L’estate infernale delle carceri e il grande bluff delle riforme balneari di Valentina Stella Il Dubbio, 29 giugno 2026 Ogni anno, in questo periodo, l’attenzione sulla detenzione si alza. Arriva l’estate, le celle sono infernali, i detenuti maggiormente mal sopportano una carcerazione inumana e degradante. Gli ultimi dati del ministero della Giustizia, al 15 giugno, contano 64.850 detenuti per 46.337 posti davvero disponibili. Il sovraffollamento è in media del 140 per cento, con carceri che sfiorano il 280 per cento come a Lucca. Per dare una speranza, che poi puntualmente si rivela falsa, il governo annuncia costantemente riforme che andrebbero ad incidere sull’esecuzione penale. Nel 2024 con il ddl Nordio si promettevano miglioramenti grazie ad una semplificazione e velocizzazione delle procedure per l’accesso alla liberazione anticipata ordinaria. Poi quella previsione fu bocciata dalla Corte costituzionale. Nel 2025 fu la volta della task force istituita al ministero della Giustizia, sotto la guida dell’ex capo di Gabinetto del Ministro Nordio, Giusi Bartolozzi, che avrebbe dovuto, grazie ad un coordinamento continuo con la magistratura di sorveglianza, prevedere misure alternative alla pena in carcere per diecimila detenuti. Si è rivelata il solito flop, come testimoniato dagli stessi giudici di sorveglianza. Per qualche settimana poi tutti gli occhi furono puntati sull’apertura del presidente del Senato Ignazio La Russa alla liberazione anticipata speciale ma la sua moral suasion andò a sbattere contro i delmastriani e i leghisti. Quest’anno invece, con una conferenza in pompa magna convocata a fine maggio a Via Arenula, il Guardasigilli e i suoi vice hanno lanciato due iniziative: il “Regolamento recante le disposizioni in materia di strutture residenziali per l’accoglienza e il reinserimento sociale dei detenuti”. Insieme alle strutture per i tossicodipendenti era stato annunciato da Via Arenula come “una bella botta” al sovraffollamento ma non sarà affatto così. La platea ipotetica che potrebbe usufruire del beneficio è tra i 2500 e i 3000 detenuti, in particolare coloro i quali possiedono i requisiti per l’accesso alle misure penali di comunità, con una pena o residuo inferiore a 4 anni, ma che non hanno appunto un domicilio. Le tempistiche? Ancora indefinite. Forse i primi effetti si vedranno all’inizio del prossimo anno. Il 30 maggio poi è scaduto il primo termine per gli enti pubblici, locali, terzo settore per presentare domanda al ministero della Giustizia al fine di essere inseriti negli elenchi delle strutture dove accogliere i detenuti. Tuttavia abbiamo chiesto a Via Arenula quante realtà abbiano fatto domanda ma il dato per ora non può essere reso noto. Durante quell’incontro con i giornalisti il ministro Nordio disse poi che nelle settimane successive a Palazzo Chigi sarebbe stato annunciato “un altro progetto”, “una rivoluzione copernicana” che avrebbe riguardato le strutture esterne per i detenuti tossicodipendenti e gli alcoldipendenti, con un potenziale sfoltimento di 10mila ristretti. Si trattava semplicemente del ddl “Disposizioni in materia di detenzione domiciliare per il recupero dei detenuti tossicodipendenti o alcoldipendenti” approvato in Senato a inizio giugno e ora in discussione nella Commissione giustizia della Camera. Anche per questo provvedimento non si conoscono i tempi di attuazione concreta. “Spero che nel giro di qualche settimana si possa arrivare alla legge approvata”, ha dichiarato martedì il sottosegretario Alfredo Mantovano. E intanto, come emerso la scorsa settimana durante la presentazione della diciassettesima edizione del Libro Bianco sulle droghe, dal titolo “E non sono pazzi”, su iniziativa del deputato di +Europa Riccardo Magi, nel 2025 sono state 17.308, pari al 41,2%, le persone tossicodipendenti entrate in carcere. Al 31 dicembre erano presenti negli istituti penitenziari italiani 20.767 detenuti certificati tossicodipendenti, pari al 32,7% del totale. Per il terzo anno consecutivo viene raggiunto un nuovo massimo: dal 2006 non erano mai stati così numerosi. Nordio continua a dire che “sono più malati da curare che detenuti da punire” ma intanto stanno ancora dietro le sbarre. E guai poi a parlare di misure clemenziali o di deflazione orizzontale come la liberazione anticipata speciale. Per Nordio sono “una resa dello Stato”. Eppure, prima di diventare ministro, era d’accordo sia con l’amnistia che con l’indulto, come detto ai microfoni di Radio Radicale. Altra speranza vanificata è stata quella relativa alla riduzione della custodia cautelare. Durante i question time, rispondendo alle sollecitazioni di Forza Italia, in particolare del deputato Calderone che puntava ad escludere il rischio di reiterazione del reato dalle esigenze cautelari, il Guardasigilli aveva sempre sostenuto che ci stava lavorando la Commissione Mura ma i risultati di quella Commissione sono coperti da segreto e non saranno mai realizzati. Per raggiungere questo obiettivo il ministro punta al gip collegiale ma al momento è congelato fino a febbraio. Nel frattempo non sono stati ancora completati i trasferimenti dei detenuti del carcere fiorentino di Sollicciano, dove sette sezioni sono state sequestrate dal gip su richiesta della procura. Impossibile ottenere notizie ufficiali, ma da quanto appreso i trasferimenti dei circa 200 reclusi avverranno a tappe e tra le destinazioni ci sono le carceri di Livorno e Alba. Più di 64mila detenuti per 46mila posti: benvenuti all’inferno... di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 29 giugno 2026 Ogni estate il ministero della Salute manda i suoi bollettini sul caldo. Codici colorati, città a rischio, l’invito a non uscire nelle ore centrali, a bere spesso, a tenere d’occhio gli anziani e chi soffre di patologie. Raccomandazioni sensate, che ogni anno servono di più, perché ogni anno fa più caldo. Chi vive libero ha almeno la possibilità di seguirle. Per le oltre sessantaquattromila persone chiuse nelle carceri italiane quelle parole non hanno quasi alcun senso pratico. La domanda non è nuova. La poneva già nell’agosto di diversi anni fa Roberto Cavalieri, allora garante dei detenuti del Comune di Parma, dopo che l’azienda sanitaria aveva verificato le sezioni di alta sicurezza del carcere: più di cinquanta detenuti sopra i sessantacinque anni, almeno centosessanta cardiopatici, trentaquattro gradi in un cortile per i passeggi in una giornata neppure tra le più calde. “Ovunque leggiamo dell’emergenza caldo nelle città e di tutte le misure per salvaguardare la salute degli anziani. Perché quelle stesse raccomandazioni non valgono per gli anziani in carcere?”, chiedeva. Aveva proposto una cosa semplice e a costo zero: spostare le due ore d’aria del primo pomeriggio, quelle tra le tredici e le quindici, fuori dalle ore di punta del sole. Dieci anni dopo non solo non è cambiato nulla, ma è tutto peggiorato. Gli ultimi dati del ministero della Giustizia, al 15 giugno, contano 64.850 detenuti per 46.337 posti davvero disponibili. Più di tredicimilacinquecento persone oltre la capienza regolamentare, oltre diciottomila se si guardano solo i posti agibili. Il sovraffollamento reale sfiora il 140 per cento. Settantacinque istituti viaggiano oltre il 150, dieci superano il 200. A Lucca si arriva al 243, a Foggia al 225, a San Vittore al 220. Solo venticinque carceri su 189 restano sotto la capienza. E secondo l’ultimo rapporto di Antigone più di sei detenuti su dieci passano quasi tutta la giornata chiusi in cella. È lì dentro che il caldo non è un semplice fastidio, ma una tortura. Le carceri italiane non sono fatte per il caldo. Non si sta “al fresco”. Centocinquantadue dei circa 190 istituti sono stati costruiti nel Novecento, senza criteri di coibentazione. Il sole batte sui muri sottili, l’aria dalle finestre è poca, fermata da sbarre, reti e schermature, e di notte, chiusa la porta blindata, non passa più. Da quando, nel 2020, in molti istituti è tornato il regime a celle chiuse, anche uscire nei corridoi a cercare un po’ d’aria non è più scontato. In più della metà delle carceri visitate da Antigone ci sono ancora celle senza doccia, nonostante il regolamento del 2000 le imponga da vent’anni, e in molte manca l’acqua calda. Dove l’acqua scarseggia si bagna il pavimento o si lasciano i rubinetti aperti per raffreddare le bottiglie, e così si prosciugano serbatoi già fragili. Sullo sfondo c’è il conto dei morti. Dall’inizio del 2026 i detenuti che si sono tolti la vita sono ventotto. A questi si aggiungono settantacinque morti per altre cause: centotre decessi in meno di sei mesi, secondo il dossier “Morire di carcere” di Ristretti Orizzonti. Nel 2025 i suicidi erano stati ottantadue, il numero più alto da quando esiste quella rilevazione, e i decessi complessivi 254, mai così tanti dal 1992. A luglio si fermano la scuola e gran parte del volontariato, e chi è dentro resta ancora più solo. Non è un caso: guardando i dati di Ristretti dal 2002 a oggi, luglio è storicamente il mese dei suicidi. L’estate, dietro le sbarre, non è una pausa. Ventilatori a batteria e frigoriferi che spariscono - Il sollievo, quando arriva, è quasi sempre privato. I ventilatori non sono sempre in dotazione. Dove ci sono, sono ammessi solo alcuni modelli per ragioni di sicurezza, in numero ridotto per cella. A San Vittore se ne può comprare uno a trenta euro, mai più di due per cella, anche dove dormono in otto. Ai piani alti si sono misurati trentasette gradi. A Brescia, nel carcere di Canton Mombello, dove trecentosettantaquattro detenuti stanno in uno spazio pensato per centottantadue e in qualche cella si arriva a quindici persone, i ventilatori sono finiti tra i prodotti dello spesino a ventitré euro l’uno. Sono apparecchi a batteria, meno potenti di quelli a presa, e non sempre alla portata di chi è dentro. In molti casi arrivano grazie alle donazioni dei garanti, alle associazioni, agli avvocati. Poi c’è la storia dei frigoriferi, che da sola racconta come funziona il sistema. Il 31 marzo una nota del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, in vista dell’estate, suggeriva di aumentare i frigoriferi nelle sezioni, anche per evitare che si raffreddassero le bottiglie sotto il rubinetto aperto. Tre settimane dopo, due note firmate dal capo del dipartimento andavano nel senso opposto: i frigoriferi grandi fuori dalle celle e dai corridoi, da spostare in “stanze all’uopo adibite”, difficili da trovare in un sistema che scoppia. Il garante campano Samuele Ciambriello ha definito la decisione “incomprensibile e pericolosa” e ha chiesto al ministro di ritirarla. Il ministero ha replicato che la stretta riguarda solo i grandi elettrodomestici, non i piccoli pozzetti frigo, e che ne sono stati comprati mille insieme a nuovi ventilatori. Le misure semplici e quasi gratuite il dipartimento le aveva già indicate nel 2017, con una circolare poi rimasta quasi tutta sulla carta: punti idrici a getto e nebulizzatori nei cortili, aree d’ombra, acqua in bottiglia e taniche di riserva dove manca, menù pensati per l’estate, finestre aperte di notte per far passare un filo d’aria. A Sollicciano, dove i posti regolamentari sono poco più di cinquecento e i detenuti oltre seicentoquaranta, e le docce in cella restano una minoranza, il tribunale di Firenze ha sequestrato sette sezioni. Il ministro ha parlato di possibile chiusura entro fine anno. Nel frattempo i detenuti sono stati trasferiti altrove, e ciò significa ingolfare altre carceri. Intanto il caldo è arrivato, come sempre, ma più feroce di prima. E come sempre chi è chiuso in cella lo affronta da solo, con quel poco che riesce a procurarsi, con qualche ingegno. Ma è un insostenibile fardello. Non è un carcere per (sole) donne. Ma nelle celle ci spediamo ancora i bambini di Francesca Spasiano Il Dubbio, 29 giugno 2026 Dell’intera popolazione penitenziaria che si trova attualmente in carcere solo una piccola parte è composta da donne. Di queste solo una piccola parte si trova in istituti pensati per donne. E di tutte le donne recluse solo una piccola parte sono madri con figli al seguito. Ma non è una buona notizia. Per due ragioni: l’ultimo dato dovrebbe sparire, invece cresce. E gli stessi numeri annunciano un fatto: più sono piccoli più le cose si complicano, per chi sta in cella. Come conferma l’unica fotografia che abbiamo a disposizione: un rapporto di Antigone fermo a tre anni fa, che definisce la detenzione femminile come una “minoranza penitenziaria” dimenticata tra le cifre spaventose delle carceri italiane. I dati nuovi li ha il ministero della Giustizia, nell’ultimo aggiornamento di maggio: le donne detenute negli istituti penitenziari italiani sono 2.881 su un totale di 64.741 detenuti (su 51.269 posti disponibili), cioè meno del cinque per cento del totale. Una grossa parte si trova nel carcere femminile di Rebibbia, uno dei tre istituti di pena del territorio italiano interamente dedicati alle donne. Gli altri due sono a Trani e Venezia. Pozzuoli ha chiuso i cancelli nel 2024 per l’intensificarsi dello sciame sismico nell’area flegrea. E per il resto le detenute sono sparpagliate dentro le sezioni loro dedicate nelle carceri maschili. Che sono istituti pensati a misura di uomo dal punto di vista sociale e architettonico. “Il sistema penale investe la maggior parte delle risorse sul controllo della devianza maschile e sul