Il caldo torrido in carcere è l’inferno di Luisiana Gaita Il Fatto Quotidiano, 26 giugno 2026 I sindacati: “Forni crematori, fermiamo la strage di diritti”. Si segnalano i rischi per migliaia di detenuti più anziani e con problemi cardiaci. Per alcuni l’ora d’aria arriva quando fa più caldo, mentre il sovraffollamento non accenna a diminuire. Carceri realizzate in cemento e asfalto, senza aree verdi, ostacoli per l’acquisto dei ventilatori, tasso di sovraffollamento insostenibile. E da giorni, anche il caldo oltre l’immaginabile. “Questa estate rovente sta diventando una seconda pena per le persone nelle carceri italiane. Abbiamo migliaia di detenuti che hanno più di 70 anni e molti malati cardiopatici e come ogni anno in questo periodo aumentano i suicidi e le morti da infarto”. A parlare è il portavoce della Conferenza nazionale dei garanti territoriali dei detenuti, Samuele Ciambriello, che chiede al ministero della Giustizia e al Dipartimento per l’amministrazione penitenziaria di mettere in campo misure per far fronte all’ondata di caldo estremo nelle carceri italiane. E racconta: “Ci sono scene di detenuti che fanno l’ora d’aria quasi nudi a causa delle alte temperature. Dobbiamo fermare la strage di diritti e di vite in queste settimane, restituendo un minimo di dignità”. Il problema del sovraffollamento: il tasso quasi al 140 per cento - Secondo l’ultimo rapporto dell’Associazione Antigone, al 30 aprile 2026 nelle carceri italiane erano detenute 64.436 persone, a fronte di una capienza regolamentare di 51.265 posti che si riducono a soli 46.318 posti realmente disponibili. Il tasso reale di sovraffollamento ha così raggiunto il 139,1%. Sono 73 gli istituti con un tasso di affollamento pari o superiore al 150%, mentre in 8 carceri si supera addirittura il 200%. Gli istituti non sovraffollati sono appena 22 in tutta Italia. Nonostante il governo abbia annunciato da tempo un piano carceri, i posti realmente disponibili sono diminuiti di 537 unità dall’avvio del piano. L’ora d’aria quando fa più caldo e i frigo fuori dalle celle - “È incomprensibile che - spiega Ciambriello - nei cortili dove c’è il passeggio per l’ora d’aria, il secondo gruppo esca ancora dalle 13 alle 15. Così come è pericoloso continuare a dire che i frigo devono essere lasciati fuori dalle celle per essere messi nelle apposite sale”. Già ad aprile era nata la polemica dopo una nota del capo del Dap, Stefano Carmine De Michele, con la quale si disponeva la rimozione dei frigoriferi dalle celle, relegandoli in spazi comuni e ad uso limitato. “È una decisione incomprensibile e pericolosa - spiegava Ciambriello - In piena emergenza caldo e con carceri sovraffollate, si priva i detenuti di uno strumento essenziale per conservare cibo e acqua in condizioni minime di igiene. Non è sicurezza: è un arretramento che rischia solo di aumentare tensioni e problemi sanitari”. Ciambrello ricorda, tra l’altro, che ogni detenuto, tra quelli che hanno personalmente comprato frigo e ventilatori, paga all’amministrazione penitenziaria un piccolo tributo quotidiano per l’allacciamento energetico. Ci sono inoltre migliaia di familiari in lunghe attese dei colloqui per ore. “Chiediamo punti idrici a getto - aggiunge - nebulizzatori con aree e zone d’ombra nei cortili dei passeggi e, per i colloqui, di attrezzare zone verdi all’aperto”. Un problema anche per la polizia penitenziaria - Il caldo che sta rendendo le notti insonni a chi vive in libertà, in carcere rende ancora più infernale il clima non solo ai detenuti ma anche al personale di Polizia Penitenziaria “che, della brutalità strutturale carceraria, ne sta subendo le crude conseguenze”. La denuncia arriva dal segretario nazionale del sindacato della polizia penitenziaria Cnpp-Spp Mauro Nardella, che - paragonando gli istituti a ‘forni crematori’ - parla del modo in cui, specialmente negli anni 80, sono stati costruiti gli istituti di pena e dell’architettura utilizzata “con la preponderante quantità di acciaio e cemento” per farne “luoghi ancora più inospitali e ingestibili di quanto già non siano”. Capita così che in realtà come le carceri di Vasto, Sulmona, Pescara, Teramo, Lanciano e Chieti, incastonati nella verde e fresca regione dei Parchi “la situazione non è assolutamente migliore rispetto a quella nei restanti penitenziari d’Italia. I direttori fanno quello che possono, ma di fronte alle miopi progettualità del passato credo sarà molto difficile che la situazione cambi dall’oggi al domani”. Il caso di Sollicciano - Da questo punto di vista, un caso significativo è quello del carcere di Sollicciano. Oggi Nardella dice che “potrebbe fare giurisprudenza”. Si tratta del carcere dove è stata la Procura - caso senza precedenti - a chiedere il sequestro. A metà giugno, il Tribunale di Firenze ha emesso un decreto di sequestro preventivo per sette sezioni del carcere, praticamente oltre la metà per le pessime “condizioni igienico sanitarie delle celle di detenzione e di alcuni spazi comuni”, disponendo il trasferimento di quasi 250 detenuti che vivevano in condizioni disperate. Progettare prigioni di Manuel Orazi Il Foglio, 26 giugno 2026 Rieducare i detenuti è anche un problema architettonico. Che nessuno ha risolto. Fra le due posizioni estreme del “buttare via la chiave” da un lato e dell’abolizionismo dall’altro esistono alcune alternative. C’è chi pensa, come il Fatto quotidiano, che basterebbe costruire nuove carceri per risolvere la questione. Ripensare il sistema penitenziario. La scarcerazione di Gianni Alemanno e le sue prime dichiarazioni sul sovraffollamento e le drammatiche condizioni di vita all’interno degli istituti penitenziari, personale di servizio compreso, riaprono il dibattito su questo tema spinoso tradizionalmente sostenuto da Marco Pannella e più di recente liquidato in maniera opposta dall’ex sottosegretario Delmastro, che anzi in un pubblico discorso si spinse a dire che “provo intima gioia all’idea di far sapere che non lasciamo respirare chi sta dietro il vetro oscurato”. Come se non bastasse, per la prima volta alcune sezioni del carcere di Sollicciano sono state dichiarate inagibili per le loro condizioni fatiscenti perché equiparate a luoghi di lavoro, quali effettivamente sono, e perciò sono state chiuse. Così il Tribunale di Firenze ha intimato il trasferimento di decine di detenuti in altri istituti, come quello di Livorno, anche se è chiaro che si crea un precedente che con l’attuale sovraffollamento generalizzato al 140 per cento circa rischia di creare un effetto a catena. Alemanno parla di riabilitazione e rieducazione per evitare che il carcere diventi un’università del crimine e allora parlare di modelli architettonici è forse fuorviante. Nell’Impero britannico il carcere modello era quello di Pentonville del 1842, enorme e allora periferico, con struttura a raggiera ovvero Panopticon dove cioè da un singolo punto si potevano vedere tutte le ali di isolamento, modello imitato e replicato sia nelle colonie sia in altri paesi europei ma con pessimi risultati sui detenuti - alienazione, problemi psichici, ecc. Nel Novecento i modernisti provarono in più di un’occasione a risolvere il problema attraverso l’architettura, in Italia ad esempio Mario Ridolfi propose per il carcere giudiziario di Nuoro (Badu ‘e Carros) il superamento della vecchia concezione punitiva dello spazio detentivo ottocentesco (come il Panopticon), ripensando la struttura per favorire la dignità umana e l’integrazione spaziale, ad esempio offrendo la vista sul paesaggio circostante, ma gli esiti non furono positivi. Secondo Sabrina Puddu, professoressa di Storia, teoria e progettazione dell’architettura a Londra e Cambridge, che da molti anni studia il problema delle prigioni in Europa, “nei cicli di obsolescenza-innovazione nell’edilizia carceraria il riformismo ha periodicamente fallito per il semplice fatto che la prigione è un’istituzione problematica di per sé”. Fra le due posizioni estreme del “buttare via la chiave” da un lato e dell’abolizionismo dall’altro esistono alcune alternative. C’è chi pensa, come il Fatto quotidiano, che basterebbe costruire nuove carceri per risolvere il problema, “e invece temo che sia un’illusione, almeno questo ci dicono le casistiche storiche”. Ma la situazione non è migliore nei paesi scandinavi o in nord Europa? “Direi di no, anche se la qualità architettonica potrebbe essere leggermente migliore, ci sono stati problemi di omicidi, suicidi, aumento della popolazione carceraria (straniera e no), violenza e così via come in Italia. Il Belgio ad esempio è storicamente un paese che soffre di sovraffollamento, così nel 2022 è stata inaugurata una nuova grande prigione, Haren, a nord est di Bruxelles per sostituire tre istituti precedenti più centrali. Al di là degli effetti urbanistici di nuove prigioni di così grande scala, i risultati di questo progetto sono comunque criticabili. Per contrasto a queste tendenze proprio in Belgio è nato un movimento di nome Rescaled (piccola scala), che ora è un network europeo che punta a piccole case di detenzione all’interno dei centri urbani. I risultati nel lungo periodo sono ancora da capire. Sempre in Belgio, poi, è attivo il forum europeo per la giustizia riparativa - un altro movimento che chiunque si occupa di carcere dovrebbe tenere in considerazione”. In altre parole, la speranza di molti è che attraverso l’interazione continua con il territorio i detenuti possano accedere ai servizi locali (lavoro, sanità, formazione) con una sensibile riduzione della recidiva. Insomma, il sistema penitenziario non è certo univoco e ineluttabile, di certo merita di non rimanere un tabù relegato nelle inquietanti ombre piranesiane, dove solitamente è relegato. Il CNEL approva un Disegno di legge per garantire la NASpI ai detenuti lavoratori cnel.it, 26 giugno 2026 Maggiori tutele contro la disoccupazione involontaria. Il Cnel ha approvato all’unanimità un disegno di legge che riconosce ai detenuti lavoratori la possibilità di accedere alla NASpI, cioè di ottenere l’indennità erogata dall’INPS in caso di disoccupazione involontaria. Si tratta del quinto ddl predisposto nel quadro del programma Recidiva Zero, realizzato dal Cnel in collaborazione con il ministero della Giustizia, al fine di favorire l’inclusione sociale e lavorativa delle persone private della libertà personale grazie a studio, formazione e lavoro in carcere e fuori dal carcere. In particolare, la proposta - definita nell’ambito del Segretariato permanente per l’inclusione economica, sociale e lavorativa delle persone private della libertà personale, istituito presso il Cnel - modifica l’art. 20 della legge 354/1975 sull’ordinamento penitenziario, chiarendo espressamente che il lavoro intramurario svolto alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria costituisce lavoro subordinato anche ai fini previdenziali e assistenziali e che la cessazione del rapporto produce uno stato di disoccupazione utile ai fini dell’accesso agli ammortizzatori sociali contro la disoccupazione involontaria. “Il tema degli ammortizzatori sociali contro la disoccupazione involontaria dei lavoratori detenuti è di grande rilevanza - ha dichiarato il consigliere Cnel Emilio Minunzio, relatore del provvedimento e coordinatore del Segretariato permanente per l’inclusione economica, sociale e lavorativa delle persone private della libertà personale - ed è stato trattato dal Segretariato fin dal suo insediamento. Oggi la Naspi non viene riconosciuta de plano a un lavoratore in regime di privazione di libertà, ma solo laddove faccia ricorso agli organi competenti. Il punto è la natura della disoccupazione, che va considerata involontaria quando avviene per scarcerazione, piuttosto che per trasferimento ad altro istituto o per avvicendamento sul posto di lavoro. La modifica della legge sull’ordinamento penitenziario che proponiamo è molto semplice ed è stata messa a punto nell’ottica della massima collegialità”. La proposta di modifica si colloca nel solco del processo di normalizzazione del lavoro penitenziario e dà attuazione ai principi costituzionali di uguaglianza, tutela del lavoro, protezione previdenziale e finalità rieducativa della pena. Il ddl del Cnel non introduce una disciplina di favore, ma chiarisce che il detenuto che lavora alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria è, anche ai fini previdenziali e assistenziali, un lavoratore subordinato. La modifica proposta è volta non solo ad assicurare certezza del diritto e piena effettività delle garanzie costituzionali del lavoro, ma anche a porre fine a un contenzioso seriale che ha investito l’INPS. In tal senso, l’emendamento costituisce una misura di razionalizzazione amministrativa e di deflazione del contenzioso. L’intervento è del tutto coerente con quanto prevede la Costituzione in merito alla funzione rieducativa della pena. Il lavoro penitenziario può svolgere una reale funzione di reinserimento solo se consente al detenuto di sperimentare un rapporto di lavoro quanto più possibile vicino a quello libero, non soltanto sotto il profilo dell’attività svolta, ma anche sotto quello dei diritti che da essa derivano. Rems, un disegno di legge per la riforma incompiuta garantedetenutilazio.it, 26 giugno 2026 Nella proposta della senatrice Bilotti si prevede il completamento del percorso iniziato con la legge Basaglia del 1978 e proseguito con la chiusura degli Opg. “Credo che ce ne sia molto bisogno”. Così il Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione Lazio, Stefano Anastasìa, ha esordito nel suo intervento alla conferenza stampa di presentazione del disegno di legge sulle Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza (Rems), della senatrice Anna Bilotti, che si è svolta nella Sala Caduti di Nassiriya del Senato, mercoledì 24 giugno. La legge 81 del 2014 ha chiuso gli Ospedali psichiatrici giudiziari (Opg), una riforma parte dello stesso percorso che, con la legge Basaglia del 1978, aveva portato alla chiusura dei manicomi civili. Niente più manicomi criminali, dove la custodia si confondeva con la cura. Al loro posto, le Rems: residenze piccole, territoriali, pensate per accompagnare verso la riabilitazione. Dodici anni dopo, quella riforma sembra incompiuta. Di qui il disegno di legge della senatrice Anna Bilotti, volto al potenziamento della rete nazionale delle REMS, “al fine di garantire il rispetto dei principi costituzionali di rieducazione della pena e di tutela della salute, nonché di assicurare il completamento del processo di superamento degli ospedali psichiatrici giudiziari”. La proposta prevede la realizzazione di nuove REMS sul territorio nazionale, con priorità per le regioni che, al momento dell’entrata in vigore della legge, risultano sprovviste di posti letto e presentano una carenza strutturale, al fine di evitare il sovraffollamento e garantire la prossimità territoriale delle cure. Sono previsti interventi di adeguamento strutturale e tecnologico delle strutture esistenti, per assicurare standard uniformi di cura e sicurezza su tutto il territorio nazionale, inclusi interventi volti al superamento delle pratiche di contenzione, nel rispetto delle linee guida in materia, entro sei mesi dall’entrata in vigore della legge. La proposta della senatrice Bilotti prevede che il ministro della Salute, di concerto con il ministro della Giustizia, previa intesa in sede di conferenza unificata, adotti un piano straordinario per il potenziamento della rete REMS, che definisca i criteri di riparto delle risorse, gli obiettivi di incremento dei posti letto per ciascuna regione e le modalità di attuazione. Al fine di garantire il principio di territorialità delle cure, il disegno di legge prevede che siano destinate risorse al potenziamento dei dipartimenti di salute mentale delle ASL, per l’implementazione di programmi terapeutici, riabilitativi, ambulatoriali e domiciliari, nonché di strutture intermedie come comunità-alloggio e gruppi appartamento, destinati a soggetti con disturbo mentale autori di reato. Al fine di valorizzare il personale sanitario e medico operante nel circuito penale, includendo il personale medico specialistico e quello che presta servizio presso le strutture penitenziarie per adulti e minorenni, svolgendo compiti di prevenzione, cura e riabilitazione di soggetti affetti da patologie psichiatriche in esecuzione penale, si intende riconoscere un’indennità mensile, a titolo di trattamento accessorio, correlata alle particolari condizioni di lavoro e al rischio professionale. Nel corso dell’incontro, moderato dalla collaboratrice parlamentare Maddalena Servodio, oltre al Garante Anastasìa sono intervenuti Berniero Ragone, direttore della Rems di San Nicola Baronia, e Michele Miravalle dell’associazione Antigone. Redazioni giornalistiche in carcere: venerdì 3 luglio presentazione intesa Dap-Ordine Giornalisti odg.it, 26 giugno 2026 Sono oltre 30 le testate giornalistiche che si avvalgono di redazioni all’interno degli istituti penitenziari. Esperienze importanti alle quali collaborano giornalisti professionisti e che puntano a far crescere la capacità di lettura e analisi della realtà, nonché a comunicare in maniera responsabile e corretta, secondo le regole deontologiche che l’Ordine si è dato. Alcune testate hanno ormai una storia consolidata, altre sono più giovani e altre ancora stanno muovendo i primi passi. Iniziative fondamentali per il percorso di reinserimento, nel contesto di una pena costituzionalmente orientata, la cui validità è da sempre riconosciuta e valorizzata dal Ministero della Giustizia. Sostenere e promuovere queste esperienze e favorire la nascita di nuove è l’obiettivo del Protocollo d’intesa siglato nell’aprile scorso tra Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (Dap) e Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti (Cnog). Venerdì 3 luglio, ore 11:30, conferenza stampa di presentazione del Protocollo presso la sede nazionale dell’Ordine dei giornalisti, via Sommacampagna 19, Roma, con i vertici delle istituzioni firmatarie, il Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, Stefano Carmine De Michele; e il presidente dell’Ordine, Carlo Bartoli, e alcune delle esperienze in atto nel territorio, con chi opera per portare avanti i giornali e far crescere una cultura critica e rispettosa all’interno degli istituti penitenziari, portando la voce di chi sta scontando una pena fuori dalle mura del carcere. Interverrà il Ministro della Giustizia Carlo Nordio. “Feccia” sì, ma carcerati no: il duo sovranista scarica i detenuti di Francesca Spasiano Il Dubbio, 26 giugno 