Carceri italiane: sicurezza e dignità sono la stessa cosa di Fedele Moretti Il Riformista, 30 giugno 2026 Le recenti testimonianze che giungono dagli istituti di pena italiani non sorprendono chi segue da vicino il sistema penitenziario. Sorprendono, semmai, per la loro ostinata ricorrenza: sovraffollamento, carenza di percorsi trattamentali, difficoltà organizzative strutturali. Sono criticità note, documentate, ripetutamente denunciate. Eppure restano lì, immobili, come se la loro reiterazione le avesse ormai rese invisibili al dibattito pubblico. La questione carceraria non è una questione tecnica di capienza o di organici: è una questione costituzionale. L’articolo 27 della Costituzione è inequivoco - la pena non può consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e deve tendere alla rieducazione del condannato. Quando le condizioni detentive negano la dignità della persona, si viola la Costituzione. È semplice, anche se spesso si preferisce non dirlo con questa chiarezza. Un falso conflitto da superare - Esiste una narrazione - comoda, ma fuorviante - che presenta sicurezza e dignità come principi in tensione tra loro: garantire l’una significherebbe necessariamente sacrificare l’altra. L’Organismo Congressuale Forense rigetta questa impostazione con nettezza. Sicurezza e dignità non sono poli opposti: sono elementi complementari e inscindibili della funzione rieducativa della pena. Un detenuto che vive in condizioni degradanti non è un detenuto che si rieduca. Un sistema che non rieduca produce recidiva. E la recidiva mina la sicurezza collettiva. Il ragionamento è circolare, e il cerchio ha un unico punto di partenza: il rispetto della persona. Le misure alternative alla detenzione e l’esecuzione penale esterna non sono concessioni né privilegi: sono strumenti di politica criminale che alleggeriscono la pressione sugli istituti e che, dove correttamente applicate, riducono il rischio di nuovi reati. Rafforzarle non è un atto di clemenza verso chi ha sbagliato - è un investimento nella sicurezza di tutti. Il nodo tossicodipendenze: una riforma che rischia di non decollare - Una delle questioni più urgenti riguarda la componente tossicodipendente della popolazione detenuta. Il Parlamento sta esaminando un disegno di legge sulla detenzione domiciliare terapeutica per i detenuti tossicodipendenti o alcoldipendenti: un provvedimento condivisibile nella filosofia di fondo, ma con lacune tecniche e finanziarie tali da rischiare di restare una mera enunciazione di principio. I numeri sono eloquenti: la platea potenziale supera le 22.000 persone, a fronte di circa 13.276 posti letto disponibili nelle comunità terapeutiche - gestite per il 97,5% da strutture private, senza alcun obbligo di accogliere inserimenti dal circuito penale. Il Ddl carica queste strutture di nuovi e significativi oneri senza prevedere coperture adeguate, con il rischio concreto che selezionino gli inserimenti, escludendo esattamente i profili più complessi che la riforma intende raggiungere. A ciò si aggiunge un paradosso finanziario: parte della copertura viene reperita abrogando un’autorizzazione di spesa destinata proprio al potenziamento delle strutture riabilitative - si sottraggono risorse nel momento stesso in cui se ne accresce la domanda. Sul piano giuridico, l’OCF segnala due criticità principali. Il consenso del pubblico ministero condiziona l’accesso alla misura senza criteri sostanziali né obbligo di motivazione, con il risultato prevedibile di un’applicazione disomogenea sul territorio. Il regime di revoca, inoltre, prevede nei casi più gravi la preclusione a qualsiasi ulteriore misura alternativa, senza chiarire che la ricaduta nel consumo - evenienza clinicamente fisiologica - non costituisce di per sé violazione idonea a determinarla. Infine, desta perplessità che la segnalazione che innesca la revoca provenga dal responsabile della struttura privata di accoglienza, senza adeguate garanzie procedurali né contraddittorio con la difesa. Il fascicolo elettronico del detenuto: una riforma attesa - In questo quadro si inserisce l’iniziativa che l’Organismo Congressuale Forense ha illustrato al CNEL, su input del Presidente Brunetta: la proposta di istituzione del fascicolo elettronico del detenuto. Non è un’idea nata in astratto - nasce da una mozione congressuale approvata a larghissima maggioranza al Congresso di Torino dell’ottobre 2025, che ha impegnato l’OCF a tradurre in norma la volontà dell’avvocatura. Il fascicolo elettronico prevede sezioni dedicate al lavoro e alla formazione del detenuto, alla sua condizione sanitaria, ai provvedimenti giudiziari e autorizzativi che lo riguardano, e garantisce l’accesso digitale del difensore ai dispositivi per i colloqui da remoto. Non è una questione di modernità tecnologica: è una questione di effettività dei diritti. Nel contesto specifico dei detenuti tossicodipendenti - dove il fascicolo sanitario e l’aggiornamento del programma terapeutico sono elementi essenziali per ogni valutazione giuridica - la lacuna digitale diventa direttamente una lacuna di tutela. L’istituzione di una piattaforma digitale strutturata è la via maestra per consentire a ciascun difensore di accedere direttamente alle informazioni cruciali del proprio assistito - strumento fondamentale non solo per l’assistenza legale, ma soprattutto per favorire il reinserimento sociale post-carcerario. Recidiva zero: un obiettivo, non uno slogan - L’obiettivo che l’avvocatura si pone - e che l’OCF è impegnato a perseguire - è una recidiva tendente allo zero. Non è uno slogan: è la traduzione pratica di ciò che la Costituzione chiede. Ogni detenuto che torna a delinquere dopo aver scontato la pena rappresenta un fallimento del sistema, non della persona. La riforma sulla detenzione domiciliare terapeutica, se corretta nelle sue lacune, la digitalizzazione del fascicolo del detenuto, il rafforzamento delle misure alternative: non sono riformette di dettaglio, ma tasselli di una strategia che pone al centro la persona - perché è l’unico modo per costruire un sistema che funzioni davvero. Nessuna riforma strutturale del sistema penitenziario può nascere da un’unica sede o da un’unica voce. L’Organismo Congressuale Forense ribadisce la necessità di un confronto costante e paritario tra istituzioni, magistratura e avvocatura. Non tavoli formali che producono dichiarazioni, ma sedi di lavoro concrete che individuino soluzioni sostenibili. Il sistema carcerario italiano può cambiare. La volontà politica e la collaborazione istituzionale sono le uniche variabili ancora mancanti. 41-bis, il piano Kairos e lo spettro delle carceri-isola di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 30 giugno 2026 Sono 128 i detenuti sottoposti al regime del 41 bis spostati tra sabato 27 e domenica 28 giugno verso la casa di reclusione di Vigevano. Il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria ha chiamato l’operazione Argus e l’ha raccontata con la lingua dei numeri: 165 agenti impiegati, una flotta di furgoni e radiomobili, ambulanze al seguito, vettori terrestri e aerei, cinque istituti coinvolti tra Novara, Cuneo, Tolmezzo e Milano, il tutto coordinato dal direttore reggente del Gruppo operativo mobile Silvio Gallo. Quello che il comunicato non dice pesa quanto i numeri. Argus è un tassello del piano Kairos, la riorganizzazione del circuito del carcere duro che il Dap porta avanti da mesi e che resta secretato per ragioni di sicurezza. Per ricavare le celle del 41 bis a Vigevano è stata smontata una delle poche sezioni femminili di alta sicurezza rimaste nel Paese, dentro un carcere che già prima dei lavori contava più detenuti dei posti regolamentari e molti meno agenti di quelli previsti dalla pianta organica. Su quella scelta pende un’interrogazione parlamentare del Pd depositata oltre un anno fa e mai chiarita. La destinazione è stata individuata con un decreto ministeriale del 18 giugno, dieci giorni prima del trasferimento. Con quell’atto Vigevano entra nella nuova geografia del 41 bis che il governo sta ridisegnando. Il regime detentivo speciale previsto dall’articolo 41 bis dell’ordinamento penitenziario vale oggi per poco più di settecento persone in tutta Italia, di cui una decina di donne, con un’età media alta e molti reclusi che hanno superato i sessant’anni. Spostarne 128 in un fine settimana vuol dire muovere quasi un sesto dell’intera popolazione del carcere duro verso un solo istituto. A novembre 2025 i penitenziari con una sezione 41 bis erano dodici, il piano Kairos vuole ridurli a sette: la sezione di Novara, da dove sono partiti alcuni dei trasferiti, chiude, e Vigevano prende il posto di altri reparti destinati a sparire. La sezione delle donne cancellata - Fino all’estate scorsa Vigevano ospitava una sezione femminile di alta sicurezza, il circuito AS3, una delle pochissime in Italia. Le donne recluse lì lavoravano in un call center interno che impiegava ventotto detenute con contratti esterni e in una sartoria, seguivano percorsi di studio, avevano costruito una quotidianità che gli operatori raccontavano come uno dei rari esempi riusciti di pena orientata al reinserimento. Durante una visita dell’estate 2025 una trentina di detenute aveva chiesto in lacrime cosa ne sarebbe stato di loro, temendo di finire in istituti dove quelle attività non esistono e di perdere, insieme al lavoro, anche i benefici penitenziari legati alla buona condotta. Le donne sono state dislocate in altre carceri di massima sicurezza. Con loro sono state trasferite circa 50 agenti donne in servizio ordinario, molte delle quali a Vigevano avevano messo radici da anni. La trasformazione non è arrivata senza avvertimenti. Già nel giugno 2025 la deputata del Pd Silvia Roggiani, insieme a Gianni Cuperlo, Antonella Forattini, Gian Antonio Girelli, Lorenzo Guerini, Lia Quartapelle e Vinicio Peluffo, aveva depositato un’interrogazione rivolta al ministro Carlo Nordio. Chiedeva chiarezza sul progetto di riconversione, sul destino della sezione femminile e sulla tutela dei posti di lavoro, parlando di famiglie che avevano costruito a Vigevano la propria stabilità e che si trovavano davanti a una decisione calata dall’alto. La risposta puntuale non è mai arrivata e i lavori sono andati avanti. Sul territorio anche il Pd vigevanese aveva sollevato dubbi concreti: perché proprio Vigevano, città di poco più di sessantamila abitanti; come reggerà l’organico già scoperto delle forze dell’ordine locali, chiamate ad accompagnare ogni trasferimento esterno dei detenuti al 41-bis; come mai il milione speso per adeguare il padiglione non fosse stato trovato prima per ridurre il sovraffollamento. A questo si aggiunge un nuovo edificio da circa 80 posti, finanziato con fondi del Pnrr attraverso il ministero delle Infrastrutture, sulla cui reale destinazione le voci locali si dividono tra sezione detentiva e polo sanitario per il 41 bis. Alla vigilia dei lavori nell’istituto vivevano oltre 360 persone a fronte di 226 posti, con 200 agenti in servizio contro i 315 della pianta organica. Lo stesso edificio era stato segnalato per le infiltrazioni d’acqua nelle celle e per condizioni igieniche che chi lo aveva visitato aveva definito allarmanti. Il modello che l’Europa continua a bocciare - Il comunicato del Dap definisce il 41 bis un modello “di ispirazione per molti Paesi europei ed extraeuropei”. Eppure la realtà dei fatti racconta una storia meno lineare. Il Comitato europeo per la prevenzione della tortura ha chiesto più volte all’Italia di rivedere il carcere duro, ha definito l’isolamento diurno una misura anacronistica e priva di giustificazione penologica, ha segnalato le cosiddette aree riservate, un regime ancora più chiuso che nessuna legge prevede. Nel concreto al detenuto al 41 bis viene assegnata una cella singola dove trascorre 21 o 22 ore al giorno, può vedere solo i tre compagni del suo gruppo di socialità, ha diritto a un solo colloquio al mese di un’ora e a una telefonata di 10 minuti. L’allora Garante nazionale dei detenuti Mauro Palma ha ricordato che le proroghe vengono concesse quasi in automatico, che molte persone restano al 41 bis per oltre vent’anni e a volte fino alla morte, e che tutto questo va misurato con l’articolo 27 della Costituzione, quello sulla funzione rieducativa della pena. Il 10 aprile 2025 anche la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia proprio sul meccanismo dei rinnovi. La Conferenza dei garanti territoriali ha chiesto alle commissioni giustizia di Camera e Senato di aprire un’indagine conoscitiva sull’applicazione concreta della misura. Così come Irene Testa, garante della Sardegna, ha denunciato che spostare i detenuti al 41 bis sull’isola è una violazione dei diritti umani. Il piano Kairos punta a concentrare gli oltre 800 posti del carcere duro in sette istituti di massima sicurezza, scelti per restare il più possibile isolati anche dal punto di vista geografico. Tre dovrebbero sorgere in Sardegna, in nome di quella preferenza insulare introdotta da una norma del 2009. L’associazione Antigone, nel suo ultimo rapporto intitolato non a caso “Tutto chiuso”, legge questa logica come il ritorno di una vecchia idea, quella delle isole-carcere di Asinara e Pianosa che negli anni Novanta i movimenti per i diritti civili avevano denunciato come una deportazione istituzionalizzata. Dove il circuito speciale si è spostato, le attività trattamentali sono sparite: a Cuneo, da cui sono partiti alcuni dei detenuti arrivati a Vigevano, è stato sospeso perfino il centro Agorà, lo spazio costruito per le attività educative e culturali. Resta la questione che attraversa l’intero progetto. Un piano che riscrive la mappa della pena più dura del nostro ordinamento è coperto dal segreto, e il segreto, come ha osservato l’avvocata Maria Brucale, non è un incidente ma la sostanza stessa del 41 bis: davanti a un giudice diventa quasi impossibile bilanciare il diritto alla trasparenza degli atti amministrativi con le esigenze di sicurezza invocate dal ministero. Argus si è chiusa con il plauso del sindacato Sappe e con la soddisfazione del Dap per l’efficienza dimostrata. Il conto di cosa quel trasloco abbia significato per chi è stato spostato, per le donne che a Vigevano lavoravano e per gli agenti che lì vivevano, in nessun comunicato è stato scritto. Biblioteche nelle carceri, un modo per ricordare che i detenuti non sono vite di cui sbarazzarsi di Damiano Francesco Pujia* Il Dubbio, 30 giugno 2026 Anche all’ultimo Salone del Libro di Torino si è discusso di iniziative culturali e reinserimento sociale, in un seminario il cui titolo presentava una prospettiva e un problema: “Oltre la pena: percorsi di riconnessione sociale e cittadinanza attiva”. La prospettiva è quella delineata dall’articolo 27 della Costituzione. Il problema è capire se oggi esista davvero qualcosa oltre la pena. Al XXII Rapporto di Antigone sulle condizioni di detenzione, dall’eloquente titolo “Tutto chiuso”, è allegata una lettera scritta dalla redazione di Radio Rebibbia/Jailhouse Rock, in cui si lamentano problemi di “vita quotidiana” come quelli della carenza del vitto, della difficoltà a incontrare lo psicologo, delle visite ospedaliere che saltano, dell’estate che, come ogni anno, trasforma l’Istituto in un “forno”. Sembrano problemi “da poco”, ma chi conosce la realtà penitenziaria sa bene che sono proprio le “piccole cose” ad assumere importanza in carcere. Eppure, sembra che per buona parte della società libera “oltre la pena” e “durante la pena” non debba esserci proprio nulla. Quando un detenuto ottiene un permesso o torna in libertà dopo aver espiato la condanna, una parte consistente dell’opinione pubblica reagisce con indignazione. Il carcere torna al centro del dibattito nel momento dello scandalo, della tragedia o della polemica politica. Il processo mediatico trasforma il reato da fatto commesso a identità permanente della persona. L’imputato, il detenuto, il condannato finiscono per coincidere integralmente con la loro colpa. Nella percezione del pubblico, la pena detentiva sembra doversi trasformare in una “morte civile”. Non più soltanto limitazione della libertà personale, ma cancellazione simbolica della persona dallo spazio della cittadinanza, delle relazioni e della cultura. Le iniziative culturali - dentro e fuori il carcere - di cui si è parlato al Salone del Libro assumono allora un significato particolare. I libri, dentro e fuori il carcere, non servono soltanto a custodire memoria o a riempire scaffali. Servono a impedire che l’essere umano venga ridotto a un numero o alla sua colpa. Nella civiltà europea si è fatta strada l’idea che l’uomo possa e debba essere sempre qualcosa di più del proprio errore. È una convinzione che assume un significato ancora più forte nell’ottantesimo anniversario della Repubblica italiana, nata dalle rovine della guerra, delle deportazioni, delle persecuzioni politiche e delle carceri disumane. Regina Coeli, Via Tasso, Ventotene, Fossoli, le Fosse Ardeatine, Marzabotto, Sant’Anna di Stazzema non sono soltanto luoghi della memoria. Sono il segno di ciò che accade quando la degradazione dell’essere umano diventa metodo. E dovremmo ricordarlo oggi, in un tempo nel quale la disumanizzazione è tornata a occupare il linguaggio pubblico, anche a livello internazionale. Sembra riaffiorare l’idea che è umano soltanto chi è più forte o appartiene alla parte ritenuta giusta. L’altro - il vinto, il nemico, il prigioniero - viene gradualmente privato della sua dignità di essere umano. Quando una società inizia a distinguere le persone in base al grado di umanità loro riconosciuto, si dissolve inevitabilmente anche l’idea di collettività fondata sulla solidarietà. È per questo che occorre guardare al carcere come uno dei luoghi più importanti del territorio di una Repubblica democratica, fondata sul lavoro, costituzionale. Nel carcere in particolare si misura la capacità dello Stato di continuare a riconoscere umanità nelle persone. Lo stato delle carceri - come segnalato da molti - individua il grado