Carceri italiane tra pena e riscatto: la sfida del reinserimento sociale di Simone Di Matteo affaritaliani.it, 8 giugno 2026 La Legge Cartabia punta sul recupero e sul reinserimento sociale, ma per molti ex detenuti trovare lavoro e ricostruirsi una vita resta ancora una sfida. L’analisi di Filippo Marra tra riforme, criticità e sicurezza collettiva. Mentre il sistema carcerario italiano continua a fare i conti con il sovraffollamento, la carenza di personale e le crescenti tensioni all’interno degli istituti penitenziari, da anni politica, magistratura e opinione pubblica dibattono su una semplice quanto spinosa questione: cosa accade davvero a una persona quando termina di scontare la propria pena? Ciò non riguarda soltanto i detenuti, ma il modello stesso di giustizia che un Paese sceglie di adottare. La Costituzione italiana afferma che la pena deve tendere alla rieducazione del condannato, un principio che negli ultimi tempi ha trovato nuova centralità anche nelle riforme della giustizia, a partire dalla Legge Cartabia. L’obiettivo è quello di favorire percorsi alternativi alla detenzione e rafforzare il reinserimento sociale, nella convinzione che il recupero della persona rappresenti uno strumento essenziale anche per la sicurezza della comunità. La realtà racconta, però, una storia più complessa. Per molti ex detenuti il fine pena coincide con l’inizio di una nuova difficoltà: trovare un lavoro, ricostruire una rete sociale, accedere a percorsi formativi e riconquistare la fiducia della società si rivela spesso un’impresa più ardua della detenzione stessa. A tal proposito, secondo il consulente tecnico esterno del Senato della Repubblica e membro della Segreteria di Stato Filippo Marra, il vero problema sembra proprio la distanza tra i principi sanciti dalle norme e la loro concreta applicazione. La riforma Cartabia, a detta sua, ha introdotto strumenti importanti e ha contribuito a rafforzare una visione meno esclusivamente punitiva della giustizia, ma senza adeguati investimenti il rischio è che le innovazioni legislative non riescano a produrre effetti tangibili nella vita delle persone. Tra i nodi più critici emerge inoltre quello dell’occupazione. Una volta usciti dal carcere, molti ex detenuti si trovano infatti di fronte a un ostacolo che appare quasi insormontabile: il peso del proprio passato. La presenza di precedenti penali continua spesso a rappresentare un fattore di esclusione dal mercato del lavoro, generando una contraddizione che da anni viene evidenziata dagli operatori del settore. Se da una parte si sostiene la funzione rieducativa della pena, dall’altra chi ha già pagato il proprio debito con la giustizia incontra enormi difficoltà nel dimostrare concretamente di aver intrapreso un percorso di cambiamento. Per Marra si tratta di un paradosso che rischia di compromettere gli stessi obiettivi del sistema penitenziario. Il lavoro, infatti, non rappresenta soltanto una fonte di reddito, ma uno degli strumenti più efficaci per ridurre il rischio di recidiva. Offrire opportunità di inserimento significa diminuire le probabilità che una persona torni a delinquere e contribuire, allo stesso tempo, a una maggiore sicurezza sociale. Lavoro, formazione e inclusione: le vere armi contro la recidiva - Ciò nonostante, le difficoltà non riguardano soltanto il momento successivo alla scarcerazione. Persino all’interno degli istituti penitenziari persistono problemi strutturali che rendono più complesso il percorso di recupero. Il sovraffollamento continua a limitare l’efficacia delle attività educative e formative, mentre educatori, psicologi e operatori sociali sono spesso chiamati a seguire un numero di detenuti ben superiore a quello che consentirebbe interventi realmente personalizzati. In questo contesto, il reinserimento finisce per essere affrontato troppo tardi. Molti detenuti arrivano al termine della pena senza un progetto concreto per il futuro, senza un percorso lavorativo già avviato e senza una rete di supporto capace di accompagnarli nel ritorno alla vita quotidiana. Una situazione che, secondo Marra, evidenzia la necessità di programmare l’uscita dal carcere con largo anticipo, trasformando il reinserimento in una fase integrante dell’esecuzione della pena e non in un problema da affrontare all’ultimo momento. Il dibattito è tornato d’attualità anche grazie ai richiami provenienti da autorevoli esponenti delle istituzioni e del mondo religioso, che negli ultimi mesi hanno sollecitato una riflessione sulle condizioni delle carceri italiane e sulla necessità di interventi strutturali. Un confronto che spesso si polarizza tra richieste di maggiore severità e inviti a rafforzare le misure di recupero, ma che secondo Marra dovrebbe partire da una premessa fondamentale: garantire il rispetto della pena e favorire il reinserimento non sono obiettivi alternativi. “La certezza della pena è un principio fondamentale, - afferma Marra - ma non può esistere senza la certezza della seconda possibilità. Uno Stato forte non è quello che abbandona una persona dopo averla punita, ma quello che la mette nelle condizioni di non tornare a delinquere”. Una riflessione che richiama direttamente il dettato costituzionale e che porta al centro un particolare spesso trascurato: la sicurezza non passa solamente attraverso la repressione dei reati, ma soprattutto attraverso la capacità di ridurre le condizioni che possono favorirne il ripetersi. In questo senso, la vera sfida non riguarda soltanto il sistema carcerario, ma l’intera società, perché una pena che si conclude con l’emarginazione rischia di tradire la propria funzione rieducativa e una comunità che non concede alcuna possibilità di riscatto finisce inevitabilmente per trasformare un errore passato in una condanna permanente. Da Tupac a Jarrar: se la morte è l’unica evasione possibile di Luigi Manconi e Marica Fantauzzi La Repubblica, 8 giugno 2026 Tupac morì nel 1996 in un ospedale di Las Vegas, all’età di 25 anni, dopo sei giorni trascorsi in coma a seguito di un’aggressione armata. Anche Abrar Jarrar è morta a 21 anni in ospedale, ma dopo aver tentato il suicidio nel carcere di Trento il 24 maggio scorso. Tupac Shakur aveva la stessa età di Abrar Jarrar quando scrisse Trapped, singolo considerato tra i più politicamente espliciti del rapper di East Harlem. Il testo racconta la brutalità degli abusi di polizia nei confronti della comunità afroamericana, dell’impossibilità di uscire fuori dal ghetto per chi ci è nato e, soprattutto, della crudeltà di un carcere da cui, quando esci, vieni risputato fuori più distrutto di come eri entrato. Il verso finale del ritornello recita: Dimmi cosa faccio, vivo in una cella di prigione? / Preferisco morire piuttosto che restare intrappolato in un inferno vivente. Jarrar, anche lei ventenne, aveva scritto una canzone dal titolo Rich firmata da lei e da Feet Abri. Non sappiamo, però, se fece in tempo a inciderla. Scrive Jarrar: Non mi serve un dizionario per capire cos’è un penitenziario / è solo che non comprendo il vostro sistema carcerario / non è mancanza d’affetto che mi ha portato qui dentro / è solo che lo Stato non mi ha apprezzato. (Rich, Apas Trento, Non solo dentro, 2024). Tupac morì nel 1996 in un ospedale di Las Vegas, all’età di 25 anni, dopo sei giorni trascorsi in coma a seguito di un’aggressione armata. Anche Abrar Jarrar è morta a 21 anni in ospedale, ma dopo aver tentato il suicidio nel carcere di Trento il 24 maggio scorso. Jarrar non era una rapper, eppure oltre alla cronaca della sua morte, quello che rimane di lei sui giornali è proprio il testo di una canzone. Che le due esistenze non avessero nulla in comune al di fuori di una esperienza del carcere in giovane età conta fino a un certo punto. Quel che preme sottolineare è la persistenza di due elementi narrativi, tanto nel rap italiano quanto in quello statunitense, che rispecchiano fedelmente l’immutabilità del sistema penitenziario universalmente diffuso: il carcere come tappa prevista di un percorso di esclusione e violenza in cui il dentro finisce per sopperire al fuori e la reclusione come pena di Stato votata alla sofferenza e all’umiliazione dell’individuo. Jarrar, nonostante la sua giovanissima età, doveva scontare ancora cinque anni di reclusione derivanti da un cumulo di pene ed era già passata per tre carceri diversi, prima Verona, poi Venezia e ora Trento. Simone Casciano, cronista di Itquotidiano, tra i primi a ricostruire la vicenda, scrive che ripercorrere la vita di Jarrar è come provare a risolvere un puzzle “i cui bordi però non coincidono”. Era cresciuta a Cremona, aveva sviluppato alcune dipendenze per cui gli avvocati avevano chiesto più volte il ricovero in comunità e in cambio aveva ricevuto solo trasferimenti in istituti penitenziari diversi. Il cappellano del carcere di Verona ricorda di averla conosciuta su un autobus mentre rubava una catenina. Poi, quando l’ha ritrovata detenuta, ha provato a supportarla, ma “il problema centrale - ha detto in un’intervista a Casciano - era che per lei il carcere era il posto sbagliato”. A scorrere le statistiche sul sovraffollamento del penitenziario di Trento (400 detenuti per una capienza di 240 persone), quelle sugli atti di autolesionismo avvenuti nello stesso carcere (353 episodi tra il 2020 e il 2025) e quelle sui tentati suicidi (59 casi nello stesso periodo), e consapevoli che questo quadro locale rispecchia fedelmente la situazione nazionale, viene da chiedersi: per chi, esattamente, il carcere è il posto giusto? Da sottolineare come il dato, ancorché tragico, è sottostimato, poiché le morti come quelle di Jarrar, non figurano ufficialmente come suicidi in carcere. Tecnicamente, infatti, la giovane risulta morta in ospedale. Ad aggravare ulteriormente il quadro un altro elemento: secondo la famiglia di Jarrar sul corpo della giovane sono state trovate delle ferite incompatibili con un gesto suicidario e lo stesso avvocato ha annunciato che procederà con la richiesta di un’autopsia per verificare le effettive cause del decesso. In un’intervista del 1993 Tupac si chiedeva perché le loro vite dovessero essere più sacrificabili delle altre. “La violenza che vivevamo per le strade e in carcere l’abbiamo messa nei nostri dischi per anni. E dopo tanto tempo, oggi, forse la gente comincia a riconoscerla nelle statistiche. Ma se non