Agenti provocatori in carcere. Il veleno nel decreto sicurezza di Simona Bonfante Il Riformista, 5 giugno 2026 Se l’istigazione poi conduce a un omicidio in galera, chi deve pagare? Altro che scovare telefonini e stupefacenti: così si moltiplicheranno i reati. Immagina una norma in virtù della quale il vicino di casa, il collega d’ufficio, il compagno di università di tua figlia, il portinaio, la baby sitter fossero potenziali agenti provocatori, infiltrati nella tua vita personale per indurti a compiere un crimine. Tu non sai chi di loro sia l’infiltrato, sai che uno di loro potrebbe esserlo. Pensa se questi agenti sotto copertura non agissero su mandato di una procura ma su iniziativa di un dipartimento della pubblica amministrazione, cioè su mandato di un burocrate del Ministero. Se questo succedesse, non esisterebbero più relazioni sociali libere dal sospetto. Saremmo tecnicamente in un regime totalitario di polizia. Orbene, è esattamente questa la realtà distopica realizzata dall’ultimo decreto sicurezza del governo Meloni, che ha introdotto nel nostro ordinamento gli agenti provocatori in galera. “L’ultimo veleno istillato nelle nostre carceri”, lo ha definito Stefano Anastasia, Garante delle persone private della libertà della Regione Lazio. L’ultimo di una serie di veleni che hanno intossicato la realtà già drammatica delle galere. Dopo il reato di rivolta penitenziaria, le restrizioni ai servizi trattamentali, le misure vessatorie introdotte dalle circolari del DAP per imporre regimi chiusi 22 ore al giorno e vietare i mini frigo in cella, con gli agenti provocatori si supera ogni limite. Questa misura, che dovrebbe servire a scovare telefonini e stupefacenti - proibiti, dunque comunissimi in galera - avrà invece il solo effetto di moltiplicare i reati e distruggere quel pochissimo di fiducia che le persone ristrette possono ancora avere nei confronti degli altri esseri umani con cui condividono l’asfissiante spazio vitale penitenziario. L’educatore, il volontario, il compagno di cella, l’infermiere: da oggi, ciascuna di quelle persone può essere un agente sotto copertura. I rischi sono elevatissimi anche per la sicurezza dentro le galere. Chi controllerà questi agenti? A chi risponderanno? A chi risponderà il direttore se la provocazione conduce a un omicidio? E cosa faranno i detenuti se scoprissero il provocatore tra loro? Per questo è partita la mobilitazione “Contro il carcere del sospetto”. L’iniziativa è promossa da associazioni e personalità attive nel mondo carcerario - Ornella Favero di Ristretti Orizzonti, Franco Corleone de La società della ragione, Susanna Ronconi di Forum Droghe, il Garante Anastasia. In un webinar che si è tenuto lo scorso 3 giugno su iniziativa di Fuori Luogo, sono state annunciate visite nelle carceri per il prossimo luglio che mirano a sensibilizzare magistratura di sorveglianza, operatori e anche agenti penitenziari perché la provocazione degli infiltrati può essere diretta anche a loro. L’obiettivo dichiarato da Corleone è chiedere ai direttori degli istituti penitenziari di rinunciare ad accogliere gli agenti provocatori nelle loro strutture. In pratica, si chiede ai direttori delle galere un atto di “resistenza civile” contro questa plateale violazione del principio rieducativo della pena prescritto dalla Costituzione. Una misura per potenziare la formazione dei detenuti di Elisa Campisi Avvenire, 5 giugno 2026 Sei persone detenute su 10 erano già state in carcere, una di loro da cinque a nove volte e qualcuno anche più di 10 volte. Solo il 29,3% delle persone in cella lavora. Sono dati come questi, del XXII Rapporto di Antigone, che mostrano quanto il sistema penitenziario italiano abbia bisogno di riforme urgenti. Una prima risposta ieri ha provato a darla il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, in conferenza stampa al termine del Cdm, illustrando le misure contenute nel decreto sul lavoro dei detenuti, che ha avuto il via libera del Consiglio. “Mi preme parlare di un provvedimento che mi sta particolarmente a cuore”, ha specificato, introducendo “uno schema che riguarda la formazione professionale dei detenuti, la promozione del lavoro e l’organizzazione delle lavorazioni”. “Si tratta - ha continuato - di potenziare la possibilità dei detenuti di accedere alla formazione lavorativa, nel duplice intendimento di imparare a fare un lavoro durante la detenzione e di trovare un’occupazione stabile e retribuita una volta usciti dall’ambiente carcerario. Il nostro orientamento principale è di attuare la disposizione costituzionale volta alla rieducazione e alla risocializzazione del detenuto”. Un impegno non da poco, di fronte a una popolazione carceraria che nei 189 istituti di pena italiani contiene oltre 64mila persone, ossia 18mila in più dei posti realmente disponibili: condizioni che contribuiscono all’insorgenza di diversi problemi - compresi quelli di salute mentale che riguardano almeno il 12% dei detenuti - oltre che il rischio di tornare a delinquere. Una buona parte della recidiva, ha ricordato ancora il ministro, dipende dal fatto che, una volta liberato, il detenuto si trova spesso “senza lavoro, addirittura senza casa e quasi obbligato a delinquere di nuovo”. A dargli ragione è la letteratura, che ha ampiamente dimostrato come un’occupazione stabile abbassi significativamente la recidiva. Le novità per la popolazione carceraria annunciate da Nordio dopo il Cdm non riguardano però solo formazione e lavoro. È stata infatti prorogata l’entrata in vigore del gip collegiale per la decisione sulle misure cautelari limitative della libertà personale al febbraio 2027, accogliendo dunque gli allarmi lanciati dagli uffici giudiziari sulla mancanza di organico sufficiente e sulla digitalizzazione. Le carceri minorili raccontate in classe di Manlio Lilli* Left, 5 giugno 2026 Carissima amica mia Ale, ti mando l’inizio del nostro libro. Mi devi “dire solo la verità se va bene o no, ti prego. Ti ricordi? L’altro giorno ti dicevo che faccio sempre la stessa domanda: "Perché a me?" Posso dire dopo 8 anni e 7 mesi di carcere ingiustamente, ancora io cerco il senso di questa ingiustizia. Ma tu non devi sentire la responsabilità di questo mondo così brutto e ingiusto. Non puoi salvarlo”. Ho letto in una prima media la prima pagina del libro “Perché ero ragazzo”, (Sellerio) che Alaa Faraj ha scritto attraverso le lettere inviate ad Alessandra Sciurba, docente di filosofia del diritto all’Università di Palermo e impegnata anche nei corsi destinati ai reclusi. Alaa Faraj scrive il 9 marzo 2024 dal carcere Ucciardone di Palermo. Quando viene arrestato sullo scafo che lo porterà dalla Libia in Italia, è un ventenne studente di ingegneria e promessa del calcio. Solo la grazia concessagli dal presidente Mattarella gli ha permesso di ridurre di 11 anni e 4 mesi la condanna a 30 anni. Era stato scambiato per uno scafista. Spiego che la storia a lieto fine di Faraj è una eccezione. Purtroppo. Finire in carcere non apre le porte alla riabilitazione, in molti casi. Racconto che in carcere ci sono tante ragazze e ragazzi. Di nazionalità differenti. In Italia, al 2025, i 17 istituti penali per minorenni (Ipm) esistenti, hanno ospitato circa 600 giovani dai 14 ai 18 anni, ma fino a 25 anni se il reato è stato commesso da minorenni. Ufficialmente quei luoghi puntano sulla rieducazione secondo l’articolo 27 della Costituzione, attraverso percorsi scolastici, formazione professionale e attività sportive. Ma il sovraffollamento, unito alla carenza di personale, non costituiscono propriamente degli ausili alla realizzazione dell’operazione. Sovraffollamento, peraltro ben noto anche negli Istituti penitenziari, che dopo l’aumento della custodia cautelare prevista dal cosiddetto decreto Caivano del 2023, è ulteriormente aumentato. Sovraffollamento al quale il governo in carica ha pensato di porre rimedio con una soluzione "inedita e inaudita". La trasformazione in Istituto penale per minorenni di una sezione del carcere bolognese per adulti della Dozza. Senza peraltro alcun intervento di modifica alle caratteristiche strutturali. Al punto che Antigone, l’associazione per i diritti e le garanzie nel sistema penale, l’ha definito “un carcere minorile imprigionato in un carcere per adulti”. Un problema, serio. Al quale si ovvia in maniera inappropriata. Evidentemente. In ogni caso nei percorsi scolastici previsti, la scrittura ha spesso un ruolo centrale. Per (ri)elaborare l’errore commesso e pensare ad una vita nuova. Non di rado attraverso delle lettere inviate ai propri affetti. Racconto che Antigone Puglia, insieme all’associazione Epochè, tra il 2024 e il 2025 hanno realizzato un progetto nell’Istituto penale per minorenni Fornelli di Bari. Proseguo con un accenno al laboratorio Corrispondenze, ideato dal Centro aggregazione giovanile di Catania, con la collaborazione dell’istituto Regina Elena di Acireale, del Centro provinciale per l’istruzione degli adulti di Giarre, e dell’Istituto penale per i minorenni di Acireale. Giovani detenuti ed alunni si sono scambiate delle lettere. Ora. "Potrei dirvi dell’importanza della scuola, ancora una volta. Oppure della scrittura, che può aiutare a fare i conti con sé stessi. Magari accennare all’importanza delle scelte. E alla necessità di pensare per tempo a come ogni azione preveda una reazione. Una conseguenza", dico a chi mi ascolta. Aggiungendo, "Invece vi suggerisco di riflettere su altro, forse. Sulla libertà che i ragazzi in carcere perdono. Ma anche su come l’ambiente nel quale viviamo, ci condizioni, inevitabilmente. Positivamente, oppure negativamente, a seconda delle circostanze". La realtà è un po’ diversa da quella tratteggiata dalla sceneggiatura di Mare fuori, la serie tv giunta alla sesta edizione, ideata da Cristiana Farina, scritta con Maurizio Careddu. Quel che circonda i giovani detenuti non sempre è come nella serie. La permanenza dentro le carceri reali, può essere infernale. Conoscere l’esistenza degli Istituti penali per minorenni può aiutare i ragazzi "fuori" a comprendere le difficoltà dei coetanei "dentro". Può consentirgli di avere una qualche cognizione di una questione nazionale, della quale ci si occupa in maniera inadeguata. *Insegnante e archeologo Severino: “Dalla legalità all’IA, i giovani il motore del cambiamento” di Roberta Amoruso Il Messaggero, 5 giugno 2026 La presidente della School of Law Luiss: “Si chiude con un nuovo record di 225 ambasciatori e 33 istituti la nona edizione del progetto che crea un ponte tra scuola e carcere minorile”. “È un’emozione sempre nuova”, anche alla IX edizione, vedere l’Aula Mario Arcelli della Luiss Guido Carli gremita di ragazzi ambasciatori e testimoni di legalità, il motore di un entusiasmo contagioso, mischiarsi con le numerose autorità e istituzioni che hanno firmato il protocollo d’intesa che anima il progetto Legalità e Merito creato e fortemente voluto dalla Professoressa Paola Severino. Professoressa l’ennesimo record di studenti Luiss coinvolti e l’entusiasmo che incontrano per la legalità e il merito in realtà disagiate non la sorprende, considerato che sono figli dell’era della digitalizzazione e dell’IA? “È qui la magia. Questi ragazzi riescono ad esprimere qualità spesso non conosciute, una profondità di pensiero e una vicinanza ai temi sociali. Scelgono loro i temi dei quali parlare nel nostro progetto Legalità e Merito. E scelgono dei temi sempre molto alti: dalla lotta contro la violenza a quella contro la disuguaglianza, fino alla tutela dei diritti umani. Ma davvero pensiamo che i giovani siano così superficiali come a volte ci vengono descritti?”