L’Alleanza per l’articolo 27 entra nelle carceri vita.it, 11 luglio 2026 Martedì 14 luglio oltre 330 persone tra istituzioni, università, cultura e società civile entreranno negli istituti penitenziari di 29 città italiane. L’iniziativa punta a portare l’attenzione sulle condizioni delle carceri italiane e riaffermare il principio secondo cui la pena deve essere conforme ai valori sanciti dall’articolo 27 della Costituzione: umanità, dignità della persona e finalità di reinserimento sociale. “Per comprendere davvero il funzionamento della giustizia è necessario vedere il carcere”, diceva Piero Calamandrei, giurista, accademico e padre costituente. Nella convinzione che il carcere debba tornare a essere conosciuto, osservato e discusso dalla società, martedì 14 luglio 34 istituti penitenziari di 29 città italiane saranno visitati da delegazioni composte da rappresentanti dell’Alleanza per l’articolo 27, insieme a esponenti delle istituzioni locali, del mondo delle università, della cultura e della società civile. Tra questi, Alessandro Bergonzoni, Daria Bignardi, Ascanio Celestini, Marco Damilano, Davide Dileo (Boosta), Luigi Piana, Vanessa Roghi e Pietro Sermonti. Nel complesso parteciperanno all’iniziativa oltre 330 persone. L’obiettivo è riportare l’attenzione dell’opinione pubblica sulle condizioni delle carceri italiane, oggi attraversate da una crisi sempre più grave, e riaffermare il principio secondo cui la pena deve essere conforme ai valori sanciti dall’articolo 27 della Costituzione: umanità, dignità della persona e finalità di reinserimento sociale. L’Alleanza per l’articolo 27 - Nata a Roma il 6 febbraio scorso, riunendo numerose associazioni impegnate sui temi della giustizia, dell’esecuzione penale e dei diritti delle persone private della libertà, l’Alleanza parte dalla volontà di costruire un percorso comune per promuovere politiche di depenalizzazione, decarcerizzazione e umanizzazione della pena, contrastando una stagione segnata dall’espansione del diritto penale, dall’aumento del ricorso alla detenzione e dalla progressiva chiusura del carcere nei confronti della società esterna. I numeri descrivono una situazione ormai insostenibile. “Le carceri italiane registrano un tasso medio di affollamento pari al 140%, con circa 18mila persone detenute in più rispetto alla capienza regolamentare”, si legge in una nota stampa diffusa dalla rete. “Migliaia di persone continuano a vivere in condizioni giudicate non dignitose dalla magistratura, mentre continua il dramma dei suicidi e delle morti in carcere”. Per questo motivo il 14 luglio le associazioni dell’Alleanza (di cui sono promotori A buon diritto, Acli, Antigone, Arci, Cgil, Coordinamento nazionale Comunità accoglienti, Conferenza nazionale Volontariato Giustizia, Confcooperative Federsolidarietà, Conferenza dei Garanti territoriali delle persone private della libertà, Forum Droghe, Gruppo Abele, L’altro diritto, La Società della Ragione, Legacoopsociali, Movimento di Volontariato Italiano, ?Movimento No Prison, Nessuno tocchi Caino, Ristretti Orizzonti, Voci di Dentro) entreranno contemporaneamente in decine di istituti penitenziari. Gli istituti coinvolti - Le visite interesseranno gli istituti di Asti, Bari, Biella, Bologna CC, Bologna Istituto penale per i minorenni, Cagliari Uta, Cassino, Chieti, Civitavecchia, Cremona, Ferrara, Firenze, Foggia, Genova, Milano Bollate, Milano Istituto penale per i minorenni, Milano Opera, Milano San Vittore, Napoli Poggioreale, Padova, Palermo Istituto penale per i minorenni, Parma, Pescara, Pisa, Prato, Roma Rebibbia femminile, Roma Regina Coeli, Sassari, Torino, Trento, Udine, Varese, Vicenza, Volterra. L’emergenza carceri è una priorità. Gli slogan da campagna elettorale non bastano di Gabriele Elia Il Riformista, 11 luglio 2026 Ogni campagna elettorale ha i suoi slogan. Ma ci sono emergenze che non possono essere affrontate con uno slogan. Il sistema carcerario italiano è una di queste. Sovraffollamento, strutture inadeguate, carenza di personale, difficoltà nel garantire percorsi di recupero e un numero elevato di detenuti stranieri rappresentano questioni che meritano di entrare stabilmente nel confronto politico. Parlare di carcere significa parlare di sicurezza. Ma significa anche parlare di giustizia, dignità della pena e tutela degli operatori penitenziari. Una forza autenticamente liberale non dovrebbe scegliere tra garantismo e sicurezza. Dovrebbe tenere insieme entrambe le esigenze. La sicurezza si costruisce anzitutto fuori dagli istituti penitenziari, attraverso prevenzione, controllo del territorio, politiche efficaci sull’immigrazione irregolare e strumenti che favoriscano l’integrazione nel rispetto delle regole. Ma si costruisce anche dentro il carcere, impedendo che diventi un luogo di radicalizzazione, violenza e ulteriore marginalizzazione. Il tema dell’integrazione riguarda l’intera società. Ignorarlo sarebbe un errore; affrontarlo con slogan sarebbe altrettanto sbagliato. Servono politiche pubbliche efficaci, cooperazione internazionale, percorsi di inclusione per chi rispetta le regole e strumenti rigorosi contro chi delinque. Anche il sistema penitenziario richiede una visione complessiva: investimenti nelle strutture, maggiore attenzione alla salute mentale dei detenuti, sostegno alla Polizia Penitenziaria, misure per ridurre la recidiva e una riflessione sul ricorso alle pene alternative nei casi previsti dalla legge. Per troppo tempo il carcere è stato considerato un tema da specialisti. Non lo è. Riguarda la sicurezza delle città, la fiducia dei cittadini nelle istituzioni e la capacità dello Stato di far rispettare la legge senza rinunciare ai princìpi costituzionali. Le prossime elezioni rappresentano un’occasione per riportare questo tema al centro del dibattito pubblico. Chi si richiama alla cultura liberale ha oggi la responsabilità di avanzare proposte credibili, capaci di coniugare fermezza, legalità e rispetto della persona. Perché una democrazia si misura anche da come affronta le sue emergenze più difficili. E quella delle carceri è certamente una delle più urgenti. La crisi climatica arriva in cella. Allarme del Consiglio d’Europa di Eleonora Martini Il Manifesto, 11 luglio 2026 Il Comitato per la prevenzione della tortura accende i riflettori sulle carceri bollenti. L’iniziativa dell’Alleanza per l’articolo 27 della Costituzione: 330 persone in visita in 35 istituti. Dalle antiche segrete sotterranee che tenevano “al fresco” i prigionieri in tempi in cui non esisteva il diritto, al caldo soffocante delle attuali carceri, la pena inumana è ancora il comune denominatore. Non a caso ieri, concludendo la sessione aperta il 6 luglio a Strasburgo, il Comitato europeo per la prevenzione della tortura (Cpt) del Consiglio d’Europa ha acceso un faro sull’impatto della crisi climatica nei luoghi di privazione della libertà evidenziando come le ondate di calore colpiscano in modo particolarmente grave le persone detenute - condizioni che il sovraffollamento rende ancora più insostenibili - e chiedendo agli stati membri interventi immediati. “Garantire acqua potabile, ventilazione, ombreggiamento, accesso agli spazi esterni nelle ore più sicure e interventi di adattamento degli edifici non è una questione di comfort, ma di tutela dei diritti fondamentali”, ha sottolineato Elisabetta Zamparutti che del Cpt è la componente italiana. Oltre alle 18 mila persone detenute in più rispetto alla capienza effettiva, rinchiuse in celle arroventate, in molti penitenziari sono state riscontrate forti carenze igienico sanitarie, a cominciare da Sollicciano che per questo motivo il mese scorso è stato sottoposto a sequestro preventivo da parte della magistratura. Al provvedimento però è seguita una incredibile circolare del provveditorato regionale del Dap della Toscana che invita i direttori degli altri istituti ad accogliere i detenuti trasferiti da Sollicciano in ogni modo, perfino ricorrendo a brande o materassi buttati a terra. Una disposizione che, ancora ieri, Roberto Giachetti non ha esitato a definire “fuorilegge”, chiedendone l’immediato ritiro. “È inaccettabile - scrive in una nota il deputato di Iv insieme a Rita Bernardini, presidente di Nessuno tocchi Caino - trasformare l’emergenza in regola e chiedere agli istituti di arrangiarsi, anche oltre i limiti della dignità umana. In queste condizioni, ogni ulteriore trasferimento rischia solo di allargare l’emergenza. Servono invece interventi urgenti, strutturali e immediati come la liberazione anticipata speciale” contenuta in una proposta dello stesso Giachetti che è rimasta lettera morta. Ecco perché in qualche modo Sollicciano si potrebbe idealmente definire il punto di partenza dell’iniziativa promossa dall’”Alleanza per l’articolo 27 della Costituzione” che martedì 14 luglio porterà 330 persone all’interno di 35 istituti penitenziari italiani di 29 città. Entreranno per guardare con i loro occhi, i delegati della ventina di associazioni (da Antigone a Acli, Arci, Cnca, Cgil, Conferenza dei Garanti territoriali dei detenuti, Ristretti orizzonti ecc.) che lo scorso 6 febbraio ha fatto rete per la prima volta, nella comune volontà di ricordare che l’articolo 27 della Carta parla di pene - non solo di carcere - che non devono essere contrarie al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. L’Alleanza intende “costruire un percorso comune per promuovere politiche di depenalizzazione, decarcerizzazione e umanizzazione della pena, contrastando una stagione segnata dall’espansione del diritto penale, dall’aumento del ricorso alla detenzione e dalla progressiva chiusura del carcere nei confronti della società esterna”. Alle organizzazioni della rete si uniranno esponenti delle istituzioni, delle università, della cultura e della società civile, tra cui Alessandro Bergonzoni, Daria Bignardi, Ascanio Celestini, Marco Damilano, Davide Dileo (Boosta), Luigi Piana, Vanessa Roghi e Pietro Sermonti. Ricorda l’Arci che “le associazioni dell’Alleanza entreranno contemporaneamente in decine di istituti penitenziari, nella convinzione che il carcere debba tornare a essere conosciuto, osservato e discusso dalla società. Come ricordava Piero Calamandrei, per comprendere davvero il funzionamento della giustizia è necessario vedere il carcere”. E infatti, malgrado le condizioni di degrado siano riscontrabili in tutti i penitenziari italiani, con sfumature risibili, da quelli maggiormente monitorati arrivano più frequentemente le denunce. Ieri a Milano, il garante Luigi Pagano e la sottocommissione del comune hanno diramato una nota per avvertire che a San Vittore, Opera, Bollate e nell’Ipm Beccaria la situazione “è drammatica e fuori controllo” con indici di sovraffollamento che arrivano al 220%. Tortura di Stato, reato o aggravante? Palla alle Sezioni Unite di Valentina Stella Il Dubbio, 11 luglio 2026 La fattispecie prevista dall’articolo 613 bis, secondo comma, c.p., concernenti i fatti di tortura commessi da un pubblico ufficiale o da un incaricato di pubblico servizio con abuso dei poteri o in violazione dei doveri inerenti alla funzione o al servizio integra un autonomo titolo di reato o una circostanza aggravante speciale, a pena autonoma ed indipendente, della fattispecie prevista dal primo comma della medesima disposizione? Questa è la domanda posta dalla Quinta sezione penale di Cassazione a cui dovranno rispondere molto probabilmente le Sezioni Unite. Il quesito è stato posto in riferimento alla vicenda delle torture perpetrate ai danni di un detenuto tunisino, assistito dagli avvocati Raffaella Nardone e