Il tempo del carcere e quello del Garante dei detenuti, realtà che non camminano allo stesso passo di Vito Daniele Cimiotta terzultimafermata.blog, 28 giugno 2026 Nel sistema penitenziario italiano il tempo non è una variabile neutra: è una lente che decide cosa si vede e cosa si perde. Quando anche gli strumenti istituzionali deputati alla lettura del sistema arrivano con oltre un anno di ritardo, il problema non è più la cronologia. È la distanza strutturale tra descrizione e realtà. La relazione annuale del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale è stata trasmessa al Parlamento con un ritardo superiore a dodici mesi. Un dato che, in qualunque settore ordinato secondo i principi di accountability pubblica, solleverebbe interrogativi sulla tempestività del controllo. Nel sistema penitenziario, invece, si inserisce in una più ampia e ormai consolidata asimmetria: quella tra la permanenza del disastro e la lentezza della sua rappresentazione. Perché il punto decisivo è proprio questo: non si tratta di una crisi recente. Le condizioni del sistema carcerario italiano sono da anni oggetto di segnalazioni convergenti da parte della giurisprudenza nazionale ed europea, del mondo accademico e delle associazioni che operano negli istituti di pena. Sovraffollamento strutturale, carenze croniche di organico, deficit sanitari, inadeguatezza degli spazi detentivi e un numero di eventi critici che ha assunto carattere sistemico non costituiscono più eccezioni, ma elementi ordinari del funzionamento del sistema. In altri termini, il carcere non è in emergenza: è in uno stato di emergenza stabilizzata. In questo scenario, la relazione si colloca con una impostazione prevalentemente ricognitiva. La struttura privilegia la rendicontazione delle attività svolte, la mappatura degli interventi, la descrizione dei flussi istituzionali. Ne deriva un documento formalmente ordinato ma sostanzialmente sbilanciato verso la dimensione amministrativa dell’Autorità, più che verso la sua funzione critica. Ed è proprio qui che si manifesta la frizione più significativa. Un organismo di garanzia, soprattutto in un contesto in cui i diritti fondamentali sono esposti a compressioni strutturali, non è chiamato soltanto a certificare ciò che accade, ma a esplicitare ciò che persiste: la natura sistemica del degrado, la sua durata, la sua riproduzione nel tempo. Perché il disastro non è un episodio. È una continuità. E nel caso del sistema penitenziario italiano, questa continuità ha ormai assunto una forma riconoscibile: quella di una normalizzazione progressiva delle criticità. La relazione arriva quando questa trasformazione è già avvenuta da tempo. E in questo ritardo non c’è solo un problema di sincronizzazione, ma una perdita di intensità conoscitiva: il documento descrive un presente che, per molti aspetti, è già passato. Il risultato è un paradosso ormai evidente. Il carcere continua a peggiorare in una condizione di lunga durata, mentre la sua rappresentazione istituzionale lo raggiunge solo a trasformazione avvenuta. Così, ciò che dovrebbe essere denuncia diventa descrizione, e ciò che dovrebbe essere descrizione diventa archivio. E quando il disastro smette di essere raccontato come tale perché è diventato permanente, non è più il linguaggio a rincorrere la realtà. È la realtà a non aver più bisogno di essere raccontata per essere riconosciuta. “Solo ora che Alemanno è uscito da Rebibbia vi accorgete del problema delle carceri?” di Michele Larosa mowmag.com, 28 giugno 2026 Dopo l’uscita di Alemanno da Rebibbia il tema del carcere torna sotto i riflettori. Ne abbiamo parlato con chi se ne occupa da anni, i Radicali Italiani. Prima Marco Pannella e le sue memorabili lotte, ora una squadra di giovani sta cercando di tenere viva quella fiamma di libertà e diritti. Abbiamo intervistato il loro segretario Filippo Blengino, lui Caino lo difende sì, con le unghie e con i denti, anche in collaborazione con Nessuno Tocchi Caino, l’associazione affiliata al Partito Radicale Transnazionale che da anni si batte contro la pena di morte in tutto il mondo. Blengino ha visitato carceri in tutta Italia, oltre che tutti i minorili del nostro Paese, e ci ha raccontato la dura realtà delle patrie galere. Con la questione Alemanno si è riacceso, anche se solo per un attimo, il riflettore sulle condizioni dei carcerati italiani… Sì, noi siamo stati in autunno nella sezione in cui era incarcerato Alemanno, e tra l’altro è la stessa sezione in cui sono tuttora incarcerati i fratelli Bianchi e Schettino. È una sezione di Rebibbia, del famoso reparto G8, che sicuramente soffre sovraffollamento, difficoltà col caldo eccetera, ma è la sezione migliore di Rebibbia, questo senza ombra di dubbio. Perché mentre queste persone comunque riescono ad avere dei percorsi lavorativi, a fare qualcosa, le altre migliaia di persone che sono a Rebibbia sono letteralmente lasciate a loro stesse. Secondo me questo la dice anche un po’ lunga… Alemanno ha descritto in maniera puntuale la gravità della situazione della sua sezione che è una delle migliori, quindi immaginiamoci le peggiori. Certo che la cosa che dispiace è che una persona che comunque ha scritto diversi diari dal carcere, messaggi anche molto belli, ripresi dal Presidente del Senato, poi vada con un manettaro di ferro come Vannacci… Lascia un po’ perplessi visto che Vannacci ha detto: “Tra Abele e Caino sono sempre dalla parte di Abele e Caino deve marcire in carcere”... Tra l’altro la cosa che lascia anche perplessi è che Alemanno è iscritto a Nessuno Tocchi Caino - un’associazione radicale che si occupa di carcere - da ben prima di essere stato incarcerato, ed è stato iscritto intorno agli anni 80-90 al Partito Radicale. Proprio perché era ovviamente lontano da molti nostri temi, ma legato a quelli della giustizia e del carcere in generale. Quindi, a differenza di altri, io credo che lui sia autentico sul tema del carcere, e non solo perché lo ha vissuto. Ma proprio in virtù della sua posizione potrebbe usarla meglio per far valere le giuste istanze dei detenuti. Ma un’iniziativa in collaborazione Radicali-Alemanno? Volentieri. Anzi, quando siamo andati abbiamo anche cercato di parlargli, ma lui in quell’occasione non ha voluto vederci. Però se c’è l’occasione, sì. Il tema per me rimane lo stesso: non è che il carcere non va bene così ma non va bene solo per Marco e va bene per Abdul. È una questione molto ampia, complessa, che riguarda sia gli italiani che gli stranieri, e che va affrontata con provvedimenti totalmente divergenti rispetto a quelli portati avanti dai suoi amici. Vannacci ha detto anche che per lui la soluzione al sovraffollamento non è l’amnistia ma più carceri. È solo uno slogan? Sì, più che altro è una cosa che si dice da anni e nessuno ha mai realizzato più carceri, per il semplice fatto che quelle che ci sono già cadono a pezzi, quindi prima di costruirne altre bisognerebbe sistemare quelle attuali. E lo stanziamento di risorse richiederebbe un intervento tale da rendere più facile, letteralmente, buttare giù alcune carceri e ricostruirle da zero. Ma poi non è questa la soluzione, come sappiamo, dove ci sono più sanzioni, più pene, più aumenti di pena, più carceri non è che la criminalità scende, anzi al contrario. I paesi con tassi di criminalità minori sono quelli in cui il carcere è meno presente. Lascia il tempo che trova questa cosa. Poi io credo che vada benissimo l’amnistia, benissimo l’indulto, però le vedo come misure estremamente emergenziali. Secondo me serve proprio un pacchetto. Il fatto che uno come Alemanno venga incarcerato e portato a Rebibbia, per dei reati di cui peraltro l’abuso d’ufficio è stato anche abolito. Beh io credo che qualcosa non funzioni. C’è anche un tema di giustizia… Sì, esatto. Dovrebbe essere un luogo di extrema ratio, non un luogo in cui chiunque può entrare, anche solo per stare due mesi. Mi racconti un po’ i carceri che hai girato e i problemi che hai visto da vicino? I problemi, purtroppo, ormai sono cronici, e mi rendo conto che ogni anno diciamo sempre le stesse cose. Sono gli stessi da anni, e la reazione della politica è la stessa da anni, non è cambiato praticamente nulla, dai governi di sinistra ai governi di destra. La deriva manettara di tenere tutti in carcere l’hanno sempre avuta tutti, tranne quando la Corte Europea ha condannato l’Italia con la sentenza Torreggiani, e allora hanno dovuto in qualche modo diminuire la popolazione carceraria. Le cose più toccanti, più forti, sono sempre legate alle persone che si incontrano. Si incontrano agenti di polizia penitenziaria che vivono comunque anche loro il carcere, vivono anche loro una sorta di ergastolo in qualche modo, in condizioni molto difficili: sono sottopagati, hanno stipendi da fame, spessissimo vengono catapultati dalla Sicilia a Bolzano, spesso dormono in caserme fatiscenti e con turni di lavoro particolarmente massacranti. C’è il tema degli educatori, in un sistema che dovrebbe poggiare alla base sul concetto costituzionale di rieducazione del reo. Nel momento in cui un educatore ha a che fare con 100-150 detenuti, ovviamente non sa neanche come si chiamano, non sa cosa hanno fatto, non li conosce. Quindi in un carcere come Torino, dove ci sono 1500 detenuti e 8 educatori, diventa difficile gestire questa macchina del presunto reinserimento. Poi c’è il tema dei detenuti, e quindi qui c’è l’allarme psichiatrico - non solo i suicidi, che sono sempre in aumento, ma anche detenuti con disturbi seri, magari con doppia diagnosi legati anche a tossicodipendenze in alcuni casi, e poi detenuti che invece maturano patologie psichiatriche stando in carcere. Dalle, tra molte virgolette, “banali depressioni” fino a patologie più complesse. E il carcere ovviamente non ha gli strumenti per gestire questa cosa. Chiusi i manicomi, queste persone non sono state reindirizzate da qualche altra parte, sono state messe in carcere e amen. Le carceri sono diventate anche un po’ dei manicomi criminali. Poi l’altro tema vero è che il detenuto tipico italiano, nella maggior parte dei casi, entra in carcere e sta letteralmente dal mattino alla sera in sezione a guardare il soffitto... Noi in carcere non è che andiamo sabato e domenica, andiamo tutta la settimana, spesso anche durante i giorni lavorativi. E, a prescindere da quando andiamo, tendenzialmente i laboratori, le scuole, le biblioteche le vediamo sempre vuote, perché manca il personale. Per cui queste persone hanno un accesso minimo all’istruzione, molti sono anche analfabeti, non parlano l’italiano. Per carità, esistono dei corsi base, però non c’è un percorso strutturato, molte carceri non hanno neanche le superiori. Il lavoro, che dovrebbe essere il vero fulcro del carcere, non esiste. Viene fatto a rotazione ed è per il 90-95% lavoro interno al carcere: pulizia delle scale (i famosi “scopini”), oppure il vitto (i “portantini”) - cioè lavori interni all’amministrazione penitenziaria, e normalmente si fanno rotazioni, turni di tre mesi. Quindi magari uno lavora tre mesi e poi non lavora per nove mesi. Tutti questi sono sintomi di una grave crisi del sistema carcerario, che va posta in termini di umanità, ma anche in termini di economicità. Noi vediamo, nel momento in cui si applicano misure in cui il lavoro viene posto al centro - quindi misure alternative al carcere, in cui la persona sta fuori ma ha obblighi, controlli, vincoli - che il tasso di recidiva passa dal 70 al 10%. Quindi allo Stato conviene, in termini sociali e in termini economici, evidentemente non in termini elettorali. Tu hai girato anche tutti i minorili d’Italia, lì la situazione è ancora più delicata… Sì, è più delicata, anche perché è ovviamente un ambiente molto più complesso. Si diceva una volta che la giustizia minorile fosse il fiore all’occhiello della giustizia italiana, forse lo era. Poi è arrivato questo governo, con i vari decreti, tra cui il Decreto Cutro, è riuscito a sovraffollare anche i minorili, come forse non era mai successo nella storia repubblicana. E tra l’altro, dal 2003 non avevamo più registrato suicidi nei minorili, e purtroppo, ultimamente, ne abbiamo registrati di nuovo. Il vero tema dei minorili, più ancora che negli adulti, è proprio la questione psichiatrica. Perché questi ragazzi sono lasciati a loro stessi. Non sono ragazzi che hanno bisogno solo di reinserimento sociale o di essere “rieducati”: hanno bisogno proprio di essere educati. Sono ragazzi piccoli, di 15-16 anni, molte volte minori stranieri non accompagnati, spessissimo con fortissimi disagi psichici. Noi, quando andiamo nei minorili vediamo ragazzi che si tagliano le braccia, ci raccontano di ragazzi che ingoiano pile, lamette, gesti autolesivi anche importanti. Lì c’è proprio il cuore del tema dell’allarme psichiatrico, e anche in questo caso la gestione con le sbarre non riesce a cogliere il problema: cioè tutelare la vita del minore, e insieme il problema sociale di portare quella vita verso una strada di legalità e rispetto delle regole. Invece, tenendo lì questa persona, semplicemente si