“L’Alleanza per l’articolo 27 della Costituzione” apre gli istituti penitenziari alla società civile Ristretti Orizzonti, 10 luglio 2026 Il 14 luglio decine di visite nelle carceri italiane. L’Alleanza per l’articolo 27 della Costituzione, che riunisce numerose associazioni impegnate sui temi della giustizia, dell’esecuzione penale e dei diritti delle persone private della libertà, martedì prossimo, 14 luglio, visiterà gli istituti penitenziari di numerose città del Paese. Lo scopo di questa iniziativa è “riportare l’attenzione dell’opinione pubblica sulle condizioni delle carceri italiane, oggi attraversate da una crisi sempre più grave, e riaffermare il principio secondo cui la pena deve essere conforme ai valori sanciti dall’articolo 27 della Costituzione: umanità, dignità della persona e finalità di reinserimento sociale”. Di seguito, il comunicato stampa integrale dell’Alleanza. Il prossimo 14 luglio 34 istituti penitenziari italiani di 29 città saranno visitati da delegazioni composte da rappresentanti dell’Alleanza per l’articolo 27 della Costituzione, insieme a esponenti delle istituzioni locali, del mondo dell’università, della cultura e della società civile, tra cui Alessandro Bergonzoni, Daria Bignardi, Ascanio Celestini, Marco Damilano, Davide Dileo (Boosta), Luigi Piana, Aurelio Picca, Vanessa Roghi e Pietro Sermonti. Nel complesso parteciperanno all’iniziativa oltre 330 persone. L’obiettivo è riportare l’attenzione dell’opinione pubblica sulle condizioni delle carceri italiane, oggi attraversate da una crisi sempre più grave, e riaffermare il principio secondo cui la pena deve essere conforme ai valori sanciti dall’articolo 27 della Costituzione: umanità, dignità della persona e finalità di reinserimento sociale. L’Alleanza è nata a Roma lo scorso 6 febbraio, riunendo numerose associazioni impegnate sui temi della giustizia, dell’esecuzione penale e dei diritti delle persone private della libertà, e parte dalla volontà condivisa di costruire un percorso comune per promuovere politiche di depenalizzazione, decarcerizzazione e umanizzazione della pena, contrastando una stagione segnata dall’espansione del diritto penale, dall’aumento del ricorso alla detenzione e dalla progressiva chiusura del carcere nei confronti della società esterna. I numeri descrivono una situazione ormai insostenibile. Le carceri italiane registrano un tasso medio di affollamento pari al 140%, con circa 18.000 persone detenute in più rispetto alla capienza regolamentare. Migliaia di persone continuano a vivere in condizioni giudicate non dignitose dalla magistratura, mentre continua il dramma dei suicidi e delle morti in carcere. Per questo motivo il 14 luglio le associazioni dell’Alleanza entreranno contemporaneamente in decine di istituti penitenziari, nella convinzione che il carcere debba tornare a essere conosciuto, osservato e discusso dalla società. Come ricordava Piero Calamandrei, per comprendere davvero il funzionamento della giustizia è necessario vedere il carcere. Le visite interesseranno i seguenti istituti: Asti, Bari, Biella, Bologna CC, Bologna Istituto penale per i minorenni, Cagliari UTA, Cassino, Chieti, Civitavecchia, Cremona, Ferrara, Firenze, Foggia, Genova, Milano Bollate, Milano Istituto penale per i minorenni, Milano Opera, Milano San Vittore, Napoli Poggioreale, Padova, Palermo Istituto penale per i minorenni, Parma, Pescara, Pisa, Prato, Roma Rebibbia femminile, Roma Regina Coeli, Sassari, Torino, Trento, Udine, Varese, Vicenza, Volterra. Promotori dell’Alleanza per l’articolo 27: A buon diritto, Acli, Antigone, Arci, Cgil, CNCA -Coordinamento Nazionale Comunità Accoglienti, CNVG - Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia, Confcooperative Federsolidarietà, Conferenza dei Garanti territoriali delle persone private della libertà, Forum Droghe, Gruppo Abele, L’altro diritto, La Società della Ragione, Legacoopsociali, Movimento di Volontariato Italiano-MOVI, ?Movimento No Prison, Nessuno tocchi Caino, Ristretti Orizzonti, Voci di Dentro. La vergogna dietro le sbarre di Glauco Giostra Avvenire, 10 luglio 2026 Suicidi, sovraffollamento, condizioni degradanti e continui richiami delle istituzioni. Eppure la politica continua a rinviare interventi efficaci sul sistema penitenziari. Ancora un suicidio “penitenziario”, reparti chiusi dall’autorità giudiziaria per gravissime carenze igienico-sanitarie e strutturali, provvedimenti dell’Amministrazione penitenziaria che autorizzano a far dormire i detenuti in terra. Sono soltanto le notizie di qualche giorno fa. Quelle che le hanno precedute negli ultimi anni di sicuro non erano meno indegne di un Paese civile. Ma come è possibile? Da decenni non abbiamo più una politica ideologizzata, che propone cioè una idea di mondo e di società, cercando di acquisire consensi alla propria causa. I partiti, chi più chi meno, seguono una strategia “sondaggistica”, garantendo di farsi carico delle richieste e delle paure più diffuse. In quest’ottica, essendo la disumana realtà carceraria scotomizzata dallo sguardo pubblico, il potere ben potrebbe disinteressarsi totalmente di tale drammatico problema, tanto più sapendo che il solo provare a risolverlo richiederebbe provvedimenti impopolari. Ma a disturbare la comoda, deresponsabilizzante inerzia si sono susseguiti altissimi e “disturbanti” richiami: la condanna per trattamento inumano e degradante dei detenuti da parte della Cedu (Corte europea dei diritti dell’uomo), i moniti della Corte costituzionale, le incalzanti raccomandazioni degli ultimi due Presidenti della Repubblica, gli accorati, insistiti appelli di papa Francesco e oggi di papa Leone XIV. Il potere politico deve aver valutato che potrebbe essere impopolare dimostrarsi del tutto sordo a queste alte, insistenti riprovazioni. Allora, con innegabile ingegnosità, ha saputo rompere il silenzio ostentando iniziative rivelatesi inutili, quando non controproducenti, (vedi la modifica della disciplina processuale della liberazione anticipata, che ne ha snaturato funzione ed efficacia, fortunatamente dichiarata incostituzionale). Di recente si è fatto di nuovo ricorso alla solita trovata di puntare sul futuro - “costruiremo più carceri” - per non affrontare il presente. Impegno tanto ricorrente, quanto sempre disatteso, e oltretutto contrario alle raccomandazioni da tempo formulate dal Consiglio d’Europa: “Aumentare la capacità ricettizia significa aumentare senza vantaggio alcuno la domanda di carcere”, mentre bisognerebbe far ricorso alle misure alternative, “mezzi importanti per combattere la criminalità, per ridurre i danni che essa causa”, evitando “gli effetti negativi della reclusione”. Qualche capacità di incidere sulla vergognosa situazione penitenziaria sembrerebbe averla, sulla carta, il ddl “Disposizioni in materia di detenzione domiciliare per il recupero dei detenuti tossicodipendenti o alcoldipendenti”. Un disegno di legge e non un decreto-legge: evidentemente si è ritenuta insussistente la straordinaria necessità ed urgenza pretesa dalla Costituzione per consentire al Governo di legiferare. Eppure, nell’ultimo decreto sicurezza, nato come disegno di legge poi disinvoltamente ribattezzato decreto-legge, la straordinaria necessità ed urgenza veniva riferita, tra l’altro, all’introduzione del reato di protesta “stradale” (sic!). Nel caso in esame, invece, un sovraffollamento molto prossimo a quello che ci fece guadagnare l’ustionante condanna Cedu, centinaia di suicidi, migliaia di tentati suicidi, migliaia di casi (giurisdizionalmente accertati) di trattamento inumano e degradante, ben si può attendere il lungo e incerto cammino di un disegno di legge. Se e quando sarà approvato, poi, richiederà un potenziamento degli uffici della magistratura di sorveglianza, che già per le attuali incombenze si è rivolta anche al Capo dello Stato per segnalare l’assoluta inadeguatezza delle assegnazioni ministeriali. Come si diceva, si resta sostanzialmente disinteressati al dramma carcerario, cercando di non apparire tali. Domina oggi un trionfante orgoglio nazionale. Eppure, ci era stato insegnato che il grado di civiltà di una Nazione si misura dalle sue prigioni (Voltaire e Dostoevskij). Misurazione a risultato per noi imbarazzante: si pensi al rifiuto di Germania e Regno Unito di tradurre detenuti nelle nostre carceri giudicate incivili o alla scelta del narcotrafficante Lorenzo Dei Meneghetti di non accettare l’estradizione dalla Colombia all’Italia, preferendo le carceri colombiane, sebbene gli organismi internazionali (cfr. Human Rights Watch e il Comitato internazionale della Croce Rossa) le descrivano come sovraffollate, degradanti, sporche e pericolose. Forse quello italico è un orgoglio solo “litoraneo”, allocato sulla battigia per non fare sbarcare i disperati di altre etnie. Un’occasione per ripensare le nostre carceri di Franco Corleone L’Espresso, 10 luglio 2026 “Abolire il carcere” e “Liberarsi dalla necessità del carcere” sono state per decenni le parole d’ordine di associazioni e personalità portatrici dell’urgenza di riformare le galere e la bandiera del movimento contro la detenzione sociale. Tante battaglie per obiettivi costituzionali con successi ma molte sconfitte, per arrivare ora, in anni torbidi, a veder prevalere la vendetta e persino la tortura: madri con bambini e bambine recluse, reato di rivolta e criminalizzazione della nonviolenza, agenti provocatori nelle celle torride e chiuse. Una risposta violenta e disumana del governo al sovraffollamento, ai suicidi, all’autolesionismo, al disagio mentale. Può però anche accadere l’incredibile: il carcere di Sollicciano è stato chiuso dalla magistratura di Firenze. Dopo innumerevoli denunce da parte di detenuti, avvocati e magistrati di sorveglianza, della situazione intollerabile per le condizioni igienico sanitarie, è bastata la decisione di una gip per rompere l’autoreferenzialità dell’amministrazione penitenziaria e distruggere il mito della sovranità assoluta, extra legem, del luogo della pena. Sette sezioni sotto sequestro e 250 detenuti da trasferire dimostrano che un’azione drastica si poteva realizzare da tempo per consentire le opere di manutenzione necessarie. Corrado Marcetti, un architetto che conobbe il mitico architetto Michelucci in carcere e che collaborò intensamente con Sandro Margara, presentò due anni fa all’assemblea della Società della Ragione le linee di una La decisione di chiudere l’istituto di Sollicciano può riaprire il dibattito sul sistema penitenziario storia di Sollicciano, e prima delle Murate, che non può essere banalizzata. Salvaguardare la memoria è già una rivoluzione, magari solo culturale, ma una rivoluzione. Siamo così di fronte a un paradosso. Un carcere con la presenza di un’opera d’arte come il Giardino degli incontri, si è trasformato nell’immaginario pubblico in uno degli istituti penitenziari peggiori d’Italia. L’analisi delle ragioni del degrado