mantenimento dell’ordine, relegando il sistema detentivo femminile a una spesa residuale. In altre parole le donne hanno spazi più piccoli, minore possibilità di risposta ai bisogni specifici, meno strutture e quindi meno possibilità di scontare la pena vicino al territorio in cui si hanno reti familiari e sociali”, spiegava Antigone nel 2023. E le cose non sembrano cambiate: per le donne la pena è doppia perché non esistono più di quanto non esistano gli altri detenuti ammassati nelle nostre celle con un sovraffollamento che sfiora la soglia del 140 per cento. Al Dubbio lo hanno raccontato le ragazze recluse nella sezione femminile del carcere di Bologna, dove abbiamo provato ad accendere i fari dell’8 marzo. Le voci che abbiamo raccolto stanno al di qua del muro che le separa dai detenuti, nel campo piccolo dell’ora d’aria che non può competere con quello dei maschi. Pure i diritti sono in miniatura, a partire dal lavoro e dall’istruzione. Che scarseggiano perché è complicato attivare corsi e laboratori specifici per pochi, dal momento che il regolamento penitenziario nega l’accesso alle strutture comuni per evitare la promiscuità. Qualcosa di più si riesce a fare nell’istituto femminile della Giudecca a Venezia, che si contraddistingue per le attività volte alla rieducazione e al reinserimento sociale attraverso i laboratori di cosmetica, cucina e sartoria disponibili in carcere. Qui le detenute lavorano all’orto nell’azienda agricola interna all’istituto, imparando mestieri che potranno essere loro utili una volta uscite. In generale l’offerta scolastica, secondo i dati raccolti da Antigone, si interrompe nei gradi inferiori di istruzione e decresce man mano che si procede verso i gradi più alti. Ma “non c’è motivo di supporre che le donne siano meno interessate ai corsi di istruzione di secondo livello. La verità è che questi, negli istituti più piccoli, generalmente non esistono, spesso con la giustificazione che non ci sono abbastanza donne interessate alla loro attivazione”. Un capitolo a parte riguarda il sostegno psicologico e l’accesso alle cure, che per le donne significa anche poter ricevere attenzione rispetto alla propria salute ginecologica, con la possibilità di effettuare degli esami di screening periodici. Tutte criticità che affliggono il mondo penitenziario in generale, e che andrebbero affrontate anche attraverso una prospettiva di genere. Il nodo riguarda la mancanza di una regolamentazione della detenzione femminile: l’ultima norma risale al 2015, la legge Gonnella. Dopo la quale c’è stato un regolamento di esecuzione che si limita a dare istruzioni su questioni molto pratiche come l’igiene personale e il vestiario, con indicazioni che poi vengono applicate in ciascun carcere con regolamenti propri. Si tratta di poter avere con sé in cella oggetti personali, simboli della propria affettività, creme depilatorie, smalti, deodoranti, assorbenti. Tutto ciò che non rientra nel vitto e che le detenute non possono permettersi di acquistare allo spaccio. I bimbi dietro le sbarre - Da molto tempo in Italia la politica ripete “mai più bimbi in carcere”. E poi succede il contrario. Soprattutto nell’ultimo periodo, in cui si registra un balzo in avanti. Secondo gli ultimi dati del Ministero, infatti, ad oggi ci sono 25 madri in carcere con 30 figli al seguito. Alla fine del 2024 i bambini erano 10, a metà del 2025 sono saliti a 19. E già lo scorso marzo sono diventati 26, più del doppio rispetto al numero registrato nello stesso periodo lo scorso anno (11), come segnala Antigone nel suo ultimo rapporto pubblicato a maggio. Che cosa è cambiato? Le norme, con l’arrivo del Decreto Sicurezza nel 2025. Che ha trasformato il differimento della pena per le donne incinte o con figli neonati fino a un anno di età da obbligatorio a facoltativo. Con la nuova legge la decisione è in capo al magistrato di sorveglianza, chiamato a valutare caso per caso il rischio di recidiva. Se il rinvio non viene concesso, madre e figlio devono andare in un Istituto a custodia attenuata (Icam). Strutture più morbide, in teoria, ma pur sempre luoghi chiusi in cui si recinta l’infanzia. In Italia ce ne sono solo quattro: a Torino, Milano, Venezia e Lauro, in provincia di Avellino. L’ultimo, che fino a poco tempo fa risultava inattivo, ora ospita da solo il 40 per cento delle madri detenute, 10 su 25. A Torino-Le Vallette ci sono 5 madri e 5 figli, altre 4 donne con 5 bimbi sono a Milano nell’istituto di San Vittore. Mentre le scelte più adatte alla crescita dei piccoli, come le case famiglia o la detenzione domiciliare, restano una chimera. Ad aggravare la situazione, come si è detto, la stretta sbandierata a suon di slogan e cartelloni contro “le mamme rom”, che secondo la narrazione leghista userebbero la gravidanza per non andare in carcere. Per fargli la guerra, la legge fa un passo in più: per la prima volta introduce la possibilità di separare la madre dal figlio per motivi disciplinari. Con un effetto drammatico: la donna può essere trasferita in un carcere ordinario da sola, e il bambino affidato ai servizi sociali. “Rompete il silenzio: ora voce a noi detenuti” di Simona Musco Il Dubbio, 29 giugno 2026 “Il carcere è un buco nero. Ci vogliono zitti e buoni”. È il 23 aprile 2025. Sala “Meta” del Nuovo Complesso di Rebibbia. Seduta in una sorta di mezzaluna insieme ad altri giornalisti, ascolto la voce che rimbomba tra le pareti bianche a mattoncini e le alte finestre sbarrate sulla destra. Il microfono è in mano a un politico, ma il palcoscenico non è quello a cui è rimasto abituato per anni. Quella voce appartiene a Gianni Alemanno, ex sindaco di Roma. Da qualche giorno di nuovo in libertà. Il lungo corridoio che conduce alla sala Meta è spezzato da una serie di cancelli blu. A sinistra si può intravedere un campo da gioco, simulacro di un mondo che per un po’ rimarrà fuori. Alemanno, magro, in giacca azzurra acetata, spiega ai giornalisti seduti alla sua sinistra com’è la vita in carcere: un buco nero, appunto, dove finiscono non solo le persone, ma anche le parole - prima abbondanti durante il lungo percorso delle indagini e dei processi, poi improvvisamente mute. Perché di carcere si parla poco. È un tema “stagionale” - se ne discute a Natale, a Pasqua e durante l’estate, quando ci sono meno notizie o quando certi argomenti sono più adeguati - dice un altro detenuto, uno dei partecipanti al laboratorio di giornalismo che ogni mercoledì Stefano Liburdi, giornalista de Il Tempo, conduce con un gruppo di loro. Il faccia a faccia tra detenuti e giornalisti è un’idea del Cnel, in collaborazione con l’Università di Roma Tor Vergata, che ha attivato il progetto “Università in Carcere”. “Ma sa cosa scrivono i giornali quando parlano di carcere?”, chiede mentre ci riaccompagna all’uscita una delle responsabili del progetto. “Del personaggio famoso che si è iscritto. Niente numeri, niente significati. Solo quello”. Gossip, perfino quando si parla di vite messe tra parentesi in un carcere. Molti dei presenti nella sala Meta sono studenti della facoltà di Scienze della Comunicazione. L’idea è quella di riportare la parola dentro il carcere, aprire una finestra tra il dentro e il fuori. O meglio costruire un “ponte”, la parola più pronunciata della giornata, tra chi la società vuole tenere nascosto e chi, fuori, non vuole vedere. Ogni detenuto è una storia, e ogni storia richiede tempo: l’unico antidoto contro un racconto che toglie dignità ai detenuti e agli indagati. “È un mondo che merita di essere raccontato”, insiste Alemanno. Chiede un intervento sul regolamento del Dap - “risale al 1975”, fa notare uno degli studenti del laboratorio - per scrivere nuove regole che permettano di raccontare davvero il carcere. E toglierlo dal cono d’ombra. Nella saletta, seduti a coppie alle scrivanie color legno, i detenuti del braccio G8 ascoltano con attenzione. Alcuni hanno l’aria accigliata. “Quando qualcuno muore in carcere scrivete una riga e poi ve ne dimenticate”, dice un uomo, liberandosi finalmente di un peso. Sembra diffidare dei presenti, che possono solo annuire. “Quella che vedete qui è una sezione che sembra un Grand Hotel a confronto di altre”, spiega ancora l’ex sindaco. “Ma questa stanza non rappresenta l’intero carcere. Basterebbe fare due rampe di scale per vedere le celle: rimarreste scioccati. Dove una volta ci si stava in quattro ora ci stanno sei persone”. E non è nemmeno il peggio. “Qualche giorno fa dovevo fare una visita - spiega -. Mi sono preparato, ma poi la scorta non è arrivata. Il mio era un controllo da niente, ma pensate a quanta gente malata succede. Quello delle scorte è un problema serio”. Un detenuto in maglia verde e occhiali prende la parola: “Io ci tengo all’ambiente, penso che tutti vorremmo uscire da qui e respirare aria pulita”, racconta. “Vedo in tv il governo celebrare la giornata dell’ambiente, poi mi giro e mi ricordo che qui dentro l’acqua deve scorrere tutto il giorno per sostituire il frigorifero. Ma se ci facessero lavorare, magari, potremmo fare una colletta e comprarli”. Un concetto semplice ma che racchiude dentro mille significati. Un altro detenuto ha conseguito una laurea in Giurisprudenza. Stava per prenderne una seconda, ma a quattro esami dalla fine il magistrato di sorveglianza gli ha negato il permesso premio: il suo fine, a detta del giudice, non era “rieducativo, ma edonistico”. E ci ha rinunciato. “Ecco come viene intesa la cultura in carcere”, osserva. Eppure, dice, è proprio la cultura ciò che serve per costruire quel ponte: per riabilitare, per ricominciare, per dare attuazione all’articolo 27 della Costituzione. Un articolo che qualcuno, aggiunge un altro uomo, vorrebbe stracciare. “C’è chi pensa che il sovraffollamento si risolva costruendo nuove carceri. Ma perché nessuno spiega a questi politici che mentre loro progettano nuove strutture, per le quali ci vogliono anni, il numero dei detenuti aumenta di 450 unità al mese? Quando avranno finito, sarà ancora troppo tardi”, sottolinea. Un altro, in carcere da oltre tre anni e mezzo e ormai prossimo alla fine della pena, ricorda che la gru per il reparto G10 è lì dal giorno del suo ingresso, senza che sia mai stato posato un solo mattone. “Il tasso di affollamento in Italia è in media del 140%, il più alto in Europa”, denuncia. Un dato che, secondo lui, rende vana qualsiasi riforma. “Ci sono norme e norme, ma poi ogni giudice di sorveglianza le applica come vuole. Qui c’è gente di 83, 87 anni. Ma che ci deve fare una persona a quest’età in carcere? Qualunque cosa abbia fatto, a cosa serve?”, si inalbera. “Si potrebbero scarcerare 15mila persone. Persone malate. Ma non lo fanno. Raccontatele queste cose, fate ascoltare la nostra voce. Rompete questo silenzio”, incalza. Poi c’è chi racconta la propria storia. Storie note, che hanno infiammato la cronaca giudiziaria italiana. Tanto, forse troppo, fino a influenzare la giustizia. La cronaca giudiziaria resta fuori dalla sala Meta, ma le ferite dei media sono tutte lì. Un giovane detenuto, in dolcevita bianco e pantalone cammello, scandisce piano le sue parole: “Sapete quanto hanno influito i media sulla mia condanna?”. Nessuno ha una risposta vera. Si professa innocente. Ribalta la versione ufficiale - che non possiamo riportare per motivi di identificabilità - e la racconta da un punto di vista ignorato, vero o falso che sia. Ma il punto è un altro: “I giornali hanno scavato nella mia vita e in quella della mia famiglia. Ma loro non c’entrano nulla con me. Perché nessuno ha voluto parlare col mio avvocato? Perché nessuno gli ha chiesto la nostra versione dei fatti? Perché nessuno viene qui a intervistarmi per sapere cosa ho da dire? Leggete le mie carte, parlate col mio avvocato”. Silenzio in sala. Poi il brusio: non si parla dei casi personali. Ma non era quello il punto. Il punto era mostrare il potere della parola: che può creare, guarire, ma anche distruggere. “Sarei disposto a fare l’ergastolo se potessi far sparire da internet tutte le falsità dette su di me, affinché mio figlio non le legga mai”, conclude. L’incontro è finito, tocca andare via. Bisogna ripercorrere al contrario lo stesso corridoio, lo stesso campo fuori dalle finestre, lo stesso blu. In attesa, tra un angolo e l’altro, si scorgono bambine aggrappate alle mani delle madri, che cercano informazioni o attendono il turno per i colloqui con i loro compagni, mariti, coi padri dei loro figli, chiamati a gran voce non appena la delegazione di giornalisti si avvia verso l’uscita. “Aria!”, urla un piantone. Fuori il sole brucia. Sotto una cycas, un gatto nero dorme tranquillo, indifferente alla linea invisibile che separa il dentro dal fuori. Cronaca dall’inferno carcere: 100 giorni tra caldo afoso e umiliazioni di Domenico Forgione Il Dubbio, 29 giugno 2026 Arriviamo a Reggio Calabria che sono passate le 6, quasi tre ore dopo l’inizio dell’incubo. In una stanza mi prendono le impronte digitali, misurano l’altezza, scattano le foto segnaletiche. In tarda mattinata scendo la scalinata della Questura, accompagnato da due poliziotti che mi raccomandano di tenere le manette nascoste sotto le maniche del giaccone. Dal lato opposto della strada ho puntati contro i teleobiettivi del plotone d’esecuzione. Partiamo a sirene spiegate, che vengono spente quando imbocchiamo l’autostrada. Lo show è finito. Al carcere di Palmi la prima tappa è nell’ufficio