Oltre il muro: carcere e crisi dello stato sociale di Giuseppe Maria Toscano Il Riformista, 25 giugno 2026 Una nota frase, erroneamente attribuita a Dostoevskij, recita: “Il grado di civiltà di una società si misura dalle sue prigioni”. Potremmo dire infatti che, tanto più una società è avanzata e civile, tanto più essa ha cura del rispetto di chi, in un certo momento, si trova in una situazione di totale vulnerabilità. Tanto più una società, e chi la rappresenta, civile non è, tanto inferiore è il grado di cura rivolto a chi si trova nella situazione di cui sopra. La situazione del carcerato è, a ben vedere, la condizione del vulnerabile per antonomasia: da quando viene portato nel luogo di reclusione, infatti, egli vive da uomo (che pur ha sbagliato) privato dei suoi averi, del suo gruppo d’appartenenza, della sua casa (ammesso che ne abbia una) e, in fin dei conti, della sua stessa individualità. E se dovessimo applicare questo adagio alla situazione italiana? Probabilmente dovremmo reputarci una manica di incivili. I rapporti annuali redatti dall’Associazione Antigone, che da oltre vent’anni si occupa di monitorare le condizioni dei penitenziari italiani, mostrano, infatti, un sistema inefficiente e in costante decadimento. Recidiva altissima con picchi di 6 detenuti su 10. Milioni di risarcimenti ai detenuti a causa del sovraffollamento. Tassi di suicidi altissimi sia tra i detenuti che negli operatori della polizia penitenziaria. Le problematiche principali (sovraffollamento e carenza di personale) colpiscono anche le realtà migliori. Per portare un esempio: poco tempo fa sono stato in visita alla casa circondariale di Padova. Le condizioni del carcere di Padova, rispetto a molti altri istituti presenti sul territorio, sono tutto sommato buone. Ciononostante, la casa circondariale conta 226 detenuti su 188 posti regolamentati (120% circa); la casa di reclusione ha un tasso d’affollamento di gran lunga superiore: 672 detenuti su 438 posti. Per buona parte i detenuti sono rei di crimini di strada. Sorprendente è anche la divisione etnica: i picchi di popolazione extracomunitaria arrivano al 70/75% in alcuni periodi. La politica, anche con questo governo, di promesse ne ha fatte e di decisioni ne ha prese. C’è il Decreto Carceri, che prevede la costruzione di nuovi penitenziari. C’è il lavoro del sottosegretario Ostellari che prevede l’inserimento in comunità terapeutiche per detenuti con problemi di tossicodipendenza. Nessuna iniziativa, però, si occupa dei motivi che portano la persona al crimine. Non ci si occupa della marginalità. Rispetto alla volontà di costruire nuove carceri, c’è però da dire che questa risponde a una tendenza generale di tutti i paesi occidentali. È il cosiddetto passaggio “dallo stato sociale allo stato penale” (Wacquant, 2000). Lo stato sociale viene squagliato come un gelato dalle politiche neoliberali. La povertà e il disagio aumentano. C’è quindi maggiore possibilità che molti finiscano nel circuito criminale per sostentarsi. Molti studi suggeriscono infatti che la marginalità aumenta dove i programmi assistenziali che prima contenevano la povertà sono stati progressivamente smantellati. È proprio dal tema della marginalità che la politica dovrebbe partire per concepire politiche penitenziarie serie. Perché un carcerato recidivo per reati di strada, non rappresenta, semplicemente, un fallimento dell’istituzione penitenziaria. Rappresenta invece, prima di tutto, il fallimento delle politiche sociali di un paese. Il 34% è in cella per reati di droga ma la droga è liberissima (e le mafie ringraziano) di Angela Stella L’Unità, 25 giugno 2026 Per il sottosegretario Mantovano, i numeri delle dipendenze ci parlano di una pandemia. Insomma: la relazione del governo conferma quanto denunciato nel Libro bianco sulle droghe delle associazioni: il proibizionismo non funziona. “I numeri delle dipendenze ci parlano di una pandemia che ha la particolarità di non essere percepita come tale”. È l’accostamento utilizzato dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano che in una conferenza stampa ieri ha presentato la relazione al Parlamento sul fenomeno delle dipendenze in Italia. Secondo la premier Giorgia Meloni occorrono, dunque, “un approccio a 360 gradi e risposte lungimiranti”. Insomma il proibizionismo non funziona. E la conferma è arrivata sempre ieri quando è stata presentata alla Camera dei Deputati, su iniziativa del deputato di +Europa Riccardo Magi, la diciassettesima edizione del Libro Bianco sulle droghe, dal titolo “E non sono pazzi”. Il Libro Bianco è il rapporto indipendente che ogni anno analizza gli effetti del Testo Unico sugli stupefacenti sul sistema penale e penitenziario, sui servizi, sulla salute delle persone che usano sostanze e sulla società. società. È promosso, tra gli altri, da La Società della Ragione, Forum Droghe, Antigone, CGIL, Associazione Coscioni, ARCI, LILA con l’adesione di A Buon Diritto, Meglio Legale. Ogni anno viene presentato in occasione del 26 giugno, Giornata internazionale contro l’abuso di droghe e il narcotraffico, nell’ambito della campagna internazionale di mobilitazione “Support! don’t Punish” che chiede politiche sulle droghe rispettose dei diritti umani e delle evidenze scientifiche e che anche quest’anno coinvolgerà oltre 250 città in circa 100 Paesi. Vediamo in pillole i dati più significativi. Dopo quattro anni consecutivi di crescita, nel 2025 diminuiscono gli ingressi complessivi in carcere del 3,4%. Calano anche gli ingressi per violazione dell’articolo 73 del Testo Unico: sono 10.784 su 42.005, pari al 25,7% del totale. La riduzione percentuale rispetto al 2024 è tuttavia minima: l’anno precedente erano il 25,8%. In altre parole, ancora oggi più di un ingresso in carcere su quattro è legato alla normativa sulle droghe. Al 31 dicembre 2025 complessivamente, 21.562 persone, pari al 33,9% della popolazione detenuta, erano in carcere per violazione del TU. La percentuale italiana è quasi doppia rispetto alla media europea, pari al 18%, ed è nettamente superiore anche alla media mondiale, pari al 22%. Nel 2025 sono state 17.308, pari al 41,2%, le persone tossicodipendenti entrate in carcere. Al 31 dicembre erano presenti negli istituti penitenziari italiani 20.767 detenuti certificati tossicodipendenti, pari al 32,7% del totale. Al 31 dicembre erano 20.767 i detenuti certificati tossicodipendenti: il 32,7% del totale, si legge nel Libro bianco. Un record. Per il terzo anno consecutivo viene raggiunto un nuovo massimo: dal 2006 non erano mai stati così numerosi. La repressione amministrativa continua a concentrarsi prevalentemente sulle persone che usano cannabis. Nel 2025: il 77,4% delle segnalazioni ha riguardato la cannabis; il 17% la cocaina; il 2% l’eroina; le altre sostanze hanno avuto un’incidenza residuale. Dal 1990 è stata superata la soglia di un milione e mezzo di persone segnalate per detenzione di droghe a uso personale. Circa 1,1 milioni delle segnalazioni hanno riguardato derivati della cannabis. Il commento di Riccardo Magi: “Dopo tanta propaganda, dopo anni di annunci, dopo l’ennesima stretta repressiva, i dati contenuti nel Libro bianco e confermati dalla relazione annuale della presidenza del Consiglio riprovano che il governo Meloni ha perso la guerra alla droga sotto tutti i punti di vista. Sul fronte della prevenzione, i dati sul consumo di droga non accennano a diminuire, un detenuto su 4 è in carcere per reati legati alla droga e ciò che più colpisce è l’accanimento verso la cannabis e verso i più giovani. Mantovano parla di numeri da pandemia: si renda conto che lui e le sue politiche ne sono la concausa. Un approccio proibizionista che è fallito ma che Mantovano e questo governo continuano a replicare, sprecando soldi dei contribuenti, sovraffollando le carceri e perseguitando gli adolescenti. La soluzione si chiama legalizzazione per la cannabis, decriminalizzazione