ammala, sta ancora peggio, e quando esce - visto che notoriamente le carceri sono l’università del crimine per eccellenza - commetterà nel 70% dei casi non solo un altro reato, ma spesso un reato anche più grave. Quindi è un cane che si morde la coda. Invece ci sono delle realtà virtuose, da prendere ad esempio? Ci sono stati degli esperimenti in questi anni. Esistono carceri che hanno la fortuna, per una questione geografica, puramente casuale, di non avere particolare sovraffollamento, e quindi di essere un po’ più tranquilli. Ci sono poi degli istituti “premio”, ad esempio quella di Fossano, Bollate, dove una persona con una condanna definitiva anche lunga, ma con buona condotta, riesce ad accedere. Questi sono esempi positivi, ma sono una goccia di positività in una caraffa di problemi strutturali, che riguardano tutti: personale, detenenti, detenuti. L’altro giorno hanno messo sotto sequestro un carcere, una cosa che non era mai successa nella storia repubblicana, tanto per dirne una. Eppure a livello mediatico se ne parla sempre poco, ma non è una questione di serie B, è una questione di tenuta. È lì che si vede la tenuta dello Stato di diritto, è lì che si misura la giustizia. Ed è un peccato che non si riesca a farlo vedere, perché sarebbe veramente importante entrare con le telecamere, far vedere alle persone il carcere per com’è. Perché la gente pensa o all’hotel, o alle tute arancioni di Netflix, mentre c’è una realtà fatta di odori, di difficoltà, di urla, di caldo. Secondo me, far percepire alla gente cos’è davvero aiuta anche a capire che quello semplicemente non è il modo migliore per rieducare, usiamo anche la parola “punire” una persona: è semplicemente vendetta. Abbiamo parlato del Decreto Cutro, abbiamo parlato di una linea politica orientata all’inasprimento delle pene, dal punto di vista del governo Meloni è stato fatto qualcosa sul fronte carcerario? Hanno fatto una marea di danni su tutti i fronti. Sui minorili, in particolare, il Decreto Cutro li ha intasati di più. Ma io credo che questo governo sia estremamente pericoloso anche nelle piccole cose. Fino all’anno scorso, nei minorili, il dipartimento disponeva che gli agenti di polizia penitenziaria non fossero in divisa ma in borghese, con abiti civili. Questa cosa aveva un senso pedagogico, perché nel momento in cui i detenuti minorenni vengono riconosciuti come categoria più fragile ha a che fare sì con personale di polizia ma non in divisa, in modo da non creare tutta quella distanza. Invece il governo ha deciso di obbligare tutti gli agenti a rimettere la divisa, e loro stessi non erano contenti. Sono piccole cose, ma raccontano della voracità con cui questo governo interviene anche sul carcere. Sono intervenuti anche sulle donne rispetto ai minori in carcere, sugli ICAM: una volta era obbligatorio il differimento della pena quando la donna era incinta o aveva un figlio minore di tre anni; adesso il differimento è diventato facoltativo, quindi il giudice può comunque ordinare la reclusione. Nel carcere per adulti loro millantano di aver sbloccato concorsi pubblici per la polizia penitenziaria, è vero, ma il problema è che strutturalmente mancano psicologi, mediatori culturali. Ci sono carceri composte da 700-800 persone straniere che hanno un solo mediatore culturale, magari di un singolo paese africano - come se per tutta l’Europa ci fosse un solo mediatore culturale. Chiaro che non basta. Eppure il mediatore culturale è una figura fondamentale, perché previene. È proprio questo il tema: mentre noi cerchiamo di porre l’accento sulla prevenzione - su questo come su tutti i temi - loro puntano sulla reazione. Quindi meglio avere più polizia, meglio avere il taser, addirittura adesso la polizia penitenziaria avrà la possibilità di infiltrarsi in maniera segreta per percepire, capire, e forse addirittura dirigere alcune azioni dei detenuti, una cosa totalmente incostituzionale. Eppure lavorare sulla prevenzione, sull’educazione, sull’istruzione, costerebbe anche meno. Ma è meglio dire, come diceva Delmastro ‘l’intima gioia l’idea di far sapere ai cittadini come noi sappiamo trattare e incalziamo chi sta dietro quel vetro e non lo lasciamo respirare”. Forse il tema più grande non è solo cosa è stato fatto, ma cosa non è stato fatto. Perché i richiami sul sovraffollamento li facciamo costantemente, ma sono iniziati ad arrivare anche richiami non solo dall’Europa, ma anche da esponenti di destra. Il Presidente del Senato, che è di destra, l’anno scorso è stato molto esplicito nel chiedere un intervento. Anche da Alemanno sono andati un po’ tutti, quindi c’è stata comunque una sorta di sommossa da parte delle istituzioni. Coglierla, anche con un intervento “camuffato” che riducesse un po’ la vergogna per cui in celle pensate per due persone ne stanno nove, sarebbe il minimo sindacale”. Prescrizione, FdI ora stoppa FI: la riforma non prima di ottobre di Giacomo Salvini Il Fatto Quotidiano, 28 giugno 2026 “Decideranno i leader...”. Allarga le braccia il sottosegretario alla Giustizia di Fratelli d’Italia, Alberto Balboni, nel salone Garibaldi del Senato, incrociando il suo collega di maggioranza Pierantonio Zanettin. Una cosa però è certa, continua il sostituto di Andrea Delmastro in via Arenula: “Prima di ottobre la riforma della prescrizione non si può fare: ci siamo impegnati con l’Unione europea a rispettare i target sulla riduzione dei tempi del processo penale con la vecchia legge Cartabia e adesso non possiamo cambiare le regole in corsa...”. Insomma, tutto rinviato. Sulla giustizia, dopo il referendum perso del 22 e 23 marzo sulla separazione delle carriere, la maggioranza è tornata di nuovo a scontrarsi: Forza Italia - su mandato della famiglia Berlusconi e con l’avvicinarsi della campagna elettorale - sta rilanciando tutte le battaglie garantiste, mentre Fratelli d’Italia frena consapevole dell’impopolarità delle riforme sulla materia dopo la sconfitta referendaria. A inizio giugno, su richiesta degli azzurri, i capigruppo di maggioranza si sono incontrati per un vertice al ministero della Giustizia in cui avevano discusso e litigato sull’iter delle principali riforme e avevano deciso che si sarebbero riaggiornati una settimana dopo. Incontro poi mai avvenuto perché annullato dal ministro Carlo Nordio e mai riconvocato. Non si farà. Tutto è stato demandato a una trattativa interna al ministero della Giustizia con il viceministro azzurro Francesco Paolo Sisto che avrebbe scritto un emendamento per evitare di rendere retroattiva la riforma della prescrizione: secondo la norma transitoria, le nuove regole non si applicheranno ai procedimenti in corso ma solo a quelli successivi. Eppure, governo e Fratelli d’Italia non sembrano intenzionati a chiudere in tempi rapidi. Sia per una questione di iter parlamentare, sia soprattutto per una questione di impegni con l’Unione europea. L’Italia infatti si è impegnata con Bruxelles a ridurre del 25% i tempi dei processi penali entro il 30 giugno con la scadenza del piano prevista il 30 agosto. Poi serviranno almeno due mesi di controlli da parte dei funzionari della Commissione e quindi tutto slitterà a ottobre. L’impegno è stato preso con le regole dell’improcedibilità della legge Cartabia (approvata nel 2021) e dunque la maggioranza non potrà cambiare in corsa le regole. In teoria, la maggioranza potrebbe approvare la nuova legge al Senato prima della pausa estiva (come vorrebbe Forza Italia) e poi fare la terza lettura alla Camera in autunno, anche se il calendario di Palazzo Madama è molto fitto tra legge elettorale e decreti da convertire. Ma tutto dipenderà anche dalla volontà politica di portare avanti la riforma. Sisto sta scrivendo l’emendamento ma Balboni, suo collega di Fratelli d’Italia, è più cauto: “I tempi e i modi li decideranno i leader, a livello più alto”, spiega. Una cosa è certa: la premier Giorgia Meloni ha chiesto che non passi il messaggio di una sanatoria o di un salvacondotto per i procedimenti in corso. Eppure il rischio c’è e per questo gli alleati di Forza Italia frenano. Non è un caso che martedì scorso, quando Zanettin ha riproposto il tema della calendarizzazione della riforma della prescrizione in ufficio di presidenza, la presidente della commissione Giustizia del Senato leghista Giulia Bongiorno ha solo “preso atto” della richiesta senza darne seguito. Più facile, invece, sarà il percorso della riforma che limita il sequestro degli smartphone. Dovrebbero essere accolti gli emendamenti voluti dalla presidente della commissione Antimafia Chiara Colosimo (FdI) per escludere i reati di mafia e terrorismo, mentre è ancora in fase di trattativa la riforma delle intercettazioni: dopo la sua entrata in vigore, il procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo aveva scritto al ministro Nordio spiegando che con la legge molte inchieste sono a rischio. Melillo ha fatto un elenco di “reati spia” da escludere dalla norma: alcuni suggerimenti saranno accolti, altri no, spiegano fonti di governo. Il gip collegiale (rinviato) divide ancora avvocati e magistrati di Giulia Merlo Il Domani, 28 giugno 2026 Per l’Ocf, questa deve essere l’ultima proroga, poi la riforma deve entrare in vigore. L’Anm invece chiede che venga abrogata, perchè non praticabile dal punto di vista degli organici. L’entrata in vigore del gip collegiale è stata rinviata dal ministero della Giustizia di un anno, facendola slittare al 28 febbraio 2027. La decisione, giustificata dalle difficoltà organizzative, ha ricevuto reazioni opposte tra magistrati e avvocati. L’Organismo Congressuale Forense ha fatto notare in una nota che la riforma è “volta a tutelare la libertà personale alla luce degli eccessi custodiali ai quali si assiste da decenni”, dunque il rinvio “seppur comprensibile, impone all’avvocatura di esprimere fin da ora una fortissima contrarietà a qualunque altro rinvio, non potendosi sopportare che la tutela della libertà della persona sia soccombente rispetto a problemi organizzativi. D’altronde, il rinvio di 8 mesi è ampiamente sufficiente a ovviare a qualunque difficoltà di organizzazione, anche in ragione della implementazione del numero di magistrati in servizio”. Di parere opposto l’Anm, che ha già chiesto che la riforma non solo venga rinviata, ma finisca su un binario morto. In audizione al Senato in commissione Giustizia sul decreto di rinvio, il presidente Giuseppe Tango ha detto che con il gip collegiale “si rischierà la paralisi” nei piccoli tribunali, invece in quelli medio grandi il rischio è quello di un “significativo rallentamento nell’emissione delle misure cautelari”, anche per i reati di “mafia e di violenza di genere”. Tango, infatti, ha parlato di “irrealizzabilità in concreto di tale istituto senza la sostanziale modifica delle attuali piante organiche”. Se l’antimafia diventa un mezzo per fare carriera di Mario Di Vito Il Manifesto, 28 giugno 2026 Scontro al Csm per una delibera sulle aree “ad alta densità mafiosa”. Un procuratore antimafia vale più dei suoi colleghi? La domanda non è nuova e già in passato il Csm ci è inciampato sopra. Adesso è tornata di moda per una delibera che ha modificato il Testo unico sulla dirigenza giudiziaria indicando una serie di procure che operano in aree ad “alta densità di criminalità organizzata di tipo mafioso”. Il provvedimento, sulla carta, servirebbe a valorizzare le esperienze in antimafia dei magistrati che aspirano a determinati incarichi direttivi o semidirettivi. Significa che quando si apre la partita per una nomina a capo di una procura in una zona in cui i reati di mafia sono preponderanti, chi ha già lavorato in una dda parte avanti agli altri. La polemica è scoppiata per il fatto che le aree individuate dal Csm sono tutte del Sud: Bari, Caltanissetta, Catania, Catanzaro, Lecce, Messina, Napoli, Palermo, Reggio Calabria, Roma e Salerno. “Così si cancella l’esistenza della mafia al nord”, è dunque diventato il ritornello più ripetuto negli ambienti dell’antimafia non solo giudiziaria. Articoli, appelli, interviste a testimoniare la grande preoccupazione per il fatto che il consiglio superiore avrebbe riscritto la storia della criminalità organizzata in Italia e l’avrebbe confinata esclusivamente nel Mezzogiorno quando decine di inchieste dicono che ormai le infiltrazioni sono presenti anche - forse soprattutto - al Nord. Sull’onda di tutto questo, il consigliere laico del Pd Ernesto Carbone ha presentato una pratica per riportare la discussione in commissione. Proteste sono arrivate anche dalle laiche di destra Claudia Eccher e Isabella Bertolini, che chiedono il ritiro della delibera La faccenda, però, è molto diversa. “La mafia è un fenomeno che non si può sottovalutare e nessuno al Csm ha alcuna intenzione di farlo. L’esperienza in quel settore è un patrimonio, ma va valorizzata in maniera corretta, cioè quando è rilevante”, dice al manifesto la consigliera di Magistratura democratica Mimma Miele. “Questa esperienza è un titolo quando si ricopre un ruolo in una procura distrettuale, ma è evidente che, quando si concorre per una procura