Carcere vietato se disumano: la Consulta chiamata a decidere di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 6 giugno 2026 Il prossimo 22 settembre la Corte Costituzionale sarà chiamata a decidere se un detenuto può lasciare il carcere quando le condizioni della struttura diventano contrarie al senso di umanità. Gli Osservatori Carcere e Corte Costituzionale dell’Unione delle Camere Penali hanno depositato un intervento come Amicus curiae alla Consulta per sostenere una svolta storica: permettere alla magistratura di sorveglianza di sospendere la pena o disporre la detenzione domiciliare di fronte al degrado delle carceri. La vicenda era stata sollevata dal Tribunale di Sorveglianza di Firenze con un’ordinanza firmata dal presidente Marcello Bortolato il 17 febbraio di quest’anno, e la notizia era stata diffusa da Il Dubbio nel marzo scorso. All’origine della decisione c’è il lavoro degli avvocati Michele Passione e Nicola Muncibì del foro fiorentino, che hanno assistito un uomo rinchiuso nel penitenziario di Sollicciano. Un istituto che i legali e i magistrati descrivono come un luogo dove i diritti fondamentali si infrangono contro la realtà quotidiana. L’ordinanza descriveva una situazione strutturale limite. A Sollicciano le celle del blocco penale si allagano ogni volta che piove a causa di un vecchio errore di impermeabilizzazione delle facciate esterne. L’intonaco cade, le muffe sono ovunque e i detenuti sono costretti a spostare i letti al centro delle stanze usando i secchi per raccogliere l’acqua. A questo si aggiungono la mancanza cronica di acqua calda, i guasti continui al riscaldamento nei mesi invernali e un’infestazione diffusa di cimici da letto accertata dall’Asl. Il detenuto al centro del caso vive in poco più di tre metri quadrati di spazio pro capite insieme ad altri due compagni, una condizione al limite minimo dei parametri europei. L’uomo è condannato a 22 anni per omicidio, con fine pena fissato nel 2042. Avendo una pena residua elevata, la legge attuale gli impedisce l’accesso a qualsiasi misura alternativa. Gli avvocati si sono trovati davanti a un muro normativo: l’articolo 147 del codice penale permette di rinviare l’esecuzione della pena solo per motivi tassativi come la grave infermità fisica, la gravidanza o la domanda di grazia. Non dice nulla sul degrado della struttura. Per questo il Tribunale ha chiesto alla Consulta una sentenza additiva. L’obiettivo è dichiarare la norma incostituzionale nella parte in cui non prevede il rinvio della pena quando questa si svolge in condizioni contrarie al senso di umanità, violando l’articolo 27 della Costituzione e l’articolo 3 della Cedu. L’Unione delle Camere Penali, nel suo intervento, evidenzia come una pena scontata in condizioni di totale degrado diventi una sanzione diversa e molto più grave di quella stabilita dal giudice. Si trasforma in una sofferenza priva di base legislativa e perde ogni funzione rieducativa. I penalisti ricordano che non si tratta di svuotare le carceri o azzerare la pena, ma di applicare la detenzione domiciliare in surroga, eventualmente con il braccialetto elettronico, continuando l’esecuzione fuori dalle mura. Già nel 2013 la Corte Costituzionale aveva affrontato un tema simile, dichiarando la questione inammissibile ma rivolgendo un forte appello al Parlamento affinché intervenisse. Quell’appello è rimasto senza risposta per oltre dodici anni, mentre i dati nazionali descrivono oggi un sovraffollamento medio superiore al 139%, con decine di suicidi tra i detenuti e il personale di polizia. Se a settembre la Consulta accoglierà la questione sollevata da Firenze, i giudici di sorveglianza avranno lo strumento per fermare l’espiazione in carcere ogni volta che la struttura tocca la soglia del trattamento inumano. Lo Stato non potrà più rimandare e il Parlamento sarà costretto ad affrontare seriamente la realtà delle patrie galere. La forza delle relazioni di Salvatore Cernuzio L’Osservatore Romano, 6 giugno 2026 “Buongiorno”: è il saluto che più di frequente ci si scambia tra detenuti. Proprio così: anche in un luogo dove non si rispetta la dignità della persona, chi ci vive o ci lavora ha ben presente la necessità di salvaguardare stili e comportamenti e di rispettare le regole non scritte che qui trova. Per il pensiero comune, e anche per tanti mezzi di informazione, la Costituzione non vale quando definisce il carcere come luogo di rieducazione e ricostruzione della persona. Il carcere viene percepito come qualcosa di estraneo sia al tessuto urbano che alla società. Lo si vede solo come il luogo dove rinchiudere chi ha violato la legge abbandonandolo, poi, a un destino legato a una burocrazia fatta ancora di “domandine scritte” e di risposte che possono tardare all’infinito. Ma in realtà, le oltre sessanta quattromila persone detenute si impegnano, tante volte a proprie spese, a dare un volto e un’anima a questo luogo. Quando si entra in carcere la prima volta, si avverte subito di non essere considerati, di non avere attenzioni da parte delle istituzioni, fatta eccezione per la visita medica di ingresso e l’incontro con una educatrice. È proprio in questo momento che scatta la solidarietà tra detenuti che sostengono il nuovo arrivato anche con gesti concreti e preziosi. Il tempo legato alle indagini ed alla sentenza del tribunale lascia il detenuto completamente solo, in balia dei suoi pensieri. Allora sono proprio le persone con cui condividi la cella che ti aiutano e ti forniscono anche quelle informazioni più semplici: come l’indirizzo di dove ti trovi, come fare per telefonare a casa, come ricevere i soldi per sopravvivere. In questa situazione l’unico modo per sopravvivere è la relazione. Dentro puoi ascoltare, trovare chi ti aiuta a scrivere una lettera o a fare una richiesta. La relazione tra detenuti fortifica, ti fa comprendere come trovare la serenità interiore per affrontare un tempo indefinito chiuso in una cella per 20 ore al giorno. Così impari anche a diventare protagonista del tuo tempo e a decidere se rimanere chiuso in cella oppure partecipare alle attività proposte dai volontari o a frequentare la scuola. L’amicizia è basilare per non sentirti un numero. Questa è la realtà di chi vive in carcere: restare protagonista di se stesso in attesa che lo Stato si muova per riconoscere i benefici che ha acquisito in un tempo mai breve. Le relazioni durano il tempo della detenzione, poi svaniscono quando finisce la detenzione. Anzi in questo caso sono persino sconsigliate. Il carcere è un laboratorio di convivenza, di stili, di rispetto che comincia col “Buongiorno” del mattino. Micro carceri di Luca Musella contropiano.org, 6 giugno 2026 Le comunità accreditate al Ssn e non solo quelle autorizzate, che già svolgono questo servizio, saranno le strutture residenziali e semi residenziali dove potranno scontare la pena detenuti tossicodipendenti e alcol dipendenti. Un proliferare di strutture, difficilmente monitorabili, che svolgerà “a cottimo” questo nuovo servizio che dovrebbe svuotare le carceri e recuperare i tossico dipendenti. Detenuti poveri e senza domicilio, spesso drogati e alcolizzati, in attesa di strutture di housing dove potranno scontare i domiciliari, potranno usufruire di questa detenzione differita. A certificare la dipendenza sarà una “commissione”, così come un neanche celato “obbligo terapeutico” darà diritto a questo trattamento. Sintesi maldestra del decreto 94 ter e 94 quater e, più in generale, del sentire del palazzo nei confronti della “emergenza carcere”, che vede nei quasi 70.000 detenuti una percentuale altissima, oltre la metà, di rei per reati connessi o causati dalla droga e, più in generale, dal binomio marginalità/dipendenza. Si crea, si tenderà a creare molto oltre la singola legge, una esecuzione della pena non carceraria, ma altrettanto detentiva, per rei con condanne fino ad 8 anni. Le micro carceri che, con un costo di oltre 100 euro al giorno a detenuto e una platea sempre più ampia di potenziali pecorelle smarrite, si tratta di decine di migliaia di rei, rappresenterà l’ennesimo business per gli eserciti della bontà: sono oltre 35.000 euro annui a detenuto, cifra con la quale si potrebbe comprare una casetta dove auto scontare la pena. Auto disciplina è, secondo molti studiosi, unico strumento per emanciparsi dai cicli infantilizzanti e omologanti sia del carcere che dai limbi esistenziali delle presunte disintossicazioni. Proprio perché, una volta usciti dall’astrazione della comunità, ci si rimmerge nella società e, molto spesso, si ricade negli stessi meccanismi che hanno portato alla dipendenza. Una specie di ergastolo intermittente che, dentro e fuori strutture e dipendenze, condanna senza sentenza scritta a reclusioni e auto reclusioni infinite, ma determina anche un PIL, una potenzialità eterna di estrarre ricchezza da questi latenti fine pena mai. Che cosa è la dipendenza? Difficilissimo da