I detenuti sfiorano quota 65mila. “Più ricorso a pene alternative” di Fulvio Fulvi Avvenire, 9 giugno 2026 Non cambia il trend dietro le sbarre. A giugno il sovraffollamento ha raggiunto il tasso del 139%. Pagano (garante dei reclusi a Milano): nella rete della giustizia spesso finiscono soggetti fragili che non riescono a uscire dal sistema punitivo. Continua a crescere il numero dei detenuti nelle carceri italiane. Con la carenza ormai “patologica” del personale di vigilanza e degli educatori, l’aumento costante degli ospiti rende ancora più pesanti le condizioni di vita dietro le sbarre, destinate a peggiore ulteriormente con l’arrivo dell’estate. Al 31 maggio i reclusi erano 64.741 (49.323 dei quali condannati in via definitiva e 20.350 stranieri), ovvero 329 in più rispetto ad aprile. L’incremento medio mensile delle presenze nei 189 istituti penali si attesta ormai intorno a questa cifra considerando che, al 31 dicembre del 2025, il ministero della Giustizia ne aveva registrate 63.499. In cinque mesi, dunque, le persone “al gabbio” sono aumentate di 1.342 unità, per via soprattutto dei reati introdotti dall’inizio della legislatura nell’ordinamento, attraverso decreti sicurezza e disegni di legge (57 nuove fattispecie e oltre 60 aggravanti). Il sovraffollamento è ancora più grave se si considera che la capienza regolamentare è di 51.269 posti e quella effettiva di circa 46.300 (a causa di ristrutturazioni o indisponibilità di spazi per ragioni tecniche). Sarebbero 18.441, quindi, i ristretti presenti oltre le capacità ricettive reali delle strutture penitenziarie. Nel giugno del 2025 il tasso di sovraffollamento era del 134% oggi supera il 139% con 73 carceri dove si va oltre il 150%. Dal primo gennaio scorso i suicidi sono stati 27, l’ultimo dei quali il 2 giugno nella casa circondariale di Capanne a Perugia, dove un detenuto italiano di 30 anni si è tolto la vita impiccandosi appena rientrato in cella dopo un colloquio video con la madre. Allarme sovraffollamento nelle carceri di Roma e del Lazio. I casi più critici riguardano Rebibbia con 443 reclusi oltre il limite, e Regina Coeli, che supera la capienza regolare di 376 persone. Nei 14 istituti della regione risultano in tutto 6.917 ristretti, ma i posti sono 5.316 (1.601 i detenuti in più). E aumentano le tensioni. Un recluso minorenne ospitato nel Centro di prima accoglienza della Capitale è evaso dal Policlinico Umberto I nel quale era stato ricoverato a seguito di un tentativo di suicidio. Nella Casa circondariale di Viterbo una guardia è stata aggredita da un detenuto e ha riportato lesioni guaribili in un mese, come denuncia Massimo Costantino, segretario generale Fns Cisl Lazio. La Lombardia è l’altra regione dove il sovraffollamento risulta più pesante: in 18 penitenziari sono allocati 8.939 detenuti su una capienza ufficiale di 6.149 posti. Tre gli istituti più intasati, Brescia Canton Mombello (con 377 detenuti anziché i previsti 182), Busto Arsizio (446 su un massimo consentito di 240) e Milano San Vittore (1.106 sui 748 che ne può contenere). “Nulla è cambiato in questi anni nel nostro Paese e nulla si risolverà se non si prendono misure eccezionali di tipo deflattivo - osserva Luigi Pagano, garante dei detenuti della città di Milano, già direttore di San Vittore -; i meccanismi giuridici ci sono ma bisogna applicarli, non dovrebbero entrare in carcere i condannati a pene basse, chi ha compiuto piccoli reati e può essere sottoposto a misure alternative, il fatto è che nella rete della giustizia spesso finiscono tossicodipendenti, immigrati, persone indigenti e senza dimora, minori stranieri non accompagnati, ovvero soggetti fragili che difficilmente riescono a uscire dal sistema punitivo. Manca un progetto complessivo conforme alla legge e ci si limita alla gestione del quotidiano, noi garanti non possiamo fare altro che denunciare quello che avviene dietro le sbarre, le decisioni vanno prese dalla politica”. La Campania è l’altra realtà regionale più critica: nel carcere di Carinola, a Caserta, dove sono ristretti in 527, c’è stato un tentativo di rivolta, un poliziotto è stato colpito con un pugno al volto e alcuni detenuti sono saliti per sul tetto per inscenare una protesta. La situazione è tornata alla normalità dopo qualche ora anche per l’intervento di mediazione del direttore dell’istituto. “Continueremo a sensibilizzare i vertici regionali e nazionali affinché il sistema penitenziario venga alleggerito prima che si arrivi a un punto di non ritorno”, afferma il segretario dell’Osapp Campania, Vincenzo Palmieri. Accademici e penalisti alla Consulta: se la pena è inumana, va sospesa di Angela Stella L’Unità, 9 giugno 2026 L’Associazione dei Professori di diritto penale e l’Ucpi intervengono nel giudizio promosso davanti alla Corte dal tribunale di sorveglianza di Firenze sul caso di recluso a Sollicciano. L’Associazione Italiana dei Professori di Diritto Penale (Aipdp), presieduta dal professor Gian Luigi Gatta, ha depositato un’opinione scritta in qualità di amicus curiae nel giudizio promosso dal Tribunale di Sorveglianza di Firenze davanti alla Corte costituzionale che si svolgerà il prossimo 22 settembre. La questione riguarda la legittimità articoli 147 cp e 47-ter comma 1 ordinamento penitenziario nella parte in cui non prevedono, oltre i casi ivi espressamente contemplati, l’ipotesi di rinvio facoltativo dell’esecuzione quando “la pena debba svolgersi in condizioni contrarie al senso di umanità”. A richiedere al Tribunale di rivolgersi alla Consulta erano stati gli avvocati Mimmo Passione e Nicola Muncibì, legali di un uomo condannato a 22 anni e impossibilitato ad avere la detenzione domiciliare sia per la natura del reato (omicidio) che del fine pena (2042) ma comunque in una situazione di espiazione pena inumana e degradante. Stiamo infatti parlando del carcere di Sollicciano, infestato da cimici del letto, scarafaggi, topi dove i reclusi sopravvivono condizioni igieniche gravemente compromettenti, all’interno di celle ammuffite, senza acqua calda. Dopo vari ricorsi del recluso, all’Amministrazione penitenziaria era stato ordinato dal Tribunale di rimuovere le condizioni che pregiudicano i diritti primari del detenuto. Tuttavia l’Amministrazione, ancorché sempre ritualmente notificata, non si era mai peraltro costituita in tutto il corso del procedimento. L’AIPDP sottolinea che la questione non riguarda genericamente il sovraffollamento carcerario, bensì situazioni particolarmente gravi - come quelle nel caso di specie - nelle quali la detenzione si svolge in ambienti caratterizzati da persistenti deficit di sicurezza, salubrità e igiene, tali da determinare una violazione della dignità della persona e del principio costituzionale di umanità della pena. Nel proprio intervento, l’AIPDP richiama la giurisprudenza della Corte Edu in materia di art. 3, evidenziando come la nozione di trattamento inumano o degradante comprenda anche situazioni derivanti da gravi carenze strutturali degli istituti penitenziari: insufficiente illuminazione e ventilazione delle celle, condizioni igienico-sanitarie inadeguate, presenza di parassiti, mancanza di acqua calda o di adeguata separazione dei servizi igienici. Per colmare questa lacuna di tutela, l’Associazione concorda con il giudice a quo sulla necessità di introdurre un “rimedio estremo” e residuale, attivabile solo dopo l’infruttuoso esperimento dei rimedi ordinari. La soluzione proposta consiste nel riconoscere al Tribunale di Sorveglianza il potere di differire temporaneamente l’esecuzione della pena ai sensi dell’art. 147 c.p. oppure di applicare la detenzione domiciliare cosiddetta “in surroga”. Secondo l’Associazione, una simile soluzione rappresenterebbe “uno strumento di chiusura del sistema, coerente con i principi costituzionali e convenzionali, capace di assicurare effettività alla tutela giurisdizionale e di evitare che persone private della libertà personale continuino a subire, per tempi indefiniti, condizioni detentive incompatibili con la dignità umana”. A depositare un amicus curiae anche l’Unione delle Camere Penali che ha sottolineato come “una pena eseguita, come oggi avviene, in condizioni strutturali di degrado è una pena diversa e più grave di quella pronunciata dal giudice, priva di base legislativa e intrinsecamente anti-rieducativa, perché trasforma il condannato in oggetto passivo di sofferenza, rendendo tutto ciò incompatibile con l’art. 27 della Costituzione e con l’art. 3 della CEDU”. L’Unione sosterrà, anche stavolta, si legge in una nota, “con forza la necessità di superare questa inaccettabile condizione, consapevoli, come ricordato dal Presidente emerito della Corte costituzionale, Giuliano Amato, in occasione del suo insediamento alla presidenza, il 29 gennaio 2022, che la riproposizione della questione sul tema del differimento della pena inumana e degradante troverà sicuramente la Consulta pronta ‘di fronte alla responsabilità’ di doverla affrontare senza ipocrisie”. Intanto una proliferazione di cimici dei letti sta creando gravi problemi ai detenuti del carcere di Santa Maria Maggiore di Venezia. La situazione “fuori controllo” viene segnalata dalla compagna di un detenuto, che è seriamente preoccupata per la sua salute. Il compagno, ha spiegato la donna a VeneziaToday, è “completamente divorato dalle cimici dei letti, braccia, gambe, schiena e parti intime”, e “ad oggi nelle celle non viene fatta la disinfestazione, perciò sono coinvolti molti nuclei e tantissimi detenuti continuano a stare in uno stato di disagio fisico”. La situazione sarebbe aggravata dalle regole vigenti in carcere: alcuni familiari e conoscenti si sono proposti di inviare creme e medicinali, ma questo non è consentito. E intanto l’estate infernale si avvicina. Il 30 maggio poi è scaduto il primo termine per gli enti pubblici, locali, terzo settore per presentare domanda al Ministero della Giustizia al fine di essere inseriti negli elenchi delle strutture dove accogliere i detenuti che pur avendo i requisiti per andare ai domiciliari mancano di una casa. Tuttavia abbiamo chiesto a Via Arenula quante realtà abbiano fatto domanda ma il dato per ora non può essere reso noto. Dobbiamo preoccuparci? Gli avvocati penalisti incrociano le braccia: udienze ferme per cinque giorni rainews.it, 9 giugno 2026 Dopo i fatti di Perugia, tra colloqui intercettati e violazione del segreto professionale, scatta la protesta nazionale dell’Unione delle camere penali. La protesta nasce in seguito agli episodi di intercettazione dei colloqui tra avvocati e assistiti emersi nel carcere di Capanne, a Perugia, e, secondo quanto denunciato dall’avvocatura penalista, anche in ambito giudiziario a Napoli. Secondo quanto riportato in una nota del direttivo della Camera Penale, si tratta di una forma di protesta “ferma e consapevole”, resa necessaria dalla particolare gravità dei fatti emersi presso la Procura della Repubblica di Perugia. La Camera Penale contesta in particolare una violazione massiva e sistematica del segreto professionale, una grave compromissione del diritto di difesa, l’alterazione dell’equilibrio tra accusa e difesa e la violazione delle norme legislative vigenti. Il prossimo 11 giugno, a Perugia, è prevista una manifestazione nazionale organizzata dall’Unione delle Camere Penali Italiane, che chiedono un intervento immediato del Consiglio Superiore della Magistratura e delle istituzioni parlamentari. Intanto, anche a Torino, sono decine le udienze saltate o destinate inevitabilmente a slittare. A Perugia, accanto a conversazioni regolarmente intercettate - quelle tra un avvocato indagato e il proprio assistito - è emersa la registrazione di altri colloqui tra legali e clienti completamente estranei all’inchiesta. È un caso molto delicato, al centro delle cronache da alcune settimane e anche di una nuova inchiesta della procura perugina, che mescola diritto di difesa e segreto professionale. “La normativa vigente impone l’immediata interruzione delle intercettazioni appena risulta che la captazione riguarda soggetti autorizzati - fanno notare dall’Unione - In questo caso, le registrazioni illegittimamente captate sono poi state inserite nel materiale investigativo. Addirittura, uno dei soggetti illegittimamente intercettati era imputato in un procedimento del magistrato titolare delle indagini che aveva originato l’intercettazione, con la conseguenza che il pubblico ministero ha potuto conoscere in anticipo le mosse della difesa, procurandosi un vantaggio processuale”. Per tutta la settimana, le udienze in cui sono coinvolti avvocati che aderiscono all’astensione vengono rinviate. I giudici le rimanderanno alle prossime settimane, individuando una nuova data e comunicandola a tutte le parti. L’astensione non riguarda le udienze che coinvolgono persone detenute, che si svolgeranno regolarmente, a meno di rinvii per altre ragioni. Colloqui in carcere tra detenuti e legali. Le intercettazioni e i confini della difesa