del consumo, riduzione del danno per tutte le altre sostanze e basta stigma sui consumatori. Mantovano apra gli occhi perché, di fronte a questi numeri, dovrebbe solo dichiarare il fallimento del proibizionismo”. Anche secondo Leonardo Fiorentini del Forum Droghe, “ogni anno ci ritroviamo a commentare gli stessi dati ed evidenze. Mentre le carceri scoppiano per colpa della legislazione sulle droghe, nonostante la repressione le sostanze sono sempre più facili da trovare, più pure e più pericolose. La strada da percorrere è quella indicata dal Libro Bianco: depenalizzazione piena dell’uso e delle condotte minori, superamento delle sanzioni amministrative per il consumo, rafforzamento delle misure alternative, piena attuazione della riduzione del danno e regolazione legale della cannabis. Il Governo può continuare ad andare avanti con il paraocchi, ma la sua stessa Relazione dimostra che il proibizionismo non protegge né la società, né la salute: rende i mercati più pericolosi e scarica sulle persone, sui servizi, sui tribunali e sul carcere il costo del proprio fallimento”. Meno carcere preventivo ed edilizia, le mosse del governo di Lorenzo Attianese ansa.it, 25 giugno 2026 Ridurre la carcerazione preventiva, aumentare la possibilità di misure alternative per alcune categorie di soggetti, proseguire l’ampliamento delle strutture penitenziarie nonostante le difficoltà. Sono le principali direttive su cui il governo si sta muovendo per far fronte all’emergenza sul sovraffollamento delle carceri, tornata al centro del dibattito politico dopo l’uscita dal carcere di Gianni Alemanno, il quale durante i suoi mesi di detenzione si è fatto portavoce delle istanze per i diritti delle persone ristrette, fino a portare in queste ore - ormai da uomo libero - le sue riflessioni appena uscito fuori dall’istituto di Rebibbia: “Ho visto e conosciuto una realtà terribile, il carcere è una vergogna per la Repubblica, una offesa per come tratta la gente e che non dà, a chi se la merita, una possibilità di cambiamento”, dice l’ex sindaco sottolineando che “la battaglia per il sovraffollamento non ha colore politico. Non è di destra o di sinistra. Mi auguro che il Parlamento faccia una legge trasversale sul sovraffollamento”. E infine ribadisce la sua intenzione di affrontare la questione con il Guardasigilli Carlo Nordio: “Sono convinto che il ministro abbia la percezione esatta di quello che succede in carcere. Bisogna entrare nelle celle e parlare con le persone e questo lui ancora non lo ha fatto. Con il 140% di affollamento non si riesce a fare nulla. Bisogna creare un processo di rieducazione e dare una possibilità a chi lo merita, perché soltanto abbattendo la recidiva si difende fino in fondo la sicurezza dei cittadini”. L’appello è stato subito colto dal titolare della Giustizia, che si dice “quanto prima lieto di ascoltare Alemanno” e commenta: “Personalmente credo che garantismo significhi enfatizzare la presunzione di innocenza e, quindi, ridurre la carcerazione preventiva e assicurare la certezza della pena irrogata dalla magistratura dopo un giusto processo”. Solo qualche giorno fa in Senato il ministro aveva precisato che la drammatica percentuale di suicidi rispetto all’anno scorso è stata invertita, dimostrando che “le operazioni di prevenzione cominciano a essere efficaci”. Poi l’elenco di misure messe in atto dal governo: lo stanziamento di 5 milioni di euro per l’esercizio finanziario del 2025 e altri 5 milioni per il 2026, l’agevolazione dell’accesso di detenuti tossicodipendenti alle strutture sanitarie pubbliche e alle strutture private, l’individuazione di comunità o organismi nei quali due o tremila soggetti avrebbero diritto alla detenzione, ma a cui non possono accedere per mancanza di domicilio. In corso c’è anche la discussione in Parlamento sulla detenzione differenziata dei tossicodipendenti, circa diecimila, che potrebbero essere ristretti in strutture protette ma al di fuori della delle della situazione carceraria. Per il piano di edilizia penitenziaria, gestito dal commissario straordinario Marco Doglio e per la creazione di oltre diecimila nuovi posti nel triennio 2025-2027, i lavori sono ancora in fase di realizzazione: la specifica dotazione finanziaria è di 450 milioni. L’eredità di Fassone: “Il fine pena mai è pura disumanità” di Franco Insardà Il Dubbio, 25 giugno 2026 Ripubblichiamo l’intervista a Elvio Fassone, un modo per ricordare una grande personaggio che ci ha lasciati lo scorso 21 giugno. Poteva essere l’ultima lettera. L’ultima di una fitta corrispondenza durata 26 anni, quella tra Salvatore, giovane ventisettenne condannato all’ergastolo 28 anni prima, ed Elvio Fassone il giudice che emise quella sentenza nel 1978. Poteva essere l’ultima lettera, ma per fortuna le cose sono andate diversamente. Salvatore, infatti, aveva deciso di cambiare il corso della sua vita da ergastolano con un “fine pena ora”. Aveva deciso, cioè, in un momento di sconforto, di suicidarsi. Voleva farlo con una cinghia da stringere intorno al collo. Voleva usarla per riprendersi quella libertà che la condanna a “fine pena mai” non gli avrebbe mai potuto garantire. Ma l’intervento tempestivo di un agente di polizia penitenziaria ha evitato la tragedia. E così Salvatore ha scritto al suo giudice-confidente. “L’altra settimana - gli ha confidato - ne ho combinata una delle mie: mi sono impiccato... Mi scusi”. Inizia così “Fine pena: ora” (Sellerio editore), il racconto di Elvio Fassone, ex magistrato, ex senatore Ds per due legislature ed ex componente del Csm, del suo rapporto con Salvatore (nome di fantasia utilizzato dall’autore). Fine pena ora. Ce lo spiega? Nella cartella che accompagna la vita di un ergastolano c’era scritto “fine pena mai”. Oggi il computer che pretende di tradurre i concetti in cifre ha sostituito quella frase con un freddo 31/12/9999. Quando l’ergastolano esaurisce la sua capacità di sopportare la drammatica assenza totale di futuro può capitare, e purtroppo accade di frequente, che tenti di togliersi la vita. Ecco perché idealmente ho sostituito la parola “mai” con “ora”. La mia pena finisce adesso e faccio finire la mia vita dato che non ha più alcun senso. Salvatore aveva deciso. Lo hanno salvato. Lei che lo ha conosciuto così bene pensa che sia stata per lui l’ennesima sconfitta? Mi auguro di no. Il fatto stesso che mi abbia scritto subito dopo per raccontare il gesto e abbia aggiunto le parole “mi scusi non lo farò più”, è confortante. Evidentemente è stato un cedimento di fronte a un’ulteriore delusione. Ha deciso di fare qualcosa? L’unica cosa che ho potuto fare è stato raccontare questa storia attraverso il carteggio con Salvatore. Credo che raccontare una sofferenza significhi in piccola parte risarcirla e sperare che una mobilitazione di intelligenze e di spiriti possa contribuire ad arrivare anche a un cambio legislativo. Qual è stata la molla che lo ha spinto a scrivere quella prima lettera? Il disagio interiore che provavo. Nel corso del processo di Salvatore c’era stata una frequentazione di quasi due anni. Era nato un rapporto meno impersonale, meno burocratico. In particolare mi aveva colpito l’ultimo colloquio prima della fine del processo. Perché? Mi chiese se avessi dei figli. Alla mia risposta positiva mi disse: “se suo figlio nasceva dove sono nato io forse a quest’ora era lui nella gabbia e se io nascevo dove è nato suo figlio forse adesso io facevo l’avvocato ed ero pure bravo”. Come a dirmi che nella lotteria della vita aveva avuto il biglietto sbagliato. Fu allora che decisi di scrivergli. Si aspettava una risposta? Ero molto dubbioso, perché quella lettera poteva essere interpretata come un gesto ipocrita. Il gesto del carnefice che si china a fare una carezza alla vittima e può anche giustificare una reazione. Ma Salvatore per fortuna la prese bene. Dopo quella lettera nella quale Salvatore le chiedeva scusa per