sintetizzare senza passare per fesso, ma “il fare sempre le stesse cose, aspettandosi risultati diversi”, ci va molto vicino. Come se ad un bisogno lecito, alla sua domanda legittima, una forza oscura fornisse una risposta sbagliata, eternamente nuova e eternamente uguale. Istinti naturali deformati, esattamente come il richiamo del cervello che crea un’ansia misteriosa che, ogni ora, ci fa accendere una sigaretta. L’ansia è legittima, la risposta, attraverso la sigaretta, inutile oltre che dannosa. Una spirale che non si spezza per decreto o per disciplina imposta, altrimenti basterebbe “un ti fa male” per risolvere il 90% dei problemi della Umanità. Sostanze, alcol, sesso, gioco sono talmente molteplici le strade e i meccanismi che determinano il triangolo “uso, abuso, ossessione” che rimango stupito ad immaginare commissioni burocratiche che determinano il tasso di dipendenza altrui. Anche perché con il crescente fenomeno delle pluri - dipendenze si tratta più di individuare una “predisposizione emotiva” che rilevare quella o quell’altra sostanza attraverso analisi o colloqui. Teniamo conto che in Italia si inventa una droga alla settimana e che gli stessi mark delle analisi spesso non intercettano le nuove sostanze. Gli occasionali, che si fanno saltuariamente ma campano in funzione della dose del sabato sera. I latenti, quelli che passando da un’ossessione ad un’altra sommano dipendenze che, singolarmente, non sono diagnosticabili. Gli “omeopatici” quelli che utilizzano quotidianamente sostanze e alcol in una dose minima, ma costante, come un’automedicazione al mal di vivere. Nelle vite di margine, poi, un po’ come la volpe e l’uva non si capisce dove inizi la dipendenza e dove, invece, la marginalità. I clochard hanno spesso accanto un cartone di vino: sono barboni perché bevono, o bevono perché sono barboni? Non è un caso che molti detenuti tossici siano anche marginali e che molti detenuti tossici e marginali siano anche portatori di disturbi psichiatrici, più o meno gravi. Una matassa incasinata. La stessa idea di “volontà” alla base di quasi tutte le ricette dei recuperi, seppur espressa, è dato complicato nel caso dei detenuti, per il semplice fatto che è come estorta. Potrebbe essere frutto della volontà di non stare in cella, piuttosto che dalla voglia di disintossicarsi. Oppure espressione falsata dalla volontà di assecondare i desideri di parenti e amici, ma non propria. O, ancora, frutto dell’ennesimo sprofondo emotivo che, però, spesso precede e segue ad altri sprofondi emotivi. Fatto sta che il binomio carcere/dipendenza apre talmente tante strade avverse che è inutile avventurarsi. Uscire da una dipendenza “per obbligo” è una illusione farisea perché, proprio in quanto fenomeno difficilmente comprensibile, non ci sono ricette certe. Trauma fatto, subito; educazione rigida, assenza di educazione; personalità brillante, intellettualmente sotto la media; opulenza o povertà estrema. Una platea che, come specchio della società, vede tutto e il contrario di tutto. Uscire da una dipendenza diventa possibile solo quando l’interessato è disperatamente, oltre che veritieramente deciso a farlo e, le stesse ricette che funzionano, sembrano a loro volta antitetiche. Entrare in una nuova dimensione esistenziale e tagliare i legami con il proprio passato, per alcuni, ma anche l’esatto contrario per altri. Insomma: se non esiste un identikit del tossico attivo, non ci sta neanche quello del recuperato. Esistono tantissime strade attraverso le quali un dipendente si allontana dalla sostanza. Ma nessuna di esse è sancita da un vero o sottaciuto “obbligo di cura” che, anzi, può sortire l’effetto opposto di una “sospensione dalla dipendenza” abbinata cronologicamente alla sospensione della pena, per poi tornare sulle giostre di sempre. Poi, con l’uso massiccio degli psico farmaci, la stessa sospensione dalla dipendenza è puramente identitaria, nel non frequentare i contesti drogosi, anche perché detenuti, ma non chimica: nella alterazione perenne del proprio equilibrio cerebrale attraverso la pasticca magica. È il “modello” che, anche se si è forzatamente astinenti, lega l’individuo alla sostanza: un legame assoluto che, alle volte, finisce a sovrapporre l’individuo con quello che si fa. Una volta usciti, così, si va diretti dal pusher e a commettere reati per farsi. Un recupero coatto, poi, potrebbe incidere negativamente su chi, invece, con enorme fatica sta tentando di tirarsi fuori. Una coabitazione tra motivazioni così diverse non può far altro che annientare entrambe: il detenuto che cerca solo una condizione carceraria meno dura e quello che, invece, cerca il difficile cammino del recupero. Fatto di astinenza, vero, ma anche di un tortuoso iter con sé stessi, a volte contro sé stessi: si è come convalescenti e uno sguardo sbagliato, può aprire voragini dove si annulla ogni sforzo. Due forze che finiscono per azzerarsi o azzannarsi. Alla fine dei conti questa legge sarà sollievo “narrativo” alla emergenza carcere, prima di tutto perché creerà emergenza micro carcere, dove standard detentivi difficilmente monitorabili e discrezionali potrebbero non migliorare per niente la situazione dei singoli, basti pensare ai CPR che hanno appalti simili. Poi perché pensare di tirare fuori dalle sabbie mobili un malcapitato, è scienza sperimentata e studiata, non può essere esercizio di bruta forza: il “precipitato” nelle sabbie mobili si vedrebbe la schiena spezzata. Deve essere esercizio dove si assecondano i movimenti dei piedi di chi è caduto. Si ammorbidisce così l’impasto di sabbia, acqua e argilla che imprigiona e con l’ausilio degli altri se ne esce fuori. Una forza dolce e costante fatta di opportunità, oltre che di sostegno professionale. In tal senso è una politica di housing quella che manca e che, guarda caso, sarebbe meno appetibile per gli eserciti della bontà: la cronicizzazione della marginalità è estrazione di valore dalla sofferenza e, se variabile fissa, diventa business di pecunia e visibilità eterna. Sembra complottismo, ma a risolvere i problemi si guadagna molto meno che a tenerli semplicemente a bada. Solo con opportunità di decenza e di speranza, aspettando che sia lo stesso tossico a decidere di non esserlo più o di esserlo senza minare la convivenza civile e quella dei suoi ambiti di riferimento si può intervenire con servizi di supporto medico, psicologico o di auto mutuo aiuto, ma mai calati dall’alto. Kintsugi è un’antica arte giapponese che consiste nel riparare le ceramiche rotte, unendo frammenti di lacca urushi e polvere d’oro, argento o platino. Letteralmente “riparare con l’oro”, ossia dare valore alto alle fratture delle crepe. È strada maestra per aggiustare le vite rotte. Un iter dove forma e sostanza diventano una sola cosa, donando una luce e un valore ad ogni singolo pezzettino scassato dalla caduta, trasformando la fragilità in altezza e non nell’ennesimo campo di lividi interessi corporativi e cronicizzanti. Salviamo Domenico Papalia dalla morte per pena di Mimmo Gangemi* L’Unità, 6 giugno 2026 E salviamo la Calabria dal marchio d’infamia che la vuole irredimibile. Nelle visite che facevamo in carcere con Nessuno tocchi Caino sentivo spesso l’espressione “fine pena mai”. Mi sembrava un modo di dire colorito per descrivere un ergastolo che, in realtà, ergastolo non era. Ho scoperto, invece - anche attraverso la vicenda di Domenico Papalia - che il “fine pena mai” esiste davvero, se un uomo rimane in carcere ininterrottamente per cinquant’anni. Io vengo da un paese vicino alla Platì di Domenico Papalia e sono nato in tempi nei quali i contatti avvenivano in montagna e il mare restava lontano, ostile. Dai nostri paesi preaspromontani - il mio sulla fascia tirrenica e Platì sulla ionica - le due comunità incrociavamo gli sguardi sulle cime dello Zillastro, dove c’è il famoso “Cristo ferito”. E ci conoscevamo bene, non a caso si sono intessuti rapporti stretti e contratti molti matrimoni. Io avevo una zia che era la sorella di Franco Mittiga, medico e galantuomo, il Sindaco di Platì che fu coinvolto, e poi assolto, nella disastrosa operazione “Marine”. Conosco il bello e il brutto di Platì. È un paese che ha problemi, come li hanno tutti i paesi della Calabria, ma non può essere criminalizzato in blocco, la maggioranza è composta da persone per bene. E vi hanno avuto i natali figure illustri che hanno fatto la storia del giornalismo, del sindacato italiano. Ha i suoi difetti, certo, ma non può essere trattato come sta accadendo oggi. Basti pensare che aver votato Sì al referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati è stato interpretato la prova che si tratta di un territorio da scansare, popolato solo da mafiosi e delinquenti. Questo è assolutamente falso, e lo affermo per conoscenza diretta. La maggioranza dei platioti - come li chiamiamo noi nella forma grecanica - sono vittime due volte. Vittime dei mafiosi, che pure esistono, e