Dietro le sbarre a 40 gradi, senza frigoriferi né ventilatori: le carceri sono una polveriera di Fulvio Fulvi Avvenire, 27 giugno 2026 La denuncia dei Garanti: salute fisica e psicologica a rischio, è allarme rivolte. Mancano i controlli delle Asl e le ore d’aria si fanno sotto il sole. Mura roventi di cemento e acciaio, celle come forni, con finestre schermate e temperature che superano spesso i quaranta gradi. Nelle camere di pernottamento scarseggiano i ventilatori e i frigoriferi sono stati vietati da una circolare del Dap dell’aprile scorso con la quale, “per ragioni di sicurezza”, si è disposto il loro spostamento in ambienti comuni dei reparti e un uso limitato da autorizzare su richiesta. In questi giorni di canicola destinata a durare ancora per parecchi giorni, nelle carceri sovraffollate (secondo Antigone il tasso medio, a metà giugno, ha raggiunto il 139,95%) i ristretti vivono davvero le “fiamme dell’inferno”, ammassanti in spazi insufficienti e incandescenti dove si respira ancora meno di prima. Per chi sta dentro è una pena da scontare che si aggiunge a quella stabilita dai giudici. “La disperazione si sta diffondendo tra le persone detenute che si tende a tenere blindate in cella in un periodo nel quale le attività sono ridotte e il personale, già carente e in parte andato in ferie, fatica ancora di più a vigilare e a garantirne l’assistenza: non si può affrontare l’estate così” osserva Rita Bernardini, presidente di Nessuno Tocchi Caino che ricorda come “in tre anni i magistrati di sorveglianza hanno accertato in Italia 17.000 casi in cui i detenuti hanno subito trattamenti disumani e degradanti”. E ora la situazione rischia di peggiorare. Dietro le sbarre, a causa del caldo torrido e asfissiante aumentano sofferenze, tensioni e aggressività e con essi il rischio di suicidi, atti di autolesionismo, violenze, rivolte. Come è accaduto troppo spesso in passato. In queste condizioni, inoltre, per i reclusi con più di settanta anni (quasi 7 mila sui 65mila presenti nei 189 istituti di pena), quelli affetti da patologie gravi o da tossicodipendenza (oltre il 30%) incombe il pericolo di infarto, di una crisi fatale o di un aggravamento della malattia che potrebbe portare, in certi casi, anche alla morte. “La prevenzione? Non tutte le visite trimestrali delle Asl previste dall’ordinamento penitenziario per rilevare le temperature delle celle vengono effettuate regolarmente, ed esiste l’obbligo di segnalare alle autorità sanitarie i soggetti più a rischio, ma molti fanno finta di non sapere...” denuncia Bernardini. Il portavoce della Conferenza nazionale dei garanti territoriali delle persone private della libertà personale, Samuele Ciambriello, ha chiesto al Dipartimento per l’amministrazione penitenziaria direttive urgenti per far fronte all’ondata di caldo estremo. “Ci sono detenuti che fanno l’ora d’aria anche nei turni compresi tra le 13 e le 15, le ore più cocenti, quasi nudi a causa delle alte temperature - spiega -, dobbiamo fermare la strage di diritti e di vite in queste settimane, restituendo loro un minimo di dignità”. In realtà, il 31 marzo, il Dap aveva diffuso ai provveditori regionali una nota di “attenzionamento”, a firma del direttore generale Ernesto Napolillo, in cui, “nell’approssimarsi della stagione estiva” viene “raccomandato il potenziamento delle attività finalizzate all’utile coinvolgimento della popolazione ristretta”, demandando agli organismi territoriali e ai direttori di istituto la previsione di “una diversa modulazione degli orari dei passeggi per evitare che le persone siano all’aria nelle ore più calde della giornata”. Nel provvedimento si parla, tra l’altro, anche di “punti idrici a getto e nebulizzatori” da installare nei cortili, di realizzare aree ombreggiate, di fornire acqua potabile in bottiglia ai detenuti e di riformulare le tabelle del vitto con menù adatti alla stagione. Tutte misure ancora, in gran parte, disapplicate. “Tra le carceri dell’Emilia-Romagna solo tre su sette hanno rivisto gli orari delle “passeggiate” e tre su dieci hanno pronti gli impianti di nebulizzazione - rivela il garante regionale Roberto Cavalieri -, cinque su dieci hanno coinvolto le aree sanitarie ma non si pensa ai disabili impossibilitati a spostarsi dalla cella rovente: insomma, siamo di fronte a una giostra delle buone intenzioni e i detenuti soffrono più del dovuto”. “I reclusi delle tre carceri milanesi resistono per quanto sia possibile - dichiara il garante cittadino Luigi Pagano - tra black-out, interruzione provvisoria dell’acqua e blocco della cabina elettrica a Opera, risolto in mezza giornata, ma a Bollate e San Vittore si registra un affollamento incredibile, i detenuti si lamentano, giustamente, e il personale cerca di fare fronte ai vari problemi che si presentano in ogni minuto. È una crisi perpetua, oggi il caldo domani altre emergenze - conclude Pagano - e non cesserà o almeno ridurrà se non si mette seriamente mano a una riduzione delle presenze, cosa che di sicuro non è garantita dalle misure annunciate per l’ennesima volta dal governo”. Nell’immediato servono anche più telefonate ai familiari, più ventilatori e frigoriferi. “Ma ci vogliono soprattutto interventi politici seri per ridurre il sovraffollamento - rilancia Rita Bernardini - provvedimenti come l’indulto accompagnato e differito proposto nel recente Giubileo dei carcerati e come la liberazione anticipata speciale prevista dal disegno di legge di Roberto Giachetti e già adottata in passato senza mai aver dato problemi”. Alemanno propone l’indulto. Ma i vannacciani frenano: “Noi contrari” di Nicolò Zambelli e Riccardo Carlino Il Foglio, 27 giugno 2026 L’ex sindaco di Roma vuole l’indulto per ridurre il sovraffollamento carcerario, ma riconosce: “Non si farà”. Roberto Vannacci e la sua “sporca dozzina” storcono il naso e dicono: “Il carcere punisce e rieduca. La soluzione è costruirne di più”. E insomma, non è passata neanche una settimana ed ecco che quel sodalizio quasi idilliaco, suggellato a cena in un ristorante sardo nel remoto nord di Roma, tra Gianni Alemanno e Roberto Vannacci sembra già mostrare le prime crepe. Questa mattina a Radio24 l’ex sindaco della capitale, da pochi giorni fuori da Rebibbia, è tornato sul tema che più gli sta a cuore: il carcere. È stato netto: “Per garantire sicurezza occorre un carcere che funzioni, che non solo punisca ma riesca a riabilitare e a combattere la recidiva. Logica vorrebbe che ci fosse l’indulto”. Ma la proposta non è piaciuta per niente ai suoi nuovi compagni di partito. Al Foglio, la “sporca dozzina” è categorica: “Non è la soluzione e non è in agenda. Restiamo fermi a quanto detto dal nostro presidente”. I primi segnali di discordia su questo tema sono arrivati proprio la sera della cena. Dopo il saluto da gladiatori davanti ai cronisti, a Vannacci è scappato un “chi commette reati gravi deve marcire in galera”. Il tatto, generale. Alemanno ha storto un po’ il naso e nella concitazione è stata messa una pezza. Ma non è una novità la posizione di Futuro Nazionale sulla certezza della pena e le loro soluzioni per contrastare il sovraffollamento carcerario. Per loro basta “costruire più carceri”. Ed è quello che ci dice anche un colonello di Fn, Rossano Sasso: “L’indulto non è la posizione del nostro partito. Con Alemanno condividiamo la battaglia per la rieducazione. E su quello, in fondo, le sue posizioni sono simili a quelle del nostro presidente”. Rimarca lo stesso concetto un altro colonnello, Domenico Furgiuele: “Con l’ex sindaco di Roma ci sono più convergenze che divergenze. Diciamo che in merito a questa proposta... È chiaro che per stupri, pedofilia o altri reati molto gravi non si può chiedere l’amnistia o l’indulto”. Per Furgiuele il carcere “deve punire e rieducare”. Serve “intransigenza per le mafie e reati gravi”. Anche Emanuele Pozzolo ripete, in coro, la questione: “In un partito è normale discutere”. Basta che non si diventi il Pd, ecco. Siete appena nati. In più, Fabio Granata al nostro giornale ha spiegato che Alemanno potrebbe essere una risorsa per affrontare il tema e che alla destra serve una “sinistra”. Si parla di diritti. “No, lui lancia una discussione, ma la posizione di Vannacci è chiara”. Categoria. E riassunta in un virgolettato del 26 dicembre 2024: “La mia solidarietà va soprattutto alle vittime, non ai detenuti che stanno scontando la giusta pena per le loro malefatte. Le carceri diventino luoghi in cui ogni carcerato, lavorando duramente e devolvendo i propri emolumenti per l’opera prestata, risarcisca le vittime per i danni subiti dalle loro azioni criminali”. Niente indulto, insomma, ma nuove carceri e un’altra cosa che, apparentemente c’entra ben poco, ma che, da massima battaglia identitaria di Fn, sembra poter funzionare un po’ per tutto: la remigrazione. “Può essere una soluzione dal momento visto che il 35 per cento dei detenuti non dovrebbe essere mai entrato in Italia”, dice il vannacciano Sasso che ripete che il problema “non si risolve con l’amnistia o con l’indulto”. Ma è Furgiuele a darci una chiave che potrebbe fare sintesi tra Alemanno e i futuristi: la meritocrazia. “Noi di Futuro nazionale siamo per il ritorno della meritocrazia, in tutti gli ambiti, quindi anche per le carceri. Se ci sono detenuti che nei fatti dimostrano di poter uscire prima con una riduzione della pena è giusto che escano”. Parla La Russa: “Indulto? Ha ragione Alemanno. Ma non si farà” di Nicolò Zambelli Il Foglio, 27 giugno 2026 “Se in passato la proposta non ha avuto successo nonostante qualche mia moral suasion, non credo che ce l’avrà la sua. Specie se adesso è entrato nel partito di Vannacci”, dice il presidente del Senato. “Alemanno propone l’indulto? Se in passato la proposta non ha avuto successo nonostante qualche mia moral suasion, non credo che ce l’avrà la sua. Specie se adesso è entrato nel partito di Vannacci”. Lo dice al Foglio il presidente del Senato Ignazio La Russa, dopo le dichiarazioni di Gianni Alemanno ieri mattina a Radio 24. “Per garantire sicurezza occorre un carcere che funzioni, che non solo punisca ma riesca a riabilitare e a combattere la recidiva. Logica vorrebbe che ci fosse l’indulto”, ha detto l’ex sindaco di Roma, fuori dal carcere di Rebibbia da meno di una settimana. “Credo che abbia ragione”, continua La Russa. “Come ha detto anche lui: ci vorrebbe ma non si farà”. Le resistenze, secondo Alemanno, sono “politiche, culturali e sociali”. E sono molto più vicine di quanto lui pensi. L’idea lanciata da Alemanno infatti non è piaciuta per niente ai suoi nuovi compagni di partito. Rossano Sasso spiega: “L’indulto non è la posizione del nostro partito. Con Alemanno continuiamo le battaglie sulla rieducazione”. Della stessa idea Emanuele Pozzolo: “In un partito è normale discutere. Lui ha espresso un tema, ma sono sicuro che troveremo una sintesi. Anche perché la posizione di Vannacci è chiara”. E infatti nel 2024 diceva: “La mia solidarietà va soprattutto alle vittime, non ai detenuti che stanno scontando la giusta pena per le loro malefatte”. Domenico Furgiuele media: “Noi di Futuro nazionale siamo per il ritorno della meritocrazia, in tutti gli ambiti, quindi anche per le carceri. Se ci sono detenuti che nei fatti dimostrano di poter uscire prima con una riduzione della pena è giusto che escano”. In più, i futuristi ci allacciano la remigrazione: “Il 35 per cento dei detenuti è straniero”. Semmai bisogna “costruire più carceri”, come sta facendo il governo. Ce lo ricorda ancora La Russa: “Non si farà l’indulto, ma stiamo aumentando i posti disponibili nelle carceri, dall’anno scorso la situazione è migliorata”. “Bravo Alemanno sul carcere. Ma Vannacci non è il compagno giusto per questa battaglia” di Gianluca De Rosa Il Foglio, 27 giugno 2026 Parla Caiazza. L’ex presidente delle Camera penali dice di aver “apprezzato il modo in cui Alemanno ha vissuto questa durissima esperienza, trasformandola in un’iniziativa politica”. E però dubita che il generale possa seguirlo: “Né la destra, né la sinistra si occupano del problema, che così peggiora di giorno in giorno”. “Ma davvero si può combattere l’indegna situazione delle carceri italiane con Vannacci? Bisognerebbe chiederlo ad Alemanno, a me sembra molto complicato”, ci risponde ridendo l’ex presidente delle Camere penali Giandomenico Caiazza. Anche lui, come noi, è perplesso dalla strana combinazione scelta dall’ex sindaco di Roma per il suo ritorno: paladino del sovraffollamento delle patrie galere e consigliere del generale che vorrebbe ordine, disciplina e gente in carcere buttando via la chiave. “Come spettatore - dice - ho veramente apprezzato il modo in cui Alemanno ha vissuto questa durissima esperienza, trasformandola in un’iniziativa politica”. Poi aggiunge: “Mi pare evidente però che i suoi nuovi compagni di viaggio siano almeno indifferenti, se non nemici, delle tematiche che con tanta durezza e chiarezza di pensiero sta portando avanti”. Alemanno invoca l’indulto e i parlamentari di Furturo Nazionale rispondono “giammai”. “E non mi stupisco”, commenta Caiazza. “Abbiamo ascoltato di peggio. Cose come: Caino deve marcire in galera. La storia di Alemanno insegna che chi fa esperienza del carcere constata in modo inequivocabile che quello sia un inferno”. E a sentire l’ex sindaco, che a Rebibbia aveva già trascorso alcuni giorni da ragazzo, la situazione è peggiorata rispetto a decine di anni fa. “All’epoca sembrava uno studentato”, ha detto. “Sì, il peggioramento va avanti giorno dopo giorno - conferma Caiazza - perché nessuna delle