circondariale, non può essere considerato titolo preferenziale”. Altrimenti vorrebbe dire che aver fatto il magistrato antimafia conta più di aver fatto il magistrato specializzato, per esempio, in crimini finanziari. Vorrebbe dire istituzionalizzare un antico sospetto: talvolta l’antimafia serve solo a fare carriera. “A Milano - spiega dal canto suo il consigliere indipendente Roberto Fontana - ci sono stati tanti procuratori che non venivano dall’antimafia e che però hanno fatto inchieste enormi sulla mafia. Poi ovviamente possiamo discutere di tutto, ma la polemica mi pare nata da una questione mal posta: è assurdo dire che al Csm si sottovaluta la mafia”. Il meccanismo con cui sono state individuate le aree ad alta densità di criminalità mafiosa, peraltro, non è affatto arbitrario. Dal consiglio superiore lo avevano spiegato quando la delibera è stata approvata: “Le valutazioni sono state effettuate sulla base della relazione della Dia 2024, il bilancio sociale della Dnaa, la tabella degli atti inseriti nel sistema Sidda/Sidna, il dossier Anci sulle infiltrazioni negli enti locali”. Ma se la forma è corretta, resterebbe un problema di “messaggio sbagliato”, come hanno detto dall’associazione Libera, che una decina di giorni fa ha organizzato un presidio a Bologna sul punto. Quello che sfugge, forse, è che quanto deciso dal Csm non riguarda l’antimafia ma la carriera dei magistrati e i requisiti per ottenere nomine più o meno di prestigio. Voler trasformare tutta l’Italia in un territorio “ad alta densità mafiosa” nel nome del testo unico sulla dirigenza giudiziaria non è solo bizzarro (o strumentale), è pure l’ennesima conferma di quanto avesse ragione Leonardo Sciascia quando diceva che se tutto è mafia, niente lo è davvero. Ustica, il governo si opporrà alla richiesta di archiviazione Il Fatto Quotidiano, 28 giugno 2026 I familiari delle vittime: “Pretendere risposte da Francia e Usa”. La strage 46 anni fa. La presidente dell’associazione Franca Bonfietti: “Se la magistratura non è riuscita a trovare gli autori, ci deve riuscire la politica”. Mattarella: “Ricomporre l’accaduto”. “Il governo del mio Paese deve muoversi in maniera ben più sostanziale per pretendere risposte dai Paesi amici e alleati”. Nel 46esimo anniversario della strage di Ustica, la portavoce dei familiari delle vittime Franca Bonfietti torna a chiedere un intervento dell’esecutivo per superare la mancata collaborazione di altri Stati - in particolare Francia e Usa - che ha costretto i pm di Roma a chiedere l’archiviazione dell’ultima inchiesta sull’abbattimento dell’aereo di linea, precipitato nel mar Tirreno il 27 giugno 1980 con a bordo 81 persone. “Ci aspettiamo che l’ultimo pezzo di verità venga accertato, perché sapendo per certo che il DC9 dell’Itavia è stato abbattuto all’interno di un episodio di guerra aerea, non riusciamo ad accettare che si archivi senza essere riusciti a trovare gli autori materiali. Se non ci riesce con le armi della magistratura, indagini, rogatorie, ci deve, io credo, riuscire la politica”, dice Bonfietti alla cerimonia in Comune a Bologna (la città da dove partì il volo abbattuto, diretto a Palermo). La presidente dell’associazione dei familiari definisce la richiesta dei pm “una sconfitta per la magistratura, per la giustizia, per la verità e per la storia stessa del nostro Paese”, affermando di “non avere ancora avuto risposta” dalla premier Giorgia Meloni a una lettera, inviata il 19 giugno scorso, in cui le chiedeva di opporsi all’archiviazione tramite l’Avvocatura dello Stato. “Dovrebbe essere importante che il governo chieda, che vuole anche lui sapere cosa successe quella notte nei nostri cieli”, dice ai cronisti. In serata la Presidenza del Consiglio ha comunicato ufficialmente che l’esecutivo si opporrà alla richiesta del pm: l’udienza davanti al giudice per le indagini preliminari è stata fissata al prossimo 30 settembre. In occasione dell’anniversario è intervenuto con un messaggio il presidente della Repubblica Sergio Mattarella: “In questo giorno di raccoglimento e di memoria, il pensiero di vicinanza e di solidarietà va anzitutto ai familiari delle vittime, straziati da un evento inaccettabile e da un dolore profondo che il tempo non può lenire. La ricostruzione di quanto accaduto è rimasta a lungo nebulosa, la via della ricerca della verità, tuttavia, è stata percorsa e ha portato a risultati significativi. Ricomporre quanto avvenne sul mar Tirreno in quel tragico 27 giugno 1980 rimane un dovere irrinunciabile”, afferma il capo dello Stato. Elly Schlein, invece, sposa la battaglia politica dei familiari: “Oltre al dolore e alla vicinanza abbiamo nei loro confronti anche il dovere della giustizia”, dice la segretaria Pd. Spiegando di aver “avanzato in questi giorni tre specifiche richieste al governo: in primo luogo è importante che l’Avvocatura generale dello Stato si pronunci contro l’archiviazione. In secondo luogo il governo deve utilizzare tutte le opportunità diplomatiche per chiedere a paesi amici dell’Italia, come Francia e Stati Uniti, tutte le informazioni utili su quanto accaduto nei cieli di Ustica. Infine occorre fare piena luce sulla scomparsa degli archivi del ministero dei Trasporti per gli anni fra il 1969 ed il 1984”, afferma. Veneto. Più ore d’aria per i detenuti. “Installate dei nebulizzatori” di Gabriele Fusar Poli Corriere del Veneto, 28 giugno 2026 “Queste giornate, per loro, rappresentano una pena aggiuntiva”. È Ornella Favero, direttrice di Ristretti Orizzonti (la rivista “pensata” e scritta dai detenuti del carcere Due Palazzi di Padova), a porre l’accento sulla vita dietro alle sbarre resa ancor più difficoltosa dall’ondata di caldo che sta attanagliando l’intera regione. Una sorta di “grido d’allarme” che parte quindi dalla città del Santo, ma che accomuna tutte le case circondariali e di reclusione del Veneto: “Non potete immaginare - aggiunge Ornella Favero - quanto soffrano i detenuti, che spesso hanno a disposizione solo un ventilatore per cella: in queste condizioni cresce la conflittualità perché c’è davvero da dare i numeri”. A compiere una “visione d’insieme” è invece Giovanni Vona, segretario regionale del Sappe - Sindacato autonomo polizia penitenziaria: “Indubbiamente la casa di reclusione di Padova, alta dieci piani e sempre esposta al sole, con queste temperature diventa un forno, ma la problematica interessa tutte le carceri venete, che non sono adeguatamente attrezzate. Per evitare che i detenuti “friggano” dentro alle celle le ore d’aria giornaliere vengono spesso aumentate da due a quattro o addirittura a sei, ma con il sovraffollamento (in alcune case circondariali si raggiunge anche il 170%, ndr) gli spazi sono comunque stretti”. A dir poco preoccupato anche don Carlo Vinco, garante dei diritti delle persone private della libertà personale del carcere veronese di Montorio: “La problematica è tanto evidente quanto drammatica: la convivenza diventa ancor più faticosa, e sono pochi i fortunati che in cella hanno la doccia o che possono permettersi un frigorifero. La direzione del carcere ha garantito che a breve metteranno nuovi ventilatori (altri li invieranno gli avvocati della Camera penale di Verona, che hanno organizzato una colletta per acquistarli, ndr), ma non basta: concordo - conclude don Carlo - con il nostro portavoce nazionale Samuele Ciambriello, che propone tra l’altro l’installazione di nebulizzatori nei cortili”. Emilia Romagna. “Il caldo in carcere è un inferno. I detenuti devono anche pagare la corrente dei ventilatori” di Andreina Baccaro Corriere di Bologna, 28 giugno 2026 Il garante Cavalieri: il Dap invita a fare migliorie ma mancano i fondi. Il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria ha elencato in una circolare una serie di interventi da realizzare nelle carceri per rendere più tollerabili le temperature roventi, che rendono impossibile la vita per chi deve trascorrere le proprie giornate in cella con altre cinque persone dove dovrebbero essercene al massimo altre due. Ma i buoni propositi devono scontrarsi con la realtà: le risorse scarse, il personale sottorganico, il sovraffollamento. Perché è inutile invitare le direzioni ad installare nebulizzatori, ad aumentare le attività trattamentali, le parti ombreggiate, a spostare gli orari di accesso ai “passeggi” nelle ore meno torride, se poi mancano personale e fondi. “ Quel vademecum resta lettera morta per almeno la metà degli interventi” spiega Roberto Cavalieri, garante regionale delle persone private della libertà personale che in questi giorni afosi fa la spola tra le carceri dell’Emilia-Romagna. “Ci sono sezioni invivibili, come quella femminile a Forlì, sottotetto, ieri ci sono stato per un colloquio e faceva un caldo tremendo. Anche Rimini ha molte sezioni sottotetto perché è una struttura bassa”. E i ventilatori? “Ci sono state delle donazioni - prosegue Cavalieri - ma hanno molte limitazioni: devono avere una portata ridotta per motivi di sicurezza, senza contare che molti istituti hanno impianti elettrici vetusti e bastano pochi ventilatori accesi contemporaneamente per far saltare la corrente. Ma non è finita: alcune direzioni fanno ancora pagare il consumo di elettricità del ventilatore. Un oggetto che non dovrebbe neanche essere un surplus, donato da chi fa beneficenza, dovrebbe essere un ausilio necessario. Posto che anche le carceri dovrebbero avere l’aria condizionata come ogni luogo pubblico”. Già, un segno di civiltà che però a troppi sembra ancora “un privilegio” da non garantire a chi sta scontando una pena. E così aumentano “le aggressioni, i gesti di autolesionismo, i tentativi di suicidio. Vedo nelle sezioni detenuti a petto nudo che non possono fare altro che stare fermi come le lucertole per combattere il caldo. Questo non è umano, oltre che deprimente per chi lo vive”. Gli orari di “passeggio” sono solitamente dalle 11 alle 13 e dalle 13 alle 15: stabiliti senza tenere conto del caldo anomalo che ha investito l’Europa e con cui ormai si dovrà fare i conti ogni estate. “Ma in quasi nessun istituto gli orari sono cambiati, anche perché c’è da fare i conti con il piano ferie, con l’organizzazione del Un mese fa una delegazione di avvocati della Camera penale di Bologna, dell’Osservatorio carcere e dell’associazione Extrema ratio ha fatto una visita alla Dozza e vi ha trovato 830 detenuti, dove la capienza regolamentare è di 507 posti (ma 34 non sono agibili). Ad oggi i numeri sono immutati, anzi i presenti sono saliti a 833. Alla data della visita, 110 detenuti erano in carico al servizio di psichiatria e i detenuti tossicodipendenti erano 482, praticamente la metà di tutti i presenti. “Il caldo in carcere è insopportabile - dice l’avvocato Luca Sebastiani, responsabile dell’Osservatorio carcere - anche l’uso dei ventilatori, per chi ce l’ha, è condizionato alla presenza di prese elettriche: in tre sezioni non ci sono, servono interventi strutturali. Per non parlare delle zanzariere, una spesa neanche troppo onerosa, ma sono pochissime. E ai piani terra abbiamo constatato la presenza di muffa e scarafaggi”. Ad agosto gli avvocati torneranno alla Dozza e questa volta l’invito è stato esteso anche ai magistrati. “Ma - conclude Sebastiani- faccio un appello alla cittadinanza ad immedesimarsi, con questo caldo infernale, nelle condizioni in cui vivono i detenuti, già ai limiti dell’umanità”. Campania. Migranti, serve una nuova legge regionale di Francesco Dandolo Corriere del Mezzogiorno, 28 giugno 2026 Il corteo e la preghiera hanno interrotto la ritrita narrazione contro i migranti, che ha avuto purtroppo eco nel Parlamento europeo con l’approvazione del nuovo regolamento sui rimpatri dei cittadini di Paesi terzi. Una decisione ratificata nei giorni in cui appunto si ricordano nel mondo i drammi di chi è costretto a lasciare il proprio Paese. Una mesta coincidenza che dice quanto il vecchio continente sia diventato altro rispetto all’idea di Europa che esaltava la civiltà di cui era depositaria. Tuttavia, a Napoli persiste una rete “dal basso” che vive la questione migratoria in termini costruttivi. Ed è la stessa rete che qualche settimana fa ha ribadito la contrarietà alla costruzione del Centro di permanenza per i rimpatri (Cpr) a Castel Volturno, durante un’affollata assemblea tenutasi al centro Fernandes, con la partecipazione del presidente della Regione Roberto Fico, di due assessori della sua Giunta, di alcuni vescovi della Campania. Lo ripetono in tanti: quel centro - che ha le caratteristiche di un carcere - è improponibile. Lo è a tal punto che monsignor Pietro Lagnese, richiamando una citazione del cardinale Matteo Zuppi, ha parlato di una “ostinata resistenza”, certo mite, pacifica, ma ferma perché la Chiesa nei confronti dei migranti si ispira, in linea con il magistero di papa Leone XIV, alla fraternità. Insomma, chi è a contatto con i migranti è consapevole che è urgente adottare una strategia diversa, improntata all’incontro, all’inclusione, il modo migliore per dare sicurezza alla società italiana. Non si tratta di buonismo (anche se atteggiamenti