ne parlassimo nessuno vedrebbe quei numeri”. Il rischio del processo permanente di Gerardo Villanacci Corriere della Sera, 8 giugno 2026 La giustizia vive di equilibrio, ma soprattutto di credibilità. È una fiducia costruita nel tempo attraverso il rigore delle regole, la serietà delle decisioni e la convinzione, da parte dei cittadini, che l’accertamento della verità avvenga lontano da condizionamenti esterni e da pressioni estranee al processo. Nessun sistema giudiziario può dirsi infallibile e sarebbe illusorio sostenere il contrario. La possibilità che emergano nuovi elementi investigativi, anche a distanza di anni, appartiene alla fisiologia di ogni ordinamento moderno e rappresenta una garanzia di civiltà giuridica. Vi sono casi nei quali approfondire ulteriormente risulta doveroso, soprattutto quando sopravvengono acquisizioni scientifiche o probatorie capaci di imporre una diversa lettura dei fatti. Tuttavia, proprio perché si interviene su vicende già definite da sentenze irrevocabili, sarebbe necessaria maggiore prudenza non soltanto nello svolgimento delle attività investigative, ma anche nel modo in cui esse vengono raccontate e diffuse all’opinione pubblica. Negli ultimi anni si è progressivamente affermata la tendenza a trasformare ogni riapertura di indagine in un evento mediatico permanente, alimentato da indiscrezioni, ipotesi investigative e frammenti di atti processuali divulgati ben prima di qualsiasi verifica dibattimentale. In questo clima il piano della giustizia può sovrapporsi a quello della comunicazione, generando una sorta di processo parallelo nel quale il sospetto assume spesso maggiore forza della prova. Non solo; la rapidità con cui oggi una notizia si diffonde, amplifica qualsiasi elemento investigativo anche quando lo stesso sia ancora privo di un effettivo valore processuale, contribuendo così a consolidare nell’opinione pubblica convinzioni spesso premature. È proprio in questi casi che la discrezione investigativa dovrebbe tornare a rappresentare un valore centrale, non per comprimere il diritto di cronaca, ma per evitare che l’esposizione di ipotesi ancora incerte produca conseguenze irreversibili tanto sulle persone coinvolte quanto sulla percezione collettiva della giustizia. Quando una vicenda giudiziaria viene rimessa costantemente al centro del dibattito pubblico, il messaggio che può sedimentarsi nell’opinione dei cittadini è duplice e ugualmente pericoloso, perché da una parte si alimenta il sospetto che una condanna definitiva possa avere colpito un innocente, e dall’altra si consolida l’idea di una magistratura influenzata dall’emotività generata dall’esposizione pubblica del caso. Gli errori giudiziari costituiscono una delle ferite più profonde che possano colpire un ordinamento. Le loro conseguenze non si esauriscono nella sofferenza individuale di chi li subisce, ma investono famiglie, relazioni personali e percorsi di vita spesso irrimediabilmente compromessi. Il danno più grave rimane tuttavia quello immateriale, poiché ogni volta che una sentenza definitiva viene travolta da clamore incessante si incrina inevitabilmente il rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni. Una società che perde fiducia nella giustizia è più incline alla diffidenza e meno disponibile a riconoscere nelle istituzioni un punto di riferimento credibile. La giustizia richiede tempi lenti, ponderazione e rigore probatorio, mentre la comunicazione contemporanea vive di immediatezza, semplificazione e continua ricerca di attenzione. Quando questi due mondi finiscono per sovrapporsi, il rischio è che la complessità dell’accertamento processuale venga sacrificata alle esigenze della spettacolarizzazione e che il dubbio, anziché rimanere uno strumento di garanzia, si trasformi in un fattore di delegittimazione permanente. Non si tratta, dunque, di negare la possibilità di riaprire delle indagini quando emergano elementi realmente nuovi e meritevoli di approfondimento, perché sarebbe contrario alla stessa idea dello Stato di diritto. Occorre però comprendere che, soprattutto nei casi più delicati e maggiormente esposti all’attenzione pubblica, la discrezione rappresenta una forma di tutela dell’intero sistema. Un ordinamento che finisce per esporsi costantemente alla pressione della sovraesposizione pubblica rischia inevitabilmente di indebolire la propria autorevolezza. In un momento storico nel quale il rumore della comunicazione prevale sempre più sulla misura, è imprescindibile che la forza delle istituzioni si manifesti nella capacità di restituire centralità soltanto alle prove e alla serietà dell’accertamento giudiziario. L’inchiesta infinita di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 8 giugno 2026 Archiviata la sesta indagine, ma sta per ripartire la settima grazie al meccanismo delle indagini eterne: tra omissis e paradossi logici, l’inchiesta sulle bombe del ‘93 si trasforma in un processo infinito che elude i limiti del codice. Il codice di procedura penale stabilisce una durata massima per le indagini preliminari, un limite temporale pensato per non tenere un cittadino sotto la scure dell’accusa a vita. A Firenze, ma non solo, questo principio si arena da decenni sulle stragi continentali, bloccato da un ingranaggio burocratico che azzera il cronometro. Si chiude formalmente un’inchiesta per assenza di prove e se ne apre immediatamente un’altra grazie a pagine coperte da omissis. Questo meccanismo trasforma Marcello Dell’Utri e il defunto Silvio Berlusconi, l’imputato ombra, nei soggetti di un procedimento letteralmente eterno. La sesta archiviazione firmata dalla giudice Patrizia Martucci racconta esattamente questo schema ciclico. Il provvedimento prende atto della scadenza dei termini massimi a dicembre e certifica l’assenza di elementi sufficienti per formulare una ragionevole previsione di condanna. Le ipotesi investigative suggerivano che l’ex senatore avesse istigato Giuseppe Graviano a colpire il continente nel 1993, fungendo da indicatore dei luoghi per favorire la nascita del progetto politico di Forza Italia. Una tesi che alla prova dei fatti non ha mai trovato riscontri sufficienti a giustificare un processo. Il documento di archiviazione si sviluppa in diverse pagine. Al suo interno, come emerso dalle cronache del Corriere Fiorentino, spiccano ben nove omissis, spazi vuoti che oscurano nomi e circostanze precise. Queste cancellature indicano in modo palese che la Procura fiorentina continua a lavorare sotto traccia. Il limite dei due anni svanisce nel nulla con una semplice manovra formale. I magistrati inseriscono nel decreto di chiusura alcuni frammenti coperti da totale segreto, aggrappandosi all’esistenza di soggetti anonimi che potrebbero aver raccolto confidenze. Viene citata, come riporta la stampa locale, l’audizione di Nunzio Samuele Calamucci, coinvolto nell’inchiesta milanese Equalize e ascoltato a settembre in relazione a un vecchio appunto degli anni Ottanta a firma dell’ex carabiniere Vincenzo De Marzio. Il resto della documentazione rimane avvolto nell’ombra. Quegli omissis diventano automaticamente l’innesco per l’apertura di un settimo fascicolo fotocopia. Gli avvocati difensori incassano l’archiviazione senza poter conoscere il materiale indiziario che sta già alimentando la nuova indagine. Il diritto alla difesa si scontra con una inaccessibile scatola nera, costringendo l’indagato a misurarsi con avversari invisibili in una partita senza fischio finale. Il bipensiero processuale e l’enigma dei due suggeritori - Basta riprendere in mano le carte giudiziarie per notare la palese fragilità logica di questo impianto accusatorio. I processi storici sulle bombe di Firenze, Roma e Milano hanno ricostruito nei minimi dettagli la catena di comando e le precise modalità operative di Cosa Nostra. Le sentenze definitive hanno già spiegato compiutamente chi decise di colpire il patrimonio artistico nazionale e come si mossero i vertici mafiosi sul territorio. La narrazione che vorrebbe tratteggiare un Dell’Utri calato nel ruolo di spregiudicato suggeritore dei bersagli da colpire si sovrappone in modo innaturale alle verità storiche ormai cristallizzate nei palazzi di giustizia. La contraddizione assume i contorni di un vero e proprio bipensiero processuale se si allarga lo sguardo all’intero panorama delle indagini sulle stragi. Mentre si continua a indagare sull’ex senatore come presunto ispiratore dei luoghi da devastare, un’altra inchiesta, condotta sempre dalla stessa procura fiorentina, si concentra con insistenza sulla figura di Paolo Bellini. L’ex esponente della destra eversiva, un faccendiere talvolta agganciato dalle forze dell’ordine per tentare la cattura di mafiosi o latitanti senza mai portare risultati utili, viene a sua volta inquadrato dai magistrati come l’uomo chiave che avrebbe fornito ai corleonesi l’input di attaccare i beni culturali e i monumenti dello Stato. Si delinea un quadro investigativo del tutto irrazionale, nel quale due figure diametralmente opposte e totalmente scollegate tra loro avrebbero svolto la medesima, identica funzione per conto della mafia siciliana. Lo scenario restituisce due presunti suggeritori per gli stessi identici bersagli, due entità distinte che avrebbero sussurrato le stesse elaborate strategie all’orecchio di Totò Riina. A questo si aggiunge la suggestiva narrazione sulle “donne bionde”, presunte agenti segrete deviate che avrebbero partecipato a tutte le stragi. Poco importa che i pentiti credibili, Gaspare Spatuzza in primis, che hanno preso parte alle esecuzioni, abbiano chiarito di non averle mai viste. L’ombra eterna e la clessidra bloccata - Questo corto circuito logico mina profondamente le fondamenta dell’ipotesi di reato. Le decine di processi celebrati fino a oggi raccontano la storia di una Cosa Nostra autonoma nelle sue scelte stragiste, un’organizzazione criminale dotata di ramificazioni capaci di individuare con fredda lucidità i punti vulnerabili delle istituzioni. Introdurre a distanza di trent’anni non uno, ma ben due o tre soggetti esterni che avrebbero pilotato le menti mafiose forzando la mano sulle medesime dinamiche operative significa piegare i principi basilari della ricostruzione storica. L’indagine sembra avvitarsi su sé stessa, cercando a tutti i costi conferme a tesi narrative che finiscono inevitabilmente per