soluzioni che vengono prospettate, neppure quelle securitarie di costruire più carceri, vengono perseguite. Vale a destra, come a sinistra. A destra c’è l’idea grossolana per la quale ogni forma di espiazione della pena alternativa al carcere è considerata un cedimento dello stato. A sinistra, invece, si fanno molte chiacchiere, ma poi quando è il momento di assumersi la responsabilità ci si tira indietro. È avvenuto ad esempio quando Orlando era ministro della Giustizia. Con gli Stati generali dell’esecuzione penale aveva messo sul tavolo una vera riforma. E invece il Pd lo ha mollato”. Se Orlando non convinse i dem, non possiamo sperare che Alemanno persuada Vannacci? “Tenderei a escluderlo, ma mi farebbe piacere essere smentito”. Con Alemanno torna al centro l’emergenza carceri: sistema da riformare di Eleonora Manzo L’Identità, 27 giugno 2026 L’uscita dal carcere di Gianni Alemanno ha riacceso il forte dibattito pubblico sulle condizioni delle carceri italiane e rimesso lui al centro della scena politica. Di norma, purtroppo, il carcere è un tema trattato a intermittenza, se vi sono rivolte, emergenze, suicidi, polemiche giudiziarie, allora entra nelle agende e nel dibattito pubblico, se tutto tace, si mantiene un atteggiamento omertoso e piuttosto silenzioso. In questo quadro la vicenda dell’ex sindaco di Roma - arrestato, ricordiamo, per traffico d’influenze e abusi d’ufficio - offre l’occasione per riflettere sulle criticità di un sistema che coinvolge migliaia di detenuti e operatori penitenziari. Dal sovraffollamento al reinserimento sociale, dal problema sanitario e della carenza di personale a numerose altre questioni che da anni rimangono inevase. Da qui appare abbastanza incomprensibile la scelta, almeno sul tema dei diritti dei detenuti, di unirsi a una figura come quella di Roberto Vannacci che incarna un’idea di una destra fortemente identitaria e forgiata sulla disciplina e sull’ordine a prescindere. Ma forse è proprio qui l’innesto giusto: il suo intervento sul tema delle carceri potrebbe avere un effetto politico non da poco, spostando l’asse dell’attenzione dei diritti dei detenuti lontano dal garantismo solito e posizionandolo su un terreno più istituzionale, legato all’efficienza dello Stato e alla qualità della pena. La sintesi è proprio questa, puntare l’attenzione non sull’indulgenza della pena ma sui diritti fondamentali che non devono venir meno con la condanna. Il carcere non può essere un paddock di marginalità né un posto dove ci si dimentica chi vi vive. È proprio questo il nodo che la vicenda Alemanno contribuisce a mettere in luce: il carcere non solo come problema da contenere ma come banco di prova della credibilità delle istituzioni che si traduce anche da come si gestisce la privazione della libertà, se riesce a punire senza degradare, a garantire sicurezza senza violare la dignità, a coniugare controllo e reinserimento. Le posizioni degli schieramenti politici sono varie ma pressochè invariate rispetto agli standard. La posizione degli schieramenti - Nel centrosinistra prevale una linea che insiste sulla funzione rieducativa della pena, sulle misure alternative e sulla necessità di affrontare in modo strutturale il sovraffollamento e la carenza di organico. Il Movimento 5 Stelle prova a fare sempre equilibrismo tra tradizione giustizialista e apertura verso i diritti. La Lega prova mantenere il suo elettorato maneggiando con prudenza il tema sicurezza, mentre Forza Italia, sempre senza esporsi troppo, ha una linea più garantista. Fratelli d’Italia si trova invece in una posizione cruciale: quella di tradurre la cultura del rigore in una responsabilità di governo capace di misurarsi con i limiti reali del sistema penitenziario. In questo contesto, anche la Regione Lazio può rappresentare un tassello politico significativo. Per quanto di sua competenza, negli ultimi anni con la squadra di governo capeggiata dal presidente Rocca, ha già avviato un percorso virtuoso sul fronte carcerario, soprattutto sul terreno dell’assistenza sanitaria, dell’inclusione e dei progetti di reinserimento. È un elemento non secondario, perché introduce un possibile punto di contatto tra livelli istituzionali e sensibilità politiche diverse: la Regione come laboratorio amministrativo, il governo come sede delle scelte di sistema, il ministero della Giustizia come regia nazionale. In questa chiave, il Lazio potrebbe diventare un ulteriore terreno di unione tra Alemanno, Meloni e Nordio, almeno sul piano della costruzione di una linea che tenga insieme legalità, dignità della pena e pragmatismo istituzionale. In questo quadro il ritorno di Alemanno nel dibattito quotidiano è qualcosa di più di un caso personale, l’ex sindaco rappresenta l’occasione per riportare alla giusta attenzione una discussione politica non più limitata solo all’emergenza. Se anche da aree tradizionalmente più attente ai temi dell’ordine arrivasse il riconoscimento che la tutela dei diritti dei detenuti è parte della tenuta dello Stato, il dibattito potrebbe acquisire una profondità nuova. E forse, per una volta, il carcere smetterebbe di essere soltanto il luogo delle crisi da inseguire e tornerebbe a essere una questione centrale di politica pubblica. Moretti, il potente che va in galera: i populisti esultano, invece è un giorno triste di Piero Sansonetti L’Unità, 27 giugno 2026 Mauro Moretti è stato chiuso in una gabbia. Molta gente esulta, perché dice che finalmente in prigione ci va un potente. E che una società giusta e moderna deve essere così: i potenti in cella. Io invece penso che sia una giornata molto triste. Imprigionare delle persone, se non per ragioni eccezionali di sicurezza pubblica, è un gesto di sopraffazione che confligge con qualsiasi etica. Nel momento stesso nel quale supera il cancello di ferro qualsiasi persona diventa un “ultimo”. Tra Mauro Moretti e un rom, o un piccolo spacciatore, non c’è nessuna differenza. Tutti vittime della ferocia dello Stato giustizialista. Moretti non doveva andare in galera per due ragioni. La prima, molto importante, è che era ed è evidentemente innocente. La strage di Viareggio del giugno del 2009, quando un treno che trasportava liquidi infiammabili deragliò mentre passava nella stazione, esplose e uccise 32 persone, è avvenuta senza nessuna colpa dell’amministratore delle ferrovie. Moretti è innocente. Non poteva fare nulla che fosse nei suoi compiti per evitare quell’incidente. La seconda ragione per la quale non doveva andare in prigione è che tutte le volte che una persona entra in quelle gabbie, violando i principi essenziali della cultura liberale e moderna, è una sconfitta della società e un atto infame da parte dello Stato. L’illusione che la pena altrui possa davvero lenire il dolore delle vittime di Davide Varì Il Dubbio, 27 giugno 2026 Ci sono sentenze che chiudono un processo ma aprono voragini giuridiche ed esistenziali. E sì che le due cose sono più legate e intrecciate di quanto si pensi. Quella sulla strage di Viareggio appartiene a questa categoria. Dopo diciassette anni la Cassazione ha scritto la parola definitiva su una tragedia nella quale morirono 32 persone. Mauro Moretti, settantatré anni, è entrato in carcere. Daniela Rombi, madre di Emanuela, morta dopo quarantadue giorni di agonia, ha detto: “Finalmente giustizia”. L’avvocata di Moretti ha replicato: “È una decisione vergognosa, Moretti è innocente”. Sembrerà strano, eppure si tratta di due frasi che si contraddicono solo in apparenza. Sono entrambe vere. Entrambe dolorose. La prima è la voce di una madre. Una donna che da vive con un’assenza che nessun tribunale, nessun giudice potrà mai colmare. La seconda è la voce di una difesa convinta che il proprio assistito stia pagando col carcere una responsabilità non sua. La giustizia è costretta a stare in mezzo. È il suo destino. Ma proprio per questo bisogna avere il coraggio di riconoscerne il limite. Perché il carcere di un uomo di quell’età non restituisce una figlia di ventun anni. Non cancella quarantadue giorni di agonia. E non possiamo neanche provare a immaginare il dolore di una madre che assiste a 42 giorni di agonia di una figlia. Eppure la pena altrui non rimargina ferite emotive così profonde, non può in alcun modo consolare un padre, una madre, un fratello. Una condanna non ha il potere di schermare una sofferenza infinita. Ma, nello stesso momento, è altrettanto vero che uno Stato di diritto non può rinunciare ad accertare le responsabilità. Sarebbe la vittoria della fatalità, della deresponsabilizzazione. E sarebbe un’ingiustizia. E allora resta quella domanda che accompagna ogni grande tragedia collettiva: cosa chiediamo alla giustizia? Forse è proprio qui che si annida uno dei rischi del nostro tempo. Nel libro “Il diritto penale totale” (Il Mulino), Filippo Sgubbi descrive la progressiva affermazione di quello che definisce il “paradigma vittimario”. “La vittima è l’eroe moderno, ormai santificato”, scrive, osservando come il diritto penale contemporaneo tenda sempre più a essere guidato dall’emozione e dalla compassione. Non è una critica alle vittime, tantomeno a chi ha perso una figlia o un figlio: come potremmo! È, piuttosto, un monito: quando al processo si chiede non soltanto di accertare responsabilità, ma anche di risarcire simbolicamente l’irreparabile, gli si attribuisce un compito che non gli appartiene. Il rischio, aggiunge Sgubbi, è che il processo finisca per essere chiamato a cercare colpe prima ancora che cause, trasformandosi nel luogo in cui il dolore collettivo pretende una compensazione che nessuna sentenza potrà mai offrire. Per questo colpisce il contrasto tra le due immagini che questa sentenza consegna al Paese. Da una parte un uomo anziano che si prepara al carcere proclamandosi innocente. Dall’altra una madre che dice: “Non c’è nulla da festeggiare, mia figlia non torna a casa stasera”. È probabilmente la frase più vera di tutta questa vicenda. Perché contiene insieme la “vittoria” e la sconfitta della giustizia. La vittoria è quella di uno Stato che non rinuncia a cercare la verità. La sconfitta è che quella verità, quando finalmente arriva, non basta mai. Arriva troppo tardi rispetto alla vita. Troppo tardi rispetto al dolore. Troppo tardi perfino rispetto alla pena. La giustizia umana conosce il diritto, non la redenzione. Può attribuire responsabilità, non restituire affetti. Può infliggere anni di carcere, ma non risarcire il vuoto lasciato dalla perdita di una figlia. Ed è forse questa la lezione più difficile da accettare. Le vittime hanno diritto alla verità, al riconoscimento delle responsabilità, alla vicinanza dello Stato. Ma neppure la sentenza più giusta potrà trasformare il dolore in pace. Da oggi continueranno a convivere due sofferenze: quella di una madre che neanche stasera vedrà tornare a casa la propria figlia e quella di un uomo anziano che trascorrerà parte della sua vita dietro le sbarre. Nessuna delle due potrà mai cancellare l’altra. Ed è proprio qui che sta il limite della giustizia. Don Ciotti: “Il Csm e le procure antimafia solo al Sud? Una scelta suicida e anche blasfema” di Giuseppe Legato La Stampa, 27 giugno 2026 Il fondatore di Libera: “Pensare che la malavita abbia dei confini descrive un’Italia che non esiste più”. Torino, ieri, 26 giugno. Alle nove del mattino la città è già avvolta in una canicola soffocante. La famiglia del procuratore Bruno Caccia adagia un mazzo di fiori sotto una targa appesa al muro di via Sommacampagna: qui 43 anni fa - era sera - otto proiettili sparati da almeno due killer della ‘ndrangheta uccidevano un magistrato visionario che aveva capito prima di altri cosa colpire per fare male alle cosche della costa Jonica e di Platì: il portafoglio. Un delitto su cui non vi è ancora piena luce. Decenni dopo, tra toghe e divise assiepate sul marciapiede, la voce di don Luigi Ciotti rimbomba come un’eco che parla ben oltre questo dedalo di strade della pre-collina e punta a Roma dove pochi giorni fa il Consiglio Superiore della Magistratura ha approvato una delibera che individua 12 procure ad alta densità mafiosa. Tutte dalla Capitale in giù. Ciotti è lapidario: “Una scelta suicida, blasfema” dice. “Pensare in piccolo, oggi, guardando solo a una parte del Paese, è la sconfitta più grande che possiamo permetterci”. Don Luigi cosa ci racconta la delibera del Csm perlomeno nei principi che la guidano? “È una fotografia vecchia di una realtà che non esiste più, una lettura ferma a un’Italia che non c’è più. Le inchieste, le operazioni delle procure antimafia, le sentenze passate in giudicato, le relazioni della Dia, i dati dei rapporti di Libera raccontano da anni un’altra geografia, ben più ampia e inquietante di quella disegnata da una delibera. È una scelta “suicida” perché volge lo sguardo altrove, lontano dai problemi reali, proprio mentre le mafie si rafforzano, indisturbate, dove nessuno le sta più guardando: “suicida” non per le mafie, che ne approfittano, ma per lo Stato, che si priva degli strumenti per vederle”. C’è a suo avviso, in quel documento il rischio di una semplificazione normativa che produca effetti sulla coscienza collettiva? “C’è ed è enorme: si lancia il messaggio, indirettamente ma con la forza di un atto istituzionale, che la mafia è un problema “di altri”, di altri territori, di un altro tempo”. Ha ripetuto più volte che quella del Consiglio è decisione pericolosa. Perché? “Perché le mafie non scompaiono, si trasformano. Quando non sparano è perché guadagnano di più a non farlo: oggi si radicano nell’economia legale, nelle