La perdurante incertezza sui metodi di calcolo dello “spazio minimo vitale” per i detenuti di Vincenzo Giglio terzultimafermata.blog, 7 giugno 2026 L’interrogazione del deputato Giachetti e la risposta del Sottosegretario alla Giustizia Balboni. Il 14 maggio 2026, in occasione della seduta n. 660 della Commissione Giustizia della Camera dei deputati, l’Onorevole Roberto Giachetti (Italia Viva, Centro-Renew Europe) ha depositato l’interrogazione a risposta in commissione n. 5/05393. L’atto di controllo è specificamente focalizzato sull’Applicativo spazi/detenuti (A.s.d.) introdotto il 23 marzo 2014 con nota del capo del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria (Dap) quale strumento informatico di monitoraggio in tempo reale del numero dei detenuti presenti in ciascun istituto, della loro specifica collocazione e dello spazio disponibile per ogni ristretto. L’interrogante premette di avere verificato, nel corso di una visita nell’istituto di Regina Coeli condotta unitamente a Rita Bernardini di Antigone, che “nella VII sezione, una cella di 9 metri quadrati ospita stabilmente per 23 ore al giorno tre detenuti. Il criterio adottato dall’applicativo A.s.d. prevede dunque di allocare tre persone in una cella di 9 metri quadrati senza sottrarre l’area occupata dal letto a castello”. Afferma che questo criterio “contrasta con la giurisprudenza della Cassazione che nella sentenza a sezioni unite 6551/2021 ha stabilito che dai 3 metri quadrati vanno tolti sanitari e ingombri tendenzialmente fissi al suolo come i letti a castello; anche la recente sentenza 728/2025 della Sezione penale ha ribadito che lo spazio vitale minimo garantito non può includere l’area occupata dai letti, anche se amovibili e singoli”. Aggiunge che recenti dati di fonte DAP attestano che “oltre 15.000 detenuti hanno tra i 3 e i 4 metri quadrati al lordo degli arredi fissi che sottraggono spazio vitale di movimento”. Chiede di sapere, a fronte dell’inesistenza di dati completi ed aggiornati, “se corrisponda al vero che l’applicativo A.s.d. non considera lo spazio occupato dal letto e dagli altri arredi fissi e se intenda assumere iniziative per riformare il sistema introducendo il necessario correttivo; quante siano state negli anni 2023 e 2024 le istanze presentate ex articolo 35-ter dell’ordinamento penitenziario e quante ne siano state accolte; se intenda dettagliare i dati per tribunale di sorveglianza e per istituto detentivo interessato; se si intendano assumere iniziative di carattere normativo per eliminare la disparità di trattamento tra detenuti che, pur subendo condizioni contrarie all’articolo 3 Cedu, non possono accedere ai rimedi risarcitori perché allocati in aree a bassissimo tasso di accoglimento di tali istanze; quante siano state anno per anno le istanze presentate e quante accolte ex articolo 35-ter nei tribunali civili dal 2018 al 2024”. La risposta scritta del dicastero della Giustizia porta la firma del Sottosegretario di Stato e Senatore Alberto Balboni (Fratelli d’Italia) ed è stata pubblicata il 27 maggio 2026 nell’allegato al bollettino in Commissione II (Giustizia. Eccone di seguito il contenuto integrale, evidenziato in corsivo. “Grazie Presidente. L’interrogazione in esame richiama un tema di primaria rilevanza nell’agenda del Governo: la sostenibilità del sistema penitenziario e la piena tutela dei diritti fondamentali delle persone detenute, nel rispetto dei principi costituzionali e degli obblighi derivanti dal quadro sovranazionale. Le carceri hanno bisogno di spazi per assicurare ai detenuti un trattamento umano e rieducativo. Il Governo è intervenuto in un contesto segnato da criticità strutturali stratificatesi negli anni, come evidenziato anche dalla Corte dei conti nella relazione del 18 aprile 2025, che ha rilevato come la mancata attuazione del vecchio Piano previsto nel 2014 abbia determinato la cronicizzazione dei problemi del sistema carcerario perché non adeguatamente affrontati nel corso dell’ultimo ventennio. Per troppo tempo, infatti, il tema del sovraffollamento è stato affrontato con interventi frammentari, disomogenei e spesso privi di una visione complessiva, rinviando scelte coraggiose che erano invece urgenti e improcrastinabili. Ed è esattamente su questo punto che il Governo Meloni ha segnato una discontinuità netta, adottando un approccio organico, responsabile, attraverso interventi strutturali, fondati sul riequilibrio territoriale delle presenze detenute e sul pieno utilizzo degli strumenti amministrativi disponibili, nel rispetto del principio della territorialità della pena. In tale quadro, si colloca l’imponente piano di edilizia penitenziaria, che sta avanzando velocemente, con tempi certi e senza soluzione di continuità, con il duplice obiettivo di cercare di contenere il sovraffollamento e migliorare le condizioni di vivibilità dei ristretti e degli operatori penitenziari. Parallelamente, le scelte di politica giudiziaria sono state improntate a provvedimenti che guardano alla specificità della popolazione detenuta, dalla carcerazione preventiva all’ampliamento dell’accesso a misure alternative presso comunità terapeutiche, da parte di detenuti tossicodipendenti o alcoldipendenti o privi di idoneo domicilio, senza passare per il carcere. Questi nuovi percorsi di comunità consentono di assicurare trattamenti differenziati ed efficaci, orientati al reinserimento sociale, valorizzando l’istruzione ed il lavoro in carcere che costituiscono componenti irrinunciabili del trattamento dei detenuti. Come ha ricordato il Ministro della giustizia nella conferenza stampa di giovedì scorso - di presentazione dell’elenco nazionale delle strutture esterne per i detenuti privi di domicilio - queste misure sono volte a coniugare la certezza della pena con le finalità rieducative sancite dalla Costituzione, contribuendo al contempo alla riduzione della recidiva. Le stime più recenti indicano che tra 2.500 e 3.000 soggetti potrebbero beneficiare di tali misure alternative. Con specifico riferimento all’istituto di Regina Coeli di Roma, le criticità attuali sono riconducibili anche ad eventi strutturali straordinari, tra cui il crollo parziale del tetto che ha imposto la chiusura di ben tre sezioni e richiesto interventi di messa in sicurezza. L’Amministrazione non è rimasta ferma: ha adottato interventi tempestivi di gestione dell’emergenza, tra cui il trasferimento di 307 detenuti, la sospensione temporanea del servizio di accoglienza arrestati e misure periodiche di redistribuzione della popolazione detenuta. In questa cornice, nel corso dell’anno sono stati adottati 30 provvedimenti deflattivi, che hanno interessato complessivamente 498 detenuti, di cui 111 provenienti dal distretto di Roma, a testimonianza di un impegno concreto e continuativo nel contenimento delle criticità più rilevanti. Ed è proprio in questa direzione che si colloca il rafforzamento degli strumenti di governance del sistema, a partire dall’applicativo “Spazio/Detenuti”, uno strumento strategico che consente un monitoraggio costante e in tempo reale della popolazione detenuta, supportando processi decisionali tempestivi e più efficaci. È necessario chiarire, al riguardo, che l’indice di affollamento viene calcolato sulla base dei posti regolamentari effettivamente disponibili, secondo parametri normativi rigorosi, al netto dei posti temporaneamente indisponibili. Sul fronte dei rimedi risarcitori ex articolo 35-ter o.p., i dati, estratti dalla competente articolazione interna, mostrano, da un lato, un aumento delle istanze presentate negli ultimi anni, e, dall’altro, una sostanziale stabilità delle percentuali di accoglimento, segno di un andamento complessivamente equilibrato dell’attività giurisdizionale. In particolare: per il 2023, si registrano 9.574 istanze, con 4.731 accoglimenti e 1.143 rigetti; per il 2024, si registrano 11.440 istanze, con 5.837 accoglimenti e 1.829 rigetti; per il 2025, si registrano 11.900 istanze, con 6.539 accoglimenti e 1.704 rigetti. Anche qui, è necessario fare chiarezza: i dati trasmessi dall’Amministrazione alla Magistratura di sorveglianza sono completi e dettagliati, includendo anche elementi relativi agli spazi effettivamente fruibili dai detenuti. Analoga tendenza, poi, si riscontra con riferimento ai reclami avverso le decisioni della magistratura di sorveglianza, caratterizzati da una variabilità fisiologica tra i diversi uffici, connessa alla specificità delle strutture e delle situazioni trattate. Nello specifico: per l’anno 2023, si registrano 949 sopravvenienze, 960 procedure esaurite, 159 accoglimenti e 583 rigetti, oltre a 218 decisioni di inammissibilità o improcedibilità; per l’anno 2024, si registrano 937 sopravvenienze, 1.008 procedure esaurite, 135 accoglimenti, 643 rigetti e 230 decisioni di inammissibilità o improcedibilità; per l’anno 2025, si registrano 810 sopravvenienze, 914 procedure esaurite, 179 accoglimenti, 525 rigetti e 210 decisioni di inammissibilità o improcedibilità. In conclusione, il quadro che emerge è complesso e non privo di criticità ma è un quadro che il Governo sta affrontando con responsabilità, con metodo e con una visione di sistema. L’obiettivo prioritario è quello di assicurare condizioni detentive pienamente conformi agli standard di legalità, umanità e sicurezza, nella consapevolezza che la qualità del sistema penitenziario costituisce un indicatore essenziale del livello di civiltà giuridica e democratica del Paese”. Brevi note di commento Il Governo, e per esso l’Amministrazione della Giustizia, ha dunque risposto all’interrogazione del Deputato Giachetti. Ogni lettore ha la possibilità di formare la sua opinione attraverso il confronto tra l’interrogazione e la risposta. Chi scrive, dal canto suo, si limita ad osservare che il Sottosegretario Balboni, allorchè ha trattato la questione specifica posta dall’interrogante, ha attestato che l’indice di affollamento è calcolato al netto dei posti temporaneamente indisponibili e tenendo conto di parametri normativi rigorosi ma nulla ha aggiunto che servisse a comprendere se gli spazi occupati da arredi fissi e qualsiasi altro ingombro fossero o meno considerati ai fini della determinazione dello spazio vitale minimo garantito. Sembra una lacuna informativa cui non pone rimedio questo ulteriore passaggio della risposta: “è necessario fare chiarezza: i dati trasmessi dall’Amministrazione alla Magistratura di sorveglianza sono completi e dettagliati, includendo anche elementi relativi agli spazi effettivamente fruibili dai detenuti. Analoga tendenza, poi, si riscontra con riferimento ai reclami avverso le decisioni della magistratura di sorveglianza, caratterizzati da una variabilità fisiologica tra i diversi uffici, connessa alla specificità delle strutture e delle situazioni trattate”. Non si dubita della correttezza di questa affermazione ma, al tempo stesso, si osserva che, se i dati “completi e dettagliati” trasmessi alla magistratura dall’amministrazione penitenziaria sono quelli ottenuti tramite A.s.d., così come gli “elementi relativi agli spazi effettivamente fruibili dai detenuti”, il problema segnalato dall’Onorevole Giachetti è tutt’altro che risolto posto che, in ultima analisi, tutto dipende dalle impostazioni da cui dipendono i calcoli dell’applicativo e, se le prime sono sbagliate, saranno sbagliati anche i secondi. Peccato, un’occasione persa. Giustizia, Forza Italia insiste sulla responsabilità civile per i magistrati di Irene Famà La Stampa, 7 giugno 2026 Martedì secondo vertice, ma la maggioranza è spaccata. Il Guardasigilli torna a ribadire: “Norma inutile”. Non si placa, all’interno della maggioranza, lo scontro sul tema giustizia. Forza Italia