di Glauco Giostra Avvenire, 9 giugno 2026 La ricerca di prove non può spingersi fino a violare un rapporto riservato. Un Paese che voglia dirsi civile non può non ripudiare, come scriveva Franco Cordero, “una ricerca della verità da cui l’umanità esca umiliata”. È in corso l’astensione dalle udienze e da ogni attività giudiziaria deliberata dall’Unione delle Camere penali per denunciare all’opinione pubblica e segnalare alle autorità competenti che “nel corso di un procedimento penale pendente innanzi alla Procura della Repubblica di Perugia, è emersa la sistematica e indiscriminata captazione dei colloqui tra detenuti e i propri difensori svoltisi nelle sale colloqui della Casa circondariale di Perugia”, al di fuori di quella legittimamente autorizzata. Vorremmo sottrarci al diffuso andazzo di prendere posizione prima dell’accertamento dei fatti contestati. Più interessante, ci sembra, provare a comprendere per quale ragione, se le cose fossero andate come l’Ucpi sostiene, si tratterebbe di vicenda grave; e soprattutto preoccupante ove fungesse da apripista per altre similari. Cominciamo con il farci carico della comprensibile perplessità di quanti si chiederanno perché non dovrebbe essere possibile “l’intercettazione relativa a conversazioni o comunicazioni dei difensori (...) né a quelle tra i medesimi e le persone da loro assistiti”, come vieta l’art.103 c.p.p. Per saggiare la plausibilità della norma proviamo a sottoporla ad uno stress test. Facciamo una ipotesi limite: intercettando il telefono di un difensore si acquisisce la prova risolutiva della responsabilità di un pluriomicida, che non si è riusciti ad acquisire aliunde. Secondo il codice, l’intercettazione in questione sarebbe illegittima e quindi inutilizzabile. Nell’esempio estremo che abbiamo scelto il pluriomicida andrebbe assolto. Davvero lo Stato può permettere che un criminale rimanga a piede libero per la violazione di una norma processuale? Come si può mettere su un piatto della bilancia l’interesse all’osservanza di una regola normativa e sull’altro quello a condannare e punire un criminale, pretendendo che il primo interesse “pesi” di più e meriti prevalente tutela? Ma non è la bilancia ad essere tarata inaccettabilmente male, siamo noi che ne faremmo in tal modo un uso scorretto. Contrapposto all’interesse dell’accertamento della responsabilità penale non c’è la mera osservanza di una formalità processuale. C’è una colonna portante della giustizia: il diritto di difesa. Ogni processo secondo la nostra Costituzione si deve svolgere “nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale” (art. 111 comma 2). Se l’inquirente potesse andare a frugare tra le carte della difesa, ne risulterebbero irrimediabilmente sfigurati il volto e la funzione costituzionale del processo. Su un “piatto della bilancia” vi è dunque molto più della violazione di una norma. Certo, si potrebbe giustamente osservare che, ove l’inquirente potesse avvalersi della conoscenza delle comunicazioni tra difensore e imputato, è probabile che avremmo migliori chance di accertamento della verità. Anzi, una volta imboccata questa strada, si potrebbe anche ricorrere a metodi idonei a superare la capacità di autodeterminazione del soggetto (ipnosi, lie detector, ecc), oppure imporre al medico e al sacerdote l’obbligo di riferire le confidenze dell’imputato. Si potrebbero acquisire, in tal modo, preziose tessere conoscitive per ricostruire il mosaico della sua supposta condotta illecita. Il prezzo però si farebbe ancora più alto e insostenibile, perché un Paese che voglia dirsi civile non può non ripudiare, come scriveva Franco Cordero, “una ricerca della verità da cui l’umanità esca umiliata”. Esporre a penetranti ingerenze del potere pubblico questi sacrari esistenziali, in cui l’individuo ha bisogno di coltivare un rapporto fiduciario per consegnare ad altro soggetto intime fragilità o inconfessabili necessità, potrà pure contribuire ad una migliore ricostruzione dei fatti, ma a prezzo di una società composta di persone più sole, più indifese e più diffidenti, che percepiscono l’Autorità come un inesausto e onnipresente perquisitore della loro vita. Avremmo dentro le mura carcerarie qualche delinquente in più, ma fuori non cittadini, bensì sudditi di minorata dignità. Trenta bambini dietro le sbarre, il numero più alto dal 2020 di Ilaria Dioguardi vita.it, 9 giugno 2026 “Eravamo quasi riusciti a svuotare il carcere dai bambini, poi il decreto Sicurezza ha tolto l’obbligatorietà del rinvio dell’esecuzione della pena per le donne incinte e con figli nel primo anno di vita: una norma di civiltà per cui avevamo lottato per oltre 20 anni”, dice Lia Sacerdote, presidente di Bambini senza sbarre. “È un’assurdità? Sì, ma lo si fa per mantenere la relazione con la madre. Fortunatamente oggi la cultura della polizia penitenziaria sul tema è molto cambiata”. Sono 30 i bambini negli istituti penitenziari con le loro madri al 31 maggio scorso. Da oltre cinque anni, dal 31 dicembre 2020, non si vedeva un numero così alto. Un anno fa erano 17, due mesi fa erano 26, secondo i dati del ministero della Giustizia. “È un peccato che i bambini debbano avere questa sofferenza. Ma ci sono delle leggi di civiltà che credo siano più forti delle leggi scritte. E penso che le cose buone fatte finora possano recuperare la loro forza”, dice Lia Sacerdote, presidente dell’associazione Bambini senza sbarre. “Purtroppo, il carcere è tornato ad essere il deterrente non necessario”. “La legge di civiltà è più forte delle leggi scritte” - Da una parte, nel 2026, avere ancora 30 bambini negli istituti di pena con le madri, “è una sconfitta”, dice Sacerdote, “ma dall’altra per fortuna i bambini stanno dentro per periodi brevi. Non mi voglio auto-consolare, ma oggettivamente la cultura degli operatori penitenziari con cui noi lavoriamo da 25 anni è cambiata, da dieci anni abbiamo il mandato di fare formazione alla polizia penitenziaria proprio sul tema dei bambini che entrano in carcere. Purtroppo, il problema è che la polizia penitenziaria che accoglie i bambini ogni giorno non è stabile, cambia, bisogna fare tanta formazione per poter arrivare a più persone possibili”, continua Sacerdote. “Sono tante le associazioni che seguono le nostre linee guida, che abbiamo costruito negli anni. Sono sicura che questi bambini gli operatori penitenziari li faranno uscire presto. Io credo che la legge di civiltà sia più forte delle leggi scritte”. L’importanza di mantenere la relazione con la madre - Visto che la cultura è cambiata, oggi “gli stessi operatori penitenziari soffrono ad avere i bambini in carcere. Il paradosso su cui lavorano loro e su cui lavoriamo noi di Bambini senza sbarre è questo: noi sappiamo che ci sono i bambini che entrano in carcere, ed è un’assurdità, ma lo si fa per mantenere la relazione con la madre. Non è drammatico questo, l’importante è che tutto avvenga nel rispetto della loro intelligenza, del fatto che loro sono dei soggetti che devono fare delle scelte di vita che possono essere diverse da quelle dei genitori. C’è una grande complessità in tutto questo”. Gli incontri in carcere con il genitore detenuto - I bambini, senza dubbio, in carcere “rischiano di essere esposti a un disagio sociale, a dei traumi. Ma il tema è anche quello che accade fuori: lo stigma, la discriminazione e l’estraneità pesano. Non bisogna mai dimenticare che i bambini sono i futuri adulti”, sottolinea Sacerdote. Per loro “è importante non avere la “sparizione” del genitore, è fondamentale che vadano in carcere per incontrare il padre o la madre”. Spesso i bambini entrano in carcere per la prima volta nei luoghi in cui ci sono persone in attesa di giudizio, a Milano, ad esempio, nella casa circondariale di San Vittore. “I genitori ci chiedono se è il caso di portare i figli in carcere, noi diciamo di sì perché c’è l’attenzione, ci sono degli spazi di attesa. Era impensabile una volta, è un momento importante perché i bambini sono in ansia, preoccupati, sono in un luogo estraneo. E poi i bambini devono essere preparati, devono avere una consapevolezza, un luogo estraneo può essere per loro un posto spaventoso”. La storia di Mario e della sua mamma - Una storia ha accompagnato l’associazione ed è quella “di una donna che era in carcere con Mario (nome di fantasia), un bambino che a tre anni è stato separato da lei. Questa è una separazione che non dimenticherò mai: il bambino aveva delle crisi, vomitava, non si può descrivere la sofferenza”, racconta Sacerdote. “Poi questa donna è rimasta in carcere perché doveva scontare ancora degli anni di pena. La bambina più grande era fuori, andava a visitare prima la mamma col fratellino, poi solo la mamma, quando il fratellino è uscito. Questa bambina nel frattempo è diventata adulta, ha avuto una bambina: la mamma è diventata nonna in tutti quegli anni che è rimasta in carcere. Abbiamo conosciuto tre generazioni”. Dalla legge Finocchiaro al decreto Sicurezza - Nei 25 anni di attività di Bambini senza sbarre il lavoro di advocacy su questo tema è stato molto importante, ha portato alla legge 8 marzo 2001, n. 40, nota come legge Finocchiaro, con cui è stata tolta l’obbligatorietà della pena delle donne incinte e nel primo anno di vita dei bambini. Anche la legge n. 62 del 21 aprile 2011 ha introdotto importanti tutele per i figli minori delle detenute, stabilendo che le madri con figli fino a sei anni di età non possono essere sottoposte a custodia cautelare in carcere, ma stanno negli istituti a custodia attenuata per madri-icam, salvo casi di “esigenze cautelari di eccezionale rilevanza”. “Eravamo arrivati quasi a svuotare il carcere dai bambini, finché l’obbligatorietà della pena delle donne incinte e nel primo anno di vita dei bambini è stata tolta con il decreto Sicurezza. Ci siamo detti: “Non è possibile che sia così, su questo abbiamo lottato per oltre 20 anni”. Non è necessario che i bambini abbiano questa sofferenza. È un peccato che si pensi che il carcere possa essere un deterrente, che possa servire a far sì che le cose cambino. Ci sono delle leggi di civiltà e credo che le cose buone fatte finora possano recuperare la loro forza”. Le case-famiglia protette: solo due - La legge 62/2011 ha introdotto anche le case-famiglia protette, strutture residenziali di tipo familiare alternative al carcere istituite per consentire alle madri detenute (o sottoposte a misure cautelari) di scontare la pena con i propri figli minori. Ma in Italia sono solo due: la Casa di Leda a Roma e la struttura gestita dall’associazione Ciao a Milano. “Con un decreto del 2023 sono stati stanziati 1,5 milioni di euro per le comunità mamma-bambino, spero che se ne costruiscano altre. Ripeto, non si comprende l’idea che il carcere serva e che sia un deterrente pensare che tocchi i bambini”. 25 anni per i diritti dei figli dei detenuti - “Quest’anno entriamo nel venticinquesimo anno di lavoro dell’associazione”, dice Lia Sacerdote. “Io ho sempre sentito una grande responsabilità delle cose che facciamo, oltre a esserne assolutamente convinta: ero sola quando ho fondato l’associazione nel 2002”. La voce di Sacerdote è commossa mentre parla, ripercorre il lavoro che ha portato avanti nell’arco di 25 anni. Sta preparando un grande evento che si terrà il 12 giugno a Milano, nella Sala Alessi di Palazzo Marino: l’Italia ospita la 18ª Conferenza Internazionale della rete europea Children of prisoners Europe-Cope. La Conferenza internazionale fa tappa a Milano - Bambini senza sbarre “porta avanti un grande lavoro di advocacy, difficile e pesante. Però ha senso, abbiamo scelto di essere nelle cose concretamente”. La Conferenza internazionale, promossa e organizzata da Bambini senza sbarre sotto l’egida dell’Unione europea, è ospitata a Milano dopo Berlino, Amsterdam, Lisbona, Malta, Edimburgo, Zagabria, Oslo, Zagabria, Parigi e altre città europee. L’evento accoglie una platea di rappresentanti istituzionali, del Consiglio d’Europa, di circa 45 organizzazioni non governative di 32 paesi europei ed extra europei. Il tema “Costruire ecosistemi olistici per i bambini con un genitore in carcere. Tra ong, carceri, scuole, media e società” pone al centro dell’agenda europea ed extraeuropea la sfida della garanzia dei diritti, tutela e continuità affettiva per i minorenni che vivono la detenzione di un genitore con il coinvolgimento di tutti i sistemi socioeducativi coinvolti in un unico obiettivo sinergico. 