Sanità in carcere: un infermiere ogni seicento detenuti di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 4 giugno 2026 L’indagine del Coina denuncia turni in solitaria, aggressioni, rischio infettivo e strutture sovraffollate oltre ogni limite. È notte. Nel carcere “Antimo Graziano Bellizzi” di Avellino ci sono seicento detenuti. Il personale sanitario in servizio: due infermieri. Quando uno di loro è malato o in ferie, rimane uno solo. Un unico professionista per seicento reclusi, distribuiti su più padiglioni, in una struttura che manca anche di acqua corrente nelle ore notturne. Non è una situazione eccezionale. Succede con regolarità, ed è documentata nell’indagine che il Coina, Sindacato delle Professioni Sanitarie, ha svolto sul tema della sanità penitenziaria. Il dato più duro dell’indagine è semplice da enunciare e difficile da metabolizzare. In alcune realtà, durante i turni notturni, i fine settimana e i periodi festivi, si arriva al rapporto di un solo infermiere ogni seicento detenuti. Non è un’eccezione. È la norma strutturale di un sistema sanitario penitenziario che non regge più da anni. Il tasso di sovraffollamento medio degli istituti italiani ha raggiunto il 130,6% secondo i dati del Coina, ma il XXII Rapporto di Antigone “Tutto chiuso”, presentato il 19 maggio scorso, aggiorna quella cifra al 139,1%, con 64.436 detenuti a fronte di soli 46.318 posti effettivamente disponibili. Settantatré istituti superano il 150% di occupazione. Otto sfondano il 200%. Lucca è al 240%, Foggia al 225%, San Vittore al 210%. Su questi numeri che crescono si innesta il collasso della sanità interna. Gli infermieri che lavorano nelle carceri sono sempre meno rispetto ai posti previsti in organico, e quelli che ci sono svolgono turni che in qualsiasi altro contesto sanitario sarebbero considerati illegali. Il rischio di aggressioni fisiche è quotidiano. Il rischio di contrarre malattie infettive è quadruplicato rispetto ai reparti ospedalieri ordinari. In molti casi, come ad Avellino, la struttura non garantisce nemmeno le condizioni igieniche minime per operare in sicurezza. Il Coina non lavora su stime: i dati sono raccolti istituto per istituto, turno per turno, incrociando le segnalazioni degli iscritti con i riscontri del Garante Nazionale. Marco Ceccarelli, Segretario Nazionale del sindacato, usa parole precise: “Siamo davanti a un massacro silenzioso e lo Stato ne è complice”. Quattromila e cinquecento aggressioni l’anno - La violenza nelle carceri italiane non è un tema nuovo. Ma il modo in cui il Coina la quantifica rispetto al personale sanitario aggiunge una dimensione che i dati ufficiali non catturano. Secondo il sindacato, incrociate con i dati del Garante Nazionale, le aggressioni al personale sanitario ammontano a circa 4.500 ogni anno. Sputi, minacce, spinte, pugni. La parte visibile è solo una piccola frazione. L’ottanta per cento non viene denunciato: gli infermieri penitenziari hanno smesso di farlo perché il sistema non reagisce. Hanno accettato che fare un turno significhi accettare anche questo. L’indagine scende nel dettaglio dei singoli istituti. A Foggia, al 225% di sovraffollamento secondo il rapporto Antigone, il sessanta per cento degli infermieri in organico subisce aggressioni fisiche dirette almeno una volta l’anno. Pugni, schiaffi, lanci di oggetti. Con una carenza di personale del quarantacinque per cento, il Coina scrive che la sicurezza “è ufficialmente azzerata”. A Napoli, a Poggioreale, ci sono oltre 2.200 detenuti. Un singolo infermiere gestisce fino a quattrocento pazienti. Nell’ottantacinque per cento dei casi di somministrazione farmacologica effettuata senza agenti della polizia penitenziaria, il personale subisce minacce o intimidazioni gravi. A Milano, San Vittore registra il 230% di sovraffollamento. Su 1.100 detenuti, la sproporzione con il corpo infermieristico ha prodotto un aumento del 45% degli eventi critici nell’ultimo anno. Il 75% dei turni diurni conta aggressioni verbali o fisiche. Opera, pur in regime di alta sicurezza, con soli 31 infermieri su 56 previsti ha visto crescere del 20% le aggressioni mirate verso il personale sanitario. A Torino, nel Lorusso e Cutugno, il tasso di burnout e assenteismo per stress correlato è al 35%. A Roma, a Regina Coeli, con il sovraffollamento al 191%, il 40% degli interventi sanitari si svolge in presenza di pazienti con patologie psichiatriche che sfociano in aggressioni. A Rebibbia, il rapporto infermiere/detenuto di 1 a 250 ha prodotto un aumento del 30% degli infortuni sul lavoro. A Pisa, il 50% delle prestazioni nell’area Sai avviene sotto minaccia costante. A Pistoia, con il sovraffollamento al 170%, le aggressioni legate alla richiesta di psicofarmaci sono aumentate del 35%. Non è solo violenza interpersonale. Il Coina segnala anche il crollo dei protocolli di profilassi. Il sovraffollamento sopra il 200% trasforma le celle in incubatori infettivi. Il rischio di esposizione a tubercolosi, epatiti croniche e HIV per il personale sanitario è quadruplicato rispetto ai reparti ospedalieri. Ad Avellino, la mancanza di acqua corrente nelle ore notturne non è un semplice disservizio. Secondo i parametri dell’OMS e ciò che emerge nelle relazioni del Garante, è una violazione dei protocolli internazionali di biosicurezza. Da noi un infermiere per seicento reclusi, la Francia ne garantisce uno ogni cento - Il confronto con il resto d’Europa è netto. Secondo i dati del Consiglio d’Europa e le linee guida OMS “Health in Prisons”, in Francia e Spagna il rapporto medio è di un infermiere ogni 80-100 detenuti. In Italia la media è 1 a 600. Eppure il Ministero della Salute, competente sulla sanità penitenziaria dal 2008, non ha mai avvicinato quegli standard nemmeno nelle piante organiche teoriche. Il Coina sostiene che questo dato configura una violazione dei trattati internazionali sul diritto alla salute e sulla sicurezza dei lavoratori. Gli istituti per minori aggiungono un capitolo a parte. La popolazione nei penitenziari minorili è cresciuta del cinquanta per cento. Al Beccaria di Milano e al Ferrante Aporti di Torino, negli ultimi dodici mesi le aggressioni fisiche ai danni del personale sanitario sono aumentate del sessanta per cento. Al Casal del Marmo di Roma, teatro di incendi e devastazioni, gli eventi traumatici per il personale sanitario sono quadruplicati. Il carcere minorile, che dovrebbe avere una funzione rieducativa, funziona come puro contenimento. Il Coina ha presentato al governo tre richieste. La prima è un piano straordinario di assunzioni per portare il rapporto almeno a 1 a 150, eliminando i turni in solitaria. La seconda è l’istituzione di scorte sanitarie obbligatorie durante la somministrazione delle terapie e i turni notturni. La terza è un’indennità di rischio penitenziario specifica per chi lavora nelle carceri. Se non ci saranno risposte dai ministri Piantedosi e Schillaci, dice Ceccarelli, il sindacato proclamerà lo stato di agitazione nazionale. Come è noto, nel 2025 ci sono stati 82 suicidi e altri 26 nei primi mesi di quest’anno. Nel 2025 nelle carceri italiane sono morti complessivamente 254 detenuti. Quasi metà della popolazione detenuta assume sedativi o ipnotici. Più del 60% trascorre quasi l’intera giornata chiuso in cella. Le aggressioni tra detenuti sono aumentate del 73% tra il 2021 e il 2025. In questo contesto, il sindacato che rappresenta chi cura i detenuti parla di “massacro silenzioso”. È una definizione forte. Ma anche i numeri lo sono. Morire di carcere e il silenzio dell’Ufficio del Garante di Marika La Pietra* unosguardoalcielo.com, 4 giugno 2026 Le recenti dimissioni e le conseguenti rinunce ai mandati difensivi da parte dell’Avvocato Michele Passione, da decenni sponda legale dell’Ufficio del Garante Nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale (Gnpl), aprono un dibattito tecnico e deontologico di primaria importanza sul ruolo attualmente svolto dall’Authority. L’intervista analizza i punti critici di una trasformazione istituzionale che rischia di minare la terzietà dell’Autorità rispetto al potere politico, finanche rinunciando alle principali attività svolte dall’Ufficio a partire dalla sua istituzione. Cercheremo di comprendere assieme il passaggio dalla concezione del ruolo come “funzione pubblica” a quella di un potere legato alla maggioranza politica, le ragioni del ritardo nella relazione annuale al Parlamento e la mancata partecipazione del Garante a incidenti probatori in processi di rilievo, come quelli relativi ai fatti del carcere minorile Beccaria. Una riflessione sul superamento dell’endemica violenza degli istituti di pena che rischia di dimenticare anche di dare voce ai diritti fondamentali della persona in stato di reclusione in un contesto ormai segnato da numeri record di suicidi e procedimenti per tortura e in cui l’indipendenza del Garante dovrebbe rappresentare l’ultimo argine contro la morte civile e la lesione della dignità umana. Morire di carcere e il silenzio dell’Ufficio del Garante Quando un detenuto muore o altri suoi diritti fondamentali vengono lesi, minati o messi in pericolo, il Garante deve utilizzare la sua voce per farne denuncia. Se l’Authority resta in silenzio, i diritti delle persone private della libertà tornano ad essere una pratica burocratica da archiviare. Incontriamo oggi l’Avvocato Michele Passione, storico legale del Garante Nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale (GNPL). Professionista stimato per il suo impegno decennale nella tutela dei diritti fondamentali, l’Avvocato Passione ha recentemente rassegnato le proprie dimissioni, rinunciando ai mandati difensivi nei più delicati processi per tortura e maltrattamenti in Italia. Una scelta sofferta, dettata da una divergenza profonda con l’attuale vertice dell’Authority, che apre una riflessione urgente sull’indipendenza delle istituzioni di garanzia. Prima di addentrarci nell’intervista, è necessario chiarire quale sia la funzione del Garante Nazionale (GNPL). Istituito per monitorare i luoghi in cui la libertà è limitata - carceri, CPR, REMS, TSO - il Garante non è un semplice ufficio ispettivo, ma l’organo che incarna il dovere dello Stato di non dimenticare i corpi reclusi, di cui ha stretta responsabilità. Il Garante interviene laddove la vita è più fragile: monitora i decessi per suicidio - una piaga che conta numeri record - le morti per assistenza sanitaria negata e i casi di violenza istituzionale… In un sistema costituzionale, lo Stato ha il monopolio della forza ma non il diritto sulla vita o sulla disperazione dei reclusi. Quando un detenuto muore, o quando la sua dignità viene annichilita dalla tortura, che è una forma di morte civile, il Garante è l’unico soggetto che può e deve trasformare quel silenzio in una denuncia pubblica. Se il Garante smette di essere percepito come un organismo indipendente e “terzo” rispetto al potere politico, il rischio è che la morte in carcere torni a essere un fatto privato, un lutto senza giustizia, una pratica burocratica da archiviare. Avvocato, la segnalazione del Presidente Turrini Vita al Consiglio di Disciplina è stata interpretata da molti come un tentativo di ‘censura postuma’. Secondo lei, perché il vertice del Garante ha considerato la trasparenza sulle sue dimissioni come un illecito anziché come un atto di doverosa informazione pubblica? Cosa dice questo del modo in cui oggi viene intesa la critica interna all’istituzione? Intanto grazie per l’invito e per l’occasione che mi offre di tornare su un argomento che credo debba interessare coloro i quali hanno a cuore i diritti, la democrazia e la trasparenza. A distanza di ormai molti mesi da quando ho deciso di rimettere i mandati difensivi conferitimi dal Garante Nazionale, nella precedente e nell’attuale composizione collegiale, possiamo tentare di comprendere le ragioni più profonde che condizionano l’incedere dell’Autorità di garanzia di cui discutiamo, così preziosa, e dunque da salvaguardare. Partiamo dalla coda, visto che Lei mi chiede dell’esposto presentato nei miei confronti dal Presidente Turrini Vita; non credo sia utile, né interessante per chi legge, ripercorrere la desolante vicenda che mi ha interessato, il cui epilogo disciplinare, l’archiviazione de plano, era scontato. Vale invece la pena ribadire che una decisione (la mia) si può discutere, criticare, contrastare dialetticamente, ma non può, e non deve (o almeno, non dovrebbe) trasformarsi in quella che Lei ha definito “censura postuma”. Io non ho mai preso ordini da nessuno, neanche in questo caso, e del resto non di questo ho parlato quando ho spiegato (dopo averlo fatto al Collegio) le ragioni per cui avevo deciso di lasciare, perché altrimenti avrei dismesso i mandati immediatamente. Non di ordini si è trattato, quanto di un cambio radicale di impostazione politica data all’Ufficio quando vi è stato l’avvicendamento, ed io ho provato in tutti i modi di rappresentare le azioni ed omissioni che mi parevano (e mi paiono) in contrasto con i compiti assegnati al Garante Nazionale. Credo si possa dire che le critiche non siano bene accette da quelle parti, e provo a fornire un esempio recente: lo scorso 19 gennaio è stato presentato a Roma il volume Caro Parlamento, scritto da Mauro Palma, Daniela de Robert ed Emilia Rossi, sintesi mirabile di otto anni di messaggi alle Camere durante lo svolgimento del loro mandato, ed in sala era presente il Dott. Riccardo Turrini Vita. Al termine dell’intervento del Prof. Marco Ruotolo, autore della prefazione del libro, subito dopo aver udito le sue ferme (ma pacate) considerazioni in ordine agli adempimenti cui il Garante è tenuto (in primis, la relazione annuale al Parlamento), il Presidente ha lasciato la sala, senza neanche ascoltare l’intervento di chi lo aveva preceduto nel suo incarico, onorando quella