è essenziale per riscrivere la vicenda e reinventare il futuro con un progetto complessivo. II 2 luglio si è tenuto un seminario sulla ‘Storia di un carcere” e sulle prospettive di cambiamento ormai indifferibili. Ci si è interrogati sulle ragioni del peggioramento delle condizioni di vita rispetto a quando i detenuti superavano quota mille e la risposta si è trovata nella caduta delle relazioni interne e nello sfilacciamento del rapporto con la città. L’attenzione si è rivolta alle condizioni strutturali dell’edificio, dalle infiltrazioni d’acqua alla carenza dei servizi igienici e alla presenza di animali sgraditi (cimici, topi, zanzare) ma si è anche concentrata sul nodo della qualità della detenzione. Il primo rischio da scongiurare è che siano sperperati i soldi, tanti, della manutenzione a causa di lavori mal progettati e peggio realizzati. Si tratta di riprendere il filo interrotto, producendo anticipazioni in vista di un cambio di gestione della politica penitenziaria, con la presenza di energie impegnate non solo nella denuncia. Sono passati dieci anni dalla morte di Alessandro Margara e questa ricorrenza deve essere colta per rilanciare i principi della Costituzione. In attesa di un cambio di passo determinato dalla politica (le proposte non mancano davvero), sarebbe straordinario che altri giudici eguagliassero la decisione del Tribunale di Firenze per le tante carceri che soffrono le medesime condizioni di Sollicciano. Sarebbe un terremoto salutare, per chi demonizza l’amnistia e l’indulto. “Si mettano i materassi l’uno sopra l’altro, fino all’esaurimento degli spazi…” di Giunta e Osservatorio Carcere UCPI camerepenali.it, 10 luglio 2026 La cinica risposta del Prap Toscana e l’esigenza di far posto ai nuovi giunti nelle carceri sovraffollate. La nota emanata dal Provveditorato Regionale dell’Amministrazione Penitenziaria per la Toscana rappresenta un documento di drammatica e conclamata ferocia, una dichiarazione di resa che certifica il crollo strutturale del sistema carcerario, la codificazione burocratica di un trattamento che calpesta i diritti umani fondamentali. Il sequestro e l’improvvisa chiusura, per gravi carenze igienico-sanitarie, di ben sette sezioni del carcere di Sollicciano a Firenze hanno costretto l’amministrazione a redistribuire centinaia di reclusi in un territorio già saturo. Di fronte all’inerzia istituzionale e alla mancata volontà di attenuare la patologica condizione di emergenza dei nostri istituti attraverso l’attivazione di percorsi di deflazione giuridica, arriva dal Prap Toscana l’ordine perentorio di stipare i corpi oltre ogni limite ragionevole, autorizzando esplicitamente, come soluzione estrema, la collocazione di brande o materassi direttamente sul pavimento delle celle. Ammassati, l’uno sopra l’altro. Così si svela la sostanziale accettazione di un’insopportabile compressione dei minimi requisiti di vivibilità di cui ogni individuo avrebbe diritto e si accetta che un essere umano possa dormire a terra, in spazi ristretti, umidi e sovraffollati, trasformando la detenzione in una punizione corporale degradante. La circolare tenta di schermare tale abuso dietro l’ipocrita veste di misura assolutamente provvisoria, ma nella realtà penitenziaria la provvisorietà è la formula retorica usata per normalizzare il degrado e una condizione inumana permanente. Oltre alla conclamata violazione dei diritti, si intravede la disperazione silenziosa e profonda di chi, in prima linea, il carcere è chiamato a gestirlo. Dietro il rifiuto formale di alcune Direzioni di accettare nuovi arrestati per mancanza di posti si consuma il dramma morale e professionale di funzionari pubblici e comandanti di Polizia Penitenziaria posti nella condizione di operare una scelta e di sopportarne le responsabilità, divisi tra l’obbligo di accogliere chi è privato della libertà dall’autorità giudiziaria e la consapevolezza che ogni ingresso in più in reparti già esplosivi rappresenta una ulteriore violazione dei diritti umani e delle elementari regole di sicurezza, alimentando il rischio di rivolte, o atti di autolesionismo. Invece di proteggerli, l’amministrazione centrale azzera la facoltà di denunciare l’impossibilità fisica della ricezione, imponendo di basarsi sui dati astratti di un applicativo informatico, (peraltro tarato sui 3 mq pro capite senza sottrarre letti e arredi fissi, in spregio alle direttive Cedu e alla giurisprudenza di legittimità interna e sovranazionale), per andare persino oltre l’evidenza geometrica delle celle. La dignità umana viene così subordinata ai parametri indefiniti di un algoritmo d’emergenza, mentre lo Stato rinuncia a riforme strutturali, abbracciando l’arbitrio e la progressiva erosione della dignità umana. Un comune e amaro destino, ricco di quotidiana disperazione, unisce chi è condannato a subire le celle e chi è condannato a governarle. In questo scenario di drammatica paralisi ordinamentale, sfibrati da una torrida estate, il prossimo 22 settembre la Corte costituzionale dovrà farsi carico di rispondere, finalmente e senza più infingimenti retorici, a una domanda radicale. Per quanto tempo ancora possiamo tollerare che la carcerazione violi i diritti umani fondamentali, traducendosi in una forma di tortura istituzionalizzata? O invece appare necessario accogliere la questione di legittimità costituzionale pendente - su cui l’Unione delle Camere Penali Italiane, con gli Osservatori Carcere e Corte Costituzionale, ha già depositato un proprio Amicus Curiae - consentendo ai magistrati di sorveglianza di sospendere l’esecuzione di una pena in concreto inumana o degradante? I Garanti dei detenuti: “Fermare subito la strage delle vite e dei diritti” ansa.it, 10 luglio 2026 “Liberazione anticipata speciale per chi partecipa positivamente a percorso rieducativo”. La Conferenza nazionale dei Garanti dei detenuti lancia un appello affinché “venga affrontata senza ulteriori rinvii la drammatica emergenza che attraversa il sistema penitenziario italiano, fermando la strage delle vite e dei diritti”. Il 13, 14 e 15 luglio la Conferenza Nazionale dei Garanti territoriali promuoverà iniziative di mobilitazione, riflessione e sensibilizzazione nei territori, davanti e all’interno degli istituti penitenziari, “per richiamare la politica e la società civile alle proprie responsabilità sull’emergenza carceraria”. “La Conferenza nazionale dei Garanti territoriali - ricorda il portavoce, Samuele Ciambriello, garante in Campania - chiede un gesto di clemenza, un provvedimento deflattivo immediato, serio, selettivo e costituzionalmente orientato. Non è buonismo, è responsabilità. Un sistema saturo non rieduca, non cura, non reinserisce e non produce sicurezza. Chiediamo l’introduzione di una liberazione anticipata speciale, portando da 45 a 75 giorni per ogni semestre la detrazione di pena per chi partecipa positivamente al percorso trattamentale. Uno strumento collegato alla condotta, alla responsabilizzazione e alla partecipazione all’opera rieducativa”. “Chiediamo, inoltre, un intervento immediato per i detenuti con residua pena non superiore a un anno, non condannati per reati ostativi e senza concrete esigenze di sicurezza tali da imporre la permanenza in carcere. Si tratta di circa 8/9 mila persone che potrebbero essere accompagnate verso misure alternative, detenzione domiciliare, lavoro, cura, comunità e reinserimento. La dignità delle persone detenute e quella di chi lavora negli istituti penitenziari appartengono alla stessa battaglia di civiltà. Un carcere incapace di rieducare, curare e reinserire non produce maggiore sicurezza, ma alimenta marginalità e recidiva”, conclude Ciambriello. Che il governo apra gli occhi di Enrico Sbriglia* direnews.it, 10 luglio 2026 L’esigenza di verificare dall’interno delle carceri la devastante realtà ereditata. Ancora una volta siamo costretti a lanciare un alert. Quanto accaduto nel carcere di Firenze Sollicciano (il sequestro, firmato dal Gip di Firenze, che ha interessato ben 7 sezioni del malandato istituto, per le orribili condizioni detentive, non più tollerabili), quanto sta accadendo a Bologna, carcere della Dozza (mancanza di acqua in estate e proteste dei detenuti che si sono rifiutati di rientrare in cella e hanno appiccato il fuoco), sono soltanto gli ultimi drammatici segnali di un disagio che monta progressivamente nei 189 istituti penitenziari della Nazione, quale inevitabile maturazione di almeno venti anni di disattenzione sistematica verso il mondo della pena, con gli istituti penitenziari ormai ridotti a meri contenitori di carne umana umiliata. Ecco perché irrita la circostanza che le veline ministeriali siano state in grado di indurre lo stesso Guardasigilli, On. Nordio, ed il neo Sottosegretario, Sen. Balboni ad esporsi pericolosamente ed ingenuamente, al punto da convincerli a sostenere come il nostro asfittico sistema penitenziario sia addirittura da imitare ed “esportare” altrove, prendendo le mosse dal trasferimento, non straordinario e che è costato chissà quanto sul piano erariale, di un numero certamente consistente di detenuti sottoposti al 41 bis, smistati dalle sezioni speciali, dove erano precedentemente allocati, per concentrarli in altri istituti della Repubblica. In fondo si trattava di attività “ordinaria”, perché programmata e programmabile, di persone ristrette le quali, considerate alla stregua di inanimati imballi pericolosi, venivano trasferite da un luogo all’altro del Paese, ovviamente con tutte le doverose precauzioni del caso, ma certamente pianificabili, e che in passato, forse per ragionevole prudenza, non avevano trovato uguale risalto e pubblicità da parte della stessa amministrazione. Forse erano altre epoche, altre le storie di amministrazione. Basti pensare che grandi spostamenti di detenuti, realizzati negli anni passati, quelli sì in situazione di straordinaria emergenza (ad esempio a causa di terremoti o per fatti eccezionali), non avevano avuto lo stesso rilievo, forse perché non dovevano diventare una spilletta da esibire per ragioni le più diverse. Ma davvero si è convinti, mentre le carceri vengono assediate da cimici e mostrano uno scandaloso degrado, che il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria debba insegnare qualcosa ad altri Stati? Le operazioni di trasferimento di detenuti pure ad alto indice di pericolosità, in verità, sono cosa assolutamente “altra”, diversa, rispetto alla complessità e alle difficoltà quotidiane in cui si imbatte ogni operatore che lavori dentro le carceri italiane; il servizio di “Delivery penitenziaria”, com’era in passato, prima del passaggio di tali incombenze dall’Arma dei Carabinieri alla Polizia Penitenziaria, avrebbe potuto trovare tante altre forze dell’ordine in grado di assolverlo: è invece all’interno dei nostri istituti di pena il contesto ove per davvero ci si dovrebbe concentrare, al fine di garantire sicurezza, assicurando