annullarsi a vicenda. Il fondatore di Forza Italia resta l’obiettivo immobile di questa ostinata ricerca giudiziaria. Il decreto del giudice accenna in modo molto vago a persone ignote che avrebbero notizie estremamente riservate su Berlusconi, elementi descritti come mai veicolati prima d’ora alla magistratura. Voci indefinite e confidenze percepite a scoppio ritardato continuano a pompare ossigeno in un fascicolo che dovrebbe essersi fisiologicamente esaurito decenni fa. Marcello Dell’Utri sconta gli effetti di questa infinita caccia ai fantasmi. L’ottantaquattrenne ha interamente espiato la sua pena detentiva di sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa. La sua complessa vicenda penale viene oggi utilizzata come un argomento per legittimare iniziative investigative senza alcuna reale scadenza temporale. L’anomalia toscana, ma non solo, espone una profonda debolezza strutturale del nostro sistema penale. L’istituto dell’archiviazione perde la sua fondamentale funzione di garanzia a tutela dell’indagato. Smette di rappresentare la certificazione dell’infondatezza di un’accusa e si degrada a mera sosta tecnica necessaria per ricominciare l’inseguimento da capo. Di fronte al muro della mancanza di prove la macchina giudiziaria non si arresta, preferendo ripiegare strategicamente sulle zone d’ombra. Si “occultano” le carte con l’inchiostro nero per conservare il tacito diritto di riaprire il sipario all’alba del giorno seguente. Si crea uno spazio alienante dove l’imputato non arriva mai a un dibattimento pubblico per smontare le accuse, ma allo stesso tempo non viene mai sollevato dal peso insopportabile del sospetto. Un simile meccanismo procedurale trasforma l’accertamento penale in una condanna silenziosa, imprigionando la giustizia stessa in un fascicolo destinato a durare per l’eternità. Nel frattempo, la prossima settimana ci sarà udienza a Caltanissetta per discutere dell’ennesima archiviazione. Sempre nei confronti di Dell’Utri. Ma stavolta per le stragi di Capaci e di Via d’Amelio. Nuovo Csm, avanti i nomi. Le correnti lavorano alle liste di Giulia Merlo Il Domani, 8 giugno 2026 Accesa la competizione per i candidati di legittimità: ci sono Pilla, Ceniccola e Casciaro. Per sperare nell’elezione, ogni gruppo punterà su un solo nome per ognuno dei collegi. Lo sparo del Quirinale ha fatto partire i corridori. Con l’indizione delle elezioni per i togati del prossimo Consiglio superiore della magistratura, fissate per il 25 e 26 ottobre, Sergio Mattarella ha infatti dato il via alla corsa contro il tempo delle correnti per individuare i candidati nei vari collegi, e alcuni nomi sono già definiti. La bocciatura della riforma del consiglio con referendum costituzionale, infatti, ha mantenuto tutto com’è: ovvero, i prossimi 20 consiglieri togati verranno eletti con il sistema elettorale congegnato dalla riforma Cartabia del 2022, di cui è stato necessario fare anzitutto un ripasso. Il sistema è misto, prevalentemente maggioritario (14 eletti) ma con correttivo proporzionale di 6 eletti e collegi nazionali stabiliti dal ministero della Giustizia divisi in due collegi per eleggere i cinque pubblici ministeri; quattro collegi per i 13 giudici di merito e un collegio unico nazionale per i due magistrati di legittimità. Non solo: la legge ha previsto anche il sorteggio di candidati per completare l’elenco dei candidati per ciascun collegio, se non rispetta l’equilibrio di genere. Infine, i candidati si possono presentare coordinati in una lista, come fanno le correnti, oppure come indipendenti. Ora è partito il conto alla rovescia: il Csm dovrà deliberare le elezioni entro il 25 luglio e, dalla data di deliberazione, scatteranno i 10 giorni per presentare le candidature. Verosimilmente, quindi, tra fine luglio e inizio agosto. Ogni gruppo associativo si sta organizzando per scegliere i propri “campioni” in ogni collegio, in un mix tra nomi noti, outsider e ritorni. Ritorna Trame, il festival dei libri sulle mafie. Tra gli ospiti il procuratore Melillo, Gratteri e Diego Bianchi La Cassazione Il collegio considerato più di pregio è quello della Cassazione, perché uno dei due consiglieri eletti in quota di legittimità deve essere membro della sezione disciplinare del Csm. Qui i nomi dei candidati per ogni gruppo associativo sono quasi delineati. Le toghe progressiste di Area metteranno in campo Egle Pilla, giudice penale e storico nome del gruppo di cui è stata anche presidente. I moderati di Unità per la Costituzione, invece, puntano su Elisabetta Ceniccola, sostituta procuratrice generale. Più complessa è la situazione tra i conservatori di Magistratura indipendente, che hanno da poco eletto i nuovi vertici dopo le dimissioni del segretario Claudio Galoppi. Il nome del gruppo dovrebbe essere quello di Salvatore Casciaro, giudice civile ed ex vicepresidente dell’Anm. Esiste però anche un movimento sotterraneo ufficioso dei magistrati vicini al centro studi Livatino, che starebbero lavorando alla candidatura della sostituta procuratrice generale Luisa De Renzis. Da indipendente e in continuità con l’esperienza dell’attuale consigliere Roberto Fontana, invece, dovrebbe correre un altro sostituto procuratore generale, Giovanni Battista Nardecchia, attorno al cui documento di candidatura si sono raccolte quasi duecento firme a sostegno. A questo primo appello si aggiungeranno certamente almeno altri due nomi: uno di Magistratura democratica e uno del comitato Altra Proposta. Comunicazione degli uffici giudiziari, è ancora stallo al Csm. Le toghe progressiste propongono un nuovo testo I metodi di scelta Ogni gruppo si è dato le sue regole per scegliere i candidati nel gioco a incastri che sono i collegi, in particolare per i giudici di merito. La legge elettorale è diabolica e costringe ogni gruppo a puntare su un solo nome per collegio e concentrare su quello le preferenze. Area, per statuto, utilizzerà il metodo delle primarie, che si svolgeranno a metà giugno e saranno aperte non solo agli iscritti ma anche ai simpatizzanti che decideranno di candidarsi. Nel corso di queste settimane, intanto, si sono svolte numerose assemblee sia nazionali che sui territori per fare emergere le varie disponibilità. Sul fronte dei giudici di merito, i nomi più significativi e dati per probabili sono quelli di Chiara Gallo, Cristina Ornano e Giuseppe Sepe. Altri nomi emersi sono quelli di Francesco Mancini e Ilaria Casu, considerati tra i volti nuovi del gruppo. Nel collegio dei pm del nord, invece, la disfida potrebbe essere tra due nomi di peso: quelli di due ex presidenti dell’Anm come Eugenio Albamonte e Luca Poniz. L’altra corrente progressista, Md, deciderà tutte le candidature durante il consiglio nazionale del 4 luglio. Unicost ha svolto proprio ieri l’assemblea nazionale e ha confermato alcuni dei candidati: accanto Ceniccola, per il collegio dei pm ci saranno Giuliano Caputo e di Rosalia Affinito, per i giudicanti di merito Alessandra Salvadori, Valeria Ciampelli, Piero Indinnimeo, Daniela Monaco e Filippo Di Todaro. “Candidature frutto di un percorso di responsabilità e condivisione”, ha detto il presidente di Unicost Michele Ciambellini. Quanto ai conservatori di Mi, quadro dovrebbe chiarirsi definitivamente con l’assemblea nazionale del 14 e 15 giugno, in cui le candidature emergeranno. Altri nomi, infine, verranno indicati lunedì dal comitato Altra Proposta che, come già nel 2022, sorteggerà davanti a un notaio i propri candidati tra un elenco di disponibili. Fino all’ultimo, però, la lista dei candidati per ciascun collegio può essere aggiornata e può riservare sorprese. La corsa è appena partita e al voto mancano cinque mesi, ma sarà soprattutto dal tenore della campagna elettorale e del dibattito interno alla magistratura che si capirà quanto - e in cosa - la vittoria al referendum ha segnato la sensibilità della magistratura, soprattutto di quella associata. Genova. Marassi un anno dopo, i problemi restano di Brando Benifei* La Repubblica, 8 giugno 2026 A un anno dalla rivolta nel carcere di Marassi del 4 giugno 2025, abbiamo il dovere politico e istituzionale di guardare in faccia la realtà: quella giornata di violenze terribili non è stata un episodio isolato, ma il segnale di un sistema penitenziario arrivato a un livello di sofferenza e tensione non più sostenibile. È stato un drammatico grido d’allarme collettivo - dei detenuti, della polizia penitenziaria e di tutto il personale - rimasto in larga parte inascoltato. La relazione del Garante ligure delle persone private della libertà, Doriano Saracino, e i dati del rapporto Space I 2025 del Consiglio d’Europa restituiscono un quadro preoccupante. In Italia i detenuti sono oltre 61 mila, con una crescita del 21% nell’ultimo decennio. Nello stesso periodo altri Paesi europei, investendo su misure alternative e depenalizzazione di reati minori, hanno ridotto la popolazione carceraria: in Germania, ad esempio, è diminuita dell’11,7%. Nel nostro Paese aumentano le aggressioni tra detenuti (+73%) e quelle contro gli agenti di polizia penitenziaria (+12%). Cresce anche il numero delle morti in carcere: nel 2025 si sono registrati 76 suicidi e 254 decessi complessivi. La Liguria vive una situazione particolarmente critica, con un’allarmante crescita della popolazione detenuta sotto i 24 anni, strutture inadeguate, carenza del personale e sovraffollamento. Marassi è uno degli esempi più evidenti di questa crisi: circa 670 detenuti a fronte di 534 posti disponibili. Dietro questi numeri ci sono condizioni che troppo spesso compromettono la dignità delle persone: isolamento, fragilità psichiche senza adeguato supporto, incertezza giuridica, carenza di percorsi formativi e professionali, difficoltà nel mantenere relazioni familiari e sociali, insicurezza diffusa anche per il personale. Il tema riguarda tutte le persone detenute, qualunque sia la loro origine o condizione, ma continua a emergere nel dibattito pubblico solo in occasione di fatti eclatanti o di vicende che coinvolgono detenuti noti. In carcere è facile entrare, ma sempre più difficile uscirne davvero. Il tasso di recidiva resta elevato e il numero dei suicidi - particolarmente alto tra chi è prossimo alla liberazione - dimostra quanto l’isolamento e le condizioni detentive possano rendere difficile immaginare una vita oltre la prigione. L’Unione Europea richiama