insiste sulla responsabilità civile dei magistrati e il Guardasigilli Carlo Nordio torna a ribadire un secco no. “Sosteniamo il sacrosanto diritto del cittadino colpito da malagiustizia a essere risarcito. Rendere effettiva la responsabilità civile del magistrato significa mettere al centro la persona, i suoi diritti e le sue libertà”, scrivono in una nota i capigruppo di Camera e Senato di Forza Italia, Enrico Costa e Stefania Craxi. E proseguono: “La responsabilità civile non è uno strumento per “colpire” nel portafoglio il magistrato che sbaglia, ma un istituto di tutela di fronte alle ingiustizie. Ecco perché il ballottaggio tra responsabilità civile e responsabilità disciplinare a nostro parere non è appropriato: si tratta di istituiti giuridici con natura e finalità diverse. E dev’essere chiaro che per Forza Italia la tutela dei diritti del cittadino è una missione irrinunciabile”. Il ministro della Giustizia è costretto a ripetersi. E a Venezia, parlando alla Festa dell’innovazione promossa dal Foglio, dice: “Secondo me è un provvedimento inutile perché colpire il magistrato inetto, inadeguato, indegno, impreparato, sul portafoglio non ha nessuna deterrenza e non ha neanche nessuna efficacia sanzionatoria perché siamo tutti ultra-assicurati. Quindi al massimo, come accade negli incidenti stradali, paga l’assicurazione”. Sul tema giustizia, all’interno della maggioranza è un braccio di ferro. E nei primi giorni della settimana, forse martedì, si terrà il secondo vertice per proseguire il confronto e tracciare una roadmap, una sorta di cronoprogramma, sui provvedimenti più urgenti da portare avanti in questo ultimo scorcio di legislatura. I nodi da sciogliere non sono pochi e sono già emersi nella prima riunione, il 3 giugno scorso, a cui hanno preso parte anche il viceministro Francesco Paolo Sisto, i sottosegretari e i presidenti delle commissioni Giustizia di Camera e Senato, assieme ai capigruppo dei partiti di maggioranza. Torna la questione della responsabilità civile, rilanciata nei giorni scorsi anche da Marina Berlusconi. Per il ministro Nordio, che ha ammesso che dopo il risultato referendario “il cammino delle riforme è molto più difficile”, non c’è “nessun senso nel sanzionare pecuniariamente un magistrato inadeguato, ma va invece sanzionato nella carriera, nella promozione o addirittura, nel caso di inadeguatezza assoluta, con la rimozione, cioè deve cambiare mestiere o cambiare l’ufficio”. Una posizione che sembra però non essere condivisa dalle altre forze di governo, come anche la Lega. Il viceministro Sisto, esponente di Forza Italia, si dice “certo che si troverà una quadra” sia sul tavolo di confronto relativo alla responsabilità delle toghe che su altri temi sul tavolo. Forza Italia chiede di accelerare sui testi già incardinati, a partire dalla riforma della prescrizione e dalle nuove norme sul sequestro degli smartphone, insistendo anche sulla necessità di mantenere alta l’attenzione sul gip collegiale, la cui entrata in vigore è stata rinviata a febbraio-marzo prossimi, secondo quanto annunciato dallo stesso Guardasigilli. Tema di discussione anche i provvedimenti relativi alle imprese in tema di sicurezza nei cantieri e per i medici. Fratelli d’Italia pone l’accento sui provvedimenti fermi nelle commissioni parlamentari, tra cui la proposta di legge “Liberi di scegliere”, dedicata alla protezione e all’assistenza dei minori e delle famiglie coinvolte in contesti di criminalità organizzata. Sul tavolo anche nuove norme sul legittimo impedimento. Infine anche la Lega spinge per interventi legati alla giustizia minorile e per affrontare il tema della “geografia giudiziaria”. Giulia Bongiorno, presidente della commissione Giustizia del Senato ed esponente della Lega, assicura in vista di martedì: “Su molti temi c’è una convergenza ampia in maggioranza, si tratta quindi solo di tracciare una deadline con una lista di priorità, che si tradurranno poi in azioni concrete”. La responsabilità civile dei magistrati? “È un tema che sta molto a cuore anche alla Lega - dice Bongiorno all’Adnkronos - ma bisognerà capire se è fattibile oppure no, e la riunione di martedì sarà utile proprio per questo”. Responsabilità dei magistrati, Forza Italia insiste per una legge: “Per noi è irrinunciabile” di Paolo Frosina Il Fatto Quotidiano, 7 giugno 2026 Ma Nordio fa muro: “Inutile e insensata”. Dopo lo scontro al vertice di maggioranza, gli azzurri tornano a pungolare gli alleati. Il ministro chiude ancora e ammette: “Dopo il referendum il cammino delle riforme è molto più difficile”. “Sosteniamo il sacrosanto diritto del cittadino colpito da malagiustizia a essere risarcito”. Dopo lo scontro con Fratelli d’Italia al vertice di maggioranza di mercoledì, Forza Italia torna a sfidare gli alleati sul tema della responsabilità civile dei magistrati, la bandiera scelta dagli azzurri in tema giustizia per l’ultima parte di legislatura. Nelle scorse settimane, nell’ambito del nuovo corso chiesto da Marina Berlusconi, il capogruppo alla Camera Enrico Costa ha chiesto un provvedimento per ampliare i casi in cui giudici e pm possono essere chiamati a risarcire i danni causati dalle loro decisioni: l’idea è di intervenire sulla norma per cui “non può dar luogo a responsabilità l’attività di interpretazione di norme di diritto né quella di valutazione del fatto e delle prove”, nonché sulla definizione di “colpa grave” che fonda la responsabilità. Il ministro Carlo Nordio - ispirato da FdI - aveva alzato un muro da subito: “Non è nel programma, né all’ordine del giorno e, per quanto mi riguarda, non lo sarà”, ha tagliato corto. Costa, però, non si arrende e rilancia con una nota congiunta firmata insieme all’omologa al Senato, Stefania Craxi: “Rendere effettiva la responsabilità civile del magistrato significa mettere al centro la persona, i suoi diritti e le sue libertà”, si legge. “La centralità della persona è un principio che appartiene al dna di Forza Italia e della sua azione politica, ed è la chiave con cui va affrontato il tema”. “A scanso di equivoci”, sottolineano i due capigruppo, “non parliamo di censure alla discrezionalità di giudizio delle toghe, ma di errori gravi per i quali le persone hanno perso libertà, lavoro, risparmi e occasioni professionali e imprenditoriali, hanno avuto la reputazione infangata e subìto il tracollo della propria attività e la disgregazione della famiglia. In 15 anni, soltanto 15 vittime di malagiustizia hanno ottenuto il risarcimento del danno: una all’anno, per colpa di una legge inadeguata. È mai possibile? Nell’identità liberale che ci anima, la priorità è la tutela del cittadino e dei suoi diritti, specialmente se a violarli è lo Stato”, incalzano. I berlusconiani replicano anche al mantra di Nordio - ripetuto ancora sabato in un’intervista a Repubblica - secondo cui i magistrati inadeguati “non vanno colpiti nel portafoglio ma nella carriera”, cioè sul piano disciplinare: “La responsabilità civile non è uno strumento per “colpire” nel portafoglio il magistrato che sbaglia, ma un istituto di tutela di fronte alle ingiustizie. Ecco perché il ballottaggio tra responsabilità civile e responsabilità disciplinare a nostro parere non è appropriato: si tratta di istituti giuridici con natura e finalità diverse. E dev’essere chiaro che per Forza Italia la tutela dei diritti del cittadino è una missione irrinunciabile”. Non passa nemmeno mezza giornata, però, che il Guardasigilli torna a respingere gli alleati usando la stessa argomentazione: “La responsabilità civile dei magistrati secondo me è un provvedimento inutile, perché colpire il magistrato inetto, inadeguato, indegno, impreparato sul portafoglio non ha nessuna deterrenza e non ha neanche nessuna efficacia sanzionatoria, perché sono e siamo tutti ultra-assicurati”, dice alla festa del Foglio a Venezia. “Io capisco il principio “chi sbaglia paga”, e il nostro referendum era fondato su quello, perché avevamo previsto il sorteggio nella sezione disciplinare (del Csm, ndr) proprio per evitare la giustizia domestica. Bocciato questo, l’idea anche di costituire un tavolo tecnico per discutere la responsabilità civile dei magistrati, a parte che in questa legislatura non avremmo il tempo di portarlo in Parlamento, rischia di essere una specie di surrogato - su cui discuteremo - ma che vedo inutile”, ripete. “Non c’è nessun senso nel sanzionare pecuniariamente un magistrato inadeguato. Va invece sanzionato nella carriera, nella promozione o addirittura nel caso di inadeguatezza assoluta con la rimozione. Cioè, o deve cambiare mestiere o magari deve cambiare ufficio”. Nordio frena anche sulle altre riforme spinte da Forza Italia, quelle della prescrizione e del sequestro degli smartphone, già approvate in un ramo del Parlamento ma ferme rispettivamente al Senato e alla Camera: “Il Parlamento è sovrano e deciderà”, si limita a dire. Ma allo stesso tempo pronuncia parole simili a una resa dopo la sconfitta al referendum costituzionale: “È chiaro che di fronte a una manifestazione di volontà popolare, che può essere interpretata in mille modi - politico, emotivo o altro - però è stata manifestata e va rispettata, il cammino delle riforme è molto più difficile”, ammette. Forza Italia però non ha intenzione di abbandonare la sua crociata. Sull’ampliamento della responsabilità civile Costa ha battuto sabato anche in un’intervista al Corriere: “È falso che metta a rischio l’indipendenza della magistratura. Autonomia non significa immunità. Anche di fronte a macroscopici errori, il magistrato non è mai chiamato a rispondere”. La legge attuale, sostiene il deputato, “prevede limitazioni che non fanno scattare la responsabilità del magistrato neppure di fronte a enormi ingiustizie. Addirittura, gli errori sulla valutazione del fatto e della prova non sono sindacabili. Questo impedisce al cittadino di far valere il proprio diritto al risarcimento del danno”. Sulla stessa linea il viceministro azzurro alla Giustizia Francesco Paolo Sisto: “Nella riunione di maggioranza abbiamo chiesto un tavolo per discutere della responsabilità civile dei magistrati. È chiaro che non esiste una responsabilità senza sanzioni: un intervento è necessario. Non c’è nessun revanchismo, non c’è voglia di punire nessuno, ma di responsabilizzare tutti. È necessario stabilire delle regole per cui, come per tutti gli altri, i magistrati siano effettivamente chiamati a dare conto degli errori gravi”, ha detto al Quotidiano nazionale. Far pagare i magistrati di tasca propria? L’ennesima riforma da talk show che non risolverà nulla di Alberto Iannuzzi* Il Fatto Quotidiano, 7 giugno 2026 Si torna ad agitare lo spettro della responsabilità civile dei magistrati sugli errori giudiziari. Colpisce che a farlo sia Marina Berlusconi. Dopo l’archiviazione da parte del gip del Tribunale di Firenze, su conforme richiesta della Procura, del procedimento in cui si indagava sui rapporti tra il fondatore di Forza Itala e Marcello Dell’Utri con Cosa nostra, si torna ad agitare lo spettro della responsabilità civile dei magistrati, quella diretta. Colpisce che a farlo sia Marina Berlusconi in relazione ad una vicenda nella quale l’esito giudiziario è stato favorevole al padre, per cui in questo caso si potrebbe sostenere, a ragione, che il sistema stavolta ha funzionato, anche a tutela delle persone indagate. La proposta, però, viene da lontano ed è stata portata nei giorni scorsi all’attenzione anche del ministro Nordio, che però si sarebbe dimostrato in disaccordo. Evidentemente ogni governo ha il suo nemico preferito. Negli anni Novanta erano i “lacci e lacciuoli”. Poi sono arrivati i fannulloni pubblici. Oggi, di nuovo, tocca ai magistrati, il bersaglio