anzitutto delle condizioni di vita dignitose alle persone detenute ed un clima lavorativo non ostile verso gli operatori penitenziari. Raccontare, invece, come spesso si legge nelle news ministeriali di risultati strabilianti, di fronte alla situazione di una estate bollente appena all’inizio, è come lanciare delle bombe di distrazione di massa, che potrebbero essere percepite come delle provocazioni da parte delle persone detenute, dei loro familiari, degli avvocati, dei magistrati, dei ministri di culto, degli insegnanti, dei volontari, degli operatori penitenziari: non vedere come le carceri siano piegate su sé stesse, contorcendo le vite di chi è al loro interno, qualunque sia il proprio ruolo, di detenuto oppure di operatore penitenziario, è sconcertante! Pertanto, al fine di sfatare l’assunto che i direttori penitenziari siano accondiscendenti verso una situazione che invece subiscono pesantemente, questa sigla rappresentativa della dirigenza penitenziaria intende precisare che i responsabili degli istituti - ove gli uffici centrali ne eliminassero il divieto, nonché acquisite, ove occorrano, le autorizzazioni delle Autorità Giudiziarie - non sarebbero contrari nel consentire che i Garanti, idem i parlamentari in visita ispettiva, accedano in carcere con delle videocamere o macchine fotografiche, per riprendere luoghi e contesti. Ciò consentirebbe di mostrare la difficile realtà nella quale i direttori operano quotidianamente, coordinando lavorando fianco a fianco con quel personale della Polizia Penitenziaria ancora rimasto nelle carceri, insieme ai funzionari civili, fronteggiando, con i pochi mezzi a disposizione, un cronico sovraffollamento detentivo in strutture spesso fatiscenti, per il cui risanamento le direzioni non hanno disponibilità di fondi spendibili, oltre che di supporto tecnico. Al 30 giugno i detenuti presenti nelle carceri italiane erano ben 64.773, con una capienza regolamentare tutta da riconsiderare di 51.180, ma in realtà i posti disponibili sono ben inferiori. Pure per questo non dispiace che si effettuino riprese video e fotografie sullo stato dei luoghi da parte dei Garanti, qualunque sia la loro competenza territoriale (locale, regionale, nazionale), subordinando un tanto ad un controllo preventivo, allo scopo di accertare che non siano state riprese persone che non abbiano concesso la liberatoria per l’uso della propria immagine e che non risultino fotografate o riprese aree particolarmente sensibili per la sicurezza, quali, ad esempio, quelle che afferiscano l’armeria di reparto o i locali che ospitano i sistemi di sicurezza dell’istituto. In tal modo, anche attraverso delle immagini, l’opinione pubblica avrà maggiore contezza dello stato delle nostre strutture detentive, valorizzando gli esempi virtuosi oppure, al contrario, interrogandosi sulle responsabilità per ciò che è stato fatto male o si è finto di fare. Certo è, però, che i direttori non vogliono più essere il punching ball di un sistema malato, né essere complici di una narrazione falsata della realtà. Per favore, Ministro, Viceministro e Sottosegretari tutti, andate a verificare di persona le sezioni detentive e non fermatevi ai locali “belli” delle direzioni: controllate le celle, contate il numero dei letti impilati a castello o quanti sono sistemati per terra, prendete atto che mancano addirittura gli sgabelli, che le docce sono pietose, che non scorre sempre acqua potabile, che gli impianti elettrici sono spesso fuori norma, che non c’è aerazione, etc. etc. Tutto questo vi aiuterà a comprendere meglio il perché di tante proteste da parte dei detenuti e, Vi assicuriamo, i direttori penitenziari Vi attenderanno a braccia aperte per ringraziarVi. *Coordinatore Nazionale della Dirigenza Penitenziaria FSI-USAE Intercettazioni, il no degli azzurri congela la stretta di FdI di Valentina Stella Il Dubbio, 10 luglio 2026 “Emendamento Melillo”, è stallo. Anche sulla Giornata per le vittime di errori giudiziari il Parlamento resta paralizzato. È ancora stallo in merito all’”emendamento Melillo” alla legge di conversione del decreto legge “Giustizia e Patto Ue su migrazione e asilo” presentato da Fratelli d’Italia e volto a ripristinare la cosiddetta “pesca a strascico” in materia di intercettazioni. Ieri Forza Italia si è riunita sotto la conduzione dei capigruppo di Senato e Camera, rispettivamente Stefania Craxi ed Enrico Costa, con le prime fila che seguono i dossier giustizia, come il senatore Pierantonio Zanettin. Durante l’incontro è stata ribadita la contrarietà alla modifica al 270 codice procedura penale così come ipotizzata dal senatore meloniano Gianni Berrino che ha fatto sue le preoccupazioni della Procura nazionale antimafia e antiterrorismo. Al termine del faccia a faccia è stato dato mandato ai capigruppo di interloquire con gli alleati di Governo, ma mettendo sul tavolo della discussione tutti i dossier giustizia, compreso il ddl sulla prescrizione, arenatosi al Senato, così come quello sugli smartphone bloccato alla Camera dall’emendamento Colosimo. Insomma sarà molto probabilmente un lavoro di bilanciamento e di “ do ut des” rispetto a tutto quello che c’è in ballo. Il tempo non è molto perché si dovrebbe votare nelle commissioni riunite la prossima settimana. Ma è proprio dentro Forza Italia che albergano diverse sensibilità sempre in tema di giustizia. Una dualità che all’interno del partito di Antonio Tajani non viene letta tuttavia come una contraddizione, ma come la necessità di rispondere a varie esigenze sia sul piano della sicurezza che su quello dei diritti individuali. Da una parte Marta Fascina, ex compagna di Silvio Berlusconi, prima firmataria di una proposta di legge che interviene sul codice penale in materia di imputabilità dei minori abbassando da 14 a 13 anni l’età dell’imputabilità. “Non è imputabile chi, nel momento in cui ha commesso il fatto, non aveva compiuto i 13 anni”, si legge. Il relatore è il deputato di Forza Italia Pietro Pittalis ed è stata incardinata due giorni fa in Commissione Giustizia della Camera. La norma ribattezzata “anti-maranza” nasce, ha spiegato proprio Pittalis, “per dare un segnale” nel contrasto al fenomeno delle baby gang visto che la criminalità fa sempre più ricorso a questi minori. Molto duro il commento del capogruppo di Avs in commissione Giustizia Devis Dori che ha parlato di “vero mostro giuridico” aggiungendo: “Non è bastato il decreto Caivano e tutto ciò che ne è conseguito, con il sovraffollamento degli istituti penali minorili: la destra prosegue la sua rincorsa di Vannacci producendo obbrobri. Mi appello a tutta l’avvocatura, Consiglio nazionale forense, Organismo congressuale forense e tutte le associazioni forensi affinché si oppongano in maniera netta a questa ulteriore deriva panpenalistica della destra”. Sempre rimanendo in casa azzurri, invece a Palazzo Madama, i senatori Maurizio Gasparri e Pierantonio Zanettin hanno presentato qualche mese fa un ddl per introdurre il reato di “attentato alla sicurezza dei trasporti con finalità di terrorismo” sull’onda dei sabotaggi che avevano mandato più volte in tilt la circolazione dei treni nel mese di febbraio. In pratica era scattato il riflesso pavloviano di dar vita ad una norma legata ad una falsa emergenza. Quello che stupisce è che tutto ciò provenga da Forza Italia, che pare voler rincorrere, se non sorpassare, Lega e Fratelli d’Italia sull’autostrada del populismo penale. Anche se, spiegano fonti del partito, “garantismo e sicurezza non sono principi confliggenti”. Ma da osservatori esterni ci appare più nelle corde di Forza Italia, invece, la richiesta di accelerazione che c’è stata proprio da parte di Pittalis per riprendere la discussione sempre in commissione Giustizia a Montecitorio della pdl per l’istituzione della Giornata nazionale “Enzo Tortora” in memoria delle vittime di errori giudiziari. Tuttavia anche qui c’è da registrare uno stallo: figura nel calendario dei lavori dell’Assemblea, a partire dal 14 luglio, il seguito dell’esame della proposta di legge ma in quota opposizione, ossia nel testo della pdl a firma del deputato di Italia Viva Davide Faraone. Ovviamente questo testo non è destinato a passare in quanto già in commissione si era giunti nell’aprile 2025 ad un testo unificato delle tre pdl sul tema, a firma Faraone, Pittalis, Bisa (Lega). Allora non c’erano i presupposti per votare i 37 emendamenti né quindi per dare mandato ai relatori. Situazione che si è riproposta anche due giorni fa. Insomma sulla giustizia emergono sempre divisioni, anche su una norma di buon senso come questa che aveva visto in termini di principio tutti d’accordo. Figuriamoci cosa potrà accadere sull’”emendamento Melillo”. La mafia è già radicata al nord, ma il CSM fa finta di non saperlo di Isaia Sales Il Fatto Quotidiano, 10 luglio 2026 La nazionalizzazione delle mafie, in particolare la loro espansione in alcune regioni settentrionali tra le prime in Europa per reddito e produzione, è sicuramente il fenomeno politico-criminale più significativo dell’ultimo quarantennio. Lo hanno confermato diverse sentenze di tribunali, dettagliate relazioni delle Commissioni parlamentari antimafia, rapporti delle forze di sicurezza, diverse sentenze passate in giudicato. Le mafie sono presenti oggi nel cuore del sistema produttivo italiano, non solo in alcune delle sue regioni considerate “arretrate”. Di questa modifica epocale nella diffusione e nel radicamento dei fenomeni mafiosi danno testimonianza anche la letteratura e la televisione con il successo della figura del vicequestore Rocco Schiavone alle prese con la mafia nella città di Aosta e tra le nevi della sua valle. Perfino Don Winslow nella sua straordinaria trilogia sul narcotraffico fa incontrare a Milano i capi della ‘ndrangheta con gli inviati di un cartello sudamericano. Il radicamento nel Nord rappresenta l’evo - luzione più rilevante e più inaspettata della storia recente delle mafie in Italia, ma al tempo stesso è anche quella più negata e più sottovalutata, come dimostra la recente, assurda posizione del Consiglio Superiore della Magistratura di non istituire procure antimafia al di sopra di Roma. Ricordiamo solo alcuni dati. La Lombardia, già meta privilegiata degli investimenti di Cosa Nostra nell’edilizia e in altri campi tra gli anni Sessanta/Ottanta, ha fatto registrare negli ultimi tre decenni del Novecento un’ascesa continua dei clan calabresi. Con un ruolo notevole anche dei clan di camorra, e una ripresa di attivismo di quelli siciliani, come ha dimostrato l’inchiesta denominata Hydra. Negli ultimi decenni ci sono state migliaia di condanne di mafiosi da parte dei tribunali del Centro-Nord. La Lombardia è oggi la quarta regione italiana per numero di beni confiscati, la quinta per numero di omicidi di stampo mafioso, mentre la sesta è il Piemonte e la settima il Lazio. Secondo una recente relazione della Direzione investigativa