Michele Passione, da alcuni agenti penitenziari nel carcere toscano di San Gimignano (Siena). Ripercorriamo brevemente l’iter giudiziario: l’11 ottobre 2018, telecamere di videosorveglianza riprendono un gruppo di 15 agenti penitenziari prelevare a forza dalla camera detentiva un giovane nordafricano che si apprestava ad uscire per fare la doccia, per poi trascinarlo e strattonarlo lungo tutto il corridoio, colpirlo alla testa con pugni, afferrarlo per la gola, sottoporlo ad una grave torsione ad un braccio, strattonarlo e trascinarlo ancora una volta nel medesimo corridoio, scaraventarlo in una camera detentiva del reparto isolamento, percuoterlo e lasciarlo in mutande per tutto il pomeriggio, la sera e la notte, quantomeno fino alla mattina successiva. Nel corso del brutale pestaggio, l’uomo veniva inoltre bloccato a terra per 45 secondi, durante i quali un ispettore del peso di circa 120 kg gli montava sulla vita e sulle gambe con le ginocchia e un altro ispettore lo prendeva per il collo. Dei 15 agenti dieci hanno scelto il rito abbreviato: in primo e secondo grado avevano ricevuto pene tra i 2 anni e 3 mesi e i 2 anni e 8 mesi. Ma sempre la V sezione della Cassazione (ma altro collegio) ad aprile ha annullato le condanne e ordinato un appello bis, pur ritenendo che da un punto di vista della qualificazione giuridica del reato contestato l’ipotesi di cui al secondo comma dell’art. 613 bis c.p. debba intendersi quale fattispecie autonoma. Gli altri cinque processati con rito ordinario sono stati condannati per tortura (come reato autonomo), lesioni aggravate, minacce, falso ideologico. La Corte di appello di Firenze confermò poi le condanne, ma ritenendo prevalenti le attenuanti generiche abbassò le pene che andarono dai 4 anni e 2 mesi ai 3 anni e 8 mesi, e tramutò l’interdizione dai pubblici uffici da perpetua a 5 anni. Contro tale decisione sono ricorsi in Cassazione gli imputati. Tra i motivi di impugnazione il fatto che secondo i difensori il secondo comma del 613 bis cp rappresenti una aggravante e non un reato autonomo. Pure secondo gli ermellini “il comma secondo non procede ad autonoma descrizione della condotta, dell’evento e delle condizioni in cui versi la vittima, ma richiama espressamente “i fatti di cui al primo comma”, limitandosi ad aggiungere la qualifica soggettiva dell’autore, pubblico ufficiale o incaricato di pubblico servizio, e il nesso funzionale costituito dall’abuso dei poteri o dalla violazione dei doveri” da parte degli stessi. Se ne fa derivare una “relazione di accessorietà”. Tuttavia, essendoci anche della giurisprudenza che invece pone le tesi opposte, i giudici hanno deciso di investire della questione le Sezioni Unite. Ora cosa può succedere? Il primo Presidente di Cassazione o il primo Presidente aggiunto può rimettere appunto alle SU oppure rispedire alle V sezione: in questo ultimo caso o verrebbe accolta la tesi difensiva e celebrato un appello bis per la rideterminazione della pena con la tortura commessa da un pubblico ufficiale come aggravante e non come reato autonomo, avendo gli ermellini condiviso le tesi delle difese, o la Corte potrebbe anche decidere di annullare senza rinvio. Come ci spiega l’avvocato Michele Passione, “qui non è in gioco solo l’aspetto sanzionatorio”, in quanto in presenza di una aggravante al posto di un reato autonomo si avrebbero pene più miti, “bensì la connotazione autonoma della tortura pubblica: ciò per ragioni di ordine sistematico, ma soprattutto per il grande carico di disvalore che porta con sé, che muta la sostanza stessa del reato. La tortura di cui al secondo comma va formalizzata come delitto, e non come aggravante, come del resto esige la Convenzione Onu, ratificata senza riserve dall’Italia, in conformità a quanto già ritenuto dal Tribunale di Siena e dalla Corte di Appello di Firenze. La tortura è l’unico reato costituzionalmente necessario, ex art. 13/4 Cost., e quest’obbligo di incriminazione crediamo non possa essere disatteso in favore di una diversa qualificazione giuridica”. Lo specchio di una società che confonde pena con tortura di Giulia Ghirardi fanpage.it, 11 luglio 2026 “La cremazione la paghiamo noi, buon viaggio”. Dopo avergli augurato la morte, gli augura anche buon viaggio. C’è dentro tutto in questo galateo dell’odio: il desiderio di morte, l’augurio beffardo, l’idea che la sofferenza dell’altro sia uno spettacolo da accompagnare con una battuta. Come se fosse spiritoso. Come se fosse normale. È successo dopo che Fanpage.it ha pubblicato la lettera di un detenuto del carcere di Brescia che raccontava di vivere 22 ore al giorno chiuso in una cella sovraffollata, con quasi 40 gradi. Una testimonianza che avrebbe potuto aprire una discussione sulle condizioni delle carceri italiane e delle persone detenute. E, invece, per la maggior parte degli utenti sui social, il problema non era il caldo, non era il sovraffollamento, non erano delle persone stipate e trattate come bestie, non erano i diritti compressi. Il problema era che quei detenuti respiravano ancora. “Vi toglierei anche l’acqua” o “a 50 gradi li terrei”. Ma anche: “Magari moriste tutti”, “ci vorrebbe la pena di morte”, “remigrazione”. È un campionario dell’odio che ormai scorre sotto qualsiasi notizia riguardi il carcere, come se fosse la reazione più naturale del mondo. Come se desiderare la morte di qualcuno fosse una forma di opinione politica. La logica di questi commenti è sempre la stessa: hanno sbagliato, quindi possono soffrire quanto vogliamo. Anzi, di più. Non basta la pena prevista da un tribunale. Non basta la privazione della libertà. Serve il caldo soffocante, la sete, l’umiliazione, la malattia. Serve che il “carcere duro”, che il carcere diventi un luogo dove il dolore non è una conseguenza, ma un obiettivo. E quando qualcuno racconta condizioni che nessuno sceglierebbe volontariamente di vivere, la risposta non è indignazione. È delusione perché soffrono ancora troppo poco. La cosa più inquietante è proprio questa: nei commenti sparisce completamente l’idea stessa della pena così come è prevista dalla Costituzione. L’articolo 27 dice che le pene devono tendere alla rieducazione del condannato. Una frase conosciuta da tutti, almeno fino a quando non compare la parola “detenuto”. A quel punto la rieducazione diventa un lusso, i diritti diventano privilegi e la dignità umana un fastidioso dettaglio. E non è solo la Costituzione a dirlo. Persino la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, all’articolo 5, stabilisce che “nessun individuo potrà essere sottoposto a tortura o a trattamenti o punizioni crudeli, inumani o degradanti”. In teoria, dunque, dovrebbe essere uno di quei principi così elementari da mettere d’accordo chiunque, a prescindere dalle idee politiche. In pratica, basta scrivere la parola “carcere” e improvvisamente c’è chi scopre di avere un’eccezione pronta. E allora ecco che si invoca la pena di morte in un Paese dove non esiste. Si chiede di togliere l’acqua, come se la disidratazione fosse una sanzione prevista dal codice penale. Si auspica che cinquanta gradi siano appena sufficienti. Si augura la morte. E, già che ci siamo, si organizza anche il funerale. È interessante notare come il dibattito pubblico riesca a trasformare qualunque richiesta di condizioni dignitose in una presunta richiesta di impunità. Raccontare che quattro persone vivono chiuse per quasi tutta la giornata in una cella rovente non significa dire che abbiano ragione o che non debbano scontare una pena. Significa ricordare una cosa molto semplice: la condanna inflitta da un giudice è la detenzione, non la tortura. Ma evidentemente questo passaggio è diventato troppo complicato. Perché una parte del dibattito non vuole la giustizia. Vuole la vendetta. E la vendetta funziona così: non si accontenta mai. Se il detenuto soffre, potrebbe soffrire di più. Se ha sete, potrebbe averne di più. Se è vivo, potrebbe anche non esserlo. Del resto, quando perfino un sottosegretario alla Giustizia come Andrea Delmastro arriva a dire “non lasciamo respirare chi è nel blindato”, significa che questo linguaggio non è più confinato ai commenti sotto i post, ma riesce a salire fino alle istituzioni. E se certe frasi vengono pronunciate da chi dovrebbe rappresentare lo Stato, diventa ancora più facile convincersi che l’accanimento contro chi è detenuto non sia un problema, ma quasi un dovere. Fa impressione leggere questi commenti, certo. Ma dovrebbe fare ancora più impressione la loro normalità. Il fatto che arrivino a centinaia. Il fatto che raccolgano approvazione. Il fatto che siano scritti senza alcun imbarazzo, spesso con il proprio nome e cognome. Perché il problema non riguarda solo il carcere. Riguarda una società che ha iniziato a considerare l’umanità come un premio da meritare. Una società in cui basta appartenere alla categoria “detenuto” per perdere, agli occhi di molti, il diritto persino a essere trattato come una persona. Ed è qui che il discorso diventa pericoloso. Perché quando ci abituiamo a pensare che esistano esseri umani ai quali si possa togliere l’acqua, augurare la morte o desiderare una sofferenza sempre maggiore, il confine non resta fermo. Oggi riguarda i detenuti. Domani qualcun altro. La disumanizzazione funziona sempre così: comincia trovando una categoria verso cui è socialmente accettabile smettere di provare empatia. E ogni volta c’è qualcuno che ride. Ogni volta c’è qualcuno che scrive “buon viaggio”. Come se fosse solo una battuta, ma non lo è. È il triste riflesso di un Paese che sta normalizzando l’odio fino a renderlo senso comune. Ma quando la morte di qualcuno diventa materiale da commenti sarcastici, forse non è solo il carcere a essere in crisi. È una società che ha smesso di distinguere tra pena e tortura, tra giustizia e vendetta. E questa, alla lunga, è una sconfitta che riguarda tutti. Magi (Sumai): “Detenuti tra categorie più a rischio, rafforzare sanità nelle carceri” di Francesco Maggi Adnkronos, 11 luglio 2026 “Sovraffollamento e alte temperature mettono a rischio la loro salute - Necessario creare strutture sanitarie interne sul modello delle Case della Comunità”. Le ondate di calore rappresentano un rischio crescente per la salute delle persone più fragili: anziani, pazienti cronici, immunodepressi e persone con diabete. Tra le categorie più esposte “ci sono anche i detenuti, soprattutto negli istituti penitenziari caratterizzati da sovraffollamento e celle condivise, dove le elevate temperature si sommano a condizioni ambientali già critiche”. Così all’Adnkronos Salute Antonio Magi, segretario generale del Sumai-Assoprof, il sindacato dei medici specialisti ambulatoriali. “Il caldo aumenta la problematica - sottolinea Magi. Alle difficoltà legate alla diffusione di eventuali malattie infettive si aggiungono infatti i rischi connessi alle alte temperature, che possono aggravare patologie preesistenti e mettere in pericolo la salute delle persone più vulnerabili. Per questo, secondo noi di Sumai è necessario garantire ai detenuti condizioni adeguate di tutela sanitaria, ricordando che il diritto alla salute vale anche per chi sta scontando una pena”. Per Magi il problema “non è solo climatico”. Il “sovraffollamento delle carceri e la promiscuità all’interno delle celle rendono più difficile prevenire i rischi sanitari. Spazi ristretti e condivisi favoriscono infatti la diffusione delle infezioni e complicano la gestione delle persone con condizioni di salute già compromesse. A queste criticità - fa notare - si aggiunge un’organizzazione dell’assistenza sanitaria spesso insufficiente. Nella