Io giudice di Sorveglianza vi dico che il carcere può essere “guarito” in poche semplici mosse di Giuseppe Mastropasqua* Il Dubbio, 3 giugno 2026 L’esecuzione delle pene detentive e pecuniarie presenta molteplici criticità, che di fatto ne vanificano la finalità rieducativa sancita dell’articolo 27, comma 3 della Costituzione, ovvero la concreta possibilità di avviare un reale percorso di inclusione sociale e di rielaborazione critica delle condotte criminose perpetrate. La prima criticità è rappresentata dal sovraffollamento carcerario; gli istituti penitenziari - a fronte della capienza regolamentare di 51.265 posti - alla data del 30 aprile 2026 ospitano 64.412 fra condannati e imputati. A detto sovraffollamento si aggiunge la scopertura delle piante organiche del personale di polizia penitenziaria e dell’area pedagogica; ciò determina oggettive difficoltà nell’assicurare sia i servizi di traduzione, vigilanza e piantonamento dei detenuti, sia l’osservazione scientifica della personalità e la realizzazione di attività trattamentali costanti ed efficaci. Detta condizione di sovraffollamento si riversa pesantemente su Tribunali e Uffici di sorveglianza, che spesso non riescono a far fronte all’ingente mole di lavoro per il fatto che hanno ampie scoperture organiche soprattutto del personale amministrativo, le cui piante organiche risalgono al 2015 e sono inadeguate a fronteggiare il flusso delle sopravvenienze. La seconda criticità s’identifica nello stato di degrado di diversi istituti penitenziari: mancanza di acqua calda, servizi comuni a intere sezioni, muri scrostati, docce malfunzionanti, impianti di riscaldamento obsoleti, insufficienza degli spazi destinati a passeggio, a socialità e alle attività trattamentali sono i fattori critici più evidenti. La terza criticità è costituita dalle carenze nell’assistenza sanitaria e nella cura delle patologie psichiatriche riguardanti una consistente percentuale di persone detenute: non sono poche le aziende sanitarie locali che hanno vaste scoperture organiche del personale medico e infermieristico. La quarta criticità concerne le difficoltà degli Uepe, Uffici per l’esecuzione penale esterna, nel gestire e svolgere con tempestività gli interventi loro richiesti dai giudici e, in particolare, dalla magistratura di Sorveglianza: si tratta di difficoltà connesse all’elevatissimo numero di affari presi in carico, tra i quali, alla data del 30 aprile, si segnalano 40.725 richieste di indagini e consulenze, nonché la gestione di ben 101.161 persone sottoposte a misure di varia natura. Inoltre questi Uffici, sempre al 30 aprile, gestivano 49.241 condannati in misura alternativa alla detenzione, 9.273 persone sottoposte a pene sostitutive, 5.346 liberi vigilati, 26.414 imputati in messa alla prova, 10.886 condannati in sospensione condizionale della pena e ammessi ai lavori di pubblica utilità. La quinta criticità riguarda la difficoltà nel recupero delle pene pecuniarie: ciò determina a cascata un vorticoso giro di “carte” dall’Agenzia di riscossione al competente ufficio requirente e, poi, da questo alla magistratura di sorveglianza per l’eventuale conversione delle pene pecuniarie, oppure - in caso di accertata solvibilità del condannato - per la restituzione degli atti al pubblico ministero, affinché a sua volta li ritrasmetta all’Agenzia di riscossione per il recupero coatto della somma dovuta. Quali possono essere i rimedi a dette criticità? Si possono formulare le seguenti proposte. Innanzitutto, una riforma della normativa penale sostanziale e processuale e sull’ordinamento penitenziario nella direzione della depenalizzazione e dell’ampliamento delle maglie di accesso alle misure alternative alla detenzione e alle misure sostitutive, introducendo ad esempio l’affidamento in prova ai servizi sociali sostitutivo. Ancora, un ampliamento e copertura delle piante organiche del personale di Polizia penitenziaria, del personale operante negli istituti di pena, della magistratura di Sorveglianza, del personale amministrativo dei Tribunali e Uffici di Sorveglianza, degli Uepe. L’attribuzione all’Agenzia di riscossione della competenza sul recupero e rateizzazione delle pene pecuniarie, coinvolgendo gli Uffici di Sorveglianza solo dopo aver inutilmente esperito le procedure previste ex lege per il recupero delle somme dovute. Rivedere l’edilizia carceraria e ristrutturare gli istituti penitenziari esistenti. Aumentare i posti nelle Rems e la dotazione di braccialetti elettronici. Le suddette proposte sono in parte a costo zero, in parte realizzabili mediante una spesa contenuta o comunque frazionabile mediante programmazione pluriennale. Spetta al decisore politico adottare le iniziative più efficaci e adeguate, nella consapevolezza che la strada da seguire rispetti i principi costituzionali in materia di esecuzione penale e che la comunità e le istituzioni possano trarre reali benefici in termini di sicurezza sociale e di contenimento della spesa pubblica: un detenuto in meno riduce i costi di mantenimento in carcere. *Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Lecce Troppi minori in carcere di Alessandra Vescio marieclaire.it, 3 giugno 2026 Sempre più minori in carcere: cosa sta succedendo alla giustizia minorile italiana. Secondo l’ultimo report di Antigone, l’associazione che si occupa della tutela dei diritti e delle garanzie nel sistema penale, al momento in Italia sono detenute 581 persone minorenni. Non solo si tratta di un dato già elevato di per sé, ma rappresenta anche un aumento notevole rispetto al passato: in confronto al 2022, infatti, c’è stato un incremento del 52,5%. A ciò vanno aggiunti anche i trasferimenti delle persone che sono state detenute quando erano minorenni e trasferite poi nelle carceri per adulti appena compiuti i 18 anni. Questo aumento non è dovuto, secondo Antigone, a una crescita della criminalità minorile, ma piuttosto all’inasprimento delle pene favorito dal cosiddetto “decreto Caivano”, che da settembre 2023 ha introdotto una serie di misure per contrastare la criminalità giovanile. Già lo scorso anno, quando i minori detenuti erano 597, l’associazione aveva segnalato come il decreto e le sue misure restrittive avessero provocato il sovraffollamento di molti Istituti penali per minorenni, un fenomeno fino a quel momento riscontrato soltanto nelle carceri per adulti. La risposta del governo è stata quella di creare nuovi spazi e istituti, inclusa?l’apertura di una sezione all’interno del carcere per persone adulte di Bologna: un atto che, spiegano da Antigone, “ha rotto, concretamente e simbolicamente, il principio fondamentale della separazione tra giustizia minorile e per adulti”. Secondo Pippo Costella, direttore dell’associazione di promozione e tutela dei diritti dei minori Defence for Children Italia, il decreto Caivano va inquadrato come “espressione di una politica e sintomo di un cambiamento profondo che in questo momento sta avvenendo nella giustizia minorile” in senso ampio, che sta passando “da una logica in cui la misura penale va intesa come l’ultima ratio al privilegiare invece l’approccio repressivo”. E questo, sebbene sia “già stato dimostrato ampiamente che la punizione disciplinare non è efficace né per le persone né per la comunità, e sul lungo periodo rischia di creare una distanza ancora più ampia tra istituzione e ragazzi”. Il rapporto di Antigone segnala inoltre che le misure più restrittive colpiscono principalmente le persone minorenni di origine straniera, a prescindere dalla gravità del reato di cui sono accusate. Di queste, sono soprattutto i minori stranieri non accompagnati?a essere sempre più numerosi negli istituti penali. Negli ultimi dieci anni, il numero di questi bambini e adolescenti presenti in Italia ha subito delle oscillazioni, alternando periodi in cui gli arrivi aumentavano ad altri in cui invece si riducevano notevolmente. Secondo le più recenti rilevazioni del governo, i minori stranieri non accompagnati presenti in Italia a fine aprile 2026 erano 14.394, sebbene sappiamo che non è sempre facile individuarli e tenerne traccia. Intanto, il sistema di accoglienza in Italia?dei minori stranieri non accompagnati è non soltanto stato definito da molte persone esperte come in estrema difficoltà, ma anche i fondi destinati e previsti nei prossimi anni si sono ridotti: Antigone ha segnalato infatti che, tra il 2016 e il 2026, il fondo per l’accoglienza di questi minori ha subito una riduzione di poco più del 32%. “La sovra rappresentazione dei minori stranieri non accompagnati negli istituti penali è chiaramente il risultato di un processo di discriminazione di questi minori dalle opportunità che dovrebbe avere qualsiasi minore in Italia, da qualsiasi parte arrivi”, commenta Costella: “Non è che i minori stranieri sono più cattivi, ma piuttosto la detenzione colpisce le persone più vulnerabili”, e “un sistema di accoglienza che non capisce e non accompagna le aspirazioni di un ragazzo determina precarietà per il ragazzo stesso, e non è difficile che ciò sfoci in situazioni in cui il ragazzo diventa vittima o autore di reati”. Per denunciare quella che Costella definisce “una situazione drammatica di un sistema di giustizia che sta progressivamente perdendo tutte le prerogative educative e riabilitative che dovrebbe avere”, a giugno 2025 Antigone, Defence for Children Italia e l’associazione contro la criminalità organizzata Libera hanno lanciato un appello sulla giustizia minorile italiana, che ha portato poi all’organizzazione di un’assemblea pubblica a Roma a febbraio 2026. In quell’occasione sono nati gli “Stati Generali della giustizia minorile” che, oltre alle tre associazioni promotrici, hanno visto l’adesione di numerose altre organizzazioni e operatori del settore. L’approccio degli Stati Generali, precisa allora il direttore di Defence for Children Italia, non è giustificativo, ideologico o buonista, ma piuttosto frutto del lavoro di persone che ogni giorno lavorano e si confrontano con lo stato degli Istituti penali per minorenni in Italia. In ogni caso, secondo Costella, per come sono organizzati e gestiti “gli istituti penali non servono e sono uno spreco di risorse”, soldi pubblici che potrebbero invece essere investiti altrove, come nell’accoglienza e nella prevenzione. Come spiega il direttore di Defence for Children Italia infatti non è possibile scindere la giustizia minorile da un’analisi delle cause che portano i minori a entrare in contatto con la giustizia stessa. “Cosa c’è prima che un ragazzo affronti una misura di giustizia?”, dovremmo chiederci secondo l’esperto: se non lo facciamo, quello che viene fuori sono “analisi ottuse” che non tengono in considerazione l’influenza di fattori e circostanze specifiche, come “una scuola che non risponde alle esigenze dei ragazzi o i contesti deprivati, dove i livelli essenziali sono traditi continuamente”. Sono riflessioni e analisi essenziali, sostiene Costella, che implicano “capacità tecnica, analitica e anche etica, perché, se si parla di giustizia, come si può evitare una dimensione di carattere etico?”