il suo tentato suicidio il rapporto epistolare è finito? No, affatto. Ho scritto il libro per sollecitare, per quel che mi riesce, l’opinione pubblica a intervenire su questa materia che esige un intervento. L’ergastolo senza via d’uscita ha manifestato e manifesta la sua disumanità e come tale è evidente la necessità di un intervento collettivo. I radicali da sempre propongono l’amnistia e l’indulto per risolvere il sovraffollamento delle carceri. Che ne pensa? L’amnistia riguarda i reati piccoli e serve a svuotare non le carceri, ma gli armadi. L’indulto si è rivelato un palliativo con benefici di breve durata: molti di quelli che sono usciti ritornano in carcere. Invece che cosa bisognerebbe fare secondo lei? Secondo la mia esperienza la soluzione strutturale per i delitti di media gravità, sarebbe quella di sostituire la reclusione con prestazioni pubbliche di utilità a titolo gratuito: in termini di pena potrebbero valere più della reclusione. Occorrerebbe un programma ben definito, con un apparato, al momento inesistente, fatto soprattutto di formatori. Soltanto allora si potrebbe alleggerire in maniera massiccia la popolazione carceraria. La legge Gozzini ha già indicato una strada simile... Parliamo di un’eccellente legge sotto molti aspetti. Ne vorrei sottolineare uno in particolare: la possibilità di utilizzare il tempo della detenzione ha incentivato chi è dietro le sbarre a diventare collaboratore delle istituzioni. Se il detenuto sa che ogni sei mesi può scalare giorni di pena partecipando all’opera di trattamento prevista dalla Gozzini, è invogliato a farlo e fin dal primo giorno. Quello che ha fatto anche il “suo” Salvatore... Assolutamente. Ha maturato una serie di 45 giorni sterminata, finché ha perso la speranza. Ha pensato: “tanto non mi servono: il mio fine pena non finisce mai”. Questa mancanza di prospettiva è un modo indiretto, e forse non pensato, di vanificare parte della Gozzini. L’ergastolo ostativo è la pena meno comprensibile e meno conciliabile con l’articolo 27 della Costituzione... Direi di sì. Anche la Corte europea dei diritti dell’uomo ha cambiato registro: in una sentenza del 2013 ha stabilito che una pena senza una via d’uscita praticabile è contraria al senso d’umanità e alla dichiarazione dei diritti dell’uomo che abbiamo sottoscritto. Da magistrato e da legislatore crede ci sia speranza che si possa modificare la norma sull’ergastolo? Nel 1981 il 77,4% degli italiani disse di no al referendum che chiedeva l’abrogazione dell’ergastolo. Oggi si otterrebbe, penso, lo stesso risultato. Per questo motivo, nella seconda parte del libro, propongo un approccio graduale che fissi come punto di arrivo una via di uscita all’ergastolo, correlata al percorso di rieducazione del detenuto. Giustizialisti e garantisti: due fazioni in lotta? È un aspetto non bello del nostro costume quello di ridurre tutto a un derby. La divisione tra giustizialisti e garantisti è pluriennale. Lei è stato anche componente del Csm... Non bisogna mai dimenticare che il Csm è un organo di autogoverno, un privilegio che produce delle responsabilità. Ciascun singolo consigliere deve percepire quali sono i suoi doveri. Tutti i magistrati hanno il diritto di esprimere le loro opinioni, ma non come soggetti istituzionali, soprattutto quando possono avere una marcata influenza sull’opinione pubblica. I magistrati tedeschi hanno un obbligo molto stringente alla riservatezza: pensa che sia giusto? Le rispondo con difficoltà, perché esiste un diritto a manifestare le proprie opinioni sancite dalla Costituzione. Per i magistrati la linea di margine è difficilmente tracciabile. Personalmente nel dubbio propendo per il riserbo. Da magistrato che rapporti ha avuto con gli avvocati? Ho vissuto innumerevoli rapporti di cordialità e di amicizia con una quantità di avvocati. Con il codice del 1989 ha esaltato l’antagonismo tra le parti ed è inevitabile. In questi anni è aumentato il peso ed è chiaro che i rapporti siano diventati più tesi. Presidente Fassone, chi è il giudice? Il giudice è una persona che fa una profezia retrospettiva. Deve affermare l’esistenza di un fatto che non ha visto, che non conosce e che deve ricostruire sulla base di tracce attuali che portino a un giudizio di mera probabilità, seppur alta. Al di là di ogni ragionevole dubbio. Antonio, 88 anni, riceve la grazia (parziale) da Mattarella ma resta in carcere di Federica Olivo huffingtonpost.it, 25 giugno 2026 A Rebibbia dal 2022, è stato condannato a 12 anni perché ha ucciso il figliastro dopo l’ennesima aggressione. Mattarella gli ha concesso clemenza parziale, che sarebbe un viatico per assegnargli i domiciliari. Ma ancora non si è mosso nulla. Ancora in cella, a 88 anni. Nonostante la grazia. È la storia di Antonio Russo, anziano detenuto a Rebibbia dal 2022. L’uomo è entrato in carcere quando aveva già più di 80 anni, con una pena pesante. Russo è stato condannato a 12 anni per omicidio volontario: ha ucciso uno dei figli della compagna nel 2018. L’omicidio era maturato in un contesto di violenze e vessazioni: l’anziano aveva accoltellato il giovane dopo essere stato aggredito e picchiato per l’ennesima volta. Era stato lo stesso Russo a consegnarsi alle forze dell’ordine. Gli altri figli della compagna non si erano costituiti parte civile contro di lui, perché a loro volta vittime di aggressioni da parte del giovane ucciso. La sua storia era balzata agli occhi di Gianni Alemanno, uscito il 24 giugno dal carcere dopo quasi un anno e mezzo di detenzione. L’ex sindaco di Roma aveva conosciuto bene Russo e aveva iniziato una campagna per aiutarlo. Insieme con Fabio Falbo, detenuto conosciuto come “lo scrivano” di Rebibbia, Alemanno aveva scritto al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. In quella lettera si raccontava dell’età avanzata di Russo e delle sue precarie condizioni di salute. Non solo: veniva dato conto del fatto che Russo aveva una casa disponibile per scontare i domiciliari e una famiglia che lo aspettava. Si raccontava inoltre che Russo, rimasto in cella qualche mese nel 2018, per tutta la durata del processo era poi stato in libertà fino alla sentenza definitiva. A piede libero, senza creare mai problemi a nessuno. La grazia è arrivata, anche se parziale. Ad aprile Mattarella ha firmato il decreto che gli cancella due anni e mezzo dei quasi otto ancora da espiare. Nonostante questo, Russo è ancora in carcere. Potrebbe uscire? Sì, anche se non da uomo libero: qualche anno di pena da scontare gli resta ancora, ma potrebbe farlo senza problemi ai domiciliari. La grazia dovrebbe essere un ulteriore punto a suo favore. Invece è tutto bloccato. Russo resta in carcere, nell’attesa della decisione del magistrato di sorveglianza: “Per motivi di salute, Antonio è chiaramente incompatibile con il carcere. Il suo è un reato grave, ma è maturato in un contesto di disperazione. Ha una famiglia pronta ad accoglierlo, non è mai stato considerato così pericoloso socialmente da dover essere messo in carcere”, spiega a HuffPost Edoardo Albertario, avvocato di Russo. “Aspettiamo che arrivi l’ordinanza del magistrato, sperando che sia positiva e che Antonio possa andare ai domiciliari. Non so quanto altro tempo bisogna aspettare per il differimento della pena”. Ma come è possibile che una persona così anziana sia in carcere? In Italia non esiste una legge che impedisca a un giudice di mandare in carcere una persona di una certa età. Esiste però la possibilità, per gli over 70, di chiedere il differimento della pena. Di chiedere, cioè, che la pena non sia scontata in carcere: “Ma si tratta di una misura facoltativa, che non sospende l’ordine di esecuzione della pena”, spiega a HuffPost l’avvocato Michele Passione, che si occupa tra l’altro di diritti dei detenuti. Non ci sono dunque automatismi: le persone anziane possono scegliere di non chiedere i domiciliari. E se invece li chiedono, i giudici