di civiltà raggiunto da un ordinamento. L’articolo 27, comma 3°, della Costituzione non è stato il frutto di un astratto esercizio teorico. È nato dalla cruda verità della storia, dall’esperienza europea della disumanizzazione. Ancora oggi, si ripropone l’interrogativo se il reinserimento sociale sia realmente un obiettivo della pena oppure se esso si riduca a una formula rituale, buona per essere citata nei convegni ma che fatica a trovare concretizzazione nella quotidianità del sistema penitenziario. Forse la società non condivide oggi il progetto culturale promosso dall’articolo 27 della Costituzione? Forse la società non vuole essere “disturbata” dal ritorno alla libertà di chi “ha fatto la galera”? Essa è realmente disposta ad accettare che chi ha sbagliato possa tornare a essere un libero cittadino? Poiché non basta la lettura della Costituzione (amara constatazione) per arginare le tendenze alla disumanizzazione del carcere - nella percezione pubblica e politica - forse è proprio la cultura a poterci “salvare”. Una biblioteca dentro e fuori il carcere costituisce una forma di Resistenza contro la negazione del “diritto ad essere umani”; contro la riduzione della persona alla sua colpa. Se non basta la lettura della Costituzione, si spera che possano essere d’aiuto le parole del Santo Padre Leone XIV, che il 15 maggio scorso, parlando di criminalità organizzata e traffico di stupefacenti (ossia, di reati gravissimi di carattere transnazionale) ha ricordato la necessità di rispettare sempre la dignità e i diritti umani anche di chi ha commesso un reato, nei confronti del quale è precluso “il ricorso alla pena di morte, alla tortura e a ogni forma di punizione crudele o degradante”. Qualora non bastasse neanche la tradizione cristiana, nella letteratura italiana ed europea - anch’esse spesso invocate per convenienza politica - vi sono importanti riferimenti al ripudio dell’identità fra essere umano e sua colpa. Dante, per esempio, nella Divina Commedia contrappone all’Inferno dell’irrevocabilità della pena il Purgatorio della speranza e del riscatto. Nel “Faust”, Goethe rifiuta l’idea che l’essere umano coincida integralmente con il male compiuto. Faust sbaglia, cade, distrugge, ma conserva sempre la possibilità della redenzione. “Chi incessantemente tende verso l’alto, quello possiamo salvarlo”. Kafka descrive un’altra forma di disumanizzazione ne “Il processo”. Josef K. viene assorbito da una macchina burocratica indifferente alla persona e alla sua umanità. È una sensazione che percepiamo ancora oggi, quando imputati e detenuti vengono ridotti a fascicoli, statistiche o simboli da esibire nel dibattito pubblico. Anche le lettere dei condannati a morte della Resistenza custodiscono questa eredità morale. Giacomo Ulivi, Eusebio Giambone, Pedro Ferreira continuavano a parlare di dignità, libertà e responsabilità pur essendo prossimi alla morte. La Repubblica italiana nasce anche da quelle voci e dall’idea che il detenuto, il vinto o il nemico politico rimangono essere umani. La coscienza tragica della storia europea - parafrasando George Steiner - deve essere preservata e riscoperta, per ricordarci che non esiste potere senza limiti; non è legittimo il potere quando esso pretende di decidere quali vite meritino di essere considerate umane e quali no. Anche per questo il tema delle biblioteche, dell’accesso ai libri e della cultura dentro e fuori gli istituti penitenziari non è affatto astratto. È una questione profondamente costituzionale. Ogni libro aperto dentro il carcere allontana l’idea che possano esistere esseri umani definitivamente caduti. Ogni pagina letta rappresenta un argine contro la trasformazione della pena in pura eliminazione della persona dalla società. E forse dovremmo lasciare aperta la domanda dalla quale siamo partiti: esiste davvero qualcosa oltre la pena oppure il carcere rischia sempre più di diventare il luogo nel quale la società nasconde coloro che non vuole più guardare? Perché nel momento in cui lo Stato smette di interrogarsi sull’umanità dei detenuti, non perde soltanto il senso della pena. Rischia di perdere il senso stesso della propria umanità. *Avvocato Lo stato si accanisce contro Cavallini, detenuto rieducato e semilibero dal 2017 di Simona Bonfante Il Riformista, 30 giugno 2026 Dallo scorso 19 giugno, a Gilberto Cavallini - detenuto a Rebibbia in regime di isolamento - è stata inflitta a sorpresa una sorveglianza ancora più stringente. La misura sembra motivata da ragioni di tutela dell’incolumità del detenuto. Ragioni ancora ignote agli avvocati. Cavallini, 73 anni, è in isolamento dallo scorso novembre, in virtù di una sanzione penale accessoria inflittagli nel 2025, insieme all’ergastolo, con la condanna definitiva per la strage di Bologna. Un inedito assoluto per una persona già considerata rieducata e dunque non più punibile secondo Costituzione per un fatto criminoso di 45 anni prima. Con l’ultimo provvedimento che ne inasprisce la già soffocante restrizione, Cavallini non può più partecipare alla Messa né andare in chiesa a pregare o seguire corsi di formazione. Non può più fare l’ora d’aria nel passeggio grande ma è costretto al chiuso in un cubicolo lungo pochi metri dove fa un caldo insopportabile. Riceve il vitto non dal carrello ma direttamente dall’assistente penitenziario che glielo porta insieme alle medicine. Manco fosse un lebbroso. Cavallini, che finirà di espiare l’isolamento nel 2028, è sorvegliato con telecamere H24 anche al cesso, può parlare di persona solo con i difensori e al telefono con i familiari. Questa ulteriore deprivazione delle già menomate libertà fondamentali origina da una nota riservata del DAP alla Direzione di Rebibbia, con uno specifico ordine di servizio che impone stringenti misure “a tutela” del detenuto. La nota del DAP non è ostensibile all’interessato e, allo stato, neanche ai difensori, salvo autorizzazioni non ancora pervenute. Cavallini è detenuto ininterrottamente da oltre 40 anni e non ha mai avuto alcun problema con nessuno all’interno del circuito carcerario, né ha mai avuto, in quest’ultimo girone di inferno penitenziario, avvisaglie di minacce alla propria incolumità. Questo improvviso pericolo paventato dal DAP non si spiega con gli elementi al momento in nostro possesso. Intanto si attende risposta all’interrogazione presentata lo scorso 3 giugno dall’onorevole Giachetti di Italia Viva, proprio sulla base di quanto denunciato al Riformista dall’avvocato Gabriele Bordoni in merito alle tante stranezze di questo isolamento inflitto a un detenuto già rieducato e semilibero dal 2017. Gli interrogativi posti al ministro Nordio interpellano direttamente l’Amministrazione Penitenziaria, dal momento che proprio il DAP avrebbe dovuto registrare i periodi di isolamento già espiati dal pluri-ergastolano e riconosciuti dai magistrati sin dal 1995, con la concessione del primo permesso premio. Ma il DAP non ha fornito riscontro e così Cavallini è condannato a scontare per intero questi ulteriori tre anni nel regime di massima afflizione, adesso ulteriormente inasprito. Da semilibero Cavallini non era minacciato da nessuno. Se lo è ora in galera, andrebbe liberato subito, non murato vivo “a sua tutela” in attesa che si spenga di morte naturale, magari in un carcere di massima sicurezza, in condizioni inumane, deprivato di tutto e totalmente solo. Vecchio e malato, ottiene la “grazia parziale” ma è ancora in carcere di Giuseppe Pipitone Il Fatto Quotidiano, 30 giugno 2026 Ha 88 anni, soffre di una serie di patologie che alcuni medici considerano incompatibili con la detenzione, eppure si trova ancora nel carcere di Rebibbia. E questo nonostante abbia già ricevuto una grazia, seppur solo parziale, dal presidente della Repubblica. È la storia di Antonio Russo, il detenuto citato da Gianni Alemanno nell’ultimo messaggio postato sui social, poche ore prima di tornare in libertà. “Pensate che sia uscito? Assolutamente no... (mica sono tutti così fortunati da ricevere la grazia prima di entrare in carcere come la Minetti...)”, ha scritto l’ex sindaco di Roma, 24 ore prima di varcare i cancelli del penitenziario, dove ha condiviso la cella pure con Russo. “Spesso purtroppo cade dalla branda e batte la testa, sono gli altri detenuti a dargli una mano”, racconta Alemanno, che aveva chiesto a Sergio Mattarella di graziare l’anziano, condannato a 12 anni per omicidio. Era il 2018 quando, al culmine di una colluttazione, Russo aveva ucciso uno dei figli della sua compagna, che da tempo lo vessava e maltrattava. Dopo il delitto, l’uomo si era consegnato spontaneamente alle forze dell’ordine e aveva trascorso un periodo in detenzione domiciliare, partecipando poi al processo da uomo libero. La condanna era diventata definitiva nel 2022, Russo era entrato in carcere mentre si aggravavano le sue già precarie condizioni di salute. Dopo averlo conosciuto, Alemanno aveva dunque scritto a Mattarella per chiedere il perdono presidenziale. Il 15 aprile, il Quirinale ha deciso di concedere a Russo solo una grazia parziale che ha estinto due anni e sei mesi di pena. “Il Capo dello Stato ha tenuto conto del parere favorevole del ministro della Giustizia, dell’età e delle condizioni di salute dell’interessato e del particolare contesto familiare nel quale l’episodio delittuoso è maturato”, si legge nel comunicato diffuso dal Colle per dare notizia della decisione, a differenza di quanto avvenuto per il caso di Nicole Minetti. “Dal mio punto di vista, quella è una follia - dice Alemanno. Non entro nel merito della questione, ma hanno dato la grazia a una persona che non ha mai messo piede in cella e poteva chiedere l’affidamento in prova perché la pena era inferiore a quattro anni. Paragonare il caso Minetti a quello di Antonio Russo ci dimostra che qualcosa nel nostro Paese non funziona”. Nonostante la grazia parziale, l’età e le condizioni di salute, infatti, Russo si trova ancora in cella: deve scontare ancora circa cinque anni. Il suo difensore, l’avvocato Edoardo Albertario, ha già chiesto in via d’urgenza il differimento pena per motivi di salute, ma quasi tre mesi dopo il tribunale di sorveglianza non ha ancora deciso. “La pena deve avere una funzione rieducativa, ma in questo caso rischia di diventare una tortura”, dice il legale, che contesta le numerose “disfunzioni” del sistema penitenziario. “Riteniamo che il magistrato di sorveglianza stia facendo il suo lavoro e non sia responsabile di questa situazione - spiega -Ma in carcere molte visite mediche spesso saltano perché non ci sono abbastanza agenti per scortare i detenuti. Tutte le settimane vado a trovare Antonio e onestamente, con queste temperature, ho paura che ogni giorno possa essere l’ultimo per lui”. La questione giustizia resta aperta: ecco perché la battaglia garantista non può finire in archivio di Fabrizio Cicchitto* Il Dubbio, 30 giugno 2026 Caro Direttore, credo che valga la pena tornare sui risultati del referendum che hanno colto di sorpresa i sostenitori del Sì per la sconfitta non prevista specie in quelle proporzioni. Inoltre, non ci sembra che ci sia la dovuta sensibilità proprio nel campo del Sì delle conseguenze negative su quella sconfitta. Bisogna comunque partire da una valutazione generale: o il Sì in qualunque referendum coinvolge larga parte di entrambi gli schieramenti politici fondamentali, oppure esso è votato alla sconfitta. Infatti, nel caso in cui il bipolarismo non sia superato, il Sì inevitabilmente divide il campo e invece il No può unire un fronte largo anzi larghissimo: nel recente referendum sul No si sono ritrovati forze totalmente eterogenee, da Askatasuna e dai Pro Pal fino a raggianti centristi come Paolo Gentiloni e Pierferdinando Casini. Qui veniamo però alla atipicità degli schieramenti politici coagulatisi sul Sì e sul No al referendum. Il Sì proveniente dal consenso sulla Legge Vassalli del 1989 avrebbe dovuto co agulare in partenza tutta l’area della sinistra garantista e riformista. Ma a quest’area, dopo il 92-94, e dopo la sconfitta del Psi, dei Partiti laici e di larga parte della Dc, ad opera del pool di Mani Pulite, del pool dei 4 grandi giornali, del Pci-Pds in versione ultra berlingueriana, praticamente è ridotto ai minimi termini. Così è avvenuto che per il Sì si è pronunciato il centrodestra, dove solo Forza Italia era davvero convinta sul valore di quella battaglia e dove solo i Presidenti di Regione leghisti hanno svolto un ruolo trainante. Il resto del centrodestra ha sostenuto la causa con grande fatica. Sul lato del No, invece, è emerso che lo schieramento coagulatosi nel 92-94 e che comunque ha portato alla fine della Prima Repubblica, è tuttora un blocco politico e di potere assai agguerrito. In questo caso, esso è stato guidato in modo ferreo dall’Anm, con la convergenza convinta di tutto il M5S, di tutta Avs, di larghissima parte del Pd, dove solo alcune isolate personalità dell’area riformista, quella per intenderci tutta schierata a favore della Ucraina, coraggiosamente hanno espresso un SÌ del tutto marginale e minoritario. Tutto ciò però mette in evidenza che la questione giustizia rimane del tutto aperta e che essa richiederebbe (usiamo il condizionale viste alcune defezioni sopravvenute) anzi tuttora richiede una grande battaglia politica a livello parlamentare e della pubblica opinione. Infatti in seguito alla vittoria del No, sta emergendo il volto peggiore di una magistratura che certamente ha al suo interno posizioni rigorose, nobili e talora ad alto rischio, ma che nel suo complesso sta esprimendo linee arroganti aggressive e del tutto unilaterali. Per passare poi dalla questione generale a precise questioni di merito sul terreno legislativo, riteniamo che una scelta specifica assai importante riguardi il rafforzamento del Gip, che va sotto il nome di collegialità del Gip, una fondamentale figura di garanzia in una fase decisiva, quella delle indagini preliminari dove massimo è il potere dei pm, con l’uso della polizia giudiziaria (indagini, intercettazioni, pedinamenti e quant’altro, e quello altrettanto incisivo dei cronisti giudiziari che sono il braccio mediatico di chi passa loro notizie fondamentali per orientare l’opinione pubblica. Non a caso, proprio contro il Gip collegiale, si è pronunciato il presidente dell’Anm Tango fortunatamente contrastato da Enrico Costa capigruppo di Forza Italia. Per tutte queste ragioni il sottoscritto ha sostenuto che il Comitato Vassalli doveva rimanere in campo sul decisivo terreno della battaglia garantista sulla giustizia in stretta intesa con le camere penali e altri comitati. Si è deciso invece la trasformazione del Comitato in soggetto politico partitico (Federazione socialista riformista) che dovrebbe diventare una delle tante sigle del Terzo Polo in formazione. In questo modo si rischia di togliere dal campo sul terreno della Giustizia, un soggetto nel quale i Socialisti riformisti potevano svolgere un ruolo assai incisivo e della massima visibilità. Sono convinto che nella situazione attuale il Socialismo riformista può far valere le sue ragioni nel modo più efficace attraverso la cultura socialista e sta esprimendo le sue analisi e i suoi valori con una molteplicità di soggetti individuali e collettivi che si fanno sentire con forza nel dibattito politico e culturale. Mentre l’eventuale rinascita del Psi potrà avvenire solo Se e Quando scoccherà una scintilla fra le nuove generazioni, con l’affermazione di nuovi leader e di nuovi militanti. In ogni caso, la battaglia per la riforma della Giustizia e per la contestazione a viso aperto degli orientamenti negativi di una parte assai aggressiva però della magistratura è una esigenza assolutamente prioritaria che troverà la sua espressione in alcune forze politiche, in alcuni giornali, e nelle camere penali che da tempo stanno conducendo una battaglia non corporativa ma valida per tutta la società italiana. *Presidente ReL (Riformismo e Libertà), direttore Civiltà Socialista Le confische agli innocenti? Contrarie al diritto di difesa: l’assioma della Cedu di Fabrizio Costarella e Cosimo Palumbo* Il Dubbio, 30 giugno 2026 Il 16 dicembre la Grande Chambre della Corte europea dei diritti dell’uomo non sarà chiamata soltanto a decidere sui ricorsi Cavallotti e Macagnino contro l’Italia. Sul banco degli imputati finirà, ancora una volta, l’intero sistema delle misure di prevenzione patrimoniali. E questa volta Strasburgo sembra orientata a valutarne la compatibilità non tanto alla luce dell’articolo 7 della Convenzione, quanto attraverso il più rigoroso scrutinio imposto dalla presunzione di innocenza e dalla tutela del diritto di proprietà. Se le doglianze dei ricorrenti dovessero essere accolte, l’impatto sul sistema italiano della prevenzione potrebbe essere profondo, incidendo tanto sulla pericolosità qualificata quanto sulla pericolosità generica. Sul primo versante, sono in discussione temi centrali quali il rapporto tra procedimento di prevenzione e processo penale, gli effetti dell’assoluzione e il rispetto della presunzione di innocenza. Sul secondo, il nodo riguarda la qualità della base legale che sorregge le misure di prevenzione patrimoniali e i limiti entro cui lo Stato può comprimere il diritto di proprietà. I segnali che giungono da Strasburgo appaiono, per chi guarda criticamente all’attuale sistema, incoraggianti. Nella giurisprudenza più recente il baricentro del controllo di compatibilità convenzionale sembra infatti spostarsi dall’articolo 7 della Convenzione agli articoli 6, paragrafo 2, e 1 del Protocollo addizionale n. 1. Quest’ultima disposizione consente ingerenze nel pacifico godimento dei beni soltanto in presenza di una base legale sufficientemente chiara e prevedibile, nel rispetto del principio di proporzionalità e all’esito di un procedimento che garantisca un’effettiva possibilità di difesa. Un primo segnale è rappresentato proprio dalla decisione di rimettere il caso Macagnino alla Grande Chambre . Già nel dicembre 2023 la Corte aveva rivolto alle parti una serie di quesiti che lasciavano emergere dubbi