100mila figli di genitori detenuti - “La composizione degli interventi mira a connettere e rappresentare la pluralità degli stakeholder oggi coinvolti nella complessa realtà del gruppo sociale a rischio di emarginazione, discriminazione e stigma, composto, in Italia, da 100mila figli di genitori detenuti, 2,4 milioni in Europa, oltre 23,5 milioni nel mondo”, dice Sacerdote. La Conferenza, aperta al pubblico, desidera incoraggiare i partecipanti a superare le barriere culturali, i cosiddetti “silos”, e costruire collegamenti concreti tra istituzioni, ong, agenzie educative che coinvolgano genitori detenuti, figli e famiglie, promuovendo politiche e servizi verso una visione educativa circolare e intersettoriale, dunque olistica. “Ci colpisce il gran numero di presenze. La rete europea che abbiamo contribuito a fondare nel 2002 era formata inizialmente da tre Paesi, Francia Italia e Belgio, adesso siamo più di 20. La rete è diventata grande e il lavoro che abbiamo sviluppato in Italia ha una posizione in Europa. Da 12 anni la Carta dei diritti dei figli dei genitori detenuti - Per la prima volta in Europa, dopo un percorso durato diversi anni, il 21 marzo 2014 venne firmato il protocollo pionieristico tra il ministero di Giustizia, l’Autorità Garante per l’infanzia e l’adolescenza e Bambini senza sbarre. Venne sottoscritta anche la Carta dei diritti dei figli dei genitori detenuti. “Il documento, che viene rinnovato ogni quattro anni, è redatto dal Gruppo di lavoro per la Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza-Gruppo Crc, mira a tutelare il diritto del minore a mantenere un legame affettivo continuativo con il genitore recluso, supportando al contempo il suo diritto alla genitorialità”, continua Sacerdote. La firma alla Carta, apposta dal ministro in carica Andrea Orlando, dall’allora garante Vincenzo Spadafora e da Lia Sacerdote, ha dato il via a un processo di trasformazione e a una serie di interventi, dettati dalle linee guida della Carta che mettono al centro dell’attività il diritto al mantenimento del legame padre-figlio, impegnando il sistema penitenziario a trasformare gli aspetti di trattamento e di cura del detenuto, considerando il suo ruolo genitoriale, e a cambiare la propria cultura dell’accoglienza, consapevole della presenza del minorenne innocente e libero. Alla firma della Carta era presente anche Luigi Manconi, presidente della Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani del Senato. Nordio fa saltare il vertice sulla giustizia. Il nodo della responsabilità civile dei magistrati chiesta da FI di Liana Milella Il Fatto Quotidiano, 9 giugno 2026 Poco dopo le 18, un messaggio del Guardasigilli in persona inviato ai capigruppo della maggioranza cancella l’incontro “per sopravvenuti e improrogabili impegni istituzionali”. Il niet del ministro alla richiesta del capogruppo di Forza Italia alla Camera Enrico Costa è politicamente imbarazzante: la stessa Marina Berlusconi vorrebbe una legge. Salta, davvero a sorpresa, e per “colpa” di Carlo Nordio, il vertice sulla giustizia che avrebbe dovuto tenersi oggi. Già fissato l’appuntamento, in via Arenula, al ministero della Giustizia, per le 15. Invece, poco dopo le 18, ecco un messaggio del Guardasigilli in persona inviato a tutti i capigruppo della maggioranza di Camera e Senato. “Per sopravvenuti e improrogabili impegni istituzionali” il ministro della Giustizia chiede che l’incontro salti. Non solo. Non viene neppure indicata una prossima data di convocazione. Nordio non fornisce neppure un’adeguata spiegazione delle ragioni, perché non capita tutti i giorni che un vertice di questo tipo sia sconvocato mezza giornata prima, al punto che già serpeggiano le ipotesi più svariate. Tra queste, quella più accreditata riguarda il problema ormai politico della responsabilità civile per i magistrati ordinari, lanciata e poi chiesta con insistenza dal capogruppo di Forza Italia alla Camera Enrico Costa, mentre la stessa Marina Berlusconi continua a ripetere che proprio la responsabilità civile sarebbe una norma su cui concentrare l’attenzione. L’effetto sorpresa è garantito. Perché il niet di Nordio sulla richiesta di Costa è stato particolarmente secco e duro, una sorta di niet preventivo, del tutto politicamente anomalo all’interno di una maggioranza che, tra l’altro, vede come vice ministro della Giustizia un altro forzista, e cioè l’avvocato barese Francesco Paolo Sisto che, ancora oggi, sostiene che “aprire una riflessione sulla responsabilità civile dei magistrati non significa attaccare la magistratura, ma rafforzare il rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni”. Ma c’è di più. Mentre la maggiore chiusura a occuparsi del tema è arrivata dai meloniani, nelle ultime dichiarazioni della responsabile Giustizia della Lega Giulia Bongiorno è giunta una tiepida apertura. Ma la questione resta squisitamente politica, perché rispetto alla richiesta di un partito di maggioranza come Forza Italia, per giunta fatta dai due capigruppo sia della Camera Costa che del Senato Stefania Craxi, nominata dalla stessa Marina Berlusconi, il no di Nordio è politicamente imbarazzante. Costa fino a oggi non ha fornito un possibile testo su cui discutere, preferendo ottenere prima una via libera pieno dalla sua maggioranza. Ma proprio qui si è innestato il no di Nordio. Il quale peraltro, nel 2022, era stato il presidente del Comitato per i referendum radical leghisti, tra i quali c’era anche quello sulla responsabilità civile, per cambiare la legge del 1987 post referendum (finito con l’80% dei Sì) poi aggiornata nel 2015, saltato all’ultimo momento per lo stop della Corte costituzionale. Secondo Costa il problema della responsabilità civile del magistrato non riguarda “chi paga”, oggi lo Stato che si rivale poi sulla toga, ma il fatto che proprio il magistrato non possa essere insindacabile nel valutare le prove. Ed è quello che Marina Berlusconi vorrebbe da una legge sulla responsabilità civile. Il presidente dell’Anm Giuseppe Tango oggi ne ha parlato in questi termini: “Nel caso in cui ci fosse un testo su cui ragionare, lo valuteremo ovviamente con estrema attenzione”. Ma a questo punto è improbabile che questo testo ci possa mai essere. Condivido l’obbligo di dare spazio ad archiviazioni o assoluzioni, ma non se riscrivono la realtà di Alberto Iannuzzi* Il Fatto Quotidiano, 9 giugno 2026 C’è una differenza fondamentale tra il diritto di essere informati sull’esito di un procedimento e la pretesa che quell’esito possa cancellare il valore informativo dei fatti emersi. Nel dibattito seguito al disegno di legge proposto dal deputato Enrico Costa, approvato nei giorni scorsi dalla Camera, sembra sfuggire un aspetto fondamentale quando si parla di informazione giudiziaria. Obbligare i media, che hanno dato notizie inerenti ad un procedimento penale, a dare visibilità e spazio adeguato all’archiviazione o all’assoluzione risponde ad un’esigenza importante per chi è incappato nelle maglie di una vicenda giudiziaria, della quale hanno parlato giornali e televisione. Pertanto, l’idea che si debba dare conto della decisione favorevole con un rilievo analogo a quello dato all’accusa è degna di apprezzamento, in quanto riequilibra il rapporto tra giustizia, informazione e reputazione. In realtà, prima che essere una regola giuridica costituisce un principio di correttezza, che peraltro è già sancito dal codice deontologico dei giornalisti e in parte risulta regolamentato da una norma della Cartabia. Tuttavia, al di là delle perplessità sollevate dalle opposizioni parlamentari sul ddl Costa, con particolare riferimento all’intervento del Garante della privacy, ritengo che vi sia un profilo di criticità meritevole di maggiore attenzione. Non vi è dubbio, infatti, che esista una differenza fondamentale tra il diritto di essere informati sull’esito di un procedimento e la pretesa che quell’esito possa cancellare il valore informativo dei fatti emersi nel corso dell’inchiesta o del processo. È questo il punto cieco di molta retorica che accompagna le nuove norme sull’obbligo di pubblicazione di assoluzioni e proscioglimenti, laddove sembra insinuarsi l’idea che il processo penale, o meglio il suo esito finale, sia l’unico metro per giudicare la rilevanza di una vicenda pubblica. Come se un’assoluzione sia in grado di trasformare automaticamente una storia di interesse collettivo in una non-notizia. Ma in una democrazia l’informazione non può funzionare in questo modo. La giustizia penale, invero, accerta le responsabilità individuali secondo standard probatori molto rigorosi. L’informazione, invece, ha il compito di raccontare fatti, contesti, comportamenti e conseguenze, che possono conservare un rilievo pubblico indipendentemente dalla loro rilevanza penale. Tanto per esemplificare, nessuno può seriamente sostenere che il sistema di relazioni opache, di favori, di affidamenti e condizionamenti, che possono emergere da indagini e procedimenti penali possa perdere rilievo politico e amministrativo solo perché una qualificazione giuridica è stata esclusa. In altri termini, identificare la memoria dei fatti solo con il dispositivo finale di una sentenza non può certamente contribuire a formare un’opinione pubblica consapevole e documentata, per la semplice ragione che la storia giudiziaria e quella politica non coincidono mai perfettamente. Il problema è che una certa cultura politica sembra voler sostituire il diritto all’informazione con una sorta di diritto alla cancellazione dei fatti e del contesto in cui gli stessi si sono verificati. Si accetta che i giornali raccontino un’inchiesta soltanto a condizione che, anni dopo, l’assoluzione venga considerata una specie di colpo di spugna retroattivo. Si dimentica, tuttavia, che un amministratore pubblico può essere assolto e aver comunque assunto decisioni discutibili; che un ministro può non aver commesso reati e aver esercitato il proprio ruolo in modo politicamente censurabile; che un dirigente può risultare penalmente innocente e aver mantenuto comportamenti incompatibili con gli standard di trasparenza richiesti da una funzione pubblica. La distinzione è essenziale: il processo penale stabilisce ciò che può essere punito; il dibattito pubblico valuta ciò che è opportuno, corretto, responsabile. Per questo l’obbligo di informare sulle assoluzioni è sicuramente condivisibile; non lo è, invece, la pretesa, più o meno esplicita, di trasformare l’assoluzione in una forma di riscrittura della realtà. I giornali hanno il dovere di riferire gli esiti dei procedimenti, anche quelli assolutori, ma non possono sottacere i fatti, perché la verità processuale è una cosa, la memoria pubblica è un’altra. Ne’ bisogna dimenticare quanto prescrive l’art. 48 della Costituzione, vale a dire che “I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore”. E il controllo sull’osservanza di questo dovere spesso richiede la conoscenza dei fatti che emergono nei procedimenti penali, non solo quelli che si concludono con l’accertamento della responsabilità penale, ma anche quelli che terminano con un provvedimento di archiviazione o una sentenza di assoluzione. *Già presidente Corte di appello Potenza I magistrati denunciano: tribunali al collasso di Roberta Polese Corriere del Veneto, 9 giugno 2026 Le toghe dei “Ges” chiedono più personale: “E in qualche sede manca perfino l’acqua”. A giugno scadranno i fondi del Pnrr che hanno permesso di usare nuovo personale per rattoppare i buchi di organico nei tribunali che già vivevano una situazione di grande difficoltà. I dati che illustrano il quadro della Giustizia veneta sono impietosi e ieri le associazioni dei magistrati e i sindacati del personale hanno parlato di “tribunali al collasso”. Mancano i magistrati, i cancellieri, l’aria condizionata e adesso manca anche l’acqua. Per capire lo stato della macchina della giustizia in Veneto è utile fare un salto indietro nel tempo. Nel 2006 a Padova qualcuno si accorse che i grandi orologi a muro nel palazzo di giustizia erano inesorabilmente fermi. Forse era un segno premonitore, perché poco dopo scoppiò il caso delle salviette inesistenti nei bagni, degli aspiratori che non funzionavano, dei cancellieri che si portavano il sapone e carta igienica da casa. Ebbene, son passati vent’anni, e la situazione non solo non è migliorata, è addirittura precipitata. “Da qualche giorno, l’acqua non arriva al terzo e al quarto piano del palazzo di Giustizia - spiega Silvia Rossaro, segretaria regionale del Ges, la giunta esecutiva sezionale, organo territoriale dell’associazione Nazionale Magistrati - da giorni il condizionatore non va, e il personale amministrativo manca in modo cronico, lo diciamo da anni, e ci viene risposto che una soluzione arriverà presto, e invece non si risolve niente, mi chiedo come si può pensare di aprire nuove sedi dei tribunali”. La frecciatina, nemmeno tanto velata, è relativa al disegno di legge in discussione alla Camera che prevede la realizzazione del nuovo tribunale della Pedemontana. Ma Rossaro va anche oltre: “La carenza di organico ha molto a che fare con il senso di giustizia che si deve ai cittadini - spiega ancora Rossaro - quando manca personale, o quando il gestionale non funziona, o quando le stampanti non vanno, sono i cittadini a rimetterci”. Quello del personale mancante è un male incurabile della giustizia italiana, e in Veneto sembra essere molto più grave che altrove: ieri davanti ai tribunali veneti ci sono state due importanti manifestazioni sindacali