possono dire di no, se li ritengono pericolosi o incompatibili con i domiciliari. E lasciarli in galera. In un contesto in cui la popolazione invecchia sempre di più e i processi durano a lungo, non si può escludere che in tempi brevi questa norma che consente di entrare in carcere anche da molto anziani sia portata davanti alla Corte costituzionale. Se ciò accadesse, la Consulta dovrebbe decidere se è compatibile con la Costituzione tenere una persona in carcere fino a 90 anni e oltre. Intanto, secondo gli ultimi dati di Antigone, i detenuti con più di 70 anni continuano a aumentare: corrispondevano allo 0,6% della popolazione carceraria nel 2005, nel 2025 erano il 2,1%. Tradotto in numeri: 1.348 persone con più di 70 anni sono rinchiuse in carcere. E il paradosso è che la legge lo consente. Almeno per ora. Il paradosso di Alemanno dopo il carcere: conciliare Vannacci con i diritti dei detenuti di Nello Trocchia Il Domani, 25 giugno 2026 L’ex sindaco esce da Rebibbia e annuncia una cena con il generale. Come si concilia quello che ha visto dentro, la battaglia contro il sovraffollamento con le parole d’ordine di Vannacci? Alemanno non risponde, ma assicura: “Non mi candido. Dentro c’è una marea di gente innocente, ho visto cose incredibili”. Gianni Alemanno è uscito dal carcere confermando la sua adesione al partito del generale Roberto Vannacci, l’ex sindaco di Roma ha chiesto ai dirigenti del suo movimento Indipendenza, riottosi all’accordo, di non presentarsi. Smottamenti a destra, cambi di casacca, voti in uscita dal perimetro della destra di governo. Questioni politiche che appassionano sondaggisti e analisti, ma dietro il capannello affollato di curiosi, giornalisti e fedelissimi c’è altro. C’è il carcere e chi lo abita. L’universo dimenticato della Repubblica di cui Alemanno è diventato testimone, universo rimosso dalla narrazione del generale. Rebibbia, esterno carcere. Mancano pochi minuti alle dieci. L’ufficio matricola è l’ultimo passaggio prima dell’uscita di un detenuto, lì si raccolgono gli effetti personali, i soldi, quello che resta del tempo dentro. Un uomo in camicia blu, scarpe da ginnastica si intravede dalle vetrate dell’ingresso. Ha un borsone nella mano destra. È Alemanno. Prima di lui c’è un altro recluso che ha abbandonato inferno e cella. Maglietta a mezza manica, ha raccolto indumenti e scarti di vita dentro una bustone nero, quelli della spazzatura. È straniero. Tra i due un agente della polizia penitenziaria che guarda la folla assiepata per l’ex sindaco. Uno scatto che immortala il prima e il dopo di Alemanno. La battaglia contro il sovraffollamento e per i diritti dei reclusi , “qua ho conosciuto una realtà terribile - ha ricordato - che è una vergogna per la nostra Repubblica”, finita con l’abbraccio al vannaccismo. Quel miscuglio di tolleranza zero, “basta con Abdul sulle porte delle case popolari”, deportazioni travestite da remigrazione dove il carcere è uno spazio per confinare disperati e ultimi. Lo aveva detto chiaro e tondo Vannacci cosa pensa del carcere. “La mia solidarietà va soprattutto alle vittime, non ai detenuti che stanno scontando la giusta pena per le loro malefatte. Le carceri diventino quindi i luoghi in cui ogni carcerato, lavorando duramente e devolvendo i propri emolumenti per l’opera prestata, risarcisca le vittime per i danni subiti dalle loro azioni criminali”. L’ex sindaco ha ricordato quello che ha visto: “C’è una marea di gente innocente, ho visto cose incredibili. Tre giorni fa dalla mia cella è uscita una persona, un senzatetto, dopo sei mesi perché era accusato di avere rubato 16 euro da un parchimetro. Chi dice che per assicurare la sicurezza del cittadino vanno messe le persone in carcere sbaglia, la sicurezza non è tolleranza zero e repressione dei diritti. C’è qualcosa che non funziona e di sbagliato nel sistema”. Chissà se lo dirà a Vannacci. Alemanno avanza, regala abbracci, baci, sorride e risponde alle domande. “Il mio ruolo è solo quello di dare l’esperienza, la mia esperienza, la mia capacità di fare analisi politica, di dare prospettive. Io vengo soltanto a servire, non ho nessuna pretesa, nessuna speranza strana, non chiedo candidature”, dice. Poi dispensa consigli alla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni: “Non mi pare che Giorgia Meloni abbia chiamato Vannacci o abbia parlato con lui per concordare alcunché. Decida lei cosa vuol fare, se vuol coinvolgere Vannacci lo chiamasse e vedessero cosa possono fare”. Poi auspica un dibattito nel centrodestra. Il caldo non lascia scampo, l’ex sindaco è stremato e si avvicina all’auto. Qualche mese fa Domani lo aveva incontrato a Rebibbia durante un dibattito su cronisti, carcere e racconto pubblico. Si avvicina, il tempo di porgli una domanda prima che un improvvisato servizio d’ordine lo scorti alla macchina. Come si concilia quello che ha visto dentro con le parole d’ordine di Vannacci? Alemanno non risponde. “Hai capito che te ne devi anda’”, sbraita uno dei guardaspalle. Poco lontano uno striscione. “Auguri Gianni, Alemanno uno di noi”, firmato Fn, Futuro Nazionale. Il generale non c’è, si vedranno a cena per saldare l’alleanza. Poco distante si fanno i conti della condanna scontata dall’ex sindaco, sotto i due anni, e dell’interdizione dai pubblici uffici che scade a febbraio. Pochi mesi dopo ci sono le elezioni. E Alemanno sarà con Vannacci. Sotto la stessa bandiera. Alemanno è fuori. E l’amico Vannacci “butta le chiavi” di Francesca Spasiano Il Dubbio, 25 giugno 2026 “Oggi le vittime della criminalità sono abbandonate a loro stesse, senza tutela, senza supporto, senza giustizia. Io non ho dubbi: tra Abele e Caino - dice Vannacci - sono sempre dalla parte di Abele e Caino deve marcire in carcere”. L’ultima notte in cella l’ha passata come tutti gli altri, a patire il caldo nell’afa delle carceri che esplodono di corpi. Poi il detenuto Gianni Alemanno può ritrovare la libertà e mandarla giù con un bicchiere di vino, di quelli agognati per un anno, cinque mesi e 24 giorni passati dietro le sbarre. “Non dovevo stare qua. Sono innocente rispetto ai fatti che mi sono stati contestati e il reato per cui sono qua è stato abolito”, dice subito l’ex sindaco di Roma. Che si rituffa nella folla di giornalisti e militanti poco prima delle dieci, lasciandosi alle spalle i cancelli di Rebibbia. Dietro di sé ci sono i compagni di cella a cui ha promesso di continuare la lotta contro il sovraffollamento. Davanti a sé, invece, un futuro politico tutto da scrivere, nel nome della “nuova destra” che risponde all’appello di Roberto Vannacci. Alemanno lo incontrerà soltanto a sera, a cena, per discutere dell’alleanza già annunciata e tessuta in carcere. “Parleremo di molte cose - spiega ai microfoni assiepati davanti all’istituto romano - anche se non siamo d’accordo su tutto. Io sono un sovranista e non accetto una politica conservatrice”, perché “in Italia bisogna cambiare tutto. Non c’è niente da conservare”. Il messaggio è soprattutto per Giorgia Meloni, che farebbe bene - dice Alemanno - ad alzare la cornetta per telefonare a Vannacci. Si vedrà. Per la politica c’è ancora tempo. “Non cerco candidature”. Il “martire” della giustizia, condannato in uno dei filoni dell’inchiesta “Mondo di Mezzo”, vuole parlare del suo tempo dentro, a beneficio di chi ci è rimasto. E perciò prima di volare a Prati per il rendez-vous con il generale, quello che serve è un pasto sociale con gli amici di sempre, sulla Tiburtina, menù supplì, lasagne e pizza. Ai tavoli di “Mozzico” siedono i volti della destra romana e gli esponenti del movimento fondato dall’ex sindaco, Indipendenza, già arruolati tra le fila del generale. “La classe dirigente che ha retto botta” in questi mesi, dice Alemanno, che può finalmente riappropriarsi di simboli e principi, compresa la catenina che gli torna al collo. Il mezzogiorno di fuoco della capitale è l’ora della destra pronta a scendere