Carceri, detenuti in celle inumane. Accolti migliaia di ricorsi di Eleonora Martini Il Manifesto, 2 giugno 2026 Più di 6.500 persone nel 2025 sono state sottoposte a trattamenti inumani e degradanti mentre erano detenute nelle carceri italiane. Tra i pilastri fondamentali della Repubblica italiana, c’è il principio - fissato nella Costituzione all’art. 27 - per cui “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”, ossia al suo reinserimento sociale. Eppure, mentre si celebra l’ottantesimo anniversario del referendum istituzionale del 2 e 3 giugno 1946 che sancì la nascita dello Stato democratico, si registrano ancora violazioni sistematiche dei diritti umani all’interno dei penitenziari del paese. L’associazione Antigone ha raccolto i dati: “6.539 persone hanno visto il loro ricorso per trattamenti inumani o degradanti accolto nel corso del 2025 da parte di un Tribunale di Sorveglianza italiano”. Numeri in continua crescita: “I ricorsi accolti erano stati 3.115 nel 2018, 4.347 nel 2019, 3.382 nel 2020, 4.212 nel 2021, 4.515 nel 2022, 4.731 nel 2023 e 5837 nel 2024. In totale, in 8 anni, - scrive l’associazione in un report - è stato appurato che quasi 37.000 persone abbiano visto non rispettato il loro diritto ad un trattamento penitenziario dignitoso”. Spiega il giurista Patrizio Gonnella, presidente di Antigone: “Si tratta della certificazione che il sistema penitenziario italiano è fuori dalla legalità costituzionale. Un dato in costante aumento negli anni, in linea con la crescita del sovraffollamento nelle carceri del paese”. A fine aprile, secondo gli stessi dati ministeriali, si contavano 64.436 persone recluse in 46.318 posti realmente disponibili, vale a dire 18 mila detenuti in più stipati nelle celle. D’altronde, secondo Antigone, la “quasi totalità di queste condanne arrivano per il mancato rispetto della soglia minima vitale dei 3 metri quadri a persona” imposta dalla Corte europea dei diritti dell’uomo. E, dopo che per due volte l’Italia è stata condannata dalla Cedu - nel 2009 riguardo il caso Sulejmanovic e nel 2013 con la sentenza pilota Torreggiani -, con ogni probabilità ciascuno di questi quasi 37 mila ricorsi accolti si trasformeranno, o si sono già trasformati, in altrettanti risarcimenti da parte dello Stato italiano in favore di quei detenuti sottoposti a reclusioni “inumane e degradanti”. In questo sistema penitenziario si registrano anche 26 suicidi e 68 morti per altre cause dall’inizio dell’anno; l’ultimo suicidio nella notte tra il 31 maggio e il 1° giugno a Poggioreale, dove si è impiccato un ragazzo straniero di 27 anni, secondo quanto denunciato dal Garante della Campania, Ciambriello. E così se il “senso di umanità” si è perso, non va meglio con la “rieducazione del condannato”. Persiste infatti un problema di recidiva, “con 6 persone detenute su 10 che erano già state in carcere, alcune anche più di 10 volte”, puntualizza Gonnella secondo il quale il sistema penitenziario italiano, 80 anni dopo quella promessa di democrazia, “ha bisogno di riforme urgenti che tornino a farlo respirare”. Dirigenti penitenziari: “Governare da Roma non basta, il piano Nordio rischia di fallire” di Francesco Viviani triesteallnews.it, 2 giugno 2026 Il Coordinamento Nazionale Direttori e Dirigenti Penitenziari (CNDP) della FSI USAE lancia l’allarme sul piano straordinario di “detenzione differenziata” previsto per i mesi estivi e rilanciato dal Ministero della Giustizia attraverso l’Avviso Pubblico del 30 marzo scorso per il reperimento di strutture del Terzo Settore destinate ad accogliere detenuti in fase finale di pena. Il Coordinatore nazionale Enrico Sbriglia parla del rischio di un possibile fallimento della misura a causa del mancato coinvolgimento delle direzioni penitenziarie e degli uffici dell’esecuzione penale esterna nella fase di pianificazione. Nel mirino del sindacato vi sono in particolare il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (DAP) e il Dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità (DGMC), accusati di adottare una gestione eccessivamente centralizzata e distante dalle esigenze operative dei territori. Secondo il CNDP, “è il Direttore l’organo chiamato dalla legge a dirigere l’istituto”, come previsto dall’articolo 2 del D.P.R. n. 230 del 2000, e analoga funzione sarebbe svolta negli Uffici di Esecuzione Penale Esterna (UEPE). Il sindacato sottolinea che il direttore coordina l’attività dei Comandanti di reparto, della Polizia Penitenziaria e dei funzionari del Comparto Funzioni Centrali (CNFC), evidenziando come l’esclusione di tale figura dalla programmazione rischi di compromettere l’efficacia degli interventi. Tra le criticità segnalate vi è anche la gestione delle risorse economiche. Il Coordinamento contesta la scelta di destinare circa 7 milioni di euro annui ai capitoli di bilancio del DGMC e della rete degli Uffici Interdistrettuali dell’Esecuzione Penale Esterna (UIEPE), pur trattandosi di misure rivolte a detenuti adulti la cui gestione fa capo al DAP. Secondo il sindacato, il sistema rischia di produrre ulteriori passaggi burocratici senza affrontare le carenze di organico, sia della Polizia Penitenziaria sia del personale contabile. Nel documento vengono richiamati anche il Decreto ministeriale 25 maggio 2025 n. 128 e la Legge 199 del 2010. Il CNDP propone infatti di ampliare la platea dei beneficiari, portando dagli attuali otto a diciotto mesi il limite della pena residua per l’accesso alle misure previste dal piano, in linea con il quadro normativo della detenzione domiciliare. Il Coordinamento sostiene inoltre che le risorse potrebbero essere impiegate direttamente dalle direzioni degli istituti per interventi di manutenzione ordinaria e per il recupero di parte degli oltre 4.000 posti detentivi oggi non utilizzabili, oltre che per favorire percorsi di reinserimento lavorativo attraverso l’applicazione dell’articolo 21 dell’Ordinamento Penitenziario. Nel comunicato vengono richiamate anche le difficoltà della Magistratura di Sorveglianza, le problematiche legate alla salute mentale della popolazione detenuta, il sovraffollamento e la necessità di un trattamento individualizzato. Il CNDP richiama inoltre l’esigenza di una programmazione differenziata tra Nord, Centro, Sud e Isole. Secondo il sindacato, negli ultimi quattro anni la popolazione detenuta sarebbe aumentata di circa 8.000 unità e i posti previsti dal bando non sarebbero disponibili prima dell’autunno, rendendo improbabile un impatto concreto sull’emergenza estiva. Per questo il Coordinamento chiede un cambio di metodo fondato sul coinvolgimento diretto delle direzioni territoriali, degli UEPE, degli Enti del Terzo Settore (ETS) e di tutte le professionalità del sistema penitenziario. Carceri italiane, celle pensate per uomini: “Per le donne è un aggravio di pena” di Dino Frambati Famiglia Cristiana, 2 giugno 2026 L’architetto Cesare Burdese, esperto di edilizia penitenziaria: “Le carceri italiane violano spesso lo spirito della Costituzione. Le donne detenute sono le più penalizzate”. Carceri italiane inadeguate e poco attente alla Costituzione per entrambi i sessi ma afflittive soprattutto per le donne, per le quali “rappresenta spesso un aggravio di pena”. Lo sostiene l’architetto Cesare Burdese, tra i più quotati progettisti italiani di luoghi di detenzione. “Sulla carta - afferma - la pena detentiva consiste esclusivamente nella privazione della libertà personale e deve essere eseguita in luoghi che la Costituzione vuole umani, dignitosi e orientati alla rieducazione. Nella realtà, però, la quasi totalità delle 190 carceri italiane in funzione, per degrado e condizioni strutturali, smentiscono questo, compromettendo dignità della detenzione, reinserimento sociale, dignità degli operatori”. Inadeguatezza con radici “storiche”, incalza il progettista: “gli istituti penitenziari sono stati storicamente progettati sulla popolazione maschile e non tengono adeguatamente conto delle esigenze specifiche femminili: salute, supporto psicologico, maternità, tutela del rapporto con i figli e percorsi di reinserimento adeguati. E molte provengono da contesti di fragilità sociale, violenza, dipendenze o marginalità e spesso portano il peso della responsabilità familiare e della cura dei figli. Per questo il trattamento penitenziario dovrebbe essere costruito sulle loro specifiche esperienze personali e sociali, in luoghi adeguatamente strutturati”. “Ancora marginale - accusa l’architetto - il riferimento alla condizione femminile. La legge di riforma penitenziaria del 1975 disciplina l’ordinamento penitenziario e il trattamento dei detenuti, ponendo al centro la finalità rieducativa della pena prevista dall’articolo 27 della Costituzione. Ma dedica alle detenute attenzione limitata, considerandole inizialmente soprattutto come soggetti da separare dagli uomini e, in seguito, prevalentemente nella loro dimensione materna, attraverso tutele legate a gravidanza, presenza dei figli piccoli, assistenza sanitaria e alcune misure alternative al carcere”. Mancano “interventi organici riguardanti gli spazi detentivi, i percorsi lavorativi ed educativi e il supporto psicologico. Devono essere progettati su una dimensione più umana: ambienti meno oppressivi, più luminosi, con spazi comuni adeguati, aree verdi, luoghi dedicati alla formazione, al lavoro e al supporto psicologico. Nello specifico, dovrebbero essere tenute in debito conto le specificità della detenzione femminile, creando ambienti pensati non solo per la sicurezza, ma anche per la cura, l’ascolto e l’autonomia della persona. Occorre maggiore attenzione alla maternità, alla salute ginecologica e mentale, ai percorsi formativi, alla relazione con i figli e alla dimensione relazionale. A volte persino gli assorbenti sono un problema”. Cita la Casa Circondariale della Giudecca, “uno dei principali istituti femminili italiani dove negli ultimi anni si sono sviluppati progetti educativi, laboratori e attività lavorative, con impostazione meno solo custodiale e più orientata al reinserimento. Oltre confine, in Norvegia, Regno Unito, Paesi Bassi, Spagna, i sistemi penitenziari offrono servizi specifici rivolti alle donne: si distinguono per un approccio più centrato sulla persona detenuta, risolto anche in termini architettonici”. Prevedono “la presenza di unità madre-bambino, spazi dedicati alla cura della salute mentale e al supporto per traumi o violenze subite, e programmi più strutturati di formazione e reinserimento lavorativo e nei modelli più avanzati si registra anche minore sovraffollamento e maggiore attenzione al mantenimento dei legami familiari”. Burdese, incaricato nel 2013 della progettazione di una struttura alternativa al carcere per madri detenute, ricorda che “da qualche anno era stata varata la legge 62/2011 che aveva introdotto gli Icam (acronimo per Istituti a custodia attenuata per detenute madri ndr), con obiettivo di tutelare il rapporto madre-figlio riducendo la detenzione in carcere tradizionale, per cercare di ridurre la dimensione traumatica della detenzione infantile. Delicato tema che mi era stato affidato e persino drammatico: progettare un luogo detentivo dove ospitare con la mamma detenuta. Ed è stato realizzato come lo avevo concepito, uno spazio organizzato come una casa collettiva: zona giorno con cucina, soggiorno e aree gioco; una zona notte con camere e servizi dedicati; spazi esterni attrezzati e ambienti destinati ad attività educative e socialità quotidiana. Impianto architettonico deliberatamente teso a disinnescare l’immagine carceraria”. Filosofia progettuale di Burdese che si concretizzata in camere arredate con mobili di tipo residenziale; ambienti luminosi con colori e materiali domestici; porte e infissi richiamanti un’abitazione comune e dove la sorveglianza è discreta e tecnologica. “Il principio progettuale che ha guidato il mio intervento - precisa - è stata la ricerca di un equilibrio tra esigenze diverse e solo apparentemente inconciliabili di sicurezza e il controllo, normalità della vita per madre e bambino, attenuazione della dimensione punitiva per ridurre traumi e discontinuità nello sviluppo infantile. Ne è scaturito un modello ibrido tra casa e istituto di pena, nel quale la detenzione permane, ma cerca di rendersi il meno possibile percepibile nella vita del bambino”. Nell’ultimo rapporto dell’Associazione Antigone, al 31 marzo 2026 erano attivi gli Icam di Torino, Milano San Vittore, Lauro e Venezia e e nelle carceri c’erano 22 madri con 26 bambini: al 31 marzo 2025 le donne erano 2.703, il 4,3% dell’intero numero di detenuti. Tre attualmente le interamente femminili: Rebibbia a Roma (375 presenze per 272 posti, il più grande d’Europa) Giudecca a Venezia e Trani. L’80% è in sezioni femminili interne a 46 istituti in prevalenza maschili; 766 le straniere, 28,3% del totale femminile. In maggioranza romene, nigeriane e marocchine per reati soprattutto di marginalità economica, consumo o piccolo traffico di droga, vulnerabilità