. Convivono con una violenza che scorre nella rete... “È vero, e la trovo una gioventù davvero molto provata da quello che ci circonda. Noi non abbiamo mai visto guerre in Europa. Loro invece sono circondati dalle guerre, dalla violenza e dalla sopraffazione. Però, proprio per questo secondo me, hanno una profondità e una maturità ancora maggiore di quella che avevamo noi alla loro età. E andarli a stimolare proprio sui temi della legalità fa venir fuori questa grande profondità, il senso di difesa di ciò che ritengono giusto. C’è questo forte sentimento della tutela rispetto alle disuguaglianze, alla violenza, all’illiceità che scopriamo poi nei posti più disagiati, nelle carceri minorili per esempio. Lì dove i ragazzi ci danno delle definizioni della legalità e di merito sorprendenti e partecipano alla stesura di progetti che manifestano nel mondo in cui sono abituati a fare. Una musica rap, una trasmissione radiofonica o una poesia, un canto. Sono giovani che parlano ai giovani, perciò funziona così bene. C’è un contagio culturale collettivo”. Sentono però evidentemente anche il sostegno delle istituzioni... “È l’altra anima dell’iniziativa. Accanto alla Luiss e alla Fondazione Severino, il programma ha visto la collaborazione del Ministero della Giustizia, del Ministero dell’Istruzione e del Merito, del Ministero dell’Università e della Ricerca, del Consiglio Superiore della Magistratura, della Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo, dell’Anac e dell’Arma dei Carabinieri. Nell’anno dei record, il Progetto ha ispirato il docu-film "Rebibbia Lockdown". Ma ha anche permesso alla Luiss di partecipare all’edizione 2022 dei Wharton-QS Reimagine Education Awards, la principale competizione mondiale dedicata all’innovazione nel mondo dell’education, classificandosi al terzo posto nella categoria Regional Award - Europe. Un traguardo”. I progetti premiati oggi (ieri, ndr) parlano di fiducia, cambiamento, riscatto, del coraggio di non tacere. Come "Viola non tace" dell’Istituto di Istruzione Superiore "Giovanni Falcone" di Palazzolo sull’Oglio, sul podio con "Padrune e stelle: il diritto al domani" dell’Istituto Penale per Minorenni di Nisida... “Tutti straordinari. Ma abbiamo premiato i progetti più belli realizzati nelle carceri minorili e in 20 scuole italiane scelte dal Ministero dell’istruzione in cui i nostri studenti - 225 volontari di Legalità e Merito vanno durante l’anno per curare questi progetti. Sono 225 studenti, ragazzi che studiano alla Luiss che dividono il loro tempo tra lo studio e le attività sociali che svolgono con grandissimo entusiasmo”. Perché sono testimoni e semi di resilienza? “Portano la testimonianza dell’importanza che per loro ha il senso della legalità e del merito e gettano i semi perché altri giovani come loro li raccolgano e li facciano crescere. In un contesto di crisi sociali e geopolitiche, dobbiamo prepararli a resistere e ad avere una grande capacità di vincere rispettando la legalità, non pensando che le scorciatoie ti portino più avanti prima degli altri”. L’IA è un altro test cruciale per i giovani e per la legalità? “Esattamente. Ma i giovani che si preparano non hanno paura. Perché sanno che se riescono ad usare bene l’Intelligenza artificiale, troveranno delle grandi risorse e delle nuove modalità di lavoro estremamente utili. Non si tratta soltanto di perdere lavori esistenti, si tratta di conquistarne di nuovi. Più crescerà l’IA, più ci sarà bisogno di esperti in cybersecurity”. Antonio Gelardi, il direttore che credeva in una giustizia che ripara, restaura e fa rinascere vocididentro.it, 5 giugno 2026 Abbiamo perso un buon amico, abbiamo perso un prezioso collaboratore di Voci di dentro. Antonio Gelardi, palermitano, morto improvvisamente all’età di 69 anni, è stato dirigente penitenziario in diversi istituti di reclusione e case circondariali (Sollicciano, Piazza Armerina, Augusta, Siracusa), ha diretto poi gli Uffici di esecuzione penale esterna di Catania ed era docente di Ordinamento penitenziario presso la scuola di formazione dell’Amministrazione Penitenziaria di Catania. Uomo di cultura e di cuore ha interpretato il proprio ruolo con umanità, equilibrio e con una visione moderna del sistema penitenziario promuovendo iniziative che hanno aperto gli istituti alla città e avvicinato la comunità a una realtà spesso poco conosciuta. Ha creduto nel valore della rieducazione, nel dialogo con le scuole, nel coinvolgimento delle associazioni e nella funzione sociale che una struttura penitenziaria può svolgere. I suoi articoli per Voci di dentro, dal 2023, sono la testimonianza più vera dei valori in cui credeva, ma soprattutto lo sono state le sue azioni da direttore che spesso ricordava sulla nostra rivista per una giustizia che ripara, restaura e fa rinascere. Antonio Gelardi non guardava il carcere al passato ma al futuro e sapeva che le critiche di utopia e buonismo che riceve chi denuncia le condizioni detentive delle nostre prigioni venivano da chi ha ancora in mente una giustizia della vendetta e non della rieducazione, della detenzione dei corpi piuttosto che della custodia della dignità delle persone recluse. Giustizia e umanità era la sua parola d’ordine: a Voci di dentro si fece conoscere tre anni fa rileggendo ad alta voce le lettere delle persone detenute e le centinaia di istanze che aveva raccolto e conservato per una vita, “per cogliere il senso di quanto fatto o non fatto da direttore. Operazione pericolosa perché a volte ci si danna per quanto non fatto o non fatto sufficientemente o in ritardo, dimenticando il contesto, il tempo divorato, dimenticando che di fronte c’era il disagio”. Con Antonio ci siamo visti on line mercoledì scorso nella solita riunione di redazione. Ci chiese tempo per un suo pezzo. Tempo ovviamente accordato. Il suo ultimo messaggio whatsapp risale alle 15.09 di giovedì 4: una faccina col sorriso, che ricorderemo sempre. Marina Berlusconi incalza il Governo: “La giustizia va riformata” di Lorenzo De Cicco La Repubblica, 5 giugno 2026 Cordialità tra Giorgia Meloni e Marina Berlusconi, nel nome di Silvio, per l’archiviazione postuma di Firenze. Ma sulla giustizia il solco resta. La premier non parla più di riforme, dopo la scoppola del referendum, la primogenita del Cavaliere invece pressa, sempre più regista del nuovo corso azzurro. Dice di parlare “da cittadina”, ma l’avviso ai naviganti è chiaro: sulla giustizia Forza Italia fa sul serio. Mentre il fratello Pier Silvio è indaffarato a organizzare un grande evento a Mediaset per il terzo anniversario della scomparsa dell’ex premier, Marina coglie l’assist dell’archiviazione che riguarda il papà per bussare a via Arenula (e dunque a Palazzo Chigi): “La giustizia resta un’emergenza, la politica non accantoni il tema”. Come dire: le modifiche non possono finire a impolverarsi nel cassetto di una scrivania ministeriale. Un messaggio a Carlo Nordio che solo ieri l’altro ha riunito, proprio su richiesta di FI, i capigruppo di maggioranza, frenando però le smanie azzurre su prescrizione, responsabilità civile dei magistrati e intercettazioni. “Non è il momento”. Cautela sposata a pieno dai Fratelli d’Italia, che vuole parlare d’altro. Per alzare il livello del pressing interviene allora la presidente di Fininvest. Direttamente. L’occasione è l’archiviazione dell’inchiesta di Firenze sui presunti mandanti occulti delle stragi mafiose del ‘93, procedimento nel quale era stato coinvolto anche Silvio Berlusconi. La figlia Marina un po’ s’indigna, un po’ manda messaggi in bottiglia agli alleati. Sull’archiviazione, si professa “stupita” dal fatto che il decreto risalga a gennaio “e che se ne sappia qualcosa soltanto oggi. Viene da chiedersi: se l’esito fosse stato opposto, per leggerlo sui giornali ci sarebbero voluti cinque mesi o cinque minuti?”. Biasima quello che definisce “un teorema giudiziario costruito sul fango”, ovvero “l’accanirsi su una tesi insensata” che avrebbe alimentato “trent’anni di campagne di delegittimazione contro Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri” e che alla fine avrebbe partorito “solo una montagna di carta straccia”. Rivendica un’altra “verità storica”, la sua: “Mio padre è stato uno dei principali protagonisti della lotta alla criminalità organizzata in Italia”. Ma il nodo politico è un altro. Per Marina Berlusconi, la vicenda conferma la necessità di non archiviare le riforme. “L’incredibile storia dell’inchiesta di Firenze mostra una volta di più in quali condizioni si trovi la giustizia italiana”. La sconfitta del referendum? Sarebbe solo “un’immensa occasione perduta”. E a sentire la presidente di Mondadori, si potrebbe ancora rimediare. “Da cittadina che ha visto da vicino fin troppi disastri giudiziari, vorrei che la politica non accantonasse il tema: i nodi da sciogliere sono tanti”. Ne cita pure uno, scodellato dal capogruppo Enrico Costa davanti a Nordio: “L’assenza di una vera responsabilità civile dei magistrati”. Insomma, “la bandiera del garantismo non può essere ammainata”. Tutto il partito azzurro è mobilitato. Nordio dovrebbe tornare a incontrare i referenti del centrodestra martedì. FI ha già pianificato un convegno alla Camera il 7 luglio, ennesimo rilancio sulle toghe. Ma per portare a dama qualcosa, tocca convincere i soci al governo. La Lega, dopo giorni di silenzio, torna a farsi sentire. Matteo Salvini fa sapere che la responsabilità civile di giudici e pm sarà approvata entro fine legislatura. Ma è soprattutto Luca Zaia a mostrare sintonia con la presidente Fininvest, dopo il pranzo di fine aprile che ha spiazzato i due vicepremier: “Anche la giustizia, come tanti comparti - dice a Repubblica - avrà naturalmente bisogno di un tagliando con il coinvolgimento di tutti gli attori coinvolti. Non può essere oggetto di mummificazione. Non tutto funziona alla perfezione e i cittadini si aspettano che in futuro le cose migliorino”. Avvocati intercettati in carcere a Perugia, Nordio manda gli ispettori di Giulia Merlo Il Domani, 5 giugno 2026 La vicenda è stata resa nota dalle Camere penali, che hanno proclamato astensione nazionale dalle udienze dei penalisti dall’8 al 12 giugno: “Nel carcere di Capanne sono stati intercettati per circa sei mesi i colloqui tra detenuti e avvocati, pur essendo autorizzata l’attività solo nei confronti di un singolo difensore indagato. Sono stati registrati anche colloqui di almeno quindici altri avvocati, contenenti strategie difensive e informazioni coperte dal segreto professionale. Il ministero della Giustizia invia gli ispettori presso gli uffici giudiziari di Perugia, dopo lo scoppio del caso delle intercettazioni tra avvocati e