preziosissima carica, che andrebbe intesa come funzione pubblica, non come un potere. In questo senso si declina il potere di visita (senza necessità di autorizzazione) ai luoghi di privazione della libertà personale, che si lega al compito di fornire pareri obbligatori, ma non vincolanti, sulle proposte di legge che interessino l’ambito di intervento del Garante. L’Unione delle Camere Penali le ha espresso una solidarietà netta, parlando di rischio di ‘derive ideologiche’. Quale dovrebbe essere, oggi, il confine invalicabile tra la legittima linea politica di un Garante nominato dal Governo e la missione di controllo indipendente che la legge gli assegna? La funzione è più a rischio di ieri? Penso di dover fare una precisazione, che si misura anche con quel che ho avuto modo di constatare nel non breve periodo nel quale ho continuato a lavorare per il GNPL con il nuovo Collegio. Lei parla di linea politica di un Garante nominato dal Governo, e io stesso in precedenza ho fatto riferimento all’impostazione politica; politica è una parola che a me piace, ma occorre intendersi sul senso che le assegniamo e sul contesto nel quale questa viene in gioco. E’ evidente come un’Autorità di garanzia (pur formalmente nominata dal Presidente della Repubblica) sia distinta, ma non distante, dai tre poteri dello Stato, collaborando lealmente con ciascuno di essi a che i diversi compiti loro assegnati possano svolgersi nel migliore dei modi per ciò che attiene al perimetro di azione di interesse comune. Ho già detto dei poteri, lato sensu intesi, ma vorrei ribadire che al GNPL spetta il compito di raccogliere voci e suggerimenti, prevenire ostacoli alla promozione dei diritti, vivificarli, renderli effettivi. E’, questa, una funzione che lo stesso Prof. Ruotolo ha definito di “diritto costituzionale relazionale”, che credo renda bene l’idea. Quanto alla composizione del Collegio (la designazione proviene dal Consiglio dei Ministri, sentite le Commissioni parlamentari competenti), credo che più che una diversa procedura di nomina dovrebbe rafforzarsi l’accountability, che sempre è doverosa quando si ricopre un ruolo pubblico, purché la si intenda nella sua accezione nobile del dare conto, e non del rispondere a un padrone. Responsabilizzare chi riveste un compito così delicato non è condizionare il suo ruolo, ma piuttosto restituire il senso di un dovere civico. Non esistono funzioni pubbliche senza responsabilità. Nessuno può peraltro realmente pensare che sia possibile che chi viene nominato da una maggioranza non esprima valori da questa condivisi, ma come accade in altri contesti istituzionali dovrebbe far premio l’autorevolezza e l’esperienza, e soprattutto l’indipendenza, capaci di fornire al Collegio una voce unita e plurale, che mai si intenda come legata a chi ha sostenuto la designazione. Nel caso che ci occupa, invece, si stenta a individuare ciò che ho appena indicato, una linea di condotta che, pur accompagnata da inevitabili differenze di sensibilità, sia capace di mostrarsi nella sua unità. Di più, si è invece assistito ad aperte rivendicazioni di vicinanza all’area politica che ha promosso la nomina, e piuttosto che far emergere il proprio profilo culturale si è prediletta la voce singola, che sottrae autorevolezza all’Istituzione. Avvocato, Lei ha dichiarato di aver inviato per mesi report e memorie processuali senza ricevere alcuna risposta dal nuovo Collegio. C’è stato un momento preciso, un singolo episodio o un documento specifico, in cui ha capito che il filo del dialogo con il Garante Nazionale si era definitivamente spezzato? Più che un momento, c’è stato un crescendo; come ho già avuto modo di dire. Direi che non vi è stata possibilità di condivisione, sia per ciò che riguardava i processi in corso (dei quali sembrava non importasse nulla, malgrado gli aggiornamenti che inviavo), sia per ciò che concerne(va) quelli a venire. Ho anche fatto presente divergenze che per me erano significative su non pochi interventi normativi che si sono succeduti nel tempo, rispetto ai quali sia l’Ufficio che chi scrive (naturalmente a titolo personale) siamo stati auditi nelle competenti Commissioni ministeriali. Quest’ultimo è ovviamente un aspetto che riguarda solo me stesso, e legittimamente quell’Ufficio ha rappresentato la sua posizione, ma diciamo che per me era sempre più difficile sostenere (in aula di udienza e fuori) una linea che il Garante sembrava non condividere. A ciò si aggiungono le omissioni, delle quali ho già detto; su tutte, la relazione al Parlamento, ma anche le visite (vere, approfondite, a sorpresa) nei luoghi di privazione della libertà personale, il venir meno di uno sguardo profondo, soprattutto per ciò che riguarda la salute e i migranti. Non basta dare i numeri, e comunque anche quelli sono da maneggiare con cura, come si è ben capito la scorsa estate, quando il Garante si è affrettato a smentire quel che aveva scritto in precedenza, a seguito di una nota di Agenzia, ricollocandosi “in linea con quanto rilevato dal Ministero della Giustizia”. Rassegnando le dimissioni dal suo storico incarico di legale del Garante Nazionale, ha rimesso il mandato in tutti i procedimenti penali in cui l’ente si era costituito parte civile. Tra questi figurano processi di grande rilievo in cui i capi di imputazione riguardano maltrattamenti e torture commessi ai danni delle persone detenute, come quelli relativi ai fatti di Santa Maria Capua Vetere, San Gimignano, Reggio Emilia, Verona, Firenze-Sollicciano. C’è il richio che le vittime di tortura in carcere possano restare senza giustizia. Qual è il rischio concreto che vede per questi processi ora che il Garante ha perso i suoi legali storici? Teme un indebolimento della parte civile o un cambio di linea difensiva? Per ciò che riguarda i processi in corso non so dirle molto; io ho terminato il mio lavoro con due conferme di condanna per tortura (quale fattispecie autonoma) nei processi per quanto avvenuto a San Gimignano, e anche a Firenze di recente la Corte di Appello ha riformato la sentenza di primo grado, che aveva derubricato i gravissimi episodi commessi nel carcere di Sollicciano. A Verona è subentrato un bravissimo Collega, e il processo è ancora in corso, mentre nel processo bis a Reggio Emilia (dove pure nel filone principale il Gip aveva derubricato l’ipotesi contestata di tortura) il Garante non è costituito (io sono intervenuto per l’Associazione Yairaiha). Per quanto ne so, anche a SMCV il Garante non è presente nel processo bis (che riguarda il Gruppo esterno al carcere sammaritano), e così a Foggia, mentre per i terribili fatti del carcere minorile Beccaria di Milano non ha partecipato all’incidente probatorio, come invece si faceva in precedenza (all’incombente partecipa l’Associazione Antigone, che mentre scriviamo ha appena pubblicato il suo rapporto sulla giustizia minorile in Italia). Non mi permetto di sindacare l’operato di chi è intervenuto (e auspicabilmente interverrà) dopo di me, e del resto io stesso avevo sollecitato una maggior ventilazione degli incarichi, ma certo le premesse di cui sopra non autorizzano a ritenere che la presenza processuale del Garante in queste vicende (dove bisogna stare) sarà particolarmente diffusa e seguita. Tutti questi processi, che almeno per contestazioni della procura, sono simili tra loro, lasciano trasparire un’endemica violenza degli istituti di pena. Eppure, non v’è alcuna ipotesi di superamento del sistema penitenziario. utopia o progetto possibile? L’ultima domanda che Lei mi pone è particolarmente importante; nei processi bisogna starci, ma il processo non è uno strumento di lotta; serve ad accertare se un fatto è avvenuto, chi l’abbia eventualmente commesso, in quale forma, ed eventualmente quale sanzione meriti per questo, auspicabilmente capace di restituire all’imputato il senso del disvalore del suo agito, senza che sia draconiana. E tuttavia i processi, questi processi, dicono molto di un mondo chiuso su se stesso, dove le regole contano poco, e dove molto spesso manca negli operatori/imputati la consapevolezza del delicatissimo compito loro affidato, restituire alla Società persone migliori. Se il carcere non si apre all’esterno, misurandosi con sguardi plurali e bisogni collettivi, se si distanzia dai doveri scolpiti negli artt. 2 e 3/2 Cost. (la concreta utopia di cui parlava Lelio Basso, quel programma d’azione incompiuto eternamente polemico con la realtà, qualcosa di più dell’eterno cammino - pure importante - di cui ci ha detto Eduardo Galeano), le cose non cambieranno mai. Mi piace piuttosto pensare all’assunzione di responsabilità su un obiettivo aperto, al non accettare le cose come stanno, che vada oltre nozioni difensive e negative, di cui ha scritto Riccardo Petrella nel suo La forza dell’utopia. Riforme penali ancora ai box: a via Arenula solo un rinvio di Valentina Stella Il Dubbio, 4 giugno 2026 Vince, almeno per ora, la linea della stasi sulla giustizia. Il primo round sulla partita finale rispetto alle riforme da portare eventualmente a casa entro il termine della legislatura sembra esserselo aggiudicato Fratelli d’Italia, che è riuscito a frenare al momento l’offensiva di Forza Italia volta a scongelare diversi dossier sul tema. È quanto emerso dalla riunione che si è tenuta al ministero della Giustizia nella tarda mattinata di ieri. Un’ora e mezza di faccia a faccia tra il guardasigilli Carlo Nordio, il suo vice Francesco Paolo Sisto, i sottosegretari Alberto Balboni e Andrea Ostellari, i capigruppo dei partiti di maggioranza, il presidente della commissione Giustizia della Camera Ciro Maschio e altre prime linee dei partiti su questo fronte. Assente Noi Moderati. Alla fine è stato decretato lo stand-by e il rinvio a martedì prossimo per un nuovo “tavolo”. Al termine dell’incontro, la presidente dei senatori di FI Craxi, che insieme al capogruppo alla Camera Costa aveva sollecitato il vertice per ridare slancio alla giustizia nonostante la sconfitta referendaria, ha parlato di “incontro molto proficuo e di grande concordia: ci rivedremo presto per stabilire i tempi dei provvedimenti”. Anche il neo sottosegretario Balboni ha definito la riunione “positiva” e ha spiegato che è consistita in “una verifica dello stato di avanzamento dei ddl in corso d’esame”. Ha smentito contrasti tra le forze che sorreggono il governo: “Nessuna distanza, si tratta solo di studiare insieme gli emendamenti presentati ed eventualmente da presentare. Ci ritroveremo a breve per chiudere il cerchio”. L’altro sottosegretario, il leghista Ostellari, ha parlato di “incontro programmatico a cui ne seguiranno altri. È stato utile per il prosieguo dell’azione di governo e di maggioranza”. Non è stata presa, dunque, alcuna decisione operativa, non solo per inevitabili divergenze politiche in cerca di una sintesi ma anche per il fatto che intorno al tavolo del dicastero ci fossero sedute circa venti persone, ognuna delle quali ha preso la parola. Ma quali sono stati i temi posti sul tavolo? FI ha riproposto la responsabilità civile dei magistrati, Nordio ha ribadito la sua contrarietà a favore invece di una più rigorosa e severa attività disciplinare del Csm. Il guardasigilli più volte, infatti, ha ripetuto in questi mesi che “il magistrato che sbaglia non deve pagare con il portafoglio: deve pagare con la carriera, deve cambiare mestiere”. Alla fine gli azzurri sono riusciti a strappare agli alleati l’apertura di un “tavolo di coalizione” che nei prossimi mesi riesca a capire quali sono i punti di caduta condivisi tra i partiti per riproporre la questione pure nella prossima legislatura. Si è poi discusso di gip collegiale. Il problema qui, da quanto appreso, sarebbe di natura tecnica e non politica. È stato fatto notare al ministro che in due anni non sono stati compiuti i giusti passi, a partire dall’aumento e dalla redistribuzione degli organici fino all’adeguamento dei sistemi digitali, per arrivare pronti al 25 agosto, data in vigore della norma. Nordio avrebbe risposto “ad impossibilia nemo tenetur” (“nessuno può essere costretto a cose impossibili”). Il rinvio della normativa in ogni modo non dovrebbe essere disposto nel prossimo Consiglio dei ministri ma in uno di quelli successivi, e sarebbe comunque alla prossima primavera. Restano le divisioni sullo stop al sequestro indiscriminato degli smartphone e sulla prescrizione . Gli azzurri avrebbero voluto accelerare su entrambi i provvedimenti e arrivare quanto prima in Aula, almeno a luglio. Si tratta, com’è noto, di due norme approvate già in un ramo del Parlamento e che hanno subìto un rallentamento una volta approdate nell’altra Camera. Per quanto concerne la legge che vorrebbe dare al gip e non più al solo pm il potere di autorizzare il sequestro degli smartphone, già passata al Senato, FI ha chiesto di arrivare in Aula e aprire la discussione sugli emendamenti. Mentre Fratelli d’Italia, prima di confermare l’inserimento nel calendario di Montecitorio, vorrebbe trovare preventivamente una quadra sulle proposte di modifica. In ballo c’è quella firmata da Chiara Colosimo, che neutralizza le nuove norme in tutti i processi di criminalità organizzata. Sul passaggio dall’improcedibilità alla “nuova” (si fa per dire) prescrizione, già approvata alla Camera, la strada sembrerebbe meno in salita. Come si dà conto nell’intervista al viceministro Sisto sul giornale di oggi, la soluzione sarebbe da rintracciare in una norma transitoria che non dovrebbe necessariamente andare incontro a una bocciatura da parte della Corte costituzionale. FdI avrebbe fatto poi un elenco di altri provvedimenti che pendono in commissione, come la proposta di legge “Liberi di scegliere”, nata per proteggere i minori e le famiglie che vogliono allontanarsi dai contesti di criminalità organizzata e mafiosa, e le nuove norme sul legittimo impedimento. La