e dipendenza. Rari i reati violenti. Chi é ‘architetto Cesare Burdese - L’architetto Cesare Burdese di Torino, è considerato tra i più qualificati in Italia in architettura carceraria e relativa progettazione. Come conferma la sua carriera e gli incarichi ricoperti nel tempo: dalla Commissione tecnico-consultiva sui problemi del carcere del Comune di Torino ad essere stato membro della Commissione ministeriale presso il Ministero della Giustizia per proposte in materia penitenziaria e di quella ministeriale Architettura Penitenziaria presso il Ministero della Giustizia. Ha progettato carceri e strutture detentive in Italia ed all’estero, pubblicato numerosissimi articoli ed ha partecipato ad innumerevoli convegni specialistici come relatore per la sua competenze ed esperienza. Linee guida della sua attività la progettazione umanizzata delle carceri con grande e specifica attenzione agli Icam, acronimo per istituti a custodia attenuata per madri detenute e la riqualificazione degli spazi penitenziari ed il rapporto carcere-città. Dopo il referendum, il tempo di una giustizia garantista di Livio Pepino Il Manifesto, 2 giugno 2026 Immigrazione, appello delle assoluzioni, amnistia e indulto, basta con i pacchetti sicurezza: alcuni spunti per recuperare un approccio critico al penale. Dopo il referendum i problemi della giustizia penale, delle garanzie nel processo, del carcere, della repressione abnorme di migranti, marginali e dissenzienti restano inalterati. Un dato per tutti: il 31 dicembre 1970, i detenuti erano 23.190, oggi siamo a 64.436. Dunque il carcere e il penale sono raddoppiati, pur in presenza di una flessione dei reati, che hanno visto il loro tetto massimo nel 1991-92. E ciò sebbene in questi 55 anni il quadro di riferimento legislativo del processo penale sia profondamente mutato. Si può dire che è cambiato tutto. Eppure la situazione è questa. Per molte ragioni. Due su tutte: una legislazione sostanziale che negli ultimi 30 anni si è arricchita di ben 300 leggi che hanno aumentato i reati o l’entità delle pene (con un record in questa legislatura, nella quale i delitti e gli aggravamenti pena introdotti sono stati addirittura 60) e una diffusa mancanza di cultura garantista, nella quale i magistrati siano valutati - e si valutino - non per i risultati (spesso contingenti) ma per il rigoroso rispetto delle regole, a cominciare da quelle che presiedono alla libertà delle persone. Nel dibattito referendario il richiamo alle garanzie e a una “giustizia giusta” è stato abusato, sia dal fronte del sì che da quello del no. Sarebbe tempo di dimostrare che non era un richiamo puramente strumentale. Non lo farà certo questa maggioranza (che ha fatto del populismo penale il suo collante), ma, intanto, è auspicabile che l’attuale bagno di opposizione rinfreschi le idee alla sinistra e che il mondo dei giuristi riesca ad esprimere un fronte democratico ampio capace di richiedere una inversione di tendenza e di mobilitarsi per ottenerla. Per stimolare questo processo, non facile ma necessario, Volere la Luna e un ampio gruppo di associazioni rappresentative della cultura giuridica democratica hanno organizzato, il prossimo 6 giugno a Napoli, un incontro nazionale dal titolo “Per una svolta garantista nella giustizia penale. Mobilitiamoci!”. Sarà un’occasione per ragionare su leggi, prassi e cultura e per verificare la possibilità di costruire un fronte di giuristi democratici coese su alcuni obiettivi, superando anche le incomprensioni e gli scontri referendari. Lo faremo cominciando da cinque temi che possono/devono essere affrontati subito: per il loro valore in sé e per il segnale che contengono, indipendentemente dalla praticabilità attuale di cambiamenti (che vanno, in ogni caso, preparati). Mi riferisco ai seguenti interventi, richiamati nel manifesto introduttivo dell’incontro: 1) l’abbandono della logica dei pacchetti sicurezza, che ha animato anche il decreto legge 24 febbraio 2026 n. 23, convertito in legge il 24 aprile scorso; 2) un’amnistia e un indulto, comprensivi di fattispecie legate al conflitto sociale, sulla falsariga di quelli adottati con il decreto del presidente della Repubblica n. 283 del 1970 per chiudere, sotto il profilo penale, la stagione del ‘68 e dell’autunno caldo; 3) modifiche appropriate del testo unico sull’immigrazione che consentano percorsi di regolarizzazione di chi vive e lavora stabilmente in Italia (eliminando così situazioni che alimentano criminalizzazione e sfruttamento) e che assicurino, anche nei casi di trattenimento ed espulsione, i diritti fondamentali di chi vi è sottoposto; 4) la depenalizzazione e legalizzazione delle droghe leggere; 5) alcune modifiche del sistema processuale, anche rivedendo la disciplina delle impugnazioni e l’appellabilità, da parte del pm, delle sentenze assolutorie. È un elenco ambizioso e siamo ben consapevoli che l’attuazione anche di uno solo degli interventi prospettati non è cosa fattibile in quest’ultimo scorcio di legislatura e con questa maggioranza. Tuttavia non si tratta di un approccio irrealistico: perché i cambiamenti vanno preparati, prima di tutto nella cultura e poi con la condivisione di proposte specifiche e con una mobilitazione crescente. Csm, salta la pace: correnti in guerra a suon di petizioni di Simona Musco Il Dubbio, 2 giugno 2026 Firme contro la nomina di aggiunto a Bologna e scontro sulla formazione. Ma Magistratura indipendente avverte: così si delegittima il Consiglio “salvato” dalla separazione. Raccolte firme, repliche al vetriolo, plenum infuocati. La campagna per il rinnovo del Csm è appena agli inizi, ma la sintonia ritrovata tra le correnti durante la battaglia referendaria è già un lontano ricordo. Il correntismo - che aveva giurato di agire solo come nobile espressione del pluralismo culturale - getta la maschera e torna a mostrarsi per quello che è: una lotta senza quartiere. E l’ironia della sorte vuole che lo scontro si consumi proprio su quelle regole che tutti, fino a ieri, giuravano essere l’unico faro. Il casus belli è la procura di Bologna. Sul banco degli imputati finisce quel Testo unico sulle nomine recentemente “salvato” dal Consiglio di Stato (con l’esultanza di Area). L’accusa? Aver premiato il candidato risultato preferibile secondo i criteri del Testo unico, ma non il migliore che lo schieramento si aspettava. Se le regole non consentono (almeno secondo i loro autori) favoritismi, la politica interna delle toghe non ci sta: 116 magistrati (e la lista è in crescita) hanno firmato una petizione contro la proposta unica di Stefano Dambruoso, che ha incassato tre voti in Commissione. Nessuna contrapposta, dunque, con Beatrice Ronchi, difesa dai colleghi del circondario ma anche oltre regione. La protesta dei firmatari è netta: “Abbiamo appreso che la Quinta commissione ha formulato un’unica proposta per la nomina a procuratore aggiunto a Bologna di un collega che ha trascorso una parte significativa della propria vita professionale fuori ruolo, in incarichi fiduciari ministeriali o eletto al Parlamento. Beatrice Ronchi, magistrata stimata, candidata di eccezionale professionalità e dalla spiccatissima capacità organizzativa, che ha conseguito risultati di importanza storica nel contrasto alla criminalità organizzata in Emilia, non è stata nemmeno presa in considerazione”. Un esito definito “incomprensibile” anche qualora derivi dall’applicazione letterale del Testo Unico. Per i promotori, se la norma porta a “scelte irrazionali”, va cambiata. Da qui la solidarietà a Ronchi e l’appello al Csm affinché ponga rimedio, anche rivedendo i criteri dello stesso Testo Unico. Quello che, con un sospiro di sollievo, si pensava di poter mantenere. Insomma, il dogma sbandierato fino a ieri si rivela, alla prima prova contraria, “ingiusto” e le regole da rifare se il risultato non è quello sperato. Un corto circuito evidenziato dal direttivo di Magistratura indipendente (Mi), co-promotore di quel regolamento. La replica mette a nudo la contraddizione: la magistratura si schiera unita per salvare il Csm dalla separazione delle carriere, ma poi cerca di imporre dall’esterno, a colpi di petizioni, scelte che spettano alle sedi istituzionali. Pur salvando il diritto di critica, la nota di Mi definisce la raccolta firme “gravemente regressiva”, un tentativo di sostituirsi al Consiglio esprimendo una sfiducia “tanto esplicita quanto immotivata”. Per Mi, muoversi “al buio”, senza nemmeno attendere le motivazioni del provvedimento, è inaccettabile, specie per dei magistrati. Il rischio reale di queste mobilitazioni d’opinione sarebbe infatti quello di “alimentare dinamiche di delegittimazione che colpiscono l’intero assetto dell’autogoverno, compromettendone la credibilità”. Una sfiducia strisciante verso l’istituzione che tutti avevano difeso compatti fino a poco tempo fa. Proprio per questo, conclude Mi, questa protesta rischia di fare un autogol clamoroso: offrire su un piatto d’argento gli argomenti perfetti a chi vuole portare avanti “nuovi progetti di modifica dell’assetto costituzionale della magistratura”. Ma i fronti aperti sono tanti. Resta ghiottissimo quello della Scuola superiore della magistratura, da mesi terreno di scontro in plenum tra Area e Mi. Dopo la decadenza di Mario Palazzi dal direttivo (per il suo rifiuto al fuori ruolo) e la sfiducia a Silvana Sciarra (poi dimissionaria), sostituita alla guida della scuola da Mauro Paladini, i progressisti denunciano il tentativo di spostare l’asse politico a destra. E di conseguenza, l’egemonia culturale, come se un’egemonia dovesse per forza esserci. Anche qui, esaurita la miccia dei dibattiti in plenum, la battaglia si sposta sulle petizioni. Al momento le firme sono 207, raccolte in gran parte nel bacino di Area. I magistrati si dicono “fortemente preoccupati per quanto sta avvenendo nella gestione della Ssm”. Ricordano che la Scuola ha “competenza esclusiva in materia di formazione e aggiornamento, elementi che concorrono a garantire l’autonomia e l’indipendenza della magistratura”, e che per questo la sua attività “deve essere sempre trasparente”. Dalla nomina del segretario e del suo vice (che sono però prerogativa del Csm, su proposta del direttivo della Scuola) a quella del nuovo presidente, dalle dimissioni di Sciarra alla nomina di Roberto Peroni Ranchet dopo la decadenza di Palazzi, per i firmatari è vitale “comprendere cosa stia accadendo all’interno della Scuola, per garantire una formazione libera, indipendente e imparziale”. Da qui la richiesta stringente di accedere ai verbali dei lavori della Ssm, oggi inaccessibili nonostante il regolamento ne preveda la pubblicazione. Ironia della sorte, il primo comitato direttivo a porsi il problema della trasparenza degli atti, dal 2012 a oggi, è proprio quello attuale. Sebbene la pubblicazione fosse prevista fin dalla nascita della Scuola, per quattordici anni nessuno - di nessun colore politico - ha mai pubblicato un solo verbale. Lo scorso 31 marzo, subito dopo l’insediamento di Paladini, il direttivo ha incaricato il responsabile della privacy di verificare i limiti di legge. I verbali contengono infatti dati ultrasensibili - congedi per salute, esenzioni per gravi motivi familiari eccetera - che non possono finire online senza i dovuti filtri. Sul tavolo non c’è, dunque, il se pubblicare, ma il come farlo nel rispetto delle norme. La petizione, inoltre, nasconde un paradosso insuperabile: tra i firmatari che oggi gridano all’opacità figurano ex componenti dei passati comitati direttivi. Smemorati al punto da protestare contro la mancata pubblicazione di atti che loro stessi, per anni, hanno tenuto chiusi nei cassetti. Assoluzioni inappellabili, il principio caro a Nordio in bilico alla Consulta di Giovanni Maria Jacobazzi Il Dubbio, 2 giugno 2026 La Corte d’appello di Milano solleva dubbi sulla norma che vieta al pubblico ministero di impugnare le sentenze di proscioglimento. La disciplina delle impugnazioni penali è nuovamente destinata a confrontarsi con il vaglio della Corte costituzionale. Con ordinanza dell’8 aprile scorso, la Corte d’appello di Milano ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell’articolo 593, comma 2, del codice di procedura penale, come modificato dalla legge 114 del 9 agosto 2024, la cosiddetta riforma penale di Carlo Nordio, nella parte in cui esclude la possibilità per il pubblico ministero di proporre appello contro le sentenze di proscioglimento. La questione richiama inevitabilmente un precedente illustre: la riforma introdotta dalla legge 46 del 2006, passata agli annali come “legge Pecorella”, dichiarata incostituzionale dalla Consulta con la sentenza n. 26 del 2007, pronunciata sotto la presidenza di Giovanni Maria Flick. La legge 114 del 2024 ha modificato il regime delle impugnazioni prevedendo che il pubblico ministero non possa più appellare le sentenze di assoluzione, mentre l’imputato conserva il diritto di impugnare le sentenze di condanna. L’intervento è stato giustificato con