clienti nel carcere di Capanne. La vicenda, esplosa la settimana scorsa, ha indotto l’Unione camere penali italiane a deliberare una astensione nazionale dalle udienze dall’8 al 12 giugno con una manifestazione nazionale a Perugia l’11 giugno. La decisione del guardasigilli Carlo Nordio è arrivata proprio dopo un incontro con una delegazione dell’Ucpi e nel comunicato si legge che “ha disposto, a fronte di tale grave, ipotizzata violazione della riservatezza dei colloqui difensivi, l’effettuazione da parte dell’Ispettorato Generale di tutti gli accertamenti necessari a chiarire la vicenda, e di formulare conseguenti proposte”. I fatti sono stati resi noti il 21 maggio proprio dalle Camere penali, che in un comunicato scrivevano che, “nel carcere di Capanne, a Perugia, sono stati intercettati per circa sei mesi i colloqui tra detenuti e avvocati, pur essendo autorizzata l’attività solo nei confronti di un singolo difensore indagato. Sono stati registrati anche colloqui di almeno quindici altri avvocati, contenenti strategie difensive e informazioni coperte dal segreto professionale. Le registrazioni, invece di essere immediatamente eliminate, sono confluite nel materiale investigativo. Tutto ciò costituisce una gravissima violazione del diritto di difesa, garantito dalla Costituzione, dalla Cedu e dal Codice di procedura penale, che occorre denunciare con fermezza”. Nelle lettere che i penalisti hanno inviato sia al ministero che al Csm, si evincono ulteriori dettagli. “Secondo quanto sin qui emerso, per mesi sarebbero stati registrati colloqui tra detenuti e difensori pur in assenza di autorizzazione, con captazioni che avrebbero coinvolto decine di avvocati estranei alle indagini e un numero a oggi imprecisato di persone detenute, nel corso di conversazioni inevitabilmente coperte dal segreto professionale e direttamente attinenti all’esercizio del diritto di difesa”. E ancora, “la gravità della vicenda appare resa ancora più evidente dal luogo nel quale tali captazioni sarebbero state eseguite: le salette colloqui di un istituto penitenziario, cioè il luogo nel quale la segretezza del rapporto tra difensore e assistito dovrebbe ricevere il massimo livello di tutela costituzionale e processuale. Era del tutto prevedibile, anzi inevitabile, che l’autorizzazione di attività intercettive all’interno di locali destinati ai colloqui difensivi comportasse il rischio concreto di captare conversazioni tra detenuti estranei al procedimento e i loro avvocati. Proprio per questa ragione incombeva sull’ufficio requirente un rigoroso dovere di preventiva verifica delle modalità tecniche di esecuzione delle operazioni e di costante controllo sul loro concreto svolgimento, affinché nessuna indebita compressione del diritto di difesa potesse verificarsi. A ciò si aggiunge un ulteriore profilo di assoluta gravità: molti dei difensori e dei detenuti coinvolti non sarebbero neppure a conoscenza delle captazioni illegittimamente subite, risultando così privati della possibilità di esercitare i diritti e le azioni conseguenti alla violazione”. Immediatamente dopo i fatti si era mosso il procuratore generale di Perugia, Sergio Sottani, che il 25 maggio aveva dichiarato che “non risulta alcun uso processuale di intercettazioni espletate in difetto di autorizzazione”. Sottani ha “immediatamente attivato i propri poteri di vigilanza”, acquisendo dati e notizie per ricostruire i fatti, che poi ha restituito in un comunicato. Secondo la procura generale, “all’esito delle notizie raccolte, connotate da fisiologica provvisorietà, può confermarsi che non risulta alcun uso processuale di intercettazioni espletate in difetto di autorizzazione. Per altro verso, se si dovesse effettivamente verificare la presenza di intercettazioni irrituali, se ne dovrà procedere alla loro distruzione, secondo le forme del codice di procedura penale”. Insomma, secondo i primi approfondimenti fatti insieme alla procura, non ci sarebbero stati illeciti. Nel corso della settimana, tuttavia, il procuratore generale Sottani ha incontrato sia il presidente dell’Ordine degli avvocati che il presidente della Camera penale, “al fine di affrontare la questione sorta in tema di intercettazioni riguardanti i rapporti tra difensore e assistito”. Pur ribadendo che i fatti sono “ancora in fase di verifica”, ha assicurato la “massima attenzione” e ““tutti i partecipanti hanno unanimemente ribadito il valore essenziale della funzione difensiva quale cardine del giusto processo, evidenziando altresì che eventuali responsabilità saranno accertate nelle sedi proprie, nel pieno rispetto delle garanzie previste dall’ordinamento”. Intercettazioni, sei mesi di microspie nel carcere di Perugia di Stefano Giordano Il Riformista, 5 giugno 2026 Violati i segreti dei colloqui difensivi, ma nessuno pagherà. Nel carcere di Capanne, a Perugia, per sei mesi le microspie hanno lavorato senza sosta in tutte e quattro le sale colloqui. Il decreto autorizzativo riguardava un unico avvocato indagato per traffico di stupefacenti. Ne sono stati intercettati quindici. L’Unione delle Camere Penali ha proclamato lo sciopero dall’8 al 12 giugno, con manifestazione nazionale l’11. La reazione è giusta. Resta però più di un dubbio sull’efficacia dello strumento di protesta. Il materiale captato è stato dichiarato inutilizzabile, ma chi indaga ha sentito. L’art. 103 c.p.p. vieta di intercettare i difensori - non scoraggia, non regola: vieta. L’art. 8 della Convenzione europea presidia lo stesso spazio. Eppure il materiale captato è stato dichiarato inutilizzabile e lì si è fermato tutto. L’inutilizzabilità colpisce la prova nel fascicolo, non chi ha violato il divieto. Chi indaga ha già sentito, orientato, capito. Una norma senza conseguenze non è un divieto: è una pseudonorma. Chi ha ordinato o eseguito quelle intercettazioni risponde di qualcosa - disciplinarmente, penalmente? La risposta, per ora, è no. E finché resta no, il divieto dell’art. 103 vale quanto vale. Violati i segreti dei colloqui difensivi, ma nessuno pagherà - Si può discutere di altre forme di protesta, forse più efficaci, che chiedono però uno sforzo collettivo maggiore. L’avvocatura ha in mano strumenti più affilati. Il mancato consenso in tutti i casi in cui la legge lo richiede - all’utilizzabilità degli atti, alla loro lettura, alla loro acquisizione. Le istanze di trattazione orale in Corte d’Appello e in Cassazione, così che il rito scritto torni in udienza. Nel processo civile, l’opposizione sistematica alla fissazione dell’udienza di trattazione scritta. Le istanze tutte concentrate nello stesso giorno, in ogni procedimento, in ogni ufficio: le cancellerie non reggono. Sono diritti. Nessuno può vietarli. Ma tutto questo richiede sistematicità, pervicacia, coraggio. L’avvocato è per natura un individualista. Avrà la costanza di tenere il punto, giorno dopo giorno, sapendo che il sistema reagirà? È la domanda che vale per qualunque forma di sciopero bianco. L’altra domanda - quella che non cambia - è una sola: se violare il segreto del colloquio difensivo non costa nulla a nessuno, perché mai qualcuno dovrebbe smettere di farlo? Un presunto “caso Floyd” a Milano. Sulla morte di Squeo l’ombra dell’asfissia: sette indagati di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 5 giugno 2026 Quattro agenti sono accusati di omicidio preterintenzionale per aver schiacciato a terra il 33enne, mentre altri due rispondono di falso ideologico per aver truccato il verbale dell’intervento. Sotto inchiesta per omicidio colposo e falso c’è anche il medico del 118. Svolta nell’inchiesta sulla morte di Igor Squeo. La procura generale di Milano ha avocato l’indagine e inviato sei avvisi di garanzia ad altrettanti poliziotti. Quattro agenti sono accusati di omicidio preterintenzionale per aver schiacciato a terra il 33enne, mentre altri due rispondono di falso ideologico per aver truccato il verbale dell’intervento. Sotto inchiesta per omicidio colposo e falso c’è anche il medico del 118. Il caso sembrava chiuso. Per due volte la procura ordinaria aveva chiesto l’archiviazione, liquidando il decesso del ragazzo, avvenuto all’alba del 12 giugno 2022 in ospedale, come un arresto cardiocircolatorio dovuto a un’overdose di cocaina. Una tesi che non ha mai convinto i familiari e che ora viene ribaltata dalla procuratrice generale Francesca Nanni e dal sostituto Massimo Gaballo. I magistrati hanno chiesto alla gip Maria Idria Gurgo di Castelmenardo una perizia medico-legale in incidente probatorio per fare chiarezza sulle cause della morte, alla luce di consulenze tecniche discordanti. Si valuta persino l’esumazione del cadavere per cercare nuove fratture ossee. Secondo la procura generale, le prime indagini hanno del tutto ignorato l’ipotesi dei difensori della famiglia. L’idea è che Squeo sia morto per asfissia posizionale causata da un blocco fisico violento e scorretto da parte degli agenti, un dettaglio che era stato riferito proprio dal personale del 118. I quattro poliziotti indagati per omicidio preterintenzionale avrebbero provocato la morte bloccando il giovane a terra in modo improprio. I loro due colleghi avrebbero poi falsificato l’annotazione di servizio per coprire l’azione. Nel registro degli indagati è finita anche la dottoressa del 118, accusata di aver iniettato a Squeo un forte anestetico senza monitorarlo, nonostante avesse una saturazione dell’ossigeno ferma all’82%, per poi scrivere nel verbale di soccorso un falso 96%. La vicenda era iniziata all’una di notte in un appartamento milanese. Il coinquilino di Igor, spaventato dal suo forte stato di agitazione, decide di chiamare la polizia. Gli agenti arrivano e lo bloccano. Nella loro versione, il ragazzo viene ammanettato e subito messo in posizione laterale di sicurezza, la manovra standard per evitare il soffocamento. Il personale del 118 descrive però una scena diversa: Squeo si trova a pancia in giù, prono sul pavimento, con un agente che gli schiaccia il torace. In piena crisi respiratoria, il medico gli somministra il Propofol, un potente farmaco per l’anestesia generale. Passano due minuti e il cuore di Igor si ferma una prima volta. Alle 6.45 viene dichiarato il decesso. Quando la madre, Franca Pisano, corre al policlinico di Via Francesco Sforza, trova il corpo del figlio coperto di lividi, ferite e bende. I medici le dicono che è morto per un arresto cardiaco legato alla droga. Per le istituzioni la questione doveva finire lì. Il pubblico ministero Francesco De Tommasi si era allineato a questa lettura, indicando la cocaina assunta ore prima come unica causa del decesso. Il gip si era opposto, ordinando nuovi accertamenti. Luigi Manconi, presidente dell’associazione A Buon Diritto, aveva subito contestato la tesi dell’overdose, parlando apertamente di manovra Floyd, ovvero del pericolo legato alla combinazione tra lo schiacciamento del torace a terra e l’iniezione del sedativo su un paziente non monitorato e già in apnea. Il caso era arrivato anche in parlamento a marzo dell’anno scorso, con un’interrogazione del deputato Marco Grimaldi di Alleanza Verdi e Sinistra. Il parlamentare aveva sollevato il problema delle linee guida sulla sicurezza nei fermi di polizia. Una circolare dell’Arma dei Carabinieri del 2014 vietava i blocchi a terra in posizione prona proprio per il forte rischio di asfissia posturale. Nel 2016 un nuovo testo ha eliminato quel divieto. Grimaldi si era rivolto al ministero della Difesa per chiedere il ripristino delle vecchie tutele e il bando esplicito di ogni tipo di pressione sul torace. Un copione che ricorda da vicino la morte di George Floyd a Minneapolis, dove la giustizia americana stabilì che a uccidere l’uomo fu il ginocchio dell’agente sul collo e non la droga che aveva in corpo. Ora l’inchiesta milanese riparte da questo punto per capire cosa accadde in quella stanza. Ha passato 22 mesi in cella ma non era lui lo scafista. Ed era molto facile accertarlo di Angela Nocioni L’Unità, 5 giugno 2026 È un ragazzino siriano, ora sarà indennizzato. Non c’erano indizi contro di lui, anzi c’era la prova che aveva pagato il viaggio 10 mila dollari. Dobbiamo ventidue mesi di vita rubati a un ragazzino siriano: no, non era uno scafista. È stata discussa il 28 maggio la richiesta di indennizzo per l’ingiusta detenzione subita. La Procura Generale di Reggio Calabria ha chiesto l’accoglimento della richiesta di indennizzo. La difesa ha chiesto centocinquantamila euro per Shami Mohammed condannato senza prove dal Tribunale di Locri per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e poi assolto in Appello, su richiesta dello stesso Procuratore Generale, per non aver commesso il fatto. 