante la tenacia di chi continua a negarlo - da ultimo Roberto Vannacci - è un’esperienza diffusa. Non passa giorno senza un caso di cronaca. Il copione si ripete con impressionante regolarità, accomuna italiani di prima e seconda generazione, giovanissimi e anziani, istruiti e incolti, ricchi e nullatenenti. Da nord a sud, gli uomini che uccidono perché incapaci di accettare la libertà di una donna, la fine di una relazione, un rifiuto, compiono lo stesso gesto. Fin qui la lingua. Il diritto è un’altra cosa. Quando una parola entra nel codice penale non basta più riconoscere un’esperienza: occorre stabilire quali fatti ricadano dentro quella categoria giuridica. È questo il passaggio che la nuova fattispecie di femminicidio ci obbliga ad affrontare. L’ultimo caso è quello di Luigia Fortunato, trentatré anni, pugliese residente a Loreto, uccisa con oltre venti coltellate da Sami Khamaies, padre del figlio di otto anni. Sono quasi sempre decine i colpi che uccidono le donne; a volte le sentenze parlano di imperizia. Restano, comunque, l’accanimento, lo scempio, la crudeltà. Da quanto si legge, la Procura ritiene che non si tratti di femminicidio ma di omicidio aggravato, perché mancherebbero gli elementi discriminatori e prevaricatori richiesti dalla nuova fattispecie introdotta nel novembre scorso. Non è la prima volta che accade. Secondo i dati del Viminale, nel primo trimestre del 2026 sono appena tre i procedimenti qualificati ai sensi del nuovo articolo 577-bis, un numero decisamente inferiore alle donne uccise da uomini con i quali avevano una relazione. La questione, però, non è quantitativa, ma interpretativa. La nuova norma non chiede semplicemente di accertare che una donna sia stata uccisa, ma di verificare se quell’uccisione sia maturata dentro una relazione di dominio, controllo, possesso o nella volontà di reprimerne la libertà e l’autodeterminazione. Non si tratta di punire di più - l’omicidio era già punito con la massima severità - ma di riconoscere che esistono uccisioni nelle quali la violenza non nasce da un conflitto qualsiasi, bensì dal rifiuto dell’autonomia femminile. Se la ricostruzione finora emersa sarà confermata, il caso di Luigia Fortunato, come altri prima di lei, sembra interrogare proprio questi elementi. È una domanda che riguarda il futuro della nuova fattispecie. La lingua aveva già riconosciuto quella realtà. Ora tocca al diritto darle vita, attraverso le interpretazioni e le decisioni che, giorno dopo giorno, trasformano una legge in diritto vivente. *Docente filosofia del linguaggio Università La Sapienza Bologna. L’emergenza perenne alla Dozza “Altro che rieducazione del reo, siamo alla neutralizzazione” di Federica Nannetti Corriere di Bologna, 12 luglio 2026 L’analisi del Garante non fa sconti. Martedì le carceri si aprono alla società civile. “Siamo in una situazione nella quale, purtroppo, non c’è corrispondenza, e ce n’è sempre meno, tra quanto succede all’interno del carcere e quanto scritto al comma tre dell’articolo 27 della Costituzione: trattamenti prossimi a essere definiti contrari al senso di umanità e percorsi di rieducazione per pochissime persone”. E numeri “non sostenibili”, a Bologna come nel resto del Paese, quasi gli stessi che nel 2013 portarono la Corte europea dei diritti dell’uomo a condannare l’Italia per lo stato delle sue carceri e di chi vi era recluso. Sono parole amare quelle del Garante per i diritti delle persone private della libertà personale di Bologna, Antonio Ianniello, parole che raccontano ciò che quotidianamente si vive alla Dozza (e non solo) e che anticipano in parte la sua relazione in discussione a fine mese. Alla sua ultima visita, venerdì, ha contato 840 detenuti, a fronte di una capienza di 457: “Una situazione ai minimi termini, con pochissimi posti a disposizione per nuovi arrivi ed eventuali spostamenti. La priorità del Legislatore deve essere quella di intervenire con azioni deflattive - aggiunge, perché in queste condizioni, e con il trend in crescita da anni, la situazione mondo- fatto di detenuti non potrà che peggiorare inesorabilmente”. ma anche di tutte le persone La stagione che all’interno del carcere lavorano estiva, con il suo portato di o prestano volontariato- caldo torrido, riduzione della società civile che martedì personale e delle attività, problemi varcherà le soglie dei 34 di fornitura d’acqua, intanto, istituti penitenziari “aperti” fa il suo corso. Con questo dalle realtà aderenti alla rete. “Alleanza per l’articolo 27” si dovrà confrontare: alla Dozza ci sarà lo stesso Garante (al Pratello la situazione è un po’ più sotto controllo anche in virtù del minor numero di minori presenti per via dei lavori di ristrutturazione), accompagnato da istituzioni locali, culturali, universitarie e, tra gli altri, anche dall’attore Alessandro Bergonzoni. “Sarà un momento importante per rilanciare quello che dovrebbe essere il volto costituzionale della pena - prosegue Ianniello -; ora si può davvero parlare, più che di rieducazione, di neutralizzazione delle persone. Manca tempo di qualità, sostituito da un tempo sciatto vissuto dai detenuti”. Sarà anche un momento, quello di martedì, per far incontrare chi è sensibile al mondo del carcere e per rinvigorire il dialogo con associazioni, cittadini, enti del terzo settore, che specie in certi periodi dell’anno, come quello attuale, sono un “ammortizzatore sociale, con risposte che l’amministrazione penitenziaria non riesce a dare - aggiunge Gabriella, volontaria dell’associazione Avoc -. Giornate di apertura dovrebbero moltiplicarsi, per far capire cosa succede nelle carceri, che non possono essere discariche e luoghi di negazione dei diritti”. Lei per prima ha raccolto le testimonianze di chi è rimasto senz’acqua per giorni o, a tratti, solo con acqua bollente. “Oltre alle denunce ci vogliono proposte- conclude -: per esempio, il tema dei guasti e dell’acqua è cronico, perché? Perché non ci sono interventi tempestivi?. Il cuore del problema è pensare a dopo il carcere”. Biella. Nel carcere affollato al limite del collasso i detenuti rifiutano di rientrare nelle celle di Mauro Zola La Stampa, 12 luglio 2026 L’ennesima crisi poco dopo la visita del parlamentare Fornaro e di una delegazione Pd. Problema risolto solo in serata. La visita del deputato piemontese Federico Fornaro nel carcere a Biella era finita da nemmeno un’ora quando, venerdì pomeriggio, si è verificata l’ennesima emergenza di questi giorni segnati dalle trasgressioni dei detenuti. In questo caso, quelli che occupano un piano del vecchio padiglione si sarebbero rifiutati di rientrare in cella. In molti avrebbero esagerato con il “gin del carcerato”, il liquore autoprodotto in gran quantità all’interno delle celle, macerando frutta e chissà che altro. È iniziata a quel punto una serrata trattativa con la direzione e soltanto alle 19 i detenuti hanno accettato di rientrare nelle proprie celle. Immediata la reazione dei sindacati della polizia penitenziaria di fronte all’ennesima emergenza. “Le carceri del distretto sono ormai allo sbando - attacca Leo Beneduci del sindacato Osapp. A fronte di una situazione che peggiora di giorno in giorno, il silenzio del capo del Dap, del vice capo del Dap e del provveditore regionale è assordante. Le donne e gli uomini della polizia penitenziaria sono stati lasciati completamente soli. Mentre negli uffici si lavora con l’aria condizionata, il personale continua a garantire il servizio in reparti che, con il caldo di questi giorni, sono diventati vere e proprie fornaci. È una situazione indegna e intollerabile”. Dal canto suo Fornaro ha rilevato come “Quello di Biella è diventato il secondo carcere del Piemonte e non è più una casa circondariale dove ci sono detenuti con pene fino a 5 anni, se ne sono aggiunti altri con pene da scontare di venti o trent’anni”. Dal punto di vista dei numeri “in questo momento ci sono 586 detenuti, una sessantina dei quali arrivati da Alessandria, di cui quasi la metà stranieri e 535 condannati a titolo definitivo: il che conferma il cambiamento in atto della natura del carcere. Per la Penitenziaria la carenza è del 7 per cento, ma bisogna essere realistici, si parla di una dimensione di pianta organica, quelli realmente in grado di coprire i turni sono molti meno. Lo denunciano anche i sindacati. Ci sono situazioni anche peggiori, ma questa era una struttura pensata per 350, in neanche due anni si è sfiorato il limite teorico dei 630, a cui ci stiamo avvicinando”. Fornaro era accompagnato dalla consigliera regionale Emanuela Verzella e da Rita De Lima e Greta Cogotti del Tavolo Welfare del Pd. “Sul carcere - spiegano - manca la collaborazione con il Comune. Alcuni progetti sono fermi per mancanza di risorse. La presenza di ristretti con lunghe condanne rende difficile coinvolgerli. Si potrebbe farlo per le piccole e grandi manutenzioni, con il lavoro al vicino cimitero, a Chiavazza o Pavignano. O, ancora, per la manutenzione del verde. Certo per avviarli ci vogliono volontà politica e una progettualità che l’amministrazione non sembra in grado di esprimere”. Massa Carrara. Mozione in Provincia di Avs per il ritorno del Garante dei detenuti La Nazione, 12 luglio 2026 Matteo Bartolini: “Siamo tra i pochi in Toscana a non avere questa figura”. La stessa richiesta, al Comune, era arrivata dal deputato Benzoni (Azione). La nostra provincia non ha il Garante dei detenuti. Matteo Bartolini di Avs presenta una mozione in consiglio provinciale affinchè venga colmata questa lacuna. Una richiesta che segue di poche settimane l’appello del deputato Fabrizio Benzoni di Azione dopo la sua visita istituzionale al carcere di Massa. Una battaglia che Azione ha portato in Comune. “A Massa - ha detto Benzoni - manca la figura, importante, del Garante dei detenuti, che faccia da collegamento tra il carcere e le amministrazioni locali. Come Azione abbiamo presentato una richiesta in tal senso e speriamo che possa arrivare”. Ora arriva la mozione in Provincia di Bartolini. “Alla fine di giugno - afferma il consigliere di Avs - il Consiglio Regionale toscano ha approvato, a maggioranza, la relazione del Garante regionale dei detenuti, Giuseppe Fanfani. È stata un’occasione per prendere conoscenza dei numeri del sovraffollamento della popolazione carceraria fenomeno presente in Toscana, come nel resto d’Italia: al 31 marzo 2026 il tasso di sovraffollamento medio era del 134% un dato in linea con quello del paese e che favorisce fenomeni gravi come i suicidi e gli atti di autolesionismo”. Nel carcere di Massa, come è noto, le presenze a fine 2025 - anno a cui si riferiscono i dati