. Due morti in carcere tra Napoli e Teramo, riesplode l’emergenza Il Dubbio, 3 giugno 2026 A Poggioreale suicida un 27enne, a Castrogno morto un detenuto egiziano: garanti e sindacati denunciano sovraffollamento e carenze. La morte continua a entrare nelle carceri italiane con una frequenza che trasforma ogni singolo caso in un segnale d’allarme più ampio. Nelle ultime ore due episodi, tra Napoli e Teramo, hanno riportato al centro la fragilità del sistema penitenziario: un suicidio nel carcere di Poggioreale e il decesso, ancora da chiarire, di un giovane detenuto nel carcere di Castrogno. A Napoli, un detenuto straniero di 27 anni si è tolto la vita nella notte a Poggioreale. A darne notizia è stato il garante dei detenuti della Regione Campania, Samuele Ciambriello, che ha collegato l’episodio al quadro nazionale delle morti negli istituti di pena. Il suicidio a Poggioreale e l’allarme del garante - “Dall’inizio dell’anno ad oggi in Italia i morti sono 93, di cui 23 suicidi e 69 per altre cause: alcuni morti per malattie, alcuni morti per cause da accertare”, ha dichiarato Ciambriello. In Campania, ha aggiunto il garante, “dall’inizio dell’anno con questo suicidio salgono a 4 i suicidi avvenuti negli istituti penitenziari campani, a cui si aggiungono altri 3 morti, 2 dei quali per cause da accertare”. Per Ciambriello i fattori di rischio sono molteplici e si alimentano a vicenda: “Sono il sovraffollamento, fattori emotivi, fattori giudiziari, la solitudine, la vulnerabilità giovanile, soprattutto per queste persone la detenzione diventa un dolore insopportabile”. Il garante insiste sulla necessità di rafforzare la presenza sanitaria e psicologica negli istituti. “Abbiamo bisogno di psicologi, di psichiatri. I suicidi nelle carceri rappresentano una delle emergenze più grandi del sistema penitenziario italiano, con un tasso di mortalità che supera di gran lunga la media europea”, ha affermato. Poi l’accusa alle istituzioni: “La politica, il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria fanno amplificare questo fenomeno visto il sovraffollamento cronico degli istituti di pena, delle condizioni di grave disagio psicologico vissuto dai detenuti e anche dalle condizioni inumane e degradanti. Occorre intervenire subito”. A Castrogno morto un detenuto di 25 anni - Nelle stesse ore è arrivata un’altra notizia dal carcere di Castrogno, a Teramo. Un detenuto di origine egiziana, 25 anni, è morto in circostanze ancora da chiarire. “Si sospetta possa avere inalato il gas contenuto in una bomboletta da campeggio in uso ai detenuti per riscaldare, così come da regolamento penitenziario, quelle vivande spesso inviate dai loro familiari”, ha dichiarato Mauro Nardella, segretario nazionale del Coordinamento di polizia penitenziaria e del Sindacato di polizia penitenziaria. Secondo quanto riferito da Nardella, per chiarire le cause del decesso sono state avviate indagini ed è stata disposta l’autopsia. “La morte di un detenuto, per qualsiasi motivo essa accada, è fonte di dolore e inquietudine, per tutti, siano essi ristretti che addetti ai lavori”, ha sottolineato. Il giovane stava scontando la pena in una delle celle del carcere di Castrogno, istituto che da tempo convive con sovraffollamento e carenze di organico. Un contesto che, secondo il sindacato, rende ancora più difficile garantire sicurezza, trattamento e percorsi rieducativi. Sovraffollamento e organici scoperti - I numeri del carcere di Castrogno restituiscono la dimensione del problema. “Allo stato, al Castrogno sono 452 detenuti presenti a fronte di 255 posti regolamentari”, ha spiegato Nardella. Significa, secondo le tabelle ministeriali richiamate dal sindacato, circa 200 detenuti in più rispetto alla capienza prevista: “Tanti quanti, cioè, la capienza di un altro istituto di pena di media grandezza”. A questo si aggiunge la carenza di personale. “Il sovraffollamento carcerario, unito a una mancanza di circa il 15% di agenti, non aiuta per niente, né in termini del mantenimento di ordine e sicurezza né, così come previsto dall’articolo 5, comma 2 della Legge di Riforma della Polizia penitenziaria, nell’ambito del trattamento e della rieducazione”, ha aggiunto Nardella. Il riferimento finale è all’articolo 27, comma 3, della Costituzione, che assegna alla pena una funzione rieducativa. Ma quando gli istituti superano largamente la capienza, quando il personale è insufficiente e quando il disagio psicologico non trova risposte tempestive, quella funzione rischia di restare solo un principio scritto. Se la responsabilità giudiziaria cade nel vuoto di Antonio Mastrapasqua Il Riformista, 3 giugno 2026 La nuova iniziativa di Forza Italia sulla giustizia è un flop tra gli alleati. C’è chi ha preso l’esito del referendum dello scorso mese di marzo come una pietra tombale sul tema della riforma della Giustizia. Non tutti per fortuna. Ma anche nella maggioranza, che era parsa tetragona nel difendere il quesito sulla separazione delle carriere dei magistrati, riemergono tentazioni giustizialiste, mai sopite, che si traducono in una difesa sostanziale dei giudici che sbagliano. La nuova iniziativa di Forza Italia - che per bocca del presidente dei suoi deputati, Enrico Costa - ha annunciato una proposta di legge sulla responsabilità dei giudici, non ha trovato molti consensi nei partiti alleati. In un messaggio postato su “X”, Costa ha scritto: “Sono trascorsi due mesi dal referendum sulla giustizia che, al di là del risultato deludente, ha evidenziato tante criticità che restano, irrisolte, ancora tutte sul tavolo. La strada da intraprendere è quella di intervenire con riforme ordinarie capaci di restituire piena efficienza all’amministrazione della giustizia e di rafforzare le garanzie costituzionali assicurate ai cittadini”. “I temi sono molti, a partire dagli interventi sul processo civile e alle riforme già approvate in un ramo del Parlamento su prescrizione e smartphone. Fondamentali sono - aggiunge Costa - interventi in tema di ordinamento giudiziario, per far fronte alle “degenerazioni correntizie” riconosciute tardivamente anche dall’Anm e per garantire che al merito non si anteponga la tessera di corrente”. “Certamente irrisolti sono i temi dell’abuso della custodia cautelare, delle troppe ingiuste detenzioni, così come occorrerà riportare all’ordine del giorno il tema dell’inappellabilità delle sentenze di assoluzione. Sul tema del sovraffollamento carcerario occorrerà una riflessione in Parlamento per garantire il rispetto dei principi costituzionali. In questo scorcio di legislatura, il tempo per taluni significativi interventi c’è ancora, a condizione di non indugiare, ma - conclude l’esponente di Forza Italia - riprendere subito slancio e stabilire le priorità su cui puntare”. “Stiamo inoltre predisponendo una proposta di legge sulla responsabilità civile dei magistrati sulla quale ci confronteremo all’interno della maggioranza”. Queste ultime parole segnalano e confermano che nella maggioranza non tutti la pensano allo stesso modo. Dalla Lega timidi segnali di disponibilità, per bocca di Giulia Bongiorno presidente della commissione Giustizia del Senato e responsabile del dipartimento giustizia del partito, nonché avvocato di Matteo Salvini. Ma il testo deve essere scritto “in modo equilibrato, non deve avere un carattere di legge punitiva”. Da Fratelli d’Italia un silenzio assordante, interrotto da una dichiarazione del sottosegretario alla Giustizia ed esponente di FdI, Alberto Balboni, che forse è peggio del silenzio: “È difficile esprimere un giudizio su un’iniziativa di cui non si conoscono ancora i contenuti. Come per ogni proposta avanzata da una forza di maggioranza, la valuteremo con attenzione. Del resto, c’è stato anche un referendum”. Infatti, quasi quarant’anni fa, nel 1987, Il referendum sulla responsabilità civile dei magistrati ha sancito l’abrogazione delle norme del codice di procedura civile (articoli 55, 56, 74) che limitavano la responsabilità diretta dei giudici. Ma dopo la scelta degli italiani - con oltre l’80% dei sì - il Parlamento approvò la “legge Vassalli” il cui disposto, secondo i radicali che con Pli e Psi promossero il referendum (anche sull’onda del caso Tortora), si allontanava decisamente dalla decisione presa dagli italiani nel referendum, facendo ricadere la responsabilità di eventuali errori non sul magistrato, ma sullo Stato. Insomma, da 40 anni potremmo dire che giace irrisolto un problema, e si è manifestato un non piccolo vulnus nel sistema democratico: il Parlamento non ha fatto quello che il Popolo (sovrano) ha chiesto, manifestando la propria volontà attraverso un referendum. E la magistratura è stata sottratta alle sue responsabilità, anche di fronte a errori conclamati: è appena il caso di ricordare che si tratta di mille errori all’anno; quindi, mille italiani ogni anno pagano le conseguenze di sentenze che si rivelano ingiuste, senza che nessun giudice paghi - nemmeno con freni alla carriera - per gli sbagli commessi. Errare è umano. Certo, ma anche pagare per i propri errori lo è. Per tutti. O no? Serve coraggio ma si può ancora evitare che l’Italia diventi una repubblica “togacratica” di Tiziana Maiolo Il Dubbio, 3 giugno 2026 Dopo il referendum, il vertice al ministero riapre il dossier: responsabilità civile, custodia cautelare e smartphone. Chissà se i tredici milioni di cittadini italiani che hanno votato Sì al referendum sull’ordinamento giudiziario saranno seduti oggi nell’ufficio del ministro Carlo Nordio a discutere di giustizia e di riforme. Se lo meritano e saranno comunque in qualche modo presenti in via Arenula, insieme al guardasigilli, il viceministro e i sottosegretari, cui si uniranno i presidenti delle commissioni Giustizia di Camera e Senato, ma soprattutto i capigruppo dei partiti di maggioranza dei due rami del Parlamento. Sarà la prima volta, a due mesi dalla consultazione referendaria, in cui si metteranno sul tavolo, asciugate le lacrime per una sconfitta ingiusta e un risultato “imbroglionesco”, le intenzioni concrete della maggioranza di governo sulla realizzazione di un vero Stato di diritto. Non sarà facile fare i conti con i princìpi e nello stesso tempo con la scadenza elettorale delle Politiche del 2027. Ogni leader di partito, a partire dalla stessa Giorgia Meloni, ma anche personaggi non secondari come Stefania Craxi e Enrico Costa, due garantisti doc che oggi guidano i parlamentari di Forza Italia, dovrà scegliere i propri interlocutori. Che non sono solo quei tredici milioni, di cui una parte è fuori da quella della maggioranza di governo, ma anche e soprattutto quelli che hanno riempito il grande buco dell’astensionismo pur essendo fidelizzati magari nello stesso partito della presidente del Consiglio. È a loro soprattutto, e ce ne sono tanti, in particolare nelle regioni del Sud, che sono pronti a votare e rivotare il partito di Silvio Berlusconi, che si dovranno rivolgere Craxi e Costa. Per spiegare che chiedere la responsabilità civile per i magistrati, come chiese quarant’anni fa con un referendum più dell’80% dei cittadini, non è una vendetta. Anche perché parlano i numeri: il 98% dei magistrati viene sempre promosso nelle valutazioni di carriera, compresi quelli che sbagliano. E nel migliaio di cause intentate dai cittadini che hanno subito gli errori giudiziari, solo l’1,4% dei responsabili viene punito. Ma esiste un dato di cui dobbiamo essere tutti consapevoli. Chi ha imbrogliato gli elettori nella campagna referendaria sostenendo che il governo voleva mettere i giudici sotto il proprio tallone, sarà capace di tutto, non appena il Parlamento cercherà di rialzare la testa con un programma di riforme. È vero, quella che stabilisca il fatto che le toghe, proprio come tutti gli altri, dovrebbero pagare di persona per i propri errori, è di gran lunga la riforma più importante. Ma il ministro Nordio, che fu a sua volta promotore di un referendum, non ritiene che sia la più urgente. Non perché non ci creda, ma perché conosce bene i suoi ex colleghi e teme, come del resto Giorgia Meloni, di dover affrontare una campagna elettorale, da oggi fino alla scadenza del 2027, in cui gli antagonisti politici del centrodestra non sarebbero i partiti del “Campo largo”, ma il sindacato dei magistrati. Cioè quello che è oggi (ma forse lo è da Mani Pulite in avanti) il soggetto politico più forte.E bisogna stare molto attenti, ma questo lo sanno bene, anche per le due storie di famiglia che stanno alle loro spalle, sia Craxi che Costa, a non