da tempo gli Stati membri sulla necessità di migliorare le condizioni detentive. Come Parlamento europeo abbiamo sostenuto politiche orientate alla tutela della salute mentale e al reinserimento sociale, nella consapevolezza che il rispetto dei diritti fondamentali nelle carceri sia essenziale per garantire maggiore sicurezza, per tutti: detenuti, personale, polizia penitenziaria. C’è poi il tema delle misure alternative alla detenzione, tra gli strumenti più valorizzati a livello europeo. In Liguria la loro applicazione incontra ancora ostacoli significativi, anche per l’impianto normativo regionale che impedisce l’accesso alle case popolari dedicate anche a chi potrebbe convertire la pena. Eppure oggi esistono strumenti e tecnologie che consentono di ampliare queste soluzioni in modo efficace e sicuro.Non possiamo continuare a rispondere soltanto con logiche emergenziali o falsamente securitarie. La memoria di quanto accaduto a Marassi deve diventare uno stimolo concreto per affrontare finalmente il nodo strutturale del sistema carcerario italiano. *L’autore è europarlamentare del Partito Democratico Roma. Nel carcere di Rebibbia va in scena il progetto “Pasta al fresco” rainews.it, 8 giugno 2026 Per offrire a 12 detenute una professione per il futuro reinserimento sociale. Il 10 giugno la Casa Circondariale Femminile G. Stefanini ospita il pranzo finale con la consegna dei diplomi professionali dopo 5 mesi di formazione. Tirare la sfoglia con la precisione di chi custodisce un segreto antico, calibrare il ripieno dei tortellini con gesti millimetrici, stendere i veli delle lasagne, strato dopo strato. Non siamo nella cucina di un ristorante stellato o in un’osteria storica, bensì nel cuore pulsante di Roma, all’interno della Casa Circondariale Femminile “Germana Stefanini” di Rebibbia. Qui, dove il tempo è spesso un macigno sospeso, dodici donne hanno saputo trasformare farina, uova e dedizione in una nuova promessa di futuro. Si chiama, con una felice e graffiante ironia, “Pasta al fresco”: un progetto di inclusione sociale e formazione professionale che celebrerà una tappa fondamentale il prossimo 10 giugno quando si terrà un pranzo condiviso, interamente preparato dalle detenute che, per 5 mesi, si sono rimboccate le maniche per imparare i segreti dell’arte culinaria. Il menù della giornata, un trionfo di tortellini, lasagne e agnolotti, sarà molto più di un pasto celebrativo: sarà la dimostrazione tangibile di una dignità riconquistata. Promosso dalla direzione dell’Istituto penitenziario capitolino, in stretta collaborazione con Unicoop Etruria, questo percorso ha impegnato le partecipanti in cento ore di intensa attività. Non si tratta di un semplice passatempo per impiegare le ore vuote della detenzione, ma di un vero e proprio iter di alta formazione volto a strutturare la figura del pastaio, un operatore di pastificio esperto e uno dei pilastri più nobili e ricercati dell’artigianato culinario italiano. “L’art. 27 della Costituzione ci ricorda che la pena deve tendere alla rieducazione che passa attraverso l’acquisizione delle competenze, la valorizzazione della persona e il lavoro”, ha spiegato la direttrice del carcere, Nadia Fontana. In quest’ottica, ha aggiunto, “il carcere può e deve essere un luogo di rigenerazione e non di marginalizzazione”. Le dodici corsiste sono state selezionate su base volontaria attraverso colloqui individuali, affiancate e sostenute costantemente dagli educatori e dalle educatrici della struttura. Il percorso didattico, strutturato per fondere la tradizione millenaria e l’innovazione contemporanea, non si è limitato alle sole attività di laboratorio. Oltre ad apprendere la chimica degli impasti, il rispetto delle tradizioni regionali e le tecniche di personalizzazione estetica e nutrizionale del piatto, le partecipanti hanno affrontato un vero e proprio tirocinio pratico all’interno dell’Istituto, applicando sul campo le abilità acquisite nella produzione e lavorazione della pasta. A completare un profilo professionale solido e immediatamente spendibile nel mercato reale una volta scontata la pena, sono stati inseriti moduli teorici e normativi rigorosi: un corso di formazione HACCP per l’Igiene e la Sicurezza Alimentare e il percorso sulla salute e sicurezza sul lavoro ai sensi del D.Lgs. 81/2008. A spiegare il valore profondo dell’operazione è Alessandro Reale, coordinatore del progetto: “Il corso si pone l’obiettivo di fornire alle donne in regime di privazione della libertà personale le competenze tecniche necessarie per diventare pastaie qualificate. Mira a favorire il loro reinserimento nella società e nel mercato del lavoro, in linea con lo spirito delle norme che vedono nella pena uno strumento di recupero, promuovendo al contempo la crescita personale e l’autostima attraverso l’apprendimento di un antico mestiere artigianale. Spesso chi entra nel sistema carcerario rischia l’esclusione definitiva dal mondo del lavoro per mancanza di strumenti di riscatto adeguati”. L’attesa per l’evento del 10 giugno dimostra come la cura del dettaglio e la manualità possano restituire la fiducia in sé stesse, elemento drammaticamente logorato dalla marginalizzazione carceraria. Un impatto confermato anche dalle parole di Simonetta Radi, Presidente del Consiglio di Sorveglianza di Unicoop Etruria, che sottolinea l’importanza di “un percorso all’apparenza piccolo, ma che ha un impatto sociale profondo sulle persone coinvolte, trasmettendo dignità, speranza, riscatto sociale e valore umano. Offre un’opportunità concreta di crescita personale e professionale, favorendo un processo reale di autonomia e integrazione, rispondendo così al più alto mandato istituzionale della pena”. L’appuntamento culminerà con la consegna degli attestati di qualifica professionale, che certificheranno il valore delle cento ore di corso e porranno ufficialmente le basi per la sfida più importante: il ritorno alla società civile. In un panorama nazionale in cui la recidiva resta un nodo critico, iniziative come “Pasta al fresco” dimostrano che il lavoro qualificato e l’attuazione concreta del principio rieducativo sono gli unici veri antidoti per evitare le recidive. Mentre fervono i preparativi per imbandire i tavoli a Rebibbia, nelle mani di queste dodici donne si consolida la sapienza di un mestiere che sa di casa, di condivisione e, soprattutto, di un futuro da scrivere finalmente in totale autonomia. Agrigento. “Imparare un mestiere”, intesa sui detenuti tra Conflavoro ed il carcere quilicata.it, 8 giugno 2026 “Imparare un mestiere, costruire un futuro, trasformare il tempo della detenzione in un’occasione reale di riscatto. È questo il significato profondo del passo avanti compiuto con la firma del protocollo d’intesa tra Giuseppe Pullara, vice presidente nazionale vicario e segretario regionale di Conflavoro Sicilia, e Anna Puci, direttore della Casa Circondariale “Di Lorenzo” di Agrigento”. “Tra gli obiettivi anche educare al rispetto delle regole sulla sicurezza e delle norme in generale per sostenere un vero cambiamento di vita. L’accordo non resta sul piano delle intenzioni ma avvia un percorso concreto di formazione e sicurezza sul lavoro, offrendo ai detenuti la possibilità di acquisire competenze realmente spendibili nel mondo produttivo. I partecipanti imparano a guidare un trattore, coltivare un terreno, potare gli alberi e utilizzare mezzi meccanici e attrezzature professionali. Le attività saranno svolte con il supporto dei formatori specializzati messi a disposizione da Conflavoro Sicilia e con la collaborazione delle aziende del territorio che potranno in futuro valutare l’inserimento lavorativo dei detenuti nei propri organici. “Una comunità si misura dalla capacità di offrire seconde possibilità - afferma Giuseppe Pullara. Con questo accordo mettiamo a disposizione dell’istituto i nostri docenti per formare i detenuti sulla sicurezza e sull’uso di attrezzature complesse, trasmettendo competenze e cultura del lavoro. Allo stesso tempo sensibilizzeremo le nostre aziende per favorirne l’inserimento lavorativo, valorizzando anche gli incentivi previsti. È un percorso che crea valore per la persona, per l’impresa e per la comunità, perché fiducia, formazione e lavoro sono gli strumenti più efficaci di inclusione e futuro”. Sulla stessa linea il direttore Puci, che ha sottolineato la portata sociale dell’iniziativa: “Se lo Stato riesce a dare un’alternativa, ha già vinto”. L’intesa si inserisce nella strategia di Conflavoro Sicilia orientata a promuovere politiche attive del lavoro, inclusione e responsabilità sociale d’impresa. Un tassello importante per una Sicilia che sceglie di crescere investendo sulle persone”. Airola (Bn). “Le ali della libertà”, l’arte di Luca Pugliese entra nel carcere minorile corriereirpinia.it, 8 giugno 2026 L’arte diventa occasione di crescita, espressione e reinserimento sociale grazie a “Le ali della libertà”, il nuovo progetto artistico coordinato e diretto dall’artista Luca Pugliese che si sta realizzando insieme ai giovani ospiti dell’Istituto Penale per i Minorenni di Airola, in provincia di Benevento. L’iniziativa, finanziata dal Ministero della Giustizia e fortemente sostenuta dalla direttrice dell’istituto, la dottoressa Giulia Magliulo e dal reparto educativo diretto dalla dottoressa Rosa Vieni, con il coordinamento del capo della Polizia Penitenziaria dott. Sgambati, si inserisce nel filone del così detto “trattamento avanzato” avviato con l’avvento della nuova direttrice, consapevole dell’importanza dell’arte nel percorso di attività finalizzate alla rieducazione e al reinserimento dei minori accolti nella struttura. Attraverso un percorso creativo e partecipativo, i ragazzi sono coinvolti direttamente nella progettazione e nella realizzazione di grandi murales che stanno trasformando gli spazi dell’istituto in luoghi di colore, dialogo e speranza. Sotto la guida di Luca Pugliese, i giovani partecipanti sperimentano il linguaggio dell’arte, nello specifico la pittura, come strumento di espressione personale, collaborazione e responsabilizzazione, ponendo al centro il valore del Tempo e la capacità di trasformarlo e di plasmarlo. “Le ali della libertà”, oltre a un’occasione di crescita, rappresenta molto più di un laboratorio, diventa un cantiere artistico. L’intensità dello scambio umano e creativo