Lega si sarebbe concentrata sulla geografia giudiziaria, rilanciando l’apertura del Tribunale della Pedemontana a Bassano del Grappa, su cui è già in discussione un provvedimento, ma anche su aspetti che riguardano la giustizia minorile. Sempre ieri il presidente dell’Unione Camere penali Francesco Petrelli e il delegato della giunta Ucpi all’informatizzazione Gian Luca Totani hanno incontrato Sisto, Antonella Ciriello (Capo dipartimento per l’Innovazione tecnologica della giustizia) e Paolo Abbritti (direttore per i Servizi applicativi). Si è trattato, si legge in una nota dei penalisti, “di un significativo momento per la rivitalizzazione di quel canale di interlocuzione indispensabile nel percorso di piena attuazione del penale telematico”. Confermato oggi l’incontro fra Nordio e la stessa Ucpi, che aveva sollecitato un faccia a faccia dopo il caso degli avvocati intercettati nel carcere di Perugia. Forza Italia nell’angolo. Addomesticata sulla giustizia, silenziata sul fine vita di Federica Olivo huffingtonpost.it, 4 giugno 2026 Una brutta giornata per i forzisti: Nordio e FdI dicono no a quattro proposte per rilanciare il tema dopo il referendum. Sul fine vita il partito è costretto a seguire il resto della maggioranza chiedendo il rinvio in commissione. E firmando l’affossamento della legge. La rivoluzione che vorrebbe Marina Berlusconi stenta e parecchio. Lo testimoniano due scene, che vedono entrambe Forza Italia protagonista. La prima: pieno mattino, i nuvoloni iniziano a diradarsi su Roma dopo un lungo acquazzone. Non si diradano i nuvoloni sulla maggioranza. I referenti giustizia dei partiti di centrodestra si vedono al ministero della Giustizia, convocati dal ministro Carlo Nordio. Obiettivo dell’incontro: pianificare le prossime mosse in materia di giustizia. Riuscire a portare a casa qualche briciolo di riforma, dopo la sconfitta referendaria. Risultato dell’incontro: un nulla di fatto, dopo tre ore non esattamente serene, e l’aggiornamento alla prossima settimana. Ma cosa è successo? Dietro la versione ufficiale - “abbiamo messo sul tavolo tutti i temi, ci rivediamo un’altra volta perché abbiamo fatto tardi” - c’è dell’altro. C’è l’insistenza di Forza Italia nel portare avanti alcune riforme. E la resistenza di Fratelli d’Italia, sempre meno incline a creare nuovi fronti con la magistratura dopo il “no” alla separazione delle carriere. Durante l’incontro convocato da Nordio i due capigruppo forzisti, Enrico Costa e Stefania Craxi, hanno fatto presente che ci sono degli obiettivi da raggiungere “per rispetto dei 13 milioni di elettori che hanno votato sì alla separazione delle carriere”. Quattro in particolare i cavalli di battaglia di Forza Italia: la responsabilità civile dei magistrati, il mantenimento della limitazione delle intercettazioni, la stretta sul sequestro degli smartphone, la calendarizzazione della riforma della prescrizione, da tempo giacente in Senato. A tutti questi punti, alcuni dei quali appoggiati anche dalla Lega, FdI ha risposto con un “no”. Un diniego che si è colorato di varie gradazioni, a seconda del tema. Se sulla prescrizione Nordio si è limitato a prendere tempo, sulla responsabilità civile dei magistrati - il principio secondo cui se un giudice condanna un innocente o manda in galera un indagato che poteva rimanere a piede libero durante le indagini deve risponderne personalmente - è stato perentorio. Ha ricordato che già nei giorni scorsi aveva detto di essere contrario a una mossa del genere: “Non è nel programma - è il pensiero di Nordio - e per me mai lo sarà”. Per quanto riguarda la riforma delle intercettazioni, anche questa molto cara a Forza Italia e già in vigore, il partito di Giorgia Meloni è determinato a non far cadere l’appello di Giovanni Melillo, procuratore nazionale Antimafia. La nuova legge, è la tesi del super procuratore, rappresenta, “un arretramento della linea di efficacia delle investigazioni in materia di criminalità organizzata e terrorismo”. Parole che hanno indotto lo stesso Guardasigilli a decidere di rimettere mano al testo, per edulcorarlo. A rilento anche il disegno di legge sui limiti al sequestro degli smartphone. Il 9 giugno ci sarà un secondo round di questa riunione, ma per ora i forzisti escono sconfitti. E non riescono a portare a casa neanche uno dei temi tanto cari a Marina Berlusconi. Sui quali la figlia dell’ex premier punta per rilanciare, da lontano, il partito del padre. Ma la giornata nera di FI non si ferma alla giustizia. Perché ecco l’altra scena: pieno pomeriggio, nell’Aula del Senato va in scena una sconfitta molto più velata. Quella sul fine vita, anche questo un tema caro a Marina Berlusconi. Dopo un balletto estenuante in commissione, alla fine del quale Forza Italia si era impegnata a sbloccare l’impasse, la maggioranza non è riuscita a chiudere il testo. In Aula è arrivata la proposta dell’opposizione. Si tratta del testo scritto dal senatore del Partito democratico Alfredo Bazoli, che riprende per grandi linee la sentenza della Corte costituzionale sul caso Dj Fabo/Cappato. Una proposta che non entusiasma la maggioranza, ma sulla quale Forza Italia aveva ipotizzato di lasciare libertà di coscienza. Alla fine però la linea è stata un’altra: Forza Italia si è accodata al resto della maggioranza, anche in questo caso. Craxi è intervenuta in Aula a sostegno della proposta di Fratelli d’Italia di rinviare il provvedimento in commissione: “Torniamo in Aula prima dell’estate con un testo il più condiviso possibile”, ha proposto la senatrice. Ufficialmente il rinvio serve a discutere meglio del tema, praticamente è un modo per spostare l’asticella ancora più avanti. Perché il vero disegno del centrodestra, come aveva raccontato qui HuffPost, è il seguente: arrivare agli sgoccioli della legislatura con l’approvazione, solo in un ramo del Parlamento, di un testo vergato solo dalla maggioranza. Un testo inutile allo scopo, dunque, perché se approvato da una Camera sola non sarà mai legge. Non in questa legislatura. Nel 2027 si ricomincerà da capo. Il programma di Nordio sulla giustizia è sparito di Stefano Giordano Il Riformista, 4 giugno 2026 Dalla responsabilità civile dei magistrati alla riforma della custodia cautelare. Quante promesse non ancora realizzate. Quando Carlo Nordio entrò a Via Arenula portava con sé qualcosa di raro: un manifesto. Separazione delle carriere, responsabilità civile dei magistrati, riforma della custodia cautelare, riduzione del potere delle correnti. Un programma con una coerenza liberale riconoscibile. Tre anni e mezzo dopo, facciamo i conti. Il referendum sulla separazione delle carriere - la bandiera, il cuore del progetto - è stato bocciato il 22 marzo con il 53,2% dei No. Sul resto, il silenzio è più eloquente di qualsiasi sconfitta. La responsabilità civile dei magistrati è il capitolo più emblematico. La legge Vassalli prima, la riforma Renzi del 2015 poi, hanno costruito un sistema in cui il cittadino può agire solo contro lo Stato - mai direttamente contro chi ha sbagliato - e lo Stato dovrebbe poi rivalersi sul magistrato. Risultato: 30.689 innocenti indennizzati, rivalse contro i responsabili praticamente zero. Non c’è responsabilità civile diretta, non c’è rivalsa effettiva. C’è solo l’immunità. In questo Paese risponde civilmente del proprio operato chiunque: il medico, l’avvocato, l’ingegnere, il funzionario pubblico. Chiunque, tranne il magistrato. Quella toga che decide della libertà e della reputazione delle persone gode di un’immunità di fatto - non nominale, non parziale: totale. Il risultato concreto di trent’anni di norme costruite per non essere applicate. Oggi Forza Italia, con Costa, vuole riaprire il dossier per via ordinaria - senza referendum, senza revisione costituzionale. E cosa fa Nordio? Frena: “Non è all’ordine del giorno e per quanto mi riguarda non lo sarà”. Il ministro garantista per eccellenza diventa il principale ostacolo della riforma garantista per eccellenza. La spiegazione è scomoda ma onesta: questo governo ha capito che riformare la giustizia richiede almeno la neutralità dell’Anm. E l’Anm non sarà mai neutrale su nessun intervento che riduca i privilegi della categoria. Si scende a patti, si rinuncia, si “deprioritizza”. Il manifesto liberale di Nordio viene smontato pezzo per pezzo - non sotto i colpi dell’opposizione, ma per mano del suo stesso estensore. Il governo si è arreso. Vale, in chiusura, una parola di Dostoevskij: “Se tutti sono responsabili di tutto, allora nessuno è responsabile di niente”. In Italia, evidentemente, qualcuno ha letto il romanzo al contrario. Norme anti-gogna, il Csm arretra: ecco i “correttivi” di Simona Musco Il Dubbio, 4 giugno 2026 Via dalle linee guida alcuni dei passaggi più incisivi: meno vincoli su linguaggio, conferenze stampa e aggiornamenti su archiviazioni e assoluzioni. C’è chi la definisce un’operazione di marketing, chi di maquillage. Fatto sta che la pratica sulle Linee guida per la comunicazione delle procure, che prima delle proteste del Fatto quotidiano aveva messo d’accordo tutti all’interno del Csm, destra, sinistra e indipendenti su come evitare la gogna mediatica e mantenere una corretta informazione giudiziaria si è di nuovo arenata. Con un nuovo rinvio di cortesia concesso alla togata di Md Mimma Miele (nonostante la ferma contrarietà di una delle relatrici, la laica Claudia Eccher), ufficialmente impegnata in una missione presso la Corte di Giustizia Ue, si è data la possibilità ad Area di depositare un emendamento completamente sostitutivo. Per alcuni questo passaggio non aggiunge nulla di significativo alla pratica iniziale, ma a leggerlo con attenzione si comprende quanto la pressione esterna abbia influito sulla discussione, fino a condizionarla pesantemente. Pur partendo dal presupposto che dovrebbe mettere a tacere tutto - le Linee guida, cioè, non inventano nulla, ma si limitano a conformarsi alle norme vigenti - la prima passata di bianchetto arriva laddove si indicano i motivi dell’intervento: la consapevolezza “che la comunicazione giudiziaria non può più essere considerata soltanto come un profilo organizzativo esterno all’esercizio della giurisdizione, ma costituisce essa stessa una modalità attraverso la quale l’istituzione si presenta ai cittadini e incide, in modo talvolta profondo e durevole, sulla percezione pubblica dei fatti e delle persone coinvolte”. Nel testo rivisitato questa parte non c’è più, eliminando, tra le righe, dunque, un’assunzione di responsabilità della magistratura, consapevole che il modo in cui si presenta un caso all’esterno ha la forza di costruire o distruggere la reputazione di una persona prima ancora che un giudice terzo si sia pronunciato. La comunicazione non racconta solo la giurisdizione: la fa. Eliminata questa parte, si sostituisce, in qualche punto, il termine reputazione con il termine immagine, una scelta solo apparentemente neutra, ma che sposta il focus da una dimensione etica a una più immediata e, per certi versi, superficiale. Ma sono altre le parti eliminate, che trasformano il testo da un documento di garanzia e tutela del cittadino a un manuale tecnico-operativo incentrato sulle regole procedurali dei magistrati. Due le parti fondamentali eliminate: quella in cui si chiariva che se un ufficio giudiziario comunica una notizia all’inizio di un’indagine, ha l’obbligo morale e giuridico di comunicarne anche la successiva archiviazione o assoluzione, con la stessa tempestività, visibilità e rilievo della notizia iniziale, per proteggere la reputazione dell’interessato e quella in cui si ribadiva il blocco alla diffusione di testi o estratti di atti coperti da segreto investigativo o protetti dalla legge, con un divieto specifico per le ordinanze di custodia cautelare (misure cautelari personali), ponendo un freno alla circolazione di atti non ancora vagliati dal processo. Si tratta di operazioni di riscrittura apparentemente ininfluenti, ma di fatto quasi deresponsabilizzanti: se nella precedente versione si poteva scorgere il manifesto di una magistratura che si assumeva la responsabilità del fango mediatico e decideva di autoregolamentarsi per proteggere i cittadini, nella riscrittura si riconosce che alla fine sono i giornalisti (“gli unici detentori della capacità di dare la massima diffusione”) a decidere il destino mediatico di una notizia, e che le linee-guida servono solo a “infarinare” culturalmente i magistrati, senza però poter davvero governare quell’impatto profondo sulla vita delle persone che il testo precedente provava a disciplinare. Se prima venivano indicate in maniera esplicita le situazioni in cui procedere ad una una comunicazione di aggiornamento - “soprattutto in presenza di archiviazioni, rigetti, revoche, annullamenti, proscioglimenti o assoluzioni” - ora si passerebbe al concetto vago di “esiti significativamente diversi da quelli prospettati nella fase iniziale”. Viene cancellato il passaggio in cui si proponeva, all’esito di una prima verifica sulle modalità di applicazione delle linee-guida, di intervenire a livello di normativa secondaria per inserire stabilmente nella organizzazione degli uffici gli strumenti per la comunicazione secondo i principi di seguito delineati. E viene concessa al magistrato responsabile del procedimento la libertà, prima limitata per spersonalizzare i procedimenti, di partecipare a incontri con la stampa. Semplificato - come già fatto da un altro emendamento - il passaggio relativo al rilascio di atti o copie di atti nei casi consentiti dalla legge, che avverrà sotto la diretta responsabilità del dirigente dell’ufficio, fermi i limiti dell’articolo 114 del codice di procedura penale. Eliminata del tutto, poi, la parte con cui veniva previsto uno “specifico procedimento” col quale “il procuratore disciplina le modalità di pubblicazione sul sito