antimafia, il 50% di tutti gli investimenti mafiosi in Italia riguardano il Nord; il 20% dei soldi riciclati interessa la sola Lombardia. Da ricordare, poi, che il primo delitto di mafia a Milano risale al 1954; il primo omicidio di un magistrato di un tribunale del Nord è avvenuto nel 1983 a Torino, il giudice ucciso (Bruno Caccia) indagava proprio sulla penetrazione della ‘ndrangheta al Nord. E che dire degli accurati studi di Nando dalla Chiesa e della sua équipe di giovani ricercatori dell’Università di Milano che hanno ricostruito una geografia mafiosa nel Nord documentatissima? La storia del Nord dell’Italia si è intrecciata più volte con la storia delle mafie e con oscure vicende del malaffare economico. Alcuni episodi sono emblematici: il crollo della banca milanese di Michele Sindona, il banchiere della mafia americana; l’omicidio nel 1979 di Umberto Ambrosoli, liquidatore della banca di Sindona; il caso della scoperta nel 1981 della loggia massonica P2, che coinvolse esponenti di rilievo della imprenditoria e della finanza lombarda; il caso di Roberto Calvi, presidente del Banco Ambrosiano, trovato impiccato sotto un ponte di Londra nel 1982. Tutti fatti questi che dimostrano l’intreccio profondo tra finanza e mafia nella capitale “morale” dell’Italia. Insomma, non avere le procure antimafia in alcuni tribunali del Nord è come rinunciare alle investigazioni della Dea (l’agenzia federale antidroga statunitense) sul confine tra gli Usa e il Messico. Siamo di fronte a un nuovo caso di negazionismo? Come quando il ministro degli Interni Roberto Maroni attaccò frontalmente Roberto Saviano per aver ricordato che le mafie parlavano anche il milanese? Possiamo solo augurarci di no, ma gli indizi vanno in questa direzione. Fabbrini: “Assunzioni per la giustizia? È solo il gioco delle tre carte” di Giulia Merlo Il Domani, 10 luglio 2026 Barbara Fabbrini, giudice del tribunale di Firenze e già Capo dipartimento dell’organizzazione giudiziaria di via Arenula, spiega che “i funzionari dell’Upp verranno mandati in maggioranza a fare i cancellieri, visto che da contratto possono svolgere in via residuale anche la funzione amministrativa”. Il ministero della Giustizia ha rivendicato come vittoria l’assunzione di circa 6.900 funzionari dell’Ufficio per il processo (Upp), fondamentali per lo smaltimento dell’arretrato e il cui contratto finiva insieme al Pnrr. Il Csm ha emanato una delibera sull’organizzazione che chiede che i funzionari rimangano in questo ruolo e non sopperiscano ai vuoti di organico amministrativo. I sindacati sono sul piede di guerra contro il Consiglio, di cui criticano l’ingerenza. In questo pasticcio con molte parti in causa sorge un interrogativo: queste assunzioni garantiranno la stabilizzazione dell’ufficio per il processo, considerato fondamentale per velocizzare i processi? La risposta è che probabilmente non sarà così, come spiega Barbara Fabbrini, giudice del tribunale di Firenze e già Capo dipartimento dell’organizzazione giudiziaria di via Arenula. Perché i sindacati se la sono presa con il Csm? Credo ci sia stato un cortocircuito comunicativo. Il Csm si è sempre occupato di organizzazione degli uffici e le sue linee guida non fanno altro che affermare che l’ufficio per il processo è fondamentale. Il pericolo è che questa polemica offuschi il risultato storico raggiunto dagli uffici giudiziari centrando gli obiettivi Pnrr, per cui vanno ringraziati i magistrati, il personale amministrativo e gli addetti all’Upp che hanno creduto nel progetto. È stato possibile grazie queste risorse aggiuntive ed è frutto del lavoro di tutti e ora l’obiettivo è stabilizzare la situazione attuale. Cosa lo impedisce? Secondo la Commissione europea, l’Upp deve diventare stabile sia come forma di organizzazione, sia come dotazione organica con risorse aggiuntive. Lo strumento infatti ha funzionato proprio perché ha introdotto una figura nuova specifica. Con l’assunzione dei nuovi Upp non si sono aumentate a sufficienza le dotazioni organiche e si è andati a compensazione su quelle esistenti, ma non si è creata una figura specifica di addetto all’Upp. Qui sta il nodo. Ovvero? Il ministero della Giustizia ha assunto solo funzionari ma non cancellieri, andando in compensazione, non in aggiunta. In questo modo i funzionari dell’Upp verranno mandati in maggioranza a fare i cancellieri, visto che da contratto possono svolgere in via residuale anche la funzione amministrativa. Insomma c’è già una necessaria violazione del nuovo contratto collettivo nazionale. Lei è convinta che succederà? Sta già succedendo, a Brescia per esempio, dove ci sono grandi scoperture d’organico dei cancellieri. Così la funzione amministrativa sarà svolta non in via residuale, ma stabile. E questo avviene perché il ministero, pur avendo assunto gli addetti dell’Upp, non ha aumentato le piante organiche. Insomma il ministero non ha creato l’Upp, ma ha sostituito con questi nuovi funzionari gli amministrativi mancanti? Il ministero ha fatto il gioco delle tre carte. È il ministero stesso che ha dichiarato che sono state esaurite tutte le capacità assunzionali di seconda area. Questo vuol dire che, per assumere i funzionari dell’Upp, sono stati cancellati i posti da cancellieri per i quali non ci saranno nuove assunzioni. È un timore o una realtà? La prova del nove arriverà quando il ministero renderà pubbliche le piante organiche. Un posto da funzionario equivale a due da cancellieri, dunque nei tribunali a cui oggi sono assegnati 100 cancellieri, i posti saranno 50. Di qui il timore del Csm: che gli stabilizzati dell’Upp finiscano solo per il 15 per cento a svolgere la mansione che in questi anni ha permesso di abbattere l’arretrato, per la restante parte copriranno le scoperture di cancelleria, svolgendo quindi una funzione che da contratto è residuale. Lombardia. Nelle carceri ci sono 9mila detenuti: “Situazione drammatica” di Zita Dazzi La Repubblica, 10 luglio 2026 Dopo aver visitato tutte le carceri lombarde, lunedì mattina l’arcivescovo di Milano Mario Delpini entrerà per la prima volta all’istituto di pena per minori Beccaria, teatro negli ultimi anni di rivolte, evasioni e inchieste per gravi violenze commesse dalla polizia penitenziaria nei confronti dei giovani detenuti. Una visita che rientra nelle iniziative annunciate dal cartello “Alleanza per l’articolo 27 della Costituzione”, che interesseranno 35 istituti penitenziari in 30 città del Paese con oltre 300 esponenti delle istituzioni, della società civile e della cultura per denunciare le condizioni di vita nelle case di reclusione. Drammatica quella nelle carceri lombarde dove è stipato il 14 per cento dei detenuti italiani in condizioni di sovraffollamento sempre più tragico con un numero quasi doppio di persone nelle celle rispetto alla capienza prevista massima di 5.638 posti e con un numero crescente di suicidi e morti per cause naturali. L’annuale rapporto dell’associazione Antigone, “Tutto chiuso”, il 22esimo della serie, è stato presentato alla Caritas Ambrosiana in una serata in collaborazione con Casa della Carità e Osservatorio Carcere e Territorio di Milano. Valeria Verdolini, presidente di Antigone Lombardia ha descritto un quadro più che allarmante: 8.939 persone recluse (5.427 nei soli tre istituti milanesi con il capoluogo che conta la popolazione detenuta più alta di Italia), a fronte di 5.638 posti disponibili (dati del Ministero della Giustizia riferiti a maggio 2026), con un sovraffollamento che ha raggiunto il 145 per cento. Sono 73 gli istituti penitenziari italiani in cui il tasso di affollamento è pari o superiore al 150 per cento, otto quelli in cui ha superato il 200 per cento. Fra questi quello di San Vittore a Milano e quello di Brescia, il Canton Mombello (entrambi al 210 per cento). Punte di oltre il 50-60 per cento di stranieri in cella a fronte di una media nazionale pari a un terzo della popolazione carceraria. Detenuti che vivono una condizione di abbandono ancora peggiore dal momento che sono lontani dai parenti, non hanno spesso accesso ad altro che alla difesa d’ufficio e nessuno si occupa dei loro permessi di soggiorno che scadono durante la detenzione, con la certezza che all’uscita dal carcere rientreranno in un circuito di clandestinità ed emarginazione a forte rischio di devianza. Nel 2024 sono stati 81 i suicidi tra le celle italiane, nel 2025 sono morte (tra suicidi e altre cause) 254 persone; nel 2026, finora, 116. Dati in spaventosa crescita che rilanciano l’allarme degli esperti e di chi ha a cuore la situazione nei penitenziari, l’emergenza di cui si parla il meno possibile. Dal giugno del 2025 nelle carceri lombarde sono morte 26 persone, delle quali 12 per suicidio, tre per malattia e gli altri “da accertare”. Molte le storie tragiche in Lombardia raccolte nel rapporto: “La sua morte poteva essere evitata se il magistrato di sorveglianza avesse considerato che si trattava di un soggetto fragile, come avevamo documentato. Tra l’altro aveva restituito tutto”, dice l’avvocato del signore deceduto a gennaio 2025 nel carcere di Vigevano. Aveva 55 anni, di origini calabresi, da molti anni in Lombardia e dipendente dell’azienda di trasporti di Milano. Era stato arrestato il 3 dicembre per una rapina che aveva fruttato un bottino di appena 55 euro. Non soltanto aveva restituito i soldi, ma aveva anche risarcito il danno alla parte offesa. Già in passato aveva commesso atti autolesivi, soffriva di uno stato depressivo. Avrebbe finito di scontare la pena nel 2027. Stava invece scontando una pena di 18 anni ma avrebbe presto cominciato a lavorare all’esterno la donna di 57 anni che si è tolta la vita nella notte tra domenica 2 e lunedì 3 marzo 2025 nella piccola sezione femminile del carcere di Mantova. “Il suo gesto ha sorpreso tutti quanti - confessa la direttrice - Era molto seguita da educatori, sanitari, psicologi e aveva la possibilità di immaginare un futuro diverso da quello del carcere”. Era stata lei stessa ad insistere per rimanere nel carcere di Mantova, nonostante sia strutturato per accogliere detenuti con pene fino a cinque anni. “Qui aveva la sua famiglia e si sentiva protetta, di ritorno dalle udienze diceva “torno a casa” - racconta la direttrice - anche il suo cane era ammesso al colloquio. È molto doloroso anche per le sue compagne di sezione”. Una sezione piccola, raccolta, che non conta mai più di sette detenute. Tanto raccolta quanto marginale secondo l’esperienza della Garante dei diritti delle persone private della libertà personale, Graziella Bonomi: “Oggi, dopo il suicidio, si contano cinque donne, e non si arriva mai a più di sette. Una minoranza che, come tutte le minoranze, sa di essere tale, e questo in carcere significa non avere centrata su di sé tutta l’attenzione”. Oltre il 40 per cento dei detenuti ha problemi di tossicodipendenza e anche se ci sono esperienze virtuose come il reparto “La Nave” di San Vittore questa condizione aggrava il malessere di chi sta in carcere. Alta anche la percentuale di disagio psichico. Come testimonia la lettera del cappellano del carcere di Busta Arsizio a un detenuto che si è tolto la vita negli scorsi mesi: “La cella non era il posto dove dovevi stare. Avevi più bisogno di galera o più bisogno di cure?”