vittime dello Stato che li discrimina e li criminalizza. Domenico Papalia è anche, e soprattutto, il frutto di questa criminalizzazione di Platì. Probabilmente, se sulla carta d’identità non ci fosse scritto “luogo di nascita: Platì”, oggi la sua situazione sarebbe profondamente diversa. Platì è il paese dell’operazione “Marine” che citavo: 212 incriminati, 125 dei quali ristretti in carcere e, alla fine, solo otto condannati. Platì è anche il paese delle iniziative del vescovo Giancarlo Maria Bregantini, che tentò di avviare i giovani sulla strada della civiltà attraverso le cooperative. Bregantini, un sant’uomo, dovette andarsene in tutta fretta per evitare di incappare nelle ire ingiustificate di una giustizia che qui stenta, ha perso la bussola. Su questa città grava un marchio d’infamia che la vuole irredimibile. L’opinione pubblica alimenta questo pregiudizio e questa criminalizzazione, bramando sangue. E lo fanno anche giornali e televisioni. Ricordo Giorgio Bocca che, nel suo libro “L’inferno. Profondo Sud, male oscuro”, riferendosi alla Strada statale 112 d’Aspromonte - per lungo tempo collegamento fra Tirreno e Ionio, da Bovalino a Bagnara, passando per Platì e per Santa Cristina, il mio paese - scrisse, tra le tante castronerie, dell’esistenza, nel tratto montuoso tra i due versanti, di cartelli dell’ANAS con la scritta “possibili scontri a fuoco”. Cosa possiamo aspettarci dall’Italia ignara se un giornalista di quello spessore e di quella fama arriva a inventare e a propinarci simili fantasie? E il Paese finisce per credere che la Calabria, e in particolare paesi come Platì, siano terre da cui distogliere occhi, mente e pensieri, da lasciare in abbandono, senza neppure sprecarci risorse. Ecco, Domenico Papalia è anche il frutto di questa narrazione indecente sulla Calabria e su certi luoghi della Calabria. Ho incontrato di recente, al Salone del Libro di Torino, un signore, che si diverte a scrivere, con la ventura di essere nato a Platì, di aver sposato una donna di Africo e di risiedere a San Luca. Ebbene, pur ammodo e irreprensibile, ne paga il prezzo, delinquente a prescindere. Di Domenico Papalia non sapevo molto, ma dal brillante articolo di Sergio D’Elia leggo la sua “carriera” carceraria: un uomo che ha mostrato evidenti segni di redenzione, che si è preoccupato di studiare, di imparare mestieri, che di fronte alla disgrazia della morte del figlio ha avuto la sensibilità di donarne gli organi e salvare altre vite, che partecipa al volontariato. Come si fa a non tenere conto di tutto questo? Può aver commesso i delitti peggiori del mondo, ma li ha ampiamente scontati con cinquant’anni di carcere continuativi. Bisogna darsi da fare perché quest’uomo, malato terminale - come mi pare che sia - possa finire i suoi giorni in casa, non in carcere. Che non gli accada quanto toccò a Giuseppe Barbaro, anch’egli di Platì, morto in carcere a 54 anni nonostante fosse malato terminale: un destino che sembra profilarsi anche per Papalia, se non ci attiviamo. Barbaro fu lasciato morire in restrizione e, per di più, al ritorno della salma a Platì il questore proibì che gli fosse celebrato il funerale. Ci fu una pesante protesta del parroco e della popolazione, e credo anche una violazione del Concordato Stato-Chiesa, perché non mi pare che lo Stato possa ingerirsi fino a questo punto di fronte alla morte. Il caso di Domenico Papalia mi sembra analogo, aberrante e di grande disumanità. *Scrittore Lo Stato gli ha chiesto di cambiare, ma non è disposto a riconoscere quel cambiamento di Luigi Longo* L’Unità, 6 giugno 2026 Ci sono parole che pesano più delle sentenze. Più dei decreti. Più dei timbri della burocrazia giudiziaria. Una di queste è “mai”. Fine pena mai. Non uscirà mai. Non glielo concederanno mai. È dentro questa parola che si consuma oggi la vicenda di Domenico Papalia, ottantunenne detenuto dal 1977, tra i più longevi del sistema carcerario italiano. Una storia che non riguarda soltanto un uomo, ma il significato stesso della pena in uno Stato di Diritto. Nessuno può cancellare il passato criminale di Papalia. Nessuno può ignorare il peso delle condanne, il dolore delle vittime, la gravità delle responsabilità attribuitegli. Sarebbe moralmente scorretto e storicamente falso. Ma il punto non è questo. Il punto è un altro, ed è molto più scomodo: uno Stato che chiede al detenuto di cambiare è poi disposto a riconoscere quel cambiamento? La Costituzione italiana, all’articolo 27, non lascia spazio ad ambiguità: la pena deve tendere alla rieducazione del condannato. Non è una concessione sentimentale. È un principio costituzionale. È l’idea stessa di civiltà giuridica su cui si fonda una Repubblica democratica. E allora la domanda diventa inevitabile: cosa significa rieducazione se, dopo quasi sessant’anni di carcere, studi, percorsi trattamentali, attività sociali, riflessioni pubbliche e condizioni di salute ormai gravemente compromesse, la risposta dello Stato continua a essere sempre la stessa? Mai. Mai abbastanza cambiato. Mai abbastanza recuperato. Mai abbastanza umano da meritare una rivalutazione reale. È qui che il Diritto rischia di trasformarsi in qualcosa di diverso dalla Giustizia, in qualcosa di storto o nel torto marcio. Perché una pena che non contempla alcuna speranza smette lentamente di essere uno strumento di rieducazione e diventa soltanto custodia del passato. Il problema non riguarda soltanto Papalia. Riguarda il modo in cui lo Stato interpreta il proprio potere. Punire è, forse, necessario. Difendere la società è certamente indispensabile. Ma una democrazia si misura anche dalla capacità di distinguere tra vendetta e giustizia. Se un uomo resta detenuto esclusivamente perché prigioniero della propria storia, allora la funzione costituzionale della pena si svuota. Il detenuto non viene più giudicato per ciò che è diventato, ma per ciò che è stato. E il passato diventa una condanna eterna. Naturalmente nessuno pretende automatismi. Nessuno chiede indulgenza cieca. La pericolosità sociale deve essere valutata con rigore, soprattutto nei casi legati alla criminalità organizzata. Ma rigore non può significare immobilismo. Prudenza non può diventare paura di decidere. Perché anche il rinvio continuo è una decisione. E quando il detenuto ha ottantun anni, è gravemente malato e ha trascorso quasi l’intera vita in carcere, il tempo assume un significato diverso. Ogni attesa rischia di trasformarsi in una condanna definitiva pronunciata senza parole. Il vero interrogativo, allora, è semplice e drammatico insieme: uno Stato democratico può ancora definirsi tale se nega perfino la possibilità della speranza? Se la risposta è no, allora occorre avere il coraggio di dirlo apertamente. Occorre ammettere che la rieducazione è diventata una formula vuota, buona per i convegni e inutile nella realtà. Ma se la risposta è sì, allora casi come quello di Papalia non possono essere liquidati con automatismi burocratici o formule astratte. Perché una Repubblica fondata sul diritto non dovrebbe temere il cambiamento. Dovrebbe saperlo valutare. Dovrebbe saper distinguere tra memoria del male e negazione del presente. E del futuro. Altrimenti quel “mai” non resterà soltanto la condanna di un detenuto. Diventerà il fallimento morale dello Stato stesso. *Giornalista Flop Nordio: quattro anni di tante promesse e nessuna rivoluzione di Giovanni M. Jacobazzi Il Riformista, 6 giugno 2026 E ora anche il rinvio dell’entrata in vigore del giudice collegiale per le misure cautelari. Lo ha deciso il Consiglio dei ministri di questa settimana. Se si dovesse riassumere in una parola l’azione del Ministero della Giustizia guidato da Carlo Nordio, quella parola potrebbe essere “inconcludenza”. A quasi quattro anni dall’insediamento del governo, il bilancio appare ben lontano dalle aspettative che avevano accompagnato l’arrivo a via Arenula dell’ex magistrato veneziano. Nordio era stato presentato come il ministro destinato a cambiare davvero la giustizia italiana. Forte della sua esperienza in magistratura e di una dichiarata visione liberale del processo penale, avrebbe dovuto realizzare quella svolta invocata da anni da una parte consistente del centrodestra. A distanza di tempo, però, la sensazione è che il cantiere, come avviene in Calabria, sia rimasto sostanzialmente fermo. L’unico intervento di rilievo che il governo è riuscito a portare a termine è stata l’abrogazione dell’abuso d’ufficio. Una scelta politicamente significativa, ma che da sola non può rappresentare l’intera stagione riformatrice di un Ministero che aveva promesso di rivoluzionare il sistema giudiziario. Per il resto, quasi tutti i dossier si sono arenati. Spiaggiati. Tralasciando la separazione delle carriere tra magistratura requirente e giudicante, destinata dopo il flop del referendum costituzionale a rimanere in un cassetto per i prossimi venti anni, i tanti interventi che avrebbero potuto