rende questa avventura unica e irripetibile, come trovarsi davanti a un muro bianco, una tela intonsa, simbolo di un nuovo inizio e di un’opportunità di riscatto. Un luogo privo di pregiudizi, dove tutto è ancora possibile. Avvezzo al mondo carcerario, Pugliese da anni dona concerti con il suo personale progetto, “Un’ora d’aria colorata” (attivo dal 2012 con più di cinquanta concerti ad oggi), al popolo detenuto in numerosi penitenziari italiani. Già coinvolto nel 2024 in un progetto pittorico presso il carcere di Foggia dove insieme a detenuti e detenute hanno affrescato gran parte dei loro padiglioni con una entusiasmante e corale partecipazione, per la prima volta adesso si confronta con ragazzi minorenni “costretti e ristretti” tra le mura di una prigione e tra le mura ancora più stringenti delle loro giovani complessità e fragilità esistenziali, che tocca con mano, mente e anima. Nel progetto i ragazzi diventano quelli che l’artista definisce “utensili del tempo”: attraverso il colore, la forma e la condivisione, diventano loro stessi pennello e colore e imparano che creare insieme significa anche costruire relazioni, responsabilità e fiducia reciproca. I giovani partecipanti vengono accompagnati in un viaggio che trasforma i quattro elementi, Terra-Acqua-Aria e Fuoco, in metafore di vita e di cambiamento, alla scoperta di un rinnovato senso del divenire. Saluzzo (Cn). Dal carcere al palcoscenico: lo spettacolo che dà voce all’amore dietro le sbarre di Andrea Lobera unionemonregalese.it, 8 giugno 2026 Al Teatro “Marenco” di Ceva i detenuti di Alta Sicurezza di Saluzzo portano in scena “Ma l’Amore no”, un racconto intenso su affetti, solitudine e diritti troppo spesso dimenticati. Lunedì 15 giugno 2026 alle ore 20, presso il Teatro Marenco di Ceva (Piazzetta Cardinale Francesco Adriano, 1), la Fondazione Azzoaglio presenta lo spettacolo teatrale “Ma l’Amore no” realizzato con i detenuti di Alta Sicurezza della Casa di Reclusione di Saluzzo e prodotto dall’Associazione “Voci Erranti” nell’ambito del progetto teatrale “Per Aspera ad Astra” finanziato dall’Acri. “Ma l’Amore no” è stato scritto da Grazia Isoardi e Marco Mucaria, le coreografie sono di Marco Mucaria e le luci di Christian Perria. Lo spettacolo sarà preceduto alle ore 19 da un aperitivo. L’ingresso è libero e gratuito, chi è interessato a partecipare deve registrarsi sul form di prenotazione https://forms.gle/jvYuhwEFk9oXbCNH6. “Ma l’Amore no” è uno spettacolo intenso e necessario, nato dall’ascolto autentico di uomini che vivono la detenzione e delle domande che il carcere lascia spesso in silenzio: il bisogno di amore, il desiderio, la solitudine, l’attesa, la distanza - spiega Erica Azzoaglio,Vicepresidente della Fondazione Azzoaglio-. Attraverso parole, corpo e movimento, i protagonisti portano in scena ciò di cui si parla ancora troppo poco: il diritto all’affettività, anche per chi sta scontando una pena, il bisogno di amore, un diritto che ogni essere umano ha, anche chi è detenuto”. “Portare a Ceva uno spettacolo come “Ma l’Amore no” significa creare un’occasione di incontro tra il carcere e la comunità - dichiara Elena Ramondetti, Direttrice della Fondazione Azzoaglio. Come Fondazione lavoriamo quotidianamente nei contesti di fragilità, nelle scuole, nelle comunità e negli istituti penitenziari, convinti che la cultura possa diventare uno spazio di dialogo e di comprensione reciproca. Lo spettacolo affronta un tema complesso e spesso poco raccontato, quello dell’affettività in carcere, attraverso il linguaggio del teatro, capace di restituire umanità alle persone e di aprire domande che riguardano tutti noi. Siamo grati all’Associazione “Voci Erranti” e ai detenuti coinvolti nel progetto per aver scelto di condividere questa esperienza di grande valore umano e civile”. “M’ama non m’ama” è la domanda che, più di altre, tormenta ed accompagna la persona detenuta durante l’arco di tempo in cui la vita privata e sociale viene sospesa ed anche gli affetti e i sentimenti vengono congelati “per legge”. Perché la detenzione, oltre alla perdita di libertà personale, oltre ad essere un tempo vuoto e povero di offerte formative e lavorative, oltre ad essere luogo di regressione e di profonda solitudine, è anche e soprattutto privazione di amore e di affettività. Si deve mettere a tacere il corpo, la mente e l’immaginario. Bisogna trasformarsi in esseri asessuati, in uomini che non devono più provare il desiderio. Bisogna impegnarsi per spegnere le passioni, alienarsi per disumanizzarsi, far soffrire l’istinto umano. “Lo spettacolo nasce dalla riflessione sul tema con il gruppo dei detenuti di Saluzzo che partecipano al progetto teatrale presente nell’Istituto e gestito dall’Associazione “Voci Erranti” - aggiungono i due autori Grazia Isoardi e Marco Mucaria -. Pensieri che, a fiume, sono stati espressi con grande sincerità senza dimenticare la solitudine e le sofferenze delle rispettive mogli e compagne che attendono il giorno del loro ritorno a casa. Sono tante le Penelopi che vivono la propria ‘vedovanza bianca’ con tutti i dubbi ed interrogativi del caso, con l’incertezza di riconoscere il proprio uomo al ritorno, di come recuperare il tempo e il rapporto di coppia sospeso. Sicuramente tra i tanti problemi che il sistema carcerario vive nel nostro Paese, questo è il più taciuto. È ancora tabù, si fa fatica ad aprire un confronto sincero sull’argomento”. Augusta (Sr). Il carcere si apre alla città attraverso il teatro: in scena “Shining Shadows” di Agnese Siliato webmarte.tv, 8 giugno 2026 Gli studenti detenuti dell’Ipsia del “Gagini” protagonisti di “Shining Shadows”, una commedia ispirata al mito della caverna di Platone. Un progetto che unisce scuola, formazione e reinserimento sociale. L’ultimo spettacolo seguito da Antonio Gelardi prima della sua scomparsa, nella casa di reclusione di Augusta. Per qualche ora il carcere di Augusta ha smesso di essere soltanto un luogo di detenzione per trasformarsi in uno spazio di incontro, riflessione e condivisione. A rendere possibile questa esperienza è stata la rappresentazione di “Shining Shadows”, commedia inedita interpretata dagli studenti detenuti della classe V A Alta Sicurezza Ipsia dell’Istituto superiore “Antonello Gagini” di Siracusa, andata in scena all’interno della casa di reclusione augustana. Lo spettacolo ha coinvolto anche un pubblico esterno composto da visitatori che hanno seguito con attenzione e partecipazione il lavoro svolto dagli studenti-attori, frutto di un lungo percorso laboratoriale. Un’esperienza che ha confermato il valore del teatro come strumento educativo e sociale, capace di favorire il dialogo tra il mondo penitenziario e la comunità civile, abbattendo simbolicamente le barriere della detenzione. “Shining Shadows” nasce dal modulo “Giochiamo a fare sul serio: laboratorio di teatro”, inserito nel progetto “Vivere la Scuola” dell’IISS “Antonello Gagini”, finanziato attraverso il Programma nazionale Scuola e Competenze 2021-2027 con fondi Fesr e Fse+. La drammaturgia è stata curata dalla docente di Lettere Alessandra Cilio, che ha firmato anche la regia insieme all’attrice professionista Amelia Martelli. Tutor scolastico del progetto è stato il docente Massimo Bussichella, mentre il coordinamento delle attività all’interno dell’istituto penitenziario è stato seguito dal funzionario giuridico-pedagogico Arianna Di Salvo. Importante anche il contributo arrivato dal laboratorio di falegnameria “Geppetto”, dove alcuni detenuti hanno realizzato le scenografie dello spettacolo. Il laboratorio è promosso dal cappellano della struttura, padre Andrea Zappulla. Un lavoro corale che ha coinvolto competenze diverse, tutte orientate verso un unico obiettivo: promuovere percorsi di formazione, responsabilizzazione e reinserimento sociale attraverso la collaborazione e la creatività. La commedia propone una rilettura originale del celebre mito della caverna di Platone, trasferito nell’universo surreale di un game show televisivo. Tra concorrenti eccentrici, regole arbitrarie, luci abbaglianti e ombre da interpretare, il racconto conduce gli spettatori a interrogarsi sul confine tra apparenza e verità, sul valore del pensiero critico e sulla necessità di mettere continuamente in discussione convinzioni e certezze. Dietro l’ironia e i toni leggeri della rappresentazione emergono temi di grande profondità, affrontati con consapevolezza dagli interpreti. Gli studenti detenuti hanno dato prova di capacità espressive, memoria, ascolto reciproco e spirito di gruppo, offrendo una performance corale capace di alternare momenti di comicità a spunti di intensa riflessione. Per la direttrice della casa di reclusione, Francesca Fioria, il teatro rappresenta uno degli strumenti più efficaci del percorso trattamentale, poiché insegna disciplina, rispetto delle regole e lavoro di squadra, consentendo allo stesso tempo di valorizzare capacità e talenti che spesso restano nascosti. Sul palco, infatti, non è andato in scena soltanto uno spettacolo, ma il risultato concreto di mesi di scrittura, prove, improvvisazioni e crescita condivisa. Un percorso che potrebbe proseguire anche in futuro, oltre il successo della rappresentazione. L’evento assume inoltre un significato particolare perché è stato l’ultimo spettacolo al quale ha assistito Antonio Gelardi, già direttore della casa di reclusione di Augusta, scomparso il 3 giugno scorso dopo essere stato colto da un malore mentre si trovava a Siracusa. A ricordarne il ruolo è stata Amelia Martelli: “Gelardi ha aperto il sipario al teatro in carcere qui ad Augusta, una struttura di massima sicurezza. Questo ha rappresentato uno spiraglio di possibilità, perché il teatro non è soltanto un atto creativo, ma anche un atto profondamente umano”. “Ragazzi dentro. Storie vere dal carcere minorile” newitalianbooks.it, 8 giugno 2026 Quando si è ragazzi sbagliare è facile, soprattutto se la punizione arriva prima dell’opportunità e il proprio destino sembra già scritto, senza una seconda chance. In questa raccolta di storie vere, Maria Grazia Calandrone ci conduce in un viaggio attuale e struggente attraverso i confini della legalità. Incontriamo Vanila, rinchiusa a Roma dopo un furto in un appartamento dell’alta borghesia; Khaled, che ha cercato la libertà sfidando le mura del Beccaria; Carmine, che a Nisida deve fare i conti