ridursi a svolgere ruolo di pura testimonianza. Lo poteva fare Marco Pannella, che con la sua piccola truppa corsara di deputati e senatori, riusciva a smuovere le montagne. Ma non se lo possono permettere forze al governo in un momento in cui si prospettano prossimi risultati elettorali addirittura di pareggio. Arrendersi dunque a una sorta di “togacrazia” e rinunciare a tutto, compresa la propria storia politica e personale? Certo che no, e c’è voluta la sveglia di Marina Berlusconi, un’altra con solida storia personale e politica alle spalle, perché ci si destasse dal torpore da pugile suonato del dopo-referendum. Le possibilità di riprendere le fila di un sano riformismo di cui il centrodestra non dovrebbe mai dimenticarsi, ci sono, non sono poche, sono anche di qualità. Sarebbe per esempio una quasi bestemmia lasciar cadere quella riforma, già approvata e fortemente voluta dallo stesso guardasigilli, che impone la decisione collegiale sulla custodia cautelare. Alla magistratura associata questo cambiamento non piace per niente, perché profuma troppo di anticamera di carriere separate. Difficile che tre giudici si “appiattiscano” sul volere del pm e sulle sue richieste. Ma non la criticano nel merito. Così la discussione verte quasi del tutto su problemi di organico. Che esistono, nonostante le nuove assunzioni e i nuovi concorsi banditi negli ultimi anni. Ma che sarebbero almeno in parte superabili se venisse accolta la proposta del viceministro Francesco Paolo Sisto di far decidere sulle richieste di custodia cautelare i giudici del Tribunale capoluogo del distretto, in tal modo azzerando i problemi di incompatibilità. Certo, come sempre in politica, ma anche nel mondo del lavoro e della giustizia, c’è una questione di rapporti di forza. Ma chinare la testa a ogni stormir di fronda della magistratura associata e rinunciare a mostrarsi, da parte della maggioranza del Parlamento soprattutto, come forza riformatrice, può diventare rischioso anche sul piano elettorale. I partiti immobili con le mani in mano, finiscono per non piacere agli elettori. È giusto quindi mostrarsi pronti al cambiamento, anche sulla giustizia. C’è un’altra norma di civiltà, che andrebbe approvata: quella che dovrebbe regolare i sequestri degli smartphone, ma che è vista con perplessità dalla presidente della Bicamerale Antimafia, Chiara Colosimo. Siamo alle solite: non è con la moltiplicazione dei “doppi binari”, o i condizionamenti del contrasto alla mafia delegato ai pm, che si costruisce lo Stato di diritto. Ma al contrario con l’applicazione di regole precise che non consentano smagliature sul piano delle garanzie. Applicando le quali si sarebbero probabilmente evitate molte morti del passato. La riunione di oggi sulla giustizia cade anche nel bel mezzo di un’altra campagna elettorale, quella per il rinnovo del Csm. Sarà bene che si accendano luci e lampadari su quel che sta succedendo, con risse e botte da orbi tra le correnti sindacali delle toghe per le nomine e gli incarichi. Roba da fare impallidire i tempi di Luca Palamara e l’hotel Champagne. I cittadini, non solo i 13 milioni che hanno votato Si al referendum, ma anche quelli del No e soprattutto i tanti di centrodestra che non sono andati al seggio, devono vedere con i propri occhi. E capire che una norma che stabilisca che tutti, ma proprio tutti, debbano essere chiamati a pagare quando sbagliano, è giusta e sacrosanta, oltre che in ritardo di quarant’anni. Per non essere un Paese a regime teocratico, che in Italia si chiamerebbe “togacratico”. Sicilia. Se le carceri siciliane sono lager. “Manca tutto, anche la dignità” di Seby Spicuglia La Sicilia, 3 giugno 2026 Villari, garante regionale dei detenuti, denuncia un sistema al collasso. “Zecche nere appese ai tetti. Dappertutto. In alcuni periodi, nel carcere di Cavadonna, cadono nei piatti dei detenuti mentre mangiano”. Giovanni Villari, garante dei detenuti nell’area di Siracusa, è stato il primo della Sicilia a ricoprire questo ruolo, e per 3 anni l’unico. Conosce bene la realtà carceraria, l’affronta ogni giorno e si sbraccia, con lettere e segnalazioni, perché ai reclusi venga garantita umanità e rispetto. Battaglia non sempre facile: tempi burocratici, disattenzioni, voci soffocate. “Il sistema penitenziario regionale, ma anche nazionale, sta conoscendo un momento buio, soprattutto a causa della carenza di personale. Le strutture sono fatiscenti, molte sono ante ‘800, andrebbero ristrutturate e adeguate. La strumentazione dell’area sanitaria in molti casi è carente, così come le diagnosi”. Le apparecchiature per radiografia ed ecografia non ci sono, “ma mancano anche i medici che dovrebbero usarle. Le sedie da dentista sono rarissime, e quando ci sono manca il dentista”. Gli interventi “sono a pagamento ed esosi, seguo un detenuto che dovrebbe subire un intervento grave ai denti, ma mentre la sua regione, la Campania, lo pagherebbe, qui non ha modo di farlo. Parliamo di 17mila euro”. E i problemi ai denti “li hanno tutti i detenuti, chi più chi meno”. Quando qualcuno può permettersi un dentista esterno, a parte i tempi biblici, “il professionista deve portarsi dietro tutta la strumentazione necessaria, perché in carcere non c’è”. Villari, a proposito dei tempi lunghi prima di poter essere curati nelle carceri siciliane, porta l’esempio di un detenuto “con due enormi cisti nella mano, ma il dermatologo e il chirurgo si passano l’un l’altro la palla, al punto che il ragazzo, dopo 3 anni e mezzo di attesa, in piena psicosi si è detto pronto ad operarsi da solo con un coltello”. Per i carcerati, star male e non poter essere curati, “è una tortura fisica e psicologica, e i medici del carcere, senza tutte le risorse né le medicine necessarie, si trovano con le mani legate”. Altro caso, “un uomo con una neoplasia enorme al collo, in attesa da anni per una visita”. È capitato, caso estremo, di un detenuto siracusano malato da tanto “per il quale il magistrato aveva deciso l’invio in una struttura d’assistenza intensificata per le cure. E’ arrivato catatonico, col pannolone, incapace di ingerire cibi solidi. Nel giro di due mesi è morto. Gente in questo stato non può stare in carcere”. Le cucine negli istituti penitenziari siciliani “non sono il massimo, i carrelli dovrebbero essere igienicamente chiusi ed ermetici, e così non è”. Nel carcere siracusano di Cavadonna i detenuti hanno denunciato - in una lettera al nostro quotidiano la presenza di vermi e larve nel pane, ma anche quando questo è in condizioni migliori “viene fornito al è obbligatorio, invece qui non viene garantito nemmeno agli anziani”, si legge ancora. Una situazione che i detenuti ritengono incompatibile con il diritto alla salute garantito dalla Costituzione. Poi il tema del vitto e delle condizioni igieniche. Le cucine vengono definite “antigieniche e fatiscenti”, prive persino di utensili di base per distribuire il cibo. I detenuti lamentano razioni insufficienti, nessuna variazione nei menù nemmeno durante l’estate - cibi caldi - e la mancanza di una tabella alimentare regolare. Ma il passaggio più duro riguarda il pane distribuito nella mattina e deve durare fino all’indomani - rivela Villari - trasformandosi in gomma”. Ci sono blocchi, nelle carceri siciliane, assediati da topi, quelli dove viene ammassata l’immondizia prima di portarla via, e a volte ci vogliono ore, o alle spalle delle cucine. “È pieno. I detenuti ironizzano amaramente dicendo che ci si può andare a caccia”. Gli ascensori non sempre sono funzionanti, “un vero calvario per i detenuti con difficoltà di deambulazione, spesso cadono dalle scale che sono costretti ad usare. Basta immaginare cosa avviene se un carcerato ha un infarto: infermieri che corrono col defribrillatore in mano per le scale, il malato portato a braccia”. La violenza tra detenuti nelle carceri siciliane esiste, “c’è sempre struttura: “Spesso vengono rinvenuti all’interno muffa, larve e insetti”, sostengono. Una denuncia che, secondo quanto scritto, sarebbe stata presentata più volte negli anni senza ottenere alcun riscontro. Nella lettera vengono contestate anche le restrizioni introdotte sui pacchi alimentari inviati dalle famiglie, con l’eliminazione di prodotti sottovuoto e formaggi. Decisioni che, secondo i firmatari, aggraverebbero ulteriormente le difficoltà di chi già vive condizioni economiche precarie o si trova lontano dai propri familiari. Tra i problemi segnalati c’è anche quello più prepotente. Fuori dalle celle vige il controllo, ma all’interno no”. Villari racconta di una violenza brutale che ancora lo sconvolge, e che si lega alle problematiche sanitarie. “Un detenuto schizofrenico non prendeva le pillole da 4 settimane. È andato fuori di matto, e ha ferocemente brutalizzato un compagno di cella con un bastone, lacerandogli le parti interne. È stato operato ed è vivo per miracolo”. I casi psichiatrici “sono tanti, servirebbero visite più frequenti dello specialista, ma avviene di rado”. Sono istantanee raggelanti quelle che emergono dal racconto di Villari. Frammenti di una realtà che il carcere restituisce raramente all’esterno: non solo un luogo di detenzione e, possibilmente, di rieducazione, ma un mondo a parte, dove anche i disagi più elementari rischiano di restare invisibili. Perché quelle storie arrivino fuori dalle mura serve spesso la rabbia di detenuti che affidano a una lettera le proprie richieste d’aiuto e la tenacia di chi, come i garanti, continuano a richiamare tutti al rispetto di una parola semplice ma decisiva: dignità. il guasto dell’ascensore del blocco 50, inutilizzabile da mesi. Una situazione che costringerebbe i detenuti addetti ai servizi interni a trasportare pesi lungo le scale per distribuire vitto e sopravvitto. Uno di loro, raccontano, avrebbe riportato la lussazione di un braccio, con successivo trasferimento in ospedale. Ancora più complicata la situazione dei detenuti con problemi motori, spesso costretti a dipendere dall’aiuto di altri compagni perfino per raggiungere i colloqui con i familiari o l’ora d’aria. Altro punto riguarda il sopravvitto, con ritardi nella consegna della spesa e una progressiva riduzione dei prodotti acquistabili. E poi il freddo: “L’80% dei riscaldamenti non funziona”, denunciano i detenuti, raccontando di settimane senza acqua calda e di bagni “pieni di muffa” a causa degli aspiratori guasti. Nella parte finale, però, la lettera cambia tono e diventa quasi un appello umano prima ancora che una denuncia. “Noi non siamo solo detenuti, siamo quella parte di società che paga per poi ricominciare”. Parole che restituiscono il senso più profondo del documento: la richiesta di non essere dimenticati dietro le sbarre. I firmatari sostengono di avere presentato reclami per anni senza mai ricevere risposta. “Negli anni hanno elemosinato il minimo indispensabile”, scrivono ancora. E annunciano che, in assenza di interventi da parte delle istituzioni competenti, avvieranno una protesta pacifica rifiutando il “carrello” del vitto “fino ad oltranza”. Una scelta estrema che accompagna una domanda semplice, ma pesante: poter scontare la pena senza perdere la propria dignità. Sardegna. Carceri sarde, aumentano i detenuti stranieri: “Ma mancano i mediatori culturali” L’Unione Sarda, 3 giugno 2026 La maggior parte sono marocchini e tunisini. Appello di Sdr al Ministero: “Senza figure specializzate i problemi ricadono sugli agenti penitenziari. Aumentano i detenuti stranieri nelle carceri della Sardegna, ma scarseggiano i mediatori culturali multilingue. Risultato: “La maggior parte dei problemi finisce per ricadere sugli agenti penitenziari”. A sottolinearlo è l’associazione Socialismo Diritti Riforme, in una nota dove fa il punto sul numero di detenuti di origine straniera reclusi nei penitenziari dell’Isola. SDR snocciola i dati