correggere le storture del sistema sono finiti su un binario morto. È il caso della disciplina dei trojan e del sequestro degli smartphone, strumenti che vengono trattati come semplici telefoni, quando in realtà custodiscono una quantità enorme di dati personali e professionali, spesso accessibili senza adeguate garanzie. Emblematica, in questo senso, è la vicenda del giudice collegiale per le misure cautelari. L’ennesimo rinvio della sua entrata in vigore rappresenta l’immagine di una macchina riformatrice che gira a vuoto. Paradossalmente, la maggior parte delle novità più rilevanti approvate negli ultimi anni, come i limiti temporali alle intercettazioni per evitare il loro protrarsi indefinito, è maturata grazie all’iniziativa parlamentare e all’impulso di Forza Italia. Enrico Costa, Pietro Pittalis e Pierantonio Zanettin (solo per fare qualche nome fra gli azzurri) hanno rappresentato il motore delle proposte di modifica, lasciando l’impressione che il Ministero abbia seguito più che guidato il processo riformatore. Anche alcune innovazioni avviate durante il governo Draghi sono scomparse dai radar. È il caso del tribunale della famiglia, progetto che avrebbe dovuto razionalizzare competenze e procedure in un settore molto delicato. I sostenitori - pochi - del ministro ricordano il lavoro svolto sui concorsi per aumentare l’organico della magistratura. Ma anche questo risultato rischia di perdere valore se non viene accompagnato da un rafforzamento complessivo della macchina giudiziaria. A cosa serve incrementare il numero dei magistrati se poi mancano cancellieri, assistenti giudiziari e personale amministrativo? Un tribunale non funziona soltanto con i giudici, così come un esercito non può essere composto esclusivamente da generali. Ancora più evidente appare il ritardo sul fronte dell’edilizia penitenziaria e del sovraffollamento carcerario. Le condizioni degli istituti di pena restano pessime, e i posti disponibili sono persino diminuiti. Nel centrodestra, intanto, il malumore cresce. Soprattutto all’interno di Forza Italia, dove molti si aspettavano un cambio di passo più deciso, in linea con la tradizione garantista del partito fondato da Silvio Berlusconi. Anche il rinvio della riunione di maggioranza dedicata ai temi della giustizia, inizialmente prevista per mercoledì scorso, conferma la situazione di confusione. Il rischio è che, al termine della legislatura, l’eredità politica del ministro Nordio venga ricordata non per le riforme realizzate, ma per quelle annunciate e mai portate a termine. Un gigantesco rendering rimasto tale. Per un governo che aveva fatto della giustizia uno dei suoi principali cavalli di battaglia, sarebbe un fallimento difficile da spiegare. Ciliegina sulla torta: a ottobre i circa diecimila magistrati italiani eleggeranno i ventidue componenti togati del Consiglio superiore della magistratura con una legge elettorale fatta per favorire le correnti organizzate dell’Anm. Tutti lo sanno. Nessuno poi si lamenti. Forza Italia rilancia sulla giustizia in vista del vertice di maggioranza di Ruggiero Montenegro Il Foglio, 6 giugno 2026 Gli azzurri incalzano il ministro Nordio e insistono sulle riforme del sistema giudiziario, dalla prescrizione alla responsabilità civile dei magistrati: “Provvedimenti urgenti e necessari. Andiamo avanti”. La freddezza di FdI. Si rivedranno di nuovo martedì per fare il punto sulla Giustizia, per superare l’impasse di qualche giorno fa. “Ci sono battaglie garantiste che vanno portate avanti. Esistono criticità conclamate che vanno affrontate”, dice la senatrice azzurra Licia Ronzulli. “Proseguire sulle riforme della giustizia è assolutamente giusto, è coerente con il programma di governo che abbiamo scritto come tutto centrodestra per le politiche del 2022 ed è anche un modo per proseguire un tema su cui milioni di italiani si sono espressi positivamente”, gli fa eco il collega Alessandro Cattaneo. Rilanciano. Mandano un messaggio anche agli alleati. Per Forza Italia la giustizia resta centrale, è un punto su cui connotare il nuovo corso. Un modo per restare agganciati ai molti elettori, ai comitati e alle associazioni che negli scorsi mesi si sono spesi per una svolta sulla giustizia. E’ anche per questo che da settimane chiedono a Carlo Nordio - i capigruppo Costa e Craxi avevano scritto una lettera al Guardasigilli - di dare un segnale, di riprendere quel cammino delle riforme che sembra essersi arrestato dopo la vittoria del No. “Con il voto al referendum gli italiani non hanno detto che il nostro sistema giudiziario funziona bene così com’è e non va toccato. Per questo la spinta riformatrice non si può e non si deve fermare. Ci sono battaglie garantiste che vanno portate avanti, a cominciare dalle riforme che sono già incardinate in Parlamento”, dice Ronzulli al Foglio elencando le priorità dell’agenda azzurra. “Penso alla prescrizione, perché un processo non può durare all’infinito, o alle norme sul sequestro degli smartphone, che ormai contengono tutta la nostra vita. Allo stesso tempo, c’è un altro tema ormai ineludibile, ossia la responsabilità civile dei magistrati, perché chi sbaglia sulla pelle dei cittadini deve pagare. Riformare la giustizia resta una priorità e una battaglia di civiltà che deve costituire uno degli assi dell’ultima parte di legislatura”. Eppure nel tavolo di maggioranza che si è tenuto in Via Arenula solo pochi giorni fa c’è stato un nulla di fatto. Le risposte chieste da Forza Italia non sono arrivate, il vertice non è andato come ci si aspettava. Nel frattempo però è arrivata la sentenza su Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi, che ha archiviato le accuse, fissando un altro punto fermo: non ci sono elementi concreti su rapporti diretti tra Cosa nostra e il fondatore di FI. Un’altra prova, per Cattaneo, che “sono ancora molte le battaglie da portare avanti, l’abbiamo visto con questo recente pronunciamento sul Cav”. Il deputato quindi aggiunge: “Quello è un caso eclatante che dimostra come nel grande, ma anche nel piccolo, ci siano tanti aspetti da affrontare: tempi della giustizia, equità”. E così come Ronzulli, anche Cattaeno sottolinea che è arrivato il momento di “cominciare a parlare di responsabilità civile dei magistrati”. E’ una questione su cui Marina Berlusconi è tornata a insistere. Due giorni fa anche il leader della Lega Matteo Salvini si è espresso in questa direzione, chiedendo una legge entro fine legislatura. Più freddo invece è sembrato nelle scorse settimane il ministro Nordio, così come Fratelli d’Italia, forse nel timore di riaprire un fronte con i magistrati. Tanto più dopo la scoppola referendaria. “Nessuno vuole alimentare alcuno scontro, nessuno vuole creare un clima di contrapposizione. Anche durante la campagna referendaria siamo stati estremamente attenti a rimanere nel merito della riforma”, mette agli atti Cattaneo. “Inoltre tanti i magistrati sono ben consapevoli che è urgente e necessario intervenire per migliorare la qualità del sistema giudiziario”. Alcune provvedimenti, tra quelli cari agli azzurri, sono già all’esame del Parlamento. Si tratta adesso di arrivare fino in fondo. “Andiamo avanti, l’Italia ha dei gap da recuperare che paghiamo non solo sui temi strettamente legati ai provvedimenti giudiziari, ma anche su aspetti di carattere economico. Con i tempi e l’incertezza del nostro sistema ostacoliamo gli investimenti dall’estero e quelli dei nostri imprenditori”. Adesso si tratta di convincere gli alleati di maggioranza, a partire dal tavolo della prossima settimana. In ogni caso, assicurano tutti in Forza Italia, “andremo avanti”. Caos sulla prescrizione, difficoltà a calcolare l’estinzione di un reato di 5 anni di Stefano Giordano Il Riformista, 6 giugno 2026 Mercoledì 3 giugno si sono seduti allo stesso tavolo del Ministero della Giustizia i capigruppo della maggioranza. Tre ore di confronto. Forza Italia spinge per chiudere le riforme già approvate da un ramo del Parlamento: prescrizione e sequestro degli smartphone. Fratelli d’Italia frena, vuole ricucire con le toghe. Il risultato è un’altra riunione, al 9 giugno. Il tempo passa, il mandato democratico aspetta. Eppure quei 12 milioni che votarono Sì non erano fanatici garantisti. Erano cittadini che chiedevano un sistema più razionale. E tra le cose che chiedevano c’era anche - indipendentemente dalle posizioni di principio sulla riforma costituzionale - mettere ordine nel groviglio che oggi governa la prescrizione del reato. Perché il punto non è soltanto ideologico. È sistemico. Dal 2005 ad oggi, la prescrizione è stata riformata quattro volte: ex Cirielli, Orlando nel 2017, Bonafede nel 2019, Cartabia nel 2021. Quattro discipline diverse, tutte vigenti in parallelo, ciascuna applicabile a seconda della data del fatto. La Corte costituzionale, con la sentenza n. 38 del febbraio 2026, ha chiarito che per i fatti 2017-2019 si applica il regime Orlando, ritenuto