24 febbraio 2024. Aula deserta. “In nome del popolo italiano la Corte di Appello di Reggio Calabria, visto l’art. 605 c.p.p. in riforma della sentenza emessa in data 15 giugno 2023 dal Gup del Tribunale di Locri, appellata da Shami Mohamed, lo assolve per non aver commesso il fatto. Ne dispone “l’immediata remissione in libertà”. Silenzio. Fuori cade una pioggia sottile, tra le panche davanti alla Corte c’è soltanto un signore di 68 anni stretto nel gilet impermeabile che piange di gioia. È l’avvocato Giancarlo Liberati, il difensore dell’imputato. Non conosce nessun altro in Italia Shami Mohamed. Non ha fatto in tempo. Siriano - padre e fratello morti sotto i bombardamenti di Aleppo, mandato dalla mamma con tutti i risparmi di famiglia a cercar di salvarsi in Turchia - aveva 21 anni quando il 18 maggio del 2022 è arrivato con una barca piena di migranti a Roccella Jonica proveniente dalla rotta turca. Appena ha toccato terra si è trovato in galera accusato di essere scafista senza capire neanche cosa stesse succedendo. Lui ha detto subito che a bordo l’uomo che aveva fatto da mediatore con i trafficanti l’aveva utilizzato a forza come interprete perché lui parla l’arabo e il turco. Contro la sua volontà, ma come ribellarsi? Dal carcere di Locri aveva ottenuto il trasferimento a quello di Vibo Valentia perché il suo coimputato minacciava lui e sua madre: non voleva che dicesse che lui era il mediatore coi trafficanti. Alcuni tra gli altri migranti stipati a bordo, avendo visto Shami che si muoveva dal suo posto sulla barca, appena intercettati dalla Guardia di finanza al largo di Roccella Jonica l’hanno indicato come scafista. Succede sempre così: hanno fretta di allontanarsi appena sbarcati i migranti, hanno fretta di sfuggire alla polizia. Vengono incalzati da agenti e spesso dall’interprete (o dal mediatore culturale, che sta lavorando lì su richiesta degli agenti) che chiedono a ripetizione: “chi era il capitano? Indicami il capitano”. Dicono: “lui”, “quello lì”, e se ne vanno. Come possono essere assunte come uniche prove quelle dichiarazioni di persone che poi scappano altrove e non vengono fatte passare attraverso un incidente probatorio? Per verificare la sua testimonianza bastava fare una inchiesta piuttosto semplice. L’avvocato Liberati l’ha fatta come indagine difensiva. “Ho preso la ricevuta di pagamento di diecimila dollari - racconta - ho individuato l’agenzia a Istambul e portato tutte le prove alla Procura Generale”. Ha dimostrato che l’agenzia è rintracciabilissima perché c’è scritto bello grosso il numero di telefono. Bastava chiamare, ma nessuno l’aveva fatto. L’agenzia ha confermato che quelle ricevute sono loro. La Corte ha recepito assolvendo con formula ampia. Bastava fare una indagine piccola piccola, studiare il fascicolo, fare una telefonata alla agenzia di Istanbul. Due anni di galera, per una telefonata che nessuno s’è dato la pena di fare. Anche perché è più semplice e meno faticoso prendere per buona la dichiarazione di chi accusa persone innocenti e poi si rende irreperibile. Con tanti saluti all’art 111 della Costituzione e all’esame delle accuse nel contraddittorio delle parti. Il 29 maggio la Corte d’appello di Reggio Calabria ha assolto per non aver commesso il fatto Abdallah Gemiaa, 22 anni, anche lui condannato dal Tribunale di Locri come scafista, anche lui dell’Italia sognata ha visto finora solo le celle del carcere di Locri. Il 16 giugno per lui sarebbe stato il compimento del terzo anno di ingiusta detenzione. Dice Liberati, che ha difeso e fatto assolvere anche lui: “Abbiamo prodotto l’originale della ricevuta di un’agenzia monetaria di Istambul con sede anche a Tartous in Siria dove erano stati depositati i quattromila euro di pagamento del suo viaggio. È la stessa agenzia usata per il viaggio di Shami Mohammad assolto il 24 febbraio del 2024 e di Abdul Rahman Alwade assolto dalla Corte di Assise di Locri a gennaio 2025, di Ibrahim Mamdoah, Ibrahim Mohamad e Kassem Hani, 3 ragazzi libanesi assolti in primo grado dal Tribunale di Locri con sentenza confermata in appello dalla Seconda Sezione Penale della Corte di Appello di Reggio Calabria. Il metodo usato per pagare i trafficanti è spesso lo stesso: le famiglie di chi parte lasciano dei soldi in deposito nell’agenzia e quei soldi saranno versati ai trafficanti soltanto quando arriverà la telefonata di conferma dell’arrivo del migrante in Italia. Non ci vuole molto a verificare il tutto ricostruendo la pista semplice dei pagamenti”. Firenze. Carcere disumano, rinvio di pena alla Consulta di Valentina Marotta Corriere Fiorentino, 5 giugno 2026 Il 22 settembre la Corte Costituzionale deciderà sul ricorso di un detenuto a Sollicciano. Celle allagate e infestate da cimici, senza acqua calda e prive di riscaldamento. Sarà la Corte Costituzionale, il prossimo 22 settembre, a discutere la possibilità per un detenuto di differire la pena o sostituirla con i domiciliari ogni volta che le condizioni della detenzione raggiungono la soglia del trattamento inumano. A sollevare il caso nei mesi scorsi furono gli avvocati Michele Passione e Nicola Muncibi, legali di un uomo condannato a 22 anni per omicidio e detenuto a Sollicciano. Eccepirono la questione di legittimità costituzionale dell’articolo 147 del codice penale che prevede un rinvio della pena solo in tre casi tassativi: lo stato di gravidanza e puerperio, la domanda di grazia e una grave malattia. Il tribunale di Sorveglianza di Firenze, accolse l’istanza dei difensori condividendo il supposto contrasto della norma con l’articolo 27 della Costituzione (che afferma la funzione rieducativa della pena e vieta il trattamento disumano) e con l’articolo 3 della Cedu sulle condizioni detentive inumane nelle carceri. E trasmise gli atti alla Corte Costituzionale. La questione, sollevata dal Tribunale di Sorveglianza di Firenze, “ripropone il tema strettamente collegato alle condizioni disastrose e, perciò, inaccettabili in cui si trova il sistema penitenziario italiano, più volte e da diverso tempo denunciato, in primis, dalla comunità dei penalisti italiani” afferma in una nota l’Unione delle Camere penali, che parteciperà all’udienza pubblica del 22 settembre. La situazione nelle carceri è disastrosa: “Oltre a gravissimi deficit strutturali, registrano oggi tassi di sovraffollamento medi superiori al 139%, con 163 ben oltre la capienza massima consentita, 73 dei quali con tassi compresi tra il 150% e il 238%”. I penalisti snocciolano numeri raccapriccianti: “27 suicidi fra i detenuti, 2 tra la polizia penitenziaria e 70 morti per altre cause: un quadro che rende strutturale e non più episodica la violazione del principio di umanità della pena”. Scontare la pena in condizioni strutturali di degrado, sottolinea l’Unione delle Camere penali, “è una pena diversa e più grave di quella pronunciata dal giudice”. Per superare “questo grave conflitto, è necessaria una sentenza additiva per dare la possibilità, oggi vietata dall’articolo 147 del codice penale alla magistratura di sorveglianza di sospendere l’esecuzione della pena, magari sostituendola con la detenzione domiciliare”. Siracusa. Mondi si sfiorano sul palco: il carcere è teatro di umanità di Agnese Siliato La Sicilia, 5 giugno 2026 Ad Augusta i detenuti diventano attori in un viaggio collettivo verso il riscatto e la dignità. Il teatro come strumento di crescita, inclusione e riscatto sociale. In scena ieri al teatro Antonio Maiorca della casa di reclusione di Augusta, la commedia “Non ti pago!” di Eduardo De Filippo, nell’ambito di un progetto educativo e culturale che ha coinvolto detenuti, studenti e attori. L’iniziativa è stata realizzata grazie alla collaborazione tra il carcere, diretto da Francesca Fioria, e l’istituto d’istruzione superiore “Arangio Ruiz”, guidato dalla dirigente scolastica Maria Concetta Castorina. La rappresentazione è stata dedicata all’ex direttore del penitenziario Antonio Gelardi, scomparso mercoledì che aveva avviato il progetto teatro in carcere. Un percorso nato per promuovere occasioni di confronto e crescita attraverso il linguaggio universale dell’arte teatrale. Ieri a portare in scena uno dei capolavori del repertorio eduardiano sono stati otto detenuti del circuito di Alta Sicurezza. Per alcuni è stata la prima esperienza sul palcoscenico, per altri un ripago!” torno dopo precedenti attività laboratoriali. Al loro fianco, altri tre detenuti hanno contribuito alla realizzazione dello spettacolo occupandosi degli aspetti tecnici, dall’audio alla scenografia. Attraverso il linguaggio universale dell’arte teatrale una significativa esperienza di incontro tra il mondo della scuola e quello della realtà penitenziaria. Ulteriore valore all’iniziativa ha dato la partecipazione, a titolo volontario, di quattro allievi attori dell’accademia dell’inda (Istituto nazionale del dramma antico): Andrea Catalano, Margherita De Doni, Angelica Rampin e Sarah Gisella Simeoni. La loro presenza ha rappresentato un importante contributo artistico a un progetto che punta a fare del teatro uno strumento di espressione, responsabilizzazione e dialogo. All’evento hanno assistito altri rappresentanti dell’inda, tra cui gli attori Graziano Piazza e Pasquale Di Filippo, che hanno voluto testimoniare vicinanza a un’iniziativa capace di coniugare arte e riabilitazione di persone che, pur avendo sbagliato nella vita, hanno voglia di rimettersi in gioco e dimostrare che la chiave per il loro futuro reinserimento nella vita c’è. La regia dello spettacolo è stata curata alla professoressa Giusi Lisi, affiancata dai docenti Cettina Baffo, Marco