per richiamare l’attenzione su quello che potrebbe accadere il 30 giugno, quando in tutta Italia scadranno i contratti di circa 1.500 precari assunti con i fondi del Pnrr, il personale Upp, cioè impegnato negli “Uffici per il processo”, che si occupa di velocizzare la burocrazia dei giudici in udienza. Di fronte al silenzio del Ministero della Giustizia, la Fp Cgil ha avviato una dura mobilitazione. Per la Cgil nel distretto della Corte d’appello lagunare la scopertura media delle Procure supera il 34%, mentre nei tribunali la media tocca il 40%. Dietro queste percentuali si nascondono realtà drammatiche: Venezia, Vicenza e Belluno registrano vuoti vicini al 50%. La Procura presso il Tribunale per i Minorenni opera con una scopertura del 50%, la Procura Generale tocca il 52% e gli uffici del Giudice di Pace di Venezia e Belluno presentano deficit superiori, rispettivamente, al 66% e all’80%. Numeri che si traducono in sportelli chiusi, faldoni accumulati e tempi d’attesa biblici per i cittadini. La crisi colpisce duramente anche Padova, dove il Tribunale sconta un vuoto del 42% e la Procura del 37%. Qui, per garantire i servizi minimi, si ricorre a palliativi emergenziali come i “nonni vigili” e convenzioni con la Regione per l’utilizzo di OSS e infermieri. All’ufficio di Sorveglianza padovano, la scopertura reale è ulteriormente aggravata dal carico di lavoro ereditato dal trasferimento delle istanze dei detenuti di Venezia. A causa dei ritardi del tribunale di Sorveglianza di Verona gli avvocati scaligeri hanno dato vita ad una mobilitazione di protesta. A risentire del collasso è anche l’attività investigativa sul territorio: il Silp Cgil evidenzia come circa 250 operatori delle Sezioni di Polizia Giudiziaria delle nove Procure venete vengano costantemente distolti dalle indagini penali per svolgere mansioni burocratiche e di segreteria, sopperendo alle mancanze croniche dei cancellieri. “In Veneto come in tutto il nord Italia la situazione è particolarmente difficile - tuona Felicia Russo - nel settore della giustizia c’è molta mobilità, ma gli stipendi sono fermi a 1.700 euro, difficilmente sostenibili da chi è in trasferta, per questo molti rinunciano all’incarico - spiega la responsabile sindacale - ma il Ministero dovrebbe fare una riflessione sul modo in cui sono stati utilizzati i fondi del Pnrr, che dovevano essere utilizzati per implementare il sistema giustizia, non per mettere le toppe al turnover del personale, è inutile pensare a una riforma della giustizia a costo zero, il Pnrr doveva indicare una strada, ora quei soldi sono finiti e invece di fare passi avanti stiamo tornando indietro”. Un po’ come quegli orologi fermi del tribunale di Padova, nel 2006. “Il Governo ha fatto molte assunzioni ma l’Unione europea non ci aiuta con il Patto di stabilità” di Roberta Polese Corriere del Veneto, 9 giugno 2026 Il senatore Pierantonio Zanettin, Forza Italia, conosce molto bene i tribunali veneti. Prima di entrare in politica, nelle file del centrodestra, ha lavorato come avvocato nel foro di Vicenza. Oggi è membro della seconda commissione permanente, quella sulla giustizia. Senatore, il prossimo 30 giugno scadranno i contratti di circa 1.500 lavoratori precari del Pnrr Giustizia. Il ministero rivendica spesso i successi nella riduzione dell’arretrato, ma questi risultati sono stati ottenuti proprio grazie anche a loro. Come si eviterà il blocco totale dei tribunali dal primo luglio senza una stabilizzazione immediata o una proroga d’urgenza di questo personale? “Sono meno di 1.500 i precari da stabilizzare, e in ogni caso il governo ne ha già stabilizzati 9.400, erano contratti a termine, si sapeva che l’esperienza sarebbe terminata. Questo governo ha fatto molte assunzioni anche se dobbiamo ammettere che l’Unione europea non ci aiuta con il patto di stabilità, certo non voglio sminuire il problema, la situazione è difficile, ne sono consapevole, ho lavorato molto nei tribunali”. A Padova la Procura della Repubblica riesce a tenere aperti gli uffici solo grazie ai “nonni vigili” del Comune e a infermieri o OSS distaccati dalla Regione. Quando arriveranno i profili specialistici promessi? “I concorsi si fanno, il problema è la mobilità fuori regione: chi vince un concorso e si deve spostare viene penalizzato dal costo della vita e dagli stipendi che ammetto non sono molto alti”. Bisognerebbe alzare gli stipendi allora? “Gli stipendi sono un problema, ma molto si può fare anche con un concorso su base regionale, in modo da non costringere le persone a spostarsi lontano dal proprio paese d’origine”. Il Silp Cgil denuncia che gran parte dei 250 operatori di Polizia Giudiziaria dislocati nelle Procure venete viene sottratta alle indagini penali per svolgere il lavoro burocratico dei cancellieri mancanti. Questo “travaso” di mansioni non mina la sicurezza dei cittadini e rallenti l’azione investigativa contro la criminalità? “Non credo che la polizia giudiziaria sia completamente spostata sulla burocrazia, credo invece che le indagini si facciano e anche bene, da questo punto di vista non condivido la battaglia dei sindacati”. Notizia di ieri: nel tribunale di Padova non funziona l’acqua, non ci sono soldi per far funzionare i condizionatori. Che risposte può dare la politica al personale che lavora in queste condizioni? “Le risorse sono poche e vanno dirottate sulle emergenze, non conosco nel dettaglio il problema di Padova ma so che nel tribunale di Vicenza, che in passato aveva bagni indecenti, la situazione è molto migliorata, certo che una cosa va detta: in questo contesto dare il via libera all’apertura del tribunale di Bassano è un controsenso, sono contrario e lo sono sempre stato, nonostante ci siano parti della mia maggioranza che lo promuovono”. Carceri, un eterno problema: in primis per lo stato di salute dei detenuti, soprattutto ora che arriva la stagione più calda... “Sulle carceri è previsto un incontro con il ministro Carlo Nordio, siamo alla fine della legislatura, un’azione va intrapresa, la sicurezza e la certezza della pena non devono essere sinonimo di tortura, il carcere deve essere rieducativo, non punitivo”. L’ex sottosegretario alla giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove non la pensava come lei sui detenuti… “Abbiamo due modi di intendere queste cose, pur appartenendo a due partiti della stessa maggioranza”. E le carceri colabrodo? “Sono un problema, le nuove tecnologie sono fuori controllo”. Lecce. In un mese 4 morti nel carcere: l’sos dalla Garante dei detenuti e da Antigone di Andrea Aufieri Gazzetta del Mezzogiorno, 9 giugno 2026 Le storie di chi ha perso la vita in una cella del penitenziario di Lecce. Un detenuto straniero di 35 anni morto per impiccagione; un egiziano di 26 anni deceduto dopo un gesto suicidario; un italiano di 39 anni morto per possibile abuso di farmaci; un quarto decesso richiamato da Antigone nel bilancio degli ultimi due mesi. Prima delle statistiche nazionali, prima dei numeri sul sovraffollamento, ci sono queste quattro storie e il contesto che le accomuna. Nella casa circondariale di Borgo San Nicola la situazione fuori controllo si conosce da mesi ma è ferma in uno stallo inaccettabile. Il 35enne suicida viveva una condizione di forte marginalità, senza fissa dimora, privo di una rete stabile di sostegno. Da Lecce era transitato a Taranto e riportato a Borgo San Nicola. Maria Mancarella, garante del Comune per le persone private della libertà personale, racconta che gli operatori che lo seguivano, lo descrivevano come “una persona fragile, fondamentalmente buona, molto affettuosa”. Educatrice e psicologa, che lo avevano avuto in carico, avevano costruito con lui “un rapporto umano intenso”. Il 21 maggio muore un altro detenuto. Ha 26 anni, è egiziano, viveva per strada; anche la compagna si trovava nella stessa condizione. Si trovava nel reparto precauzionale. Secondo quanto riferito da Mancarella, la dinamica resta da chiarire, non è accertata un’impiccagione: “Il giovane sarebbe stato trovato ancora vivo, con un cordino appoggiato al collo, e il decesso sarebbe sopraggiunto durante i soccorsi del 118”. Resta aperta anche l’ipotesi dell’ingestione di sostanze. L’autopsia dovrà chiarire le cause esatte. La sua storia sembra già sentita: “Un ragazzo attraversato da gravi problemi esistenziali ed economici, da un disagio psicologico profondo maturato dentro una vita di precarietà estrema. Non risultano ufficialmente tossicodipendenza o patologie psichiatriche, ma emerge una vulnerabilità sociale radicale”. Il terzo caso riguarda un detenuto italiano nato nel 1986, originario di Galatone. Il compagno di cella aveva parlato con lui la sera prima di addormentarsi. Al mattino non si è più svegliato. L’ipotesi è quella di un abuso di farmaci. C’è poi un quarto decesso, richiamato da Maria Pia Scarciglia, presidente di Antigone Puglia nel bilancio di Borgo San Nicola sul quale non si hanno dati, ma la cornice è quella di un istituto che ospita 1.419 detenuti a fronte di 787 posti regolamentari. Il tasso di sovraffollamento supera il 180 per cento. Il sovraffollamento modifica la qualità concreta della detenzione: riduce gli spazi, comprime i tempi dell’ascolto, aumenta il carico di lavoro del personale, moltiplica tensioni e difficoltà operative. Il personale lavora in una condizione di forte pressione. I dati forniti dalla garante indicano 578 operatori di polizia penitenziaria su un fabbisogno di 742. In alcuni blocchi detentivi, soprattutto durante i turni notturni, due agenti si trovano a sorvegliare circa 270 detenuti distribuiti in quattro sezioni collocate su piani differenti. “Un’emergenza sanitaria o un evento critico possono richiedere tempi lunghi di individuazione e intervento” in queste condizioni, chiarisce Mancarella. La situazione sanitaria costituisce un ulteriore nodo critico. Mancarella in una nota parla di “grande stallo” nell’area medica. L’Asl di Lecce incontra difficoltà nel reperire professionisti disposti a lavorare in ambito penitenziario; i bandi per medicina interna e specialistica continuano a non produrre risultati. Durante una visita nel reparto femminile di alta sicurezza, la garante ha raccolto decine di segnalazioni sulla mancanza di un medico stabile: visite saltuarie, ritardi nei risultati degli esami, incertezza sulla disponibilità dei farmaci. Il tema delle sostanze attraversa più di un episodio. Scarciglia segnala la disponibilità di stupefacenti all’interno del carcere e le ricadute che questo produce sulla vita quotidiana della popolazione detenuta. L’associazione richiama, inoltre, la carenza di psicologi, assistenti sociali, mediatori culturali e linguistici. In un istituto con una presenza significativa di detenuti stranieri, questi profili professionali svolgono una funzione essenziale. Il fenomeno non riguarda una popolazione indistinta, sottolinea Scarciglia. Dentro il carcere si concentrano sempre più spesso “persone collocate nelle fasce più fragili della società: stranieri, senza dimora, individui privi di reddito stabile, con reti familiari deboli o assenti, segnati da povertà materiale, dipendenze, isolamento linguistico e culturale”. Milano. “Bambini senza sbarre”, conferenza internazionale sul destino dei figli dei detenuti La Repubblica, 9 giugno 2026 Il problema riguarda 100mila ragazzini italiani; 2,4 milioni nell’UR e 23.5 milioni in tutto il mondo. L’incontro, il prossimo12 giugno nella Sala Alessi di Palazzo Marino, sotto l’egida dell’Unione Europea. Il tema è assai importante, per molti aspetti decisivo: come costruire ecosistemi olistici per i bambini con un genitore in carcere; in altre parole, come far prevalere un approccio che valorizzi l’interazione molto complessa tra le persone e l’ambiente circostante. Per ragionare su tutto questo, il prossimo 12 giugno, a Milano, nella Sala Alessi di Palazzo Marino, si terrà la 18ª Conferenza Internazionale Cope (Children of Prisoners Europe), promossa e organizzata da Bambini Senza Sbarre ETS,sotto l’egida dell’Unione Europea, ospitata in Italia dopo Berlino, Amsterdam, Lisbona, Malta, Edimburgo, Zagabria, Oslo, Zagabria, Parigi e altre città europee. Istituzioni UE e 45 Ong di 32 Paesi europei. L’evento quest’anno accoglie una platea di rappresentanti istituzionali, del Consiglio d’Europa, di circa 45 ONG di 32 paesi europei ed extra europei,dall’Estonia all’India, dalla Polonia agli Stati Uniti, dal Portogallo al Regno Unito. (traduzione simultanea inglese-italiano, italiano-inglese). Vanno costruiti collegamenti tra organismi pubblici, ONG, agenzie educative. In questa prospettiva la Conferenza desidera incoraggiare i partecipanti a superare le barriere culturali, i cosiddetti “silos”, e costruire collegamenti concreti tra istituzioni, ONG, agenzie educative che coinvolgano genitori detenuti, figli e famiglie, promuovendo politiche e servizi verso una visione educativa circolare e intersettoriale, dunque olistica. 