consolidati della relazione - sono state 298 a fronte di una capienza effettiva di 175 e un tasso di sovraffollamento effettivo del 170,3%. Come in molte altre carceri italiane gli episodi tragici continuano a ripetersi confermando un’emergenza diritti umani in queste strutture: nel 2025 a Massa c’è stato un suicidio, un uomo di soli 26 anni, 12 episodi di tentato suicidio, 57 episodi di autolesionismo. La sofferenza dei detenuti è dimostrata anche da ben 36 episodi di sciopero della fame. “In un quadro di questo tipo la presenza di strutture in grado di fare da riferimento ai detenuti sul territorio, come appunto i Garanti, sarebbe molto importante ma nel nostro territorio questa figura non esiste da anni - dice Bartolini -. In Toscana sono ormai pochissimi i Comuni che non hanno ancora adempiuto alla costituzione di questa figura: Grosseto, Massa Marittima, Pontremoli, Empoli e Massa. Dove non esistono garanti territoriali l’ufficio del Garante regionale può raccogliere le istanze dei detenuti sul rispetto dei loro diritti, come in effetti dimostrano le istanze presentate dai detenuti del carcere di Massa. Tuttavia la mancanza di una figura di garanzia rende più lontana la possibilità di esercitare i propri diritti da parte dei detenuti. Si pensi ad esempio al diritto alla residenza, a cui sono poi collegati molti altri diritti del nostro ordinamento: per i detenuti stranieri presenti al carcere di Massa il Comune non concede la residenza, posizione in Toscana attuata solo da Massa e da Volterra”. “Sappiamo bene che la questione delle carceri è una questione nazionale - dichiara il consigliere provinciale - e pur tuttavia anche semplicemente ascoltare il grido di dolore che arriva dagli istituti detentivi può essere importante per la vita dei detenuti e delle detenute. Per questo motivo ho presentato una mozione in Consiglio provinciale per chiedere al presidente della Provincia Roberto Valettini di tornare a nominare un Garante provinciale dei detenuti, visto che l’ente ha istituito questa figura e che in passato era già stato nominato. Una scelta ancor più necessaria e urgente in considerazione del fatto che ad oggi né Massa né Pontremoli, dove è presente un Istituto penale minorile, hanno avviato il procedimento per nominare questa figura”. Lucca. Condizioni disumane al carcere San Giorgio di Vincenzo Pardini La Nazione, 12 luglio 2026 Gli anni che passano, non è detto cancellino i problemi che si portano dietro, anzi, se nessuna precisa volontà interviene per risolverli, li accentuano. Ne è esempio il carcere di S. Giorgio, di cui troppo poco si parla, nonostante, oltre essere un luogo di pena ordinaria, dovuta appunto alla detenzione, lo è anche di sofferenza insolita, per situazioni soprattutto strutturali subordinate alle sue condizioni obsolete, che richiederebbero adeguate migliorie. Invece niente. Tanto che anche in questa estate si è ripresentata la stessa difficoltà con la quale i detenuti convivono da anni: la grande calura che imperversa nelle celle, peraltro pure scarsamente areate e, non bastasse, sovraffollate. Infatti, San Giorgio è il carcere più accalcato d’Italia, dove si trovano 97 ospiti, di cui 60 in sovrannumero. Ne conviene che la vita in tali restrizioni sia veramente dura, diciamo pure disumana. Critichiamo le case di pena straniere, ma le nostre non sono da meno, se non peggiori, dal momento che, in tempo di calura, si lasciano i detenuti nelle condizioni di cui sopra, benché l’articolo 27 della Costituzione, cui ci siamo in altre occasioni appellati, reciti, tra l’altro, che “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Articolo, almeno nel nostro caso, palesemente disatteso. Ma i disagi in cui si trovano gli ospiti di S. Giorgio, non sembrano aver sollecitato nessuna sensibilità politica e religiosa. Si lascia che l’estate scorra, meglio se tra vacanze e aria condizionata. Non andava così nel passato. Le nuove generazioni sono meno solidali verso i sofferenti rispetto ai loro predecessori. Quasi gli fosse andato perduto il vocabolario delle buone intenzioni e dei buoni sentimenti. Così ognuno vive solo per se stesso, ignorando il prossimo. Latina. Sovraffollamento record nel carcere: è il secondo peggiore d’Italia di Antonio Bertizzolo Latina Oggi, 12 luglio 2026 Supera il 200% la percentuale di sovraffollamento nella casa circondariale di via Aspromonte. Emergenza anche per il caldo con temperature record. Il carcere di Latina sale sul podio e occupa il secondo posto in tutta Italia per il tasso di sovraffollamento più alto registrato alla data del 30 giugno del 2026. È una posizione poco invidiabile. La percentuale di sovraffollamento è imponente: pari al 207,79. Latina in questa graduatoria si piazza subito dopo l’istituto penitenziario di Brescia e prima di quello di Lodi. A seguire in quarta posizione c’è Grosseto e poi Varese e Foggia. La capienza nella struttura di Latina prevede la presenza di 77 detenuti mentre attualmente sono 160 di cui 41 donne e 51 stranieri. È quello che emerge secondo le elaborazioni di Pagella Politica sui dati raccolti dal Ministero della Giustizia aggiornati al 30 giugno 2026. È un primato triste per la casa circondariale di via Aspromonte. Il problema del sovraffollamento infatti si trascina da tempo ma oltre a questo nodo c’è anche un’altra emergenza che si ripropone ogni anno: le ondate di calore di questi giorni. C’è da fare i conti anche con la grande afa e le temperature record. Dall’elaborazione dei dati per quanto riguarda la media nazionale emerge che il 76,2 per cento delle carceri italiane ospita al suo interno più detenuti di quanti potrebbe. A fine giugno 2026 il tasso di sovraffollamento degli istituti penitenziari italiani aveva superato il 126 per cento: su una capienza regolare di 51180 persone, nelle carceri la presenza era di 64773. In sostanza la media è di tre carceri su quattro che hanno più detenuti di quanto previsto. Non rappresenta certamente una novità il sovraffollamento a Latina: già in occasione della pandemia del Covid, il numero di detenuti - sempre secondo il rapporto - era diminuito drasticamente sulla scorta di una serie di misure che erano state prese prima del contagio. Dopo quel periodo il tasso di sovraffollamento è aumentato in maniera progressiva: prima nel 2021 e a seguire fino al 122,2 per cento del 2025. L’emergenza del sovraffollamento è ciclica in via Aspromonte. A partire dal 2021 la popolazione detenuta è in costante crescita e il tasso di affollamento è salito prepotentemente passando dal 173 per cento del 2021 a oltre il 200% di questi giorni. Il Ministero della Giustizia ha messo in rilievo che il numero di posti della capienza regolamentare delle carceri è calcolato in base a 9 metri quadrati a disposizione per ogni detenuto, a questi vanno aggiunti 5 metri quadrati per ciascuno degli altri presenti. Pisa. Sovraffollamento in carcere. Un tavolo permanente in Comune di Enrico Mattia Del Punta La Nazione, 12 luglio 2026 La casa circondariale Don Bosco di Pisa: negli ultimi giorni sono arrivati altri undici persone detenute da Sollicciano. “Subito un tavolo permanente operativo sulla situazione del carcere Don Bosco”. È questa la richiesta dei gruppi di minoranza del consiglio comunale di Pisa: Sinistra Unita per Pisa-Avs, Pd e La città delle persone dopo la notizia, riportata ieri da “La Nazione”, dell’arrivo nel carcere pisano dei primi 11 detenuti trasferiti da Sollicciano, dove il gip del tribunale di Firenze ha disposto il sequestro di 7 sezioni dell’istituto per “carenze igienico-sanitarie”. Le opposizioni esprimono “profonda preoccupazione e sdegno per quanto sta accadendo nel carcere Don Bosco di Pisa” e sottolineano come i nuovi arrivi aggravino “una situazione che era già oltre il limite”. Il riferimento è tutto ai numeri dell’istituto: 272 persone recluse a fronte di 185 posti effettivamente disponibili, con un tasso di sovraffollamento del 147,6%. “Non è un’emergenza momentanea - scrivono i gruppi consiliari - ma il risultato del sommarsi di criticità strutturali e radicate”. La richiesta è l’istituzione, entro la fine del mese, di un tavolo permanente operativo sulla situazione del carcere Don Bosco. Un organismo che dovrebbe coinvolgere la garante comunale, la direzione dell’istituto, l’Asl, il terzo settore e i soggetti istituzionali competenti. Un tavolo “già chiesto due anni fa nel percorso fatto in seconda commissione consiliare permanente, che aveva trovato il consenso dell’assessora Porcaro, invece rimesso in discussione dall’assessore Sikera”. Infine, secondo le minoranze servono un calendario di lavoro, responsabilità precise e obiettivi verificabili su salute mentale, lavoro dentro e fuori, reinserimento, condizioni materiali della detenzione e raccordo con i servizi territoriali. Pavia. Carcere sovraffollato, a Torre del Gallo cimici da letto e carenza di medici di Alessio Molteni La Provincia Pavese, 12 luglio 2026 Il quadro della Camera penale. Il carcere di Torre del Gallo continua a muoversi su un equilibrio fragile, dove ai segnali di miglioramento si affiancano criticità che restano profonde. È quanto emerge dalla visita effettuata dall’Osservatorio Carcere della Camera Penale di Pavia, alla quale hanno partecipato magistrati, sostituti procuratori e avvocati del Foro pavese. Il documento diffuso al termine dell’incontro restituisce un quadro articolato, nel quale convivono interventi di riqualificazione e problemi strutturali che richiedono risposte a livello nazionale. Negli ultimi due anni la direzione dell’istituto ha avviato numerosi lavori di ristrutturazione. Sono stati riqualificati diversi spazi del padiglione C, le aree gioco dedicate ai bambini durante i colloqui, le aule scolastiche e il teatro. È stato inoltre realizzato un orto curato da alcuni detenuti, mentre sul fronte della formazione si registrano 20 iscrizioni universitarie e numerosi conseguimenti della licenza media. È stata infine costituita un’équipe specializzata per seguire le persone detenute con problematiche psichiatriche. Accanto a questi aspetti positivi, la relazione evidenzia però condizioni che restano molto difficili. I reparti più datati continuano a ospitare detenuti in celle anguste e sovraffollate, tanto che in alcuni casi i letti devono essere spostati all’esterno durante il giorno per recuperare spazio. Mancano circa 60 unità di polizia penitenziaria, ma anche medici specialisti, strumentazioni sanitarie e interventi di sanificazione in alcune aree; gli educatori sono soltanto 5 a fronte di oltre 700 detenuti e almeno un centinaio di celle è ancora privo di ventilatori, mentre in alcuni