l’esigenza di rafforzare il principio del favor rei e di ridurre il rischio che un imputato assolto in primo grado possa essere successivamente condannato sulla base di una diversa valutazione delle prove, e trovarsi impossibilitato a impugnare una condanna nel merito, visto che a quel punto potrebbe solo verificare l’ammissibilità di un ricorso per Cassazione. Ma la “asimmetria” che comunque si determina, in virtù della disciplina introdotta da Nordio, tra accusa e difesa è stata ritenuta problematica dalla Corte d’appello di Milano, che ha ravvisato possibili contrasti con i principi costituzionali di uguaglianza, ragionevolezza, parità delle parti e obbligatorietà dell’azione penale. Secondo i togati milanesi, consentire all’imputato di appellare una condanna e negare al pubblico ministero la possibilità di impugnare un’assoluzione determina uno squilibrio difficilmente conciliabile con l’articolo 3 della Costituzione. L’ordinanza evidenzia inoltre un altro punto: la parte civile continua a poter appellare le sentenze di proscioglimento ai fini della responsabilità civile, mentre il pubblico ministero, titolare dell’azione penale, non può contestarle sul piano penale. A tal riguardo, la Corte d’appello di Milano osserva che il legislatore del 2024 avrebbe riprodotto una delle incongruenze già censurate dalla Consulta nel 2007: il pubblico ministero non può appellare quando è totalmente soccombente, cioè in presenza di un’assoluzione, ma mantiene il potere di impugnazione nei casi di soccombenza parziale, come l’esclusione di aggravanti o la determinazione di una pena ritenuta troppo lieve. I giudici milanesi, infine, rilevano un’ulteriore disparità di trattamento: per i reati a citazione diretta, infatti, il pubblico ministero può ancora appellare le sentenze di proscioglimento emesse all’esito dell’udienza predibattimentale ai sensi dell’articolo 554-quater c.p.p., mentre lo stesso potere gli è negato quando il proscioglimento interviene nel giudizio dibattimentale. Il richiamo alla legge Pecorella è sembrato dunque inevitabile. Con la legge 46 del 2006 il legislatore aveva già tentato di limitare drasticamente il potere di appello del pubblico ministero contro le sentenze di proscioglimento, presentando la riforma come una misura di garanzia a favore dell’imputato e di valorizzazione dell’assoluzione di primo grado. La scelta suscitò immediate critiche in dottrina e giurisprudenza. Pur riconoscendo al legislatore un ampio margine di discrezionalità nella regolazione delle impugnazioni, la Consulta affermò che tale discrezionalità incontra il limite della ragionevolezza. La riforma del 2006 era stata giudicata incoerente proprio perché privava il pubblico ministero dell’appello nelle ipotesi di totale soccombenza, lasciandogli invece tale facoltà nei casi di soccombenza soltanto parziale. Secondo la Corte costituzionale, mancava una giustificazione sufficientemente forte per una compressione così significativa dei poteri dell’accusa. Proprio quel precedente costituisce oggi il principale parametro di confronto per il giudizio sulla legge Nordio. Va detto che milita favorevolmente alla scelta compiuta dal legislatore nel 2024 un elemento “simmetrico” rispetto alla presunta incongruenza riscontrata dai giudici d’appello milanesi: la parziale preclusione “inflitta” al pm rispetto alle impugnazioni in appello non solo riguarda appunto solo i reati per i quali si procede a citazione diretta, ma è circoscritta alle assoluzioni “dibattimentali” proprio in virtù del presupposto per cui le sentenze precedute da un più articolato confronto tra accusa e difesa sarebbero più stabili, meglio compatibili con la sussistenza di un ragionevole dubbio sulla colpevolezza dell’imputato. La convinzione del legislatore è dunque che a fronte di un ragionevole dubbio emerso al termine di un rito ordinario non si possa rimettere in discussione il proscioglimento con un nuovo esame di merito. Il pubblico ministero potrà comunque, come prescritto dall’articolo 111 della Costituzione, impugnare il proscioglimento dinanzi alla Cassazione qualora ritenga che sia stato disposto con una sentenza illogica o comunque contraria alla legge. Come si vede, il tema va oltre il semplice assetto delle impugnazioni. In gioco vi è il delicato equilibrio tra tutela dell’imputato, effettività dell’azione penale e parità delle parti nel processo. Non a caso il dibattito politico che ha accompagnato la riforma è stato spesso alimentato dal riferimento al caso di Alberto Stasi. Commentando quella vicenda, segnata da una doppia assoluzione nel merito seguita da una condanna definitiva a seguito di ricorso in Cassazione, il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha sempre sostenuto la necessità di intervenire per evitare il ripetersi di situazioni analoghe. Va aggiunto che un eventuale bocciatura della riforma introdotta dal guardasigilli sul potere d’impugnazione del pm rappresenterebbe la caduta di uno dei principali risultati che l’attuale maggioranza ha conseguito sul fronte giustizia, in una legislatura segnata dalla sconfitta nel referendum sulla separazione delle carriere. Se la responsabilità giudiziaria cade nel vuoto a pagarne il prezzo saremo tutti (o quasi) di Antonio Mastrapasqua Il Riformista, 2 giugno 2026 Sono mille errori all’anno. Quindi mille italiani ogni anno pagano le conseguenze di sentenze che si rivelano ingiuste, senza che nessun giudice paghi - nemmeno con freni alla carriera - per gli sbagli commessi. C’è chi ha preso l’esito del referendum dello scorso mese di marzo come una pietra tombale sul tema della riforma della Giustizia. Non tutti per fortuna. Ma anche nella maggioranza, che era parsa tetragona nel difendere il quesito sulla separazione delle carriere dei magistrati, riemergono tentazioni giustizialiste, mai sopite, che si traducono in una difesa sostanziale dei giudici che sbagliano. La nuova iniziativa di Forza Italia - che per bocca del presidente dei suoi deputati, Enrico Costa - ha annunciato una proposta di legge sulla responsabilità dei giudici, non ha trovato molti consensi nei partiti alleati. In un messaggio postato su “X”, Costa ha scritto: “Sono trascorsi due mesi dal referendum sulla giustizia che, al di là del risultato deludente, ha evidenziato tante criticità che restano, irrisolte, ancora tutte sul tavolo. La strada da intraprendere è quella di intervenire con riforme ordinarie capaci di restituire piena efficienza all’amministrazione della giustizia e di rafforzare le garanzie costituzionali assicurate ai cittadini”. “I temi sono molti, a partire dagli interventi sul processo civile e alle riforme già approvate in un ramo del Parlamento su prescrizione e smartphone. Fondamentali sono - aggiunge Costa - interventi in tema di ordinamento giudiziario, per far fronte alle “degenerazioni correntizie” riconosciute tardivamente anche dall’Anm e per garantire che al merito non si anteponga la tessera di corrente”. “Certamente irrisolti sono i temi dell’abuso della custodia cautelare, delle troppe ingiuste detenzioni, così come occorrerà riportare all’ordine del giorno il tema dell’inappellabilità delle sentenze di assoluzione. Sul tema del sovraffollamento carcerario occorrerà una riflessione in Parlamento per garantire il rispetto dei principi costituzionali. In questo scorcio di legislatura, il tempo per taluni significativi interventi c’è ancora, a condizione di non indugiare, ma - conclude l’esponente di Forza Italia - riprendere subito slancio e stabilire le priorità su cui puntare”. “Stiamo inoltre predisponendo una proposta di legge sulla responsabilità civile dei magistrati sulla quale ci confronteremo all’interno della maggioranza”. Queste ultime parole segnalano e confermano che nella maggioranza non tutti la pensano allo stesso modo. Dalla Lega timidi segnali di disponibilità, per bocca di Giulia Bongiorno presidente della commissione Giustizia del Senato e responsabile del dipartimento giustizia del partito, nonché avvocato di Matteo Salvini. Ma il testo deve essere scritto “in modo equilibrato, non deve avere un carattere di legge punitiva”. Da Fratelli d’Italia un silenzio assordante, interrotto da una dichiarazione del sottosegretario alla Giustizia ed esponente di FdI, Alberto Balboni, che forse è peggio del silenzio: “È difficile esprimere un giudizio su un’iniziativa di cui non si conoscono ancora i contenuti. Come per ogni proposta avanzata da una forza di maggioranza, la valuteremo con attenzione. Del resto, c’è stato anche un referendum”. Infatti, quasi quarant’anni fa, nel 1987, Il referendum sulla responsabilità civile dei magistrati ha sancito l’abrogazione delle norme del codice di procedura civile (articoli 55, 56, 74) che limitavano la responsabilità diretta dei giudici. Ma dopo la scelta degli italiani - con oltre l’80% dei sì - il Parlamento approvò la “legge Vassalli” il cui disposto, secondo i radicali che con Pli e Psi promossero il referendum (anche sull’onda del caso Tortora), si allontanava decisamente dalla decisione presa dagli italiani nel referendum, facendo ricadere la responsabilità di eventuali errori non sul magistrato, ma sullo Stato. Insomma, da 40 anni potremmo dire che giace irrisolto un problema, e si è manifestato un non piccolo vulnus nel sistema democratico: il Parlamento non ha fatto quello che il Popolo (sovrano) ha chiesto, manifestando la propria volontà attraverso un referendum. E la magistratura è stata sottratta alle sue responsabilità, anche di fronte a errori conclamati: è appena il caso di ricordare che si tratta di mille errori all’anno; quindi, mille italiani ogni anno pagano le conseguenze di sentenze che si rivelano ingiuste, senza che nessun giudice paghi - nemmeno con freni alla carriera - per gli sbagli commessi. Errare è umano. Certo, ma anche pagare per i propri errori lo è. Per tutti. O no? Dieci anni in carcere da innocente: la storia di Alaa Faraj e il prezzo della retorica sugli scafisti di Luca Cereda Famiglia Cristiana, 2 giugno 2026 Ha trascorso dieci anni all’Ucciardone di Palermo, condannato a trent’anni sulla base di testimonianze rese subito dopo lo sbarco da persone sotto shock. Ora la Corte d’appello di Messina ha ordinato di rifare il processo ad Alaa Faraj. Nel mezzo, la grazia parziale di Sergio Mattarella e un libro premiato da Sellerio. Aveva vent’anni, sognava di diventare calciatore professionista e di laurearsi in ingegneria. Lasciò Bengasi nell’estate del 2015, in fuga da una guerra civile che aveva fatto del suo paese un cumulo di macerie. I canali umanitari - ancora oggi molto pochi e difficoltosi - non esistevano, ottenere un visto era impossibile: l’unica strada era salire a bordo di un barcone insieme a tre amici, anche loro calciatori. Quando quella barca fu intercettata dalla Marina italiana al largo della Sicilia, nella stiva c’erano i corpi di quarantanove persone morte asfissiate. Per lo Stato italiano, Alaa Faraj, all’anagrafe Alla F. Hamad Abdelkarim, era uno degli assassini. Condannato a trent’anni di carcere, ne ha scontati dieci. Il 18 maggio 2026, la Corte d’appello di Messina ha ordinato la revisione del processo e disposto la sua liberazione immediata. Non è ancora un’assoluzione. È qualcosa che, nel diritto processuale italiano, le si avvicina maledettamente: il riconoscimento formale che forse, probabilmente, è stato commesso un errore giudiziario. La notte di Ferragosto e l’accusa impossibile - Era la notte tra il 13 e il 14 agosto 2015 quando la nave su cui viaggiava Alaa fu soccorsa al largo di Lampedusa. A bordo c’erano 362 persone. Sbarcati a Catania insieme a più di trecento superstiti, Alaa e i suoi compagni vennero arrestati come “membri dell’equipaggio” con l’accusa di favoreggiamento dell’ingresso illegale e omicidio plurimo. Il meccanismo con cui si individuano i presunti scafisti è uno dei capitoli più oscuri della gestione italiana dei flussi migratori: spesso si tratta di riconoscimenti operati immediatamente dopo lo sbarco, su testimonianze rese da persone esauste, traumatizzate, che non dormivano e non mangiavano da giorni. Spera condannato per le sue idee. Come Cospito di Vincenzo Scalia L’Unità, 2 giugno 2026 La Corte d’assise di Palermo infligge 4 anni al Vigile del fuoco anarchico che ha manifestato contro Leonardo. Il filosofo scozzese David Hume affermava che la ragione è la prostituta delle passioni. Ragionamenti lineari, rigorosi, serrati, sono dettati il più delle volte dall’abitudine, ovvero filtrati da rappresentazioni, pregiudizi e categorizzazioni inerenti alla considerazione dei fatti e delle persone che si analizzano e giudicano. Nel caso degli anarchici italiani, da sei decenni, l’asserzione di Hume trova più di un triste inveramento. Essere anarchici equivale ad essere di per sé pericolosi per l’ordine pubblico. Le azioni dimostrative finiscono per essere un corollario della pericolosità, giustificando l’applicazione di misure repressive eccessive. La vicenda dell’anarchico palermitano Luigi Spera rientra