più favorevole. Ma i tribunali gestiscono comunque quattro codici su un istituto solo. Non è garantismo: è caos. Beccaria, nel 1764, ricordava che la certezza della pena vale più della sua severità. Duecento e sessant’anni dopo, la certezza del diritto è il fondamento di ogni sistema punitivo civile. Un ordinamento che non sa con quale regime calcolare la prescrizione di un reato commesso cinque anni fa ha rinunciato a quella certezza. Questo è un fatto obiettivo, che nessuno - da qualunque parte stia - dovrebbe difendere. La strada è quella della legge ordinaria. Non richiede un referendum, non modifica la Costituzione. Richiede soltanto la volontà politica di fare quello che si è promesso. I 12 milioni di Sì non erano un mandato per rivoluzionare tutto: erano, forse soprattutto, una richiesta di razionalità. È ancora possibile accontentarli. Basta volerlo. Basilicata. Formazione e lavoro per il reinserimento dei detenuti sassilive.it, 6 giugno 2026 L’assessore regionale Cupparo: quasi 1,5 milioni di euro per il progetto “Prison Farm”. La Giunta regionale della Basilicata ha approvato, con la D.G.R. n. 315 del 28 maggio 2026, la Scheda attuativa e lo schema di Convenzione tra la Regione Basilicata e l’Agenzia Regionale A.R.L.A.B. per la realizzazione delle attività previste dal progetto “Prison Farm - Rete Lucana per l’Economia Carceraria”, finalizzato all’attuazione di modelli di intervento per l’inclusione attiva delle persone detenute (Ama De). L’intervento si inserisce nel quadro delle azioni promosse dalla Regione Basilicata per favorire l’inclusione sociale e lavorativa delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale e rappresenta uno degli strumenti più innovativi messi in campo per sostenere percorsi di riabilitazione, formazione professionale e reinserimento nella società. Il progetto, per un valore complessivo di 1.497.457,72 euro, è interamente finanziato dal Ministero della Giustizia nell’ambito del Programma Nazionale Inclusione e Lotta alla Povertà 2021-2027, a valere sul Fondo Sociale Europeo Plus (FSE+). Con il provvedimento approvato dalla Giunta, la realizzazione delle attività viene affidata all’A.R.L.A.B., che già gestisce servizi e misure di inclusione nell’area giudiziaria attraverso il progetto “Vale la Pena lavorare”. I destinatari delle attività saranno le persone detenute presso la Casa Circondariale di Potenza, nelle sezioni maschile e femminile, la Casa Circondariale di Matera, la Casa Circondariale di Melfi e l’Istituto Penale per i Minorenni di Potenza. Le attività progettuali saranno realizzate fino al 31 marzo 2029, salvo eventuali proroghe disposte dal Ministero della Giustizia e dalla Regione Basilicata. “Con il progetto “Prison Farm - Rete Lucana per l’Economia Carceraria” - dichiara l’Assessore regionale allo Sviluppo Economico, Lavoro e Servizi alla Comunità, Francesco Cupparo - la Basilicata rafforza il proprio impegno per costruire percorsi concreti di inclusione sociale e lavorativa delle persone detenute. Siamo convinti che il lavoro e la formazione rappresentino strumenti essenziali per restituire dignità, autonomia e prospettive di futuro a chi sta scontando una pena e si prepara a rientrare nella società”. “Il carcere - prosegue Cupparo - deve essere anche un luogo in cui acquisire competenze, sviluppare capacità professionali e prepararsi a una nuova opportunità di vita. Investire nelle persone significa investire nella sicurezza delle comunità, perché il reinserimento sociale e lavorativo costituisce uno dei principali strumenti per prevenire la recidiva e favorire una reale integrazione”. Il progetto si propone di creare una vera e propria rete regionale per l’economia carceraria, favorendo la collaborazione tra istituzioni, sistema penitenziario, imprese, enti di formazione e soggetti del terzo settore. L’obiettivo è superare la frammentazione degli interventi e costruire percorsi integrati capaci di accompagnare i detenuti dalla formazione all’inserimento lavorativo. Le attività previste comprendono corsi di formazione professionale finalizzati al conseguimento di qualifiche spendibili sul mercato del lavoro, percorsi di formazione “on the job” da svolgere sia all’interno degli istituti penitenziari sia presso aziende esterne autorizzate, oltre a misure di incentivazione per la creazione e il rafforzamento di attività produttive dentro e fuori gli istituti di pena. Particolare attenzione sarà rivolta alla valorizzazione delle vocazioni produttive del territorio e delle opportunità occupazionali presenti nei diversi comparti economici regionali, affinché le competenze acquisite possano tradursi in reali possibilità di inserimento lavorativo una volta concluso il percorso detentivo. “Questo progetto - conclude Cupparo - rappresenta un importante investimento in capitale umano e capitale sociale. Attraverso la collaborazione tra istituzioni e mondo produttivo vogliamo costruire opportunità concrete per persone che desiderano ricostruire il proprio percorso di vita. Una società più inclusiva è anche una società più forte, più sicura e più coesa. Per questo continuiamo a sostenere politiche che mettano al centro la persona e il valore del lavoro come strumento di crescita, responsabilizzazione e partecipazione alla vita della comunità”. Alessandria. Aziende a lezione di team building lavorando con i detenuti di Raffaella Calandra Il Sole 24 Ore, 6 giugno 2026 Iren porta 10 dipendenti nella pasticceria del carcere. Ritrovarsi in carcere per riscoprirsi squadra. Imparare a collaborare da chi è costretto alla condivisione assoluta. Fare team building con i detenuti. In fondo, chi meglio di loro, ristretti a volte in celle di 4 metri quadrati con i turni per il bagno o per mettere i piedi a terra dai letti a castello, può dimostrare concretamente il valore del supporto reciproco? Benvenuti nella casa circondariale di Alessandria, dove le aziende possono portare i propri dipendenti ad imparare la convivenza, la collaborazione e la ripartenza. Attraverso un’esperienza nuova di vicinanza, ascolto. Ma anche di gioco. E di mani in pasta. Si sviluppa tra il nuovo laboratorio di pasticceria, Fuga di Sapori Bakery 2.0, e il bistrot del penitenziario, in origine convento francescano, lo spazio dedicato anche ad appuntamenti di team building. Ad inaugurarlo nei prossimi giorni sarà Iren luce gas e servizi, parte del gruppo Iren, con dieci dipendenti. “Ma ancor prima dell’inaugurazione, stiamo già raccogliendo interesse da più realtà di vario genere”, racconta Carmine Falanga, presidente della cooperativa Idee in fuga, da anni impegnato a “creare una sinergia tra le mura del carcere e le imprese”, scrisse l’anno scorso il Quirinale nelle motivazioni dell’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine al merito della Repubblica. Dalla falegnameria al luppoleto, per la produzione della birra all’interno dell’altro penitenziario, alla pasticceria al bistrot al servizio di catering: “Cibo buono, costo ridotto - sorride Falanga - e soprattutto un risvolto sociale”. Come quello che ha indotto Iren a prenotare i 350 mq di laboratorio per il suo prossimo evento aziendale. Invece di una lussuosa spa, di un eremo senza connessione o di chissà quale piccola isola i colleghi si ritroveranno insieme - secondo le indicazioni di ciascuna azienda - tra impastatrici, planetarie e forni. Guidati da un esperto formatore, affronteranno giochi e sfide - come a Masterchef - alla ricerca degli ingredienti, nella preparazione degli impasti e poi finire tutti insieme intorno ai tavoli del bistrot, parte integrante del penitenziario ma aperto alla città, a gustare i piatti preparati. La cucina diventa così metafora di sfide e piccole grandi lezioni da imparare. Il tempo dell’attesa, la suddivisione dei compiti, la valorizzazione delle attitudini dei singoli, l’ascolto. E poi la capacità di rialzarsi dopo una caduta. Una (o più) giornate di team building, con giovani che hanno compreso i propri errori e cercano di cogliere una nuova occasione di vita, vuole essere per le imprese “un segno concreto a supporto di un’attività capace di unire formazione, collaborazione e responsabilità sociale”, spiega Iren. I partecipanti si lasciano guidare dalle storie di quattro detenuti, ammessi al lavoro nel laboratorio, che in origine era nell’altro istituto di Alessandria, San Michele, prima di essere sfrattato a causa della trasformazione in carcere di massima sicurezza. Ma “siamo riusciti comunque a dare continuità al progetto e creare nuove opportunità anche fuori dal carcere”, si inorgoglisce Falanga, ideatore insieme ai soci Andrea Ferrari e Dolores Fargione, di quest’ultima proposta professionale. Una novità nella galassia di chi cerca di costruire ponti tra dentro e fuori le mura. Su oltre 64mila detenuti sono però poco più di 3mila quelli con impieghi non collegati all’amministrazione penitenziaria (25mila lavorano per le esigenze delle stesse