di solidarietà migliorano il nostro vivere insieme), ma di guardare la realtà per quella che è. Per questo motivo l’opposizione al Cpr a Castel Volturno va oltre i confini di quel territorio e si eleva a paradigma di una coabitazione di cui sono garanti le forze migliori, quali la chiesa e l’associazionismo religioso e laico che ogni giorno si prodigano con impegno e senza nessun tornaconto personale nel dare coesione alla società italiana e nel rispetto della dignità della persona. Insomma, da queste realtà radicate nella società si avverte un modo di discutere libero da pregiudizi ideologici e sensibile nel raccogliere la sfida del tempo in cui viviamo che ha trasformato il nostro Paese ormai da diversi decenni in terra di immigrazione. Una missione portata avanti da tante scuole della Campania, in prima linea nello sperimentare metodologie che facciano sentire tutti, al di là di dove si è nati, comunità. L’auspicio è che alle parole del presidente Fico al termine dell’incontro al centro Fernandes contrarie alla costruzione del Cpr seguano subito misure concrete: alloggi per braccianti stranieri, fondi alle scuole coinvolte nei processi di integrazione, sostegno per i migranti che dopo avere lavorato per tanti anni invecchiano senza avere assistenza, appoggio agli ingressi in Campania attraverso i corridoi umanitari e universitari. Occorre una nuova legge regionale, se si considera che quella esistente risale a oltre quindici anni fa, inadeguata nell’affrontare le attuali problematiche dell’immigrazione. Sarebbe un segnale importante, con riflessi sul piano nazionale ed europeo, per mostrare che con le politiche di integrazione si garantisce sicurezza per tutti e che i migranti sono una grande opportunità per il nostro Paese. Sassari. Tenta il suicidio in carcere e muore dopo 15 giorni di agonia di Nadia Cossu La Nuova Sardegna, 28 giugno 2026 La vittima, un 28enne, aveva provato a impiccarsi in cella. È morto dopo quindici giorni di agonia il detenuto senegalese di 28 anni che il 13 giugno aveva tentato di togliersi la vita nel carcere di Bancali. Ricoverato da allora nel reparto di Rianimazione dell’ospedale Santissima Annunziata di Sassari, dove era stato trasferito in condizioni gravissime dopo un arresto cardiaco, il giovane non si è più ripreso. Il 28enne - che stava scontando una pena con fine prevista nel 2031 - aveva tentato il suicidio impiccandosi all’interno della casa circondariale. L’intervento immediato degli agenti della polizia penitenziaria e del personale sanitario aveva consentito di rianimarlo, ma i lunghi minuti di arresto cardiaco avevano provocato danni gravissimi. Trasportato d’urgenza in ospedale era stato ricoverato in coma farmacologico nel reparto di Terapia intensiva. Ieri, il decesso. Una tragedia che riporta al centro dell’attenzione la situazione delle carceri italiane e, in particolare, quella dell’istituto di Bancali. Da tempo le organizzazioni sindacali della polizia penitenziaria denunciano condizioni di vita sempre più difficili all’interno degli istituti di pena, segnati dal sovraffollamento, dalla cronica carenza di personale e da un crescente disagio che coinvolge detenuti e operatori. Alle denunce dei sindacati si aggiungono quelle dei familiari dei reclusi e degli avvocati che li assistono. Attraverso i colloqui raccontano di persone che “vivono in condizioni di povertà, solitudine e marginalità sociale”. Un insieme di fattori che contribuisce ad alimentare un profondo malessere e, nei casi più drammatici, può sfociare in gesti estremi come quello costato la vita al giovane senegalese. La morte del 28enne (che nel suo percorso giudiziario era assistito dall’avvocato Giuseppe Onorato) riaccende inevitabilmente il dibattito sulle condizioni del sistema penitenziario e sulla necessità di rafforzare le misure di prevenzione del rischio suicidario, in un contesto che continua a essere segnato da criticità strutturali e da un numero crescente di episodi di autolesionismo e suicidi dietro le sbarre. Intanto, sul caso, sono state avviate le indagini, anche con l’obiettivo di ricostruire precedenti episodi di violenza all’interno dell’istituto di pena nei quali la vittima sarebbe rimasta coinvolta e le modalità con le quali sarebbe stato messo in atto il tentativo di impiccagione. Milano. Giustizia riparativa per l’aggressore perdonato dallo studente accoltellato in Corso Como Il Fatto Quotidiano, 28 giugno 2026 “Buttarli in una cella non serve a nulla”. Già il giorno della sentenza il 20 maggio Cavallo aveva abbracciato i suoi aggressori. Oltre a Chiani, il 7 luglio inizieranno le udienze presso il tribunale dei minori per altri tre aggressori. Anche loro hanno chiesto accesso alla giustizia riparativa. È stato ammesso alla giustizia riparativa Alessandro Chiani, il 19enne condannato a 20 anni di reclusione il 20 maggio per tentato omicidio e rapina di 50 euro ai danni di Davide Cavallo, studente 22enne rimasto gravemente ferito quella sera del 12 ottobre 2025 in corso Como, a Milano. Cavallo a seguito dell’aggressione ora rischia l’invalidità, ma, nonostante ciò, ha deciso di perdonare i suoi aggressori. Il gup di Milano, Alberto Carboni, davanti a cui si è svolto il processo con rito abbreviato, ha optato per il percorso di giustizia riparativa ritenendo che vi fossero le “condizioni” per avviare l’iter della richiesta di Chiani, assistito dall’avvocato Amedeo Rizza. Cavallo, che il giorno della sentenza aveva abbracciato i suoi aggressori, si è già detto disponibile a essere contattato dal Centro per la giustizia riparativa. Il gip aveva riconosciuto tutte le accuse di tentato omicidio pluriaggravato dalla minorata difesa, in concorso con più di 5 persone, fra cui tre minori, e con il nesso fra l’aggressione e la rapina pluriaggravata anche dall’uso delle armi. La richiesta iniziale della pubblica accusa per Chiani era stata di 12 anni, ritenuto l’autore materiale dell’accoltellamento, mentre per Ahmed Atia, l’altro 18enne coimputato in concorso per aver fatto da palo, il gup aveva riqualificato l’accusa nella più lieve omissione di soccorso con una condanna a 10 mesi, di cui 6 già scontati in carcere in custodia cautelare. All’aggressione, avevano preso parte anche tre minorenni che sono avranno la prima udienza davanti al Tribunale per i minori il 7 luglio. Anche loro hanno fatto richiesta per lo stesso percorso di giustizia riparativa. “In aula, quando ho potuto guardare questi ragazzi negli occhi e sentire dalle loro bocche la frase ‘non mi voglio perdere’, ho capito e posso affermare anche con sicurezza che c’è un’intenzione di riabilitazione e non da poco”, queste le parole di Cavallo. “Buttateli in una cella” o “lanciate via la chiave” sono “luoghi comuni” che non servono a “nulla”, ha sottolineato. “Come avrebbe detto uno dei miei avvocati non si può non ricercare un tentativo di ricucire la ferita”, ha concluso. Anche l’avvocato Luca Lazzaroni che con i colleghi Giovanni Azzena e Luca Degani assiste la famiglia e la giovane vittima, ha parlato di una “ricerca reciproca tra imputato e parte offesa. Penso, dunque, che possa essere per lui (Cavallo ndr.) un’opportunità di ‘sedersi al tavolo’ con gli imputati, come ha auspicato fin dall’inizio”. Già il 12 maggio la vittima aveva dimostrato di avere una capacità fuori dal comune di perdonare, depositando agli atti del processo una lettera cruda e commovente. Nel testo il giovane descrive la paura provata nei giorni del risveglio in terapia intensiva, consegnando anche un messaggio di speranza per i suoi assalitori: “Abbiate pietà di voi stessi, non lasciatevi definire da quello che è successo. Non siete perduti. Potete fare ancora tante cose belle nella vita”. Anche l’avvocato difensore di Chiani, Amedeo Rizza, ha commentato positivamente la scelta del gup: “Non potendo tornare indietro cercherà, sperando di ottenere di essere perdonato, di diventare un ragazzo migliore confrontandosi con Davide. Ovviamente in questi mesi di detenzione il suo pensiero è sempre rivolto a Davide. L’obiettivo di un percorso di giustizia ripartiva - ha proseguito il legale - è finalizzato ad un reale recupero sociale. Alessandro Chiani ha preso sempre di più consapevolezza della gravità del gesto”. Vigevano (Pv). Arrivati i primi detenuti del nuovo padiglione 41bis di Selvaggia Bovani La Provincia Pavese, 28 giugno 2026 La casa di reclusione dei Piccolini è stata infatti riconvertita al regime 41 bis, o “carcere duro” dove i detenuti passano circa 21 o 22 ore al giorno nella loro cella singola. Arrivati in carcere a Vigevano i primi detenuti del nuovo 41bis. Da sabato, infatti, diversi blindati hanno portato i primi detenuti che saranno collocati nell’ex padiglione principale del carcere dei Piccolini. Domenica è probabile che ne arriveranno altri. La casa di reclusione dei Piccolini è stata infatti riconvertita al regime 41 bis, o “carcere duro” dove i detenuti passano circa 21 o 22 ore al giorno nella loro cella singola. Fuori dal penitenziario, oltre ai blindati ed ai cellulari si vedono i numerosi Gom (Gruppo operativo mobile), ovvero la polizia penitenziaria addetta solo alla sezione 41bis, agenti già pronti ad entrare in servizio. L’articolo 41bis è una disposizione dell’ordinamento penitenziario italiano, che prevede appunto un particolare regime carcerario volto a ostacolare le comunicazioni dei detenuti con le organizzazioni criminali operanti all’esterno, i contatti tra appartenenti a una stessa organizzazione all’interno di un carcere e i contatti tra gli appartenenti a diverse organizzazioni criminali. I detenuti del 41bis sono destinatari di misure restrittive per reati facenti capo a contesti delinquenziali associativi, di matrice mafiosa o camorristica oppure di matrice eversiva o terroristica. Il “carcere duro” serve proprio a tentare di recidere i legami coi contesti delinquenziali di riferimento del detenuto. Oltre al blocco principale del penitenziario, nei prossimi mesi se ne aggiungerà un secondo, in fase di costruzione e praticamente confinante, nella parte retrostante, verso la campagna. Dalla strada si vedono infatti dei pilastri innalzarsi verso il cielo.Il contratto dei lavori era stato stipulato il 13 settembre 2023 con il raggruppamento temporaneo di imprese formato dalla Società Immobiliare Mattioda Costruzioni Srl (mandataria) e Scotta Stl, ma il cantiere era stato sospeso a giugno dell’anno scorso, forse proprio per la riconversione del penitenziario. Poi, di nuovo, il via libera. Lì ci sarà quindi un nuovo edificio: all’inizio si parlava di un polo sanitario dei detenuti al 41-bis, ma pare che quella strada sia stata abbandonata preferendo quella di un secondo padiglione penitenziario. All’interno dell’ex casa di reclusione non ci sono più né detenuti comuni né detenute. Per permettere agli operai di lavorare senza continui controlli, è stato innalzato un secondo muro interno: gli automezzi passano il varco realizzato sulla cinta originale - che rimane comunque perennemente sorvegliato - e lasciano gli automezzi tra le due mura. Al momento il direttore pro tempore è Davide Pisapia ma oggi non è stato possibile parlare con lui. Pistoia. I nodi del carcere. Detenuti in aumento: “Niente medico di notte e ancora pochi agenti” di Corrado Ciampi La Nazione, 28 giugno 2026 I temi toccati dalla relazione del Garante, l’avvocato Tommaso Sannini. “Quella di Pistoia è una struttura piccola ma che ora è sotto pressione. Le celle via via più stipate e crescono i casi di autolesionismo”. Un rapporto corposo - 380 le pagine complessivamente compilate e curate dal garante dei detenuti della Regione Toscana Giuseppe Fanfani - nel quale il corrispettivo comunale per Pistoia, l’avvocato Tommaso Sannini, mette in fila le criticità della struttura di via dei Macelli. Come precisato nella scheda, l’attività del Garante comunale è consistita in “visite all’istituto, colloqui con i detenuti, interlocuzioni con la Direzione e con la polizia penitenziaria, audizioni nelle sedi consiliari e comunicazioni formali rivolte al Sindaco, al Consiglio comunale e agli assessori”. Nella sua relazione il Garante scrive della Casa circondariale come di “un istituto di dimensioni contenute ma oggi sottoposto a una pressione crescente”, una “realtà piccola, nella quale l’aumento della popolazione detenuta registrato nel 2025 ha inciso in modo significativo sugli spazi, sull’organizzazione interna e sulla qualità complessiva della vita detentiva”. E proprio il sovraffollamento è il maggiore problema segnalato dal dottor Sannini nella scheda. Secondo i dati forniti dal Garante comunale, infatti, nella struttura trovano posto 89 detenuti a fronte di 63 posti disponibili in base ai parametri Cedu (secondo il Ministero della Giustizia, riferisce Sannini, sono 76, così come riportato anche sul sito internet). “Nel corso del 2025 - si legge - la presenza detenuta ha raggiunto livelli non compatibili con la capienza effettiva dell’istituto, con celle nate per una persona occupate da due detenuti e altre sezioni che ospitano numeri superiori a quelli previsti”. L’altro