matricola, a seguire visita medica e ispezione corporale. Mi spoglio davanti a due agenti che mi fanno accovacciare: una manovra che consente di accertare che non nasconda qualcosa nell’ano. Nudo e ubbidiente agli ordini, realizzo che da adesso in poi la mia volontà non conterà niente. È scivolata tra le dita di lattice che tastano il mio corpo. Vengo infine accompagnato nella cella e per la prima volta odo il tonfo metallico degli scatti che chiudono il pesante cancello alle mie spalle. Tre detenuti stanno cenando: c’è un buon profumo di sugo con la nduja ma non ho fame, nonostante sia digiuno da un giorno. Assaggio comunque qualche forchettata di fusilli. Luigi e Francesco mi preparano il letto, secondo una prassi consolidata per i “nuovi giunti”. Luigi è abilissimo nel sistemare delle palline di carta ai quattro angoli del coprimaterasso, che arrotola e tira in modo da renderlo il più aderente possibile al materasso già spolverato con abbondante borotalco, insieme al cuscino. Nella cella si diffonde un profumo di infanzia fuori luogo. Lenzuolo e coperta vengono quindi annodati sotto il materasso, con una tecnica efficace. Nella prima settimana farò soltanto acquisti “personali”. Sono esentato dalla spesa relativa alla gestione comune della cella: generi alimentari, detersivi e “cose di casa”. Sono inoltre dispensato dal fare pulizie. Dovrò soltanto stare attento e imparare le dinamiche e le regole della convivenza. Una vera e propria formazione sul campo. Alle 21.00 viene chiusa la porta blindata e si spegne la luce. Sono fisicamente distrutto e mi addormento quasi subito. Mi sveglio verso le due e poi ancora altre volte, anche a causa della “conta” dell’agente che apre lo spioncino e con una torcia illumina i volti dei detenuti in piena notte. La mattina dopo scopro il rituale della “battitura”, che viene ripetuta alle 13.00, tutti i giorni: un paio di colpi di manganello alle sbarre delle finestre, con i quali una guardia ne verifica l’integrità. Non abbiamo il frigorifero. Al suo posto, un frigo termico di quelli che si portano in spiaggia. Per mantenere fresche le poche cose che ci stanno dentro, abbiamo a disposizione dei “siberini”, che vengono sostituiti quotidianamente. Il contenitore è troppo piccolo per conservarvi anche qualche bottiglia, per cui beviamo acqua calda, bollente a mano a mano che si avvicina l’estate. Non abbiamo neanche i congelatori “comuni”: quando arriva il pacco da casa si divide il contenuto con altri detenuti, in modo da consumare gli alimenti prima che vadano in malora. Per i detenuti, la domenica è il giorno più lungo e triste della settimana. Non c’è la consegna della posta, il gancio con l’esterno che fa sentire vivo anche chi si trova sepolto in carcere. Non è inoltre prevista la saletta, il luogo delle sfide a briscola, scopone, burraco e ping-pong. Si esce dalla cella soltanto per le ore d’aria nel cortile: al rientro pomeridiano, poco prima delle 16.00, è già tempo di darsi la buonanotte. È però anche il giorno dedicato alla preparazione di torte o della pizza. Il “forno” consiste in una padella sulla quale va appoggiata la “campana” (una pentola bucherellata come quella per le caldarroste), che viene posto sul fornellino da campeggio, mentre i bruciatori di due fornellini ai quali è stato smontato il piatto vengono inseriti in due fessure, ai lati della campana. Accendere i fornellini laterali, regolare la fiamma e capovolgere la campana è una manovra delicata, da eseguire velocemente e che necessita di un elevato livello di manualità. Per un giorno, nel reparto si respira odore di dolci e di festa, o la spensieratezza di una serata in pizzeria. Per quattro mesi è questa la mia routine, prima del trasferimento di fine giugno, sotto un sole cocente. Il furgone è una fornace. Si sta molto scomodi, stretti tra lo schienale in plastica e le sbarre che separano i due vani. I bocchettoni dell’aria climatizzata, dietro, sono chiusi. Io e il mio compagno di viaggio teniamo le ginocchia appoggiate alle sbarre che chiudono uno spazio di neanche un metro quadrato. Il peso delle manette ai polsi crea solchi sulla pelle e, anche se tento di tenerle appoggiate sulle gambe, sento ugualmente molto dolore. Facciamo due soste in autogrill, giusto il tempo di andare in bagno. Un agente mi fa scendere tirandomi dalle manette, sotto lo sguardo dei curiosi. Per tutto il viaggio abbiamo a disposizione un panino e una bottiglietta d’acqua da mezzo litro. Quando arriviamo a Santa Maria Capua Vetere, sei ore dopo la partenza, ho sete. Tanta sete. La giornata è ancora lunga. Entriamo e usciamo da celle di sosta fatiscenti, luride e bollenti. Quella accanto all’ufficio matricola è disumana. L’impressione è che ci parcheggino qua per colpire la nostra dignità di uomini e per fiaccare il nostro spirito. L’aria è irrespirabile, sembra di inalare calce. Per non asfissiare stiamo incollati all’unica finestra con le sbarre, accanto ad un water lurido. Le mura sono scrostate e umide. Accostata ad una parete, una branda arrugginita con un materasso insozzato e coperto di polvere. Sotto un vecchio tavolino, il foglio di un rotolone di carta imbrattato di feci. Sulle mura ci sono incisi nomi, cuori, frasi oscene e un fallo lungo quasi quanto l’intera parete. Quando veniamo accompagnati nella cella sono le 18. Siamo sfibrati, affamati e assetati, frastornati. Eppure non è ancora finita. La cella dell’isolamento è “liscia” e sporchissima: due brande, un tavolino, due sgabelli, il televisore, un mini-frigorifero che guardo stupito. Non vedo un frigorifero da quattro mesi. Una guardia ci consegna una scopa, una bottiglia di candeggina, due stracci e due spugne. Iniziamo dalle bilancette, in modo da potere sistemare dentro ciò che abbiamo portato con noi e per liberare il pavimento dall’ingombro dei borsoni. Passiamo alle brande e agli infissi, che sono sudici. Quindi laviamo la cucina e il bagno. Nel water ci sono tracce di feci, ma non c’è lo spazzolino, né ci hanno fornito dei guanti. Tocca lavare a mani nude. Dopo avere ordinato i letti finalmente mangiamo qualcosa: un panino che un detenuto ci passa dalla cella accanto, con salame e pecorino. Ci mettiamo a letto, ma è impossibile dormire. La cella è invasa da zanzare che entrano dalle finestre, sotto le quali fa bella mostra una montagna di spazzatura affollatissima di gatti e gabbiani il cui verso accompagnerà costantemente le nostre ore. Mi guardo i polsi ancora doloranti. Le giornate sono torride e lunghissime, si suda anche a stare fermi. Fa troppo caldo per pensare di passeggiare sotto il sole. Preferisco farlo dentro la cella, cinque passi in avanti e cinque indietro. Nel cortile - una vasca in cemento dalle mura altissime - non c’è un angolo d’ombra. Molti detenuti ci vanno in ciabatte, pantaloncini e a torso nudo. Dentro le celle, invece, bagnano le magliette e le indossano, per cercare di ottenere un minimo di refrigerio. Terminata la quarantena, veniamo trasferiti nel reparto. La cella è vecchia, priva di doccia e di acqua calda, le pareti sono scrostate e di un colore cupo. Per lavarsi bisogna fare richiesta e utilizzare (tra le 8.30 e le 16.00) le docce comuni che si trovano nel corridoio. Durante il giorno più volte cerco di darmi una rinfrescata lavandomi “a pezzi” con l’acqua fredda, color ruggine, del lavandino e del bidet. Nonostante asciughi bene le orecchie, dentro resta sempre una patina simile alla creta. Non so fare il “canotto”, un rimedio curioso adottato dai detenuti per fare la doccia… senza doccia. Si taglia un sacco grande della spazzatura in modo da ricavarne un rettangolo, quindi si annodano i quattro angoli al collo di quattro bottiglie di plastica. Il detenuto vi entra dentro e si versa addosso un paio di bottiglie d’acqua, che resta all’interno del “canotto” senza bagnare eccessivamente il pavimento. Finita la doccia, gli angoli del canotto vengono afferrati con le mani e si procede al suo svuotamento nel water. Il caldo non aiuta chi già non gode di buona salute. Mi trovo nelle docce comuni quando un detenuto chiede aiuto urlando. Sta soccorrendo Antonio, un ragazzo di circa trent’anni che mi ha colpito per i molti tic del viso e del corpo, oltre che per quel “pam pam” che ripete mentre parla. Nel cortile, sta sempre seduto su un gradino, o in piedi, con le spalle appoggiate al muro. Tiene la testa tra le mani e ondeggia avanti e indietro con il busto. Imbottito di psicofarmaci, guarda nel vuoto e sembra stanchissimo, intorpidito. Ogni tanto perde la conoscenza e allora è un chiamare a voce alta la guardia, per soccorrerlo e portarlo in infermeria. Esco di corsa in accappatoio e mi dirigo verso di loro. Antonio non è svenuto, ma è completamente assente: un sacco che si affloscia su sé stesso. Lo afferriamo dalle ascelle e dalle gambe e lo trasportiamo nella sua cella, dove per regolamento non potremmo entrare. Nel frattempo giunge un altro detenuto, di rientro dal cortile. Antonio sta sempre più male. I due chiamano l’appuntato di sezione, poi prendono Antonio in braccio e si avviano verso le scale per portarlo in infermeria. Cerco lo sguardo dell’agente e non mi trattengo: “Dovreste fare qualcosa, una relazione, chiedere provvedimenti adeguati. Questo poveraccio in carcere rischia di morire. Dovrebbe stare in un centro clinico, non qua”. Mi sembra dispiaciuto, quasi rassegnato. Ma non dice niente e si allontana senza replicare. Alemanno risponde a Vannacci: “La sicurezza non si difende dicendo di buttare le chiavi” di Alessandra Livi tg.la7.it, 29 giugno 2026 Gianni Alemanno apre il confronto con Vannacci sul futuro delle carceri: “La sicurezza si fa con la riabilitazione, non lasciando marcire le persone nel degrado”. Gianni Alemanno è appena uscito dal carcere e l’intervista di Gaia Tortora a Omnibus è la prima che rilascia in Tv. Alemanno racconta la sua esperienza detentiva a Rebibbia, dove è finito a causa della revoca dell’affidamento in prova legato a una condanna a un anno e dieci mesi per traffico di influenze, un reato peraltro successivamente abolito. Per un caso del destino, l’ex sindaco di Roma si è ritrovato nella stessa identica cella in cui era stato rinchiuso quarant’anni prima, nel 1982, per militanza politica. Rispetto ad allora, ha trovato una situazione completamente devastata dal sovraffollamento, con l’istituto romano che viaggia sul 160% delle presenze. Durante la detenzione ha tenuto dei diari, poi pubblicati in un libro insieme al compagno di cella Fabio Falbo, per denunciare le condizioni inimmaginabili e da “terzo mondo” delle carceri italiane. Alemanno critica duramente la deriva burocratica del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (DAP) e della magistratura di sorveglianza, colpevoli di frenare i percorsi di reinserimento e di ignorare i bisogni minimi dei detenuti, come dimostra il mancato utilizzo di ventilatori e attrezzi sportivi donati e rimasti bloccati nei magazzini. L’ex esponente della destra ribadisce il suo fermo impegno per la sicurezza dei cittadini, ma sottolinea come questa sia complementare al rispetto della dignità umana e all’applicazione dell’articolo 27 della Costituzione sulla funzione riabilitativa della pena. Senza studio e lavoro, infatti, la percentuale di reati è destinata a salire, trasformando il carcere in un’università del crimine che costa alla collettività 180 euro al giorno per detenuto. Gaia Tortora: “Alemanno perché lei era in carcere? Alemanno: “Allora, io ho avuto una condanna per traffico di influenze su un abuso d’ufficio di un anno e dieci mesi. Per i fatti che mi sono stati contestati ho sempre dichiarato la mia innocenza. La cosa paradossale è che quel reato - l’abuso d’ufficio, e di conseguenza il traffico di influenze - è stato abolito. Nonostante questo, la Cassazione ha ribadito che dovevo scontare questa pena. In più avevo ottenuto l’affidamento in prova. Durante questo periodo la Guardia di Finanza ha rilevato che mi muovevo fuori dal territorio; ero autorizzato, ma secondo loro mi muovevo al di fuori dei limiti consentiti, e sono stato arrestato. In realtà io avevo il permesso, perché per motivi di lavoro potevo uscire dal Lazio. La magistratura ha ritenuto che forzassi questi permessi poiché abbinavo impegni politici a quelli lavorativi. Cercavo ovviamente di potermi muovere mettendo insieme le cose, ma questo abbinamento è stato giudicato così grave da portarmi all’arresto il 31 dicembre, costringendomi a rifare tutto da capo. E questo nonostante facessi volontariato da Suor Paola, avessi subito una trentina di ispezioni a casa e avessi sempre rispettato le regole. Ho ricominciato da zero nonostante il PM stesso avesse chiesto di abbuonarmi almeno alcuni mesi; la magistratura di sorveglianza ha voluto invece farmi rifare tutto quanto. Il ritorno a Rebibbia dopo quarant’anni Gaia Tortora: “Era la prima volta che andava in galera?” Alemanno: “No, sono stato in carcere a vent’anni, nel 1982, per un fatto di militanza politica: ho lanciato una bottiglia Molotov contro l’ambasciata sovietica. Per un caso del destino, mi sono ritrovato nello stesso reparto di Rebibbia, nella stessa identica cella. Quarant’anni fa Rebibbia sembrava uno studentato: era tutto pulito, in ordine e c’erano pochissimi detenuti. Adesso ho trovato una situazione completamente devastata dal sovraffollamento: Rebibbia oggi viaggia sul 160% di presenze, mentre la media nazionale è del 140%. Gaia