dell’Ufficio Statistiche del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria al 31 maggio 2026. Scorrendo il report, il maggior numero di detenuti stranieri si registra a Cagliari-Uta (198 -26,9%), Sassari-Bancali (172 - 29,5) e Mamone-Lodè (108 - 58%). “Se la presenza straniera nella Casa di Reclusione all’aperto di Mamone, con 186 presenze per 264 posti, è giustificabile con la possibilità di lavoro agricolo, diversa è la situazione di Cagliari-Uta con 734 persone detenute per 561 posti e per Sassari-Bancali con 583 presenze per 458 posti, senza dimenticare i 90 nella sezione riservata al 41 bis. Due realtà in grave sofferenza per il sovraffollamento reso ancora più insopportabile per il gran caldo di questo periodo”, sottolinea Maria Grazia Caligaris, presidente dell’associazione “Socialismo Diritti Riforme”, facendo osservare che il numero complessivo degli stranieri (748) “richiede un serio impegno organizzativo anche per le dinamiche culturali e linguistiche”. Quanto ai Paesi di nascita dei detenuti stranieri in Sardegna, la maggioranza è originaria del Marocco (146, il 19.57% del totale. Secondo i dati del Ministero al secondo posto di questa classifica ci sono i tunisini con 84 persone detenute (11,2%) e al terzo con 68 presenze i nigeriani (9,11%). Numeri relativamente importanti sono anche quelli degli algerini e dei rumeni entrambi 58 (7,77%). Qundi gli egiziani (38, 5%) e i senegalesi (33, 4,42%). Numeri più contenuti per gambiani (24), pakistani (13) e turchi (12). “È evidente che il Ministero dovrebbe farsi carico - afferma Caligaris - di investire su mediatori/mediatrici culturali, educatori/educatrici per creare i presupposti per rendere la presenza in carcere utile a persone che spesso non comprendono la lingua italiana e sono semi analfabeti. Tra l’altro buona parte degli stranieri detenuti in Sardegna non ha commesso il reato nell’isola ma è stato trasferito dalla Penisola. Per queste persone, donne e uomini, il principio della territorialità della pena non è contemplato anche perché spesso risultano senza legami familiari nel territorio italiano e quindi più facilmente trasferibili per sfollamenti”. “Occorre una riflessione - conclude Caligaris - sulle problematiche relative alla loro gestione e integrazione. Molto spesso finita di scontare la pena detentiva vengono trasferiti nel CPR di Macomer, il centro per il rimpatrio dove sostano per mesi in condizioni spesso considerate anche peggiori del carcere”. Perugia. Detenuto si suicida in cella: momenti di tensione a Capanne dopo la morte umbria24.it, 3 giugno 2026 L’uomo, 31 anni, era prossimo alla scarcerazione. Un detenuto di 31 anni, originario della provincia di Perugia, è morto suicidandosi nella propria cella all’interno del carcere di Capanne. Secondo quanto si apprende l’uomo sarebbe dovuto uscire dall’istituto penitenziario a breve. Il gesto è avvenuto mentre le celle erano aperte. A intervenire è stato un agente della polizia penitenziaria che ha cercato di soccorrerlo e di rianimarlo ma ogni tentativo si è rivelato inutile. La notizia della morte - si apprende - ha provocato forte tensione tra i detenuti della struttura perugina, colpiti dall’accaduto e dalla perdita del compagno di detenzione, descritto come una persona benvoluta all’interno del carcere. Dopo il suicidio i detenuti hanno chiesto di incontrare il Garante dei detenuti della Regione Umbria, l’avvocato Giuseppe Caforio, che si è recato nella struttura di Capanne. Per circa tre ore si è svolto un confronto con i reclusi alla presenza della direttrice del carcere e del comandante della polizia penitenziaria. Il clima, segnato dal dolore e dalla tensione per quanto avvenuto, si è così tradotto in un lungo momento di dialogo all’interno dell’istituto penitenziario, dove i detenuti hanno nuovamente richiamato l’attenzione sulle condizioni della vita carceraria e sui servizi ritenuti insufficienti. Coordina le indagini la Procura di Perugia. Pavia. Vietati i videocolloqui con lo psichiatra: recluso in sciopero della fame di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 3 giugno 2026 Dal 23 maggio il detenuto E.C. ha iniziato lo sciopero della fame nel carcere di Pavia. La protesta estrema nasce dalla negazione del diritto alla telemedicina e dal mancato accesso ai colloqui con il suo specialista psichiatra di fiducia. Un caso seguito da vicino dall’associazione Yairaiha. Il prossimo 9 giugno l’avvocato difensore affronterà un’udienza con il magistrato di sorveglianza, il quale non ha ancora fornito alcuna risposta alle istanze presentate. Il caso di E.C. porta alla luce le enormi difficoltà che i detenuti affrontano quotidianamente per veder garantita la propria salute. L’uomo si trova in regime di privazione della libertà senza alcuna soluzione di continuità dal 15 novembre del 2021. Da tempo avverte la necessità stringente di un supporto sanitario specifico e di una valutazione clinica approfondita per tutelare il proprio equilibrio psicofisico. Per questa precisa ragione ha chiesto di farsi seguire da uno specialista di sua fiducia, un medico qualificato in psichiatria e medicina del lavoro. La direzione dell’istituto penitenziario lombardo aveva in un primo momento rilasciato il nulla osta, autorizzando l’ingresso del curante nella struttura. Un passo formale che lasciava intravedere una rapida e serena soluzione del problema. Da quel preciso istante la macchina burocratica si è completamente arenata. L’autorizzazione firmata dal direttore non ha prodotto alcun risultato concreto. Nessun componente del personale medico interno alla casa circondariale ha dato seguito alla pratica, rendendo di fatto impossibile l’incontro tra il paziente e lo specialista. A rendere la situazione ancora più ingarbugliata si è aggiunta la distanza geografica. Il medico risiede e lavora a Bologna, a centinaia di chilometri dalla città lombarda. Un simile ostacolo logistico rende obiettivamente complicata una presenza fisica costante in istituto, specialmente se viene a mancare una collaborazione attiva da parte dell’area sanitaria penitenziaria. Di fronte a questa inerzia prolungata, la difesa ha deciso di percorrere la strada della telemedicina. Il 2 marzo del 2026 l’avvocato difensore ha depositato una formale istanza di autorizzazione indirizzata al magistrato di sorveglianza. Chiede di autorizzare i colloqui tra E.C. e il medico tramite gli strumenti del videocollegamento o della telemedicina. Il carcere rappresenta un ambiente complesso dove il disagio mentale rischia di acuirsi rapidamente se non viene monitorato da personale esperto e di fiducia del paziente. Una corretta valutazione psichiatrica è una necessità vitale per prevenire gesti autolesionistici e garantire un percorso detentivo dignitoso. La scelta di affidarsi a uno specialista esterno, peraltro regolarmente autorizzato, nasce proprio dalla volontà di affrontare il percorso clinico con la massima serietà. La telemedicina è stata introdotta nel dibattito pubblico come la soluzione ideale per superare le barriere architettoniche e le mancanze di organico delle carceri italiane, eppure nei fatti la sua applicazione, in diverse carceri, resta ancora una chimera bloccata da cavilli. Mentre la richiesta dell’avvocato rimane ferma sulla scrivania della magistratura in attesa di un pronunciamento che non arriva, il tempo passa inesorabilmente. Il paradosso dei permessi concessi e il rifiuto inspiegabile della direzione E.C. ha provato a smuovere le acque in prima persona. Ha preso carta e penna indirizzando una lunga e dettagliata richiesta alla direzione della casa circondariale di Pavia. L’obiettivo è ottenere una via di uscita pratica rispetto all’attivazione dei protocolli formali di telemedicina. Il recluso ha spiegato di non avere alcuna certezza sulla concreta disponibilità di tale servizio all’interno dell’istituto. Ha chiesto di poter effettuare colloqui telefonici e videochiamate ordinarie con il professionista incaricato. Per dare fondamento alla sua istanza ha citato con grande precisione i pilastri del nostro ordinamento. Ha fatto riferimento all’articolo 32 della Costituzione, la norma primaria che garantisce il diritto fondamentale alla salute anche in ambito detentivo. Ha menzionato la legge 354 del 1975, il nostro ordinamento penitenziario, richiamando gli articoli 15 e 18 che prevedono e favoriscono i contatti con l’esterno. Ha inserito nel suo ragionamento logico l’articolo 11, che tutela l’assistenza sanitaria delle persone detenute. Ha proposto le chiamate a distanza come uno strumento alternativo e integrativo rispetto alla telemedicina vera e propria. Voleva solo potersi confrontare con il medico in tempi rapidi. Ha soprattutto fatto notare alla direzione che la questione toccava un diritto inalienabile e che un eventuale diniego avrebbe richiesto una motivazione adeguata ai sensi di legge. La risposta arrivata dal carcere segna una battuta d’arresto incomprensibile. La direzione ha rifiutato la possibilità di effettuare le telefonate e le videochiamate con lo specialista di fiducia. Eppure sulla carta il medico è autorizzato a curare il paziente e ad accedere alla struttura. Nella pratica ogni via di comunicazione viene sbarrata senza fornire una giustificazione accettabile per un simile impedimento. Il detenuto si trova schiacciato tra un’autorizzazione teorica e un diniego pratico che gli impedisce di curarsi adeguatamente. Il corpo come strumento estremo di protesta in attesa del tribunale - Queste porte chiuse a doppia mandata hanno spinto E.C. a prendere la decisione più drastica e sofferta. Sentendosi isolato dalla direzione e ignorato dal magistrato di sorveglianza, ha smesso di nutrirsi. Il 23 maggio ha segnato l’inizio della sua protesta. Lo sciopero della fame rappresenta il grido di allarme di chi non ha altri mezzi a disposizione. È un atto pacifico e doloroso di chi decide di usare il logoramento del proprio corpo per denunciare una palese ingiustizia e attirare l’attenzione di un apparato chiuso in sé stesso. Il fisico di un uomo costretto in cella, già messo alla prova da oltre quattro anni di detenzione ininterrotta, si sta progressivamente indebolendo giorno dopo giorno. L’udienza fissata per il 9 giugno sembra una meta irraggiungibile per chi rifiuta il cibo. Quell’appuntamento davanti al magistrato di sorveglianza dovrà servire a sbloccare l’autorizzazione per la telemedicina o per le videochiamate. Il ritardo accumulato in questi mesi ha già causato un danno evidente alla persona, costringendola a un digiuno che mette a repentaglio la sua stessa vita. Il sistema carcerario mostra in questa vicenda tutte le sue contraddizioni interne e le sue carenze strutturali. A fronte di una richiesta legittima di cure, si risponde con la lentezza e con la negazione, ignorando le conseguenze devastanti che simili comportamenti generano sulle persone più vulnerabili. Le istituzioni preposte dovrebbero intervenire tempestivamente prima che lo sciopero della fame comprometta in modo irreparabile la salute di E.C. Il tempo a disposizione stringe e ogni ora che passa aggrava il quadro clinico di chi ha scelto il digiuno come forma estrema di dialogo con le autorità. La speranza è che il magistrato di sorveglianza anticipi la sua decisione o che la direzione del carcere ritorni sui propri passi, concedendo quelle videochiamate che non comportano alcun rischio per la sicurezza dell’istituto ma che rappresentano una boccata d’ossigeno per il detenuto. La battaglia pacifica in corso al penitenziario di Pavia è il sintomo di un malessere che necessita di risposte immediate e non di ulteriori rinvii. Ma non è un caso eccezionale, il problema della cura sanitaria nelle carceri è diffuso. Il sindacato delle professioni sanitarie, il Coina, ha diffuso un report sulla