appieno all’interno di questo schema. La notte del 26 novembre 2022, la sede palermitana della Leonardo, specializzata nella produzione di armamenti, diviene oggetto di un lancio di fumogeni e petardi, operato mentre i dipendenti sono assenti. L’azione viene spiegata attraverso un volantino, che la motiva in relazione alla protesta contro la fornitura di armi alla Turchia, che le utilizza per reprimere la popolazione curda e le opposizioni. Gli inquirenti puntano subito il dito sul Vigile del Fuoco Luigi Spera, calcando la mano. Le accuse sono di istigazione a delinquere, attentato con finalità di terrorismo, detenzione e porto d’armi micidiale. Spera viene arrestato, e detenuto per un anno e mezzo, fino alla condanna pronunciata il 27 maggio dalla Corte d’Assise palermitana. La quale, pur rigettando le accuse più gravi, tra l’altro confutate dai periti, ha condannato Spera alla pena di 4 anni, 9 mesi, 15 giorni e a 10 mila euro di multa. La severità della condanna, specialmente di fronte alla caduta delle accuse più gravi, suscita più di una perplessità. Spera, in quanto anarchico, apparterrebbe a una frangia estremista, violenta. Come Alfredo Cospito, al quale non si vuole togliere il 41 bis. Come i 91 fermati a Roma il 29 marzo durante una commemorazione. Se ne deduce che la magistratura palermitana ha emesso una sentenza sulla scia dei pregiudizi e dei giri di vite nei confronti dei militanti anarchici, seguendo i loro colleghi romani che hanno giudicato sovversiva una canzone storica come Addio Lugano Bella. La sentenza contro Spera risente del pregiudizio verso chi vuole manifestare le proprie ragioni a partire da un’ideologia radicale. Il monito viene esteso dagli anarchici a tutte le altre soggettività che animano la galassia dei movimenti. Va registrato il paradosso che caratterizza la magistratura italiana: da un lato combatte aspramente il governo ogni volta che cerca di limitare il proprio potere. Dall’altro lato, quando si tratta di dissenso politico, recepisce prontamente i dettami dei decreti sicurezza. Che si innesta su di un humus coltivato fin dagli anni Settanta. Sarebbe il caso che i giudici italiani leggessero Hume. Per lasciarsi alle spalle Torquemada. Scarantino non era un calunniatore: era un congegno costruito dagli apparati investigativi di Stefano Giordano* Il Riformista, 2 giugno 2026 La notizia è semplice, anche se arriva dopo trent’anni di processi. Vincenzo Scarantino era il falso pentito le cui dichiarazioni avevano fatto condannare all’ergastolo sette innocenti per la strage di via D’Amelio del 19 luglio 1992, quella in cui furono uccisi il dottor Paolo Borsellino e cinque agenti della scorta. Quando il castello di bugie crollò - grazie alle rivelazioni del vero collaboratore Gaspare Spatuzza - quei sette furono assolti in revisione nel 2017. La giustizia, in quel caso, arrivò. In ritardo, ma arrivò. Scarantino, però, aveva anche detto un’altra cosa: che non aveva mentito di sua iniziativa. Che era stato indotto, pressato, costruito a tavolino dagli stessi apparati investigativi che gestivano la sua collaborazione. Per queste dichiarazioni - per aver accusato magistrati e poliziotti di averlo imbeccato - fu a sua volta condannato per calunnia in un processo celebrato a Roma. Oggi la Corte d’Appello di Perugia, su istanza dell’avv. Vania Giamporcaro di Progetto Innocenti, ha revocato quella condanna. La calunnia non c’è. Scarantino non era un calunniatore. Era un piccolo congegno in un meccanismo molto più ampio, costruito da pezzi delle stesse istituzioni che poi lo hanno processato quando ha avuto il coraggio di dire chi lo aveva fabbricato. Questo è il senso della sentenza di oggi. Non una riabilitazione morale di un uomo che non è mai stato uno stinco di santo. Una constatazione: che le sue accuse non erano un crimine. Se questa verità è emersa, il merito non è delle istituzioni in astratto. È degli avvocati che le hanno obbligate a guardare dove non guardavano: Fabio Trizzino, genero di Borsellino e difensore dei suoi figli; Rosalba Di Gregorio, che ha ottenuto l’assoluzione in revisione degli innocenti condannati per le parole di Scarantino; e l’avv. Vania Giamporcaro, che lo ha difeso fino a oggi. Le istituzioni, alla fine, hanno risposto. Ma perché qualcuno le ha costrette a farlo. Chi ha depistato le indagini su via D’Amelio e chi le ha condotte senza chiedersi mai perché portavano sempre nella stessa direzione sbagliata non ha titolo per ergersi oggi a custode della verità su quella strage. Non lo ha chi ha depistato. Non lo ha chi si è fatto depistare. Per loro, una sola parola: il silenzio. *Studio Legale Giordano & Partners Giudici onorari nel processo penale: nessuna nullità per i procedimenti non a citazione diretta di Francesco Machina Grifeo Il Sole 24 Ore, 2 giugno 2026 Le Sezioni Unite (informazione provvisoria) escludono che la violazione dei limiti previsti dall’articolo 11 del decreto legislativo n. 116/2017 incida sulla capacità del giudice: si tratta di una mera irregolarità nell’assegnazione degli affari. Se al giudice onorario viene assegnato un procedimento non a citazione diretta ex articolo 550 c.p.p., in violazione dei limiti di competenza attribuiti ai giudici onorari dalla riforma della magistratura onoraria del 2017”, il processo non è nullo. Lo hanno stabilito le Sezioni unite della Cassazione con una decisione nota soltanto in forma provvisoria. La Suprema corte ha dunque escluso che si tratti di un vizio attinente alla capacità del giudice, qualificandolo invece come una mera irregolarità nell’assegnazione degli affari. Il caso riguardava un imputato condannato per più episodi di truffa e per un reato di calunnia in un unico processo celebrato davanti a un giudice onorario di pace del Tribunale di Palermo. Mentre le truffe rientravano tra i procedimenti assegnabili al Giudice onorario, la calunnia ne era esclusa. Secondo il ricorrente, dunque, il procedimento era illegittimo in quanto deciso da un giudice onorario nonostante si fosse proceduto anche per il delitto di calunnia, che è sanzionato con la pena massima di sei anni di reclusione e non figura tra quelli previsto dall’art. 550 c.p.p.. Nell’ordinanza di rimessione n. 6495/2026, la Suprema corte aveva, tra l’altro, argomentato che il divieto di affidare ai giudici onorari procedimenti diversi da quelli a citazione diretta non fosse una semplice regola organizzativa, ma un limite funzionale imposto dal legislatore. La Sesta sezione aveva posto i due seguenti quesiti: 1) Se la violazione dell’art. 11, comma 6, d.lgs. 13 luglio 2017, n. 116, secondo cui, per il settore penale, non può essere assegnata ai giudici onorari di pace la trattazione dei procedimenti diversi da quelli previsti dall’art. 550 cod. proc. pen., integri una nullità assoluta ai sensi degli artt. 33, 178, comma 1, lett. a), e 179 cod. proc. pen., ovvero una mera inosservanza dei criteri organizzativi di assegnazione dei processi, non sanzionata da nullità; Se, nel caso in cui la violazione dell’art. 11, comma 6, d.lgs. 13 luglio 2017, n. 116, determini una nullità, questa, nell’ambito di processi oggettivamente cumulativi, aventi ad oggetto sia reati che rientrano nella previsione dell’art. 550 cod. proc. pen., sia reati che non rientrano in tale previsione, riguardi l’intero procedimento oppure solo la parte di esso concernente la seconda categoria di reati. Quanto al primo quesito le S.U. hanno affermato: “La violazione delle norme secondo cui, per il settore penale, non può essere assegnata ai giudici onorari la trattazione dei procedimenti diversi da quelli previsti dall’art. 550 cod. proc. pen., non integra una nullità assoluta, ma una inosservanza, non sanzionata da nullità, delle disposizioni sulla assegnazione dei processi, che, ai sensi dell’art. 33, comma 2, cod. proc. pen. non attengono alla capacità del giudice”. A questo punto, il secondo quesito che poneva la questione se la nullità derivante dall’assegnazione illegittima del processo a un giudice onorario dovesse colpire tutto il procedimento oppure soltanto i reati che il giudice onorario non poteva trattare, è divenuto “non rilevante”. Calabria. La Garante Russo: “La Repubblica si misura nei luoghi della privazione della libertà” Corriere della Calabria, 2 giugno 2026 La coordinatrice del Forum dei Garanti regionali richiama il ruolo del sistema penitenziario nella tenuta democratica dello Stato. Tra mafia, terrorismo e nuove minacce alla sicurezza, la Repubblica si misura ancora oggi nella capacità di governare i luoghi della privazione della libertà. Ne parla Giovanna F. Russo, Coordinatrice nazionale del Forum dei Garanti regionali e Garante regionale dei diritti delle persone private della libertà personale della Calabria. “Ci sono momenti nella storia di una nazione - afferma - nei quali il destino delle istituzioni democratiche si gioca lontano dalle piazze, dai parlamenti e dai riflettori. In Italia, uno di questi luoghi è stato, ed è tuttora, il carcere. Le stragi mafiose del 1992 e del 1993, l’offensiva terroristica che ha attraversato il Paese negli anni della strategia della tensione e il contrasto alle organizzazioni criminali eversive e mafiose hanno insegnato una lezione fondamentale: la sicurezza nazionale non si difende soltanto nelle strade o nelle aule giudiziarie, ma anche all’interno degli istituti penitenziari. Ogni volta che lo Stato ha dovuto fronteggiare una minaccia alla propria esistenza democratica, il sistema carcerario è divenuto uno dei principali presìdi di legalità. È accaduto durante gli anni del terrorismo interno, quando le organizzazioni armate tentarono di piegare le istituzioni repubblicane. Ne furono una drammatica rappresentazione le stragi mafiose, quando Cosa Nostra scelse la via dell’attacco diretto allo Stato. E continua ad accadere oggi nella lotta alle mafie, alla criminalità organizzata transnazionale, ai fenomeni di radicalizzazione e alle nuove forme di estremismo violento. Le carceri rappresentano, infatti, il luogo nel quale lo Stato dimostra la propria forza più autentica: quella di esercitare l’autorità senza rinunciare ai principi costituzionali. La Repubblica non vince contro la mafia perché rinuncia ai diritti; vince perché riesce a garantire, contemporaneamente, sicurezza e dignità della persona. Non sconfigge il terrorismo perché si pone al di fuori del diritto, ma perché resta fedele allo Stato di diritto anche nei confronti di chi ha tentato di distruggerlo. Per questa ragione, la qualità del sistema penitenziario costituisce uno degli indicatori più affidabili della salute democratica di una nazione. Un carcere insicuro produce vittime, rafforza i poteri criminali, alimenta traffici illeciti e favorisce processi di radicalizzazione. Un carcere incapace di garantire diritti fondamentali genera marginalità, tensioni e ulteriore devianza. In entrambi i casi, a perdere è lo Stato. Al contrario, un sistema penitenziario capace di coniugare sicurezza, legalità, trattamento e reinserimento sociale diventa uno strumento essenziale di prevenzione della criminalità e di tutela della collettività. È in questo quadro che si colloca il concetto di “antimafia penitenziaria”: una visione che considera il carcere non soltanto come luogo di esecuzione della pena, ma anche come presidio avanzato di contrasto ai poteri criminali e di tutela dei diritti umani. L’antimafia penitenziaria significa impedire che le organizzazioni mafiose continuino a esercitare il proprio potere all’interno degli istituti; significa proteggere le persone più vulnerabili, garantire sicurezza agli operatori, contrastare i traffici illeciti, prevenire i fenomeni di radicalizzazione e costruire percorsi credibili di reinserimento sociale”. “La sfida del nostro tempo - dichiara Russo - è superare le contrapposizioni ideologiche che troppo spesso hanno accompagnato il dibattito sul carcere. Sicurezza e diritti non sono concetti antagonisti. Sono, al contrario, pilastri complementari della medesima architettura democratica”. La storia italiana insegna che, quando lo Stato è stato capace di tenere insieme fermezza, legalità e umanità, ha sconfitto il terrorismo, ha indebolito le mafie e ha rafforzato la fiducia dei cittadini nelle istituzioni. Per questo la tenuta delle carceri non riguarda soltanto chi vi lavora o chi vi è ristretto. Riguarda l’intera Nazione. La democrazia si misura anche dalla capacità di custodire i propri luoghi più difficili. Ogni volta che lo Stato garantisce controllo, legalità e dignità all’interno delle carceri, rafforza sé stesso e la propria capacità di resistere a ogni forma di violenza, criminalità e sovversione. In definitiva, la tenuta delle carceri coincide con la tenuta della Repubblica. E la forza della nostra Repubblica coincide con la capacità dello Stato di restare democratico anche quando è chiamato ad affrontare le sue sfide più dure”. Napoli. Detenuto suicida a Poggioreale, è il quarto in Campania nel 2026 La Repubblica, 2 giugno 2026 Il garante regionale, Samuele Ciambriello: “Una delle emergenze più grandi del sistema penitenziario italiano, con un tasso di mortalità che supera di gran lunga la media europea”. La scorsa notte un detenuto di origini marocchine di 27 anni è morto suicida nel carcere di Poggioreale. Si tratta del quarto caso registrato in Campania nel 2026. Lo rende noto il garante campano dei detenuti, Samuele Ciambriello, che elenca i fattori di rischio suicidio per la popolazione carceraria: “Il sovraffollamento, fattori emotivi, fattori giudiziari, la solitudine, la vulnerabilità giovanile, soprattutto per queste persone la detenzione diventa un dolore insopportabile. Abbiamo bisogno di psicologi, di psichiatri” E “a proposito di psichiatri” chiede Ciambriello, “a Poggioreale da poco la Sanità sta utilizzando le prenotazioni su Smop per cui i tempi per effettuare le visite si allungheranno, perché?”