maggior parte degli istituti penitenziari, quando un detenuto ha bisogno di una visita specialistica o di un esame diagnostico deve essere trasferito in una struttura sanitaria esterna, con procedure complesse che richiedono personale di scorta, autorizzazioni e percorsi dedicati, oltre a costi elevati”. Per questo “Sumai propone di rafforzare la medicina di prossimità anche nelle carceri, creando strutture sanitarie interne sul modello delle Case della Comunità. L’obiettivo è gestire direttamente negli istituti le urgenze non gravi e seguire in modo continuativo i detenuti con patologie croniche, riducendo gli spostamenti e garantendo un’assistenza più tempestiva”. La “presenza stabile di specialisti ambulatoriali all’interno degli istituti consentirebbe di migliorare la presa in carico dei pazienti, alleggerire il ricorso agli ospedali e ai pronto soccorso e rendere effettivo il diritto alla salute sancito dall’articolo 32 della Costituzione, anche per le persone private della libertà personale” conclude Magi. “Il Governo chiude gli occhi sulle carceri” di Francesco Viviani triesteallnews.it, 11 luglio 2026 Consentire ai Garanti dei detenuti e ai parlamentari in visita ispettiva di entrare negli istituti penitenziari con videocamere e macchine fotografiche, per documentare le condizioni delle carceri italiane. È la proposta avanzata dalla Dirigenza penitenziaria della FSI-USAE, che in un comunicato richiama l’attenzione sulle condizioni del sistema carcerario nazionale. Nel documento vengono citati, tra gli altri, il sequestro di sette sezioni del carcere di Sollicciano disposto dal Gip di Firenze per le condizioni detentive e le recenti proteste nel carcere della Dozza di Bologna, indicate come segnali di un disagio diffuso negli istituti penitenziari italiani. La sigla sindacale sostiene che il sistema carcerario sia il risultato di anni di carenze strutturali e organizzative e ritiene che le recenti operazioni di trasferimento di detenuti sottoposti al regime del 41-bis non rappresentino un elemento sufficiente per descrivere la situazione complessiva delle carceri. Nel comunicato si afferma inoltre che i direttori degli istituti penitenziari non sarebbero contrari a consentire riprese fotografiche e video durante le visite istituzionali, purché nel rispetto delle esigenze di sicurezza e della tutela della privacy delle persone detenute e del personale. Secondo la Dirigenza penitenziaria, la possibilità di documentare lo stato degli istituti consentirebbe di rappresentare le condizioni delle strutture e le difficoltà operative affrontate quotidianamente dal personale. Il comunicato richiama anche i dati relativi alla popolazione detenuta, indicando che al 30 giugno erano presenti 64.773 detenuti a fronte di una capienza regolamentare di 51.180 posti, precisando che i posti effettivamente disponibili sarebbero inferiori. La nota si conclude con un invito rivolto al ministro della Giustizia, al viceministro e ai sottosegretari a visitare direttamente le sezioni detentive degli istituti penitenziari per verificare le condizioni delle strutture. Dna, la nomina diventa uno scontro sulle regole del Csm di Simona Musco Il Dubbio, 11 luglio 2026 La corsa per il posto di procuratore aggiunto alla Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo si è trasformata in una trincea interpretativa dietro la quale si nasconde un pesante conflitto politico. Non soltanto tra correnti, come è abitudine quando in ballo ci sono nomine di peso, ma un vero e proprio corto circuito logico-giuridico che sta agitando Palazzo Bachelet. Tramontata definitivamente la pista che portava a Eugenio Fusco - caldeggiata inizialmente per coprire l’urgenza del cybercrime segnalata dal procuratore nazionale Giovanni Melillo -, il Csm si trova ora a gestire un duello polarizzato. Da un lato la proposta che punta sul procuratore aggiunto di Catania Sebastiano Ardita, dall’altro quella che spinge per l’attuale sostituta della Dnaa Franca Maria Rita Imbergamo. Entrambi sostenuti da tre consiglieri in V Commissione, che si “sfideranno” giorno 15 in plenum. Le proposte depositate rivelano come il rinvio della pratica, voluto per decidere sulle osservazioni della stessa Imbergamo alla luce della sentenza del Consiglio di Stato che ha “salvato” il Testo Unico, non abbia affatto placato le tensioni, ma abbia semmai esasperato il confronto tecnico attorno all’articolo 24, comma 1, del testo che regola le nomine. La norma prevede che la differenza di durata nelle pregresse esperienze antimafia assuma una “valenza selettiva”, diventando cioè potenzialmente decisiva, solo se supera i sei anni. Ed è proprio su questa spanna temporale che i due blocchi del Csm hanno ingaggiato una vera e propria guerra di cifre, utile a mascherare una battaglia che va ben oltre le regole del Testo Unico. Per comprendere la portata dello scontro bisogna riavvolgere il nastro alla famosa delibera contrapposta tra Ardita e Fusco dello scorso 10 giugno. In quell’occasione, chi oggi sostiene Imbergamo votò una motivazione, depositata il 5 giugno, in cui si affermava testualmente che dare una valenza selettiva e matematica all’articolo 24 sarebbe stato del tutto inammissibile. All’epoca, infatti, l’obiettivo era far passare Fusco (che prese un solo voto) e il criterio matematico andava abbattuto. Oggi, per sostenere il contrario e blindare Imbergamo, viene usata la sentenza del Consiglio di Stato datata 22 maggio. Una pronuncia emessa ben due settimane prima che la vecchia motivazione venisse depositata e quasi un mese prima la sua trattazione in plenum. Un cambio di rotta che potrebbe suscitare polemiche in plenum. Nella precedente delibera, Imbergamo era stata dichiarata esplicitamente soccombente su ben due profili su tre nel confronto con gli altri candidati. Ora, la soglia dei sei anni assume un effetto selettivo tale da rendere superflua la comparazione degli altri indicatori. La relazione a suo sostegno, redatta dalla toga di Md Mimma Miele, si basa su un’anzianità specifica di 30 anni, 8 mesi e 22 giorni, conteggiando l’intero percorso da Palermo nel 1994 a oggi. Per Miele, infatti, Imbergamo è l’unica candidata ideale perché incarna la massima continuità e specializzazione interna all’ufficio di via Giulia, avendo maturato una conoscenza enciclopedica delle dinamiche di coordinamento nazionale e di prevenzione patrimoniale direttamente dentro la Dnaa. Secondo questa visione, le funzioni di impulso investigativo globale e la gestione dei flussi informativi centralizzati valgono molto più delle singole esperienze investigative locali, rendendo il profilo della candidata il più idoneo a garantire la stabilità istituzionale del vertice antimafia. I sostenitori di Ardita, guidati dal presidente della V Felice Giuffrè, hanno però contestato questo ragionamento espungendo i periodi in procura generale, privi del requisito di trattazione stabile ed esclusiva della criminalità organizzata. Il ricalcolo è drastico e fa scendere l’esperienza utile di Imbergamo a 16 anni, 10 mesi e 7 giorni, riducendo il distacco da Ardita sotto la soglia dei sei anni e facendo decadere ogni automatismo selettivo. Al di là dei numeri, emerge un dato: in tutta la sua carriera, Imbergamo ha svolto funzioni reali di Dda, ovvero indagini sul campo e processi antimafia, per cinque anni. Tutto il resto della sua lunghissima attività si divide tra la procura generale e la stessa Dnaa, dove si svolgono funzioni prevalentemente di coordinamento nazionale, diverse dall’attività investigativa quotidiana svolta nelle Dda territoriali. E a fronte di questa anzianità, la pratica a sostegno di Ardita fa valere le funzioni semidirettive sul campo previste dall’articolo 24, comma 2. Il magistrato catanese ha infatti alle spalle anni di effettivo comando e coordinamento investigativo sul terreno, avendo guidato le Dda di Messina e di Catania. Il quadro fotografa una spaccatura netta che riflette e amplifica i timori già emersi nel precedente plenum. Se allora il dibattito aveva sollevato i sospetti di Nino Di Matteo su un presunto “veto del sistema” nei confronti di Ardita, considerato non gradito alle correnti, oggi la palla torna all’aula con un sapore squisitamente politico, che investe gli stessi vertici di via Giulia. La V Commissione si presenta blindata su un voto a specchio. La decisione finale dipenderà ora dai laici e dagli indipendenti in plenum. Saranno loro a stabilire quale delle due letture dell’articolo 24 prevarrà. Perché, prima ancora della scelta tra Ardita e Imbergamo, il plenum sarà chiamato a decidere quale idea di discrezionalità debba governare le nomine. Sisto: “Nessun giochino. La giustizia con noi è ripartita” di Giulia Merlo Il Domani, 11 luglio 2026 Il viceministro della Giustizia spiega che gli assunti del Pnrr non finiranno a svolgere altre mansioni. “Le attività di cancelleria sono solo residuali”. Le assunzioni dei funzionari dell’Ufficio per il processo sono state rivendicate come vittoria per il ministero della Giustizia, ma col rischio concreto che i neoassunti finiscano a fare i cancellieri, invece che a svolgere funzioni giurisdizionali. Ipotesi che il viceministro Francesco Paolo Sisto nega categoricamente. State facendo il gioco delle tre carte con le assunzioni? Assolutamente no, l’immagine delle tre carte è suggestiva quanto erronea e deviante. Il rischio è di interpretare il fenomeno della stabilizzazione esclusivamente sotto un profilo quantitativo, trascurandone la dimensione più importante: quella qualitativa. Il punto centrale non è infatti quanti dipendenti vi siano oggi nelle piante organiche dell’amministrazione giudiziaria. Il vero tema è quale patrimonio di competenza la giustizia italiana abbia costruito negli ultimi quattro anni e se sia nell’interesse del paese conservarlo o disperderlo. In questi anni gli addetti all’ufficio per il processo hanno svolto attività che vanno ben oltre la tradizionale amministrazione di cancelleria e il ministero stesso ha evidenziato come la maggior parte degli addetti sia stata utilizzata proprio nello studio e nella gestione sostanziale dei fascicoli giudiziari. La stabilizzazione rappresenta innanzitutto una politica di valorizzazione del capitale umano; quando l’amministrazione investe per anni nella formazione di migliaia di professionisti e poi decide di conservarne know-how al proprio interno, non sta realizzando un artificio contabile: sta proteggendo un investimento pubblico. La domanda corretta da porsi, dunque, è se il sistema giudiziario italiano saprà conservare, o meno, le competenze che ha costruito grazie al Pnrr. C’è il rischio che i nuovi assunti finiscano per svolgere in prevalenza funzioni amministrative? Anche in questo caso assolutamente no. Lo stesso contratto collettivo nazionale, recentemente e lodevolmente sottoscritto da buona parte delle organizzazioni sindacali, riserva alle attività di cancelleria carattere residuale. Certo ci vuole equilibrio: gli uffici giudiziari devono funzionare, e bene. Per questo è necessario un misurato gioco di squadra fra il magistrato a capo dell’ufficio (che ha per legge la responsabilità della decisione), i dirigenti delle cancellerie, i funzionari stessi. L’interesse di tutti noi è il miglior risultato possibile: garantire ai cittadini una giustizia rapida ed efficiente. Da questo punto di vista, ritengo che in perfetta buonafede Csm, Anm, sindacati e Ministero guidato da Carlo Nordio viaggiano, a differenza di quanto potrebbe apparire, nella stessa direzione. Sarà possibile ampliare la pianta organica? Sarà l’esperienza concreta come sempre a