2026 “La soluzione al sovraffollamento? Più penitenziari, mai amnistia”, dice il Generale. Che sigla il patto con Alemanno nella cena romana. La cosa nera è apparecchiata, tra brindisi e porceddu. È la “vera destra sociale” che non lascia indietro nessuno e arruola la “feccia”. La “sporca dozzina”. Gli scontenti, lo scarto. Mo vuoi vedere che fuori ci restano solo i carcerati? Vada pure per Gianni Alemanno, che “ha pagato il suo debito con la giustizia e ora è pronto a mettere a servizio di Futuro nazionale la sua lunga esperienza politica”, dice l’amico Vannacci. Che abbraccia l’ex sindaco appena uscito di prigione dopo un anno e mezzo. E si offre alle telecamere per sigillare il patto. Ma poi dice: “Tra Abele e Caino io sto con Abele e Caino deve marcire in carcere”. Di più: “Chi commette un reato grave deve pagare, come nel caso di Turetta, anche senza bisogno del reato di femminicidio”. Insomma, prima di attovagliarsi bisogna mettere le cose in chiaro. Perché la contraddizione è forte e si avverte, nel primo giorno di libertà di Alemanno. Il quale potrebbe dissentire, e invece si accoda: “Il tema è sempre la meritocrazia. Anche in carcere ci sono persone che vogliono cambiare vita, che vogliono costruirsi un lavoro, che vogliono trovare una strada diversa e il carcere deve dare questa opportunità. Se poi questa opportunità non viene colta, allora è giusto che le persone rimangano in galera e tutte le cose. Ma è sempre un tema di merito. Quello che a me ha fatto male guardando la realtà carceraria, vivendola, è il fatto di vedere tante persone abbandonate a se stesse, anche le persone che volevano cambiare. In questo carcere, chi vuole comportarsi male può fare qualsiasi cosa: può spacciare, può fare... Invece c’è bisogno di un carcere che premi la meritocrazia, chi vuole cambiare vita”. La risposta è per i cronisti che aspettano i due prima della cena romana di ieri. Quando il discorso vira sul carcere, che è il tema su cui l’ex sindaco promette battaglia. Dopo mesi passati a scrivere il suo diario di cella, per convincere tutti che la pena non è “buttare la chiave”, ma rieducare chi sta in cella, in un carcere umano. Così dice la Costituzione, che però non divide tra buoni e cattivi: l’inferno di una detenzione senza sollievo dall’afa vale per tutti. O no? “Il leader di Futuro nazionale è lui. Ci confronteremo su tutto e troveremo la linea”, dice Alemanno. “Anche il programma può cambiare, non prendetelo come una cosa granitica. Futuro nazionale è un partito futurista non siamo persone che scrivono cose sulla pietra e poi la lasciano là, siamo il partito che evolve in base a quelle che sono le necessità e gli interessi degli italiani”, aggiunge Vannacci. Perché non si può andare d’accordo su tutto, né serve andare per il sottile. Ma questa sfida al sovraffollamento, parlando con il Dap e il guardasigilli, come vuole Alemanno, si fa oppure no? “Tra le nostre posizioni non c’è alcuna contraddizione - spiega Vannacci contattato dal Dubbio -. Chi sconta una pena deve “penare”, ma ci vuole anche rieducazione. E Alemanno, come me, vuole un carcere che funzioni”. A questo punto gli chiediamo in che modo, e otteniamo una risposta: “Costruendo nuove carceri”. Di certo non avallando “svuota carceri” o amnistie, su cui il generale assicura: “Non potrei mai sostenerlo”. Ora resta da discutere il futuro politico dell’ex sindaco. Per il quale Vannacci esclude una candidatura alle prossime Politiche. “Metterà al servizio del partito la sua esperienza quarantennale”. I due ne avranno parlato dopo il menù sardo scelto per l’occasione, nel vero vertice del post cena. Prima ci sono i simboli e riti. Tipo il “codice etico” dei cavalieri medievali, che dà il via all’incontro con “la lode a Dio, la spada al Re, il cuore alla dama e l’onore a me”. Ammessi al tavolo una ventina di commensali, tra cui alcuni deputati futuristi che a inizio serata si sono messi in piedi, hanno fatto il segno della croce e hanno brindato con il motto di moda durante il ventennio che si conclude con la formula “a noi”. Accanto al generale, che cita Almirante, si vedono Edoardo Ziello, Roberto Sasso, Domenico Furgiuele e Emanuele Pozzolo, oltre all’ex europarlamentare della Lega Antonio Maria Rinaldi e l’ideologo di Fnv Lorenzo Gasperini. Nessun volto, invece, da Fratelli d’Italia. Così il Gip collegiale rianima l’asse del No e il patto Anm-Pd di Errico Novi Il Dubbio, 26 giugno 2026 La riforma dovrebbe entrare in vigore il 28 febbraio: toghe pronte a dar battaglia alla vigilia delle Politiche. L’Anm può cedere o voltare pagina su molte cose. Lo ha fatto sul protagonismo mediatico dei pm, con le linee guida sulla comunicazione dei magistrati che, di fatto, disincentivano il narcisismo iperbolico delle Procure. Sembra, la magistratura, pronta a cambiare passo, con un’altra autoriforma del Csm, anche sulle pagelle (più propriamente, le “valutazioni di professionalità”) clamorosamente appiattite, da lustri, tutte verso l’eccellenza. Ma c’è una cosa su cui l’Anm non può concedersi alcuna autocritica, ed è la subordinazione dei gip allo strapotere dei pm. Non può ammettere l’esistenza del fenomeno, il sindacato dei magistrati, non può lasciar cadere quella linea di fronte, perché inevitabilmente ammettere che sì, arresti e intercettazioni vengono autorizzate dai giudici quasi a occhi chiusi, equivarrebbe a riconoscere che la separazione delle carriere aveva ottime ragioni. E riaprirebbe, almeno virtualmente, il dibattito sull’intera riforma costituzionale della magistratura. Compreso il sorteggio: compreso cioè lo spauracchio che avrebbe provocato la fine delle correnti per come oggi le conosciamo. Si spiega così il muro di gomma alzato due giorni fa dal presidente Anm Giuseppe Tango nella propria audizione al Senato sulla legge di conversione del decreto che, fra le altre cose, rinvia al 28 febbraio 2027 l’entrata in vigore del gip collegiale. Non solo il leader del sindacato ha detto che procrastinare l’efficacia della riforma era l’unica scelta possibile, ma ha anche aggiunto che la legge secondo cui le richieste di misure cautelari in carcere dovranno essere valutate non più da un gip monocratico ma da un collegio di tre giudici andrebbe riconsiderata del tutto, a meno che “questi mesi non vengano utilizzati per realizzare un piano di ampliamento significativo delle piante organiche”. E la vera arma letale, Tango l’ha sganciata quando ha detto che, organici invariati, la norma sui tre giudici cautelari al posto di uno comprometterebbe le indagini sui “reati mafiosi” e da “codice rosso”. Criminalità organizzata e femminicidi: le due parole, che, da sole, bastano a paralizzare anche i virtuosi della breakdance. Da una parte l’altolà delle toghe alla riforma è comprensibile. Come ha subito notato ieri il capogruppo di FI alla Camera Enrico Costa, dietro c’è anche la pressione della magistratura requirente, che vorrebbe “vedersi accogliere in modo automatico le richieste cautelari, come accade nella stragrande maggioranza dei casi”. Meno scontata è la soluzione per la quale, alla fine, opteranno la maggioranza di centrodestra e il governo Meloni. È vero che, come più volte ribadito dai due principali sponsor della riforma, il ministro Carlo Nordico e il suo vice Francesco Paolo Sisto, entro fine 2026 saranno immessi in organico 1.600 nuovi magistrati. Quell’iniezione di forze fresche nei tribunali più piccoli dove, come ha protestato ancora l’altro ieri Tango, le sezioni gip sono composte da due o al massimo tre giudici, sarebbe possibile. Ed è anche vero che l’avvocatura sul punto è determinatissima: il Cnf ha condiviso la decisione di rinviare l’entrata in vigore dal 25 agosto prossimo, data fissata da tempo, a fine febbraio 2027, a fronte dell’impegno governativo a non lasciare la riforma definitivamente ferma ai box. E nei giorni scorsi peraltro, anche l’Organismo congressuale forense è intervenuto a propria volta, e ha chiesto in una nota di non andare oltre: non è sopportabile, ha fatto notare l’Ocf, che “la tutela della libertà della persona sia soccombente rispetto a problemi organizzativi”. Anm da una parte e avvocatura dall’altra, dunque. Che farà il governo? Il rischio è legato al timing: entrata in vigore al 28 febbraio vuol dire che la mina di un nuovo conflitto con le toghe potrebbe deflagrare a meno di un mese e mezzo dalle Politiche, la cui data più probabile, al momento è l’11 aprile 2027. Se l’Anm decidesse di avviare una crociata bis, in replica a quella condotta con successo nella terra santa delle carriere separate, non si può escludere che riesca a catalizzare di nuovo un consenso trasversale, magari proprio attorno a un “No alla riforma che paralizza i processi di mafia e femminicidio”. Riecco il No, il più grande partito di massa che sia mai nato in Italia dopo il fiorire del Movimento 5 Stelle. Il centrodestra rischierebbe di trovarselo ricompattato a poche settimane dal voto. Di dover fronteggiare un’onda di insensato sdegno (insensato quanto nutrito da mistificazioni è stato il No referendario) e di pagarne a carissimo prezzo lo scotto nelle urne. Stavolta il rischio è di perdere il governo in favore del centrosinistra. Dalle parti del Campo largo già intuiscono la straordinaria opportunità di replicare l’alleanza referendaria fra sinistra e magistratura. Non a caso mercoledì a fare eco alle parole di Tango, è stata la senatrice Enza Rando, responsabile dem per la Legalità e la lotta alle mafie: “Il presidente Anm conferma i rilievi critici che avevamo espresso sull’introduzione del gip collegiale”, ha dichiarato la parlamentare del Pd, “siamo di fronte a un rischio concreto di rallentamento delle procedure cautelari e, conseguentemente, di indebolimento degli strumenti di prevenzione e contrasto dei reati mafiosi”. Quello che, salvo spericolate riforme elettorali, si avviava a essere un pareggio, potrebbe diventare un trionfo per l’attuale opposizione. Uno scenario raggelante, per il centrodestra. Che ora dovrà scegliere: sfidare il rischio di una nuova onda del No o cedere all’Anm e rimangiarsi la riforma. 27 giugno: perché Ustica non è Garlasco di Roberto Natale* Il Manifesto, 26 giugno 2026 L’anniversario non verrà di certo ignorato. Il problema è negli altri giorni dell’anno. L’anniversario non verrà di certo ignorato. Anche domani, per la quarantaseiesima volta, nel Consiglio comunale di Bologna ci si stringerà intorno a Daria Bonfietti e all’Associazione dei parenti delle vittime della strage di Ustica, per ripetere insieme a loro - come ogni 27 giugno - che la memoria di un Paese non si cancella e per condividere lo sgomento per la richiesta arrivata dalla procura di Roma: archiviare l’inchiesta aperta nel 2008 dopo le dichiarazioni dell’allora presidente emerito Cossiga, che per l’abbattimento del Dc9 Itavia aveva chiamato in causa la Francia. Domani si diranno le parole giuste. Il problema è negli altri giorni dell’anno. E una parte del problema è nella distratta stanchezza con la quale l’informazione, salvo lodevoli eccezioni, sta accompagnando la vicenda giudiziaria verso l’esito più sconfortante: nonostante le sollecitazioni di alcuni parlamentari e rappresentanti istituzionali; nonostante la tenacia con la quale Ordine dei giornalisti e Fnsi, Articolo21 e Libera - anche in memoria di Andrea Purgatori - ripetono “noi non archiviamo”. Le udienze ottengono pochi lanci di agenzia e ancor meno articoli o servizi. C’entrerà anche il tempo che è trascorso? Mica vero. Perché i vecchi casi irrisolti, i cold cases secondo la terminologia del genere crime, possono godere oggi di una straordinaria fortuna. L’esempio ce lo abbiamo sotto gli occhi da mattina a sera: Garlasco, oggetto da molti mesi di una diretta continua con il suo corredo di conduttori, legali, criminologi, psicologi. Quando vogliamo, 19 anni di distanza dai fatti non contano e Chiara, Alberto, Andrea li facciamo diventare quasi persone di famiglia; come era stato anni fa per Sara e zio Michele ad Avetrana; e prima ancora a Cogne, e poi Gravina di Puglia, e poi… È sacrosanto che anche tragedie private debbano avere “verità e giustizia”. Però esiste, almeno altrettanto importante, una rilevanza pubblica che dovrebbe guidare le scelte dell’informazione. È accettabile che la presenza della portaerei francese Foch nelle acque di Napoli la sera della strage di Ustica ci interessi meno della presenza di una certa bicicletta davanti alla villetta di Garlasco? È deontologicamente sostenibile che le operazioni di allora di aerei francesi e statunitensi riscuotano meno attenzione dei video intimi nel pc di Alberto Stasi? Proprio oggi prende il via il “Comitato per la corretta rappresentazione mediatica delle vicende giudiziarie in ambito radiotelevisivo”, che l’Agcom (Autorità per le garanzie nelle comunicazioni) ha opportunamente ricostituito, accogliendo le sollecitazioni venute da una parte dell’opinione pubblica e anche da rappresentanze giornalistiche per porre un argine all’overdose di Garlasco. Gli auguriamo ovviamente buon lavoro. Ma di Ustica purtroppo non avrà ragione di occuparsi, perché eccessi informativi proprio non se ne sono rischiati. È il nostro giornalismo che deve provvedere autonomamente: aiutando quelle 81 famiglie, e con loro un Paese intero, ad evitare un’umiliante archiviazione. *Consigliere di amministrazione della Rai L’addio a “Chi l’ha visto?”, il format inquisitorio che ha creato il processo mediatico di Maurizio Crippa Il Foglio, 26 giugno 2026 Ossessione per le vite degli altri, ritrovare è sempre un po’ punire. Nacque “Chi l’ha visto?” come esperimento della tivù parodistica del servizio pubblico di Angelo Guglielmi, che univa l’involucro del compito sociale al cinismo intellettuale dell’entomologo da Gruppo 63. “Il programma della Rai aveva costruito, nei decenni precedenti, un patto intimo con il pubblico: il patto di chi non ha risposte e spera di trovarle guardando la televisione. Uno spazio dove il dolore privato diventa pubblico, dove la disperazione incontra l’audience nel momento più fragile della narrazione”. È significativo che sia una considerazione, a suo modo perfetta, di Luca Cereda per Famiglia Cristiana: “Chi l’ha visto” ha sempre portato con sé l’ombra del peccato e della punizione. Essere ritrovati, in fondo, è un po’ anche essere giudicati. Federica Sciarelli lo va dicendo da anni, che questo ruolo da popolare e familiare santa dell’inquisizione “è molto faticoso”, proprio per il peso psicologico delle storie scovate, cucite e squadernate nel grande rito catartico della scomparsa e del ritrovamento. Cosa resta delle nostre ossessioni per le vite degli altri rese spettacolo? Resta la spinta fondamentale che il programma ha dato alla trasformazione del divano in giuria, e del protagonista o antagonista di quello che è, in fondo, solo un plot narrativo in una preda simbolica o reale (riportarlo a casa) da azzannare. Que reste-t-il de nos filatures? Ventidue anni, nemmeno Maigret avrebbe avuto tanta pazienza nel pedinare le vite degli altri: di questo si tratta, alla fin fine. Rintracciare qualcuno che era sparito, come una pedestre agenzia investigativa per abbandoni di tetti coniugali, più Tom Ponzi che Philip Marlowe. Magari uno sparito di sua volontà, scappato di casa come alternativa all’infelicità, o affirmative action dei cazzi suoi; oppure perché c’è da lenire meglio del Voltaren il dolore degli abbandonati (“assorbo il dolore dei famigliari”, ha confessato). Ma c’è sempre anche il caso di chi voleva semplicemente rifarsi una vita per i fatti suoi, come il tale di Bologna che finse un suicidio e abbandonò moglie e due figlie: lo riacciuffò lei, Federica Sciarelli di “Chi l’ha visto?”, la Miss Marple di Rai 3. Niente da fare, fosse così o fosse cosà, la grande portineria d’Italia è sempre in agguato. Nacque “Chi l’ha visto?” come esperimento della tivù parodistica del servizio pubblico di Angelo Guglielmi, che univa l’involucro del compito sociale al cinismo intellettuale dell’entomologo da Gruppo 63. “Il programma della Rai aveva costruito, nei decenni precedenti, un patto intimo con il pubblico: il patto di chi non ha risposte e spera di trovarle guardando la televisione. Uno spazio dove il dolore privato diventa pubblico, dove la disperazione incontra l’audience nel momento più fragile della narrazione”. Ma è successo molto, anche troppo di più, e di intimamente diverso in questi ventidue anni giunti all’addio e al bilancio antropologico da tirare. Non che il cambiamento sia tutta colpa di Sciarelli, ovvio: è il format che divora le sue stelle, come il drago dell’Apocalisse. Più ancora del Pleistocene del crime, il modello Leosini, più ancora del perpetuo giorno in pretura di Roberta Petrelluzzi - altra pietra angolare della trasformazione del servizio pubblico in servizio giudiziario scolpita da Guglielmi, magnifico Torquemada dell’occhio elettronico, “Chi l’ha visto?” è stato l’anticipazione del processo mediatico. Inteso come definitivo format nazionale del populismo realizzato. Quello che nel giro di due decenni s’è mangiato ogni parvenza della giustizia ordinata, sostituendola con “il sogno di un accesso alla verità liberata di ogni mediazione procedurale”, per dirla con il giudice francese Antoine Garapon, autore di “Del giudicare. Saggio sul rituale giudiziario”. Un libro pubblicato nel 2007: la versione di Sciarelli aveva appena cominciato a camminare. “I media risvegliano il sogno della democrazia diretta, il sogno di un accesso alla verità liberata di ogni mediazione procedurale”. Qui non si manda in galera nessuno, certo, ma il piacere sottile è quello di rimettere tutte le storie e le persone al loro posto, e ogni famiglia sia infelice a modo suo. Il disordine che genera l’ansia di chi muove “Chi l’ha visto?” è insopportabile al pubblico. Sopportabile diventa soltanto l’agnizione, il ritrovamento, o la punizione per la rottura del legame e per la fuga. Un anticipo di carcere simbolico, un gioco del controllo sociale e famigliare. Lavoro sostitutivo, sulla liberazione anticipata decide il magistrato di sorveglianza Il Sole 24 Ore, 26 giugno 2026 La Corte costituzionale, con la sentenza numero 114, depositata ieri, ha dichiarato non fondate questioni di legittimità costituzionale - sollevate dal Magistrato di sorveglianza di Napoli in relazione agli articoli 3 e 27, terzo comma, della Costituzione - degli articoli 69 e 69-bis della legge di ordinamento penitenziario. In particolare, il giudice a quo dubitava della costituzionalità di tali norme nell’interpretazione, costituente “diritto vivente”, secondo cui spetta al magistrato di sorveglianza (e non al