. “Dall’inizio dell’anno, in Campania con questo salgono a quattro i suicidi avvenuti negli istituti penitenziari campani, a cui si aggiungono altri tre morti (due dei quali per cause da accertare)”, aggiunge. “I suicidi nelle carceri rappresentano una delle emergenze più grandi del sistema penitenziario italiano, con un tasso di mortalità che supera di gran lunga la media europea - conclude il garante -. La politica, il dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria fanno amplificare questo fenomeno visto il sovraffollamento cronico degli istituti di pena, delle condizioni di grave disagio psicologico vissuto dai detenuti e anche dalle condizioni inumane e degradanti. Occorre intervenire subito, se non ora, quando?”. Sulla dolorosa vicenda interviene il Sappe, il sindacato autonomo della Polizia Penitenziaria: “Saranno le indagini a fare luce sulla morte del detenuto. Al di là dell’esito degli accertamenti, l’episodio richiama inevitabilmente l’attenzione sulle gravi criticità che interessano l’istituto partenopeo, dove il sovraffollamento ha ormai raggiunto livelli allarmanti, con oltre 2.250 detenuti presenti, a fronte di una carenza di organico della Polizia Penitenziaria che supera le 200 unità”. “Va riconosciuto il costante impegno della direttrice, Giulia Russo, - si legge nella nota - che, nonostante le gravi criticità continua a profondere ogni sforzo per garantire elevati livelli di sicurezza e assicurare ai detenuti adeguati percorsi trattamentali”. Il Sinappe richiama l’attenzione sul crescente fenomeno dell’introduzione illecita di sostanze stupefacenti all’interno degli istituti penitenziari “che negli ultimi anni ha assunto modalità sempre più sofisticate e difficili da contrastare, anche con l’utilizzo di droni”. “La necessità di rafforzare ulteriormente i sistemi di controllo e sicurezza penitenziaria, - ricorda la nota - in un contesto in cui la criminalità organizzata dimostra una costante capacità di adattamento delle proprie modalità operative, è stata più volte evidenziato anche dal procuratore Nicola Gratteri”. Per il segretario nazionale del Sinappe, Luigi Castaldo, “la morte di un detenuto rappresenta sempre un evento critico che impone profonde riflessioni” ed è “doveroso interrogarsi sulle condizioni del sistema penitenziario e sulle risorse necessarie per prevenire simili tragedie”. Per il segretario generale aggiunto, Vincenzo Santoriello, “maggiore personale significa maggiore sicurezza, ma anche migliori condizioni per il trattamento e la rieducazione della popolazione detenuta”. Teramo. Detenuto morto a Castrogno, disposta l’autopsia ilcapoluogo.it, 2 giugno 2026 Sono in corso le indagini della Procura di Teramo per accertare con esattezza le cause del decesso del giovane 25enne trovato morto nella sua cella a Castrogno. Tensione tra i detenuti. Disposta l’autopsia. Un detenuto è stato trovato morto domenica 31 maggio nella sua cella del carcere di Castrogno, a Teramo. Sono in corso le indagini della Procura di Teramo per accertare con esattezza le cause del decesso. Disposta l’autopsia che verrà eseguita mercoledì 3 giugno. Il giovane, di nazionalità egiziana, è stato trovato senza vita da altri detenuti che hanno subito dato l’allarme, ma i soccorritori non hanno potuto far nulla, se non constatarne il decesso. Secondo una prima ricostruzione, il 25enne, residente nel Lazio, si trovava a Castrogno da meno di un anno per scontare una condanna fino al 2028. Al momento, secondo quanto emerso dalle prime verifiche, sarebbero escluse sia l’ipotesi di una morte violenta sia quella di un gesto estremo. Potrebbe essere morto per arresto cardiocircolatorio dopo aver inalato gas da una bomboletta di quelle utilizzate per accendere i fornelli da campeggio. La procura di Teramo ha aperto un’inchiesta, la pm Silvia Scamurra ha disposto l’autopsia sulla salma, esame che sarà determinante per chiarire le cause della morte e ricostruire quanto accaduto nelle ore precedenti al decesso. La notizia della morte del detenuto ha provocato momenti di forte tensione all’interno dell’istituto penitenziario. Alcuni tetenuti hanno dato vita a proteste e danneggiamenti, manifestando il proprio malcontento e rivendicando condizioni detentive più dignitose. La situazione è stata riportata sotto controllo grazie all’intervento del personale della polizia penitenziaria, che è riuscito a contenere i disordini evitando conseguenze più gravi. All’indomani dell’accaduto, il sindacato di Polizia penitenziaria Osap, come riporta Rete8, è tornato a denunciare una situazione definita ormai insostenibile. A fronte di una capienza regolamentare di 255 posti, la struttura ospita oltre 470 detenuti, con un tasso di sovraffollamento che raggiunge l’84%. A ciò si aggiunge una significativa carenza di personale, più volte segnalata dagli operatori del settore. Lecce. Emergenza suicidi nel carcere, 44enne ricoverato in terapia intensiva Corriere Salentino, 2 giugno 2026 Quattro detenuto morti in appena due mesi. La situazione nel carcere di Lecce è simile a una polveriera. Troppi detenuti se confrontati con capienza prevista. Come confermato dalla Garante dei detenuti, Maria Mancarella, una grave carenza di organico della polizia penitenziaria, che conta appena 578 operatori rispetto a un fabbisogno di 742, una disparità che costringe spesso solo due agenti a sorvegliare contemporaneamente 270 ristretti divisi in quattro sezioni su piani differenti con pesanti ripercussioni sulla sicurezza e sui carichi di lavoro. Ed è di questi ultimi giorni un altro episodio ancora avvolto nel mistero sulle reali cause che hanno portato Vincenzo Rossetti, meglio conosciuto come il Lupin del Salento, in Terapia intensiva all’ospedale Vito Fazzi di Lecce. Dal carcere di borgo San Nicola - dove il 44enne di Monteroni è detenuto da tempo dopo una recente condanna a 8 anni e 8 mesi per una sequela di furti - parlano di un tentativo di suicidio. Il caso - che sembra più richiamare le sfumature di un giallo con il trascorrere delle ore - risale a domenica 24 maggio quando la sorella del detenuto, nonché sua amministratrice di sostegno, contatta l’avvocata Elisa Cappello (legale di Rossetti) per informarla di aver ricevuto, a suo volta, una telefonata di un agente di polizia penitenziaria con cui le riferiva che il fratello stava per essere trasportato in ospedale, poiché “…si era fatto male…”. Da quel momento, però, le comunicazioni familiari-carcere si sarebbero interrotte. E mentre in paese (Monteroni) si diffondeva la notizia del tentato suicidio, dal penitenziario non arrivavano aggiornamenti. “Solo la mattina del 27 - prosegue l’avvocata - ho ricevuto conferma dalle cancellerie della Corte d’Appello e dall’Ufficio di Sorveglianza la notizia del ricovero del mio assistito”. Solo nel pomeriggio di sabato, 30 maggio, Rossetti avrebbe informato l’avvocata di trovarsi ricoverato all’Ospedale di Lecce, nel reparto di Terapia intensiva. La vicenda, ora, dovrà essere chiarita nella sua totale interezza. Un dato, per il momento, è certo: la permanenza di Rossetti in carcere potrebbe rappresentare un grave pregiudizio per la sua salute e per le sue condizioni particolarmente critiche, rilevate anche all’ultimo colloquio del 5 maggio. Per questo, l’avvocata Cappello ha avanzato un’istanza di concessione provvisoria di una misura alternativa al carcere al magistrato del tribunale di Sorveglianza di Lecce in una Comunità per doppia diagnosi o, in subordine, in una C.R.A.P. Gradisca d’Isonzo (Go). Atti di autolesionismo al Cpr, cinque casi a maggio di Andrea Saule rainews.it, 2 giugno 2026 Tra gli ospiti si sarebbe sparsa la voce che chi sopravvive viene liberato. La garante: nessun accompagnamento psicologico. Il sindaco: va chiuso. Cinque tentativi di suicidio in una sola settimana hanno riportato l’attenzione sulle condizioni all’interno del Cpr di Gradisca d’Isonzo. Gli episodi, avvenuti tra il 4 e l’11 maggio, riguardano persone trattenute nel centro in attesa di rimpatrio. Le segnalazioni, arrivate da parte della nuova garante comunale dei detenuti, descrivono un contesto segnato da forte disagio psicologico, episodi di autolesionismo e crescente tensione tra i trattenuti. Tra gli ospiti sono numerose le persone con fragilità psichiche, dipendenze e precedenti tentativi di suicidio. Con il rischio di emulazione, visto che si era sparsa la voce che tutti coloro che sopravvivono a un tentativo di gesto estremo venissero rimessi in libertà non risultando idonei alla vita nella struttura. Cristina Patron (garante comunale dei detenuti): “Quello che è importante sottolineare secondo me è il paradosso del sistema: da un lato in un primo momento queste persone vengono trattenute perché ritenute inidonee alla circolazione sul territorio nazionale, e in un secondo momento, dopo una valutazione incompatibile con la prima e l’emersione di problemi psichiatrici, vengono rimesse in libertà ma non vengono accompagnate in questo percorso”. Dalla questura emerge il sospetto che le azioni fossero coordinate da fuori. Il tentativo però non sarebbe riuscito, perché i medici non avrebbero ravvisato l’inidoneità alla permanenza al Cpr. Esiste tuttavia una questione riguardante l’adeguatezza dell’assistenza sanitaria e psicologica all’interno. Un problema che si ripropone e che fa chiedere al sindaco di Gradisca, Alessandro Pagotto, la chiusura del Centro: “Dopo vent’anni di presenza sul nostro territorio, possiamo dire che queste strutture sono inadeguate per una gestione del fenomeno migratorio e dei rimpatri”. Porto Azzurro (Li). L’appello dell’associazione Dialogo: “Non ridurre il ruolo del volontariato” elbapress.it, 2 giugno 2026 Lettera inviata alle istituzioni: servono interventi senza ridurre il ruolo del volontariato. L’Associazione “Dialogo” Volontariato Carcere ODV, attiva da oltre trent’anni nella Casa di Reclusione di Porto Azzurro, ha inviato una lettera alle più alte istituzioni nazionali e regionali per richiamare l’attenzione sulla situazione dell’istituto penitenziario elbano. Il documento è stato trasmesso al direttore del carcere, al Presidente della Repubblica, al Ministero della Giustizia, al Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, al presidente della Regione Toscana Eugenio Giani e ad altri soggetti istituzionali competenti. Nella lettera, i volontari prendono posizione dopo i recenti interventi sindacali sulla situazione della struttura. Pur riconoscendo le criticità esistenti, tra cui il sovraffollamento, la carenza di personale di custodia e le difficoltà operative che interessano sia gli agenti della Polizia Penitenziaria sia i detenuti, l’associazione sottolinea di non condividere alcune affermazioni che, a loro giudizio, rischiano di rappresentare in modo parziale la realtà del carcere. I volontari evidenziano come l’aumento della popolazione detenuta, spesso con situazioni personali e sanitarie complesse, abbia inevitabilmente aggravato le problematiche della struttura. Allo stesso tempo ricordano che anche il volontariato sta subendo le conseguenze della situazione, con attività e progetti che negli ultimi tempi hanno registrato rallentamenti o difficoltà organizzative. “Dialogo” ribadisce il proprio sostegno agli operatori della Polizia Penitenziaria e la necessità di rafforzare gli organici e migliorare le condizioni di lavoro all’interno dell’istituto. Tuttavia l’associazione richiama l’attenzione anche sull’importanza del contributo offerto dal volontariato, che da anni rappresenta un punto di riferimento per il percorso umano e sociale dei detenuti. Nel documento viene quindi rivolto un appello alle istituzioni affinché vengano adottati interventi concreti e tempestivi per affrontare le criticità esistenti, salvaguardando al tempo stesso il ruolo delle associazioni che operano all’interno del carcere e che contribuiscono quotidianamente ai percorsi di reinserimento e inclusione sociale. La lettera si conclude con l’auspicio che tutte le componenti coinvolte possano collaborare per individuare soluzioni efficaci, nell’interesse della struttura, del personale, dei detenuti e dell’intera