Tortora: “Per raccontare questa realtà sono stati fondamentali i ‘diari di cella’, pubblicati insieme a Fabio Falbo. Grazie a lui veniva descritto molto spesso ciò che accadeva quotidianamente. In uno degli ultimi passaggi, vicino alla scarcerazione, scriveva che “mi sembrava quasi di disertare una trincea. Spesso - continua Gaia Tortora - ho ripubblicato questi diari di cella e ho trovato commenti terribili. Alcune persone mi hanno chiesto perché invitassi Alemanno a parlare del tema delle carceri. Vorrei tanto spiegare a queste persone che non importa chi si inviti: tutte le persone che riescono a dare voce a quello che succede là dentro, che si dicano innocenti o meno, offrono una testimonianza fondamentale. Le condizioni delle nostre carceri italiane sono a un livello inimmaginabile. Alemanno: Le nostre carceri non sembrano stare in Europa, ma nel terzo mondo. In paesi europei rigorosi e severi come la Germania o la Francia esistono condizioni completamente diverse. Ci tengo a sottolineare che mi fa piacere essere qui nella mia prima uscita con Gaia Tortora, che per esperienza familiare ha toccato con mano questa realtà. Purtroppo il problema fondamentale è che chi non ci passa direttamente o indirettamente non si rende conto. Non si tratta di fare del buonismo o di dichiararsi contrari alla certezza della pena e alla sicurezza dei cittadini: io sono assolutamente per la sicurezza e per la certezza della pena. Però va rispettata la dignità delle persone. Bisogna garantire la possibilità di riabilitazione attraverso il lavoro e lo studio per ricostruirsi una vita fuori, come prevede l’articolo 27 della Costituzione. Altrimenti, quando una persona esce, torna inevitabilmente a delinquere perché non ha alternative. In questi anni c’è stata una deriva sbagliata da parte del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (DAP) e della magistratura di sorveglianza. Ogni sforzo legato alla riabilitazione, al lavoro e alla cultura è stato frenato, da parte di questo dipartimento e con il sovraffollamento che ha generato un degrado nelle celle veramente insopportabile. A tutto questo si aggiunge una lentezza burocratica incredibile. Parlando di caldo, in cella si usano piccoli ventilatori. La direzione di Rebibbia dall’anno scorso ha nei magazzini 200 ventilatori regalati da un’associazione, rimasti bloccati lì per problemi legati ai consumi elettrici o alla sicurezza. 200 regalati da un’associazione che sono rimasti là. Allo stesso modo, l’ASI ha donato tre camion di attrezzi sportivi per le palestre dei reparti. Questi camion sono arrivati a Rebibbia il 21 maggio; quando sono uscito io, il 24 giugno, non erano ancora stati distribuiti ed erano fermi in magazzino per le stesse lungaggini burocratiche. Tutta la burocrazia che esiste in Italia si scarica in carcere sulla carne viva delle persone, rendendo inutilmente insopportabile la loro vita. In questo modo lo Stato, invece di dimostrarsi il tutore della legalità, si mostra come il primo a violarla”. Gaia Tortora: “Chi erano i suoi compagni di cella?” Alemanno: “Sono sempre rimasto nella stessa cella e approfitto dell’occasione per salutare tutti, a partire da Fabio Falbo, senza il quale sarebbe stato impossibile portare avanti questa battaglia e scrivere il libro “L’emergenza e il collasso delle carceri italiane”, firmato insieme a vari detenuti del braccio G8 di Rebibbia e con la prefazione di Rita Bernardini. Fabio è una persona che ha avuto una condanna pesantissima a vent’anni, si è rimboccato le maniche, ha studiato e ha preso la laurea in giurisprudenza in carcere ed è diventato lo ‘scrivano di Rebibbia’. Molti scelgono la facoltà di legge proprio per capire i meccanismi all’interno dei quali si trovano. Per fortuna università come Tor Vergata, La Sapienza e Roma Tre sono presenti negli istituti penitenziari e lo permettono. Io mi sono iscritto a scienze della comunicazione e sono riuscito a dare cinque esami. Gaia Tortora: “Quanti eravate?” Nella nostra cella eravamo in sei in uno spazio che originariamente conteneva quattro persone (le stesse quattro di quarant’anni fa). Oggi ci sono due letti a castello e due brande. Saluto Emiliano, Tiziano, Alessio, Marco e tutte le persone che mi sono state vicine in questo periodo e sono state come una famiglia. Vengono quasi tutti dalle borgate romane e, pur consapevoli di dover pagare per i propri errori, si chiedevano spesso perché dovessero passare tutto il giorno a guardare il soffitto senza la possibilità di fare qualcosa di utile? Gaia Tortora: “Qual è la giornata tipo? Mio padre nelle sue lettere mi raccontava come il tempo in cella fosse scandito da cose che si ripetevano sempre identiche”. Sì, nei reparti di media sicurezza come il G8 c’è una maggiore libertà di movimento rispetto ad altri. Negli altri reparti ci si sveglia e dalle 08:30 alle 20:30 si hanno due ore d’aria, si ha la possibilità di andare nella saletta da ping pong per un altro paio d’ore, e poi alle 18:00 si chiude tutto quanto. Il vero problema non è tanto l’entrare o l’uscire, ma cosa fai in quel tempo, perché girare a vuoto in tondo è alienante”. Una piccola parte di detenuti riesce a usufruire dei percorsi trattamentali, come è successo a me. Ma la maggior parte è abbandonata a se stessa, senza lavoro. In un contesto così sovraffollato circolano molte sostanze stupefacenti e diverse persone rimangono completamente perse a guardare il muro di fronte a loro. Questo è un danno anche per la società dal punto di vista economico, perché un detenuto costa alla comunità 180 euro al giorno. Queste persone potrebbero lavorare, produrre o essere impiegate in lavori socialmente utili per la città, ma non si fa per una smania di sicurezza, per questo terrore, e per la lentezza burocratica. Gaia Tortora: “Spesso l’opinione pubblica obietta che se una persona ha ucciso o violentato, meriti questo trattamento. Alemanno: “Bisogna però distinguere: chi si macchia di reati efferati contro la persona o contro i bambini viene emarginato dagli stessi detenuti e inserito in reparti speciali. La stragrande maggioranza delle 64.000 persone recluse si trova lì per reati legati allo spaccio, spesso dovuti a forme di dipendenza, che vengono pagati con pene sproporzionate. In cella con me c’è stato per sei mesi un senzatetto che, non potendo più lavorare per una malattia alle mani, è stato fermato vicino a un parchimetro a cui mancavano 8 euro. Per un errore del suo avvocato ha subìto una condanna definitiva a sei mesi di galera per 8 euro. Quindi distinguiamo chi ha commesso reati gravi deve pagare, ma una persona non coincide mai soltanto con il suo reato. Se crediamo nella Costituzione, nel cristianesimo e nei valori umani, dobbiamo sempre pensare che vi sia una strada di riscatto. Altrimenti introduciamo la pena di morte o facciamo come negli Stati Uniti, dove c’è un detenuto ogni cento persone”. Gaia Tortora: “È cambiato il suo approccio securitario dopo quest’ultima esperienza?” Alemanno: “Avendo già vissuto un’esperienza simile in passato, ho sempre guardato al tema delle carceri con molta attenzione. Il mio approccio non è cambiato: affermo che la sicurezza del cittadino si tutela avendo un carcere efficace, adeguato e che combatta la recidiva. Un sistema che criminalizza e diventa l’università del crimine non aiuta la sicurezza di nessuno. La sicurezza è la prima libertà, ma questo non significa torturare le persone o negare loro il riscatto. Lo dico in particolare agli elettori di destra: la sicurezza non si difende con la mentalità del “buttiamo le chiavi” e del lavarsene le mani, perché quella persona prima o poi uscirà incattivita e, senza alternative, diventerà un delinquente molto più pericoloso di prima. Gaia Tortora: “Sa che su questo dovrà confrontarmi con Vannacci, che ha usato parole diverse come ‘marcire in carcere’ o il riferimento a Caino e Abele… Alemanno: “Sì lo so, ma anche Vannacci ha dichiarato di essere d’accordo sull’applicazione dell’articolo 27 della Costituzione per la riabilitazione. Pur usando linguaggi differenti, riconosce la necessità di un meccanismo che permetta alle persone di migliorare. Dobbiamo abituarci all’idea che i partiti non sono caserme in cui tutti pensano la stessa cosa su ogni argomento. Di fronte a emergenze democratiche come quella delle carceri, la battaglia deve essere trasversale e priva di colore politico. Per esempio, il presidente del Senato Ignazio La Russa è venuto in carcere e si è battuto a destra per trovare una soluzione al sovraffollamento, rimanendo però isolato. Gaia Tortora: Lei è favorevole o contrario all’indulto? Alemanno: Io sarei favorevole all’indulto come via più veloce, ma dopo la riforma del 1992 la maggioranza dei due terzi rende questa strada impraticabile per mancanza di consenso nell’opinione pubblica. Bisogna quindi percorrere altre vie, come la proposta Giachetti sposata anche da La Russa, che prevede di rafforzare lo sconto di pena per buona condotta portandolo ai livelli della Germania, dove è il doppio rispetto all’Italia. Questo ridurrebbe il sovraffollamento e offrirebbe un forte incentivo ai percorsi di riabilitazione. So bene che tutto questo non porta voti, ma il dovere di chi fa politica è affrontare anche i temi impopolari attraverso un dialogo trasversale. In carcere oggi ci può finire chiunque per gli errori più assurdi, come è successo a Enzo Tortora o come accade ora all’ex ad delle Ferrovie dello Stato Mauro Moretti, una persona politicamente agli antipodi da me. Voglio fare un ultimo esempio per me devastante. A un certo punto mi è stato suggerito di chiedere la grazia al Presidente della Repubblica, ma non l’ho fatto perché avrebbe significato ammettere una colpevolezza che io rifiuto. Insieme a Fabio Falbo abbiamo però avanzato la richiesta di grazia per tre persone, e una di queste ha ottenuto una grazia parziale dal Presidente Mattarella. Parliamo di un uomo di 88 anni che si regge appena in piedi, Antonio Russo, che si trova in carcere da otto anni per aver ucciso il figliastro tossicodipendente per difendersi dalle sue aggressioni. Nonostante il provvedimento sia di cinque mesi fa, lui è ancora dentro perché al magistrato non era stata comunicata la grazia; lo ha saputo leggendo i miei diari di cella. La ASL ha impiegato due mesi solo per inviare la relazione sanitaria necessaria al giudice per recepire l’atto. Di fronte a queste storture non si può girare la testa dall’altra parte. Tutto ciò che vive il detenuto viene condiviso anche dagli agenti di polizia penitenziaria che operano nei bracci. Per i detenuti gli agenti sono come fratelli: soffrono lo stesso disagio, lo stesso sovraffollamento e lo stesso caldo, e si comportano benissimo. Spesso ricevevo manifestazioni di stima sia dai detenuti sia dagli agenti. Gaia Tortora: “Lei si è sentito un privilegiato perché era Gianni Alemanno là dentro?” Sicuramente il mio nome mi ha fatto da schermo. Molte persone di destra e di sinistra sono venute a trovarmi, compresi esponenti di Fratelli d’Italia. Questo mi ha protetto, ma non ha impedito al DAP di fare ricorso quando mi è stato riconosciuto lo sconto di pena per detenzione disagiata secondo l’articolo 3 sulla tortura, chiedendo che venisse cancellato. Il nome mi ha tutelato in parte, ma le condizioni di vita quotidiane erano le stesse degli altri: lavavo i piatti come tutti e non avrei accettato privilegi. Inoltre, tutte le interviste che mi sono state chieste sono state sistematicamente bloccate e rifiutate dal dipartimento. Alemanno doveva stare in una bolla e rimanere zitto, e questo non è accettabile sotto nessun punto di vista. Caso 41bis, il piano del Ministero è ufficialmente partito di Francesco Zizi La Nuova Sardegna, 29 giugno 2026 Dietro il nome in codice “Argus” si nasconde il primo tassello del segretissimo piano Kairos, il disegno di riorganizzazione del circuito del 41bis che vede la Sardegna in primo piano. Nelle scorse ore il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria ha concluso con successo la prima operazione di trasferimento massiccio dei boss mafiosi. Tra il 27 e il 28 giugno sono stati trasferiti contemporaneamente 128 detenuti sottoposti al regime speciale del 41bis dagli istituti di Novara, Cuneo, Tolmezzo e Milano, verso la casa di reclusione di Vigevano, individuata con decreto ministeriale del 18 giugno come nuova articolazione del circuito speciale. La complessa operazione Argus è stata il primo vero e proprio banco di prova del piano di riassetto delle carceri voluto dal ministero della Giustizia, e ha coinvolto 165 agenti della Polizia penitenziaria, 15 furgoni per il trasporto detenuti, mezzi speciali, motoveicoli, ambulanze e perfino un velivolo ATR42MP della Guardia di Finanza per i trasferimenti più delicati. Il dispositivo è stato coordinato dal Gruppo operativo mobile (Gom) sotto la supervisione del capo del Dap Stefano Carmine De Michele e del dirigente generale Augusto Zaccariello. L’operazione, anche dallo stesso ministero della Giustizia, viene letta come un passaggio fondamentale nell’attuazione del piano Kairos, il progetto che punta a ridisegnare la geografia del carcere duro italiano attraverso nuovi reparti, adeguamenti infrastrutturali e una diversa distribuzione dei detenuti sottoposti al regime differenziato. Ed è proprio qui che l’isola assume un ruolo fondamentale. Secondo quanto illustrato nei mesi scorsi dall’ex