in campo. Ma è anche l’ora di un sospetto, intorno a pranzo, quando dalle agenzie di stampa sbuca fuori una dichiarazione del generale. “Domenica prossima noi feccia saremo e parleremo con un’altra feccia dimenticata da questo Stato: le vittime della criminalità”, scrive sui social il leader di Futuro Nazionale. Che dà appuntamento al Teatro Comunale di Vicenza per un confronto con Giuseppe Cruciani e Alberto Filippi, l’ex senatore della Lega rapinato in casa proprio nel vicentino. “Oggi le vittime della criminalità sono abbandonate a loro stesse, senza tutela, senza supporto, senza giustizia. Io non ho dubbi: tra Abele e Caino - dice Vannacci - sono sempre dalla parte di Abele e Caino deve marcire in carcere”. Marcire, dunque, buttare la chiave. E ora chi glielo dice a quel popolo di detenuti che confidava nel politico uscito di cella per migliorare le cose? Per tutti questi mesi Alemanno ha dato loro voce con il suo diario dal carcere, denunciando condizioni di detenzione inaccettabili. Fatti di cui si trova traccia anche nella sua ultima lettera, in cui l’ormai ex detenuto parla di un universo penitenziario ancora più “degradato” e “abbandonato a se stesso” rispetto ai suoi 20 anni, quando per la prima volta era entrato in un istituto di pena. “Qua ho conosciuto una realtà terribile che è una vergogna per la nostra Repubblica - ribadisce nelle dichiarazioni di ieri -. Qua in carcere la Repubblica italiana perde la faccia per come tratta la gente, ma soprattutto perché non dà a chi se lo merita una possibilità di uscire a testa alta e di rifarsi una vita. E questa è una vergogna che la Repubblica italiana deve risolvere”. Per questo, ripete Alemanno, quella per un carcere umano è una battaglia trasversale. Di cui parlerà con Vannacci, se potranno ancora capirsi. E pure con il guardasigilli. “Appena possibile, chiederò un incontro al ministro Nordio e ai vertici del Dap perché bisogna sfatare l’idea che avere carceri dignitose sia in contrasto con la battaglia per la sicurezza. Io rivendico l’intransigenza sulla sicurezza ma questa si difende solo se c’è un carcere che funziona, che combatte contro le recidive e non con la vecchia idea “Riempiamo le celle e ne buttiamo le chiavi”, come se così si potessero risolvere tutti i problemi. È esattamente il contrario”, ragiona l’ex sindaco. A cui il ministro della Giustizia replica subito, accettando l’invito. “Quanto prima sarò lieto di ascoltare Gianni Alemanno, così come ho ascoltato i rappresentanti della Polizia penitenziaria e delle famiglie delle vittime. Non conosco suggerimenti, in merito, del Generale Vannacci e non so se sia favorevole ad una sorta di amnistia. Personalmente credo che garantismo significhi enfatizzare la presunzione di innocenza e, quindi, ridurre la carcerazione preventiva e assicurare la certezza della pena irrogata dalla magistratura dopo un giusto processo”, spiega Nordio. Che ha i suoi dubbi. Come chi in queste ore si chiede se arriverà un po’ di sollievo, nel tam tam della politica, per quei 64mila detenuti lasciati nelle celle roventi. Caro Gianni, spiega al generale Vannacci che lo Stato, in nome di Abele, può diventare Caino di Sergio D’Elia* L’Unità, 25 giugno 2026 Fagli sentire il fetore di urina e di feci e del cibo mai consumato che avvolge tutto e tutti, detenuti e “detenenti”, colpevoli e innocenti, condannati e in attesa di giudizio. Digli che se vuole conoscere la vera feccia deve andare lì, in carcere, a Rebibbia. Però, digli anche che lì, dove hanno scaricato il letame della società, la feccia della feccia, tu hai conosciuto Fabio Falbo, lo “scrivano di Rebibbia”, avvocato legale e difensore civico, ancora di salvezza di tanti disperati. Parlagli di te, del “legislatore di Rebibbia” che sei stato, raccontagli come nel luogo dei fuorilegge e della pena hai concepito riforme della legge penale. Digli dei Laboratori Spes contra spem di Nessuno tocchi Caino che hanno riunito a Rebibbia le commissioni Giustizia congiunte di Camera e Senato, il CSM, Presidenti e vicepresidenti delle Camere, Magistrati di sorveglianza. Digli come il luogo della pena ha supplito alle mancanze del Parlamento. Raccontagli anche la vera storia di Caino e Abele. Che sono sempre fratelli, vittima e carnefice, indissolubilmente legati nel male e nel lutto. Ricordagli che il Signore pose su Caino un segno perché non lo toccasse chiunque l’avesse incontrato, e perciò divenne costruttore di città e genitore di nuove discendenze. Digli che sei iscritto a Nessuno tocchi Caino da almeno venticinque anni, ininterrottamente, e che non sei diventato garantista solo entrando a Rebibbia. Digli che le vittime meritano ascolto, rispetto, verità e riparazione. Ma che meritano anche uno Stato di Diritto capace di difenderle innanzitutto prevenendo i delitti e non semplicemente e ferocemente punendo i delinquenti. Che la forza di uno Stato di Diritto si misura nella capacità di difendere Abele senza essere disumano con Caino. Che il rischio mortale per lo Stato è diventare, in nome di Abele, esso stesso Caino. *Segretario di Nessuno Tocchi Caino Sulla facile decisione di privare della libertà personale di Marcello Pesarini transform-italia.it, 25 giugno 2026 Dalla lettura dell’articolo “Quando la giustizia esclude e uccide” di Claudio Novaro, ho ricevuto un segnale di tenuta della solidarietà e della libera informazione. L’esistenza di questi luoghi che ospitano opinioni, lettere, appelli, sta a significare che non è stata ancora cancellata la nostra ragione d’essere compagni nel garantismo e nella solidarietà. Provai una sensazione d’impotenza quando come attivista avrei voluto contro-informare una città di provincia sulle vicende avvenute in un suo penitenziario, vicende che portarono a un suicidio “annunciato” fra le sbarre. Mi trovai di fronte a un mondo politico e dell’informazione che reagì con tanto clamore iniziale ma non permise, per più volontà politiche convergenti, di dare anche la sepoltura politica al detenuto. Di conseguenza leggere le considerazioni di Novaro non fa che rafforzare la convinzione che non sia sufficiente sapere che la punizione sia a termine quando ci si sente defraudati in maniera odiosa e idiota di diritti come l’abitazione nella città dove mantiene relazioni. Per sopportare una falsa accusa di terrorismo può non essere sufficiente la solidarietà dei compagni, se l’ambiente circostante non reagisce. Dal 2010 al 2023, ho lottato al fianco di Giulio Petrilli che era stato condannato ingiustamente, ventenne, a 5 anni e 8 mesi di carcere con l’accusa di aver fatto parte di Prima Linea. La nostra battaglia per ottenere il risarcimento dell’ingiusta detenzione dopo l’assoluzione ottenuta anni dopo, aveva coinvolto il meglio del garantismo italiano di quei tempi. Giulio morì nel 2023 per problemi di cuore già rilevati in carcere, ma le nostre lotte si fermarono di fronte all’impedimento della norma contenuta nell’art. 314 del codice di procedura penale, limitando la discrezionalità del giudicante nella valutazione della condotta tenuta dal detenuto, relativa alle frequentazioni che lui manteneva a sinistra. No, la giustizia ha un peso che deve amministrare con intelligenza e tatto, anche di fronte a leggi sempre più inutili per reprimere lotte e opinioni diverse. La vittoria del no nel referendum voluto dal governo Meloni è stato un primo segnale di un’insofferenza di tutte le fasce di età della popolazione, di fronte a un uso strumentale delle differenze di compiti fra magistrati, pubblici ministeri, avvocati e tutta la gestione dell’iter dei processi. Ma non si può lasciare che l’impianto accusatorio sia gestito da leggi che intendono giudicare le lotte politiche, gli impegni delle giovani generazioni nella solidarietà internazionalista contro il genocidio di Gaza, attraverso decreti sicurezza che riducono le proteste a questioni di ordine pubblico e disturbo ai benpensanti. Le lotte contro le