comunità. “La sospensione”, 400 minuti per riannodare i fili su Bolzaneto e il G8 di Genova di Riccardo Noury* Il Domani, 2 giugno 2026 In sette puntate, la prima in uscita oggi e l’ultima nei giorni del venticinquesimo anniversario del G8 di Genova, prendono la parola persone alle quali la parola è stata spesso tolta (quelle sopravvissute alla “violazione dei diritti umani di proporzioni mai viste”), persone che hanno assunto la loro tutela legale, pubblici ministeri, giornalisti e tanti altri. Nel luglio 2002, durante un’intervista a un quotidiano italiano, l’allora responsabile delle ricerche sull’Europa occidentale di Amnesty International descrisse quanto accaduto un anno prima durante il G8 di Genova come “una violazione dei diritti umani di proporzioni mai viste in Europa nella storia più recente”. Quella frase, nei successivi 24 anni, è stata citata più volte - in alcuni casi con qualche imprecisione lessicale ma sempre corretta nella sostanza - nel corso di dibattiti parlamentari, è finita nei titoli di testa di film e documentari, è stata riportata in varie pubblicazioni. Il podcast Ora, viene pronunciata di nuovo: nel podcast “La Sospensione: Bolzaneto e il G8 25 anni dopo”, scritto da Francesca Zanni (che si è già occupata di morti nelle mani dello stato, come Federico Aldrovandi e Francesco Mastrogiovanni) per Amnesty International Italia, prodotto da Emons Record in collaborazione con Domani. In sette puntate, la prima in uscita oggi e l’ultima nei giorni del venticinquesimo anniversario del G8 di Genova, prendono la parola persone alle quali la parola è stata spesso tolta (quelle sopravvissute alla “violazione dei diritti umani di proporzioni mai viste”), persone che hanno assunto la loro tutela legale, pubblici ministeri, giornalisti (tra i quali Nello Trocchia, che scrive su questo giornale), rappresentanti di quell’altro mondo possibile che dalla “violazione dei diritti umani di proporzioni mai viste” venne reso impossibile. C’è la voce spezzata ma resistente di Haidi Gaggio, madre di Carlo Giuliani. I fatti, nudi e crudi, in quattrocento minuti complessivi. Promozione e risarcimento per uno dei poliziotti della Diaz Delle violazioni dei diritti umani verificatesi a Genova venticinque anni fa è stato detto e mostrato molto: la repressione in piazza, l’assalto alla scuola Diaz (con le tv che dall’esterno riprendevano l’inizio dell’irruzione e il suo esito, decine di corpi feriti sulle barelle) e l’uccisione di Carlo Giuliani, ripresa da una moltitudine di immagini ma sempre con una prospettiva ingannante. Tuttavia, abbiamo saputo poco e visto nulla del luogo in cui non c’erano telecamere: un luogo chiuso, isolato, la caserma di Bolzaneto adibita a centro provvisorio di detenzione. Qui quella “violazione dei diritti umani di proporzioni mai viste” assunse le forme terribili della sparizione e della tortura, ai danni di persone inermi, molte delle quali provenienti dall’estero, molte delle quali poco più che maggiorenni, molte delle quali alla loro prima manifestazione. G8 di Genova, la Francia nega l’estradizione di Vecchi all’Italia Assenze e tabù Tortura. Eccola, la parola all’epoca “tabù”. Non si doveva pronunciare perché si asseriva fosse una pratica estranea ai valori dell’Occidente. Venne in realtà pronunciata dalle persone sopravvissute, dalle persone che le difendevano e dai pubblici ministeri durante i processi: una presenza-assenza costante nelle aule giudiziarie. All’epoca quella parola nel codice penale non c’era e non ci sarebbe stata per altri 16 anni, fino a quando una sentenza della Corte europea dei diritti umani - proprio su una storia del G8 di Genova, il “caso Cestaro” - e una campagna lanciata da Amnesty International, accompagnata da altre associazioni per i diritti umani e portata avanti in parlamento da Luigi Manconi, costrinsero il parlamento a scriverla nell’articolo 613 bis. L’assenza di quel reato, così come della previsione dei codici identificativi per le forze di polizia (mancano tuttora e sono tanti i governi che vi si sono opposti e i parlamenti che non hanno voluto discuterne), produssero un esito del tutto inadeguato in sede processuale: si riconobbe la gravità dei fatti ma le persone cui addebitarli furono poche e di lieve entità i reati di cui dovettero rispondere. Il risultato paradossale fu che furono emesse condanne più pesanti per i manifestanti che avevano danneggiato cose che per i funzionari dello stato che di danni ne avevano fatti, anche molto gravi, a decine e decine di persone. La sintesi di tutto: impunità. Violenza di Stato: il reato di tortura non va abolito In un caso, precisamente in quello in cui una persona venne uccisa, Carlo Giuliani, addirittura a processo non si andò, rinunciando così a ricostruire quella morte attraverso un dibattimento giudiziario. Il podcast non si limita a ripercorrere le violazioni dei diritti umani e le successive vicende processuali. Racconta gli obiettivi di quel movimento di sei miliardi di persone che sfidavano gli otto grandi della terra, quell’altro mondo possibile che, ad averlo realizzato, oggi staremmo meglio. Prova a spiegare perché persone dal curriculum specchiato e con una storia di contrasto al crimine organizzato rischiarono di giocarsi reputazione e carriera organizzando quella che Michelangelo Fournier, all’epoca vicedirigente del reparto mobile di Roma, definì durante una deposizione processuale, una “macelleria messicana”. Denuncia la mancanza di volontà, da parte delle istituzioni italiane, di fare luce sulle responsabilità politiche così come di collaborare alla ricerca della verità e della giustizia. Soprattutto, nell’ultima puntata, pone la domanda più inquietante. “Potrebbe accadere di nuovo?”. Il prete del G8 non è cambiato: “Avevamo ragione noi”. *Amnesty International Italia Dalla festa repubblicana alla prova della democrazia di Agostino Giovagnoli Avvenire, 2 giugno 2026 Ottant’anni dopo il voto che segnò una svolta collettiva, l’Italia si trova a fare i conti col fenomeno dell’astensione, fragili equilibri interni e riforme controverse. Come riconquistare la partecipazione dei cittadini. Due giugno 1946: dopo tanti anni di un regime imposto dall’alto, che azzera il pluralismo e semina divisione, una ricostruzione dal basso che dà spazio alle diversità e promuove il bene comune. Le due icone bibliche che aprono l’enciclica Magnifica Humanitas - la rovina di Babele e la ricostruzione di Gerusalemme - illuminano anche il passaggio, ottanta anni fa, dal fascismo alla Repubblica. Per gli italiani e per le italiane - che finalmente votavano - il 2 giugno 1946 fu un giorno felice. La presenza dei militari americani non appariva loro segno di un’occupazione ma di una liberazione: l’Italia, che aveva tanto sbagliato camminando testardamente da sola e spingendo il mondo verso la guerra, non era più abbandonata a se stessa. Stava nascendo un mondo nuovo, cui anche italiane e italiani erano chiamati a contribuire: votò più del 90% degli elettori, che scelsero per la repubblica contro la monarchia, per la responsabilità dei cittadini contro la passività dei sudditi (De Gasperi). Oggi la situazione è molto diversa. I liberatori di ieri appaiono sempre più lontani. La guerra in Iran ha messo in difficoltà tutto il mondo, allontanano ancora di più gli Stati Uniti dall’Europa - avvicinandoli paradossalmente alla Cina, oltre che alla Russia? - e aggravato i problemi dell’Italia. I sonni di Trump sono agitati dalla figura di Leone XIV, ma il Papa non è un suo rivale politico. È un leader spirituale che denuncia la disumanità di un mondo dove la guerra è stata normalizzata, nella falsa convinzione che faccia “inevitabilmente parte della natura umana”, e non ha più l’obiettivo della pace, seppure attraverso la vittoria, “ma la perpetuazione del conflitto come fonte di potere e di rendita”. In questo tempo di “notevole cecità spirituale e culturale”, la Repubblica è chiamata, come dice il Presidente Mattarella, ad una prova di maturità. A scegliere nuovamente tra Babele e Gerusalemme. Da una parte, infatti, ci sono una enorme concentrazione di potere - tecnologico, economico e, indirettamente, anche politico - e l’affermazione di una cultura della potenza che travolge dignità umana e libertà interiore, corpi intermedi e democrazia (Magnifica humanitas). Dall’altra c’è l’urgenza di sostituire l’ordine internazionale realizzato dai vincitori della Seconda guerra mondiale con nuovo orizzonte di cooperazione e di pace, in stretta collaborazione tra paesi europei e non europei. Ma come può l’Italia essere all’altezza di tali sfide senza un sistema politico e leggi elettorali che coinvolgano gli italiani nella responsabilità di scelte così importanti? La partecipazione alle elezioni è sempre più ridotta e i due schieramenti contrapposti non riescono ad attirare un convinto sostegno degli elettori (né, tantomeno, la voglia di dare i “pieni poteri” a uno dei due). Coalizioni coatte ed eterogenee riscuotono poca fiducia. Sia dentro la maggioranza sia dentro l’opposizione ci sono infatti forze che la pensano all’opposto su questioni cruciali come la guerra in Ucraina, la tragedia del Medio Oriente o la difesa europea. E i complicati equilibri interni impediscono ad entrambe decisioni tempestive quando è necessario (il mondo cambia rapidamente: quello che andava bene con Biden non va più bene con Trump ecc.). Se si discute tanto del “rischio pareggio” - i sondaggi indicano che lo scarso numero di chi andrà a votare è più o meno diviso a metà - è perché gli italiani sono sempre più insoddisfatti di trent’anni di bipolarismo. È un disagio che va ascoltato. Nel Palazzo oggi molti vorrebbero che gli elettori facessero una scelta netta, trasmettessero in toto la loro sovranità al leader dello schieramento vittorioso e togliessero il disturbo per cinque anni. La riforma elettorale Stabilicum o Melonellum punta su premio di maggioranza (di cui in realtà beneficerà una minoranza), liste bloccate decise dai capipartito e un’indicazione preventiva del premier che ostacolerebbe la preziosa opera di raccordo e di equilibrio del Presidente della Repubblica. Chi vince potrebbe decidere da solo giudici costituzionali e Capo dello Stato, insomma avrebbe un potere enorme. Sono tutti elementi a rischio di incostituzionalità e per di più si vuole introdurre questa legge sul finire della legislatura, con i voti della sola maggioranza e senza dare il tempo alla Corte costituzionale di esaminarla. Insomma, ancora una volta, una strada dall’alto e non dal basso, senza peraltro - è il paradosso - dare a chi governa la forza necessaria a prendere grandi decisioni. Si dovrebbe andare in direzione opposta. Ri-attirare cioè gli elettori al voto, con una legge-trasparenza che faccia esprimere le diverse anime della società italiana e permetta ai cittadini di designare in modo diretto - con collegi uninominali, preferenze o altro - chi è chiamato a rappresentarli. Il recente referendum sulla magistratura ha mostrato che gli elettori tornano a votare quando vedono che il loro voto conta. C’è il rischio, in questo modo, di risultati elettorali difficili da gestire? Spetta alle forze politiche far capire ai cittadini le scelte impegnative cui l’Italia oggi non può sottrarsi e prospettare loro, in modo chiaro, diretto e sincero, la strada che propongono. Come il 2 giugno 1946. Diceva Aldo Moro in un passaggio difficile, “anche in questo momento io vi dico: crediamo in quel miracolo che la democrazia compie ogni giorno, cioè di assestare mirabilmente, incomprensibilmente, le cose. Fidiamoci di quella articolata molteplicità dei poteri che caratterizza la democrazia”. La violenza a scuola non è un trend: oltre gli allarmi, il bisogno di capire di Chiara Sgreccia Il Domani, 2 giugno 2026 Dopo il caso dei due docenti aggrediti a Parma e del professore accoltellato a San Vito Lo Capo, il tema del disagio giovanile è tornato al centro del dibattito. Per chi vive la scuola tutti i giorni la sicurezza si costruisce rafforzando la comunità educante, non alimentando paure. Quattro episodi di violenza contro il personale scolastico tra settembre e dicembre 2025, secondo i dati del ministero. A cui si aggiungono le aggressioni avvenute da inizio 2026, per arrivare a contare almeno una decina di casi nell’anno scolastico, stando a quelli che hanno avuto più risonanza sui media. A Piacenza i primi di febbraio una maestra è finita in ospedale dopo essere stata picchiata dal padre di un alunno. A metà dello stesso mese a Foggia un altro padre ha schiaffeggiato un professore che aveva rimproverato la figlia. È di marzo il caso di Trescore Balneario quando un tredicenne ha accoltellato la sua prof di francese riprendendo tutto in diretta su Telegram. Identico, inquietante copione a San Vito Lo Capo (Trapani) dove venerdì scorso un dodicenne ha ferito con un coltello un insegnante e ha trasmesso l’azione in diretta. Per gli inquirenti aveva pianificato il suo gesto sui social, si indaga per istigazione. E poi: il 20 maggio, una