sottosegretario Andrea Delmastro, in Sardegna i posti destinati al 41bis potrebbero crescere fino a circa 250 posti. Attualmente nel carcere di Sassari-Bancali sono presenti 92 detenuti sottoposti al regime speciale e, secondo il cronoprogramma del Dap, altri 92 posti saranno attivati a breve nella casa circondariale di Cagliari-Uta. Con il completamento della nuova sezione di massima sicurezza di Badu e’ Carros, a Nuoro potrebbero arrivare altri 67 boss mafiosi. È però proprio sui tempi che si concentra l’attenzione. A pesare sul completamento delle sezioni di massima sicurezza di Nuoro e Uta sono criticità edilizie, che si traducono in importanti ritardi sulla tabella di marcia del Dap. A Nuoro, uno dei nodi riguarda la realizzazione dei servizi igienici all’interno delle celle destinate al regime di 41-bis: i protocolli prevedono l’installazione di monoblocchi in acciaio, per ragioni di sicurezza e resistenza, ma in diverse sezioni sarebbero stati montati sanitari in ceramica, materiale considerato non idoneo. A Uta, dove i detenuti sarebbero dovuti arrivare già entro gennaio, è mistero sullo stato di avanzamento dei lavori. Nonostante queste criticità, il ministero della Giustizia guidato da Carlo Nordio ha già confermato l’impianto del piano. L’obiettivo resta il trasferimento dei detenuti al 41 bis entro la fine dell’anno anche negli istituti sardi, ritenuti strategici per posizione e caratteristiche. Nordio brinda per il Pnrr: ma la giustizia resta malata di Giulia Merlo Il Domani, 29 giugno 2026 Ridotto del 31,5 per cento nel penale e del 40,6 nel civile il disposition time, del 90 l’arretrato civile. Risultati ottenuti senza calcolare le protezioni internazionali. I dubbi sul futuro senza fondi Ue. Sulla carta la scommessa è vinta e il ministero della Giustizia ha esultato per il raggiungimento degli obiettivi Pnrr in scadenza il 30 giugno 2026, certificato anche dal Country Report della Commissione europea del 3 giugno scorso. “Un punto di svolta rispetto al passato”, l’ha definito il ministro Carlo Nordio in audizione al Senato. E seppure gli obiettivi erano sfidanti e i freddi numeri confermano il traguardo raggiunto, dietro una narrazione rassicurante non tutto è come sembra. Secondo i dati del monitoraggio ministeriale, nel settore penale si è ridotto del 31,5 per cento il tempo di definizione dei procedimenti, superando il target previsto del 25 per cento. Nel civile, l’abbattimento delle pendenze è stato dell’89,5 per cento nei tribunali e del 91 per cento presso le corti d’appello, a fronte di un obiettivo del 90 per cento. Quanto al disposition time civile - obiettivo più temuto - “si passa da una riduzione del 28,8 per cento al 31 dicembre 2025 ad una riduzione del 40,6 per cento al 30 aprile 2026, in linea con l’obiettivo di riduzione del 40 per cento entro giugno 2026”. Gli ultimi giorni del Pnrr: la lezione che l’Italia non imparerà mai E adesso? Sulla carta c’è da festeggiare e il governo è intenzionato a farlo: alla riduzione dei tempi e dell’arretrato, infatti, è stata destinata la spesa di circa 2,26 miliardi di euro dei fondi Pnrr (circa l’80 per cento di quelli destinati alla giustizia) e il mancato raggiungimento degli obiettivi avrebbe significato dover restituire le somme. Dunque i risultati andavano incassati e con qualsiasi mezzo. Ora, però, sorge la domanda: questa efficienza è solo apparente, oppure l’iniezione di denaro ha consentito una rivoluzione strutturale della macchina giustizia? La risposta, data da un magistrato che ha seguito da vicino l’applicazione del Pnrr, è che “nessuna macchina può correre sempre a 200 chilometri all’ora”. Fuor di metafora, la questione è duplice: sul fronte togato, l’impellenza del raggiungimento a tutti i costi degli obiettivi ha prodotto un obbligo di iperperformatività dei magistrati, chiamati al produttivismo, e ora rischia di arrivare un naturale rilassamento. Sul fronte invece degli strumenti, il ministero ha creato un regime emergenziale per intervenire sulle corti in difficoltà col raggiungimento dei parametri: l’applicazione da remoto di toghe di altre sedi, la proroga dei giudici ausiliari nelle Corti di appello e l’impiego nel civile di magistrati in quiescenza. Questa iniezione ha permesso di recuperare il terreno mancante a ridosso della scadenza di fine giugno, ma è una spinta eccezionale che ora finirà. E poi, in sede di rinegoziazione degli obiettivi Pnrr, l’Italia ha anche ottenuto di isolare statisticamente i procedimenti di protezione internazionale (aumentati del 65 per cento nel 2025) e cittadinanza (più 89 per cento). I dati dell’arretrato civile, infatti, sono stati presentati sia al lordo che al netto di questi procedimenti, con una sorta di “scudo” su questi ultimi. Anche per il disposition time si è predisposto un canale separato: i fascicoli delle sezioni specializzate per l’immigrazione sono stati separati dai flussi di contenzioso civile generale, così da non far impattare i ritardi di quelle sezioni sul disposition time dei tribunali civili ordinari. Il risultato, dunque, è che il dato del civile rischia di essere, almeno parzialmente, un’illusione ottica. C’è stato anche un altro effetto ottico, fatto emergere in particolare in un documento degli avvocati dell’Unione nazionale camere civili. Una parte decisiva dei risultati deflattivi è maturata “grazie al filtro dei ricorsi inammissibili o manifestamente infondati, una funzione poco appariscente ma, nei fatti, determinante”, scrive il presidente Alberto Del Noce, “i giudici sono sempre più spesso costretti a fornire una risposta di legittimità - di conformità formale alle regole del rito - più che di giustizia sostanziale. E quando la durata media diminuisce anche perché cresce la capacità di espellere le cause nella fase di ammissibilità, quel numero misura la capacità di filtro del sistema prima ancora della rapidità con cui si rende giustizia nel merito”. Le ultime riforme infatti hanno introdotto nella fase di merito un sistema di preclusioni e di calcolo dei termini e in quella di legittimità una serie di meccanismi di definizione accelerata e di filtri di ammissibilità. In questo modo si sono certamente ridotti i tempi e l’arretrato, ma con l’effetto di trasformare il processo civile in un percorso a ostacoli tra i possibili errori formali, dimenticando il merito della controversia. “Questa deriva ha un costo che le statistiche sui tempi non registrano: la fiducia dei cittadini”, conclude Del Noce. Silvestri (Md): “Il ministero della giustizia è fermo, mentre sono in corso le emergenze del carcere e della digitalizzazione” L’ufficio del processo A rimanere aperta, infine, è anche la questione dei funzionari dell’Ufficio del processo, ovvero i quasi diecimila addetti assunti a tempo determinato fino alla scadenza del Pnrr come supporto per i giudici di merito e di legittimità in ottica di efficienza. Le loro funzioni sono quelle di ausiliari, che coadiuvano il magistrato togato studiando il fascicolo, predisponendo ricerche giurisprudenziali e assistendoli in udienza. Dopo un primo periodo di rodaggio le toghe hanno molto apprezzato questo affiancamento ma, finiti i fondi europei, l’effetto è che termina anche il loro contratto, di fatto togliendo benzina alla macchina giustizia. Per evitarlo - dopo lunghe contrattazioni - il ministero della Giustizia ha ottenuto la possibilità di assumere in proprio (per una spesa di circa 400 milioni di euro) e a tempo indeterminato questi nuovi funzionari. Il provvedimento è stato il decreto legge giustizia del 12 giugno, che ora è in attesa di conversione, ma la situazione rimane ancora aperta e gli stessi funzionari sono in attesa di sapere cosa sarà di loro a partire dal 1 luglio. In particolare, il rischio è che in futuro non si consolidi la situazione attuale: il ministero è orientato a garantirlo, ma ad oggi i funzionari temono che le graduatorie per l’assunzione (basate su criteri di anzianità, curriculum e di un test) non assicurino di rimanere nella sede attuale, dunque potrebbe cominciare un balletto di trasferimenti con conseguente rallentamento dei lavori negli uffici. Esiste poi una questione legata alle mansioni: i funzionari hanno chiesto garanzie di continuare a svolgere il loro ruolo di ausiliari dei giudici e di non venire di fatto destinati a funzioni amministrative, viste le scoperture di organico. Secondo fonti interne così dovrebbe essere, ma per ora tutto è ancora indefinito, graduatorie comprese. La richiesta è arrivata anche dall’Anm. In audizione, il presidente Giuseppe Tango ha chiesto certezze: “Si ribadisce la necessità che questi funzionari vengano stabilizzati integralmente, tanto più che verranno destinati anche al tribunale di sorveglianza, al Tribunale per i minorenni e ora si discute anche delle procure”. Il 30 giugno, dunque, sarà uno spartiacque non solo formale: incassati gli obiettivi ma anche chiuso il rubinetto dei fondi europei, la domanda è cosa resterà davvero a terra in termini di vero efficientamento del sistema giustizia. Con il rischio concreto che - tolti gli investimenti, l’ansia da risultato e i correttivi sui dati - in poco tempo si regredisca al punto di partenza. Ufficio del processo, è scontro tra sindacati e ministero sul ruolo dei funzionari. Rossano (Cs). Detenuto trovato morto nel carcere, era stato arrestato per l’omicidio Pugliese ecodellojonio.it, 29 giugno 2026 Cataldo De Luca, 41 anni, di Cirò Marina, era stato trasferito nella casa circondariale rossanese dopo l’arresto nell’ambito dell’inchiesta sulla morte di Antonio Pugliese, avvenuta nel carcere di Catanzaro nel luglio 2024. Le cause del decesso sono ancora da accertare. È stato trovato senza vita nella sua cella del carcere di Rossano Cataldo De Luca, 41 anni, originario di Cirò Marina. L’uomo era detenuto da pochi giorni dopo essere stato arrestato nell’ambito dell’inchiesta sulla morte di Antonio Pugliese, avvenuta il 7 luglio 2024 nella casa circondariale “Ugo Caridi” di Catanzaro. Le cause del decesso, al momento, non sono ancora note e saranno gli accertamenti disposti dalle autorità competenti a chiarire cosa sia accaduto all’interno della cella. De Luca era stato raggiunto da misura cautelare quattro giorni fa, nell’ambito dell’operazione condotta dalla Squadra Mobile, che lo scorso 25 giugno aveva portato all’arresto di cinque persone complessivamente coinvolte nell’inchiesta. Secondo la ricostruzione accusatoria, tutta ancora da verificare nelle sedi giudiziarie, il 41enne sarebbe stato ritenuto il principale indagato e indicato come presunto autore materiale dell’aggressione ai danni di Pugliese. L’episodio, sempre secondo l’ipotesi investigativa, sarebbe nato da un alterco avvenuto all’interno della struttura penitenziaria catanzarese. In una prima fase la morte di Pugliese era stata valutata come possibile incidente. Successivamente, dopo l’autopsia, gli investigatori avevano avviato gli approfondimenti che hanno portato all’arresto dei cinque indagati. Nella serata di ieri, invece, la scoperta del corpo senza vita di De Luca nella casa circondariale di Rossano, dove si trovava detenuto. La vicenda resta ora al centro di ulteriori accertamenti, sia per chiarire le cause della morte del 41enne sia per ricostruire tutti i passaggi delle ultime ore trascorse all’interno dell’istituto penitenziario. Roma. Cronaca di una giornata in un Centro di Giustizia riparativa di Raffaella Tallarico gnewsonline.it, 29 giugno 2026 Con un tavolo tondo, oppure seduti in cerchio. Sono gli accorgimenti che usano i mediatori di giustizia riparativa durante gli incontri. Che a parlare con loro sia la vittima, l’autore del reato o un loro familiare, il setting deve essere accogliente. “Non quello di un classico ufficio. Gli spigoli creano barriere alla circolarità di tutte le emozioni che emergono nello spazio di mediazione”, spiega a gNews l’avvocata Giorgia Venerandi, referente del Centro di giustizia riparativa Astrea di Roma. “In questo spazio - prosegue - viene portata la parte emotiva del conflitto che, di solito, non entra nel processo penale”. La giustizia mite. Così viene chiamata la giustizia riparativa. L’obiettivo è quello di aprire alla possibilità del perdono attraverso l’incontro. È una giustizia impalpabile, perché non si “amministra” in un’aula di giustizia. Vive, appunto, in spazi intimi e protetti. “Le parti hanno per noi lo stesso valore: da un lato cerchiamo di responsabilizzare il reo, dall’altro di ascoltare la vittima”, dice a gNews la mediatrice del centro Astrea, Maria Guidone. “In un processo - prosegue - l’imputato o l’indagato non viene portato a rendersi conto delle reali conseguenze che hanno avuto le sue azioni sulla vittima. Così come la vittima non viene interpellata su ciò che ha provato e che prova”. Al di là dell’illecito in sé, ci sono azioni da esplorare e condividere che restano sulla soglia dell’aula di tribunale. “Facciamo l’esempio di una signora a cui un ragazzo scippa la borsa - spiega a gNews il mediatore e avvocato Pasquale Lattari. Al giudice, e indirettamente all’imputato in un processo, non interessa se in quella borsa c’era l’unica foto del marito, o del figlio che ha perso. Magari per la vittima è una cosa fondamentale e l’autore del reato nemmeno lo sa”. Astrea fa parte della rete di 36 Centri di giustizia riparativa, attivati o in corso di attivazione grazie ai protocolli tra il ministero della