prediletto. La ricetta proposta è molto semplice: basta responsabilità indiretta dello Stato, siano i giudici e i pubblici ministeri a pagare personalmente per gli errori giudiziari. Uno slogan potente. Peccato che sia soprattutto propaganda. Da oltre trent’anni la politica promette di “riformare la giustizia”. Nel frattempo si sono succeduti governi di ogni colore, commissioni, riforme epocali annunciate e quasi sempre dimenticate. Dalla legge Vassalli del 1988 alla riforma Renzi-Orlando del 2015, fino agli interventi della Cartabia ed alle attuali modifiche costituzionali sulla separazione delle carriere. Eppure i problemi reali sono sempre gli stessi: processi infiniti, carenza di personale, uffici al collasso, arretrati mostruosi. È di giovedì la notizia della pendenza di ben 1.300 richieste di misure cautelari inoltrate dai pm della Procura di Napoli, che però i giudici del Tribunale non riescono ad evadere. Tuttavia, invece di affrontare questi nodi strutturali si preferisce agitare il fantasma del magistrato irresponsabile. È una vecchia storia. Quando la politica non riesce a rendere più efficiente la macchina della giustizia, cerca consenso individuando un colpevole. E quale bersaglio migliore di una categoria che, per definizione, deve prendere decisioni impopolari? Il punto è che la responsabilità civile diretta non colpisce il magistrato negligente. Colpisce il magistrato indipendente. Un giudice deve poter decidere nei confronti di un amministratore pubblico, di un potente gruppo economico o di un’organizzazione criminale senza avere il timore che ogni decisione sgradita si trasformi in una causa milionaria contro il suo patrimonio personale. Chi immagina che questa riforma aumenti la qualità delle decisioni probabilmente non ha capito come funziona l’istituzione giudiziaria. Accadrebbe l’esatto contrario. Nascerebbe una magistratura difensiva, paralizzata dalla paura. Non il giudice che applica la legge, ma il giudice che si chiede come evitare guai a sé stesso. Del resto la stessa politica che oggi invoca il pugno duro contro i magistrati è spesso la stessa che per decenni ha lasciato gli uffici giudiziari senza personale amministrativo, con sistemi informatici inadeguati ed organici insufficienti. Secondo la narrazione dominante, i ritardi della giustizia dipenderebbero da giudici pigri e irresponsabili. Una favola comoda. La realtà racconta altro: migliaia di procedimenti pendenti per magistrato, cancellieri mancanti, scoperture di organico croniche e una produzione legislativa caotica, che cambia continuamente le regole del gioco. Negli ultimi anni il Parlamento ha approvato decine di modifiche ai codici, spesso contraddittorie tra loro. Ogni maggioranza promette semplificazione e produce nuove complessità. Poi, quando il sistema si inceppa, la colpa si riversa sui magistrati. Naturalmente gli errori esistono, anche gravi. Sarebbe ipocrita negarlo. Ma il rimedio non è trasformare il magistrato in un professionista sotto ricatto economico permanente. La domanda da porsi è diversa: perché le procedure disciplinari sono così lente? Perché le valutazioni di professionalità sono spesso percepite come meri adempimenti burocratici? Perché gli uffici che funzionano male continuano a funzionare male per anni senza interventi organizzativi efficaci? Se davvero si vogliono ridurre errori ed inefficienze, le strade da intraprendere dovrebbero essere altre. Ad esempio: valutazioni professionali rigorose e trasparenti, fondate sulla qualità delle decisioni e sulla capacità organizzativa; ispezioni più frequenti negli uffici con criticità croniche e pubblicazione dei risultati; investimenti massicci in personale amministrativo e digitalizzazione funzionante; formazione continua obbligatoria su nuove normative, tecnologie e gestione dei procedimenti complessi; procedure disciplinari rapide. Tutto questo richiede risorse, programmazione e volontà politica. Molto più difficile che scrivere una norma punitiva da esibire nei talk show. La verità è che la responsabilità civile diretta dei magistrati non è una riforma della giustizia, ma una riforma della comunicazione politica. Serve a soddisfare un sentimento di rivalsa, non a migliorare il funzionamento dei tribunali. Da trent’anni ogni governo promette la svolta definitiva. Da trent’anni si cambia il bersaglio ma non si affrontano le cause. Una riforma della responsabilità civile non farebbe altro che aggravare lo stato comatoso della giustizia, rendendola ancora più lenta ed inefficiente, con cittadini meno tutelati e magistrati più pavidi nei confronti dei potenti, ma anche più ricattabili. *Già presidente della Corte di appello di Potenza Nordio si arrende alle toghe e rinvia ancora le misure per contenere la carcerazione preventiva di Angela Stella Il Dubbio, 7 giugno 2026 Rinviate ancora le misure per contenere la carcerazione preventiva. Cambia anche la procedura per gli immigrati. Il parere di Silvia Albano (Md). Dopo la sconfitta referendaria, abbandonata la propaganda, il ministro della Giustizia Carlo Nordio fa dietrofront su diversi provvedimenti, in ossequio alla magistratura. Una resa quasi incondizionata all’Anm. Basti vedere cosa è successo per il gip collegiale, la norma secondo cui la competenza a decidere sull’applicazione di una misura cautelare personale sarà affidata a un collegio di tre magistrati e non più a un solo Gip. Approvata nell’agosto 2024, sarebbe dovuta entrare in vigore questa estate ma è stato previsto un rinvio al 28 febbraio 2027. Sbandierata da Nordio come la riforma che avrebbe innalzato il livello di garanzie ed evitato ingiuste detenzioni, adesso viene procrastinata, proprio come richiesto dal ‘sindacato’ delle toghe che ne aveva criticato il principio sotteso e altresì la fattibilità. Solo che come spesso accade col Guardasigilli, non si comprendono bene le ragioni di certe decisioni. Ad aprile, intervistato dal Corriere della Sera, anticipò un rinvio legato ad un problema di organici; due giorni fa, invece, durante una conferenza stampa ha sostenuto che i problemi sono legati alla “difficoltà nell’applicazione soprattutto della digitalizzazione”, “nella dematerializzazione degli atti”, lasciando increduli diversi esponenti dei partiti che sorreggono il Governo ma anche gli stessi magistrati che attendono di leggere i dettagli del provvedimento. L’altra stupefacente marcia indietro riguarda il tema migrazioni: alle sezioni specializzate dei Tribunali, in luogo della Corte d’appello, ritorna l’attribuzione della competenza in materia di convalida dei provvedimenti restrittivi della libertà personale del richiedente asilo, “perché fatte le valutazioni soprattutto per quanto riguarda agli organici ci siamo resi conto, anche dopo confronti molto costruttivi con l’Anm e i presidenti delle Corti di appello, che questa sarebbe stata la soluzione migliore” ha spiegato sempre Nordio due giorni fa. Il tema fu al centro di un feroce scontro tra maggioranza parlamentare e magistratura nell’autunno 2024, nato dopo che alcuni giudici avevano invalidato il protocollo Italia-Albania, attirandosi le ire del sottosegretario Alfredo Mantovano e anche quelle oltreoceano di Elon Musk che twittò: “Questi giudici devono andarsene”. Il Governo rispose con un emendamento al dl Flussi a firma della deputata di FdI Sara Kelany, nonostante i presidenti delle 26 Corti di Appello si fossero appellati addirittura al Presidente Mattarella per scongiurare l’entrata in vigore di quella norma. Sul tema abbiamo chiesto un parere a Silvia Albano, Presidente di Magistratura Democratica: “Lo spostamento della competenza dalle sezioni specializzate dei Tribunali alle Corti d’appello sulle convalide dei trattenimenti dei richiedenti asilo non aveva alcuna razionalità. Del resto non ci si era nemmeno sforzati di fornire alcuna spiegazione razionale”. Per la magistrata specializzata proprio su immigrazione, l’iniziativa presa “era la risposta a provvedimenti che non piacevano. Forse si pensava che giudici non formati sulla materia avrebbero più facilmente seguito le indicazioni del governo. Ma di regola se i giudici devono esercitare la giurisdizione studiano. Il trattenimento è inserito nel procedimento per il riconoscimento della protezione internazionale, il quadro normativo è esattamente quello oggetto della specializzazione delle sezioni immigrazione”. E conclude: “Con le norme del nuovo patto sono poi previste una serie di misure alternative al trattenimento che dovranno essere anche quelle oggetto di convalida. Si tratta di un quadro normativo molto complesso; mantenere questa dicotomia sarebbe stato ancora più irragionevole. Tanto più che evidentemente non ha dato i risultati sperati e la Corte di giustizia Ue con la sentenza del 1° agosto 2025 ha dato ragione al Tribunale di Roma, proprio sull’interpretazione delle norme che aveva suscitato le ire del governo provocando lo spostamento di competenza”. Se a tutto ciò aggiungiamo il fatto che su intercettazioni e sequestro degli smartphone il Parlamento è sempre in ascolto delle direttive della Procura Nazionale Antimafia e che nei mesi che verranno non ci sarà spazio per riforme garantiste, non è difficile dire che la magistratura ha vinto la sua battaglia in questa legislatura, sia nel torto che nella ragione. Roma. Sovraffollamento, a Rebibbia e Regina Coeli oltre 700 detenuti in più romatoday.it, 7 giugno 2026 Sovraffollamento e carenza di organici nelle carceri di Roma e del Lazio. La Fns Cisl chiede interventi urgenti per la sicurezza del personale. Le carceri di Roma e del Lazio sono sempre più sovraffollate, con un numero di detenuti che supera largamente la capienza regolamentare, mentre il personale di polizia penitenziaria risulta in grave carenza. È quanto emerge dai dati del ministero della giustizia aggiornati al 31 maggio 2026 e diffusi dalla Fns Cisl. Nella città di Roma sono attualmente presenti 3.389 detenuti, a fronte di una capienza regolamentare di 2.688 posti: un sovraffollamento di 701 unità. I casi più critici riguardano il carcere di Rebibbia (NC CC), con 443 detenuti oltre il limite, e Regina Coeli, che supera la capienza di 376 unità. La situazione non è migliore sul resto del territorio regionale. Nei 14 istituti del Lazio risultano recluse 6.917 persone, a fronte di una capienza complessiva di 5.316 posti: un eccesso di 1.601 detenuti. Carenza di organici: fino al 60% in meno per gli ispettori - Al problema del sovraffollamento si aggiunge quello della carenza di personale. A Roma mancano circa 300 agenti di polizia penitenziaria; su scala regionale il dato sale a circa 500 unità. In alcuni istituti, la carenza nel ruolo degli ispettori raggiunge il 60 per cento in meno rispetto all’organico previsto. Secondo la Fns Cisl Lazio, questa situazione produce conseguenze dirette sulla vivibilità e sulla sicurezza degli istituti: “La discrepanza significativa tra gli organici previsti e le forze effettivamente in servizio crea uno sbilanciamento sul personale esistente. La carenza di personale costringe il personale a carichi di lavoro eccessivi e un numero di detenuti per agente non sostenibile, aumentando i rischi e lo stress lavorativo”. La richiesta del sindacato - Il sindacato sottolinea che il sovraffollamento rende inaccettabili anche le condizioni di lavoro degli agenti e chiede interventi urgenti. Per la Fns Cisl Lazio “la sicurezza nei luoghi di lavoro non è un privilegio, ma un diritto fondamentale, vi è la necessità di compensare le perdite di personale e completare gli organici e garantire un numero di agenti sufficiente a garantire la sicurezza e l’operatività degli istituti penitenziari”. Il sindacato ribadisce inoltre “la necessità di un cambiamento del