istituzioni, nella politica locale, in un’area grigia contigua a economia e potere, difficile da conoscere, da comprendere, da decifrare. Una norma che semplifica questa complessità disarma la coscienza collettiva, e una coscienza disarmata è il primo regalo a chi vuole restare invisibile. Dire che c’è meno densità mafiosa in un territorio dove la ‘ndrangheta ha ucciso, in un agguato, la guida della procura pur se soltanto ai fini di punteggi da assegnare ai magistrati, appare a molti quasi irricevibile. O perlomeno scarsamente comprensibile”. E per lei? “Lo trovo blasfemo, nel senso più laico e profondo della parola: un’offesa alla memoria e alla verità dei fatti. Non dimenticare Bruno Caccia significa non dimenticare che le mafie non hanno mai smesso di camminare verso nord, che la sua morte non fu un episodio isolato, un fulmine a ciel sereno, ma un avvertimento chiarissimo, scritto col sangue, che continuiamo, troppo spesso, a non voler leggere. Ricordarlo oggi, nel suo anniversario, e poi firmare una delibera che cancella quel territorio dalla mappa dell’alta densità mafiosa è una contraddizione che la coscienza civile non può accettare”. Che mafia raccontano davvero al Nord le inchieste, i report, le analisi investigative? È davvero quella che “ridiscende la linea della palma” fino a Roma? “No, è esattamente il contrario, e i numeri lo dimostrano: è la mafia che continua a salire, che investe, che abita l’economia sana, che entra negli appalti, nelle aziende, nei consigli comunali. Negli ultimi quindici anni si sono svolti nel Centro-Nord circa cento processi per mafia: non episodi isolati, ma un fenomeno strutturato e radicato. La realtà giudiziaria, documentata, racconta una presenza diffusa, capillare, ovunque ci sia profitto da fare. Con ampie collusioni e complicità. Ma attenzione: da qui non deve nascere una guerra tra procure, tra Nord e Sud, tra territori che si sentono più o meno segnati dalla presenza mafiosa. Sarebbe l’errore peggiore, perché la mafia non ha bandiera né latitudine: è una questione nazionale, e se la trasformiamo in una contesa tra territori finisce anche peggio, con tutti più deboli e più divisi”. Ha detto: “Nel Paese è aumentata l’inerzia verso la presenza mafiosa”. Di cosa e di chi parliamo? “È un macigno di ignoranza che ci rende tutti responsabili, nessuno escluso. Se arretriamo è perché non ci scandalizziamo più, e questo non è solo un arretramento normativo: è un arretramento della consapevolezza, della cultura, della capacità di indignarsi davanti all’ingiustizia. Non possiamo chiudere un occhio, perché rischiamo di chiuderli entrambi e di andare a sbattere contro le conseguenze, che saranno pesanti per tutti. Conosciamo le malattie del sistema, le abbiamo diagnosticate, eppure invece di intervenire sulle numerose cause si preferisce semplificare, nascondere il problema, limitarlo ad alcune aree. Non rassegniamoci: la rassegnazione è l’anticamera della complicità. La speranza è un dolore che non si arrende”. Liberazione anticipata e lavori pubblici, ecco l’ultima decisione della Consulta di Antonio Alizzi Il Dubbio, 27 giugno 2026 La Corte costituzionale dichiara non fondate le questioni sollevate dal magistrato di sorveglianza di Napoli sugli articoli 69 e 69-bis. La competenza sulla liberazione anticipata resta al magistrato di sorveglianza anche quando la pena eseguita è il lavoro di pubblica utilità sostitutivo. Lo ha stabilito la Corte costituzionale, che con la sentenza numero 114, depositata ieri, ha dichiarato non fondate le questioni di legittimità costituzionale sollevate dal magistrato di sorveglianza di Napoli sugli articoli 69 e 69-bis della legge di ordinamento penitenziario. Il giudice rimettente dubitava della costituzionalità delle norme nell’interpretazione ormai consolidata, ritenuta “diritto vivente”, secondo cui spetta al magistrato di sorveglianza, e non al giudice dell’esecuzione penale, decidere sull’istanza di liberazione anticipata anche nel caso in cui sia stata comminata, o applicata su richiesta, la pena del lavoro di pubblica utilità sostitutivo. Il dubbio del magistrato di sorveglianza - Secondo il giudice a quo, sarebbe stata una scelta legislativa “maggiormente lineare” attribuire la decisione al medesimo organo giurisdizionale che ha applicato la pena sostitutiva. Il giudice dell’esecuzione, infatti, resta competente sulle questioni relative allo svolgimento del lavoro di pubblica utilità, comprese l’eventuale revoca o modifica della pena, mantenendo i rapporti con l’ufficio di esecuzione penale esterna. Da qui il dubbio di legittimità costituzionale in riferimento all’articolo 3 della Costituzione. Per il rimettente, sarebbe “manifestamente irragionevole” un assetto che prevede l’intervento del magistrato di sorveglianza solo nel momento premiale della liberazione anticipata, mentre per tutto il resto il lavoro di pubblica utilità sostitutivo resta sottratto alla sua vigilanza. La competenza sull’istanza prevista dall’articolo 54 dell’ordinamento penitenziario veniva dunque descritta come un elemento eccentrico rispetto al sistema. Il richiamo all’articolo 27 - Il magistrato di sorveglianza di Napoli aveva prospettato anche la violazione dell’articolo 27, terzo comma, della Costituzione, sostenendo che il finalismo rieducativo della pena potesse risultare compromesso. Il rischio indicato era quello di una decisione meramente formale da parte del magistrato di sorveglianza, non pienamente in grado di valutare il concreto andamento del percorso del condannato. In particolare, il giudice rimettente segnalava il pericolo che non venisse colta “la lieve entità di talune violazioni”, con un possibile pregiudizio per il percorso rieducativo del condannato a pena sostitutiva. La Corte costituzionale ha però respinto entrambe le questioni. La discrezionalità del legislatore - La Consulta ha ricordato, innanzitutto, che le scelte del legislatore in materia di competenza degli organi giurisdizionali rientrano in un ambito di ampia discrezionalità. Tali scelte possono essere sindacate, alla luce dell’articolo 3 della Costituzione, solo quando risultino manifestamente irragionevoli. Nel caso esaminato, questa irragionevolezza non è stata ravvisata. Per la Corte, la distribuzione “frazionata” delle competenze tra giudice dell’esecuzione e magistrato di sorveglianza non è irrazionale. Il lavoro di pubblica utilità sostitutivo, infatti, ha natura non detentiva, diversamente dalla semilibertà sostitutiva e dalla detenzione domiciliare sostitutiva. Proprio questa caratteristica giustifica che, per la modifica o la revoca, intervenga il giudice dell’esecuzione e non il magistrato di sorveglianza, trattandosi di una pena che si svolge con modalità interamente extramurarie. Perché decide il magistrato di sorveglianza - Diverso è il discorso sulla liberazione anticipata. Qui la competenza del magistrato di sorveglianza viene confermata dalla Corte in ragione della natura funzionale dell’istituto. La Consulta ribadisce che “la valutazione circa la sussistenza dei presupposti della liberazione anticipata spetta, in base alla legge, al solo magistrato di sorveglianza”. Quest’ultimo dovrà certamente considerare con attenzione il giudizio comunicato dall’amministrazione penitenziaria, ma dovrà farlo “nell’ambito però di una valutazione che egli dovrà compiere in autonomia, sulla base di parametri anche ulteriori rispetto alle periodiche relazioni dell’amministrazione penitenziaria”. È questo passaggio a sorreggere anche il rigetto della censura fondata sull’articolo 27 della Costituzione. Per la Corte, infatti, l’apprezzamento autonomo del magistrato di sorveglianza sui presupposti della liberazione anticipata costituisce il “fulcro” dell’istituto. Catanzaro. Omicidio nella cella 219, le ultime parole del detenuto: “Appuntà, sono caduto” Alessia Truzzolillo lacnews24.it, 27 giugno 2026 La verità dopo l’autopsia. Quelle parole pronunciate poco prima di morire avevano fatto pensare a un incidente. Le analisi hanno, invece, svelato un pestaggio mortale avvenuto nel carcere di Siano. Indagati cinque detenuti: uno avrebbe colpito la vittima, gli altri avrebbero assistito senza fermare la violenza né allertare i soccorsi. A quasi due anni dalla morte di Antonio Pugliese, il detenuto deceduto il 7 luglio 2024 all’interno della Casa circondariale di Catanzaro, la Squadra Mobile ha eseguito cinque arresti con l’accusa di omicidio. La vicenda si consumò nel tardo pomeriggio del 7 luglio. Quando gli agenti della Polizia penitenziaria raggiunsero la cella 219, trovarono Pugliese riverso a terra, ancora vivo ma in condizioni gravissime. Poco prima di perdere conoscenza, l’uomo riuscì a rivolgersi a un agente chiedendo aiuto: “Appuntà, sono caduto, chiamate il pronto soccorso”. In un primo momento si pensò a un incidente. Ma pochi giorni dopo, il 12 luglio, i risultati preliminari dell’autopsia cambiarono radicalmente il corso delle indagini. Gli accertamenti medico-legali esclusero infatti una morte accidentale e indicarono invece che il detenuto era stato vittima di una violenta aggressione. L’autopsia e la verità - Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, Pugliese sarebbe stato colpito ripetutamente alla testa, al volto, agli arti e al torace. Le lesioni avrebbero provocato una gravissima dissecazione dell’aorta addominale e una massiccia emorragia interna. Durante l’esame autoptico furono trovati circa due litri di sangue nell’addome della vittima. La morte fu causata da uno shock emorragico. e indagini hanno concentrato subito l’attenzione sui detenuti che si trovavano nella cella 219 nei momenti precedenti al decesso. La ricostruzione accolta dal giudice per le indagini preliminari individua in Cataldo De Luca l’autore materiale dell’aggressione. Secondo l’accusa, tutto sarebbe nato da un alterco tra lui e Pugliese all’interno della cella. La discussione sarebbe rapidamente degenerata in una brutale aggressione durante la quale De Luca avrebbe colpito la vittima con pugni e calci fino a provocarle le lesioni risultate poi mortali. Diversa, invece, la posizione degli altri quattro arrestati. Per il gip avrebbero assistito all’aggressione, rendendosi conto della sua estrema violenza e delle condizioni sempre più gravi della vittima. Nonostante ciò, non avrebbero fatto nulla per fermare l’aggressore né per richiedere tempestivamente l’intervento degli agenti e del personale sanitario. Lasciato morire senza assistenza - Secondo il giudice, i quattro avrebbero inoltre fornito una versione dei fatti incompleta e fuorviante, omettendo di raccontare quanto realmente accaduto all’interno della cella. Una condotta che viene ora contestata come concorso omissivo nell’omicidio volontario. Per gli inquirenti, infatti, il mancato intervento e l’assenza di una richiesta immediata di soccorso avrebbero contribuito a lasciare Pugliese senza assistenza nei minuti decisivi successivi all’aggressione. La morte del detenuto venne dichiarata alle 19.35, nonostante i tentativi di rianimazione effettuati dal personale sanitario del carcere e dagli operatori del 118 intervenuti sul posto. Le manovre salvavita, proseguite per diversi minuti con ossigenoterapia e defibrillatore, non riuscirono però a evitare il decesso. Ora saranno le successive fasi del procedimento a chiarire definitivamente responsabilità e ruoli dei cinque arrestati nella tragica vicenda avvenuta all’interno del carcere di Catanzaro. Catanzaro. La Camera penale: “Segnale allarmante di un contesto di violenza sistematico” di Alessia Truzzolillo lacnews24.it, 27 giugno 2026 Intervengono i penalisti catanzaresi dopo la notizia degli arresti per il pestaggio all’istituto penitenziario: “La sofferenza, l’esasperazione, l’abbandono e la disperazione diventano terreno fertile per tragedie”. “La notizia emersa in queste ore in merito all’arresto di alcuni detenuti per la morte di un altro ristretto, avvenuta all’interno della Casa Circondariale di Catanzaro circa due anni fa, suscita profondo turbamento e sgomento. Non spetta a noi esprimere valutazioni sul merito della vicenda, che ci addolora profondamente”. Lo si legge in una nota del consiglio direttivo della Camera penale di Catanzaro. “L’accertamento dei fatti compete esclusivamente all’autorità giudiziaria e, come sempre, riteniamo doveroso ricordare che ogni persona sottoposta a indagine o a procedimento penale si considera innocente sino a sentenza definitiva di condanna. Ciò nondimeno, la lettura dell’ordinanza cautelare sembra restituire, accanto alla grave e specifica vicenda oggetto di indagine, ulteriori episodi di violenza non direttamente connessi ai fatti contestati, i quali, ove confermati, rappresenterebbero segnali allarmanti di un contesto di violenza “sistemico”, come tale, meritevole della massima attenzione istituzionale. Pur nel rispetto della presunzione di innocenza, non possiamo sottrarci a una riflessione più ampia. Da anni le Camere Penali Italiane denunciano con forza le condizioni drammatiche nelle quali versano gli istituti penitenziari del nostro Paese: strutture strapiene ben oltre la loro capacità ricettiva, carenza cronica di personale, insufficienza di mezzi e risorse, condizioni di vita e di lavoro sempre più difficili tanto per i detenuti quanto per gli operatori penitenziari. Si tratta di una situazione ormai strutturale, che ha già determinato condanne da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo e che continua a registrare livelli di sovraffollamento incompatibili con il rispetto della dignità umana e con