Giustizia e gli Enti locali. Alla struttura, competente per il distretto di Corte d’appello di Roma, si è da poco affiancata quella del Comune, mentre a breve saranno operativi gli altri due Cgr previsti nel Lazio, a Velletri e a Latina. “Il nostro Centro è il primo del distretto, siamo partiti a settembre 2025, ed è anche il primo completamente pubblico, visto che è gestito dalla Regione Lazio tramite l’Istituto Romano di San Michele, un’azienda per i servizi alla persona”, spiega il presidente Giovanni Libanori. Tra pareti decorate e mobili antichi - Astrea ha sede nel villino Crespi, dimora storica nel quartiere Nomentano - una persona è in attesa nella sala d’ingresso per parlare con i mediatori. Non si sa se sia la vittima o l’autore di un reato, o semplicemente un familiare: la tutela della riservatezza è essenziale. È sola, non ha accanto un legale. “Non accertiamo fatti, non irroghiamo sanzioni. Quindi non è necessario che ci siano i difensori”, dice l’avvocato Lattari. Nella stanza dove questa persona verrà accolta c’è un tavolo tondo vicino alla finestra. Di solito, la parte viene invitata a sedersi guardando il giardino fuori. Il Centro Astrea ha attualmente in gestione 80 fascicoli, 30 dei quali già autorizzati dall’autorità giudiziaria. La maggior parte, 50, riguarda reati contro la persona. “Mettere la vittima di fronte alla possibilità di incontrare l’indicato autore è la parte più delicata del programma. Non è scontato che l’incontro avvenga”, spiega il presidente Libanori. Ma anche se lo strappo non si può ricucire, il programma segue il suo corso. La Cassazione ha recentemente riconosciuto che il mancato consenso della vittima non impedisce all’autore del reato di accedere al percorso. I casi nuovi a settimana sono circa una decina. “La maggior parte è in una fase informativa: i legali ci chiamano per capire come si accede ai programmi di giustizia riparativa. Prima di arrivare alla presa in carico effettiva c’è tutto un lavoro dietro”, dice l’avvocata Venerandi. Nato con il decreto legislativo 150 del 2022, il sistema della giustizia riparativa è oggi agli inizi del suo cammino. Gli addetti ai lavori - magistrati, avvocati, ma anche operatori dei penitenziari, degli uffici di Servizio sociale per i minorenni - si stanno man mano attrezzando. “Vista la mole di richieste, ci aspettiamo che ne arrivino sempre di più. A quel punto dovremo anche aumentare i mediatori, che attualmente sono 6”, dice Libanori. Il programma di giustizia riparativa può essere avviato in qualsiasi momento, addirittura non appena un reato è stato commesso, prima ancora della presentazione della querela; durante l’esecuzione della pena, e anche dopo. Al di là dell’utilità sociale, l’avvio di questi percorsi costituisce una risorsa anche per deflazionare i processi penali. Per esempio, per tutti quei reati perseguibili a querela soggetta a remissione, come la diffamazione, il danneggiamento, le lesioni personali lievi: “Questi casi possono essere eliminati dalla scrivania dei magistrati, che si dedicano così a fascicoli più impegnativi”, spiega Venerandi. La giustizia riparativa diventerà sempre più importante anche durante l’esecuzione della condanna. Garantire ai detenuti, specie giovani, l’accesso a questi percorsi significa permettergli di rielaborare l’accaduto, responsabilizzarli. Astrea ha in carico alcune persone recluse. “I penitenziari non sono per loro natura deputati all’inclusione sociale. Mentre i percorsi di giustizia riparativa nascono per favorire un graduale reinserimento”, dice l’avvocata e mediatrice Maria Guidone. Non c’è un disposition time, nella giustizia riparativa. A volte gli incontri di mediazione richiedono un lungo lavoro di ascolto, non compatibile con i tempi della giustizia tradizionale. Giorgia Venerandi porta l’esempio di un caso in carico al Centro, che riguarda una persona detenuta per un reato grave intra-familiare. “I mediatori hanno impiegato 10 mesi, facendo la spola tra il carcere e la nostra sede, dove ascoltavano le vittime secondarie, cioè i familiari”, racconta l’avvocata. La persona direttamente offesa dal reato, in un primo momento, non se la sentiva di incontrare l’autore. “Con un lavoro certosino di ricucitura delle relazioni familiari - prosegue la referente di Astrea - i parenti sono riusciti a far venire la vittima qui al Centro, che ora si sente pronta a incontrare l’indicato autore. Abbiamo assistito ad abbracci e lacrime. Questo è il miracolo della giustizia riparativa”. “Non solo maranzine”: undici storie per raccontare il lato invisibile del disagio di Livia Zancaner Il Sole 24 Ore, 29 giugno 2026 “Per me è stato impossibile restare fuori. In ogni storia ho riconosciuto un frammento di me”. Così la giornalista Gabriella Simoni introduce “Non solo maranzine”, un libro che raccoglie undici storie di ragazze italiane e straniere cresciute tra violenza, abusi, droga, carceri minorili, comunità educative e famiglie fragili. Inviata di guerra da oltre 30 anni, Simoni, quando non è all’estero nelle zone di conflitto, racconta le periferie italiane spesso ignorate dal dibatto pubblico. Lo ha fatto nel podcast “Quei cattivi ragazzi” di Chora Media, dedicato ai ragazzi della comunità Kayros di don Claudio Burgio (che ha scritto la presentazione di “Non solo maranzine”) e lo fa ora, scegliendo di dare voce a quelle ragazze etichettate come “maranzine”. Termine che indica le ragazze dei “maranza” e che spesso è solo una moda: le baby gang femminili non esistono, dietro ci sono influenze maschili, spiegano alcune delle protagoniste del libro. Giovani donne che raccontano storie di strada, di case protette e comunità educative, di fughe, droga, furti. Bambine diventate aggressive troppo presto, con padri assenti o violenti e madri devastate dalla fatica, ma disposte a tutto pur di salvare le proprie figlie. Ed è proprio il rapporto tra madre e figlia uno dei fili conduttori del libro. “Se mia mamma mi ha perdonata vuol dire che posso cambiare”, dice una ragazza. Un’altra ricorda la madre che, mentre la vede sprofondare nella dipendenza, continua a ripeterle: “comunque vada, ti accetterò sempre”. Gaia, da quando aveva tredici anni, entra ed esce da comunità e carcere. Rapine, fughe, arresti e messe alla prova si intrecciano a una storia segnata dalla violenza, ma dietro l’immagine della ragazza temuta emerge una giovane che continua a cercare rispetto, protezione e appartenenza. Tra le pagine più dure ci sono quelle dedicate a due ragazzine, una sudamericana e una cinese, che fin da bambine si tengono per mano perché in casa vivono lo stesso inferno. Le loro vite sono segnate da autolesionismo, tentativi di suicidio, sguardi spenti, incapacità di ricordare un compleanno felice. “Speravo che mio padre mi amasse”, ripete una di loro. Poi c’è Noemi, cresciuta nella povertà assoluta, con un padre che picchiava la madre. Una ragazza che ha replicato nelle relazioni affettive la violenza imparata in casa, fino a trovare, dopo anni di cadute, una possibilità di riscatto. Tra le protagoniste c’è chi è scappata di casa a undici anni vivendo sui treni, chi ha iniziato a rubare perché non aveva nulla e chi, pur provenendo da una famiglia benestante, lo faceva per dimostrare ai genitori di potercela fare da sola. C’è Sara, intrappolata tra gelosia, controllo, social network e bisogno di apparire. Così, mentre riempiva Instagram di immagini perfette per sembrare felice, sprofondava nell’alcol, nella solitudine e nelle relazioni tossiche. “Quando vivi tanto nel male, vivere nel bene diventa quasi impossibile”, dice una delle ragazze. Nel libro ci sono donne diventate madri troppo presto e figlie che combattono le stesse battaglie. Ragazze cresciute con un lutto impossibile da elaborare, figlie uniche di famiglie apparentemente perfette, che nascondono vuoti profondi. Storie diverse, unite dalla stessa domanda: cosa sarebbe successo se qualcuno fosse intervenuto prima? È il tema delle sliding doors che attraversa il libro: una comunità, un’educatrice, una poliziotta, un’amica. Incontri che possono cambiare una vita che sembra già segnata. Le ragazze raccontate da Simoni sono quelle che hanno toccato davvero il fondo, che hanno esasperato i normali confini del “disagio giovanile”. Sono le figlie di chi si è perso e non sempre si è ritrovato. Ma sono anche ragazze che riescono ad andare avanti, a diventare autonome, se c’è qualcuno disposto a dare loro una possibilità. “Non solo maranzine” costringe gli adulti a interrogarsi sulle proprie responsabilità, perché dietro ogni reato, ogni fuga, ogni gesto autodistruttivo c’è una storia complessa che parte da lontano. E che va ascoltata. Le inquietudini di cui soffre l’Italia di Maurizio Ferrera Corriere della Sera, 29 giugno 2026 Ogni gruppo sociale ha bisogno di essere rassicurato ma ognuno in maniera differente. In un recente colloquio con Elly Schlein, Mario Draghi ha osservato che gli italiani hanno bisogno di essere “rassicurati”. La frase coglie un cambiamento. Per molti decenni la competizione politica si è giocata soprattutto sui temi della crescita economica, della redistribuzione del reddito o dell’identità. Oggi il terreno decisivo sembra essere un altro: la capacità di offrire protezione in un mondo percepito come sempre più incerto e minaccioso. I sondaggi registrano una diffusa inquietudine: il timore che le condizioni di vita possano peggiorare. Il dato più interessante di questa preoccupazione è la sua natura composita. Gli italiani percepiscono una molteplicità di fattori di rischio. Secondo l’ultima rilevazione Eurobarometro, le principali paure riguardano l’economia - costo della vita, lavoro, reddito, crescita, tasse - seguita dal welfare, soprattutto la sanità, e poi dall’ordine pubblico e dall’immigrazione. Più distanti vengono il cambiamento climatico e le guerre. Fin qui nulla di sorprendente. Il punto decisivo è un altro. Per lungo tempo la politica ha dovuto affrontare una grande questione alla volta: la crisi finanziaria, la recessione, la pandemia, l’approvvigionamento energetico. Oggi non esiste più una minaccia dominante. Esiste invece un ventaglio di insicurezze che si sommano e si intrecciano, anche a seconda del gruppo sociale di appartenenza. I giovani chiedono soprattutto opportunità: casa, lavoro, istruzione, formazione. Gli anziani si preoccupano per le pensioni e la sanità. I ceti economicamente più fragili guardano al reddito e ai servizi pubblici; quelli più benestanti si concentrano sulla pressione fiscale, sulla crescita, sulla sicurezza internazionale e sul cambiamento climatico. La richiesta di protezione si è fatta così più segmentata. La stessa Europa è percepita come parte del problema. Un tempo gli italiani erano fra i popoli più convintamente europeisti. Oggi solo il 46 per cento considera l’appartenenza all’Unione un fatto positivo; il 14 per cento la giudica negativamente e gli altri restano su posizioni intermedie. Secondo alcune stime, circa due terzi degli euroscettici manifestano simpatie per la Russia di Putin. Anche la guerra in Ucraina divide profondamente l’opinione pubblica: ai filorussi si affianca una componente pacifista, concentrata in particolare a sinistra, che rappresenta circa un decimo dell’elettorato. Questa frammentazione rende molto più difficile costruire una proposta politica convincente. Gli italiani chiedono contemporaneamente più welfare e meno tasse; maggiore sicurezza pubblica senza rinunciare ai diritti; più investimenti, ma anche conti pubblici solidi; una difesa più efficace e, nello stesso tempo, una minore esposizione ai conflitti. Non sono domande impossibili. Sono però difficili da tenere insieme. È questa la vera sfida per l’ultimo scorcio di legislatura e per le prossime elezioni. Come rafforzare il welfare senza comprometterne la sostenibilità? Come finanziare gli investimenti necessari per la sicurezza ecologica e per la difesa? Come convincere gli eurocritici che l’Unione europea è ormai parte essenziale della risposta ai problemi della crescita, della competitività, della gestione dei flussi migratori e della sicurezza geopolitica? A queste difficoltà comuni si aggiungono quelle interne ai due schieramenti. Nel Campo largo riaffiora il tradizionale dilemma fra giustizialismo (pensiamo alla patrimoniale) e riformismo. Una frattura che rende più difficile l’obiettivo di ricalibrare il welfare a favore delle nuove generazioni. Vi sono poi le differenze fra i partner su ordine pubblico, immigrazione e difesa. Nel centrodestra le tensioni si concentrano soprattutto sul rapporto con l’Unione europea, sulla politica estera, sull’immigrazione, sui diritti civili e sul ruolo crescente delle forze più radicali, come il partito di Vannacci. C’è chi immagina una campagna elettorale dominata dalla rincorsa verso gli estremi. È possibile. Ma il grosso degli elettori continua a collocarsi nell’area centrale dello spettro politico. A differenza della Prima Repubblica, questo spazio non appartiene più stabilmente a un unico partito (la Dc): è un elettorato contendibile. Molto dipenderà anche dalla nuova legge elettorale e dall’astensionismo, ormai stabilmente elevato. Mario Draghi riuscì a rassicurare il Paese non solo grazie alla sua competenza, ma anche perché il Covid e i suoi effetti rappresentavano una minaccia soverchiante, capace di unificare le priorità collettive. Oggi la situazione è diversa. Le paure