problema segnalato dal Garante riguarda l’assistenza sanitaria: “La soppressione del servizio medico notturno e l’assenza di un presidio sanitario stabile nelle ore notturne costituiscono una delle maggiori criticità attuali”. La presenza di un medico fino alle 20, uno psichiatra, una psicologa e un infettivologo a chiamata, infatti, “appare insufficiente rispetto ai bisogni reali”. A questi si aggiunge la carenza di personale della polizia penitenziaria e la presenza di un solo funzionario giuridico pedagogico. “Persistono inoltre lamentele relative alla qualità del vitto, ai prezzi del sopravvitto, all’assenza di un dentista interno, ai tempi lunghi per le visite specialistiche, ad alcuni problemi manutentivi e al mancato funzionamento della macchina a raggi X, che impedisce ai familiari di consegnare pacchi alimentari” aggiunge il Garante nella sua relazione. La tragedia dello scorso 6 dicembre, quando un uomo si tolse la vita, “ha reso ancora più evidente la fragilità complessiva del sistema, mostrando come il disagio individuale si collochi dentro un contesto più ampio di sofferenza penitenziaria dimostrato anche da un cospicuo numero di atti di autolesionismo”. Tramite la collaborazione con l’associazione L’Altro Diritto odv, spiega ancora il Garante, è stato possibile sostenere le persone detenute nella presentazione di reclami “come strumento di tutela rispetto a condizioni detentive ritenute lesive dei diritti fondamentali”. In merito alla tragedia dello scorso dicembre, infine, il Garante riporta che “ha potuto effettuare l’accesso in istituto solo il giorno successivo in quanto gli è stato impedito l’ingresso nel giorno del fatto così come segnalato formalmente al Consiglio Comunale e ha proposto l’istituzione di un tavolo permanente carcere-città con rappresentanti del Consiglio Comunale stesso e con gli enti coinvolti nella realtà carceraria, il rafforzamento dei percorsi di reinserimento sociale e una più stabile attenzione istituzionale al tema penitenziario”. Milano. Il riscatto di Leo, studente-detenuto: “La scuola mi ha ridato vita e amici. E adesso punto all’università” di Simona Ballatore Il Giorno, 28 giugno 2026 Da settembre ha potuto frequentare il corso serale al Bertarelli dove ieri ha affrontato anche l’orale. Ha fatto da apripista al “Progetto carcere” della Statale dedicato alle superiori: “Iniziamo dal diploma”. “La scuola mi ha ridato quotidianità e amicizie. Mi ha fatto tornare ad avere una vita mia e mi ha fatto conoscere persone con passioni grandi, che aiutano e si impegnano per il semplice piacere di farlo. Quello che vorrei fare io, una volta “fuori”. Leo, nome di fantasia, ha 29 anni e si è diplomato ieri in “Servizi commerciali” all’istituto Bertarelli-Ferraris dove ha potuto frequentare il corso serale: dalle 8 alle 15.30 lavorava nel carcere di Bollate - dov’è detenuto - poi si metteva in viaggio per raggiungere la scuola di Porta Romana, insieme a studenti di tutte le età, per poi rientrare in carcere. “I miei compagni non sapevano nulla del mio passato, per loro sono un compagno come tanti - racconta -. Non volevo che qualcuno mi guardasse come il “poverino in galera” o con sguardo giudicante. Volevo essere visto come persona. Punto”. Da ragazzino Leo aveva scelto il liceo artistico, gli piaceva la scuola, era bravo a disegnare. “Ma non era quello che avrei voluto fare davvero”, confessa. Così, in carcere, ha voluto ripartire da lì, dalla scuola, iscrivendosi a Ragioneria nel 2022. “Quando ho trovato lavoro per la cooperativa Bee4 però non riuscivo più seguire anche se ho cercato di continuare a studiare da solo”. Fino all’incontro con Sara Abdel Ghani, studentessa di Lettere, che è diventata poi responsabile di “Iniziamo dal Diploma”, sotto l’ala del “Progetto carcere” dell’Università Statale di Milano. Un percorso rivolto ai ragazzi delle superiori, nato proprio con Leo. “Mi sono resa conto di un problema sistemico - racconta Sara dal Bertarelli, dove ha accompagnato il maturando -: molte persone in carcere non hanno il diploma e spesso si trovano costrette a scegliere tra lavoro e studio. Abbiamo creato un percorso apposito, con il nostro prorettore Stefano Simonetta, per iniziare a fare da tutor non solo agli universitari ma anche agli studenti delle superiori”. Leo ha fatto da apripista. “Sara mi ha offerto il suo tempo, aiutandomi nelle materie umanistiche - racconta il 29enne - poi ha trovato tanti professionisti che mi hanno dato una mano in economia, in matematica, in diritto e ho iniziato a sostenere gli esami da privatista. Andavo in un’altra scuola a fine anno, scortato dalla Polizia, poi in quarta superiore abbiamo mandato la richiesta per uscire in “Articolo 21”. Ho aspettato per otto mesi la risposta, ma a settembre sono venuto al Bertarelli. E sono grato. A Sara, che ha creato questo progetto, al preside Federico Militante che mi ha accolto e aiutato con gli orari, che per me sono contati. Al prof Cordella, che ha creduto in me, e alla professoressa Funaro, che è stata lì a gestire la burocrazia. E a tutti coloro che mi hanno fatto arrivare fin qui”. Alla Maturità: prima prova sulla curiosità, seconda tra bilanci di sostenibilità e indici. All’orale ha portato tutto se stesso. “È stato bello impegnativo ma sono soddisfatto - sorride -. È finita la scuola, dovrei essere felice ma un po’ mi dispiace. Per me ha significato tanto: mi ha fatto uscire e dato voglia di futuro”. Tra tre anni sarà libero. Ma intanto tornerà a studiare Leo: “Statistica, machine learning ed economia, penso in Bicocca. Questo diploma lo dedico a me, per l’impegno. A mia mamma, perché finalmente sarà contenta. E a Sara e a tutte le persone che mi sono state vicine tutto questo tempo. Perché so che non è stato facile. Ogni volta hanno dovuto imbattersi in miliardi di autorizzazioni. Sono stati il primo, non voglio essere l’unico”. “Da lui abbiamo iniziato ad aiutare tanti altri studenti di altre carceri - conferma Sara - a Bollate e a Lodi e pensiamo di ampliare il progetto: è importante per il reinserimento sociale, da un punto di vista professionale, ma anche umano. E diventa un’occasione di riscatto”. Napoli. “Addio Lorenzo, ultima vittima quei nostri angeli ammazzati” di Antonio Mattone Il Mattino, 28 giugno 2026 “La morte del giovane Lorenzo ci addolora e ci appartiene. La morte di un ragazzo innocente per mano violenta è una ferita che logora l’anima, una sofferenza che è una condanna a vita”. Sono le parole toccanti dei genitori di Francesco Pio, il pizzaiolo diciottenne ucciso tre anni fa a Mergellina a cui si uniscono quelle della madre di Giogiò, il giovane musicista che perse la vita in piazza Municipio, ucciso durante una lite scoppiata per uno scooter parcheggiato male: “sono di nuovo davanti a una bara bianca a piangere un’altra vittima senza colpa”. Parole amare di padri e madri che, mentre stanno cercando di elaborare il lutto impegnandosi a parlare nelle scuole o provando ad aiutare le persone più sfortunate come i senza dimora, vedono riandare le lancette dell’orologio a quegli istanti tragici, quando la violenza di altri giovani gli ha tolto per sempre i loro figli, facendo così rivivere quel dolore straziante che solo un genitore può capire. Lorenzo, Francesco Pio, Giogiò, Fabio erano bravi ragazzi, estranei alle logiche criminali. Avevano intrapreso la strada del lavoro onesto o dello studio, facendo tanti sacrifici. C’è un filo rosso che lega tutte queste storie: erano giovani che cercavano di trascorre qualche ora di svago, andando a mangiare un cornetto, un panino o a giocare una partita di calcetto, la cui vita è stata spezzata da adolescenti spietati, esistenze perdute finite nel vortice della delinquenza, con l’ossessione di essere qualcuno e ostentare un potere cinico e crudele. Oggi il ricorso alle pistole o ai coltelli sta diventando normalità quotidiana, soprattutto tra i giovanissimi, un gesto per sancire una superiorità, favorito dalla facilità con cui ci si può procurare un’arma. Le carceri campane sono sempre più popolate da giovani. Si è abbassata l’età di chi finisce in carcere per la prima volta. Infatti a Poggioreale, nel padiglione Firenze dove sono reclusi coloro che commettono il primo reato, si incontrano tanti volti che sembrano quasi bambini. Parlando con alcuni di loro, soprattutto quelli appena arrivati, ho avuto la percezione che non si rendessero conto della gravità di ciò che hanno commesso. Talvolta è difficile anche interloquire: alle domande rispondono con monosillabi e non sembrano spaventati di quello che li attende. La permanenza in cella sembra solo una normale parentesi. Il carcere oggi non riesce a rieducare. Il sovraffollamento, la carenza di personale, i corsi che non aprono a sbocchi lavorativi concreti, sono solo alcune delle cause di tanti fallimenti. Tuttavia colpisce anche Il distacco che hanno questi giovani dalle loro famiglie. Sembrano orfani che hanno come unico punto di riferimento la fetta di potere e di considerazione che riescono a conquistare. Quello della violenza giovanile è un fenomeno complesso, un male oscuro della nostra città su cui bisogna agire su diversi fronti. Dal controllo del territorio alla proliferazione e delle armi, fino al contrasto dell’abbandono scolastico. Ma quello che certamente non dobbiamo fare è assuefarci e rassegnarci come ha affermato il direttore di questo giornale. Pensare che la violenza dei giovani sia un male ineluttabile. Un effetto collaterale della mentalità della nostra società, mentre la città dei turisti e dei grandi progetti corre verso ambiziosi traguardi. La morte di un ragazzo non è mai una cosa normale né una tragica fatalità. È un dramma che coinvolge tutta la comunità cittadina, non solo coloro a cui questi giovani sono cari. Nessuno può voltarsi dall’altra parte. Occorre fermarsi e riflettere su quanto avviene tra le giovani generazioni. Bisogna cominciare dalle periferie degradate per costruire spazi di ascolto e di confronto. Va sostenuta la scuola che con grande fatica e con l’impegno di valorosi insegnanti cerca di creare percorsi innovativi con gli studenti. Vanno ascoltati i ragazzi problematici e dedicare tempo a loro. Certamente non serve mettere metal detector o abbassare l’età imputabile, come si è sentito dire in questi mesi. Ma soprattutto bisogna partire dai bambini perché il futuro di Napoli si costruirà dalle passioni e dall’identità che saremo in grado di trasmettergli. Sassari. Storie del carcere, a Villanova Monteleone il libro di Cassitta di Mariangela Pala L’Unione Sarda, 28 giugno 2026 Nell’ambito della rassegna “Libriamoci, Incontriamoci: Libri per uscire”. Altro appuntamento a Villanova Monteleone per la sesta edizione della Rassegna “Libriamoci, Incontriamoci: Libri per uscire” inserita nel Festival “La cultura oltre i confini”. A questo terzo incontro parteciperanno lo scrittore Giampaolo Cassitta e il giornalista Pier Luigi Piredda che presenteranno il loro libro “Aria mossa. Storia di una protesta e delle sue ombre nel carcere di Sassari”. L’incontro, organizzato dall’Associazione Culturale Interrios e dalla Parrocchia San Leonardo con il patrocinio dell’Amministrazione Comunale e dell’Unione dei Comuni del Villanova con la collaborazione della libreria Il Labirinto di Alghero e dell’Associazione Misericordia, si terrà venerdì 3 luglio a Villanova Monteleone alle 19.30 nella piazza Raimondo Piras adiacente Su Palatu. Il libro racconta le vicende accadute dentro il carcere di San Sebastiano a Sassari il 3 aprile del 2000. Tutto parte da una lettera che arriva nelle mani di un penalista, di un giornalista e di una magistratura che decide di varcare quelle mura. E lì dentro si scopre un’atroce verità: una storia sbagliata, difficile da raccontare. Venticinque anni dopo, le voci di questa storia tornano a farsi sentire. C’è il giornalista, Pier Luigi Piredda, che per primo ascoltò madri e mogli che urlavano domande e pretendevano risposte sui loro figli e mariti. C’è l’educatore, Giampaolo Cassittadel carcere di Alghero, che si trovò davanti, tra i carcerati, il Provveditore dell’amministrazione penitenziaria e diversi poliziotti. Ci sono le testimonianze delle donne, dei detenuti, degli avvocati, tutti uniti dalla volontà di spezzare il silenzio. Di voce in voce, come in un romanzo, la verità riemerge. Saranno presenti gli autori del libro. Giampaolo Cassitta dirigente del Ministero della Giustizia. Ha iniziato come educatore nello storico carcere dell’Asinara, esperienza che ha ispirato gran parte della sua produzione letteraria, tra cui i romanzi Asinara, il rumore del silenzio e Supercarcere Asinara. È noto per essere un “custode di storie” carcerarie, raccontate con un approccio che mira a restituire umanità a luoghi spesso dimenticati. Viaggio nella manosfera, dove si radicalizza l’odio contro le donne di Francesca Santolini La Stampa, 28 giugno 2026 Meno di venti minuti. Mille e duecento secondi. È questo, secondo un recente rapporto del Senato francese, il tempo medio necessario perché un adolescente si imbatta online in contenuti misogini e mascolinisti. Non