100mila ragazzi con genitori detenuti in Italia; 2,4 in UE e 23,5 milioni nel mondo. L’obiettibo, attraverso la successione degli interventi, sarà quello di rappresentare la pluralità di tutti i soggetti oggi coinvolti nella complessa realtà di questo particolare gruppo sociale, così a rischio di emarginazione, discriminazione e stigma, in Italia composto da 100mila figli di genitori detenuti, 2,4 milioni in Europa, oltre 23,5 milioni nel mondo. Varese. Reinserimento dei detenuti, a Villa Recalcati un incontro su dignità, lavoro e inclusione varesenews.it, 9 giugno 2026 La Camera Penale di Varese promuove il convegno “Uno sguardo oltre le sbarre”. Istituzioni, magistrati, amministrazione penitenziaria, imprese ed ex detenuti a confronto sul valore rieducativo della pena e sulle opportunità di reinserimento sociale e lavorativo. Si terrà venerdì 12 giugno, dalle 15 alle 18, nella sede di Villa Recalcati, l’incontro pubblico dal titolo “Uno sguardo oltre le sbarre - L’espiazione della pena tra dignità umana e reinserimento”, promosso dalla Camera Penale di Varese con il patrocinio della Provincia di Varese. L’appuntamento nasce con l’obiettivo di approfondire il tema del reinserimento sociale e lavorativo delle persone detenute, ponendo al centro il ruolo del carcere non soltanto come luogo di espiazione della pena, ma anche come occasione di recupero, responsabilizzazione e inclusione. Attraverso il confronto tra rappresentanti delle istituzioni, amministrazione penitenziaria, mondo imprenditoriale, terzo settore e testimonianze dirette, il convegno offrirà una riflessione sulle sfide e sulle opportunità concrete legate alla funzione rieducativa della pena prevista dall’articolo 27 della Costituzione. Al centro del dibattito vi saranno temi come il lavoro, la formazione professionale e il reinserimento nella società come strumenti fondamentali per ridurre il rischio di recidiva. I lavori saranno aperti dal prefetto di Varese, Salvatore Pasquariello, promotore del Protocollo d’intesa per il reinserimento sociale e lavorativo delle persone detenute sottoscritto nel luglio 2024 da istituzioni, enti pubblici, organizzazioni sindacali, associazioni di categoria, terzo settore, istituti penitenziari e Ufficio di esecuzione penale esterna. Il protocollo punta a costruire una rete territoriale stabile capace di favorire percorsi formativi e opportunità occupazionali per detenuti, ex detenuti e persone sottoposte a misure alternative, coinvolgendo il tessuto produttivo locale. Tra i relatori figurano Antonio Minunzio, Massimo Parisi, Fabrizio Rinaldi e David Maria Riboldi, fondatore della Cooperativa Sociale “La Valle di Ezechiele”, realtà impegnata da anni nell’accompagnamento e nel reinserimento delle persone detenute. Interverrà inoltre l’Associazione Nessuno Tocchi Caino, da oltre trent’anni attiva nella tutela dei diritti delle persone private della libertà personale e nella promozione di una giustizia rispettosa della dignità umana e dei principi costituzionali. Particolarmente significativa sarà anche la testimonianza di Marco Sorbara, vittima di una vicenda di ingiusta detenzione, che porterà la propria esperienza personale. L’incontro vedrà inoltre la partecipazione di imprenditori del territorio che hanno scelto di investire concretamente nel reinserimento lavorativo dei detenuti e di persone che, una volta terminata la pena, hanno completato con successo il proprio percorso di reintegrazione sociale e professionale. Nel presentare l’iniziativa, la Prefettura di Varese ha sottolineato l’importanza di un confronto aperto alla cittadinanza su un tema che coinvolge l’intera comunità. “Parlare di reinserimento - evidenzia il prefetto Pasquariello - significa interrogarsi sulla capacità delle istituzioni e della società civile di trasformare la pena in un’occasione di responsabilizzazione e cambiamento, nella convinzione che una pena orientata al recupero della persona rappresenti un investimento in sicurezza, legalità e coesione sociale”. Padova. Teatrocarcere Due Palazzi: sul palco, la riconciliazione di Lodovica Vendemiati difesapopolo.it, 9 giugno 2026 Si aggiunge un tassello importante al progetto Teatrocarcere Due Palazzi attivo dal 2005 con la direzione artistica di Maria Cinzia Zanellato e sostenuto dall’Associazione universale Sant’Antonio. Lunedì 8 giugno infatti, alle 20.45 presso il collegio universitario Gregorianum (via Proust 10 a Padova) è stato presentato in anteprima il docufilm Babele. Sentiero di speranza, di Sara Vannicola e Agostino Nalon, girato durante la residenza della compagnia Due Palazzi e collegio Gregorianum nel monastero di Cellole a San Gimignano nell’aprile 2025. “Il docufilm - spiega Maria Cinzia Zanellato - racconta in modo attento e approfondito il percorso del progetto Teatrocarcere insieme al collegio universitario e lo fa attraverso le testimonianze degli studenti e delle persone detenute che sono interpreti dello spettacolo teatrale Babele. Il percorso all’interno del collegio è nato a seguito della morte di Giulia Cecchettin: i ragazzi del Gregorianum erano amici di Giulia e Filippo Turetta, frequentavano le stesse facoltà ed erano rimasti particolarmente traumatizzati dall’evento. Don Giulio Osto, al tempo assistente spirituale al Gregorianum, ha avuto un’intuizione, di non lasciare cioè i ragazzi da soli, ma di fare un percorso sulla giustizia riparativa con anche un’entrata in carcere”. Nasce così “Settanta volte sette? Pena, giustizia, perdono”, un cammino pensato per offrire ai giovani strumenti di conoscenza e occasioni di riflessione su un tema difficile, ma decisivo per la convivenza civile. Articolato in più incontri, il filo conduttore era l’ascolto di testimoni diretti del mondo della giustizia e del carcere. Ogni appuntamento ha rappresentato un momento di incontro reale, in cui le storie personali hanno saputo aprire spazi di dialogo e di confronto. Il passo successivo è stato naturale: dall’ascolto delle testimonianze all’impegno concreto. “Un gruppetto di ragazzi infatti - continua la Zanellato - ha scelto di mettersi in gioco in prima persona, accogliendo l’invito a collaborare come volontari con il progetto Teatrocarcere Due Palazzi. I giovani si sono così recati settimanalmente in carcere per lavorare, insieme alle persone detenute, alla preparazione dello spettacolo Dalla Babele alla Città Celeste. Prima di affrontare il palco vero e proprio, mettendo in scena lo spettacolo a settembre 2025 a Torreglia dando così alla comunità un aiuto per ricostituirsi e ritrovarsi, abbiamo pensato di trascorrere alcuni giorni in un monastero. Lì abbiamo lavorato su due piani: quello di stabilire delle relazioni di amicizia, di fiducia e quello di approfondire il tema della giustizia, del concetto di misericordia proprio. Lo spettacolo diventava così testimonianza di un percorso di incontro fra il mondo chiuso del carcere e il mondo aperto, vitale, giovane del collegio”. Il docufilm racconta proprio questo: c’è la testimonianza dei detenuti che dimostrano che investendo su un carcere civile, un carcere che è luogo rieducativo, poi i frutti germogliano. Ma ci sono anche le profonde testimonianze degli studenti che mettono in evidenza il senso di accoglienza, di apertura, di speranza che questa esperienza ha lasciato dentro ciascuno di loro. Il confronto fra questi due mondi è stato preziosissimo. “Ci sono delle riflessioni molto belle sul rapporto tra luce e buio - afferma Zanellato - Trapela un senso di accoglienza della diversità, un atteggiamento di speranza e di tensione verso in futuro diverso. Quello che ho sentito negli studenti è proprio un voler comprendere, non fermarsi al pregiudizio, mettersi in gioco e capire meglio una realtà così complessa, contraddittoria come può essere il carcere, comprendere e dare una risposta che non sia rispondere al male con il male, dando alle persone detenute un’opportunità, non stigmatizzandole, ma vivendole al di là del reato, come persone che stanno cambiando”. Dopo la visione del docufilm è previsto un dibattito a cura di fratel Emiliano Biadene, priore della comunità monastica di Cellole. Un percorso stimolante per guardare al futuro - Il percorso intrapreso dal Collegio Gregorianum dimostra come vivere l’università possa essere molto più che studio e ricerca: può diventare palestra di vita, luogo in cui i giovani si confrontano con le sfide del presente e imparano a guardare al futuro con uno sguardo più umano e più giusto. Lo spettacolo Dalla Babele alla Città Celeste contiene anche alcuni testi autobiografici scritti dagli stessi detenuti-attori. Catania. Festival della Musica al carcere minorile di Bicocca newsicilia.it, 9 giugno 2026 Protagonisti gli studenti del territorio. Una giornata all’insegna della condivisione, dell’arte e dell’inclusione sociale. Il 3 giugno, all’Istituto Penale per i Minorenni di Bicocca a Catania, si è svolto il festival della musica dal titolo “Libere armonie”, al quale alcune scuole del territorio hanno partecipato per una giornata all’insegna della condivisione, dell’arte e dell’inclusione sociale. Tra i protagonisti dell’evento anche la band del Liceo Lombardo Radice, composta da sei studenti, che ha portato sul palco entusiasmo, talento e sensibilità. La manifestazione ha rappresentato un importante momento di incontro tra realtà scolastiche diverse e i giovani ospiti dell’istituto, dimostrando come la musica possa diventare uno strumento di dialogo e crescita personale. Nel corso della giornata si sono alternate le esibizioni delle varie scuole partecipanti, offrendo al pubblico un repertorio ricco e variegato. La band del Liceo Lombardo Radice ha proposto due brani particolarmente significativi: Come un pittore dei Modà e Alleluia, suscitando interesse e partecipazione e contribuendo a creare un clima di ascolto e di condivisione tra tutti i presenti. Per i sei componenti del gruppo l’esperienza è stata particolarmente emozionante, perché esibirsi in un contesto così speciale ha permesso loro di comprendere il valore sociale della musica e l’importanza di iniziative che favoriscono l’incontro tra giovani provenienti da percorsi di vita differenti. Il Festival della Musica presso il carcere minorile di Bicocca si è confermato come un’occasione preziosa per promuovere cultura, inclusione e partecipazione e la presenza delle scuole del territorio ha reso la giornata un esempio concreto di collaborazione educativa, capace di trasmettere messaggi di speranza, rispetto e cittadinanza attiva. Per quanto sperimentato il ringraziamento va altresì alla direttrice dell’Istituto Penale minorile di Catania, dott.ssa Maria Covato, e al preside del nostro Liceo, prof. Gianluca Rapisarda, per aver ha accolto con gioia e entusiasmo l’invito a partecipare a tale iniziativa. Rovigo. La federazione basket del Veneto ha avviato un progetto col carcere minorile di Cristiano Aggio lapiazzaweb.it, 9 giugno 2026 Un progetto di inclusione, crescita e recupero. Il comitato regionale della Fip (federazione pallacanestro) ha iniziato un progetto sportivo in collaborazione con il nuovo carcere minorile di Rovigo. Un progetto articolato su più appuntamenti che porteranno i tecnici di Fip Veneto a incontrare i giovani ospiti dell’istituto rodigino proponendo una serie di allenamenti e di gare utili all’attività fisica, ma anche alla crescita personale e umana che i valori della pallacanestro riescono a trasmettere. “Quando il delegato di Rovigo, Roberto Altafin, mi ha informato che il carcere minorile di Rovigo aveva chiesto il nostro supporto per organizzare alcuni incontri sportivi dedicati ai ragazzi detenuti, non abbiamo esitato un istante - spiega il presidente di Fip Veneto, Fabio Crivellaro. Ci siamo subito attivati per strutturare e preparare un’attività atipica rispetto ai nostri consueti canali, ma sicuramente dal profondo valore educativo e sociale”. Al progetto, che si avvale della presenza dei due referenti tecnici territoriali Valerio Salvato e Giulia Pegoraro, ha aderito anche un campione del calibro di Denis Marconato, ex atleta della nazionale medaglia d’argento alle olimpiadi, attualmente responsabile tecnico e allenatore delle giovanili del Treviso basket e consigliere di Fip Veneto. Un progetto importante per il territorio rodigino, come sottolinea il delegato Fip di Rovigo, Roberto Altafin. “Fin dalla prima riunione che abbiamo fatto tra federazioni del territorio con il responsabile attività dell’istituto carcerario minorile, Eliseo Secli, mi son sentito qualcosa dentro, e già pensavo come poter essere utile ai ragazzi - dice Altafin. Così, al termine della riunione ho contattato il presidente regionale Fabio Crivellaro per condividere l’opportunità e l’idea per trasformare in realtà queste idee. Il presidente si è dimostrato subito entusiasta ed insieme abbiamo sviluppato il progetto, tra l’attività da svolgere e lo staff da coinvolgere. Siamo tornati in istituto per esporre il progetto alla direttrice e i suoi collaboratori e devo dire che è stato un momento