non sono diminuite: si sono moltiplicate. La politica non può più limitarsi a promettere singole misure o a rincorrere le emergenze. Deve dimostrare di saper costruire un quadro coerente di protezione: del lavoro, della prosperità raggiunta, della salute, della sicurezza pubblica, dell’ambiente, della collocazione europea e internazionale dell’Italia. Ma anche protezione delle opportunità per le giovani generazioni. La coalizione che riuscirà a convincere gli elettori di saper tenere insieme queste diverse dimensioni avrà il vantaggio decisivo. Perché la domanda che gli italiani rivolgono oggi alla politica è meno ideologica che in passato. È principalmente una domanda di responsabilità. Ossia di istituzioni capaci di accompagnare il cambiamento, non di subirlo; di offrire sicurezza senza rinunciare all’apertura; di governare l’incertezza senza alimentare nuove paure. È questa, probabilmente, la prova più difficile che attende la prossima legislatura. Caporalato, lo schiavismo che insanguina le nostre campagne di Paolo Fallai Corriere della Sera, 29 giugno 2026 Un’espressione che ha quasi due secoli per uno sfruttamento antico. Ma solo dal 2016 esiste una legge per contrastare l’intermediazione illegale e lo sfruttamento lavorativo. L’ultimo episodio è agghiacciante: quattro braccianti immigrati bruciati vivi un minivan in Calabria, perché avevano osato ribellarsi ai loro schiavisti. Ma la storia del caporalato è molto più antica e gronda sangue e indifferenza. Due secoli di sofferenza. L’espressione caporalato nasce storicamente in Italia tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. Il termine si è sviluppato per descrivere il sistema di reclutamento della manodopera nelle campagne e nei primi grandi cantieri edili. Il dizionario di Tullio De Mauro lo attesta come uso consueto nella lingua italiana dal 1830. L’origine etimologica e storica. La parola caporale deriva dal latino caput (testa/capo), attraverso il latino medievale caporalis o capora. Il suo significato originario indica colui che è “a capo” di un gruppo. Nel contesto militare dell’Ottocento, il caporale era il grado più basso della gerarchia, incaricato del contatto diretto e dell’arruolamento delle giovani reclute. Il termine è stato mutuato nel settore agricolo per identificare il “caposquadra” o il fattore che gestiva i braccianti. Agli inizi del Novecento, l’espressione si consolida per definire la pratica criminale dei mediatori che all’alba, nelle piazze del Mezzogiorno, selezionavano i “lavoratori alla giornata” (il cosiddetto mercato delle braccia), trattenendo per sé una parte della loro misera paga. L’evoluzione del contesto economico. Con la riforma fondiaria del 1950 e lo sviluppo dell’agricoltura intensiva (specialmente in Puglia), il termine entra stabilmente nel dibattito politico e sindacale per denunciare lo sfruttamento dei braccianti italiani. Oggi l’espressione smette di riguardare solo i lavoratori locali e diventa sinonimo dello sfruttamento dei lavoratori migranti. Ma il reato penale di “intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro” è stato introdotto nell’ordinamento italiano solo nel 2011, e successivamente potenziato con la legge sul Caporalato solo nel 2016. La storia del termine e la cronaca. Uno dei primi dizionari italiani ad accogliere la voce “caporalato” per indicare lo sfruttamento illegale della manodopera agricola, è stato il Sabatini-Coletti, nel 1978. Solo due anni dopo dovette scoprirla tutta l’informazione, nel riferire le sconvolgenti notizie provenienti proprio dalla Puglia: il 19 maggio 1980 tre ragazze di Ceglie Messapica morirono in un pulmino dei caporali. Si chiamavano Pompea Argentiero, Lucia Altavilla e Donata Lombardi. Avevano 16, 17 e 23 anni. Si erano alzate alle 3 del mattino per andare a raccogliere le fragole. L’emozione e la rabbia. Anche allora l’eco per quelle vittime non si fermò ai confini della Puglia. Tutto il Paese scoprì quello che le campagne meridionali conoscevano bene. Anche l’arroganza degli sfruttatori: il 17 luglio, durante una manifestazione, alcuni caporali tentarono di investire lavoratori e sindacalisti a Villa Castelli a pochi chilometri da Ceglie. Quattro giorni dopo otto caporali armati di pistola aggredirono i sindacalisti della Cgil e assaltarono la sede del sindacato. Genesi di una legge. Ci sono voluti decenni perché l’Italia avesse una legge (n.199 del 2016) per contrastare l’intermediazione illegale e lo sfruttamento lavorativo e offrire uno strumento alla repressione. Anche in quel caso fu un tragico fatto di sangue a scatenare una lunga scia di proteste: il 7 gennaio 2010, due braccianti agricoli africani vennero assassinati a Rosarno, nella Piana di Gioia Tauro (RC). Un anno dopo, la Cgil (con Fillea e Flai) lanciava la campagna “Stop caporalato” chiedendo al legislatore l’inserimento nel codice penale del reato di caporalato e il perseguimento penale di chi sfrutta e riduce in schiavitù i lavoratori. Le norme e le sanzioni. La legge punisce chiunque recluti o organizzi manodopera per destinarla al lavoro presso terzi in condizioni di sfruttamento, approfittando dello stato di bisogno dei lavoratori. Per i caporali e i datori di lavoro: La reclusione da 1 a 6 anni e una multa da 500 a 1.000 euro per ciascun lavoratore reclutato o impiegato. La legge stabilisce criteri precisi per determinare se un lavoratore si trova in una condizione di sfruttamento (ne basta almeno uno): Violazioni retributive: reiterata corresponsione di retribuzioni in modo palesemente difforme dai contratti collettivi nazionali o territoriali (o comunque sproporzionato rispetto alla quantità e qualità del lavoro svolto). Violazioni normative: reiterata violazione delle norme in materia di orario di lavoro, periodi di riposo, aspettative, ferie, sicurezza e igiene sui luoghi di lavoro. Condizioni degradanti: sottoposizione dei lavoratori a condizioni di alloggio o di lavoro degradanti. Infine sfruttamento derivante dallo stato di vulnerabilità o bisogno del lavoratore (ad esempio la condizione di irregolarità del permesso di soggiorno). Una citazione e un omaggio. Conosciamo molte delle storie di caporalato grazie al lavoro di giornalisti e scrittori che per anni si sono dedicati a fare luce su questo schiavismo che insanguina le nostre campagne. Uno dei debiti più grandi lo abbiamo con Alessandro Leogrande, scrittore e giornalista che ci ha lasciato nel novembre 2017 a soli 40 anni. Dobbiamo al suo lavoro Uomini e caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud (Mondadori 2008. poi ripubblicato da Feltrinelli) uno dei primi libri d’inchiesta sul sistema tragico e sistematico che regola la raccolta dei pomodori. Leogrande indaga in particolare sugli eventi dei primi anni Duemila, quando migliaia di lavoratori immigrati, inizialmente soprattutto polacchi e in seguito provenienti dall’Africa subsahariana e dalla Romania, venivano attirati in Italia con false promesse di lavoro redditizio. Una leggerezza che non possiamo permetterci. “Siamo uomini o caporali?” è una delle più celebri battute della storia del cinema italiano, ideata da Totò (Antonio De Curtis). La frase dà il titolo all’omonimo film del 1955, diretto da Camillo Mastrocinque. Nel film, Totò esplicita una vera e propria filosofia di vita, dividendo l’intera umanità in due categorie distinte. Gli uomini: la stragrande maggioranza, che lavorano, faticano, soffrono e sopportano le ingiustizie quotidiane con dignità. E i caporali: che. sono una minoranza, gli oppressori e tutti coloro che sfruttano e umiliano il prossimo. Se nel 1955, con Totò si poteva sorridere su questa semplice filosofia di vita, oggi non possiamo più permetterci questa leggerezza. Perfino la parola caporalato sembra inadeguata. Altro che caporali, chiamiamoli per quello che sono: schiavisti. Migranti. La storia dei calciatori libici che sperano nella revisione dopo 11 anni di carcere di Manuela Modica Il Fatto Quotidiano, 29 giugno 2026 “Solo ragazzi con un sogno, non scafisti”. Condannati a 30 anni per la strage di Ferragosto del 2015, gli imputati hanno ottenuto l’ammissibilità alla revisione del processo. Ora sono in libertà provvisoria: la Corte d’appello di Messina deciderà a ottobre se riaprire definitivamente il caso. Abied, “uno dei più forti di tutta Bengasi”, battuto dalla squadra di Alaa. Si conoscono così, ancora adolescenti, prima della guerra in Libia che avrebbe messo fine al calcio e al futuro. Ed è da qui che nasce questa storia di promesse del calcio finite in carcere in Italia con l’accusa di essere gli scafisti della strage di Ferragosto del 2015, quando 49 persone morirono d’asfissia in una stiva. Allo sbarco, cinque ragazzi libici, tra cui i calciatori, due marocchini e un tunisino finiscono in carcere con pene fino a 30 anni. Un’accusa che potrebbe ora essere messa in discussione, dopo 11 anni di reclusione. La Corte d’appello di Messina ha ritenuto ammissibile la revisione del processo e, grazie a questo, quelli che sono ormai noti come “i calciatori libici” sono adesso in libertà provvisoria con pena sospesa. “La prima udienza sarà ad ottobre”, sottolinea Alessandra Sciurba. È a lei (diventata poi sua moglie) che Alaa ha scritto le lettere dall’Ucciardone, il carcere nel cuore di Borgo Vecchio a Palermo, diventate poi il libro “Perché ero ragazzo” (Sellerio 2025). A dicembre Alaa aveva già ricevuto una grazia parziale dal Presidente Sergio Mattarella, che aveva estinto 11 anni e 4 mesi della pena. Adesso, la Corte d’appello di Messina ha riacceso le speranze anche degli altri ragazzi libici, oltre che di uno dei ragazzi marocchini condannati con lui. Tarek Al Amami, Mohannad Khashiba, Abdel Rahman Abdel Monssef e Mohamed Assayd sono usciti di prigione dopo 11 anni e si riaccende una piccola luce di futuro, pur restando cauti. “Ho sempre avuto fiducia nella magistratura italiana”, ha scritto Faraj. “Fiducia e non speranza”, ribadisce Sciurba, “dovuta alla certezza della sua innocenza e alla sua fede incrollabile nel nostro stato di diritto”. Ma per capire tutta la storia bisogna tornare molto indietro nel tempo. A 12 anni, nel 2007, Alaa entra nell’Al-Ahly Bengasi: “Ero il bambino più felice del mondo”. Faraj era entrato nel club dei suoi sogni, studiava ingegneria e sognava un futuro da calciatore in Europa. Abied arriva invece in nazionale nel 2013, in Under 20 e in prima squadra. Un centrocampista velocissimo. I due erano compagni di scuola e poi si ritrovano all’università. Il terzo amico di Bengasi è Tarek, che giocava in prima squadra dell’Altahady. Gli altri due ragazzi di Tripoli li incontrano subito prima di prendere il mare e, caso vuole, Mohannad è un altro calciatore, così bravo che in carcere in Italia è stato soprannominato Maradona. Ma la promettente vita di centrocampisti e terzini si era infranta negli scontri successivi alla primavera araba. La guerra aveva divorato presente e futuro. Alaa, Abied e Tarek, scoppiata la guerra, vivono giorni tutti uguali. Finché intuiscono che non possono più restare in Libia, se vogliono riacciuffare il futuro: “Iniziamo così a cercare il visto per entrare in Italia”. L’Italia è vicinissima ed è il Paese d’accesso a quell’Europa che promette tanto: “Svizzera o Germania”. Questi erano i due paesi sognati dal gruppo di amici. “L’ultima sera passata con la mia famiglia è stata la sera più bella della mia vita, forse un presagio”, racconta Faraj nel libro. Per lui, che fino ad allora non si era mai separato dalla famiglia per più di 5 giorni, è una partenza epocale. Ma loro erano d’accordo: “Non ho mai deciso nulla nella mia vita senza consultarmi con i miei genitori e mio fratello”, racconta. I genitori danno il benestare, ma deve essere fatto tutto secondo le regole: “Così abbiamo iniziato a cercare il visto”. Dopo mesi, da Bengasi sembra sempre più complicato ottenerlo; la speranza, dunque, è andare direttamente a Tripoli. Partono da Bengasi Alaa e Abied. Tarek li raggiunge poco dopo. Sbarcano a Tripoli in aereo, sono figli di famiglie libiche borghesi. Ma, una volta lì, la ricerca diventa ancora più costosa e infinita. E, mentre sono lì, circondati da milizie e scontri, si rincorrono notizie di viaggi di amici già partiti. Il rischio di un viaggio in mare col gommone è troppo grande e i ragazzi hanno paura. I giorni passano, però, e la guerra erode ogni sicurezza. Fino a quando si convincono a partire. “Dai trafficanti vengono collocati in un posto molto visibile sulla barca, sopra il motore”, racconta Sciurba. “Nessuno di loro sapeva che sotto, nella stiva, ci fossero altri passeggeri”. Ne moriranno 49. Una tragedia che si abbatterà anche su di loro. Una volta sbarcati a Catania, alla fine di “un’istruttoria sommaria”, vengono identificati come gli scafisti. “Le prove sono nove testimonianze, selezionate non si sa come su più di 300 sopravvissuti, arrivate solo all’incidente probatorio e mai in nessun grado di giudizio”, racconta Sciurba. Gli avvocati d’ufficio non sanno maneggiare la situazione. Quando i legali più esperti iniziano ad occuparsi del caso, il processo è già in uno stadio troppo avanzato. E per le promesse del calcio libico il destino è segnato: una condanna pesantissima a 30 anni di carcere. Loro ne hanno solo 20. Gli anni più floridi della loro vita sono già passati nelle sovraffollate celle delle carceri italiane. Sono undici lunghissimi anni, finiti solo lo scorso