situazione della sanità penitenziaria italiana parlando di “territori di guerra per chi cura”, denunciando il fatto che un infermiere può trovarsi solo con 600 detenuti. Firenze. Associazione Antigone: “A Sollicciano le condizioni materiali peggiori d’Italia” novaradio.info, 3 giugno 2026 “A Sollicciano la capienza regolamentare dice 502 posti ma quelli effettivamente disponibili sono 366, quindi il tasso di affollamento supera il 170%” con gli attuali 620 reclusi. Ma Il problema va oltre il sovraffollamento: le condizioni, soprattutto materiali, dell’istituto, sono forse le peggiori che io conosca. Ovviamente in tutto questo poi starci in tanti diciamo è peggio: i due problemi si sovrappongono e rendono la situazione veramente impressionante”. Il giudizio, senza appello, arriva da Alessio Scandurra, responsabile dell’Osservatorio permanente sulle carceri dell’associazione Antigone, e che quindi ha ben presente lo “stato dell’arte”, in chiave comparata, dei penitenziari in tutta Italia. A Sollicciano, la fatiscenza dei locali assomma non solo a infestazioni di topi e parassiti, muffa, mancanza d’acqua calda e riscaldamento, ma anche la cattiva qualità dell’acqua: una lettera al garante regionale denuncia malesseri ed eruzioni cutanee a danno di alcun ospiti che sono soliti bere l’acqua del rubinetto delle celle. “È una novità” dice Scandurra, che però non si mostra sorpreso: “È l’ennesima infrastruttura che crolla in una in una realtà complessivamente fuori controllo”. Il tutto mentre prosegue a “novella dello stento” di lavori di ammodernamento iniziati e mai conclusi - anzi interrotti a causa della inefficienza delle lavorazioni. “Una parte dei lavori fatti in passato hanno, a loro volta, generato problemi nuovi e diversi rispetto a quelli che erano andati a risolvere: parlo della coibentazione del femminile e del centro clinico, insomma è è una situazione veramente disarmante. I problemi di Sollicciano sono, sulla carta, quelli di tante carceri italiane, ma nella misura in cui li ho visti a Sollicciano, io non li ho visti da nessuna parte. Ad esempio le muffe nelle celle: io non ho mai visto una situazione come quella di Sollicciano”. Un altro problema, stavolta “nuovo”, è la presenza di molti detenuti “giovani”: 45 sotto i 18 anni, 60 se il conto si allarga a tutti gli under 25: la causa, spiega Scandurra, è “in parte perché con il decreto Caivano è diventato più facile trasferire dal Minorile al carcere degli adulti il ragazzo che compie il 18º anno di età, in parte perché “è cresciuta non tanto la criminalità dei più giovani, perché i dati ci dicono che è stabile, ma è cresciuta la pressione, il controllo delle le forze dell’ordine nei confronti dei giovani”. “Il problema - aggiunge - è che lasciare tutto il giorno senza far nulla una persona più giovane è più difficile: le persone più giovani hanno bisogno di essere stimolate, coinvolte in attività sensate; lasciati soli a se stessi, rischiano sempre di degenerare in conflitti, discussioni, e sono ovviamente più turbolenti”. Piacenza. Carcere sempre più povero, mancano anche ventilatori e lavatrici di Simona Segalini Libertà, 3 giugno 2026 L’appello di Maria Rosa Ponginebbi, garante dei detenuti del Comune di Piacenza, per ricevere collaborazione da parte della comunità piacentina. Sovraffollato (come altre strutture dello stesso genere, purtroppo), gravato da infiltrazioni d’acqua piovana, fili elettrici scoperti e condizioni igienico-sanitarie per lo meno discutibili. Nonostante gli sforzi anche dell’attuale direzione, il carcere delle Novate arranca in mezzo a mille difficoltà. E, alle denunce arrivate fin qui dal fronte sindacale sugli esiti quotidiani di quei 416 posti che oggi sono occupati da 570-580 persone, ve n’è un’altra, pronunciata dalla garante dei detenuti: latita il lavoro e la povertà estrema caratterizza una parte sempre maggiore degli ospiti. C’è bisogno di tanto. Principalmente di ventilatori (ma anche tre lavatrici e un frigorifero con pozzetto). Maria Rosa Ponginebbi, da oltre tre anni garante dei detenuti del Comune di Piacenza, intende lanciare un appello per ricevere collaborazione dalla comunità (chi intendesse aiutare con le strumentazioni citate, deve prima contattarla al numero 339.1418921 per ricevere le giuste coordinate del materiale necessario e fungibile all’interno delle mura). Cremona. Dal lavoro dignità ai più fragili: il riscatto possibile in una coop di Elisa Campisi Avvenire, 3 giugno 2026 Un migrante arrivato in Italia illegalmente, che sotto pressione per l’indigenza in cui vive commette l’errore di cercare guadagni facili attraverso lo spaccio. Una volta arrestato, la sua storia sarebbe potuta finire con il carcere e un decreto di espulsione subito dopo aver finito di scontare la pena. Invece, sul finire del periodo di detenzione, l’uomo incontra la cooperativa sociale Nazareth, che opera a Cremona e inserisce nel mondo dell’agricoltura persone fragili altrimenti scartate. Inizia raccogliendo more, ma una mora dopo l’altra recupera dignità, tanto che alla fine, grazie al lavoro in cooperativa, ottiene un permesso di soggiorno. Oggi quel migrante è un uomo produttivo nella stessa impresa - e non solo in senso economico - per sé e per gli altri, diventato padre affidatario di quattro migranti minori soli, che come lui rischiavano di finire male. “Questo è solo uno dei tanti esempi di persone salvate grazie alla semplice opportunità che gli è stata data da una delle cooperative sociali di tipo B che fanno parte della nostra rete”, racconta Giusi Biaggi che, oltre alla sua esperienza in Nazareth, come presidente del Consorzio Nazionale della Cooperazione Sociale G. Mattarelli, sa che da Nord a Sud nelle 159 imprese sociali della rete Cgm sono tante le storie di riscatto come questa. Le cooperative sociali di tipo B sono appunto imprese che svolgono attività produttive (agricole, industriali, commerciali o di servizi, come le pulizie) finalizzate all’inserimento lavorativo di persone svantaggiate, come detenuti o persone con disabilità. “La cooperativa sociale ha sempre una doppia ricaduta sul territorio. Da una parte ha la possibilità di inserire persone che normalmente rimarrebbero fuori dai circuiti produttivi rendendole capaci di provvedere a sé e alle famiglie, dall’altra alleggerisce il territorio e i servizi, arricchendo le stesse comunità”, puntualizza la presidente. Consapevoli di come sia faticoso quantificare il beneficio sociale di queste imprese, il Cgm a fine aprile ha lanciato un appello per porre l’attenzione sull’instancabile ma spesso invisibile contributo delle numerose cooperative, che non si limitano ad aggiungere l’inclusione come una delle altre voci di bilancio: “Un aiuto importante a queste imprese, per esempio, sarebbe il riconoscimento del valore sociale nelle gare pubbliche. Le attuali normative, per garantire competitività, obbligano le cooperative ad applicare contratti di settore più onerosi rispetto a quelli di tipo sociale, riducendo drasticamente le loro marginalità e quindi ignorando il beneficio immateriale che portano rispetto a imprese non sociali”. Ma l’appello non è rivolto solo alle istituzioni. “La nostra speranza è che sempre più cittadini consapevoli scelgano i loro prodotti o servizi, riconoscendone sia la qualità materiale che quella invisibile”, conclude la presidente. Del resto, cosa significa concretamente costruire lavoro che generi dignità e benefici per la collettività lo insegnano le varie esperienze delle imprese sociali del consorzio. Come quella della cooperativa sociale Cascina Biblioteca, a Milano e Cernusco sul Naviglio, che costruisce contesti di lavoro capaci di valorizzare le persone e le loro qualità. Un presidio sociale, agricolo e comunitario che negli anni ha trasformato il lavoro in uno strumento di inclusione e che ogni giorno accoglie oltre 120 persone in condizioni di fragilità, con percorsi stabili e di lungo periodo. Le trasformazioni emergono dalle stesse storie di chi è coinvolto. Come quella di un giovane arrivato in Italia dopo un percorso migratorio complesso che, attraverso un tirocinio e un successivo inserimento lavorativo, ha costruito nel tempo stabilità e autonomia, fino a trovare anche una soluzione abitativa. Oppure quella di un altro uomo che, nonostante una disabilità importante, ha scelto di mettersi alla prova prendendo la patente per guidare mezzi pesanti, diventato oggi caposquadra nell’azienda. Percorsi diversi, accomunati da un elemento centrale: la possibilità di essere riconosciuti per il proprio valore. Così all’interno della Cascina “l’inserimento lavorativo non è mai stato inteso come semplice collocazione occupazionale, bensì come percorso di autonomia e responsabilizzazione”, racconta Francesco Allemano, presidente della stessa cooperativa, sottolineando come il processo “funziona quando è stabile, accompagnato e pensato nel tempo, non un intervento emergenziale, ma un investimento sociale di lungo periodo”. Cosa significa nella pratica di tutti i giorni costruire questo lavoro “a misura di persona’; ce lo racconta invece, nel territorio senese, la cooperativa sociale Servizio e Territorio (Set), che offre anche in questo caso una visione concreta: modellare il lavoro sulle persone. In oltre trent’anni di attività, la vita di più di mille persone è stata attraversata dall’incontro con Set, che intreccia relazioni con servizi sociali, centri per l’impiego, amministrazione penitenziaria e realtà del Terzo settore. “Set nasce dall’affiancarsi alle persone in stato di bisogno, dal promuovere percorsi di aiuto e di emancipazione insieme con tutti i partner che entrano a far parte di un percorso che, di volta in volta e di volto in volto, compone la storia delle nostre comunità”, spiega Piero Morini, presidente di questa cooperativa. A rendere possibile un modello maturo di impresa sociale capace di coniugare produttività e inclusione - in questo caso come in tanti altri delle imprese di Cgm - è anche la varietà dei contesti operativi: manutenzione del verde e servizi ambientali, pulizie professionali e attività di custodia, autotrasporto e logistica, gestione cimiteriale, servizi informativi e turistici. Ambiti diversi che permettono di individuare, ogni volta, il contesto più idoneo per ciascun percorso. Perché, come ricorda ancora Morini in conclusione, “lavorare gomito a gomito, condividere fatiche, cadute, sogni e speranze, è questo il modo di cooperare che rende possibile un’impresa dal sapore sociale”. Napoli. Troppi pochi agenti in carcere: a Poggioreale adesso salta anche la Messa di Antonio Averaimo Avvenire, 3 giugno 2026 Nel penitenziario, che ospita oltre 2mila persone, si è dovuta annullare una funzione religiosa per via del sotto organico. Don Enzo Miranda: “Da tempo ci sono difficoltà, ma domenica scorsa la situazione è esplosa definitivamente”. La carenza di agenti di custodia è l’altra faccia del problema del sovraffollamento che affligge le carceri italiane. Domenica scorsa, erano talmente pochi nel penitenziario napoletano di Poggioreale che si è giunti a sopprimere la Messa domenicale, alla quale partecipa normalmente oltre un centinaio di detenuti. “Difficoltà ce ne sono sempre state negli ultimi anni, ma domenica la situazione è esplosa definitivamente, per così dire”, racconta uno dei cappellani del carcere, don Enzo Miranda. “Eravamo in attesa che i detenuti scendessero dai padiglioni per raggiungere la cappella. Ci è stato infine detto che la celebrazione era stata annullata perché non c’erano abbastanza agenti per garantire l’ordine. Già altre volte c’erano stati problemi, di fronte ai quali abbiamo cercato di essere quanto più possibile comprensivi, ma stavolta si è arrivati addirittura a non garantire la celebrazione”. Non è una questione di poco conto, questa, per la Chiesa