le finalità costituzionali della pena. In un contesto simile, la sofferenza, l’esasperazione, l’abbandono e la disperazione diventano inevitabilmente terreno fertile per tragedie che non possono essere archiviate come episodi isolati. Qualunque siano le cause della morte del detenuto e qualunque saranno le conclusioni cui giungeranno gli inquirenti, resta il dato ineludibile di un sistema penitenziario che versa in una condizione di crescente emergenza. Mentre il numero dei suicidi in carcere continua ad assumere proporzioni allarmanti, spesso accolte da una preoccupante assuefazione dell’opinione pubblica, il dibattito politico continua troppo frequentemente a inseguire logiche emergenziali e securitarie, come se il carcere potesse rappresentare da solo la risposta a ogni domanda di sicurezza sociale. Noi riteniamo, al contrario, che la sicurezza dei cittadini non si costruisca attraverso l’abbandono delle persone detenute, né accettando l’esistenza di luoghi nei quali la sofferenza e la privazione della dignità diventino parte ordinaria della pena. Non è “buttando via la chiave”, non è voltando lo sguardo altrove, non è tollerando l’esistenza di autentici gironi infernali che una comunità può dirsi più sicura o più giusta. Dietro le mura degli istituti penitenziari vive un’umanità dolente e sofferente della quale la società intera deve assumersi la responsabilità. La qualità di una democrazia si misura anche dalla capacità di garantire che la pena resti conforme ai principi di umanità sanciti dalla Costituzione e che nessuno venga abbandonato all’indifferenza. Per questo, di fronte all’ennesima tragedia che si consuma nel silenzio del carcere, la Camera Penale “Alfredo Cantàfora” di Catanzaro rinnova il proprio appello affinché la questione penitenziaria torni al centro dell’attenzione pubblica e politica, non come tema marginale riservato agli addetti ai lavori, ma come autentica emergenza civile e democratica. Nei prossimi giorni chiederemo un incontro alla direttrice del carcere per rinnovare la nostra vicinanza a detenuti e operatori. Se non vogliamo limitarci ad attendere passivamente la prossima tragedia, occorre recuperare la capacità di indignarsi, di interrogarsi e di agire. Occorre, prima di tutto, uno scuotimento delle coscienze. Senza questo, difficilmente potremo continuare a dirci una comunità autenticamente umana”. Torino. Il caldo soffoca il carcere. L’allarme dell’Osapp: “Così si rischia la salute” Corriere di Torino, 27 giugno 2026 Sono passati quasi due anni da quando, in piena estate, nelle due carceri torinesi scoppiarono sommosse. Per i giudici si verificò anche per via delle strutture sovraffollate e “non equipaggiate per fronteggiare il caldo torrido estivo”. Da allora non è cambiato nulla, ma in compenso l’ondata di calore è arrivata con un mese d’anticipo. Ieri a pagare gli effetti del surriscaldamento è stata una dipendente della mensa del Lorusso e Cutugno, soccorsa dal 118 per un malore. L’osapp in un esposto inviato allo Spresal lancia l’allarme sui rischi per la salute dei lavoratori. “Da giorni, con le elevate temperature stagionali - si legge - gli ambienti risultano caratterizzati da condizioni microclimatiche estremamente critiche, con temperature elevate e persistenti che determinano contesti soffocanti e non compatibili con la permanenza continuativa del personale per l’intero turno di servizio”. “Le condizioni riscontrate - prosegue il documento - sono, per intensità e percezione operativa, assimilabili a temperature “da fornace”, determinando un grave disagio e un concreto rischio da stress termico”. Il sindacato chiede “l’adozione di urgenti misure correttive” e lamenta l’inerzia delle istituzioni (direzione e Provveditorato regionale): “Nonostante le reiterate segnalazioni, allo stato attuale non risultano adottati interventi idonei a eliminare o ridurre significativamente la criticità segnalata”. Ieri anche la Conferenza nazionale dei garanti dei detenuti ha rivolto un appello a Dap e Ministero. “Abbiamo migliaia di detenuti che hanno più di 70 anni e molti malati cardiopatici e come ogni anno in questo periodo aumentano i suicidi e le morti da infarto”, ha dichiarato il portavoce Samuele Ciambriello. La centrale operativa del 118 di Torino nel frattempo ha segnalato un “aumento degli interventi per malori compatibili con gli effetti del caldo”: 200 in più dal 21 giungno, quando è iniziato il picco di calore. Padova. Garante dei detenuti, candidata l’ex magistrata Paola Cameran Corriere del Veneto, 27 giugno 2026 La notizia non è ancora ufficiale. Anche perché il termine per presentare le candidature è mercoledì 8 luglio. Ma a meno d’imprevedibili sorprese, la magistrata (in pensione) Paola Cameran, dopo il lungo impegno in tribunale come pubblico ministero e giudice per le indagini preliminari, sarà il nuovo Garante cittadino dei detenuti. Finora, infatti, è l’unica ad aver risposto all’apposito avviso pubblicato dal Comune. E ieri, al carcere Due Palazzi, assieme alla direttrice della Casa di reclusione Maria Gabriella Lusi e all’assessora al Sociale, Margherita Colonnello, ha preso parte alla presentazione della relazione di fine mandato del Garante uscente, il professor Antonio Bincoletto, già insegnante di italiano in diverse scuole superiori di Padova e provincia, rimasto in carica per cinque anni. Si è trattato, insomma, di un passaggio di consegne anticipato. Cameran, apertamente schierata per il No, tre mesi fa, alla vigilia del referendum sulla riforma della giustizia, si è occupata in carriera soprattutto di questioni riguardanti le malattie e le morti sul lavoro e la cosiddetta malasanità, come ad esempio quella delle “valvole killer”. Il protagonista della mattinata al Due Palazzi, però, è stato il suo predecessore, che a febbraio scorso, intervenendo in consiglio comunale all’indomani del suicidio in cella di due detenuti in seguito all’improvvisa decisione di chiudere il reparto dell’alta sicurezza e spostarne i reclusi in altre carceri, aveva scandito: “Questi due tragici eventi avvenuti a poca distanza l’uno dall’altro devono interrogarci tutti sulle condizioni in cui versano i nostri istituti penitenziari”. Nella relazione di fine mandato si legge che, dal 2021 ad oggi, il Garante uscente ha effettuato ben 2.200 colloqui con un totale di 718 detenuti, la maggior parte dei quali d’età compresa tra 30 e 60 anni, tra cui 33 ergastolani. Chiacchierate durante le quali sono stati affrontati aspetti legati in particolare alla salute (cure inadeguate e necessità di visite specialistiche), al lavoro (richieste d’aiuto per trovare un’occupazione una volta fuori) e alla vita all’interno del carcere (dimensione delle celle e rapporti tra reclusi e con gli agenti penitenziari). Trento. Nel cucito il riscatto per 70 detenuti di Sandra Mattei L’Adige, 27 giugno 2026 Abiti, borse e altre creazioni dei laboratori del riuso creativo sono stati presentati al Centromoda Canossa. Hanno messo in rete le loro competenze per realizzare un progetto lungo due anni che si è concluso al Centromoda Canossa. “Cuciamo nuove opportunità” è nato dalla collaborazione di L’Ortazzo Aps, Atotus, Tabita, sostenuto dalla Fondazione Cassa Rurale di Trento ed ha dato vita a laboratori di cucito e riuso creativo dentro il carcere di Spini di Gardolo. L’anima è stata Maria Rosa Mura, instancabile promotrice di tante iniziative di solidarietà e inclusione a favore di immigrati e soggetti deboli nella nostra città, fondatrice di Tabìta, gruppo di volontari che ha fatto della raccolta informale di vestiti e oggetti vari il suo obiettivo. È proprio dal riuso di questo materiale che nasce “Cuciamo nuove opportunità”, perché, spiega Maria Rosa Mura “i due pilastri del progetto sono la cura della persona e la cura dell’ambiente”. Non solo dunque l’obiettivo di recuperare materiali che altrimenti andrebbero in discarica, ma anche e soprattutto il recupero di persone che in carcere dovrebbero avere una possibilità di rieducazione e riscatto per essere reinseriti nella società. Ogni soggetto ha dato il contributo in base alle proprie competenze. L’Ortazzo, che opera in Alta Valsugana e l’Altopiano della Vigolana, è partita da un orto sociale per poi realizzare un Gas che coinvolge 150 famiglie e organizza vari eventi di riuso e laboratori; Atotus, che si focalizza sull’economia circolare, con corsi di moda e business; il Centromoda Canossa, che ha fornito l’esperienza nel campo della formazione. Il collante di questi diversi soggetti è stata Sandra Toro, pioniera in città del principio del refashion, organizzando corsi di cucito che si sono svolti anche in carcere e creando una sartoria sociale, con l’apertura in San Martino del negozio “Orlo subito”. La serata di ieri al Centromoda Canossa è stata dedicata alla sua memoria, perché Sandra Toro è scomparsa per un malore improvviso a soli 49 anni nel 2024. Il chiostro dell’antico convento delle Canossiane è stata la cornice per accogliere tutte le persone coinvolte, da Maddalena Parolin per L’Ortazzo, a Nicola Mascia e Silvia Atzori per Atotus, da Maria Rosa Mura per Tabìta al garante per i diritti dei detenuti Giovanni Maria Navarin, dal direttore della scuola Michele Filippini al vicedirettore della Fondazione Cassa Rurale di Trento Maurizio Bottura. Attorno al chiostro sono state appese le fotografie del corso di cucito che si è svolto per due anni, il primo con le detenute, il secondo con i detenuti, al quale hanno partecipato circa 70 persone. Dalle mani di quest’ultimi, ha spiegato Rossella Sterni che ha tenuto le lezioni, sono usciti abiti, borse, astucci, coperte. “Nessuno di loro - ha spiegato - sapeva cucire o usare una macchina da cucire, ma si sono messi in gioco per realizzare qualcosa che ha fatto crescere la sicurezza delle loro capacità”. Dopo il saluto della “padrona” di casa, suor Daniela Rizzardi, ha voluto presenziare al momento conclusivo dell’iniziativa anche Giulia Casonato, assessora comunale alle politiche sociali, che ha sottolineato “il gesto potente del cucire, che mette insieme i pezzi di un tessuto, ma in questo caso ha il valore simbolico di ricucire le relazioni con un’umanità detenuta nel carcere che cerca di ricrearsi un futuro”. È poi stata la volta di due protagoniste del mondo della moda, Sara Campedelli, presidente del settore in Confindustria Trento e manager di Aquafil, e Nicoletta Fasani, designer, imprenditrice e presidente della Cna (Confederazione nazionale dell’artigianato e della piccola e media impresa). Campedelli ha sottolineato come sia fondamentale la sostenibilità, la ricerca e il rapporto tra il mondo della scuola e l’impresa per far sì che l’innovazione porti sempre a nuove sfide. Anche l’azienda trentina è impegnata nel recupero degli scarti per fornire materia prima vergine a chi produce nel mondo della moda. Nicoletta Fasani ha portato la sua esperienza di artigiana della moda, spiegando come è proprio della creatività manuale l’attenzione a materiali di scarto, i cosiddetti “dead stock”, tessuti invenduti o con piccoli difetti, che una volta venivano buttati. Infine la passerella dei prodotti del Centromoda Canossa realizzati dagli studenti: abiti raffinati in tessuti naturali, con plissé e inserti in voile, che puntano alla creatività artigianale contro la fast fashion. Porto Azzurro (Li). Carcere, criticità ed esperienze positive quinewselba.it, 27 giugno 2026 Raimonda Lobina, garante dei detenuti, invita ad una maggiore integrazione fra il carcere e la comunità esterna. “I recenti fatti di cronaca, riportati sempre più costantemente su queste pagine, hanno raccontato di eventi critici presso la Casa di Reclusione “Pasquale de Santis” di Porto Azzurro dove in effetti la situazione è sempre più grave, come constato personalmente e quotidianamente. Innanzitutto il sovraffollamento, che sta toccando picchi impressionanti a causa anche dei recentissimi arrivi dal carcere di Sollicciano dove il Tribunale ha sequestrato 7 sezioni per le gravi condizioni igienico-sanitarie. A questo si aggiunga anche la tipologia di detenuti, i più non adatti ad una Casa di Reclusione perché con pene brevi, senza nessun legame o rete parentale, spesso molto malati e incompatibili con il regime carcerario e per i quali quindi non è possibile un progetto trattamentale e di reinserimento”. Si apre così un intervento di Raimonda Lobina, garante dei diritti dei detenuti della Casa di Reclusione “Pasquale de Santis” di Porto Azzurro. “Anche la carenza di personale, riguardante tutte le categorie, rappresenta un’emergenza perché non solo non permette la gestione ordinaria, in sicurezza, della vita e delle attività dei reclusi, ma frena se non vanifica i loro percorsi, inficiando di fatto il fine ultimo della detenzione, cioè quello della rieducazione e del reinserimento sociale, fissato dalla Costituzione stessa. - prosegue Lobina - In carcere, inoltre, non tutti riescono a lavorare se non saltuariamente e dopo un lungo periodo dal loro arrivo, mentre il lavoro rappresenta un aspetto della detenzione molto importante perché non ha solo una valenza rieducativa, ma permette al recluso di mantenersi e di spedire qualcosa a casa: non riescono a lavorare perché diminuiscono i finanziamenti per questo capitolo e non tutti i reclusi hanno i requisiti per un lavoro all’esterno. Per non parlare delle carenze di tipo strutturale poiché la manutenzione ordinaria e straordinaria è praticamente impossibile in una ex fortezza spagnola del ‘600 davvero invivibile in tutte le stagioni. Infine, ma non per questo meno importante, a