. Caro Denis (nome di fantasia), perdonaci: i nostri occhi non sono arrivati in tempo a vedere quel male, che certo hai nascosto molto bene in questi anni o forse solo in questi ultimi tempi. O addirittura in quei pochi, irrevocabili attimi. Dopo 6 mesi di coma, ormai tanti anni fa, che ti avevano rubato un po’ a te stesso, facendoti rimbalzare continuamente dal carcere ai centri per la salute mentale. Senza la visione che serve, per intuire dove avresti potuto vivere. E non morire. Caro Denis, perdonaci: tutte le nostre intelligenze, artificiali e non, non sono arrivate a comprendere che forse il carcere non era il tuo posto. Non il luogo dove avresti dovuto stare. Non il luogo giusto per avere cura di te, già così tanto provato dalla vita. Ma avevi più bisogno di galera… o più bisogno di cure? E la nostra società, così bisognosa di sicurezza, da sbatterti dentro, dove l’avrebbe trovata”. La presidente lombarda di Antigone Verdolini ha parlato di “cattivismo normativo nei confronti delle persone recluse” spiegando che oltre il 60 per cento delle persone detenute passa in cella tutta la giornata, fatte salve le ore d’aria previste dalla normativa; che le attività sono limitate, così come ridotti sono gli spazi per la socialità e che l’ingresso della “società esterna”, pure auspicato dal regolamento penitenziario, è reso sempre più difficile. Ci sono certo esperienze virtuose come quella del carcere di Bollate, dove invece le celle rimangono aperte tutto il giorno, ma questa non è la norma. Don Paolo Selmi, direttore della Caritas Ambrosiana che il 14 luglio sarà a San Vittore, ha fatto un appello alla società civile perché ci sia “una sensibilizzazione continua e profonda per non assuefarsi”. Parole condivise da dal neo-presidente del Tribunale di Sorveglianza di Milano, Bortolato da 18 anni magistrato di Sorveglianza in diverse altre realtà tra cui Firenze: “Da un lato c’è una chiusura evidente del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria, sempre più autoreferenziale. Si sono ridotti gli spazi ricreativi, quindi, il carcere è sempre più chiuso, non solo materialmente. C’è anche il fatto che, nell’ultima riforma di sicurezza, si è introdotto il cosiddetto agente provocatore: una delle soluzioni più devastanti che possano essere create perché è un moltiplicatore di solitudine e i detenuti non si fidano più di parlare con nessuno. Inoltre il ministro Nordio ha proposto la detenzione domiciliare per alcolisti e tossicodipendenti con cui si pensa di liberare circa 20 mila detenuti, risolvendo il problema del sovraffollamento. La questione è dove metteranno queste persone, perché dovrebbero essere creati 20 mila posti letto in comunità che ancora non esistono. È un modo per illudere i detenuti”. Bortolato ha auspicato che “l’indulto, una soluzione non ovviamente definitiva ma che almeno consentirebbe al sistema penitenziale di prendere respiro: potrebbe essere un indulto limitato”, ha concluso il magistrato, invocando un impegno della politica, delle istituzioni e della società civile bipartsan per “favorire contatti tra interno e esterno del carcere, perché quando restituiamo una persona alla società, dobbiamo farlo restituendo un soggetto capace di reggersi da solo Occorre offrire non solo il lavoro, che è fondamentale, ma anche altri strumenti culturali, sociali e familiari”. E questo “a fronte di un’area penale che - considerando i 100 mila che godono di misure alternative e sanzioni sostitutive, i circa 120 mila “liberi sospesi” che aspettano la decisione dei Tribunali e i 60 mila detenuti -, è aumentata a dismisura fino a 280-290 mila persone da gestire con solo 250 magistrati di Sorveglianza. I giudici tra primo grado e appello sono, invece, 7.000”. Piemonte. Buchi d’organico del 56% e palazzi che cadono a pezzi, la giustizia vicino al collasso di Elisa Sola La Stampa, 10 luglio 2026 A Ivrea, Cuneo, Vercelli e Alessandria ci sono uffici in cui manca oltre la metà del personale. A Verbania il presidente del tribunale ha avvertito il ministero: ridurrà le udienze. Un disservizio per il cittadino. Palazzi da cui cadono pezzi, come ad Alessandria. Uffici piccoli e poco sicuri, dove non è difficile lanciare una bomba, eppure affittati a caro prezzo. Succede a Ivrea. Palazzi a pezzi sommersi da migliaia di fascicoli, con il personale ridotto all’osso. Nei tribunali di Ivrea e Alessandria manca il 51 percento dei lavoratori necessari: cancellieri, assistenti, segretari. Negli uffici di sorveglianza di Vercelli e Cuneo la scopertura sfiora il 56 percento. A Verbania, dove prima c’erano nove impiegati assunti con i fondi Pnrr, dopo l’ultima “stabilizzazione” di precari e la loro redistribuzione annunciata in fretta e furia sei ore prima della presa in carico, ne sono rimasti solo tre. Non va molto meglio a Torino, dove l’ufficio della Corte d’appello ha il 34 percento in meno del personale che serve. È un quadro caotico e desolante, quello che emerge dagli ultimi atti inviati o illustrati al ministero della giustizia e al Csm. Il buco nero del personale che non c’è, ora è a un livello tale che si rischia la paralisi. Il presidente del tribunale di Verbania, Gianni Macchioni, ha scritto una lettera quasi disperata al ministero. “Saremo costretti a ridurre le udienze”, il senso della missiva. Non può fare altro, senza persone in servizio. Di questo quadro tragico, di una giustizia che in Piemonte rischia il collasso per mancanza di lavoratori e strutture, è stato fatto un riferimento, ieri mattina, da Alessandra Bassi, presidente della corte d’appello di Torino. Bassi è stata sentita davanti alla commissione giustizia della Camera dei deputati riguardo al disegno di legge Nordio sulla modifica delle circoscrizioni giudiziarie. Il governo punta a fare risorgere tribunali molto piccoli, come Bassano del Grappa o sezioni distaccate come Lipari. Ma intanto, soprattutto al Nord, ha spiegato Bassi, ci sono strutture grandi che sono in affanno perché mancano cancellieri, segretari, assistenti. E, anche se in misura minore, magistrati. Nel distretto della corte d’appello di Torino le percentuali di scopertura del personale sono in certi casi superiori al 50 percento. Si tratta del distretto più grande d’Italia, con dieci tribunali ordinari tra Piemonte e Valle d’Aosta. Mancano gli impiegati e anche i giudici. Il tempo di definizione dei processi penali di Ivrea è passato da 129 giorni nel 2023 a 1.056 giorni nel 2025. I carichi di lavoro sono impossibili da gestire. A Ivrea ogni magistrato ha 688 procedimenti e 617 pendenti. Sono flussi superiori alla media nazionale. Li gestiscono lavoratori che resistono, ma non si sa per quanto. Firenze. Sollicciano, ecco il decreto che ha sigillato sette sezioni di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 10 luglio 2026 La cella utilizzata come luogo di lavoro: il gip non ha usato l’ordinamento penitenziario, ma il Testo unico su salute e sicurezza sul lavoro. Il giudice per le indagini preliminari di Firenze ha disposto il sequestro preventivo di sette sezioni del carcere di Sollicciano. La notizia è nota da settimane e ha fatto il giro dei giornali attraverso il comunicato della Procura. Quello che finora è mancato è l’approfondimento. Il Dubbio ha potuto visionare l’intero decreto, firmato il 28 maggio dal giudice Alessandro Moneti su richiesta del pubblico ministero depositata il 10 aprile, e la lettura dell’atto restituisce una fotografia che può riguardare la maggioranza dei nostri penitenziari. Le sezioni colpite sono la 1, la 2 e la 7 del reparto giudiziario maschile, la 9, la 10 e la 12 del reparto penale maschile, oltre alla sezione Accoglienza, che ha ospitato anche i detenuti del circuito della salute mentale. Per ciascuna il decreto fissa un termine di trasferimento dei reclusi verso altri istituti indicati dal Dap: quindici giorni per la sezione 1 e per la 9, trenta per la 2 e per la 10, quarantacinque per la 7, sessanta per la 12 e per l’Accoglienza. Il meccanismo giuridico è la parte più interessante. Il giudice non ha usato l’ordinamento penitenziario, ma il Testo unico sulla salute e sicurezza sul lavoro, il decreto legislativo 81 del 2008. Le celle, spiega l’atto, sono luoghi in cui lavorano poliziotti, medici, infermieri, volontari e dipendenti di ditte esterne, e dove dormono anche i detenuti impiegati come lavoratori. Diventano così luoghi di lavoro a tutti gli effetti, e come tali devono rispettare i requisiti di igiene, di abitabilità e di sicurezza degli impianti. Le contestazioni riguardano l’articolo 64 in combinato con l’articolo 63, sulla pulizia dei locali, sull’abitabilità dei dormitori con gli stessi requisiti previsti per le case di abitazione e sulla pulizia dei bagni, e l’articolo 80 sul rischio elettrico. Il datore di lavoro, al momento, è ancora da individuare: il fascicolo è contro ignoti. Cosa hanno trovato negli accertamenti - Il quadro descritto nell’atto arriva da tre decreti di ispezione, dai sopralluoghi dell’Asl e dai controlli della polizia penitenziaria tra il luglio 2025 e il febbraio 2026. Nel reparto giudiziario, composto da otto sezioni da diciannove celle ciascuna, la sezione 7 aveva nove celle su diciannove dichiarate inagibili, con tracce di un incendio anche nel corridoio. La sezione 6 era stata chiusa per intero dopo una rivolta dei detenuti del 2024, la 4 era interamente inagibile e affidata ai lavori degli stessi reclusi. Nel reparto penale la situazione era peggiore. Nella sezione 9 erano agibili solo sette celle su diciotto, le altre undici chiuse per infiltrazioni e allagamenti, con piccioni che avevano fatto il nido sui terrazzini. Nella sezione 10 restavano agibili tredici celle su diciannove. All’epoca della prima ispezione, nel luglio 2025, l’istituto ospitava 549 detenuti a fronte di una capienza massima di 497. Nei locali doccia comuni, in più sezioni, funzionavano due o tre docce su quattro. Il reparto per la salute mentale, l’Atsm, era stato dichiarato del tutto inagibile per danni strutturali e allagamenti, e i suoi detenuti erano stati spostati proprio nella sezione Accoglienza, oggi anch’essa finita sotto sequestro. Il decreto raccoglie anche le fotografie degli accertamenti: la mano di un detenuto della sezione 12 morsa dalle cimici, le zecche trovate dietro un quadretto appeso alla parete di una cella, il cibo dei reclusi conservato in due freezer in fondo al corridoio dentro sacchetti della nettezza urbana. La polizia municipale, delegata dalla Procura, ha confermato con un’annotazione del gennaio 2026 i casi di scabbia e le infestazioni da cimici, raccogliendo