ambienti è stata segnalata la presenza di cimici da letto. Negli ultimi mesi all’interno della struttura da una parte c’è stata l’operazione portata a termine dagli agenti della polizia penitenziaria con il sequestro di telefoni cellulari e sostanze stupefacenti, dall’altra non sono mancati momenti di forte tensione, come la protesta della scorsa primavera, nata proprio dalle lamentele dei detenuti per le condizioni igienico-sanitarie e l’accesso alle cure. L’Osservatorio della Camera Penale sottolinea come queste problematiche non possano essere affrontate esclusivamente a livello locale: servono investimenti per garantire condizioni di vita e di lavoro dignitose sia alle persone ristrette sia a chi ogni giorno opera all’interno del carcere. Firenze. Condannato per furto su un’auto, a ottantasette anni finisce in cella di Valentina Marotta Jacopo Storni Corriere Fiorentino, 12 luglio 2026 Nel carcere di Sollicciano da tre giorni c’è un detenuto di 87 anni. È arrivato per una condanna definitiva per un furto in una macchina compiuto tre anni fa. Le sue condizioni di salute sono discrete ma l’uomo non ha denti e non può mangiare cibi solidi. Per venire incontro alle sue esigenze, è stato quindi spostato in una cella del reparto clinico e alla mensa del penitenziario fiorentino sono stati preparati cibi liquidi per permettere all’uomo di nutrirsi. Fino a pochi giorni fa era un ospite dell’albergo popolare di via della Chiesa ma non poteva più restare nella struttura. Gli assistenti sociali del Comune di Firenze gli hanno allora proposto, in alternativa all’albergo popolare, una residenza sanitaria assistita per anziani nel comune di Castelfiorentino. Una soluzione che però l’anziano signore non avrebbe accettato perché troppo lontano da Firenze, non sapendo però che l’alternativa sarebbe stata il carcere. E così l’uomo è finito a Sollicciano. Il signore, nato a Napoli nel 1939, ha riferito agli assistenti sociali di non avere parenti, ma parlando con gli operatori e i volontari di Sollicciano ha detto che tornerebbe volentieri nel capoluogo campano, anche soltanto per una visita, visto che rimane la sua città del cuore. Una situazione conosciuta dall’assessorato alle politiche sociali di Palazzo Vecchio, che si sta attivando per trovare una struttura disponibile in cui trasferire l’uomo da Sollicciano, dato che, vista l’età vicina ai novanta, risulterebbe incompatibile con il regime carcerario. Tanto più che, proprio nei giorni scorsi, un recluso di 75 anni è deceduto all’ospedale San Giovanni di Dio dopo essere stato trasferito d’urgenza da Sollicciano in seguito a un malore a cui avrebbe contribuito anche il caldo torrido dentro l’istituto. Intanto è arrivato alle battute finali il trasferimento dei detenuti di Sollicciano verso altre case circondariali dopo il sequestro di sette sezioni disposte dal gip e confermato venerdì dal tribunale del Riesame. Circa 160 reclusi nelle scorse settimane hanno già lasciato le celle mentre per altri novanta lo spostamento potrebbe concludersi prima di Ferragosto. Bisogna adesso capire cosa succederà dopo che i giudici del Riesame hanno censurato i tempi di trasferimento dei reclusi: “L’individuazione del luogo in cui andranno i detenuti - si legge nel provvedimento - è rimesso esclusivamente al Dap, non lo poteva decidere il giudice”. Il Ministero della Giustizia, impugnando il decreto di sequestro, aveva contestato la ricostruzione della Procura che aveva qualificato le celle come luoghi di lavoro. Non è escluso quindi che decida di fare ricorso in Cassazione Varese. “Non c’è aiuto per chi esce dal carcere” di Veronica Deriu La Prealpina, 12 luglio 2026 Pina Ariemma, ex amica della moglie di Gucci, a Fagnano Olona: il rapporto con don David, la prigione, la letteratura salvifica. Vorrebbe parlare solo della sua amicizia con don David Maria Riboldi che conosce da quando era “un ragazzino”. Un seminarista che si recava al carcere di San Vittore, non era ancora il “prete di galera”, cappellano del carcere di Busto Arsizio. In virtù di questo suo legame, è arrivata da Milano a Fagnano Olona, sfidando caldo e zanzare. Nonostante una stampella e il peso dell’età, 80 anni, di questi 14 trascorsi nel carcere di San Vittore, Giuseppina Pina Auriemma è una delle protagoniste del libro “Nessuno nasce innocente” scritto dal giornalista Marco Linari e don David Maria Riboldi. “Non voglio parlare del caso Gucci. E non ero la maga di Patrizia Reggiani: guai, io proprio detesto quelle cose”, esordisce l’ex amica di Patrizia Reggiani condannata come mandante dell’omicidio del marito Maurizio Gucci. La donna tiene in mano un ventaglio che sventola, indossa una maglietta che parla della sua passione per l’arte, con un riferimento al Louvre. Molto lo ha già raccontato nelle interviste che ha rilasciato nel corso degli anni. Ma si riserva sempre dove andare, scegliere con chi parlare e anche chiedere un contributo che poi devolve per le associazioni come La Valle di Ezechiele. “Ho rifiutato di andare a Belve, non mi piace”, racconta dopo aver mangiato una fetta di torta per festeggiare il compleanno di don David mentre è seduta su una panchina del chiosco Da Mario gestito dalla cooperativa La Valle di Ezechiele. Ma è inevitabile che il discorso poi cada sull’omicidio Gucci, del rapporto con Patrizia Reggiani e anche il riferimento alla pellicola di Ridley Scott con Lady Gaga e Selma Hayek che all’uscita vide in anteprima con don David. Pina Auriemma, partiamo dal film... “L’ho sempre detto: non è vero niente. Niente. Una montagna di bugie. Ma non sono l’unica ad averlo detto. Io l’ho visto con il don quando organizzò un appuntamento collettivo per l’anteprima della proiezione a Cerro Maggiore. Non sono l’unica a dire che la storia è stata stravolta, anche le eredi Gucci lo sostengono. Ma contro Hollywood, la battaglia è impari nonostante il mio avvocato e io abbiamo cercato di ristabilire la verità”. Allora parliamo del suo rapporto con don David Maria Riboldi... “Sono qui per lui, non potevo mancare. L’ho conosciuto che era un ragazzino, si infilava ovunque. Una volta rimase chiuso in cella quattro ore. Ai tempi, era ancora in seminario ma era già speciale per la sua attenzione verso i detenuti. Io ero un po’ più libera, facevo la bibliotecaria e forse per questo mio ruolo sono riuscita a ottenere tanto. Sia per me che per le ragazze. Don David è una persona speciale: lo si vide da subito anche per il suo rapporto con il Cardinal Carlo Maria Martini, andò pure lui in Terra Santa. Ora a distanza di anni stiamo vedendo i risultati ma la strada è ancora lunga ma lui ha tutte le caratteristiche per arrivare lontano. Sono convinta che farà del bene ad altissimi livelli”. Quali? “Non molla mai. È caparbio, quando si mette in testa un obiettivo lo deve raggiungere. Ed è anche duro, intransigente. Non è certo uno tenero”. Il carcere l’ha cambiata? Come? “Lo devi prendere con intelligenza, non con arroganza. Sono una delle poche persone che ne sente la mancanza. Purtroppo come la mia coimputata, la signora Patrizia Reggiani”. Eravate nello stesso carcere… “Sì ma non volevo assolutamente parlarle, neppure incontrarla”. Eravate amiche, inseparabili. Per tutti lei era la sua maga: le faceva le carte... “Avrò detto mille volte questa cosa: assolutamente no. Io non ho mai girato una carta. Anzi dovevo andare a litigare quando le cartomanti si avvicinavano e le chiedevano soldi. Anche 15mila - 20mila euro. Dovevo tenerle lontane. Voi immaginate che durante i nostri viaggia, quando Reggiani arrivava in un posto, una delle sue prime esigenze era quella di farsi leggere le carte. Quindi in albergo c’era sempre una cartomante pronta. E comunque io odio tutto il mondo che è legato alla cartomanzia: anche in carcere quelle che facevano le carte dovevano stare lontane da me. Non le volevo proprio vedere. Io ero la bibliotecaria, una donna al servizio della cultura e mi impegnavo per fare del bene, per convincere le ragazze a studiare”. E la vittima, Maurizio Gucci? “Era un bravo uomo, anche se un po’ fragile”. (gli occhi si intristiscono, di un rammarico reale). Se pensa alla sua vita: tornasse indietro cosa vorrebbe cambiare? “Vorrei non incontrare mai Patrizia Reggiani. È stato l’incontro più nefasto della mia vita. Io non sapevo che quella donna era una narcisista. Ora è una parola che sentiamo, anche forse abusata. Io invece ho dovuto impararlo sulla mia pelle cosa vuol dire avere a che fare con una narcisista. E soprattutto l’ho appreso dalle carte del processo, leggendo e rileggendo le perizie. Per me fino a quel momento il narcisista era legato al mito di Narciso, secondo la letteratura classica dei greci”. Nei suoi discorsi ricorre spesso a metafore legate ai miti greci, alla classicità... “La letteratura mi ha salvata. Lo studio mi ha reso tutto più semplice e mi ha permesso di rivalutare la mia vita e le mie azioni. Mentre ero in carcere ho preso un secondo diploma, una maturità classica perché avevo un ruolo molto bello, un bel lavoro: ero la bibliotecaria. E poi ho speso il mio tempo al servizio delle detenute, dello studio e della cultura. Mi sono messa al servizio e anche ora che ho scontato la mia pena, sono uscita 16 anni fa, faccio volontariato”. La sua vita resta legata al carcere… “La mia esperienza è stata positiva, sono stata anche fortunata per diversi motivi. Prima di tutto per le persone che ho incontrato nel mio cammino. Poi forse perché risultavo simpatica e mi hanno sempre aiutata. Io sono stata anche molto libera perché ero bibliotecaria e poi potevo prendermi cura delle ragazze, il non dover pensare a me stessa ma potermi prendere cura di altre persone è stato dirimente. Molto importante e hanno reso la mia permanenza positiva, lo ripeto. Ma non tutti sono fortunati come me: anzi la maggior parte non lo è affatto. Io credo nella rieducazione, nel dare obiettivi e lavoro. Nella nostra società non c’è spazio per chi esce dal carcere, sarà sempre una persona che ha sbagliato. Ma se queste persone non vengono aiutate cosa resta loro? Solo delinquere”. Come vede il carcere ora? “Molto duro: manca tanto. Ci vorrebbero più psicologi, medici e assistenti sociali. Ma soprattutto a mio avviso c’è necessità di avere tanti psicologi per più tempo. Esagero: 24 ore su 24”. Sassari. Università e carcere, il modello che trasforma la formazione in giustizia sociale di Erika Pirina kalaritanamedia.it, 12 luglio 2026 Non soltanto un progetto universitario, ma un modello di giustizia che investe sulla persona, sulla conoscenza e sul bene comune. Il Polo universitario penitenziario dell’Università di Sassari conquista il