fronte di una tipologia di detenuti spesso molto malati e con seri problemi psichiatrici e di dipendenza, la carenza di personale sanitario è a dir poco drammatica”. “Tutto questo è vero ed imputabile a precise scelte governative ed è giusto che sia i sindacati sia tutto il personale e i volontari lo denuncino, come fanno e hanno fatto in passato (vedi una recente lettera dell’Associazione Dialogo apparsa su queste pagine). - aggiunge Lobina - Ma vorrei ora portare alla conoscenza della nostra comunità anche le esperienze positive che, nonostante tutto, nonostante le enormi difficoltà indicate prima, vengono realizzate all’interno della casa di reclusione, l’ultima la Festa della Musica e della Letteratura che ha visto Giovedì 25 Giugno 2026 alcuni detenuti musicisti del laboratorio di Musica del carcere, guidato da tre volontari, esibirsi con perizia e, davvero, con professionalità in alcuni brani musicali. Alla musica si è alternato l’intervento di uno scrittore locale, Alessandro Bosi, che ha letto e commentato insieme ai presenti il suo libro La vacca è morta, riguardante la vicenda del rapimento di Fabrizio De Andrè e che annoverò fra i sequestratori anche un abitante dell’Isola d’Elba poi arrestato e detenuto proprio a Porto Azzurro”. “La partecipazione dei detenuti ai due momenti, ben armonizzati fra loro grazie soprattutto all’organizzazione orchestrata da un educatore referente del progetto, è stata notevole, appassionata, convinta, come pure gli interventi di volontari e di altri educatori. - prosegue Lobina - Nel pomeriggio è seguita la proiezione del film L’orchestra stonata, di E. Courcol, a cui ha partecipato un discreto numero di detenuti che ha poi commentato il film con interventi profondi, personali, mirati: il film li ha colpiti veramente”. “Ecco, alla luce di questa esperienza, veramente intensa, colta e davvero educativa, che dimostra come, nonostante tutto, sia immane lo sforzo per garantire un livello umano e dignitoso, grazie alla volontà di tutti, ecco io invito la nostra comunità a tenere più in considerazione la realtà carceraria di Porto Azzurro, parte integrante, lo si voglia o meno, della nostra società, di non pensare ad essa come ad un mondo a parte, da rimuovere: si tratta di personae che hanno indubbiamente sbagliato e che stanno pagando a caro, carissimo prezzo le loro colpe, ma si tratta di esseri umani, al cui fianco operano lavoratori e volontari che si prodigano con innegabile dedizione per realizzare quello che è un dettato costituzionale: Art. 27 “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. “La comunità elbana, insieme ai suoi ospiti che in queste settimane sempre più numerosi affollano l’isola, tengano conto anche di questa realtà e riflettano di conseguenza”, conclude Lobina. Melfi (Pz). Il Dap esclude i cristiani dalla festa musulmana nel carcere di Mario Di Vito Il Manifesto, 27 giugno 2026 Nel carcere di Melfi cristiani e musulmani non possono mangiare insieme. Un mese fa, il 27 maggio, in occasione della festività di al-Adha, i detenuti di fede musulmana del circuito di alta sicurezza numero 2 avevano organizzato un momento conviviale nella saletta della sezione. La direzione aveva dato il suo assenso e tutto sembrava pronto per una classica situazione di socialità dietro le sbarre, come a Natale e a Pasqua. Niente di eccezionale, in teoria: piccoli momenti di vita comuni a tutti gli “ospiti dello stato”. E però, la mattina del giorno di al-Adha è arrivata una comunicazione: divieto di partecipazione per gli unici due detenuti cristiani della sezione, che pure erano stati invitati e avevano accettato di buon grado di prendere parte alla cosa. Di più, i due non avrebbero potuto nemmeno avvicinarsi alla saletta “fin quando i detenuti musulmani non avessero finito il convivio”. Inutili le proteste: la decisione era discesa direttamente dal Dap, quindi dal ministero della Giustizia, e non c’era alcuna possibilità di opporsi. Anzi, alle richieste di spiegazioni è stata opposta la minaccia di vietare la celebrazione di qualsiasi attività da lì in avanti. A rendere nota la vicenda è Anan Yaeesh, il rifugiato e attivista politico palestinese condannato in primo grado dalla Corte d’assise dell’Aquila a 5 anni e 6 mesi per l’accusa di aver finanziato un gruppo armato a Tulkarem, nella Cisgiordania assediata dalle colonie illegali di Israele. “Quale diritto e quale legge vietano alle persone di mangiare con i propri amici?”, si domanda Yaeesh in una lettera. “Mi è stato impedito per lunghi anni di vedere la mia famiglia da parte dell’occupazione israeliana - si legge ancora -. Quando sono stato recluso nelle carceri italiane, ho pensato di essere solo qui. Invece ho scoperto di avere centinaia di famiglie, migliaia di fratelli e sorelle italiani, cristiani, che mi sono stati più vicini della mia vera famiglia e non mi hanno lasciato solo neanche un attimo durante il periodo della mia detenzione. Nessuno mi ha mai chiesto quale fosse la mia fede religiosa”. Così come, prosegue il palestinese, non si sono mai posti domande di natura religiosa gli attivisti della Flotilla, “spinti solo dalla loro umanità e dalla convinzione di difendere la libertà e fermare le stragi”. A Melfi sì. O meglio, a Melfi il Dap ha deciso che la questione della fede è fondamentale per decidere chi può accedere e chi no alla saletta dove si sta tutti insieme per qualche momento, fuori dalla propria cella. Da qui la conclusione: “Quale diritto e quale legge vietano alle persone di mangiare con i propri amici? Questo razzismo è estremamente chiaro. Per noi non ci sono bianchi né neri, né occidentali né orientali. Siamo tutti nati su un’unica terra e tutti nati liberi. Siete voi ad aver deciso di essere dei servi, noi abbiamo deciso di essere liberi”. Attraverso il suo avvocato Flavio Rossi Albertini, Yaeesh ha anche deciso di denunciare alla procura di Potenza per violenza privata aggravata dalla finalità discriminatoria i responsabili del Dap che hanno preso la decisione di vietare ai detenuti cristiani di partecipare alla festa di al-Adha. Una decisione “fondata su un’evidente discriminazione religiosa”. Perché non c’era alcun dissapore tra i detenuti, perché in passato i carcerati di qualsiasi confessione avevano già potuto festeggiare insieme senza che si ponessero problemi, perché la saletta della sezione è un luogo di socialità e non di culto. I due italiani reclusi della sezione As2 di Melfi sono noti alle cronache. Uno è Maurizio Tramonte, condannato all’ergastolo per la strage di piazza della Loggia a Brescia del 1974, estradato dal Portogallo otto anni fa. L’altro è Pasquale Belsito, ex Nar ed ex Terza posizione, quattro ergastoli alle spalle, arrestato a Madrid nel 2001 dopo un ventennio di latitanza. Fossano (Cn). I detenuti trasformano in opere i ricordi degli anziani di Andrea Ottolia La Fedeltà, 27 giugno 2026 Progetto della Fondazione Azzoaglio, che ha coinvolto la Cooperativa Perla attiva nel carcere di Fossano e la Residenza La Corte di Dogliani. Si è concluso il progetto “Dalle parole alla ceramica”, promosso dalla Fondazione Azzoaglio in collaborazione con la Cooperativa Perla e la Residenza La Corte di Dogliani. Un’iniziativa che ha saputo mettere in relazione mondi apparentemente lontani, creando un ponte tra gli anziani ospiti della struttura e le persone detenute della Casa di reclusione di Fossano attraverso il linguaggio universale dell’arte. Il percorso ha preso avvio alla Residenza La Corte di Dogliani, dove educatori e arteterapeuti della Fondazione Azzoaglio hanno condotto un laboratorio dedicato all’ascolto e alla raccolta delle memorie degli ospiti. Racconti di vita, ricordi ed esperienze personali sono stati raccolti e successivamente condivisi con il laboratorio di ceramica della Cooperativa Perla attivo all’interno della Casa di Reclusione di Fossano. Qui le persone detenute hanno trasformato quelle testimonianze in una serie di piastrelle artistiche in ceramica, progettate e realizzate con cura per restituire agli stessi protagonisti delle narrazioni un oggetto capace di custodire e rendere tangibile la loro memoria. Il risultato è una collezione di opere uniche che raccontano storie, favoriscono l’incontro tra persone che non si sono mai conosciute e testimoniano il valore sociale dell’arte come strumento di relazione. “Questo progetto rappresenta in modo molto chiaro il significato del lavoro educativo e arteterapeutico che la Fondazione porta avanti nei contesti fragili - dichiara Elena Ramondetti, direttrice della Fondazione Azzoaglio. L’arte è stata utilizzata come linguaggio capace di creare connessioni tra persone che non si sono mai incontrate. Gli ospiti della residenza hanno avuto la possibilità di raccontare la propria storia e di sentirsi ascoltati; le persone detenute hanno accolto quelle parole e le hanno trasformate in oggetti concreti attraverso il lavoro manuale e creativo. Dal punto di vista pedagogico questo processo favorisce il riconoscimento reciproco, la valorizzazione dell’esperienza personale e la costruzione di significati condivisi; la trasformazione della memoria in materia permette di dare forma, valore e continuità alle storie delle persone”. L’iniziativa ha avuto un forte impatto anche sugli anziani coinvolti, che hanno vissuto il laboratorio come un’importante occasione di espressione e condivisione. “Per i nostri ospiti è stata un’esperienza molto significativa - afferma Deborah Divulsi, direttrice della Residenza La Corte di Dogliani -. Essere ascoltati, raccontare la propria vita e vedere quelle parole trasformate in un’opera concreta ha generato emozione e partecipazione. Occasioni come questa contribuiscono a mantenere vivo il dialogo con il territorio e permettono agli ospiti di sentirsi parte attiva di una comunità più ampia”. Anche per le persone detenute il progetto ha rappresentato un’esperienza di crescita, coniugando formazione professionale, creatività e responsabilità sociale. “All’interno del laboratorio di ceramica osserviamo ogni giorno quanto sia importante che il lavoro realizzato dalle persone detenute possa avere una destinazione concreta e un valore per la comunità - sottolinea Valentina Macchioni, titolare della Cooperativa Perla -. Ricevere le testimonianze degli anziani e tradurle in manufatti artistici ha richiesto attenzione, cura e sensibilità. Questo percorso ha permesso ai partecipanti di confrontarsi con storie autentiche, sviluppando competenze professionali ma soprattutto consapevolezza, responsabilità e capacità di relazione”. Per la Fondazione Azzoaglio, il progetto rappresenta un esempio concreto della propria missione di creare connessioni tra realtà diverse del territorio. “La Fondazione Azzoaglio nasce con l’obiettivo di costruire ponti tra persone, istituzioni e realtà del territorio - dichiarano Erica Azzoaglio, vicepresidente e fondatrice della Fondazione Azzoaglio, e Simone Azzoaglio, consigliere di Amministrazione e fondatore della Fondazione. Iniziative come questa dimostrano che la collaborazione tra mondi diversi può generare opportunità concrete di crescita e di incontro. Attraverso la memoria degli anziani, il lavoro delle persone detenute e l’impegno degli operatori coinvolti, si crea una comunità più consapevole e più capace di riconoscere il valore di ogni persona. Crediamo che il ruolo di una fondazione sia anche quello di favorire queste sinergie, mettendo in rete competenze, esperienze e sensibilità diverse per generare percorsi che producano valore sociale e culturale per il territorio”. “Dalle parole alla ceramica” lascia così in eredità non soltanto una serie di manufatti artistici, ma un’esperienza che dimostra come l’ascolto, la memoria e la creatività possano diventare strumenti di inclusione, dialogo e crescita condivisa, trasformando storie personali in un patrimonio collettivo capace di unire generazioni e realtà differenti. Lettere dall’inferno a Suor Gervasia, la rinascita di Domenico Papalia di Francesco Kostner L’Unità, 27 giugno 2026 Nel bellissimo libro “Una suora all’inferno” diverse pagine riguardano i rapporti epistolari tra la religiosa e l’ergastolano. Sono andato indietro di trent’anni in un baleno, leggendo “Una suora all’inferno”, il libro curato da Gabriele Moroni ed Emanuele Roncalli e pubblicato per i tipi di Marietti. Un bellissimo omaggio a più voci - numerose lettere di carcerati, pluriomicidi, ex terroristi, detenuti eccellenti - a Suor Gervasia Asioli, un’orsolina delle Figlie di Maria Immacolata che ha speso la sua vita negli istituti penitenziari. La stessa religiosa che, il 5 agosto 1993, sul settimanale L’Inserto di Calabria, ricordava Domenico Papalia, di cui si parla nel volume, come un figlio della miseria e della sofferenza, al quale la vita aveva riservato dolori e privazioni, fino a registrare il suo sconfinamento nei meandri dell’illegalità e della delinquenza, cause prima di reiterati periodi in carcere per reati anche gravi, infine della sua condanna all’ergastolo per una vicenda rispetto alla quale, però, Papalia si era sempre dichiarato innocente. La testimonianza di Suor Gervasia si era unita ai numerosi contributi favorevoli alla riabilitazione di Papalia, apparsi sulla stessa testata a partire dal mese di gennaio 1993, dopo che il Giudice Istruttore del Tribunale di Roma, Ferdinando Imposimato, si era platealmente pentito durante una puntata del “Maurizio Costanzo Show” di averlo rinviato a giudizio per l’uccisione del boss Antonio D’Agostino, avvenuta nel 1976 a Roma, decisione che di fatto aveva spalancato a Papalia le