le dichiarazioni del dermatologo, della psichiatra e del personale sanitario dell’istituto. Le disinfestazioni, viene spiegato, vengono fatte cella per cella e non per intere sezioni, senza le operazioni di bonifica che ne garantirebbero l’esito. Sul fronte elettrico i tecnici hanno rilevato scatole di derivazione prive di coperchio e quadri di rilevazione con i cavi a vista, soprattutto nel reparto giudiziario. Nel documento si dà atto che la mancanza dei coperchi potrebbe dipendere anche da atti dei detenuti, e che la tensione più bassa presente in cella è una tensione di sicurezza. Resta il capo di imputazione sul rischio elettrico, riferito alle prese a 230 volt che alimentano le televisioni. C’è poi il dato sul sovraffollamento, che il decreto ricostruisce con precisione. La capienza regolamentare fissata nel 1975 sarebbe di 502 posti in 358 camere, ma 97 camere sono inagibili, il che porta la capienza reale a 366 posti. A fronte di questo, i detenuti presenti al marzo 2026 erano 581, con un affollamento del 160 per cento. Tra il 2023 e i primi mesi del 2026 il decreto conta sette suicidi e quasi duecento tentativi. Su questo il giudice è prudente e concorda con il pubblico ministero: quei numeri non si possono legare in modo esclusivo alle condizioni delle celle, ma restano un segnale di cui è impossibile non tenere conto. Promesse, fondi e la risposta di Nordio - La parte finale dell’atto ricostruisce anni di lavori annunciati e mai finiti. La gara per il rifacimento delle facciate e delle coperture risale al 2017. I lavori, affidati alla Polistrade, sono stati eseguiti solo in parte e riguardano il solo padiglione femminile, dove peraltro non è stata prevista alcuna impermeabilizzazione. Dall’ottobre 2023 tutto è fermo, e a fine febbraio 2026 il Dap aspettava ancora un parere dell’Avvocatura dello Stato. Nel dicembre 2025 il dipartimento ha avviato una nuova gara per l’adeguamento dei padiglioni maschili, da 9,6 milioni, ma i tempi stimati per arrivare alla fine dei lavori erano di circa cinquantacinque mesi. Lo stesso Tribunale di Sorveglianza, che aveva già ordinato gli interventi con un’ordinanza del maggio 2025, aveva scritto che per eseguirli servivano almeno quattro anni, tanto da rendere inutile persino la nomina di un commissario. Prima ancora del sequestro, quel Tribunale aveva sollevato davanti alla Corte costituzionale la questione di legittimità sulla possibilità di differire la pena per chi vive in queste condizioni. Al centro c’era il caso di un detenuto marocchino, in cella dal 2020 in uno spazio inferiore ai sei metri quadri netti diviso in due, tra muffa, acqua calda assente e presenza “diffusa” di topi e cimici. La Consulta si pronuncerà a settembre. Sul sequestro il ministro Carlo Nordio ha risposto al Senato a un atto di sindacato ispettivo. La risposta è stata asciutta: “l’amministrazione sta acquisendo gli atti procedimentali e si riserva di valutare eventuali impugnazioni”. Ha aggiunto che si tratta di una situazione sedimentata “non negli anni ma nei decenni”, e che il piano carceri porterà a ridurre o svuotare Sollicciano “probabilmente entro la fine dell’anno”. In commissione giustizia il sottosegretario Alfredo Mantovano ha spiegato che il ministro si augura un miglioramento, ma che la situazione non trarrebbe giovamento da altri sequestri giudiziari di strutture penitenziarie. Nelle ultime righe il giudice spiega perché non si poteva più attendere. Ogni giorno che passa, scrive, espone il personale della polizia penitenziaria e gli stessi detenuti a una situazione di insalubrità e di pericolo per la propria incolumità. È questo pericolo, che cresce a ogni giorno di attesa, ad aver fatto scattare i sigilli, dopo anni di reclami e di ordinanze rimasti senza risposta. Firenze. Sollicciano, l’Anm: “Disumano il materasso per terra” Corriere Fiorentino, 10 luglio 2026 “Brandine e materassi per terra nelle carceri sono l’ennesimo segnale di una situazione insostenibile”. A puntare il dito contro l’ultima direttiva dell’amministrazione penitenziaria è la sezione toscana dell’Anm, l’associazione nazionale magistrati. “L’emergenza non autorizza la disumanità, servono interventi strutturali, tempestivi e adeguatamente programmati”. In attesa della decisione del Tribunale del riesame che nei prossimi giorni deve pronunciarsi sul sequestro disposto dal gip di sette sezioni del carcere fiorentino di Sollicciano la Conferenza nazionale dei garanti dei detenuti lancia un appello alle istituzioni affinché venga affrontata al più presto la crisi del sistema penitenziario, annunciando tre giornate di mobilitazione in programma il 13, 14 e 15 luglio. “Non c’è più tempo - afferma il portavoce della Conferenza nazionale Samuele Ciambriello - Serve un gesto di clemenza, non un “liberi tutti” ma uno strumento collegato alla condotta. Non è buonismo ma responsabilità. Un sistema saturo non rieduca, non cura, non reinserisce e non produce sicurezza”. Tra le richieste avanzate figura l’introduzione di una liberazione anticipata speciale. Sulla stessa linea il consigliere comunale Dmitrij Palagi (Sinistra Progetto Comune) che ribadisce il no alla nuova edilizia carceraria e chiede pene alternative per ridurre la popolazione detenuta. Bologna. Tensioni alla Dozza: “Detenuti senz’acqua con 40 gradi: intervenite” di Chiara Gabrielli Il Resto del Carlino, 10 luglio 2026 Osservatorio carcere, martedì visita alle sezioni più delicate: “Situazione insostenibile”. Cisl-Fns: “Programmare i lavori”. Aggredito un altro agente della penitenziaria. Clima bollente alla Dozza, con tensioni continue, aggressioni e rivoltei. L’ultimo episodio proprio ieri, con un sovrintendente finito all’ospedale dopo essere stato preso a pugni e a colpi di sedia da un detenuto nordafricano. Nella struttura l’aria si fa sempre più irrespirabile e tesa - denunciano sindacati e Osservatorio sul carcere - tra la mancanza di acqua corrente dei giorni scorsi (che ora verrebbe razionata), l’impossibilità, sempre dei giorni scorsi, di farsi una doccia, poche prese per i ventilatori e povertà tra detenuti: “C’è chi non può nemmeno comprarsi una bottiglia di acqua minerale”, denuncia la Cisl-Fns. Una situazione che a fine giugno ha portato a una rivolta dei detenuti, che una sera si sono rifiutati di rientrare nelle celle, appiccando incendi. “Il carcere dovrebbe far vivere le persone, non farle sopravvivere - così Cisl-Fns -. Queste persone sono state private della libertà, non della dignità. Abbiamo a che fare con poveri, emarginati: un mix esplosivo che crea disordini. E ci vanno di mezzo gli agenti penitenziari. Bisogna programmare i lavori iniziando, intanto, da prese elettriche e rete idrica”. “La situazione è insostenibile da tutti i punti di vista - interviene Luca Sebastiani, responsabile Osservatorio carcere Camera Penale Bologna -. La mancanza di acqua è un problema ricorrente in questa stagione, tanto da potersi definire strutturale. Non possiamo accettare che non si intervenga. Le istituzioni e l’amministrazione devono farsene carico, perché le condizioni in cui vivono i detenuti e lavorano gli operatori hanno superato abbondantemente il limite della decenza, oltre che dell’umanità. Anche per questo, martedì visiteremo le sezioni più delicate insieme ad altre associazioni e stiamo lavorando a una manifestazione all’esterno della Dozza”. Chiedono con forza soluzioni, con una nota congiunta, anche il Direttivo e l’Osservatorio Carcere della Camera Penale Franco Bricola. “L’acqua è mancata per oltre una settimana - scrivono. Il guasto, originatosi al terzo piano del reparto giudiziario, si è progressivamente esteso all’intero istituto nelle notti tra il 29 e il 30 giugno. Per garantire l’erogazione a un piano è stato necessario interromperla agli altri, con la conseguente sospensione delle docce. Tutto questo nel pieno di un’ondata di calore, in una struttura progettata per meno di 500 persone che oggi ne ospita oltre 800. Non chiamiamola emergenza. Una dinamica che si ripete con regolarità da anni e più volte segnalata”. Un impianto “che collassa puntualmente ogni estate non rappresenta un imprevisto tecnico, ma il risultato di una manutenzione che si è scelto di non programmare o di non finanziare”, incalzano. Perché “detenere una persona senza acqua, con temperature prossime ai 40 gradi e in celle condivise ben oltre la capienza regolamentare” significa “eseguire una pena diversa da quella inflitta dal giudice e in violazione della legge”. Inoltre, gli agenti “hanno denunciato di non poter neppure fare una doccia al termine di turni estenuanti e di essere lasciati soli a gestire tensioni generate da carenze strutturali e organizzative note da tempo”. Per questo, chiedono “con la massima urgenza che il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria e il Provveditorato regionale rendano pubblici lo stato dell’impianto idrico della Dozza, le risorse stanziate per la sua sostituzione e un cronoprogramma verificabile degli interventi; che sia garantita una fornitura d’acqua alternativa in tutte le sezioni” e che “si effettuino le verifiche igienico-sanitarie”. Palermo. Ucciardone, l’allarme del Garante per i detenuti: “Una situazione drammatica” di Eugenia Nicolosi La Repubblica, 10 luglio 2026 Ucciardone, l’allarme del garante per i detenuti: “Una situazione drammatica”. Ventilatori e frigoriferi vietati, sovraffollamento e ondate di calore: una combinazione micidiale per la popolazione carceraria dell’Isola che ammonta a 7.146 persone a fronte di 5.680 posti: il tasso di sovraffollamento è del 125,8%. “All’Ucciardone, rispetto ad una capienza di 567 posti, gli ospiti sono 610”, fa sapere il Garante dei diritti dei detenuti di Palermo Pino Apprendi. “È una situazione drammatica: le disposizioni recenti vietano i ventilatori nelle celle, che già sono anguste e nelle quali i tre metri per persona non sono mai rispettati. Stanno pensando di vietare anche i frigoriferi e la situazione rischia di diventare ingestibile”. Che “Questa estate rovente è una seconda pena per le persone nelle carceri”, lo dice anche il portavoce della Conferenza nazionale dei garanti Samuele Ciambriello, che ha chiesto al Ministero della Giustizia e al Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria l’adozione di misure straordinarie e immediate per fronteggiare le temperature. “Ci sono detenuti che fanno l’ora d’aria quasi nudi a causa delle alte temperature”. Tra le richieste, anche la rimodulazione degli orari dell’ora d’aria: “È incomprensibile che il secondo gruppo esca dalle 13 alle 15”. Servono anche punti idrici, nebulizzatori e aree d’ombra nei cortili come pure la realizzazione di spazi all’aperto per i colloqui, dove mancano. Per far fronte all’emergenza il Ministero della Giustizia ha chiesto alle direzioni di tutti gli istituti una ricognizione delle esigenze di spesa per la refrigerazione. “La situazione è ovviamente critica” dice