massimo riconoscimento nella Valutazione della qualità della ricerca (Vqr): con 38 punti su 40, l’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca lo colloca nella classe A - eccezionale, facendone il migliore progetto di “Terza missione” dell’Ateneo sassarese, e uno dei casi più significativi nel panorama nazionale. Dietro il risultato non c’è soltanto un’eccellenza accademica, ma c’è la convinzione che il diritto allo studio non si interrompa davanti alle mura di un carcere e che la formazione possa diventare uno degli strumenti più efficaci per costruire sicurezza sociale e restituire dignità alle persone. La valutazione dell’Agenzia nazionale premia un progetto capace di coniugare rigore scientifico e impatto concreto. I valutatori hanno riconosciuto l’efficacia del modello adottato dal Polo universitario sassarese, evidenziando come l’investimento di circa 300.000 euro produce un beneficio economico stimato in un milione e mezzo di euro grazie alla riduzione della recidiva. Un ritorno che va ben oltre il dato economico: significa meno reati, meno vittime e maggiori possibilità di reinserimento. “Noi non ci occupiamo di rieducare - chiarisce Emmanuele Farris, delegato del Rettore per il Polo universitario penitenziario. La rieducazione spetta all’amministrazione penitenziaria. L’Università fa ciò che le competo: offre formazione, cultura, strumenti professionali e accompagna le persone nel loro percorso di crescita. È questo il nostro compito istituzionale”. Nato nella forma attuale nel 2014, ma con radici che risalgono alle prime esperienze universitarie organizzate perfino nell’ex carcere dell’Asinara, il Polo sassarese opera oggi in una realtà estremamente complessa. Gli accordi coinvolgono gli istituti penitenziari di Sassari-Bancali, Alghero, Tempio e Nuoro, oltre a numerosi detenuti trasferiti in altre strutture della Sardegna e della penisola, grazie alla collaborazione della rete nazionale dei Poli universitari penitenziari. Ogni studente continua il proprio percorso anche quando viene trasferito, senza perdere il diritto alla formazione. Messina. “Fil Rouge”: il teatro oltre le sbarre approda al Tindari Festival di Danilo Loria strettoweb.com, 12 luglio 2026 Sotto la regia di Moni Ovadia e Mario Incudine, i detenuti attori della Libera Compagnia del Teatro per Sognare debuttano il 24 luglio al Teatro Greco di Tindari. Un percorso costruito giorno dopo giorno attraverso laboratori, prove, spettacoli e relazioni. Un progetto che ha fatto del teatro uno strumento di crescita personale, di dialogo con la società e di concreta attuazione della funzione rieducativa della pena. È questo il significato di “Fil Rouge”, quel filo rosso che mette in connessione istituti penitenziari e mondo esterno. Ideato e promosso da Daniela Ursino, presidente dell’associazione D’aRteventi, con il sostegno di Enel Cuore l’Ente Filantropico del Gruppo Enel, “Fil Rouge” coinvolge la Casa Circondariale di Messina e la Casa Circondariale di Barcellona Pozzo di Gotto, inserendosi nel più ampio progetto “Il Teatro per Sognare”, che da nove anni utilizza il linguaggio teatrale come strumento di inclusione sociale e di reinserimento. Una realtà che, dopo un intenso anno di attività, raggiungerà uno dei suoi momenti più significativi con la partecipazione della Libera Compagnia del Teatro per Sognare al Tindari Festival, dove i detenuti attori debutteranno in prima nazionale il 24 luglio alle 20,30 con “Le Supplici” di Eschilo, nell’adattamento e con la regia di Moni Ovadia e Mario Incudine, sul prestigioso palcoscenico del Teatro Greco di Tindari. Il debutto rappresenta l’approdo naturale di un percorso che ha saputo trasformare il teatro in un luogo di responsabilità, ascolto e partecipazione, offrendo ai detenuti un’opportunità concreta di crescita artistica, umana e professionale. Il laboratorio teatrale diventa così uno spazio permanente di formazione, nel quale ciascuno è chiamato a mettersi in gioco, ad assumersi responsabilità, a lavorare in gruppo e a sperimentare il valore della disciplina e della fiducia reciproca. Per tutto l’inverno e la primavera la Libera Compagnia del Teatro per Sognare ha lavorato con continuità all’interno degli istituti penitenziari. I laboratori sono stati condotti da Gabriella Cacia nella Casa Circondariale di Messina e da Viviana Isgrò nella Casa Circondariale di Barcellona Pozzo di Gotto, accompagnando i detenuti in un percorso che non si limita alla recitazione, ma coinvolge tutti gli aspetti della produzione teatrale: dalla scrittura alla preparazione scenica, dalla tecnica all’organizzazione dello spettacolo. Il cammino artistico è stato scandito da numerosi appuntamenti che hanno progressivamente aperto il carcere al territorio, creando occasioni di incontro tra la comunità penitenziaria e quella esterna. Uno dei momenti significativi nel foyer del Teatro Mandanici di Barcellona Pozzo di Gotto, dove la Compagnia ha presentato il reading “Ora dimmi di te - Lettera a Matilda”, tratto dal testo di Andrea Camilleri. Lo spettacolo è nato dalla collaborazione tra D’aRteventi, il Fondo Andrea Camilleri e Alessandra Mortelliti, offrendo ai detenuti l’opportunità di confrontarsi con una scrittura intima e universale, capace di trasformare il racconto autobiografico dello scrittore in una riflessione condivisa sulla memoria, sugli affetti e sul dialogo tra generazioni. Da ricordare anche “Da Canzonissima a Sanremo - Grandi successi per grandi artisti che hanno fatto la storia della canzone italiana”, ideato da Daniela Ursino, che ne firma testi, scene e costumi. Lo spettacolo ha portato sul palco del Piccolo Shakespeare della Casa Circondariale di Messina un viaggio attraverso la storia della musica italiana, interpretata dai detenuti attori non come semplice imitazione, ma come ricerca espressiva e interpretativa. La rappresentazione del 27 marzo, in occasione della Giornata Mondiale del Teatro e della Giornata Nazionale del Teatro e della Danza in Carcere ha visto la partecipazione dei familiari dei detenuti. La replica del 22 maggio ha invece accolto gli studenti e i docenti dell’Istituto “G. Minutoli” di Messina, impegnato da anni in attività didattiche all’interno della Casa Circondariale e in percorsi educativi dedicati alla legalità. L’incontro tra il mondo della scuola e quello del carcere rappresenta uno degli aspetti più qualificanti di “Fil Rouge”: un’occasione per far conoscere ai giovani il valore rieducativo della pena e il ruolo che la cultura e il teatro possono svolgere nei processi di reinserimento sociale. Anche la Casa Circondariale di Barcellona Pozzo di Gotto ha proseguito il proprio percorso artistico con “Quasimodale”, performance realizzata il 23 giugno in occasione della Festa Europea della Musica, in collaborazione con la Filarmonica Laudamo diretta da Antonino Cicero e con la Banda Meccanizzata della Brigata “Aosta”. A chiudere la manifestazione un toccante brano rap scritto da uno dei detenuti attori, Domenico D’E., dimostrando come il laboratorio teatrale possa diventare anche luogo di scrittura, creatività ed elaborazione personale. Sempre a Barcellona Pozzo di Gotto la Compagnia è attualmente impegnata nella realizzazione di un nuovo spettacolo, “Non è tutto oro quello che luccica”, testo interamente scritto dai detenuti, ulteriore testimonianza della maturazione artistica e umana raggiunta nel corso del progetto. Il lavoro di “Fil Rouge” prosegue anche all’esterno degli istituti penitenziari, coinvolgendo detenuti in regime di semilibertà e persone affidate ai servizi sociali nei laboratori del Teatro di Camaro San Paolo a Messina e dell’Associazione Le Lucertole di Barcellona Pozzo di Gotto. Da questa esperienza è nata anche la partecipazione alla rassegna “Il Teatro all’Orto”, organizzata dall’Orto Botanico di Messina, dove il 12 giugno è stata presentata una nuova replica di “Ora dimmi di te - Lettera a Matilda”, confermando il dialogo continuo tra il carcere e la società civile. Uno degli elementi distintivi del progetto è la costruzione di una rete stabile di collaborazioni. Partecipano infatti al percorso le studentesse dell’Università degli Studi di Messina della Compagnia Liberi di Essere Liberi, insieme a numerosi professionisti che mettono le proprie competenze al servizio del progetto: la pianista e compositrice jazz Erika La Fauci, autrice di molte delle musiche originali; la scuola di danza di Mariangela Bonanno, con il coreografo Berta e la coreografa Giò Prizzi; la truccatrice Giovanna Gaudenti; i light designer Valerio Vella e Mirko Oteri; il fotografo Pier Paolo Papalia, oltre ai tecnici e agli operatori che accompagnano quotidianamente il percorso della Compagnia. Accanto all’attività artistica, il progetto promuove una formazione completa di arti e mestieri coinvolgendo i detenuti anche nelle attività tecniche e organizzative del teatro: dalla gestione del palcoscenico ai camerini, dalla scenotecnica alla logistica. Un’esperienza che permette di acquisire competenze professionali, rafforzare il senso di responsabilità e sperimentare concretamente il valore del lavoro di squadra. Il progetto “Fil Rouge” si realizza grazie alla collaborazione dell’Amministrazione Penitenziaria, della Polizia Penitenziaria, delle Aree Trattamentali, del Tribunale di Sorveglianza, Dell’UEPE e del mondo della scuola, dell’Università e di numerose realtà culturali del territorio. Una rete che rende il teatro un autentico strumento di inclusione sociale, capace di creare relazioni, abbattere pregiudizi e costruire occasioni di dialogo tra il dentro e il fuori del carcere. Il debutto della Libera Compagnia del Teatro per Sognare al Teatro Greco di Tindari con “Le Supplici” rappresenta il naturale approdo di questo percorso: non soltanto un importante riconoscimento artistico, ma il simbolo di un progetto culturale che negli anni ha dimostrato come il teatro possa diventare un presidio permanente di educazione, cittadinanza e rinascita, restituendo dignità alla persona e rafforzando il legame tra istituzioni, cultura e comunità. Per info biglietti: tickettando.it. L’anagramma di carcere è cercare di Giovanna Baldini Ristretti Orizzonti, 12 luglio 2026 Sono 31 le lettere, divise in sette sezioni per argomento, spedite nel tempo e indirizzate da persone detenute al professore Samuele Ciambriello, attualmente Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione Campania. Stiamo parlando del libro “Lettere al Garante. Voci dal carcere tra diritti negati, paure e speranze” (Iod, 2026). Sono lettere di uomini e donne, padri e madri, ma anche figli, coniugi e fratelli. In queste