con un colpo di pistola sparato per dimostrare di non avere paura. E poi Luisa e Roberta, fermate in stazione con i sogni spezzati, e Matteo, che sconta la condanna silenziosa di un padre arrestato. Dalle celle dei grandi istituti penali fino ai tribunali di provincia, il carcere entra nelle loro vite come un luogo di attese infinite, ingiustizie e domande difficili. Attraverso una narrazione potente e carica di umanità, l’autrice dà voce a quei “figli dimenticati” che la società spesso guarda solo attraverso la lente del reato. Questo libro non assolve né accusa: ascolta. È un invito rivolto ai ragazzi che sono “fuori”, perché imparino a guardare oltre il pregiudizio, e a quelli che sono “dentro”, perché ricordino che un errore non può cancellare la promessa di tutto ciò che possono ancora diventare. Età di lettura: da 11 anni. Carlo Bonini. “Meloni sfrutta la paura. Ma il diritto alla sicurezza deve essere prerogativa di una cultura democratica” di Federica Olivo huffingtonpost.it, 8 giugno 2026 Intervista con il vicedirettore di Repubblica e autore del libro “Contro la paura”, insieme a Franco Gabrielli: “Il modello securitario targato Meloni non funziona, perché la sicurezza si costruisce. Servono prevenzione e partecipazione. Dalle piazze ai migranti, fino alle carceri, ecco un’alternativa possibile”. “Il diritto alla sicurezza non è prerogativa della destra securitaria, ma può, anzi deve essere, prerogativa di una cultura democratica”, Carlo Bonini, vicedirettore di Repubblica, da più di trent’anni giornalista investigativo, racchiude in questa frase il senso del libro Contro la paura - Manifesto per una sicurezza democratica (Feltrinelli editore) scritto con Franco Gabrielli. Con il prefetto ed ex capo della Polizia, Bonini analizza in tutti gli aspetti le politiche securitarie del governo Meloni. Ne emerge il ritratto di un esecutivo che ha fatto del law and order il suo cavallo di battaglia, seguendo la logica della ricerca del nemico e della repressione. Una logica che, ci spiega l’autore, non ha portato alcun frutto. Da questa conclusione nasce la spinta a immaginare un’altra idea di sicurezza. Vista non come un’alternativa alla libertà, né come qualcosa imposta dall’alto, ma come un sistema che includa invece di escludere. E che sia costruito, con spirito di collaborazione, da tutti coloro che abitano lo spazio pubblico. Il libro parte da un momento di cesura: l’11 settembre. Dal giorno dell’attacco alle Torri gemelle nasce lo schema del governo dei fenomeni fondato sulla paura. Qual è il filo conduttore che lega quel momento alle politiche securitarie del governo Meloni? L’11 settembre 2001 prende il via quello che definisco il paradigma dell’uso politico della paura. In quel momento, a seguito di un evento dallo straordinario impatto geopolitico, emotivo e simbolico, si passa da una fase in cui il conflitto sembrava completamente espunto dalla categoria del possibile a una nuova stagione. Dove la paura non solo diventa fattore di costruzione di consenso, ma anche strumento di governo. Giorgia Meloni non ha il copyright di questo modo di governare, ma ne è legittima erede. Il suo esecutivo incarna la declinazione più rozza, ma anche più schietta, dell’attitudine di gestire la cosa pubblica sfruttando la paura. La sicurezza è diventata quasi un’ossessione del governo: ragiona seguendo una logica emergenziale anche dove l’emergenza non c’è. A cosa è dovuta questa ossessione, che si esplicita anche nel modo di legiferare, nei tanti nuovi reati introdotti? Questo esecutivo è forte di una maggioranza che gli ha consentito in questi anni, non solo sui temi della sicurezza, di manovrare senza difficoltà in Parlamento. Ogni partito che lo compone è preoccupato della concorrenza a destra. Meloni ha temuto la concorrenza di Matteo Salvini. Salvini oggi, insieme a Meloni, teme quella di Roberto Vannacci. In questa rincorsa ovviamente il modello securitario conosce la sua declinazione più grossolana. Su cosa si basa questo modello? Sul presupposto dell’insicurezza, reale o percepita che sia. E su un corollario: il fatto che sicurezza e libertà siano due elementi antitetici: l’equilibrio va trovato aggiungendo una sufficiente dose di sicurezza a discapito di una tollerabile dose di libertà. Meglio ancora se le libertà compresse sono quelle di chi non è cittadino, o è considerato cittadino di serie B. A pagarne le spese sono quindi coloro che contestano il governo, oltre ai migranti e gli italiani di seconda generazione... A queste categorie si aggiungono le fasce sociali che sono considerate aliene rispetto al progetto di società e vengono additate come la ‘minaccia da fuori’. O, peggio ancora, la ‘minaccia da dentro’. Per funzionare questo meccanismo ha bisogno di una costante manipolazione del dato di realtà. Serve ad aiutare a mantenere quella condizione emotiva, psicologica, simbolica della paura. Seguendo questo filo entra in gioco la cosiddetta percezione: il dato importante non è quello vero, ma quello percepito. Nel libro viene dedicato ampio spazio a questo tema: come ci si approccia alla percezione dell’insicurezza? Non bisogna ignorarla, così come non bisogna ignorare la paura. Però non può diventare uno strumento di governo. Nel libro proviamo a immaginare un modello di sicurezza opposto a quello appena esposto, partendo dal presupposto che la sicurezza è un diritto a cui hanno meno accesso i soggetti economicamente più fragili. Le fasce di popolazione benestanti e socialmente più forti avvertono meno il tema dell’insicurezza, perché sono in grado di ovviare, con la disponibilità economica o in ragione della loro funzione sociale. La legislatura si avvia alla fine. Entro il prossimo anno ci saranno le elezioni. Il centrosinistra, che su questi temi arranca e si limita all’inseguimento del centrodestra, dovrà iniziare a immaginare un modello alternativo. Da dove partire? Le strade percorribili esistono, sono concrete. Non c’è nulla di utopico nelle cose che proviamo a indicare nel libro. Sui migranti, per esempio, la strada maestra è l’integrazione. Lo è da un punto di vista strategico. L’immigrazione va governata, non si può vivere nell’illusione che possa essere alzato un muro nel Mediterraneo o che politiche securitarie abbiano una funzione deterrente. I grandi flussi migratori rispondono a esigenze e a cicli della nostra storia che non si fanno spaventare né dal pedaggio terribile di vite umane che viene pagato, né tantomeno dalle norme penali di un paese. Come si governano allora i flussi? Con politiche che l’Italia non ha mai sperimentato: cominciando a considerare gli immigrati una risorsa, anziché un pericolo o una minaccia. Naturalmente bisogna investire per fare tutto questo. Sono necessarie politiche di integrazione, che passano attraverso l’insegnamento della lingua, il diritto alla casa, l’istruzione, il welfare. Solo in questo modo gli immigrati entrano appieno in una comunità. Nel libro, con Gabrielli proponete un ministero ad hoc per la gestione dell’immigrazione. Perché è necessario? Perché l’immigrazione è un fenomeno complesso che richiede soluzioni complesse, competenze e conoscenze specialistiche in settori diversi. L’idea è quella di creare un ministero che attragga su di sé tutte queste funzioni e implementi le politiche migratorie del Paese, in una logica in cui esistono diritti ma anche doveri. Un altro tema caldo sul fronte della sicurezza è quello della gestione delle piazze. Il governo ha riempito di paletti il diritto a manifestare... Bisognerebbe fare un’inversione anche su questo fronte. Passando da un’idea della piazza come luogo materiale e simbolico della risoluzione muscolare del conflitto, dove lo Stato deve riaffermare la sua autorità rispetto al dissenso, a un’idea di piazza come luogo di massima garanzia della manifestazione del pensiero. L’ideale è un modello dove l’uso della forza è residuale e il successo viene misurato solo a base di ciò che non accade. Per realizzare tutto questo servono meccanismi di trasparenza nella ricostruzione della responsabilità delle catene di comando, che si realizzerebbero anche attraverso l’introduzione dei numeri identificativi sulle divise. Connesso alla sicurezza è il tema della gestione delle carceri. Sono in una situazione drammatica e il governo continua con la politica del “buttare la chiave”. Come invertire la rotta? Se si divorzia dall’idea che il carcere abbia una funzione, che peraltro è scritta nella Costituzione, non solo retributiva ma anche rieducativa, se si respinge il fatto che chi delinque ha diritto a una seconda possibilità, il problema diventa sistemico. Serve depenalizzare il più possibile: il ricorso alla pena detentiva deve riguardare solo le condotte oggettivamente più gravi. La depenalizzazione servirebbe a evitare che la stragrande maggioranza delle persone che entrano in carcere lo faccia perché ha commesso reati connessi al mondo degli stupefacenti. Una cosa è il narcotraffico, un’altra il piccolo spaccio. C’è anche un tema di vivibilità delle celle. Il sovraffollamento è una piaga dalla quale non si riesce a uscire... E in carceri così affollate qualunque tipo di attività finalizzata alla rieducazione è improbabile. Se il carcere diventa una discarica sociale, oltre a tradire lo spirito della Costituzione non si risolve il problema. Che bilancio si può trarre da quasi quattro anni di politiche securitarie del governo Meloni? Che questo modello, oltre a mostrare il volto più feroce dello Stato, non funziona. E non funziona perché la sicurezza si costruisce. Servono prevenzione e partecipazione. Bisogna mettere in connessione tutti i pezzi della società che possono contribuire alla buona riuscita dell’ordine pubblico. Farli dialogare. Paola, i caporali e la speranza di Giusi Fasano Corriere della Sera, 8 giugno 2026 Aveva 49 anni e morì nei campi. Da allora si disse basta sfruttamento e caporalato. Ma la storia (purtroppo) si ripete. Paola Clemente aveva 49 anni. Il 13 luglio del 2015, mentre lavorava all’acinellatura dell’uva in un vigneto di Andria, nella sua Puglia, morì d’infarto. Il suo cuore non resse a un’altra giornata di troppa fatica nei campi. E la sua morte divenne un caso perché si scoprì che, alla fine, tutta quella fatica valeva 27 euro al giorno netti. Che diviso per 8-9 ore di lavoro più un paio del tragitto all’andata e altrettante al