istituzionale dei comunicati, delle rettifiche e degli aggiornamenti, assicurandone la visibilità e l’accessibilità anche in relazione alla successiva evoluzione del procedimento o del processo”. Così come il riferimento al tipo di linguaggio da utilizzare, che nella delibera originale doveva essere “conforme ai criteri di cui all’art. 115-bis c.p.p. e, più in generale, deve evitare ogni espressione che presenti la persona sottoposta a indagini o l’imputato come colpevole prima dell’accertamento definitivo della responsabilità”. Una sorta di ritocco-Pinto, l’ex aggiunto condannato in via disciplinare per aver indicato come colpevole un “suo” imputato in udienza preliminare, suscitando ampie critiche da parte della magistratura. Via, poi, anche la parte che prevedeva l’omissione di “dettagli non indispensabili, le aggettivazioni enfatiche, le denominazioni suggestive delle operazioni e ogni riferimento non necessario idoneo ad aggravare il pregiudizio reputazionale dei soggetti coinvolti o dei terzi estranei”. Se prima la delibera prevedeva anche un’azione d’ufficio per correggere la prima comunicazione demolitrice, ora rimarrebbe solo l’iniziativa dell’interessato, in assenza della quale non ci sarebbe nessun obbligo. E dopo la chiusura delle indagini preliminari, i successivi comunicati di aggiornamento saranno emessi, su richiesta dell’interessato, dall’organo giurisdizionale che li ha pronunciati. Se nella prima versione la conferenza stampa sarebbe stata utilizzabile solo in presenza di specifiche esigenze di interesse pubblico, ora quel solo scompare, lasciando margini di discrezionalità ampissimi. Insomma, se nella precedente versione si poteva scorgere il manifesto di una magistratura consapevole che la trasparenza dell’istituzione non può mai tradursi nella esposizione indebita della persona, nella riscrittura si cede il passo a una resa culturale. Il Csm rinuncia così a dettare regole vincolanti e ad arginare gli effetti devastanti della gogna mediatica, declassando un potenziale atto di civiltà giuridica a un timido e inefficace richiamo alla sobrietà d’ufficio. Svolta sulla morte di Igor Squeo: indagati sei poliziotti di Luigi Mastrodonato Il Domani, 4 giugno 2026 Il ragazzo di 33 anni era deceduto il 12 giugno 2022 nella sua abitazione a Milano, a seguito di un intervento di polizia del commissariato Mecenate. Il suo corpo era ricoperto di lesioni e fratture. Sei poliziotti sono indagati per la morte di Igor Squeo. Il ragazzo di 33 anni era deceduto il 12 giugno 2022 a seguito di un intervento di polizia del commissariato Mecenate, lo stesso del caso Cinturrino, nella sua abitazione di Milano. Il corpo di Igor, come mostrato da Domani, era ricoperto di lesioni e fratture. Il pm incaricato del fascicolo aveva ricondotto il decesso a un’overdose di cocaina ma la relazione indipendente fatta fare dalla famiglia ha smentito questa versione parlando di una morte violenta. Ora la svolta. La procuratrice generale di Milano, Francesca Nanni, ha avocato a sé l’inchiesta e ha smentito la tesi del pm incaricato, mettendo sotto indagine per omicidio preterintenzionale e falso sei poliziotti, oltre a un medico. “Un passo avanti verso la verità”, le parole a Domani di Franca Pisano, madre di Igor Squeo. La notte tra l’11 e il 12 giugno 2022 Igor Squeo, 33 anni, si trovava nel suo appartamento milanese con un’altra persona, un ragazzo ivoriano conosciuto per strada qualche ora prima. Secondo le ricostruzioni avevano fatto uso di cocaina, poi tra i due era scoppiata una lite che aveva indotto i coinquilini in un’altra stanza a chiedere l’intervento della polizia. Alle 2.45 era arrivata la volante Mecenate bis del Commissariato di via Mecenate, lo stesso coinvolto nella morte di Michele Ferrulli nel 2011 e in quella di Abderrahim Mansouri dello scorso gennaio per mano di Carmelo Cinturrino. Poi ne erano arrivate altre, insieme al 118. Igor Squeo è morto dopo tre arresti cardiocircolatori alle 6.45. Nelle deposizioni gli agenti hanno detto che Igor Squeo dava in escandescenze, si lanciava contro i muri e si infliggeva ferite da solo. Gli agenti hanno anche detto che per calmare Squeo avevano tirato fuori un taser, attivando solo l’arco di avvertimento da cui non è stato poi possibile estrarre la scheda di memoria perché è stato rottamato. E che avevano immobilizzato il ragazzo in posizione laterale di sicurezza. La procura di Milano aveva chiesto due volte, l’ultima lo scorso settembre, l’archiviazione del caso. Igor Squeo secondo quella versione era morto per intossicazione acuta da cocaina, come ricostruito dai consulenti nominati dal pm. Molte cose però nella relazione non tornavano: l’assunzione letale di cocaina era stata indicata a 60-90 minuti prima del decesso, quando in realtà Igor Squeo era già in arresto cardiocircolatorio e sotto custodia della polizia. I sanitari hanno poi smentito la versione della polizia del ragazzo tenuto in posizione laterale di sicurezza, parlando piuttosto di posizione prona. Secondo una consulenza indipendente fatta realizzare successivamente dalla famiglia, il decesso di Squeo è avvenuto per insufficienza respiratoria causata dalla contenzione messa in atto dagli agenti di polizia e dall’uso del calmante Propofol in una situazione di già profondo stress respiratorio. Ora è arrivata una svolta in questo caso. Nei mesi scorsi la procuratrice generale di Milano, Francesca Nanni, ha avocato a sé l’inchiesta cambiando avviso rispetto a quello della doppia archiviazione chiesta dal Pm Francesco De Tommasi. E ha messo sotto indagine sei agenti di polizia per la morte di Igor Squeo: quattro per omicidio preterintenzionale e due per falso ideologico. Indagato per omicidio colposo e falso ideologico anche il medico intervenuto col Propofol. La tesi avanzata dalla procuratrice ricalca quella della relazione indipendente della famiglia, con Igor Squeo che sarebbe deceduto per “‘asfissia posizionale determinata dall’impropria contenzione fisica da parte della polizia” a cui si sarebbe aggiunto l’effetto del calmante. E ha disposto una nuova perizia medico-legale. “Sono soddisfatta che la procura generale abbia accolto la mia richiesta per fare luce sulle cause della morte di Igor Squeo secondo me attribuite pregiudizialmente ad intossicazione acuta da cocaina quando la difesa aveva dimostrato l’esistenza di gravi segni di morte da insufficienza respiratoria”, spiega a Domani Ilaria Urzini, legale della famiglia. “Sono contenta che qualcuno mi abbia ascoltato. Finalmente posso sperare di sapere cosa è successo realmente quella notte”, il commento di Franca Pisano, madre di Igor Squeo. Estradizione, la proroga della custodia cautelare richiede il contraddittorio di Francesco Machina Grifeo Il Sole 24 Ore, 4 giugno 2026 La Cassazione, sentenza n. 20105/2026, ha chiarito che il confronto con la difesa è sempre dovuto ma può anche avvenire in forma cartolare. Ai fini dell’estradizione, la proroga dei termini della custodia cautelare deve essere deliberata dalla Corte d’appello nel contraddittorio delle parti; non è però necessaria l’udienza camerale partecipata, essendo sufficiente anche la forma cartolare. La sua omissione determina una nullità a regime intermedio. Lo ha stabilito la Corte di cassazione, con la sentenza n. 20105/2026, accogliendo il ricorso di un cittadino peruviano. Nel corso del procedimento, si era reso necessario chiedere informazioni alla Autorità Sud Americane che però le avevano inviate in forma incompleta, rendendo doverosa una integrazione, in attesa della quale era stata disposta, su richiesta del Pm, una proroga della custodia cautelare. Per la Corte di appello, il ritardo era imputabile alle autorità peruviane, il che giustificava l’accoglimento del prolungamento della custodia, “persistendo la necessità di conservare uno stato custodiale”. Per la VI Sezione penale la motivazione non regge. Secondo la Cassazione, infatti, “può dirsi univocamente dimostrato che la Corte territoriale abbia provveduto sulla richiesta di proroga del termine di custodia cautelare ex art. 714, comma 2, cod. proc. pen. senza attivare alcuna forma di contraddittorio - camerale o cartolare - con la difesa”, determinando “una nullità di ordine generale a regime intermedio, tempestivamente eccepita”. L’art. 714, co. 4, secondo periodo, cod. proc. pen., prosegue la Corte, disciplina le ipotesi in cui la custodia cautelare può essere prorogata. La disposizione, tuttavia, non detta una disciplina del procedimento. Soccorre allora il dettato dell’art. 714, co. 2, primo periodo, Cpp che dispone che si osservino le disposizioni sulle misure coercitive. Diventa allora pertinente il riferimento all’articolo 305, co. 2, del Cpp, secondo il quale allorché si rendano necessari accertamenti particolarmente complessi nel corso delle indagini preliminari, il giudice, su richiesta del pubblico ministero e sentito il difensore, possa adottare il provvedimento di proroga del termine di custodia cautelare. E, prosegue la decisione, considerata “l’identità di ratio” alla base delle due diverse proroghe, non vi è alcun “ostacolo” all’applicazione di tale articolo. “Né - continua la Corte - vi sono ostacoli normativi rispetto all’eventuale coinvolgimento della difesa in tale segmento procedimentale”. “Al contrario - argomenta la decisione -, tale coinvolgimento è doveroso, posto che si tratta della possibile adozione di un provvedimento che incide con effetti potenzialmente immediati sul bene della libertà personale, la cui compressione potrebbe essere prorogata nel tempo sulla base di presupposti sui quali la difesa deve potere esercitare il diritto al contraddittorio”. Non si determina invece “la necessità di attivare forme di contraddittorio camerale ex art. 127 cod. proc. pen.”, come invece sostenuto nel ricorso. In definitiva, la Suprema corte chiarisce che: “In caso di richiesta di proroga del termine di custodia cautelare formulata ai sensi dell’art. 714, comma 4, secondo periodo, la Corte di appello deve decidere all’esito del contraddittorio tra le parti, che deve essere concreto ed effettivo, ma che non necessita della procedura camerale partecipata, potendo svolgersi anche nella forma del contraddittorio cartolare, risultando applicabile la disciplina dettata dall’art. 305, comma 2, applicabile in materia estradizionale in forza del richiamo contenuto nell’art 714, comma 2, cod. proc. pen.”. Nel caso in esame, invece, la Corte territoriale aveva disposto la proroga “senza promuovere il contraddittorio con la difesa”. La Suprema corte ha così annullato l’ordinanza impugnata disponendo l’immediata liberazione del ricorrente. Toscana. Carceri toscane sovraffollate, la relazione del Garante in commissione Corriere Fiorentino, 4 giugno 2026 Sovraffollamento e salute mentale sono i grandi problemi che emergono dallo stato dei penitenziari in Toscana secondo la relazione del Garante regionale dei detenuti, Giuseppe Fanfani, presentata alla Commissione Sanità del Consiglio regionale: “Una situazione drammatica”. Il dato più allarmante è il sovraffollamento. In Toscana ci sono 16 istituti per adulti, 2 Istituti penali minorili e 2 Rems. Al 31 dicembre 2025 i detenuti adulti erano 3.382 (103 donne e 3.279 uomini), di cui 1.612 stranieri (circa il 47,6% del totale). Il sovraffollamento medio effettivo in Toscana è del 134,8%. Estremamente preoccupanti anche i dati riguardanti la salute mentale in carcere. “I suicidi continuano a rappresentare un fenomeno grave e significativo all’interno degli istituti penitenziari”. Nel 2025 ne sono stati registrati cinque (tre a Firenze Sollicciano, uno a Massa, uno a Pistoia); 133 tentati suicidi; 1.053 atti di autolesionismo, 354 scioperi della fame. Invece, i detenuti in carico ai servizi della salute mentale in tutta la Toscana, al 31 dicembre 2025 erano 347, pari al 10,26%. Riflettori accesi anche sulle due Rems esistenti in Toscana, a Volterra e ad Empoli, nate dopo la chiusura degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari. Katia Poneti, dell’Ufficio del Garante, ha spiegato che al 31 dicembre 2025 le due strutture erano al completo. Il presidente della Commissione Matteo Biffoni ha giudicato “esaustiva” la relazione di Fanfani: “La politica deve avere coraggio, perché non è un tema che porta consenso”, ha detto. Perugia. Suicidio a Capanne, il Garante Caforio: “Ovunque poteva stare, meno che in carcere” di Valentina Onori tuttoggi.info, 4 giugno 2026 “C’era una situazione molto tesa sia nella sezione del ragazzo che in quella attigua, siamo entrati con il comandante per metterci la faccia. Uno dei problemi che lamentavano è quello di volere degli interlocutori”, a parlare ai microfoni di Tuttoggi è l’avvocato Giuseppe Caforio, Garante della Regione. Poco dopo il suicidio del 30enne nel carcere di Capanne si è recato nella struttura per sentire le doglianze dei carcerati ancora più esacerbate dal drammatico fatto. “Abbiamo fatto un minuto di silenzio dedicandolo a questo ragazzo e questo li ha un po’ placati, ma c’è un fuoco sotto le ceneri. Il problema delle carceri è un problema italiano. Le loro lamentele sono principalmente di natura sanitaria, lamentavano gravi carenze sull’area trattamentale (psichiatri, assistenti sociali…). Li ho ascoltati per molto tempo non ho la bacchetta magica, ho informato la Presidente Proietti sulla situazione che è molto seria e grave. Le sto chiedendo interventi urgenti che si traducono in risorse. Lei come già aveva fatto la Tesei sta cercando in sede di conferenza Stato-Regioni di trovare dei fondi perché la sanità carceraria dipende dalle Regioni. Attualmente noi abbiamo i 2/3 dei detenuti fuori Regione quindi è difficile reperire delle somme. L’età media dei detenuti è molto cresciuta (intorno ai 60 anni), il che equivale a tante patologie ed è tutto un problema”. Sul fatto accaduto ieri a Capanne “Ovunque poteva stare meno che in carcere. Il ragazzo (a Capanne, ndr) era in attesa di giudizio della Corte d’Appello, doveva stare in una struttura protetta per tossicodipendenti. Era stato anche un mese a Spoleto nel centro specializzato però dopo lo avevano rimandato in carcere”, ribadisce Caforio. “Il ragazzo suicida era molto complesso, in una situazione di tossicodipendenza conclamata, con personalità debole e fragile. Lui come tanti altri casi sono incompatibili con il carcere ma vengono lasciati lì perché non ci sono alternative”. È una situazione molto seria che vivo i carcerati e la polizia penitenziaria che soccorre e deve sopperire a molte mancanze: “Devo fare un encomio ai ragazzi della polizia penitenziaria che erano sconvolti per l’accaduto, uno di loro lo aveva soccorso e lo aveva visto morire tra le braccia ed era sotto shock. Nonostante tutto hanno mantenuto una freddezza e una professionalità notevole anche nell’affrontare le rimostranze dei detenuti che erano tra lo scioccato, l’amareggiato e il preoccupato”, sottolinea Caforio che continua: “la polizia lì fa tutto, lo psicologo, il medico, l’infermiere ma non si può delegare. Ora c’è un importante ricambio con ragazzi giovani e non si può delegare tutto a loro che non hanno maturato l’esperienza necessaria, gli fanno fare cose che non gli spettano, poi lo fanno per passione e contingenza ma non va bene”. Milano. Presunti abusi nel carcere di Opera, trasferito uno dei detenuti che ha denunciato di Giulia Ghirardi fanpage.it, 4 giugno 2026 “Era in pericolo, subiva intimidazioni”. Trasferito uno dei detenuti firmatari delle denunce sulle presunte violenze nel carcere di Opera dopo aver subito intimidazioni. “Gravissimo, chi denuncia ha diritto alla protezione”, ha commentato a Fanpage.it l’associazione Quei Bravi Ragazzi Family. Un trasferimento urgente disposto dal magistrato per “forti criticità” nel carcere milanese di Opera. L’allarme è stato lanciato dall’associazione Quei Bravi Ragazzi Family che a Fanpage.it ha segnalato che, dopo le denunce degli ultimi mesi su presunti abusi, violenze e aggressioni, un detenuto avrebbe subito intimidazioni. “Viene punito perché scrive lettere, denuncia quello che vede all’interno del carcere. Gli hanno chiesto di fare silenzio, di non denunciare più”, ha spiegato a Fanpage.it la presidente Nadia Di Rocco. “È gravissimo. Chi denuncia presunti abusi ha diritto alla protezione dello Stato, alla libertà di espressione e a non subire intimidazioni o ritorsioni”. Dalle denunce al trasferimento - Al centro della vicenda c’è uno dei firmatari della lettera che è stata mandata a Fanpage.it lo scorso aprile per denunciare un’altra presunta notte di violenza all’interno dell’istituto penitenziario milanese, ormai una “prassi”, dopo la presunta maxi aggressione che si sarebbe verificata nel carcere di Opera la scorsa vigilia di Natale. Una presa di posizione che, secondo la ricostruzione dei suoi legali, avrebbe contribuito ad alimentare una situazione di “crescente pressione e timore per l’incolumità” del detenuto. In particolare, secondo quanto riportato nella lettera visionata da Fanpage.it, lo scorso 3 aprile il detenuto avrebbe assistito a un presunto pestaggio ai danni di un detenuto straniero affetto da fragilità psichiatriche. Il testimone avrebbe successivamente riconosciuto uno degli agenti presenti durante l’episodio e avrebbe deciso di denunciare i fatti. Dopo la segnalazione, ha riferito il detenuto all’associazione, “sarebbe stato più volte avvicinato da appartenenti alla polizia penitenziaria con pressioni affinché interrompesse i contatti con associazioni e stampa, accompagnate dal timore di possibili ritorsioni disciplinari e di un prolungamento dell’isolamento”. Sempre secondo la ricostruzione fornita all’associazione dal detenuto, anche durante un colloquio con la criminologa dell’istituto, gli sarebbe stato suggerito di non proseguire con le segnalazioni per evitare contrasti con la direzione e ulteriori conseguenze. A distanza di pochi giorni, però, “il detenuto si sarebbe visto notificare un prolungamento di tre mesi di isolamento”, ha riferito il detenuto all’associazione Quei Bravi Ragazzi Family. “Il provvedimento è stato adottato senza che il detenuto fosse stato previamente convocato davanti al consiglio disciplinare per esercitare pienamente il proprio diritto di difesa e rendere dichiarazioni”. La difesa, affidata all’avvocato Guendalina Chiesi, ha quindi presentato istanza al magistrato competente che ha disposto un trasferimento urgente “per forti criticità”. Tuttavia, come denunciato dall’associazione a Fanpage.it, il detenuto sarebbe stato trasferito solo dopo diversi giorni nonostante il provvedimento emesso. Un fatto gravissimo, secondo l’associazione, perché “chi denuncia presunti abusi ha diritto alla protezione dello Stato, alla libertà di espressione e a non subire intimidazioni o ritorsioni”, ha commentato la presidente Nadia Di Rocco a Fanpage.it. Se anche solo una parte di quanto denunciato trovasse conferma, infatti, ci si troverebbe davanti a una questione che va ben oltre il singolo caso: il rischio che chi segnala possibili violazioni all’interno delle carceri finisca per sentirsi meno tutelato proprio nel momento in cui decide di parlare. E il fatto che un trasferimento ritenuto urgente abbia trovato esecuzione solo dopo molti giorni rende questa vicenda ancora più difficile da ignorare. Genova. Le abitazioni, strumento fondamentale per il reinserimento delle persone detenute di Francesca Di Palma ilcittadino.ge.it, 4 giugno 2026 Il convegno “Housing Penale - La casa come infrastruttura di giustizia”, promosso dalla Veneranda Compagnia di Misericordia e svoltosi a Genova il 25 maggio, ha posto al centro il tema dell’abitare come elemento decisivo per il reinserimento sociale delle persone detenute. L’iniziativa ha evidenziato come la disponibilità di una casa non sia un privilegio, ma una condizione essenziale per favorire percorsi di risocializzazione e ridurre la recidiva. Nel corso dell’incontro è stata presentata l’esperienza della Veneranda Compagnia, che da oltre vent’anni gestisce strutture di accoglienza per detenuti inseriti in misure alternative o in fase di reinserimento. Oggi le case famiglia attive a Genova sono quattro, tra cui una realizzata in un bene confiscato alla mafia e la “Casa Mandela”, pensata per favorire i rapporti familiari e preparare gradualmente il ritorno alla vita libera. In un’intervista, la mediatrice penale Cinzia Marangoni ha sottolineato che uno degli obiettivi del convegno era sensibilizzare le istituzioni sul “problema casa”, spesso sottovalutato ma determinante per l’accesso alle misure alternative alla detenzione. In Liguria, infatti, le strutture dedicate sono ancora insufficienti rispetto ai bisogni. Le persone accolte nelle case possono essere detenuti prossimi alla scarcerazione, soggetti ammessi a misure alternative o persone agli arresti domiciliari che rischierebbero il ritorno in carcere per mancanza di un’abitazione. L’inserimento avviene attraverso una rete di collaborazione tra carcere, Uepe, educatori e servizi sociali. Marangoni ha inoltre illustrato il nuovo sportello di ascolto nato in collaborazione con Caritas nell’anno del Giubileo, dedicato alle famiglie dei detenuti. Il servizio offre sostegno concreto attraverso orientamento al lavoro, accompagnamento sociale e aiuto alle persone più fragili, con l’obiettivo di favorire autonomia, relazioni e dignità. Ancona. Progetto di formazione crea opportunità di lavoro per 22 detenuti consiglio.marche.it, 4 giugno 2026 È giunta a conclusione la quarta edizione del corso di formazione per detenuti patrocinato dal Garante regionale dei diritti della persona. Giancarlo Giulianelli: “Nuova testimonianza dell’importanza dei percorsi professionalizzanti per il reinserimento sociale dei detenuti”. Sono 22 i detenuti della Casa Circondariale di Barcaglione, ad Ancona, per i quali si aprono concrete prospettive occupazionali grazie alla partecipazione al progetto di inclusione sociale finalizzato all’inserimento lavorativo di persone in condizione di svantaggio. Giunto alla sua quarta edizione, il corso, patrocinato dal Garante regionale dei diritti della persona, l’avvocato Giancarlo Giulianelli, e finanziato attraverso un bando della Regione Marche, ha previsto 600 ore di formazione con rilascio di attestato finale, oltre a un periodo di stage destinato ai partecipanti in possesso dei requisiti per l’accesso al lavoro esterno. Il progetto ha raggiunto pienamente gli obiettivi prefissati grazie all’organizzazione della Fores Marche, presieduta da Elio Aureli, al coordinamento della dottoressa Rossella Papili dell’Ufficio Locale per l’Esecuzione Penale Esterna di Ancona e alla professionalità dei cuochi che hanno messo a disposizione le proprie competenze in qualità di docenti. “La conclusione del corso per aiuto cuoco ci offre l’occasione per sottolineare ancora una volta l’importanza dei percorsi professionalizzanti attivati all’interno degli istituti penitenziari marchigiani nel processo di reinserimento sociale dei detenuti - ha dichiarato il Garante regionale Giancarlo Giulianelli - Si tratta di una progettualità che mette a sistema la visione strategica delle istituzioni, a partire dalla Regione Marche e dalla struttura di garanzia, con il contributo del Procuratore Generale presso la Corte d’Appello di Ancona, dottor Roberto Rossi, della Magistratura di Sorveglianza, degli organizzatori, dei docenti e della Polizia Penitenziaria di Ancona, guidata dal comandante Nicola De Filippis. Offrire una seconda opportunità a chi ha saldato il proprio debito con la società rappresenta un dovere sociale oltre che istituzionale. Per questo è indispensabile il coinvolgimento della società civile, primo banco di prova al termine dei percorsi formativi. Su questo fronte c’è ancora molto da fare, soprattutto sul piano dell’informazione, per far conoscere quanto la Regione e le strutture competenti stanno realizzando e i risultati positivi ottenuti grazie ai numerosi progetti attivati”. “Sono particolarmente soddisfatto dei numeri raggiunti anche con il corso per aiuto cuoco - ha aggiunto Giulianelli - Dei 20 detenuti che, secondo i requisiti di legge, hanno avuto accesso agli stage nelle aziende tra il 2025 e il 2026, ben 6 hanno già trovato un’occupazione stabile. È un segnale concreto che conferma la validità del percorso intrapreso e dimostra quanto la società civile rappresenti un anello fondamentale nel processo di recupero e reinserimento. I numerosi progetti che stiamo portando avanti e i risultati ottenuti nella struttura di Barcaglione, oggi considerata un vero modello a livello nazionale, costituiscono il miglior biglietto da visita per il territorio e per l’intera regione. L’obiettivo è offrire ai detenuti reali opportunità di inclusione e un futuro fondato sul lavoro, sulla dignità e sul reinserimento sociale”. Roma. Le detenute di Rebibbia dal carcere al palcoscenico di Maria Novella De Luca La Repubblica, 4 giugno 2026 “Noi, libere per un giorno riscopriamo Desdemona”. Per la prima volta le attrici della compagnia “Donne del muro alto” escono del penitenziario romano per uno spettacolo in collaborazione con il Teatro dell’Opera ispirato all’Otello. La regista Tricarico: “In cella le donne vivono un doppio stigma, recitare le aiuta a rinascere”. Bruna Arceri, ex detenuta: “Quando ero dentro il teatro mi ha salvata. Ma oggi i progetti vengono spenti”. Le “donne del muro alto” si chiamano Clizia, Dorota, Irina, Maria e Lucia. Il muro, così alto che da lì dentro l’orizzonte si può solo sognare o ricordare, è quello del carcere femminile di Rebibbia, il più grande d’Europa. Luogo di pena, di attese infinite, dove il tempo sembra senza inizio e senza fine. Oggi però - giorno speciale di questo giugno 2026 - Clizia e le altre usciranno da quelle mura e i loro occhi incroceranno di nuovo la vastità del fuori, dell’aria e dello spazio oltre le sbarre. Vestite da Desdemona, attrici viaggianti sul ponte di un antico galeone che ricorda la deportazione delle detenute dell’Inghilterra di fine Settecento verso le colonie penali dell’Australia affinché la ripopolassero, racconteranno cosa vuol dire rinascere in carcere grazie al teatro. E non su un palcoscenico qualunque, ma tra i palchi e gli stucchi del Teatro Nazionale, parte dell’Opera di Roma che ospiterà lo spettacolo delle detenute di Rebibbia, per la prima volta autorizzate a recitare fuori dal carcere, con spettatori paganti e prenotati. Francesca Tricarico, regista di “Desdemona - Studio 1” è felice ed emozionata. Ha elaborato un testo che attraverso una riscrittura collettiva dell’Otello di Shakespeare, l’Otello di Verdi e la storia - vera - della Lady Juliana, la famosa “nave-bordello” che nel 1789 trasportò 250 donne dalle carceri inglesi alla “libertà” (fittizia) delle nuove colonie dove c’erano soltanto maschi, racconta il potere e la segregazione, l’amore e la gelosia. “Lavoro in carcere da molti anni, nel 2013 ho fondato la compagnia “Donne del muro alto”, nella sezione di Alta Sicurezza di Rebibbia, per poi passare anche nel braccio di Media Sicurezza. Ho visto, toccato con mano, quale trasformazione - seppure con infinite difficoltà - avviene nelle donne che scelgono di partecipare ai nostri laboratori. Quali corde profonde può muovere lo studio di un personaggio, quante emozioni, rabbia, passione possono finalmente uscire fuori. All’inizio del mio progetto molti registi che già lavoravano nei penitenziari mi scoraggiavano: le donne sono difficili, umorali, si arrabbiano, vedrai, ti molleranno”. Del resto, suggerisce Francesca Tricarico, una detenuta si porta addosso, spesso, “un doppio stigma, perché la donna che delinque viene condannata due volte dalla società, come se il suo reato a parità