porte del carcere a vita. Erano seguiti interventi a favore dell’ergastolano di Platì da parte di avvocati, giornalisti, ex parlamentari, intellettuali, esponenti del volontariato, che avevano dato vita finanche a un Comitato Pro Papalia cui, in poco tempo, avevano aderito numerose persone, non solo calabresi. La lettura del libro dedicato a Suor Gervasia, la “mamma dei detenuti”, “la suora postina di Rebibbia”, che ho avuto il piacere di conoscere, toccando con mano la straordinaria vitalità cristiana e la modernità di pensiero da cui era animata, ha inevitabilmente aperto lo scrigno dei ricordi anche riguardo alla vicenda giudiziaria di Domenico Papalia. Il quale, se certamente non è mai stato un santo, si era sempre detto estraneo all’omicidio D’Agostino. Una verità “personale”, diventata reale ben quarantuno anni dopo, a seguito della sentenza con la quale la Corte d’appello di Perugia ha assolto Papalia per non aver commesso il fatto. Il suggello di un capolavoro tecnico-giuridico, costruito pezzo dopo pezzo grazie a un processo di revisione da manuale, impostato da un magnifico penalista di Locri, tra i migliori in Italia, Cesare Placanica, e seguito passo dopo passo assieme a una delle sue bravissime “associate”, Marika Circosta, e da alcuni straordinari pe riti, i professori Giovanni Pierucci e Alberto Brandone, capaci anche a distanza di decenni, attraverso moderne metodologie di indagine, di dare un volto e un’anima ai lati più oscuri della vicenda. Ebbene, nel libro di Moroni e Roncalli - che consiglio a quanti volessero immergersi nella realtà del carcere e coglierne i tanti aspetti, a partire ovviamente dalla sofferenza dei detenuti a favore dei quali, se pure hanno qualcosa di cui rispondere, non dovrebbe mai venir meno l’attenzione e la “disponibilità” dello Stato, in linea con il concetto di funzione rieducativa della pena - oltre dieci pagine riguardano appunto i rapporti epistolari di Domenico Papalia con suor Gervasia. E l’amorevole disponibilità avuta da quest’ultima nei confronti dell’ergastolano di Platì, così come di altri detenuti. E qui - come avviene nel resto del volume - è difficile rimanere indifferenti e far finta di niente, come a me, del resto, è successo, conoscendo Papalia. Condividendone da vicino, per quanto possibile, gli ultimi decenni di detenzione. Incontrandolo più volte, appunto a Rebibbia, ma anche a Nuoro e a Parma, dove si trova tuttora. Provando a fargli sentire il calore di una parola o di un incoraggiamento. Comunque, mantenendo sempre un rapporto onesto e leale con lui. Ampiamente ricambiato. La scelta dei curatori, tra i più di settanta biglietti e lettere che Papalia ha avuto modo di scrivere a Suor Gervasia, non dev’essere stata facile, ma il risultato è certamente positivo. “Credo sia una persona affidabile sulla cui lealtà a seguire dettagliatamente le giuste imposizioni della legge non ci sia da dubitare”, scrisse di Papalia a un magistrato di sorveglianza la straordinaria religiosa. Sottolineando ciò che subito aveva colpito anche me e di cui sono convinto: il pieno recupero morale, umano e culturale di quest’uomo. Frutto di un percorso difficilissimo, ma che sono certo abbia saputo e continui a compiere. Migliorandosi sotto molteplici profili, a partire dall’impegno nella lettura e nello studio, cosa che gli ha permesso, anche grazie alla sua notevole intelligenza, di capire il valore delle regole, il rispetto dello Stato, dei suoi principi. Bisognerebbe leggere anche ciò che da tempo scrivono di lui quanti sono chiamati a verificarne il percorso ri educativo in carcere, il che a mio parere lo renderebbe meritevole di trascorrere gli ultimi anni della sua vita con i suoi cari. Nel capitolo dedicato dagli autori a Domenico Papalia, sono presenti le lettere inviate a Suor Gervasia. Nel 1985, le scrisse a proposito del delitto D’Agostino: “Vittima delle circostanze e condannato all’ergastolo innocentemente e non lo dico io, ma lo dimostrano gli atti processuali, i giudici sono essere umani e quindi portati a sbagliare anche loro se di sbaglio si può dire, al contrario, se l’hanno fatto con cattiveria prego sempre anche per loro che Dio li perdoni. Io vado avanti con forza e dignità, vorrà dire che il Signore mi ha dato questo peso perché sa che lo posso sopportare con fede e dignità”. Nel 1989 annunciava alla meravigliosa suora di Desenzano del Garda di aver versato un contributo a favore dei terremotati dell’Armenia. Ci sono poi quelle dal carcere di Bergamo dove era stato trasferito per tre mesi di osservazione. Il 20 maggio 1990 le scrisse: “Spero che resterò qui perché è veramente un luogo dove si può vivere, le celle sono aperte fi no alle 21 e le guardie sono molto gentili…”. In quelle del 30 gennaio, del 16 aprile e del 25 agosto 1991, dimostra di conoscere momenti dolorosi della storia italiana, come i drammatici bombardamenti di Cà del Gallo e di Ripapersico, nel Ferrarese nell’aprile del 1945 da parte dell’aviazione alleata, che causarono la morte di centinaia di civili, ma anche di sapersi orientare nelle vicende politiche internazionali, dalla prima guerra del Golfo alla Perestroika di Gorbaciov. Il 5 marzo 1992, Papalia si dice preoccupato per le non buone condizioni di salute di Suor Gervasia e la supplicava “di cercare di non affaticarsi, anche se capisco quanto lei voglia essere di utilità e d’aiuto agli altri. C’è tanto bisogno di aiuto nel mondo e invece si va incontro a tanto egoismo e indifferenza nei confronti di chi ne ha bisogno. Io farò la mia parte come ho sempre fatto. In particolare, mi sono preso carico di due detenuti: uno si trova a Opera e uno qui. Si trovano veramen te in condizioni disastrose con le rispettive famiglie in corso di sfratto, uno come se non bastasse ha tre bambine handicappate e tanti altri problemi. Faccio quello che posso ma non basta. C’è troppa indifferenza da parte di chi di dovere. Se tutti facessimo il minimo delle nostre possibilità nei confronti di chi avesse necessità di soccorso il mondo conoscerebbe meno sofferenza”. Infine, il 19 dicembre 1994, informava il suo “angelo custode” di essere stato assolto a Reggio Calabria in un processo d’appello per associazione a delinquere, dopo la condanna in primo grado a sei anni e sei mesi, e che i suoi famigliari avevano incontrato il vescovo di Locri monsignor Bregantini, noto per le sue battaglie contro la mafia. C’è tanta misericordia, nel bellissimo libro di Gabriele Moroni e Emanuele Roncalli, verso i tanti detenuti che hanno mantenuto nel tempo un rapporto epistolare con Suor Gervasia. E tra questi, appunto, Domenico Papalia. Il quale, è vero, e va ricordato, durante la permanenza in carcere è stato condannato a due ergastoli: per l’omicidio dell’avvocato Aldo Labate, avvenuto in una campagna di Segrate il 17 novembre 1983, e per l’uccisione dell’educatore della Casa circondariale di Opera Umberto Mormile, verificatosi l’11 aprile 1990, ma rispetto ai quali anche stavolta Papalia afferma di non avere alcuna responsabilità. Io gli credo. Cosi come i suoi legali. E non certo per portare acqua al mulino del loro assistito. In ogni caso, Una suora all’inferno mi aiuta a ripetere una considerazione alla quale non rinuncio quando parlo di Domenico Papalia: si trova dietro le sbarre da più di mezzo secolo, forse più, facendo bene i calcoli. Concludo con una domanda. È lecito pensare che Papalia possa trascorrere quel che gli rimane da vivere fuori dal carcere? Io la risposta me la sono data da tempo. Con convinzione. Una mano sul cuore. E lo sguardo alla Costituzione. Parola alle carceri: nasce il podcast “Un universo oltre i confini” di Raffaella Tallarico gnewsonline.it, 27 giugno 2026 Errore, scarto, giudizio; ma anche possibilità, considerazione, opportunità. Parole che provengono dai redattori-detenuti del magazine Oltre i confini, scritto e prodotto nel carcere di Monza. Stavolta i reclusi non scrivono, ma parlano. Da Sanquirico parte Un universo oltre i Confini, podcast realizzato dalla cooperativa sociale Universo e dall’associazione Zero Confini onlus. “Se avessi un’ora per uscire, qual è la prima cosa che faresti?”, è una delle domande poste ad Alessandro, Luca, Michele, Sergio, Giuseppe, Sami, Lorenzo, Luca. “Mangerei una pizza insieme a mia madre, visto che è da 12 anni che non ho l’opportunità di farlo”; “Andrei al supermercato a fare la spesa”; “Mangerei una parmigiana e berrei una birra fresca con la mia famiglia”; “Andrei davanti alla tomba di mio figlio, e starei con lui”. Il microfono intercetta le sfumature di voce, l’incertezza, l’emozione, la paura. E le amplifica. “Vogliamo far capire che oltre le sbarre ci sono delle persone; è un modo per restituire dignità ai detenuti, dare significato alla loro pena”, dice a gNews Antonetta Carrabs, direttrice responsabile del magazine Oltre i confini e presidente di Zero Confini onlus. Carrabs presenta la puntata pilota del podcast questa mattina al palazzo della Regione Lombardia, durante il convegno “La connessione sospesa: evoluzione della comunicazione penitenziaria nell’era digitale, tra diritti e sicurezza”. Il progetto multimediale nasce anche dall’esigenza di curare la comunicazione dal e sul carcere. Troppo spesso, nella narrazione che si fa degli istituti di pena, la complessità si perde per strada. Cosima Buccoliero, direttrice del carcere di Monza, è netta. “Abbiamo pensato - dice a gNews - che il podcast potesse ancora di più attuare quella ‘comunicazione necessaria’ che deve provenire dal carcere. Forse siamo troppo abituati che si parli di noi dall’esterno, senza conoscerci”. Buccoliero, già direttrice a Bollate, ha fatto della casa di reclusione milanese un modello di rieducazione per la qualità dell’offerta trattamentale. Quando parla di carceri, usa il noi, ama parlare di comunità penitenziaria. E ha da subito appoggiato il progetto del podcast a Sanquirico: “Un modello attuale, che prende molto le persone”. Un universo oltre i Confini è il primo esperimento multimediale che coinvolge diversi penitenziari. È questo il vero valore aggiunto per la direttrice di Sanquirico: “Abbiamo bisogno di allargarci, di metterci in rete con altri istituti, di raccontare i diversi ‘micromondi’ all’interno di ogni carcere”. La coralità del progetto è possibile grazie alla collaborazione con la cooperativa Universo, che da anni eroga corsi di informatica e ICT per le persone detenute, in partnership con Cisco Academy. Operando a Bollate, Torino, Verona, Monza e Roma Rebibbia, l’ente può raccogliere per il podcast le tante voci delle comunità penitenziarie. Curare la comunicazione significa, anzitutto, abbattere il pregiudizio. E Un universo oltre i Confini nasce anche con questo intento. “Nel momento in cui la narrazione sul carcere è solo negativa e stereotipata - dice a gNews Elena Tinelli, portavoce della cooperativa Universo -, è difficile riuscire ad accompagnare questi ragazzi con successo nel mondo del lavoro”. Lorenzo Lento ha accompagnato e continua ad accompagnare tanti reclusi a lavoro. Di professione informatico, nel 2019 è stato insignito dell’onorificenza dell’Ordine al merito della Repubblica italiana per il suo impegno in carcere. La sua esperienza parte da Bollate, e tramite i corsi Cisco ha formato migliaia di detenuti in oltre 20 anni di insegnamento. Lento racconta a gNews quanto il pregiudizio nei confronti dei reclusi sia ancora radicato. “Quando porto una persona che sta in carcere a lavorare in un’azienda, con cui magari abbiamo creato con una fatica impressionante un rapporto di lavoro - dice l’informatico - c’è sempre qualche impiegato che mi prende in disparte e mi chiede: ‘Posso lasciare la borsa?’