molto emozionante a livello umano. È stata un’esperienza fantastica a livello personale e di federazione, una vittoria dello sport e dell’integrazione”. Le lettere dal carcere di Vittorio Foa, parole di libertà e di partecipazione di Carla Piro Mander Corriere della Sera, 9 giugno 2026 Torinese, il 15 maggio 1935 viene arrestato su delazione per attività clandestina con il Partito d’azione. Rinchiuso nella sua cella, scrivendo ai genitori, riflette sulla disumanità della condizione in cui si trova. Disse di lui Giorgio Napolitano: “È stato senza alcun dubbio una delle figure di maggiore integrità e spessore intellettuale e morale della politica e del sindacalismo italiano del Novecento”. Che Vittorio Foa fosse una mente eccezionale lo rivelavano già le lettere dal carcere, poi raccolte nel 1949 della rivista Il Ponte. Dal carcere, scrivendo ai genitori, riflette sulla disumanità della condizione in cui si trova. “L’aspetto principale dell’alterazione psicologica del recluso riguarda, secondo me, la sua sensazione del tempo, sensazione che condiziona tutte le altre ed ha conseguenze serie, che investono a fondo l’intero sistema punitivo. A partire dal quarto o dal quinto anno di reclusione, coll’attutirsi dei ricordi di azione e col meccanizzarsi di ogni movimento, il tempo si vuota e si fa geometrico e spaziale. Si ripensa il passato o ci si rappresenta ii futuro come in una esteriore contemplazione priva di legami colla volontà ormai assente. La stessa lettura finisce col fornire una serie di schemi allineati ed inerti, soprattutto quando non è concesso di scrivere e di raccogliersi: in carcere non ci si fa una cultura”. Foa però il germe della cultura politica lo ha in sé, innato e tenace. Antifascista fin da giovane, protagonista della Resistenza, poi membro dell’assemblea Costituente, è destinato a diventare una delle figure più autorevoli della sinistra democratica italiana del Novecento con un peso politico che non deriverà da incarichi di governo, quanto dalla sua influenza culturale e morale nel dibattito pubblico. Ancora dai giorni del carcere: “La coscienza dei tempi è forse immatura per una riforma nel senso di una abolizione totale delle pene detentive, ma si rifletta che le privazioni materiali del carcere sono poca cosa o comunque cosa alla quale l’organismo umano si adatta con facilità. ma che il peso reale della detenzione consiste solo nel progressivo svanire della volontà col decorso del tempo”. È la volontà il principale strumento per la costruzione di una società più giusta, Foa ne teme l’affievolirsi. Ma sente già, a poco più di vent’anni, che la reclusione non può fermare l’aspirazione a coniugare idee di libertà, uguaglianza e partecipazione: più stretta è la costrizione, più forte la sua determinazione. “La reclusione - scrive - non serve per i delitti politici. Il recluso politico diventa, per forza di cose, sempre più acerbo avversario dello Stato che lo perseguita. L’unica pena giustificabile in materia politica è quella di morte. Anche ergastolo è sconsigliabile perché difficilmente la classe dominante potrebbe, in certi momenti, esimersi da ostentazioni di clemenza con indulti ed amnistie e si ricadrebbe perciò nel caso delle pene temporanee che non fanno che rendere più irriducibili gli avversari”. Torino è il fulcro del suo pensare, “di tutta la sua esperienza” dirà di lui Pietro Marcenaro, compagno di molte battaglie politiche e sindacali. “La Torino del liceo classico D’azeglio, prolifica culla di grandi intellettuali. La Torino azionista, antifascista, quella di Bobbio e Galante Garrone, di Gobetti e Ginzburg. Poi la Torino delle fabbriche, delle grandi lotte sindacali. Ma anche la Torino delle montagne, a recuperare le energie, fisiche, morali e intellettuali”. Foa resta in carcere fino ad agosto 1943. Padre costituente, deputato socialista per tre legislature, nel 1955 diventa segretario nazionale della Fiom per passare, alla morte di Giuseppe Di Vittorio, alla segreteria della Cgil. E in qualità di segretario, nel 1955, scrive a Nenni, inviando quelle che definisce “alcune considerazioni alla buona” su Torino: “Nelle fabbriche torinesi e in particolare alla Fiat vi è un grande problema che riflette di se tutti gli altri e che bisogna affrontare in tutta la sua chiarezza, quello dll difesa della libertà e dei diritti costituzionali. Una offensiva senza precedenti tende a ripristinare nelle fabbriche il clima che fu del fascismo. L’intimidazione, il ricatto, la rappresaglia, sono armi quotidiane e sistematiche contro chi si attenti a mostrare di avere un pensiero proprio, una volontà autonoma. Gli operai sono costretti alle loro macchine come automi, impossibilitati di dire, anche negli intervalli, una sola parola che abbia significato di classe” (Archivio storico Senato). Così ne scriveva, ancora a Nenni, che gli chiedeva cosa fosse rimasto del giolittismo subalpino. “Del giolittismo era caratteristica una fiducia della borghesia nelle proprie capacità espansive e quindi una disposizione positiva, anche se intrisa di paternalismo ed ipocrisia verso l’organizzazione operaia da un lato e verso la liquidazione del potere agricolo nelle campagne. Il protezionismo giolittiano non era per la borghesia industriale una semplice misura difensiva, al contrario era una base di partenza per una politica autonoma. Con la monopolizzazione della vita economica questo slancio fiducioso della borghesia industriale è andato an mano riducendosi anche se, bisogna riconoscerlo, a Torino, la resistenza al fascismo (che dell’accentuazione monopolistica è stato strumento preminente) è stata più viva che in altri centri industriali. Il monopolio si è affermato, ha stabilito i suoi rapporti con lo Stato, ha modificato l’atteggiamento aperto verso le masse popolari in un atteggiamento ostile, ha saldato i suoi legami colla parte più retriva del patronato agrario. Quel che resta del giolittismo a Torino è piuttosto evanescente”. Una vita a sinistra, che - come diceva lui - vuol dire agire per sé e anche per gli altri, e senza ripensamenti. “Se avesse vinto lei - ribatté un giorno a Giorgio Pisanò, del Msi - io sarei ancora in prigione. Avendo vinto io, lei è senatore della Repubblica e parla qui con me”. Una riforma costruita sulla sfiducia verso gli elettori e il Parlamento di Andrea Pugiotto L’Unità, 9 giugno 2026 Le democrazie raramente muoiono per mano dei loro avversari, si consumano dall’interno. E i Parlamenti, quasi sempre, muoiono per suicidio. Le leggi elettorali scritte contro la rappresentanza non aiutano a salvarli. 1. Tecnicamente, la legge elettorale è il meccanismo che trasforma i voti in seggi. Costituzionalmente, è molto di più: è la democrazia che si organizza. Da essa dipendono la composizione delle Camere, la consistenza delle maggioranze parlamentari, la formazione del Governo, la qualità della rappresentanza politica. Nessun’altra legge ordinaria incide con uguale intensità sulla forma di governo e, prima ancora, sul rapporto tra cittadini e istituzioni. Non sorprende, allora, che la legislazione elettorale abbia progressivamente acquisito uno speciale statuto costituzionale. È vero che la Costituzione non impone uno specifico sistema di voto, affidandone la scelta alla discrezionalità del legislatore. Ma discrezionalità non significa arbitrio. 2. La giurisprudenza costituzionale ha individuato alcuni punti fermi. Anzitutto, la legge elettorale è primariamente destinata ad assicurare la rappresentatività del Parlamento. La governabilità è un obiettivo costituzionalmente legittimo, ma non autosufficiente: non può, dunque, divorare la rappresentanza. In secondo luogo, l’eguaglianza del voto non impone una perfetta corrispondenza tra voti e seggi. Esige però che le eventuali distorsioni siano ragionevoli, proporzionate e non arbitrarie. Infine, il rapporto tra elettore ed eletto non può essere interamente assorbito dalle segreterie di partito. Le Camere non possono diventare assemblee di nominati. Il voto di preferenza non è costituzionalizzato, ma l’elettore deve conservare un’effettiva capacità di incidere sulla selezione dei propri rappresentanti. 3. Alla luce di queste invarianti, la proposta oggi all’esame del Parlamento si espone a più di una censura. Il premio di governabilità altera oltremisura il rapporto tra voti e seggi. L’elezione automatica dei candidati nelle liste destinate al premio accentua il peso dei vertici di partito. Il meccanismo che collega l’attribuzione del premio al superamento di una medesima soglia in entrambe le Camere contraddice la loro autonomia costituzionale. I voti espressi in Valle d’Aosta e Trentino Alto Adige non concorrono alle cifre elettorali nazionali utili per soglie e premio, violando l’eguaglianza del voto. Le liste bloccate confermano la diffidenza verso ogni forma di selezione degli eletti da parte degli elettori. L’indicazione obbligatoria del candidato premier urta con le prerogative del Capo dello Stato. Su questi aspetti molto si discute. Di mio, vorrei aggiungere alcune considerazioni meno frequentate nel dibattito in corso. 4. In Italia le leggi elettorali sembrano ormai avere una durata inferiore a quella dei Parlamenti chiamati ad applicarle. Nei primi quarantacinque anni di vita repubblicana, la regola proporzionale non è mai stata realmente messa in discussione. Per superarne il dogma fu necessario l’intervento di un fattore extraparlamentare: il referendum elettorale del 18 aprile 1993. Da allora, lo scenario si è rovesciato. Mattarellum, Porcellum, Italicum, Rosatellum e ora Stabilicum: una sequenza impressionante di riforme, quasi sempre approvate dalla maggioranza del momento e quasi sempre a ridosso dell’appuntamento elettorale. Da vettore di innovazione, la riforma elettorale si è così trasformata in strumento di conservazione: serve a preservare la maggioranza uscente o a ostacolare quella entrante. Un’alchimia che si rinnova nell’interesse di parte, non dell’ordinamento. Di più. Questa riforma sembra nascere da un postulato: l’inevitabilità di un futuro pareggio elettorale. Tutta la costruzione del premio di governabilità mira a scongiurarlo. Ma è una premessa fondata sui sondaggi di oggi, non sui voti di domani. Come se le preferenze degli elettori fossero ormai cristallizzate. Come se non esistessero più campagne elettorali. Come se la politica avesse rinunciato a modificare gli orientamenti dell’opinione pubblica. Come se il Parlamento fosse incapace, in assenza di un risultato maggioritario, di svolgere la funzione che la Costituzione gli assegna: costruire maggioranze politiche. C’è un tratto di sfiducia che percorre l’intero impianto della riforma. Sfiducia verso gli elettori, verso i partiti e, in definitiva, verso il Parlamento stesso. Nel contempo, si sovrastimano le virtù taumaturgiche di regole elettorali che i partiti - come in passato - sono sempre in grado di aggirare, distorcendone gli effetti desiderati. 5. C’è poi l’elefante nella stanza che tutti fingono di non vedere: il non voto. Le ultime elezioni politiche hanno registrato l’astensionismo più alto della storia repubblicana. Più di un elettore su tre non si è recato alle urne. Con le schede bianche e nulle, ci si avvicina al 40%. Ebbene, premi di maggioranza, candidati nominati e compressione della rappresentanza assumono un significato molto diverso se applicati a un corpo elettorale sempre più ridotto. Una forza politica che ottenesse il 42% dei voti validi potrebbe rappresentare una quota assai inferiore degli aventi diritto. Se a ciò si aggiunge un premio in seggi, la forbice tra consenso effettivo e forza parlamentare si allarga ulteriormente. Non è in gioco soltanto la legittimazione politica delle nuove Camere. È in gioco l’idea stessa di rappresentanza. Se ciò che rileva, nel misurare la costituzionalità della regola elettorale, è “il grado di distorsione in concreto prodotto” (sentt. n. 15 e 16/2008), come si può escludere il non voto tra i fattori che amplificano tale distorsione? 6. L’ultima considerazione è la più allarmante. Attiene all’assenza di efficaci rimedi a norme elettorali incostituzionali. Il rinvio della legge alle Camere da parte del Presidente della Repubblica è una soluzione che incontra un ostacolo istituzionale. Trasferisce sul Quirinale una responsabilità interamente politica, esponendo il Capo dello Stato a critiche inevitabili, quale che sia la sua decisione: promulgazione o rinvio. Poco male, si dirà: entrata in vigore la legge elettorale, sarà la Consulta a rimediare alla sua incostituzionalità. Qui si annida un secondo equivoco, perché la giustizia costituzionale in materia elettorale opera entro limiti molto stringenti. Se la Corte interviene dopo le elezioni, il risultato elettorale resta intatto. È accaduto con il Porcellum (sent. n. 1/2014). La legge è stata dichiarata incostituzionale, ma il Parlamento eletto sulla sua base ha continuato legittimamente a esercitare le proprie funzioni. Se la Corte interviene prima delle elezioni, incontra un vincolo diverso. Non può eliminare integralmente la legge elettorale, perché le Camere devono poter essere rinnovate in ogni momento. Dovrà quindi manipolare la disciplina esistente, conservandone una parte idonea a renderla immediatamente applicabile. È accaduto con l’Italicum (sent. n. 35/2017). In ogni caso, il controllo di costituzionalità rischia di essere insufficiente. Se arriva dopo le elezioni, arriva troppo tardi. Se arriva prima, è incatenato al materiale normativo della legge sindacata. 