impegnata in carcere, visto che il diritto a professare la propria fede è garantito dalla Costituzione e dall’ordinamento penitenziario. E non è nemmeno la prima volta che a Poggioreale - carcere-simbolo del sovraffollamento, che ospita oltre 2mila persone a fronte di una capienza di 1.200 - si deve annullare un’attività religiosa per le stesse ragioni che, domenica, hanno portato alla soppressione della celebrazione eucaristica. Recentemente, infatti, anche due catechesi - di quelle che si tengono quotidianamente con i detenuti dei vari padiglioni del penitenziario napoletano - sono state annullate a causa della mancanza di un numero adeguato di agenti di custodia, con i volontari dell’arcidiocesi di Napoli che sono stati costretti a tornare a casa. Un altro detenuto, che doveva fare la Prima Comunione, è stato accompagnato in cappella solo a celebrazione già iniziata. “Il problema nasce a monte - sostiene don Enzo. La politica e l’amministrazione penitenziaria devono farsi carico di queste questioni, ma c’è ancora troppa approssimazione riguardo al carcere all’interno del dibattito pubblico. Il risultato sono carceri-discariche sociali, nelle quali si entra con la consapevolezza di aver commesso un reato e si esce, paradossalmente, con quella di averne subito un altro, pronti a vendicarsi nei confronti dello Stato. Un sistema carcerario del genere dà vita, del resto, a vere e proprie “università del crimine” interne agli stessi penitenziari, come dimostra la storia delle mafie italiane”. Per il cappellano di Poggioreale, “la stessa polizia penitenziaria è vittima di questa situazione. Per questo motivo - dice -, invito sempre tutti quelli che vivono il carcere a evitare una inutile “guerra tra poveri”“. Il sottodimensionamento degli agenti di custodia ha effetti non solo sulle attività religiose (e su quelle formative), ma anche sullo stesso diritto alla salute dei detenuti. “Su 12 persone che dovevano sottoporsi alle visite, solo il 50% riusciva a essere visitato dai medici. Come si è risposto? Facendo diventare sei i pazienti da visitare… Ma questo non risolve affatto il problema, perché ci saranno sempre altri sei che dovranno attendere”, fa notare Antonio Mattone, portavoce della Comunità di Sant’Egidio di Napoli, che porta avanti diverse attività di volontariato nel penitenziario campano. “Per non parlare del fatto che i dottori ruotano ogni tre mesi - sottolinea Mattone -. Ultimamente è nato un altro problema, con l’arrivo di medici iraniani che faticavano a esprimersi nella nostra lingua. È chiaro che ci sono dei problemi organizzativi che negano la funzione rieducativa del carcere e che privano i detenuti di loro diritti. Problemi, questi, con cui bisogna fare necessariamente i conti”. Per l’esponente della Comunità di Sant’Egidio, “è inutile riempirsi la bocca con la Costituzione, magari in occasione della Festa della Repubblica, quando poi quella Costituzione non viene rispettata”. Roma. Attrici detenute sul palco del Teatro Nazionale di Stefano Caredda romasette.it, 3 giugno 2026 Per la prima volta in una sala fuori dalle mura del carcere di Rebibbia con una rilettura dell’Otello di Shakespeare. L’ideatrice: beneficio enorme, basta vedere i tassi di recidiva di chi fa queste attività. C’è un sogno che si realizza dopo 13 anni. E tutti possono vederlo avverarsi dalla platea del Teatro Nazionale di Roma. Andrà in scena infatti qui uno spettacolo che vede protagoniste alcune attrici detenute, che saliranno per la prima volta su un palco allestito fuori dalle mura di quella casa circondariale femminile di Rebibbia che le ospita in questo periodo della loro vita. Una rappresentazione teatrale - fissata per giovedì 4 giugno alle ore 18.30 - che mette in dialogo mondi che raramente si incontrano, e che segna il coronamento di un’esperienza che ha fatto dell’arte uno strumento concreto di crescita, fiducia e costruzione di identità. I 13 anni trascorsi per coronare il sogno sono quelli della compagnia “Le Donne del Muro Alto”, nata nel 2013 dentro la casa circondariale di Rebibbia femminile. Nel tempo hanno realizzato laboratori e spettacoli teatrali prima nella sezione di alta sicurezza, poi nella media sicurezza, poi in altre strutture come il carcere di Latina e la sezione transgender di Rebibbia Nuovo Complesso. Attività estese dal 2020 anche all’esterno, coinvolgendo donne ex detenute nella fase di reinserimento. Tutto questo perché mettere insieme carcere e teatro è una scelta vincente. Francesca Tricarico, ideatrice dell’intero percorso e regista degli spettacoli della compagnia, spiega che mentre “il carcere è il luogo in cui le relazioni vengono recise (le persone che stanno in carcere per definizione hanno una rottura dei loro rapporti familiari e sociali) il teatro invece è il suo contrario, si fonda sulla relazione con se stessi, con i compagni di scena, con il pubblico, con il testo. E quindi aiuta a ricucire gli strappi”. Il beneficio? “È enorme, basta vedere i tassi di recidiva di chi fa queste attività”, che calano drasticamente rispetto al resto della popolazione carceraria. Lo spettacolo del 4 giugno è “Desdemona - Studio I”, una rilettura corale tutta al femminile dell’Otello di Shakespeare con una citazione dell’Otello di Verdi: già andato in scena in anteprima a Rebibbia, coinvolge in tutto una quarantina di persone. Sono 15 le detenute, sei delle quali protagoniste al Teatro Nazionale, accompagnate dalle giovani artiste del progetto “Fabbrica” Young Artist Program del Teatro dell’Opera di Roma. Insieme a loro anche un’attrice ex detenuta: “Una cosa che dà l’idea della continuità del lavoro. E dico lavoro perché anche le signore detenute verranno retribuite, dato il notevole impegno che questa produzione ha richiesto. Del resto l’emancipazione di una persona passa pure attraverso l’indipendenza economica e il lavoro”. I fondi arrivano dai bandi vinti dalla compagnia. Quanto all’istituzione carcere, “la Direzione ha creduto nel valore trattamentale del teatro e ha reputato importante questa apertura: non sempre in passato è stato così, è stato un percorso altalenante”, dice Tricarico che ritiene fondamentale che “le istituzioni guardino alla continuità dell’attività svolta: non si possono dare finanziamenti a progetti spot di tre mesi. In tre mesi non costruisci nessuna relazione”. Il pubblico atteso in sala giovedì (biglietti su Ticketone) è quello degli affezionati, quello dei familiari delle detenute, “ma aspettiamo anche il pubblico abituale del Teatro Nazionale e tutti coloro che vogliono cogliere la grande opportunità di osservare il carcere attraverso il teatro come una grande cassa di risonanza della società”. Soddisfazione da Stefano Anastasìa, Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione Lazio: “Sono molto felice di questo nuovo appuntamento delle “Donne del Muro Alto” in esterno, in un prestigioso teatro romano. Testimonia il valore dell’impegno di Francesca Tricarico e delle donne che l’hanno seguita in questa avventura per le carceri del Lazio. Il teatro è una forma artistica che consente a chi è detenuto di esprimere se stesso anche quando questo sembra impossibile e le istituzioni tutte, l’amministrazione penitenziaria come gli enti territoriali, devono sostenerla adeguatamente, finanziariamente e facilitandone l’accesso e lo svolgimento. Ma ora tocca a noi, a ciascuno di noi che è fuori dal carcere, sostenerlo, andando a vedere questa Desdemona per apprezzare l’impegno della compagnia”. Il caso delle “pandillas” dice che reprimere l’illegalità di Maurizio Ambrosini Avvenire, 3 giugno 2026 L’omicidio alla stazione Certosa di Milano e getta nuove ombre sui giovani di origine straniera. In alcuni casi i giovani sono stati coinvolti in progetti di aggregazione educativa e la pace tra bande è stata stipulata. L’omicidio alla stazione Certosa di Milano, ancora da chiarire sotto il profilo dei moventi, getta nuove ombre inquietanti sui giovani di origine straniera: questa volta non i maranza con radici nordafricane, né i presunti islamisti, ma una pandilla sudamericana, sebbene non si sappia ancora precisamente quale. Anche la vittima tuttavia aveva origini sudamericane: era un tranquillo lavoratore, insieme al fratello e a un amico, dopo aver accompagnato a casa il padre. È come se fosse lì a ricordarci che l’equivalenza tra immigrazione giovane e violenza variamente motivata ingigantisce i casi aberranti, trascurando la maggioranza pacifica e silenziosa. Spesso inoltre le vittime della violenza prevaricatoria sono altri giovani di origine straniera. Forse colpiti per errore, o capitati per caso nel luogo sbagliato al momento sbagliato. Sappiamo ancora poco dei responsabili dell’agguato, ma possiamo trarre dagli studi sull’argomento alcuni spunti conoscitivi sulle aggregazioni di strada dette pandillas. Si tratta di fenomeni sfaccettati, in cui illegalità e violenza si mescolano con rivendicazioni identitarie e capacità aggregative nei confronti di giovani mal integrati nel nuovo contesto di vita, soprattutto maschi adolescenti. Alcune, come i Latin King, come lo stesso nome testimonia, non sono nate in America Latina, ma in un carcere statunitense. Da lì hanno elaborato simboli d’identificazione e rituali di appartenenza: monili, colori, musica prediletta, regole di mutua assistenza, testi di riferimento, prove d’iniziazione. L’appartenenza a una minoranza stigmatizzata è rovesciata in orgoglio identitario, e contrapposta a una società escludente. La pandilla diventa una sorta di famiglia vicaria, per chi cresce in contesti di emarginazione, di disgregazione o di scarso sostegno da parte della famiglia naturale: tra di loro i Latin King si chiamano “fratellino” e “sorellina”. In bilico tra violenza e socialità, attività illegali e aiuto reciproco, scontri con altri gruppi e frequentazione degli spazi urbani, hanno assunto fisionomie diverse: a New York e Barcellona sono stati coinvolti già da molti anni in progetti di aggregazione educativa, i loro leader sono diventati educatori, la pace tra le pandillas è stata stipulata. A New York disponevano persino di un cappellano. A Genova una ventina di anni fa un progetto analogo, condotto dall’università e dal Centro studi Medì, aveva posto fine agli scontri. La pace però può non essere definitiva: arrivano nuovi giovani, magari già con trascorsi problematici, i problemi d’integrazione e di riuscita scolastica si ripresentano, la povertà si riproduce e talvolta si aggrava. A Milano alcuni pezzi delle pandillas sono stati oggetto di ripetuti interventi repressivi, con arresti e condanne, non essendo riusciti ad affrancarsi da pratiche criminali e azioni violente, anche mortali. Il riaffiorare del fenomeno ci avverte però che la repressione dell’illegalità è necessaria, ma non basta. Come non basta gridare allarmi senza proporre soluzioni. Se vogliamo costruire un futuro di convivenza pacifica e di coesione sociale dobbiamo farci carico della componente più fragile e minoritaria della popolazione giovanile, italiana, straniera, mista o naturalizzata. Nel caso specifico, significa contendere il terreno alle pandillas violente, offrire ai giovani a rischio delle alternative di lavoro, sostegno scolastico, sport, aggregazione, socialità. Se non ci fossero gli oratori, bisognerebbe inventarli, con nuovi don Bosco per le strade alla ricerca dei ragazzi sbandati. E di altri presìdi di pace e aggregazione abbiamo bisogno, specialmente nei quartieri poveri e tra i giovani che la scuola non riesce a trattenere e l’economia ad assorbire. Tra criminalità, tratta e silenzi i migranti diventano schiavi di Silvio Messinetti Il Manifesto, 3 giugno 2026 I caporali pachistani si avvalgono di manodopera afghana arrivata in riva allo Ionio dopo il ritorno dei talebani in Afghanistan nel 2022. Sotto ricatto anche gli