di pena di quello commesso da un uomo, fosse più grave”. E dietro quasi ogni vita femminile dietro le sbarre - aggiunge Tricarico che ha lavorato anche tra i ragazzi di Casal del Marmo, nella sezione Transgender di Rebibbia, con i Fratelli Taviani e Mario Martone - ci sono storie di violenza sessuale e domestica. “Tutto è più difficile, è vero, per questo ci sono così poche compagnie femminili nei penitenziari. Quando però le donne decidono volano alte, sono potentissime e il teatro non lo abbandonano più”. Il “Muro Alto” oggi è diventata addirittura una compagnia stabile formata da ex recluse e detenute ammesse alle misure alternative al carcere. “Siamo un ponte tra dentro e fuori: infatti per “Desdemona” torneranno a recitare con la compagnia di Rebibbia, anche ex ospiti ora libere”. Bruna Arceri ad esempio, 56 anni, che in questa strana e visionaria messa in scena di Otello interpreta la narratrice. In un contesto di grande impatto visivo, con le scene di Sofia Sciamanna, i costumi del Teatro dell’Opera curati da Marina Sciarelli, la soprano Jessica Ricci, l’attrice Luana Basilico, le musiche di Gerardo Casiello e il progetto “Fabbrica”, dell’Opera di Roma. E se Dorota B., Clizia F., Irina B., Maria F., Lucia D e la più giovane Roderiga, di 25 anni, sono tuttora, così si definiscono “ospiti del penitenziario di Rebibbia”, Bruna Arceri è dal 2021 una donna libera. Comunica forza e ottimismo. “Il teatro l’ho scoperto in carcere e mi ha cambiato per sempre la vita. Perché permette di dare voce a chi non ce l’ha. Recitando riesci a sognare oltre il muro alto, ho visto ragazze Rom che non sapevano nemmeno leggere diventare attrici bravissime. Per le donne poi è un’oasi, il carcere è a misura di maschio, tutto è a misura di maschio. Per avere un assorbente decente devi fare una battaglia” dice ironica Bruna. “Quando fai gli spettacoli vedi i tuoi familiari che ti guardano in un altro modo, sei di nuovo una persona. Non mi sono mai vergognata di essere stata in carcere, ma anche per mio figlio vedermi a teatro è stato fondamentale, oggi è diventato il tuttofare della compagnia”. “Desdemona 1” rischia però restare una punta luminosa in un percorso carcerario dove sta calando il buio. “Con le nuove regole - dice Bruna amareggiata - fare teatro in carcere sta diventando sempre più difficile: ci sono chiusure, restrizioni, regole sempre più rigide. Così muore tutto”. Marina Sciarelli, costumista di lungo corso, un po’ come Bruna, non nasconde la sua emozione. “Entrare nella Sartoria del Teatro dell’Opera è stato un onore, avevo preparato i bozzetti convinta già di avere tutto in mano, invece i costumi che speravo di trovare erano in uscita o non ancora rientrati. Francesca ed io ci siamo guardate al volo e ci siamo capite: dovevamo cambiare l’idea di base. Reinventarci l’immagine dei nostri personaggi. Il rapporto con le attrici del Muro alto è sempre stato sereno, affettuoso, con un grande rispetto per il mio lavoro. Ogni volta che entro a Rebibbia, dopo i primi cancelli e portoni che incutono paura, quando varco la porta del teatro, tutto cambia: c’è solo il teatro. Scompaiono le colpe, le vite strappate e ci sono soltanto donne con donne che lavorano sodo per arrivare alla meta, allo spettacolo. E la loro bravura mi sgomenta ogni volta: monologhi lunghissimi da studiare, ore ore di prove, senza un lamento, senza una scusa per poter uscire a fumare una sigaretta. Tanto rigore e tanto amore”. Francesca Tricarico torna sullo spettacolo che andrà in scena alle 18,30 di oggi al Teatro Nazionale: “Sono stata severissima con le mie attrici: se si fa uno spettacolo deve essere professionale, anche se siamo una compagnia di teatro in carcere”. E aggiunge: “Lo ammetto: è stato difficile far comprendere il senso di una Desdemona che diventa Otello e assegnare alle cosiddette “cattive ragazze”, cioè le detenute, proprio le parti delle cattive ragazze deportate sulla famosa nave inglese. Ma non è in fondo la stessa difficoltà che dobbiamo affrontare quando non vogliamo sentir parlare di detenzione femminile. O quando scegliamo di vedere il reato e non le persone?”. Ecco il senso del lavoro in carcere per Tricarico: “Il reato non si giustifica, mai. Però si può comprendere: solo la comprensione delle cause può impedire il ripetersi della storia”. Lanciano (Ch). Detenuti-attori con lo spettacolo “Emozionarsi... dentro” chietitoday.it, 4 giugno 2026 Si tiene giovedì 4 giugno lo spettacolo del progetto nato dalla collaborazione con l’associazione culturale “Il Ponte della libertà” e con il regista Ivan Zulli. I detenuti si trasformano per un giorno in attori. Succede nel carcere di Lanciano dove, giovedì 4 giugno, si terrà lo spettacolo “Emozionarsi...dentro”, messo in scena dalle persone ristrette che, dopo un lungo periodo di studio e preparazione, diventano i protagonisti dell’opera. Il sipario del Piccolo teatro Fenaroli della casa circondariale frentana si alzerà alle 15. L’iniziativa rientra nell’ambito della rassegna teatrale “Cattivi? voci, corpi e identità dal carcere”. Il progetto, nato dalla collaborazione con l’associazione culturale “Il Ponte della libertà” e con il regista Ivan Zulli, che ha seguito e formato gli aspiranti attori, esprime la volontà della direzione di far diventare il carcere una parte della comunità, un luogo nel quale si realizzano progetti da condividere con la società libera con cui costruire un confronto e uno scambio continuo. L’iniziativa risponde al desiderio di veicolare, attraverso la cultura, in ogni sua forma di espressione, un messaggio di apertura dell’istituzione penitenziaria che favorisca una corretta conoscenza del contesto ed esprima il lavoro che gli operatori penitenziari realizzano per offrire alla popolazione detenuta strumenti di crescita personale, di nuova consapevolezza delle proprie azioni e per sviluppare la capacità di indagare sui sentimenti e le emozioni proprie e altrui. Un percorso di conoscenza che ha l’ambizione di superare luoghi comuni e la connotazione negativa del carcere come luogo esclusivo di emarginazione, di sofferenza e dolore, incapace di dialogare con la società libera e di rivelarne la vera identità. Spoleto (Pg). I cani in carcere per far emergere la componente emotiva dei detenuti Corriere dell’Umbria, 4 giugno 2026 Il progetto si chiama Liberi Dentro ed è rivolto ai reclusi di media sicurezza. I cani come facilitatori in grado di far emergere la componente emotiva dei detenuti. È questo il progetto che coinvolgerà i detenuti della casa di reclusione di Spoleto. Una iniziativa promossa dall’associazione Una zampa per Birillo e dal Centro studi umanistici per l’Umbria e al quale il Comune ha concesso il proprio patrocinio. Il progetto, in questione si chiama Liberi Dentro e ha l’obiettivo di promuovere le capacità di mentalizzazione e regolazione emotiva dei comportamenti disfunzionali attraverso l’incremento delle competenze socio-relazionali della popolazione carceraria detenuta presso la casa di reclusione di Spoleto. In particolare la categoria dei detenuti di media sicurezza. L’iniziativa prevede lo svolgimento di laboratori a cadenza bisettimanale, con momenti di monitoraggio nel periodo che va da settembre 2026 a giugno 2027, con la presenza dei cani che fungeranno da facilitatori in grado di far emergere la componente emotiva del detenuto. A questa attività saranno poi affiancati dei laboratori per il supporto psicologico ed artistici dedicati alle emozioni. Alcuni incontri possono prevedere anche la presenza degli animali del canile comunale già interessato dalla convenzione con la struttura di detenzione. Il legame tra la casa di reclusione e il canile comunale è infatti al centro di progetti di rieducazione e reinserimento di grande successo. Tramite iniziative mirate, gli stessi detenuti hanno l’opportunità di formarsi, lavorare e prendersi cura degli animali più fragili. Tra i progetti principali in cui sono coinvolti i detenuti e che vedono come principali protagonisti i cani, c’è Fuori dalle Gabbie, un’iniziativa promossa dalla Fondazione Cave Canem che ha trasformato molti detenuti in educatori cinofili. I partecipanti, infatti, si occupano di socializzare i cani del canile e, in alcuni casi, hanno trovato un’occupazione formale nel rifugio. E poi c’è quello che si svolge direttamente nella falegnameria del carcere di Maiano, dove i reclusi hanno costruito cucce ecologiche e rifugi in legno con materiale di recupero per gli ospiti a quattro zampe del canile. Rapporto tra detenuti e cani che, dunque, con il progetto Liberi Dentro, si rafforzerà ancora di più. Così da garantire un miglioramento delle condizioni dei cani ospiti del canile comunale di Spoleto ma anche supportare il percorso rieducativo e di reinserimento sociale delle persone detenute. Il lavoro che ridà dignità ai più fragili: le storie del riscatto possibile nelle cooperative sociali di Elisa Campisi Avvenire, 4 giugno 2026 Dagli ex detenuti a chi ha disabilità, le storie di imprese sociali nella rete Cgm mostrano il valore delle attività basate su un modello di inclusione che fa insieme il bene dei vulnerabili e delle comunità: “Serve anche il sostegno di consumatori consapevoli”. Un migrante arrivato in Italia illegalmente, che sotto pressione per l’indigenza in cui vive commette l’errore di cercare guadagni facili attraverso lo spaccio. Una volta arrestato la sua storia sarebbe potuta finire con il carcere e un decreto di espulsione subito dopo aver finito di scontare la pena. Invece, sul finire del periodo di detenzione, l’uomo incontra la cooperativa sociale Nazareth, che opera a Cremona e inserisce nel mondo dell’agricoltura persone fragili altrimenti scartate. Inizia raccogliendo more, ma una mora dopo l’altra recupera dignità, tanto che alla fine, grazie al lavoro in cooperativa, ottiene un permesso di soggiorno. Oggi quel migrante è un uomo produttivo nella stessa impresa - e non solo in senso economico - per sé e per gli altri, diventato padre affidatario di quattro migranti minori soli, che come lui rischiavano di finire male. “Questo è solo uno dei tanti esempi di persone salvate grazie alla semplice opportunità che gli è stata data da una delle cooperative sociali di tipo B che fanno parte della nostra rete”, racconta Giusi Biaggi che, oltre alla sua esperienza in Nazareth, come presidente del Consorzio Nazionale della Cooperazione Sociale G. Mattarelli, sa che da Nord a Sud nelle 159 imprese sociali della rete Cgm sono tante le storie di riscatto come questa. Le cooperative sociali di tipo B sono appunto imprese che svolgono attività produttive (agricole, industriali, commerciali o di servizi, come le pulizie) finalizzate all’inserimento lavorativo di persone svantaggiate, come detenuti o persone con disabilità. “La cooperativa sociale ha sempre una doppia ricaduta sul territorio. Da una parte ha la possibilità di inserire persone che normalmente rimarrebbero fuori dai circuiti produttivi rendendole capaci di provvedere a sé e alle famiglie, dall’altra alleggerisce il territorio e i servizi, arricchendo le stesse comunità”, puntualizza la presidente. Consapevoli di come sia faticoso quantificare il beneficio sociale di queste imprese, il Cgm a fine aprile ha lanciato un appello per porre l’attenzione sull’instancabile ma spesso invisibile contributo delle numerose cooperative, che non si limitano ad aggiungere l’inclusione come una delle altre voci di bilancio: “Un aiuto importante a queste imprese, per esempio, sarebbe il riconoscimento del valore sociale nelle gare pubbliche. Le attuali normative, per garantire competitività, obbligano le cooperative ad applicare contratti di settore più onerosi rispetto a quelli di tipo sociale, riducendo drasticamente le loro marginalità e quindi ignorando il beneficio immateriale che portano rispetto a imprese non sociali”. Ma l’appello non è rivolto solo alle istituzioni. “La nostra speranza è che sempre più cittadini consapevoli scelgano i loro prodotti o servizi, riconoscendone sia la qualità materiale che quella invisibile”, conclude la presidente. Del resto, cosa significa concretamente costruire lavoro che generi dignità e benefici per la collettività lo insegnano le varie esperienze delle imprese sociali del consorzio. Come quella della cooperativa sociale Cascina Biblioteca, a Milano e Cernusco sul Naviglio, che costruisce contesti di lavoro capaci di valorizzare le persone e le loro qualità. Un presidio sociale, agricolo e comunitario che negli anni ha trasformato il lavoro in uno strumento di inclusione e che ogni giorno accoglie oltre 120 persone in condizioni di fragilità, con percorsi stabili e di lungo periodo. Le trasformazioni emergono dalle stesse storie di chi è coinvolto. Come quella di un giovane arrivato in Italia dopo un percorso migratorio complesso che, attraverso un tirocinio e un successivo inserimento lavorativo, ha costruito nel tempo stabilità e autonomia, fino a trovare anche una soluzione abitativa. Oppure quella di un altro uomo che, nonostante una disabilità importante, ha scelto di mettersi alla prova prendendo la patente per guidare mezzi pesanti, diventato oggi caposquadra nell’azienda. Percorsi diversi, accomunati da un elemento centrale: la possibilità di essere riconosciuti per il proprio valore. Così all’interno della Cascina “l’inserimento lavorativo non è mai stato inteso come semplice collocazione occupazionale, bensì come percorso di autonomia e responsabilizzazione”, racconta Francesco Allemano, presidente della stessa cooperativa, sottolineando come il processo “funziona quando è stabile, accompagnato e pensato nel tempo, non un intervento emergenziale, ma un investimento sociale di lungo periodo”. Cosa significa nella pratica di tutti i giorni costruire questo lavoro “a misura di persona”, ce lo racconta invece, nel territorio senese, la cooperativa