7. Il problema, allora, non può essere scaricato sul Quirinale o sulla Consulta. La sede nella quale contrastare una cattiva legge elettorale resta il Parlamento. È lì che dovrebbe svilupparsi una battaglia politica e culturale contro una riforma costruita sulla sfiducia verso la rappresentanza parlamentare e in nome di una governabilità über alles. Trasformare i parlamentari in soldatini di piombo nelle mani dei capi di partito. Ridurre a nulla il potere di scelta degli elettori. Accentuare la distanza tra rappresentanti e rappresentati mentre cresce l’astensionismo. Eludere la conta dell’autentico consenso dei singoli partiti. Tutto questo non rafforza il Parlamento. Semmai, ne accelera il declino. Esiste una lezione che la storia insegna con chiarezza e che spero - per noi e per loro - sia nota a deputati e senatori. Le democrazie raramente muoiono per mano dei loro avversari. Più spesso si consumano dall’interno. E i Parlamenti, quasi sempre, muoiono per suicidio. Le leggi elettorali scritte contro la rappresentanza difficilmente aiutano a salvarli. Una “Civil Week per la Pace”. Partendo da noi stessi creiamo ponti tra i popoli di Paolo Petracca* Corriere della Sera, 9 giugno 2026 In una epoca di delegittimazione dell’Onu e attacco all’Europa come continente di pace, immaginare che enti locali e società civile si alleino per costruire ponti e dialoghi tra i popoli dal basso può sembrare irenico o irrilevante ma forse è il modo migliore di immaginare il futuro. Perché ci ostiniamo a parlare di pace? Perché usare un linguaggio disarmato aiuta tutti a vivere e a convivere meglio. La sola pratica di riconversione del nostro parlare e scrivere può cambiare sensibilmente le cose. Può portarci a comprendere che quella della pace è prima di tutto una scelta personale, è il quotidiano tentativo di essere esseri umani migliori, di alimentare le nostre più profonde convinzioni ovvero il desiderio di esprimere solidarietà e fraternità, di dialogare, di essere corretti e rispettosi dell’umanità dell’altro anche nel conflitto tra parti ed interessi differenti. Se poi ci si mette, anche in pochi alla volta, a parlare di pace e a pensarla insieme quell’arricchente condivisione tra diversi può far scaturire una prospettiva politica ed una visione del mondo. Anche le politiche degli enti locali e delle regioni possono essere costruttrici di pace semplicemente facendo bene il proprio compito e ispirandosi a Giorgio La Pira, primo cittadino di Firenze tra il 1951 e il 1965, quando diceva che un buon Sindaco si deve occupare delle case per la gente nei quartieri popolari, dei lampioni del ponte Vecchio e della pace nel mondo. In questo momento drammatico di crescita delle disuguaglianze e di “Terza guerra mondiale a pezzi” il pensiero e l’esempio di La Pira con il suo “spes contra spem” (che traduco liberamente sperare contro ogni assenza di speranza) è quanto mai necessario. In un’epoca di delegittimazione dell’Onu, di attacco all’Europa come continente di pace, di conflitti armati in cui muoiono decine di migliaia di civili, immaginare che enti locali e società civile si alleino per costruire ponti e dialoghi tra i popoli dal basso può sembrare irenico o irrilevante ma forse è il modo migliore di immaginare il futuro. Leone dopo Francesco ha costantemente indicato nell’ultimo anno (ed anche nella sua prima enciclica sociale, data alle stampe pochi giorni fa) la via della pace disarmata e disarmante. Una pace fatta di nonviolenza attiva, di ricerca spirituale. La sfida di realizzare a Milano una conferenza delle città per la pace deve fondarsi su una forte volontà di tutte le forze vive e delle istituzioni (laiche e religiose), sulla collaborazione dei Comuni e delle istituzioni milanesi e lombarde, sul far crescere la cooperazione decentrata, su programmi speciali per le scuole e per le comunità (come, ad esempio, una grande Civil Week per la Pace). Solo con grande volontà di collaborazione, con grande capacità di dialogo e mossi da convinzioni profonde si può vivere e costruire la pace. *Presidente Persona e Comunità Affogati o bruciati: l’acque o il fuoco, così muoiono i migranti di Antonio Maria Mira Avvenire, 9 giugno 2026 Il fuoco e l’acqua. Comunque la morte. Lo scorso 1 giugno 4 braccianti immigrati vengono bruciati vivi dai caporali ad Amendolara. Dopo appena sei giorni, domenica scorsa, 11 migranti muoiono nell’ennesimo naufragio nel Mediterraneo. Tutte vittime di un sistema che non le tratta come “persone con dignità, risorse e sogni, che hanno diritto a essere trattate con rispetto e chiedono di poter diventare parte attiva delle società che le accolgono”. Così Papa Leone XIV definisce i migranti nell’Enciclica “Magnifica humanitas”, “un banco di prova decisivo per la giustizia sociale”, scrive. Due prove fallite in pochi giorni. Con le quattro vittime dello sfruttamento, di caporalato e di padronato, che li considera schiavi o poco più, vite da spremere fino a negare la vita. Vite da dimenticare, da ridurre solo a mani che raccolgono per ore nei campi, senza dignità e senza diritti. Non era quello che speravano quando, sono sempre parole del Papa, sono stati “costretti a spostarsi a causa della povertà, della violenza, dei cambiamenti climatici e dei disastri ambientali”. Come gli undici affogati tra Libia, Malta e Italia. Numeri che si aggiungono a un mortale e interminabile elenco. Il Governo rivendica il forte calo degli sbarchi. È vero, gli arrivi in Italia sono dimezzati, passando da 23.662 del 2025 agli 11.918. Ma a che prezzo? Sia l’Oim che l’Unhcr, entrami organismi dell’Onu, segnalano che i morti nel Mediterraneo centrale nei primi cinque mesi dell’anno sono stati 821, con una crescita di più del 150% rispetto allo stesso periodo del 2025. Il dato più alto per questo periodo dell’anno dal 2014. E si tratta di quelli ufficiali perché, come abbiamo già scritto più volte, all’appello mancano i circa mille dispersi provocati dal tifone Harry, i cui cadaveri il mare ogni tanto ci riconsegna. Questa volta, come tante altre volte, è toccato ai marinai della nostra Guardia costiera recuperare i 11 cadaveri per accompagnarli a una degna sepoltura. Già, degna, almeno questa. Perché degna non è stata certo la morte, né il viaggio che l’ha preceduta, intriso di quelle violenze e sopraffazioni che Avvenire, citando documenti dell’Onu, ha più volte denunciato. Eppure, sono sempre dati dell’Oim, nello stesso periodo, i migranti intercettati in mare e riportati in Libia sono stati 6.070, tra i quali 430 donne e109 bambini. Per finire poi nuovamente nei “lager” delle varie milizie. L’acqua e il fuoco nella tradizione cristiana accompagnano le persone nel proprio cammino, dall’iniziazione del Battesimo ai successivi sacramenti. Sono segni di vita e giustamente, perché essenziali per la nostra vita. Per i nostri fratelli migranti sono invece molto spesso strumenti di morte. Le migliaia di affogati nei viaggi della speranza. Le decine di bruciati nelle loro baracche nei ghetti di tante regioni, unica risposta che l’Italia è capace di offrire a chi, salvato dalle acque, finisce poi tra le fiamme di tuguri di plastica e cartone. Affogano uomini, donne e bambini. Bruciano uomini, donne e bambini. Ma di loro non si parla, o parla pochissimo. Mentre si parla di “remigrazione”, di deportazione di migranti in altri Paesi, di Cpr da costruire in ogni regione, spendendo decine di milioni, quando ben 200 milioni del Pnrr destinati al superamento dei ghetti sono andati persi (se ne spenderanno solo 25). Giovedì Papa Leone sarà nelle isole Canarie, prima linea dei viaggi della speranza e delle drammatiche morti. Incontrerà i migranti e chi li accoglie e dirà parole importanti come ha fatto già più volte. Ne ricordiamo solo alcune. “Si stanno adottando misure sempre più disumane - persino politicamente celebrate - per trattare questi “indesiderabili” come se fossero spazzatura e non esseri umani”“. Una “spazzatura” che può bruciare o andare a fondo in un mare in tempesta. “Tante vittime, - e fra loro quante madri, e quanti bambini! - dalle profondità del Mare nostrum gridano non solo al cielo, ma ai nostri cuori”, è l’appello del Papa. “Al primo posto, sempre, la dignità umana!”. Dignità che nei campi e in mare viene ogni giorno calpestata. Gli schiavi traditi del decreto flussi e la fabbrica di fantasmi dell’Agro Pontino di Goffredo Buccini Corriere della Sera, 9 giugno 2026 Gli immigrati indiani pagano ai mediatori fino a 18 mila euro, poi il lavoro sparisce. L’appuntamento, un po’ carbonaro, è in un brutto bar sulla statale 148 Pontina: sedie e hamburger di plastica, famiglie e ragazzini urlanti. L’indiano ventisettenne che ho davanti e che chiamerò Gill Singh cerca in effetti di sparire nella folla: si è dato alla macchia da due giorni. “Sappiamo dove stanno tua madre e le tue sorelle in Punjab”, gli hanno detto i caporali all’ultima minaccia. Lui ha mollato la baracca a Pontinia dove per sette mesi è rimasto imprigionato dal “padrone” a fare il muratore, “sgobbando dalle cinque di mattina alle undici di sera, vitto e alloggio gratis ma zero paga: mi diceva che ero ancora in debito, dovevo ristrutturargli casa”. E s’è nascosto in un altro piccolo centro in provincia di Latina, protetto da una rete informale. Con quattordici ex schiavi in fuga come lui si prepara - evento inusitato - a denunciare il suo sfruttatore, un indiano che abita a Pontinia da oltre trent’anni e s’è fatto ricco sulla loro pelle, “due case a Priverno, due a San Felice Circeo e quattro macchine di lusso”. “Magari, se firmano in tanti, li prenderanno sul serio”, mormora Marco Omizzolo, sociologo militante e da lungo tempo anima d’ogni movimento di emancipazione dei braccianti Sikh. Sicché questa è una storia di vittime e carnefici, sì, di caporalato e padronato, certo. Ma è anche la storia di una filiera: una fabbrica di fantasmi, potremmo chiamarla, nella quale noi italiani abbiamo il ruolo principale benché meno esposto (“i veri invisibili sono i padroni”, ha scritto l’altro giorno Francesco Riccardi su Avvenire). Gill è entrato qui ad aprile 2023 sulla base del “decreto flussi”, parla ancora male e il suo amico Mandeep traduce per lui. “La mia famiglia aveva pagato 18 mila euro al mediatore indiano, parte vendendo i gioielli di mia madre e la terra e parte a debito: pacchetto completo, lavoro assicurato. Arrivo a Fiumicino e da lì mi portano a Latina Scalo, abito in una casa con altri dieci come me, pago 200 euro al mese di affitto, doccia esclusa. Il caporale mi ha mandato a lavorare dopo due giorni, ma non nella stessa azienda, quella era sparita. Raccolgo kiwi a Latina, poi a Cisterna, senza contratto. Poi, siccome ero un bravo muratore, è cominciato l’ultimo incubo. Ormai ero tutto del padrone”. Gill è una goccia in un fiume limaccioso. Il mercato della speranza - Secondo il quarto rapporto annuale di “Ero Straniero”, realizzato da otto gruppi di tutela dei migranti attraverso accessi civici ai ministeri competenti, sarebbe notevole il gap tra le quote dei decreti flussi e i permessi di soggiorno. Nel 2024, 146.850 contro 24.858: solo 17 su 100 sarebbero cioè riusciti ad avere un regolare titolo di soggiorno in Italia; nel 2025, 181.450 quote da decreto contro 14.349 permessi di soggiorno, con una procedura finalizzata da appena 8 su 100. “Il nodo è la Bossi-Fini”, secondo Omizzolo: “Non è possibile immaginare che migrante e imprenditore stabiliscano un rapporto di lavoro tra loro quando il migrante è ancora a casa sua. Prima c’era lo sponsor. Così diventa invece inevitabile la figura del mediatore: e chi costruisce l’intermediazione del lavoro è il trafficante. Si crea in questo modo la distanza tra i numeri del decreto flussi e quelli dei permessi di soggiorno. Un pezzo criminale del sistema ha capito che può ottenere più dalla tratta che dalla produzione agricola. Se fai l’operazione di Gill con venti come lui ti metti in tasca 360 mila euro. All’azienda italiana, che spesso è fasulla, una semplice “cartiera”, va circa un terzo per non fare nulla tranne che carte false con commercialisti di comodo, che aggirano anche regole più stringenti”. Non vedere la mano delle varie mafie nostrane in questi giochi di prestigio vuol dire bendarsi gli occhi. Dove i controlli non arrivano Daniela Pompei, responsabile di Sant’Egidio per le migrazioni, ricorda decine di senegalesi incontrati a maggio a Borgo Mezzanone, il maggiore ghetto europeo, nel Foggiano: “Erano appena arrivati col decreto flussi