mercoledì. Ma potrebbe essere solo una parentesi: “In molti hanno scritto che è stata accolta la revisione del processo, ma non è così, è stata solo ritenuta ammissibile la richiesta”, sottolinea Sciurba. Ma i sogni non si fermano. Alaa non ha più l’età per fare il calciatore in un club europeo, ma dopo un mese fuori dal carcere, un libro alle spalle, la grazia del Presidente, un’opinione pubblica italiana che lo sostiene, è ancora il calcio ad aprire la speranza: “Ha appena preso il patentino per poter allenare”, annuncia con entusiasmo Sciurba. C’è ancora da attendere: le loro vite, quelle di Faraj e di tutti gli altri, sono in mano adesso alla Corte d’appello di Messina, che dovrà decidere a ottobre se ci sarà davvero la revisione del processo. La battaglia legale non è finita, dunque. Ma nel frattempo è ancora il calcio, quel calcio rubato al Maradona libico, al centrocampista più veloce di tutta la Libia, al terzino di Bengasi, al 12enne entrato nel club dei sogni, ad offrire un’opportunità. Migranti. L’Europa respinge anche i minori alla frontiera di Annaflavia Merluzzi Il Domani, 29 giugno 2026 “Ci hanno circondato e hanno iniziato a picchiare tutti”. Al confine con la Bosnia, la violenza delle autorità croate continua a colpire chi prova a entrare in Ue per chiedere asilo, anche se i respingimenti collettivi per il diritto internazionale sono illegali. “Quando I.T. è arrivato da noi aveva l’arcata frontale della mascella completamente rotta. Aveva quindici anni”, racconta Virginia Orsili, operatrice dell’ong Ipsia. Il confine tra Bosnia e Croazia continua a lasciare segni indelebili sui corpi delle persone in movimento. La violenza delle autorità croate continua a colpire chi prova a entrare in Europa per chiedere asilo, e lo fa con particolare crudeltà nei confronti dei minori non accompagnati che attraversano la rotta balcanica. “Quando I.T. è arrivato da noi aveva l’arcata frontale della mascella completamente rotta. La polizia di frontiera croata l’ha colpito molto forte con un manganello quando ha provato ad attraversare il confine. Aveva quindici anni, ora ne ha diciassette”, racconta Virginia Orsili, operatrice dell’ong Ipsia, che gestisce l’unico centro esclusivamente per minori non accompagnati al confine tra Bosnia e Croazia. Una volta accolto nella safe house, ha intrapreso un percorso di ricostruzione chirurgica molto lungo. L’evento che, in maniera particolare, ha impattato sulla condizione psicologica del minore è stato il fatto che “i croati mi hanno rubato il passaporto. Ora sarei voluto tornare in Siria, o raggiungere la mia famiglia in Turchia, ma non posso perché non ho documenti”, spiega I.T. “Sono andato via dal mio paese quando la guerra ha raggiunto la mia città, volevo arrivare in Europa ma ho capito che gli europei non mi vogliono fra loro”. Ora, bloccato nel limbo delle frontiere esternalizzate, ha chiesto asilo in Bosnia dove ha ottenuto la protezione sussidiaria. Vive nel centro insieme ad altri due ragazzi della sua età. Y.Q., originario della cittadina egiziana di Al Shaqria, è partito da solo quando aveva 13 anni e ha attraversato la Libia, la Grecia, la Macedonia e la Serbia prima di arrivare in Bosnia. Anche lui ha provato ad attraversare il confine ed è stato respinto cinque volte. Per N.T., diciassettenne gambiano, è bastata una volta sola a farlo desistere dal desiderio di arrivare in Europa. “Era notte quando abbiamo provato ad entrare in Croazia, ci hanno circondato e hanno iniziato a picchiare tutti”, ricorda. Lui è stato risparmiato, ma gli è stato impedito di richiedere asilo, nonostante fosse un rifugiato politico in fuga dal Gambia dopo che suo padre è stato ucciso perché dissidente. Entrambi hanno chiesto protezione internazionale a Sarajevo, e sono in attesa di riscontro. I respingimenti collettivi, soprattutto se violenti, sono illegali sia secondo la Convenzione di Ginevra che la Carta dei diritti umani dell’Unione europea. Da anni migliaia di minori sulla rotta li subiscono. È difficile stabilirne il numero con esattezza, perché i dati di Frontex - l’Agenzia dell’Unione europea della guardia di frontiera e costiera - sono falsati, com’è emerso dall’ultimo report di Save the Children. L’agenzia nel 2025 ha infatti registrato circa 13mila nuovi ingressi di migranti irregolari, adulti e bambini, numero che si scontra con le richieste d’asilo registrate nei paesi di transito e destinazione. Solo in Croazia, infatti, sono state depositate oltre 14mila nuove domande, di cui 1229 minori non accompagnati. I numeri dei paesi di destinazione sono altissimi, come la Germania dove superano le centodiecimila persone, di cui il 45 per cento minori (il 15 per cento nati da applicanti nel paese durante il processo di registrazione). “Le testimonianze dei respingimenti parlano di percosse, furti di telefoni, soldi e documenti. In alcuni casi sguinzagliano i cani sui migranti, abbiamo incontrato spesso persone con evidenti morsi sulle braccia o sulle gambe. La pratica più comune”, spiega ancora Orsili, “è quella di togliere le scarpe e i vestiti, costringendo le persone in movimento a camminare seminude nella foresta anche d’inverno. Tutto ciò viene applicato ad adulti e bambini senza distinzione”. Una grossa aggravante che pesa sulla condizione dei minori in movimento è la mancanza di accesso all’istruzione. Il centro per minori prevede delle ore settimanali per la scolarizzazione, ma ha una capienza limitata. Il resto dei bambini e degli adolescenti si concentra nel campo profughi di Lipa, a 23 chilometri dalla città più vicina, “e per la mancanza di fondi si pone il problema del trasporto, due volte al giorno, verso e dagli istituti scolastici al campo”, continua l’operatrice umanitaria. Dell’accesso all’istruzione si occupa per mandato Onu Save the Children, che lo garantisce ai minori di 15 anni, “ma, sempre per mancanza di fondi, non ci sono servizi specifici per l’inclusione linguistica” - la scuola pubblica adotta infatti solo il bosniaco - “né per la mediazione culturale o l’assistenza psicologica”, conclude. “Noi scambiati per terroristi di Hamas, in Libia violenze e privazioni inumane” di Flavia Amabile La Stampa, 29 giugno 2026 L’attivista della Flotilla Domenico Centrone racconta il mese di sequestro: così hanno assaltato e distrutto le ambulanze. L’ipotesi di un’azione legale per violazione dei diritti umani. Sospettati di essere dei fiancheggiatori di Hamas, le ambulanze prese d’assalto, gli inganni, le continue violenze psicologiche da parte degli agenti della Libia orientale controllata dal generale Haftar. Domenico Centrone, uno dei due attivisti italiani della missione di terra della Global Sumud Flotilla costretti a rimanere per un mese in un centro di detenzione dei servizi segreti a Bengasi mentre portavano aiuti umanitari a Gaza, aggiunge alcuni dettagli ancora non noti sul trattamento subito. Un trattamento per il quale stanno valutando se procedere con un’azione legale per violazione del diritto internazionale e dei diritti umani. “Fermare un convoglio umanitario è ancora una volta una violazione del diritto internazionale” spiega. Ma il convoglio non è stato solo fermato, è accaduto qualcosa di molto più grave. È domenica 24 maggio quando, dopo essere rimasti bloccati a Sirte, una delegazione della Flotilla di terra si avvia verso il confine con la Libia orientale per discutere modi e tempi della prosecuzione della spedizione. “Ci siamo addentrati verso il confine solo con due ambulanze”, racconta Domenico Centrone. “Io ero nell’ambulanza di destra e ho visto lungo il confine un muro formato da venti blindati e una cinquantina di soldati con le uniformi blu della Cirenaica. Arrivati a 100-200 metri dal checkpoint siamo stati fermati da due Suv che sono arrivati a grande velocità e hanno tagliato la strada alle ambulanze costringendole a fermarsi. Dai Suv sono usciti degli uomini in borghese che ci hanno intimato di scendere. Una volta fuori, ci hanno strattonato, perquisiti con una certa violenza, strappandoci anche i vestiti e l’hijab a una nostra compagna musulmana. Poi hanno messo a soqquadro le ambulanze lanciando a terra medicinali, lettini e tutto quello che c’era all’interno”. Senza una parola di spiegazione e senza che il confine fosse stato attraversato, gli attivisti sono stati portati via, gli uomini in un blindato, le donne nei Suv. In totale, dieci persone. “Ci hanno portato in un centro di smistamento dei migranti a Sirte”, prosegue Domenico Centrone. Abbiamo trascorso un giorno e mezzo lì e abbiamo subito l’interrogatorio più lungo e duro di tutti, con toni violenti e minacciosi. Il mio turno è stato dalle due alle sei meno un quarto del mattino. Volevano sapere tutti i dettagli della missione ma soprattutto erano convinti che ci fossero dei terroristi di Hamas al nostro interno. Mi hanno mostrato foto di persone per sapere se le conoscessi, volevano sapere i nomi dei nostri compagni della Libia occidentale. Abbiamo resistito, nessuno di noi ha rivelato nulla per non mettere inutilmente in pericolo delle persone che con Hamas non hanno nulla a che fare”. Dopo un giorno e mezzo nel centro, sono stati trasferiti in un aeroporto dove un charter li stava aspettando. “Le guardie si sono scusate e ci hanno detto che ci avrebbero riportato in Italia. A noi sembrava normale che fosse così, non avevamo commesso alcun reato. Una volta all’interno dell’aereo abbiamo sentito il pilota che annunciava che saremmo andati a Bengasi, cioè nella Libia orientale invece di riportarci a Tripoli da dove avremmo potuto prendere un aereo per l’Italia. Abbiamo chiesto spiegazioni, hanno continuato a rassicurarci. Ci hanno detto che lì ci avrebbe aspettato qualcuno e che poi saremmo rientrati. Ci siamo fidati, abbiamo pensato che avessero preso accordi con il console che sarebbe stato lì all’arrivo”. All’aeroporto di Bengasi effettivamente c’erano dei Suv parcheggiati sulla pista. Ma hanno portato gli attivisti, a grande velocità e con le sirene spiegate, molto lontano dal consolato. “Abbiamo attraversato la periferia della città e ci siamo fermati solo quando siamo arrivati davanti a una struttura gigantesca, senza insegne, senza nomi. Eravamo pietrificati perché passare dalla gioia del rientro trovarci in un carcere dei servizi segreti ci ha messo molta paura”. Da quel momento in poi sono stati messi prima in isolamento, ognuno in una cella di 2 metri per due. Poi in celle lievemente più grandi dove dormivano in tre a terra “su dei materassini sudici”. “Siamo rimasti lì un mese - prosegue Domenico Centrone - senza poter parlare con un avvocato, senza capire che cosa contenevano le nostre dichiarazioni scritte in arabo, senza parlare con le nostre famiglie se non dopo dodici giorni. Sono violazioni che ci hanno messo addosso una pressione psicologica molto forte”. Isolati rispetto al mondo esterno ma all’interno dopo alcuni giorni si è creato un rapporto con le guardie del carcere. “Condividevano le sigarette, il tè, il cibo. Ci hanno confidato le loro difficoltà e molti ci hanno confessato che il prossimo anno si sarebbero organizzati per venire in Italia con un barcone”. Domenico Centrone si concede un sorriso alla fine di questo lungo racconto: “Li abbiamo sconsigliati”. Australia. Il governo insiste nel mettere in carcere anche bambini di 10 anni richiedenti asilo La Repubblica, 29 giugno 2026 La denuncia di Human Rights Watch. Insiste nonostante le raccomandazioni Onu sui diritti umani. L’ Australia si è rifiutata di impegnarsi in riforme per l’incarcerazione dei minori, la detenzione offshore dei richiedenti asilo e l’eliminazione graduale dei combustibili fossili, nonostante le ripetute richieste di farlo da parte dei paesi membri delle Nazioni Unite, ha fatto sapere oggi Human Rights Watch. Nella sua risposta scritta alla sua quarta Revisione Periodica Universale (Upr) presso il Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite - un meccanismo dell’Onu per valutare, ogni 4 anni e mezzo, la situazione dei diritti umani in tutti i 193 Stati membri - il governo laburista di Albanese ha accettato solo 128 delle 332 raccomandazioni ricevute (38 percento). Si tratta di un tasso di accettazione inferiore rispetto all’UPR del 2021, quando il precedente governo di Coalizione accettava il 51 percento delle raccomandazioni. Le detenzioni offshore dei richiedenti asilo. “L’Australia - ha detto Annabel Hennessy, ricercatrice australiana presso Human Rights Watch - sostiene di prendere sul serio i propri obblighi in materia di diritti umani, ma ha ignorato la maggior parte delle raccomandazioni derivanti dal processo di revisione dell’ONU. Per anni, altri Paesi hanno chiesto all’Australia di smettere di incarcerare bambini di appena 10 anni, di porre fine alla detenzione offshore dei richiedenti asilo e di agire concretamente sul cambiamento climatico, eppure l’Australia continua a rifiutarsi di agire. I trasferimenti con la forza nella nazione insulare del Pacifico di Nauru. Il governo australiano ha affermato di essere impegnato a garantire che il suo sistema migratorio rispetti gli obblighi internazionali e i diritti umani di migranti, rifugiati e richiedenti asilo, ma non ha accettato le raccomandazioni che chiedano esplicitamente di porre fine al regime di elaborazione offshore, secondo cui i richiedenti asilo vengono trasferiti con la forza nella nazione insulare del Pacifico di Nauru.