industrie belliche, vedi Leonardo, contro le delocalizzazioni sempre più frequenti, contro il razzismo perpetrato ai danni dei lavoratori vittime di caporalato sono pieno diritto costituzionale di difesa delle condizioni di vita e di miglioramento delle stesse, come negli articoli 2, 3 e 32. Si è mai proceduto verso i padroni che hanno assalito o fatto assalire gli operai che scioperavano perché volevano percepire lo stipendio? Al di là delle parole e degli impegni presi dalle istituzioni dopo la strage di Amendolara, saranno perseguiti gli esecutori materiali ma soprattutto i mandanti di questo ed altri eccidi? Se, nella mente pericolosa dei governanti di Israele e non solo, gli attivisti della Global Sumud Flotilla sono al soldo dei terroristi di Hamas, perché non pensare che dietro all’invisibilità di tanti lavoratori soprattutto migranti non ci sia un disegno di vita precaria resa tale all’infinito? Di conseguenza un governo veramente degno di tutti gli italiani intesi come coloro che vivono e producono ricchezza nel nostro Paese, invece di leggi che non portano a risultati contro il traffico che c’è dietro l’immigrazione clandestina, non attua una vera sanatoria prima e una legge basata sui diritti e le necessità come quella proposta da “Io ero straniero” in contrapposizione alla Bossi-Fini? Perché si vuole continuare a ingannare e creare lotta fra i poveri. Non si può neanche dare la colpa al solo governo di destra, quando la madre della Bossi-Fini, la Turco-Napolitano del 1998 nacque da uno degli ultimi esecutivi di centrosinistra. Contrapporsi alle leggi che isolano e colpevolizzano le lotte, producendo morti più o meno isolate, comporta l’intenzione e la pratica di contrapporsi alle leggi che regolano l’economia nel nome della peggior globalizzazione, e non pensare di capitalizzare il no al referendum per la vittoria dei partiti del campo largo. Ben vengano invece le mobilitazioni per Gaza ma anche per Cuba. Se non si tiene alto l’orizzonte non si riesce a guardare al di là degli interessi quotidiani, e si cade facilmente senza neanche capire perché, quasi senza dignità. Assegno sociale negato al detenuto. Inps condannata di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 25 giugno 2026 C’è un uomo gravemente malato, riconosciuto portatore di handicap in situazione di gravità, che ha scontato per intero la sua pena ed è tornato a essere un cittadino libero. L’Inps gli ha negato l’assegno sociale. Prima ha bloccato la sua posizione richiamando una norma che la Corte costituzionale aveva già cancellato. Poi, davanti al giudice, ha cambiato le carte in tavola e ha tirato fuori l’interdizione perpetua dai pubblici uffici. Il Tribunale di Reggio Calabria, sezione lavoro e previdenza, ha respinto questa linea e ha condannato l’istituto a pagare. La vicenda nasce dal ricorso dell’avvocata Francesca Araniti. Il suo assistito era stato condannato in passato per reati cosiddetti ostativi, ma ha finito di espiare la pena ed è in stato di libertà da anni. Già malato, aveva ottenuto dallo stesso tribunale, con un decreto di omologa, il riconoscimento dell’indennità di accompagnamento. A gennaio 2025 il patronato aveva poi inoltrato all’Inps la domanda di assegno sociale. Da lì comincia un muro. In sede amministrativa l’istituto comunica che la posizione risulta “bloccata ex Min. Giust. L.92/2012 art.2 c. 61” e chiede il certificato di espiata pena. È il richiamo alla legge Fornero, cioè proprio la norma che la Consulta, con la sentenza n. 137 del 2021, ha dichiarato incostituzionale e cancellato dall’ordinamento. L’avvocata invia comunque il certificato “a mero titolo di cortesia”, facendo notare che il suo assistito è un cittadino libero e che lo stesso tribunale, con la sentenza n. 687 del 2025, aveva già condannato l’Inps in un caso identico. La direzione provinciale replica che la documentazione serve “per la verifica finalizzata all’eventuale sblocco della posizione”. E non paga. La Costituzione vale più della legge - Quando la causa arriva in tribunale, l’Inps cambia argomento. Riconosce l’indennità di accompagnamento solo a giudizio iniziato, e su quella domanda viene dichiarata cessata la materia del contendere. Sull’assegno sociale, invece, lascia perdere il vecchio motivo e ne tira fuori uno nuovo: l’articolo 28 del codice penale. La norma prevede che l’interdizione perpetua dai pubblici uffici privi il condannato “degli stipendi, delle pensioni e degli assegni che siano a carico dello Stato o di un altro ente pubblico”. Siccome l’assegno sociale è a carico dello Stato, per l’istituto scatterebbe un effetto ostativo automatico. La difesa parla apertamente di un’operazione di “camuffamento” processuale: in giudizio si sostituisce la motivazione originaria del diniego con un motivo ostativo nuovo, per reintrodurre dalla finestra la stessa preclusione che la Consulta aveva già bocciato. Il giudice arriva alla stessa conclusione per una via più ampia. Ricorda che l’articolo 28 si applica “salvo che dalla legge sia altrimenti disposto”, e che la fonte più alta resta la Costituzione. L’assegno sociale è una prestazione assistenziale legata al solo stato di bisogno, pensata per garantire un minimo vitale a chi non ha i mezzi per vivere. Sul punto sintetizza così il principio fissato dalla Consulta nel 2021: “è contraria a Costituzione una norma che preveda la revoca, pur in presenza di condanne per reati gravi, di una prestazione che soddisfa bisogni primari della persona laddove il beneficiario non sia persona sottoposta a detenzione a carico dello Stato”. Il ricorrente non è in carcere. Ha finito la pena, vive da uomo libero, e ha i requisiti di età e di reddito che l’Inps non ha mai contestato. Per il tribunale togliergli l’assegno significherebbe privarlo del minimo per una vita dignitosa, in violazione degli articoli 2, 3 e 38 della Costituzione. Da qui la conclusione: “anche se letteralmente si tratti di assegno, non può essere privata la persona di mezzi essenziali di sostentamento per una vita dignitosa”. Il giudice accoglie la domanda e condanna l’Inps a versare l’assegno sociale dal primo febbraio 2025, primo giorno del mese successivo alla domanda amministrativa, con interessi e rivalutazione. L’istituto deve pagare anche 4.600 euro di spese, da liquidare a favore del detenuto. Nessuna condanna per lite temeraria: la richiesta non era stata riproposta e la complessità della materia esclude la malafede. Resta la questione fondamentale. La stessa preclusione che la Corte costituzionale aveva tolto di mezzo torna a riaffacciarsi sotto altre vesti, e a pagarne il prezzo sono ex detenuti ormai liberi e malati che chiedono soltanto i pochi euro previsti per chi non ha di che vivere. E vale per tutti, ostativi e non. Brescia. Palpeggiamenti in piscina: dall’arresto al suicidio, le 48 ore del 23enne di Andrea Cittadini Giornale di Brescia, 25 giugno 2026 “Una tragedia che è una sconfitta per tutti” commenta Arianna Carminati, garante dei detenuti di Brescia che in mattinata è entrata nel carcere di Canton Mombello. Dall’arresto per molestie sessuali ai danni di quattro tredicenni al suicidio in carcere nel giro di meno di 48 ore. È il tragico epilogo della vicenda che ha avuto per protagonista un 23enne di origine indiana, richiedente asilo arrivato in Italia da pochi mesi, trovato morto l’altra sera nella sua cella nel carcere bresciano di Canton Mombello. Il giovane si è impiccato con un lenzuolo mentre era detenuto in attesa dell’udienza di convalida dell’arresto disposto dopo quanto accaduto domenica pomeriggio al parco acquatico Tibidabo di Concesio, nel Bresciano. La Procura ha aperto un’inchiesta e disposto l’autopsia per chiarire le circostanze della morte e verificare la gestione del detenuto nelle ore successive al suo ingresso in carcere. Secondo la ricostruzione dei carabinieri, il 23enne avrebbe approfittato della folla presente nel parco acquatico per