Cannarella e Maria Daniela Lo Faro. Referente del progetto è l’educatrice Martina Cinque. Sul palcoscenico anche Francesco Cacciatore, studente maggiorenne del Ruiz, a testimonianza del forte valore educativo e inclusivo del progetto, che favorisce l’incontro tra realtà spesso percepite come distanti. La scelta di “Non ti non è stata casuale. La celebre commedia tra equivoci, ironia e riflessioni sul destino e sulla giustizia, offre infatti agli interpreti l’opportunità di confrontarsi con temi profondi e sempre attuali. La quantità di accenti e dialetti diversi che si mescolano in questo spettacolo è stata evidenziata da Martina Cinque: “e mi piace pensare alla capacità di un palco, di questo palco - ha commentato l’educatrice - di mettere insieme persone che vengono da posti diversi, che hanno percorso strade diverse, vissuto storie diverse… e che per la prossima ora sono tutte, semplicemente, attori”. “Sottolineo l’importanza del teatro nelle attività trattamentali all’interno dei penitenziari - ha dichiarato Francesca Fioria - dove rappresenta non solo un momento ludico, ma anche un importante strumento di crescita personale. Per questo ringrazio la preziosa collaborazione offerta dagli attori dell’inda: è importante averli qui sia come attori sia come pubblico. Speriamo di proporre questa esperienza anche negli anni futuri”. Lanciano (Ch). Detenuti-attori nel carcere: ospite d’onore sarà Camilla Costanzo chietitoday.it, 5 giugno 2026 Si terrà martedì 9 giugno lo spettacolo nato dalla collaborazione con l’associazione culturale “Il Ponte della libertà”. Ospite d’onore la figlia di Maurizio Costanzo che porta avanti un progetto dedicato al padre. I detenuti si trasformano per un giorno in attori. Succede nel carcere di Lanciano dove, martedì 9 giugno 2026, si terrà lo spettacolo “Emozionarsi...dentro”, messo in scena dalle persone ristrette che, dopo un lungo periodo di studio e preparazione, diventano i protagonisti dell’opera. Il sipario del Piccolo teatro Fenaroli della casa circondariale frentana si alzerà alle 15. L’iniziativa rientra nell’ambito della rassegna teatrale “Cattivi? voci, corpi e identità dal carcere”. Il progetto, nato dalla collaborazione con l’associazione culturale “Il Ponte della libertà” e con il regista Carmine Marino, che ha seguito e formato gli aspiranti attori, esprime la volontà della direzione di far diventare il carcere una parte della comunità, un luogo nel quale si realizzano progetti da condividere con la società libera con cui costruire un confronto e uno scambio continuo. L’iniziativa risponde al desiderio di veicolare, attraverso la cultura, in ogni sua forma di espressione, un messaggio di apertura dell’istituzione penitenziaria che favorisca una corretta conoscenza del contesto ed esprima il lavoro che gli operatori penitenziari realizzano per offrire alla popolazione detenuta strumenti di crescita personale, di nuova consapevolezza delle proprie azioni e per sviluppare la capacità di indagare sui sentimenti e le emozioni proprie e altrui. Un percorso di conoscenza che ha l’ambizione di superare luoghi comuni e la connotazione negativa del carcere come luogo esclusivo di emarginazione, di sofferenza e dolore, incapace di dialogare con la società libera e di rivelarne la vera identità. Allo spettacolo parteciperà, come ospite d’onore, Camilla Costanzo che, proseguendo nel percorso avviato da suo padre Maurizio, coltiva il progetto “Premio teatrale Maurizio Costanzo nelle carceri” che nasce con l’obiettivo di valorizzare e promuovere il talento artistico presente all’interno delle istituzioni detentive, offrendo ai detenuti la possibilità di esprimersi attraverso l’arte e la creatività teatrale. Progetto che, pertanto, mira a favorire il reinserimento sociale dei detenuti attraverso l’espressione artistica e la partecipazione a progetti culturali significativi, promuovere la cultura teatrale come strumento di recupero e riabilitazione all’interno del contesto carcerario, offrire un’opportunità concreta di crescita personale e professionale e sensibilizzare l’opinione pubblica sull’importanza della riabilitazione e del reinserimento sociale dei detenuti. Viterbo. Un documentario su tempo, spazio e legami: protagonisti i detenuti viterbotoday.it Presentato nel teatro del carcere viterbese il progetto “Pills of rights”, iniziativa del corso di dottorato in “Diritto dei mercati europei e globali. Crisi, diritti, regolazione” dell’Unitus. Un documentario su temi precisi e scelti con molta cura: lo spazio, il tempo e i legami fra le persone. E’ quello realizzato da docenti e dottorandi dell’Università della Tuscia insieme ai detenuti di Mammagialla e proiettato questa mattina nel teatro dell’istituto penitenziario. Si tratta della seconda edizione del progetto “Pills of rights”, iniziativa innovativa del corso di dottorato in “Diritto dei mercati europei e globali. Crisi, diritti, regolazione” dell’ateneo viterbese, in collaborazione con la casa circondariale e con il supporto di Kama productions. Dietro le quinte del progetto - Coordinato dalla professoressa Rosa Ruggiero, delegata alla Conferenza nazionale dei delegati dei rettori per i poli universitari penitenziari e coordinatrice del corso di dottorato e da Francesco Sanvitale, ricercatore di Diritto processuale penale dell’Università della Tuscia, il progetto ha prodotto cinque video che durano in tutto un’ora e sono stati girati nel corso del 2025 all’interno del carcere viterbese. “Siamo partiti da una riflessione collettiva su alcune parole chiave - ha spiegato la professoressa dell’Unitus - selezionate durante il primo incontro con i detenuti e divenute il filo conduttore della narrazione audiovisiva. Abbiamo cercato di cogliere le relazioni fra i termini legami, spazio e tempo con il diritto e soprattutto con l’esperienza carceraria in una prospettiva giuridica”. Le riprese sono durate cinque giorni in cui si è lavorato per sei ore, dalle 9 alle 15. Ogni video ha un tema: il primo giorno si è parlato della scienza delle parole; il secondo, terzo e quarto si sono approfonditi rispettivamente i concetti di tempo, spazio e legami. La quinta giornata è stata di conclusione e riflessione. I detenuti, in tutto 12, di età diverse fra i 18 e i 70 anni, selezionati dall’istituto fra quelli della media sicurezza interessati all’iniziativa, “si sono mostrati molto disponibili, mettendosi davvero in gioco - racconta Ruggiero -. L’esperienza di gruppo, creativa e relazionale, è piaciuta a tutti ed è stata molto emozionante, facilitata poi dalla conduzione di Lisa Pazzaglia che, attraverso il metodo dello psicodramma, ha utilizzato espedienti teatrali come per esempio l’improvvisazione, per far comunicare docenti e dottorandi con i detenuti”. Riconoscimenti e collaborazioni - La proiezione è stata preceduta dai saluti istituzionali della rettrice dell’Ateneo, Tiziana Laureti: “L’iniziativa rappresenta un esempio concreto di come l’università possa farsi promotrice di percorsi di innovazione sociale, contribuendo a costruire un ponte tra mondo accademico e mondo carcerario, nel segno del diritto come strumento di inclusione e consapevolezza”. “Pills of rights”, finanziato da Cassa ammende e realizzato con la collaborazione dell’associazione “Amici di giurisprudenza”, si configura come un’esperienza unica nel suo genere, capace di coniugare alta formazione, impegno civile e inclusione sociale. I video sono sottotitolati in inglese, francese e arabo e corredati da traduzione in Lis, per garantire la massima accessibilità e diffusione dei contenuti. La regia è di Fabiana Sargentini e direttore alla fotografia è Simone Pierini. Presenti anche la direttrice reggente di Mammagialla, Francesca Perrotta; il dirigente penitenziario Stefania Perri; la presidente dell’associazione Amici di giurisprudenza, nonché della Corte di appello di Napoli, Maria Rosaria Covelli. Castelvetrano (Tp). Inaugurata l’area verde per i colloqui detenuti-famiglie castelvetranoselinunte.it, 5 giugno 2026 È stata inaugurata stamattina alla casa circondariale di Castelvetrano l’area verde adiacente alla sala colloqui. Si tratta di una zona all’aperto che consentirà ai detenuti di fare i colloqui con i familiari e i figli; a riqualificarla sono stati gli stessi detenuti che hanno seguito uno stage del corso di formazione professionale per operaio edile polivalente tenuto dall’ente “Euro” di Palermo. L’occasione di oggi, alla presenza della direttrice Giulia Bruno, dell’assessore comunale Rosalia Ventimiglia, dell’avvocato Antonino De Lisi, garante regionale dei diritti delle persone private della libertà personale, dei club service Rotary, dell’associazione “Cotulevi” (con la presidente Aurora Ranno e la responsabile degli sportelli di Campobello e Castelvetrano, Mariella Gulotta), dell’associazione “Marisa Leo”, dell’associazione “Palma Vitae”, è servita anche per riflettere sul tema della violenza di genere e del femminicidio, soprattutto in considerazione della specifica tipologia di detenuti ristretti nel carcere di Castelvetrano (autori di reati a forte “riprovazione sociale”). I club service Rotary hanno contributo all’acquisto degli arredi dell’area verde, mentre l’associazione “Cotulevi” ha donato una panchina rossa che è stata collocata nell’area. La patria non è una clava di Massimo Gramellini Corriere della Sera, 5 giugno 2026 Si può essere orgogliosi del proprio Paese senza disprezzare quello degli altri? Si può amare la propria patria senza odiare quella degli altri? O l’unica alternativa al sovranismo di Trump, Netanyahu, Putin e Vannacci è la condizione fluida di chi non riconosce più radici né storie condivise e si muove per il mondo come dentro un immenso aeroporto? Le celebrazioni del 2 Giugno, con le polemiche che ne sono seguite, hanno riproposto l’interrogativo: è possibile essere patriottici senza diventare fanatici o, per contrasto, apolidi? Con il nazionalismo gli italiani hanno sempre avuto un rapporto complesso, in bilico tra disprezzo e retorica. D’Annunzio e Mussolini abusarono di iperboli italocentriche, e con esiti talmente catastrofici che, per reazione, la nascente Repubblica finì per diffidare del patriottismo, facendolo coincidere con il suo gemello violento: il bellicismo. In quegli anni l’Inno godeva di scarsa considerazione (quando veniva suonato prima delle partite della Nazionale, il telecronista dava la linea alla pubblicità) e la stessa parola “Italia” era accolta con sospetto. Dopo aver saputo che Bruce Springsteen cominciava i suoi concerti a Los Angeles al grido di “siamo in California, cioè negli Stati Uniti d’America!”, ricevendo in risposta un boato, Lucio Dalla raccontava di aver provato a fare la stessa cosa a Bologna. “Siamo in Emilia, cioè in Italia!”, ma il pubblico ammutolito lo aveva preso per matto. L’aneddoto è probabilmente inventato (Dalla era un poeta e un bugiardo strepitoso), però assolutamente credibile. Sandro Pertini fu il primo a invertire la rotta, insediandosi al Quirinale. Il suo passato di partigiano socialista lo metteva al riparo dal pregiudizio che il patriottismo fosse un sentimento di destra. La sua esultanza durante