giudice dell’esecuzione penale) la competenza a provvedere sull’istanza di liberazione anticipata anche nel caso in cui sia stata comminata, o applicata su richiesta, la pena del lavoro di pubblica utilità sostitutivo. Deduceva, innanzitutto, il rimettente che sarebbe stata una scelta legislativa “maggiormente lineare” attribuire tale decisione al medesimo organo giurisdizionale che ha comminato la pena sostitutiva, giacché esso, in sede esecutiva, “rimane competente a decidere in ordine a tutte le questioni relative allo svolgimento del lavoro di pubblica utilità”, ivi comprese le eventuali revoca e modifica della stessa, “mantenendo a tale scopo i contatti con l’ufficio di esecuzione penale esterna”. Di qui, pertanto, la denunciata violazione dell’articolo 3 della Costituzione, apparendo “manifestamente irragionevole” un assetto normativo che prevede l’intervento del magistrato di sorveglianza “solo nel momento premiale della liberazione anticipata”, risultando, per tutto il resto, il lavoro di pubblica utilità sostitutivo “sottratto alla sua vigilanza”, ponendosi, pertanto, la competenza a provvedere sull’istanza ex articolo 54 dell’ordinamento penitenziario come “elemento eccentrico rispetto al restante sistema normativo”. Veniva ipotizzata, inoltre, pure la violazione dell’articolo 27, terzo comma, della Costituzione, atteso che il finalismo rieducativo della pena sarebbe compromesso, poiché la decisione del magistrato di sorveglianza “rischia di essere meramente formale e pertanto incapace di cogliere, ad esempio, la lieve entità di talune violazioni, in tal modo pregiudicando il percorso rieducativo cui anche il condannato a pena sostitutiva viene avviato”. La Corte costituzionale, tuttavia, ha dichiarato non fondate entrambe le questioni. A tale esito è pervenuta evidenziando, in primo luogo, che le scelte del legislatore in materia di competenza degli organi giurisdizionali sono espressione di ampia discrezionalità, sindacabile ai sensi dell’articolo 3 della Costituzione solo se manifestamente irragionevoli. Evenienza che è stata esclusa nel caso di specie, in quanto la distribuzione “frazionata” di competenze tra il giudice dell’esecuzione e il magistrato di sorveglianza non appare irrazionale, ove si consideri che la pena sostitutiva de qua possiede (a differenza della semilibertà sostitutiva e della detenzione domiciliare sostitutiva) natura non detentiva, ciò che giustifica, per la modifica o revoca della stessa, l’intervento non del magistrato di sorveglianza, ma del giudice dell’esecuzione, svolgendosi questa con modalità interamente extramurarie. Parimenti, non irragionevole è stato ritenuto l’intervento del magistrato di sorveglianza allorché si debba provvedere, invece, in merito alla liberazione anticipata, essendo tale istituto oggetto di una competenza funzionale, avendo la Corte ribadito che “la valutazione circa la sussistenza dei presupposti della liberazione anticipata spetta, in base alla legge, al solo magistrato di sorveglianza: il quale, certo, dovrà considerare con attenzione il giudizio comunicatogli dall’amministrazione penitenziaria, nell’ambito però di una valutazione che egli dovrà compiere in autonomia, sulla base di parametri anche ulteriori rispetto alle periodiche relazioni dell’amministrazione penitenziaria”. Considerazioni, queste ultime, sulla base delle quali è stata esclusa pure la violazione dell’articolo 27, terzo comma, della Costituzione, dal momento che tale apprezzamento autonomo sui presupposti della liberazione anticipata da parte del magistrato di sorveglianza “costituisce il “fulcro” dell’istituto”. Brescia. Suicidio in carcere, la Camera penale: “Spaventosa deriva d’odio sui social” di Paola Buizza Brescia Oggi, 26 giugno 2026 L’associazione che riunisce gli avvocati penalisti interviene sul caso del 23enne che si è tolto la vita a Canton Mombello: “Fallimento del sistema”. “Un suicidio in carcere è sempre un fallimento del sistema”. Non usa mezzi termini la Camera Penale di Brescia che interviene con un comunicato sulla tragedia che si è consumata nel carcere di Brescia, dove un 23enne di origini indiane si è solto la vita. Il giovane - richiedente asilo in Italia da tre mesi - era stato arrestato domenica a Concesio per aver palpeggiato quattro ragazzine di tredici anni al parco acquatico Tibidabo. “Davanti alla perdita di una vita umana sotto la custodia dello Stato, il primo sentimento dovrebbe essere il silenzio e il rispetto” ma così non è stato. Per questo l’associazione che riunisce gli avvocati penalisti di Brescia, chiede a tutti di fare una riflessione che vada oltre il fatto di cronaca. Perché, ancora una volta, il popolo dei social ha dato di sé la peggiore immagine possibile, senza umanità, senza alcun rispetto per la morte. Pronta a linciare e niente altro. “Abbiamo assistito a una spaventosa e inaccettabile deriva d’odio sui social network. Parole cariche di ferocia e di festeggiamento per una morte che interpellano la nostra coscienza civile e giuridica. Come Camera Penale di Brescia, sentiamo il dovere di ricordare alcuni principi non negoziabili. Un arresto o un’accusa non equivalgono a una condanna. Nel nostro ordinamento, ogni persona è presunta innocente fino a sentenza definitiva”. E viene ribadito che “sostituire le aule di giustizia con il “tribunale dei social” è una deriva pericolosa per la democrazia. Quando una persona è privata della libertà, lo Stato diventa custode della sua incolumità fisica e, soprattutto, psichica. Un suicidio in carcere è sempre un fallimento del sistema. La gravità delle accuse non giustifica mai la disumanizzazione del presunto reo. La giustizia non è vendetta, né può essere lasciata in pasto alla rabbia della piazza virtuale”. Sono parole che ci interrogano, che interrogano la società tutta sempre più solo pronta a giudicare, a scagliarsi, a sentenziare. “Questa morte non è solo una notizia di cronaca, è una tragedia che avrebbe dovuto essere evitata. I commenti intrisi di violenza che leggiamo non portano maggiore sicurezza, ma calpestano i pilastri della nostra civiltà giuridica”. “Una società che abdica al diritto per abbracciare la barbarie del rancore ha già perso la sua battaglia più importante - conclude la Camera Penale di Brescia -. I principi dello Stato di diritto, della dignità umana e del giusto processo devono essere rispettati, nelle aule di tribunale così come nel dibattito pubblico”. Trento. Per i sanitari del carcere non è idoneo al Cpr ma viene trasferito ugualmente a Gradisca di Simone Casciano iltquotidiano.it, 26 giugno 2026 Un ex detenuto di Spini di Gardolo giudicato nel Centro dopo una seconda valutazione al pronto soccorso. Gli attivisti: “Ora se ne sono perse le tracce”. Per la sua condizione di salute psicofisica era stato giudicato “non idoneo” a entrare in un Centro di permanenza per i rimpatri (Cpr), eppure in questo momento si troverebbe dentro la struttura di Gradisca d’Isonzo (Gorizia). Condizionale d’obbligo perché nel frattempo di questa persona si sono perse le tracce, ma quello che è certo è che l’uomo ci è finito da Trento e nonostante il parere negativo di chi lo aveva visitato. Una storia che mette in luce un sistema, quello dei Cpr, in cui alle promesse di garanzie dei diritti umani, fa da contraltare una realtà più grigia. I fatti sono questi: per una persona detenuta nel carcere di Trento e arrivata a fine pena la questura aveva disposto il trasferimento nel Cpr di Gradisca, il personale sanitario riteneva che non fosse idoneo e ha dato parere negativo, a questo punto la questura ha ottenuto altrove un certificato che ne attestasse l’idoneità e lo ha trasferito lo stesso. I fatti risalgono a tre settimane fa, ma sono emersi solo ora grazie al lavoro della rete di attivisti che monitora i Cpr. Il giovane era alla fine del suo periodo detentivo nella casa circondariale di Spini di Gardolo. Sarebbe dovuto tornare in libertà, ma essendo sprovvisto di permesso di soggiorno, la questura ne ha disposto il trasferimento nel Cpr alla fine della pena detentiva. Forse per la “pericolosità sociale” che viene valutata dalla questura, anche se gli attivisti hanno un’altra visione. “Ormai di ufficio tutte le persone in uscita da un carcere che non hanno un permesso di soggiorno vengono mandate al Cpr - dicono - Non importa quale fosse la pena, non importa se avevano seguito positivamente un percorso di reinserimento, non importa la pericolosità sociale, li mandano tutti lì”. L’uomo doveva essere sottoposto a valutazione psicofisica. Come spiegato recentemente anche dalla prefetta Fusiello parlando del futuro Cpr di Trento, infatti le persone devono essere giudicate idonee al trattenimento nella struttura. Le persone possono essere giudicate non idonee per vari motivi. Può essere per un problema di salute mentale che sarebbe aggravata dal trattenimento nel Cpr, oppure per problemi di salute, patologie che richiedono cure specifiche e che in una struttura di trattenimento non sono disponibili. Per uno di questi motivi, il personale sanitario del carcere di Trento, che conosceva bene la persona avendola vista nel corso del tempo, aveva ritenuto che non fosse idonea alla permanenza in un Cpr e prodotto una documentazione contraria. A questo punto la prassi vorrebbe che la persona, alla fine del suo periodo detentivo, venisse liberata, ma è qui che questa storia prende una strana piega. Stando a quanto raccontato e verificato, il personale della questura di Trento, visto il parere negativo del personale sanitario del carcere, ha portato il giovane al pronto soccorso di Trento e chiesto a un medico dell’ospedale di valutarne l’idoneità al trasferimento nel Cpr, insomma di ripetere la valutazione che già era stata fatta ed era risultata negativa. Non è chiaro se il medico sapesse di questa documentazione contraria, sta di fatto che in questo caso la valutazione è risultata positiva all’ingresso nel Cpr. “Secondo me i medici del Pronto soccorso non erano a conoscenza del parere negativo - osserva un medico che si occupa di diritto della salute per i migranti - Perché non credo che un sanitario andrebbe mai contro il parere di un collega che peraltro conosce molto meglio il paziente”. A questo punto gli agenti hanno portato l’uomo al Cpr di Gradisca dove, al suo arrivo, hanno consegnato al medico della struttura il documento che ne attestava l’idoneità. L’uomo però in quel momento ha presentato la sua documentazione sanitaria, esami e referti da cui emergeva un quadro clinico che rendeva evidente la sua non idoneità a stare in un Cpr. A questo punto il medico di Gradisca avrebbe addirittura chiamato il carcere di Trento chiedendo delucidazioni. Il personale sanitario avrebbe confermato la propria valutazione negativa all’ingresso della persona in struttura, ma, nonostante questo, per l’uomo è stato disposto il trattenimento. Questa storia si lascia dietro alcune domande a cui sarà fondamentale dare risposta. Innanzitutto perché il parere del personale sanitario del carcere è stato ignorato e poi se quello del pronto soccorso fosse informato della precedente valutazione. Qual è stato il destino della persona e dove si trova ora. Infine se non sia necessario avere protocolli più chiari su quale autorità sanitaria è preposta a queste valutazioni, affinché il sistema non si trasformi in un documentificio. Rovigo. Carcere minorile, ancora materassi bruciati e quattro tentati suicidi Corriere del Veneto, 26 giugno 2026 S’inasprisce la situazione nel nuovo carcere in centro città, in Pronto soccorso due agenti penitenziari intossicati. Ancora proteste e disordini nel nuovo carcere minorile “Vivaldi” inaugurato lo scorso 8 gennaio. L’altra sera un paio di detenuti minorenni stranieri hanno incendiato un materasso dentro una cella. L’intervento dei vigili del fuoco ha sedato rapidamente le fiamme, ma due agenti penitenziari in Pronto soccorso per un’intossicazione. Un altro incendio di materassi ieri pomeriggio attorno alle 18, rendendo ancora una volta necessario l’intervento dei vigili del fuoco nella struttura in via Mazzini. Duro Gianpietro Pegoraro (Cgil penitenziari): “Il carcere minorile non doveva arrivare a Rovigo, spero sia ormai un fatto chiaro per tutti. Oltretutto il personale è abbandonato a sé stesso e, cosa secondo noi grave, il Gruppo di pronto intervento alla Casa circondariale per adulti non è stato attivato per intervenire”. Istituito nel 2024, questo gruppo (Gio) viene azionato su disposizione del capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap) per sedare rivolte, risse o gravi disordini negli istituti penitenziari quando le risorse locali non sono sufficienti. Pegoraro aggiunge: “Martedì scorso quattro tentativi di suicidio da parte di detenuti minorenni, tutti sventati dagli agenti”. Amareggiato il commento della sindaca Valeria Cittadin: “Dispiace soprattutto per i residenti che subiscono situazioni di disturbo. Non ci possiamo nascondere, i disagi esistono. Valuteremo se aprire un’interlocuzione col ministero della Giustizia per spostare la struttura fuori dal centro città, ma è un’impresa quasi impossibile”. Dentro al “Vivaldi” prende avvio un progetto di recupero. I giovani imprenditori di Confagricoltura Rovigo (Anga), l’istituto agrario di Sant’Apollinare e l’istituto penale minorile di Rovigo hanno avviato una collaborazione per realizzare un piccolo orto all’interno della struttura detentiva. L’iniziativa vedrà Anga Rovigo impegnata nella gestione e nel coordinamento del progetto, mentre la parte operativa sarà affidata ai tecnici dell’istituto agrario. Massa Carrara. Il carcere fra luci e ombre. Troppi detenuti, pochi agenti ma tante attività positive di Luca Cecconi La Nazione, 26 giugno 2026 È secondo in Toscana per il sovraffollamento con 290 detenuti (118 stranieri) anziché 175. Il 30% è per reati di droga. Sono 80 i tossicodipendenti. All’Ipm 40 nuovi ingressi. È al top invece sul fronte del lavoro, con la tessitoria, della formazione e della scuola. Bastano due numeri per comprendere la situazione. Le persone detenute nel carcere di Massa sono 290 (118 sono stranieri) a fronte di una capienza di 175 unità. Il tasso di sovraffollamento effettivo è del 170%. L’organico previsto di polizia penitenziaria è di 140 agenti, gli effettivi invece sono 116. I dati, ufficiali, sono riferiti al 31 marzo scorso e provengono dalla Relazione annuale del Garante regionale delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale, Giuseppe Fanfani, resa nota dalla Regione Toscana su fonte del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Il problema del sovraffollamento riguarda tutto il complesso penitenziario italiano ed è diventato ormai strutturale. Massa, da quanto punto di vista, ha il secondo dato peggiore della Toscana, dove tutti gli istituti sono comunque ampiamente sopra il limite della capienza (tranne Volterra), dietro solo a Lucca (il tasso è del 240%) e davanti ad Arezzo (168%) e Firenze-Sollicciano (158%). La media regionale è del 134,8%. Ricordiamo che nella nostra regione sono oggi presenti 16 istituti penitenziari per adulti, a cui si sommano due istituti per minorenni (Ipm), uno dei quali (femminile) a Pontremoli, e due residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza (Rems). A Massa, tra l’altro, manca il garante dei detenuti, pur avendo una delibera istitutiva e avendolo avuto in passato. Ma non si è più proceduto alla nomina dopo la scadenza, ormai da molti anni. In Toscana manca solo a Grosseto, Massa Marittima ed Empoli. È una figura importante che fa da collegamento tra il carcere e le amministrazioni pubbliche. Dei 298 detenuti presenti a Massa, quasi il 40% è straniero. Il 90% circa è stato condannato in via definitiva, il 10% sono imputati. Per quanto riguarda i reati, oltre il 30% dei reclusi è inerente al traffico di droga. Ci sono 80 detenuti tossicodipendenti. Nel 2025 si è registrato anche un suicidio (5 in tutta la Toscana) nonchè un tentato suicidio (133 tentativi nella regione). Nel conto del carcere a Massa bisogna aggiungere 43 casi di autolesionismo. Numeri in aumento anche per l’Ipm di Pontremoli, così come per le Comunità e i Centri di prima accoglienza (Cpa), ovvero quei luoghi in cui i minori fermati, accompagnati o arrestati in flagranza di reato sono accolti temporaneamente, fino alla decisione del giudice sulla convalida e comunque fino a un massimo di 96 ore. Vale la pena ricordare una frase del presidente della Repubblica Sergio Mattarella che racchiude molto bene la ‘filosofia’ della Costituzione sul tema carcerario: “Il reinserimento dei reclusi nella società è un obbligo, una scelta di civiltà e un investimento per la sicurezza della cittadinanza. Ogni suicidio in carcere è una sconfitta dello Stato”. A Pontremoli i nuovi ingressi, nel 2025, sono stati 40 (21 italiane e 19 straniere). Un aumento dovuto al legislatore e in particolare al Decreto Caivano del 2023 che ha di fatto mutilato lo strumento della ‘messa alla prova’ proprio nei casi in cui poteva meglio fare la differenza rispetto alla pena. Accanto a questo va aggiunto l’aumento della pena per fatti di lieve entità legati alle sostanze stupefacenti. Sovraffollamento e mancanza di personale sono problemi gravi, ma il carcere di via Pellegrini presenta anche molti aspetti positivi. Pochi giorni fa c’è stata la visita istituzionale del deputato Fabrizio Benzoni (Azione) che ha ‘promosso’ la struttura. “Massa - ha detto l’onorevole bresciano che ha visitato numerosi istituti - è un buon esempio di quello che dovrebbe essere un carcere. Non solo un luogo di detenzione ma di recupero e reinserimento. Perchè qui i detenuti possono lavorare e fare formazione. Ci sono spazi, capannoni... Insomma, ci sono le premesse affinchè coloro che entrano in questo carcere non debbano poi tornarci”. Uno dei punti focali infatti è proprio questo. Il reinserimento non è solo una questione di umanità e di diritti, ma anche di sicurezza e di costi. Nelle carceri dove si lavora davvero e dove ci sono relazioni con il mondo esterno, solo il 5% dei detenuti torna in carcere, altrimenti la recidiva sfiora il 70%. Ma in Italia lavora meno dell’8% dei detenuti e quindi la maggioranza dei reclusi torna a commettere reati. Il fallimento del sistema carcerario è una sconfitta per la società e un grande problema per tutti in termini anche di sicurezza. Le soluzioni? Nuove strutture dove sviluppare le attività lavorative e culturali, non solo posti letto. Ma soprattutto uno scatto culturale dove il carcere deve diventare l’extrema ratio. Arezzo. Metà celle inutilizzabili. Fanfani: “Lavori fermi e non c’è ancora una data” di