sociale Servizio e Territorio (Set), che offre anche in questo caso una visione concreta: modellare il lavoro sulle persone. In oltre trent’anni di attività, la vita di più di mille persone è stata attraversata dall’incontro con Set, che intreccia relazioni con servizi sociali, centri per l’impiego, amministrazione penitenziaria e realtà del Terzo settore. “Set nasce dall’affiancarsi alle persone in stato di bisogno, dal promuovere percorsi di aiuto e di emancipazione insieme con tutti i partner che entrano a far parte di un percorso che, di volta in volta e di volto in volto, compone la storia delle nostre comunità”, spiega Piero Morini, presidente di questa cooperativa. A rendere possibile un modello maturo di impresa sociale capace di coniugare produttività e inclusione - in questo caso come in tanti altri delle imprese di Cgm - è anche la varietà dei contesti operativi: manutenzione del verde e servizi ambientali, pulizie professionali e attività di custodia, autotrasporto e logistica, gestione cimiteriale, servizi informativi e turistici. Ambiti diversi che permettono di individuare, ogni volta, il contesto più idoneo per ciascun percorso. Perché, come ricorda ancora Morini in conclusione, “lavorare gomito a gomito, condividere fatiche, cadute, sogni e speranze, è questo il modo di cooperare che rende possibile un’impresa dal sapore sociale”. Dal caporalato ai nuovi invisibili. Le schiavitù che non vediamo di Luca Mazza Avvenire, 4 giugno 2026 La strage dei quattro braccianti arsi vivi in un minivan nel Cosentino non è un episodio isolato, ma il punto più estremo di un sistema fondato su abusi, irregolarità e assenza di tutele. La strage dei braccianti arsi vivi in un minivan con le portiere bloccate a un distributore di benzina nel Cosentino sconcerta, comprensibilmente, soprattutto per la brutalità della morte a cui sono stati sottoposti quattro ragazzi. Eppure, a pensarci bene, non siamo di fronte all’eccezionalità di un’esecuzione barbara, ma alla manifestazione estrema di una violenza che rappresenta la punta di un iceberg assai più vasto. Il dramma di Amendolara è l’apice di un caporalato multiforme e sempre più diffuso nel nostro Paese. Basti pensare all’inchiesta della Procura di Milano che pochi giorni fa ha alzato il velo sullo sfruttamento degli operai indiani impegnati nella costruzione del Consolato americano a Milano: quattrocento esseri umani costretti a lavorare con turni massacranti e paghe da fame. Non solo. A inizio settimana, nel Mantovano, i carabinieri hanno scoperto un laboratorio clandestino dove una quindicina di operai in nero confezionava pacchi lavorando di notte per 12 ore consecutive in cambio di appena 9 euro complessivi: 75 centesimi l’ora. Così come inquietano le cinque aggressioni in solo un giorno nelle campagne intorno a Marsala ai danni di migranti impegnati nella raccolta di frutta e verdura. Raid a opera di bande di delinquenti da identificare che arrivano ad appena tre settimane dall’assassinio di Sako Bakari, il lavoratore agricolo ucciso a Taranto da una baby gang. L’elenco delle cronache dell’orrore potrebbe essere lunghissimo. E dovrebbe interpellare le coscienze di tutti. Invece c’è il forte rischio di restare indifferenti di fronte a questo schiavismo ramificato e pervasivo. Così come si corre il pericolo di liquidare tragedie disumane come semplici guerre tra bande di stranieri. Non a caso, di fronte al rogo in cui hanno perso la vita quattro uomini, il vicepresidente della Cei e vescovo di Cassano all’Jonio, Francesco Savino, ha invocato “una rivolta delle coscienze”, per dire basta a quel pensiero strisciante di chi crede che alcune vite valgano meno perché straniere, povere o migranti. Le vittime del rogo, sottolinea Savino, “non erano manodopera anonima, ma persone con un nome, una storia e una famiglia”. Le tratte dei nuovi schiavi di oggi, il pendolarismo dei disperati mal (o mai) pagati nelle campagne italiane e le morti dei quattro braccianti che raccoglievano le celebri fragole del Metapontino riportano alla memoria il romanzo Uomini e topi di John Steinbeck. L’opera racconta la storia di George e Lennie, due braccianti stagionali in California, all’epoca dell’America della Grande depressione, che vagano di ranch in ranch trasportando sacchi d’orzo sulle spalle per guadagnarsi da vivere. I protagonisti si spaccano la schiena dall’alba al tramonto e nel frattempo “coltivano” un piccolo sogno che si ripetono all’infinito per trovare la forza di andare avanti: “Un giorno avremo un pezzetto di terra, una stalla, un pollaio, alcuni maiali e soprattutto una gabbia con i conigli. E vivremo in pace”. I braccianti di Steinbeck auspicavano un futuro migliore. I morti nel rogo sulla statale 106 non arrivavano neppure a desiderare un’altra vita: chiedevano soltanto un contratto regolare e di non essere costretti a lavorare gratis. Come per George e Lennie, anche le storie dei quattro lavoratori agricoli uccisi nel Cosentino (Waseem Khan e Amin Fazal Khogjani, 28 anni, Safi Iayjad, 27 anni e Ullah Ismat Qiemi, appena 19enne) sono finite in tragedia. Perché là dove proliferano degrado, sfruttamento e disumanità aumentano inevitabilmente le probabilità che i sogni si trasformino in incubi e che i diritti vengano bruciati. Sono molte le analogie tra George e Lennie e i tanti schiavi invisibili dell’Italia contemporanea. Con una differenza che inquieta. Quella raccontata da Steinbeck era l’America rurale del 1937, dove la sopraffazione si traduceva nell’emarginazione degli ultimi. Questa, invece, è l’Italia del 2026, un Paese che ha appena celebrato gli ottant’anni della Repubblica, ma dove il rispetto dei diritti umani e la dignità del lavoro in troppi casi continuano a non godere di buona salute. Nei campi c’è un sistema schiavista, ma far finta di non vedere conviene di Marco Grimaldi L’Unità, 4 giugno 2026 Il rogo nel quale han perso la vita quattro ragazzi stranieri che reclamavano il salario è la conferma: al governo che ringhia contro i migranti, i migranti servono. Purché schiavi. Quattro vite sono state spezzate nel modo più brutale possibile, nel rogo infame di Amendolara. Ragazzi di 19, 27, 28 e 29 anni. Si chiamavano Ullah Ismat Qiemi, Waseem Khan, Amin Fazal Khogjani e Safi Iayjad. Sappiamo che hanno tentato di difendere la propria dignità e sono stati orribilmente puniti. Una punizione esemplare per dire a tutti gli altri di tenere bassa la testa. All’unico sopravvissuto, Taj Mohammad Alamyar, va il nostro abbraccio, il nostro cordoglio per gli amici persi, la nostra vicinanza per il trauma subito e il dolore. Ci sono responsabilità penali che la magistratura accerterà: due uomini, Safeer Ahmed e Ali Raza, sono stati fermati con l’accusa di omicidio plurimo aggravato. Ma dietro questa tragedia c’è una realtà che denunciamo da anni. Da quanto tempo Roberto Saviano, Yvan Sagnet, Marco Omizzolo raccontano quella realtà? Il mondo del lavoro agricolo sfruttato, il caporalato, la ricattabilità dei migranti, la “ghetto economy”. Quante interrogazioni, quanti articoli, quanti interventi abbiamo scritto e pronunciato? Troppo spesso si finge di non vedere. Eppure, i fatti si susseguivano anche prima di quest’ultimo orrore indescrivibile. Nei giorni scorsi, in quella zona, altri 14 veicoli sono stati dati alle fiamme. Quei lavoratori, si pensi, avevano un regolare contratto. Eppure erano lasciati senza salario e tassati con un pizzo di 5 euro per il trasporto. Insomma, nonostante leggi e contratti, c’è un intero sistema malato in cui il salario diventa un favore, l’alloggio un’arma di ricatto, il trasporto una tassa imposta. I sindacati parlano di almeno 10mila schiavi impiegati ogni anno nei campi e nei vivai della piana. Ma sappiamo bene che non c’è solo questo. Tante volte abbiamo denunciato, anche su queste pagine, il caporalato e lo schiavismo nel distretto tessile toscano, nelle filiere del made in Italy, nel food delivery. Ecco perché è intollerabile sentir parlare di una devianza locale, prerogativa di mafie straniere. Esiste da troppo tempo un’economia parallela che vive dentro l’economia legale. È fatta di mafie italianissime che subappaltano e si legano ad altre mafie. Studiosi, sindacalisti e investigatori concordano: dietro la catena di sfruttamento in quelle terre c’è la ‘ndrangheta. Non potrebbe essere altrimenti. Lo dice senza mezzi termini il superstite, Alamyar: “Stanno insieme, mafia pakistana e mafia italiana”. Quel sistema, costruito come una vera e propria rete criminale, si nutre dei nostri campi, delle nostre filiere. E spesso si nutre anche del silenzio complice di chi sta in cima alla catena. Lo dimostrano le continue, coraggiose inchieste del pm Storari, che hanno fatto emergere vicende di caporalato tutt’altro che meridionali, chiamando in causa firme eccellenti. Questo sistema, purtroppo, vive anche grazie al fatto che leggi giuste e potenzialmente efficaci non vengono applicate. È il caso della 199 del 2016, come giustamente sottolinea Saviano. Se ci fossero controlli continui e pressanti, quella norma permetterebbe di condannare i caporali con pene da uno a sei anni e confisca dei beni, e richiamerebbe i committenti alle loro responsabilità. Eppure, nonostante tantissime denunce, l’ultima grande operazione di contrasto al caporalato in Calabria e Basilicata risale al 2020. Altre leggi, invece, generano proprio le condizioni di fragilità che gettano tante persone in balia del neo-schiavismo. Parlo della Bossi-Fini e dei decreti flussi. Come denuncia la Flai-Cgil, una volta arrivate in Italia con quel sistema, le persone sono abbandonate nelle mani dei caporali. Solo il 16% di chi arriva con i flussi ottiene il permesso di soggiorno. Che cosa succede a tutti gli altri? La legge italiana chiede allo straniero di avere un alloggio con certi requisiti. È così che si finisce nelle baracche con la paga decurtata per l’affitto. Lollobrigida rivendica l’aumento dei controlli e della lotta al caporalato, ma nella migliore delle ipotesi non sa di cosa parla: la situazione sta peggiorando. Intanto l’Italia non ha una sua agenzia di mediazione interculturale come altri Paesi. Continua a non dotarsi di Centri per l’impiego di strada in quei territori. Manca la volontà politica di combattere un sistema che si nutre anche del razzismo di Stato. Perché molto si potrebbe fare. Per esempio, moltiplicare immediatamente le ispezioni in agricoltura, con l’aiuto delle forze dell’ordine. Insieme all’Inps, dare piena applicazione alla legge 199, con l’insediamento delle sezioni territoriali. Attuare il piano di accoglienza dei lavoratori migranti, ancora inesistente a 10 anni dall’approvazione della legge. Inasprire la disciplina contro le aziende che ricorrono a forme di intermediazione illecita. Coordinare con gli ispettorati controlli in tutti le aziende agricole e in tutti i cantieri edili. Abolire la legge Bossi-Fini che, anziché combatterla, ha finito per favorire la clandestinità, rivelandosi preziosa alleata dei caporali. Quando interi settori si reggono su mano d’opera che lavora ore e ore sotto il sole per pochi euro, persone tenute ai margini non solo della società, ma perfino del diritto, è lecito parlare di economia schiavista. Perché chi è isolato, senza documenti regolari, non conosce la lingua e dipende da altri per spostarsi, dormire, mangiare, è in una condizione di vulnerabilità che diventa ricattabilità ed espone a uno sfruttamento illimitato. Ma quella fragilità è generata da un sistema che lascia migliaia di persone senza alternative. Questo modello non è solo un’offesa alla dignità dei lavoratori migranti, ma una vergogna per tutti e un fallimento dello Stato. Come ripetevano i sindacalisti che negli anni 40-50 si battevano per la riforma agraria, vogliamo la civiltà nelle campagne! Giustizia per Ullah Ismat Qiemi, Waseem Khan, Amin Fazal Khogjani, Safi Iayjad e Taj Mohammad Alamyar Strage dei braccianti, tra gli schiavi delle fragole di Niccolò Zancan La Stampa, 4 giugno 2026 Il via vai dei furgoncini, i migranti stremati, le paghe da fame. Viaggio nelle terre gestite dai caporali: “Non parliamo, andate via”. Bevono birre da 66. Non parlano, stanno seduti sul marciapiede. Buttati a terra, divisi per nazionalità, aspettano un segnale. Ma il segnale tarda a arrivare. Alle tre di pomeriggio, i fantasmi dei campi sono tutti fuori. Alla luce del sole. Chiamarli invisibili è solo un altro modo per cancellarli dalla faccia dalla terra. Perché, in realtà, dopo aver lavorato, sono qui: Statale 106, all’altezza di Roseto Capo Spulico, fra la salumeria e il bar. Ci sono già due furgoni e due minivan nello spiazzo. Li vedi, li vedi eccome. Dentro quello azzurro, sei braccianti dormono distrutti dalla fatica. È il momento di una pausa dopo la mattinata di lavoro. Gli autisti confabulano. Ma ecco un altro problema lessicale, chiamarli autisti è riduttivo: sono braccianti a loro volta, ma più inseriti. Gli unici che parlano un po’ di italiano. “Cosa vuoi? Nessuna domanda”, dice uno con un cappellino rosso. Loro sono i caporali, il tramite fra i padroni delle terre e questi braccianti che non sanno dire dove siano diretti. Lavori in Calabria o in Basilicata? “Loro mi portano, io vado”. Loro: quelli che vogliono essere pagati per il trasporto, che pretendono 150 euro d’affitto per un materasso buttato sul pavimento. Loro che guadagnano dal bisogno disperato di lavorare degli altri. Il 4 dicembre un minivan come questo si è schiantato contro un camion: sette posti, ma dentro c’erano dieci braccianti indiani e pakistani. Quattro sono morti. Ne hanno parlato in una commissione parlamentare, poi tutto è tornato come prima. Ecco il segnale: un clacson insistente. Fine della pausa. È ora di andare. Questi braccianti vengono dalla zona di Corigliano, là stanno tornando. Ogni giorno partono prima dell’alba, viaggiano verso la piana del