indiani del Punjab che dall’Agro pontino sono arrivati in Calabria. “Già nel 2020 ai tempi del Covid avevamo capito che la miccia era pronta ad esplodere ed avevamo presentato una denuncia in Procura. La strage di Amendolara ha dimostrato plasticamente la pericolosità della situazione. Purtroppo avevamo ragione”. Silvano Lanciano è un sindacalista della vecchia scuola. Batte i campi di raccolta palmo a palmo. Coadiuvato dalla Flai Cgil della Sibaritide e del Pollino conosce alla perfezione i meccanismi di intermediazione illecita che infestano da decenni le campagne agrumicole a nord della Calabria. È qui, nelle lande tra Corigliano, Villapiana, Sibari, Roseto Capo Spulico, che si è insediata la “mafia pakistana”, come l’unico sopravvissuto all’eccidio dell’area di servizio ha definito i caporali che qui la fanno da padrone in combutta con le famiglie della criminalità organizzata. Il litorale ionico cosentino è caratterizzato storicamente da una precarietà degli equilibri criminali ‘ndranghetisti sia per la mancanza di autorevoli leadership sia per il succedersi di numerose attività repressive. Anche grazie a questo tessuto criminale poroso che i pachistani hanno potuto insinuarsi nei meandri della criminalità. “Sono piccoli nuclei, parlano prevalentemente il punjabi e presumibilmente organizzano la tratta dei migranti. Si tratta di soggetti diffidenti e di comunità chiuse”, continua Lanciano. Pochi anni fa la Flai e la Comunità progetto sud di Lamezia Terme, fondata da don Giacomo Panizza, avevano prodotto un esposto, grazie anche all’ausilio di alcune fonti confidenziali all’interno delle comunità bracciantili. La denuncia venne presentata alla procura di Castrovillari guidata allora da Eugenio Facciolla. “Ma dopo il suo trasferimento ad altra sede l’indagine si è impantanata e persino il commissariato di Castrovillari che aveva un nucleo di indagine sull’intermediazione illecita nelle campagne è stato poi via via depotenziato. A Diamante e a Paola, sul Tirreno cosentino, hanno aperto presidi di legalità, qui nel Pollino e nell’Alto Ionio invece hanno ridotto i ranghi e gli operativi. La strage di sabato è anche frutto di questa assenza palpabile dello Stato”. Nella loro attività di reclutamento i pachistani si avvalgono di manodopera afghana arrivata in riva allo Ionio dopo il ritorno dei talebani in Afghanistan nel 2022. Ad esser sottomessi ci sono poi gli indiani del Punjab che dopo l’agro pontino hanno cominciato ad arrivare in massa anche in Calabria. La paura, la soggezione e le minacce (ma anche la violenza fisica in misura minore) sono i fattori che rendono questi lavoratori stranieri docili e servili. “Gli africani, che con la loro collaborazione ci hanno aiutato a produrre l’esposto in procura, abbiamo dovuto trasferirli in forma anonima e in sedi segrete dopo che erano stati minacciati”, rivela Lanciano. In effetti, la necessità di qualsivoglia occupazione li rende del tutto disponibili e resilienti alle angherie che queste organizzazioni criminali mettono in campo per il proprio arricchimento. Consegnano i propri documenti ai caporali e si sottomettono alle loro prevaricazioni, Secondo l’Osservatorio Placido Rizzotto sulle Agromafie, queste organizzazioni hanno una doppia configurazione organizzativa che affonda le proprie radici nelle rispettive comunità di connazionali, basata sulla centralizzazione degli organi di comando. Assume la forma piramidale con la base suddivisa in due parti: una è operativa nel nostro paese (con figure apicali, intermedie e di basso rango) e l’altra, specularmente, è operativa nel paese di origine con i leader/ boss di alto rango attorniati dai sodali, strutturati in corone discendenti per peso e caratura delinquenziale e nei paesi intermedi di transito, con strutture più leggere e flessibili. Anche per questo, come sostiene Lanciano, è presumibile che pure i braccianti delle lande calabresi siano vittime di tratta di migranti. La strage di Amendolara ha avuto come effetto collaterale quello di aver aperto i riflettori su una piaga troppo spesso messa nel dimenticatoio dalla politica regionale e nazionale. “L’Italia è una Repubblica democratica fondata, in alcune regioni, sullo sfruttamento del lavoro bracciantile - spiega Francesco Saccomanno Responsabile Migranti Prc Calabria -. Tutti vedono e si indignano, a partire dal presidente della Calabria Occhiuto, ma nessuna istituzione interviene per evitare preventivamente tali tragedie. Un sistema schizofrenico in cui l’assessore all’Agricoltura Gianluca Gallo (Fi) distribuisce lauti finanziamenti e fa passerelle da una sagra all’altra raccogliendo consenso elettorale, senza però accorgersi che è tutta la filiera ad essere imperniata sullo sfruttamento sistematico di esseri umani”. Fino alla prossima tragedia sui campi, fino alla prossima strage. Migranti. “Con le navi Ong ferme aumentano i morti in mare” di Daniela Fassini Avvenire, 3 giugno 2026 L’appello della flotta di giustizia, 13 organizzazioni che salvano vite in mare. Dal 2 gennaio 2023, secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), più di 6.490 persone sono annegate o sono scomparse su una delle rotte migratorie più letali al mondo; dalla stessa data, ricorda la Justice Fleet la Flotta di Giustizia, una rete di 13 Ong attive in mare a salvare migranti, 41 navi di soccorso umanitario sono state fermate dalle autorità italiane, per un totale di 1.075 giorni, ovvero quasi tre anni. “Solo nel 2026 - denuncia Sos Humanity - cinque navi di soccorso civili sono state bloccate nei porti dal governo italiano, mentre nel primo trimestre del 2026 più di 825 persone hanno già perso la vita nel Mediterraneo centrale, segnando l’inizio d’anno più letale da quando l’Oim ha iniziato a registrare i decessi e le persone disperse nel 2014”. La Justice Fleet punta il dito contro le politiche italiane che ostacolano le navi di soccorso per aver contribuito al disastro umanitario in corso e all’aumento del numero di vittime ai confini dell’Europa. “Le navi della flotta civile sono gli unici attori che forniscono assistenza nell’area al largo delle coste della Libia e della Tunisia, dove si verificano la maggior parte dei naufragi - sottolinea Wasil Schauseil, portavoce della Justice Fleet - Ostacolare il loro lavoro porta semplicemente alla morte di più persone, è chiaro e semplice. Chiediamo che la legge Piantedosi venga immediatamente abrogata e che venga rispettato il diritto internazionale”. Intanto proseguono i viaggi lungo le rotte del Mediterraneo centrale. Sono giunti al porto di Crotone i 29 migranti tratti in salvo alcuni giorni fa in acque internazionali. Si tratta di un gruppo di uomini, 26 di nazionalità bangladese e 3 di nazionalità sudanese, che navigavano su un barchino partito dalle coste della Libia ma che dopo sette giorni é andato alla deriva. I naufraghi sono stati soccorsi in acque internazionali da un pattugliatore che opera sotto il coordinamento dell’agenzia Frontex. Altri 38 migranti sono stati invece intercettati e riportati in Libia dalla cosiddetta guardia costiera libica. L’imbarcazione si trovava a circa 170 miglia nautiche a nord-ovest della città di Bengasi. A bordo, migranti di diverse nazionalità asiatiche, oltre a due cittadini egiziani che pilotavano l’imbarcazione. Il gruppo comprendeva 24 persone provenienti dal Bangladesh e 12 dal Pakistan. Il funzionario per la sicurezza costiera ha confermato che i migranti “saranno deferiti all’Agenzia anti-immigrazione clandestina”. “Non sono attori di soccorso legittimo” ribadisce la Flotta di giustizia che, tra le varie richieste ai governi europei chiede di “evacuare le prigioni privatizzate della Libia” e “riconoscere i responsabili dei crimini contro l’umanità in Libia e nel Mediterraneo”. Rimpatri dei migranti: l’Ue accelera, lo stile è quello dell’Ice di Anna Maria Merlo Il Manifesto, 3 giugno 2026 Intesa che accontenta le destre tra Parlamento, Consiglio e Commissione: accordi bilaterali con paesi terzi sui return hub lontano dall’Europa. Sull’onda della crescita dei consensi all’estrema destra in Europa, la Ue mostra un volto feroce verso i migranti e si dota di un regolamento draconiano per espellere gli indesiderati. Nella notte tra lunedì e martedì, Parlamento europeo e Consiglio si sono messi d’accordo, sulla base della proposta fatta dalla Commissione nel marzo 2025, su un “nuovo sistema comune” per permettere “rimpatri” con procedure “più rapide, più semplici, più efficienti”. Il regolamento è il complemento del Patto Asilo e Migrazioni, che già comprende una decina di legislazioni e che deve entrare in piena applicazione entro il prossimo 12 giugno. “L’accordo mostra che rimettiamo ordine nel sistema europeo di gestione delle migrazioni - ha commentato il commissario agli Interni e Migrazioni, l’austriaco Magnus Brunner - grazie a queste nuove regole controlliamo di più chi può entrare nella Ue, chi può restarci e chi deve andarsene, è quello che aspettano i cittadini”, secondo il testo “nel pieno rispetto dei diritti fondamentali”. C’è stata tensione sulla data dell’entrata in vigore del nuovo regolamento complementare, che dovrà comunque passare attraverso un voto in plenaria al parlamento europeo e una formale adozione del Consiglio, per sostituire completamente la direttiva “rimpatri” del 2008: su pressione della destra, alcune norme secondo il Ppe potrebbero essere già applicate entro qualche settimana. L’intento è di procedere il prima possibile: la commissione Libertà civili potrebbe adottarlo entro il mese di giugno per approdare nella plenaria del 6-9 luglio, prima della pausa estiva. Per altre, ci sarà un’attesa di un anno, tra queste gli interventi di sorveglianza intrusiva al domicilio dei migranti, una imitazione delle pratiche della Ice statunitense. Molto più in fretta, invece, potrebbe diventare realtà la “piattaforma di rimpatrio” per i migranti cittadini di paesi che rifiutano di riaccoglierli dopo l’espulsione. Si parla qui di centri per migranti espulsi in paesi terzi fuori dalla Ue. Alcuni paesi già lavorano alla questione, Germania, Olanda, Austria, Grecia, persino la socialdemocratica Danimarca, anche se non rivelano i nomi dei paesi con cui stanno trattando - migranti contro soldi, si parla di Uganda, Ruanda, Uzbekistan. La Francia ha fatto sapere di non essere interessata a questa parte del programma, su cui l’Italia si vanta di essere pioniera. Il nuovo regolamento, che sfuma la specificità del diritto d’asilo, permette di istituire un “vero sistema di procedure comuni” e di mettere fine alla “frammentazione attuale” delle norme, spiega la Commissione. Con la creazione di un “ordine europeo dei rimpatri” (adesione su base volontaria), ci sarà il riconoscimento reciproco delle decisioni di espulsione tra i 27, un foglio di via europeo, mentre saranno rafforzate le regole per i ritorni forzati, che diventano obbligatori in caso di resistenza da parte dei migranti. Brunner sottolinea che la media dei “ritorni” dopo l’espulsione è “solo” del 28% nella Ue (e in Francia le destre denunciano una percentuale molto più bassa). Verranno imposte regole più stringenti per prevenire “rischi di fuga” per i condannati all’espulsione, tipo versamento di garanzie finanziarie e obbligo di firma in commissariato. La legge “incoraggia i ritorni volontari”, ma in caso di resistenza entrano in gioco i metodi copiati da Ice. Chi è espulso perché entrato illegalmente in Europa potrà essere bandito dal territorio della Ue per 10 anni, che possono salire a 20 (oggi sono 5 anni). Il regolamento riguarda anche i bambini, che rischiano di restare reclusi nei centri per migranti indesiderabili nei paesi Ue per un periodo che può arrivare a 2 anni, 2 anni e mezzo. Al Parlamento europeo, il voto in plenaria dovrebbe confermare il regolamento, visto che il