Gaia Papi La Nazione, 26 giugno 2026 La relazione del garante regionale dei detenuti segnala la “linea rossa”. A pesare i problemi strutturali che impediscono il pieno uso della struttura. Nel dossier emergono i punti critici legati agli interventi di ristrutturazione. “È una situazione inaccettabile. I lavori sono fermi da anni e, cosa ancora più grave, non esiste nemmeno una data per la loro ripartenza”. Giuseppe Fanfani, garante regionale dei detenuti della Toscana, non nasconde la propria amarezza di fronte a una delle principali criticità della casa circondariale di San Benedetto. Il tema emerge con forza nella Relazione annuale 2026 sull’attività svolta nel 2025, che dedica un focus anche al carcere aretino. A differenza di molti istituti penitenziari italiani, Arezzo non vive l’emergenza del sovraffollamento. Eppure i problemi non mancano. La relazione, che contiene anche il contributo della garante comunale Sandra Rogialli, descrive una struttura che riesce a mantenere condizioni complessivamente dignitose grazie all’impegno del personale, ma che continua a essere penalizzata da carenze strutturali e da una popolazione detenuta sempre più fragile. Il nodo principale resta quello dei lavori di ristrutturazione. L’area detentiva continua a essere ospitata in locali provvisori e il cantiere aperto anni fa è ancora fermo. “È il simbolo di una pubblica amministrazione che non riesce a dare risposte ai cittadini”, osserva Fanfani. Una situazione che pesa sul presente e sul futuro dell’istituto, anche perché il completamento degli interventi consentirebbe di recuperare spazi oggi inutilizzabili. Secondo il garante regionale, il vero punto di forza di San Benedetto è rappresentato dalle sue dimensioni contenute. “Arezzo gode del privilegio dei piccoli carceri. Qui le persone non sono numeri e chi ha bisogno di essere ascoltato riesce più facilmente a trovare interlocutori”. Una caratteristica che distingue l’istituto aretino da realtà come Sollicciano o altri grandi penitenziari italiani. Fanfani invita però a non confondere l’assenza di sovraffollamento con condizioni ottimali. “Ad Arezzo non c’è il sovraffollamento che vediamo altrove, ma le regole della detenzione restano quelle del sistema italiano”. Il riferimento è agli spazi ridotti a disposizione dei detenuti e a condizioni di vita che, pur meno critiche rispetto ad altri istituti, restano lontane da standard ideali. La relazione evidenzia inoltre numerose criticità strutturali. Gli impianti risultano datati, alcuni ambienti soffrono di problemi di umidità e gli spazi per attività sportive e ricreative sono limitati. Sul piano numerico il carcere ospita poco meno di quaranta detenuti. I reati più frequenti sono quelli legati agli stupefacenti, ai furti e alle rapine, ma cresce anche la presenza di persone detenute per maltrattamenti in famiglia. Gli stranieri rappresentano circa la metà della popolazione carceraria. Dalla relazione emerge quindi l’immagine di un carcere lontano dalle emergenze numeriche che caratterizzano altre realtà italiane, ma bloccato da problemi cronici che attendono ancora una soluzione. A partire da quei lavori di ristrutturazione che, secondo Fanfani, rappresentano oggi la questione più urgente e più difficile da comprendere. Perché, a distanza di anni dall’apertura del cantiere, nessuno è ancora in grado di dire quando ripartiranno. Milano. Dieci anni di ostie fatte in carcere, progetto di lavoro e dignità da Opera al resto del mondo di Alessandra Sessa Corriere della Sera, 26 giugno 2026 Il progetto di lavoro e dignità lanciato nel 2016 dalla Casa dello Spirito e delle Arti di Arnoldo Mosca Mondadori con la benedizione di Papa Francesco: partito dall’istituto milanese, oggi conta 33 laboratori a cui se ne aggiungeranno presto otto in Brasile e altri due in Italia. Acqua, farina e dignità. Nelle ostie preparate dai detenuti c’è un ingrediente che porta sull’altare un sapore di speranza. Sono le particole prodotte dai laboratori eucaristici de “Il senso del Pane”, un progetto ideato da Fondazione Casa dello spirito e delle arti e dal suo presidente Arnoldo Mosca Mondadori. Era il 2016 quando venne aperto il primo nel carcere milanese di Opera “con persone detenute, ma che si erano rese conto del loro reato. Sono state retribuite per il loro impiego - sottolinea Mosca Mondadori - e proprio la dignità del lavoro è cruciale in questo progetto”. Lo dimostrano le tante storie che in dieci anni si sono incrociate nei 33 laboratori, a cui se ne aggiungeranno otto in Brasile e altri due nel nostro Paese. Un percorso che ha visto la consacrazione di ben due papi: papa Francesco nel 2016 e papa Leone qualche mese fa. Ma sebbene si parli di Eucarestia, il senso di questo Pane va ben oltre la fede. “Ci sono anche non cattolici e non credenti poiché in questi spazi le persone trovano la pace”. Un esempio? “Eravamo a Bollate - ricorda Arnoldo - e dialogando con una ragazza musulmana lei mi disse: “questo progetto arriva a tutte le chiese e porta il perdono, il sollievo e la consolazione”“. Non solo in carcere, la speranza accesa da questo progetto ha raggiunto persino contesti di guerra come Gaza. Lo racconta padre Gabriel Romanelli, parroco della Chiesa gazawa della Santa Famiglia che grazie al progetto ha ricevuto macchinari e attrezzi per la realizzazione delle ostie: “Ogni giorno abbiamo celebrato la messa tra il suono di bombe, esplosioni, schegge. Senza Gesù, Gaza sarebbe un inferno”. Fra i sostenitori de “Il senso del Pane” figurano Fondazione Santo Versace, Fondazione Carlo Acutis e Fondazione Pedrollo. Ma il primo motore che ha permesso l’avvio di tutto è stato Fondazione Ennio Doris Ets. “Non posso scordare gli occhi di Ennio quando gli parlai del primo laboratorio. Fu un attimo - ricorda Arnoldo Mosca Mondadori - e disse subito di sì”. Con il sostegno del banchiere scomparso nel 2021, infatti, il progetto ha iniziato a espandersi in diversi Paesi. Del resto, come ricorda la figlia Sara Doris “mio papà diceva sempre: io se posso aiuto tutti. Il suo era un senso di gratitudine verso la vita, che lo aveva fatto crescere in una famiglia povera, ma ricca di amore”. E di gratitudine si parla anche nelle carceri brasiliane Apac (Associazione di protezione e assistenza ai condannati), un sistema di giustizia riparativa alternativo, dove a fronte del riconoscimento delle proprie colpe si segue un rigoroso percorso di lavoro con meno sbarre e polizia. È qui che sono stati aperti diversi laboratori eucaristici, crocevia di tante altre storie. “Mi colpì quella di una persona detenuta evasa più volte dalle carceri. Fino a quando, messa in un istituto Apac senza poliziotti e senza controllo, smise di evadere. Ai magistrati - conclude Arnoldo - disse: dall’amore nessuno fugge”. Forse è questo il sapore più intenso che il pane può restituire. Roma. “Comunicare il carcere: informazione, diritti e responsabilità del giornalismo” collettiva.it, 26 giugno 2026 Il corso di formazione organizzato da Collettiva e Cgil rivolto ai giornalisti. Come raccontare il carcere senza stereotipi, garantendo il diritto all’informazione e il rispetto della dignità delle persone detenute? Quale ruolo può svolgere il giornalismo nel favorire una conoscenza più approfondita della realtà penitenziaria e delle sue criticità? A questi interrogativi proverà a rispondere il corso di formazione “Comunicare il carcere e dal carcere. Informazione, diritti e responsabilità del giornalismo” organizzato da Collettiva e Cgil Nazionale con il riconoscimento dell’ordine dei giornalisti del Lazio, in programma il 26 giugno 2026, dalle ore 10 alle 14, presso la sede nazionale della Cgil a Roma. L’iniziativa riunirà giornalisti, operatori dell’informazione, studiosi e protagonisti del mondo della giustizia per una riflessione sul modo in cui il carcere viene rappresentato nei media e sulle opportunità offerte da una comunicazione capace di dare voce anche a chi vive la detenzione. Dopo i saluti istituzionali del presidente dell’Ordine dei giornalisti del Lazio, Guido D’Ubaldo e della segretaria nazionale della Cgil Daniela Barbaresi, il confronto sarà aperto dall’introduzione di Denise Amerini della Cgil Nazionale. Interverranno, tra gli altri, il Garante dei detenuti del Lazio Stefano Anastasia, la giornalista di Radio Vaticana/Vatican News Roberta Barbi, lo scrittore Sandro Bonvissuto, l’autrice Rai Maria Cristina Bordin, il vicedirettore di Voci di dentro Claudio Bottan, la giornalista Rai Daniela de Robert e il direttore di Liberetà Giuseppe Mennella. Le conclusioni saranno affidate ad Alessandra Tersigni, Cgil Nazionale. L’evento, moderato dalla giornalista di Collettiva Patrizia Pallara, è riconosciuto dall’Ordine dei giornalisti del Lazio e attribuisce 6 crediti deontologici ai professionisti partecipanti. Firenze. Sollicciano, la storia di un carcere per ripensarne il futuro societadellaragione.it, 26 giugno 2026 Giovedì 2 luglio, dalle ore 10 alle 13, la Società della Ragione ospita a Firenze un seminario di discussione a partire dallo studio di Corrado Marcetti dedicato alla storia del carcere di Sollicciano. Un’occasione per conoscere le origini e le trasformazioni dell’istituto, comprendere le ragioni del suo degrado e costruire proposte capaci di restituire dignità alla vita delle persone detenute. Sollicciano non è soltanto il nome di un carcere segnato da condizioni materiali ormai intollerabili. È anche la storia di un progetto nato negli anni della riforma penitenziaria, attraversato dalle aspirazioni di cambiamento di quella stagione e progressivamente svuotato dei suoi elementi più innovativi. A ricostruire questa vicenda è Corrado Marcetti nel volume “Sollicciano. Storia di un carcere”, di prossima pubblicazione a cura del Garante dei detenuti regionale della Toscana. Lo studio segue il lungo percorso che conduce dalla dismissione delle carceri storiche fiorentine delle Murate, di Santa Verdiana e di Santa Teresa alla costruzione del nuovo complesso nella periferia sud-occidentale della città. Il progetto vincitore del concorso del 1973 immaginava Sollicciano non come una fortezza separata, ma come un “brano di città”: un insieme di percorsi, piazze, aree verdi, luoghi per il lavoro, la formazione, la cultura e le relazioni. La quotidianità avrebbe dovuto svolgersi prevalentemente fuori dalle celle, accompagnando i principi della riforma dell’ordinamento penitenziario che sarebbe stata approvata nel 1975. Quelle intenzioni furono però rapidamente sacrificate alla centralità della sicurezza e della custodia. Il progetto venne modificato, la riforma in larga parte disapplicata e gli spazi furono gestiti secondo una logica afflittiva e segregativa. Il risultato è il paradosso di un istituto che ospita un’opera straordinaria come il Giardino degli Incontri di Michelucci, ma che è diventato uno dei simboli della crisi penitenziaria italiana. Sovraffollamento, infiltrazioni, caldo insopportabile, servizi igienici inadeguati, infestazioni e carenza di spazi realmente utilizzabili hanno prodotto condizioni contrarie alla dignità della persona e ai principi costituzionali. La decisione della magistratura fiorentina di sottoporre a sequestro preventivo sette sezioni ha reso visibile a tutti un’emergenza denunciata da anni. La risposta, tuttavia, non può ridursi alla manutenzione degli edifici né alla promessa di un carcere nuovo e “fiammante”. La storia ricostruita da Marcetti invita a diffidare della scorciatoia della demolizione e della costruzione di un altro grande contenitore detentivo. Occorre invece inserire gli interventi strutturali in un progetto culturale e sociale complessivo, capace di riaprire il carcere alla città, recuperare gli spazi abbandonati, rilanciare la scuola, l’università, il lavoro, il teatro e il Giardino degli Incontri. Significa anche predisporre luoghi per l’affettività e i colloqui senza controllo visivo, sviluppare progetti di abitazione e reinserimento, ampliare le misure alternative e offrire risposte territoriali alle dipendenze, al disagio psichico e alle condizioni di marginalità che oggi vengono concentrate dentro il carcere. Sollicciano ospita infatti una popolazione segnata da vulnerabilità sociali, sanitarie ed economiche alle quali l’istituzione penitenziaria non è in grado di rispondere. Il seminario del 2 luglio vuole partire dalla memoria per discutere il presente e reinventare il futuro. Non per salvare semplicemente un edificio, ma per affermare una diversa idea della pena, fondata sulla dignità, sulle relazioni, sulla responsabilità pubblica e sul reinserimento sociale. Giovedì 2 luglio 2026, ore 10-13 Sede della Società della Ragione Via di San Salvi 12, Firenze Pisa. Dal dialogo con le persone detenute nuovi strumenti per l’educazione alla salute di Gerardo Pastore, Erica De Vita e Lara Tavoschi unipi.it, 26 giugno 2026 Alla Casa Circondariale Don Bosco di Pisa presentati gli esiti della co-creazione del progetto europeo Partner. Il 22 giugno 2026 il team dell’Università di Pisa impegnato nel progetto europeo Partner ha incontrato le persone detenute della Casa Circondariale Don Bosco di Pisa per restituire i risultati delle attività di co-creazione realizzate nell’ambito del progetto. All’incontro hanno preso parte Gerardo Pastore, Erica De Vita e Lara Tavoschi, componenti del gruppo di lavoro pisano. Partner - Participatory Approach for Training, Empowerment, and Health Education Resources in Prisons è un progetto europeo coordinato dall’Università di Pisa, con Lara Tavoschi come Principal Investigator. Il progetto coinvolge partner di diversi Paesi europei: Prolepsis Institute in Grecia, Centre Hospitalier Universitaire de Montpellier in Francia, National Administration of Penitentiaries della Repubblica Moldova e ASST Santi Paolo e Carlo. Partner è dedicato alla promozione dell’educazione alla salute e della health literacy nei contesti penitenziari e mira a sviluppare materiali formativi rivolti sia alle persone che vivono in carcere sia al personale penitenziario, a partire dall’ascolto dei bisogni, delle esperienze e delle proposte raccolte attraverso attività di co-creazione. Prima dell’incontro di restituzione con le persone detenute, il team dell’Università di Pisa ha svolto un confronto con il personale dell’area medica, dell’area educativa e con il personale di custodia. Il dialogo ha permesso di discutere lo sviluppo dei materiali formativi e di raccogliere ulteriori elementi di riflessione da parte delle figure professionali che operano quotidianamente nel contesto penitenziario. La restituzione ha coinvolto 15 persone detenute, donne e uomini provenienti sia dalla sezione femminile sia dalla sezione maschile dell’istituto. L’incontro ha rappresentato un passaggio importante del progetto, perché ha permesso di mostrare come i contributi raccolti durante le attività di co-creazione stiano orientando la costruzione dei materiali formativi attualmente in fase di sviluppo. La discussione è stata fortemente partecipata e ha prodotto riflessioni significative sul significato della salute in carcere e oltre il carcere. Tra i temi ricorrenti sono emersi informazione, fiducia e diritti, concetti riconosciuti come centrali per promuovere salute, benessere e accesso consapevole ai servizi nei contesti di privazione della libertà. Word cloud elaborata a partire dalle attività di co-creazione del progetto PARTNER. L’immagine restituisce alcuni dei temi emersi dalle riflessioni delle persone partecipanti sul significato della salute in carcere, tra cui informazione, fiducia, diritti, ascolto, cura, prevenzione e partecipazione. Le persone partecipanti hanno sottolineato come l’educazione alla salute possa produrre effetti che superano il tempo della detenzione, contribuendo a sviluppare conoscenze e competenze utili anche dopo la scarcerazione. Dal confronto è emersa inoltre una lettura della salute come questione condivisa, che attraversa l’intera comunità penitenziaria e coinvolge, seppure da posizioni diverse, sia le persone detenute sia chi lavora quotidianamente in carcere. In questa prospettiva, la promozione della salute richiede strumenti capaci di favorire comprensione reciproca, accesso consapevole alle informazioni e collaborazione tra le diverse componenti dell’istituto. Durante la discussione è stato richiamato anche il tema del genere, indicato come una dimensione ancora poco tematizzata nei contesti penitenziari, ma rilevante per comprendere bisogni di salute, condizioni di benessere ed esperienze quotidiane di donne e uomini che vivono in carcere. Disegno realizzato da una persona detenuta durante l’incontro di restituzione del progetto Partner, svoltosi il 22 giugno 2026 nella Casa Circondariale Don Bosco di Pisa. Lo schizzo restituisce, dal punto di vista di chi ha partecipato, lo spazio di ascolto, dialogo e co-creazione che ha caratterizzato la mattinata. Il team Partner dell’Università di Pisa ringrazia la Direzione della Casa Circondariale Don Bosco, la Direzione del Centro Clinico, il personale dell’area educativa, dell’area medica e il personale di custodia per aver reso possibile l’incontro. Un ringraziamento particolare va alle persone detenute che hanno partecipato alla sessione, per il tempo, l’attenzione e la qualità delle riflessioni condivise. Le loro voci continueranno a svolgere un ruolo centrale nello sviluppo del progetto Partner e nella costruzione di interventi educativi capaci di rispondere in modo concreto ai bisogni delle comunità penitenziarie. Roma. Festa della Musica alla Casa circondariale Maschile di Rebibbia Nuovo Complesso Ristretti Orizzonti, 26 giugno 2026 Anche quest’anno, in occasione della 32ª edizione della Festa della Musica - l’evento musicale che si tiene ogni anno il 21 giugno per celebrare il solstizio d’estate in più di 120 nazioni in tutto il mondo - l’Amministrazione Penitenziaria con la Direzione della Casa circondariale Maschile di Roma Rebibbia, guidata dalla Dott.ssa Teresa Mascolo, l’organizzazione dell’Area trattamentale dell’Istituto, in collaborazione con il personale di Polizia Penitenziaria hanno realizzato, per domani venerdì 26 giugno, dalle 17.00 alle 21.00, una giornata di musica e spettacolo per i detenuti dell’Istituto di pena. Verso questa iniziativa, a cui parteciperanno circa 100 detenuti con le loro famiglie, hanno espresso la loro solidarietà molti artisti del mondo dello spettacolo. Grazie anche al supporto di diverse associazioni tra cui VIC (Volontari in carcere) e PFIt (Prison Fellowship Italia) - che operano da anni all’interno del sistema detentivo - saranno presenti numerosi ospiti. Tra