Alessio Scandurra dell’associazione Antigone. Intanto perché “In estate molte attività sono sospese e i detenuti passano in cella molto più tempo che in altri periodi” e poi perché “il caldo è un tema critico per le persone con problemi di salute mentale, che in carcere sono tante: alte temperature e sbalzi termici impattano sia sulle patologie che sugli effetti collaterali degli psicofarmaci. Perfino fuori i servizi psichiatrici hanno molti più accessi durante i mesi caldi, si può immaginare come tutto questo sia difficile da gestire in carcere”. E le criticità emergono dalle visite della stessa associazione: ad Agrigento mancano gli impianti di climatizzazione, al Pagliarelli di Palermo le finestre di aerazione sono di piccole, a Catania Piazza Lanza manca un’area verde e “ospita 484 persone su una capienza di 279 posti, alcune celle contano fino a sette detenuti”. “Ci aspetta un’estate infuocata e le conseguenze saranno tremende - commenta ancora Apprendi - Quando dicono che le carceri sono un vero e proprio infermo è vero. Già si sono registrati casi di malori ma è chiaro che, laddove c’è sovraffollamento c’è anche nervosismo e tutto questo ricade sul personale di polizia penitenziaria, che è sempre più sotto organico”. Infatti anche le sigle sindacali locali della Polizia penitenziaria chiedono interventi, viste le “eccezionali condizioni climatiche”, con una nota congiunta di OSAPP, UIL PA Polizia Penitenziaria, USPP e FNS CIS. Sollecitano le direzioni ad adottare misure urgenti per ridurre lo stress termico, come la distribuzione di acqua potabile fresca, l’utilizzo degli impianti di climatizzazione e di ventilazione e la rimodulazione delle attività nelle ore calde. Milano. La Camera penale: “Quelle carceri vanno chiuse per dignità” Ristretti Orizzonti, 10 luglio 2026 Il comunicato stampa diffuso dal Consiglio direttivo della Camera penale di Milano “in relazione alla gravissima situazione carceraria”. Le denunce sulle intollerabili condizioni di detenzione, che ormai da anni e in maniera sempre più grave ed evidente caratterizzano la vita di chi è recluso in carcere, rischiano di diventare grida manzoniane, se non addirittura uno sterile rituale. Nelle ultime settimane, se possibile, le condizioni si sono ulteriormente aggravate, con temperature intollerabili, indisponibilità di acqua corrente all’interno di alcuni reparti e un sovraffollamento che rende la detenzione trattamento inumano e degradante. La situazione del carcere di Opera, che abbiamo “visitato” due volte in poche settimane, è emblematica e dimostra l’ovvio: un carcere privo di risorse e abbandonato a sé stesso diviene uno spazio di disumanità. A chi ha la responsabilità politiche e la disponibilità delle risorse poniamo domande molto semplici: vivreste in spazi privi di acqua corrente? Vivreste in una struttura in cui non funzionano gli scarichi di un bagno condiviso da più persone? Vivreste in stanze di pochi metri quadri, stipati insieme ad altre persone, con temperature torride senza nemmeno un ventilatore? Accettereste di essere costretti in una struttura dove chi è malato non può ricevere assistenza medico-sanitaria? Sono domande retoriche che inducono una sola conclusione. Se non si è in grado, nonostante gli sforzi della direzione, degli operatori e dei volontari, di garantire una detenzione rispettosa dei principi costituzionali, l’unica soluzione è chiudere quei reparti che non rispettano le condizioni minime di civiltà e umanità. È già accaduto a Sollicciano ed è ora che s’intervenga in tutti i luoghi in cui la detenzione avviene in violazione della legge. Non c’è più spazio per rinvii, aspettando che l’ennesima emergenza estiva, con il corredo di sofferenza e spesso gesti estremi, venga dimenticata dalla routine. L’unica via possibile è quella di provvedimenti strutturali per ridurre la popolazione carceraria e lo stanziamento di risorse per togliere le carceri dalla situazione d’illegalità. Bisogna prendere atto, lo diciamo da tempo, che l’amnistia e l’indulto sono necessari. Nell’immediatezza, invece, si approvi il progetto di legge sulla liberazione anticipata speciale - e lo si faccia con un decreto-legge che, una volta tanto, avrebbe davvero i requisiti della necessità e urgenza - e si destinino risorse reali per intervenire sui reparti degli istituti. La Costituzione, la stessa invocata come baluardo degli equilibri sulla giustizia, lo impone. Pisa. Don Bosco, rischio collasso: undici detenuti trasferiti da Firenze di Enrico Mattia Del Punta La Nazione, 10 luglio 2026 Dopo il sequestro di sette sezioni dell’istituto penitenziario di Sollicciano. Si aggrava il sovraffollamento a Pisa: a fine anno erano 272 le persone recluse. Sono stati trasferiti nella casa circondariale Don Bosco di Pisa almeno undici detenuti dal carcere di Sollicciano, dopo che il gip del tribunale di Firenze ha accolto la richiesta della procura per il sequestro di sette sezioni dell’istituto nella periferia ovest di Firenze. Un provvedimento legato a “carenze igienico-sanitarie”, che ha portato alla decisione di trasferire in altri istituti penitenziari i circa 200 detenuti lì reclusi. A Pisa ne sono già arrivati undici, ma è verosimile che ne arrivino altri, spiegano fonti vicine alla casa circondariale pisana. Un peso ulteriore che aggrava la situazione e la gestione interna, considerando che gli arrivi da Sollicciano si sommeranno agli ingressi ordinari e ai trasferimenti disposti per ragioni di ordine e sicurezza da altri istituti. Il carcere Don Bosco di Pisa resta oltre la capienza prevista e ora deve fare i conti anche con i trasferimenti da Sollicciano. Al 31 marzo, secondo i dati contenuti nella relazione annuale 2026 del Garante regionale delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale, nell’istituto erano presenti 273 detenuti a fronte di 185 posti effettivamente disponibili, con un tasso di sovraffollamento del 147,6%. Al 31 dicembre 2025, sempre secondo i dati riportati nel documento, al Don Bosco erano presenti 272 detenuti. Di questi, 133 erano italiani e 139 stranieri. Le persone imputate erano 48, pari al 17,6%, mentre i detenuti con condanna definitiva erano 224, pari all’82,3%. Focus anche sulla sezione femminile. Alla fine del 2025 le donne detenute a Pisa erano 29, su un totale regionale di 103 detenute. Nel carcere pisano, inoltre, sempre secondo la relazione, risultano 28 detenuti in osservazione psichiatrica e 203 persone che assumono una terapia. Nel corso del 2025 non sono stati registrati suicidi, ma si contano 15 tentati suicidi, 1 decesso per cause naturali e quasi 100 episodi di autolesionismo. Numeri che si inseriscono in un quadro regionale segnato, secondo il Garante, dall’aumento degli eventi critici negli istituti toscani. ll Don Bosco nella relazione è anche citato anche per le attività scolastiche, formative e trattamentali. Nella relazione della Garante comunale di Pisa, Valentina Abu Awwad tuttavia viene però segnalata la carenza di accesso al lavoro, sia interno sia esterno. Tra le criticità anche la presenza di 3 detenuti per cella nella sezione giudiziaria maschile, i bagni “a vista”. Varese. “Qui è un inferno”: continua la protesta dei detenuti ai Miogni di Sabrina Narezzi La Prealpina, 10 luglio 2026 Colpi ritmati, persiane sbattute, fischi: frastuono per la seconda serata consecutiva. L’obiettivo è attirare l’attenzione sulle condizioni di vita in carcere a Varese, ancor più in questo periodo di gran caldo. Seconda sera consecutiva di protesta alla casa circondariale dei Miogni. Ancora una volta, poco dopo le 20.30, il carcere è stato attraversato da un frastuono continuo provocato dai detenuti, che hanno battuto utensili metallici contro le inferriate, fatto sbattere con forza le persiane delle finestre e sventolato fazzoletti e indumenti bianchi dalle celle. Una manifestazione ancora più intensa rispetto a quella della sera precedente, accompagnata da urla forti e prolungate nel tentativo evidente di attirare l’attenzione di chi si trovava all’esterno. Tra i cori indistinti, a emergere più volte è stato un grido ripetuto con forza: “È un inferno, è un inferno”. Fischi lunghi, colpi ritmati e richiami hanno continuato a risuonare per circa tre quarti d’ora, sfiorando l’ora di durata. La sensazione è quella di una protesta organizzata e destinata a proseguire nel tempo, con l’obiettivo di richiamare l’attenzione sulle condizioni di vita all’interno dell’istituto, rese ancora più difficili dalle temperature elevate e dall’afa che da giorni interessano il territorio. Anche questa sera non sono mancati i curiosi. Diverse persone di passaggio si sono fermate, alzando lo sguardo verso le finestre sbarrate nel tentativo di capire che cosa stesse accadendo. Dalle abitazioni vicine, invece, qualcuno ha risposto urlando ai detenuti di smetterla, infastidito dal rumore che si è protratto a lungo. Resta il fatto che, al di là del disagio provocato all’esterno, per chi vive dietro quelle sbarre questo sembra essere uno dei pochi strumenti rimasti per far sentire la propria voce. Una forma di protesta rumorosa, certamente, ma che richiama ancora una volta l’attenzione sulle condizioni del sistema penitenziario e sulle difficoltà vissute quotidianamente dai detenuti. Roma. Antonio, l’88enne recluso a Rebibbia, può tornare a casa Il Fatto Quotidiano, 10 luglio 2026 Stava scontando la pena in carcere, a 88 anni, e con gravi patologie. Ieri il tribunale di sorveglianza di Roma ha dato il via libera alla sua scarcerazione: Antonio Russo, in carcere per aver ucciso uno dei figli della compagna dopo una colluttazione, ha lasciato ieri Rebibbia, e andrà agli arresti domiciliari. Il suo caso era stato sollevato da Gianni Alemanno, dopo la grazia concessa a Nicole Minetti: “Mica sono tutti così fortunati da ricevere la grazia prima di entrare in carcere”, aveva commentato allora l’ex sindaco di Roma. Alemanno aveva scritto al presidente della Repubblica per invocare la grazia, e dal Colle una grazia era stata concessa, ma parziale, che aveva estinto solo 2 anni e 6 mesi di pena: considerando la condanna iniziale a dodici anni, a Russo ne rimanevano altri cinque da scontare, e dunque era rimasto in cella. Sebbene le sue condizioni di salute, secondo Alemanno, non fossero compatibili con il regime carcerario: “Di notte spesso cade dal letto e batte la testa; i compagni di cella lo aiutano a rialzarsi”. A Russo è stata concessa adesso una detenzione domiciliare per motivi di salute. “Esce dal carcere una persona non solo di età avanzatissima, ma anche in gravi condizioni di salute - conclude Alemanno - È una vittoria per la giustizia e il senso di umanità nei nostri istituti di pena ed è anche un risultato concreto della lunga battaglia che io e Fabio Falbo abbiamo fatto attraverso i Diari di cella”. Verona. Montorio, la visita in carcere salta per... un aggettivo Corriere di Verona, 10 luglio 2026 Scontro tra l’associazione “Liberi liberi” e la consigliera Bigon sul termine “ispettiva”. “Ispettiva”. È su quell’aggettivo che la visita, in programma oggi alla casa circondariale di Montorio, è saltata. A usare quel termine era stata l’associazione “Liberi Liberi\ Articolo 27”, parte della delegazione che al carcere sarebbe dovuta andare per “fare immediata chiarezza sulla gestione dell’emergenza infettiva, sulle risposte fornite ai malati cronici e oncologici e sulle urgenti misure da adottare per sanare una situazione non più tollerabile sotto il profilo sanitario e civile”. Così il comunicato dell’associazione che definiva la visita come “ispettiva” dopo “il recente caso conclamato di tubercolosi, la cui mancata tempestiva comunicazione ai familiari e al legale del detenuto ha evidenziato gravi falle nei protocolli di informazione e prevenzione, e il drammatico decesso in cella di un detenuto affetto da patologia oncologica, gravato da pesanti compromissioni fisiche e che aveva già tentato più volte il suicidio”. Ma quell’”ispettiva” ha fatto saltare tutto. “Secondo la consigliera regionale Anna Maria Bigon - la spiegazione di “Liberi Liberi” - l’attributo “ispettiva” accanto alla parola visita era inopportuna. A questo punto abbiamo compreso che si voleva svilire il significato e la portata dell’ingresso nella casa circondariale a qualcosa di meramente formale e senza alcuna reale portata di conoscenza dell’effettiva condizione detentiva e abbiamo ritenuto che anche per noi non era opportuna la presenza in quella delegazione”. Lei, la consigliera Bigon replica di aver “valutato come inopportuna la decisione di “Liberi Liberi” di diffondere, in modo unilaterale, senza preavviso e condivisione, un comunicato stampa di annuncio della iniziativa prevista presso la casa circondariale di Montorio. Così come sono stati inappropriati i contenuti di quel comunicato, nel momento in cui l’associazione si è attribuita, all’interno della delegazione, funzioni ispettive che invece spettano, esclusivamente e per legge, ad alcune figure istituzionali, tra le quali i consiglieri regionali”. E rivendicando che “mi ero spesa per chiedere l’autorizzazione all’ingresso di alcune associazioni, tra cui “Liberi Liberi Art. 27” all’interno del carcere, e che la loro presenza sarebbe stata in veste di accompagnatori della sottoscritta. Quel comunicato ha invece violato il rispetto istituzionale in nome di una ricerca della visibilità mediatica. Un rispetto che si deve in primo luogo ai detenuti e a chi sovrintende il sistema carcerario”. Da qui l’annullamento della visita di oggi. Noto (Sr). Carcere, riapre la cappella del ‘700 e rinascono i legami familiari La Sicilia, 10 luglio 2026 Prima ancora dei muri, a essere ricostruiti sono i legami. È questa la filosofia che accompagna l’ingresso della Casa di Reclusione di Noto nel partenariato di “Sprigiona il tuo cuore”, progetto promosso dalla Fondazione di Comunità Val di Noto e selezionato dall’impresa sociale Con i Bambini nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Il primo intervento riguarderà il recupero della cappella settecentesca dell’istituto, chiusa da quasi dieci anni. Grazie al progetto saranno acquistati i materiali necessari al restauro e sarà realizzato un nuovo impianto di illuminazione ad alta efficienza energetica. Un’opera che assume un valore simbolico perché affianca al recupero degli spazi quello delle relazioni familiari. Il progetto è già operativo all’interno della struttura con attività rivolte ai figli delle persone detenute e alle loro famiglie, per rafforzare il rapporto tra genitori e figli attraverso il coinvolgimento della comunità educante e del territorio. “La Casa di Reclusione possiede una vocazione alta riabilitativa sotto il profilo sociale, professionale, lavorativo e familiare - afferma il direttore Andrea Calareso. La ricostruzione dei legami affettivi tra i detenuti e i loro figli è parte integrante del percorso di rieducazione e reinserimento sociale”. Per Calareso, mantenere il rapporto con i figli rappresenta un diritto che va tutelato. ““Sprigiona il tuo cuore” nasce dalla convinzione che ogni genitore, anche nelle situazioni più fragili, custodisca il diritto ai propri affetti e che ogni bambino possa crescere in un clima amorevole”, sottolinea don Gianni Donzello, presidente Fondazione di Comunità Val di Noto. A che punto è la proposta di legge per una Difesa civile non armata di Giuseppe Muolo Avvenire, 10 luglio 2026 L’iniziativa promossa da Rete italiana pace e disarmo, Cnesc e Sbilanciamoci! ha raccolto 14mila firme e punta ad arrivare alle 50mila entro il 15 settembre per presentare il testo in Senato. Accelera la campagna “Un’altra difesa è possibile”, promossa da Rete italiana pace e disarmo, Conferenza nazionale degli enti di servizio civile (Cnesc) e Sbilanciamoci!. Sono ormai 14mila le firme già raccolte sulla proposta di legge di iniziativa popolare per l’istituzione di un Dipartimento della Difesa Civile non armata e nonviolenta, collocato presso la presidenza del Consiglio. Quindi oltre il 25% delle 50mila necessarie per la presentazione in Parlamento. Tra i firmatari anche don Luigi Ciotti, fondatore di Libera, e l’europarlamentare dem Cecilia Strada. Insieme a loro, numerose personalità della cultura, dell’informazione, dell’arte e dell’impegno civile. Come la filosofa Donatella Di Cesare e l’attore Ascanio Celestini, che lunedì 6 luglio hanno partecipato alla conferenza stampa organizzata a Palazzo Madama su iniziativa della senatrice del Gruppo per le autonomie, Aurora Floridia (Verdi dell’Alto Adige), per illustrare i contenuti della proposta di legge, alla vigilia del vertice Nato ad Ankara. Quattro i pilastri concreti: il potenziamento del Servizio civile come istituto di difesa civile della patria; l’istituzione dei Corpi civili di pace, formati da personale preparato a intervenire nelle aree di crisi prima dell’escalation militare; il rafforzamento della Protezione civile come strumento di difesa del territorio dalla devastazione ambientale e climatica; la creazione di un Istituto di ricerca per la pace e il disarmo. Il tutto finanziato da un fondo pluriennale stabile e dalla possibilità per i cittadini di destinare il 6 per mille dell’Irpef a queste attività. Oltre a don Ciotti, Di Cesare e Celestini, tra i firmatari compaiono anche i nomi dei giornalisti e dei comunicatori Gad Lerner, Marco Damilano, Giulia Innocenzi, Nico Piro, Vittoria Iacovella. Ma anche quelli del fisico e saggista Carlo Rovelli, degli artisti, degli attori e dei musicisti Alessandro Bergonzoni, Giulio Cavalli, Vinicio Capossela, Maria Pia De Vito e Franco Bassi. E del vignettista Mauro Biani. Le firme, che possono essere apposte online sulla piattaforma istituzionale del Ministero della Giustizia, con Spid o Cie, devono essere raccolte entro il prossimo 15 settembre. L’obiettivo, una volta raggiunta la soglia delle 50mila sottoscrizioni, è di incardinare la proposta al Senato, dove sarebbe affidata alle Commissioni Affari istituzionali e Affari esteri e Difesa. L’orizzonte comune “è la piena attuazione dell’articolo 52 della Costituzione, in cui si dice che la difesa della Patria è sacro dovere del cittadino - ha sottolineato Mao Valpiana, presidente del Movimento Nonviolento -. Non si tratta semplicemente di rifiutare le armi, ma di proporre una difesa dei diritti, della vita e delle prospettive future per le nuove generazioni che sia compatibile con l’articolo 11 della Costituzione, e quindi con il ripudio della guerra. Come ha invitato anche papa Leone XIV, servono invece istituzioni di pace”. Da qui la proposta di un Dipartimento “che coordini tutti quegli elementi di difesa civile non armata e non violenta che già il legislatore e l’ordinamento riconoscono come elementi di difesa del Paese. Come il Servizio civile, che può e deve diventare una struttura portante”. Cuore del progetto, poi, è il rafforzamento della protezione civile, che significa “difesa del territorio e dell’ambiente da tutti quei veri nemici che oggi minacciano il nostro futuro: le variazioni climatiche, il riscaldamento globale, le alluvioni e la siccità”. Quanto invece ai Corpi civili di pace, Valpiana ha spiegato che si tratta di “una struttura civile non armata da costituire, formare ed addestrare, per poter intervenire in luoghi a rischio conflitto. Puntiamo molto sulla prevenzione”. Infine, l’Istituto di ricerche per la pace e il disarmo. “Perché anche questo tipo di difesa, come quella armata, ha bisogno di essere studiata e organizzata”. Per Valpiana, “la situazione internazionale è talmente grave che servono strumenti concreti per intervenire prima che i conflitti degenerino”. E in vista del vertice Nato ad Ankara, ha invitato l’Italia “a porre questi temi di discussione all’interno dell’Alleanza atlantica, perché finora, accettando la logica della guerra, ci siamo solo impoveriti e non abbiamo risolto nessun problema”. Per questo motivo, “più firme raccogliamo e più la nostra proposta acquisterà forza. I partiti dovranno prendere una posizione, la società civile dovrà esprimersi e gli italiani dovranno decidere se preferiscono pagare per la guerra o per la pace”. Sulla stessa scia, la senatrice Floridia, secondo cui “più sicurezza non significa più armi”. “Non sono assolutamente d’accordo - ha aggiunto - sul tema di alzare il coinvolgimento dell’Italia nella corsa agli armamenti . Anzi, dovremmo diventare indipendenti dagli Stati Uniti , lavorare su una difesa dell’Unione europea che sia compatta e non individuale e parallelamente promuovere i Corpi civili di pace”. Gli ha fatto eco Giulio Marcon, portavoce di Sbilanciamoci!. “La proposta di legge arriva in un momento drammatico - ha spiegato -. Le scelte che sta facendo la comunità internazionale sono sotto gli occhi di tutti. La Nato, Spagna a parte, sembra una caserma, non un’alleanza. Il ministro della Difesa, Guido Crosetto - ha aggiunto -, quando va in Turchia, stringe le mani o fa il saluto militare? E Rutte (il segretario generale della Nato, ndr ), che chiama “paparino” Trump, rappresenta i paesi democratici in gran parte europei, o è il servo o l’attendente del presidente degli Stati Uniti?”. La guerra “è un crimine e non risolve i problemi - ha rimarcato Marcon -. E anche continuare a investire nelle armi è un crimine, perché vengono sottratti soldi alla scuola, alla sanità, ai servizi sociali, all’ambiente”. È in quest’ottica che “esortiamo le istituzioni a facilitare il nostro processo”, ha aggiunto Rossano Salvatore, della Cnesc, parlando dell’importanza del Servizio civile universale. Che permette di “ramificare in tutto il Paese delle sentinelle della democrazia”. Una vera e propria “forma di difesa dai soprusi, dagli abusi e dalle disorganizzazioni”. Che offre la possibilità ai giovani di “entrare all’interno della carne viva della nostra collettività e delle nostre istituzioni”. Il primo strumento di difesa.