Ppe si è già alleato nel marzo scorso su questo fronte con i gruppi di estrema destra, che considerano la “piattaforma dei rimpatri” un vero e proprio “trofeo” del nuovo corso europeo (dopo le elezioni del 2024). La negoziatrice per i Verdi, Melissa Camara, denuncia un “passo indietro storico sui diritti fondamentali”. Per il gruppo Left è “una vergogna” che segue l’Ice e “allarga i poteri coercitivi della polizia”, sopprime le garanzie e “criminalizza i migranti”. I liberali di Renew sono spaccati, ci sono contestazioni in particolare sui centri nei paesi terzi. Ieri la Commissione ha emesso delle raccomandazioni per ripristinare la libera circolazione verso i paesi che hanno sospeso temporaneamente Schengen oltre i 12 mesi (Austria, Danimarca, Francia, Germania, Italia, Olanda, Norvegia, Slovenia, Svezia). Da aprile, è entrato in vigore il Ees, il nuovo sistema di registrazione digitale delle entrate/uscite dallo spazio Schengen, che impone la raccolta di dati biometrici alle frontiere dei 29 paesi, che facilita i controlli sul rispetto dei tempi di soggiorno. Stretta Ue sui migranti: return hub e detenzione “amministrativa” fino a 30 mesi Il Dubbio, 3 giugno 2026 Parlamento e Consiglio europeo hanno raggiunto un accordo provvisorio per rivoluzionare la politica dei rimpatri dell’Unione. Il nuovo regolamento introduce tre pilastri fondamentali: l’istituzione di centri di rimpatrio (return hub) in Paesi terzi, la creazione di un ordine di rimpatrio europeo e il prolungamento della detenzione amministrativa per i migranti irregolari fino a un massimo di 30 mesi. La misura prevede l’obbligo di lasciare immediatamente il territorio europeo a seguito di una decisione nazionale, con l’inserimento del provvedimento nel sistema d’informazione Schengen per renderlo valido in tutta l’area. Il trattenimento dei cittadini extracomunitari scatterà sulla base di valutazioni individuali legate al pericolo di fuga, alla mancata collaborazione o a rischi per la sicurezza nazionale. La detenzione ordinaria negli Stati membri potrà durare fino a 24 mesi, prorogabili di altri sei in presenza di nuove circostanze, e come misura di ultima istanza potrà applicarsi anche a famiglie con minori. In alternativa al centro di permanenza, le autorità potranno imporre obblighi di residenza, monitoraggio elettronico o garanzie finanziarie. Tra le misure più severe, spicca anche la facoltà per le autorità nazionali di perquisire le abitazioni degli irregolari senza necessità di autorizzazione giudiziaria. Una delle novità più rilevanti riguarda la gestione dei return hub extra-Ue, ispirati al modello dei centri in Albania. A differenza della gestione italiana, il nuovo accordo europeo prevede che sia lo stesso Paese terzo ospitante a occuparsi della gestione della struttura. Questi patti esterni potranno essere siglati esclusivamente con Stati che rispettino i diritti umani e il principio di non respingimento, previa notifica alla Commissione europea. Per quanto riguarda le tempistiche, diverse disposizioni chiave come i centri di rimpatrio e la valutazione dell’età dei minori entreranno in vigore immediatamente, mentre le norme che richiedono passaggi preparatori slitteranno di un anno. Il provvedimento ha immediatamente spaccato la politica italiana. Il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha promosso l’accordo parlando di un percorso negoziale lungo e complesso. “L’Italia ha sostenuto con convinzione questo provvedimento - ha spiegato - consapevole che una politica migratoria europea equilibrata non può prescindere da norme chiare ed efficaci sui rimpatri. È un passo avanti significativo verso una gestione del fenomeno migratorio che sia sostenibile per tutti”. Di parere opposto il Partito democratico, che per bocca degli eurodeputati Cecilia Strada e Nicola Zingaretti contesta duramente la riforma, definendola “un fallimento normativo che non solo calpesta i diritti fondamentali, ma minerà l’efficienza stessa del sistema, generando un inevitabile caos e un blocco dei tribunali in tutta Europa”. Secondo i dem, la coesistenza asimmetrica di vecchie e nuove norme costringerà i giudici “a districarsi in un labirinto di norme contraddittorie, provocando un ingolfamento inevitabile dei tribunali”. Critiche pesanti vengono rivolte anche all’estensione dei tempi di detenzione e alle perquisizioni senza il filtro della magistratura, ricordando che “parliamo di persone che non hanno commesso alcun reato”. “Le norme del regolamento rimpatri intaseranno la Corte di giustizia Ue” di Eleonora Martini Il Manifesto, 3 giugno 2026 Intervista a Riccardo Magi, +Europa “Il nuovo sistema comune viola le convenzioni internazionali, a cominciare da quella di Ginevra, i trattati e i principi fondativi dell’Unione”. Onorevole Riccardo Magi, segretario di + Europa, l’accordo Ue sul regolamento rimpatri rende la gestione dei flussi migratori più efficace, in Europa? Assolutamente no, anzi. È il vento politico di destra che soffia e va nella direzione di smantellare un sistema d’asilo basato sui principi fondativi dell’Ue e sulle convenzioni internazionali, a partire dalla Convenzione di Ginevra. Insieme al nuovo Patto Migrazione e asilo contrasta infatti con il Trattato sul Funzionamento dell’Ue (Tfue) che prevede una politica comune in materia di protezione dei migranti. Rimpatri immediati e hub di ritorno in Paesi terzi previo accordi bilaterali, repressione dell’immigrazione stile Ice, obbligo di reclusione… Si tolgono diritti solo ai migranti? Quando si demolisce lo Stato di diritto, le conseguenze investono tutti, non solo i migranti. In questo modo, gli Stati membri sperano di disfarsi di alcuni obblighi giuridici che però sono fondativi della democrazia. E si tenta di archiviare la spinta opposta degli ultimi anni, quando in Europa si provava ad esempio a modificare il regolamento di Dublino, per costruire un sistema di accoglienza più condiviso e solidaristico tra gli Stati. Qui invece siamo all’apoteosi dell’egoismo nazionalista, malgrado non vi sia alcuna emergenza numerica. Il sistema potrà funzionare a livello giuridico? L’articolo 78 del Tfue prevede la possibilità che uno Stato membro possa fare accordi bilaterali con Paesi terzi, ma solo se è sottoposto ad una grave pressione migratoria dovuta a contingenze straordinarie: guerre, carestie, ecc.. Qui invece c’è solo l’idea di liberarsi dai vincoli derivanti dalle convenzioni internazionali e dai trattati fondativi dell’Ue. Perciò probabilmente molti di questi strumenti “innovativi”, come li chiamano, a cominciare dai return hub, saranno giudicati illegittimi dalla stessa Corte di giustizia europea. Il governo Meloni spera così di salvare il Cpr in Albania? Fermo restando che quello è uno dei più grandi fallimenti di Meloni da tutti i punti di vista, quel modello non ha nulla a che fare con il nuovo regolamento Ue che prevede di cedere al Paese terzo la titolarità giuridica dell’intera procedura, dall’esame della domanda d’asilo in poi. L’accordo con l’Albania, almeno al momento, prevede invece semplicemente il prestito temporaneo di un pezzo di territorio albanese dove però la responsabilità giuridica resta tutta italiana. Proprio per questo è pendente davanti alla Corte di giustizia Ue la questione di legittimità sollevata dalle Sezioni unite della Cassazione. Insomma non ha alcun successo da rivendicare, Meloni, sulle politiche migratorie? Assolutamente no, nemmeno sull’immigrazione regolare: infatti meno del 20% degli stranieri che arriva in Italia tramite il decreto flussi ottiene un contratto di lavoro e un permesso di soggiorno. E la causa di ciò è la legge Bossi-Fini, che andrebbe cambiata. L’Europa non c’entra nulla, è tutta responsabilità nazionale, ed è sicuro che quando il governo Meloni vedrà i risultati fallimentari del loro stesso modello, invece di fare mea culpa, sarà il primo ad accusare l’Europa di non funzionare. HIV e droghe, contagio e punizione di Maria Stagnitta Il Manifesto, 3 giugno 2026 Per troppo tempo ci è stato detto che la “guerra alla droga” fosse necessaria. Che punire significasse proteggere, che incarcerare fosse un atto di responsabilità collettiva. Oggi, però, davanti all’evidenza dei fatti, questa narrazione si sgretola. Non solo queste politiche non hanno ridotto il consumo di sostanze, ma hanno prodotto un danno profondo alla salute pubblica. E il prezzo lo stiamo pagando in vite umane. Le persone che si iniettano droghe hanno tra le 10 e le 34 volte più probabilità di contrarre l’HIV rispetto alla popolazione generale. Non è una fatalità, ma il risultato diretto di politiche punitive che spingono le persone ai margini. Come evidenziato da The Lancet HIV e da un documento presentato a Vienna da Unaids e dall’International Network of People who Use Drugs, la criminalizzazione non contiene il virus: ne favorisce la diffusione. L’uso di droghe non scompare sotto la repressione. Diventa invisibile, si sposta nell’ombra, lontano dai servizi sanitari e dalla prevenzione. Le persone diventano bersagli, marchiate dallo stigma e costrette a muoversi in contesti clandestini e insicuri. In queste condizioni aumentano i comportamenti a rischio: siringhe condivise, assenza di strumenti sterili, paura dell’arresto. Non è un effetto collaterale, ma una conseguenza diretta. E mentre le evidenze indicano la necessità di ridurre la repressione penale, la politica continua ad andare nella direzione opposta. Lo dimostra l’ultimo decreto sicurezza che modifica l’articolo 73, comma 5, del Testo unico sulle droghe, escludendo la lieve entità nei casi ritenuti “continuativi e abituali”. Si restringe così uno dei pochi spazi che consentivano di distinguere le condotte di lieve entità dal grande traffico. Il risultato prevedibile è l’aumento delle pene, degli ingressi in carcere e della marginalizzazione sociale. Ancora una volta, non si colpiscono i grandi traffici, ma le persone più vulnerabili, spesso coinvolte in forme di piccolo spaccio legate alla sopravvivenza o ai contesti di consumo. Quando la legge diventa una barriera, la salute diventa un privilegio. Chi teme l’arresto evita i check-up sanitari e i servizi, allontanandosi da un sistema che dovrebbe proteggerlo. Così le infezioni si diffondono, le terapie si interrompono e le vite si spezzano, mentre gli Stati continuano a investire risorse in un sistema repressivo costoso e inefficace. Eppure un’alternativa esiste. Dove si smette di punire e si inizia a prendersi cura, i risultati cambiano. I programmi di riduzione del danno - come lo scambio di siringhe, le terapie sostitutive e l’accesso ai test - riducono in modo significativo la trasmissione dell’HIV e la mortalità. Non sono concessioni, ma strumenti basati su evidenze scientifiche. C’è anche una questione di giustizia sociale. Le politiche proibizioniste colpiscono in modo sproporzionato le persone più vulnerabili, amplificando povertà ed esclusione e alimentando un ciclo di stigma e punizione. In questo senso, il problema è anche una questione di classe. Continuare su questa strada non è una scelta neutrale, ma politica. Depenalizzare non significa ignorare il problema: significa affrontarlo in modo più umano ed efficace, riconoscendo che l’uso di sostanze è prima di tutto una questione di salute. Se vogliamo davvero fermare l’HIV e costruire una società più giusta, dobbiamo cambiare paradigma. Le evidenze ci sono. I risultati anche. Quello che manca è la volontà. Una riforma della legge sulle droghe orientata alla depenalizzazione e alla salute pubblica non è più rinviabile: servono politiche basate sulle evidenze, investimenti nei servizi e il superamento dell’approccio punitivo che ha dimostrato il suo fallimento. Solo così sarà possibile ridurre danni, pregiudizio e nuove infezioni, tutelando concretamente la salute pubblica.