. Ma la percezione distorta di avere a che fare con un ‘criminale’ sparisce dopo poche settimane”. Il podcast parte dalla redazione di Oltre i confini a Sanquirico, ma vuole dare voce ai tanti detenuti che hanno trovato nel carcere l’opportunità di inseguire la propria strada. Come Afed, che si occupa di network security per un’importante multinazionale ed esce a mezzanotte per andare a lavorare. Ad accompagnarlo, un agente che fa sì il suo lavoro, ma con un evidente sacrificio in più. “Il personale in carcere fa la differenza - dice ancora Lento -; per questo nel podcast vogliamo dare spazio anche a tutte le persone che operano negli istituti. Si tratta sempre di un lavoro di squadra”. Gianluca R. e Carlo V., ora detenuti “in articolo 21”, ossia ammessi al lavoro esterno, interverranno al convegno a Milano. Entrambi laureati, entrambi condannati per bancarotta, sono ormai redattori fissi del magazine Oltre i confini. L’uno sta mettendo in atto un progetto con un’importante catena di supermercati; l’altro lavora in uno studio di architetto a Milano. “Dicono che è la redazione ad averli salvati. E io mi ritrovo a pensare che salvarne uno, per quanto sembri poco, è già tanta roba”, dice Antonetta Carrabs. Il podcast “Un universo oltre i confini” è disponibile su Spotify. Per il momento è prevista l’uscita di un episodio al mese. Da “Pummarò” a “Io Capitano”: la legge del mare sfida l’odio di Chiara Nicoletti L’Unità, 27 giugno 2026 L’immigrazione albanese degli anni 90, le storie vere che da Lampedusa sono diventate opere come “Terraferma” e “Fuocoammare”, l’immigrazione di seconda generazione di Giovannesi. Su queste pagine nei giorni scorsi è stata constatata un’amara deriva, sottolineata dal direttore Sansonetti: l’Europa democratica delle origini, quella accogliente e inclusiva, è stata sconfitta. Il voto a favore del Parlamento europeo alla “remigrazione”, con l’uso di campi dove detenere i migranti indesiderati presso paesi terzi, porta grande sconforto in chi crede in uguaglianza, dignità e diritti umani. Se la paura viene dalla non conoscenza, il cinema si è fatto finestra su situazioni e realtà che non conosciamo e che attraverso il grande schermo prendono corpo e vita. Nella speranza che un film possa far conoscere la verità di chi è costretto a vivere da “altro” ed è trattato da tale, 10 pellicole che dagli anni 90 a oggi hanno raccontato l’immigrazione in Italia, per una riflessione concreta su cosa abbiamo vissuto e stiamo vivendo. Pummarò, 1990: Ad inaugurare il filone dei film sull’immigrazione africana c’è l’esordio alla regia di Michele Placido, presentato a Cannes nella sezione Un Certain Regard. Il film nacque dall’esigenza di raccontare un’Italia appena uscita dal suo status di paese di emigranti e diventata Terra promessa per il Terzo mondo. Prese spunto dall’uccisione nel 1989 di un contadino emigrato sudafricano e racconta di Kwaku, ragazzo ghanese laureatosi, che sbarca clandestinamente a Napoli alla ricerca del fratello Giobbe, soprannominato Pummarò per il suo lavoro nella raccolta dei pomodori. Scritto da Sandro Petraglia e Stefano Rulli, il film fu definito un viaggio attraverso le varie forme del razzismo quotidiano e rimane, a quasi 36 anni di distanza, purtroppo attuale. Lamerica, 1994: Gioca fin dal titolo con l’Italia diventata improvvisamente luogo di speranze, Lamerica di Gianni Amelio: per gli albanesi degli anni 90 il nostro paese rappresenta “L’America”, con tutte le sue contraddizioni. Presentato alla 51ª Mostra di Venezia, racconta di due italiani che arrivano in Albania per mettere in piedi una società fittizia, usando come prestanome un anziano ex detenuto politico. La fuga di quest’ultimo li costringerà a un viaggio inaspettato dentro un’Albania allo sbando per poi scoprire che l’anziano fuggiasco è in realtà un italiano che confonde l’Albania con la Sicilia e crede di star per viaggiare verso l’America. Amelio ci ricorda, in un film dall’urgenza contemporanea, il nostro passato di migranti. Quando sei nato non puoi più nasconderti, 2005: La “non” paura dell’altro viene dall’innocenza di un bambino non ancora programmato ad averla. È il punto di partenza dell’opera con cui Marco Tullio Giordana, con Petraglia ancora co-sceneggiatore, insieme al regista e a Maria Pace Ottieri, autrice del libro da cui è tratto il film, racconta di Sandro, figlio di un industriale bresciano finito disperso in mare durante una vacanza. A salvarlo, due clandestini romeni che lo caricano sul barcone con cui stanno arrivando in Italia. Lo sguardo grato e senza pregiudizi del giovane ribalta i ruoli di salvatore e salvato, offrendo una diversa prospettiva sugli “extracomunitari”. Terraferma, 2011: Chiude una trilogia sulla sua Sicilia Emanuele Crialese, dopo Respiro e Nuovomondo, che raccontava l’esodo dei migranti siciliani verso l’America nel Novecento, con questo film ambientato a Lampedusa, divenuta prima costa accessibile ai migranti nel Mediterraneo. Al centro, la legge del mare che impone di salvare qualsiasi essere umano stia per annegare, in contrasto con l’apparente illegalità del salvataggio di Sara, una donna africana e il suo bambino, tenuta nascosta alle autorità da una famiglia di pescatori. L’Italia, terra di passaggio, è chiamata ancora una volta a fare i conti con il suo passato migrante. Io sono Li, 2011: Con Zhao Tao, attrice feticcio del regista cinese Jia Zhangke nel ruolo della Shun Li protagonista, Andrea Segre realizza, alla sua prima regia di finzione, la storia di un’amicizia silenziosa e interculturale tra la barista cinese del titolo, trasferitasi da poco a Chioggia e un pescatore di origine slave. Solitudini che si incontrano tra stereotipi scardinati e migrazioni forzate, fotografate poeticamente da Luca Bigazzi. Il villaggio di cartone, 2011: Ermanno Olmi racconta di un parroco affranto per la sua chiesa in dismissione, svuotata di tutti gli arredi sacri, che verrà “salvata” come rifugio per un gruppo di clandestini, rinascendo come il piccolo villaggio del titolo. Se Terraferma affermava la legge del mare come più forte di quella dello Stato, il film di Olmi ne sovrappone a quest’ultima, una ancora più alta, quella di Dio che accoglie tutti, soprattutto gli ultimi. Olmi dichiarò, citando il titolo: “Se non apriamo le nostre case, compresa la casa più intima, che è il nostro animo, siamo solo uomini di cartone”. Alì ha gli occhi azzurri, 2012: “Dietro ai loro Alì dagli Occhi Azzurri, usciranno da sotto la terra per uccidere, usciranno dal fondo del mare per aggredire, scenderanno dall’alto del cielo per derubare”, scriveva Pasolini nel 1962 nella poesia Profezia. Da quell’opera premonitrice Claudio Giovannesi trasse ispirazione per la storia di Nader, sedicenne musulmano di origine egiziana in bilico tra la voglia di una vita “normale” e il senso di appartenenza. Giovannesi racconta i drammi della seconda generazione, nata e cresciuta in Italia ma continuamente discriminata, entrando nel cuore della periferia romana in pieno spirito pasoliniano. Fuocoammare, 2016: Da una parte Samuele, bambino di Lampedusa con il suo occhio pigro che rifiuta di vedere; dall’altra i migranti tra morti, corpi in stiva e soccorsi in mare. È il capolavoro di Gianfranco Rosi, Orso d’oro a Berlino e film documentario più conosciuto internazionalmente sul tema. Punto di congiunzione tra le due realtà parallele è il dottor Pietro Bartolo, medico di Lampedusa da decenni, alter ego di Rosi che per realizzare il film si è trasferito per più di un anno sull’isola. Nour, 2019: Si ispira al libro scritto da Pietro Bartolo con la giornalista Lidia Tilotta, Lacrime di sale, il film di Maurizio Zaccaro, presentato al Torino Film Festival con Sergio Castellitto nei panni del medico. Qui Bartolo da simbolo diventa figura paterna per l’undicenne siriana del titolo, aiutata a ritrovare la madre dispersa in Libia prima del viaggio in barcone. Zaccaro, amico e collaboratore di Ermanno Olmi, gli dedica il film. Io Capitano, 2023: A chiudere questa riflessione non poteva che esserci il film di Matteo Garrone, innovativo nel suo punto di vista: tutto attraverso gli occhi di Seydou e Moussa, due cugini senegalesi di sedici anni che vogliono emigrare in Europa per diventare cantanti famosi. Tra favola e amare disillusioni, Garrone confeziona un racconto empatico capace di far entrare lo spettatore nei panni di ragazzi che cercano di realizzare un sogno, come i loro coetanei dall’altro lato del mondo. Leone d’argento alla regia a Venezia 80, il film ha rivelato l’esordiente Seydou Sarr, vincitore del Premio Marcello Mastroianni. Migranti. Tra i disperati alla frontiera: “In tasca solo permessi scaduti, vivono qui come fantasmi” di Giovanna Loccatelli La Stampa, 27 giugno 2026 A Ventimiglia una rete di associazioni porta cibo a oltre 70 migranti diventati stanziali: “Bloccati da mesi, anche anni. Molti finiscono nella rete della micro-criminalità”. Ci sono una settantina di persone in fila per il cibo nel piazzale del cimitero a Ventimiglia. La maggior parte sono bengalesi, afghani e africani. Quasi tutti hanno in tasca un permesso di soggiorno; molti ce l’hanno scaduto e ne portano il foglio appallottolato in tasca. Sono i migranti stanziali del confine, un ossimoro che però spiega bene la loro situazione: persone rimaste incagliate nella frontiera che vivono in città da settimane, mesi o addirittura anni. I recenti dati pubblicati dalla Caritas mostrano chiaramente che, mentre i flussi sono diminuiti, la vera criticità è legata a queste persone fragili e abbandonate a se stesse. Una rete di volontari italo-francese porta loro del cibo ogni sera alle 18,30. Mercoledì era il turno del Secours Populaire Français: in cinque arrivano direttamente da Nizza con un furgoncino bianco. Una volta nel piazzale, sistemano un tavolino e vi ripongono sopra il cibo: vaschette con riso e verdure, yogurt, banane, bottiglie d’acqua. “Portiamo un’ottantina di vaschette”, spiega Kiana, che indossa una pettorina blu con il logo dell’associazione. Il piazzale, a un primo colpo d’occhio, appare diviso per etnie, con i gruppi sparsi un po’ qui e un po’ là. Si capisce che non si tratta di migranti di passaggio, ma di stanziali: “Come vedi, nessuno di loro ha con sé un trolley, una valigia o uno zaino. È tutta gente che vive qui, magari da molto tempo” spiega Filippo Lombardo, capelli e barba lunghi, che distribuisce regolarmente i pasti nel piazzale. Sono persone arrivate a Ventimiglia che, una volta finiti i soldi, sono rimaste impigliate nelle fitte maglie della microcriminalità, con un paradosso che però non sfugge: “Hanno i documenti, anche se scaduti, ma la burocrazia è lenta. Nessuno offrirebbe mai loro un lavoro né darebbe loro un appartamento in affitto” spiega Lombardo. Poi aggiunge: “Vivono tutti per strada, la maggior parte in spiaggia. Alcuni, nonostante i recenti sgomberi, sono tornati con i sacchi a pelo ad accamparsi nel greto del fiume Roja”. Durante la distribuzione c’è sempre un po’ di nervosismo: “Molti si contendono la piazza, magari chiedono più vaschette di cibo per poi portarle in stazione e rivenderle ai migranti di passaggio”. Tra di loro si muovono anche i passeur, divisi tra “capi” e “galoppini”, chiarisce il volontario: “I galoppini vanno a prendere i migranti che arrivano alla stazione, li portano nei punti chiave della città dove riscuotono i soldi, e poi ripartono”. Tra i volontari c’è chi, per mantenere l’ordine ed evitare che si affollino tutti intorno al tavolo, alza la voce e grida affinché si rispettino le regole: “Lo devo fare per forza, altrimenti c’è il rischio che prendano il sopravvento”, ammette. Poco distanti, all’ora di cena, ci sono anche i carabinieri e la polizia in borghese, che chiedono ai responsabili informazioni sul numero di pasti distribuiti. Il volontario rimarca che molti stanziali finiscono invischiati nella microcriminalità locale, che nella città di confine si traduce in “spaccio di droga, prostituzione e tratta di esseri umani. Qui in fila a prendere il cibo ci saranno almeno una ventina di passeur”. La macchina della solidarietà, tuttavia, è ben oliata e lavora in sinergia con la Caritas: “La Caritas si occupa del pranzo e della colazione, le associazioni italo-francesi della cena. Io vengo qui tutti i mercoledì e i giovedì”. Lombardo conosce bene le dinamiche della frontiera: “Tutti i migranti che arrivano hanno già un contatto qui, sanno chi chiamare. I passeur, a loro volta, hanno listini molto cari: 300 euro per andare in Francia in macchina, 100 in treno, 50 a piedi passando per il tristemente noto “Sentiero della morte”. Chi finisce i soldi, finisce pure le speranze”. È un piazzale desolante, proprio come il cimitero davanti a cui sorge: “Si dividono in gruppi in base alla loro nazionalità. Purtroppo qualcuno a volte si scalda più del dovuto e le bagarre sono frequenti. Quando la situazione diventa critica, la polizia in borghese interviene sempre”. Nella città di confine, dopo tanti annunci, dovrebbe arrivare anche il secondo Pad (Punto di accoglienza diffusa), ma parlando con chi mastica un po’ di inglese la situazione appare paradossale: la struttura è per chi è di passaggio e “loro non ci vogliono andare”. Preferiscono restare nell’ombra, invisibili. Alla fine della distribuzione, c’è chi chiede inutilmente di essere portato in Francia e chi, con gli occhi bassi, si allontana in silenzio per le vie della città. Fine vita, il corpo come testimonianza: il rischio di un “processo” basato sulle emozioni di Gilberto Corbellini Il Dubbio, 27 giugno 2026 Martedì 23 giugno la Corte costituzionale ha discusso, per l’ottava volta, del fine vita. In questione il requisito del “trattamento di sostegno vitale”, uno dei quattro paletti fissati dalla sentenza 242/2019, chiamato in causa dal gip di Bologna a partire dal caso della donna accompagnata in Svizzera da Marco Cappato. All’udienza hanno partecipato undici malati, non come casi concreti, ma come estremi di una polarizzazione. Infatti, chiunque ne abbia scritto li ha presentati identificandone otto contrari e tre favorevoli all’ampliamento. Quasi tutte le cronache hanno parlato di seduta “senza precedenti”. Di che precedente si tratta? Non di una novità procedurale, in senso proprio. Lo strumento dell’amicus curiae - le opinioni scritte di formazioni sociali senza scopo di lucro portatrici di interessi collettivi o diffusi - esiste dal gennaio 2020, e l’intervento del terzo titolare di un interesse qualificato, diretto e immediato è istituto più antico ancora. La voce dei malati era già stata ascoltata nel giudizio deciso con la sentenza 135/2024. Le corti costituzionali, in Italia come altrove, hanno da tempo aperto le porte alla società civile, e lo fanno proprio nelle materie a forte densità etica. L’inedito, in questo caso, non è il canale, ma che a percorrerlo siano stati i pazienti schierati gli uni contro gli altri, ciascuno con il proprio corpo sofferente a fare da argomento. Ed è qui che comincia un terreno davvero scivoloso. L’apertura del 2020 nasceva con uno scopo preciso e legittimo: arricchire il quadro fattuale, far sapere alla Corte cosa concretamente significhi, nella vita, una certa condizione. Altra cosa è ciò che si è accaduto: associazioni favorevoli e contrarie che veicolano la propria tesi attraverso la testimonianza dei malati. Così il contributo conoscitivo scade a soggettività, e la deliberazione su principi rischia di trasformarsi in un censimento di