maestra di Boscoreale, Napoli, aggredita dalla madre di un alunno. A Teramo il 27 maggio tre ragazzi di un professionale hanno spintonato un prof provocandogli un trauma nasale. Di recente, ad accendere il dibattito politico era stato l’episodio del 21 maggio, quando un gruppo di studenti ha aggredito, anche a cinghiate, un insegnante e poi un altro collega in un parco fuori dall’istituto che frequentano a Parma. Tre di loro sono stati sospesi per 30 giorni, rischiano la bocciatura, mentre l’insegnante avrebbe deciso di non denunciare perché quella che “si vede non un’aggressione” e il “non denunciare” è “un intervento educativo”. I ragazzi sono comunque stati indagati d’ufficio e le loro famiglie hanno presentato un contro-esposto che accusa il prof di atteggiamenti non consoni e hanno consegnato ai pm altro materiale che fornirebbe un’altra interpretazione dei fatti. Senza aspettare alcun accertamento, è arrivata la condanna del ministro Giuseppe Valditara contro la mancata denuncia: “Ci vuole un messaggio educativo forte: non si accetta il linguaggio della prepotenza, l’autorità va rispettata. Il professore sostiene che la denuncia avrebbe “distrutto il futuro” dei tre ragazzi: la sanzione non distrugge il futuro, serve a far maturare la persona”, ha spiegato al Corriere della Sera. Poi sul caso di San Vito il ministro interviene sul Messaggero: “Il coltello è diventato una moda”, dice ricordando il divieto di vendita ai minori e la possibilità di prevedere metal detector nelle scuole. E che “è pericoloso regalare uno smartphone a un bambino”, richiamando il divieto di cellulari in classe. “Basta col giustificazionismo, bisogna sanzionare per riaffermare il concetto di responsabilità”. Per Valditara, mentre i frutti di misure come l’educazione al rispetto e del supporto psicologico si vedranno nel tempo, c’è un dato che mostra come i suoi interventi - riforma del voto in condotta (ottobre 2024), sanzioni rafforzate per chi aggredisce il personale scolastico (marzo/ottobre 2024), arresto in flagranza (febbraio 2026) - avrebbero già portato risultati. A dimostrarlo sono i dati del Mim secondo cui le aggressioni al personale scolastico sono state 71 nel 2023/24 e 51 nel 2024/25. Nella maggior parte dei casi da parte di familiari di studenti. Il punto, però, è che non ci sono dati prima del 2023 su cui costruire il confronto; e che al di là del clamore i numeri non giustificano una generalizzazione, anche considerato che nella scuola lavora quasi un milione di insegnanti: “Le aggressioni non vanno sottovalutate. Ogni docente, educatore, personale Ata o dirigente ha diritto a operare in un ambiente sicuro e sereno. Per questo è necessario affrontare il tema evitando però letture allarmistiche o semplificazioni ideologiche che rischiano di produrre solo divisioni”, dice a Domani la segretaria generale di Cgil scuola Gianna Fracassi, che aggiunge: “Le dichiarazioni del ministro ci preoccupano proprio per questo motivo. Parlare di “decenni di permissivismo”, evocare “cattivi maestri” non aiuta a comprendere le cause reali del disagio che attraversa una parte del mondo giovanile e scolastico”. Anche per Fracassi i dati citati dal ministro, pur nella loro rilevanza, non descrivono un’emergenza fuori controllo: il confronto tra i due anni scolastici dimostra “semmai che il fenomeno va analizzato con equilibrio e precisione, evitando narrazioni securitarie che rischiano di trasformare la scuola in un luogo di controllo invece che di crescita democratica. La sicurezza si costruisce rafforzando la comunità educante, non alimentando paura”. A pensare che non ci sia un trend e che la forza della scuola stia proprio nella sua capacità di essere presidio sociale, anche Patrizia Colella, dirigente scolastica dell’Ites “A. Olivetti” di Lecce: “L’aumento che vedo è relativo a quanto denuncio da tempo: cresce l’incapacità emotiva dei ragazzi di gestire la frustrazione, il rifiuto, la negazione. Dal brutto voto al “no, non puoi andare in bagno perché sei già andato” i ragazzi reagiscono in maniera esagerata, con piccole esplosioni di rabbia. Per questo credo che l’educazione affettiva sia improcrastinabile”. Per la dirigente, la scuola è il riflesso della società, quello che succede in classe segue le stesse dinamiche: “Ed è anche il risultato della mancanza, su questo fronte, di capacità educativa da parte delle famiglie. Così, l’approccio al problema deve essere sistemico, con percorsi per ragazzi, famiglie e docenti che vanno formati in modo che la loro reazione non esasperi la situazione”. Secondo Colella chi infrange le regole deve essere punito - la scuola educa anche a questo - ma sanzioni e pene non possono essere la sola soluzione. Figli contesi e genitori italiani che non pagano gli alimenti all’Estero di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 2 giugno 2026 Quasi duemila fascicoli aperti a fine 2025. Minori portati dall’altra parte del mondo senza il consenso dell’altro genitore. Padri italiani che non pagano gli alimenti ai figli rimasti in Germania, in Polonia, in Svezia. Quattordici casi congelati con la Russia senza risposta. Un canale con il Marocco che funziona a senso unico: Rabat chiede e ottiene dall’Italia pieno supporto per gestire la responsabilità genitoriale dei suoi cittadini, ma quando è Roma a chiedere indietro i bambini sottratti e portati nel Paese nordafricano, le richieste cadono nel vuoto. Questo è ciò che emerge analizzando i numeri dell’Ufficio delle Autorità Centrali relativi all’anno appena trascorso pubblicato dal Dipartimento per la Giustizia minorile e di comunità. Apparentemente solo numeri, ma se analizzati con attenzione come Il Dubbio ha potuto fare, emerge una fotografia precisa e silenziosa di un sistema che lavora senza sosta ma con delle criticità. Il documento elaborato dalla Sezione Statistica copre le istanze pervenute, pendenti e trattate nel 2025 per ciascuna convenzione internazionale e regolamento europeo di cui l’Italia è Autorità Centrale. Ci sono la Convenzione dell’Aja del 1980 per le sottrazioni internazionali di minori, il Regolamento europeo 4/2009 per gli obblighi alimentari intra-UE, la Convenzione del 2007 per gli alimenti con paesi extra-UE, il Regolamento 1111/2019 su matrimoni e responsabilità genitoriale, e la Convenzione dell’Aja del 1996 sulla protezione dei minori. La distinzione tra casi “attivi” - l’Italia chiede ad altri stati - e casi “passivi” - sono altri stati a chiedere all’Italia - è il filo che trasforma le tavole statistiche in una mappa delle asimmetrie reali nel funzionamento del diritto internazionale. Sommando tutti e cinque gli strumenti, i fascicoli ancora aperti a fine 2025 sono 1.948. Non sono mere pratiche burocratiche. Ciascuna è un bambino conteso tra ordinamenti di paesi diversi, o una famiglia che aspetta che le sentenze di un tribunale straniero vengano eseguite in casa propria. Spesso aspetta da anni. Gli alimenti che non arrivano: l’Italia pagante e l’Italia inadempiente - Il Regolamento europeo 4/2009 sulle obbligazioni alimentari è, in termini di volumi, lo strumento più pesante dell’intero documento. Nel 2025 sono stati trattati 1.430 casi, ne rimangono pendenti 961 a fine anno, 564 sono arrivati nel corso dell’anno. La cifra che cambia la lettura è il rapporto tra casi attivi e passivi: dei 1.430 trattati, 1.280 sono passivi e solo 150 sono attivi. Un rapporto di circa uno a nove. I dati demoliscono il cliché: non sono i cittadini stranieri a dileguarsi, ma i genitori italiani che, rientrati in patria, diventano fantasmi per la giustizia estera. Per ogni caso in cui l’Italia chiede a un paese europeo di recuperare alimenti per un minore che vive qui, ce ne sono nove in cui è un paese straniero a chiedere all’Italia di intervenire su un genitore che abita nel nostro territorio e non paga. La Germania è in testa: 403 casi passivi trattati nel 2025 - Berlino chiede a Roma - con 167 fascicoli ancora aperti a fine anno. La Polonia con 359 passivi trattati e 303 pendenti, il numero più alto tra tutti i paesi. La Svezia con 93 passivi trattati. L’Austria con 76. La Francia con 35. La stessa direzione si ritrova nella Convenzione dell’Aja del 2007, che estende il meccanismo agli stati extra-UE. Su 227 casi trattati, 177 sono passivi. La Norvegia da sola registra 55 casi passivi su 59 totali: Oslo chiede a Roma di recuperare alimenti da genitori che vivono in Italia mentre i figli restano nei fiordi. Gli Stati Uniti 31 passivi su 55. Il Brasile 21 su 25. Tra i due strumenti in materia alimentare - il Regolamento europeo e la Convenzione del 2007- i fascicoli complessivamente pendenti a fine 2025 arrivano a 1.120. La mappa racconta la realtà migratoria. L’emigrazione italiana verso la Germania, la Svizzera, il Nord Europa ha creato decine di migliaia di famiglie transnazionali. Quando queste famiglie si spezzano, succede spesso che un genitore torni in Italia mentre i figli rimangono all’estero. E allora il sistema internazionale entra in gioco con le sue istanze e i suoi tempi lunghi, per cercare di far rispettare l’obbligo alimentare stabilito da un tribunale straniero. Il Regolamento 1111/2019 - in vigore dal 1° agosto 2022 in sostituzione del cosiddetto Bruxelles II bis - nel 2025 registra 417 casi trattati e 258 pendenti, con 297 passivi su 417 totali. La Germania ancora in testa: 128 casi trattati di cui 98 passivi. La Francia 79 trattati, 57 passivi. Il Portogallo 44 trattati, 39 passivi. La Romania, con 22 casi trattati di cui 18 attivi, mostra una delle poche inversioni rispetto alla tendenza generale: è l’Italia a chiedere di più a Bucarest che non viceversa. Russia, Ucraina e il doppio binario del Marocco - La Convenzione dell’Aja del 1980 sulla sottrazione internazionale di minori è quella che più direttamente riguarda bambini portati via senza consenso. Nel 2025 sono arrivate 202 nuove istanze, sono stati trattati 488 casi in totale e a fine anno ne rimangono aperti 346. La Romania è il paese con il contenzioso più pesante: 22 nuovi casi, 45 pendenti, 57 trattati - un peso che riflette il volume delle comunità romene in Italia e l’intensità dei conflitti familiari transnazionali. La Germania con 25 nuovi, 28 pendenti e 40 trattati. Il Regno Unito con 15 nuovi, 24 pendenti e 35 trattati. La Spagna con 12 nuovi e 20 pendenti. La Federazione Russa è il caso politicamente più delicato. A fine 2025 ci sono 15 fascicoli pendenti con Mosca, 14 dei quali attivi: è l’Italia a chiedere alla Russia di restituire minori portati lì da un genitore. Un solo caso è passivo. Nel corso del 2025 ne sono arrivati 9 nuovi. Da quando la guerra in Ucraina ha deteriorato la cooperazione diplomatica pratica tra Roma e Mosca, quei 14 fascicoli attivi in attesa sono i casi più difficili da risolvere dell’intero documento. Bambini in un limbo che le relazioni bilaterali ai minimi storici rendono sempre più profondo. L’Ucraina stessa compare con 4 nuovi casi, 9 pendenti e 15 trattati nella Convenzione del 1980: i movimenti di famiglie generati da oltre quattro anni di conflitto. Il Marocco è il caso più intricato, e svela un evidente paradosso bilaterale. Sotto la Convenzione del 1980, appare solo dal lato attivo: 4 nuovi casi nel 2025 tutti richiesti dall’Italia, 8 fascicoli pendenti tutti attivi, 9 trattati tutti attivi. Zero casi passivi. Sotto la Convenzione dell’Aja del 1996 sulla responsabilità genitoriale, il quadro si capovolge. Il Marocco diventa il paese numericamente dominante dell’intero documento: 54 nuovi casi, di cui 50 passivi; 111 casi trattati, di cui 98 passivi; 91 fascicoli pendenti a fine anno, di cui 81 passivi. La Svizzera, seconda nella stessa convenzione, conta 70 casi trattati e 41 pendenti, con una distribuzione più equilibrata. Nella stessa convenzione, l’Ucraina conta 39 fascicoli pendenti e 49 trattati nel corso del 2025. Rabat chiede e ottiene massicce tutele in Italia per i suoi minori sul piano della responsabilità genitoriale, ma il canale della restituzione si azzera completamente quando è l’Italia ad attivare la Convenzione del 1980 per chiedere il rimpatrio dei bambini portati nel paese nordafricano. L’asimmetria è il dato che i numeri trasmettono con chiarezza. Le convenzioni internazionali funzionano meglio quando i paesi coinvolti hanno interessi reciproci e simmetrici a rispettarle. Quando le relazioni sono squilibrate - diplomaticamente, culturalmente, demograficamente - l’arretrato cresce. Quasi duemila fascicoli pendenti ne sono la misura. Migranti. Il Governo prepara un piano anti-Ong di Luca Casarini L’Unità, 2 giugno 2026 Il nuovo “migration pact” dell’Unione Europea, quello fortemente voluto da Meloni perché oltre a limitare pesantemente il diritto di asilo, sdogana le pratiche di deportazione di esseri umani in campi di internamento appositamente costruiti in paesi extra UE sul modello albanese, entrerà in vigore tra pochi giorni. Ma non è che “i signori dei cancelli”, cancelli come quelli delle prigioni, delle celle, dei contemporanei campi