significativi sulla compatibilità convenzionale della confisca di prevenzione. In particolare, i giudici europei hanno chiesto se la misura fosse stata applicata nel rispetto delle condizioni previste dalla legge; se il quadro normativo e giurisprudenziale offrisse adeguate garanzie contro possibili abusi, soprattutto con riguardo ai limiti temporali della confiscabilità; se l’ablazione di beni acquisiti prima o dopo il periodo di pericolosità fosse proporzionata allo scopo perseguito; e se l’inversione dell’onere della prova avesse imposto ai destinatari un sacrificio eccessivo. Il secondo segnale proviene dalla sentenza Isaia contro Italia, divenuta definitiva l’11 maggio 2026 dopo il rigetto della richiesta di rinvio alla Grande Chambre avanzata dal Governo italiano. La decisione affronta il tema della pericolosità generica partendo da una premessa netta: per giustificare la confisca di un bene occorre dimostrare il collegamento tra quel bene e il profitto derivante da attività illecite. La Corte ribadisce che la confisca di prevenzione, pur non avendo natura formalmente penale, è comunque soggetta al principio di legalità. Un provvedimento ablativo adottato in assenza di una base legale adeguata o al di fuori dei presupposti stabiliti dalla legge integra, di per sé, una violazione della Convenzione. La Corte aggiunge che la tutela della proprietà non può essere sacrificata in modo arbitrario e che ogni misura patrimoniale richiede una verifica concreta del giusto equilibrio tra interesse pubblico e diritti fondamentali dell’individuo. Particolarmente significativa è l’attenzione riservata alle garanzie difensive dei terzi interessati. Richiamando la direttiva UE 2024/1260, la sentenza afferma che il terzo deve poter contestare la confisca non soltanto sul piano formale, ma anche con riguardo ai fatti e agli elementi di prova sui quali si fonda l’assunto che i beni derivino da attività criminose. Si tratta di un’impostazione che sembra andare oltre l’orientamento espresso dalle Sezioni Unite Putignano, le quali avevano circoscritto il perimetro difensivo del terzo alla dimostrazione della genuinità dell’intestazione. Non meno rilevante è il profilo temporale. Il paragrafo 92 della sentenza Isaia contiene un’affermazione destinata a far discutere: quando il procedimento di prevenzione viene avviato molti anni dopo la commissione degli ultimi reati contestati, tale circostanza può essere sufficiente a escludere il raggiungimento del giusto equilibrio tra interesse pubblico e tutela dei diritti individuali. Un ulteriore elemento di riflessione arriva dalla sentenza Petrignani contro Italia del 28 maggio scorso. Sebbene riguardi la confisca penale, i principi affermati dalla Corte appaiono suscettibili di estensione anche al settore della prevenzione. Strasburgo continua infatti a considerare le diverse forme di confisca previste dall’ordinamento italiano come espressioni di un medesimo fenomeno ablatorio e, soprattutto, esclude che l’originaria imprevedibilità di una disciplina possa considerarsi sanata ex post da un successivo mutamento interpretativo della giurisprudenza. Un approdo che potrebbe riaprire il dibattito sulla retroattiva applicabilità della lettura tassativizzante della pericolosità generica elaborata dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 24 del 2019. Anche dalla giurisprudenza interna emergono segnali di apertura. Con una decisione del 23 gennaio 2026, la Corte di cassazione ha recepito alcuni dei principi espressi nella sentenza Isaia, sottolineando l’esigenza di evitare la confisca di beni acquisiti in un passato troppo remoto rispetto al momento di applicazione della misura. L’idea che sembra affermarsi è che alla necessaria correlazione temporale tra manifestazione della pericolosità e acquisizione del bene debba accompagnarsi un limite ragionevole alla retrodatazione degli effetti della misura patrimoniale. Si tratta, certamente, di indicazioni ancora frammentarie. Tuttavia, delineano una tendenza che consente di guardare con prudente ottimismo all’esito dei ricorsi Cavallotti e Macagnino. La decisione della Grande Chambre sarà decisiva per comprendere se il sistema italiano della prevenzione patrimoniale possa ancora ritenersi compatibile con gli standard europei di legalità, prevedibilità e proporzionalità oppure se l’Europa riterrà ormai incompatibile con la Convenzione un modello sostanzialmente punitivo che continua a presentarsi sotto la veste formale della prevenzione. *Osservatorio Misure di prevenzione e patrimoniali dell’Unione Camere Penali Italiane Verso il nuovo Csm: Area punta in alto Md guarda alla base di Mario Di Vito Il Manifesto, 30 giugno 2026 La sinistra giudiziaria si prepara all’elezione dei consiglieri togati. A ottobre il voto, ma le liste sono quasi tutte pronte. Bocciata per via referendaria l’idea di sorteggiare i membri del Csm, i 9.662 magistrati italiani andranno al voto i prossimi 25 e 26 ottobre per eleggere i venti togati della consiliatura che comincerà nel 2027 e si concluderà quattro anni più tardi. Per quanto riguarda i laici - gli eletti dal parlamento - dal gennaio dell’anno prossimo ogni momento sarà buono per sceglierli, ma se davvero le politiche si terranno ad aprile 2027 è assai probabile che la questione verrà affrontata nella prossima legislatura, con conseguente proroga dell’attuale consiglio. Si vedrà. Una cosa certa, ad ogni buon conto, è che il prossimo Csm comincerà il proprio lavoro sotto l’egida di Mattarella, ma vedrà al suo vertice anche il prossimo capo dello stato, che verrà votato all’inizio del 2029. La sinistra togata (Area democratica per la giustizia e Magistratura democratica) si avvicina al momento del voto con prospettive buone ma non eccellenti: la vittoria del No al referendum costituzionale di certo dà forza a chi quella posizione ha sempre tenuto sin dal primo momento (e senza tentennamenti), ma è diffusa la convinzione che, soprattutto al Sud, la destra di Magistratura indipendente e i centristi di Unicost godano di ampio consenso tra i giudici. E poi bisogna considerare la mina vagante - o nemesi che dir si voglia - di “Altra proposta”, la lista dei non iscritti all’Associazione nazionale magistrati, che ha estratto a sorte davanti a un notaio i propri candidati tra tutti gli oltre 6000 togati aventi diritto e li renderà noto solo quando (e se) i baciati dalla fortuna accetteranno di correre alle elezioni. “La forte domanda di partecipazione e di rappresentanza emersa nella campagna referendaria rompe non solo con il sorteggio ma anche con un sistema ancora strutturato su due blocchi maggioritari che contano di pesare sulle scelte attraverso criteri di selezione ancora troppo vaghi e malleabili”, dice al manifesto il segretario di Md Simone Silvestri. Domenica, nella sede romana della Fondazione Basso, ci sarà il consiglio nazionale delle toghe rosse. E lì si definiranno le candidature. L’idea di partenza è di presentare la lista soltanto nel collegio della magistratura giudicante (tra i nomi ci sono quelli di di Monica Ammirante, Daniele Cappuccio e Glauco Zaccardi), mentre per quanto riguarda i requirenti e i giudici di legittimità con ogni probabilità si farà l’accordo con il “listone” degli indipendenti che nell’ultima consiliatura ha eletto Roberto Fontana. Tra i candidati, qui, ci sarebbero Giovanni Nardecchia Roberta Amadeo, Fabio Regolo, Angelo Mambriani e Pier Paolo Lanni. Per Silvestri la scelta nasce dal fatto che Md si riconosce “in quelle istanze di radicalità” contenute nelle proposteche vengono dal basso, non necessariamente in seno alle correnti: i magistrati indipendenti che già nel 2022 portarono Fontana a palazzo Bachelet. “Per questo - conclude - sceglieremo di associare le nostre candidature alle candidature espresse da quella base”. I giochi sono invece già fatti dalle parti di Area. Dopo una ventina di assemblee locali, due incontri nazionali dei referenti distrettuali e un giro di primarie, tutte le posizioni sono coperte. Per il collegio unico nazionale di legittimità la candidata è Egle Pilla. Per i requirenti correranno Eugenio Albamonte e Gianluca De Leo. Questi infine i giudicanti: Roberto Arata, Chiara Gallo, Cristina Ornano, Giuseppe Sepe, Antonella Rimondini e Ilaria Casu. “La mobilitazione referendaria contro la proposta Nordio ci ha confermato che i cittadini non vogliono che la politica controlli la magistratura - commenta sempre al manifesto il segretario di Area Giovanni Zaccaro -. Ma l’allarme non è finito, basta seguire quello che accade con la riforma della Corte di Conti, le nomine al Consiglio di Stato ed alla Scuola della magistratura. Sarà fondamentale eleggere togati consapevoli del ruolo istituzionale e politico, in senso alto, del consiglio”. Per quanto riguarda gli altri, Magistratura indipendente ha già ratificato i suoi candidati: per il collegio di legittimità Salvatore Casciaro; per i pmStefano Buccin e Gaetano Bono. Per i giudici Ernesta Occhiuto, Maria Tiziana Balduini, Maria Ilaria Romano, Giulio Corsini, Lucia Schiaretti, Giancosimo Mura e Ugo Scavuzzo. Questi infine i nomi di Unicost: Elisabetta Ceniccola al collegio di legittimità; Rosalia Affinito e Giuliano Caputo al collegio dei pm. E al collegio dei giudicanti Alessandra Salvadori, Valeria Ciampelli, Piero Indinnimeo, Daniela Monaco Crea e Filippo Di Todaro. “Il Csm cancella la mafia al nord”: l’ultima bufala dell’antimafia militante di Ermes Antonucci Il Foglio, 30 giugno 2026 Intervista al consigliere Roberto Fontana: “Il Csm non ha elaborato una mappa della presenza mafiosa in Italia. Poiché i magistrati che hanno svolto attività antimafia godono di un vantaggio nelle procedure di nomina per incarichi apicali nelle procure, va necessariamente selezionato un elenco di uffici ai quali applicare questa premialità”. “Il Consiglio superiore della magistratura cancella la mafia al nord”. Sono giorni che alcuni quotidiani, alimentati anche da interventi di certi magistrati e di associazioni come Libera, danno risalto a questo allarme. Si tratta, però, di una bufala, come evidenzia al Foglio Roberto Fontana, componente togato del Csm. “La polemica è del tutto infondata. Il Csm, con la delibera adottata dal plenum l’11 giugno, non ha inteso elaborare una mappa della presenza mafiosa in Italia, ma individuare gli uffici per una corretta applicazione del Testo unico sulla dirigenza giudiziaria”. Nella delibera in questione, le procure di Bari, Caltanissetta, Catania, Catanzaro, Lecce, Messina, Napoli, Palermo, Reggio Calabria, Roma e Salerno vengono individuate come uffici situati in zone ad alta densità di criminalità organizzata di tipo mafioso, sulla base di alcuni dati specifici, come quelli contenuti nelle relazioni della Direzione investigativa antimafia e della Direzione nazionale antimafia, nella banca dati Sidda/Sidna (dove confluiscono gli atti dei procedimenti in materia di criminalità organizzata), il numero di detenuti sottoposti al regime di 41-bis, le statistiche sugli scioglimenti di enti locali per infiltrazione mafiosa. Ciò che contestano alcuni, come la procuratrice generale di Torino Lucia Musti e i quotidiani forcaioli, è l’esclusione da questo elenco di procure del nord, come quelle di Torino, Milano, Bologna e Venezia. Ciò che si afferma è che la criminalità organizzata è presente anche in queste aree, seppur in forme diverse, meno tradizionali ma più legate ad esempio al condizionamento della pubblica amministrazione e dell’attività economica. Il punto, però, come spiega il consigliere Fontana, è che il fine della delibera del Csm non è affatto mappare le aree ad alta densità mafiosa in Italia: poiché chi ha svolto attività presso le Direzioni distrettuali antimafia gode di un “vantaggio” nelle procedure di nomina per incarichi apicali nelle procure (come procuratore aggiunto o procuratore) rispetto agli altri candidati, va necessariamente selezionato un elenco di uffici ai quali applicare questa premialità. “Il tema è: in quali uffici in Italia dobbiamo ritenere che il futuro procuratore debba aver svolto necessariamente attività di contrasto alla mafia, e quindi, tra più candidati, nella procedura di nomina è idoneo a passare davanti agli altri?”, ragiona Fontana. “Certamente la procura di Milano si occupa di contrasto alla criminalità organizzata, ma non si può sostenere che l’attività della Dda è assorbente rispetto all’attività complessiva dell’ufficio. Ci sono altri settori che hanno una rilevanza numerica e di impegno altrettanto importante. Diverso è il discorso, per esempio, a Reggio Calabria, dove il procuratore si dedica essenzialmente ai reati di competenza della Dda”, spiega il consigliere. Insomma, prosegue Fontana, “non dico che a Milano o a Bologna il procuratore non debba avere esperienza antimafia, ma questa non è indispensabile, perché in quelle sedi il contrasto alla criminalità organizzata è una delle tante attività specialistiche, ma non certo l’unica e la più rilevante”. Poiché si dà un vantaggio competitivo a chi ha svolto attività di contrasto alla mafia, è naturale individuare un elenco limitato di uffici di destinazione. In caso contrario, nota comprensibilmente Fontana, “tutti i magistrati vorrebbero essere assegnati alle Dda, perché queste diventerebbero il passepartout per occupare tutti i posti direttivi e semidirettivi degli uffici requirenti. E questo è assolutamente irragionevole. Non occorre neanche richiamare la polemica sui professionisti dell’antimafia”. Non si può dire di certo che la risposta alle polemiche delle ultime settimane provenga da un magistrato ancorato a un’idea antiquata della mafia: “In Csm - racconta Fontana - mi sono battuto affinché nella circolare sulle procure si prevedesse che una quota di posti nelle Dda fosse riservata a pm con specializzazioni in materia economico-finanziaria, anche senza esperienza di contrasto alla mafia, proprio per favorire un ammodernamento delle Dda rispetto ai connotati assunti oggi dal fenomeno mafioso”. Dopo aver riportato la discussione sui giusti binari, il consigliere Fontana avanza comunque una proposta: “Sostituirei il criterio dell’alta densità mafiosa con un parametro che evidenzi la netta prevalenza delle attività della Dda sul complesso delle attività dell’ufficio requirente. In questo modo si eviterebbe qualsiasi fraintendimento o strumentalizzazione dell’attività del Csm”. Puglia. L’emergenza caldo nelle carceri, tra celle sovraffollate senza aria e frigoriferi di Carmen Palma Gazzetta del Mezzogiorno, 30 giugno 2026 Il cemento con cui sono costruite la quasi totalità delle carceri italiane accumula il calore durante il giorno e trasforma le celle in veri e propri forni, con punte fino a 15 gradi in più: un problema che si ripresenta ogni estate. Niente condizionatori, niente frigoriferi e celle troppo piene. Nelle carceri in cui il sovraffollamento è altissimo, come quelle pugliesi, l’emergenza caldo si è trasformata in una tortura per detenuti e poliziotti. E il problema si presenta ciclicamente ogni estate, difficile da gestire e da contenere. “La situazione è nota - spiega Filippo Castellaneta, presidente della Camera Penale di Bari. In estate il caldo aggrava il problema del sovraffollamento, i cui ultimi dati sono allarmanti. Il carcere di Bari ospita 423 detenuti a fronte di una capienza di 296, a Turi e Altamura si arriva rispettivamente al 169% e al 173% di ospiti in più. Molti di questi, poi, sono stati condannati per pene brevi, e si ritrovano a vivere il carcere in un modo che esclude la dimensione altra, rieducativa, della detenzione”. E se da un lato scarseggiano anche i ventilatori, dall’altro ci sono i frigoriferi vietati da una circolare del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria. A Bari, nello specifico, non sono mai stati disponibili all’interno delle celle. Mentre negli altri penitenziari secondo la nuova normativa “per ragioni di sicurezza”, si è disposto il loro spostamento in ambienti comuni dei reparti e un uso limitato da autorizzare su richiesta. Per bere un goccio d’acqua fresca, insomma, i detenuti delle strutture italiane sono costretti a “strappare” il refrigerio dalle sale colloqui o in altri spazi di comunità. “Il cemento con cui sono costruite la quasi totalità delle carceri italiane - spiega invece Federico Pilagatti, segretario del Sappe, il sindacato della polizia penitenziaria - accumula il calore durante il giorno e lo rilascia lentamente la sera e la notte, impedendo il raffreddamento delle celle e dei reparti, trasformati in forni con punte fino a 15 gradi in più”. Il sindacato invoca l’intervento della magistratura come accaduto a Firenze, dove è stato disposto il sequestro di “sette sezioni detentive costringendo il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria a chiuderle con urgenza poiché fatiscenti”. “Questo fenomeno impedisce il riposo notturno e mantiene stanze di pochi metri quadrati superaffollate di detenuti, a temperature costantemente critiche, surriscaldando l’ambiente interno e rendendo le celle ed i reparti in cui opera la polizia penitenziaria invivibili”, ribadisce Pilagatti, che chiede “risposte concrete perché il governo al suo insediamento promise interesse per le problematiche dei penitenziari ma il sovraffollamento nazionale continua a crescere ed è al 135%, con la Puglia maglia nera con un sovraffollamento del 175%, con picchi del 220% e Taranto e Foggia”. “In questo periodo le carceri diventano una polveriera e Bari non è da meno - spiega Luigi Pannarale, garante dei diritti delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale del Comune di Bari. “Le strutture sono quelle che sono, e con la situazione attuale di sovraffollamento sono aumentate anche le ore del giorno in cui le celle devono rimanere chiuse. E quindi questo crea una situazione ancora maggiore invivibilità. Ovviamente gli agenti e il direttore fanno il possibile per distrarre i detenuti da questa situazione di disagio, ma la situazione di per sé è difficile”. Rossano Calabro (Cs). L’ombra di un’iniezione fatale dietro la morte di