questi: Simone Cristicchi e Amara, figure di spicco del nostro panorama artistico, sempre in prima linea nel promuovere iniziative di solidarietà e di sostegno verso gli ultimi. Presenti anche la cantante Beba Albanesi, i comici Marco Capretti, Geppo e molti altri artisti. Inoltre, prenderanno parte all’evento Ilaria Spada e Raffaella Mangini, da anni impegnate con l’Associazione Metide e nel presentare film promuovendo la cultura cinematografica nelle carceri. Lo spettacolo sarà presentato dai comici Cristian Generosi e Barbara Boscolo (i “Sequestrattori”) insieme a Elisabetta Ferracini. Molto attesa anche l’esibizione di alcuni detenuti - che hanno frequentato per un anno il laboratorio musicale dell’istituto guidato da Stefano De Angelis - con la band “Onorati Coffee Maker”. Tutti contribuiranno, con il proprio talento e la propria arte, a portare qualche ora di leggerezza e di gioia all’interno del carcere. La giornata di festa e solidarietà si concluderà con un buffet offerto dalle varie Associazioni che lavorano all’interno dell’Istituto La relazione nella città reclusa di Marella Santangelo* casadellacultura.it, 26 giugno 2026 Nel confronto con una letteratura che sempre più spesso assume il progetto architettonico come pratica di conoscenza, ciò che emerge con maggiore forza nel libro di Andrea Di Franco, Marianna Frangipane e Gianfranco Orsenigo - “Progettare in carcere. Gli spazi di relazione nella città reclusa” (Lettera Ventidue, 2025) - è la scelta di non assumere il carcere come oggetto teorico astratto, ma come luogo attraversato, abitato e praticato nel tempo. Il volume nasce da un’esperienza lunga e continuativa di ricerca-azione, sviluppata nell’arco di circa un decennio, in cui il progetto viene messo alla prova all’interno delle condizioni materiali, istituzionali e relazionali della detenzione. È a partire da questa posizione situata che il libro costruisce la propria riflessione, intrecciando sperimentazione progettuale, presenza e analisi critica. Il volume offre un ulteriore contributo agli studi interdisciplinari sul carcere contemporaneo, che hanno posto al centro della riflessione accademica e progettuale la dimensione spaziale della detenzione. L’operazione non mira alla costruzione di modelli astratti o generalizzabili, ma assume il carcere come un tempio di sperimentazione concreta, in cui il progetto diventa strumento di conoscenza critica, capace di operare dall’interno delle condizioni istituzionali esistenti. Gli autori propongono un’analisi approfondita della forma dello spazio come chiave interpretativa delle dinamiche interne al carcere, adottando una prospettiva che oltrepassa la concezione dello spazio come mero contenitore funzionale e lo riconosce come un potenziale attore nei processi di relazione. Un elemento che merita particolare attenzione è il rapporto, mantenuto lungo tutto il testo, tra riflessione teorica e pratiche progettuali: una coerenza che consente di evitare una frattura tra riflessione critica e operatività progettuale. L’impostazione adottata si colloca in continuità con le più recenti teorie critiche dell’architettura, che riconoscono la non neutralità dello spazio costruito e il suo ruolo nella produzione di comportamenti, relazioni e forme di soggettività. Nel contesto carcerario, questa prospettiva assume un valore particolarmente pregnante, poiché lo spazio diventa terreno di negoziazione tra istanze di controllo e possibilità di umanizzazione, incidendo direttamente sulle condizioni di vita e sull’esperienza quotidiana della pena. Il progetto, inteso in questa accezione ampliata, si fonda su alcune parole chiave ricorrenti - relazione, cura, responsabilità - che attraversano l’intero volume e ne costituiscono l’ossatura teorica. L’organizzazione del libro riflette l’esperienza di ricerca e progettazione condotta dagli autori, articolandosi in contributi che alternano riflessione teorica, analisi critica e restituzione dei processi progettuali. La narrazione dei casi di studio, accompagnata da una consistente dotazione iconografica di disegni e fotografie, accompagna il lettore attraverso le diverse fasi del progetto: dall’osservazione all’intervento, dalla co-progettazione alla sperimentazione critica. Ne emerge con chiarezza una concezione del progetto come processo di apprendimento, più che come produzione di esiti formali, in cui il valore dell’esperienza progettuale risiede tanto nel fare quanto nel comprendere. Nella prima parte del volume, i saggi degli autori concorrono a definire il carcere come “problema progettuale”. Il contributo di Andrea Di Franco prende avvio dall’esperienza del Politecnico Off Campus di San Vittore, uno dei laboratori fuori le mura del Politecnico di Milano, restituendo un contesto in cui la speranza progettuale si rende tangibile. Una speranza come postura operativa che agisce all’interno di un sistema strutturalmente fondato sulla limitazione. Il progetto è chiamato a operare nel carcere, accettandone i vincoli e lavorando su micro-trasformazioni spaziali e relazionali capaci di produrre effetti concreti sulle pratiche quotidiane e sulle esperienze dei soggetti coinvolti. Questa dimensione processuale viene ulteriormente approfondita nel saggio di Marianna Frangipane, che affronta in modo esplicito la tensione concettuale tra carcere e relazione, definita come un vero e proprio ossimoro di progetto. Il contributo di Gianfranco Orsenigo insiste invece sulla centralità dell’esperienza diretta e corporea come condizione necessaria per comprendere e progettare gli spazi della pena. Questa impostazione trova una traduzione operativa nell’esperienza del Laboratorio Carcere, inteso come dispositivo di ricerca-azione fondato sulla presenza continuativa e sulla sperimentazione progettuale in situ. Attraverso la realizzazione di prototipi spaziali puntuali la ricerca testa il possibile, introducendo discontinuità all’interno di un sistema istituzionale caratterizzato da rigidità e inerzia. La sezione centrale del volume è poi costituita dal Diario 2014-2024, una timeline che restituisce il carattere della ricerca-azione attraverso una narrazione cronologica delle attività svolte. Il diario non documenta soltanto gli esiti progettuali, ma rende visibili incertezze e negoziazioni, mostrando come il progetto in carcere sia il risultato di un continuo adattamento alle condizioni istituzionali e ai soggetti coinvolti. La dimensione temporale assume qui un ruolo cruciale, mettendo in discussione le logiche tradizionali della progettazione architettonica e sottolineando la necessità di lavorare su tempi lunghi e stratificati. *Professore ordinario in Composizione Architettonica e Urbana, direttrice del Dipartimento di Architettura dell’Università degli Studi di Napoli “Federico II”. Oltre le sbarre: “Così siamo tornati a vivere” di Giorgio Paolucci Avvenire, 26 giugno 2026 In un libro di Giorgi Pieri viene raccontato il modello di un percorso che scommette sulle persone e sulla forza rigeneratrice delle relazioni. Nelle Comunità educanti con i carcerati, i condannati per reati gravi riscoprono il valore della relazione. Vite pericolanti, esistenze ferite in cerca di guarigione. E incontri che aiutano a cambiare direzione, grazie a una medicina potente che si chiama comunità, dove detenuti, disabili, operatori e volontari costruiscono insieme pezzi di umanità nuova. Sono gli ingredienti delle Cec (Comunità educante con i carcerati), residenze che ospitano persone condannate per omicidi, rapine, furti, reati sessuali che, con l’approvazione del magistrato di sorveglianza, intraprendono un percorso di rigenerazione materiale e spirituale. Un’alternativa alla detenzione raccontata nel libro La comunità che guarisce (edizioni Sempre), scritto da Giorgio Pieri, figlio spirituale di don Benzi e responsabile del Progetto Cec. Le storie di questi uomini “rinati” raccontano il segreto del loro cambiamento. Domenico è finito dentro per avere ucciso un carabiniere dopo una rapina a mano armata, con inseguimento: “mors sua vita mea”, si è sempre giustificato così. In carcere prendeva rapporti disciplinari per comportamenti violenti: “Dovevo fare il duro per dimostrare che non avevo paura, ma di notte sotto le lenzuola piangevo la mia miseria”. In comunità ha trascorso gli ultimi tre anni della condanna. “Qui mi sono reso conto di quello che ho fatto: ho tolto una vita. Un delitto irrimediabile, che nessuna pena può rimediare”. In questo mistero di sofferenza ha ritrovato l’amore della moglie e delle figlie e ha scoperto cos’è la misericordia. Le persone del gruppo - operatori, volontari e recuperandi, come vengono chiamati gli ospiti di queste residenze - lo hanno apprezzato per quello che è. Domenico ha cominciato a vivere, a lavorare, si è rimesso in cammino. Antonio, con un padre alcolizzato, decide da giovane di farsi carico della sua famiglia. Sente infatti che né i carabinieri, che ogni tanto gli entravano in casa, né gli assistenti sociali se ne prendono cura. Ci pensa lui: diventa un trafficante e un consumatore di droga. Definisce il giorno del suo arresto, dopo vent’anni di malavita, “il giorno della mia liberazione da una vita assurda”. Quando gli è stato chiesto “cosa hai di bello tu?”, ha risposto: “Le mie fragilità”. Che vanno riconosciute e accettate: è l’unico modo per non rimanerne schiacciati. Quelle stesse fragilità valorizzate hanno permesso ad Antonio di rialzarsi accudendo una persona “diversamente amabile” che troppi ancora chiamano disabile. Le ferite contengono anche tanta energia vitale. Daniele ricorda il giorno in cui, uscito dal carcere, entrò in comunità: “Mi sono accorto che tenevo ancora i pugni stretti. Poi ho guardato attorno e mi sono detto: ma chi sono questi? Allora ho allentato la presa, ho aperto le mani e ho pensato: qui i miei muscoli non servono”. Era arrivato ancora “a cavallo”, come usa dire da quelle parti: la forza prima del pensiero, la voce alta che anticipa il ragionamento, la postura di chi è pronto a rispondere col corpo se le parole non bastano. Per mesi è stato così: intelligente, brillante, e allo stesso tempo armato della sua rabbia antica. Dietro c’erano una rapina a mano armata con sparatoria e altri reati. La convivenza ha iniziato a cambiarlo. Niente prediche, niente strategie: la vita insieme. Daniele ha cominciato a farsi domande che per anni aveva tenuto lontane. E un giorno, la più spiazzante: “Io sono davvero un delinquente?”. Perché per tutta la vita se l’era ripetuto come un mantra: “Io sono un delinquente, farò il delinquente”. Identità come gabbia, più stretta delle sbarre. Poi ne è arrivata un’altra, più profonda: “Ma questa che dico essere la bella vita, mi piace davvero?”. Domanda che nessun tribunale gli aveva mai posto. Daniele ha cominciato a godersi la comunità. A sorridere. Ha imparato a voler bene agli altri. Quel che resta della Costituente di Luigi Testa* Il Fatto Quotidiano, 26 giugno 2026 Il 25 giugno 1946 iniziò i lavori l’Assemblea che scrisse la nostra Carta fondamentale. La sensazione di distanza è siderale: oggi il 30% degli italiani preferisce i regimi autocratici. Le celebrazioni per gli 80 anni della Repubblica sono passate davvero sottotono. E, naturalmente, ancor più sottotono è passato l’anniversario della contestuale elezione dell’Assemblea costituente, che iniziò i suoi lavori il 25 giugno 1946. Per gli ultimi romantici, forse un peccato; ma, in fondo, è normale che sia così. Al di là di ogni retorica, è nella natura delle cose che l’esperienza della fase costituente abbia in qualche modo esaurito la propria forza di integrazione simbolica. Tutto quanto quella esperienza ha rappresentato si spiega in ragione di circostanze storiche di per sé irripetibili, e che sono ormai distanti incolmabilmente dalle circostanze attuali. È difficile identificare qualcosa di quell’esperienza che possa essere realisticamente riproposta oggi, quasi ad auspicarne reviviscenza, senza indulgere alla retorica stantia del laudator temporis acti. Anche il dato che, di questa esperienza, potrebbe apparire politicamente ancora interessante - l’opera di compromesso che in Assemblea fu composta - andrebbe precisato. È vero, infatti, che il lavoro costituente fu determinato da una larga intesa dell’arco politico democratico che restò invariata fino all’approvazione del testo finale (nonostante, fuori dalle stanze costituenti, le divisioni cominciassero a infuriare). Ma la natura di quel compromesso si spiega (e si giustifica, se chiede una giustificazione) in ragione di circostanze oggettivamente eccezionali. Enzo Cheli, in un bel saggio su Il problema storico della costituente, del 1978, lo spiega molto bene. La tenuta di quelle larghe intese - che pure non furono scevre di critiche, prese di distanza, o almeno di precisazioni - fu agevolata enormemente, da un lato, dalla condivisione di un comune manifesto valoriale che includeva difesa dell’unità nazionale, rispetto per la tradizione risorgimentale e antifascismo, e dall’altra dalla comune appartenenza dei (principali) costituenti ad un comune coté culturale, con rapporti (almeno) di reciproca stima personale. Ciò rende quel compromesso un hapax legòmenon, inidoneo ad una realistica esemplarità. Se uno si va a leggere le prime parole di quell’Assemblea è subito invaso da una sensazione di distanza siderale. Il primo colpo arriva con il discorso inaugurale di Vittorio Emanuele Orlando, il più anziano degli eletti; non tanto per il tono misto di lirismo e retorica, quanto invece per quel riferimento centrale, e così enfatizzato, ad “un ordine nuovo in cui i partiti da semplici forze politiche verrebbero assumendo figura e caratteri di natura giuridica costituzionale”. Poco più di un fossile, nel nostro scenario post-apocalittico. Ma il colpo definitivo arriva il secondo giorno dei lavori, 26 giugno 1946, quando prende la parola Giuseppe Saragat, 48 anni, appena eletto Presidente dell’Assemblea. Dice: “Senza l’adesione di tutto il popolo ai principi della democrazia politica, non soltanto non è possibile alcun progresso umano, ma le stesse conquiste legateci da secoli di storia sono insidiate e minacciate di rovina”. Vengono i brividi a pensare che, sei mesi fa, il Censis ci diceva che il 30% degli italiani ritiene i regimi autocratici più adatti di quelli democratici. La democrazia costituzionale - come diceva Saragat - si regge sull’adesione di tutto il popolo ai suoi principi, altrimenti muore. E noi siamo, oggi, ben lontani da questa generale adesione. C’è una cosa, però, proprio nel discorso di Saragat, che mantiene un suo interesse vitale, ed è il riferimento alle generazioni che, dall’instaurazione della dittatura, erano state escluse dalla libera partecipazione politica, e che riprendevano fiato proprio in quella stagione costituente. In effetti, alla caduta del regime, già nel ‘43, emerse con incredibile vitalità un tessuto di impegno politico che, in una clandestinità di venti anni, aveva continuato a palpitare. Oggi siamo, evidentemente, in una situazione diversa. I partiti, per fortuna, esistono, ma conoscono una crisi di decenni, ormai, che ne rende le forme tradizionali del tutto superate. La democrazia regge, ma il consenso su cui essa si fonda conosce delle crepe significative, che non paiono ricomporsi nel breve periodo, chiedendo di mettere almeno in conto il rischio di una sua crisi. E c’è peraltro un altro tratto di analogia con l’esperienza pre-costituente: la percezione (se non addirittura la realtà) di uno scollamento insuperabile tra la sfera della decisione politica e la base sociale, la quale, nella crisi dei corpi intermedi, avverte la sua incapacità di incidenza sulla sfera pubblica. D’altra parte, si spiega anche a motivo di questo scollamento la generale impermeabilità rispetto alle celebrazioni di questo 80esimo. In questo contesto, è importante vigilare a che quello in cui non riuscì il fascismo - evirare le capacità politiche del Paese - non riesca invece a farlo chi è venuto dopo. Si tratta, facendo a meno delle forme partitiche tradizionali (come furono costretti a farne a meno durante la dittatura), di esercitare fantasia nel tessere reti e percorsi, piccoli e grandi, di coscienza politica nel corpo della società civile. Se è vero che le democrazie vanno in crisi, è anche vero che le crisi finiscono. Forse, nella crisi ci siamo già. Non ne conosciamo la durata, né la natura, ma sappiamo che, concluso questo ciclo, ci sarà bisogno di una capacità politica tessuta nel grembo di questi giorni, vivace e consapevole almeno quanto quella che fu protagonista della stagione costituente. Perché la nuova ricostruzione democratica che servirà sia felice come lo è stata quella di 80 anni fa, occorre lavorare in questo senso sin da ora. *Docente di Diritto pubblico comparato Droghe. Il proibizionismo affolla il carcere di Franco Corleone L’Espresso, 26 giugno 2026 Nei giorni scorsi è stato presentato il Libro Bianco sulle droghe, giunto alla diciassettesima edizione, curato dalla Società della Ragione con il sostegno della rete di associazioni impegnata nella denuncia degli effetti del proibizionismo sul carcere e sulla giustizia. Si confermano i dati presenti da molti anni, aggravati, sul peso imponente dei detenuti accusati di detenzione e piccolo spaccio di sostanze stupefacenti vietate e dei prigionieri definiti come “tossicodipendenti”. Gli ingressi per violazione dell’art. 73 del Dpr 309/90, nota come Iervolino-Vassalli, si attestano nel 2025 al 28,3% mentre gli ingressi di persone definite tossicodipendenti superano il 41%. Si tratta evidentemente di una manifestazione della detenzione sociale, di soggetti autori di reati di strada e predatori (furti, scippi, rapine) e anche di oltraggi e resistenza a pubblici ufficiali e che fanno uso di droghe e alcol. I dati sulle presenze nelle 189 galere sono più eloquenti: alla fine del 2025 i ristretti erano 63.499 (oggi sono lievitati a 64.741) e quelli per violazione della legge proibizionista 21.562 pari al 33,9%, mentre il frutto della marginalità sociale si attestava sulla cifra di 20.767, pari al 32,7%. Se sommassimo le due categorie supereremmo il 66% con oltre 42.000 persone. Un dato agghiacciante. I tribunali sono oberati da ben 200.000 procedimenti pendenti per violazioni delle norme proibizioniste. Non basta, le segnalazioni ai prefetti sfiorano le 40.000 unità, e 12.000 sono le sanzioni amministrative, assai odiose come il ritiro della patente e del passaporto. Tre quarti delle persone segnalate (29.576), per lo più giovani, lo sono per il consumo di cannabinoidi. Dal 1990 sono più di un milione i