carceri) e gli sgravi previsti dalla legge Smuraglia per le imprese che assumono sono assegnati molto più al Nord che al Sud. Molteplici gli ostacoli, ma anche le proposte per conciliare esigenze delle imprese e del sistema penitenziario: alcune sono state portate al ministero della Giustizia anche dai Consulenti del Lavoro che registrano crescente interesse dagli imprenditori. Ora forse anche per un modo nuovo di imparare a fare squadra. Massa Carrara. “Il carcere un modello da seguire. Facilita il reinserimento” di Luca Cecconi La Nazione, 6 giugno 2026 “Il carcere di Massa è uno dei migliori tra quelli che ho visitato fino ad oggi”. Sono le prime parole del deputato Fabrizio Benzoni di Azione all’uscita dalla Casa di reclusione di via Pellegrini a Massa dove ha effettuato una visita istituzionale. “La struttura di Massa - ha proseguito l’onorevole bresciano - è un buon esempio di quello che dovrebbe essere un carcere. Non solo un luogo di detenzione ma di recupero e reinserimento. Perchè qui i detenuti possono lavorare nella produzione di tessuti e lenzuola, nell’orto e nella formazione grazie all’accordo con l’istituto alberghiero. Ci sono spazi, capannoni. Insomma, ci sono le premesse affinché coloro che entrano in questo carcere non debbano poi tornarci. E questo si deve alla volontà della direttrice e di tutto il personale”. Benzoni, che da anni si batte per la giusta detenzione, cita alcuni dati significativi. “Nelle carceri dove si lavora davvero e dove ci sono relazioni di questo tipo con il mondo esterno -afferma - solo il 5% dei detenuti torna in carcere, altrimenti la recidiva sfiora il 70%. Purtroppo bisogna tener conto che in Italia lavora meno dell’8% dei detenuti. È soprattutto una battaglia culturale. Non si può dare un calcio al detenuto e dire ‘arrangiati’. È una sconfitta per la nostra società, un fallimento del sistema carcerario e un grande problema per tutti, perché poi queste persone tornano a delinquere e viene meno la sicurezza di tutti. Inoltre i costi sono sempre più alti”. Ma il deputato di Azione mette il dito nella piaga di altre situazioni drammatiche: il sovraffollamento e la carenza del personale di polizia. “Problemi gravi - dice Benzoni - che riguardano anche carceri migliori come quello di Massa. Qui dovrebbero esserci 160 detenuti e invece siamo a quota 260. E il personale sarebbe insufficiente anche se fossero nel numero giusto. Così non è possibile andare avanti”. Quali sono le ricette? “Servono nuove strutture di pensiero e nuove carceri con spazi dove sviluppare le attività lavorative e culturali, non solo posti letto. E poi il carcere deve diventare l’extrema ratio. Qui invece si creano nuove leggi repressive che vanno ad aumentare il ricorso al carcere. Ma bisogna anche agire sulle persone in attesa di giudizio: non è ammissibile che un terzo dei detenuti oggi in Italia attenda in carcere l’esito del processo. Sono problemi che dovrebbero farsene carico tutti, dallo Stato alle istituzioni locali, perchè il carcere è un pezzo delle città”. Benzoni, poi, rilancia sul territorio una battaglia di Azione: l’istituzione del garante dei detenuti, come già esiste in alcune province. “A Massa - dichiara - manca questa figura importante che faccia da collegamento tra il carcere e le amministrazioni locali. Come Azione abbiamo presentato una richiesta in tal senso e speriamo che possa arrivare”. Una visita, quella di Benzoni, preceduta da un interessante convegno, promosso da Azione Massa Carrara e dal gruppo under 30 del partito di Calenda, dal titolo ‘Liberi di ricominciare’ dedicato al tema delle carceri (sicurezza, dignità e reinserimento), che si è tenuto al Mug2. Un convegno a cui hanno partecipato, fra gli altri, anche il sindaco di Massa Persiani, il presidente della Provincia Valettini, il direttore della Caritas diocesana don Manganelli, il presidente e la vice presidente della Camera penale di Massa Carrara, Cappetta e Volpi. Verona. Detenuto con la tubercolosi, ma la famiglia lo scopre dopo Corriere di Verona, 6 giugno 2026 Il caso di un detenuto di 70 anni senegalese affetto da tubercolosi e trasferito in una struttura ospedaliera senza che i familiari venissero tempestivamente allertati. E ancora quello di un 40enne tunisino, morto per un tumore in fase terminale mercoledì, che aveva chiesto col suo difensore circa due mesi fa al tribunale di sorveglianza di ottenere la sospensione della pena o di vivere gli ultimi giorni in detenzione domiciliare. Sono due storie portate alla luce dall’associazione Liberi Liberi Art. 27 che esprime “profonda indignazione per quanto accaduto all’interno della Casa Circondariale di Montorio. Non vogliamo alimentare polemiche, ma pretendiamo risposte. Il carcere è una pena stabilita dalla legge, non una sospensione dei diritti fondamentali. La salute, l’informazione ai familiari, l’assistenza e il rispetto delle persone devono rimanere principi inviolabili”. Stando alle informazioni raccolte dall’associazione, due mesi fa il medico che aveva visitato il 40enne gli aveva comunicato che avrebbe avuto circa due settimane di vita. A quel punto l’uomo, col suo difensore, avrebbe fatto richiesta al tribunale di sorveglianza per la sospensione della pena o per la sostituzione della detenzione a Montorio con quella ai domiciliari. Quella concessione però, fa sapere l’associazione che ha parlato coi familiari, non sarebbe mai arrivata e il 40enne è morto tre giorni fa nella Seconda Sezione a Montorio. Diversa è invece la situazione del detenuto di 70 anni. L’uomo è ricoverato in ospedale dal 13 maggio dopo essere risultato affetto da tubercolosi, ma i suoi familiari e il suo avvocato sono venuti a conoscenza del suo stato di salute solo a fine mese. “La famiglia non riceveva chiamate dal mio assistito già da due settimane - riferisce il difensore -. Quando sono andato in carcere per i colloqui periodici con i miei clienti mi è stato detto che era stato ricoverato in ospedale perché era affetto da tubercolosi. I familiari si sono risentiti”. Il 70enne aveva iniziato ad avere alcuni sintomi a metà maggio ed era quindi stato ricoverato in ospedale in isolamento. Nel frattempo sono stati fatti altri controlli sui detenuti della sua sezione, la Quarta, che sono poi stati vaccinati. “Ha tosse e febbre ma non risulta essere in pericolo di vita - spiega l’avvocato -. La vicenda poteva essere gestita diversamente e i familiari dovevano essere subito avvisati anche per una loro tutela”. “Nonostante tanti buoni propositi lo Stato di diritto è stato calpestato - il commento del magistrato Michele Nardi, presidente di Liberi Liberi - e la Costituzione è stata ancora una volta stuprata dalla violenza cieca delle istituzioni che dovrebbero applicarla”. Taranto. Il progetto “Fuori…gioco!” torna in carcere, sport e regole per il percorso rieducativo di Francesco Alberti buonasera24.it, 6 giugno 2026 Alla Casa Circondariale è partita la 9ª edizione dell’iniziativa ideata dall’avvocato Giulio Destratis: il 27 giugno il quadrangolare con magistrati, avvocati, agenti penitenziari e detenuti. È ripartito nella Casa Circondariale di Taranto il progetto “Fuori…gioco!”, iniziativa dedicata al percorso rieducativo dei detenuti attraverso lo sport e la condivisione dei suoi valori. La 9ª edizione del programma, negli anni sostenuto anche dal patrocinio del Ministero della Giustizia e dell’Associazione Nazionale Magistrati, punta ancora una volta a promuovere il rispetto delle regole, dell’avversario e della convivenza civile. Il progetto è stato ideato dall’avvocato Giulio Destratis, presidente dell’E.T.S. A.P.S. Fuorigioco, e si inserisce tra le attività dal forte valore sociale e formativo promosse all’interno dell’istituto penitenziario. Il direttore della Casa Circondariale di Taranto, Luciano Mellone, ha espresso apprezzamento per la continuità dell’iniziativa, confermando la disponibilità dell’Amministrazione Penitenziaria a sostenere percorsi capaci di incidere sul piano educativo e relazionale. La nuova edizione ha preso il via con un incontro introduttivo, durante il quale sono stati illustrati finalità, contenuti e modalità di svolgimento delle attività. All’appuntamento hanno partecipato anche l’ispettore capo della Polizia Penitenziaria Domenico Madeo e la dottoressa Doriana De Gaetani dell’Area Trattamentale dell’Istituto. Dopo la fase di presentazione, il progetto è entrato nel vivo con il percorso formativo. Le lezioni teoriche si stanno svolgendo all’interno del carcere e affrontano diversi aspetti legati al mondo dello sport: dalle tecniche e strategie di gioco alla giustizia sportiva, dagli elementi giuridici connessi all’attività sportiva all’ordinamento federale, fino alla traumatologia applicata allo sport e al giornalismo sportivo. Tra gli ospiti intervenuti in questa prima parte del percorso c’è stato anche Ciro Danucci, tecnico del Taranto Calcio, che ha incontrato i detenuti condividendo la propria