molestare quattro ragazzine di 13 anni in fila agli scivoli e nelle aree delle vasche. Contestazioni che lo stesso ragazzo ha ammesso. Le segnalazioni dei genitori e del personale della struttura hanno consentito di individuarlo e bloccarlo in attesa dell’arrivo dei militari. Le giovani vittime sono state ascoltate in audizione protetta con l’assistenza di una psicologa. I loro racconti, ritenuti attendibili dagli investigatori, insieme alle testimonianze raccolte sul posto, hanno portato il magistrato di turno a disporre l’arresto del giovane, fino a quel momento incensurato. Nel carcere di Brescia, tra i più sovraffollati d’Italia e dove le condizioni in questi giorni di caldo torrido sono al limite, il corpo è stato scoperto dagli agenti della polizia penitenziaria. Dopo il ritrovamento si sono registrati momenti di tensione all’interno del Canton Mombello, con un principio di protesta da parte di alcuni detenuti. La garante dei detenuti - L’inchiesta della Procura dovrà ora ricostruire le ultime ore di vita del 23enne e accertare eventuali segnali di fragilità che possano essere emersi dopo il suo ingresso in carcere ed eventualmente sottovalutati. “Una tragedia che è una sconfitta per tutti” commenta Arianna Carminati, garante dei detenuti di Brescia che in mattinata è entrata nel carcere di Canton Mombello. “Era in isolamento, in cella da solo, per preservarlo visto che per il reato per il quale è stato arrestato c’è molta sensibilità in carcere. Questo potrebbe aver però inceppato la macchina dei soccorsi” prosegue la garante. Le Camere penali - “La tragedia consumatasi nel carcere di Brescia, dove un ragazzo di 23 anni si è tolto la vita, impone una riflessione profonda che va ben oltre la cronaca giudiziaria - si legge in una nota delle Camere penali -. Davanti alla perdita di una vita umana sotto la custodia dello Stato, il primo sentimento dovrebbe essere il silenzio e il rispetto. Abbiamo assistito, invece, a una spaventosa e inaccettabile deriva d’odio sui social network. Parole cariche di ferocia e di festeggiamento per una morte che interpellano la nostra coscienza civile e giuridica. Come Camera Penale di Brescia, sentiamo il dovere di ricordare alcuni principi non negoziabili. Un arresto o un’accusa non equivalgono a una condanna. Nel nostro ordinamento, ogni persona è presunta innocente fino a sentenza definitiva. Sostituire le aule di giustizia con il “tribunale dei social” è una deriva pericolosa per la democrazia. Quando una persona è privata della libertà, lo Stato diventa custode della sua incolumità fisica e, soprattutto, psichica. Un suicidio in carcere è sempre un fallimento del sistema. La gravità delle accuse non giustifica mai la disumanizzazione del presunto reo. La giustizia non è vendetta, né può essere lasciata in pasto alla rabbia della piazza virtuale. Questa morte non è solo una notizia di cronaca, è una tragedia che avrebbe dovuto essere evitata. I commenti intrisi di violenza che leggiamo non portano maggiore sicurezza, ma calpestano i pilastri della nostra civiltà giuridica. Una società che abdica al diritto per abbracciare la barbarie del rancore ha già perso la sua battaglia più importante. I principi dello Stato di diritto, della dignità umana e del giusto processo devono essere rispettati, nelle aule di tribunale così come nel dibattito pubblico”. Catanzaro. Omicidio nel carcere, cinque arresti. Detenuto ucciso dopo un pestaggio in cella Corriere della Calabria, 25 giugno 2026 La vittima era morta il 7 luglio 2024 all’interno della Casa circondariale. Uno degli indagati è stato arrestato a Lamezia Terme, gli altri quattro erano già detenuti. Cinque persone sono destinatarie di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere per l’omicidio di un detenuto avvenuto il 7 luglio 2024 all’interno della Casa circondariale di Catanzaro. Il provvedimento, emesso dal gip del Tribunale di Catanzaro su richiesta della Procura, è stato eseguito dal personale della Polizia di Stato della Questura di Catanzaro. Uno degli indagati è stato rintracciato e arrestato a Lamezia Terme, mentre gli altri quattro erano già detenuti per altra causa. Secondo l’ipotesi accusatoria, i cinque - all’epoca tutti detenuti nel carcere di Catanzaro - avrebbero agito in concorso nel pestaggio della vittima, avvenuto all’interno della cella. Il detenuto sarebbe deceduto poco dopo l’aggressione. Le indagini, coordinate dalla Procura della Repubblica di Catanzaro e condotte dalla Squadra Mobile, si sono sviluppate attraverso l’acquisizione di dichiarazioni testimoniali, l’analisi dei sistemi di videosorveglianza, attività tecniche di intercettazione, accertamenti medico-legali e ulteriori riscontri di polizia giudiziaria. Elementi che, secondo gli investigatori, hanno consentito di ricostruire il contesto nel quale si sarebbe consumato il delitto. Il provvedimento cautelare è stato adottato nella fase delle indagini preliminari. Gli indagati, dunque, devono ritenersi presunti innocenti fino a un’eventuale sentenza definitiva di condanna. Milano. Il carcere, misura della nostra umanità di Don Paolo Selmi casadellacarita.org, 25 giugno 2026 Sono 31, nel momento in cui scrivo, le persone che si sono tolte la vita in un carcere italiano dall’inizio del 2026. Ogni suicidio in carcere è una sconfitta per lo Stato e per la comunità e interpella chi, come la Casa della Carità, fin dall’inizio della sua attività entra negli istituti penitenziari con progetti sociali e culturali. Ma una di queste morti - avvenuta lo scorso 8 giugno a Milano - ci tocca particolarmente. La vittima, Lamine, era reclusa a San Vittore nella sezione riservata alle persone ad “alto rischio suicidario” o in fase di grave scompenso psichico, ed era conosciuta da operatrici e operatori della Fondazione che entrano in questo reparto per offrire momenti semplici di relazione e di ascolto a chi non ha davvero nulla, in un ambiente che è già di per sé di grande privazione. In questo tipo di reparti, infatti, non solo le celle non hanno elementi di arredo - se non i letti e i sanitari, fissati al pavimento - ma le persone non possono tenere con sé niente, spesso nemmeno i vestiti, perché ogni oggetto potrebbe diventare una potenziale arma da rivolgere contro se stessi. Oltre a questa privazione materiale, questi detenuti vivono in sostanziale isolamento. Come denuncia anche l’Associazione Antigone nel suo “Dossier su suicidi e decessi in carcere nel 2025 e nei primi mesi del 2026”, la prevenzione dei suicidi e degli atti di autolesionismo avviene attraverso “il controllo e la neutralizzazione dei possibili mezzi, piuttosto che attraverso un potenziamento delle misure di ascolto, supporto psicologico e presa in carico”. Capiamo che questi tipi di intervento rappresentino una forma di tutela nei confronti di persone estremamente fragili e non ignoriamo le difficoltà in cui opera quotidianamente il personale penitenziario - che vive anch’esso una situazione di profonda sofferenza, tanto che anche tra gli agenti si continua purtroppo a registrare un numero allarmante di suicidi - ma la domanda che ci facciamo è perché persone così vulnerabili si trovino in una cella e non in un servizio di cura. L’amara risposta è che purtroppo il carcere è diventato il luogo dove finiscono tutte quelle fragilità che gli altri servizi non riescono più a prendere in carico, perché il carcere è l’unico presidio pubblico che non può rifiutare nessuno, che non può dire “non possiamo farci carico di questa persona perché non abbiamo posto”. In questo modo, però, il carcere rischia di diventare solo un luogo di abbandono e disperazione, dove si sommano continuamente sovraffollamento, degrado strutturale, sofferenza psichica e mancanza di percorsi reali di reinserimento, senza che ci si interroghi sulle cause profonde del disagio, della marginalità e dell’esclusione, che spesso stanno all’origine dei percorsi che conducono al