preferenze tra portatori di interessi opposti. Non si vuole certo pensare che la questione costituzionale - se il requisito del sostegno vitale superi il vaglio di ragionevolezza e di uguaglianza - si deciderà contando quanti malati lo vogliono e quanti no. Se i numeri fossero rovesciati, tre contrari e otto favorevoli, la risposta di diritto dovrebbe essere identica. Un diritto c’è o non c’è. È curioso però il fatto che mentre nella società italiana le persone favorevoli a una legge sul fine vita sono la stragrande maggiorana, all’udienza solo tre malati, contro otto, la rappresentano. Ripeto, in punta di diritto non significa niente, ma chissà come si è arrivati a quei numeri, che evidenziamo almeno superficialità e insensibilità per la percezione pubblica di un tema così delicato. Ai giudici della Corte nessuno può insegnare che la maggioranza dei malati che non vuole il suicidio assistito non può vincolare costituzionalmente la minoranza che lo chiede, più di quanto una maggioranza di Testimoni di Geova possa decidere sulle trasfusioni altrui. Gli otto contrari non difendono un proprio diritto leso, ma usano la propria condizione contro l’estensione di un diritto di altri. È testimonianza, non argomento. In sede di legittimità il pathos non farà di certo premio sul logos. Trovo francamente bizzarro lo slogan dei contrari: “non vogliamo la pistola sul tavolo”. Come si fa a non rendersi conto che, al di là della metafora, l’argomento si rovescia da sé. Nella sua versione migliore è analogo alla storia di Ulisse e le sirene: una preferenza di secondo ordine, autonoma, contro le proprie pulsioni di primo ordine. Legittima. Ma lega Ulisse, non gli altri marinai. Rimanendo alla metafora, dire “non la voglio sul mio tavolino” non autorizza a toglierla a tutti, tanto più che la pistola finisce sul tavolo solo di chi la chiede. E quando l’avvocato dei contrari avverte che, caduto il requisito, la tutela della loro vita dipenderebbe solo dalla loro capacità di dire di no, sta confessando ciò che dovrebbe negare: l’io decisamente convinto nell’esser contrario, in realtà teme la propria fragilità. È una dichiarazione di debolezza psicologica e morale travestita da difesa della libertà: si invoca la tutela della scelta libera ammettendo che la scelta non sarebbe libera. Chiunque può chiedere che gli si sottragga un dispositivo o gli alcolici di cui è dipendente, per non cedere alla tentazione. Ma è un patto privato con sé stessi, non una ragione per negare a un altro un diritto che, per ipotesi, poggia sull’autonomia. E le garanzie procedurali - accertamento della capacità, tempi di riflessione, conferma - servono precisamente a separare la scelta “in difficoltà” da quella deliberata. L’obiezione, dissezionata con la logica, riguarda l’adeguatezza delle salvaguardie, non l’autonomia. Esiste una versione seria della preoccupazione dei contrari, ma è non diversa da quella espressa. Premesso che un diritto è una cornice di principio che riconosce e protegge la scelta autonoma in quanto tale (una cornice, non un calco!), non può essere ritagliata in anticipo su tutti i casi in cui l’autodeterminazione vacilla. E vacilla in modi innumerevoli ed eterogenei: dall’interno, sotto il peso del dolore, dello sconforto, del sentirsi un peso; dall’esterno, per un contesto avverso, l’isolamento, la povertà, l’assistenza che manca. Pretendere che la norma neutralizzi in anticipo ognuna di queste oscillazioni porta a un bivio: o si restringe il diritto fino ad annullarlo - qualunque scelta può, in linea di principio, essere sospettata di non essere abbastanza libera - oppure si adotta un surrogato grossolano. Il requisito del sostegno vitale è esattamente un surrogato del genere: non misura se la scelta è libera, dice solo c’è o meno una macchina che ti tiene in vita. Esclude il malato pienamente autonomo che non dipende da un macchinario, e non autorizza alcuna inferenza sulla libertà di chi invece vi dipende. È un criterio accidentale spacciato per criterio di principio. È la ragione del dubbio di uguaglianza sollevato da giudice di Bologna. La vacillazione reale, quella, non la filtra la cornice ma la procedura: accertamento della capacità, tempi di riflessione, conferma, caso per caso. Confondere i due piani - volere che sia la cornice a escludere ogni caso rischioso - è un errore di categoria. Ciò che la cornice davvero non può assorbire è un’altra cosa: lo spostamento dell’inadempimento. Quando l’opzione per andarsene esiste, restare in vita può diventare una scelta da giustificare - a sé e agli altri - e affiora il fantasma del “dovere di morire”. È l’argomento di John Hardwig. È difendibile, ci mancherebbe. Ma è sociale, non individuale. E si oppone all’autonomia anziché fondarla. Va maneggiato per quello che è. Riguarda il contesto, non la titolarità del diritto: i casi che gli danno forza retorica - i sistemi che aprono l’accesso mentre lasciano scoperte povertà e assistenza (diseguaglianze in una parola) - sono problemi del contesto, su cui il requisito d’accesso non può, e non ha senso che, intervenga. A un contesto avverso si può efficacemente rispondere con le cure palliative, il sostegno, l’assistenza, etc. Nessuna soluzione potrà mai venire dalla perimetrazione di chi conta come titolare del diritto. Negare il diritto perché il contesto è cattivo significa far pagare al più autonomo una falla che spetta allo Stato riparare. La cornice protegge il principio. L’inadempimento lo si difende altrove. Non è quello che il teatro delle testimonianze contrapposte ha illuminato. Si è percepito semmai il rischio opposto: che la legittimità costituzionale finisca per misurarsi sull’autorevolezza della sofferenza di chi parla. In un’aula che deve decidere su principi, è la scivolosità da temere di più. Libia, regime crudele ma nessuno dice baù di Valter Vecellio Italia Oggi, 27 giugno 2026 La liberazione di Dina Alberizia e Nico Centrone, i due italiani attivisti del Global Sumud Convoy, detenuti per un mese in quella parte di Libia controllata dal generale Khalifa Haftar, è frutto di una delicata trattativa dei nostri servizi segreti; si sarà senz’altro pagato, come in altre simili situazioni, un “prezzo”. Nulla si fa o si riceve per niente. Come in altre simili situazioni, gli artefici dell’operazione resteranno nell’ombra, parlerà chi non sa, chi sa non fiaterà. Giusto che sia così. Global Sumud Convoy aveva organizzato una “carovana” (ambulanze e camion con aiuti) che dalla Libia, via Egitto, intendeva portare soccorso alle popolazioni palestinesi di Gaza. Ottima intenzione che però non ha per nulla commosso i libici. A loro, come del resto agli altri paesi arabi, dei “fratelli” palestinesi importa un fico secco. Li hanno usati per anni, oggi non servono più. Gli attivisti di Convoy sono finiti in un carcere descritto come “un inferno di caldo, insetti e zanzare, in celle strapiene di esseri umani, fino a cinquanta detenuti pressati uno contro l’altro”. Un giornalista di Repubblica chiede a Giuseppe Alberizia, fratello di Dina: “C’è stato un momento in cui ha avuto paura per la sorte della sorella?”. “Sempre. Sappiamo cos’è la Libia. Lì le regole, i diritti non esistono. La situazione è instabile, può succedere di tutto in qualsiasi momento”. Cosa sia la Libia, si sa: “regole e diritti non esistono”. Eppure, non una protesta, una manifestazione, una qualsiasi reazione da parte delle democratiche coscienze sempre pronte a procombere contro Stati Uniti e Israele. Neppure un semplice grazie a chi, con pazienza e tenacia ha ottenuto la liberazione dei nostri due connazionali. Lo diciamo noi. Burhan Sönmez: “Occidente senza visione. Oltre 400 scrittori in prigione nel mondo” di Francesco Rigatelli La Stampa, 27 giugno 2026 Il presidente del Pen international: “I curdi in Turchia, una storia kafkiana”. “Ho scritto un romanzo su Kafka in curdo, perché la vicenda del mio popolo è kafkiana. In Turchia le norme democratiche e lo stato di diritto non vengono rispettati. Ci sono posti del mondo in cui simili conquiste reggono, ma vanno protette e bisogna lavorare perché vengano estese”. Burhan Sönmez, 61 anni, scrittore e avvocato turco di etnia curda rifugiato in Inghilterra, presidente del Pen international (la più grande associazione di autori contro la censura), domani riceverà il Premio Hemingway a Lignano Sabbiadoro. Che lavoro è fare il presidente del Pen? “Si avverte un forte senso di responsabilità. Mentre oggi posso scrivere il mio libro e muovermi liberamente, a livello globale cresce il numero di scrittori privati di questo diritto, e dunque la preoccupazione. Sento che dobbiamo impegnarci di più”. Qual è la funzione del Pen, che rappresenta 40mila poets, essayst e novelist (poeti, saggisti e romanzieri) da cui il nome? “Il Pen opera per promuovere la letteratura e si batte per la libertà di espressione. Purtroppo, negli ultimi anni, molti Paesi si sono orientati verso politiche populiste. Di conseguenza, la libertà e i diritti umani vengono presi di mira, e scrittori e giornalisti ne risentono. Il nostro compito è di batterci per loro”. In quali Paesi, anche insospettabili, ce n’è più bisogno? “Osservando la mappa del mondo, vediamo molti Paesi in ogni continente contrassegnati da un segnale di allarme rosso. Dal Myanmar alla Colombia, dagli Stati Uniti all’Eritrea, si riscontrano problemi quasi ovunque. In un rapporto pubblicato di recente abbiamo segnalato che il numero di scrittori incarcerati nel mondo ha superato quota 400: una cifra che non si registrava da tempo. L’elenco è lungo e ai primi posti figurano paesi come Iran, Israele, Cina e Turchia”. Perché ha preso questo impegno? “Mi dedicavo ai diritti umani già prima di assumere l’incarico. È una parte naturale della mia vita. Ora vorrei coniugare quel medesimo dinamismo con la letteratura e la libertà”. Perché è fuggito dalla Turchia? “Ho rischiato di morire dopo essere rimasto ferito in un’azione della polizia. Contemporaneamente sono stato condannato al carcere e minacciato dai servizi segreti”. Si sente un sopravvissuto? “Sì, lo sono”. Nel suo libro Istanbul Istanbul (Nottetempo) ha denunciato la tortura di stato, oggi è cambiato qualcosa? “Magari la situazione fosse migliorata! Le lamentele riguardo a questo problema persistono in Turchia e in molti Paesi del mondo”. In Pietra e ombra ha affrontato le persecuzioni verso le minoranze: curdi, armeni e cristiani. Perché è importante ricordarle? “La privazione della libertà e dell’uguaglianza crea una ferita. Finché questa rimane aperta, continuiamo a parlarne. In un luogo si tratta di una questione femminile; in un altro di povertà; altrove è una questione di sopravvivenza culturale o nazionale”. Perché ha scritto per la prima volta in curdo il suo ultimo libro, Gli amanti di Franz K.? “Il curdo in Turchia è stato vietato ed escluso dall’istruzione. Avevo 26 anni quando questi limiti vennero revocati, ma nei fatti rimane una lingua sotto assedio e incatenata per diversi aspetti. Avevo sempre desiderato tornare al curdo, al suono della mia infanzia, e ho pensato che un romanzo su Kafka fosse il modo più adatto per farlo. La nostra condizione può essere compresa soltanto attraverso la lente dell’assurdo kafkiano”. Come vede la situazione della Turchia di oggi? “Esiste un regime autoritario che si sostiene grazie al pieno appoggio dei governi europei e degli Stati Uniti. Non prende di mira soltanto i curdi o i socialisti, ma come si è visto nell’ultimo anno è in grado di colpire il principale partito di opposizione (socialdemocratico) e di arrestare importanti suoi esponenti tra cui il sindaco di Istanbul. Eravamo nell’oscurità e, purtroppo, sembra che tale oscurità persista”. Cosa ha significato per lei l’esistenza di un’Occidente in cui rifugiarsi? “La democrazia è un valore conquistato attraverso le lotte degli oppressi in Occidente come in Oriente, sebbene sia più saldamente istituzionalizzata in alcuni luoghi e altrove risulti più fragile. Nonostante tutte le loro carenze, i Paesi occidentali rispettano ancora le norme democratiche e lo stato di diritto”. In che stato si trova l’Occidente? “Esistono due Occidenti: quello dei governi e quello dei popoli. Mentre cresce l’esigenza dei cittadini di maggiore prosperità ed equità, i governi si orientano verso politiche che alimentano discriminazione e malcontento. Crescono così movimenti populisti che mirano a smantellare le istituzioni democratiche: il loro obiettivo finale è trasformare il proprio Paese in una realtà simile alla Russia o alla Turchia”. Come impedirlo? “L’Occidente si è strutturato nel tempo dotandosi di istituzioni democratiche e ha ormai raggiunto il proprio limite storico. Invece di sviluppare ulteriormente la forma socio-politica esistente, si confronta continuamente con i medesimi problemi e scende a compromessi sui risultati raggiunti. Il mondo intero dovrebbe fondarsi su una prospettiva radicata nella solidarietà, con l’obiettivo dell’uguaglianza e della libertà. Non sembra esservi alcuna potenza globale in grado di farsi promotrice di tale iniziativa, e all’Occidente manca questa visione”. La democrazia si salverà? “Dipende interamente da noi. Se non facciamo nulla, cioè se non lavoriamo per rafforzarla, la crescente ondata autoritaria farà regredire il mondo di cento anni. Torneremmo, di fatto, alla situazione degli anni ‘20 e ‘30”. E la libertà di stampa? “La libertà di stampa è parte integrante della democrazia: l’una non può esistere senza l’altra. Anche per questo è necessario rafforzare il nostro impegno di solidarietà internazionale”.