Mataponto dove andranno a raccogliere le fragole. Otto ore di lavoro, prima di tornare indietro. Ma alla partenza, come all’arrivo, come durante il viaggio, così come nelle serre, sono davanti agli occhi del mondo. Le stime ufficiali dell’Istat, sempre prudenti, dicono che qui in Calabria il 19,6 per cento dei braccianti sono lavoratori schiavi. Ogni dieci, due vengono sfruttati e pagati una miseria. Era questa anche la vita dei quattro braccianti morti bruciati vivi, alle 14 del primo di giugno. Protestavano, chiedevano la paga. Per questo sono stati messi a tacere. I loro nomi, tre giorni dopo, dalle autorità non sono ancora stati ufficialmente divulgati, poche altre cose rendono meglio l’idea. Erano tre afgani e un pakistano, avevano vent’anni. “Parliamo di cadaveri carbonizzati, quindi si tratta di un’identificazione tecnicamente complicata”, dice il procuratore capo Alessandro D’Alessio. Ma non è soltanto questo. “Nessuno ha presentato una denuncia di scomparsa. E poi nessuno ci ha dato una mano per capire chi fossero, i cittadini in Calabria non collaborano. Non uno che ci abbia fornito delle indicazioni utili”. È questa solitudine totale il cuore della storia. Tutto quello che si sa è grazie all’unico sopravvissuto, Taj Alamyar. Adesso è stato portato in un luogo protetto. Si sa che i suoi compagni di casa, a Villapiana in Calabria, lavoravano con lui nei campi di fragole del Metaponto in Basilicata. Di uno di loro, che dovrebbe chiamarsi Khan Wassem, c’è il tesserino identificativo dell’azienda agricola “Zuccarella”, numero 204. È lì, quindi, che bisogna andare a fare domande, a Scanzano Jonico. “Vorremmo parlare con Rocco Zuccarella”. Il cancello elettrico si apre, il titolare dell’azienda agricola ci viene incontro: “Io sono il primo a essere molto triste e anche arrabbiatissimo per quello che è successo. Sono qui, a disposizione della magistratura, con la massima trasparenza”. Ha visto che i quattro braccianti assassinati lavoravano da lei? “Fino a undici giorni fa, quando abbiamo finito la raccolta delle fragole nelle serre. Dopo non è possibile che siano stati qui. Facciamo dei contratti a chiamata”. Conosceva i caporali? “Erano tutte persone in regola, a cui abbiamo fatto la visita medica, fatto firmare un contratto e dato una paga giornaliera superiore a quella prevista per legge, che dovrebbe essere di 48 euro mentre qui è di 50. Noi paghiamo ogni singolo lavoratore con bonifici”. Come si spiega il fatto che i lavoratori chiedevano i soldi? “Il nostro giorno di paga è il 12 del mese. Quindi, magari, erano in attesa del pagamento di maggio. Oppure, negli ultimi giorni sono finiti a lavorare in altri posti, dove hanno trovato una situazione diversa”. Ancora: si era accorto dei caporali? “Io non posso sapere cosa c’è dietro alla vita delle persone che arrivano qui”. C’è tutto in queste terre, modernità e arretratezza. Ma su duemila aziende agricole della Basilicata, solo 90 hanno aderito alla “Rete del lavoro agricolo di qualità”. E poi c’è lo sfruttamento intorno al lavoro, quello che riguarda vitto e alloggio. “I braccianti dormono nei garage, oppure nei casolari abbandonati, alcuni sotto al ponte ferroviario” spiega Pino Passerelli presidente dell’associazione “Tutti migranti” di Metaponto. “Verso le 5.30 sono vicino alla farmacia o alla stazione, i caporali vengono a prenderli e se li portano in campagna. Non hanno posti per dormire, questo è il problema. Non sono tanti. Basterebbe un po’ di volontà politica. E invece, siccome vanno bene solo per lavorare e poi devono sparire e tornare fantasmi, nessuno pensa di trovare dei posti al sicuro per loro, delle case, dei centri, un luogo dove farli dormire”. Il libro di Alessandro Leogrande intitolato “Uomini e caporali” racconta fatti del 2005. Sono passati più di vent’anni e siamo ancora qui a ripetere le stesse cose. Fine vita mai: l’Aula rispedisce il dossier nelle commissioni di Francesca Spasiano Il Dubbio, 4 giugno 2026 Copione già scritto al Senato: la maggioranza chiede il rinvio per riaprire il testo Zanettin-Zullo. Bazoli (Pd): “Non c’è più tempo: così si seppellisce la legge”. È bagarre in due atti sul fine vita. Il primo prepara al secondo. Ma bisogna tornarci dopo, partendo dalla fine. Ovvero dal verdetto dell’Aula che nel pomeriggio archivia il debutto lampo della legge al Senato rispedendo il dossier in commissione. Nessuno, tra i parlamentari, si mostra sorpreso: il copione è già scritto. E lo annuncia ad apertura di seduta Lucio Malan, capogruppo di FdI, che prende parola per presentare a nome della maggioranza la richiesta di sospensiva secondo l’articolo 93 del regolamento. “Non per procrastinare i tempi - assicura - ma per trovare una soluzione”. Forza Italia chiede altro tempo per lavorare sul testo dell’azzurro Pierantonio Zanettin e del meloniano Ignazio Zullo con i propri emendamenti, nel tentativo di sciogliere il nodo del servizio sanitario nazionale. Gli alleati si accodano, ognuno per i propri motivi. Che tanto di votare il ddl firmato dal dem Alfredo Bazoli sostenuto da tutti i partiti di minoranza - e definito “eutanasico” da FdI - non se ne parla neanche. Le opposizioni protestano. Ma è un grido stanco, dopo due anni di attesa. E l’ennesimo voto che arriva scontato: il via libera al rinvio passa con 88 sì, 59 no e nessun astenuto. Prima che il tabellone si accenda persino Bazoli, fin qui principale negoziatore in campo per il Pd, sembra già rassegnato e batte le dita sul banco con fare sereno. Poi il clima si scalda attorno ai due interventi chiave: il suo e quello della neocapogruppo degli azzurri al Senato, Stefania Craxi. È lei ad aver riportato il dossier al centro del tavolo, dopo la “svolta liberal” impressa da Arcore. Ed è lei ancora lei, in Aula, a garantire: “La richiesta di tornare in Commissione non è una strategia dilatoria. Saremmo i primi a denunciarla, se lo fosse. Noi di Forza Italia abbiamo scelto di riportare questo dossier al centro della discussione perché riteniamo che il Parlamento non possa più sottrarsi a una materia che riguarda la persona, la sua libertà, la sua dignità. E questa discussione deve essere libera. Non c’entra il Governo, non c’entrano le maggioranze o le opposizioni”, scandisce Craxi. Che ritiene quello del centrodestra un “testo aperto” su cui trovare un accordo entro l’estate. “È un dibattito abbastanza avvilente. Il rinvio del provvedimento in commissione significa il definitivo seppellimento del disegno di legge. Non c’è più tempo, questa è l’ultima finestra che abbiamo”, replica di Bazoli. Per il quale il Parlamento, a sette anni dal monito della Consulta, sta semplicemente “abdicando al suo ruolo”. Concedendo così “la vittoria a quelle forze di destra che non si espongono chiaramente, ma si limitano a impedire che una legge arrivi”. A maggior ragione ora che la legislatura è agli sgoccioli: nella migliore delle ipotesi il testo potrà ottenere il via libera in prima lettura. Poi ci penserà il prossimo Parlamento. Mentre decine di persone, nel vuoto normativo riempito dalla Corte Costituzionale, attendono di conoscere il proprio destino. È il caso di Lucia, 80enne triestina affetta da una rara patologia neurodegenerativa morta oggi in Svizzera tramite suicidio assistito dopo il no dell’azienda sanitaria del Friuli Venezia Giulia. La sua vicenda piomba sui lavori dell’Aula con le parole della senatrice del M5S e vicepresidente del Senato Mariolina Castellone, che parla di “presa in giro” da parte della maggioranza. Mentre Fdi respinge l’accusa al mittente al termine di una giornata che (dicevamo) era già cominciata tra le polemiche. Lo scontro si consuma nelle commissioni riunite Giustizia e Affari sociali, durante le due audizioni “extra” chieste da FI per interpellare l’Istituto superiore di sanità e il Cnr. L’obiettivo è scoprire se esista uno strumento medico che consenta, con l’ausilio della tecnologia, l’autosomministrazione del farmaco letale a chi si trova in una condizione di immobilità. Ma la risposta è netta: “Allo stato attuale non risultano reperibili dispositivi regolarmente autorizzati all’immissione in commercio, con marchio CE, per l’auto somministrazione di farmaci che siano idoneamente impiegabili nella procedura di morte volontaria mediamente assistita da parte di persona immobilizzata o comunque altrimenti impossibilitata all’auto somministrazione del farmaco letale, né risultano alla presidenza dell’ente che siano allo studio o in fase di implementazione progetti relativi ai dispositivi richiamati”. Così scrive il presidente del Cnr Andrea Lenzi in una lettera distribuita in audizione. E così conferma il presidente dell’Iss, Rocco Bellantone, il quale precisa che la “tecnologia non può creare il diritto, sostituendosi alla valutazione clinica ed etica” del personale sanitario. Il fatto è che lo strumento di cui si discute è stato usato per la prima volta lo scorso marzo da “Libera”, 55enne toscana affetta da sclerosi multipla che ha avuto accesso alla procedura grazie a un puntatore oculare messo a punto dallo stesso Cnr su ordine del Tribunale di Firenze dopo la sentenza della Consulta sul caso. Il dettaglio non sfugge ai senatori delle opposizioni. Ma non sfugge neanche al relatore Zanettin, i cui dubbi restano senza risposte. Almeno per ora. Tanto di tempo per discutere ce ne sarà ancora, fa notare amaramente qualcuno. “Perché ho come la sensazione che torneremo in commissione...”, dice Ivan Scalfarotto di Iv. Facile profeta di un epilogo già scritto. Suicidio assistito, il Senato mette la pietra tombale sulla legge di Eleonora Martini Il Manifesto, 4 giugno 2026 Il ddl Bazoli arriva in aula, i partiti di governo rinviano di nuovo tutto in commissione. La legge sul fine vita richiesta sette anni fa dalla Corte costituzionale è di fatto morta. Con eutanasia, dopo una lunga vita di sofferenze e senza dignità. Come previsto, infatti, il ddl Bazoli, approdato in Aula al Senato ieri senza relatori, dopo appena un’ora e mezza di interventi è stato rispedito alle commissioni riunite Giustizia e Sanità dove lo stallo perdura da oltre due anni. Il testo del senatore dem Bazoli era stato ripescato proprio per l’impossibilità di sbloccare l’impasse in commissione - a mediare era stato il presidente La Russa dopo il pressing di Forza Italia - ma con 88 voti favorevoli e 59 contrari la maggioranza ieri ha approvato la questione sospensiva presentata da Fd’I e ha rinviato di nuovo la palla fuori dagli spalti. Il Presidente dei senatori meloniani Malan ha spiegato che in commissione la discussione ripartirà dal testo base dei relatori Zanettin (FI) e Zullo (Fd’I), “unitamente ad altre proposte, compresa quella di iniziativa popolare”. Una precisazione d’obbligo, quest’ultima, dopo che l’associazione Coscioni ha diffidato il presidente La Russa per la mancata calendarizzazione della loro pdl depositata 11 mesi fa. Intanto, la capogruppo forzista Stefania Craxi aveva già ottenuto la proroga al 9 maggio per la presentazione degli emendamenti. Ma sono tutti solo diversivi: la maggioranza spera così di arrivare a quell’intesa che non ha trovato finora tra le destre liberali e quelle oltranziste. Mentre, come ricorda De Cristofaro (Avs), il ddl Bazoli è pronto da tempo, visto che aveva già ottenuto il primo sì alla Camera nella scorsa legislatura, anche con i voti favorevoli di alcuni esponenti del centrodestra. In questa legislatura, invece, la legge sul suicidio medicamente assistito “è stata presenta ad ottobre 2022 e incardinata in commissione solo un anno e mezzo dopo, ad aprile 2024”, ricostruisce Bazoli che ricorda le “quasi cento audizioni, un numero che non si è visto neppure per le riforme costituzionali”, un comitato ristretto che è servito solo a perdere altro tempo, e alla fine “il testo Zanettin Zullo che è in palese conflitto con la sentenza della Consulta”. “Malgrado tutto - sottolinea l’esponente dem - abbiamo aperto la discussione, ma la commissione non è stata riconvocata per 7 mesi. E ora questo rinvio è l’ennesima l’abdicazione del nostro ruolo di parlamentari, la dimostrazione che vince quella destra che una legge non la vuole, senza neppure il coraggio di dirlo”. Tutta l’opposizione si schiera contro “una decisione scandalosa”, un affossamento “indegno”, aggiunge Schlein. Con la fine della legislatura all’orizzonte, infatti, non ci sono i tempi, seppure ci fosse la volontà. Plaude Pro Vita & famiglia, mentre La Russa se la cava con un: “Non posso rammaricarmi per una decisione presa dal Senato”. ANCHE in commissione tira aria di inganno. Fa molto discutere, infatti, l’audizione del presidente del Cnr Lenzi riguardo i dispositivi per l’autosomministrazione del farmaco durante il suicidio assistito. In una memoria scritta, Lenzi ha negato la disponibilità di “dispositivi regolarmente autorizzati all’immissione in commercio con marchio CE”. “Una palese menzogna”, ribatte l’opposizione. D’altra parte, se così fosse, non avrebbero potuto porre fine alle loro sofferenze i 17 pazienti italiani che hanno finora ottenuto il via libera al suicidio assistito dopo la sentenza del 2019. E soprattutto, come ricorda l’associazione Coscioni, “è stato proprio il Cnr, su incarico del Tribunale di Firenze, a progettare e realizzare il puntatore oculare che ha permesso a “Libera” di auto infondersi il farmaco. Negarne oggi l’esistenza significa disconoscere un precedente concreto e umiliare il lavoro svolto dai tecnici dello stesso Cnr”. Ieri intanto i volontari dell’associazione Soccorso civile si sono autodenunciati pubblicamente per aver accompagnato in Svizzera a morire Lucia, una donna di 80 anni triestina affetta da una rara patologia neurodegenerativa ma che non aveva ottenuto il via libera in quanto, secondo l’Asl non dipendeva da trattamenti di sostegno vitale. Si tratta della decima disobbedienza civile al divieto di aiuto al suicidio.