esperienza personale e professionale. Il suo intervento ha offerto spunti di riflessione sul valore dello sport come occasione di crescita, disciplina e responsabilità. Al termine dell’incontro, l’allenatore rossoblù ha posato per una foto ricordo con il coordinatore del progetto davanti a un murales realizzato dagli stessi detenuti all’interno dell’edificio penitenziario e dedicato a una storica formazione del Taranto. Un’immagine simbolica, legata alla memoria sportiva della città e al coinvolgimento diretto dei partecipanti. Il progetto è ora nella fase pratica, con allenamenti e preparazione atletica in vista dell’appuntamento conclusivo. Il momento più atteso sarà il tradizionale torneo quadrangolare di calcio, che rappresenta il tratto distintivo di “Fuori…gioco!” e ne fa un’esperienza particolare nel panorama nazionale. In campo si confronteranno le rappresentative di magistrati, avvocati, agenti penitenziari e detenuti, in una manifestazione costruita attorno ai principi del fair play e dell’inclusione sociale. L’evento finale si svolgerà sabato 27 giugno 2026, con calcio d’inizio alle 18.30, sul terreno del rinnovato Stadio Comunale di San Giorgio Jonico. Cresce il Terzo settore che dà lavoro a un milione di persone di Giulio Sensi Corriere della Sera - Buone Notizie, 6 giugno 2026 L’istantanea scattata dall’ultimo censimento Istat presentato giovedì 4 giugno dice che in Italia ci sono 368 mila istituzioni non profit attive che danno lavoro a 949.200 (più 10% rispetto all’ultima rilevazione. Quasi 7 su 10 sono di natura solidaristica: si occupano di promozione e tutela dei diritti, del sostegno e del supporto ai soggetti deboli, della cura e dello sviluppo dei beni comuni. È una crescita costante e solida quella del non profit in Italia. L’Istat ha presentato i risultati dell’ultimo censimento svolto (anno 2024) su un campione di 60.000 organizzazioni. Le istituzioni non profit attive in Italia sono 368.367 con una crescita rispetto al 2019 dell’1,6% con 949.200 dipendenti aumentati di ben il 10,1%. “Sono dati - ha detto durante la presentazione Sabrina Stoppiello della Direzione Centrale per le Statistiche Economiche di Istat - che rivelano una crescita costante del settore nel tempo”. Stoppiello ha anche fornito una prima classificazione sui destinatari delle attività del non profit: la sua peculiarità è la componente mutualistica, rivolta prioritariamente alla tutela degli interessi degli aderenti alle organizzazioni e al soddisfacimento dei bisogni di relazionalità, espressione e socializzazione degli individui, e ha questo orientamento il 33,4% delle realtà. I bisogni in cerca di risposte - Quelle solidaristiche le cui attività sono rivolte alla collettività in generale e quindi al benessere di tutti costituiscono il 66,6%. Il censimento ha ricostruito anche le finalità perseguite dal non profit. “Tutte le componenti - ha spiegato ancora Stoppiello - registrano un notevole incremento negli anni. La promozione e la tutela dei diritti rappresentano il 43,3% delle istituzioni non profit, il sostegno e il supporto ai soggetti deboli il 48,3%, la cura e lo sviluppo dei beni comuni il 43,1%”. I bisogni cui danno risposta le realtà del non profit italiano sono molteplici: il 13,3% (quasi 49.000) rivolge la propria attività ed eroga servizi a categorie di persone con specifici disagi (il 51,9% si occupa di disabilità fisica e/o intellettiva, il 30,7% di persone in difficoltà economica e/o lavorativa e il 28,3% di minori, solo per citare i principali). Anziani (12,8%) e minori (24,1%) sono le fasce di età cui si rivolgono principalmente le attività di quelle orientate al disagio. Campagne di informazione - “Il settore ha un’elevata capacità di sostenere la partecipazione civica e la cittadinanza attiva - ha aggiunto Stoppiello -. Il 32,1% ha realizzato campagne di informazione e sensibilizzazione, il 12,6% ha coinvolto cittadini in azioni collettive, l’8,6% ha promosso interventi e proposte per nuove politiche pubbliche e sempre l’8,6% ha svolto ricognizioni e monitoraggio di temi emergenti o rilevanti. I dati presentati - ha concluso - confermano il ruolo che il settore svolge per il benessere collettivo e la generazione di valore condiviso, cresce la componente solidaristica e crescono in misura consistente le attività dedicate all’interesse generale. Si mantiene stabile ma ben strutturata la componente del settore dedita a situazioni di marginalità, esclusione sociale e marginalità”. Le reti e le tecnologie digitali - Un secondo focus dedicato ai dati del censimento ha riguardato le reti di relazioni e le tecnologie digitali. Dai dati emerge come le relazioni siano un asset strategico. “Svolgono un ruolo chiave - ha spiegato Stefania Della Queva di Istat - perché è all’interno delle dinamiche relazioni che si generano i processi di inclusione e innovazione sociale”. Il settore non profit è estremamente attivo nove su dieci hanno strutturato relazioni significative con diversi stakeholder (sia persone fisiche sia soggetti istituzionali). Il 74,/% sono i soci, il 58,5% soggetti pubblici, il 49% destinatari, beneficiari o utenti, il 46,7% soggetti privati, il 41% volontari, il 16,5% lavoratori retribuiti e il 12,3% donatori. In crescita le relazioni con i Comuni (79,3%), scuole, università o enti di ricerca pubblici (31,7%), Regioni o Province autonome (24,9%), aziende sanitarie locali, ospedaliere o servizi pubblici alla persona (16,6%). La digitalizzazione è ancora uno scoglio per una parte del non profit (il 18,7% non è ancora connessa a Internet e non usa tecnologie digitali prevalentemente - per il 75,1% - a causa della non rilevanza per le attività svolte), ma l’81,3% utilizza una connessione e il 69,5% almeno una tecnologia digitale, mentre nel 2021 erano il 49,7%. Delle applicazioni mobili si avvale il 72,5% delle organizzazioni e il 61,8% le piattaforme digitali. “Le tecnologie digitali - ha concluso Della Queva - si configurano come un fondamentale fattore abilitante e un valore aggiunto strategico: la transizione digitale del settore mostra una forte accelerazione ed è indicatore del percorso di transizione digitale che affronta il settore non profit”. Decreto sicurezza, primo passo verso la Consulta di Rita Rapisardi Il Manifesto, 6 giugno 2026 Reato di blocco stradale. La pm di Torino Pazé chiede di sollevare la questione di legittimità costituzionale. Ad aver evidenziato profili di incostituzionalità sono stati giuristi, avvocati e associazioni. Ora a chiedere il parere alla Corte Costituzionale è la procura di Torino. Il contendere è il decreto sicurezza dell’aprile 2025, quello che ha introdotto, tra gli altri, il reato di blocco stradale di cui sono state accusate diciotto persone che hanno preso parte a una manifestazione del 17 maggio dello scorso anno in solidarietà con la Palestina, un corteo finito poi sulla tangenziale torinese. La pubblico ministero Elisa Pazé prima dell’emissione dei decreti penali di condanna, con molta probabilità sanzioni pecuniarie, ha chiesto che sia valutata la legittimità costituzionale della norma. Adesso la palla passa al giudice delle indagini preliminari che, qualora valutasse fondata la questione, girerà il tutto alla Consulta, chiamata a decidere se i principi della Costituzione siano stati rispettati o meno. I TEMI SOLLEVATI nella memoria di otto pagine depositata dalla magistrata sono più d’uno. Il principale riguarda la natura stessa della libertà di manifestazione e riunione e il diritto allo sciopero, messi in pericolo dalla norma voluta dal governo Meloni. L’incriminazione del blocco stradale attuato con il corpo lede questi diritti perché, si legge nel testo di Pazé, “la possibilità che si creino rallentamenti o addirittura blocchi del traffico è connaturata alle manifestazioni”, sia che si svolgano in maniera statica, sia dinamica; “fa parte della fisiologia dei cortei l’arresto periodico in certi punti del percorso per consentire al gruppo di non disperdersi e scandire slogan rivolti a sensibilizzare passanti”. In pratica si sarebbe trasformato un diritto in delitto - con una pena che arriva fino a due anni di reclusione, entità che potrebbe essere “sproporzionata”, secondo la pm - facendo valere di più il diritto alla libera circolazione. A suo tempo il governo Meloni per la fretta di portare a casa il pacchetto repressivo scavalcò con il decreto il parlamento che non trovava la strada dell’approvazione di un disegno di legge. La pm sottolinea l’assenza - in questo caso - dei presupposti straordinari di necessità ed urgenza tipici del decreto legge, uno dei numerosi aspetti sottolineati anche dal Massimario della Cassazione che nella sua relazione del luglio 2025 aveva bocciato il decreto anche nel merito (non uniformità nei temi trattati e abuso della materia penale con l’introduzione di 22 tra reati e aggravanti). SE IL GIP ACCOGLIESSE l’istanza non sarebbe del tutto la prima rimessione alla Corte