determinare una scelta di questo tipo. Per ora ci godiamo il risultato storico di questa stabilizzazione. In questa legislatura in totale le assunzioni ammontano 14997 unità. Un risultato, ribadisco, storico che nessun ministero ha mai neanche soltanto pensato di potere raggiungere. Lo sforzo è stato davvero notevole: per tale impresa sono stati resi disponibili quasi 500 milioni di euro, interamente sostenuti dal ministero della giustizia. Ora che è finita l’ansia da Pnrr, i risultati positivi potrebbero azzerarsi? Sono convinto che le positività saranno incrementate. La crescita professionale dei funzionari dedicati all’Upp, l’entusiasmo dei più giovani, la saggezza dei capi degli uffici, l’esperienza dei dirigenti di cancelleria nel bilanciare al meglio risorse e funzioni non potrà che dare lustro alla nostra giustizia. Ripeto, è necessario un grande gioco di squadra per consentire agli straordinari risultati in chiave Pnrr di rendere i processi giudiziari sempre più “a misura di cittadino”. In quest’ultimo scampolo di legislatura, quali sono le priorità di via Arenula? Il ministero non si ferma mai, dai provvedimenti già passati dall’aula o prossimi alla discussione, quali la riforma della prescrizione, la regolamentazione del sequestro degli smartphone a cui noi di Forza Italia teniamo particolarmente, la legge professionale forense. A questo si aggiungano obiettivi ambiziosi, fondamentali per consentire al paese di crescere: la nuova regolamentazione della responsabilità degli operatori sanitari, la riforma dei modelli organizzativi, la nuova disciplina in tema di sicurezza sul lavoro. In tutti questi provvedimenti, ai profili sanzionatori si accompagna sullo stesso piano la parola “prevenzione”. Evitare che accada un evento tragico è uno scopo primario che questo legislatore si pone. Come diceva Jhering, “la sanzione arriva sempre troppo tardi”. Emilia Romagna. Le carceri della regione? “Con poco personale e sempre sovraffollate” di Chiara Marchetti Corriere di Bologna, 11 luglio 2026 Il Garante regionale dei detenuti striglia i consiglieri regionali: fate qualcosa. Non si possono salvare tutti, ma delle direzioni vanno date” e “se non si fanno politiche mirate a favore dei detenuti, allora è inutile avere un Garante e occuparsi di carcere”. Sono dure le parole di Roberto Cavalieri, il Garante regionale dei detenuti, dopo il suo intervento di giovedì in commissione Parità dell’Assemblea legislativa. Nel corso della presentazione della propria attività del 2025, Cavalieri ha rimproverato in maniera decisa i consiglieri regionali perché “possono entrare nelle carceri come faccio io” ma, ad esempio, “solo tre gestori su 130 di camere di sicurezza hanno dichiarato che i loro spazi detentivi sono stati visitati da consiglieri dell’Emilia-Romagna”. Per il Garante “la politica locale tende a dare la responsabilità dei problemi del carcere allo Stato, invece credo che sia un problema anche del territorio e l’Assembla legislativa può dare delle direzioni precise per gli interventi, che altrimenti diventano dispersivi e fallimentari”. Insomma, tutti gli enti coinvolti possono fare la loro parte. “Non è nemmeno un problema solo di finanziamenti, visto che spesso i soldi ci sono ma non vengono utilizzati”. Cavalieri non ne fa un discorso di centrodestra o di “L’ultimo indulto è stato dato nel 2006 e l’ultima amnistia nel 1990. In 36 anni i governi sono stati tutti insufficienti sul tema carcere, ma allo stesso tempo la Regione non può dare un colpo di tacco al problema e rispedirlo a Roma”. Nel report, Cavalieri ha fatto presente che in Emilia-Romagna ci sono il 19% di agenti penitenziari in meno di quelli necessari. Nel 2025 ci sono stati tre suicidi, 1.322 casi di autolesionismo e diversi episodi di abusi di psicofarmaci, che sono semplicemente un “termometro della disperazione”. Tutto accade in edifici costruiti, se va bene, tra gli anni Ottanta e Novanta, pieni di detenuti ben oltre le norme di capienza. “Il sovraffollamento è una crisi nera - chiarisce - ma un altro elemento di cui si parla poco è la presenza sempre più consicentrosinistra. stente di detenuti stranieri, che spesso vengono da un contesto di povertà”. Mancano, inoltre, percorsi di reinserimento nella società. Per sensibilizzare meglio l’opinione pubblica, il Garante regionale ha deciso che presto organizzerà in streaming una presentazione pubblica della sua relazione del 2025, la stessa illustrata in Assemblea legislativa. “Io critico l’inerzia culturale e la paralisi su questo tema - sottolinea -. Tutti conosciamo i problemi ma restiamo a osservare, senza riflettere abbastanza su quali strumenti abbiamo per cercare di contrastare la sofferenza di queste persone”. A questo proposito, per Cavalieri “la notizia buona è che ci sono delle azioni da mettere in campo, ma mi chiedo se chi le può mettere in campo, quindi gli enti locali, abbia voglia di impegnarsi”. Il Garante ha scoperto proprio ieri che “un detenuto che lamentava un male a una gamba nel 2020 ha ricevuto una diagnosi di tumore”. Sei anni dopo. “Ci sarà qualcuno che dovrà chiedere scusa per questo”, conclude Cavalieri invitando la politica a “far rientrare i diritti dei detenuti, oggi stigmatizzati, nel welfare sociale”. Toscana. “Un refuso i materassi a terra”, dietrofront del PRAP sul rimedio al sovraffollamento di Valentina Marotta Corriere Fiorentino, 11 luglio 2026 Interrogazione al ministro: “La Circolare è fuorilegge”. Contrordine, nelle carceri toscane non si può dormire per terra in caso di emergenza. A distanza di pochi giorni dal documento inviato dal Provveditorato regionale dell’amministrazione penitenziaria per invitare i direttori degli istituti ad usare brande e materassi a terra per accogliere i detenuti, adesso è arrivato il dietrofront. “Causa refuso che ne ha determinato un’equivoca interpretazione”, si legge nel nuovo provvedimento. “In caso di accompagnamento di persone arrestate da parte delle forze dell’ordine si provvederà sempre e comunque a disporne la ricezione, ove necessario aggiungendo posti letto nelle camere di pernottamento, in deroga alle ordinarie capienze, ma escludendo la sistemazione in brandine o materassi a terra”. Il contrario di quanto stabilito con le precedenti disposizioni: “La direzione dell’istituto utilizzerà tutti gli spazi disponibili fino al raggiungimento del limite indicato dall’applicativo e se necessario, anche oltre, adottando in tali casi ogni iniziativa ritenuta opportuna, compresa, in via estrema, per quanto assolutamente provvisoria, la collocazione di brande o materassi a terra”. Affermazioni che erano state precedute da quella che appariva una vera e propria dichiarazione di resa: “Dopo il sequestro di sette sezioni del carcere di Sollicciano e stante l’alto indice di affollamento che interessa tutti gli istituti, questo ufficio non è più nelle condizioni di garantire il rispetto delle ordinarie capienze”. “Una direttiva surreale e inaccettabile”, l’aveva bollata il segretario regionale della Uil polizia penitenziaria Eleuterio Greco che aveva dato il “la” a una serie di proteste, gli ultimi i magistrati della sezione toscana dell’Anm. “La circolare che invita a queste soluzioni estreme è fuorilegge”, dicono Rita Bernardini, presidente di Nessuno tocchi Caino e Roberto Giachetti, deputato di Iv-Casa Riformista che ha presentato un’interrogazione al ministro della Giustizia. “È una disposizione inaccettabile che trasforma l’emergenza in regola e chiede agli istituti di arrangiarsi, anche oltre i limiti della dignità umana. Non si governa il sistema penitenziario mettendo materassi a terra, né si risolve il caso Sollicciano spostando persone da un carcere sovraffollato a un altro carcere sovraffollato. In queste condizioni ogni ulteriore trasferimento rischia solo di allargare l’emergenza. Il Governo non può continuare a voltarsi dall’altra parte. Il sovraffollamento carcerario produce trattamenti disumani e degradanti. Servono interventi urgenti, strutturali e immediati come la liberazione anticipata speciale: ritirare quella circolare è il primo passo ma non basta. Occorre restituire legalità, dignità e vera sicurezza al sistema penitenziario”. Intanto la sindaca Sara Funaro parlando dell’emergenza caldo ha espresso preoccupazione per i detenuti di Sollicciano che vivono in cella “in condizioni allucinanti”: “Non possiamo avere nella nostra città un carcere disumano come quello che stiamo vedendo. Purtroppo la vita a Sollicciano non solo è difficilissima quando c’è un gran caldo ma è difficilissima sempre, e il livello di attenzione delle istituzioni deve rimanere alto sempre. Auspicherei anche delle visite da parte da Roma per non solo battere un colpo ma per poter dare le risposte che stiamo aspettando”. Piemonte. Il Garante dei detenuti: “Vigilanza alta contro caldo e vetustà delle strutture” cr.piemonte.it, 11 luglio 2026 “In una situazione di particolare criticità come quella attuale, dove ai problemi legati alla vetustà delle strutture penitenziarie piemontesi si aggiungono quelli legati alle temperature elevate di queste ultime settimane, è importante mantenere elevato il livello di vigilanza e porre in essere ogni utile e tempestivo accorgimento e adeguate misure organizzative”. Lo ha dichiarato la Garante regionale delle persone detenute Monica Formaiano. “A questo proposito - spiega - nell’ambito della costante e fattiva collaborazione istituzionale avviata da tempo con l’Amministrazione penitenziaria, ho ritenuto opportuno intensificare un’interlocuzione con il provveditore regionale e con tutte le Direzioni per tutelare il benessere psicofisico delle persone detenute per le quali le condizioni climatiche, unite alle caratteristiche strutturali degli istituti penitenziari, possono determinare condizioni di particolare disagio e costituire un concreto fattore di rischio per la salute”. “L’interlocuzione avviata - precisa Formaiano - ha consentito di appurare quali misure urgenti e interventi operativi l’Amministrazione penitenziaria ha disposto per mitigare i disagi connessi alle ondate di calore con fondi destinati a ulteriori acquisti di dispositivi di refrigerazione e puntuali indicazioni operative sulla rimodulazione delle attività quotidiane durante le ore più calde della giornata: un’ulteriore dimostrazione che la collaborazione istituzionale rappresenta lo strumento essenziale per affrontare efficacemente le problematiche del sistema penitenziario e assicurare la piena tutela dei diritti fondamentali”. “Contestualmente - aggiunge - nelle ultime settimane ho ritenuto indispensabile e necessario intensificare le visite agli Istituti penitenziari piemontesi anche al fine di monitorare l’efficacia delle misure adottate a tutela della salute con particolare riguardo alle persone più vulnerabili quali i detenuti anziani e coloro che sono affetti da patologie croniche e credo che questa iniziativa rappresenti anche un’importante occasione di confronto con le Direzioni per condividere criticità riscontrate e contribuire a individuare ulteriori interventi indispensabili a garantire condizioni dignitose di vivibilità durante il periodo estivo, anche per tutto il personale che opera all’interno degli istituti”. L’attività di monitoraggio che ha già visti coinvolti la maggior parte degli Istituti piemontesi e la pianificazione delle ulteriori visite confermano il costante impegno dell’Ufficio del Garante nel promuovere il rispetto e la dignità dei diritti delle persone private della libertà personale e rappresentano un concreto segnale di attenzione al diritto alla salute. Firenze. Sollicciano, respinto