la finale del Mundial 1982 contro quella stessa Germania che aveva combattuto in guerra è rimasta nella memoria come esempio di patriottismo elegante. Un istinto forte, ma pacifico. Per la propria squadra, non contro quella avversaria. Toccò a un altro presidente laico completare l’opera dando lustro ai riti di appartenenza. La bandiera, la festa, l’Inno: Ciampi risvegliò l’orgoglio nazionale senza trasformarlo in tracotanza. E il cattolico Mattarella ne ha portato avanti la missione in quest’ultimo decennio complicatissimo, dominato dai social e dalla divaricazione eccitata dei punti di vista: o “prima gli italiani” o “l’Italia non esiste”. Il luogo comune afferma che gli italiani si sentono italiani solo quando sono all’estero. (Ne ricordo uno, in un albergo dei Pirenei nei tardi anni Settanta, avventarsi contro un indigeno che aveva osato scherzare sul nostro Paese: “Maleducaton d’un franceson, je suis italien e me ne vant!” Non padroneggiava la lingua, ma - come si dice? - quel che conta è il pensiero). Sarà forse per questo che i più bravi nel maneggiare con cura il patriottismo sono sempre stati degli italiani di confine: Cavour, Garibaldi, De Gasperi, Falcone. Gente che aveva talmente impresso il senso dello Stato - Garibaldi anche di più Stati - da non sentire l’esigenza di esprimerlo con troppa enfasi, né di usarlo come una clava per umiliare qualcun altro. Il limite del sovranismo è esattamente questo: ama il proprio Paese in modo così possessivo e aggressivo (nel linguaggio delle relazioni di coppia si direbbe “tossico”) da non poter coltivare alleanze paritarie fuori dal cortile di casa, tantomeno con i sovranismi altrui. E, com’è accaduto nell’America di Trump e nella Russia di Putin, cerca di piegare persino la religione ai suoi fini. Ma se il sovranismo produce bulli, il globalismo ha creato individui spaventati e smarriti. Senza punti di riferimento identitari, la vita diventa un deserto. E nei deserti di solito ci si perde. La diffidenza di tante persone nei confronti del nuovo nasce da questa mancanza di radici solide. Solo se sai chi sei, ti viene voglia di conoscere l’altro. Un diverso patriottismo non soltanto è possibile, ma indispensabile. Altrimenti si finisce per consegnare certe suggestioni a chi le strumentalizza per perseguire scopi di contrapposizione brutale. I veri patrioti pensano che la felicità della patria non dipenda dallo sfruttamento o dall’esclusione di chi non ne fa parte, ma da una ricerca cocciuta dell’armonia che porta a un equilibrio tra gli interessi di tutti. Questa riflessione la espresse e la mise in pratica un grande statista fiorentino, che era già un italiano molto prima che l’Italia nascesse. Si chiamava Lorenzo de’ Medici e anche per questo fu davvero Magnifico. Stiamo perdendo la verità. Primo passo: di chi ci fidiamo di Venanzio Postiglione Corriere della Sera, 5 giugno 2026 Le fake news, sempre esistite, adesso viaggiano, si diffondono e si allargano a una velocità infinita. Il controllo delle fonti è diventato una necessità, un’urgenza e un’ossessione. E la strada giusta resta una sola: la fiducia che lega chi legge e chi scrive. Pochi anni. Passaggio d’epoca. Una regola, nei giornali, era semplice, dritta: “Faccio presto”. Passano i mesi, siamo a oggi, la frase chiave è un’altra: “Devo controllare”. Certo che la rapidità resta vitale. Certo che le notizie si verificavano anche prima. E ci mancherebbe. Però. Però il diluvio di notizie, spesso false, ha stravolto le abitudini di chi scrive e di chi legge. Ci siamo persi la verità. L’informazione (e la vita stessa) si basano sui fatti e sono permeate dai fatti: una volta che sappiamo che cosa è successo e che cosa non è successo, e magari ne siamo certi, possiamo percorrere la prateria delle idee, delle opinioni opposte e anche radicali, dei punti di vista più bizzarri e stravaganti. Ma qui, ora, ogni giorno è una salita: questa foto l’ha scattata una persona o l’ha creata l’intelligenza artificiale? E la frase che leggiamo sui social? Una cosa seria o un’invenzione? Quando nel gennaio 2017 gli americani si dividevano sulla reale partecipazione delle persone all’insediamento del primo Trump (più o meno di Obama?), la consigliera del neo presidente Kellyanne Conway snobbò la prova fotografica. E propose la tesi dei “fatti alternativi”: per te è vera una cosa, per me un’altra. Chiaro, no? La realtà generata dall’opinione. E nessuno chiamò gli infermieri. “Io vedo solo quel che credo”: il lapsus, voluto o non voluto, di Eric Zemmour durante la campagna presidenziale francese del 2022 sembra il simbolo dell’epoca. Una sorta di verità percepita. Che molti leader populisti lanciano e rilanciano, una fetta dei social non aspetta altro. Le fake news, sempre esistite, adesso viaggiano, si diffondono e si allargano a una velocità infinita. Orson Welles lo afferrò il 30 ottobre 1938, quando aveva 23 anni, via radio: con La guerra dei mondi raccontò che erano arrivati i marziani, terrorizzando gli americani. L’esperimento colpì l’opinione pubblica e George Orwell, un genio che elogiava un genio, ci tornò due anni dopo, il 26 ottobre 1940. “Gli atti di fede in gioco erano due e distinti: primo, che il programma fosse un notiziario e, secondo, che si dovesse credere a quel che dice un notiziario. L’aspetto davvero sbalorditivo è che pochissimi ascoltatori ritennero fosse il caso di sincerarsene. È questo stato d’animo ad aver spinto nazioni intere nelle braccia di un Salvatore”. Poco da aggiungere. L’informazione, appunto. Se la verità sta crollando, la strada è una sola. La fiducia. La fiducia che lega chi legge e chi scrive. Il controllo delle fonti come necessità, urgenza, ossessione. Sono passati 150 anni, il traguardo è sempre quello indicato da Eugenio Torelli Viollier, fondatore del Corriere della Sera, già garibaldino e assistente di Alexandre Dumas, nell’editoriale del primo numero, 5-6 marzo 1876: i fatti e la chiarezza. I fatti per contrastare le falsità di mezzo mondo, allora e soprattutto adesso. La chiarezza per farsi capire da chiunque, riga per riga. Quando lasciò la sua prima direzione, il 29-30 giugno del 1891, Torelli Viollier difese l’idea di un giornale “cultore del vero”. Cultore del vero. Che meraviglia. Difficile, dopo tanti anni, trovare una sintesi più nobile. Se le notizie corrono più veloci della verità, signore e signori, noi abbiamo un problema. Almeno dirselo. Il Cdm approva il decreto di attuazione del patto Ue di immigrazione e asilo di Giulia Merlo Il Domani, 5 giugno 2026 Il Patto entrerà in vigore il 12 giugno e il governo ha già approvato con decreto legge un pacchetto di norme per mettere a terra in particolare il meccanismo delle procedure accelerate per valutare le domande “entro un massimo di 12 settimane”. Novità sulla giustizia: rinviata l’entrata in vigore del gip collegiale. Anticipare l’impianto normativo con un decreto legge per dare immediata attuazione al patto dell’Unione europea sulla migrazione e l’asilo che entrerà in vigore il 12 giugno. “L’Italia ha fatto i compiti a casa”, ha detto il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, nello spiegare l’intervento approvato in Consiglio dei ministri. Piantedosi ha spiegato che il decreto serve a codificare come funzionerà il nuovo meccanismo delle procedure accelerate. “Oggi abbiamo una situazione per cui si entra in Italia, si fa domanda di status di rifugiato e questo ha tempi amministrativi e una fase giurisdizionale di 3-4 anni. Questo fa sì che lo strumento del diritto di asilo si trasformi di fatto in uno strumento per permanere sul territorio. Per conciliare la possibilità di asilo ma con maggior rigore di tempi di controllo, viene previsto un controllo alla frontiera con procedure accelerate, con tempo massimo 12 settimane per l’espletamento di tutto”. Il ministro lo ha definito “una sfida impegnativa”, perché prevede che le persone soggette a procedura accelerata vengano inviati in luoghi di provvisoria dimora, come prima misura di limitata libertà di circolazione, “dove il migrante si deve far trovare reperibile per le 12 settimane di espletamento misure”. Il decreto legge introduce anche le cause di inammissibilità della domanda, come “domande reiterate, prova di passaggio in altro paese di primo asilo dove presentare domanda; la manifesta infondatezza se domanda non pertinente, strumentale, falsa, contraddittoria; oppure espressa previsione di legge di ritiro implicito della domanda per mancata formalizzazione della stessa (lascia luogo per dimora obbligatoria o non si presenta al colloquio)”, ha aggiunto Piantedosi. Di fatto, dunque, rimangono previsioni già note, mentre la parte più sostanziale come il blocco navale, la nuova disciplina di trattenimento nei cpr e l’allargamento della lista dei reati che portano all’espulsione rimangono oggetto di disegno di legge che sta seguendo il suo iter parlamentare. Alcune novità sono arrivate anche in materia di giustizia e sono state presentate dal ministro Carlo Nordio. In particolare e dopo gli allarmi lanciati dagli uffici giudiziari, è stata prorogata l’entrata in vigore del gip collegiale per la decisione sulle misure cautelari limitative della libertà personale al febbraio 2027. La nuova previsione di un collegio di tre giudici avrebbe dovuto entrare in vigore il 25 agosto, ma era fortemente a rischio per la mancanza di organico sufficiente e i rischi di incompatibilità tali da bloccare il lavoro soprattutto nei tribunali più piccoli. “Siamo certi che entro quel termine il nostro ministero avrà terminato il percorso che consentirà la giustizia telematica anche per questo organo”, ha detto Nordio. Approvato anche un decreto sul lavoro dei detenuti: “Si tratta di potenziare la possibilità dei detenuti di accedere alla formazione lavorativa nel duplice intendimento di imparare a fare un lavoro durante la detenzione e di trovare un’occupazione stabile e retribuita una volta usciti dall’ambiente carcerario. L’orientamento nostro principale - ha aggiunto - è di attuare la disposizione costituzionale volta alla rieducazione e alla risocializzazione del detenuto”. Se invisibili sono i padroni di Francesco Riccardi Avvenire, 5 giugno 2026 La scusa non regge più: ogni giorno gli sfruttati ci sorpassano in bicicletta con i loro borsoni colorati. Li vediamo pigiati negli scantinati, bastonati dai padroncini al primo accenno di sciopero. Chi davvero non si vede sono coloro che dello sfruttamento beneficiano. E il vero pericolo è il nostro assuefarci, anche come consumatori. Chissà, forse a risolvere il problema del caporalato ci penserà domani l’Intelligenza artificiale. Calcolando, in una frazione di secondo, quante ore di lavoro di braccianti occorrono per raccogliere le fragole in un’impresa agricola. E, in un’altra frazione di secondo, controllando nell’anagrafe Inps se quell’azienda ha effettivamente versato contributi corrispondenti, riscontrando fatture di vendita e bonifici degli stipendi. D’altro canto, se già oggi l’Agenzia delle Entrate è in grado di pre-compilare la mia dichiarazione dei redditi - comprese le detrazioni spettanti - e l’Inps di preparare la dichiarazione Isee con