di concentramento su base etnica - abbiano proprio la strada spianata, nemmeno sul piano istituzionale. Due avvenimenti non di poco conto danno nuova linfa alla lotta per la giustizia e contro le aberrazioni del diritto rappresentate dalle politiche nazionali e comunitarie in tema di migranti. Il primo, anche in ordine di importanza, è sicuramente l’inizio del processo El -Hisri alla Corte Penale Internazionale. Il compare di Almasri, catturato in Germania e presente fisicamente all’Aja, potrebbe essere rinviato a giudizio, aprendo finalmente la strada ad un processo storico. Sotto accusa infatti, rischiano di finire concretamente anche le trame oscure che caratterizzano, almeno dal 2017, i rapporti tra Italia e Libia. Il vergognoso e indicibile sodalizio stipulato con milizie criminali che spadroneggiano in Libia da dopo la guerra di “regime change” voluta dal condannato Sarkozy, più per le 143 tonnellate d’oro con cui Gheddafi voleva dare vita alla moneta panafricana che avrebbe scalzato il franco africano - la moneta con la quale i francesi hanno proseguito il colonialismo in Nordafrica con altri mezzi - che per i “diritti umani”, potrebbe finalmente essere disvelato con nomi e cognomi, circostanze, prove delle efferatezze che certo non si possono attribuire solo alle carogne umane che le hanno compiute sul campo. Anche i “padrini” di quel patto, blocco degli esseri umani in cambio di denaro e privilegi per i boss, rischiano di finire sotto la lente d’ingrandimento dei public prosecutors della Corte Penale internazionale. La decisione sul rinvio a giudizio o meno del torturatore libico arriverà a luglio. Il governo, o meglio la “task force” formata da funzionari e tecnici che, sotto gli ordini di Mantovano e Piantedosi, curano le analisi strategiche sulla Libia, e predispongono le mosse che poi le traballanti “istituzioni” libiche compiono, dall’istituzione della zona SAR ( la prima al mondo senza un Place of Safety) al finto e tardivo ordine di arresto per Almasri mentre si preparava la sua esfiltrazione dall’Italia, sta monitorando la situazione con preoccupazione. E’ chiaro che quel processo nel cuore dell’Europa, se ci sarà, diventerà l’epicentro di un terremoto politico e reputazionale per l’Italia e, di conseguenza, per la Von Der Layen, camerata di merende della Meloni in tema di politiche aggressive contro i diritti umani. Ma non solo: le vittime, migliaia e migliaia, che hanno patito sofferenze, torture, schiavitù, stupri in Libia a causa di un piano sistematico e preordinato che ha sempre avuto come obiettivo la creazione di una “cortina di ferro” da Tripoli a Bengasi, capace di impedire che profughi e richiedenti asilo potessero giungere sulle coste meridionali dell’Europa, le vittime, loro in prima persona, potrebbero ricevere un messaggio forte: si può avere giustizia. Anche dopo anni, anche se non sei importante o ricco, anche se devi denunciare potenti, ministri, governi, alti gradi, puoi avere giustizia. D’altronde questo è uno dei motivi principali che costringe i giudici della Corte Penale Internazionale, a vivere blindati: sono le “democrazie migliori del mondo” quelle che vorrebbero farli fuori, anche fisicamente, ma questa è una storia che ben conosciamo qui da noi: viene ripetuta ogni anniversario dell’uccisione di Falcone e Borsellino. Ma l’Aja non è l’unico pensiero per chi si occupa di “ragion di Stato”. Pochi giorni fa è stata recapitata al governo italiano dalla CEDU, Corte Europea per i Diritti Umani, la comunicazione dell’acquisizione formale di due ricorsi contro l’Italia presentati da due vittime del torturatore Almasri, che è stato fatto scappare dalla cattura proprio dal governo, con tanto di volo di Stato sul Falcon dei servizi. L’Italia è già stata deferita all’Assemblea degli Stati per il “lavoretto” di Almasri, che aveva come obiettivo non fare aprire il processo internazionale. Ma poi, siccome il Diavolo fa le pentole ma non i coperchi, è capitato El-Hisri. Di macellai ne bastava uno per poter aprire un processo. La “task force” ha dunque suggerito e preparato il ricorso alla Corte presentato dallo stesso Almasri: gli incontri tra il Generale Caravelli (AISE) e Al-Siddiq Ahmad al -Sour, Procuratore Generale di Tripoli, non devono essere stati solo l’occasione di assaggiare datteri e the alla menta: il suo ufficio si occupa della grana Almasri, ex capo della polizia giudiziaria libica, oltre che torturatore e stupratore di bambini. Il fulcro della strategia difensiva è quello sulla messa in discussione della “illegittimità per vizio di giurisdizione” dell’azione della Corte penale Internazionale. E’ anche la sostanza del ricorso presentato da Almasri contro il mandato di cattura internazionale per i suoi crimini. “Si tratta di fatti che riguardano la Libia, sono una questione nazionale, non internazionale” - gli hanno suggerito di dire. Alla CEDU invece, per ora, la questione è solo ai preliminari: la task force deve preoccuparsi di inviare una memoria che serva alla Corte per valutare se ci sono gli estremi per accettare il ricorso e mettere sotto accusa non i macellai, ma i padroni della macelleria. Grandi preoccupazioni dunque, a fianco degli indubbi successi: Meloni gioisce per aver contribuito in maniera determinante alla proliferazione nel Mediterraneo di nuovi campi di internamento che non si vedevano dall’epoca coloniale, ma deve buttare un occhio a questo fastidioso diritto internazionale che disturba la campagna d’Africa. Piantedosi gongola per il calo degli sbarchi di donne, uomini e bambini. Il quaranta per cento in meno. Non dice nulla sul conseguente aumento del 155% dei morti in mare, e dunque non si può dire se gongola anche per questo. Ma di contro tutta questa gioia governativa per così tante conquiste di civiltà, dalla distruzione del diritto di asilo alla neutralizzazione delle Convenzioni di Amburgo e di Ginevra, ci sono anche i fallimenti, che cominciano ad arrivare a raffica, degli strumenti amministrativi di punizione usati contro chi soccorre vite in mare. Il Decreto Piantedosi sta per essere seppellito da decine di sentenze che riconoscono ogni volta la sua totale pretestuosità e illegittimità. Non manca molto che i fermi arbitrari ed illegali operati dal governo contro navi di soccorso, si tramutino anche in ricorsi per danni morali e materiali, così che sarebbe finalmente lo Stato, grazie a Piantedosi, a sovvenzionare economicamente il soccorso civile in mare. Cosa peggiore per il Viminale non ci sarebbe. E poi nel mentre c’è il processo per la strage di Cutro, che prima o poi, udienza dopo udienza, tornerà a far parlare di sé. Gli imputati sono ufficiali della Guardia Costiera e della Guardia di Finanza, non esattamente un bel vedere per “la legalità che rappresentano le istituzioni” come ebbe a dire quel grandissimo legalitario del ministro Salvini, mentre i cadaveri di una delle peggiori omissioni di soccorso della storia, venivano restituiti dal mare sulla spiaggia. La “task force” strategica però è al lavoro, in cerca di nuove strategie per impedire che le navi di soccorso possano operare per salvare più vite che possono. Da un lato verrà presto varato un nuovo decreto sicurezza - ma un governo che fa decine di decreti sicurezza, quanta insicurezza trasmette? - quello del “blocco navale”. Il tentativo è quello di capitalizzare il migration pact europeo, per dotarsi di nuovi strumenti di rappresaglia ed impedimento del soccorso civile in mare. Con questi nuovi poteri, il governo potrà “chiudere temporaneamente i confini” a quelle navi che, in ragione di allarmi quali terrorismo e pandemie, avessero a bordo naufraghi migranti. Ma da ambienti ben informati risulterebbe che gli esperti siano stati messi al lavoro anche su qualcosa di più audace: trovare il modo “legale” di far sequestrare le navi ong dalle milizie libiche in acque internazionali. Il piano allo studio, che coinvolgerebbe anche la Procura Generale Libica, prevede queste fasi: costruzione di fattispecie di reato create ad arte, attraverso la messa in scena delle cosiddette “runaway boat”, barche veloci che affiancano le navi di soccorso e “scaricano” alcune decine di persone migranti alla volta e poi ripartono tornando in Libia. La messa in scena serve a rappresentare la “contiguità” tra navi ong e trafficanti. La seconda fase è l’apertura, in seguito ai rapporti della cosiddetta “guardia costiera libica”, presso il tribunale di Tripoli, di un fascicolo riguardante la “continuazione del reato di tratta di esseri umani” posto in essere su suolo libico, in acque internazionali ad opera delle navi di soccorso. Per fare questo si tenterà, si dice, di richiamarsi alla direttiva Onu anti-trafficking del 2000 e successive. I rapporti della cosiddetta “guardia costiera libica” dopo ogni caso di messa in scena delle “runaway boat”, vengono inviati anche alla struttura Ncc del Viminale, e a Frontex. La polizia giudiziaria dei porti assegnati in Italia per lo sbarco successivo dei naufraghi li acquisisce e li sottopone al magistrato competente. Il quale potrebbe aprire subito, in Italia, un fascicolo per articolo 12 - favoreggiamento dell’immigrazione clandestina- contro il comandante della nave. Ma il punto “innovativo” non è questo, ma il lato libico: sulla base del perseguimento di un reato, iniziato su suolo nazionale libico e “continuato” in acque internazionali, il tentativo è quello di legittimare un intervento coercitivo con ordine impartito al comando delle navi, di dirigersi su Tripoli “per accertamenti giudiziari”. Al rifiuto del comandante della nave, che ha la responsabilità del suo equipaggio e dell’incolumità delle persone soccorse, la procedura allo studio è quella di regole d’ingaggio che prevedono anche l’uso di armi da fuoco in termini di “deterrenza”. È questa la parte più delicata del piano: l’addestramento del personale libico, che fa il doppio lavoro tra attività criminali delle milizie e “ufficiali” del governo libico, non da ancora il livello di sicurezza adeguato. Agli italiani non ai libici. Ma su questo, dice la fonte ben informata, stanno lavorando. Proprio un bel lavoro. Buona festa della Repubblica a tutti. Stati Uniti. Immigrati detenuti in un centro dell’ICE in sciopero della fame pressenza.com, 2 giugno 2026 A Newark, nel New Jersey, oggi ricorre l’undicesimo giorno da quando centinaia di immigrati incarcerati nel centro di detenzione dell’ICE di Delaney Hall hanno dato il via a uno sciopero della fame e a un boicottaggio del lavoro per chiedere il proprio immediato rilascio. Attivisti hanno continuato a radunarsi nei pressi della struttura domenica, dopo che la Polizia di Stato del New Jersey ha eretto una barricata lunga circa mezzo miglio attorno al perimetro di Delaney Hall. Giovedì, le famiglie degli immigrati detenuti hanno denunciato le ritorsioni dell’ICE contro gli scioperanti della fame, con gli attivisti che hanno riferito di aver ricevuto diverse chiamate da immigrati all’interno di Delaney Hall secondo cui le guardie avrebbero spruzzato spray al peperoncino e picchiato i detenuti. Secondo quanto riferito, almeno sei persone sono state arrestate nella tarda serata di mercoledì mentre attivisti e familiari dei detenuti formavano una barricata fuori da Delaney Hall, nonostante i ripetuti tentativi da parte dell’ICE e delle forze dell’ordine di disperdere violentemente le manifestazioni. Il centro di detenzione di Delaney Hall è gestito dalla società carceraria a scopo di lucro GEO Group. Gli attivisti hanno denunciato il governatore del New Jersey Mikie Sherrill per aver schierato la polizia di Stato contro i manifestanti, con alcuni agenti in tenuta antisommossa. Il sindaco di Newark, Ras Baraka, ha imposto un coprifuoco notturno intorno a Delaney Hall fino a nuovo avviso. Sono stati segnalati altri arresti domenica sera, poiché alcuni manifestanti hanno sfidato il coprifuoco. La mossa di Baraka è arrivata dopo un altro fine settimana di scontri tra manifestanti e forze dell’ordine. Il governatore del New Jersey Sherrill ha dichiarato che le visite dei familiari a Delaney Hall sono state parzialmente ripristinate domenica, dopo che il Dipartimento della Sicurezza Interna le aveva sospese, citando le proteste. Molti attivisti e parenti dei detenuti hanno affermato che è stato loro negato l’ingresso alla struttura dopo aver atteso per ore. “Mio zio sta morendo di fame lì dentro. Gli sono caduti i molari. C’è il caos lì dentro. È un inferno. … È proprio come Auschwitz. È la storia che si ripete. Mio zio si trova in una delle unità di detenzione in sciopero della fame. È lì per sostenere questa causa, ma si sente molto debole e ho la sensazione che stia morendo lì dentro. … Si trova nell’unità di detenzione dove le guardie hanno picchiato e aggredito i detenuti” ha dichiarato Karen Merino, il cui zio Gabriel Merino è detenuto al Delaney Hall dall’agosto dello scorso anno. Gabriel ha vissuto negli Stati Uniti per gran parte della sua vita dopo essere emigrato da Oaxaca, in Messico, da adolescente.