il ricorso del Ministero contro il sequestro di 7 sezioni del carcere di Valentina Stella Il Dubbio, 11 luglio 2026 Appare quantomeno singolare che in questo caso il Dap si sia attrezzato per impugnare il provvedimento del gip. Il Tribunale del Riesame di Firenze ha respinto il ricorso del Ministero della Giustizia contro il decreto di sequestro di sette sezioni del carcere fiorentino di Sollicciano. Lo si apprende da un comunicato dell’organo giudicante datato 10 luglio. “Il Tribunale - leggiamo nella nota - ha ritenuto non fondati i motivi di ricorso diretti a contestare il sequestro delle sezioni interessate. In particolare, il Collegio ha affermato che le disposizioni del decreto legislativo n. 81 del 2008 risultano applicabili anche agli ambienti detentivi nei quali operano stabilmente personale dell’Amministrazione penitenziaria, operatori sanitari, soggetti esterni e detenuti impiegati in attività lavorative organizzate dall’amministrazione”. Inoltre il Tribunale “ha richiamato il quadro normativo e giurisprudenziale volto ad assicurare la tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori e delle persone presenti negli istituti penitenziari, osservando che le condizioni descritte negli atti del procedimento presentano profili che giustificano il mantenimento del vincolo cautelare reale disposto dal Giudice per le indagini preliminari”. Come noto a Sollicciano insieme ai detenuti vivono cimici, zecche, topi. Sono stati rilevati casi di scabbia e le condizioni strutturali delle celle sono ai minimi termini. Il primo luglio era stato il vice ministro Francesco Paolo Sisto, “interrogato” in commissione giustizia della Camera dal Partito democratico, a dire: “L’eventuale impugnazione non può essere interpretata come una contestazione delle criticità rilevate o come una negazione delle problematiche diverse, piuttosto come l’esercizio in una facoltà prevista da ordinamento”. Appare quantomeno singolare che in questo caso il Dap si sia attrezzato per impugnare il provvedimento del gip, mentre quando la stessa Amministrazione era stata più volte sollecitata ad intervenire per rimuovere “le condizioni che pregiudicano i diritti primari” di un detenuto sempre ospite di Sollicciano (il caso sarà discusso in Corte Costituzionale il 22 settembre) “ancorché sempre ritualmente notificata, non si era mai peraltro costituita in tutto il corso del procedimento”. È stato invece accolto dal Riesame il motivo di riesame concernente l’ordine di trasferimento dei detenuti e il relativo cronoprogramma previsto dal decreto impugnato. Il Collegio ha ritenuto “che il sequestro preventivo possa incidere sulla disponibilità dei locali interessati, ma non possa imporre direttamente all’Amministrazione penitenziaria specifiche modalità organizzative di riallocazione dei detenuti, trattandosi di valutazioni riservate alle competenti autorità amministrative nell’esercizio delle proprie attribuzioni istituzionali”. Firenze. Restano i sigilli a Sollicciano, ma stop ai trasferimenti dei reclusi: “Decida il DAP” di Valentina Marotta e Antonella Mollica Corriere Fiorentino, 11 luglio 2026 Per il Riesame sequestro legittimo ma spetta al Dap decidere i tempi degli spostamenti. Restano i sigilli per sette sezioni del carcere di Sollicciano. Ma cade l’ordine di trasferimento dei detenuti verso altri penitenziari entro la fine dell’estate. Così ha deciso il tribunale del Riesame di Firenze che pur confermando la legittimità del sequestro ha accolto in parte il ricorso del Ministero della Giustizia. Per i giudici le celle della casa circondariale fiorentina non sono solo spazi riservati alla custodia dei reclusi. Sono a tutti gli effetti luoghi di lavoro perché vi operano agenti della polizia penitenziaria, personale amministrativo, medici, infermieri, volontari, dipendenti di ditte esterne in appalto. Ma anche gli stessi detenuti sono da considerare lavoratori: circa 150 di essi fino a marzo scorso erano alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria per la manutenzione della struttura come muratori, manovali, imbianchini, idraulici ed elettricisti. A tutti, secondo il Riesame, va applicato il Testo Unico per la sicurezza sui luoghi di lavoro. I giudici del Riesame impongono lo stop al trasferimento dei detenuti: non è possibile ordinare all’amministrazione penitenziaria specifiche modalità organizzative per la distribuzione dei detenuti perché si tratta di valutazioni riservate alle autorità amministrative. Il Ministero della Giustizia aveva sottolineato criticità sotto il profilo della separazione tra funzione giurisdizionale e funzione amministrativa: il sequestro - si legge nel ricorso - “ha disposto, quale effetto, cogente ed ulteriore, il trasferimento coattivo di circa 250 detenuti dalle sezioni sottoposte a vincolo” che “presuppone valutazioni organizzative, logistiche e trattamentali riservate all’amministrazione penitenziaria”. Il Dap - secondo il Ministero della Giustizia - è esclusivo titolare delle funzioni di organizzazione e gestione del sistema penitenziario nazionale. Ma in questo caso, ritiene il Ministero della Giustizia “il sequestro di intere sezioni detentive determina inevitabilmente la necessità di procedere ad una complessa attività di redistribuzione della popolazione detenuta, imponendo di fatto scelte organizzative che coinvolgono non soltanto l’istituto interessato dal vincolo, ma l’intero circuito penitenziario regionale e nazionale”. Il provvedimento non è definitivo: non è escluso che la Procura di Firenze o il Ministero della giustizia ricorrano in Cassazione. Intanto, il Garante regionale dei detenuti Giuseppe Fanfani ha promosso una visita speciale al carcere di Sollicciano per martedì 14 luglio. L’iniziativa indetta da Alleanza per l’articolo 27, coordinamento nazionale di associazioni e garanti, si svolgerà in tutte le carceri italiane per denunciare l’emergenza del sistema penitenziario. “Ho il dovere costituzionale di vigilare affinché la privazione della libertà non si traduca mai in una privazione della dignità umana” sottolinea Fanfani che guiderà all’interno del più grande istituto detentivo della Toscana una delegazione composta da autorità del mondo istituzionale, della magistratura, dell’avvocatura, della sanità e del terzo settore. Milano. Le carceri milanesi stanno scoppiando: “Serve un provvedimento urgente” milanotoday.it, 11 luglio 2026 Il Garante dei detenuti di Milano e la Sottocommissione carceri del Comune chiedono un intervento emergenziale del governo. Il governo “emani immediatamente un provvedimento deflattivo del numero delle persone detenute”. È la richiesta di Luigi Pagano, garante dei detenuti a Milano, e dei vertici della Sottocommissione carceri del Comune, Daniele Nahum e Alessandro Giungi. La richiesta è stata avanzata in relazione ai dati sul sovraffollamento che spaventano ancor di più con l’emergenza caldo. Secondo i dati del ministero della Giustizia, San Vittore è al 220% di capienza, Bollate al 126% e il minorile Beccaria al 136%. In Italia, inoltre, i detenuti sono 64.766 a fronte di una capienza di 51.180 posti di cui solo 46.426 effettivamente disponibili. “L’indice di sovraffollamento medio è del 139% e in Lombardia raggiunge il 145”, aggiungono. Nessun ventilatore, a Opera manca l’acqua e ci sono infestazioni - A San Vittore solo nell’ultimo anno si sono verificati due incendi “devastanti e pericolosi, che solo per il coraggio e l’efficienza del personale di polizia penitenziaria non hanno provocato vittime”, e tutto questo con le ondate di calore affrontate in “totale mancanza di climatizzazione e addirittura di ventilatori nelle celle. Neppure è prevista la presenza di frigoriferi. Addirittura a volte manca anche l’acqua per lavarsi, come segnalato in particolare per quel che riguarda la casa circondariale di Milano Opera. Le celle sono infestate di cimici da letto e parassiti nella stragrande maggioranza delle carceri italiane, incluse quelle milanesi, come da decine di segnalazioni ricevute”. “Chiediamo un piano di manutenzione e investimenti nella sanità penitenziaria” - Inoltre, la richiesta è che il governo “si attivi immediatamente per un piano di investimenti manutentivi e strutturali straordinari nelle carceri, per rendere le celle finalmente spazi dignitosi, favorendo comunità pensate per persone detenute con problemi psichiatrici e di dipendenza. Chiediamo, ancora, che si investa nella sanità penitenziaria e che si attivi un piano straordinario di sostegno economico e di aiuto psicologico a chi lavora in carcere. Da ultimo, chiediamo che finisca la stagione del regime delle celle chiuse e degli ostacoli frapposti a volontari e volontarie, immediatamente annullando le note e circolari del Dap degli ultimi anni che hanno creato tale situazione”. Sassari. Associazioni e società civile entrano a Bancali. Tra chi visita anche Damilano e Bignardi sassaritoday.it, 11 luglio 2026 Il 14 luglio anche il carcere di Bancali aprirà le porte alla società civile nell’ambito dell’iniziativa nazionale dell’Alleanza per l’articolo 27, per riportare l’attenzione su diritti, dignità e crisi del sistema penitenziario. Entrare in carcere per conoscere una realtà che troppo spesso rimane invisibile. È questo lo spirito dell’iniziativa promossa dall’Alleanza per l’articolo 27 della Costituzione, che martedì 14 luglio porterà rappresentanti delle associazioni, delle istituzioni, del mondo della cultura e della società civile all’interno di 34 istituti penitenziari italiani, tra cui il carcere di Bancali, a Sassari. L’obiettivo è quello di riportare l’attenzione pubblica sulla situazione del sistema penitenziario italiano e riaffermare un principio sancito dalla Costituzione: la pena deve rispettare la dignità della persona e avere come finalità il reinserimento sociale. I dati e il perché dell’iniziativa - L’iniziativa arriva in un momento particolarmente delicato. Secondo i dati diffusi dall’Alleanza, le carceri italiane registrano un tasso medio di sovraffollamento del 140%, con circa 18 mila detenuti in più rispetto alla capienza regolamentare. Una condizione che, secondo le associazioni promotrici, continua a incidere pesantemente sulla qualità della vita all’interno degli istituti e si accompagna al persistente fenomeno dei suicidi e delle morti in carcere. “Il carcere deve tornare a essere conosciuto” - Per gli organizzatori aprire le porte delle carceri significa contrastare una progressiva distanza tra il mondo penitenziario e la società. “Il carcere deve tornare a essere conosciuto, osservato e discusso”, spiegano, richiamando una celebre riflessione di Piero Calamandrei, secondo cui per comprendere davvero il funzionamento della giustizia è necessario vedere il carcere. La visita a Bancali si inserisce in una mobilitazione nazionale che coinvolgerà complessivamente 29 città e oltre 330 partecipanti, tra amministratori locali, docenti universitari, rappresentanti del volontariato, operatori del settore ed esponenti della cultura. Tra le personalità che prenderanno parte alle visite figurano Alessandro Bergonzoni, Daria Bignardi, Ascanio Celestini, Marco Damilano, Davide Dileo (Boosta), Luigi Piana, Aurelio Picca, Vanessa Roghi e Pietro Sermonti. Per Sassari, la visita rappresenta anche un’occasione per riportare l’attenzione sul carcere di Bancali e sulle condizioni della detenzione, inserendo la realtà locale in un confronto nazionale che punta a riportare il tema delle carceri fuori dalle mura degli istituti e dentro il dibattito pubblico. Insieme combattiamo i pregiudizi: sul carcere e sulla malattia di Ilaria Dioguardi