soggetti criminalizzati e soggetti a grave stigma per uno spinello! Bisogna augurarsi che il prossimo Libro Bianco possa indicare per la politica sulle droghe l’uscita dal tunnel segnato dalla determinazione proibizionista dell’attuale governo che appare ossessionato dalla guerra alla droga e in particolare alla canapa, ritenuta causa del vizio e della corruzione morale dei giovani. È il concetto ispiratore della legge nota come Fini-Giovanardi che eliminava ogni differenza tra le diverse sostanze, con l’affermazione del mantra “la droga è droga”. Il governo non ha osato riproporre la repressione più dura, ma si è esercitato a lanciare proclami ideologici, finanziare campagne di spot in tutte le televisioni, accumulare risorse con l’8x1000 e organizzare una modesta conferenza nazionale. Iniziative che confermano come l’esecutivo non si sia limitato a mostrare un volto più feroce ma si sia anche lanciato a inventare norme che, come aveva denunciato Grazia Zuffa, sfiorano l’illegalità. L’elenco è lungo, dall’aumento delle pene per i fatti di lieve entità, alla equiparazione della canapa tessile a quella con valenza psicotropa. È notizia recente la criminalizzazione della canapa terapeutica con perquisizioni nelle farmacie e interrogatori ai pazienti. Invece di risolvere il problema del sovraffollamento con una grande riforma si promettono posti in comunità per “tossicodipendenti” considerati malati da curare e non cittadini da rispettare. Il Libro Bianco riprende il titolo di un quaderno con parole e immagini di una artista assai interessante, Fausta Squatriti: E non sono pazzi. Droghe. Per cambiare politiche serve una scossa (anche a sinistra) di Leonardo Fiorentini L’Unità, 26 giugno 2026 I dati della Relazione governativa e del nostro Libro Bianco sono sostanzialmente gli stessi, e si ripetono uguali da anni. Se si leggessero senza dogmatismi sarebbe evidente la necessità di una riforma. “Il lavoro non è finito” ha dichiarato ieri la Presidente del Consiglio Meloni riferendosi all’impegno per “costruire una società libera dalle droghe e da ogni dipendenza”. Lo ha fatto a margine della presentazione della Relazione sulle dipendenze del Governo, nella quale il sottosegretario Mantovano ha pur rivendicato oltre 20 mila operazioni antidroga, 55 tonnellate di sostanze sequestrate e più di 26 mila denunce nel corso del 2025. Eppure la cocaina è sempre più disponibile, la sua purezza raggiunge il 73-75%, quella del crack supera l’80% e il Sistema nazionale di allerta ha individuato 92 nuove sostanze psicoattive. Come abbiamo già scritto su queste pagine i mercati illegali dimostrano ogni giorno di sapersi adattare facilmente alle politiche proibizioniste, che si dimostrano sempre più inefficaci. Ogni nuova stretta sposta le rotte, concentra i principi attivi e rende le sostanze più difficili da conoscere e controllare. Del resto a fare la stessa cosa da oltre 65 anni, almeno da 36 in Italia, non ci si può certamente aspettare risultati diversi. Ma se Einstein associava questa pervicacia alla stupidità, oggi possiamo azzardare a dire che in fondo sono risultati tutt’altro che inattesi. Anche per questo abbiamo titolato questa edizione del Libro bianco sulle droghe “E non sono pazzi”. Quando ci si fissa un obbiettivo che è impossibile, probabilmente lo si fa anche per giustificare in qualche modo la propria esistenza stessa in politica. Ci hanno provato in tanti, dalla sigla della prima convenzione sulle droghe del 1961. Nixon, Reagan, Clinton, Trump - e tutti gli altri Presidenti con variazioni di intensità - negli Stati Uniti (con incursioni armate oltreconfine, in particolare in Sud America). Altrove Brežnev, Putin nell’attuale Russia, da Mao a Xi Jinping in Cina. Ci hanno provato anche con la caccia all’uomo nelle strade, come Duterte nelle Filippine, con il solo risultato di venire finalmente processati dalla Corte Penale Internazionale. Il problema globale della droga rimane irrisolto. E quindi, certamente, il lavoro non può finire qui. Anzi viene utile agitare una qualche emergenza, per motivare ancor di più la necessità del proprio intervento. Con il paradosso che più la situazione peggiora, più si motivano interventi repressivi e securitari. Si tratta di una classica opzione win-win per le destre proibizioniste, in particolare quando sono al Governo e possono determinare le politiche. Ma anche quando, dall’opposizione, capaci come sono di agitare l’ombra del demone droga contro ogni timido tentativo di riforma. Così succede che Meloni possa oggi annunciare la nascita del nuovo Piano nazionale sulle dipendenze, che in verità era già stato licenziato dal Governo precedente, dopo la Conferenza nazionale di Genova del 2021. Un Piano anche con contenuti interessanti, in particolare sull’istituzionalizzazione di pratiche di riduzione del danno come il drug checking, o la sperimentazione delle stanze del consumo. Proprio per questo non ha mai visto la luce, abortito già in Conferenza Stato-Regioni, anche per l’ignavia del Governo giallorosso. In questa legislatura la politica sulle droghe della destra è stata monopolio di Alfredo Mantovano. Nel Libro Bianco di quest’anno ricostruiamo la sua dottrina, che ha permeato l’azione del Governo sin dall’inizio, con il decreto anti-rave. Poi sono seguiti Caivano e i decreti sicurezza. Il risultato è una legislazione sulle droghe ancora più irrigidita, e carceri sempre più sovraffollate. Una dottrina dogmatica, che pone le sue basi nella Chiesa della Proibizione globale, a cui Mantovano ha portato puntualmente ossequio partecipando a Vienna al rito annuale della Commissione Droghe dell’ONU. Ma che si esplicita anche con la messa a disposizione di nuove risorse per il sistema pubblico-privato, e con il tentativo, in esame in questi giorni alla Camera, di privatizzare la detenzione per le persone in carcere con uso problematico di sostanze. Il Governo dichiara di voler proteggere i giovani, ma migliaia di adolescenti ogni anno vengono consegnati alle prefetture, sottoposti a sanzioni e stigmatizzati, quasi esclusivamente per il possesso di cannabis. Non è prevenzione. È un meccanismo di controllo sociale che può produrre conseguenze educative e relazionali controproducenti, mentre l’accesso effettivo ai percorsi sociosanitari è ormai residuale. Di fronte a mercati illegali sempre più penetranti e diversificati e stili di consumo sempre meno decifrabili, servirebbero da un lato la decriminalizzazione completa dell’uso, la regolamentazione legale della sostanza più usata, la cannabis, ed un serio investimento nella riduzione del danno. Invece il Governo continua a considerare l’astinenza e il recupero come l’unico orizzonte legittimo. La rete dei servizi viene definita “solida”, ma la Relazione stessa segnala forti disuguaglianze territoriali, carichi di lavoro molto diversi e una domanda assistenziale crescente. Manca, e mancherà certamente nel nuovo piano, una strategia nazionale per il drug checking, le stanze del consumo, la diffusione capillare del naloxone e la concreta attuazione della riduzione del danno prevista nei livelli essenziali di assistenza I dati della Relazione e del Libro Bianco sono sostanzialmente gli stessi, e si ripetono uguali da quasi vent’anni. Se si leggessero con pragmaticità e senza dogmatismi sarebbe evidente la necessità di una riforma di norme e politiche. Ma è ormai evidente a tutti che la priorità non è la tutela della salute pubblica, ma la propaganda e la difesa del proprio DNA politico. Per cambiare serve una scossa, anche a sinistra. Droghe. Il Cnca: “Basta guerra ai consumatori” L’Unità, 26 giugno 2026 “È arrivato il momento di chiudere una lunga stagione di guerra alla droga che, in realtà, è stata una lotta contro le persone che consumano droghe e aprire una fase nuova in cui si cerca di governare un fenomeno che è strutturalmente presente nelle nostre società”, afferma in una nota il Cnca-Coordinamento Nazionale Comunità Accoglienti, in occasione della Giornata internazionale contro l’abuso e il traffico illecito di stupefacenti che si celebra oggi. “Nel presentare alla stampa la Relazione annuale al Parlamento sul fenomeno delle dipendenze in Italia il governo ha - ancora una volta - rievocato immaginari di guerra mentre ciò che dovrebbe guidare l’azione pubblica è la tutela della salute delle persone, che va garantita con azioni che riducano i rischi e limitino i danni connessi all’assunzione di sostanze e accompagnino nei percorsi di cura e riabilitazione decisi insieme alla persone stesse”, dichiara la presidente del Cnca Caterina Pozzi. In merito al Ddl sulla detenzione domiciliare in comunità per i detenuti tossicodipendenti e alcoldipendenti, il Cnca giudica positivamente “alcune delle disposizioni presenti nel provvedimento - come una soglia di pena residua più alta per poter usufruire della misura alternativa in comunità o in un percorso semi-residenziale - ma ribadisce che le comunità sono nate per accompagnare e curare, non per recludere”. “Se davvero vogliamo ridurre il ricorso al carcere” precisa la presidente, “la domanda non è quanti posti possiamo trovare nelle comunità, ma perché continuiamo a utilizzare il diritto penale per affrontare questioni che riguardano la salute, la sofferenza sociale, le disuguaglianze e i diritti. È su questo terreno che si gioca il futuro delle politiche sulle droghe. Ed è su questo terreno che le comunità terapeutiche possono continuare a svolgere il loro compito: non custodire persone, ma accompagnare percorsi di cambiamento”. Per il Cnca le persone con una certificazione di dipendenza “non dovrebbero entrare in carcere quando autori di reati minori, andrebbe depenalizzato completamente il consumo e dovrebbero essere individuate soluzioni non penali per il “piccolo spaccio”, che è spesso solo uno strumento di sopravvivenza per i consumatori nel quadro normativo attuale. L’azione repressiva dovrebbe concentrarsi sugli attori principali del narcotraffico, mafie e criminalità organizzata che usano violenza e sfruttamento arricchendosi alle spalle di milioni di consumatori. Inoltre, il Cnca ricorda che l’accesso alle misure alternative è oggi assai più ridotto di quanto sarebbe possibile e necessario perché la macchina amministrativa che dovrebbe gestire le pratiche (educatori, magistrati di sorveglianza…) non è in grado di assorbire il carico esorbitante che su di essa grava a causa proprio di una legislazione che affronta problemi sociali con risposte penali e detentive”. Inoltre il Cnca si dice sorpreso per la presentazione del sistema dei servizi come di “una rete solida sul territorio nazionale”. “Diverse e rilevanti sono le problematiche e le carenze che il sistema affronta da anni, come gli organici inadeguati dei Serd pubblici (su cui l’azione del governo resta insufficiente) e le notevoli differenze - nei servizi offerti - che si riscontrano in aree diverse del paese: al centro-nord troviamo una ben più ricca tipologia di comunità - e, dunque, una migliore capacità di risposta a situazioni specifiche - e una rete di servizi di Riduzione del danno - la cui fondamentale importanza è riconosciuta nella stessa Relazione del governo, come “servizi di prima soglia” - che è quasi assente al sud, venendo così meno uno dei pilastri dell’azione di prevenzione previsto nei Lea”. Inoltre, “in molte regioni le rette per le comunità non sono state aggiornate rispetto al rinnovo del contratto di categoria, riducendo ulteriormente margini economici già ridotti all’osso. E permane una scarsa disponibilità di educatori in tutto il paese, figure professionali chiave non solo per le comunità, ma per tutti i servizi per le dipendenze”. Dunque, conclude Pozzi, “Il sistema va potenziato anche perché sono davvero troppi i circa 8 anni che passano tra l’età del primo consumo e quella del primo trattamento. I quasi 900 morti causati dall’abuso di sostanze indicati nella Relazione al Parlamento richiedono un nuovo approccio del sistema di intervento, che deve essere più vicino ai mondi del consumo e meno chiuso nei propri servizi e comunità”. Dalla droghe e dalle dipendenze si esce: “Oggi racconteremo come a Mattarella” di Viviana Daloiso Avvenire, 26 giugno 2026 Non ci sono sorprese, nella Relazione al Parlamento sulle dipendenze. Non per Luciano Squillaci, presidente della Federazione italiana delle comunità terapeutiche (Fict), una delle reti principali che raccolgono le strutture e le migliaia di operatori che ogni giorno misurano la “pandemia delle droghe” - come l’ha definita il sottosegretario Alfredo Mantovano - nella carne di chi la vive. La (bella) sorpresa, piuttosto, è l’invito che il mondo delle dipendenze ha ricevuto al Quirinale, dove le comunità e una delegazione dei loro ospiti incontreranno per la prima volta il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, in occasione della Giornata mondiale che si celebra oggi. Partiamo proprio dalla Relazione. Che fotografia emerge della situazione nel nostro Paese? Una fotografia che conosciamo bene. Le polidipendenze sono la norma: sostanze, gioco d’azzardo, dipendenze comportamentali convivono e si alimentano reciprocamente. Per questo è positivo che negli ultimi anni l’attenzione istituzionale si sia allargata dall’ambito strettamente legato alla droga all’insieme delle dipendenze. La Relazione evidenzia anche alcuni cambiamenti significativi: della diffusione dell’azzardo e del gaming tra i giovanissimi sapevamo già, ma c’è per esempio anche un’inedita questione di genere. Tra le ragazze cresce il ricorso a farmaci e psicofarmaci, spesso utilizzati per gestire ansia, stress, insonnia o persino per controllare il peso corporeo. In alcuni casi i consumi risultano addirittura doppi rispetto ai coetanei maschi. Setvono strumenti di prevenzione e cura più mirati: non possiamo più ragionare a compartimenti stagni”. Qual è l’aspetto che più vi preoccupa? La diffusione delle nuove sostanze psicoattive tra i più giovani: soltanto nel 2025 ne sono state scoperte 92 nuove. Si tratta di droghe costruite chimicamente, facilmente reperibili anche online, utilizzate spesso in contesti ricreativi e con modalità molto diverse rispetto alle dipendenze tradizionali. Basta assumerle una volta per diventarne dipendenti: questo rende più difficile sia la prevenzione sia l’intervento terapeutico. I servizi sono attrezzati per affrontare questo cambiamento? Solo in parte. Lo si vede dagli stessi dati della Relazione. Continuano ad aumentare di pochissimo i nuovi utenti presi in carico, mentre il numero complessivo delle persone seguite resta sostanzialmente stabile: significa che i servizi si occupano di chi la dipendenza l’ha incontrata molti anni fa e non ne è uscito. Inoltre stimiamo che a fronte di circa 130-140 mila persone in trattamento, ce ne siano almeno 500mila che avrebbero bisogno di un intervento. Significa che riusciamo a intercettarne una su cinque. Le altre, lo avete scritto anche voi, restano fuori. Quali passi avanti riconoscete al governo? Sul piano del confronto istituzionale molte cose sono state fatte. Ci sono stati investimenti sulla prevenzione, sull’inclusione lavorativa e sui percorsi di recupero. Inoltre abbiamo lavorato insieme su alcuni provvedimenti importanti, come il decreto carceri, introducendo correttivi che consentiranno a più persone con problemi di dipendenza di accedere a percorsi terapeutici adeguati e in strutture accreditate. È un passaggio significativo perché il carcere, da solo, non risolve il problema. E quali criticità restano aperte? Sicuramente quella dei dati. In Italia continuiamo ad avere sistemi informativi molto frammentati. I dati sanitari, quelli della giustizia e quelli territoriali spesso non dialogano tra loro. Esiste una grande ricchezza informativa che però non sempre viene utilizzata in modo efficace. Per programmare interventi adeguati serve una conoscenza più integrata del fenomeno. Dopo la Conferenza nazionale sulle dipendenze si apre ora la fase del Piano d’azione nazionale, annunciato anche dalla premier Giorgia Meloni. Cosa vi aspettate? Ci è stato annunciato che si procederà con tavoli tematici, coinvolgendo i soggetti che hanno già lavorato alla Conferenza. È un metodo partecipativo che apprezziamo. I documenti di base esistono già, quindi ci auguriamo che dopo l’estate si possa arrivare rapidamente a un Piano operativo. Oggi sarete ricevuti dal presidente Mattarella. Che significato ha questo incontro? È un segnale importante. Non ricordo precedenti di questo tipo. Ma soprattutto rappresenta un riconoscimento per il lavoro quotidiano di migliaia di operatori, volontari e comunità che ogni giorno accompagnano persone fragili nei percorsi di rinascita. Abbiamo scelto un gesto unitario: le principali reti nazionali delle comunità si presenteranno insieme. Consegneremo un quadro realizzato collettivamente e una cornice digitale con immagini provenienti da comunità e servizi di tutta Italia. È un modo per raccontare un mondo spesso poco visibile e per dire che la speranza non è una parola astratta. Nonostante la normalizzazione delle dipendenze e il diffuso pessimismo che spesso le accompagna, continuiamo a credere che nessuno sia irrecuperabile. È il senso più profondo del nostro lavoro: dimostrare ogni giorno che cambiare vita è possibile. Fine vita. Perché le cure palliative non sostituiscono il suicidio assistito di Lorenzo D’Avack Il Dubbio, 26 giugno 2026 La discussione in Senato per una normativa sul fine vita, così come puntualmente riportata da Francesca Spasiano, mostra aspetti sconcertanti. Dopo la legge Bazoli, in occasione del precedente governo (disegno di legge n. 104,) il Senato sembra essersi impegnato nel corso di questi anni ad evitare che sia consentito al medico di mettere a disposizione del paziente, che versa in determinate condizioni previste dalla sentenza della Corte costituzionale, trattamenti diretti a determinarne la morte. Pertanto, il paziente per congedarsi dalla vita è costretto ancora ad attendere che la sentenza della Corte costituzionale si concretizzi in una normativa. A fronte di queste situazioni di sofferenza, che vedono spesso la loro soluzione in Svizzera, si potrebbe fare ricorso alla legge 219/2017 sul consenso informato e sulle Dat, espressamente richiamata dalla stessa Corte costituzionale, quale una delle giustificazioni della normativa sul fine vita. Scrive, infatti, la Corte che “la decalaratoria di incostituzionalità attiene in modo specifico ed esclusivo all’aiuto al suicidio prestato a favore di soggetti che già potrebbero alternativamente lasciarsi morire mediante la rinuncia a trattamenti sanitari necessari