Cataldo De Luca di Antonio Anastasi Quotidiano del Sud, 30 giugno 2026 La drammatica testimonianza della sorella: “La morte di mio fratello nel carcere di Rossano subito dopo un’iniezione”. Un’iniezione sedativa praticata nel corridoio del carcere per frenare un attacco di panico, poi il decesso improvviso. È attorno al sospetto di una puntura fatale che ruota il giallo della morte di Cataldo De Luca, il detenuto originario di Cirò Marina morto sabato scorso nel penitenziario di Rossano a pochissimi giorni di distanza dalla notifica di una pesante ordinanza di custodia cautelare, che lo indicava come l’esecutore materiale dell’omicidio di Antonio Pugliese, commesso il 7 luglio 2024 nella cella numero 219 del carcere di Catanzaro. Il retroscena emerge dalla drammatica testimonianza di Vittoria De Luca, la sorella maggiore del detenuto, che rompe il silenzio e lancia accuse pesantissime che poggiano sul racconto corale e disperato filtrato direttamente dall’interno della sezione detentiva. “Non è vero che lo hanno trovato morto in cella. Mio fratello è uscito vivo da lì. Lo hanno ucciso, è un altro caso Cucchi”. “Era in panico, bastava calmarlo” - Secondo quanto riferito alla donna dalle telefonate di mogli, madri e fidanzate degli altri reclusi, che da ore stanno contattando la famiglia De Luca riportando la stessa versione, tutto sarebbe nato da una crisi claustrofobica dovuta alla canicola estiva. “Mio fratello era nervoso, in stato di shock e in preda al panico per il caldo soffocante - racconta Vittoria De Luca -. Ha chiesto con insistenza di uscire per l’ora d’aria, ma il tempo era scaduto e non gli hanno aperto. Si è agitato, ha iniziato a rompere delle cose nella cella, a scivolare e a farsi male da solo, graffiandosi alla testa e alla schiena. Le mogli dei detenuti mi hanno garantito che nessuno lo stava picchiando in quel momento: voleva solo respirare, aveva bisogno d’aria”. L’intervento di sette guardie - Invece di tentare una mediazione, dopo circa due ore di fortissima tensione sarebbe scattato l’intervento. “Sono arrivate sette guardie, lui si è messo a scappare ma lo hanno buttato a terra e immobilizzato nel corridoio. Gli altri detenuti urlavano dalle celle, dicevano che volevano calmarlo loro, imploravano di lasciarlo stare. Invece gli hanno praticato un’iniezione sedativa. Anzi, tra i familiari c’è chi dice che siano state due iniezioni e che un assistente abbia persino strappato di mano la puntura al medico, perché quest’ultimo era agitato e non riusciva a fargliela mentre Cataldo si muoveva. Mio fratello non si fidava dell’infermeria, diceva sempre che lì dentro c’era solo una pillola per curare tutto. Subito dopo la puntura, si è accasciato ed è diventato viola”. Trasportato d’urgenza in infermeria, ogni tentativo di rianimazione con il defibrillatore si è rivelato inutile. Sangue sulla testa e sulla schiena - Un particolare inquietante viene aggiunto dalla sorella della vittima, che ha visto il corpo senza vita. “Era pieno di sangue alla testa e alla schiena”. Secondo la testimonianza, non si tratterebbe di lesioni riconducibili a un pestaggio di altri detenuti. “A me le mogli dei detenuti hanno detto che non lo hanno picchiato i compagni di detenzione. Del resto, stava da solo in cella. Lo sentivano mentre si dimenava, si faceva del male, scivolava a terra. Là gli spazi non sono enormi. I detenuti possono anche scambiarsi oggetti o toccarsi da una cella all’altra, da quella di fronte o da quella laterale”. La protesta dei detenuti - I familiari denunciano anche un pesante cono d’ombra e ritardi incomprensibili nelle comunicazioni ufficiali. “Il dramma è avvenuto nel pomeriggio di sabato, ma a noi nessuno del carcere ha detto nulla. Lo abbiamo saputo solo alle 21 di sera grazie a una telefonata anonima. Mio fratello ha fatto le sue scelte sbagliate nella vita, ma parliamo di un essere umano. In carcere d’estate si impazzisce dal caldo, il Garante lo aveva denunciato mesi fa che le tragedie avvengono tutte con la canicola. Lì dentro non c’è modo di recuperare nessuno”. Intanto, la tensione a Rossano resta altissima: la sezione ha avviato una rivolta pacifica e, in segno di lutto, i detenuti hanno annunciato che per tre giorni rimarranno chiusi nelle celle rifiutando l’ora d’aria. Indaga il Nic di Catanzaro - Le denunce della famiglia sono ora al vaglio della Procura di Castrovillari. Dall’esposto emerge il pesante sospetto sulla natura di quel farmaco. Era sbagliato il dosaggio o ha causato uno shock anafilattico? Il procuratore di Castrovillari, Alessandro D’Alessio, ha confermato che sono in corso accertamenti per fare piena luce sul decesso. Le indagini e i rilievi sul campo sono stati delegati al Nucleo investigativo centrale della Polizia penitenziaria di Catanzaro. Il legale chiede l’acquisizione di diari clinici e filmati - Dal canto suo, l’avvocato Giovanni Salzano, legale della famiglia De Luca, ha già annunciato la nomina di un proprio consulente tecnico di parte che parteciperà all’esame autoptico. Inoltre, ha formalizzato la richiesta di sequestro della cartella clinica e quella dell’acquisizione di tutti i filmati delle telecamere di sorveglianza della sezione e del corridoio, dove si è consumato il bloccaggio del detenuto. Una cosa è certa: quando il legale ha incontrato, venerdì scorso, in occasione dell’interrogatorio di garanzia, il suo assistito, questi era in buone condizioni di salute. Il contesto: i segreti dietro le sbarre - La tragica fine di Cataldo De Luca interrompe bruscamente un’indagine che lo vedeva al centro di una dura contrapposizione tra fazioni dietro le sbarre. Anche su questo punto, la sorella offre una versione che ridimensiona l’omicidio Pugliese: “Mio fratello diceva che non voleva ucciderlo. Erano dinamiche carcerarie, Pugliese era alcolizzato, lo ha aggredito e Cataldo ha reagito. Lo hanno fatto in cinque, ma mio fratello si voleva prendere la colpa per tutti”. Nelle carte di quell’ordinanza ormai finita sullo sfondo, i magistrati catanzaresi delineavano invece un quadro torbido, fatto di pestaggi punitivi (come quello ai danni del detenuto lametino Francesco Molinaro, costretto dall’omertà a dichiarare il falso parlando di una “caduta in doccia”), messaggi in codice e minacce incrociate tra i detenuti di Cirò Marina e Crotone per imporre il silenzio. Attesa per l’autopsia - Un clima di estrema pressione di cui lo stesso De Luca sembrava cosciente, tanto da pronunciare nei colloqui con i parenti una frase che oggi suona come una cupa profezia. “Come cade cade sto pugno di farina… se va male cade su di me perché è giusto così”. Le indagini del Nic dovranno ora verificare punto per punto la corrispondenza tra i diari clinici dell’istituto, i filmati interni e le gravissime accuse lanciate dai familiari. Spetterà al riscontro del medico legale stabilire la verità. E, in particolare, se ci siano collegamenti con un’iniezione letale oppure con quella lunga scia di sangue, segreti e violenze nata dietro le sbarre dei penitenziari calabresi. Santa Maria Capua Vetere (Ce). Pestaggio di Stato, i pm: “Continui depistaggi” di Nello Trocchia Il Domani, 30 giugno 2026 “Quando vedemmo i video delle violenze restammo sconvolti, mai ci saremmo aspettati una cosa del genere da parte di servitori dello stato”, dice il pubblico ministero Alessandro Milita. Sei aprile 2020, governo giallo-rosso, l’alba della pandemia. Nel carcere ‘Francesco Uccella’ di Santa Maria Capua Vetere avviene il più grave pestaggio mai documentato in un carcere nella storia repubblicana. Oltre quattro ore di massacro con il marchio di stato, per quei fatti, che questo giornale per primo ha raccontato mostrando le immagini di quelle violenze, è in corso un processo. Ieri nell’aula bunker del tribunale casertano, il pm Alessandro Milita ha iniziato la sua requisitoria e lo ha fatto con parole chiare. “Quando vedemmo i video delle violenze restammo sconvolti, sono abituato per professione a vedere scene violente, di omicidi, pestaggi, ma non ci saremmo mai aspettati una cosa del genere da parte di servitori dello Stato”, ha detto il pubblico ministero. Sono i video che hanno documentato il massacro di detenuti inermi del reparto Nilo, colpevoli di aver pacificamente protestato il giorno prima, il 5 aprile, chiedendo mascherine e risposte dopo il primo caso Covid in un reparto attiguo. Detenuti sanguinanti e in ginocchio: le scale della vergogna - I vertici e il sogno d’impunità Alla sbarra ci sono 103 persone, quasi tutti agenti penitenziari, medici dell’Asl, ma anche vertici del Dap. C’è Antonio Fullone, all’allora provveditore regionale in Campania, che aveva costituito i gruppi di supporto e deciso quella perquisizione straordinaria, presto trasformatasi in una spedizione punitiva senza precedenti. Fullone, nel settembre scorso come svelato da Domani, è stato promosso a capo della direzione generale della formazione del Dap, fortemente voluto in quel ruolo dall’ex sottosegretario alla giustizia, Andrea Delmastro Delle Vedove. Un segnale dai vertici politici di vicinanza nei confronti di chi volle quella perquisizione, in fondo proprio Delmastro Delle Vedove, allora deputato di opposizione, si era precipitato davanti al carcere sammaritano, nel giugno 2020, per esprimere solidarietà agli agenti, già indagati per tortura, proponendo per loro l’encomio solenne. Fullone è innocente fino a condanna definitiva, ma è evidente la questione di opportunità e il segnale che si è mandato all’intero comparto. “Il timore è che la responsabilità ricada solo sugli agenti interni, le cui posizioni sono molto diverse, ‘salvando’ il gruppo di supporto, i colleghi arrivati da fuori, così come i vertici che hanno organizzato e gestito questo massacro”, sussurra uno degli imputati. Proprio a gennaio era toccata a Fullone che in aula aveva risposto alle domande di pm e degli avvocati. Il dirigente del Dap non aveva voluto rispondere alle nostre, schermato dal suo legale, Claudio Botti, che si era scagliato contro Domani: “Posa la telecamera, sciacallo, vattene”. Di Fullone il pm ricorda: “Quando dice che non sapeva nulla delle violenze fa un’acrobazia dialettica inimmaginabile”. Parla l’agente imputato: “Non siamo tutti uguali, il ministero ha salvato alcuni superiori” Depistaggio di stato Poi il pubblico ministero, oggi procuratore aggiunto a Napoli, ricorda il grande classico quando lo stato si macchia di abusi e crimini: il depistaggio. “Era inimmaginabile e lascia sgomenti, specie allora che c’erano tanti morti per il Covid e ci si poteva contagiare con un semplice contatto”, ha detto Milita prima di aggiungere “e nel mondo penitenziario a vari livelli tutti sapevano cosa era capitato. Eppure sin da subito si fece di tutto per depistare le indagini”. Il riferimento è alla relazione firmata dall’ex comandante di Secondigliano e del gruppo di supporto, Pasquale Colucci, nella quale si faceva riferimento a “una situazione da carcere colombiano”, ma in realtà era “un falso galattico”. Serviva a coprire le violenze addebitando colpe e controllo del reparto ai detenuti. Per sostenere il “falso galattico” arrivano anche le relazioni dei medici, imputati nel processo, come Raffaele Stellato. In particolare attraverso referti ritenuti falsi per dimostrare le conseguenze riportate dagli agenti. “Un medico che dovrebbe curare le persone, che siano agenti o detenuti, ed invece referta lesioni per i 15 detenuti da trasferire a cui però non dà neanche una prognosi, o una cura, e ciò solo per mettersi al riparo da eventuali sospetti del carcere dove sarebbero approdati. E invece referti per gli agenti cui dà giorni di riposo per presunte lesioni, pur se non hanno avuto nulla”, ha aggiunto Milita. Nella requisitoria, che dovrebbe concludersi nelle prossime sei udienze, la pubblica accusa si è soffermata anche sull’atteggiamento degli agenti, alcuni hanno assistito senza partecipare alle violenze. “Mi ha stancato anche la storiella di chi dice di essere intervenuto per salvare un detenuto, come fosse cosa straordinaria; invece è normale intervenire a favore di un detenuto, è il dovere di un agente, evitare gravi lesioni fisiche”, ha detto Milita. Quel giorno niente aveva i tratti della normalità, ma della barbarie. Milano. “Se avessi avuto un amico come te non avrei scelto la mafia”, l’università entra in carcere di Nina Fresia La Stampa, 30 giugno 2026 Con 201 studenti detenuti iscritti, l’Università Statale di Milano è il primo ateneo italiano nei poli universitari penitenziari. Stefano Simonetta, prorettore e ideatore del Progetto Carcere: “Lo studio può diventare uno strumento per abbandonare le autoassoluzioni”. “Un giorno ho chiesto a una persona condannata per gravissimi reati di mafia quando avesse scelto la strada sbagliata. Me lo ha raccontato, poi mi ha guardato e mi ha detto: “Se allora avessi avuto un amico come te, non avrei fatto questa scelta”. È uno degli episodi che più hanno segnato il professor Stefano Simonetta, prorettore dell’Università Statale di Milano e ideatore del Progetto Carcere. Le parole del detenuto hanno confermato per il docente una convinzione: “Non è un merito il posto dove nasciamo, è una fortuna. Il contesto, la famiglia, la vita. A parti invertite lui sarebbe venuto a insegnare a me in carcere”. Per molti detenuti, aggiunge, il primo incontro con i libri arriva proprio dietro le sbarre, dopo essere cresciuti in luoghi dove una biblioteca, un teatro o un cinema non hanno mai fatto parte dell’esperienza quotidiana. Questo primo contatto arriva in cella anche grazie al Progetto Carcere di Unimi, nato dieci anni fa, che porta l’università dentro gli istituti penitenziari lombardi, garantendo alle persone detenute il diritto allo studio universitario. Gli studenti possono iscriversi ai corsi di laurea dell’ateneo, sostenere gli esami, partecipare a laboratori e attività didattiche, affiancati da una rete di tutor (230 attivi quest’anno) e docenti che ogni settimana entra in carcere per accompagnarne il percorso formativo. Creando così anche un dialogo tra il mondo accademico e quello penitenziario. Secondo l’ultimo rapporto della Cnupp (Conferenza Nazionale dei Delegati dei Rettori per i Poli Universitari Penitenziari), la Statale è oggi il primo ateneo italiano per numero di studenti ristretti iscritti. Sono 201, tra cui otto donne, ventisei studenti stranieri e una persona per la quale è stata attivata, per la prima volta, la carriera alias (cioè un profilo burocratico riservato agli studenti transgender). Nel 2025, nell’ambito del progetto, sono stati sostenuti complessivamente 227 esami, praticamente uno ogni due giorni. I corsi più frequentati sono Scienze della comunicazione, Filosofia e Scienze politiche: “I più giovani spesso scelgono anche percorsi di studio che potranno aiutarli quando torneranno a essere liberi nella loro vita futura”, osserva Simonetta, “Anche se questo è un Paese per vecchi perfino nelle carceri”. In tanti iniziano a studiare durante pene molto lunghe e non sorprende che tra i sessanta e i settant’anni ci siano numerosi universitari. Il principio, però, è uno solo: “Non regaliamo nulla. Trattiamo i nostri studenti ristretti come quelli non ristretti”. Questo significa offrire tutte le opportunità possibili, ma anche bocciare chi non ha studiato o annullare un esame se vengono violate le regole. “Sono adulti responsabili”, sottolinea il prorettore, “e non adulti infantilizzati, come spesso vengono trattati in carcere”. La maggior parte degli studenti ristretti appartiene a circuiti di media sicurezza. Ci sono cinque studenti che seguono il percorso universitario da detenuti al 41 bis e in 47 arrivano dall’alta sicurezza. Tra questi ultimi c’era anche Corrado, oggi in semilibertà. Studente di filosofia, durante una lezione dedicata alla responsabilità si discuteva di quanto il contesto possa influenzare le scelte individuali: “Anch’io pensavo di non poter fare diversamente. Ma da quando ho scoperto i libri e la filosofia, io e i miei compagni non abbiamo più alibi”, ha detto il detenuto. “Così lo studio può diventare uno strumento per abbandonare le autoassoluzioni e guardare con maggiore consapevolezza alle proprie responsabilità”, ha sottolineato Simonetta, ricordando la lezione. E ne è testimone anche Rocco, a sua volta lui proveniente dall’alta sicurezza e oggi in semilibertà. È stato il primo detenuto italiano a ottenere la semilibertà per ragioni di studio. La decisione è arrivata dopo che il magistrato è venuto a conoscenza della sua determinazione nel proseguire gli esami nonostante un trasferimento in un altro carcere avesse bloccato per due volte i pacchi con il materiale didattico inviati dall’università. Rocco è comunque riuscito a preparare e sostenere l’esame. Oggi lui stesso racconta, con orgoglio, agli studenti delle scuole di aver, a suo modo, fatto giurisprudenza. Bologna. Il caldo in carcere è un inferno: “I detenuti devono pagare la corrente dei ventilatori” di Andreina Baccaro Corriere di Bologna, 30 giugno 2026 Il garante Roberto Cavalieri: il Dap invita a fare migliorie ma mancano i fondi. Anche i buoni propositi devono scontrarsi con la realtà: le risorse scarse, il personale sottorganico, il sovraffollamento. Il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria ha elencato in una circolare una serie di interventi da realizzare nelle carceri per rendere più tollerabili le temperature roventi, che rendono impossibile la vita per chi deve trascorrere le proprie giornate in cella con altre cinque persone dove dovrebbero essercene al massimo altre due. Ma i buoni propositi devono scontrarsi con la realtà: le risorse scarse, il personale sottorganico, il sovraffollamento. Perché è inutile invitare le direzioni ad installare nebulizzatori, ad aumentare le attività trattamentali, le parti ombreggiate, a spostare gli orari di accesso ai “passeggi” nelle ore meno torride, se poi mancano personale e fondi. “Quel vademecum resta lettera morta per almeno la metà degli interventi” spiega Roberto Cavalieri, garante regionale delle persone private della libertà personale