ritorno, facevano più o meno 2 euro l’ora. Scandalo. Indignazione. Promesse. Intervenne la magistratura; indagò la Commissione parlamentare d’inchiesta; alla fine del 2016 la sua storia ispirò l’approvazione della legge “per il contrasto al caporalato e al lavoro nero in agricoltura”; in sua memoria nacquero premi, canzoni, poesie, un cortometraggio. Intitolarono a lei la strada di Crispiano, il paesino in cui aveva abitato da ragazzina; si parò di lei a lungo nelle scuole, nei luoghi delle istituzioni e del lavoro. Nel ricordarla ogni volta c’era una sola parola d’ordine: mai più caporalato. Un mai più che, come avviene praticamente sempre (e per ogni storia capace di scuotere la coscienza collettiva), è durato fino alla volta successiva... La strage di braccianti bruciati vivi in Calabria ci ricorda - semmai ce ne fosse bisogno - che, 10 anni dopo quella legge, i caporali, il lavoro nero, lo sfruttamento dei lavoratori, le paghe da miseria sono ancora qui; erbacce strappate, qualche volta, ma mai estirpate. Contro tutto questo servono misure più incisive e immediate? La ministra del Lavoro Calderone ieri ha risposto al Corriere che “abbiamo già potenziato l’Ispettorato nazionale del lavoro e i Nuclei ispettivi del lavoro dei carabinieri”, ha detto che per tutta l’estate ci sarà “un’attività di vigilanza straordinaria in agricoltura”, che, come nel 2025, anche quest’anno sono previste 10 mila ispezioni fra Calabria e Basilicata e che “utilizziamo le migliori tecnologie, compresi i droni”. Sulla carta sembra un piano d’attacco poderoso. Certo, nessuno si illude che dalla prossima stagione funzioni tutto a meraviglia, ma forse dalla strage in Calabria - e dall’attenzione politica e istituzionale che ne è scaturita - potrebbe nascere un germoglio di miglioramento. Per Paola, morta (dopo la sua morte) ogni notte che un camioncino carico degli ultimi fra gli ultimi è partito per qualche campo ricco di frutta o di ortaggi e povero di diritti. Lavoro, non schiavitù. Il dolore e la rabbia riempiono Amendolara di Luciana Cimino Il Manifesto, 8 giugno 2026 Migliaia di persone rispondono all’orrore dei braccianti arsi vivi. Ci sono il sindacato e i leader del centrosinistra, assente la Regione. Il comizio davanti alla stazione di Amendolara è finito. Alla spicciolata i manifestanti tornano verso le macchine o i bus che li hanno portati in Calabria dal resto d’Italia. Le ferrovie alle spalle sono giusto un’intuizione, passano due treni al giorno. Il trasporto è affidato ai bus dei privati che percorrono i paesi calabresi per portare gli studenti nelle scuole delle città. Come Castrovillari o Sibari, a malapena collegate tra loro. Il capoluogo da qui dista solo 180 chilometri ma per arrivare da Catanzaro ad Amendolara con i mezzi servono 9 ore e tre cambi. La nuova città della Regione Calabria si trova lì, ma non in centro: è un palazzo faraonico che si staglia nel nulla. Un cubo di cemento in mezzo agli ulivi e ai fichi d’india. Da lì al distributore della 106 dove l’1 giugno sono stati arsi vivi quattro braccianti - Waseem Khan, pachistano di 29 anni, e gli afghani Amin Fazal Khogjani, 28 anni, Ullah Ismat Qiemi,19 anni, e Safi Iayjad, 27 anni - in macchina sono invece solo due ore. Eppure nessuno della giunta regionale guidata dal forzista Roberto Occhiuto è venuto a portare un segno di vicinanza. Neppure l’assessore all’Agricoltura, Gianluca Gallo (mister preferenze alle scorse elezioni con oltre 30 mila voti) che vive a Cassano Ionio, a venti minuti dal luogo dove sono stati uccisi quattro braccianti, si è fatto vedere. “Dice che va in giro per il mondo a sponsorizzare le eccellenze calabresi ma dimentica come vengono prodotte”, nota uno dei sindaci della piana della Sibaritide in corteo. La loro fascia tricolore è l’unico segno istituzionale della manifestazione. “La destra regionale vuol far passare l’episodio come una guerra fra migranti”, spiega Giovanni, della Cgil di Catanzaro, mentre la coda del corteo arriva davanti alla stazione. Saranno stati 5 mila i manifestanti, un’enormità per la zona. Ci sono i lavoratori agricoli di Mezzocannone, i veneti, gli operai dell’Emilia Romagna che hanno fatto 20 ore di viaggio per una manifestazione di due. “L’abbiamo organizzata in due giorni, è stato un miracolo - commenta il segretario generale della Flai, Giovanni Mininni - abbiamo intercettato un sentimento di sgomento davanti alla barbara uccisione di lavoratori che vivevano in semi schiavitù, che andava espresso, c’era bisogno di incanalare energia per costruire la riscossa”. Accanto a lui c’è il leader della Cgil, Maurizio Landini, coperto da un cappello di paglia perché il sole sulla strada statale 106, su cui si sviluppano i paesi della costa, picchia fortissimo. Arriva la segretaria del Pd Elly Schlein, poi Nicola Fratoianni di Avs e Maurizio Acerbo del Prc. E una delegazione del M5S capitanata dall’europarlamentare Pasquale Tridico. Un manifestante li ferma e chiede loro di azzerare i vertici locali dei partiti del campo progressista. Poi si scusa “per i modi concitati ma la questione c’è”. “Non mi aspettavo di vederli davvero arrivare qui - spiegherà poi ai cronisti - volevo giusto illustrare la situazione”. I leader del campo largo convergono su un punto: l’inerzia del governo. “Due anni fa ha nominato un commissario per il superamento degli insediamenti abusivi, dei ghetti, avevano 200 milioni a disposizione del Pnrr, ne hanno utilizzate meno del 10%”, sottolinea Fratoianni. “Sarebbe opportuno immaginare anche una procura specializzata contro le agromafie, lo sfruttamento è una piaga strutturale come opposizione siamo disponibili a fare la nostra parte anche in parlamento”, assicura Schlein. Prende la parola Fabio Ciconte, in rappresentanza di Terra Comune/Terra non guerra, una coalizione formata da oltre 50 realtà tra sindacati, aziende agricole, associazioni biodistretti: “Il ministro dell’Agricoltura Lollobrigida non è venuto, fa dichiarazioni parlando di mele marce ma il caporalato è parte integrante del sistema produttivo di questo paese, lo dico alla sinistra: mettete al centro dell’agenda politica il tema dell’accessibilità al cibo”. “Bisogna uscire dall’ipocrisia e dire basta a questo sistema di fare impresa - tuona Landini - non è un problema che riguarda qualche migrante, c’è bisogno di una reazione da parte di tutti i soggetti politici, istituzionali, imprenditoriali per poter invertire questa tendenza e bloccare questo sfruttamento che sta portando alla morte delle persone”. Al megafono è Luis, operaio edile, a citare il convitato di pietra: la legge Bossi-Fini. “È quello il problema, inutile girarci attorno, siamo venuti qui per lavorare non per finire schiavi”. È arrivato dal Ghana a Lampedusa che non era neanche maggiorenne. Ha lavorato, sempre a nero, nei cantieri di mezza Italia e intanto si è sindacalizzato e ora aiuta gli altri migranti a trovare tutele. Mariasoccorsa lo ascolta dal suo cortile. Ha lavorato per 40 anni in Germania, alla Bosch, e quando è andata in pensione è tornata in Calabria. “Sono con loro perché anche io mi ribellavo quando mi trattavano male”. Finita la manifestazione, Amendolara si spopola: la stagione estiva non è ancora cominciata. La strada della marina è un rettifilo che corre lungo la 106, chiamata la strada della morte dai calabresi che ogni giorno la attraversano. Anche se negli ultimi anni a morire sono soprattutto lavoratori migranti che la percorrono la notte sulle biciclette o sui furgoni. Ricky, che è arrivato dal Pakistan, si prepara a tornare nel Cae dove dorme. Ora che comincia l’estate, spiega, la sua giornata è più pesante: all’alba lavora nei campi, il pomeriggio fa la spola sulla spiaggia per vendere teli, la sera vende rose tra i locali della costa. “Un diritto trasformato in delitto” di Paolo Frosina Il Fatto Quotidiano, 8 giugno 2026 la Procura di Torino chiede di portare alla Consulta il nuovo reato di blocco stradale. La pm Elisa Pazè ha chiesto al gip di sollevare questione di costituzionalità della norma, contenuta nel decreto Sicurezza del 2025: “Colpisce chi manifesta per pace e ambiente”. Il reato di blocco stradale voluto dal governo Meloni è contrario alla Costituzione perché ha “trasformato un diritto in delitto”. Lo sostiene il pubblico ministero di Torino Elisa Pazè, che ha chiesto al gip di sollevare la questione alla Corte costituzionale nell’ambito di un procedimento contro 18 indagati per aver bloccato la tangenziale della città - per un totale di una decina di minuti - durante una manifestazione pro-Gaza il 17 maggio 2025. La norma, introdotta col primo decreto Sicurezza per stroncare le proteste degli attivisti climatici, prevede il carcere da sei mesi a tre anni per chi “impedisce la libera circolazione su strada ostruendo la stessa con il proprio corpo, se il fatto è commesso da più persone riunite”: un comportamento che prima costituiva un semplice illecito amministrativo, punito con una multa da mille a quattromila euro. La magistrata torinese ha depositato una memoria di otto pagine sostenendo il contrasto della fattispecie con sei norme costituzionali. Il nuovo reato, scrive, “è frutto dell’intervento di un decreto-legge adottato al di fuori dei casi straordinari di necessità e urgenza, in contrasto con l’articolo 77” della Carta, e “collide con la libertà di riunione sancita dall’articolo 17 e con il diritto di sciopero tutelato dall’articolo 40”. Ancora, “contrasta con il principio di ragionevolezza, di cui è espressione l’articolo 3”, e con quello della funzione rieducativa della pena, previsto dall’articolo 27. Secondo Pazè, in primo luogo, l’intero decreto del 2025 è illegittimo per essere stato emanato senza i requisiti di necessità e urgenza, motivati nel preambolo con “una serie di affermazioni apodittiche” e “senza alcun richiamo a situazioni di fatto”. La pm ricorda, peraltro, come il provvedimento avesse copiato integralmente i contenuti di un disegno di legge in discussione in Parlamento da oltre un anno, “così vanificando il lavoro svolto dalle Camere ed esautorandole”. Nel merito, invece, la memoria sostiene innanzitutto il contrasto della norma sul blocco stradale con i diritti di riunione e di sciopero: “La possibilità che si creino rallentamenti o addirittura blocchi del traffico è connaturata alle manifestazioni, sia che esse si svolgano in forma statica sia in forma