sistema penitenziario, affinché gli agenti di polizia penitenziaria possano lavorare in un ambiente più sicuro”, chiedendo alle autorità competenti una risposta concreta, in particolare sulla revisione della dotazione organica negli istituti interessati da ampliamenti. Solo riducendo il sovraffollamento, sostiene la Fns Cisl Lazio, sarà possibile “tornare a controllare in maniera adeguata chi realmente deve stare in carcere”. Verona. Tubercolosi nel carcere di Montorio, Bigon (Pd): “Superato ogni limite di umanità” cronacadiverona.com, 7 giugno 2026 “I drammatici fatti denunciati dall’Associazione ‘Liberi Liberi Art.27’ all’interno della Casa Circondariale di Verona - con un caso di tubercolosi isolato e un detenuto di 40 anni morto di cancro in cella - confermano che la situazione sanitaria a Montorio ha superato ogni limite di accettabilità e umanità”. Così la consigliera regionale del Partito Democratico, Anna Maria Bigon sulla gestione medica degli istituti di pena. “La perdita della libertà non può coincidere con la cancellazione del diritto alla salute. La Regione Veneto ha il dovere di mettere subito a disposizione le risorse necessarie per garantire cure adeguate e colmare la cronica carenza di medici e psicologi nelle strutture”. Le criticità sanitarie sono aggravate da un sovraffollamento fuori controllo: il tasso di affollamento negli istituti veneti è esploso, crescendo dal 134% del 2023 al 149% del 2025 (ben 25 punti sopra la media nazionale). Verona è maglia nera con un tasso record del 184,78% e una presenza del 50% di detenuti stranieri, che comporta enormi complessità linguistiche e culturali. A fronte di questa pressione insostenibile, il personale è ridotto all’osso: mancano agenti di polizia penitenziaria e gli educatori sono pochissimi, con un rapporto drammatico di appena uno ogni 73 detenuti in tutto il Veneto. “Chiediamo che l’Amministrazione Penitenziaria e le autorità facciano piena luce sulle procedure adottate per questi tragici episodi”, conclude Bigon. “Lo Stato di diritto non può essere sacrificato. La Regione non si volti dall’altra parte e intervenga subito per restituire dignità al sistema penitenziario, tutelando la salute dei detenuti e le condizioni di lavoro degli operatori che ogni giorno gestiscono questa emergenza”. Venezia. Cimici dei letti in carcere: “Detenuti con punture ovunque, e non possiamo mandargli creme” veneziatoday.it, 7 giugno 2026 Una familiare denuncia una situazione “fuori controllo”. “Sappiamo che sono in prigione, conosciamo il sovraffollamento, ma devono poter stare almeno in ambienti igienici. Alcuni divorati dai parassiti”. Una proliferazione di cimici dei letti sta creando gravi problemi ai detenuti del carcere di Santa Maria Maggiore, e non sarebbe neppure la prima volta. La situazione “fuori controllo” viene segnalata dalla compagna di un detenuto, che è seriamente preoccupata per la sua salute. Il compagno è “completamente divorato dalle cimici dei letti, braccia, gambe, schiena e parti intime” spiega, e “ad oggi nelle celle non viene fatta la disinfestazione, perciò sono coinvolti molti nuclei e tantissimi detenuti continuano a stare in uno stato di disagio fisico”. La situazione è aggravata dalle regole vigenti in carcere: alcuni familiari e conoscenti si sono proposti di inviare creme e medicinali, ma questo non è consentito. Secondo la segnalante in carcere attualmente “viene fornita della crema che non ha nessun effetto cutaneo”. “Capiamo perfettamente la condizione di sovraffollamento - aggiunge la donna - ma questa non è una scusa per non adottare le giuste precauzioni. Non abbiamo la pretesa di grandi cose, ma il fatto che siano detenuti non implica il fatto che non vengano rispettate le norme igieniche che garantiscano loro di restare in ambienti almeno puliti”. La speranza di chi scrive è che dopo la segnalazione qualcosa possa muoversi a tutela dei detenuti. Roma. Cyber Security Foundation dona 15 computer al carcere Rebibbia Libero, 7 giugno 2026 Nel quadro del percorso avviato con il protocollo d’intesa sottoscritto con il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (Dap) e la Camera Penale di Roma, la Cyber Security Foundation ha donato 15 computer alla casa circondariale di Roma Rebibbia, per promuovere la cultura cibernetica, le competenze digitali e l’introduzione alle professionalità informatiche negli istituti penitenziari. La consegna dei pc si è svolta nella giornata odierna alla presenza di Maria Donata Iannantuono, direttrice della casa circondariale di Roma Rebibbia e dirigente penitenziaria del ministero della Giustizia, e di Marco Gabriele Proietti, fondatore e presidente della Cyber Security Foundation, la prima fondazione no profit italiana dedicata al mondo cibernetico. I dispositivi saranno utilizzati per il corso di formazione rivolto alle persone detenute, dedicato alle competenze digitali, alla sicurezza informatica e all’uso consapevole delle tecnologie. Il percorso formativo prenderà avvio il 22 giugno, avrà una durata complessiva di 200 ore e consentirà ai partecipanti di conseguire una certificazione internazionale di cyber security spendibile nel mondo del lavoro. Il protocollo, firmato da Dap, Cyber Security Italy Foundation e Camera Penale di Roma, con l’allora presidente Gaetano Scalise, è nato con l’obiettivo di diffondere competenze digitali negli istituti penitenziari, sensibilizzare sui rischi legati all’uso delle tecnologie e favorire percorsi formativi utili anche nel processo di reinserimento sociale e professionale. “La cybersicurezza non è soltanto protezione dalle minacce digitali, ma anche cultura, responsabilità e inclusione. Con questa iniziativa vogliamo contribuire a costruire nuove forme di sensibilizzazione e formazione, portando competenze digitali anche in contesti in cui possono diventare strumenti concreti di crescita personale e reinserimento. Offrire ai detenuti la possibilità di avvicinarsi al mondo cyber significa investire su percorsi educativi capaci di generare consapevolezza, opportunità e futuro”, ha dichiarato Marco Gabriele Proietti, presidente della Cyber Security Foundation. Roma. I progetti che aiutano in maniera creativa i detenuti. L’esempio della “Casa di Vic” di Marina Piccone L’Osservatore Romano, 7 giugno 2026 Oggi è festa in questa bella casa nel quartiere Città Giardino (III Municipio). Tante persone si muovono nell’ampio spazio verde che la circonda, chiacchierano, mangiano seduti ai tavolini sotto gli alberi di limone e di melograno. Tra queste, indistinguibili, ci sono anche detenuti. Ci troviamo, infatti, nella casa di accoglienza creata dal VIC (Volontari in Carcere), un’associazione nata nel 1994 per sostenere persone in condizione di privazione della libertà personale fino al loro pieno reintegro nella società, che ha organizzato un evento aperto a tutti, l’AperiVIC. Un modo per farsi conoscere e per raccogliere fondi. Le attività dell’associazione sono molteplici: Centri di Ascolto in tutti i reparti dei quattro carceri di Rebibbia e nel Reparto detentivo dell’ospedale Pertini; sostegno materiale, con la distribuzione personalizzata di pacchi vestiario e di prodotti per l’igiene personale per le persone indigenti recluse; promozione di iniziative legislative finalizzate alla salvaguardia dei diritti e della dignità dei detenuti; sensibilizzazione dell’ambiente esterno. Tra le finalità, anche quella di realizzare strutture di accoglienza alternative alla carcerazione, come la casa, un villino di tre piani di proprietà delle suore Serve di Maria Riparatrici, che può ospitare fino a diciotto persone. Nata ancora prima dell’associazione da un gruppo di volontari della Caritas diocesana di Roma, la Casa del VIC accoglie principalmente persone detenute in permesso premio che provengono dalle carceri di Rebibbia, quindi ci sono uomini e donne (nel complesso penitenziario sono presenti una Casa circondariale femminile e una sezione per persone transgender presso la Casa circondariale maschile), sia italiani sia stranieri (una popolazione pari al 3o% di quella complessiva), e i loro familiari in visita, compresi i minori. “La struttura si rivolge in particolare alle persone più deboli e meno garantite, che, non avendo una abitazione o un alloggio considerato idoneo dai magistrati di sorveglianza, sarebbero di fatto escluse dalla possibilità di usufruire del beneficio previsto dall’articolo 30 ter dell’Ordinamento penitenziario”, spiega Daniela De Robert, tra i fondatori dell’associazione insieme a don Sandro Spriano, che ne è il presidente. “La Casa dà ospitalità anche a persone in misura alternativa e prevede un servizio di accompagnamento verso il ritorno nella società al termine della pena, già iniziato in carcere nei Centri di ascolto”. La popolazione variegata fa immaginare una non semplice gestione delle dinamiche. “E faticoso, ma imparare a convivere con le differenze è anche quello che dà il senso al nostro lavoro”, afferma De Robert, che è entrata nelle carceri prima come giornalista della Rai, per realizzare servizi, poi come volontaria, nel 1984, al seguito di don Luigi Di Liegro. “Ho fatto i primi corsi di formazione con lui, poi ho incontrato altre persone e ho conosciuto l’allora cappellano di Rebibbia, don Sandro Spriano. Abbiamo deciso di unire le forze, senza sapere ancora bene cosa fare. Un giorno, una donna si è buttata in ginocchio davanti a noi dicendo: “Sono incinta, non voglio che mio figlio cresca in carcere”. La Caritas ci ha messo a disposizione un appartamento, che condividevamo con il servizio di accoglienza per gli stranieri, e, così, nel 1989 è nata la Casa del VIC, la struttura di accoglienza per detenuti più grande di Roma e l’unica che ospita uomini e donne e i loro familiari”. Una presenza importante, quella dei congiunti, perché favorisce il recupero o il rafforzamento delle relazioni significative, provate dalla separazione e dalla distanza. Qui, genitori, figli, coniugi, partner, possono vivere nella normalità quotidiana che il carcere ha interrotto. “La cosa che manca di più”, afferma De Robert. “Andare a fare la spesa insieme, pagare con i soldi e non con il numero di matricola, cucinare il pasto e consumarlo seduti a tavola, giocare, studiare, fare una passeggiata, svegliarsi insieme. O, più semplicemente, stare vicini e parlare senza nessuno che osservi o controlli”. Come nel caso di G., indiano, che ha rivisto il padre e ha potuto chiedergli perdono; o di C., che ha ritrovato suo figlio tredicenne, lasciato all’età di un anno e mezzo; o di S., venuto dall’Afghanistan ancora minorenne, dopo un viaggio lungo, faticoso e doloroso. I suoi genitori sono morti, è rimasta solo una zia, profuga anche lei, con cui, anche se solo per telefono, ha potuto riprendere i contatti. O come nel caso di D., 16 anni, che aveva deciso di non andare più in visita dal padre in carcere perché, alla fine dei colloqui, lasciarlo lì gli procurava troppa sofferenza. Ora va a trovarlo nella Casa, ancora incredulo di poter stare con lui tutto il tempo che vuole. Ascolto e accompagno sono le due parole chiave del VIC, che conta su 72 volontari specificatamente formati. “L’ascolto non vuol dire stare a sentire, significa incontrare la persona, non il detenuto o la detenuta, nella sua completezza, con la sua parte positiva e quella negativa. Significa accoglierla senza giudizio, condividere un momento difficilissimo, perché la privazione della libertà è una sofferenza di per sé, a prescindere dalle condizioni di vita nel carcere, attualmente, peraltro, durissime. L’accompagnamento riguarda il dentro e il fuori, e spesso la nostra casa è il luogo dove le persone detenute muovono i primi passi nella libertà dopo anni. Una fase