costituzionale di un pezzo del dl sicurezza dell’aprile 2025. Nel dicembre scorso infatti la gip del tribunale di Brindisi ha sollevato la questione di costituzionalità dell’articolo 18 di quel provvedimento che vieta l’importazione, la lavorazione e il commercio, nonché il consumo della cannabis light. La Consulta deve ancora esprimersi. Sull’aspetto più direttamente attinente al tema della repressione del dissenso, invece, c’era stato solo un tentativo di ricorso alla Corte costituzionale del deputato Riccardo Magi, ma il suo conflitto di attribuzione non era stato ritenuto ammissibile dai giudici delle leggi. Quel ricorso verteva proprio su uno dei temi ripresi dall’istanza della pm di Torino, cioè la mancanza dei requisiti di urgenza. “ACCOGLIAMO IN MODO positivo le notizie da Torino, forse finalmente anche dall’altra parte il problema si sta ponendo. Non confidando nell’arco parlamentare, ci affidiamo alla Corte costituzionale”, commenta Cristina Mazzoccoli, avvocata di Usb che segue i numerosi procedimenti che riguardano i manifestanti scesi in piazza per Gaza. “Ci sono decine di persone colpite da provvedimenti amministrativi. Volendo, i loro giudici potrebbero sollevare nuove questioni di legittimità. Ci faremo trovare pronti”. La legalità illegittima della repressione di Alessandra Algostino Il Manifesto, 6 giugno 2026 Reato di blocco stradale. Dal pubblico ministero di Torino un passo nel cammino per invertire la rotta rispetto alla costruzione di un regime autoritario. L’istanza del pubblico ministero di Torino con la quale si chiede al giudice di sollevare questione di legittimità alla Corte costituzionale sulla norma che considera reato il blocco stradale costituisce un passo nel cammino per invertire la rotta rispetto alla costruzione di un regime autoritario. La pm solleva pesanti e argomentati dubbi sulla legittimità di una delle norme centrali di quel decreto sicurezza (uno dei tanti) che ha cominciato ad edificare tale regime. Le norme della Costituzione richiamate nell’istanza, l’articolo 17 sul diritto di riunione e l’articolo 40 sul diritto di sciopero, presidiano l’espressione del diritto alla protesta: il blocco stradale ne costituisce una forma, tutelando il conflitto, elemento coessenziale alla democrazia. In questo senso, è rilevante che il rinvio alla Corte non verta solo su ragionevolezza e proporzionalità (anch’esse giustamente richiamate nell’istanza), ma sottolinei la violazione dei diritti di riunione e di sciopero. Manifestare è un diritto, non un reato. Il processo in corso a Torino, quindi, testimonia come, accanto al dato simbolico di colpire con il disvalore del diritto penale l’espressione del pensiero e il dissenso, la norma eserciti concreti effetti repressivi e, a cascata, deterrenti e dissuasivi. Un’intimidazione istituzionale rispetto all’esercizio dei diritti costituzionali; la stessa, che, per altra via, quella dell’amministrativizzazione, persegue l’ultimo, ennesimo, decreto sicurezza, ormai anch’esso convertito in legge (numero 54 del 2026), laddove utilizza il potere del denaro (le multe) per dissuadere (… minacciare) rispetto all’esercizio di diritti costituzionali (punendo promotori, deviazioni del percorso, non meglio specificati turbamenti delle forze dell’ordine). Recentissima è la notizia delle denunce nei confronti di 54 attivisti per la Palestina a Pisa, in concorso con centinaia di altri: è chiara la volontà di neutralizzare e reprimere ogni forma di conflitto. Riesumando, fra l’altro, formule oscure come il “concorso morale”. Nell’istanza della pm torinese tutto si tiene, anche il richiamo alla violazione dell’articolo 77 della Costituzione per mancanza dei presupposti di necessità e urgenza del decreto legge, che, come da costante giurisprudenza costituzionale, non è sanata dalla conversione in legge. In questo caso poi abbiamo assistito alla patente violazione del requisito dell’urgenza, trattandosi di norme che erano state originariamente previste in un disegno di legge. Strappate al controllo del parlamento, anche con il ricorso - altra costante - al voto di fiducia. L’abuso del governo ai danni del parlamento costituisce un altro asse - la verticalizzazione del potere - del disegno autoritario. L’applicazione dei decreti sicurezza sui territori, non uniforme, ma diffusa, restituisce il quadro di una repressione crescente e aggressiva, che distorce una presunta legalità in sterilizzazione della democrazia. Una legalità illegittima. Occorre attivare tutte le garanzie, gli anticorpi, sociali e istituzionali, per impedire che svuoti la democrazia. La legge contro la Carta: tanti dubbi viaggiano verso la Consulta di Mario Di Vito Il Manifesto, 6 giugno 2026 Da Bologna a Milano: i pacchetti sicurezza piacciono ai pm, ma ora rischiano di essere mutilati. Il primo caso fu a Bologna, il 20 giugno dell’anno scorso. La legge che tra le altre cose rendeva un reato il blocco delle strade “corporale” (l’arma pacifica per eccellenza) era definitivamente entrata in vigore da dieci giorni e per un corteo di metalmeccanici che passò sulla tangenziale vennero denunciati tre sindacalisti. A settembre, a Genova, i denunciati per un sit pro Palestina in via Cantore sono stati oltre ottanta. Poche settimane fa, poi, la procura di Milano ha chiuso la sua inchiesta sulla manifestazione 3 ottobre 2025 in solidarietà con la Flotilla: tredici indagati, alcuni anche per blocco stradale. Anche l’ultima inchiesta, quella di Pisa che ha portato alla denuncia di 54 persone, parla della stessa cosa tra i tantissimi capi d’accusa. NON VA SEMPRE così, però. I cortei di Roma dell’autunno passato, sempre durante la missione della Flotilla, sono passati per la tangenziale fin quasi a lambire l’ingresso della A24, ma lì c’era l’ok della questura a un percorso che era stato concordato sul momento vista l’altissima partecipazione (decine di migliaia di persone). Perché le forze dell’ordine, volendo, sarebbero pure in grado di gestire le piazze con il buonsenso e non solo con il manganello. L’istituzione di reati di piazza, ad ogni modo, ha sempre avuto una funzione soprattutto deterrente: il decreto Scelba del 1948 già puniva con la reclusione da uno a sei anni chiunque ostruisse le strade ordinarie o ferrate, ma le amnistie per questo furono frequenti. La depenalizzazione, però, non sarebbe arrivata prima del 1999. Con il governo Meloni il passo indietro è stato totale, dettato più da esigenze di cronaca (si mirava a colpire soprattutto i movimenti ambientalisti, odiatissimi a destra nonostante la loro conclamata nonviolenza) che da altri fattori. MA COSA succederebbe se la questione di costituzionalità che la procura di Torino ha suggerito al giudice venisse accolta dalla Consulta? Dipende dal tipo di pronunciamento, ovviamente, ma in linea generale la norma cesserebbe di avere effetto dal giorno successivo alla pubblicazione della sentenza. Per i processi in corso il giudice non potrebbe più applicarla e il fatto tornerebbe a essere regolato dalla disciplina precedente (illecito amministrativo con multa). In molti casi l’archiviazione perché “il fatto non è previsto dalla legge come reato” arriverebbe in fretta, in altri il pm potrebbe decidere di cambiare la propria contestazione, ad esempio ripiegando sull’illecito amministrativo residuo o su altri reati associabili come la resistenza, la violenza o il danneggiamento. DALLE PARTI della Corte costituzionale, comunque, da tempo davano per scontato che ampie porzioni dei pacchetti sicurezza varati da questo esecutivo sarebbero presto o tardi divenute materia d’interesse. Molti giuristi hanno già scritto come, quanto e perché molte delle nuove norme non siano proprio aderenti a quanto sta scritto nella Carta. Uno dei punti forti è la violazione del principio di offensività, cioè la criminalizzazione di condotte effettivamente prive di concreto pericolo. Poi c’è la questione, più politica, dell’abuso della funzione d’urgenza che sarebbe propria dei decreti con conseguente lesione della funzione del Parlamento. Il deputato di + Europa Riccardo Magi aveva sollevato il conflitto d’attribuzione sul punto, ma la Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile lo scorso dicembre. Questo, tuttavia, non esclude che la questione possa riproporsi in via incidentale. LA RETE di resistenza legale, un collettivo di avvocati impegnati soprattutto sul fronte dalla difesa dei militanti politici, ha già anche segnalato quanto la norma sul fermo preventivo (la possibilità di accompagnare qualcuno in questura per uno stato di fatto, cioè un semplice sospetto e tenercelo fino a 12 ore senza autorizzazione preventiva di un giudice) vada a sbattere platealmente sull’articolo 13 della Costituzione, quello che proclama l’inviolabilità della libertà personale. Significherebbe che le limitazioni sono ammesse solo per atto scritto e motivato da un giudice. Se ne riparlerà probabilmente tra qualche decina di denunce.