pre-inserite tutte le mie proprietà, perché non può segnalare automaticamente l’inaffidabilità contributiva di un’azienda? Sì, l’IA potrebbe risolvere il problema sul piano pratico, ma non basterà per salvarci davvero. Perché per evitare l’involuzione morale in cui stiamo precipitando, le macchine non sono sufficienti. Occorre recuperare la nostra umanità. Quella che ti fa avvertire, a pelle, l’ingiustizia di sfruttare il bisogno dell’altro. Di comprometterne la dignità per il proprio utile. Fino a mettere in conto che quel lavoratore possa morire in un cantiere privo di misure di sicurezza. O debba accontentarsi solo del cibo e di una tana dove dormire: come gli animali da soma nelle stalle. Il “giusto salario” - garanzia di dignità per le persone - ridotto a privilegio riservato a sé stessi e pochi altri. Eppure, centinaia di migliaia di esseri umani nel nostro Paese sopravvivono in queste condizioni. Un tempo, ci raccontavamo che erano “invisibili” e le nostre coscienze restavano più leggere. Perché “non sapevo”, “non immaginavo che lavorassero così”. Ma la scusa non regge più: ogni giorno gli sfruttati ci sorpassano in bicicletta con i loro borsoni colorati. Li vediamo sciamare all’alba verso le campagne e tornare il pomeriggio per rifugiarsi in baracche o centri d’accoglienza. Persino quelli che lavoravano chiusi negli scantinati non possiamo più dire di non vederli: perché in Toscana i padroncini li bastonano al primo accenno di sciopero. A Milano, ci pensa la magistratura a portare alla luce i casi più eclatanti e paradigmatici. Gli unici realmente invisibili, oggi, non sono gli sfruttati ma coloro che dello sfruttamento beneficiano. No, non i caporali - bassa manovalanza efferata - quelli in un certo numero vengono arrestati. Ma i proprietari dei terreni in cui i braccianti si sfiancano per pochi euro. I committenti dei lavori edili senza misure di sicurezza. I padroni degli opifici in cui si cuciono le borse degli stilisti. Le finte cooperative e agenzie per il lavoro conniventi. La filiera del subappalto in cui ogni livello deve guadagnarci qualcosa e l’ultimo operaio paga in privazioni e precarietà il plusvalore dell’intera catena. Ecco, di questi veri invisibili vorremmo che emergessero maggiormente le responsabilità. Siamo certi che non rappresentano la maggior parte della nostra classe imprenditoriale. Ma occorre rendere visibili anche quei meccanismi, sempre più raffinati e difficili da individuare, attraverso i quali il profitto viene costruito comprimendo i diritti di chi ha meno forza contrattuale. Perché questa rischia sempre più di apparire una regola accettabile del mercato. E il vero pericolo risiede in questo nostro assuefarci - anche come consumatori - a una differenziazione etica tra un “noi” da promuovere e un “loro” con meno o zero diritti. Il secondo gruppo oggi comprende soprattutto stranieri e migranti, ma va allargandosi sempre più anche agli italiani con meno risorse. L’altro ieri, commentando la strage di Amendolara, il generale Vannacci ha tagliato corto: “Se importi il Terzo mondo, diventi Terzo mondo”. Quasi questa situazione fosse esclusivamente un portato delle presenze straniere. Dimenticando che chi sfrutta i lavoratori immigrati sono quasi sempre imprenditori italiani. Così come italiane sono le mafie che controllano diversi territori e condizionano affari e lavori. E senza contare, infine, che quanto a lavoro “nero” e sfruttamento dei lavoratori il nostro Paese “vanta” una lunga tradizione. Quella che oggi sta evolvendo in una sorta di neocolonialismo domestico. In cui i nuovi àscari intermediano la manodopera straniera da spremere per confezionare i prodotti del prestigioso Made in Italy. Eppure, ad assaggiarle davvero, quelle italianissime fragole non sono dolci. Lasciano in bocca un retrogusto salato di sangue e sudore. La vita infernale dei braccianti tra botte, doping e paghe da fame di Goffredo Buccini Corriere della Sera, 5 giugno 2026 Centrale il ruolo del “padronato” (italiano): “Tanti mangiano sulla nostra pelle”. C’era una volta Jerry Masslo: il primo a lasciarci la pelle o, almeno, il primo di cui c’accorgemmo. Quando quattro bravi ragazzi di Villa Literno l’ammazzarono, trentasette anni fa, per strappargli poche banconote racimolate tra le chiamate all’alba nella “piazza degli schiavi” e le giornate senza fine nei campi di pomodoro, un’Italia ancora provvista di pudore insorse, manifestò, raccolse firme, gridando “mai più!”. Il rogo di Amendolara racconta che siamo ancora all’anno zero, fermi a Jerry. Abbiamo però trovato una parola buona per cavarcela: caporalato. Basta dirla per sentirsi meno coinvolti. La fine tragica di Amin Khogyani, Ullah Qiemi, Amjad Safi e Waseem Khan, bruciati vivi da due assassini venuti da lontano quanto loro, ci appare distante benché consumata sotto il nostro naso, una faccenda di caporali e braccianti, pachistani e afghani. Insomma, i più furbi e cattivi che sfruttano e ammazzano i più deboli e indifesi dei loro: fatti “loro”, appunto. Ma noi? Dove sono gli italiani in questa storia di “oro rosso”, come Jean René Bilongo, vecchio amico di Masslo e coscienza sindacale dei migranti, chiamava il grande business dell’agricoltura issato sulle spalle degli ultimi? Gli sfruttatori - “Ci sono sfruttatori italiani e anche indiani, gli indiani non me li aspettavo. Tanti mangiano sulla nostra pelle”, dice “Gurpreet” Singh. Trent’anni, turbante sikh, bicicletta e fratino arancione per non essere accoppato dalle macchine che sfrecciano sulla Litoranea 46 da Latina a San Felice Circeo. “Così non sono invisibile, eh?”. È sveglio, in dieci anni a raccogliere zucchine, melanzane e cocomeri nell’Agro Pontino ha imparato a scherzare sulle nostre ipocrisie “Gurpreet”, nome fasullo scacciaguai: “Il padrone italiano l’ho conosciuto il primo giorno e ho capito subito che era amico dell’indiano che mi ha fatto venire da voi. L’indiano si è preso tremila euro da lui e 12 mila dalla mia famiglia. A me davano 300 euro al mese, me ne aspettavo 1.300 o 1.500, sono riuscito appena a pagarmi l’affitto. A casa ne ho mandati cento, mi vergognavo”. Minacce e stupri - Sono vite perdute in fotocopia, di botte, abusi, minacce, stupri. I racconti dalla strage del 4 ottobre scorso sulla strada Fondovalle dell’Agri (quattro uccisi in un incidente su una Renault Scenic, tre euro l’ora a raccogliere fragole per tredici ore senza pause) si possono sovrapporre a quelli degli sfruttati nel cantiere di Milano che doveva costruire il nuovo consolato americano (“paraschiavismo”, a due euro l’ora: “Un iceberg” per Riccardo Piacentini della Cgil). Numeri ripetuti in servizi che ogni volta paiono scoprire inediti squarci dickensiani, come se non fossero arcinoti e rimossi fino alla volta dopo: 24,5 miliardi l’annuale giro d’affari, 230 mila vittime secondo l’Istat (55 mila donne, le più esposte ai ricatti), 400 mila braccianti a rischio da Mantova e Brescia a Foggia, da Latina a Caserta fino ai ghetti calabresi, agli aranceti siciliani, 405 territori con criticità. Slum immutabili nel tempo e condannati a una sorta di cupa extraterritorialità come Torretta Antonacci o Borgo Mezzanone, sempre insignito del triste titolo di “maggiore baraccopoli d’Europa” dopo che anni fa ne era stato avviato senza gran costrutto lo sgombero da Matteo Salvini: allora c’erano i nigeriani, ora comandano i gambiani a mano armata, per conto della mafia pugliese o forse in proprio. Il ragusano e il foggiano le zone più piagate, secondo L’Altro Diritto e l’Osservatorio Placido Rizzotto. Marsala terra di caccia al migrante. Da Nord a Sud la mappa del caporalato fotografa un’unità d’Italia di cui faremmo a meno volentieri. Il secondo livello - Ma le agromafie contano ormai su una rete globalizzata e transnazionale. Le aziende italiane sospettate di attività paramafiose sono trentamila. E solo ad ascoltare con attenzione il procuratore Alessandro D’Alessio che parla di “omertà diffusa” tra i suoi concittadini e di mafia “senza lupara” che “si insinua nel tessuto sociale” si capisce come sia molto difficile che il massacro di Amendolara resti davvero solo una faccenda tra immigrati. Sui tavoli della Commissione Antimafia è del resto planato da mesi un dossier che viene dall’Agro Pontino, una delle terre storicamente più legate al fenomeno dello sfruttamento bracciantile (la provincia di Latina raccoglie il 51% dei casi dell’intero Lazio) ma che, ancora una volta, parla per tutte le aree di crisi. E che spiega come sia tempo di superare “la centralità del caporalato” per introdurre quella del “padronato”: non più e non solo un’attività di intermediazione illecita col consenso degli imprenditori, ma un’organizzazione del lavoro “padronale” governata da un imprenditore che “seleziona, recluta e forma il caporale nell’ambito della manodopera immigrata (…) ottenendone un vantaggio illecito di natura politica ed economica”. È forse la prima volta che viene tratteggiato con tanta chiarezza il profilo di un secondo livello, in gran parte italiano, ben al di sopra della bassa macelleria delinquenziale: “Con questa specifica organizzazione è dunque l’imprenditore che agisce in modo criminale (padronale), in alcuni casi mediante relazione diretta con alcune organizzazioni mafiose, per governare il sistema di intermediazione illecita e sfruttamento, estraendo da esso profitti economici per sé e il proprio network sociale di riferimento, e il relativo consenso quale capitale da utilizzare per costruire e rafforzare relazioni strumentali con parte della classe politica e dirigente del Paese”. Carte regolari (con il trucco) - Le narrazioni a tinte forti delle sofferenze di indiani e pachistani, afghani, bengalesi e nordafricani sono lodevoli, certo, ma il cuore del problema ormai sembra questo: la novità è che le Procure cominciano a inquadrarlo. Il salto dal caporalato al padronato è un sistema a trazione tutta italiana “che ha bisogno della collaborazione di commercialisti, avvocati, notai, funzionari pubblici e impiegati della pubblica amministrazione e dei servizi privati”. Si succhiano sangue e anima ai braccianti con fogli di ingaggio regolari ma dichiarando solo una minima parte delle giornate lavorate. Con aziende fantasma e assunzioni fasulle. O col trucco che racconta Navjot Singh: “Il padrone mi pagava lo stipendio con un bonifico. Però dopo uno o due giorni mi portava con la sua auto, quella più importante… Maserati mi pare… nell’ufficio del suo commercialista. Il commercialista mi obbligava a restituire i soldi che il padrone aveva versato per i miei contributi, dicendomi che quelli servivano per la mia pensione e che quindi spettava a me pagarli… non usava la pistola eh! Però mi convinceva”. O, ancora, si spremono i loro corpi col doping contro la fatica, spacciato da qualche farmacista senza scrupoli. O si minano con i fitofarmaci cancerogeni che creano “morti che lavorano”. Non basta una buona legge, come la 199 del 2016 varata dal governo Renzi, se poi mancano gli strumenti per applicarla. Gaetano Salvemini diceva che bisogna essere santi per vivere tutta una vita di sacrifici disperati e anche il santo, alla fine, abbandona la vita del