complicata, dove trovi uomini grandi e grossi che ti chiedono di aiutali ad attraversare la strada, perché hanno paura, perché non sanno più farlo. Devono rimparare a muoversi, a relazionarsi con i propri cari, perché il carcere lacera i legami familiari. E tutto una riconquista. Soprattutto per chi è in condizioni di povertà, che è un fenomeno plurale; non c’è, infatti, solo la povertà economica, c’è anche quella relazionale: ci sono persone disperatamente sole; e quella culturale: ad alcuni abbiamo dovuto insegnare a scrivere il proprio nome. La casa diventa quindi un modo per restituire diritti a chi, di fatto, ne era privato”. Tenendo anche conto che reinserirsi nella società non è facile, perché trovare qualcuno che affitti una casa o che dia un lavoro a un ex detenuto è un’impresa ardua. E, proprio pensando all’aspetto cruciale del lavoro, il VIC, nel 2000, in collaborazione con la Direzione del Nuovo Complesso di Rebibbia, il Ministero della Giustizia e il Ministero del Lavoro, ha dato vita alla cooperativa eTeam, che offre opportunità lavorative dentro e fuori dalle carceri. La cooperativa, in cui sono impiegati con un regolare contratto sei detenute e diciotto detenuti, gestisce il servizio Cup dell’Ospedale pediatrico Bambino Gesù e la dematerializzazione delle impegnative mediche del nosocomio. Si occupa, inoltre, del contact center dell’Università degli studi di Roma, “Unitelma Sapienza”. Oltre a detenuti in permesso premio, la Casa ospita anche persone particolarmente indigenti e povere di relazioni di supporto nel primo periodo di libertà dopo il fine pena, che vengono orientate e sostenute nella ricerca di un domicilio. “Ma ci sono anche occasioni più liete”, continua De Robert. “A giugno 2024 abbiamo ospitato un ragazzo, libero da poche settimane e residente in un’altra regione, che doveva sostenere l’esame di maturità a Rebibbia, avendo completato là il percorso scolastico. L’esame è stato brillantemente superato, con grande soddisfazione sua, della sua famiglia e di tutti noi”. Dunque, la Casa non è solo ospitalità, ma pure un luogo in cui i rapporti di amicizia e di mutuo aiuto rimangono saldi, anche una volta liberi. “Alcuni di loro continuano a frequentarci, dandoci una mano nelle varie attività o semplicemente tenendoci al corrente di fatti importanti, come un matrimonio o la nascita di un figlio”. Un luogo prezioso, che svolge una importante attività sociale, ma che non riceve contributi pubblici. “La struttura, che ha un costo considerevole, centomila curo l’anno, è completamente autofinanziata, ma ce la teniamo stretta con le unghie e con i denti”, dichiara De Robert. I fondi arrivano da progetti, donazioni, 5 per mille e raccolta fondi in occasioni come gli AperiVIC. “Mi piacerebbe che diventasse una risorsa per la città. Un luogo dove venire per un concerto, un evento, e mischiarsi a persone che non sono così diverse da noi. E vorrei che rappresentasse un “luogo di scandalo”, come disse don Luigi Di Liegro all’inaugurazione del primo ostello per senza dimora a Roma. Una denuncia del fallimento di questa società, che non sa accogliere persone che hanno sbagliato e che, per non ritornare indietro, hanno bisogno di trovare una porta aperta e un’altra possibilità”. Nuoro. Il 41 bis a Badu e Carros “cancella” il percorso di giustizia riparativa di Gianfranco Locci L’Unione Sarda, 7 giugno 2026 La chiamano “giustizia riparativa”. È una seconda possibilità data ai detenuti, che per Nuoro è sempre stata un vanto. Con il carcere al 41 bis, però, la città perde questo programma. “Un percorso spazzato via”, rimarca Don Pietro Borrotzu. Un carcere che cambia approccio, non dialoga con il territorio. Isola e non dà una seconda possibilità. Il rammarico è palpabile nelle parole di quel sacerdote che ha dedicato la sua vita ad aiutare il prossimo, anche grazie al progetto di giustizia ripartiva, “Riannodare i fili”, con la cooperativa “Ut unum sint”. Ebbene, la rappresentazione teatrale “Romeo e Giulietta”, del regista Paolo Floris, è andata in scena venerdì sera tra gli applausi ma senza gli attori più attesi. Sì, c’erano gli studenti del liceo Fermi ma non i detenuti di Badu e Carros. Gli intervistati sono: Pietro Borrotzu, cooperativa sociale “Ut unum sint”; Teresa Mattu, referente progetto; Marina Fancello, educatrice. Varese. La realtà delle carceri: storie di migrazione, cura e inclusione varesenews.it, 7 giugno 2026 Una riflessione sulla complessità del sistema carcerario e sui percorsi di inclusione e cura della persona arriva a Varese con una tavola rotonda dal titolo “La realtà delle carceri; storia di migrazione, cura, inclusione, fallimento”. L’evento si terrà il 13 giugno, dalle 10 alle 12, presso il Centro Parrocchiale Kolbe in Viale Aguggiari 140. L’incontro è promosso in collaborazione con Caritas Varese, Sanità di Frontiera, l’Ordine dei Medici di Varese e l’Ordine degli Avvocati di Varese. Gli ospiti porteranno testimonianze e competenze differenti, ma complementari, sulla realtà delle carceri e sui percorsi di recupero. Si parlerà di salute mentale, legislazione, migrazione, cura, inclusione e attenzione ai minori non accompagnati. “Il prendersi cura della persona rimane la risposta alla complessità della realtà”, sottolineano gli organizzatori, ponendo l’accento sull’importanza del supporto sociale e sanitario anche in contesti difficili. Tra gli interventi principali, la testimonianza di Samuel Kayim, giovane migrante dall’Africa all’Italia che ha attraversato le carceri libiche, raccontando il suo percorso di inclusione in Italia. Aperta la tavola rotonda anche dai giovani Filippo ed Eva: il primo, neolaureato in Medicina, ha svolto la sua tesi presso il Carcere di San Vittore grazie alla collaborazione con l’Università dell’Insubria; la seconda, con un’esperienza di volontariato nel Carcere di Varese, si dedica ora alla formazione in Servizio Sociale presso l’Università di Trento. “Siamo felici della partecipazione di questi giovani e di poter fare rete con le realtà di Varese che si prendono cura della persona”, concludono gli organizzatori. Per informazioni: gruppo.varese@cuamm.org. Genova. Nel carcere di Marassi il teatro “necessario” dei detenuti di Pietro Barabino Il Fatto Quotidiano, 7 giugno 2026 Recita anche il giudice Morando: “La funzione della pena è la rieducazione”. Dieci anni fa Teatro Necessario ha trasformato una discarica interna alla casa circondariale Marassi in un teatro e oggi va in scena con la Voce di Antigone. “Questo attore, da cinque giorni, è un uomo libero”. Carlo Imparato lo annuncia dal palco del Teatro dell’Arca, dentro il carcere di Marassi, a Genova, alla fine di una replica della “Voce di Antigone”. L’uomo che ha appena finito di recitare con la compagnia di persone detenute ha finito di scontare la sua pena. Il pubblico applaude. Fuori da quel teatro, anche in Liguria, il carcere resta sovraffollato, attraversato da violenze, lavoro scarso e misure alternative spesso bloccate dalla mancanza di una casa. La sala teatrale è all’interno delle mura. Dieci anni fa Teatro Necessario ha trasformato una discarica interna alla casa circondariale in questo teatro, aperto alle persone detenute a cui viene concesso l’apposito permesso, e al pubblico esterno. Sandro Baldacci, ideatore del progetto, lo chiamava un ponte tra carcere e città. Mirella Cannata, insegnante che con Carlo Imparato guida oggi l’associazione Teatro Necessario, racconta che tutto era nato come un laboratorio di pochi mesi. “Ci siamo resi conto subito che il teatro era una necessità”, ricorda. Necessario perché offre alle persone detenute “l’opportunità di scoprire potenzialità e capacità che neanche loro sanno di avere”. In vent’anni sono state coinvolte oltre 500 persone detenute come attori e tecnici, mentre circa 90.000 spettatori sono entrati all’Arca. A maggio la compagnia ha portato in scena “La voce di Antigone”, dentro il progetto nazionale “Per Aspera ad Astra”, avviato nel 2018 e oggi attivo in 15 carceri italiane. Il laboratorio lavora sui mestieri del teatro ed è un campo di prova che richiede precisione, fiducia, tempi e regole da rispettare. Al percorso concluso a maggio ha preso parte anche Giorgio Morando, giudice per le indagini preliminari del tribunale di Genova, poi salito sul palco come attore della compagnia. “Le nostre realtà sono spesso contrapposte - dice - io faccio il giudice, spesso vengo percepito da loro come una figura distante. Invece voglio essere vicino in quella che è la funzione costituzionale della pena, cioè la rieducazione. L’ho sempre studiata nei libri, poi l’ho vista concretamente in questo progetto e quest’anno l’ho voluta vivere insieme alla compagnia”. Dentro il teatro del carcere, Antigone riporta il conflitto tra legge dello Stato, coscienza e dignità. Eva Cambiale, attrice e co-regista insieme a Carlo Orlando, racconta il lavoro dietro le quinte: nove ore alla settimana, da ottobre a maggio, con persone che non avevano mai fatto teatro. “È difficile che in carcere si crei un gruppo, un gruppo unito, in cui ci sia parità e assenza di giudizio”, dice. Nelle sezioni spesso prevalgono diffidenze e solitudini; per qualche ora alla settimana, quelle regole cedono terreno a un’altra disciplina: si prova, si sbaglia e si ripete. Si impara a stare nello spazio senza occuparlo tutto e ad ascoltare la battuta dell’altro. “Sappiamo benissimo che lavoriamo con dieci detenuti su oltre 600”, riconosce Cambiale. Ma per chi partecipa, il teatro è “una boccata di ossigeno”, ancora più preziosa proprio in considerazione del contesto molto complesso, “in cui c’è molta sofferenza”. La relazione annuale 2025 del garante regionale Doriano Saracino dà la misura di quel contesto. Al 31 dicembre 2025 negli istituti liguri c’erano 1.398 persone detenute per 1.111 posti: sovraffollamento al 126 per cento. A Marassi i presenti erano 689 su 535 posti, ben oltre la capienza. Il garante apre la relazione con un fatto avvenuto proprio a Marassi. Il 4 giugno 2025 circa 200 persone detenute protestarono dopo le violenze subite da un ragazzo di 18 anni. Sui fatti indaga la magistratura: sulle violenze, su eventuali omissioni nella custodia e sulla protesta, per la quale è stato contestato per la prima volta in Italia il nuovo reato di rivolta in istituto penitenziario. Saracino scrive che, per quanto subito dal giovane, “il termine tortura non pare davvero esagerato”. Le criticità ricorrenti riguardano salute, continuità delle cure, condizioni igienico-sanitarie e spazi di vita. Nella relazione si parla di referti non consegnati, visite e interventi senza tempi certi, prestazioni che saltano per problemi di scorte, celle con muffe e umidità, vetri mancanti, pannelli in plexiglas che riducono aria e luce, infestazioni nelle zone di raccolta dei rifiuti. Anche il lavoro resta insufficiente: secondo il garante, le carceri liguri sono al terzultimo posto in Italia per opportunità di lavoro alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria. Per chi potrebbe scontare fuori l’ultima parte della pena, l’accesso alle misure alternative diventa più difficile senza una casa idonea o un luogo di accoglienza, rendendo la pena in carcere più lunga per i più poveri. Morando spiega che progetti come il laboratorio dell’associazione Teatro Necessario servono a far vedere anche all’esterno il carcere non come “un luogo di perdizione”, ma come un posto dove le persone possono mostrarsi al pubblico e dire “noi non siamo spazzatura”. A fine spettacolo prende la parola un uomo della compagnia. “Ogni volta che sono su questo palcoscenico, veramente mi sento libero con voi”, dice. Dopo gli applausi, il pubblico esce da una parte mentre gli attori, sotto lo sguardo