serve cercarli. Basta guardare qualche video sul fitness, sull’autostima o sul successo personale, poi entra in gioco l’algoritmo. Registra l’interesse, lo alimenta e lo accompagna lungo un percorso sempre più radicale. Da un consiglio per migliorare il proprio corpo, a una visione del mondo fondata sulla contrapposizione tra uomini e donne, il passo può essere breve. Da questa constatazione prende avvio una delle più vaste indagini istituzionali mai dedicate alla cosiddetta “manosfera”: quasi 300 pagine di analisi pubblicate dalla Delegazione per i diritti delle donne del Senato francese dopo 7 mesi di lavoro e circa 100 audizioni tra magistrati, ricercatori, servizi di sicurezza, associazioni e rappresentanti delle piattaforme digitali. La conclusione è netta: il fenomeno non può più essere considerato una sottocultura di Internet. Il mascolinismo è ormai un fenomeno culturale, economico e politico in piena espansione, capace di influenzare il modo in cui una parte crescente delle nuove generazioni interpreta i rapporti tra i sessi. In alcune forme estreme viene persino considerato una minaccia per la sicurezza pubblica. Il rapporto richiama infatti l’attenzione dei servizi di intelligence che negli ultimi anni hanno iniziato a monitorare l’estremismo misogino dopo una serie di aggressioni e atti di violenza ispirati da ideologie apertamente ostili alle donne. Gli autori invitano però a evitare semplificazioni. Il mascolinismo non coincide con il maschilismo tradizionale né con la semplice rivendicazione dell’identità maschile. Si tratta piuttosto di un insieme di idee che affondano le radici nel patriarcato, nel virilismo e nei ruoli tradizionali di genere, ma che oggi si presentano come una risposta ai progressi dei diritti delle donne, delle persone Lgbtqia+ e all’impatto culturale del movimento MeToo. Il consolidarsi di queste narrazioni si intreccia con un fenomeno più ampio che il rapporto definisce backlash: una reazione conservatrice alle conquiste ottenute dopo decenni di mobilitazioni per l’uguaglianza di genere. In questa prospettiva il mascolinismo rappresenta una delle manifestazioni più visibili di una resistenza ai cambiamenti che hanno ridefinito il ruolo delle donne nelle società contemporanee. Alla base della sua diffusione vi sarebbe una sensazione di perdita di status. Molti giovani uomini si confrontano con un mondo in cui i modelli tradizionali sono cambiati rapidamente. L’autonomia economica e professionale femminile è cresciuta e le forme della famiglia si sono moltiplicate. Per alcuni si tratta di un progresso. Per altri di una fonte di smarrimento. È in questo spazio che prospera quella che il rapporto definisce una vera e propria “industria della rabbia”. Influencer, coach motivazionali e creatori di contenuti offrono spiegazioni semplici a problemi complessi come la solitudine, il rifiuto sentimentale, la precarietà economica o la perdita di fiducia in sé stessi. Il messaggio è quasi sempre lo stesso: gli uomini sarebbero diventati le vittime di una società dominata dal femminismo e il recupero di una virilità tradizionale costituirebbe la soluzione. La forza di questo ecosistema non risiede soltanto nei contenuti, ma soprattutto nei meccanismi che li diffondono. La radicalizzazione raramente nasce da una ricerca intenzionale di materiali misogini. Avviene invece attraverso una progressione lenta e graduale guidata dagli algoritmi, che partono da interessi innocui e conducono verso contenuti sempre più polarizzati. Tra i fenomeni osservati compare il looksmaxxing, l’ossessione per il miglioramento dell’aspetto fisico, che in alcuni casi può spingere verso pratiche estreme pur di avvicinarsi a modelli di virilità idealizzati e irraggiungibili. L’universo della manosfera è vasto e frammentato. Comprende gli incel, i cosiddetti celibi involontari che attribuiscono alle donne la responsabilità della propria esclusione affettiva; i movimenti Mgtow, che promuovono il disimpegno dalle relazioni con le donne; una parte del fenomeno delle tradwives, che valorizza una rigida divisione dei ruoli familiari; e una galassia di influencer che monetizzano corsi, consulenze e programmi costruiti su una visione gerarchica dei rapporti di genere. Realtà differenti ma accomunate dalla convinzione che l’uguaglianza tra uomini e donne abbia penalizzato il sesso maschile. Particolare attenzione viene dedicata agli adolescenti. L’inchiesta descrive una generazione cresciuta quasi interamente all’interno di ecosistemi digitali nei quali rabbia, indignazione e conflitto vengono premiati dagli algoritmi perché producono coinvolgimento e interazioni. Molti ragazzi arrivano a questi contenuti in momenti di fragilità personale, quando cercano appartenenza o semplicemente una spiegazione alle proprie difficoltà. Ma il passaggio più delicato riguarda la dimensione politica del fenomeno. Il rapporto evidenzia le contiguità ideologiche esistenti tra una parte dei movimenti mascolinisti e ambienti nazionalisti e identitari riconducibili all’estrema destra. L’opposizione al femminismo si intreccia spesso con l’ostilità verso i diritti Lgbtqia+, il multiculturalismo e l’immigrazione. Il controllo dei ruoli di genere diventa così un tassello di una più ampia visione politica conservatrice. Il mascolinismo dunque non è soltanto una guerra culturale combattuta sui social. È il sintomo di una trasformazione profonda delle società occidentali, nella quale il disagio individuale può essere intercettato, organizzato e trasformato in consenso. Una crisi identitaria che rischia di diventare materia prima per imprenditori e politici interessati a canalizzare rabbia e frustrazione contro l’uguaglianza di genere. E tutto può cominciare in meno di venti minuti. Migranti. “Svolta col Patto Ue. La remigrazione? Solo chiacchiere” di Vincenzo R. Spagnolo Avvenire, 28 giugno 2026 Intervista del ministro Piantedosi. Lei rivendica il ruolo propulsore dell’Italia? “Sì. È un cambio di paradigma che questo Governo ha avviato fin dal suo insediamento, ponendo all’attenzione dell’Ue la questione in termini chiari. Governare i flussi significa tutelare i confini, ma anche la dignità di ogni persona: non è con l’accoglienza indiscriminata e insostenibile attuata negli ultimi decenni o rilasciando indiscriminatamente permessi di soggiorno che si crea integrazione”. Papa Leone XIV, che il 4 luglio si recherà in visita pastorale a Lampedusa, sottolinea come il dovere di accogliere i migranti debba realizzarsi “pur nel rispetto delle leggi vigenti e della sicurezza nazionale”. Il Governo raccoglierà l’appello del Pontefice? “Il messaggio del Santo Padre è un richiamo fondamentale e induce ciascuno di noi a riflessioni profonde. Accoglienza e rispetto della legalità sono due principi che possono e devono convivere. Il Governo è impegnato a garantire protezione a chi ne ha effettivamente diritto, ma anche a contrastare le organizzazioni criminali che alimentano l’immigrazione irregolare, mettendo a rischio la stessa vita dei migranti. Il nuovo Patto europeo rafforza questa visione. E la dignità della persona è e resta il punto di riferimento dell’azione dello Stato, insieme alla tutela della sicurezza dei cittadini”. Il Patto prevede procedure accelerate di frontiera. E il nuovo Regolamento rimpatri introduce la detenzione amministrativa fino a 30 mesi e lo spostamento dei migranti irregolari in return hub fuori dall’Unione. Quali garanzie ci saranno sul rispetto dei diritti umani ed entro quando l’Italia attuerà le norme? “Siamo pronti ad attuarle. Tempi e procedure certi rappresentano una garanzia per tutti. I return hub nei Paesi potranno operare esclusivamente sulla base di accordi con Stati che offrano garanzie effettive di rispetto del diritto internazionale e dei diritti fondamentali della persona”. Ma in che modo si potrà garantire che il trattenimento di fatto dei migranti in attesa di eventuale respingimento non si trasformi in una detenzione prolungata? “Il principio è chiaro: il trattenimento non sarà mai automatico, né generalizzato. Potrà essere disposto solo sulla base di una valutazione individuale e quando ricorrano i presupposti di legge, quali il concreto rischio di fuga o la necessità di garantire l’effettività della procedura. Ogni provvedimento sarà soggetto al controllo dell’autorità giudiziaria, nel rispetto della Costituzione”. Quale tutela avranno i minori e le famiglie con bambini? “La tutela dei minori resterà una priorità assoluta. I minori stranieri non accompagnati continueranno a essere esclusi dalle procedure accelerate di frontiera. Per le famiglie con bambini saranno garantiti percorsi dedicati, con particolare attenzione all’unità del nucleo familiare e dando priorità all’esame delle domande”. Qual è il cronoprogramma per costruire o adeguare la rete di hotspot necessari? “Non faremo corse contro il tempo, sarà un percorso di mirata riorganizzazione strutturale. L’Italia è da sempre Paese di primo ingresso. E siamo pronti. Abbiamo lavorato, individuando i siti sulla base di criteri oggettivi: prossimità ai principali punti di ingresso, accessibilità, collegamenti infrastrutturali, andamento dei flussi e capacità di assicurare elevati standard gestionali. L’obiettivo non è moltiplicare le strutture, ma rendere più efficienti quelle già esistenti”. La “solidarietà obbligatoria flessibile” consente ai 27 Stati membri di pagare anziché accogliere i richiedenti asilo. Se vi ricorressero in blocco, l’Italia cosa farebbe? “Non cambierebbe nulla. Il nostro Governo ha sempre sostenuto che la relocation non è un obiettivo né una reale soluzione alla pressione migratoria. La strada da seguire è quella della protezione delle frontiere esterne, della prevenzione delle partenze in collaborazione coi Paesi terzi e del rafforzamento dei rimpatri. E l’Ue ha finalmente raccolto la sfida, approvando un quadro regolatorio che recepisce alcune delle linee d’azione da noi sempre praticate con coerenza. S e oggi gli sbarchi e gli arrivi irregolari sono drasticamente crollati non è per effetto di una redistribuzione che, al contrario, agirebbe da pull factor, ma grazie a solide collaborazioni coi Paesi di origine e di transito”. L’applicazione del Patto poggia sul concetto di Paese terzo “sicuro” per i rimpatri. Ma in alcuni di quei Paesi i diritti umani sono violati. Ciò non la inquieta? “Non credo che il nostro Governo debba dare dimostrazioni, rassicurazioni o giustificazioni circa l’attenzione sulla tutela dei diritti fondamentali delle persone. Il rispetto del principio di non-refoulement è un obbligo giuridico internazionale che l’Italia ha sempre osservato, anche quando lo stesso principio è stato oggetto di strumentalizzazione, e continuerà a osservare. La qualificazione di un Paese come “sicuro” avviene sulla base di criteri stabiliti dal diritto Ue, nel rispetto delle garanzie previste per ogni singolo caso. Ciò detto, una politica di rimpatri efficace non può prescindere da una solida cooperazione coi Paesi di origine e di transito. Perciò il nostro Governo ha rafforzato una rete di accordi che sta producendo risultati concreti: non solo nella riduzione delle partenze irregolari e nell’aumento dei rimpatri, ma anche nella creazione di canali di migrazione legale, di percorsi di formazione professionale e di opportunità di studio, come nel caso della Tunisia. E stiamo lavorando per ampliare la rete delle intese bilaterali”. Il Commissario Brunner ha annunciato lo stanziamento di nuovi fondi europei per i salvataggi in mare. Ma le navi delle Ong continuano a denunciare limitazioni operative dovute ad assegnazioni di porti di approdo lontani e fermi amministrativi. Ora, col Patto, il Governo cambierà approccio verso le navi umanitarie? “Il nuovo Patto non modifica la disciplina che regola l’attività delle navi delle Ong che, mi duole ricordare, in alcuni casi fanno pubblico pronunciamento della loro volontà di agire in spregio e violazione delle leggi italiane ed europee. Il soccorso in mare, in base al diritto internazionale, compete agli Stati e non allo spontaneismo ideologico di private organizzazioni che, peraltro, sembrano esaurire il loro interesse solo nel momento dell’attraversamento e non riguardo a tutto ciò che succede dopo lo sbarco. La tutela della vita in mare è un obbligo inderogabile. Ma occorre garantire che ciascun soggetto operi all’interno di un quadro condiviso di responsabilità, evitando iniziative spontanee che potrebbero perfino mettere a rischio vite o favorire indirettamente i trafficanti di esseri umani. Come talvolta, purtroppo, è accaduto”. Veniamo al fronte politico. Cosa pensa del concetto radicale di “remigrazione” propugnato dall’eurodeputato Roberto Vannacci? “Come ministro dell’Interno applico le regole esistenti, non alimento dibattiti sulle definizioni né me ne faccio condizionare. E il Governo ha una linea chiara: contrastare l’immigrazione irregolare, aumentare i rimpatri di chi non ha titolo a rimanere e favorire canali legali di ingresso per rispondere alle esigenze del nostro sistema economico e produttivo. La