alla loro sopravvivenza ai sensi dell’art. 1, comma 5 della legge 219/2017”. Disposizione che, secondo la Corte, inserendosi nel più ampio tessuto delle previsioni del medesimo articolo, prefigura una “procedura medicalizzata” estensibile alle situazioni che qui vengono in rilievo. Era difficile per la Corte poter immaginare che dopo sette anni il Parlamento ancora non avesse realizzato una normativa che avesse dato certezza alle sue disposizioni. Possiamo, allora, domandarci se, come è scritto nella sentenza, vi sia similitudine tra le cure palliative, in specie tra la sedazione profonda, e l’aiuto al suicidio medicalizzato non solo in considerazione della sofferenza fisica, ma anche della sofferenza psicologica, oscillando il soggetto tra la vita e la morte. Cure palliative che risultano non essere sempre accettate per alcuni malati, che le considerano contrarie alla propria dignità, preferendo un percorso più rapido e controllato di morte. Ricordo in tal senso la posizione di DJ Fabo. I valori, dunque, che il soggetto attribuisce alla pratica palliativa e alla sedazione profonda sono diversi da quelli che vuole affermare chiedendo l’aiuto a morire e che consistono nella valorizzazione della propria dignità e autonomia, nella appropriazione della propria morte. Tuttavia, le cure palliative possono essere considerate come una “alternativa”, un “prerequisito” alla richiesta del suicidio medicalmente assistito, un’efficace risposta alle persone sofferenti che in realtà non vogliono darsi la morte, ma uscire da situazioni di dolore intollerabile. Il Comitato Nazionale per la Bioetica nel parere Riflessioni bioetiche sul suicidio medicalmente assistito (2019) osserva che l’eventuale somministrazione di farmaci in grado di provocare la morte del paziente non deve comportare il rischio di alcuna prematura rinuncia da parte delle strutture sanitarie a offrire sempre al paziente medesimo concrete possibilità di accedere alle cure palliative. Tuttavia, una maggiore diffusione, un potenziamento della terapia del dolore e delle cure palliative non possono eliminare del tutto le richieste di assistenza medica nella fase terminale della vita. Il dramma personale dell’elaborazione della propria morte supera e non evita l’offerta di condizioni migliori per trascorrere con meno dolore e con meno sofferenza il tempo rimanente dell’esistenza. Anche le cure palliative, come del resto la medicina della guarigione, si scontrano qui con un proprio limite intrinseco, perché non sempre possono riuscire a dare risposta alla sofferenza esistente del morente. Qualunque, infine, sia l’importanza che si attribuisce alle cure palliative nell’ambito di una tragica vicenda quale quella dell’aiuto al suicidio, appare opportuno che tra le disposizioni finali, anche nell’ambito di questa discussione in Senato, si tenga conto dell’importanza di implementare la rete delle cure palliative, così da garantire una copertura continua, efficace e omogenea su tutto il territorio nazionale. La richiesta di assistenza a morire non deve mai essere una scelta obbligata, come avverrebbe laddove uno stato di sofferenza, che oggettivamente sarebbe mutabile e riducibile, fosse reso insuperabile dalla mancanza di supporto e di assistenza adeguati. Fine vita. La medicina accetti l’etica del morire per scelta di Piergiorgio Donatelli* Il Dubbio, 26 giugno 2026 I temi del fine vita continuano ad animare il dibattito, anche se il Parlamento non ha più legiferato da quasi un decennio. Ci ha lasciato però una legge importante, la 219 del 2017, che tratta il rifiuto dei trattamenti e la sedazione palliativa profonda continua. Poi ha proseguito la Corte costituzionale, a partire da una sentenza storica, la n. 242/2019, che ha dichiarato illegittimo l’art. 580 del Codice penale nella parte in cui non esclude la punibilità dell’aiuto al suicidio in presenza di determinate condizioni, aprendo così la strada al riconoscimento del suicidio medicalmente assistito nell’ordinamento italiano. Tra queste condizioni vi è la presenza di sostegni vitali sulla cui interpretazione è tornata, e si è nuovamente riunita lo scorso 23 giugno. Il percorso delle persone malate per vedere garantito il loro diritto è ugualmente proseguito creando casi giurisprudenziali e alimentando una conversazione pubblica che sta facendo maturare la consapevolezza della società. Dal punto di vista clinico il suicidio assistito richiede atti medici contigui a quelli coinvolti nelle cure palliative. Inoltre, la richiesta emerge dentro un lungo percorso di cura, che però non può più essere proseguito, se non lasciando la persona malata alla mercè della perdita delle funzioni, del dolore e della vanità dei suoi giorni. In questo contesto di cura le persone possono arrivare a dire “basta, la mia vita si è conclusa” interpellando i professionisti della salute. Già il movimento delle cure palliative ha combattuto e sta combattendo una battaglia contro una concezione aggressiva della medicina che offre soluzioni che sono delle illusioni e non delle speranze. La medicina non deve sentirsi sconfitta dal fatto che non può più offrire trattamenti ma deve invece rispondere alle condizioni reali del paziente, aiutandolo ad affrontare i trade off tra trattamenti e desistenza terapeutica e a un certo punto occupandosi del presente della persona e della sua qualità della vita. Il movimento delle cure palliative si è fatto carico della battaglia di non nascondere le condizioni reali delle persone dietro la promessa illusoria che qualcosa si possa ancora fare. Non ha però ancora affrontato pienamente il fatto che il rifiuto dei trattamenti e la sedazione palliativa profonda continua appartengono alla stessa scena etica e clinica del suicidio assistito. La Società Italiana di Cure Palliative (SICP) ha presentato un Position Paper su questo tema lo scorso 16 giugno e ha affermato che le due pratiche mediche sono entrambe degne di rispetto ma che vanno tenute nettamente separate. Sul piano procedurale ritiene che i professionisti delle cure palliative non debbano intervenire nella fase attuativa del suicidio assistito, anche se è bene che siano presenti nella fase informativa e valutativa che prepara l’eventuale accoglimento della richiesta. In questo modo la SICP separa le due situazioni cliniche e regolative: difende la legge 219 ma si tira indietro rispetto alle implicazioni aperte dalla sentenza 242. Si tratta di un arretramento e di una lettura inadeguata del cambiamento reale della società italiana. In realtà, possiamo mettere insieme l’intervento del Parlamento nel 2017, le sentenze della Corte che hanno aperto al suicidio assistito, le battaglie dal basso delle associazioni, tra cui vi è il grande lavoro dell’Associazione Coscioni, e ora le linee operative che stanno varando le Regioni. Tutto questo sullo sfondo di un cambiamento sociale importante. La percezione comune è che il morire è diventato disponibile alla scelta e all’intervento. Questa disponibilità del morire rappresenta il paesaggio culturale ed etico attuale. Lo testimoniano le reazioni di rispetto e di profondo interesse umano per le personalità del mondo della cultura, dello spettacolo e della politica che hanno posto fine alla loro vita in casi discussi pubblicamente. Il documento della SICP rappresenta un passo indietro, che confido troverà una sintesi più avanzata in futuro. Esso appare come una mossa difensiva di un ambito professionale che per altro sta facendo una battaglia contro la medicina aggressiva che non accetta di fermarsi quando non vi sono più reali prospettive terapeutiche. E tuttavia, nel prendere le distanze dal suicidio medicalmente assistito, torna a un’idea del processo del morire come realtà da accompagnare e rispettare, senza riconoscere pienamente che in quel processo vi è una persona che sceglie su sé stessa, che vuole essere sé stessa fino in fondo, perché quella vita è la sua. *Presidente della Consulta di Bioetica Migranti. “Come cani dentro la gabbia”, le voci dei reclusi di Gjadër di Nello Trocchia Il Domani, 26 giugno 2026 Domani ha raccolto le testimonianze inedite dei migranti rinchiusi nel centro in Albania. “Muore la civiltà”, dicono gli avvocati. Meno di 100 ristretti nella struttura costata milioni. “Ho sempre lavorato, in fabbrica, in campagna, ho fatto saldature, ho raccolto l’uva, fagioli, pomodori, poi è scaduto il mio permesso di soggiorno, il mio avvocato non ha fatto ricorso e sono rimasto senza documenti. Io non ho mai fatto reati eppure sono qui”. A parlare è Mohamed, nome di fantasia, rinchiuso nel centro di Gjadër, l’infernale struttura voluta dal governo Meloni in Albania con quasi un miliardo speso in cinque anni. È qui che sorge il Cpr, al cui interno è stato ricavato un piccolo carcere quasi sempre vuoto. Domani ha ascoltato il suo racconto raccolto dagli avvocati, Debora Piazza e Marco Romagnoli, che hanno deciso di entrare nel Cpr e farsi testimoni di un’assenza, il diritto alla difesa. “Quando le persone non hanno la possibilità di essere difese muore la civiltà giuridica. Costruire questi centri fuori dal nostro paese significa rendere impraticabile il nostro lavoro, noi siamo venuti a trovare i nostri assistiti e non saremo rimborsati. Il rimborso scatta unicamente con le udienze di convalida. Il migrante solitamente è difeso da un avvocato d’ufficio e chi si carica spese e viaggio?”, raccontano. Aereo all’alba, arrivo a Tirana, noleggio dell’auto, viaggio verso il centro, attesa in mezzo al vuoto che circonda il Cpr per attendere l’orario di visita. Le telecamere seguono ogni passo e controllano ogni angolo della struttura. “Abbiamo deciso di venire qui dopo aver partecipato all’udienza presso la Corte di giustizia dell’Unione europea proprio per discutere in merito alla illegittimità di questi centri. Il mio assistito, che adesso è uscito, aveva fatto ricorso per chiedere l’asilo politico e il giudice di Roma aveva sollevato la questione di legittimità costituzionale davanti alla Corte europea proprio per vagliare la legittimità di queste strutture, la decisione è attesa nelle prossime settimane”. “Navighiamo controvento per sfidare le politiche razziste”, in viaggio con Amnesty verso i Cpr in Albania Zona franca Nel Cpr ci sono, in questo momento, meno di cento persone. Tra queste c’è Mohamed: “Io ho paura che mi rimandino in Pakistan. Qui è come stare in carcere senza aver fatto niente, sopra c’è una rete. Che faccio tutto il giorno? Io dormo, quando esco cammino, ma poco poco. Altri prendono farmaci, sonniferi e dormono”, racconta. Piazza e Romagnoli si soffermano sul racconto di Mohamed: “Per anni è stato sfruttato dal sistema Italia, ha lavorato ovunque e ora si trova in un vero e proprio carcere senza motivo. Usati fin quando servono e poi buttati in questi centri che sono veramente raccapriccianti e orribili”. Un centro che incrocia sprechi, difesa solo formale e disumanità. Un altro migrante, loro assistito, è rinchiuso e qualche settimana fa ha tentato di farla finita con una corda. “Lo seguiamo da molto tempo. Oggi siamo rimasti sconvolti quando abbiamo saputo del suo tentativo di ammazzarsi, al telefono non aveva detto nulla. Da qui c’è un problema di comunicazione”. Mentre conversavano con il loro assistito, l’uomo racconta la stanza. “Viviamo in quattro, abbiamo doccia e bagno. I letti sono a castello. Cosa faccio tutto il giorno? Sembriamo i cani, sopra di noi c’è la rete, siamo in gabbia”. E il cibo? “Peggio del carcere. Peggio”. Per chi ha i soldi c’è la possibilità di comprare prodotti, quello che in carcere si chiama sopravvitto, con prezzi che restano inaccessibili per le scarse o nulle finanze degli ospiti del centro. “Se ho soldi io posso comprare senza problemi cibo di buona qualità, ma costa e così si accetta quello che ci danno”, spiega il migrante. Ovviamente i racconti si incrociano con le fragilità di chi abita questo centro, di chi avrebbe bisogno di cura e assistenza. “Abbiamo incontrato almeno due migranti con disturbi mentali, difficoltà di ragionamento, persone che non dovrebbe essere rinchiuse qui, ma curate. Anche le comunicazioni sono difficili per l’assenza di interpreti in grado di tradurre tutte le lingue parlate dai reclusi oltre al fatto che i cellulari vengono requisiti e possono conversare con gli avvocati solo con il telefono del centro”, concludono i due legali. Il buco nero dei cpr in Albania: il diritto alla difesa dei migranti è a rischio Futuro in bilico Proprio questo è un punto sostanziale per il futuro del progetto targato governo Meloni. Mentre in patria Edi Rama, primo ministro albanese, deve fare i conti con l’oceanica protesta contro il mega resort voluto dai Trump, anche sull’accordo con l’Italia arrivano segni di cedimento. Per primo era stato il ministro degli Esteri albanese Ferit Hoxha a Euractiv a dire: “Non ci sarà alcuna proroga perché saremo membri dell’Ue”, prima di una parziale marcia indietro. Ma il futuro dei Cpr è legato in particolare alla decisione della Corte di giustizia dell’Ue, che dovrà chiarire se il trattenimento in un centro localizzato in uno Stato terzo consenta di rispettare le garanzie procedurali previste dal diritto dell’Unione. Nicholas Emiliou, avvocato generale presso la Corte, ha spiegato che, in linea di principio, nulla vieta a uno Stato membro di istituire un centro per i rimpatri fuori dal proprio territorio, ma solo a condizione che siano effettivamente assicurate le tutele previste per le persone trattenute. Quali? Informazione comprensibile, assistenza legale e linguistica, accesso al giudice, riesame tempestivo del trattenimento, assistenza sanitaria e contatti con l’esterno. Il viaggio degli avvocati, le testimonianze inedite dei reclusi, così come le denunce di associazioni e parlamentari, raccontano il contrario. Il modello dei Cpr in Albania è spregiudicato e pericoloso. Migranti. Se la Ue scende a patti coi teleban: la libertà svenduta di Antonella Mariani Avvenire, 26 giugno 2026 Un atto di cinismo istituzionale: questo è stato secondo molti osservatori il faccia a faccia di martedì scorso in Belgio tra i rappresentanti della Commissione europea e di 15 Stati membri e cinque emissari dei mullah che dal 2021 tengono in scacco l’Afghanistan. Come è noto, sul tavolo delle trattative, in corso in via riservata da parecchi mesi, c’è la definizione delle procedure di rimpatrio di cittadini afghani che secondo i portavoce della Commissione hanno commesso “reati gravi” in Europa o che “rappresentano una minaccia per la sicurezza. Una definizione che lascia ampi margini di incertezza, anche perché la versione riportata da Euronews e da Reuters è assai diversa: secondo i due media, infatti, l’invito rivolto dalla Ue ai taleban fa riferimento tout court al rimpatrio di cittadini afghani senza diritto di soggiorno. Un milione di afghani ha chiesto protezione in Europa; statisticamente, a metà verrà negata. Ora ciascuno di loro si domanda con angoscia se dopo aver attraversato mari e montagne, conosciuto privazioni e difficoltà, dovrà tornare nel Paese che più di ogni altro al mondo nega libertà e diritti ai propri cittadini. A spingere per una intesa “tecnica” con i taleban è la Germania di Friedrich Merz, sensibile alla pressione dell’estrema destra, ma nemmeno Francia, Svezia, Paesi Bassi, Austria e gli altri Paesi in cui si concentra il maggior numero di esuli afghani disdegnano quello che è stato ribattezzato “il patto della vergogna”. Della vergogna: perché gli interessi particolari dei governi europei - lo spauracchio immigrazione! - sono stati anteposti alla rivendicazione e alla difesa dei diritti e alla libertà di un intero popolo. Chi calpesta tutti i giorni la dignità delle persone, e in particolare delle donne, cioè un nemico della civiltà, seppure lontano, è diventato un alleato contro chi viene percepito come un “nemico” più vicino, addirittura dentro casa, cioè gli afghani da allontanare dall’Europa. L’aspetto più discutibile è che ai cinque funzionari taleban, che, come la Commissione si è affrettata a precisare, erano autorizzati a stare in Belgio per non più di 24 ore, non solo non è stato chiesto conto della distruzione delle vite di generazioni di bambine, ragazze e donne cui è vietato studiare, lavorare, uscire di casa, ma addirittura è stata aperta la strada per riattivare le sedi consolari nelle capitali europee, finora presidiate da personale nominato prima della caduta della Repubblica nell’agosto 2021. Niente di ufficiale, s’intende, perché già solo la visita-lampo di martedì ha provocato una (inefficace) levata di scudi di parte del Parlamento europeo. Ma sta di fatto che la richiesta dei taleban è stata proprio questa e che a Berlino l’ambasciata afghana, nel silenzio generale, da marzo è diretta da un funzionario dell’Emirato. “Non si tratta di un riconoscimento del governo de facto”, ha messo le mani avanti la Commissione Ue per arginare la valanga di critiche. E di cosa si tratta, allora? Certamente all’Emirato è stato concesso un potere che prima non aveva. La possibilità di chiedere all’Europa qualcosa in cambio, senza concedere nulla in termini di libertà e diritti al popolo oppresso. Ma ci sono altre conseguenze nefaste del “patto della vergogna”. La prima è che esso rende del tutto retoriche e vuote le periodiche prese di posizione degli organismi internazionali e degli stessi governi occidentali contro la segregazione di genere e gli abusi in atto da cinque anni in Afghanistan. Chi potrà prendere in seria considerazione condanne, pronunciamenti, persino gli ordini di arresto emanati dalla Corte penale internazionale contro i massimi esponenti dei taleban se vengono proclamati da quello stesso Occidente che ora cerca alleanze e compromessi con l’Emirato? La seconda conseguenza è che le donne e gli uomini che fuori dei confini dell’Afghanistan tengono accesa la mobilitazione e ancora più quelli che nel Paese rischiano ogni giorno la vita per affermare il proprio diritto a esistere, sono ancora più soli, scaricati perfino da quella Europa che nel Dopoguerra si è unita su una piattaforma di libertà e solidarietà. Il tutto accade 15 giorni dopo un evento raro quanto significativo: la protesta ad Herat di decine di persone, tra cui moltissimi padri, figli e fratelli, contro gli arresti arbitrari di 30 donne, colpevoli di non indossare l’hijab o il burqa secondo le ultime, rigidissime, prescrizioni taleban. La manifestazione è stata repressa nel sangue e una donna e un ragazzo sono stati uccisi. Altre persone sono state portate in prigione. Dubitiamo che a Bruxelles i funzionari europei abbiano chiesto conto della loro sorte. O