degli operatori di polizia penitenziaria, rientrano nelle sezioni dal retro del palco. Catania. “Dinastia”, il rapper che canta la legalità e fa laboratori nel carcere minorile di Laura Distefano La Sicilia, 7 giugno 2026 La musica è uno strumento di comunicazione potentissimo. Può fare la differenza. Maurizio Musumeci, in arte Dinastia, è un rapper di Paternò - nel Catanese - che oltre a scrivere, comporre e cantare ha scelto di usare l’arte per aprire un dialogo con i ragazzi. Senza schemi, filtri e pregiudizi. Dalle scuole di periferia alle carceri minorili, ma anche fra i banchi di istituti scolastici di zone centrali e residenziali. Perché il disagio giovanile che può trasformarsi in violenza e cattiveria ha più origini, sociali e anche psicologiche. L’emarginazione del quartiere ghetto è forse la più diffusa e studiata, ma anche il vuoto della solitudine è un campanello d’allarme da non sottovalutare. La musica è sempre stata nella vita di Dinastia. Ed è stata, forse, un’ancora di salvezza. Anzi di supporto. Una via per “portare fuori” domande, tormenti, ansie, paure e soprattutto sogni. La chiave di violino e il pentagramma sono tatuati nel suo Dna. “Io ho iniziato a fare musica a 14 anni. Ora ne ho 39. Io sono sempre stato attento a quello che dicevano i pezzi delle canzoni. Però il testo impegnato per me non è solo quello di denuncia sociale o politica. Lo è anche una canzone d’amore, ma scritta bene. Quello che mi è sempre stato a cuore dall’inizio fino ad adesso è quello di dire qualcosa attraverso la musica”. Maurizio è l’esempio perfetto di come può diventare virale un messaggio di legalità fortissimo. “Chi gliel’ha fatto fare”, non a caso, ha vinto il contest di “Musica contro le mafie”. “Io ho sempre raccontato - spiega - quello che mi circonda e mi ha segnato. Quando ero piccolo ho letto questo libro di mio zio che era “Cose di Cosa Nostra” di Giovanni Falcone. La prima volta che l’ho letto andavo ancora alle elementari e non avevo chiaro proprio tutto, però una domanda mi era nata: ma a questo qua, sapendo poi come è finita, chi gliel’ha fatto fare? Poi quel libro l’ho riletto alle medie quando avevo un po’ più di consapevolezza. Poi alle superiori il quadro è stato completo. Il fatto di voler raccontare è stata una cosa naturale per me. Era una cosa che ho sentito di dover fare”. Maurizio non immaginava minimamente quello che quella canzone, incisa oltre dieci anni fa, avrebbe scatenato. “Quella canzone rappresentava una parte di quello che volevo dire io con la musica e, quindi, l’ho messa lì in rete. Da lì la canzone ha preso vita, molti l’hanno cominciata a usare per manifestazioni di legalità e hanno fatto anche delle cover”. La prova che la musica può cambiare le coscienze è stato il fatto che quella canzone ha dato il coraggio a un giovane di ribellarsi alla mafia. “Questo brano me la porto dietro ormai da sempre. Molto spesso chi fa musica si vanta del platino, io ho un platino che per me vale tantissimo: questa canzone ha ispirato un imprenditore di Biancavilla a denunciare il pizzo. Per me questa è una cosa bellissima”. L’impegno sociale di Dinastia non è solo nella stesura dei testi, ma è anche e soprattutto pratico e operativo. Da tre anni è il protagonista di un laboratorio di rap creato all’Istituto penitenziario minorile di Acireale. Con la realizzazione di una “cella di incisione”. Così l’artista ama chiamare la sala di incisione all’interno dell’Ipm acese. Il progetto è promosso in tutta Italia dall’associazione Crisi come opportunità. Tutto è nato da una telefonata. “Mi ha contattato Lucariello e mi ha chiesto se mi andava di provare a fare laboratori di rap all’interno di un carcere minorile”. Maurizio ha intrapreso questo percorso in punta di piedi ma poi ci si è buttato a capofitto. Un percorso di cui si è “innamorato”. “Questi ragazzi mi danno tantissimo. Prendo più io da loro che loro da me. E sono felice del percorso che stanno facendo. Marco (nome di fantasia) tra poco uscirà con una canzone che abbiamo prodotto all’interno del carcere minorile. È una canzone che parla di un amore estivo, nulla da invidiare a quello che già abbiamo nel panorama musicale”. Capita che i partecipanti al laboratorio scrivano dei testi crudi e brutali. Sono racconti di vita. Per alcuni di loro la vita è stata molto dura. “Quando accade cerchiamo di parlarne e di confrontarci. E cercare di capire da dove nasce il disagio. Però la parola più ricorrente che ho incontrato nei testi dei ragazzi che fanno i laboratori è mamma”. Cosa accade però quando questi ragazzi usciranno fuori? “Bisogna rafforzare tutto il sistema socio-educativo: far capire che ci può essere un’alternativa”. Maurizio, infine, lancia un messaggio potente: “Ai giovani voglio dire di essere curiosi”. Andare oltre. La curiosità verso un libro, d’altronde, ha dato una rotta alla vita di Dinastia. Quasi inaspettata. “Sono dell’idea che essere curiosi è il primo passo per aprire la mente”. Lotta alla povertà? Bene, ma buoni propositi e taglio di fondi non vanno insieme di Lorenzo Bandera* Corriere della Sera, 7 giugno 2026 Per la prima volta la Commissione Ue si impegna formalmente su un tema tradizionalmente di competenza degli Stati. Ma nella Strategia si invitano gli Stati membri a “mobilitare in modo più efficace i finanziamenti pubblici e privati”, e qui sta il problema: un taglio delle risorse pubbliche non può essere compensato da quelle private, soprattutto nel campo della povertà. Con la Strategia anti-povertà presentata a maggio, per la prima volta la Commissione Ue si impegna formalmente su un tema tradizionalmente di competenza degli Stati. La situazione richiede infatti interventi di ampio respiro, coordinati e ambiziosi, su cui l’Ue vuole giocare un ruolo chiave. L’obiettivo primario è ridurre di 15 milioni le persone economicamente vulnerabili (93 milioni) prima del 2030. Per raggiungerlo la Strategia indica interventi specifici per fasce di età, definisce le sfide che aggravano la povertà su cui lavorare orizzontalmente e delinea una nuova struttura per governance, gestione fondi e monitoraggio dei progressi. La società civile ha accolto con favore le scelte. Per Caritas Europe si riconosce finalmente che la povertà “può essere sconfitta, ma non può essere affrontata in modo frammentato”, mentre l’European Anti Poverty Network sottolinea come tenere insieme prevenzione, programmazione e coordinamento tra Stati sia “un passo essenziale verso l’eradicazione”. Ma accanto agli apprezzamenti di principio non mancano le preoccupazioni, legate soprattutto alle risorse. Nella Strategia si invitano gli Stati membri a “mobilitare in modo più efficace i finanziamenti pubblici e privati”. Una formula diplomatica che, tradotta, significa due cose. La prima: gli attuali fondi Ue - in primis i 139 miliardi di euro del Fondo Sociale Europeo Plus - non vengono spesi bene. La seconda è che il ruolo degli attori del secondo welfare viene riconosciuto e incoraggiato per integrare l’azione delle istituzioni nazionali. Ma guardando al futuro il rischio di distorsioni è alto. Un netto arretramento delle risorse pubbliche non potrebbe essere compensato da quelle private, soprattutto nel campo della povertà dove la capacità di co-partecipazione alle spese è quasi nulla. In questo senso, il vero banco di prova sarà il bilancio in discussione 2028-2034. In termini tecnici si chiama QFP, Quadro Finanziario Pluriennale, e la proposta al centro delle trattative prevede più fondi per difesa e competitività e meno per politica di coesione e investimenti sociali. Nonostante l’introduzione di soglie minime per questi due voci, il rischio è che, dal 2028, molti Paesi - con l’Italia in testa - si ritrovino con minori risorse per le regioni meno sviluppate e la popolazione più debole. Caritas ha sottolineato che mettere in secondo piano l’inclusione sociale “minerebbe la finalità stessa della Strategia” mentre Epan ha parlato di “divario tra le ambizioni dichiarate e le priorità politiche più ampie”. Siamo quindi di fronte a un paradosso: l’Unione Europea per la prima volta interviene in modo sistemico sulla povertà lanciando una Strategia ambiziosa ma, al contempo, discute un bilancio che la svuoterebbe delle risorse fondamentali per raggiungere gli obiettivi. Il rischio è di adottare l’andatura del gambero: un passo avanti e due (o più) indietro. Che non possiamo permetterci. *Direttore editoriale Percorsi di Secondo Welfare In migliaia per ricordare gli schiavi uccisi. Il flop del governo sul Pnrr anti caporali di Francesca Fulghesu Il Domani, 7 giugno 2026 Migliaia di persone al corteo della Cgil nel luogo della strage dei braccianti, bruciati vivi perché chiedevano di essere pagati. Dei 200 milioni contro il caporalato usati solo 20, gli altri vanno restituiti. I sindacati: “Colpire le aziende che sfruttano”. Le corone di fiori e un sole caldo che sembra far risaltare l’odore di bruciato. Poco più in là, bandiere e cartelloni ricordano i nomi delle vittime del lavoro e dello sfruttamento. Fuori dalla stazione di servizio di Amendolara in cui lunedì 1 giugno sono stati arsi vivi Waseem Khan, Amin Fazal Khogiani, Ullah Ismat Qiemi e Safi layjad, sono migliaia le persone riunite. Sono lavoratori stranieri e italiani, braccianti del territorio e delle province del Sud. Un fiume di duemila magliette rosse che attraversa viale Lagaria scandendo con rabbia un coro: “Basta morti e clandestinità”. Lo stesso appello che, all’arrivo del corteo organizzato dalla Cgil nella piazza principale del paese, rilanciano il segretario generale Maurizio Landini e quello della Flai Cgil Giovanni Mininni. “Dobbiamo non chinare la testa e mobilitarci fino a quando le nostre leggi non saranno applicate”, sottolinea Landini. Perché le leggi, sottolineano i sindacalisti, esistono. Il problema è che non vengono applicate. È chiaro chi siano gli interlocutori: innanzitutto il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida e la ministra del Lavoro Marina Elvira Calderone. Quest’ultima, proprio il giorno prima, dal vertice sul tema a Reggio Calabria, ha annunciato una campagna di ispezioni aggiuntive nel comparto agricolo, su tutto il territorio nazionale, per l’estate. Una dichiarazione che, secondo le opposizioni e i sindacati suona “ipocrita” ed emergenziale. “Vengono a fare le passerelle - denuncia Mininni - quando muoiono i “Satnam Singh”, ma le campagne di raccolta ci sono tutti gli anni. Non servono controlli straordinari, servono un sistema di controllo pianificato e delle soluzioni concrete”. Proprio come Giorgia Meloni, che poche ore prima era nella stessa regione della strage per la festa dei Carabinieri ma non ha colto l’occasione per venire ad Amendolara. Da quando è al governo, alcune soluzioni si sarebbero potute adottare, se fossero stati utilizzato i fondi del Pnrr in tempo. Il piano da 200 milioni di euro contro il caporalato e lo sfruttamento lavorativo in agricoltura aveva come obiettivo proprio l’eliminazione degli insediamenti abusivi. Alloggi pubblici e servizi di trasporto avrebbero potuto liberare, almeno in parte, i braccianti dal controllo dei caporali. Di quei fondi però, con il prefetto Maurizio Falco nominato commissario straordinario proprio per sbloccare la situazione, in due anni è stato utilizzato solo il 10 per cento. Il resto, va da sé, verrà restituito. Un’occasione mancata, su cui ha posto l’accento anche la segretaria dem Elly Schlein: “Si chieda al governo, dopo aver sfruttato solo 20 milioni, di fare ciò che deve”. Soldi persi di cui, specifica Mininni, il governo non parla. Nello stesso modo in cui, aggiunge il segretario, si è arrivati a non convocare più il tavolo contro il caporalato: “Poteva produrre