stiamo perseguendo con risultati concreti, non chiacchiere. Comprendo che il confronto politico appartenga alla dialettica democratica, ma non mi pare che l’onorevole Vannacci abbia aggiunto qualcosa di concreto”. C’è chi ipotizza un ritorno del vicepremier Matteo Salvini alla guida del Viminale. Lei ha avuto giorni fa un colloquio al Quirinale col Presidente Mattarella. Da qui a fine legislatura, la sua posizione è blindata? “Non mi curo di indiscrezioni o ricostruzioni giornalistiche né le commento. Il mio rapporto col Presidente del Consiglio, coi colleghi di Governo e con tutte le forze della maggioranza è improntato alla massima lealtà istituzionale. Sono concentrato esclusivamente sul lavoro affidatomi. Le valutazioni sugli assetti di Governo non spettano a me. Da parte mia c’è l’impegno a continuare a lavorare per la stabilità del Governo e del Paese finché mi verrà chiesto. E, francamente, ritengo che i risultati raggiunti finora parlino più di qualsiasi altra cosa”. Ha iniziato la legislatura come ministro “tecnico”. Ma ha pensato al dopo? Immagina di candidarsi, eventualmente proprio nella Lega? “Il mio unico obiettivo è svolgere al meglio il ruolo di ministro dell’Interno. Parlare di scenari futuri sarebbe prematuro e poco rispettoso. L’ho già detto: quando quest’esperienza terminerà potrò tornare a fare il prefetto”. Al di là del dossier migratorio, quali sono oggi le priorità e le urgenze più critiche per la sicurezza interna? “Resta altissima l’attenzione sul rischio di radicalizzazione e di terrorismo, anche alla luce delle tensioni internazionali, così come il monitoraggio delle possibili ricadute sull’ordine pubblico. Ma non va dimenticato che la sicurezza dei cittadini inizia dal presidio del territorio, dal contrasto alle organizzazioni criminali, che continuano a cercare spazi di infiltrazione nell’economia legale, soprattutto in una fase di importanti investimenti pubblici. E grande attenzione viene dedicata alla criminalità diffusa, alla prevenzione dei reati predatori e a tutti quei fenomeni che incidono direttamente sulla percezione di sicurezza dei cittadini. Il nostro obiettivo è rafforzare la presenza dello Stato sul territorio, investendo nelle Forze di polizia, nella prevenzione e nella capacità investigativa”. Per presidiare centri urbani e periferie non servirebbero più agenti? “Voglio ricordare che questo Governo ha rafforzato gli organici delle forze dell’ordine con un assunzioni andate ben oltre il naturale turnover. Abbiamo investito ingenti risorse per fronteggiare un numero di pensionamenti come non si era mai visto. Lasceremo a fine mandato un patrimonio di seimila uomini in più. Non è cosa da poco, mi creda”. Chiudiamo coi cosiddetti decreti sicurezza. Le opposizioni, diversi giuristi ed enti umanitari ne hanno criticato vari aspetti. Lei quale bilancio fa della loro efficacia? E dobbiamo aspettarcene altri entro fine legislatura? “Il bilancio è assolutamente positivo. Ma è mio dovere, per il ruolo che ricopro, non sentirmi mai appagato. I provvedimenti adottati in questi anni hanno rafforzato gli strumenti a disposizione delle Forze di polizia e hanno consentito di intervenire con maggiore efficacia su fenomeni di particolare allarme sociale, contribuendo a migliorare il controllo del territorio e la gestione dei flussi migratori. Naturalmente, la sicurezza è una materia in continua evoluzione e richiede un costante aggiornamento di strumenti normativi e operativi. Perciò, il nostro obiettivo è sempre stato e continuerà a essere quello di rispondere con efficacia ai bisogni di sicurezza dei cittadini, nel pieno rispetto dei principi costituzionali e dello Stato di diritto”. “Remigrazione” è la parola nuova con cui torna l’antica tentazione di mandare via gli indesiderati di Siegmund Ginzberg Il Foglio, 28 giugno 2026 Il rifiuto degli immigrati non nasce oggi. Dagli stereotipi contro i meridionali negli anni Cinquanta fino alla retorica contemporanea sui migranti, cambia il bersaglio ma resta la stessa logica: attribuire al diverso colpe, minacce e declino. “Invece di ragionare tirano fuori il coltello”. “Fanno tanti figli e poi pretendono che siano gli altri a mantenerli”. “Vengono qui senza un mestiere e poi tocca a noi mantenerli”. “Cercano sempre di fregare il prossimo”. “Non hanno voglia di lavorare”. “In fondo sono degli africani”. Dal 50 all’80 per cento degli intervistati si dichiara del tutto d’accordo con queste affermazioni. Vi fischiano le orecchie? Gli stereotipi appaiono un tantino datati, come dire, ingentiliti rispetto a quelli che si sentono oggigiorno. Nessuno gli chiede se sarebbero d’accordo con l’affermazione che quelli sono tutti, o quasi tutti, delinquenti, stupratori, assassini (anche se la faccenda del coltello è un indizio). È evidente che sono tutti indesiderati. Ma non viene chiesto agli intervistati se sia preferibile rispedirli, con le buone o con le cattive, a casa loro, alle latrine da cui provengono. Sarebbe una domanda ridondante, visto il tenore di quel che pensano dei nuovi arrivati. L’inchiesta di opinione risale alla fine degli anni 50. Gli intervistati sono un campione di piemontesi ai quali viene chiesto di dichiararsi più o meno d’accordo con affermazioni riguardanti i nuovi immigrati dal Mezzogiorno. Certi pregiudizi, mi viene da dire certe idiozie, hanno radici antiche. Se avessero chiesto agli americani, agli svizzeri, ai belgi, degli immigrati arrivati a frotte dall’Italia, giudizi e pregiudizi sarebbero stati molto più pesanti, insultanti, sanguinosi. In Francia li linciavano. C’erano movimenti di popolo, correnti di pensiero, giornali, partiti, il cui programma, la cui ragione d’essere, era rimandarli a marcire a casa loro. Verso una categoria particolare di immigrati il rimedio, nella prima metà del Novecento, fu ancora più radicale che espellerli e rimpatriarli: rinchiuderli in grandi campi di concentramento, e sterminarli. Gli ospiti indesiderati, i delinquenti da levarsi di torno, la minaccia per antonomasia alla civiltà e al modo di vita occidentale, all’identità nazionale, all’onore e alla purezza della razza, alla castità femminile, i campioni della turpitudine e della depravazione, erano gli ebrei. Gli ebrei erano il diverso, l’immigrato più pernicioso. Erano lo straniero per definizione, l’invasore per definizione (erano fuggiti a milioni dalle guerre, dai pogrom e dalla povertà dell’Est). Più insidiosi dei musulmani o dei neri. Anche perché, stereotipi del nasone a parte, si mimetizzavano e si confondevano con le razze bianche autoctone, erano infiltrati. Non per niente gli avrebbero imposto di distinguersi con la stella gialla. I profughi delle ondate più recenti venivano disprezzati da quelli che si erano integrati, da quelli arrivati prima di loro. Esattamente come succede oggi. “Noi abbiamo fatto sacrifici, quelli vogliono tutto subito”, ti spiegheranno i latinos che hanno votato per Trump, gli immigrati britannici che hanno votato Brexit e voteranno Farage, quelli che hanno votato Le Pen e voteranno Bardella, quelli che votano Alternative für Deutschland (AfD), quelli che votavano Lega e ora voteranno magari Vannacci. C’è una parola d’ordine che riunisce le destre di tutto il mondo. Il grido è: remigrazione! Sono troppi, impediamo che ci sommergano, mandiamo via gli irregolari, rispediamoli a casa loro. È il motto di una vera e propria internazionale nera. Xenofobi, odiatori di stranieri di tutto il mondo unitevi! Così come un tempo ormai antico sulle bandiere rosse della rivoluzione era scritto “Proletari di tutto il mondo unitevi!”. Remigrazione nei dizionari italiani non figura ancora. Anche se la Treccani online la menziona come neologismo. Curioso: come verbo, remigrare era stato inventato in epoca fascista. Si riferiva non all’espulsione degli stranieri, ma all’auspicato ritorno degli emigrati italiani. A sdoganare la parola in Europa è stata Alice Weidel, la leader dell’ultradestra tedesca: “Abbiamo un piano per il futuro della Germania: chiudere completamente le frontiere, respingere ogni viaggiatore senza documenti, cancellare le prestazioni sociali per i non residenti e procedere a rimpatri su larga scala. Se si deve chiamare remigrazione si chiamerà remigrazione”. Fa un certo senso che il punto 8 del Programma del partito nazionalsocialista, annunciato da Hitler nel 1920, recitasse: “Ogni immigrazione di non tedeschi deve essere impedita. Pretendiamo che tutti i non tedeschi, immigrati in Germania dopo il 2 agosto 1914, siano costretti a lasciare immediatamente il Reich”. Per “non tedeschi” allora intendevano soprattutto “ebrei”. Il concetto è tornato in auge nel 2011 grazie al libro Le grand remplacement di Renaud Camus (uno scrittorucolo ultrà di provincia, niente a che fare con l’autore de Lo straniero e de Il mito di Sisifo). L’idea è che le popolazioni europee bianche e cristiane verrebbero sistematicamente sostituite da immigrati non europei, principalmente africani e islamici, con la complicità delle élite politiche ed economiche. Ha sedotto persino le destre di casa nostra, che si sono messe a parlare di complotto per la “grande sostituzione”, e di “razza italiana” minacciata. In realtà, niente di particolarmente nuovo sotto i cieli del razzismo e del complottismo. Nel Mein Kampf già si denunciava una Francia che “mescola il proprio sangue con quello dei negri”, al punto che “si può ora parlare di uno Stato africano nel continente europeo”. Proseguiva il giovane Hitler: “Continuasse questo insediamento per altri tre secoli, verrebbe a crearsi un grande Stato mulatto, dal Reno al Congo”. Parte di un complotto giudaico per indebolire la razza ariana anche questa negrizzazione (Verschwärzung) dell’Occidente. Un compendio enciclopedico di tutte le teorie della “grande sostituzione” è nel libro più recente di un professore americano specializzato in razzismo, Ibram X. Kendi. Chain of Ideas: the Origins of our Authoritarian Age (Vintage 2026). L’hanno rimproverato di aver scritto un mattone indigesto. E di aver quasi del tutto trascurato, in 600 pagine, le ragioni per cui l’opinione pubblica (e soprattutto gli elettori) si lascino sedurre da queste sciocchezze complottiste. Gli immigrati a casa loro. Non è più nemmeno solo uno slogan della destra o della destra estrema. Sembra ormai diventato senso comune. Se ne appropriano populismi di sinistra, e talvolta persino spezzoni della sinistra progressista, moderata, ragionevole, riformista. “Governare l’immigrazione”, dicono. Intendono: bloccare, rimandare a casa quelli a cui non è stato dato un visto. Tutt’al più vanno accolti i profughi (e anche quelli col contagocce). Non si parla nemmeno più di chi fugge la povertà, cerca una vita migliore. “Migranti economici” li chiamano. Un’etichetta infamante, quasi quanto quella di “delinquenti”. Papa Bergoglio era rimasto solo a perorare lo ius migrandi come un diritto umano. Vuoi perdere le elezioni? Parla di tasse. O parla di accoglienza ai migranti. “Patrimoniale” è diventata una parolaccia. Significa etimologicamente più tasse per i più ricchi e possibilmente meno tasse per i meno ricchi. Peggio, molto più odioso, che se si dicesse “più tasse per tutti”. Idem con patate per immigrazione, migranti, immigrati. Sono parole che vanno ovunque contro il pelo degli elettori. Se sei sospetto di voler aprire le porte a tutti, ti asfaltano. Ma se fingi di lisciargli il pelo, ti asfaltano lo stesso: preferiranno l’originale all’imitazione. Il conservatore Boris Johnson aveva cercato di mandare gli irregolari in Ruanda. Il suo successore laburista Keir Starmer aveva cercato di arginare il vento populista con misure più severe. Avevano sigillato la Manica, annunciato ulteriori restrizioni per i richiedenti asilo. “Basta con questo golden ticket”, col biglietto d’oro che consente di entrare nel Regno Unito perché perseguitati, aveva annunciato la sua ministra dell’Interno Shabana Mahmood, di origine pakistana. In effetti, l’immigrazione netta (quelli che sono arrivati meno quelli che se ne sono andati) in Gran Bretagna era già calata drasticamente. Meno 80 per cento dal picco di un milione nel 2023. Il problema è che l’opinione pubblica non guarda le statistiche ma segue le proprie sensazioni viscerali. Sull’onda di una campagna martellante sull’”invasione”, metà dei britannici restano convinti che l’immigrazione continui ad aumentare. Lo stesso per la criminalità. Non conta che omicidi e rapine diminuiscano anziché aumentare. Non conta che gli immigrati non c’entrino nulla, ma proprio nulla, con la stagnazione prodotta dalla Brexit, con la crisi fiscale, con l’aumento degli affitti, con la crescita bloccata, con la sensazione che le cose stiano volgendo sempre più al peggio. Gli avevano fatto una capa così con le teorie per cui l’immigrazione deprime i salari. E invece succede che in tutto l’Occidente cala l’immigrazione e continuano a calare i salari. Ma la gente continua ad essere affezionata al capro espiatorio. Esattamente come nella Germania nazista tutto era sempre e comunque colpa degli ebrei. Non c’è verso di convincerli del