che in questi giorni afosi fa la spola tra le carceri dell’Emilia-Romagna. Impianti elettrici obsoleti, ventilatori a pagamento - “Ci sono sezioni invivibili, come quella femminile a Forlì, sottotetto, ieri ci sono stato per un colloquio e faceva un caldo tremendo. Anche Rimini ha molte sezioni sottotetto perché è una struttura bassa”. E i ventilatori? “Ci sono state delle donazioni - prosegue Cavalieri - ma hanno molte limitazioni: devono avere una portata ridotta per motivi di sicurezza, senza contare che molti istituti hanno impianti elettrici vetusti e bastano pochi ventilatori accesi contemporaneamente per far saltare la corrente. Ma non è finita: alcune direzioni fanno ancora pagare il consumo di elettricità del ventilatore. Un oggetto che non dovrebbe neanche essere un surplus, donato da chi fa beneficenza, dovrebbe essere un ausilio necessario. Posto che anche le carceri dovrebbero avere l’aria condizionata come ogni luogo pubblico”. Già, un segno di civiltà che però a troppi sembra ancora “un privilegio” da non garantire a chi sta scontando una pena. E così aumentano “le aggressioni, i gesti di autolesionismo, i tentativi di suicidio. Vedo nelle sezioni detenuti a petto nudo che non possono fare altro che stare fermi come le lucertole per combattere il caldo. Questo non è umano, oltre che deprimente per chi lo vive”. L’ora di “passeggio” al caldo - Gli orari di “passeggio” sono solitamente dalle 11 alle 13 e dalle 13 alle 15: stabiliti senza tenere conto del caldo anomalo che ha investito l’Europa e con cui ormai si dovrà fare i conti ogni estate. “Ma in quasi nessun istituto gli orari sono cambiati, anche perché c’è da fare i conti con il piano ferie, con l’organizzazione del lavoro”. Alla Dozza il doppio dei detenuti possibili - Un mese fa una delegazione di avvocati della Camera penale di Bologna, dell’Osservatorio carcere e dell’associazione Extrema ratio ha fatto una visita alla Dozza e vi ha trovato 830 detenuti, dove la capienza regolamentare è di 507 posti (ma 34 non sono agibili). Ad oggi i numeri sono immutati, anzi i presenti sono saliti a 833. Alla data della visita, 110 detenuti erano in carico al servizio di psichiatria e i detenuti tossicodipendenti erano 482, praticamente la metà di tutti i presenti. “Il caldo in carcere è insopportabile - dice l’avvocato Luca Sebastiani, responsabile dell’Osservatorio carcere - anche l’uso dei ventilatori, per chi ce l’ha, è condizionato alla presenza di prese elettriche: in tre sezioni non ci sono, servono interventi strutturali. Per non parlare delle zanzariere, una spesa neanche troppo onerosa, ma sono pochissime. E ai piani terra abbiamo constatato la presenza di muffa e scarafaggi”. Ad agosto gli avvocati torneranno alla Dozza e questa volta l’invito è stato esteso anche ai magistrati. “Ma - conclude Sebastiani - faccio un appello alla cittadinanza ad immedesimarsi, con questo caldo infernale, nelle condizioni in cui vivono i detenuti, già ai limiti dell’umanità”. Firenze. Sollicciano “esporta” detenuti a Prato ma si tiene gli agenti di Paolo Nencioni Il Tirreno, 30 giugno 2026 “Stanno buttando benzina sul fuoco” dice Donato Nolè della Funzione pubblica Cgil. Parla della situazione nel carcere della Dogaia, dove negli ultimi giorni sono arrivati almeno 17 detenuti dal carcere di Sollicciano in seguito al sequestro di 7 sezioni della casa circondariale fiorentina ordinato dal giudice per le indagini preliminari a causa delle precarie condizioni della struttura. A questi 17 se ne sono aggiunti altri due o tre trasferiti a Prato dal carcere Don Bosco di Pisa non si sa bene per quale motivo. Sarebbero movimenti fisiologici che non creano problemi se la Dogaia non fosse già una delle carceri più affollate della Toscana, che prima ha dovuto fare i conti con una lunga serie di suicidi tra i detenuti e poi col proliferare di droga e telefoni cellulari anche nella sezione di alta sicurezza, quella dove finiscono i condannati per criminalità organizzata. Ora nel carcere di Maliseti non ci sono più suicidi ma ci sono molti smarphone. Che non va bene, ma paradossalmente è un passo avanti rispetto al recente passato. Questo non significa che i problemi siano risolti. Tutt’altro, come dimostrano i periodici blitz ordinati dalla Procura per estirpare i microtelefoni e la droga dalle celle. Questo fragile equilibrio potrebbe essere messo in crisi dalla redistribuzione dei detenuti di Sollicciano, anche perché una delle sezioni di media sicurezza della Dogaia è inagibile a causa di lavori di ristrutturazione. “Lavori che si sa quando iniziano ma non si sa quando finiscono” commenta senza farsi illusioni il sindacalista Nolè. In quella sezione ci sono 25 celle che potrebbero accogliere dai 50 ai 70 detenuti. Ma bisogna comunque rispettare il limite minimo dei tre metri quadrati per detenuto, per evitare quanto successo nei giorni scorsi, quando a un detenuto per violenza sulla figlia è stato fatto uno “sconto” di 199 giorni sulla pena perché per 10 anni era stato in una cella troppo affollata. Su questo ha lanciato un allarme anche Margherita Michelini, garante per i detenuti. “La situazione di Sollicciano farà implodere il sistema della Toscana - prevede Donato Nolè - E la cosa assurda è il silenzio dell’amministrazione, sembra che nulla sia accaduto. Non ci resta che aspettare sperando che non ci siano epiloghi drammatici, ma la situazione è critica”. Intanto anche altre case circondariali cominciano a sentire gli effetti della mezza chiusura di Sollicciano. Quella di Santa Caterina a Pistoia, ritenuta una delle strutture più tranquille, in pratica ha già raddoppiato i suoi ospiti. E poi c’è la cronica questione degli organici, da sempre ritenuti insufficienti. Logica vorrebbe che se si spostano i detenuti, si spostino anche gli agenti di polizia penitenziaria, ma questo non è avvenuto. I detenuti da Sollicciano sono arrivati a Prato, ma non è arrivato un solo agente in più. È anche un problema burocratico, spiegano gli addetti ai lavori. In caso di chiusura di un carcere è tutto più semplice, ma quando come in questo caso vengono chiuse solo alcune sezioni diventa più difficile spostare gli agenti. Gli unici rinforzi sono arrivati nel ruolo dei commissari. Meglio di nulla, ma non basta. Milano. Carcere di Opera: “Caldo a 40 gradi e il quarto piano è senza acqua da 10 giorni” di Enrico Spaccini fanpage.it, 30 giugno 2026 Dopo le denunce pubblicate da Fanpage.it, i consiglieri regionali della Lombardia Paolo Romano e Paola Bocci (Pd) hanno fatto un’ispezione presso il carcere milanese di Opera: “Per due giorni l’impianto elettrico della clinica non ha funzionato e l’acqua non arriva al quarto piano”. “È saltato l’impianto elettrico della clinica interna e per due giorni hanno dovuto mandare qualsiasi emergenza sanitaria, anche di lieve entità, in ospedale. Le pompe dell’acqua funzionano male, così il quarto piano è senza da ormai 10 giorni. Per contrastare il caldo, la direzione ha fatto lavare i detenuti in cortile con gli idranti”. Sono solo alcuni degli aspetti critici del carcere milanese di Opera riscontrati dai consiglieri regionali Pd della Lombardia Paolo Romano e Paola Bocci, che a Fanpage.it hanno raccontato cosa hanno visto durante la loro ispezione di oggi, lunedì 29 giugno, a seguito delle denunce pubblicate nei giorni scorsi. “Chiederemo alla Regione Lombardia una copertura medica migliore, ma il problema è a livello nazionale”. “La struttura non riceve manutenzione straordinaria da anni e ha un problema di sovraffollamento devastante”, ha spiegato Romano: “Ha circa 800 posti e ospita 1.400 detenuti. Questa è già una prima causa di tanti problemi, come quello della spazzatura che si trova un po’ ovunque. La questione igienica è oggettiva, abbiamo trovato anche scarafaggi sulle scale”. La direzione che gestisce la struttura in questi giorni sta facendo i conti anche con il grande caldo che si sta abbattendo su Milano, provocando interruzioni di corrente e altre difficoltà. Come hanno raccontato i due consiglieri dem, per due giorni “l’impianto elettrico della clinica è saltato” e chiunque accusasse problemi di salute, anche lievi, è stato portato in ospedale. “Ancora oggi devono fare là tutte le dialisi”, ha continuato Romano: “C’è un gruppo elettrogeno esterno attivo, ma non fornisce la potenza adeguata. In quei giorni è mancata l’elettricità anche ai Cpap, i macchinari per la respirazione assistita, generando così altri rischi giganteschi per la salute dei detenuti. Per non parlare del fatto che di notte c’è solo un medico di guardia per 1.400 detenuti, alcuni dei quali con problemi di salute e anche di tossicodipendenza”. Chi gestisce le varie funzioni della struttura sta cercando di correre ai ripari nel miglior modo possibile, ma ciò che manca sono i mezzi e il numero di dipendenti adeguato. “In questi giorni sono saltate, o comunque hanno funzionato male, le pompe dell’acqua”, ha raccontato ancora Romano, “per cui sono 10 giorni che al quarto piano manca l’acqua. Arriva ogni tanto solo di notte, quando gli altri reparti non la usano. Per contrastare il caldo, con le temperature che arrivano tranquillamente a 39-40 gradi, la direzione ha fatto scendere i detenuti nel cortile e gli ha fatto fare le docce con gli idranti”. Anche gli stessi detenuti sanno che le condizioni all’interno del carcere di Opera non dipendono dal personale interno. Alcuni, infatti, hanno proposto di fare una colletta da 20 euro per comprare un Pinguino da mettere nella sala dove si riuniscono per giocare a carte e dove di solito riposano i più anziani. “Gli è stato detto che non è possibile”, ha concluso Romano, “gli autofinanziamenti non sono concessi e ormai ogni intervento deve essere approvato da Roma, cosa che rallenta ancora di più le procedure”. Lecce. Sospetto contagio da Tbc: “ancora silenzio su analisi e profilassi”, il caso in Procura lecceprima.it, 30 giugno 2026 A tredici giorni dalla prima segnalazione dell’avvocata De Filippis, il detenuto cardiopatico è ancora in quarantena e non sa niente dei suoi esami. La legale invia una seconda diffida e chiede alla magistratura un intervento urgente. Tredici giorni dal primo contatto con il detenuto con sospetta tubercolosi, e ancora nessuno gli ha detto come sta. Gli esami del sangue sono stati eseguiti il 22 giugno, i raggi ai polmoni il 24: ma al 28 giugno nessun risultato sarebbe stato comunicato al 59enne originario di Supersano recluso nel penitenziario di “Borgo San Nicola”. È su questo muro di silenzio che l’avvocata Alessandra De Filippis costruisce la sua seconda diffida. “Nessuna profilassi avviata, nessuna risposta è stata data neanche al Provveditorato regionale che pure aveva sollecitato risposte alle nostre domande”, lamenta la legale. La vicenda era già stata raccontata su queste pagine. L’uomo, cardiopatico, si trovava in isolamento sanitario dal 15 giugno nella stessa cella del detenuto con sospetta Tbc, insieme a un terzo recluso. Da qui, le sollecitazioni della legale e solo la sera del 18 giugno, il trasferimento in una cella separata. Da allora, ricostruisce De Filippis nell’atto, nulla sarebbe cambiato. Al detenuto verrebbero somministrati soltanto i farmaci per la cardiopatia, pur riferendo di problemi pressori e agli occhi. Nel frattempo, l’altro detenuto sarebbe già tornato in sezione, mentre il suo assistito resta in quarantena e a partire da oggi dovrebbe sottoporsi all’esame del muco per verificare l’eventuale contagio. Sul fronte dei rapporti con la struttura, l’avvocata riferisce che nessun contatto le sarebbe stato consentito con l’area sanitaria della casa circondariale. “Tale situazione non è più né ammissibile né procrastinabile”, si legge nell’atto inviato ieri, indirizzato stavolta anche alla Procura di Lecce, con una richiesta esplicita di intervento urgente, oltre che al magistrato di sorveglianza, alla direzione e all’area sanitaria del carcere, al Prap Bari, al ministro della Giustizia Carlo Nordio e ai comandi di carabinieri e questura. De Filippis chiede che il detenuto e il suo difensore vengano informati delle reali condizioni di salute e, dove necessario, che venga disposto il ricovero presso l’ospedale di Lecce. Alla Procura chiede di farsi carico di una situazione che va oltre il singolo caso: a “Borgo San Nicola”, scrive, ci sono altri detenuti che attendono cure urgenti senza che nulla si muova. Lauro (Av). Bambini senza colpa: cresce il dramma dei minori “detenuti” di Vinicio Marchetti avellinotoday.it, 30 giugno 2026 Quattordici bambini che crescono dentro un carcere. Non perché abbiano fatto qualcosa di sbagliato, ma perché le loro madri sì. È questa la realtà dell’Icam - Istituto a custodia attenuata per madri con bambini al seguito - di Lauro, in provincia di Avellino, visitato ieri da Aldo Di Giacomo, segretario della F.S.A.-C.N.P.P.-S.PP. Il quadro che emerge dalla visita è a due facce. Dentro, le cose funzionano. “Ho trovato una situazione ottimale di accoglienza e di assistenza”, ha dichiarato Di Giacomo, sottolineando il lavoro del personale penitenziario: “Un grande e appassionato impegno di tutto il personale che si prodiga in ogni forma di assistenza ai piccoli e alle madri”. Sette di quei bambini sono stati vaccinati per la prima volta proprio qui. Conoscono i giochi, frequentano percorsi educativi, vengono seguiti nella crescita. Quasi tutte le madri sono di etnia rom, prive di reti familiari su cui contare, con storie segnate da tossicodipendenza, alcolismo, prostituzione, furti. Fuori dal carcere: il vuoto dell’assistenza e dei servizi - Fuori, il vuoto. Il problema, come lo definisce Di Giacomo senza giri di parole, “è dopo i sei anni di vita di questi bambini: di chi si occuperà di loro?”. Le uniche due case famiglia protette esistenti in Italia si trovano a Milano e a Roma. Sono insufficienti. Le normative di riferimento non sono state aggiornate. E la legge di bilancio 2026 ha tagliato di oltre il 60 per cento i fondi destinati alle strutture della giustizia minorile. I numeri in crescita aggravano la crisi - Nel frattempo, i numeri peggiorano. Un anno fa i bambini in questa condizione erano una dozzina. Oggi sono trenta. C’è anche un altro elemento che Di Giacomo non manda giù. Con il decreto sicurezza del 2025, il rinvio della pena per le donne incinte o con figli di età inferiore all’anno è diventato facoltativo. Una scelta che, secondo il sindacalista, tradisce una lettura distorta del fenomeno: “Il governo ha reso facoltativo il rinvio della pena avendo come obiettivo proprio loro, le quali secondo il governo fanno figli principalmente per non andare in carcere”. Un’accusa diretta, che fotografa una tensione profonda tra politica penitenziaria e tutela dell’infanzia. L’affido resta uno strumento valido, ma non applicabile in tutti i casi. Le soluzioni strutturali tardano. “L’impegno del sindacato di Polizia Penitenziaria proseguirà su un tema che è soprattutto di civiltà e che è stato già fortemente sottovalutato”, ha concluso Di Giacomo. Trenta bambini. Nessuna colpa. Nessuna alternativa. Aversa (Ce). Diritto al culto nelle carceri: dalle segnalazioni del Garante un’interrogazione parlamentare clarusonline.it, 30 giugno 2026 Il caso sorge dopo che nelle carceri di Poggioreale e Aversa, per mancanza di Polizia penitenziaria, sono state sospese le messe. Il Garante dei diritti delle persone private della libertà personale della Provincia di Caserta, Don Salvatore Saggiomo, esprime soddisfazione per l’interrogazione parlamentare presentata dall’On. Federico Cafiero De Raho al Ministro della Giustizia sulla tutela del diritto al culto negli istituti penitenziari. L’atto parlamentare trae origine dalle segnalazioni istituzionali formulate dal Garante e dal successivo confronto diretto con l’On. Cafiero De Raho, al quale sono state rappresentate le gravi criticità riscontrate in alcuni istituti penitenziari, in particolare presso la Casa Circondariale di Poggioreale e la Casa di Reclusione “Filippo Saporito” di Aversa. Le questioni denunciate dal Garante riguardano la sospensione delle celebrazioni eucaristiche per carenza di personale di Polizia Penitenziaria e la mancanza di spazi stabilmente destinati al culto, situazioni che rischiano di compromettere un diritto fondamentale garantito dalla Costituzione della Repubblica Italiana. “Ritengo doveroso sottolineare che questa interrogazione parlamentare nasce dalle segnalazioni che ho formalmente portato all’attenzione dell’On. Federico Cafiero De Raho durante un confronto istituzionale dedicato alle condizioni del sistema penitenziario. Ho rappresentato una criticità che considero grave e non più rinviabile: la compressione del diritto al culto per ragioni esclusivamente organizzative”. “Desidero ringraziare l’On. Cafiero De Raho per aver immediatamente raccolto questa sollecitazione e per averla trasformata in un’iniziativa parlamentare che oggi porta la questione all’attenzione del Governo. È la dimostrazione concreta di come il dialogo tra le istituzioni possa tradursi in azioni finalizzate alla tutela dei diritti fondamentali”. Il Garante evidenzia che la libertà religiosa non rappresenta una concessione, ma un diritto costituzionalmente garantito anche a chi si trova in stato di detenzione. “La persona detenuta non perde la propria dignità né i diritti fondamentali riconosciuti dall’ordinamento. Quando una celebrazione religiosa viene sospesa per carenza di personale o quando manca uno spazio adeguato per il culto, non siamo di fronte a una semplice difficoltà organizzativa, ma a una situazione che merita attenzione immediata da parte delle istituzioni competenti”. “La fede, l’assistenza spirituale e la partecipazione ai riti religiosi costituiscono parte integrante del percorso rieducativo previsto dall’articolo 27 della Costituzione. Per molti detenuti rappresentano un riferimento essenziale nel cammino di responsabilizzazione e reinserimento sociale”. Don Salvatore Saggiomo auspica che il Ministro della Giustizia fornisca risposte puntuali ai quesiti contenuti nell’interrogazione e che vengano adottate