che abbiano preso in considerazione le parole che Malala Yousafzai, sopravvissuta a un attentato dei taleban pachistani nel 2012, premio Nobel per la pace due anni dopo e oggi attivista per l’istruzione, ha consegnato a X: “Qualsiasi impegno con i taleban deve iniziare e finire con i diritti delle donne e delle ragazze afghane”. Migranti. Non collabora ai rimpatri, punita la Somalia di Giansandro Merli Il Manifesto, 26 giugno 2026 Sospese le agevolazioni ai visti. Brunner: “Pronti a usare la nostra leva per ottenere risultati. I Paesi di origine devono adempiere ai loro obblighi, altrimenti possono esserci conseguenze”. Il Consiglio Ue ha deciso di bloccare temporaneamente, ma senza stabilire un termine, i visti agevolati ai somali. La ragione è che il paese dell’Africa orientale non collabora abbastanza nella riammissione dei suoi cittadini presenti in modo irregolare nel territorio comunitario. A tale conclusione è arrivata un’analisi della Commissione, il Consiglio ha fatto il resto. Di conseguenza, per le persone con questa nazionalità, gli Stati membri non potranno più: rilasciare visti a ingresso multiplo; esentare dai requisiti riguardanti le prove che i richiedenti di visto devono presentare; esentare la tassa di visto per i titolari di passaporti diplomatici e di servizio. La possibilità di ingresso regolare in Europa riguarda un numero residuale di somali. Tutti gli altri devono affrontare ben altri percorsi migratori. Sbarcano in Grecia, Spagna o Italia (qui quest’anno ne sono arrivati via mare circa 1.500), poi tendono a dirigersi verso Germania e Francia, dove si registra il numero maggiore di richieste d’asilo. I rimpatri forzati dall’Italia sono quasi nulli: due nel 2023 e uno nel 2024. Altri paesi Ue, invece, sono impegnati persino su questa destinazione: un paese con forte instabilità politica, afflitto da gravi conflitti militari, che registra la presenza di gruppi terroristici attivi ed enormi difficoltà legate a siccità e scarsità di cibo. Nel 2025 la Polonia ha comunque realizzato 9.700 rimpatri (tra forzati e volontari). L’Austria 8mila, il Belgio 4mila, l’Irlanda 2mila. Seguono Malta, Estonia, Slovenia e Lussemburgo. Complessivamente, tra i 27 paesi Ue, sono stati 26.820 in un anno. Un numero ridotto che fa pensare come il blocco delle agevolazioni ai visti sia soprattutto una mossa esemplare, che parla a molti altri oltre la Somalia. Lo fanno intuire le dichiarazioni del Commissario europeo agli Affari interni Magnus Brunner: “Questa decisione dimostra che siamo pronti a usare la nostra leva per ottenere risultati. I Paesi di origine devono adempiere ai loro obblighi, altrimenti possono esserci conseguenze”. Con l’entrata in vigore del Patto Ue e la prossima approvazione definitiva del regolamento rimpatri, l’azione europea, ha ribadito più volte Brunner, si sposterà sulla sua dimensione esterna. In sintesi: minacciare e ricattare i paesi poveri per costringerli a piegarsi alle politiche migratorie europee. Il mercato europeo delle prigioni di Alessandro De Pascale L’Espresso, 26 giugno 2026 Diversi Paesi hanno provato negli anni a esportare i propri detenuti oltre confine. Senza mai risolvere il problema del sovraffollamento e minando i diritti della popolazione carceraria. I1 sovraffollamento carcerario è diventato, negli ultimi quindici anni, un problema che diversi governi europei cercano di risolvere affittando posti dietro le sbarre all’estero. Un mercato che oggi coinvolge Belgio, Danimarca, Norvegia, Svezia e Regno Unito, sollevando interrogativi sempre più pressanti su giurisdizione, diritti dei detenuti e reale efficacia della misura. Tutto inizia il 31 ottobre 2009, quando Belgio e Paesi Bassi firmano il “Nova Belgica”, il primo accordo del genere in Europa. Bruxelles ottiene 500 (poi 681) posti nel carcere di Tilburg pagando 30 milioni di euro l’anno. Le responsabilità vengono divise: legge belga sull’esecuzione della pena, ma personale prevalentemente olandese. Le difficoltà emergono presto: il Belgio effettua trasferimenti forzati, pratica criticata duramente dal Comitato europeo per la prevenzione della tortura (Cpt). L’accordo si chiude nel 2016 per gli alti costi, senza aver risolto le cause strutturali del sovraffollamento. Sulla scia belga, anche la Norvegia stringe un’intesa con i Paesi Bassi: 242 celle nel carcere di Norgerhaven per 25,5 milioni di euro l’anno. Tra il 2015 e il 2018 vengono trasferiti 650 detenuti, circa il 38% anche nel loro caso senza consenso. II difensore civico norvegese contesta duramente la pratica_ Altro nodo: per i reati commessi in carcere o morte del detenuto si applica il diritto penale olandese, lasciando le autorità norvegesi senza strumenti per indagare su eventuali abusi. Il caso del momento è quello danese. Dal 2015 al 2025 la popolazione carceraria è cresciuta da 3.400 a 4.200 detenuti, mentre il personale si è ridotto da 2.500 a 2.000 agenti. Dopo aver valutato Macedonia del Nord e Albania, Copenaghen ha scelto il Kosovo: l’accordo “Gjilan”, firmato il 20 dicembre 2021, prevede 300 celle per detenuti stranieri destinati all’espulsione, a 15 milioni di curo l’anno (più 5 milioni per la ristrutturazione), pari a sei volte il bilancio annuale della giustizia kosovara. Ratificato dal parlamento di Pristina solo a maggio 2024, accumula quattro anni di ritardi: le porte si apriranno l’1 aprile 2027. Le critiche non mancano. “Siamo contrari fin dal primo giorno”, dichiara Elna Sondergaard dell’Istituto danese contro la tortura (Dignity). “Le guardie carcerarie kosovare hanno un approccio diverso riguardo l’uso della forza. Portare le capacità locali allo stesso livello danese, in termini di percezione, costruzione di relazioni e prevenzione di trattamenti inumani, richiede molta formazione. Vanno inoltre garantiti standard minimi: diritto di contatto con il mondo esterno, alla salute, visite dei familiari, incontri con il proprio avvocato”. Mentre il caso danese arranca, Svezia ed Estonia chiudono un accordo più snello. Firmato il 18 giugno 2025 e con arrivi scaglionati a partire da agosto, prevede 400 celle nel carcere estone di Tartu per almeno 30,6 milioni di euro l’anno. Criteri rigidi: solo uomini adulti condannati per reati gravi (la Svezia fatica ad accogliere i detenuti a causa dell’aumento della criminalità legata alle bande), esclusi terroristi e soggetti a rischio di recidiva, tutti rispediti al mittente prima della scarcerazione. L’Estonia, con il tasso di occupazione carceraria più basso dell’Ue, mira ad ammortizzare i costi di una struttura sottoutilizzata. Con oltre 13.000 detenuti contro una capacità di 11.000, a ottobre 2025 il Belgio riapre il dossier puntando a trasferire all’estero circa 4.400 detenuti stranieri irregolari. I dati però ridimensionano l’ambizione: il ministero della Giustizia rivela che solo 255 casi sarebbero legalmente trasferibili, meno del 2% del totale. I ministri Annelies Verlinden (Giustizia) e Anneleen Van Bossuyt (Asilo e Migrazioni) visitano Kosovo e Albania. A febbraio volano in Estonia. Un funzionario ammette che, anche in condizioni favorevoli, serviranno “almeno tre o cinque anni” prima di rendere operativa una struttura. Mentre la ministra della Giustizia estone Liisa Pakosta esclude un accordo prima delle elezioni politiche previste a inizio 2027. Anche il Regno Unito, che ha già un accordo con l’Albania per il rimpatrio di detenuti albanesi, starebbe ora valutando l’affitto di celle in Estonia. Il caso italiano segue una logica diversa, più orientata alla gestione dei flussi migratori: dall’ottobre 2024 Roma gestisce a Gjader, in Albania, un polo che include un hub di identificazione, un Cpr da 144 posti e un piccolo carcere per 24 detenuti, finora mai utilizzato e destinato solo a chi commette reati in quelle strutture. “Garantire il rispetto delle leggi dentro il carcere è difficile dentro la tua città, figuriamoci a migliaia di chilometri dal tuo territorio”, denuncia Alessio Scandurra, dell’associazione per i diritti e le garanzie nel sistema penale Antigone. “Il rischio di discriminazione è ovvio e molto difficile da scongiurare. Già nello stesso Paese, in due carceri diversi, i detenuti hanno accesso a servizi di qualità diversa. Prendiamo la sanità: scontare la pena in Calabria, con tutte le difficoltà che ha il sistema sanitario calabrese, è diverso da farla in Toscana dove sono organizzati meglio. Problemi che si moltiplicano fuori dal territorio nazionale”. Dietro questi accordi emergono nodi comuni: la difficoltà di garantire standard uniformi di tutela dei diritti, il rischio di mercificazione dei detenuti, le critiche del Cpt e degli istituti nazionali per i diritti umani. Non da ultimo le celle che, come riconoscono gli stessi sindacati penitenziari, vengono “riempite di nuovo a breve”. Il caso belga del 2010-2016 resta il precedente più istruttivo: chiuso per ragioni di costo, non aveva inciso in nulla sulle cause del sovraffollamento. No, la condanna di Almasri in Libia non dà ragione al governo Meloni di Giacomo Piras pagellapolitica.it, 26 giugno 2026 Lo ha sostenuto Fratelli d’Italia, ma la sentenza non cancella le contestazioni mosse all’Italia dalla Corte penale internazionale, che avrà l’ultima parola sul caso. Negli ultimi giorni, Fratelli d’Italia è tornata a parlare del “caso Almasri”. Almasri, al secolo Osama Almasri Njeem, è l’ex capo della polizia giudiziaria libica ricercato dalla Corte penale internazionale (CPI), che a gennaio 2025 era stato prima arrestato e poi rimpatriato dall’Italia. Lunedì 22 giugno il partito della presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha pubblicato sul proprio sito ufficiale un comunicato dal titolo “Almasri: condanna in Libia conferma che espulsione fu corretta”. Il riferimento è alla condanna comminata dal Tribunale di Tripoli contro Almasri, che dovrà scontare 7 anni e 4 mesi di carcere per violazioni dei diritti dei detenuti. Secondo Fratelli d’Italia, questa notizia “conferma che il governo Meloni aveva ragione ed ha agito correttamente”. Il generale libico, sostiene il partito, “rappresentava un pericolo per la sicurezza nazionale e quindi andava espulso velocemente, assicurandolo alla giustizia libica che infatti ha fatto il suo corso”. Le cose però non stanno davvero come sostiene Fratelli d’Italia. Vediamo perché. La vicenda è iniziata il 18 gennaio 2025, quando la Corte penale internazionale ha emesso un mandato di arresto nei confronti di Almasri. L’allora capo della polizia giudiziaria libica era accusato di diversi crimini contro l’umanità e crimini di guerra commessi dal febbraio 2015 in Libia, tra cui tortura, omicidio e violenza sessuale. Il giorno successivo, il 19 gennaio, Almasri è stato arrestato dalle autorità italiane a Torino, ma appena due giorni dopo è stato scarcerato e rimpatriato in Libia con un volo di Stato. Il governo, incalzato dalla Corte penale internazionale, dal Parlamento e dalla magistratura ha tentato di fornire diverse spiegazioni, spesso anche contraddittorie. Come abbiamo spiegato in un precedente articolo, Meloni aveva detto che la decisione di scarcerare Almasri era stata presa dalla Corte d’appello di Roma e che la richiesta non era stata trasmessa al Ministero della Giustizia. Al contrario, il ministro della Giustizia Carlo Nordio aveva affermato che il suo ministero aveva sì ricevuto la richiesta, ma che al suo interno aveva notato delle criticità che ne avrebbero messo in discussione la legittimità. Tuttavia, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi aveva motivato l’espulsione di Almasri con la pericolosità del soggetto che sarebbe emersa dal mandato della CPI, atto che però Nordio aveva giudicato nullo. Ai primi di aprile, la Corte penale internazionale ha reso pubblica la decisione con cui ha deferito l’Italia all’Assemblea degli Stati che aderiscono allo Statuto di Roma, il trattato che ha istituito la CPI, per non aver eseguito il mandato d’arresto. Anche a questa procedura della Corte penale contro l’Italia abbiamo dedicato un articolo. La condanna in Libia - Passiamo agli ultimi sviluppi della vicenda Almasri. Il 22 giugno è stata diffusa in Italia la notizia che il tribunale di Tripoli ha condannato il generale libico a 7 anni e 4 mesi di reclusione per “aver violato i diritti dei detenuti”. Fratelli d’Italia, nel suo comunicato, ha presentato la vicenda come una conferma della pericolosità del generale libico e della correttezza della decisione di rimpatriarlo in Libia. Questa ricostruzione però è fuorviante. Almasri, infatti, non era soltanto oggetto di un procedimento in Libia, perché - come detto - nei suoi confronti era stato emesso un mandato d’arresto della Corte penale internazionale. Avendo sottoscritto e ratificato lo Statuto di Roma, ossia il trattato che ha dato vita alla CPI, l’Italia ha riconosciuto la sua giurisdizione e ha assunto l’obbligo di cooperare pienamente con la Corte, anche dando seguito ai suoi mandati d’arresto. Per questi motivi, l’Italia aveva l’obbligo di eseguire il mandato d’arresto di Almasri. La valutazione sulla pericolosità del generale libico non cancellava questo obbligo di cooperazione. Allo stesso modo, la condanna pronunciata in Libia può confermare la gravità del profilo del generale libico, ma non dimostra che l’Italia abbia agito correttamente rimpatriandolo invece di consegnarlo alla Corte penale internazionale. Inoltre la decisione del tribunale di Tripoli riguarda reati diversi e minori rispetto a quelli contestati dalla CPI, che quindi dovrà comunque valutare se il caso resti di sua competenza, nonostante la sentenza in Libia. Insomma, la sentenza del Tribunale penale di Tripoli non cambia il punto centrale del caso Almasri. Alla gestione del governo Meloni viene contestato il fatto di non aver eseguito la richiesta di arresto e consegna della CPI e di aver rimpatriato Almasri in Libia, nonostante il mandato della Corte. Per questo, la condanna in Libia non può essere presentata come una conferma della correttezza dell’espulsione decisa dal governo. Ora spetterà alla stessa CPI valutare nel merito la condanna nei confronti di Almasri e di conseguenza decidere se quest’ultima può cambiare la posizione dell’Italia. Stati Uniti. La Corte suprema aiuta la grande deportazione di Giovanna Branca Il Manifesto, 26 giugno 2026 I giudici si schierano con Trump: sì al respingimento dei migranti al confine sud. Ancora sì all’espulsione di haitiani e siriani. “Se i rifugiati della M.S. Saint Louis (la nave con a bordo 930 ebrei in fuga dalla Germania, a cui gli Stati uniti rifiutarono l’ingresso nel 1939, ndr) dovessero recarsi a un punto d’ingresso al nostro confine sud oggi, l’interpretazione della maggioranza (della Corte suprema) consentirebbe agli agenti dell’immigrazione di rifiutarsi di prendere anche solo in considerazione la loro richiesta d’asilo, impedendogli fisicamente di entrare sul suolo statunitense”. E questo nonostante il Refugees Act del 1980 sia stato approvato proprio affinché “non si ripetessero gli errori del passato”. È un passaggio del dissenso che - in segno di particolare gravità - la giudice liberal della Corte suprema Sonia Sotomayor ha letto in aula, per sottolineare la contrarietà alla decisione della maggioranza di consentire all’amministrazione Trump di respingere i migranti al confine sud. In base alla legge americana, giunti al confine i migranti hanno diritto di fare richiesta di asilo e vederla valutata prima di venire ammessi o respinti. La misura introdotta per la prima volta nel 2016 a San Diego e ampliata geograficamente e temporalmente dal primo governo Trump, diventa oggi “costituzionalmente” protetta da una Corte eversiva (il voto 6-3 è avvenuto secondo la ormai consueta divisione fra “conservatori” e liberal) che spinge per un esecutivo sempre più monarchico, senza nessun potere a controbilanciarlo. Il Refugees Act era stato approvato dal Congresso, e la sua relegazione all’irrilevanza di fatto sancisce l’uscita degli Stati uniti anche dalle convenzioni internazionali sul diritto d’asilo. Sempre con le parole di Sotomayor, ora “ancora più persone torneranno indietro e subiranno violenza a causa di qualcosa che non possono, né dovrebbero cambiare di se stesse: la loro razza, religione, nazionalità, o convinzioni politiche”. La sentenza in Mullin v. Alotrolado, oltretutto, non è l’unica che ieri ha contribuito ai piani della Grande deportazione dell’amministrazione Trump. Un’altra decisione della Corte suprema - che reca anch’essa il nome del nuovo segretario dell’Homeland Security Markwayne Mullin: Mullin v. Doe - contribuisce alla “buona riuscita” della Grande deportazione di Trump. Stavolta in questione era la protezione umanitaria temporanea (il temporary protected status, Tps), concessa agli immigrati siriani e haitiani per vivere e lavorare negli Stati uniti. Il Tps è stato anch’esso istituito dal Congresso (negli anni Novanta) per categorie di stranieri particolarmente a rischio in patria. L’amministrazione Trump con questa sentenza riuscirà nell’intento di abolirla definitivamente - e ne aveva sinora privato, con una serie di ordini esecutivi, cittadini provenienti da paesi come il Venezuela, l’Ucraina invasa dalle truppe di Putin e perfino gli ex alleati afghani - prima abbandonati a Kabul e poi, quei pochi che erano riusciti a fuggire, ricacciati in mano ai Talebani dagli stessi Stati uniti. È di nuovo il giudice Samuel Alito, fra i più estremisti della Corte, a firmare l’opinione della maggioranza, in cui fa mostra di risentimento di fronte a uno degli argomenti addotti dai difensori degli haitiani: che il tentativo di espellerli dipende da una ostilità razziale nei loro confronti. Semplicemente assurdo, sostiene Alito, scordando forse che è stato proprio il presidente Donald Trump a sostenere (nel dibattito preelettorale con Kamala Harris) che gli haitiani provengono da un paese “lurido, sporco, disgustoso”, e che a Sprinfield, Ohio, gli immigrati haitiani “mangiano i cani e i gatti” dei cittadini americani, regolarmente bianchi. La sottrazione del Tps a haitiani e siriani, ha commentato su X la procuratrice di New York Letitia James (anche lei nel mirino di Trump per averlo fatto condannare per falsificazione dei libri contabili), “è un tradimento dei nostri valori e della promessa fatta dal nostro Paese di proteggere le persone dallo sfollamento forzato e dalla violenza”. Una sentenza ancora più potenzialmente disastrosa è attesa a breve da questa Corte suprema: quella sull’ordine esecutivo emanato da Trump nella notte del suo insediamento, con cui abolisce uno dei pilastri della Costituzione: lo ius soli.