vita.it, 11 luglio 2026 Claudio Bottan, classe 1959, ha trascorso oltre sei anni in carcere. Simona Anedda, 52 anni, dal 2012 convive con la sclerosi multipla: è su una sedia a rotelle, ha perso l’uso delle gambe e delle braccia. Le sue gambe e le sue braccia sono diventate quelle di Claudio, che oltre a essere suo compagno di vita, condivide con lei gli incontri nelle scuole, nelle università, nelle carceri. “Senza pietismo, con autoironia, cercando di contrastare i pregiudizi, raccontiamo le due prigioni. Una è quella con le sbarre, l’altra è quella dei corpi e della malattia, che non ha fine pena purtroppo”. Bottan, ci racconta la sua storia, da prima del carcere in poi? Nella mia vita precedente sono stato un imprenditore ossessionato dalla voglia di fare denaro, calpestavo tutto e tutti. Finché una mattina, mentre giocavo a golf, è arrivata la Guardia di Finanza e mi ha detto: “Ci deve seguire”. Ho fatto ingresso nel carcere di Busto Arsizio, da quel giovedì del 2016 sono passati oltre sei anni durante i quali ho avuto nove trasferimenti in altrettante carceri diverse. Come mai così tanti trasferimenti? Innanzitutto, perché ero arrabbiato con la vita e sfogavo la mia rabbia scrivendo. Scrivevo soprattutto ai quotidiani, denunciando le condizioni disumane che vedevo intorno a me. Stranamente ho scoperto che, mentre non mi ascoltavano i direttori delle carceri, i direttori dei quotidiani pubblicavano e questo mi dava ancora più stimolo per continuare. Scrivere in carcere è disturbante, di conseguenza avevo lunghi periodi di isolamento e tanti trasferimenti. Però, non avrei potuto girare la testa dall’altra parte e far finta di non vedere illegalità, tentativi di suicidi, suicidi, cibo che non bastava per tutti, condizioni disastrose. Nonostante i trasferimenti e le condizioni tremende del carcere di Busto Arsizio (era l’istituto, insieme a quello di Piacenza, da cui erano partiti i ricorsi dei detenuti che hanno poi dato vita alla “sentenza Torreggiani”), ho sempre chiesto di tornare in quel penitenziario. Lì avevo incrociato volontari che mi trattavano da persona e non da detenuto, ci sono tornato tre volte. L’ultima volta ho avuto la possibilità di lavorare per il “giornalino” che allora si faceva in quel carcere e di ottenere l’articolo 21: uscivo la mattina per andare nella redazione esterna e facevo ritorno la sera. Dopo qualche mese, ottenuta la misura alternativa dell’affidamento in prova, sono andato a lavorare per un service editoriale a Milano. Mi sono imbattuto in un articolo di Vita che raccontava di una pazza scatenata che voleva partire con la sua carrozzina fino ai piedi dell’Himalaya. Mi ha colpito profondamente il coraggio e la determinazione di questa giovane donna e ho deciso di provare a contattarla attraverso i social. Con una premessa: “Sono un ex detenuto”. Anedda, riavvolgiamo il nastro anche con lei. Quando le è stata diagnosticata la sclerosi multipla? Fino al 2012 ho avuto una vita normalissima, lavoravo come tour leader, ero sempre in viaggio e poi, come un fulmine a ciel sereno, ho iniziato a cadere. C’è voluto quasi un anno per capire cosa avessi. Il mio mondo è cambiato con la diagnosi di sclerosi multipla nella forma primariamente progressiva, quella che non conosce cure. Il medico di allora mi disse subito che al 90% sarei andata a finire su una sedia a rotelle. La mia reazione è stata: “Ora sono in piedi, parto per il Brasile”. Per fortuna ho dato retta all’istinto, ora non sarei più in grado di fare quello che ho fatto. È stato un viaggio di due mesi da sola, come ero abituata a fare, sono andata in Amazzonia, da Rio a San Paolo, a Salvador de Bahía, a Manaus. Ero senza un lavoro (nessuno mi faceva lavorare, vista la mia malattia), senza una pensione. Nel 2016, il mio sogno era di andare in India, avevo appena letto il libro Un altro giro di giostra di Tiziano Terzani, volevo fare un viaggio come il suo. Dopo il lancio di una raccolta di crowdfunding sulla piattaforma “Produzioni dal basso”, per poter raccogliere fondi per il mio viaggio, sono stata contattata da tanti giornalisti, anche da Claudio. Com’è stato il vostro primo incontro, prima a distanza e poi in presenza? Dopo avermi contattata sui social chiedendomi un’intervista, dicendomi che era un ex detenuto, gli ho chiesto chi avesse ammazzato. Poi mi ha intervistato, ma in realtà l’intervista l’ho fatta io a lui. Circa un mese dopo l’intervista, ero a Milano in ospedale per dei controlli prima di partire l’India e mi è venuto a trovare. Sono riuscita subito a metterlo in imbarazzo chiedendogli di accompagnarmi in bagno. Io ho sempre chiesto aiuto al primo che capita. In ospedale, in treno, non ho mai coinvolto la mia famiglia per accompagnarmi. Appena sono partita è stata aperta la mia pagina Facebook In viaggio con Simona, seguita subito da molte persone. Dopo il mio ritorno, con l’aiuto di Claudio ho aperto il blog. Dopo esserci visti di nuovo a Milano, nel 2018 gli ho chiesto se volesse diventare il mio badante. Ha accettato, viviamo insieme a Roma. Simona Anedda in uno dei suoi viaggi. Oltre a essere una coppia nella vita, siete una coppia anche negli incontri nelle scuole, nelle università, nelle carceri. Come mai avete deciso di intraprendere quest’altro “viaggio” insieme? Bottan: Io e Simona raccontiamo le due prigioni: quella con le sbarre, che ho vissuto io. Anedda: …e quella dei corpi, della malattia, che non ha fine pena, purtroppo. È un modo per motivare le persone che abbiamo di fronte, cercando di far capire loro che se ce la facciamo noi, se ce l’abbiamo fatta noi, c’è speranza per chiunque. Bottan, come parlate ai giovani? Parliamo senza pietismi, utilizziamo spesso l’autoironia, che ci accomuna, per demolire i pregiudizi o la paura di rivolgere domande. Abbiamo scoperto che soprattutto gli studenti non hanno peli sulla lingua, non si tirano indietro. Abbiamo anche fatto degli incontri con le scuole all’interno delle carceri, all’Ucciardone, con persone detenute e studenti insieme, è stato un bel confronto. La domanda che più mi ha colpito in diverse occasioni è stata: “Ma chi te lo fa fare?”. È comprensibile che uno che esce dalla prigione non ne voglia più sentir parlare. Nel mio caso, continuare a parlare di carcere, a scriverne e a fare volontariato anche con Voci di dentro, la rivista del carcere di Chieti di cui sono vicedirettore, nasce dal bisogno di restituire una parte del bene che ho ricevuto dal volontariato. È anche un modo per non sprecare il dolore, per trasformarlo in qualcosa di costruttivo, e di sopravvivere agli incubi notturni nei quali si ripresenta puntualmente il carcere con i suoi rumori. Quindi, forse sono anche egoista, lo faccio per me, lo faccio per star meglio. Come portare “Bachelard nel ghetto” di Michele Nani Il Manifesto, 11 luglio 2026 Intorno al libro “Miseria dell’etnografia della miseria” del sociologo Loïc Wacquant, edito da Ets. Nell’ormai lontano 2002, un’importante rivista di scienze sociali, l’”American Journal of Sociology”, ospitò la più lunga recensione che avesse mai pubblicato nella sua storia. Le sessanta pagine dedicate a discutere tre ricerche etnografiche su New York e Philadelphia finirono raddoppiate in un forum, perché la redazione dovette dar spazio alle repliche piccate degli autori/trici dei volumi recensiti. Da subito molto aspra, la diatriba sarebbe proseguita per anni, non senza risvolti grotteschi. Pietra dello scandalo, l’attacco portato dall’allora poco più che quarantenne Loïc Wacquant, sociologo di stanza a Berkeley in California, alle distorsioni scientifiche e politiche delle ricerche accademiche sulla vita sociale in strade e quartieri statunitensi. Con un nuovo titolo ricalcato su Marx, rivista e allargata, nel 2023 la recensione è stata tradotta in francese, la lingua di Wacquant, nativo di Nîmes, fra Marsiglia e Montpellier. Proseguendo nel prezioso contributo alla circolazione di grandi opere degli studi urbani critici, grazie alla collana “Eliopolis”, diretta da Agostino Petrillo e Sonia Paone, la casa editrice Ets propone ora ai lettori italiani Miseria dell’etnografia della miseria (pp. 276, euro 25). L’interesse di questo testo, caratterizzato - come sempre in Wacquant - da una scrittura densissima e da grande profondità teorica, va oltre le polemiche interne a un piccolo sotto-settore della ricerca sociale e pone problemi che possono coinvolgere anche lettori colti ma non specialisti. Se si dovesse tentare una temeraria semplificazione, si potrebbe riassumere il contributo scientifico di questo testo nella contrapposizione di una “costruzione densa” alla “descrizione densa” (thick description) propugnata da Clifford Geertz, uno dei grandi antropologi del Novecento, fra gli ispiratori delle etnografie al centro della polemica di Wacquant. Fedele alla lezione dell’epistemologia storica francese, per il sociologo già allievo e collaboratore di Bourdieu, l’oggetto scientifico va costruito. La “teoria” serve a questo: a rompere con l’apparente accessibilità del “sociale” che invece caratterizza gli approcci eccessivamente legati alla dimensione empirica immediata. Non che gli agenti, le fonti, i dati, i documenti non contino: ma vanno interpretati dentro un mondo strutturato da rapporti di forza e solcato da conflitti. Occorre perciò diffidare tanto degli stereotipi prodotti dai “problemi” agitati dai media, quanto delle visioni del mondo degli agenti, per evitare di leggere moralisticamente i comportamenti e di ridurre le relazioni sociali a simboli e culture, sentimenti ed emozioni. La bussola di Wacquant è il costante sforzo di reintrodurre il dominio, i contesti più larghi e la storia nei terreni ridotti ove si indaga. Il lavoro dello studioso è contrastare la loro sistematica rimozione, spesso inconscia perché vitale per sopravvivere, ma altrettanto spesso del tutto interessata per legittimare politiche e ideologie. Se ci si concentra solo sulle interazioni evidenti fra gli agenti e sui loro discorsi espliciti, si corre costantemente il rischio di trasformare i terreni di studio in piccoli teatri ove si recita senza il peso dello Stato e del Capitale. Con il rischio che alla fine la cultura e i valori spieghino tutto, invece di essere elementi da spiegare. Accanto a queste critiche metodologiche, interne ai ricorrenti dibattiti delle scienze storico-sociali, Wacquant introduce anche elementi più ampi, apparentemente esterni al dibattito, ma in realtà parti integranti dei campi della produzione di “cultura” e “scienza”. L’”empirisimo morale” della ricerca sui quartieri popolari statunitensi sarebbe caratterizzato anche da un pronunciato provincialismo: i contesti sono isolati e resi assoluti, perché non sono messi a confronto con altri casi o con la loro stessa storia. Questo limite non è solo scientifico, ma rimanda al cattivo universalismo di un’”America” che si pretende misura e modello del mondo quando ne è solo una parte, certo dominante, ma altrettanto certamente eccezionale (si veda la raccolta di Bourdieu, Imperialismi, Quodlibet, qui recensito il 30 novembre 2025, ndr). La riduzione empirista e moraleggiante della ricerca si deve alla pressione di questo pregiudizio, che porta a scindere il lavoro etnografico con gli agenti concreti dalla necessaria attenzione agli elementi strutturali. Ad esempio alle politiche pubbliche che (pre)configurano “problemi” e selezionano “gruppi”, alternando la mano sinistra dell’assistenza (condizionata) e la mano destra della violenza (poliziesca e penale). In pagine suggestive Wacquant ripercorre la genealogia dell’etnografia urbana statunitense, distinguendo tre