misure concrete per garantire il pieno esercizio del diritto al culto in tutti gli istituti penitenziari italiani. “Come Garante continuerò a segnalare ogni situazione che comporti la limitazione di diritti fondamentali. Questa interrogazione rappresenta un importante risultato istituzionale perché nasce dall’ascolto delle problematiche reali presenti nelle carceri e dalla volontà di trasformare una denuncia in un’azione concreta di tutela. Il diritto al culto non può essere sospeso. La dignità della persona detenuta non può essere subordinata alle carenze del sistema”. Bologna. Dall’esecuzione della pena alla reintegrazione sociale, convegno organizzato dal Garante regionale bologna2000.it, 30 giugno 2026 Si discuterà di contrasto al sovraffollamento e alla recidiva e saranno illustrati casi di accoglienza nella comunità Papa Giovanni XXIII. In ballo ci sono i diritti umani della persona, in questo caso di quella detenuta: il carcere, anche in Emilia-Romagna, presenta criticità, a partire dal sovraffollamento, un aspetto che incide negativamente sul percorso riabilitativo del detenuto. È necessario allora individuare soluzioni, promuovendo progetti anche fuori dagli istituti, un modo per contrastare anche le cosiddette recidive. “L’aspetto del sovraffollamento carcerario - spiega il garante regionale dei detenuti Roberto Cavalieri - ostacola la riuscita dei percorsi rieducativi rivolti al detenuto. È sempre più complesso garantire spazi adeguati a un numero tanto alto di ristretti, ognuno con bisogni specifici; quindi, serve un maggiore coinvolgimento dei territori”. Il convegno - Questi i temi che verranno affrontati nell’incontro, organizzato dal garante Cavalieri, in programma?martedì 30 giugno?nella sala Fanti nella sede dell’Assemblea legislativa, a Bologna in viale Aldo Moro 50, dalle 10 alle 13. Durante il seminario, dal titolo “Il contrasto al sovraffollamento penitenziario e alla recidiva: dall’esecuzione penale alla reintegrazione sociale”, verrà condivisa un’analisi di oltre 300 percorsi di persone provenienti dall’area penale che hanno trovato nell’accoglienza della comunità Papa Giovanni XXIII una risposta, a volte temporanea a volte definitiva: dati che offrono l’occasione per riflettere sul tema dell’accoglienza come strumento indispensabile se si vuole che sovraffollamento e recidiva incontrino risposte vere. I partecipanti - Parteciperanno al seminario Fabio Pinelli, vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura,?Matteo Zuppi, cardinale e arcivescovo di Bologna nonché presidente della Conferenza episcopale italiana,?Silvio Di Gregorio, provveditore dell’Amministrazione penitenziaria Emilia-Romagna,?Nicola Palmiero, direttore del Centro di Giustizia minorile di Bologna,?Manuela Rontini, sottosegretaria alla Presidenza della Regione Emilia-Romagna,?Isabella Conti, assessora al Welfare della Regione Emilia-Romagna,?Raffaella Sette, professoressa ordinaria del Dipartimento di sociologia e diritto dell’economia Università di Bologna,?Luca Sebastiani, responsabile Osservatorio carcere della Camera penale di Bologna,?Giulia Fabini, coordinatrice Associazione Antigone Emilia-Romagna, e?Filippo Sica, sindaco di Montefiore Conca nel riminese. Firenze. Sollicciano, il carcere nato dal futuro e consumato dal passato fuoriluogo.it, 30 giugno 2026 Il 2 luglio a Firenze un seminario sullo studio di Corrado Marcetti: dalla promessa di un carcere aperto alla città al degrado di oggi. Quando fu progettato, Sollicciano avrebbe dovuto rappresentare il futuro. Oggi è invece uno dei simboli più evidenti della crisi del sistema penitenziario italiano. Per comprendere come sia stato possibile questo rovesciamento, giovedì 2 luglio la Società della Ragione ospita a Firenze un seminario di discussione, promosso insieme a Garante dei Detenuti della Regione Toscana e dell’Archivio Margara, a partire dal volume di Corrado Marcetti “Sollicciano. Storia di un carcere”. La ricerca ricostruisce una vicenda che comincia ben prima dell’apertura dell’istituto. Parte dalle carceri fiorentine delle Murate, di Santa Verdiana e di Santa Teresa, strutture malsane ma ancora inserite nel tessuto della città, e dalla scelta di trasferire la detenzione nella periferia estrema, in un’area agricola al confine con Scandicci. Il nuovo complesso nasce nel clima che avrebbe condotto alla riforma penitenziaria del 1975. I progettisti immaginano un carcere profondamente diverso da quelli tradizionali: non una fortezza o una “città nella città”, ma un “brano di città”, formato da strade interne, piazze, aree verdi, impianti sportivi, spazi culturali, scolastici e lavorativi. Le persone detenute avrebbero dovuto trascorrere la giornata nelle attività e non chiuse nelle celle o nei corridoi delle sezioni. Anche il teatro e la chiesa erano pensati per consentire un rapporto con l’esterno. Quel disegno, però, fu modificato ancora prima dell’apertura. Alla ricerca di una diversa qualità della vita detentiva si sostituì la preoccupazione per la sicurezza. Finestre, laboratori e aule furono riempiti di sbarre; la gestione degli spazi venne riorientata verso la separazione e la custodia; la riforma penitenziaria rimase largamente priva degli strumenti necessari alla sua attuazione. Sollicciano fu così ricondotto al modello che avrebbe dovuto superare. Da allora la mancata manutenzione, gli interventi frammentari e la progressiva perdita delle attività hanno fatto il resto. Il carcere è oggi segnato da infiltrazioni, caldo torrido, impianti inadeguati, infestazioni e spazi inutilizzati. Il sequestro preventivo di sette sezioni disposto dalla magistratura fiorentina ha portato all’attenzione pubblica condizioni che da anni operatori, garanti e associazioni descrivono come incompatibili con la dignità umana. Eppure, dentro Sollicciano esiste anche il Giardino degli Incontri, l’opera ideata da Giovanni Michelucci insieme alle persone detenute e inaugurata nel 2007. Un luogo luminoso, concepito per gli incontri con le famiglie e per iniziative aperte all’esterno, che dimostra quanto lo spazio possa contribuire a costruire relazioni invece di mortificarle. Accanto al Giardino sono nate esperienze di teatro, arte, scuola e partecipazione che hanno provato a tenere il carcere in comunicazione con la città. Proprio questa contraddizione impone di andare oltre l’alternativa tra rattoppi continui e demolizione totale. Abbattere Sollicciano per sostituirlo con un nuovo grande carcere rischierebbe di riprodurre, con tempi e costi enormi, un altro contenitore isolato e compatto. La questione non è salvare a ogni costo l’edificio, ma impedire che il fallimento di una politica venga attribuito soltanto alla sua architettura. Servono certamente interventi strutturali rigorosi e controllati. Ma devono essere parte di una trasformazione più ampia: utilizzare pienamente il Giardino degli Incontri, recuperare il teatro e gli spazi delle vecchie lavorazioni, riportare l’università dentro l’istituto, predisporre luoghi per l’affettività, rafforzare la scuola, il lavoro e le relazioni con il territorio. Occorre soprattutto guardare oltre il perimetro penitenziario. Sollicciano concentra fragilità psichiche, dipendenze, povertà e marginalità che il carcere aggrava anziché risolvere. La risposta deve comprendere abitazioni sociali, servizi territoriali, misure alternative e percorsi per le persone con problemi legati all’uso di sostanze. Marcetti invita esplicitamente a sottrarsi a una discussione chiusa dentro le mura, investendo in prevenzione e alternative alla detenzione. Il seminario del 2 luglio non sarà dunque soltanto la presentazione di una ricerca storica. Sarà un’occasione per discutere insieme alla Società civile fiorentina ciò che Sollicciano avrebbe potuto essere, ciò che è diventato e ciò che ancora può cambiare. Perché la memoria non serva a celebrare le occasioni perdute, ma a evitare di perderne altre. L’appuntamento è dalle ore 10 alle 13, nella sede della Società della Ragione, a San Salvi, padiglione 35, in via di San Salvi 12 a Firenze. Catanzaro. Dallo sport al reinserimento: continua “Sport per la Coesione” lameziaterme.it, 30 giugno 2026 Coinvolti oltre cento giovani detenuti dell’Istituto Penale Minorile di Catanzaro in un percorso di inclusione, formazione e reinserimento sociale. Il progetto “Sport per la Coesione”, promosso da Sport e Salute in collaborazione con la Federazione Italiana Badminton, prosegue il proprio percorso, della durata complessiva di 18 mesi, confermandosi una delle esperienze più significative di inclusione sociale attraverso lo sport realizzate in Calabria. Il progetto, ideato e coordinato da Pasqualino Raso, referente istituzionale nei rapporti tra Sport e Salute e l’Amministrazione Penitenziaria, ha già coinvolto più di un centinaio di giovani detenuti dell’Istituto Penale per i Minorenni di Catanzaro, di età compresa tra i 14 e i 24 anni. Capofila del progetto è Tycke Sport A.P.D., affiancata dai partner Lucky Friends e Mamas Lucky, con la collaborazione dei tecnici federali P. Cimino, P. Raso e P. Perri per le discipline del badminton e del pickleball, del Prof. Naccarato e della Dott.ssa R. Mascaro per lo sport delle bocce, praticato con bocce paralimpiche per ragioni di sicurezza. Tycke Sport si è inoltre avvalsa della collaborazione di Mousikè APS, con i laboratori musicali del Maestro O. Vescio, degli educatori P. Di Cello e D. Mancuso, del supporto psicologico della Dott.ssa S. Pullia, della dietista M. Di Cello e del Dott. M. Pellegrino, che insieme a Pasqualino Raso ha sviluppato un percorso di educazione finanziaria di base rivolto ai ragazzi. Il progetto sta ora vivendo una nuova e importante fase dedicata alla formazione, offrendo ai partecipanti la possibilità di conseguire la qualifica di Allenatore di I Livello o di Giudice di Linea, affinché lo sport possa rappresentare anche una concreta opportunità di crescita personale e professionale tramite lo sport. Un sentito ringraziamento va all’intero staff multidisciplinare dell’Istituto Penale per i Minorenni, che ha collaborato con professionalità, competenza e grande disponibilità in ogni fase del percorso. Un particolare ringraziamento alla Dott.ssa T. Costanzo, alla Dott.ssa L. Bencivenni, al Dott. R. A. Moretti e soprattutto al Direttore Dott. Pellegrino, che ha accolto e sostenuto tutte le iniziative sportive, educative e socio-psicologiche proposte. Un momento di particolare valore è stato rappresentato dall’autorizzazione concessa a sei giovani detenuti di uscire dall’Istituto senza la presenza della Polizia Penitenziaria, affidati esclusivamente allo staff di Tycke Sport e agli educatori invitati dall’associazione. Un gesto di grande fiducia, tutt’altro che scontato, che rappresenta il riconoscimento del lavoro serio e responsabile svolto in questi mesi. Si ringraziano anche i 6 ragazzi per la splendida opportunità che ci hanno offerto, condividendo con noi momenti davvero emozionanti. La giornata del 9 giugno ha rappresentato uno dei momenti più emozionanti del percorso, con la colazione sociale organizzata presso Lucky Friends e la manifestazione sportiva ospitata nella splendida struttura del Centro Padel Friends, messa generosamente a disposizione dai soci, con i quali condividiamo una visione comune fatta di sport, inclusione e partecipazione. Tycke Sport desidera inoltre ringraziare l’Assessore Gianturco per la presenza alla manifestazione. L’occasione è anche quella per rivolgere un invito all’Amministrazione Comunale affinché possa conoscere ancora più da vicino la realtà di Tycke Sport e le numerose iniziative che l’associazione porta avanti ogni anno sul territorio. Negli ultimi anni la nostra associazione ha promosso progetti che hanno coinvolto centinaia di famiglie e migliaia di giovani. Tra questi ricordiamo le tre edizioni della Baddy Cup, il progetto Vola con Noi, Scuola Attiva Junior, le collaborazioni con l’Istituto Ardito, l’Istituto Don Bosco, il Liceo Scientifico Galileo Galilei, l’Istituto Casalinuovo Sud e il Patari-Pascoli di Catanzaro, coinvolgendo complessivamente oltre mille studenti. A ciò si aggiungono i risultati sportivi ottenuti sul campo: la conquista del titolo di Campione Regionale di Air Badminton, la qualificazione alle Finali Nazionali di Palermo, le vittorie nei Challenge Nazionali di Paola e Salerno, i prestigiosi podi conquistati anche in Sicilia, nel cuore del badminton italiano, oltre alla presenza nel proprio organico del Campione Regionale dei Giochi della Gioventù. Grande attenzione viene inoltre dedicata all’inclusione sociale, con la partecipazione di ragazzi provenienti anche da altre province, come gli splendidi giovani della comunità del Bangladesh di Crotone, che affrontano lunghi viaggi pur di allenarsi con Tycke Sport. L’associazione è inoltre risultata assegnataria del progetto regionale SuperAbilities, destinato a dodici giovani con disabilità attraverso quattro discipline sportive e tre attività di terapie non farmacologiche, confermando la propria vocazione verso lo sport come strumento di crescita, coesione e benessere. Proprio in relazione a questo progetto, così come per altre iniziative, confidiamo che possano presto trovare riscontro anche le comunicazioni istituzionali già trasmesse al Comune. Siamo certi che una collaborazione sempre più stretta tra istituzioni e associazioni rappresenti il modo migliore per valorizzare chi ogni giorno opera concretamente sul territorio. Tycke Sport è oggi una realtà costruita esclusivamente con il lavoro dei propri volontari, dei tecnici, dei collaboratori e delle famiglie che credono nel valore educativo dello sport. Dietro ogni risultato non ci sono soltanto medaglie, ma migliaia di ore dedicate alla progettazione, alla formazione, all’organizzazione di eventi, alla gestione amministrativa, alla partecipazione ai bandi, alla ricerca di risorse e alla costruzione di reti con enti pubblici e privati. Siamo convinti che il futuro dello sport passi attraverso la collaborazione tra istituzioni e associazioni che dimostrano quotidianamente, con i fatti, il proprio impegno verso la comunità. Il nostro auspicio è quello di poter continuare a lavorare insieme alle istituzioni locali, affinché esperienze come quelle realizzate all’interno dell’Istituto Penale Minorile, i progetti rivolti ai giovani, alle persone con disabilità e alle scuole possano crescere ulteriormente e diventare un patrimonio condiviso dell’intero territorio. Fossano (Cn). Quegli antichi “ricordi” trasformati in opere d’arte dai detenuti di Gianni Milani Il Torinese, 30 giugno 2026 “Dalle parole alla ceramica”. Ovvero: quando la memoria, i ricordi di una vita, raccontati a chi vuole ascoltarti, a chi ti è vicino (non solo fisicamente), ma anche con il cuore e l’anima, riescono a trasformarsi e a prendere corpo vivo offrendo spunti significativi per la lingua universale dell’arte. È davvero un piccolo grande “prodigio”! Tanto più se i due “mondi” a confronto non possono essere più lontani tra loro di una “Casa di Reclusione” e di una “Residenza Sanitaria Assistenziale - Casa di Riposo”, dedicata principalmente a persone anziane, per le quali il “motore dei ricordi” gira spesso a ruota libera, generando pallidi lievi sorrisi ma spesso anche tanta sofferenza e amarezza. Un piccolo grande “prodigio”! Realizzatosi attraverso il progetto dal titolo (di cui sopra) “Dalle parole alla ceramica” e magnificamente conclusosi, nei giorni scorsi, sotto la grande, mai abbastanza encomiabile, regia della “Fondazione Azzoaglio ETS” - ente no profit nato per iniziativa dello storico cebano “Banco Azzoaglio” (fondato nel 1879 da Paolo Azzoaglio) - per “generare valore condiviso e promuovere progetti educativi, culturali e sociali nelle comunità del territorio”. Al suo fianco la “Cooperativa Perla” operante con la Direzione del Carcere di Fossano per la realizzazione di attività lavorative dentro e fuori le mura dell’Istituto e la “Residenza La Corte” di Dogliani. Frutto del meraviglioso lavoro delle tre Associazioni, la consegna di una serie di “piastrelle artistiche in ceramica”, realizzate dai detenuti all’interno del “Laboratorio” attivo presso la “Casa di Reclusione” fossanese. Una vera “Meraviglia”: le ceramiche e il “gesto condiviso” che ha portato alla loro realizzazione, attraverso un percorso iniziato presso la “Residenza La Corte” di Dogliani, dove educatori e arteterapeuti della “Fondazione Azzoaglio” hanno condotto un “laboratorio” dedicato “all’ascolto e alla raccolta delle memorie” degli ospiti. Le risposte e le testimonianze raccolte sono state poi condivise con il “Laboratorio di Ceramica” della “Cooperativa Perla” presso la “Casa di Reclusione” di Fossano. Qui i detenuti hanno lavorato alla progettazione e alla realizzazione delle “piastrelle”, trasformando racconti e ricordi in manufatti artistici destinati a tornare agli stessi protagonisti delle narrazioni. Il risultato è una raccolta di “opere uniche che custodiscono e restituiscono le parole degli anziani, trasformandole in un patrimonio tangibile di memoria e relazione”. Un cerchio “virtuoso”, in grado di unire mondi così diversi tra loro! Ad accomunarli, una sola piccola grande parola: “Solidarietà!”