dinamica”, si legge. “Nel trasformare un diritto in delitto il legislatore non ha effettuato un bilanciamento degli interessi in gioco conforme ai valori costituzionali, valutando i fondamentali diritti di libertà individuale e collettiva come recessivi rispetto all’interesse alla circolazione”. La pena minima prevista, sei mesi di reclusione, è poi definita “sproporzionata sia in sé, sia rispetto a quella prevista per altro reato” e quindi “lesiva del principio di eguaglianza”, in base al quale la pena dev’essere “proporzionata al disvalore del fatto illecito commesso”. Per la magistrata, “sanzioni così sproporzionate appaiono illegittime anche alla luce del principio della finalità rieducativa della pena di cui all’articolo 27, comma 3, della Costituzione”: la norma, infatti, “viene a colpire manifestanti che esprimono istanze solidaristiche, pacifiste, ambientaliste, rivendicazioni di carattere sociale e che percepiscono come immotivata e ingiusta la reazione repressiva dell’ordinamento”. A esprimere soddisfazione per l’iniziativa della pm Alleanza Verdi e Sinistra, con il deputato torinese Marco Grimaldi: “È ciò che sosteniamo da tempo, quella misura è lesiva dei diritti fondamentali tutelati dagli articoli 17 e 40 della Costituzione. È un attacco diretto al diritto di riunione e di sciopero. Ora la decisione spetta al gip attendiamo con fiducia”. In caserma per la cannabis terapeutica: “Trattata da delinquente, ma ho una malattia genetica” di Giulia Ricci La Stampa, 8 giugno 2026 Il caso di una donna con un figlio di 4 anni. “Ho una malattia genetica rara che mi fa sentire, ogni giorno, un dolore viscerale. Con la terapia a base di cannabinoidi ho ritrovato almeno un pezzo di me stessa: surreale dover spiegare una cura prescritta legalmente, mentre sono costretta a rivolgermi alla sanità privata”. Chiara (nome di fantasia, ndr) è appena uscita da una caserma nel Torinese, dove ha passato un pomeriggio di una domenica qualunque come “persona informata sui fatti”, chiamata ieri dai carabinieri “per una questione medica”. Soffre di una patologia molto rara che coinvolge diversi organi e che non risponde alle terapie tradizionali: “Oltre all’endometriosi e ad un cancro aggressivo, che mi lascia incerta sul futuro: avrei preferito passare questa giornata con mio figlio di 4 anni”. Sono mesi che centinaia di pazienti che assumono cannabis terapeutica regolarmente iscritta dal medico vengono convocati per rispondere a domande sulla propria terapia. Malati oncologici, giovani affette da vulvodinia, persone molto anziane. Dopo domande su ricette mediche, email e whatsapp, documentazione firmata, a qualcuno è stato addirittura ritirato temporaneamente il medicinale per delle verifiche. In comune hanno tutti, esattamente come Chiara, il fatto di aver ricevuto la terapia attraverso la spedizione da una farmacia: “Mi hanno chiesto le modalità di consegna, se mi venisse richiesta la carta di identità al momento del ritiro, se la facessi prendere dal vicino”. Ma la maggioranza delle domande fatte, in questo caso, ha riguardato la dottoressa che le ha prescritto la terapia: “Se le visite fossero in presenza, se mi avesse fatto fare movimenti davanti alla telecamera, se mi avesse prescritto analisi o dato informazioni sugli effetti collaterali. Io ho ribadito che era molto scrupolosa, e tutt’altro che leggera”. La malattia di Chiara non è visibile ad occhio nudo, “a parte il deambulatore che devo usare da qualche tempo”. È fatta di esami strumentali, visite super specialistiche, di una diagnosi che le è arrivata solo due anni fa dopo una vita di errori medici: “Immaginate com’è soffrire tutto il giorno e non riuscire a dormire di notte, per poi sentirsi dire in continuazione di prendere un ansiolitico o un antidepressivo”. L’indagine, fatta in tutta Italia, riguarderebbe il divieto della consegna a domicilio di sostanze stupefacenti. Nonostante la cannabis terapeutica sia legale, anche dopo il più stringente decreto Sicurezza. E nonostante un paradosso che Chiara subisce come la più grande ingiustizia, più della sua malattia: “Quella è democratica, si sa, me ne sono fatta una ragione”. Ma non lo sono le cure: “All’inizio la mia Asl non ha voluto prescrivermi la terapia, dandomene un’altra controindicata. Poi me ne hanno data una a base solo di Thc, ma senza Cbd (i due principi attivi della pianta di cannabis, ndr), che non mi serviva a nulla”. La spiegazione? “Non ci sono motivi clinici, è l’unica che abbiamo in ospedale, mi disse il medico”. Nel mezzo, anche un preparato che l’ha portata a una severa reazione allergica o l’invito a usare gli oppioidi. “Lo Stato dovrebbe occuparsi di questo: che i medici siano competenti e che le farmacie ospedaliere abbiano i preparati di cui i malati hanno bisogno, tra l’altro previsti per legge”. E invece Chiara deve spendere 300 euro al mese di medicinale, oltre che le visite private: “La mia dottoressa si rivolge a una farmacia dell’Emilia-Romagna perché anche trovarne che facciano le formulazioni da lei richieste è quasi impossibile”. L’impegnativa viene mandata con raccomandata alla farmacia, che a sua volta manda a Chiara il preventivo: “Quando pago, parte la preparazione. Ma a volte devo stare senza terapia per problemi logistici, dalle vacanze di Natale alle ferie del laboratorio”. La terapia a base di cannabis “non funziona come un anti-dolorifico, che lo prendi e ti senti meglio. Ma mi toglie quella parte di angoscia che mi rende faticoso persino farmi una doccia, perché so che avrò male. Mi ha fatta dormire, accorgendomi di non fare un sogno da tre anni. Anche mio marito si è commosso quando mi ha vista riposare profondamente. Ho anche preso un altro titolo di studio: mi ha ridato un pezzettino di me”. E invece, oggi, in quella caserma, si è sentita trattata “quasi come una delinquente, dopo che in questa regione non mi è stata nemmeno data l’opportunità di curarmi”. Ad accompagnarla dai carabinieri la consigliera regionale di Avs, Valentina Cera: “Si sta creando un clima di sospetto generalizzato attorno a pazienti, medici e farmacie che nulla hanno a che fare con attività illecite. Un clima che trova alimento politico e culturale nel decreto Sicurezza e nella campagna ideologica che da mesi demonizza la cannabis e la canapa in tutte le loro forme” attacca. “Mentre altri Paesi investono nella ricerca scientifica, nello sviluppo terapeutico e nell’accesso alle cure basate sui cannabinoidi, in Italia si rischia di imboccare la strada opposta: si colpisce un settore economico che vale miliardi di euro, si mettono in difficoltà imprese e lavoratori, si getta discredito sui professionisti sanitari e oggi si arriva perfino a convocare in caserma persone che dispongono di regolari prescrizioni mediche” continua Cera. “Nel frattempo, in molte aree del Piemonte i preparati galenici continuano a non essere facilmente reperibili attraverso il sistema pubblico e numerosi pazienti sono costretti a sostenere spese elevate per procurarsi farmaci cui avrebbero diritto. A questa difficoltà si aggiungerebbe ora anche il timore di essere convocati e interrogati”. L’eletta di Alleanza verdi e sinistra, che sottolinea come le energie delle forze dell’ordine dovrebbero essere utilizzate ad altri scopi, promettere di portare la vicenda a Palazzo Lascaris: “Se servisse a garantire il diritto alla cura di queste persone, sarei pronta a mettere a disposizione il mio ufficio istituzionale presso il Consiglio regionale per ricevere le spedizioni dei medicinali destinati ai pazienti. La sicurezza non può diventare il pretesto per colpire chi soffre”. “Riportateli a casa”. Due italiani detenuti in Libia da due settimane di Federica Olivo huffingtonpost.it, 8 giugno 2026 L’appello dei genitori di Domenico Centrone, attivista della Flotilla fermato a Bengasi con Dina Alberizia e altri attivisti della Flotilla: “Ingiustamente rinchiuso”. Il pressing della diplomazia italiana per una nuova visita in carcere Le difficoltà nell’assistenza legale. Sono passate due settimane dall’inizio della loro detenzione in Libia e c’è ancora incertezza su quando potranno tornare a casa. È la storia di Domenico Centrone e Dina Alberizia, attivisti del convoglio della Flotilla che puntava a portare aiuti umanitari a Gaza via terra. Partendo dalla Libia e attraversando il valico di Rafah. In Libia però il gruppo è stato fermato e 10 persone, tra cui i due italiani, sono in stato di detenzione. L’accusa, per quanto è stato possibile ricostruire in un contesto complicato da un punto di vista diplomatico e geopolitico, è di essere entrati illegalmente nel Paese. I due italiani sono detenuti dal 24 maggio. Solo nelle scorse ore Alberizia è riuscita a sentire la famiglia, dopo svariati giorni di detenzione: Le hanno permesso di telefonare in cambio della sospensione dello sciopero della fame. Ha detto di stare relativamente bene”, ha raccontato il fratello. Uno dei motivi di preoccupazione delle famiglie e dei politici che seguono il dossier è che non sembra essere stata consentita dalle autorità libiche un’assistenza legale adeguata. Il console generale d’Italia a Bengasi, Filippo Colombo, è riuscito a fare visita agli attivisti una volta sola, il 27 maggio. Ha chiesto per loro condizioni di detenzioni migliori: la possibilità di fare una doccia, dei vestiti puliti, una sistemazione dignitosa. Richieste a cui la Libia ha acconsentito. Nelle ultime ore, apprende l’Ansa da fonti diplomatiche, il consolato sta insistendo per poter effettuare una nuova visita. Ma quando i due attivisti potranno rientrare in Italia? Non c’è certezza. L’unica data per il momento cerchiata in rosso è quella del 9 giugno, quando dovrebbe esserci una nuova udienza. Ma non è detto che in quella circostanza sarà dato via libera al rimpatrio. Per questo nelle scorse ore i genitori di Centrone, Ennio Centrone e Dorina Ruggeri, hanno lanciato un appello. Il figlio, dicono in un video, “si è ritrovato privato della libertà di portare a termine la missione che si era riproposto ma anche rinchiuso ingiustamente. L’appello è a tutti i governi, a quello italiano in primis, e ai governi europei e a tutte le famiglie come noi, che possono e potrebbero ritrovarsi in situazioni come queste, nel cercare di riportare a casa semplicemente nostro figlio e tutti gli altri volontari che hanno partecipato a questa bella missione umanitaria”.