dei risultati, dare delle indicazioni chiare e precise. Da quando siete al governo è stato insabbiato, l’avete sommerso fino a confondersi con tutto il sommerso che c’è negli altri settori produttivi”. Sotto il palco, ad ascoltarlo e annuire accanto a Schlein, c’è anche Nicola Fratoianni. Anche per il cofondatore di Avs la priorità è applicare le norme che già esistono, ammettendo la sistematicità del fenomeno. È un punto su cui tutti i presenti concordano, anche chi pochi minuti prima sfilava dietro di loro nel corteo: non si deve più parlare di invisibilità, non ci si può più sorprendere. Le vittime ricordate sui cartelli appesi al petto lo confermano: il fenomeno è radicato nei territori e ha dinamiche ricorrenti. “Siamo qui per dire basta con l’ipocrisia di chi fa finta di non vedere ciò che vedono tutti”. Intanto ogni primo maggio arriva puntuale un nuovo decreto legge. E proprio in queste ore, come ricorda Landini, c’è “un emendamento della maggioranza che punta a incentivare e legittimare i contratti pirata”, definito anche da Fratoianni “un grande scherzo a lavoratori e lavoratrici”. Sul tema migrazioni, invece, l’agenda politica continua a puntare sulla propaganda della sicurezza. Ma mentre proseguono le indagini sulla strage di Amendolara, la priorità, invocata dalle opposizioni, è superare i decreti già esistenti che “agevolano l’illegalità”. Su tutti, la legge Bossi-Fini: l’alternativa - spiega Schlein - sono canali regolari e regolati per l’ingresso. Ma anche dire chiaramente che sull’illegalità il ruolo principale lo rivestono le imprese coinvolte come nel caso di Amendolara. “Il problema - specifica Mininni - non sono solo i caporali. Sono le imprese che ingaggiano i caporali. E la magistratura deve andare fino in fondo, non scoprire solo chi sono stati quelli che hanno dato fuoco, ma anche i mandanti probabilmente, o comunque chi organizzava questa rete di caporali pakistani”. Caporalato, che possiamo fare noi? “Combatterlo alla cassa, chiedere etichette con la paga dei braccianti” di Redazione Buone Notizie Corriere della Sera, 7 giugno 2026 “Una “etichettatura sociale obbligatoria su condizioni di lavoro, regolarità dei contratti, sicurezza nei campi, dignità dei lavoratori lungo tutta la filiera: solo così i consumatori potranno scegliere”. È l’appello di Federconsumatori, rilanciato dal Forum nazionale Terzo settore, dopo la strage di Amendolara in Calabria”. “Ogni volta che un consumatore acquista fragole, pomodori, arance o altro ha il diritto di sapere che quel prodotto non porta con sé il peso dello sfruttamento, della violenza, del ricatto, e spesso del sangue. Nessuno vuole essere complice di un sistema criminale. Eppure, senza strumenti di trasparenza, facendo la spesa possiamo diventarlo”. Inizia così, dopo la strage di Amendolara dove tre braccianti afghani e un pakistano sono stati bruciati vivi per aver chiesto lo stipendio, il richiamo di Federconsumatori rilanciato dal Forum nazionale Terzo settore. Ma le strade per contrastare lo sfruttamento dei disperati - prosegue - ci sono anche per i cittadini: scegliendo col portafoglio, come si dice. Magari cominciando a farsi qualche domanda di fronte a prezzi troppo bassi. E aderendo alla battaglia per chiedere a chi fa le regole del commercio, per esempio, che sulle etichette sia indicato davvero tutto: compreso il “ricarico” sul prezzo iniziale, per capire quanto è stato pagato chi quel pomodoro lo ha raccolto. “C’è una soglia oltre la quale lo sfruttamento già inaccettabile di per sé - ricorda la nota di Federconsumatori - si trasforma in barbarie. Quella soglia è stata tragicamente varcata in Calabria, dove quattro braccianti agricoli avevano lavorato per settimane, cogliendo fragole tra la Sibaritide e la Piana del Metapontino. Ma il denaro non arrivava mai. Quando hanno insistito per ottenere ciò che spettava loro, la risposta è stato il tragico rogo di cui son rimasti vittime. Il solo sopravvissuto ha raccontato che i suoi compagni avevano chiesto più volte ai caporali di essere pagati per il lavoro svolto nei campi, senza mai ottenere nulla. Per questo sono morti. Federconsumatori esprime orrore e sdegno per questa strage, l’ennesima, efferata e inaccettabile espressione di un sistema illegale e cruento, il caporalato, che il nostro Paese tollera da troppo tempo con colpevole indifferenza”. E la nota prosegue. “Ribadiamo ancora una volta che i cittadini, nel piatto, non vogliono questo. Non vogliono essere complici inconsapevoli di un sistema criminale. Eppure, senza strumenti di trasparenza, lo diventano”. Che fare? Certo, l’inasprimento delle norme contro il caporalato: che peraltro già ci sono. Certo, controlli più stringenti per verificare che siano applicate: ma non posiamo essere noi a trasformarci in ispettori. Tuttavia una pressione potremmo esercitarla, appunto come consumatori. “Riteniamo necessario e urgente - scrive la Federazione nel comunicato rilanciato dal Forum Terzo settore - adottare una etichettatura sociale obbligatoria, che attesti le condizioni di lavoro, la regolarità dei contratti, la sicurezza nei campi e il rispetto della dignità dei lavoratori lungo tutta la filiera produttiva. Solo così i consumatori potranno scegliere in modo davvero consapevole e responsabile”. Il continuo richiamo all’eccellenza del made in Italy, di fronte a questi fatti, risuona ingannevole, quasi macabro. Se vogliamo che le nostre produzioni siano davvero un motivo di orgoglio a livello nazionale e internazionale, dobbiamo avere il coraggio di guardare in faccia a questa piaga: l’eccellenza non può poggiare sulla schiavitù. Migrazioni e crisi politica: la vera sfida è restare umani di Mauro Magatti Avvenire, 7 giugno 2026 Dietro ai flussi contemporanei si manifestano molte delle grandi contraddizioni del nostro tempo. Prigionieri del breve periodo, i politici rincorrono le emergenze anziché governarle. La costruzione di società capaci di valorizzare le differenze senza rinunciare alla coesione sociale resta un obiettivo ancora da raggiungere. Ovunque nel mondo la questione migratoria è uno dei nodi sociali e politici più scottanti. Dall’Europa agli Stati Uniti, dall’America Latina all’Africa, dall’Asia al Medio Oriente, questo tema attraversa le società contemporanee e ne mette alla prova capacità di governo e logiche di convivenza. Eppure, nonostante la centralità del fenomeno, continuiamo a parlarne in modo superficiale. Da una parte si alimenta l’illusione che esistano soluzioni semplici a problemi complessi. Dall’altra si preferisce rifugiarsi in affermazioni di principio che non si confrontano con le difficoltà concrete della convivenza. La verità è che il processo di integrazione rimane difficile. La costruzione di società multiculturali capaci di valorizzare le differenze senza rinunciare alla coesione sociale è un obiettivo ancora da raggiungere. Le esperienze positive di integrazione, le storie di successo, i percorsi di inclusione e partecipazione non mancano. Ma non possono nemmeno essere negate tensioni, paure, segregazioni territoriali, conflitti culturali. In politica, la questione migratoria è strumentalizzata come una potente leva di mobilitazione emotiva e costruzione del consenso. Le paure, le insicurezze e le fragilità sociali vengono concentrate sulla figura del migrante, che diventa il simbolo di tutto ciò che non funziona. Ma il prezzo è alto. Perché quando l’altro diventa il capro espiatorio delle nostre difficoltà, la società si abitua a pensare che l’esclusione sia una soluzione e che l’ostilità possa sostituire la comprensione. Le immagini di uomini, donne e bambini che attraversano deserti, affrontano il mare, vivono nei campi profughi o muoiono lungo le rotte migratorie sono diventate parte del nostro paesaggio quotidiano. Le vediamo scorrere sugli schermi dei nostri telefoni e dei nostri televisori senza che riescano più a interpellarci davvero. L’eccesso di esposizione produce assuefazione. Ci siamo abituati alla sofferenza degli altri. Accettiamo che ai confini delle nostre democrazie esistano campi di detenzione dove la violenza e la crudeltà sono di casa. Perdiamo il conto dei morti in mare e non reagiamo più allo sfruttamento - che in taluni casi arriva fino a forme di neoschiavismo - che si riproduce nelle nostre comunità. Ci convinciamo che quelle vite non abbiano nulla a che fare con la nostra. Perdendo la capacità di riconoscere che dietro ogni numero esiste una persona, una storia, una famiglia, un destino apriamo la strada a una società disumana. La verità è che, dietro ai movimenti migratori contemporanei, si manifestano molte delle grandi contraddizioni del nostro tempo: squilibri economici, guerre, regimi autoritari, persecuzioni religiose ed etniche, dissesti ambientali. Ma è troppo doloroso e impegnativo ammettere questa connessione. Di fronte a tutto questo, è impressionante constatare quanto sia difficile arrivare a costruire politiche lungimiranti. Prigionieri del breve periodo, i politici promettono di risolvere il problema, sapendo perfettamente di non avere soluzioni. Che richiederebbero cooperazione internazionale, investimenti nei Paesi di origine, canali regolari di ingresso, politiche di integrazione, percorsi educativi e una gestione coordinata tra diversi livelli istituzionali. Tutte azioni che richiedono tempo, pazienza e visione strategica. Caratteri che mal si conciliano con lo stile della politica contemporanea. Il risultato è quello che vediamo: si procede con provvedimenti emergenziali, misure tampone, interventi inefficaci ma ad alto impatto comunicativo. Si rincorrono le crisi anziché governarle. Si annunciano svolte decisive che producono effetti limitati. Ma, in questo modo, la sfiducia cresce. Le paure aumentano. La domanda di soluzioni semplici si rafforza. Il tradimento dei nostri valori si aggrava. In un circolo vizioso che non fa bene alla democrazia. In realtà, la questione migratoria ci obbliga a riconoscere una questione più generale. Per decenni abbiamo creduto che la crescita economica fosse essenzialmente un problema tecnico: investimenti, produttività, innovazione, infrastrutture. Tutti elementi importanti e necessari. Ma, come dimostra proprio la cronicizzazione del tema migratorio, nessuna società può prosperare ignorando la dimensione umana. Non esiste sviluppo senza cura delle persone. Non esiste crescita senza relazioni sociali. Non esiste benessere collettivo se una parte dell’umanità viene considerata irrilevante o sacrificabile. Le migrazioni ci ricordano che il destino degli esseri umani che abitano il pianeta terra è oggi profondamente intrecciato. E ciò che accade a migliaia di chilometri di distanza produce conseguenze che arrivano fino a noi. La sfida non è trovare una soluzione definitiva a un fenomeno che ci accompagnerà ancora a lungo. La sfida consiste nel costruire società capaci di governare la complessità senza rinunciare all’umanità. E una cultura in cui capacità politica e sensibilità umana procedono insieme. Sembra un’ovvietà. Eppure, proprio la questione migratoria dimostra quanto sia difficile tradurre questa consapevolezza in scelte concrete. Forse perché, prima ancora di essere una questione di confini, le migrazioni hanno a che fare con il modo in cui guardiamo l’altro e, in definitiva, con il modo in cui comprendiamo noi stessi. A ogni arrivo a Lampedusa, Bruxelles scopre di avere una coscienza. Per rimetterla subito nel cassetto di Emiliano Abramo* Il Fatto Quotidiano, 7 giugno 2026 Lampedusa è il centro morale dell’Europa: i morti, le violenze sulle donne, le 1.800 vite inghiottite dopo il ciclone Harry: tutto questo non chiede solo commozione, ma decisioni. Lampedusa è di nuovo lì, come un