. Tante mani tese in grado di farsi preziosi “scrigni” di antiche memorie, di amori mai finiti, di strade percorse in senso errato ma capaci di svoltare per recuperare i giusti sentieri un tempo ignorati. Sottolinea, in proposito, Valentina Macchioni, titolare della “Cooperativa Perla”: “All’interno del nostro ‘Laboratorio di ceramica’ osserviamo ogni giorno quanto sia importante che il lavoro realizzato dalle persone detenute possa avere una destinazione concreta e un valore per la Comunità. Questo percorso, compiuto con la Residenza ‘La Corte’, ha permesso ai partecipanti di confrontarsi con storie autentiche, sviluppando competenze professionali, ma soprattutto consapevolezza, responsabilità e capacità di relazione”. E alla Macchioni fa eco Deborah Divulsi, direttrice de “La Corte” di Dogliani: “Per i nostri ospiti è stata un’esperienza molto significativa. Essere ascoltati, raccontare la propria vita e vedere quelle loro parole trasformate in opere concrete, ha generato emozione e positiva partecipazione”. “Iniziative come questa - concludono Erica e Simone Azzoaglio, rispettivamente vicepresidente e Consigliere di Amministrazione, nonché entrambi fondatori, della ‘Fondazione’ - dimostrano che la collaborazione tra mondi diversi può generare opportunità concrete di crescita e di incontro. Attraverso la memoria degli anziani, il lavoro delle persone detenute e l’impegno degli operatori coinvolti, si crea una comunità più consapevole e più capace di riconoscere il valore di ogni persona. Crediamo che il ruolo di una ‘Fondazione’ sia anche quello di favorire queste sinergie, mettendo in rete competenze, esperienze e sensibilità diverse per generare percorsi che producano valore sociale e culturale per il territorio”. Lo crediamo anche noi. Additando l’evento quale esempio concreto di rara (purtroppo, di questi tempi!) fruttuosa solidarietà, di cui prendere atto e farne prezioso stimolo per una ancora più ampia e coinvolgente condivisione. Napoli. La detenzione e i drammi del carcere nel volume di Samuele Ciambriello Corriere del Mezzogiorno, 30 giugno 2026 Presentato “Lettere al garante” nella sede di “Liberi di volare”, dove i detenuti vengono accolti per affidamento e messa in prova. “Immaginate, per un attimo, una cella di pochi metri quadrati nella quale vivono stipate da cinque a otto persone. Immaginate di trascorrervi gran parte della giornata, condividendo spazi minimi, privacy inesistente, tensioni, fragilità e sofferenze. Non è un’eccezione: per molti detenuti questa è la quotidianità. Questo libro nasce per dare voce a questa sofferenza”. Samuele Ciambriello, garante dei detenuti della Regione Campania, con una pluriennale esperienza nell’assistenza e nell’aiuto agli emarginati e ai detenuti, è uno di quelli che conosce meglio la durezza della realtà carceraria, insieme con don Franco Esposito, ex cappellano del carcere di Poggioreale. Insieme teorizzano l’inutilità dell’“istituzione carcere che se fosse un’azienda sarebbe già fallita, visto che produce almeno il 60% di recidive”. Insomma, in più di sei casi su dieci chi è entrato una volta in carcere poi vi fa ritorno. Se n’è parlato nella struttura della Pastorale carceraria di via Buonomo 41 a Napoli. E se la teorizzazione dell’inutilità del carcere e del suo superamento con strutture di prima accoglienza per le esigenze cautelari limitate a pochi reati, può apparire aprima vista un’utopia, i fatti dimostrano che non lo è. Realtà come “Liberi di Volare”, l’associazione presieduta dalla criminologa Valentina Ilardi, nella sede di un ex convento alla Sanità, ospitano almeno un centinaio di detenuti che qui imparano non solo un lavoro, ma anche e soprattutto a stare in rapporto con i volontari (nell’ambito della pastorale carceraria) e il mondo esterno. “E qui il tasso di recidiva è inesistente” spiega Ilardi, aggiungendo che “noi prepariamo i detenuti a rientrare nella società e a confrontarsi con il mondo esterno, non vogliamo certo che restino qui”. Ma come conciliare la giusta esigenza di sicurezza con l’umanità e la rieducazione della pena? Per il magistrato di sorveglianza Cinzia Apicella, occorre certamente diffondere la cultura della riabilitazione “attraverso un lavoro di rete” che “coinvolga tutti gli operatori e le associazioni”. Per Apicella vi sono le potenzialità per cambiare una realtà difficile come quella carceraria e sviluppare le potenzialità dei detenuti. Per Claudia Nannola, dirigente dell’Ufficio Esecuzione penale, “il libro di Ciambriello descrive perfettamente e realisticamente un mondo che ha bisogno dell’attenzione e dell’interesse” di tutti. Carlo Berdini, provveditore dell’Amministrazione penitenziaria della Campania, ha fatto il punto sulle strutture in via di rifacimento in varie provincie della regione, spiegando che i fondi sono arrivati, tuttavia non tacendo delle difficoltà generali circa la situazione delle carceri dove il sovraffollamento rimane il problema principale. Samuele Ciambriello ha concluso ribadendo quanto ancora tanto occorra fare per umanizzare il concetto di pena, sottolineando anche la sua visione rispetto agli autori dei reati: “Il detenuto non deve pagare ma deve cambiare, con l’aiuto di tutti quanti noi”. Un auspicio che si concretizza nel lavoro silenzioso di centinaia di volontari, il vero motore di speranza in un sistema che spesso è soffocato dalla burocrazia. Far funzionare la democrazia di Luciano Violante Corriere della Sera, 30 giugno 2026 Per salvarla bisogna renderla più efficiente. Il problema non è la libertà, ma l’inefficienza dello Stato. La democrazia è disfunzionale? Questa è l’opinione di Peter Thiel, Trump, Musk e dei loro seguaci. Non ci salviamo demonizzandoli. Prima dovremmo chiederci se l’accusa è fondata e poi decidere come reagire. In molti Paesi di grandi tradizioni democratiche purtroppo il giudizio è fondato; occorre precisare, non è cosa da poco, che non è disfunzionale la democrazia in sé, ma sono disfunzionali alcune forme specifiche di democrazia. In Italia lo dimostrano l’astensionismo elettorale, la crescita di forme militanti di antidemocrazia, il peso che hanno acquisito nell’opinione pubblica slogan esplicitamente razzisti, come quelli relativi alla remigrazione e alla discriminazione sessuale. Purtroppo, nella quotidianità, la nostra democrazia risulta spesso illiberale: le disuguaglianze aumentano, il fisco ha perso quasi del tutto la sua funzione redistributiva, il rapporto dei comuni cittadini con le pubbliche amministrazioni è spesso sfibrante. La sfida non è ridurre la democrazia; consiste invece nel rendere funzionale la democrazia, sfidando gli avversari sul loro stesso terreno. Siamo rimasti impigliati nella trappola di Montesquieu. Il filosofo francese, che combatteva l’assolutismo regio, scrisse “è necessario che il potere fermi il potere”. Noi l’abbiamo preso alla lettera, diffondendo il potere di decisione in miriadi di centri tra loro non comunicanti; ciascuno è in grado di fermare l’altro, ma nessuno è in grado di decidere definitivamente. La soluzione c’è. La ZES Unica ha costituito per le regioni con più basso sviluppo, Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia, una Zona Economica Speciale per aiutare le imprese non solo con sovvenzioni e vantaggi fiscali ma anche attraverso una effettiva semplificazione. È previsto che una volta che l’impresa abbia presentato l’istanza, presentabile solo in via digitale, la Struttura di Missione ZES convochi una Conferenza dei Servizi. In questa sede, tutte le amministrazioni coinvolte, Regione, Comune, Vigili del Fuoco, etc., valutano il progetto contemporaneamente. Poi viene rilasciata l’autorizzazione unica. Questa autorizzazione sostituisce a tutti gli effetti ogni altro titolo abilitativo, come permessi di costruire, autorizzazioni ambientali, paesaggistiche e così via. Si può estendere questo modello ad altre procedure sino a farlo diventare un modello universale? Perché questo accada è necessario che si estenda la digitalizzazione dei servizi pubblici. Il centro di ricerca Futuri Probabili sta lavorando per la estensione della digitalizzazione a tutti i Comuni. Abbiamo cominciato, per la sperimentazione, da alcuni grandi comuni, alcuni già informatizzati anche se non completamente, Milano Torino, Roma, Napoli. Ci siamo imbattuti in alti funzionari, e funzionarie, molto capaci, molto moderni e molto consapevoli della necessità di sviluppare il ricorso alla AI, soprattutto nei rapporti con i cittadini e con le altre amministrazioni. Abbiamo rovesciato Montesquieu. Perché la democrazia funzioni non è più necessario che “il potere arresti il potere”; è invece necessario che “il potere aiuti il potere”. La tecnologia, che è un altro potere, può essere essenziale per la Pubblica amministrazione. Ferruccio Resta e Stefano Paleari hanno proposto su questo giornale che per far fronte alla carenza di autisti di mezzi pubblici si faccia ricorso a vetture con guida autonoma, cominciando dai percorsi più semplici. In questa fase della storia dell’umanità sono necessarie tecnologie che non siano solo mercato, ma anche aiuto ai poteri pubblici e conseguentemente ai cittadini. La proposta dei due ex Rettori va in questa direzione. Secondo problema: in Italia si manifesta in forma sempre più evidente una incertezza di fondo sulla responsabilità penale. Le sentenze Castellucci e Moretti, entrambi ora detenuti, hanno costruito una sorta di responsabilità “per posizione”. In sostanza si è costruito in via interpretativa un dovere di agire, mentre a differenza dei diritti, che possono essere riconosciuti anche in via interpretativa, i doveri devono necessariamente trovare la propria fonte in una esplicita e certa previsione di legge. Sembra che in questo tipo di decisioni contino tre fattori: la necessità di sfuggire all’accusa di essere élite che proteggono le élite; la non conoscenza approfondita della struttura e dei meccanismi delle organizzazioni complesse; la tendenza, certamente involontaria, ad applicare a queste organizzazioni i criteri che si applicano alle organizzazioni criminali complesse, come la mafia, nelle quali la “cupola” risponde anche dei reati commessi dai propri adepti. Inoltre laddove ci sono incidenti gravi il compito dei magistrati diventa particolarmente difficile, perché, specie nei piccoli centri, è angosciosa la pressione dei parenti delle vittime che ragionevolmente chiedono giustizia, senza preoccuparsi, non è loro compito, delle regole della procedura penale. Infine, la nostra democrazia deve recuperare la memoria di sé, le ragioni per le quali è stata scelta, i sacrifici per costruirla, gli sforzi per difenderla. Gli interventi del presidente Mattarella non sono richiami retorici proprio perché riguardano le radici delle nostre libertà. Siamo in tempi preelettorali; chissà se le forze politiche, piuttosto che cimentarsi in improbabili leggi elettorali o nelle ricerche del leader della coalizione, decidano di prendere a cuore il rinvigorimento della nostra democrazia, perché le democrazie muoiono per lento suicidio, non per rapido omicidio. La disumanità dietro uno schermo di Beppe Severgnini Corriere della Sera, 30 giugno 2026 Anche una tragedia può farci capire cosa siamo diventati. Non tutti, ma troppi. Mentre continuano le ricerche dell’ingegner Luigi Cavallari, scomparso sabato nel lago di Vico, la moglie Eugenia Roccella viene coperta di insulti, sarcasmo e insinuazioni. La sua colpa? Essere un personaggio pubblico. Un ministro del governo che ha espresso opinioni e ha preso decisioni. Alcuni non le condividono, com’è normale. Ma niente giustifica la colata di assurdità che ha riempito i social. Dov’era possibile commentare - i post Instagram dei siti d’informazione, per esempio - sono apparse molte affermazioni stupide, altre disgustose; alcuni riuscivano a essere disgustosamente stupidi. Una piccola selezione, sgradevole ma necessaria. “Il marito di qualsiasi donna non fa notizia mentre i parenti dei politici riempiono i tg!”. “Forse una tragedia potrebbe farle cambiare le idee che ha”. “Poteva fare a meno di tuffarsi mentre c’è chi muore in mare andando in cerca di cibo per i suoi cari”. “Il karma è arrivato fino al lago!”. “Mi dispiace per questo ricco signore sulla sua bella barca”. “Vorrei che questo dolore rendesse Roccella più empatica e umana. Anche se non credo. Chi non ha cuore non ce l’avrà mai”. In un post su X, Giorgia Meloni ha definito “ignobili e disumani” i commenti contro Eugenia Roccella. “Qualcosa che fa rabbrividire”, ha aggiunto. Difficile non essere d’accordo. Ma non abbiate dubbi: se la tragedia avesse toccato un esponente dell’opposizione, l’odio sarebbe stato simile: becero, immotivato, crudele. La passione politica, per alcuni, giustifica tutto Li chiamiamo haters. Ma il nome inglese rischia di farli apparire sofisticati: sono solo squallidi odiatori, incapaci di vergognarsi. Dieci anni fa potevamo illuderci che certe uscite fossero dovute alla scarsa conoscenza dello strumento. C’è chi parlava di “impulsivi digitali”, sottolineando così l’eccesso di emotività e la mancanza di autocontrollo. Al “Corriere” ci facevamo meno illusioni: nel 2017, due copertine di “7-Sette” erano dedicate ai “bruti digitali”. Perdonate loro perché non sanno quello che fanno, si poteva pensare allora. Oggi, quelle attenuanti non ci sono più. Gli aggressivi, gli offensivi e i molestatori sono consapevoli dei propri comportamenti. Hanno trovato nei social il loro palcoscenico - gratuito, sempre aperto, potenzialmente immenso - e lo occupano, con sadismo travestito da spontaneità. I seminatori d’odio, in altre parole, sanno cosa fanno. Non comprendono le conseguenze, però. Resta una domanda, che non interessa loro, ma preoccupa noi: perché lo fanno? Una prima spiegazione è questa: alcuni movimenti politici, a turno, all’interno delle democrazie, allevano i frustrati, li aizzano, li giustificano. Perché? Semplice: il risentimento si è dimostrato un serbatoio di voti (più della tolleranza, delle proposte, del buon governo). Perché tanti elettori ci cascano? S’illudono di sconfiggere l’ansia crescente - guerre, minacce, redditi, tenuta sociale - trovando un nemico e urlandogli contro. Lo sfogo aggressivo, agli sprovveduti, appare come la medicina. Invece è una malattia. Spietata. Per trovare una seconda spiegazione a certi eccessi, possiamo partire da questo aggettivo: spietati, senza pietà. Alcuni personaggi - pensate all’amministrazione Trump - glorificano la forza, la ferocia, la crudeltà; e fanno proseliti. Chi sente compassione viene considerato un debole; chi non prova sentimenti, un vincente. Non serve il Vangelo per sapere che è vero il contrario: basta riguardarsi un film con John Wayne. Ma gli spietati di oggi non guardano, non leggono, non ascoltano: scorrono uno schermo, alla ricerca di un’occasione. Il dramma della ministra Roccella e di suo marito questo è stato, per loro: un pretesto. Presto passeranno ad altro. La terza e ultima spiegazione è più caritevole, forse troppo. C’è un verbo quasi scomparso dalla lingua italiana: brontolare. Una manifestazione di insoddisfazione bonaria, una lamentela terapeutica che richiedeva compagnia: la famiglia, il dopolavoro, il bar, lo spogliatoio, la comitiva, il circolo. Oggi il brontolio è stato sostituito dall’insulto. Che non è né bonario né sociale. È l’urlo di persone sole. Questo non vuol dire che dobbiamo giustificarle. Compatirle, semmai. Convincerle, magari, se ci sentiamo eroici. E aiutarle, anche se sarà difficile. Gli algoritmi delle piattaforme premiamo infatti l’aggressività, che porta gli utenti a trascorrere più tempo online, a reagire, a partecipare. Engagement, si chiama: questo importa ai signori del web, nient’altro. E se, per ottenerlo, s’infierisce su una donna angosciata e su un uomo scomparso in un lago, qual è il problema? Migranti. Deputati Ue: “Ostacolata l’ispezione del centro di Gjader” di Chiara Di Benedetto Avvenire, 30 giugno 2026 Una delegazione di Euro-Verdi denuncia l’impossibilità di esaminare il Cpr dell’accordo Italia-Albania. Guarda (Avs): “In un mese sei tentativi di suicido”. A Gjader non si entra. Una delegazione di europarlamentari del gruppo dei Verdi, ieri, ha denunciato l’impossibilità di svolgere un’ispezione completa e adeguata del centro per migranti previsto dall’accordo Italia-Albania. Secondo quanto riportato dagli eurodeputati, il personale del Cpr avrebbe impedito l’accesso alle celle e si sarebbe rifiutato di fornire dati e di rispondere alle domande della delegazione. L’ispezione non era prevista, gli europarlamentari sono andati a Gjader a sorpresa nel corso di un viaggio in Albania organizzato per incontrare ambientalisti e rappresentanti della società civile impegnati nella lotta contro la costruzione di un maxi-resort di lusso sull’isola di Sazan, promosso da Jared Kushner, genero e consigliere del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. “Nel corso della visita all’interno della struttura, non siamo riusciti a ottenere dati sulle persone recluse - ha spiegato l’eurodeputata di Avs Cristina Guarda, che si trova in Albania insieme ai Verdi e ad alcuni componenti del Tavolo asilo e immigrazione -. Però abbiamo raccolto testimonianze drammatiche che descrivono una quotidianità sospesa e alienante. Solo in un mese, si sono registrati sei tentativi di suicidio e una persona che ha tentato di togliersi la vita due volte si trova ancora reclusa lì dentro, senza l’adeguata assistenza”. La delegata ha raccontato che quella a Gjader è una “non vita”: i detenuti fanno uso sistematico di psicofarmaci e molti trascorrono le giornate a dormire “per sopravvivere all’alienazione”. Vivono in attesa di poter rivendicare il diritto d’asilo “senza sapere se e quando verrà loro permesso”. Molti di loro, ha spiegato Guarda, probabilmente torneranno nel nostro Paese perché “quasi nove persone su dieci hanno il diritto di rimanere in Italia”. L’eurodeputata ha quindi accusato il Governo italiano di aver cercato di nascondere che “in soli 48 giorni dall’apertura del centro, si sono verificati 54 eventi “critici”, tra cui atti di autolesionismo e tentati suicidi”. Circostanza che, secondo Guarda, testimonierebbe la quotidiana violazione dei diritti umani e quindi del protocollo Albania approvato dalla Corte di giustizia dell’Ue. Alla denuncia si sono uniti anche gli altri eurodeputati: “Questo sistema creato nell’ambito dell’accordo Italia-Albania chiaramente non funziona - ha sottolinato l’olandese Tineke Strik, coordinatrice dei Verdi nella commissione Libertà civili del Parlamento europeo -. Dobbiamo assicurarci che non diventi il modello per i centri di detenzione finanziati dall’Ue”. Svizzera. Carceri sovraffollate: “Violati i diritti dei detenuti” cdt.ch, 30 giugno 2026 Il rapporto della Commissione contro la tortura: più violenza, meno cure e niente reinserimento. Costruire nuove prigioni non basta, serve ridurre i detenuti. La