pagine, che l’Autore ha voluto pubblicare, il mondo della reclusione appare in tutta la sua drammatica umanità. La realtà delle carceri italiane assume, attraverso la voce di chi scrive, una visibilità spesso nascosta sia dagli organi ufficiali sia dai mezzi di comunicazione. Gli scritti mostrano racconti di vita ordinaria che viene negata, non rispettata, ignorata nelle pur minime esigenze quotidiane vuoi dalla burocrazia vuoi dagli organi preposti alla custodia. Le voci che con grande dignità escono da quei fogli sono richieste di ascolto a cui manca sempre il diritto alla risposta. Un minimo cenno di riscontro che dovrebbe giungere dalle istituzioni statali che, invece, latitano. Anche se hanno la responsabilità della tutela di cittadini, momentaneamente privati della libertà. Al Garante, Samuele Ciambriello, si rivolge chi ha urgente bisogno di andare all’ospedale, chi non può vedere il figlio, colui a cui è negata la visita alla vecchia madre, malata di Alzheimer, che non può rispondere a una videochiamata. I bisogni sono molteplici e interessano tutte le sfere delle persone: la salute, la violenza subita, gli affetti familiari, le fragilità personali, la lontananza territoriale. La vita negli istituti carcerari italiani presenta disagi di ogni tipo, al limite della tollerabilità: le strutture cadenti, il sovraffollamento, il caldo e il freddo, l’indifferenza e talvolta la crudeltà dei custodi, che rendono la permanenza di chi sconta il reato insopportabile. Il tono delle lettere, è sempre molto pacato. Non cerca di suscitare pietà, non vuole consolazione. Chi scrive, per la maggior parte, rivendica il proprio stato di persona che ha diritto al rispetto e alla dignità e si rivolge al Garante per un aiuto, un consiglio e un’eventuale soluzione di problemi pratici. Gli autori delle lettere pubblicate nel libro riconoscono il proprio reato, sono reclusi a scontare una pena, ma reclamano il diritto all’ascolto. Il più delle volte non ricevono risposte: il magistrato di sorveglianza non decide sulla richiesta inoltrata; analisi mediche decisive non vengono effettuate per mancanza di scorta; al Serd (Servizio pubblico per le dipendenze) non si va perché non ci sono posti… In questo modo viene meno il dettato costituzionale dell’art. 27 e negata la riabilitazione della persona. Così, quando la pena sarà scontata, l’uscita dal carcere porterà solo problemi di reinserimento e tanta disperazione. Le lettere denunciano i bisogni, le richieste legittime di chi è impossibilitato a prevedere autonome soluzioni, essendo una persona ristretta. Attraverso il libro Samuele Ciambriello mostra ai lettori quel grande spaccato di vite intrecciate tra dentro e fuori e la denuncia è forte: la reclusione, così com’è configurata oggi, non è solo dannosa e inumana per il condannato, ma anche per la sua famiglia e per tutta quella rete di relazioni affettive e amicali che ogni individuo tesse nel corso della sua vita. Quindi non solo la persona detenuta non è il suo reato, ma neanche il carcere deve essere solo custodia. Compito dell’istituzione sarebbe, allora, creare le condizioni per non fermarsi alla superficie della colpa, ma cercare la persona dietro l’illegalità. Praticare insieme la possibilità del riscatto attraverso percorsi di responsabilità e reinserimento. In questo libro di lettere, dalle carceri non escono solo parole, ma esistenze che cercano ascoltatori… E mentre escono, le vite di dentro si mescolano con quelle di fuori e si fanno vedere e conoscere. Samuele Ciambriello, “Lettere al Garante. Voci dal carcere tra diritti negati, paure e speranze”, ed: Iod, Noventa Padovana 2026, p. 120, euro 15,00 Parlare ancora del G8 di Genova: non è solo questione di memoria di Emanuela Del Frate Il Domani, 12 luglio 2026 SupportoLegale è il collettivo che ha affiancato per anni la segreteria legale del Genoa Social Forum, “nella gestione dell’enorme mole di materiale documentale legata ai processi” per il G8 del 2001. Soprattutto in quello relativo alle accuse di devastazione e saccheggio a carico di 25 manifestanti, di cui dieci, saranno poi condannati, in via definitiva nel 2012. Solo uno di loro non sconterà la pena. Vincenzo Vecchi viene arrestato in Francia, dove vive, nel 2019, ma la richiesta di estradizione avanzata dall’Italia non è stata accettata. La storia che lega SL e i fumetti è lunga e inizia nel 2004. A Genova c’erano i social molto prima di Big Tech “La memoria è un ingranaggio collettivo. Per funzionare ha bisogno di noi”. Un fumetto che terminava con queste parole comparve sul nodo italiano di Indymedia, network globale di informazione indipendente. Quel fumetto si intitolava La nostra storia alla sbarra e parlava delle giornate del G8 di Genova, dell’omicidio di Carlo Giuliani, della violenza delle forze dell’ordine, del massacro della Diaz e del processo in corso contro 26 (poi diventati 25) manifestanti. La firma era di uno sconosciuto Zerocalcare. E quella tavola, come racconta nel libro Millennium Bug, “è stata la grande madre di tutti gli accolli”. I mediattivisti di Indymedia scelsero infatti quel fumetto e quella frase per lanciare la raccolta di materiali e testimonianze, per aiutare gli avvocati del Gsf, e di fondi, per affrontare i processi legati al G8. Quando il lavoro si trasformò in una vera e propria consulenza tecnica, da una costola di Indy nacque SupportoLegale. Il collettivo è nato con l’obiettivo di “difendere tutte e tutti”, rifiutando la divisione tra manifestanti “buoni” e “cattivi” e sottolineato come i processi dei G8 non siano state solo vicende giudiziarie individuali, ma anche terreno di memoria e di conflitto sulla narrazione pubblica di quel che è successo nel 2001.
Una tavola del fumetto di Rita Petruccioli. Oltre alla consulenza tecnica, negli anni, SL si è impegnato a diffondere quello che accadeva nelle aule dei tribunali, a lanciare raccolte fondi per sostenere le spese che gli avvocati si sono trovati ad affrontare non solo per il processo ai 25, ma anche in quelli della Diaz e di Bolzaneto e per quello di Cosenza al “Sud ribelle”. E i fumetti, da quel primo incontro con Zerocalcare, che ha continuato a sostenere SL, hanno rappresentato il linguaggio prediletto. È del 2006 il primo albo autoprodotto GEvsG8 (Fortepressa) a cui poi si è aggiunto, nel 2021, Nessun rimorso (Coconino Press). Ora l’ultima produzione - dove i fumetti si alternano a testi di riflessione - realizzata perché, come scrivono nella quarta di copertina, anche se il percorso giudiziario è concluso, “le domande che hanno animato quei giorni restano intatte”. Quello che è successo in quelle giornate, dalla ferocia delle forze dell’ordine, alla “la derubricazione dell’omicidio di Carlo Giuliani a incidente: sono fatti che non riguardano solo quelle giornate, ma che hanno a che fare con il tentativo di ridisegnare i confini del dibattito pubblico, delegittimando il dissenso sociale come elemento fisiologico di una democrazia e spezzando le reti della solidarietà collettiva”. SL sceglie, così, di fare un passaggio di testimone condividendo oneri e onori dell’ultima pubblicazione con Free all Antifas, “la rete che si sta occupando della difesa legale e del sostegno ai compagni e alle compagne coinvolte nelle vicende giudiziarie di Budapest del 2023”, Maja T. su tutte. La storia di SupportoLegale è stata raccontata, nel 2021, nel documentario In campo nemico, a cui hanno partecipato anche Zc e Valerio Mastandrea. Vincitore del Los Angeles Political Film Festival, è disponibile in streaming su OpenDDb. Tutti i video e i materiali prodotti durante i processi per i fatti del G8 sono confluiti nell’archivio Lorusso-Giuliani di Bologna, mentre tutto il lavoro svolto dalla segreteria legale del GSF è conservato nel sito processig8 che Supporto ha rimesso online perché anche quella memoria non vada dispersa. E per ricordare che la memoria, per continuare a vivere ha bisogno di essere rimessa in circolo, affidata a nuove mani, trasformata ancora una volta in racconto collettivo. È questo l’ingranaggio che SupportoLegale prova a tenere in movimento. Volontariato: una scelta di vacanza che può cambiare la vita di un ragazzo di Claudio Mencacci* Corriere della Sera, 12 luglio 2026 La felicità non nasce solo dal ricevere, ma anche dal dare: sperimentare di essere utili agli altri, anche a 16 anni, non rafforza solo l’autostima ma costruisce un’identità. Ogni estate ci poniamo la stessa domanda: dove mandare i nostri figli? Raramente, però, ci fermiamo a riflettere su una questione ben più importante: quale esperienza potrebbe aiutarli a diventare adulti migliori? Da psichiatra e da padre ho osservato la trasformazione silenziosa che può avvenire quando un ragazzo incontra esperienze capaci di dare significato alle proprie energie. Sempre più ragazzi faticano a trovare un senso di appartenenza e uno scopo che vada oltre la ricerca di approvazione sui social media. Oltre il 70% dei disturbi mentali esordisce prima dei 25 anni, rendendo l’adolescenza una finestra cruciale per la prevenzione e la promozione della salute mentale. È in questo scenario che le esperienze di volontariato assumono un significato che va ben oltre la solidarietà. La ricerca mostra che gli adolescenti coinvolti in attività prosociali sviluppano maggiore benessere psicologico, migliori competenze relazionali e una più solida percezione di efficacia personale. Studi longitudinali hanno evidenziato che, tra i 13 e i 17 anni, il volontariato si associa a una riduzione significativa del rischio di problemi di salute mentale. La spiegazione è affascinante. Quando un giovane sperimenta di essere utile agli altri, il cervello attiva contemporaneamente i circuiti della ricompensa, della motivazione e dell’appartenenza sociale. Non si rafforza soltanto l’autostima: si costruisce un’identità. Il ragazzo non si definisce più esclusivamente per ciò che possiede, per il voto ricevuto o per il numero di follower, ma per il contributo che è capace di offrire. Le neuroscienze parlano sempre più chiaramente di un legame tra comportamento prosociale, riduzione della solitudine e dei sintomi depressivi, aumento del senso di significato e migliore regolazione dello stress. Pulire una spiaggia non significa solo raccogliere rifiuti. Significa imparare che il bene comune dipende anche da noi. Restaurare un sentiero, contribuire al recupero di un edificio storico, aiutare un bambino in difficoltà o affiancare persone fragili significa comprendere, forse per la prima volta, che la felicità non nasce soltanto dal ricevere, ma anche dal dare. È una lezione di cittadinanza, ma prima ancora è una lezione