promemoria che l’Europa si ostina a ignorare. Ogni volta che succede qualcosa sull’isola, Bruxelles scopre di avere una coscienza. E puntualmente la rimette nel cassetto. Ancora sbarchi nell’ultimo mese sul molo Favaloro, che ne seguono diversi altri. Anche se nessuno ne parla, siamo nel pieno della stagione degli sbarchi. Sbarco è una parola che confonde. È un termine non umanitario, piuttosto è militare. Si sbarca in Normandia, non a Lampedusa. Cosa c’è di umano nel chiamare sbarco, ad esempio, quello avvenuto a metà maggio caratterizzato dalla storia di una neonata ivoriana di un mese morta di freddo? Vestiti fradici, barca di sette metri, partenza da Sfax-El Amra. I rianimatori hanno provato tutto, ma il suo cuore aveva già deciso che non valeva la pena aspettare l’ennesima riunione dei ministri dell’Interno. La seppelliranno a Cala Pisana, accanto a tombe senza nome: il cimitero più visitato dai vivi solo quando c’è da fare passerelle. Accanto alla morte della bambina, l’ennesimo orrore: diverse donne stuprate durante il viaggio. Lo conferma Francesco D’Arca, responsabile del poliambulatorio dell’isola: “Non è un episodio isolato, ma l’ennesima ferita aperta nel Mediterraneo”. Ferite sul corpo, certo, ma soprattutto dentro. Solita storia: mentre i migranti provano a ricominciare, medici, psicologi e volontari tengono insieme i pezzi di un’umanità che i governi europei trattano come un fastidio stagionale. Dopo il ciclone Harry, che tra il 19 e il 21 gennaio ha devastato diverse coste di Sicilia e Calabria, il mare è diventato una lavatrice impazzita. Più di 1.800 persone morte. In alcuni giorni si muore più nel Mediterraneo che in un giorno di guerra in Iran. La rotta tunisina resta una delle più pericolose al mondo, ma tranquilli: c’è sempre qualcuno pronto a spiegare che “la situazione è sotto controllo”. In questo scenario, la visita di Papa Leone il prossimo 4 luglio non è un evento: è un dito nella piaga. Tredici anni dopo Papa Francesco e la sua “globalizzazione dell’indifferenza”, un nuovo pontefice torna nello stesso punto della ferita, perché la ferita è ancora lì. E sanguina. Papa Prevost arriva mentre il Mediterraneo vive una delle sue stagioni più tragiche. La sua presenza non sarà la solita foto da tg: sarà un appello diretto ai governi europei ad aprire corridoi umanitari, a creare vie legali a superare la logica emergenziale che da anni è diventata la foglia di fico perfetta per non fare nulla. Eppure, anche in mezzo alla distrazione generale, questa visita ricorda che l’umanità concreta esiste: volontari, medici, famiglie, comunità locali che non hanno mai smesso di accogliere. Senza decreti, senza conferenze stampa, senza hashtag. Di fronte alla morte della neonata, alle donne violentate, ai corpi senza nome, risuonano ad esempio le parole del cardinale Matteo Zuppi, uno che non ha paura di dire le cose come stanno: “Non possiamo permettere che il Mediterraneo diventi un confine di morte. È il luogo dove si misura la nostra umanità, non la nostra paura.” E ancora: “L’Europa deve decidere se vuole essere una comunità solidale o un condominio dove ognuno chiude la porta.” Tradotto: o siamo un continente, o siamo un insieme di citofoni. Lampedusa pertanto non è un confine periferico ma piuttosto il centro morale dell’Europa. La morte della neonata, le violenze sulle donne, le 1.800 vite inghiottite dopo il ciclone Harry: tutto questo non chiede solo lacrime, ma politica. Non commozione, ma decisioni. La visita di Papa Prevost arriva come un invito - o forse un monito - a non voltarsi dall’altra parte. Perché, come ricordava Papa Francesco nel 2013, “le migrazioni non sono un’emergenza, ma un segno dei tempi”. I tempi e le troppe morti, oggi, ci chiedono coraggio e non comunicati stampa. *Comunità di Sant’Egidio Democrazie senza leader di Ernesto Galli della Loggia Corriere della Sera, 7 giugno 2026 Disaffezione e perdita di capacità di coinvolgimento politico. La crisi (silenziosa) delle democrazie. È ormai un luogo comune: oggi in Europa le democrazie non godono di buona salute e il loro indice di gradimento non è certo tra i più alti (anche perché, ricordiamolo, sono gli unici regimi la cui popolarità è più o meno misurabile attraverso quell’indice rozzo ma pur sempre significativo che sono i risultati elettorali. Dove le elezioni non ci sono o sono finte ogni misurazione di gradimento del regime politico è in realtà impossibile). Comunque le cose qui in Europa stanno come dicevo: le democrazie non piacciono. Agli occhi dei loro cittadini le democrazie appaiono regimi “freddi”, che non hanno alcuna capacità di coinvolgimento emotivo, non suscitano alcun sentimento vero d’identificazione e quindi di partecipazione. Ma la ragione non sta solo nelle difficoltà concrete, specialmente economiche, che pure ci sono, in cui si dibattono le società democratiche le quali riescono sempre meno a mantenere le loro promesse di benessere e di eguaglianza. In realtà la crisi attuale della democrazia europea ha anche spiegazioni di natura completamente diverse: il fatto, ad esempio, che nei nostri regimi democratici è ormai venuto meno qualunque aspetto di tipo realmente agonistico della politica. Si è avuta cioè una radicale sterilizzazione di ogni aspetto di scontro, di contrapposizione, e dunque è venuta meno quella capacità che la democrazia come ogni regime politico deve pur possedere di produrre una autorappresentazione pubblica di sé. Ad esempio del suo potere, di tipo anche scenico-spettacolare ma sempre fondato in definitiva sul conflitto. Un’autorappresentazione ovviamente adeguata alla natura di un regime politico diverso da ogni altro, come di fatto essa è, ma pur sempre un regime politico destinato a governare il mal seme d’Adamo, non una messa cantata. È vero insomma che la democrazia vanta legittimamente come una sua conquista storica il fatto di essere quel regime che le teste non le taglia ma le conta. E tuttavia lo spettacolo affascinante e terribile della ghigliottina deve pur essere sostituito da qualcosa: non altrettanto sanguinario, certo, ma che un qualche impatto emotivo insomma alla fine ce l’abbia e lo comunichi pur esso. Uno di questi spettacoli - di carattere simbolico, ma comunque significativo - nel quale all’origine i regimi democratici autorappresentavano periodicamente, in modo anche brutale, la propria essenza era classicamente la serata elettorale nella quale si assisteva alla sconfitta della parte che fino al giorno prima era al governo. Il rovesciamento dei ruoli, il potente cacciato dal suo trono e ridotto d’improvviso a non contare più nulla, evocavano e corrispondevano in un certo modo ad antichissimi modelli del folklore di rivolta e di rivalsa delle popolazioni europee (lo “charivari”). Ben più concretamente, un tempo la vittoria elettorale di uno schieramento su un altro poteva significare ad esempio nuove leggi che decidevano in maniera rilevante sull’uso delle risorse collettive, spostavano il potere, cambiavano realmente la vita delle persone e dei gruppi sociali. Oggi invece di tutto ciò non rimane più nulla o quasi. Almeno in Europa, infatti, la regola delle democrazie è di essere ormai governate da classi politico-parlamentari mediocri, prive di grandi idee, di forza e di personalità. Classi politiche, inoltre, che trasmettono visibilmente l’idea di non contare più di tanto e di esserne del tutto consapevoli. Di sentirsi, anche a causa del fragile rango geopolitico dei propri Paesi nonché della propria mediocrità di tono burocratico-impiegatizia, prive di qualunque mandato politico forte, oltre tutto perché prive alle proprie spalle di elettorati coesi, motivati. Insomma, mentre è sul punto di cambiare drammaticamente il profilo demografico del continente e la sua identità civil-religiosa, mentre l’intero retaggio del passato umanistico europeo rischia di essere lasciato morire travolto dal pregiudizio inclusivo-democratico dei nostri attuali sistemi d’istruzione, mentre il nostro storico alleato-protettore americano ha deciso di abbandonarci a noi stessi, mentre si rivela in pieno tutta la carenza di sistemi satellitari nostri, di fonti di energia nostre, di catene di approvvigionamento sicure, le democrazie del vecchio continente sembrano ancora cullarsi in una sorta di dolce sonno. Le nostre opinioni pubbliche appaiono ancora interessate a gingillarsi con i vecchi pregiudizi novecenteschi e le sempiterne faziosità. Mentre il mondo va in fiamme e queste ormai ci lambiscono sempre più da vicino, in Italia ancora costituiscono forse la maggioranza quelli per cui il semplice pensiero di costruire un carro armato equivale a sterminare un orfanotrofio. Tutti i sistemi politici europei hanno oggi uno straordinario bisogno di leadership determinate e capaci di visione di largo respiro, hanno bisogno di donne e uomini che prendano risoluzioni coraggiose e chiedano ai propri concittadini sacrifici ancora più coraggiosi essendo capaci di spiegargliene bene le ragioni. Le nostre democrazie insomma hanno urgente bisogno di cambiare: che cos’altro deve accadere perché ce ne convinciamo? Italiani detenuti in Libia: l’appello dei colleghi documentaristi Il Messaggero, 7 giugno 2026 Un “appello urgente per l’immediato rilascio di Domenico Centrone”, detenuto in Libia, è stato diffuso dal Dae, Documentary Association of Europe, e dal Collettivo Naanu, che “chiedono il rilascio immediato e incondizionato del regista e docente italiano e di altri dieci attivisti, illegalmente arrestati lunedì 24 maggio dalle autorità della Libia orientale. Domenico era in viaggio come parte del convoglio terrestre nordafricano della Global Sumud Flotilla, una delegazione umanitaria che tentava di consegnare aiuti vitali alla popolazione assediata di Gaza, attraverso il valico di Rafah”. Nel documento viene sottolineato che “la delegazione si è fermata nei pressi di Sirte per consegnare un messaggio scritto alle autorità locali e per discutere i termini concordati, come precedentemente suggerito dalle autorità della Libia orientale. Invece di essere accolti per i negoziati, Domenico e gli altri attivisti sono stati prelevati dalle autorità e costretti a salire su furgoni bianchi privi di segni identificativi. Il 2 giugno, gli attivisti sono stati condotti davanti al Procuratore Generale a Bengasi e la loro detenzione illegale è stata prorogata di altri 10 giorni. Non hanno potuto contattare le loro famiglie e gli è stato negato il diritto all’assistenza legale”. L’appello è alla comunità cinematografica mondiale: “Chiediamo di esprimersi in solidarietà con Domenico Centrone ed esortiamo le organizzazioni internazionali per i diritti umani e il Governo Italiano a unirsi a noi nel chiedere il rilascio immediato e incondizionato di Domenico e degli altri attivisti”. Da giorni 10 degli 11 volontari umanitari detenuti in Libia stanno facendo lo sciopero della fame. Le loro condizioni di salute “stanno peggiorando rapidamente”. A denunciarlo è la Global Sumud Flotilla. Il timore è che “senza un intervento immediato, questa crisi umanitaria rischia di trasformarsi in una tragedia”. Per questo Flotilla chiede “con urgenza l’immediato accesso di osservatori medici indipendenti, di rappresentanti consolari internazionali e il rilascio immediato di tutti gli 11 volontari detenuti”. Secondo la Flotilla ci sono stati diversi episodi di svenimento che hanno colpito soprattutto le delegate donne, ma nonostante questo le autorità libiche continuano “a negare qualsiasi monitoraggio medico indipendente”. Un altro appello per il rientro dei volontari umanitari è stato lanciato dal console generale d’Italia a Bengasi, Filippo Colombo, che ha chiesto di poter nuovamente visitare i connazionali.