suo tempo e se ne va nel deserto. Trentasette anni dopo Jerry Masslo, in un Paese senza santi, il deserto avanza in ciascuno di noi. Gli attivisti della Flotilla detenuti in Libia sono in sciopero della fame ilpost.it, 5 giugno 2026 Erano stati arrestati il 24 maggio: stanno protestando contro la detenzione, i maltrattamenti e l’impossibilità di avere assistenza legale. Gli organizzatori della Global Sumud Flotilla, l’iniziativa civile che ha provato due volte a rompere il blocco navale imposto da Israele davanti alla Striscia di Gaza, hanno fatto sapere che i dieci attivisti detenuti in Libia stanno facendo uno sciopero della fame. Facevano parte del gruppo che stava provando ad attraversare il paese per portare cibo, medicinali e beni di prima necessità a Gaza passando dal varco di Rafah, in Egitto, e che è stato bloccato dalle autorità libiche nei giorni scorsi. In un comunicato diffuso giovedì gli organizzatori hanno scritto che da quattro giorni rifiutano cibo e acqua per protestare contro la detenzione, i maltrattamenti e l’impossibilità di avere assistenza legale. I dieci attivisti erano stati arrestati il 24 maggio in Libia: tra di loro ci sono anche due italiani: Domenico Centrone e Leonarda Alberizia. Alla spedizione di terra stavano partecipando oltre 200 persone, che da diversi giorni erano rimaste bloccate vicino alla città di Sirte, al confine fra la parte occidentale e quella orientale della Libia. Una delegazione era andata oltre il confine per trattare con le autorità della Libia orientale, controllata dal generale Khalifa Haftar, per permettere il passaggio del convoglio: erano stati arrestati con l’accusa di ingresso illegale nel paese. Dopo la fine della guerra civile in Libia ci sono due governi e solo uno, quello dell’ovest, è riconosciuto dalle Nazioni Unite e dall’Unione Europea. Martedì le autorità libiche hanno prolungato la detenzione degli attivisti fino alla prossima udienza, che secondo la Flotilla si terrà martedì. La missione di terra nel frattempo è stata bloccata e nei giorni scorsi gli attivisti sono stati espulsi dal paese. Gli organizzatori della Flotilla scrivono che gli attivisti si trovano in una struttura isolata: il ministero degli Esteri italiano aveva fatto sapere che si trovano in una caserma della polizia della Libia orientale. Secondo la Flotilla sono sottoposti a maltrattamenti psicologici e a lunghi interrogatori, e le autorità libiche stanno negando loro visite mediche. Oltre ai dieci arrestati il 24 maggio, secondo quanto comunicato dalla Flotilla, è in carcere in Libia anche un altro attivista tunisino arrestato il 19 maggio. Il console generale italiano a Bengasi, la sede del governo della Libia orientale, Filippo Andrea Colombo, aveva potuto vedere Centrone e Alberizia il 27 maggio. Aveva fatto sapere di averli trovati “in buone condizioni” e di avere chiesto però alle autorità libiche di migliorare le condizioni di detenzione di tutti gli attivisti. Secondo quanto riferito dal console, le autorità libiche avevano quindi permesso agli attivisti di potersi fare una doccia, di avere un cambio di vestiti e una “sistemazione migliore”. Martedì il ministero degli Esteri ha detto che il console aveva chiesto di poter incontrare di nuovo i detenuti italiani, ma ancora non si sa se ci sia riuscito né quando potrebbero essere espulsi. Iran. Marjane Satrapi, matita aguzza nel fianco del regime di francesca spasiano Il Dubbio, 5 giugno 2026 Marjane Satrapi è morta. “Morte de tristesse”. E i palazzi degli ayatollah sorridono, perché Marjane Satrapi li aveva lasciati “senza mutande”. Nudi di fronte alla violenza di una rivoluzione tradita, pure adesso che Marjane Satrapi se ne è andata. Con i suoi passi e una matita spezzata, tra il fumo di sigarette e dolore.Nei suoi fumetti era quasi impossibile distinguerli, sigarette e dolore: si accompagnavano. E così deve essere stato anche per lei, quando a 56 anni ha deciso di lasciarsi morire perché aveva perso “l’amore della sua vita”, suo marito Mattias Ripa. Così racconta la sua famiglia, senza finzioni. E per noi è facile crederlo, perché Marjane Satrapi aveva già scritto tutto. Aveva messo gli occhiali alle ragazze di tutto il mondo per guardare all’Iran senza strabismo. E aveva raccontato di un violino andato in pezzi, uno strumento distrutto che era valsa la vita di un giovane musicista senza più note.Forse Mattias Ripa era il suo violino. E forse, come Nasser Ali Khan, protagonista del suo fumetto più commovente, “Pollo alle prugne”, Marjane Satrapi aveva deciso che i giorni dovevano scorrere lenti e inesorabili verso la fine. Tanto dalla morte non si può scappare. Né la si può ingannare: per quanto lontani si fugga, scriveva lei, quella ti trova. Quindi bisogna giocare d’anticipo e riunire i pezzi? “Questa idea di ciò che mi lascerò alle spalle… me ne infischio: voglio essere eterna senza morire e senza lasciare dei libri. Quando morirò, morirò”, avrebbe risposto Marjane Satrapi. Che però qualcosa ci ha lasciato, eccome. Un’eredità di parole e impegno, formato tavola in bianco e nero. Un album di famiglia che racconta la sorte di un intero Paese, con gli occhi di una bambina che ha spiegato al mondo intero la banalità della tirannia. Ecco cos’è Persepolis, il suo capolavoro più noto: un manuale semplice di una storia difficilissima. Con cui Marjane Satrapi ha fatto i conti fin da piccola, prima e dopo quella breve illusione di libertà che l’avrebbe condotta, nella sua rapida rovina, all’esilio francese per oltre 20 anni. Nata il 22 novembre 1969 a Rasht, nella regione iraniana del Gilan, affacciata sul Mar Caspio, cresce a Teheran in una famiglia borghese, colta e progressista. Frequenta la scuola francese e ascolta la musica occidentale, nutrita del pensiero illuminista e marxista. Quando la battaglia delle donne comincia a filtrare sotto il dominio di Mohammad Reza Pahlavi, la famiglia si muove tra le pieghe del regime. Poi tutto cambia, nel 1979, quando la rivoluzione pone fine alla monarchia dello scià. Anche allora nessuno, a casa, si sogna di imporle quel velo che si ritrova costretta ad indossare. Sua mamma sfila in piazza contro il dettame teocratico. Sua nonna le insegna la misura dell’impegno politico. E neanche suo padre si tira indietro, quando gli uomini ancora non si erano ancora uniti alla lotta.La piccola Marjane impara in fretta il prezzo della libertà. Molti amici finiscono in cella, altri scappano. La repressione colpisce i dissidenti. E nel 1983 i suoi genitori prendono la decisione più dolorosa: mandarla in Europa a studiare. Sono gli anni della solitudine, gli anni di Vienna. Dove frequenta le scuole superiori, si avvicina a diversi ambienti giovanili, sperimenta relazioni sentimentali difficili e attraversa una lunga crisi identitaria. Alla fine degli anni Ottanta, terminata la guerra con l’Iraq, decide di tornare in Iran. Ha 19 anni. Ritrova la famiglia e una città che non riconosce più. Come non riconosce se stessa. Si iscrive alla Facoltà di Belle Arti a Teheran. E ci vive fino al 1994, quando abbandona definitivamente l’Iran per trasferirsi in Francia. I due poli della sua esistenza personale ed artistica, la città del cuore e la città dei diritti.Lì, nella seconda, prende il via anche la sua carriera. A Parigi incrocia la scena del nuovo fumetto francese. Incontra David B., pseudonimo di Pierre-François Beauchard, tra le figure centrali del collettivo e della casa editrice L’Association. La sua cifra si fa biografica, storica, politica. Tradotto in oltre venti lingue, venduto in milioni di copie, adottato nelle scuole e nelle università, “Persepolis” diventa uno dei libri più influenti degli anni Duemila. Da graphic novel si trasforma in film. Nel racconto di un’intera generazione e di chi viene dopo, tra i corpi dei giovani iraniani pronti a morire per una nuova rivoluzione. È a loro che Marjane Satrapi continua a dare voce, senza sosta. Soprattutto nel 2022, quando esplodono le proteste per la morte di Mahsa Amini, uccisa per una ciocca di capelli fuori posto. Dal nome del movimento “Donna, vita, libertà”, nel 2023 nasce anche un volume collettivo che, con il suo coordinamento, raccoglie testimonianze di autori e illustratori per raccontare la speranza e la repressione di chi muore in piazza sotto i colpi della polizia morale. “Quello che è cambiato in 43 anni è l’atteggiamento dei nostri uomini, che ora combattono al nostro fianco”, spiegava. E riassumeva, con quel suo fare secco e diretto: “In questo sistema di potere, retto da gente vecchia e arcaica, che appartiene a un altro secolo, i giovani di oggi non vedono più un futuro, non credono neppure alla sua possibile riforma: quella iraniana è una dittatura e se si aprisse alle riforme, smetterebbe di esserlo. È ora di dire “bye bye” a questi vecchi che governano”. Mozambico. Italiano muore in carcere durante sciopero fame agi.it, 5 giugno 2026 È morto nel carcere di massima sicurezza di Matona, in Mozambico, Umberto Sartori, nato a Ponte dell’Olio, in provincia di Piacenza, ma con cittadinanza mozambicana. Il decesso, riportano fonti diplomatiche, risale al 15 maggio. Sartori, che era in isolamento e stava facendo lo sciopero della fame, era stato arrestato il 21 aprile di quest’anno per traffico di droga, riciclaggio di denaro e possesso illegale di armi, ma non era stato ancora processato. Personale dell’ambasciata d’Italia a Maputo ha seguito il caso e compiuto tre visite nel penitenziario e dopo la morte ha fornito assistenza consolare alla famiglia che, a causa delle delicate condizioni di salute, aveva richiesto misure cautelari alternative al carcere. La morte di Sartori ha sollevato interrogativi e preoccupazioni per le condizioni nel penitenziario più fortificato del Mozambico. Alcune fonti di stampa locali osservano che le circostanze della morte, giunta nell’ambito di un presunto sciopero della fame del detenuto e quindi sotto la custodia dello Stato, fanno nascere dubbi sulla responsabilità delle autorità carcerarie, trattandosi di un’emergenza medica critica che richiede un monitoraggio clinico continuo e specifici protocolli di intervento. Annunciando la morte dell’imprenditore, il Servizio penitenziario nazionale del Mozambico (Sernap) ha precisato che Sartori aveva rifiutato il cibo sin dai primi giorni di reclusione “e lo sciopero della fame era stato segnalato alle autorità carcerarie”. Nonostante le segnalazioni, secondo quanto dichiarato dal Sernap, Sartori è stato trovato morto sul pavimento del carcere di massima sicurezza di Maputo, dove era detenuto in isolamento. Sartori era il proprietario dell’hotel e ristorante Kaya-Kwanga, situato sul lungomare di Maputo. Era molto noto in Mozambico, anche per via delle connessioni con l’elite del Frelimo, il partito che governa il Paese da oltre 50 anni. Altri tre persone erano state arrestate con lui: Manzar Saed Abbas, Tharmomed Valay Mahomed, meglio noto come Shabir, e suo figlio, Anas Tharmomed. Durante le perquisizioni, le autorità affermano di aver sequestrato una pistola, un fucile d’assalto AK-47, un fucile da caccia, munizioni di vario tipo, computer, un telefono cellulare e diversi documenti.