di salute mentale. Negli ultimi 20 anni abbiamo investito moltissimo nell’educazione digitale dei nostri ragazzi. È arrivato il momento di investire con la stessa convinzione nella loro educazione civica, emotiva e relazionale. Ciò che resta davvero è la persona che un ragazzo diventa grazie alle esperienze vissute. Forse il miglior investimento educativo che possiamo offrire ai nostri figli non è un’estate nella quale non fare nulla, ma un’estate nella quale imparare che ciascuno di noi, anche a sedici anni, può lasciare il mondo un po’ migliore di come lo ha trovato. E, in fondo, è proprio questa la definizione più autentica di educazione. *Copresidente Società Italiana di Neuropsicofarmacologia Spendere non basta: il Pnrr non ha cambiato la scuola di Chiara Sgreccia Il Domani, 12 luglio 2026 Dopo 17 miliardi di investimenti, gli ultimi dati disponibili fotografano ritardi e un avanzamento diseguale. Ma il punto non è solo la mancanza di informazioni aggiornate, anche che target numerici fissati dall’alto non tengono conto dei bisogni specifici di istituti e contesti sociali. Un’occasione straordinaria. Ma “è andata persa”, “ha stressato gli istituti”, “è impossibile conoscere l’impatto”, “non ha risposto alle necessità reali”. Questi sono solo alcuni dei feedback raccolti da Domani nel fare un bilancio dei benefici al sistema di istruzione del Piano nazionale di ripresa e resilienza, subito dopo la scadenza del 30 giugno 2026. A parlare sono esperti, sindacalisti, personale e studenti che vivono la scuola ogni giorno. Due i punti evidenziati: 1) mancano i dati. O meglio, i disponibili sono di febbraio 2026 e diventano comprensibili ai non addetti ai lavori grazie alle elaborazioni di enti terzi. Un limite difficilmente conciliabile con gli obblighi di monitoraggio e trasparenza previsti per l’attuazione del Piano. 2) Le modalità di stanziamento delle risorse non hanno tenuto conto delle specificità degli istituti, seguendo parametri standard non sempre utili a cogliere la complessità sociale. Perciò non è detto che una misura completata abbia raggiunto l’obiettivo. Il contrasto alla dispersione scolastica è un esempio: il ministro Giuseppe Valditara ribadisce come il tasso sia all’8,2 per cento - per la prima volta sotto la media Ue del 9,1 - senza ricordare che era in calo da anni e che il dato complessivo nasconde profonde differenze territoriali, portando a chiedersi se la misura per ridurre i divari territoriali, finanziata con 1,5 miliardi di euro, oltre a essere in ritardo, abbia raggiunto l’obiettivo. Un discorso simile vale anche per la digitalizzazione (Scuola 4.0 -2,1 miliardi): potrà dirsi completa se aule ricche di strumenti tecnologici si trovano in edifici vecchi o senza condizionatore? Sono garantite le modalità per “apprendere in maniera innovativa”? La scuola senza bilancio A ritenere complesso valutare l’impatto del Pnrr sull’istruzione c’è anche Adriana Bizzarri, coordinatrice Scuola di Cittadinanzattiva. A proposito della messa in sicurezza e riqualificazione dell’edilizia scolastica (4,2 miliardi) ricorda come siano pochi gli interventi volti all’efficientamento di strutture in larga parte nelle classi energetiche peggiori: “Sembra sia mancata la lungimiranza e la conoscenza dei problemi reali, l’ha dimostrato l’emergenza caldo. C’è poi un altro problema: capire lo stato di attuazione”, aggiunge riferendosi alla realizzazione dei posti per gli asili, che dopo la rimodulazione del governo Meloni sono scesi a 150.480. Gli ultimi giorni del Pnrr: la lezione che l’Italia non imparerà mai. La percentuale di spesa per questi, sulle risorse assegnate dal Pnrr, è attorno al 48%, secondo il punto - sui dati di febbraio - di Fondazione Agnelli. Come spiegano, le informazioni disponibili non offrono uno spaccato certo dello stato delle cose, sia perché sono di mesi fa, sia perché riflettono anche i ritardi nella rendicontazione degli interventi. Inoltre, una quota consistente delle risorse - il 61% di quelle per gli asili nido, ad esempio - è associata a progetti in fase di “esecuzione”, categoria ampia che non permette di conoscere l’avanzamento dei lavori. Come non è chiaro cosa succederà ai progetti che non finiscono in tempo. Dal focus di Fondazione Agnelli emerge che l’accelerazione nell’uso delle risorse degli ultimi mesi non colma il ritardo nell’attuazione del Piano. La scuola, dal monitoraggio di ottobre 2025, è cresciuta a una velocità quasi dimezzata rispetto alla media del Pnrr. Così sembra difficile che uno dei settori più indietro - ma anche uno di quelli su cui si è puntato di più - possa aver risanato il gap. “Le scuole hanno ricevuto ingenti fondi per progettare e gestire interventi complessi senza formazione specifica, senza assunzioni di personale specializzato”, spiega Monica Fontana responsabile nazionale dirigenti scolastici di Flc Cgil, a proposito delle risorse dell Pnrr per il settore: 17 miliardi divisi in 6 riforme e 10 linee di investimento, tra infrastrutture e competenze: dal potenziamento delle palestre alla riqualificazione degli edifici, all’implementazione del tempo pieno, riorganizzazione della rete scolastica, digitalizzazione, riduzione dei divari. “Così gli istituti più organizzati sono riusciti a concludere più facilmente i progetti, altri non sempre hanno raggiunto il target. E i divari tra territori sono aumentati”. Edifici fatiscenti, cantieri in ritardo: a scuola l’occasione persa del Pnrr Ma tutta la rete scolastica è affaticata dalla mole di lavoro: “Ci sono scuole che non hanno ricevuto i soldi per gli interventi realizzati, hanno anticipato le somme per pagare fornitori e personale, per quanto hanno potuto. Ma c’è il rischio di contenziosi con chi ha già svolto il lavoro”, puntualizza Fontana prima di allargare il discorso all’impostazione generale del Piano: “Il raggiungimento di target numerici fissati dall’alto non tiene conto dei bisogni specifici di istituti e contesti sociali”. Lo stesso vale per alcune riforme che sono state “curvate” dal governo in direzioni non coincidenti con l’impianto del Pnrr, come quelle della filiera tecnologico-professionale o del dimensionamento scolastico. “Non possiamo scegliere di diventare idioti” di Chiara Galletti Corriere della Sera, 12 luglio 2026 La lezione del prof ai suoi studenti che barano con l’intelligenza artificiale. Gli studenti del corso di economia matematica alla prestigiosa Brown University pizzicati a imbrogliare con l’AI in un lavoro assegnato a casa. Il professore Roberto Serrano fa ripetere l’esame in presenza: risultati disastrosi. Anche i College più elitari si trovano a fronteggiare le sfide poste dall’intelligenza artificiale. L’ultimo caso coinvolge il corso avanzato di economia matematica della Brown University, uno dei più difficili e temuti dagli studenti. Per la prima volta in vent’anni di carriera il professore che tiene il corso, Roberto Serrano, ha permesso agli alunni di sostenere l’esame di metà semestre da casa, ritenendo legittima la loro richiesta di non presentarsi in aula, a seguito della sparatoria avvenuta a dicembre, durante la quale due studenti sono stati uccisi e altri nove sono rimasti feriti. Una volta avuti indietro i risultati del test però, Serrano si è pentito di aver permesso agli studenti di svolgere il compito in autonomia. I risultati sono eccellenti: 96 su 100, di gran lunga superiori alla media degli anni precedenti. “Storicamente, il voto medio all’esame di metà semestre di questo corso oscillava tra il 65 e l’80, e questo esame era più difficile di quelli che avevo preparato in passato, perché…l’esame da svolgere a casa è un’opportunità per mettere un po’ più alla prova la classe, dato che si concede agli studenti tempo illimitato”, ha affermato Serrano. Come il professore ha scoperto l’imbroglio - Il corso è uno dei più complessi tra quelli proposti dall’Istituto: vi partecipano solo pochi studenti brillanti, in genere non più di trenta per volta, talvolta meno di dieci. Questo semestre però ben 86 studenti decidono di iscriversi, forse proprio perché si è diffusa la notizia che il test verrà fatto da casa. E il giorno dell’esame, che si è svolto il 5 marzo, gli alunni riescono a superare la prova con un successo mai registrato prima. Ben quaranta studenti ottengono il massimo. Ma chi corregge il compito segnala al professore diverse anomalie: “Alcune risposte contenevano passaggi insoliti, che coincidevano con i risultati ottenuti inserendo le domande su ChatGpt”, spiega Serrano. I testi scritti dagli studenti sono in parte simili tra loro, a tratti artificiosi e con risposte corrette ma molto contorte. Tutte caratteristiche che spesso si riscontrano nei testi generati dall’intelligenza artificiale. Un quesito del test per esempio richiedeva agli studenti di dimostrare un’affermazione matematica. Molti alunni per rispondere hanno utilizzato un ragionamento per assurdo, che porta a una risposta giusta ma “molto artificiosa”. Indizi come questo hanno fatto intuire subito a Serrano che gli studenti avevano ceduto alla tentazione e usato l’AI. Un secondo esame, in presenza: risultati disastrosi - Serrano ha concesso agli studenti la possibilità di riscattarsi. Ha tenuto da parte i risultati del primo test e organizzato un secondo esame, questa volta in classe. “Per ora non intendo dichiarare nullo [l’esame di metà semestre]. Darò alla classe la possibilità di dimostrare che mi sbaglio” - ha scritto in un messaggio indirizzato agli studenti - “cioè, se la distribuzione dei voti dell’esame finale sarà più o meno simile a quella dell’esame di metà semestre, terrò conto di quest’ultimo. Altrimenti, cosa che ovviamente mi aspetto accada, dichiarerò nullo l’esame di metà semestre e ricalcolerò il peso dell’esame finale di conseguenza”. 