ondate novecentesche di studi (fondazione a inizio secolo con la cosiddetta “scuola di Chicago”, poi rilanci negli anni Sessanta e Novanta), accomunate dall’essere un piccolo settore dominato nell’accademia, dagli atteggiamenti antiurbani e dalla distinzione dei poveri “meritevoli” dai devianti e criminali. La caratteristica ossessione per la moralità viene qui ricondotta alle origini religiose della sociologia americana tutta. In questo moralismo risiede tuttavia anche la cifra della selezione editoriale dei testi da proporre, che costituisce un’ulteriore pressione esterna sull’autonomia degli intellettuali, con il mercato che si impone sul lavoro di ricerca. A studiosi e studenti, Wacquant offre una piccola cassetta degli attrezzi, suggerimenti pratici per evitare i “paralogismi” di queste etnografie (interazione, empirismo, populismo, presentismo, interpretazione): ad esempio (ri)costruire l’oggetto, rompere con il senso comune, formulare esplicitamente ipotesi e identificare meccanismi. A fronte degli esempi criticati, si riportano anche casi felici: fra i molti elencati, le ricerche di Annick Prieur sui travestiti di Città del Messico, quelle di Oliver Schwartz sulla vita familiare dei minatori del Nord francese e l’esperienza dei “microstorici” italiani. Miseria dell’etnografia della miseria invita a una doppia radicalità, scientifica e politica. Portare “Bachelard nel ghetto”, come in conclusione Wacquant sintetizza la propria operazione, allude anche al piacere della ricerca. Che può darsi, ed essere efficace, solo se rimanda a un soggetto collettivo: oltre l’altra miseria, quella dell’individualismo e della concorrenza, del lavorare in fretta e male, imposti a ricercatori e ricercatrici a forza di tagli ai finanziamenti, di controllo politico e negazione dell’autogoverno, di precariato interminabile, di ricerche a progetto e di “valutazioni”. Il Governo alla sfida sulla sicurezza: i dati per rispondere (a sinistra e a destra) di Francesco Verderami Corriere della Sera, 11 luglio 2026 Per il 2026 l’esecutivo si propone di ridurre gli ingressi di migranti sotto ai 30 mila. Non esiste un nuovo piano sicurezza, il governo non cambia il programma e non modifica l’agenda: “L’unica agenda che è cambiata negli ultimi quattro anni sull’immigrazione è quella europea. E grazie a noi”, dice la premier. Che si prepara a contrastare la narrazione delle opposizioni per parlare al Paese. Più che un provvedimento legislativo, a Giorgia Meloni serve un piano comunicativo per far prevalere la forza dei numeri al senso della percezione. Perché ci sarà un motivo se per i cittadini il tema sicurezza è vissuto come un’emergenza, mentre per i turisti l’Italia è la destinazione più sicura d’Europa. Ma i turisti non votano. E al momento il governo deve fronteggiare gli attacchi da destra e da sinistra dei suoi avversari: si va da chi sollecita gli istinti proponendo un irrealizzabile progetto di remigrazione a chi vorrebbe porte aperte e un’accoglienza pressoché indiscriminata. Così le riunioni a Palazzo Chigi servono - come spiega una fonte accreditata - ad “affinare una modalità di risposta alle obiezioni sulle mancanze” dell’esecutivo. Traduzione: la premier vuole rompere l’accerchiamento. E siccome il punto sensibile è la gestione dell’immigrazione, i dati devono servire a sconfessare “le false narrazioni”. È un fatto che ci sia stato un crollo degli arrivi: nel primo semestre del 2026 gli sbarchi si sono dimezzati rispetto ai numeri dello stesso periodo del 2025. Da 26 mila migranti si è passati a 12 mila. Nulla a che vedere con i picchi da oltre 150 mila persone l’anno del passato. La flessione è dovuta anche agli accordi stipulati con Libia e Tunisia, che hanno rimpatriato 200 mila persone giunte nei loro Paesi (in collaborazione con strutture delle Nazioni Unite), evitando così 200 mila potenziali arrivi in Italia. Contestualmente sono aumentati i rimpatri: da gennaio a maggio sono stati circa 4 mila. L’obiettivo dell’esecutivo - sostiene chi conosce il dossier - è “ridurre nel 2026 gli arrivi sotto la soglia dei 30 mila migranti, rimpatriandone 10 mila”. “In questo modo - ha detto in riunione il titolare del Viminale Matteo Piantedosi - si darebbe l’esatta percezione che il fenomeno si governa e non si subisce come in altri tempi”. Quando, per esempio, i gabinetti di centrosinistra trattavano con l’Europa, scambiando l’accoglienza per una maggiore flessibilità sui conti pubblici. Raccontano che il riferimento non sia stato casuale, perché uno degli aspetti su cui Giorgia Meloni chiede una maggiore comunicazione è lo sforzo compiuto per ottenere un risultato sull’immigrazione a Bruxelles. A sei mesi dalle elezioni europee del 2024, in vista del nuovo patto su Asilo e Immigrazione, il governo dovette superare l’ostilità di Francia e Germania (ma anche della diplomazia italiana a Bruxelles) per far affermare una linea più restrittiva. “O noi non firmiamo”, annunciò il ministro dell’Interno durante una contrastata riunione notturna a Strasburgo. Il testo accolse le richieste di Roma sulla difesa dei confini, sugli accordi con le nazioni di partenza del traffico clandestino e soprattutto sugli hub in Paesi terzi. “Ieri era una richiesta italiana. Oggi è diventata una proposta europea. Qualcosa vorrà dire”, ha commentato la premier. La forza dei numeri si infrange però sul senso d’insicurezza dei cittadini, che viene amplificato dalla polemica politica e dai fatti di cronaca. Nonostante i numeri ufficiali forniti dal Viminale dimostrino che i reati sono in calo nel Paese, il percepito prevale sul reale: così, dalle periferie alle stazioni, le immagini rimbalzano sui social e nelle tv delle case degli italiani. C’è un dato che nelle statistiche colpisce. Si riferisce ai reati degli immigrati irregolari, che sviluppano tassi di criminalità altissimi: nel campo dei delitti sessuali l’incidenza arriva al 50%. L’impegno delle forze dell’ordine e le norme varate per contrastare i reati mirano a ridurre il fenomeno, “ma - aggiunge un autorevole esponente del governo - servirebbe anche una maggiore collegialità tra istituzioni nell’interesse del Paese”. Il riferimento è all’attività della magistratura, alla sua “postura che a volte è ideologica”. È il nervo scoperto. Certi casi vengono descritti durante le riunioni: ci sono magistrati che in dibattimento suggeriscono ad alta voce la linea all’avvocato difensore, o toghe che durante procedimenti per rimpatrio volontario invitano la persona interessata a ripensarci, sostenendo che potrebbe ottenere l’asilo se ne facesse richiesta. Anche questo sarà usato nella comunicazione dal governo. E i ministri sono pronti a sfidare con i dati i loro avversari politici. Zangrillo: “Assumiamo 18 mila agenti per avere città più sicure” di Luca Fornovo La Stampa, 11 luglio 2026 Il ministro della Pubblica amministrazione: “Un milione di giovani al posto di chi va in pensione. Con l’Ai concorsi pubblici più veloci. Abbiamo aumentato i salari nella difesa e nella sanità. Lo Spid potrebbe cambiare”. Le città e i sindaci, da destra a sinistra, sono sempre più affamati di sicurezza e il governo cerca di correre ai ripari per tamponare situazioni quotidiane di emergenza che si dipanano da Nord a Sud. Per soddisfare questa domanda di un maggiore presidio del territorio, il ministro della Pubblica amministrazione (Pa), Paolo Zangrillo, spiega a La Stampa qual è il suo piano per rafforzare il settore della sicurezza e difesa. Ministro Zangrillo, quante assunzioni pensate di fare e dove? “Il piano prevede l’inserimento di 17.900 nuovi agenti, distribuiti tra carabinieri, polizia, guardia di finanza. Abbiamo chiuso gli accordi con i sindacati e sono previsti 2.600 euro netti in più all’anno. I nuovi agenti arriveranno in tutta Italia al massimo entro due anni”. Il caso di Wilma Ignelzi, la donna sequestrata dai rapinatori mentre era sola in casa a Pecetto, sulla collina di Torino, sta facendo discutere. I nuovi agenti arriveranno anche a Torino e in Piemonte? “Sì. C’è una grande attenzione per le aree metropolitane, dove la domanda di sicurezza dei cittadini richiede risposte pronte e un presidio costante. A Torino verranno assunti agenti in un numero superiore a quello delle uscite previste per i pensionamenti”. Per contrastare la criminalità la Pa si è impegnata anche nel progetto Caivano. Può spiegare di che si tratta? “Abbiamo portato lo Stato dove sembrava assente con una serie di interventi di informazione, formazione e sensibilizzazione per gli adolescenti. Dopo Caivano abbiamo esteso le iniziative in altre undici aree critiche, tra cui Orta Nova a Foggia e Rosarno-San Ferdinando a Reggio Calabria”. La Pa è stata per anni il simbolo del blocco del turnover, un apparato stanco e invecchiato con dipendenti in età anagrafica avanzata. Cosa sta facendo per svecchiarla? “Abbiamo ereditato una situazione complessa, da stato comatoso. Venivamo da otto anni di blocco del turnover, un periodo in cui l’amministrazione italiana ha perso 300 mila persone. Ma riducendo i tempi dei concorsi nel triennio 2023-2025 siamo riusciti a inserire 641.000 persone e ora ci si presenta una grande opportunità”. Quale? “Da qui a sei anni andranno in pensione circa un milione di dipendenti pubblici e al loro posto assumeremo oltre un milione di giovani entro il 2032. Siamo comunque già riusciti ad abbassare l’età media dei dipendenti pubblici: nel 2021 era di 52 anni, ora per la prima volta dopo quindici anni è tornata a scendere a 48 anni”. Molti cittadini spesso si arrabbiano con gli statali. Dicono che sono troppi e fanno poco.. “La realtà dei numeri dice altro. Il rapporto tra dipendenti pubblici e residenti in Italia è del 5,8%. Se guardiamo ad altri grandi Paesi europei come Spagna, Francia, Inghilterra o Germania, questo rapporto si aggira attorno al 9%. Siamo il fanalino di coda in Europa in termini quantitativi. Eppure stiamo invertendo la rotta”. Contro i fannulloni lei ha lanciato la riforma sul merito, ma da più parti è stata criticata. Si dice che favorisce l’amichettismo, i rapporti clientelari... “Non è così: il merito è l’unico ascensore sociale che permette alle persone di sfidarsi e migliorarsi. Ho istituito percorsi di osservazione lunghi e rigidi per i nuovi dirigenti. Chi non sa valutare e non si assume la responsabilità di differenziare i premi, non può dirigere. Le organizzazioni funzionano se le persone si sentono valorizzate. E poi penso che i soldi dello Stato non devono essere distribuiti a pioggia”. Quindi la riforma che aveva fatto il suo predecessore, il ministro Brunetta, non ha portato grandi risultati? “Quella riforma non ha funzionato. Le racconto un fatto: nella primavera del 2024 la Corte dei Conti mi ha scritto facendo notare che oltre il 90% dei dipendenti pubblici risultava valutato in modo eccellente. Quindi quasi tutti ricevevano premi”. La Pubblica amministrazione è spesso criticata anche per durata inaccettabile dei concorsi. Nel 2021 servivano in media 780 giorni, un tempo che costringeva un giovane uscito dall’università ad aspettare due anni e mezzo per sapere se fosse stato assunto... “Da qualche anno abbiamo ripensato le procedure in logica digitale, creando il portale unico InPA. Oggi conta 3,2 milioni di cittadini iscritti, e oltre il 60% ha meno di 40 anni. Così attraverso le nuove tecnologie i tempi dei concorsi sono scesi a quattro mesi e mezzo”. Una sfida per la Pa è sicuramente la digitalizzazione e dell’uso dell’intelligenza artificiale nei concorsi. È vero che abolirete i test con le crocette? “L’Ai deve liberare le persone dai compiti ripetitivi per