contrario, se restano immutate le ragioni di un’ansia reale, profonda, per la propria sicurezza e per il proprio futuro. Conta solo l’impressione maturata in base a fatti di cronaca che suscitano particolare emozione. Belfast è andata a ferro e fuoco, dopo che erano state diffuse immagini di un bianco accoltellato da un giovane di pelle scura (un rifugiato sudanese). Eppure in Irlanda del Nord l’immigrazione è pressoché inesistente. Risse e omicidi hanno sempre avuto a che fare semmai con l’odio tra irlandesi cattolici e protestanti filo-britannici. Southampton, nel litorale Sud, è esplosa dopo che un 18enne era morto dopo che la polizia aveva erroneamente ammanettato la vittima bianca anziché l’aggressore, anche lui britannico, ma di origine Sikh. “I bianchi contano meno delle minoranze”, l’incitamento alla rivolta degli ultras di estrema destra, da parte di Nigel Farage, leader del partito anti-immigrati Reform Uk. Dio ci salvi dalla cronaca nera a fini politici. La cosa buffa è che gli estremisti vengano sempre, a un certo punto, contestati da qualcuno che è ancora più estremista di loro. Nigel Farage è insidiato dal miliardario Rupert Lowe il quale, uscito da Reform Uk, ha fondato un nuovo partito ancora più a destra, Restore Britain. Lowe è un po’ il Vannacci di Farage. Lo accusa di timidezza e propensione al compromesso. Propugna l’espulsione forzata non solo degli irregolari ma di “milioni” di persone. Oltre ai soldi propri, Lowe ha 1,2 milioni di follower su Facebook e l’appoggio di Elon Musk e della sua piattaforma X. Prima o poi l’uno farà fuori l’altro. Come Hitler, l’anno dopo essere divenuto cancelliere, nella Notte dei lunghi coltelli fece ammazzare, dalle Ss a lui personalmente fedeli, il suo principale alleato e cofondatore del Partito nazista, il capo della Sa Ernst Röhm, e tutto il suo Stato maggiore. In Francia Marine Le Pen era insidiata da uno xenofobo più ultrà di lei, Éric Zemmour. Presentatosi alle presidenziali del 2022 con la sua formazione Reconquete (riconquista, tutto un programma), aveva avuto oltre il 7 per cento. Al ballottaggio si era schierato con la Le Pen. In Ungheria, al posto di Orban è stato eletto il suo ex alleato Péter Magyar (per una volta uno più moderato, non più estremista, o almeno così si spera). Il più noto e feroce teorico del complotto per la sostituzione etnica è Donald Trump. Non perde occasione per denunciare in termini truci l’invasione dell’America da parte di orde di clandestini, lurida feccia di gangster, rapinatori, stupratori, spazzatura, e via dicendo. Aveva promesso di ricacciarli via “a milioni”. Ci sta pure provando. Ma mal glie n’è incolto quando la sua milizia quasi privata, l’Ice (United States Immigration and Customs Enforcement), divenuta per decreto presidenziale “l’agenzia federale più finanziata della storia Usa”, s’è messa ad ammazzare gente per strada. E’ stato persino costretto a dimissionare la vistosa sicofante che lui ne aveva messo a capo. La campagna anti-migranti sta oltretutto inceppando l’economia Usa. Ma chi potrebbe insidiare Trump da destra, cioè dalla sua parte? Nel 1922, quando Hitler non era ancora nessuno, uno scrittore austriaco ebreo, Hugo Bettauer, aveva pubblicato un romanzo profetico, Die Stadt ohme Juden (La città senza ebrei, sottotitolo Un romanzo di dopodomani, in traduzione per Donzelli, 2000, con una bella presentazione di Marino Freschi). Immaginava che un bel giorno di giugno il Parlamento di Vienna approvasse un editto di espulsione dall’Austria di tutti i non ariani. “Gli antefatti, in breve, sono i seguenti: dopo il cosiddetto risanamento, le finanze dell’Austria si sono di nuovo trovate in disordine. Quando poi la corona austriaca è scesa al valore di un duecentesimo di centesimo, è cominciato il caos. Un ministro dopo l’altro costretto alle dimissioni, ci furono disordini, ogni giorno saccheggi nei negozi, pogrom, la rabbia e la disperazione della popolazione non aveva più limiti, e alla fine si dovette andare a nuove elezioni. I socialdemocratici si presentarono alla campagna elettorale senza un nuovo programma. I cristiano sociali invece si schierarono dietro al loro brillante leader, la cui parola d’ordine era: ‘Fuori gli ebrei dall’Austria!’. Come forse si sa […] le elezioni portarono al crollo completo di socialdemocratici, comunisti e liberali. Perfino le masse dei lavoratori votarono al grido di ‘Fuori gli ebrei’ e il Partito socialista, prima il più forte, riuscì a salvare appena 11 seggi. I fautori dell’Unione con la Germania ebbero invece successo perché anche loro si erano messi sulla linea del ‘Fuori gli ebrei’”. La fiction riesce talvolta a immaginare cose inimmaginabili. La favola di Bettauer è profetica. Ma pecca di ottimismo. Si conclude con Vienna che a gran voce invoca il ritorno degli ebrei. Senza ebrei la città si è subito impoverita. Le banche, le industrie, i caffè celebri, i teatri, i negozi eleganti, sono tutti in crisi. Le incantevoli signorine di Schnitzler, e della grande tradizione letteraria austro-ungarica, rimpiangono i loro audaci corteggiatori ebrei. La moda propone squallidi loden e scarponi chiodati. Musica e teatro avvizziscono. Vienna rimpiange con nostalgia struggente i suoi ebrei. Li richiama a furor di popolo. Sappiamo che le cose non andarono così. L’Austria dell’Anschluss, dell’annessione al Terzo Reich, non si sarebbe limitata ad espellere i suoi ebrei. Li consegnò, con più solerzia ancora dei volkgenosse tedeschi, ai loro aguzzini nazisti. Le democrazie dell’Occidente stettero a guardare, infastidite soprattutto all’idea che gli ebrei venissero a cercare rifugio a casa loro. Roosevelt, preoccupato che un nuovo afflusso di profughi dall’Europa lo mettesse in difficoltà con l’opposizione, convocò nell’estate 1938 una conferenza internazionale a Évian les Bains, nello stesso hotel con vista sul lago di Lucerna in cui continuano a farsi i G-7 e i negoziati più spettacolari. L’obiettivo era che fossero altri ad accollarsi l’esodo. Non conclusero niente. La maggior parte dei 32 partecipanti, compresa la deserta Australia, sostenne che erano troppi. “Non possiamo accoglierli”, titolavano i giornali britannici. La scusa: favorirebbero la destra alle elezioni. Santo Domingo accettò di accoglierne 10.000, a pagamento. Il dittatore Trujillo li mandò ad ammalarsi di malaria in una zona paludosa. Il giorno dopo la conclusione della Conferenza di Évian, il Völkischer Beobachter, l’organo del Partito nazista, titolò soddisfatto: “Nessuno li vuole”. Bettauer non fece in tempo ad assistere al non lieto fine. Era stato ammazzato nel 1925 da un giovane fanatico nazista. Che peraltro restò praticamente impunito. Il suo difensore, pure lui nazista, aveva invocato l’infermità mentale ed era riuscito a trasformare il processo in uno show antisemita. La pace è un affare anche dei popoli di Gaetano Azzariti Il Manifesto, 28 giugno 2026 In una situazione di totale stallo bellico e di incerto futuro spetta più che mai alla comunità internazionale promuovere una conferenza mondiale. È guerra totale, la risoluzione delle controversie internazionali non viene più affrontata in base al diritto, non è più affare di rapporti tra Stati, conta solo la forza. Non solo si moltiplicano i teatri del conflitto, si amplia la nozione di guerra. Guerra non più solo tra eserciti, ma eserciti contro intere popolazioni. Il genocidio è all’ordine del giorno e sotto gli occhi di tutti. Si può accettare di vivere dentro lo stato di natura, nella prospettiva di una guerra di lunga durata? Sempre che non si realizzi la follia - oscenamente ipotizzata - dell’apocalisse nucleare, che porrebbe sì fine al conflitto ma anche all’umanità. In questa situazione è massima la responsabilità dei singoli Stati e della comunità internazionale. Sino a ora si sono limitati a schierarsi, a prendere una parte tra i soggetti in conflitto. Non intervenendo direttamente nelle guerre in corso, ma fornendo armi, oppure incrementando le spese per le forze armate. Preparando dunque la guerra: si vis bellum, para bellum. Sul piano dei rapporti internazionali, appaiono troppo deboli le misure di contrasto nei confronti delle palesi violazioni del diritto internazionale, nonché le azioni per opporsi ai crimini di guerra - se non genocidari - compiute contro popoli e cittadinanza civile. Eppure, per quanto riguarda il nostro Paese, la Costituzione è chiara nell’indicare qual è la via da seguire. L’articolo 11 non può essere equivocato: “L’Italia ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”, in ogni caso. Le limitazioni di sovranità che esso prevede sono espressamente finalizzate ad assicurare la pace e la giustizia tra le Nazioni e a promuovere le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo. Limitazioni per conseguire la pace, dunque, non per partecipare alle guerre, né proprie né altrui. Per questo non possono essere condivisi i tentativi di disarticolare l’unitaria (anche dal punto di vista sintattico) disposizione costituzionale separando il “ripudio” dalle “limitazioni di sovranità”, e fornendo a queste ultime una forza precettiva assoluta del tutto sganciata dalle inequivocabili ed esplicite finalità di pace e giustizia tra le Nazioni. In tal modo si finisce per piegare il principio pacifista, per come è inscritto nel nostro ordinamento costituzionale, ad altre logiche, finendo per subordinarlo alle strategie di potenza ovvero alle politiche non sempre puramente difensive delle alleanze militari cui siamo legati. Obblighi internazionali cui siamo certamente vincolati, ma solo fin tanto che non si infrangono i principi supremi e che non possono ostacolare il dovere di solidarietà internazionale che ci impone di agire per la pace, in termini attivi, non puramente simbolici. Manca del tutto una prospettiva che non sia solo nazionale ma chiami in causa tutte le nazioni “civili”, che coinvolga l’organizzazione internazionale preposta ad assicurare la pace (l’Onu). Eppure, basterebbe dare attuazione a quanto è stato previsto dopo la Seconda guerra mondiale per scongiurare il “flagello della guerra”. In fondo un compito che lo Statuto delle Nazioni unite ha affidato agli Stati non belligeranti, i quali - ai sensi degli articoli 33 e 52 - devono anzitutto perseguire una soluzione mediante negoziati, accordi o altri mezzi pacifici di loro scelta. Un tipo di azione non armata, ma tanto più necessaria in assenza di un intervento diretto del Consiglio di sicurezza, paralizzato dalla sciagurata regola dell’unanimità di voto dei membri permanenti (art. 27). Un intervento reso ancor più urgente dalla chiusura di ogni canale o possibilità di accordo tra le diverse parti in guerra, che non sembrano disposte al compromesso. Adoperarsi per non lasciare soli i popoli oppressi dagli Stati e negli Stati (siano essi ucraini, russi, palestinesi, israeliani, sudanesi, congolesi, etc.). Non ci si può voltare dall’altra parte, come si suole ripetere, ma non si deve neppure fomentare la scontro armato. Invocare solidarietà per l’aggredito, non può voler dire esclusivamente fornire armi per proseguire la guerra o limitarsi ad elevare pur legittime proteste diplomatiche di fronte alle palesi violazioni del diritto internazionale. Diventa necessario anche e soprattutto fare di tutto per rimuovere le cause del conflitto e giungere ad un nuovo equilibrio che coinvolga non solo le nazioni belligeranti, ma l’intera comunità internazionale. Se è dunque vero che la guerra non è solo “affar loro”, costruire la pace è un “nostro” preciso dovere. Una precisa strada è stata indicata. La richiesta è quella - rivolta ai governi, ma anche ai popoli - di promuovere una conferenza internazionale per garantire la pace e la sicurezza tra le Nazioni. Non è un compito facile, ma è questo ciò che spetta fare alla comunità internazionale in una situazione di stallo bellico e di incerto futuro come è quella attuale. Una proposta che, nell’ostinato silenzio di chi ha responsabilità di governo, è stata fatta propria anche da noi, dalla più alta autorità politica del nostro paese (Mattarella di fronte al parlamento del Consiglio d’Europa), ovvero dalla massima autorità religiosa. Ma non ha visto l’impegno dei nostri e degli altri governi, tantomeno dell’Europa o della Nato, indaffarati tutti a guardare altrove, a porre veti, a gonfiare il petto usando parole di potenza, non, invece, agendo praticamente per giungere ad un accordo internazionale di pace, sospinti dalla umana compassione e dalla solidarietà tra i popoli. Non si dica che è pura utopia, in caso è sano realismo. È la storia, infatti, che ci insegna che non si è mai conclusa una guerra senza un’equilibrata e stabile intesa tra le parti. Senza un accordo generale potremmo avere solo una serie di tregue armate, in attesa dei successivi conflitti. Una conferenza internazionale che definisca un nuovo scenario e impegni tutti i Paesi al reciproco rispetto, sottoscrivendo un patto di convivenza tra i popoli e le Nazioni, è la forma giuridica che la storia ci ha consegnato: dal Trattato di Qadeš (1259 a.c.) a quello di Helsinki (1975 d.c.).