18 studenti abbandonano il corso senza indugi, 9 rimangono iscritti ma non si presentano all’esame finale. Il giorno della prova l’esito è deludente: 3 studenti prendono zero e il punteggio medio è 48,6 su 100. Sono i voti più bassi mai registrati durante il corso: il punteggio medio dell’esame non era mai sceso sotto il 65 su 100. Solo pochissimi alunni ottengono un risultato comparabile a quello del test fatto a casa. Problematiche simili le aveva riscontrate in Italia il professore di Informatica dell’Università La Sapienza Walter Quattrociocchi, che constata in diversi studenti che frequentano i suoi corsi un indebolimento delle capacità logiche e della profondità del ragionamento: attività che vengono delegate all’AI. In un articolo sull’argomento Quattrociocchi si interroga: con queste prospettive possiamo ancora dire che l’intelligenza artificiale sia la democratizzazione del sapere? Che posizione ha preso l’Università - Serrano ha deciso di dichiarare nullo l’esame di metà semestre e che la prova finale svolta in classe avrebbe rappresentato l’80 per cento del voto finale degli studenti. Chi ha ottenuto un punteggio pari o superiore al 40 per cento all’esame finale avrebbe superato il corso. In totale sono stati bocciati 19 studenti. Con grande stupore del professore della Brown, l’Università non è stata né tempestiva né propositiva nell’affrontare il problema. Inizialmente dal vertice della Brown non sono state rilasciate dichiarazioni, il caso è poi stato portato all’attenzione dell’Academic Code Committee. Il comitato che sovraintende alle politiche e alle procedure del College però si è limitato a riconoscere “un campanello d’allarme” nell’accaduto. Riscontro che non ha soddisfatto il professor Serrano: “Non può essere questa la posizione dell’università di fronte a un incidente di tale portata. L’integrità accademica è un valore che vale la pena difendere. Il corpo docente non può essere lasciato da solo in una battaglia che è decisiva se vogliamo preservare il futuro dell’istruzione superiore” ha affermato. Bisogna anche considerare che la Brown fa parte della Ivy League, il gruppo di università che racchiude alcuni degli Istituti più prestigiosi al mondo: Princeton, Harvard, Yale, Columbia, Cornell, Dartmouth College e l’Università della Pennsylvania. La tassa di iscrizione alla Brown arriva a sfiorare i 100 mila dollari l’anno. L’episodio è il più grande scandalo di questo tipo mai registrato nella Ivy League. Conclude Serrano: “Non possiamo permetterci una società in cui una parte significativa delle nostre migliori giovani menti pensi che imbrogliare sia accettabile. Questo porta a una società in declino, a una società fallita… Non possiamo scegliere di diventare degli idioti”. Migranti. Lampedusa è già tornata nel suo buco nero di Andrea Ceredani Avvenire, 12 luglio 2026 È trascorsa solo una settimana dalla visita di papa Leone XIV a Lampedusa e Giuseppe Lo Verde è già tornato al suo lavoro di sempre: pulire i bagni del molo “papa Francesco”. Quei servizi sono il primo luogo ad accogliere migranti sbarcati in Italia dopo giorni di navigazione, spesso alla deriva, in mezzo al Mediterraneo. “E sono in condizioni inaccettabili”, denuncia Lo Verde. Da almeno tre anni, tutti e sei i bagni sono malfunzionanti: alcuni non caricano acqua, altri ne perdono talmente tanta da esaurire l’unica cisterna presente in pochissimi utilizzi. Le porte sono completamente scardinate e più volte sono cadute addosso a operatori e persone migranti, tra i quali anche qualche bambino. Mancano carta igienica e sapone. Dai lavandini non esce più acqua. “Ogni volta che c’è uno sbarco - spiega Lo Verde, dipendente della prefettura di Agrigento -, recupero una tanica di acqua da mille litri. Poi preparo subito i secchi, perché se mettessi l’acqua nel circuito si disperderebbe tra i mattoni. Quindi, ogni volta che un migrante esce dal bagno entro io a scaricare l’acqua con il secchio”. In attesa di un aiuto delle autorità, finora mai arrivato, più volte Lo Verde ha anche riparato la struttura a spese proprie e comprato i beni necessari. “La carta igienica qua non è mai esistita”, sintetizza. Il tempo che le persone migranti trascorrono nel molo “papa Francesco” non è molto - la prima mezz’ora circa della loro permanenza in Italia -, ma è fondamentale per migliorare le loro condizioni igienico-sanitarie. Dopo lo sbarco nell’area militarizzata dell’isola, uomini, donne e bambini subito manifestano l’esigenza di trovare un bagno. Per molti, quelli sono i primi veri servizi igienici che incontrano dopo giorni di navigazione, nottate nei lager libici e settimane di viaggio nel deserto. Eppure, non trovano altro che una bottiglietta d’acqua per sciacquarsi il viso e tutto il corpo. A fornirgliele sono i volontari delle associazioni o degli ordini religiosi che le raccolgono da quelle che la Croce Rossa distribuisce sull’isola a qualche minuto dallo sbarco. Altre volte, le recuperano direttamente tra quelle che i migranti lasciano al molo. “Ma a cosa può servire una sola bottiglietta d’acqua a una donna che ha appena partorito?”, chiede suor Angela Cimino che per due anni è stata volontaria a Lampedusa. Da quando l’ha lasciata per trasferirsi a Porto Empedocle, nove mesi fa, continua a pensare alle condizioni in cui vengono accolti i migranti in Italia: “Accompagnare i fratelli che chiedono di andare al bagno senza poter dare acqua e con i sanitari rotti - racconta - è una sofferenza continua, il dolore più grande della mia missione”. La speranza di suor Cimino, come quella di tutti gli altri operatori a Lampedusa, si era accesa con l’arrivo di papa Leone XIV sull’isola. Ma è bastato poco a spegnerla. Nei giorni della visita è comparso sulla porta dei bagni un cartello che recitava “Fuori servizio”. Ma, a qualche ora dal saluto del Pontefice, se ne è andata anche quell’insegna lasciando i 300 migranti sbarcati nella scorsa settimana di nuovo alle prese con la struttura fatiscente. “La gioia per la visita del Papa - racconta suor Cimiano - di fronte a quel cartello è diventata subito sofferenza”. Ma i disagi del molo “papa Francesco” non si fermano ai bagni. Ad aggravare la situazione negli scorsi mesi è stato il ciclone “Harry”, che ha sradicato un cancello e innescato diversi guasti tecnici che in questa settimana hanno fatto saltare anche l’illuminazione elettrica. “Gli sbarchi di notte ormai avvengono a buio completo” spiega Francesca Saccomandi, operatrice di Mediterranean Hope. “Questo genera un caos incredibile - continua. Banalmente, le distribuzioni di acqua e cibo sono complicate”. Non solo. La scarsa visibilità sarebbe anche una minaccia per la sicurezza dei migranti, che al molo devono camminare evitando circuiti elettrici scoperti. “Se a questo aggiungiamo che quando arrivano in bagno non possono neppure sciacquarsi la faccia, è facile concludere che le persone che sbarcano a Lampedusa non sono accolte in modo dignitoso”, sostiene Saccomandi. Negli scorsi anni, il Forum Lampedusa solidale più volte ha chiesto un intervento urgente per migliorare le condizioni igienico-sanitarie del molo. Ma la risposta è rimasta incastrata in un rimpallo di competenze tra Comune, Guardia costiera e Regione. “Avevamo trovato anche aziende disposte a rimettere a posto i bagni a prezzi bassissimi - spiega Saccomandi - ma le autorità interpellate hanno sempre risposto che non è affare loro”. Il risultato è che, per il momento, le spese più urgenti le ha sostenute Giuseppe Lo Verde. A partire da alcuni led costati “un’ottantina di euro” e installati qualche giorno fa. Sullo stato di salute dei bagni, anche il dipendente della prefettura di Agrigento sembra sempre meno ottimista: “Se la situazione resta questa, prima o poi sarò costretto a chiuderli”. Salvate i prigionieri politici in Russia di Dmitrij Muratov* Avvenire, 12 luglio 2026 Dmitrij Muratov, fondatore dello storico giornale indipendente Novaya Gazeta e Premio Nobel per la Pace, il 30 giugno ha rivolto un appello al Parlamento Europeo, seduto alla scrivania di Anna Politkovskaja che la redazione di Novaya Gazeta tiene conservata com’era il giorno in cui Anna è stata uccisa. Ancora una volta Muratov denuncia le torture e la detenzione dei prigionieri politici in Russia. Li ricorda uno per uno. Inclusi i minori. Parla di alcuni dei casi più terribili, di persecuzione di minori condannati per avere protestato contro la guerra è in particolare il caso del ragazzo in carcere da anni e al quale hanno dato una nuova condanna pochi giorni prima della fine della pena. L’appello di Muratov fa venire i brividi per le cose che descrive e chiede ai parlamentari europei di impegnarsi per favorire la liberazione dei prigionieri politici. Si rivolge ai parlamentari Europei. A quelli che si dichiarano democratici a sostegno dei diritti umani, ai membri del gruppo dei Socialisti europei, ai verdi. Ma anche ai conservatori chiedendogli di dimostrare misericordia. L’auspicio di Muratov è che il Parlamento europeo segua precedenti di mediazione che hanno favorito la liberazione di prigionieri civili e invita a sollecitare uno scambio tra detenuti dalla Russia e dall’Ucraina. Ricorda che parte di un processo che possa portare alla pace c’è anche questo genere di iniziative. Qui di seguito la traduzione del testo integrale del suo intervento, reperibile anche in video su YouTube. “Grazie mille per l’opportunità di rivolgermi oggi al Parlamento europeo. Faccio presente che mi trovo a Mosca e che le autorità russe mi hanno dichiarato agente straniero. Ho intitolato il mio intervento “Per chi non suona la campana”, per parlare dei prigionieri politici che si trovano nelle carceri russe. Sto registrando questo intervento nell’ufficio della Novaya Gazeta, nella stanza 307. È l’ufficio di Anna Politkovskaya. Potete vedere i suoi effetti personali, sono i suoi occhiali, la sua borsa, il suo registratore, le sue bozze, i libri che stava leggendo prima di morire. Il 7 ottobre di quest’anno ricorreranno esattamente 20 anni dall’omicidio di Anna Politkovskaya. Qui, sulle pareti di questo ufficio, potete vedere come veniva perseguitata, come è stata uccisa, come lo Stato ha condotto le indagini e come le ha condotte la Novaya Gazeta. Sono passati vent’anni dal suo assassinio e i mandanti non sono ancora stati trovati. Qui, sulla scrivania di fronte a me, giacciono le bozze che avrebbe dovuto consegnare quel giorno al direttore. Era un dossier sulla tortura. Sono passati vent’anni e la tortura continua. La tortura ha invaso la nostra epoca. Carnefici ed esecutori sono diventati professioni apprezzate. La crudeltà è diventata la prova dell’amore per lo Stato. La tortura è diventata patriottismo. La tortura è coerente con la politica statale volta a instillare paura nella popolazione del paese. Vi racconterò alcune storie che dimenticherete mai più. Perdonatemi per questo. Innanzitutto, quella di un pianista. Si chiamava Pavel Kushnir. Ecco com’era prima del suo arresto. Nel luglio del 2024, è morto in una prigione nella città di Berobidzhan, dove Stalin esiliò gli ebrei sovietici dopo la Seconda Guerra Mondiale. Un interprete unico di Rachmaninoff e Schubert, autore di libri meravigliosi. Si era schierato contro lo spargimento di sangue. Il suo post su YouTube è stato visto solo da cinque persone. È morto, dopo due mesi di sciopero della fame, senza mai rinunciare alle sue convinzioni. Negli ultimi cinque giorni, aveva rifiutato persino l’acqua. Era in sciopero della fame