e il visto D, da stagionali: avevano pagato seimila euro ai mediatori ma non avevano più trovato la ditta qui da noi. Li abbiamo ospitati alla Caritas. Sì, mancano i controlli. E poi il sistema ha fame di manodopera. E si sfama… anche a costo di rendere illegale chi arriva”. Insomma, sarà persino suggestiva l’idea del sequestro preventivo contro le aziende che sfruttano i lavoratori, ma può non essere facilissima da applicare se, come emerge da dati di fonte sindacale, nel 2025 l’Ispettorato Nazionale del Lavoro ha registrato in tutta la Calabria solo due casi di “caporalato o sfruttamento di lavoratori maschi in agricoltura ai sensi dell’articolo 603-bis del Codice penale”. Certo, in una regione dove i lavoratori agricoli irregolari sono undici o dodicimila, la distinzione tra lavoro nero e sfruttamento/caporalato penalmente rilevante può essere alquanto sottile. Ma parlare di controlli mancanti può rivelarsi addirittura eufemistico. I sotterrati e le élite - C’è tuttavia chi si ostina. Omizzolo, nel suo corso alla Sapienza sulla socio-politologia delle migrazioni, porta “i sotterrati verso le élite”: mette in cattedra i braccianti a parlare con gli studenti. Mandeep, 38 anni, l’amico traduttore di Gill, è uno di questi. Uno che s’è salvato. Arrivato nel 2017 da Nuova Delhi col decreto flussi di allora, pure lui finito in un buco nero di truffe, minacce, clandestinità forzata. Suo padre sborsa diecimila euro (“prezzo di mercato”, gli dicono i caporali), per il suo permesso stagionale e per la sua conversione in lavoro subordinato, ma è sempre tutto fasullo, buste paga taroccate, tutto orchestrato da padroncini italiani in combutta con un pezzo grosso della comunità sikh di Velletri (“ero talmente nauseato che mi sono allontanato dalla mia religione”, dice adesso Mandeep). Dopo anni di lavoro nero, la risalita, lo studio dell’italiano, un impiego da mediatore culturale. Chiedo: “Perché dopo tanto tempo continuate ad abboccare all’esca dei caporali? “Perché anche se ce la fa solo uno su cento, beh, quella è la speranza”. “E anche perché è dei caporali la narrazione prevalente che arriva in India: venite in Italia e vi farete la Maserati”, sostiene Omizzolo che lavora invece alla controstoria. Gli indiani si fidano di lui che, ancora ragazzo, se n’è andato in Punjab a impararne i costumi e, tornato in Italia, s’è infiltrato nelle serre come bracciante, per lavorare con loro prim’ancora di studiarli. Oltre che un sociologo è un agitatore sociale e un confessore di comunità. Meriti per i quali Mattarella l’ha fatto cavaliere e i mafiosi vogliono fargli la pelle in una campagna pontina dove girano racconti inquietanti a due anni dalla morte di Satnam Singh, lasciato a dissanguarsi dal padrone dopo che un macchinario gli aveva troncato un braccio. “Satnam non è l’unico caso” gli ha sussurrato K. Singh, 55 anni di cui gli ultimi trenta a Priverno: “In cooperativa dove lavoro già era capitato… il vecchio proprietario, tanti anni fa, ha buttato dentro una discarica privata un lavoratore come me… un indiano che a Capodanno di notte stava ancora lavorando in campagna… morto di freddo e fatica… No, Satnam non è l’unico, tanti sono morti e i padroni italiani li hanno nascosti”. Ma sono favole nere, narrate da fantasmi. Per esorcizzarle, basta girarsi dall’altra parte e tornare a dormire. L’indifferenza del Governo sui braccianti schiavizzati di Nadia Urbinati* Il Domani, 9 giugno 2026 La lotta al caporalato fu l’esperienza di servitù che Di Vittorio portò in Costituente. Come in passato, il caporalato si serve della manodopera più diseredata, che ora viene dai paesi extra-comunitari, disposta a tutto pur di portare a casa qualche soldo. Nel darci i rudimenti del significato della libertà, i dizionari delle lingue europee risalgono a Cicerone: la libertà è una condizione che sta all’opposto della schiavitù. Libero è colui che è sottoposto solo alle leggi e mai al volere di un suo simile. Nella repubblica antica, la libertà si poteva donare e vendere; questo mercato della libertà sta alle radici dell’Occidente. In migliaia per ricordare gli schiavi uccisi. Il flop del governo sul Pnrr anti caporali Ed è dalla relazione denaro-lavoro che si può cogliere la specificità dell’ordine liberale nel quale viviamo, fondato sul contratto e sul consenso a relazioni di servizio in cambio di un compenso monetario: non più servitù, ma lavoro salariato. La libertà dei moderni si struttura intorno ai bisogni e al modo di soddisfarli e mette al centro il consenso volontario. La storia moderna segna una rottura con il mondo antico, in cui il lavoro era considerato una pena; per noi, invece, il lavoro è sia una condizione di pena sia una condizione di opportunità di realizzazione, come scriveva Vittorio Foa. Il confine tra pena e libertà è il problema del lavoro salariato che non può e non deve essere lasciato a chi ha il potere di offrire lavoro. Dal solco del liberalismo nasce il socialismo e nascono le organizzazioni a difesa delle prerogative di libertà nel lavoro e da parte di chi lavora. La discussione sul lavoro, nell’art. 1 della Costituzione, cominciò nell’estate del 1946 a partire dalla giustizia come condizione di libertà. Tra i partecipanti vi era Giuseppe Di Vittorio. “Abbiamo chiesto un contratto”. Ma li hanno bruciati vivi. Il movente della strage dei braccianti nelle carte della procura Veniva da Cerignola, Puglia, uno dei rari sindacalisti di origine contadina. Bracciante dall’età di dieci anni, partecipò e poi guidò le lotte per far rispettare gli accordi agli agrari, per togliere il reclutamento della manodopera al caporalato, sistema padronale e mafioso che usava l’immigrazione dai centri limitrofi per schiacciare l’organizzazione sindacale e tenere bassissima la paga giornaliera. Le lotte nelle campagne si svilupparono in un quadro di violenza, illegalità, mancanza di comportamenti affidabili delle autorità, della magistratura regia, con brutali repressioni, eccidi, condanne politiche. E gli agrari furono la classe di punta del fascismo. La lotta al caporalato fu l’esperienza di servitù che Di Vittorio portò in Costituente. La sua vicenda è un microcosmo dello stato sociale e politico del paese oggi. Di quanto sia facile il divorzio tra libertà proclamata e illibertà subita. La Costituzione cambiò i fondamenti normativi, togliendo al padronato e alle istituzioni il pungiglione dell’abuso e del privilegio, ma non valse a eliminare la servitù. Essa ci ha dato le norme; la volontà di farle vivere spetta a noi. Come in passato, il caporalato si serve della manodopera più diseredata, che ora viene dai paesi extracomunitari, disposta a tutto pur di portare a casa qualche soldo. Cosa fa il governo? Il magistrato Bruno Giordano, oggi in Corte di Cassazione, direttore dell’Ispettorato nazionale del lavoro tra il 2021 e il 2022, ha offerto in questi giorni una cronistoria demoralizzante. Nel 2022, uno degli ultimi atti del governo Draghi fu l’istituzione coi fondi Pnrr di un portale del sommerso: tutti gli accertamenti sul lavoro nero sarebbero stati convogliati su questa piattaforma, gestita dall’ispettorato del lavoro: interventi dei carabinieri, indagini della guardia di finanza, documenti Inail. Con l’insediamento del governo Meloni, il portale è stato rifatto ma non è mai partito. Nel 2024 è stato nominato il prefetto Maurizio Falco, ma a fine 2025 si è dimesso per il manifesto disinteresse ministeriale rispetto al progetto. Circa gli investimenti del Pnrr, di 200 milioni di euro, ne sono stati spesi 25. In aggiunta, il decreto Flussi favorisce l’ingresso di intermediari per le pratiche di permesso di soggiorno, vere e proprie estorsioni per ottenere il nulla osta. Insomma, il caporalato comincia alle frontiere. I braccianti bruciati vivi e l’azienda “premiata” dal ministero Per fermarlo il governo Meloni non ha fatto nulla. Anzi, si compone di persone che condividono molte delle idee razzista di Vannacci e, come lui, scaricano sugli immigrati le responsabilità del caporalato. In tutti i sensi gli immigrati sono gli eredi dei braccianti di Di Vittorio. Il caporalato, nonostante le leggi e le promesse, resta impunito. Non solo, si avvale ora anche di megafoni politici, che mobilitano il razzismo contro i diversi, e, come mostra il pestaggio di pochi giorni fa del giovane siciliano a Torino, il razzismo non ha confini. Come il caporalato. Scatenando la propaganda neofascista della razza, della “nazione di destino”, e di tante altre stupidaggini con le quali i demagoghi del nuovo padronato ammaliano elettori sempre più spuri di conoscenze e, loro stessi, impoveriti. Li convincono che la causa della loro miseria sono gli immigrati e intanto rendono invisibile la classe padronale, che ha ben compreso il momento propizio, politico ed economico, e approfitta ampiamente di questa vergogna: il razzismo e la violenza contro i nuovi servi. Che non sono invisibili. *Politologa Ddl Valditara sull’educazione affettiva? Fermare questi oscurantisti sta diventando emergenza nazionale di Enza Plotino Il Fatto Quotidiano, 9 giugno 2026 Sarà uno dei primi provvedimenti indegni prodotti dalla destra al Governo che verrà stracciato dai prossimi inquilini di Palazzo Chigi. Speriamo! Perché rappresenta una miscela di rigido moralismo, ipocrita e bigotto, con cui Meloni e i suoi si arrogano il diritto di ergersi a custodi integerrimi del pudore e della morale pubblica, ma anche privata, dando ai genitori “tradizionalmente” intesi la facoltà di esprimere il consenso all’insegnamento nelle scuole medie e superiori dell’educazione sessuale e affettiva. Mentre nella scuola dell’infanzia rimane proibito. Chiunque sia sano di mente non si capacita di questa grave responsabilità che il Governo si assume con l’approvazione del ddl Valditara, negando a tutta una fascia di minori di poter accedere alle informazioni e a progetti di educazione sessuale e affettiva nelle scuole, ovvero nei luoghi deputati alla formazione collettiva. Di più. Il Disegno di legge rinvigorisce la storica contrapposizione tra la scuola e la famiglia che, da questo momento, viene coinvolta direttamente nella scelta dell’insegnamento sessuale e affettivo, subordinato all’autorizzazione esplicita e scritta da parte dei genitori. In pratica gli istituti scolastici sono obbligati ad informare le famiglie almeno sette giorni prima dell’inizio delle attività. La comunicazione deve contenere una descrizione dettagliata dei contenuti, degli obiettivi formativi e dell’eventuale partecipazione di esperti o associazioni esterne. Per gli alunni minorenni è, inoltre, prescritta la presenza di un docente della classe durante lo svolgimento dei moduli. In caso di mancata autorizzazione da parte dei genitori, gli studenti non frequenteranno quelle lezioni e la scuola dovrà predisporre attività didattiche alternative, che siano già integrate nel Piano triennale dell’offerta formativa. Un triplo salto mortale all’indietro verso l’oscurantismo medievale. Per questi negazionisti del progresso culturale e pedagogico, bigotti ascesi al potere, a nulla valgono le ricerche delle miriadi di Fondazioni che hanno da tempo lanciato l’allarme su una generazione che cresce senza strumenti per riconoscere il consenso e sulla diffusione di comportamenti sessisti e di violenza di genere che circolano anche attraverso la rete internet. Mentre le scuole chiedono di essere aiutate, il Governo le imbavaglia, lasciando i ragazzi e le ragazze soli di fronte alla pornografia e alla cultura del possesso del corpo delle donne in cui siamo ancora immersi, invece di sostenere il cambiamento e una nuova grammatica delle relazioni. A causa di questa spinta oscurantista e ipocrita, tutti i progetti oggi attivi nelle scuole ad opera di dirigenti e insegnanti consapevoli vengono puntualmente messi sotto accusa insieme agli enti locali che si schierano a favore. Il provvedimento dà una patente di sorveglianza speciale alle famiglie e fa diventare l’educazione sessuale e affettiva una “opzione” etica e non un diritto educativo universale, così come dovrebbe essere. Inoltre mina il clima di fiducia reciproca tra scuola e famiglia, già gravemente compromesso in questi tempi di delegittimazione del ruolo pedagogico ed educativo della scuola pubblica. Un atto gravissimo che si sta compiendo nei confronti delle giovani generazioni e del loro diritto ad ottenere informazioni corrette da professionisti anziché dai social e dalla realtà digitale. “Un danno che si rischia di produrre nei confronti di giovani cittadini e cittadine, considerato anche che l’Italia è uno dei soli sette paesi europei nei quali l’educazione sessuale non è obbligatoria. Ora addirittura si va in direzione contraria e si vieta anche quel poco che le scuole fanno da anni su base volontaria con il servizio socio sanitario”, come dichiarano in una nota i componenti del Pd della Commissione Istruzione della Camera dei Deputati. Fermare la mano di questi oscurantisti sta diventando un’emergenza nazionale.