farle concentrare sul valore aggiunto. Nei concorsi stiamo superando il vecchio modello basato sull’apprendimento mnemonico e sulle crocette. Serve misurare le competenze trasversali e l’attitudine alla soluzione dei problemi. L’Ai ci aiuterà a creare selezioni più mirate e brevi e ad aumentare l’offerta formativa. La formazione: un altro tasto dolente della Pa ma di cui è carente anche il settore privato. Quale iniziative ha preso il ministero per i suoi dipendenti pubblici? “Abbiamo lanciato hub formativi sul territorio: a Santena, nella casa delle vacanze di Cavour, abbiamo aperto un polo dedicato all’intelligenza artificiale. In Lombardia uno per la sanità, in Calabria per l’immigrazione, in Abruzzo per la ricostruzione. Abbiamo innalzato l’obbligo di formazione da 6 ore a oltre 40 ore annue”. Affrontiamo il nodo dei salari e dell’inflazione. Come intendete muovervi sui rinnovi contrattuali e sugli stipendi bassi? “Abbiamo ereditato ritardi enormi, con tornate senza rinnovi per quasi otto anni. Nella legge di bilancio abbiamo stanziato 30 miliardi di euro per la spesa del personale. Abbiamo chiuso i rinnovi 2019-2021 e ora stiamo per chiudere quelli del 2022-2024. Per la prima volta abbiamo avviato i contratti della tornata 2025-2027 nel primo anno di competenza. Abbiamo previsto aumenti base del 6% sui tabellari, a cui si aggiungono le voci accessorie, arrivando per la tornata in corso a valori vicini al 12% di incremento complessivo”. Quali dipendenti pubblici hanno beneficiato ultimamente degli aumenti salariali? “Come dicevo gli agenti della sicurezza: dovremmo chiudere a breve i contratti 2025-27 e sono altri 100 euro netti al mese in più. Gli infermieri del Pronto Soccorso hanno già ricevuto incrementi di 500 euro netti al mese. Spero in nuovi incrementi con i rinnovi dei contratti 2025-2027”. Negli ultimi tempi, sia nel pubblico che nel privato, c’è stata una retromarcia sull’uso dello smart working. Eppure secondo i dati Inps, ha dato una spinta alla natalità e ha consentito ai lavoratori di prendersi più cura dei propri famigliari. Lei è contrario al lavoro agile? “Non ho pregiudizi ideologici, ma lo smart working deve essere gestito dal dirigente in funzione della misurazione della performance. L’obiettivo primario della Pa è erogare servizi di qualità ai cittadini e alle imprese. Se lo smart working aiuta a raggiungere questo scopo e migliora l’equilibrio del dipendente, è utile. Ma chi pensa che equivalga a stare a casa sganciati dagli obiettivi, sbaglia prospettiva”. Molti cittadini si lamentano dello Spid. Non pensa sia stato un errore farlo pagare? In fondo è un servizio essenziale per i cittadini... “Costa solo 4 euro e la scelta non è stata del ministero ma dei provider. Però in futuro il sistema potrebbe cambiare. Stiamo lavorando a un sistema più evoluto “e-wallet”, un’applicazione digitale che sostituisce in modo sicuro i documenti cartacei, un’app che andrà oltre i confini nazionali”. Migranti. La strage di Cutro e la strategia dello scaricabarile di Silvio Messinetti Il Manifesto, 11 luglio 2026 Da quando ha avuto inizio il dibattimento, il processo per il naufragio di Steccato di Cutro è caratterizzato da uno stucchevole rimpallo di responsabilità tra corpi dello Stato. Lo scaricabarile continua. Da quando ha avuto inizio il dibattimento, il processo per il naufragio di Steccato di Cutro del 26 febbraio 2023, costato la vita a 94 migranti e a un numero imprecisato di dispersi, è caratterizzato da uno stucchevole rimpallo di responsabilità tra corpi dello Stato. Il giudizio vede imputati 6 ufficiali della Guardia di Finanza e della Capitaneria di porto, accusati a vario titolo di naufragio e omicidio colposo plurimi. Nel corso dell’udienza di ieri, l’ultima prima della pausa estiva, sono stati escussi diversi testimoni, tra cui l’ex comandante del Roan della Gdf di Vibo Valentia, Alberto Catone. L’esame si è concentrato su questioni di carattere generale riguardanti le procedure di soccorso in mare. Catone ha riferito che spesso le unità della Guardia Costiera uscivano in mare mantenendosi comunque a distanza dall’evento e ha confermato poi quanto già riferito in sede di indagine, ovvero che: “Quando sono arrivato in Calabria la Capitaneria era molto restia a operare in mare in operazioni Sar laddove non ci fosse una situazione di conclamato pericolo. Questo aspetto dipendeva dall’approccio del ministro dell’Interno dell’epoca”. Al Viminale allora sedeva Matteo Salvini che anche in forza delle dichiarazioni rese da Catone è stato citato come teste a Crotone. Anche gli altri testimoni hanno reso dichiarazioni sostanzialmente in linea con questa ricostruzione. L’andamento delle ultime udienze rende, dunque, più evidente la strategia difensiva adottata dagli imputati e dalle rispettive strutture di appartenenza, fondata su un reciproco trasferimento delle responsabilità tra Guardia costiera e Gdf. “Ancora una volta abbiamo assistito a uno scaricabarile tra apparati dello Stato. Da una parte e dall’altra si cerca di spostare il peso delle responsabilità, mentre al centro della vicenda dovrebbero esserci le 94 persone morte sulla spiaggia di Cutro e il diritto alla vita che, in quella notte, non è stato garantito. Il processo accerterà le responsabilità individuali degli imputati. Ma esiste anche una responsabilità politica e istituzionale che difficilmente entra nelle aule di giustizia, quella di chi ha costruito norme, direttive e modelli operativi che hanno finito per subordinare il dovere del soccorso ad altre priorità”, ha detto al manifesto Filippo Sestito, presidente provinciale Arci. Prossima udienza il 18 settembre. Le armi non sono l’unica via di Tommaso Greco Avvenire, 11 luglio 2026 La convinzione che l’Europa non abbia alternativa al riarmo è figlia di presupposti tutti da dimostrare. Esistono altre risorse politiche e diplomatiche su cui costruire la sicurezza. Il vertice di Ankara, appena conclusosi con un gesto simbolico che racchiude il significato di una intera epoca - mi riferisco al dono fatto dal Presidente Erdogan ai suoi ospiti, una pistola con una scatola di proiettili - fornisce l’ennesima occasione per fare qualche chiarimento sulle posizioni di chi critica la corsa al riarmo e propone di avere un atteggiamento differente sullo scenario internazionale. Chi abbia letto i giornali di questi giorni, o chi abbia ascoltato le trasmissioni radio-televisive, ha dovuto constatare che, ancora una volta, si è dato spazio pressoché esclusivamente alle posizioni pro-riarmo mentre le posizioni di coloro che criticano questa scelta, non solo non hanno trovato spazio ma sono state ridotte, se pure per vie non sempre coincidenti, all’argomento del “putinismo”. In altre parole, chi non è a favore del riarmo sarebbe, nel migliore dei casi, un ingenuo irresponsabile che sottovaluta il pericolo proveniente dalla Russia, e nel peggiore dei casi una specie di “nemico interno” che, anche prima che le guerre vengano combattute sul campo, finisce per lavorare a favore di coloro dai quali occorre invece difendersi. È un vecchio argomento, quest’ultimo, che da sempre è stato utilizzato contro coloro che invocano la pace. Di “opera sabotatrice” e di parole che avrebbero aperto “la strada al trionfo della Germania” parlava ad esempio Benito Mussolini in un articolo del 18 agosto 1917 commentando la denuncia che Benedetto XV aveva fatto della Prima guerra mondiale come di un’”inutile strage”. Ma l’elenco sarebbe lungo, e riguarda anche i più sinceri democratici (un nome per tutti: quello di George Orwell). La questione però non può essere semplificata e liquidata in questo modo, a meno di non pensare che la discussione sia inquinata dagli interessi di chi specula politicamente ed economicamente sulle armi oltre che dalla disonestà intellettuale di coloro che gli suonano la carica sulle pagine dei giornali e nei programmi radiotelevisivi. La convinzione che l’Europa di oggi non abbia alternativa alle armi per tutelare la propria sicurezza è figlia di una serie di presupposti, tutti da dimostrare, da cui però discendono scelte, che sono tutte da giustificare proprio perché non è vero che sono senza alternative. Ad esempio, si ripete continuamente che la pace nell’Europa del Secondo dopoguerra è stata garantita esclusivamente dalla presenza militare degli Stati Uniti, da rimpiazzare ora attraverso un massiccio investimento in armi, e che la Russia costituisce un pericolo per l’Europa di oggi, come dimostrerebbe l’invasione dell’Ucraina. Tutto questo può essere certamente vero, ma rappresenta solo una parte della verità. Farne la verità tutta intera significa togliere quella parte della realtà che potrebbe fornire le risorse per una risposta differente alle sfide del presente. Ed è proprio su quest’altra parte della verità che il mondo pacifista richiama l’attenzione e su cui governanti illuminati dovrebbero fare leva se davvero volessero lavorare per la pace. Al netto di considerazioni pragmatiche, come quella ricordata da molti secondo cui è decisamente controintuitivo pensare a un attacco contro l’Europa mosso da una potenza che non riesce ancora, dopo quattro anni di guerra, a chiudere la partita aperta in Ucraina, altre riflessioni si impongono.Innanzitutto, come sta spiegando molto bene Vittorio Pelligra sulle pagine di Avvenire nella sua serie “La monarchia della paura”, l’ossessione per la sicurezza produce un circolo vizioso che finisce per realizzare proprio ciò che dice di voler evitare (come alcuni segnali stanno già confermando). Nessuno nega che ci siano pericoli da affrontare, ma pensare che a queste sfide si possa e si debba rispondere solo creando le condizioni per una catastrofe che rischia di essere ancora più gravi di quelle passate, ha davvero dell’incredibile e ci fa aprire gli occhi sulla cecità della classe dirigente di questa epoca, in preda a quella che Marco Iasevoli ha chiamato efficacemente, su queste colonne, “la febbre delle armi”. In secondo luogo, e soprattutto, l’insistenza sulla corposa e stupefacente operazione di riarmo - portata avanti con atteggiamenti e parole che suonano persino arroganti, come quelle di Mark Rutte riportate dalla stampa, secondo cui la Nato troverà il modo di “costringere” i Paesi membri ad arrivare al 5 % del Pil di spese militari -, mette da parte un intero patrimonio di sapienza giuridica e politica di cui l’Europa nel suo insieme, e i paesi europei presi singolarmente, sono sempre stati propugnatori e custodi. La libertà e la democrazia in pericolo (lo sono sempre, anche all’interno) si difendono credendo fortemente anche nei mezzi che esse ci mettono a disposizione, persino contro coloro che le attaccano. L’Europa, in particolare, è chiamata a valorizzare la sua storia e il suo patrimonio, i quali ci ricordano che è possibile, anche tra paesi che sono stati nemici, avviare e realizzare opere comuni capaci di aprire spazi di dialogo e di collaborazione, se non di vera e propria solidarietà e condivisione politica e istituzionale. Infine, non bisogna farsi prendere da argomenti troppo semplici. Le guerre non sono eventi improvvisi e non riguardano solo gli stati belligeranti. Sono affari complessi, frutto di scelte di medio e lungo termine, e sui quali la comunità internazionale tutta può dire e fare moltissimo. È su questo che occorre riflettere e investire per risolvere i problemi che periodicamente si manifestano. Non è alimentando le guerre che aiuteremo i paesi invasi contro i loro invasori. E dire questo, ripetiamolo ancora una volta, non vuol dire stare dalla parte di questi ultimi. È esattamente il contrario.