dal giorno del suo arresto. So che è stato anche picchiato. Dei criminali gli hanno perseguitato. Ecco com’era Pavel Kushnir nella bara. Eravamo al suo funerale. Ecco Alexey Gorinov, un consigliere comunale locale, un uomo onesto, uno scienziato. Questo era il suo aspetto prima dell’arresto. È in prigione da quattro anni. Si è rifiutato di appoggiare la politica governativa che ha portato alla creazione dell’Operazione Speciale. Hanno iniziato a torturarlo immediatamente. Prima con il freddo. A Gorinov è stata asportata parte di un polmone. Gorinov è un invalido per questo. È stato tenuto per mesi in una cella non riscaldata con una finestra rotta, dove si accumulava ghiaccio all’interno. Non gli davano una coperta e lo costringevano a togliersi il maglione minacciandolo di violenza. Quando si è ammalato, si sono rifiutati di ricoverarlo in ospedale per molto tempo. Ben presto, Gorinov, un uomo con parte di un polmone asportato, ha contratto la tubercolosi. Ora tossisce sangue. Questo è il suo aspetto attuale. Ecco la storia di una tortura più sofisticata. In questo momento, una bambina piccolissima sta morendo in ospedale per mancanza d’aria. Si chiama Valeria. Ha un anno. Vive in ospedale dalla nascita, attaccata a un respiratore. Le sue ossa sono così fragili che si rompono al minimo tocco. Alla nascita, Valeria pesava solo 530 grammi. Sua madre, Oleksandra Strelets, è ucraina di nazionalità ma russa di passaporto. È stata accusata di tradimento per aver tentato di sostenere l’Ucraina e condannata a 12 anni di carcere. Date le condizioni di salute della bambina, vivrà meno della pena detentiva inflitta alla madre. E la madre sta morendo di dolore in carcere. Questo ragazzo è cresciuto in prigione. Si chiama Nikita Uvarov. Sei anni fa, l’FSB ha arrestato cinque adolescenti nella città siberiana di Kansk. Questi studenti avevano affisso un volantino su un edificio a sostegno dei prigionieri politici. Furono fermati dalle forze speciali. Due furono rilasciati subito. Uno di loro era il figlio di un alto funzionario. Gli altri si dichiararono subito colpevoli e vennero liberati. Solo uno dei cinque, Nikita Uvarov, non ammise la colpa e non testimoniò contro i suoi amici. E fu mandato in prigione. Vi dico quanti anni aveva. Aveva 14 anni. Venne condannato a cinque anni con l’accusa di terrorismo. La sua pena di cinque anni era stava per scadere ma giusto una settimana prima del rilascio, di recente, ha avuto un’altra accusa, di aver partecipato a un’organizzazione estremista, e così l’hanno lasciato in carcere. Ora rischia una nuova condanna, sei anni di prigione. In tribunale, è apparso completamente annichilito e distaccato. La sua famiglia dice che questo significa che è sull’orlo di una crisi. Queste sono invece due giovani donne: Svetlana Petriychuk e la regista Evgenij Berkovi?. Una drammaturga e una regista. Vi dirò il mio punto di vista. Sono figure di spicco del teatro a livello europeo. Sono state incarcerate per sei anni per un’opera teatrale che, prima dell’inizio dell’operazione speciale, aveva vinto il principale premio teatrale nazionale in Russia. La realtà è che più probabilmente sono state incarcerate per le poesie contro la guerra scritte da Zhenya Berkovi?. Devo precisare che diversi anni fa, Berkovi?, sperando in una vita felice, lunga e serena, ha adottato due bambine orfane dal destino difficile. Ora si ritrovano di nuovo senza madre, per la seconda volta nella loro vita. Chi può spiegare loro il perché? Era questo l’aspetto di Zhenya Berkovi? al momento dell’arresto. (Mostra una foto, ndr) E questo era l’aspetto di Zhenya Berkovi? non molto tempo fa, quando il tribunale respinse il suo ricorso. Ecco un’altra giovane donna. Questa è la sua foto prima dell’arresto. Un anno dopo appare oggi in modo del tutto diverso. Non abbiamo un’immagine ma immaginerete perché. Svetlana rischia 15 anni di carcere. Il suo crimine è l’amore. Lei è una cittadina russa e lui un soldato ucraino. Vivevano in paesi in guerra. Senza essersi mai incontrati… hanno scoperto che persino il loro libro preferito d’infanzia era lo stesso. Nonostante morte e l’odio, quest’ucraino e questa russa si sono innamorati e Svetlana è partita per andare dal suo fidanzato. Una cosa incredibile! Che abbia fatto le valigie e sia andata dal suo fidanzato. Le dicevano: “È una cosa assurda”. “Ma sei stupida?”. Ma io chiedo a voi: “Dove avete mai visto un amore intelligente?”. È stata arrestata dai servizi segreti russi. Per diversi giorni, hanno picchiato Svetlana a scosse elettriche, poi l’hanno semplicemente picchiata, e infine hanno chiamato il suo fidanzato perché vedesse cosa le era stato fatto, offrendogli di liberarla se avesse tradito la sua patria. Le hanno chiesto di confessare che stava andando in Ucraina per uccidere dei russi, e l’hanno condannata a 15 anni. Svetlana Savelyeva è in prigione da un anno ormai. Nel corso di tutto quest’anno, il soldato ucraino Alexander Chechetko si batte per la sua liberazione. L’ucraino intercede per la donna russa e scrive ai difensori internazionali per i diritti umani. “Questa è una questione che riguarda me”, scrive il soldato ucraino, “perché è da me che stava venendo”. “E io non posso, non ho nemmeno il diritto di rimanere in silenzio, perché cose del genere non possono accadere nel mondo civilizzato. Una persona è stata condannata per il fatto di amare un ucraino”. Mi rivolgo ora a quei membri del Parlamento europeo e ai leader dei rispettivi gruppi parlamentari che, come me, condividono i valori democratici. Mi rivolgo alla leader del gruppo parlamentare dell’Alleanza Progressista dei Socialisti e Democratici, Iracha García; alla leader del gruppo parlamentare dell’Alleanza Verde Europea Libera, Therese Renntke; al leader del Partito Popolare Europeo, Manfred Weber; e chiedo anche ai miei cari amici di vecchia data, Andrius Kubelis e Sergei Lagadinsk: sostenete gli sforzi per la liberazione dei prigionieri politici. Forse si tratta di una proposta rischiosa: è possibile raggiungere un accordo con la parte ucraina su lo scambio di civili con altri civili? Ovvero prigionieri politici russi che si sono opposti alla guerra, in cambio di coloro che si trovano in Ucraina, sostenitori di Vladimir Putin, e che sono detenuti nelle carceri ucraine per aver collaborato con le autorità russe. Forse uno scambio di civili è possibile. Anche lo scambio di civili è parte del processo che può portare alla pace. Vi prego di riflettere su questo. Vi esorto a intervenire. Ma oggi voglio rivolgermi in modo specifico e deliberato a coloro che, nel Parlamento europeo, sostengono i valori conservatori. Voglio rivolgermi a coloro che vengono definiti di destra. Sono ben consapevole che tutti i media mi criticheranno per aver oltrepassato il confine tra democratici e conservatori della destra, per aver infranto tutti i muri di separazione. Posso dirvi francamente che, per me, tale confine non esiste. Bisogna parlare con tutti coloro che possono salvare le persone. E visto che il presidente russo Vladimir Putin non asseconda le richieste dei suoi nemici, ma è incline a rispondere ai desideri di coloro i cui valori, a giudicare dalle sue dichiarazioni, condivide. Onorevoli deputati, signori Bardela, Aust, Belimski e Ugrik. Voi, e in particolare alcuni membri delle vostre fazioni, avete la reputazione di essere forze politiche le cui critiche all’Unione Europea riecheggiano quelle di Vladimir Putin. Forse condividete le sue idee. Vi chiedo di avvicinarlo, presentandovi come qualcuno che vi considera affini. Chiedete un’amnistia, una grazia parziale o totale, per i suoi oppositori politici. Dimostratelo, usate la vostra influenza per salvare vite umane. Chiedete un’amnistia al signor Putin. Abbiamo opinioni diverse sulla guerra, sull’Europa, sui diritti delle donne e sui diritti degli immigrati, ma forse almeno la pietà non è esclusa dai valori conservatori? Se vorrete, vi fornirò l’elenco dei prigionieri politici più vulnerabili, delle donne, anziani, dei malati gravi e dei adolescenti. Come si fa? E difficile. Ma vi farò un esempio che mi ha colpito profondamente. Vi racconterò come ha fatto John Call, un negoziatore eccezionale, a mio parere uno dei membri più efficaci del team dell’attuale presidente americano Donald Trump. Ha liberato quasi 500 ostaggi, prigionieri politici, dalle mani del presidente bielorusso Lukashenko. Ecco cosa mi ha raccontato di recente: quando il primo gruppo di ostaggi politici bielorussi, liberati su sua iniziativa, è partito su furgoni cellulari. Si tratta di veicoli usati per trasportare i prigionieri dal carcere al confine, John ha chiesto di aprire il portellone. I prigionieri erano seduti curvi. Avevano le mani dietro la schiena, stringendole l’una nell’altra. Quando il portellone si è aperto, sui loro volti si poteva leggere il terrore. John Call ha letto in quei volti l’orrore dell’addio alla vita. Successivamente, gli hanno raccontato che erano certi di essere stati portati via per essere fucilati. John gli disse: “Sono un rappresentante del presidente americano Donald Trump. Mi chiamo John Coll. Non hanno battuto ciglio.” Ripeté: “Mi chiamo John Coll. Sono un rappresentante del presidente Trump” e poi ha pronunciato parole magiche, incredibili, inverosimili, grandiose: Siete liberi! Chi sarà il John Coll per i prigionieri politici russi? Forse quella persona è seduta qui in questa stanza proprio ora. Chi dirà ai prigionieri politici russi: “Siete liberi”, e proverà la stessa incredibile sensazione che ha provato John Coll? Mi direte: “Che senso ha parlare di diritti umani durante una guerra? I soldati difendono i diritti dello Stato, non i singoli individui. E le persone devono morire per l’idea dello Stato.” Beh, sì infatti, recentemente, al Forum economico di San Pietroburgo, ospitato dal governo russo, un ideologo moderno di nome Malofeev ha parlato dal podio governativo. Ha affermato che, a suo parere, lo scenario migliore per la Russia è quello di usare armi nucleari in Europa per ottenere la vittoria e costruire un mondo russo. Questa è la sua idea. Mi è venuto in mente il cartone animato Shrek. Dove, se ricordate, Lord Farquaad dice: “Alcuni di voi potrebbero morire. Ma è un sacrificio che sono disposto a fare”. Un generale una volta mi disse: “In guerra, il compito di alcuni è combattere e quello di altri salvare le vittime della guerra”. Facciamolo anche noi, finché le persone sono vive. Ora ascolterete Schubert interpretato da Pavel Kushnir. È stato sepolto con le labbra sporche di sangue. Ascoltate Schubert. Grazie”. *333armadioLa traduzione è a cura di Raffaella Chiodo Karpinsky