sovrappopolazione carceraria in Svizzera viola i diritti dei detenuti e compromette il raggiungimento degli obiettivi della reclusione. È quanto mette in evidenza in un rapporto la Commissione nazionale per la prevenzione della tortura (Cnpt), secondo cui il problema può essere risolto solo mettendo in atto una strategia per ridurre il numero di persone che finiscono dietro le sbarre. Nel 2025, la Cnpt ha visitato 26 istituti in cui le persone sono private della libertà o sottoposte a misure restrittive della libertà di movimento, si legge in una nota odierna. Si trattava, nello specifico, di un posto di polizia cantonale, otto centri per l’esecuzione di pene e misure, un istituto per l’esecuzione della detenzione amministrativa in applicazione del diritto degli stranieri, un istituto psichiatrico, tre istituti case di cura per anziani e dodici centri federali per richiedenti asilo (Cfa). Durante queste visite, la commissione ha osservato che la sovrappopolazione limita ulteriormente la vita privata delle persone detenute, aumenta il rischio di violenza, diminuisce le opportunità di attività fisica e di occupazione e peggiora la qualità delle cure mediche. Tutto questo lede i diritti fondamentali e umani degli interessati, nuocendo allo stesso tempo al raggiungimento di obiettivi quali la prevenzione della recidiva e la reintegrazione sociale. Inoltre, tale fenomeno mette a dura prova le risorse degli istituti e ha un impatto diretto sulle condizioni di lavoro del personale. La creazione di posti mediante nuovi penitenziari o l’ampliamento di quelli esistenti non risolverà, da sola, il problema, fa notare l’organo. Stando alla commissione, è infatti necessario “mettere in atto una strategia globale di riduzione del numero di persone detenute a livello cantonale. Per riuscirci, tutti gli attori coinvolti devono collaborare”, afferma, citata nel comunicato, la presidente Martina Caroni. Per quanto riguarda i richiedenti asilo, la Cnpt constata che vi sono ancora persone vulnerabili ospitate in rifugi della protezione civile. Un collocamento che ritiene “problematico dal punto di vista dei diritti umani”. Le ragioni sono da ricercare nell’esiguità degli spazi, nell’assenza di luce naturale, nella scarsa qualità dell’aria, nella presenza di muffa e negli spazi di riposo aperti sottoposti a un rumore di ventilazione continuo. La commissione raccomanda pertanto di rinunciare a questa soluzione o di limitarla a soggiorni di breve durata. Libia. La condanna di Almasri e i problemi per l’Italia di Vladimiro Satta Il Riformista, 30 giugno 2026 Sette anni di reclusione per violazioni dei diritti dei detenuti nel suo Paese È molto verosimile che egli abbia ben meritato la condanna Purtroppo anche l’Italia è inadempiente sulla gestione delle proprie carceri. Il generale Almasri, che fino a pochi mesi fa era uno degli “uomini forti” della disastrata Libia, ultimamente è stato condannato dal tribunale penale di Tripoli a sette anni di reclusione per violazioni dei diritti dei detenuti nel suo Paese, avvenute dal febbraio 2015 all’ottobre 2024 nel carcere di Mitiga. È molto verosimile che egli abbia ben meritato la condanna. Purtroppo anche l’Italia è parzialmente inadempiente circa la gestione delle proprie carceri, si sa, ma nel caso della Libia si parla di vere e proprie torture, e la sentenza conferma la fondatezza delle denunce sporte dalle vittime. Non di meno, la sorte di Almasri ci riguarda da vicino, sotto due profili. Il profilo che sembra destare maggiore attenzione nel dibattito pubblico è il comportamento che fu tenuto dalle nostre autorità nei confronti di Almasri al tempo in cui era potente; quello che sembra destarne meno, ma a mio parere è più importante, è che dal 2017 tra Italia e Libia è in vigore un Memorandum, rinnovato ogni tre anni, di cui fa parte la lotta alle migrazioni irregolari, in base al quale molti dei partenti intercettati dalla guardia costiera libica finiscono a Mitiga. Da noi, la notizia della sentenza del tribunale di Tripoli contro Almasri ha riacceso le polemiche -politiche, e non solo- che nell’inverno 2025 erano scoppiate quando il personaggio, arrestato a Torino sulla base di un mandato della Corte Penale Internazionale, nel giro di un paio di giorni era stato scarcerato e imbarcato su un aereo di Stato che lo aveva riportato in Libia. C’erano state anche discussioni in Parlamento e iniziative legali contro il governo italiano: ad esempio, il 23 gennaio 2025 l’avvocato Luigi Li Gotti -il quale ha lunghi trascorsi politici, in partiti diversi, e che fu Sottosegretario in un governo Prodi- ha presentato un esposto contro la Presidente del Consiglio, il Sottosegretario con delega ai servizi di informazione e sicurezza e i Ministri della Giustizia e dell’Interno, per reati di favoreggiamento e di peculato, mentre ad ottobre il regista cinematografico Aurelio Grimaldi, siciliano, si è rivolto al giudice di pace di Termini Imerese e ha dichiarato alla stampa di confidare che tanti altri cittadini seguano il suo esempio, presentando analoghi ricorsi contro il governo presso i giudici di pace competenti nei territori dove risiedono. Li Gotti e Grimaldi assicurano entrambi di non essere mossi da intendimenti politici contro l’esecutivo in carica. Nel frattempo, ad agosto 2025, il Tribunale dei Ministri aveva chiesto alla Camera l’autorizzazione a procedere contro il Sottosegretario e i Ministri, che non è stata concessa. Inoltre, si è mossa pure la Corte Penale Internazionale, che ha deferito l’Italia per “non cooperazione” (attualmente, il relativo procedimento è in corso). Il governo Meloni, di fronte alle proteste, nel corso del tempo ha fornito motivazioni differenti tra loro; a luglio, in una nota inviata alla Corte Penale Internazionale, aveva motivato la scarcerazione e l’espatrio di Almasri asserendo che il generale libico rappresentava un pericolo “per motivi di ordine pubblico e sicurezza nazionale legati alla pericolosità del soggetto”, ma all’indomani dell’arresto di Almasri in Libia, datato 5 novembre 2025, fonti governative hanno sostenuto che fin dall’inverno l’Italia sapeva che il militare sarebbe caduto in disgrazia, sebbene al rimpatrio fosse stato accolto festosamente. Almasri non è un tizio qualunque. Dietro al trattamento di favore riservato a lui dalle autorità italiane devono esserci state intese clandestine con Tripoli, cioè ragioni di politica estera, legate appunto alla tutela della nostra sicurezza nazionale. Pertanto, la vicenda Almasri riporta alla mente il “lodo Moro”, l’accordo stretto negli anni ‘70 -all’epoca segreto- tra Italia e terroristi palestinesi. Questi ultimi avrebbero evitato di colpire l’Italia che, in cambio, avrebbe concesso loro libertà di traffici anche illeciti sul nostro territorio, integrata dalla garanzia di tutelare chi eventualmente fosse venuto a trovarsi nei guai con la giustizia. Il nostro Paese non fu il solo a percorrere la via del compromesso: altri governi occidentali fecero accordi dello stesso genere, ciascuno all’insaputa degli altri. Sono passati decenni dal “lodo Moro”, i contraenti stranieri di allora -OLP, FPLP e gruppi minori- sono praticamente scomparsi dalla scena, sostituiti da altri. Quanto alla Libia, che sebbene non direttamente coinvolta sapeva del lodo e lo guardava con benevolenza, Gheddafi e il suo regime non ci sono più. Le intese odierne che impegnano il governo italiano devono essere altre, ormai. E’ utile, però, ricordare cosa accadde per il “lodo Moro”. Già prima che il lodo prendesse forma, l’Italia aveva permesso a terroristi arabi arrestati di espatriare, e la magistratura aveva assecondato tali operazioni. Ciò diede adito a sospetti ma nel 1977, rispondendo a interrogazioni parlamentari, il sottosegretario Dell’Andro negò che esistessero accordi sottobanco. Tuttavia nel 1978 Moro, in alcune lettere dal covo dove le BR lo tenevano sequestrato, rammentò che in precedenza l’Italia davvero aveva liberato criminali mediorientali al fine di evitare il peggio, e fece nomi di politici che sapevano tutto, tra cui l’onorevole Pennacchini e lo stesso Dell’Andro. Nessuno ne chiese conto a Dell’Andro, né a Pennacchini, né ad altri. Negli anni ‘70 l’Italia provvedeva a fare espatriare i terroristi liberati, usando mezzi di trasporto dello Stato. Come si è fatto nel 2025 per Almasri. Si andò avanti fino a che nel 1979, in occasione dell’arresto dei responsabili di un trasporto di armi scoperto a Ortona, il governo Cossiga cambiò strada. Gli imputati -tre corrieri italiani e Abu Anzeh Saleh, esponente di punta dello FPLP in Italia- furono mandati a processo e, nonostante una pubblica lettera spedita nel gennaio 1980 dallo FPLP al tribunale nella quale si chiedeva di fermare i giudici, nonché una serie di terribili, inequivoche minacce in segreto susseguitesi durante la primavera, l’Italia tirò dritto. Gli imputati furono condannati in primo grado. Il 2 agosto 1980, ci fu la strage di Bologna (e il 27 giugno precedente, l’alquanto misterioso disastro aereo di Ustica). Nel 1981, Saleh fu scarcerato (gli italiani coinvolti no) e si dileguò. Al processo di appello, le pene furono ridotte. A metà anni ‘80 l’ufficiale del SISMI che più si era occupato di mettere in pratica gli accordi con i palestinesi, Stefano Giovannone, interrogato dall’autorità giudiziaria si trincerò dietro il segreto di Stato, che fu sempre confermato dai presidenti del Consiglio interpellati a turno, quale che fosse il loro colore politico, fino alla scadenza imposta dalla legge, nel 2014. La trentennale copertura del “lodo Moro” con il segreto di Stato segna una differenza rispetto alla vicenda Almasri, segnalata dall’avvocato Li Gotti, ma scattò nel 1984: i dinieghi menzogneri erano cominciati assai prima. Il “lodo Moro” ebbe indubbiamente una certa efficacia, fintanto che fu rispettato, sebbene sia altrettanto indubbio che ebbe un prezzo, in termini di giustizia e di verità prima ancora che di soldi per la sua implementazione. Giuridicamente, era illegale e violava persino un principio costituzionale, quello dell’obbligatorietà dell’azione penale, affermato dall’articolo 112 della Carta. Tuttavia il “lodo Moro”, in conseguenza della sua efficacia, ha tuttora numerosi estimatori. Lasciando il giudizio storico ai lettori, occorre piuttosto puntualizzare che, per coerenza, chi giustifica il “lodo Moro” dovrebbe giustificare anche la condotta del governo Meloni nei confronti di Almasri. La Ragione di Stato ha le sue logiche e le sue prassi, che non possono essere limitate entro i confini della legalità, e non possono essere valutate con tale metro. Guardando al futuro, c’è la questione del Memorandum e di come concretamente esso è stato applicato nel centro di custodia a Mitiga. Alla luce della sentenza di Tripoli, è opportuno che il Memorandum, la cui ideazione si fa comunemente risalire al Ministro dell’Interno pro-tempore Marco Minniti e che fu firmato dal Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, continui ad essere rinnovato? Oppure andrebbe rimesso in discussione, del tutto o in parte? E se si decidesse di cambiare, quale strategia si potrebbe impostare al posto di quella del Memorandum? Ecco i veri problemi sui quali i nostri politici dovrebbero concentrarsi, a mio avviso. Tunisia. Arresti dei leader sociali, ong sospese, giornali chiusi: la repressione svuota le piazze di Matteo Garavoglia Il Manifesto, 30 giugno 2026 L’ultima a essere detenuta è Sihem Bensedrine, attivista per i diritti umani da 25 anni. E poi il media Inkyfada e la Lega per i diritti dell’uomo, vincitrice del Nobel. Il regime di Saied è sempre più soffocante e l’effetto si vede nelle strade: cortei semi vuoti. Non è più una questione di numeri. A Tunisi da diversi mesi non importa quante persone rispondano a una mobilitazione o gli anni di condanna inflitti ad attivisti e giornalisti in processi giudicati iniqui. Il dato più significativo è un altro: la cappa autoritaria nel paese si è fatta opprimente, senza quasi più possibilità di invertire la rotta. Sihem Bensedrine è il volto che più di tutti rappresenta l’attuale fase politica. Storica attivista per i diritti umani fin dai tempi di Habib Bourguiba e Ben Ali, recentemente è stata condannata a venticinque anni di carcere per la sua attività da presidente dell’Istanza della verità e della dignità (Ivd), una commissione chiamata a risanare gli anni bui della dittatura dopo la Rivoluzione del 2011. Arrestata già nell’agosto del 2024 con l’accusa di aver falsificato il rapporto finale e liberata qualche mese dopo dopo un severo sciopero della fame, prima dell’ultima condanna ha rilasciato alcune rilevanti parole a il manifesto: “Ho l’impressione che, per l’attuale regime, imprigionare le persone considerate scomode sia diventato una sorta di lettre de cachet regia: ti rinchiudono e non esci più”. Qualche giorno prima, l’ultima manifestazione che ha toccato le strade del centro di Tunisi è stata un successo già solo per il fatto di poter scendere per strada e protestare contro l’aumento di episodi razzisti nel paese è una vittoria. Decine di persone hanno attraversato le vie del centro per denunciare la deriva xenofoba del governo, le violenze contro la comunità subsahariana e chiedere la fine degli accordi di cooperazione migratoria tra l’Unione europea e la Tunisia. Lo sguardo attento delle forze di sicurezza e i rimproveri di alcuni passanti, convinti che la dura crisi economica in corso sia colpa degli “africani” arrivati illegalmente nel paese, hanno fatto da sfondo a una delle proteste meno partecipate della storia recente. I numeri in calo raccontano in realtà molto bene l’attuale fase politica, dove gli spazi si restringono e il controllo sociale si fa asfissiante. Dal 25 luglio 2021, giorno del colpo di forza con cui il presidente della repubblica Kais Saied ha sciolto il governo, congelato il parlamento e intrapreso un percorso istituzionale caratterizzato da poteri quasi assoluti, diversi esperti ed esponenti della società civile hanno definito il clima in Tunisia sempre più inquietante. Sul lato migratorio, le parole pronunciate da Saied nel febbraio del 2023 contro la comunità subsahariana, accusata di compiere una vera e propria sostituzione etnica, hanno anticipato una durissima campagna di arresti arbitrari, intercettazioni forzate in mare e deportazioni lungo le aree desertiche al confine con l’Algeria e la Libia che dura ancora oggi. Dal palazzo presidenziale di Cartagine, l’eco per cui tutto il male della Tunisia, a livello economico e sociale, sia di fatto colpa della comunità subsahariana ha fatto breccia anche a livello popolare. Non è un caso che a inizio giugno sia circolato sui social network un video di un gruppo di giovani tunisini che minaccia con un coltello una donna subsahariana incinta promettendole presto uno stupro di gruppo. Parole durissime che non rappresentano tuttavia la maggioranza silenziosa del paese. Una parte consistente della società tunisina continua infatti a guardare con spirito critico ai recenti accordi di cooperazione tra Bruxelles e Tunisi, soprattutto in ambito migratorio ed energetico, e a indignarsi per questa nuova ondata di razzismo che sembra aver impregnato le fondamenta della società. Se le questioni migratorie risultano centrali per capire una parte degli equilibri politici in corso nel paese nordafricano, il clima di autocensura e intimidazione preventiva è l’altro elemento utile che completa il quadro generale. Da diversi mesi, infatti, decine di organizzazioni della società civile hanno ricevuto ordini di sospensione e minacce di scioglimento da parte di diversi tribunali del paese. Compresa la Lega tunisina per i diritti dell’uomo (Ltdh), attiva dal 1976 e vincitrice nel 2014 del premio Nobel per la pace insieme ad altre tre organizzazioni per il suo ruolo nel delicato processo di transizione democratica dopo la Rivoluzione del 2011. Era inoltre l’unica ad avere accesso alle prigioni tunisine per documentare le condizioni carcerarie di migliaia di detenuti, comprese le diverse persone arrestate recentemente all’interno di processi giudicati da più parti politicamente motivati. “L’intero quadro istituzionale ereditato dalla transizione democratica è stato preso di mira”, sono le parole di Lamine Benghazi, responsabile per la regione euro-mediterranea di Avocats sans frontières (Asf). “Ma non si tratta solo delle istituzioni: queste autorità vogliono cancellare l’intero sistema politico. Stanno cercando di eliminare un intero ecosistema che comprende i media, le associazioni e i sindacati”. Un clima che, di fatto, sta chiudendo ogni spazio alla critica pubblica. Un clima che tocca anche la libertà di espressione. Inkyfada, giornale indipendente famoso per le sue inchieste sul potere e non solo, attende di conoscere il proprio destino nei prossimi giorni dopo un ordine di scioglimento emesso da un tribunale di Tunisi, mentre sono ancora in carcere diversi giornalisti colpevoli di avere fatto il loro lavoro. Mourad Zeghidi e Zied el-Heni, volti noti del panorama mediatico tunisino, hanno recentemente intrapreso uno sciopero della fame per denunciare detenzioni ingiuste e le inchieste giudiziarie estremamente parziali di cui sono stati oggetto. El-Heni in particolare è stato condannato venerdì scorso a un anno di prigione in appello per un posto pubblicato sui social network dove aveva puntato il dito contro alcuni magistrati rei di avere condannato un altro giornalista che stava indagando su un caso di terrorismo. “Non c’è più giustizia in Tunisia”, è stato invece lo slogan che ha accompagnato nella giornata di due settimane fa lo sciopero nazionale indetto dall’ordine degli avvocati. La denuncia è di un degrado senza precedenti dei diritti della difesa e di mancate garanzie per dei processi equi. Tradotto: il ministero della giustizia sarebbe ormai alle dipendenze della presidenza della repubblica. Anche in questo caso, la protesta in piazza ha riguardato poche centinaia di persone. Numeri comunque sufficienti a misurare il restringimento degli spazi politici in corso a Tunisi.