reato. La risposta dovrebbe invece essere quella di investire con coraggio nei servizi sociali, nel sostegno alle fragilità psichiche e nei percorsi educativi come strumenti di prevenzione; e poi nelle misure alternative, nell’esecuzione penale esterna, nell’accompagnamento educativo, nello scambio tra dentro e fuori le mura degli istituti penitenziari, attraverso il volontariato e le iniziative culturali. Questi interventi non sono solo più umani e rispettosi della dignità delle persone, ma sono anche più efficaci nel ridurre la recidiva e nel costruire una sicurezza reale per la collettività. E vorrei qui richiamare le parole pronunciate dall’Arcivescovo di Milano, Mario Delpini, nel suo ultimo Discorso alla città, in cui ha definito come intollerabile la situazione delle carceri del nostro territorio: “La Costituzione della Repubblica italiana è tradita nelle reali condizioni dei carcerati, nella formazione e trattamento del personale della Polizia penitenziaria. Una società che funziona in modo che la detenzione sia il modo più ovvio, condiviso e sbrigativo per sanzionare reati si rivela incapace di prevenire i reati, di esigere la riparazione dei danni e di porre le condizioni per recuperare persone alla legalità. L’orientamento di una mentalità repressiva che cerca la vendetta piuttosto che il recupero, che si difende con indifferenza e ignoranza, segnala una crepa pericolosa nella casa comune”. E allora vorrei fare ancora una volta un appello affinché il carcere sia rimesso al centro del dibattito pubblico e della responsabilità collettiva. Il carcere non è un corpo estraneo alla società: è una parte dello Stato e della comunità, e ciò che avviene al suo interno riguarda tutte e tutti noi. Non possiamo continuare ad accettare che la situazione drammatica degli istituti penitenziari si consumi nell’indifferenza e nel silenzio generale. Lo dico anche da sacerdote. C’è un criterio che il Vangelo ci consegna ed è quello della misericordia. Eppure, troppo spesso, anche nelle comunità cristiane prevale uno sguardo che finisce per seguire il senso comune: hai sbagliato, hai fatto del male, dunque devi pagare fino in fondo. Ma non è questa la prospettiva evangelica. Le persone private della libertà non sono numeri né soggetti anonimi: sono donne e uomini con una storia, una fragilità, una sofferenza. Riconoscere questa umanità non significa negare le responsabilità o il dolore provocato dai reati, ma affermare che ogni persona conserva una dignità che nessuna condanna può cancellare. Firenze. Anche le carceri possono essere chiuse. Il caso di Sollicciano rompe un tabù di Luca Rondi altreconomia.it, 25 giugno 2026 A metà giugno il Tribunale di Firenze ha messo sotto sequestro preventivo alcune sezioni dell’istituto per le terribili condizioni strutturali tra muffa, perdite e impianti deteriorati che perduravano da anni. È la prima volta che succede in Italia. Per Alessio Scandurra di Antigone il provvedimento lancia un segnale anche ad altre autorità di controllo, aziende sanitarie in primis: è possibile “mettere i sigilli” e fermare situazioni insostenibili. Il Tribunale di Firenze ha messo sotto sequestro preventivo a metà giugno una parte del carcere di Sollicciano per le sue condizioni disastrose. In Italia non era mai successo ed è l’ennesimo capitolo della “storia penitenziaria” del nostro Paese, ormai in caduta libera. “Forse è più corretto dire che per la prima volta è stato il ministero della Giustizia a farsi sequestrare l’istituto -osserva ironicamente Alessio Scandurra, responsabile dell’osservatorio permanente sul carcere dell’associazione Antigone. La condizione era estrema da anni e non era necessario un decreto del tribunale per capirlo e arrivare alla chiusura”. Muffa, impianti deteriorati, infiltrazioni d’acqua diffuse. È questo quello che ha trovato l’autorità giudiziaria durante l’ispezione condotta di concerto con l’Azienda sanitaria locale valutando poi le carenze strutturali non più tollerabili. Questo provvedimento inevitabilmente ha un valore simbolico e giuridico molto significativo. Dal primo punto di vista è interessante tornare al 1973: in un articolo a firma di Cesare Burdese pubblicato su Il giornale dell’architettura si legge che il carcere fiorentino “fu concepito nel clima politico e culturale che accompagnò la riforma dell’ordinamento penitenziario del 1975. Il tentativo dichiarato fu quello di porlo nel contesto dei servizi sociali della città, senza dimenticare le necessarie misure di sicurezza che un edificio di questo tipo comporta. Per questo motivo nel progetto la chiesa ed il cinema potevano e dovevano essere utilizzati anche dall’esterno, perché, appena il regolamento lo avesse permesso, il carcere potesse gravitare nella stessa orbita culturale della città”. Da qui la forma del giglio che riprendesse il simbolo di Firenze. Molti di quegli impegni rimasero però solo sulla carta. “Quello che doveva essere un luogo di apertura divenne presto un luogo di degrado e di isolamento, dove la promessa di un’architettura capace di redimere si infranse contro la realtà materiale e sociale del sistema penitenziario italiano”, scrive ancora Burdese. Mancati e tardivi interventi di ristrutturazione hanno fatto tutto il resto. Anzi, quando le ristrutturazioni ci sono state non hanno raggiunto i risultati sperati. Prima il progetto di rilancio, nel 2022 con Marta Cartabia ministra della Giustizia, con cui erano stati stanziati 11 milioni di euro (sette il ministero, quattro la Regione) ma qualcosa è andato storto. Poi i 7,5 milioni messi a bilancio dal governo in carica nel 2023. Ma il risultato non è cambiato. “Dal 2023 l’appalto è stato bloccato per un’erronea progettazione del trattamento delle facciate: durante i lavori portati avanti dalla ditta in appalto le facciate oblique sono state trattate come pareti verticali e quindi non impermeabilizzate come previsto per i soffitti”, ha scritto il presidente del Tribunale di sorveglianza con cui ha sollevato la questione di costituzionalità sulle condizioni di vita dei detenuti nel carcere costretti a convivere con topi, cimici, scarafaggi e muffa, come riporta il Corriere della Sera in un articolo pubblicato il 17 giugno. “Non ho mai visto niente di simile a Sollicciano. Un conto è qualche cella, un altro invece è avere una sezione intera così problematica”, conferma Scandurra di Antigone ad Altreconomia sollevando un aspetto ulteriore e rilevante in questa decisione del Tribunale. “Rompe un tabù: tradizionalmente anche chi ha un potere di supervisione esterna al sistema non lo esercita. Soprattutto le Asl sulle condizioni igieniche non è mai successo che dicano ‘no, qui dentro non ci può stare’, come farebbe nei confronti di altre strutture pubbliche. Vengono, osservano ma sanno di avere un mandato diminuito rispetto al Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Spero che sia di monito anche perché, va detto, solitamente il sequestro avviene dopo indagini che scoprono qualcosa che non si sapeva. Qua era tutto alla luce del sole”. Saranno 250 le persone che verranno trasferite per permettere di fare i lavori di ristrutturazione necessari. Bisognerà capire se nel decreto di sequestro preventivo si fa riferimento all’insalubrità dei luoghi di lavoro oppure se c’è un esplicito riferimento alla condizione di vita dei detenuti. “Se ci pensiamo, questo è ancora più paradossale: un luogo in cui un lavoratore non può lavorare può però essere un luogo in cui un detenuto può vivere? Da un punto di vista logico è chiaro: o la legislazione è carente, quindi tutela i lavoratori ma non i detenuti, o sono carenti i controlli -aggiunge Scandurra-. O infine sono carenti i detenuti, che non sono vere e proprie persone, sono quasi persone, e dunque possono vivere, mangiare, dormire, curare le loro malattie, in luoghi in cui le persone vere non possono nemmeno lavorare”. Infine Scandurra fa notare un’ultima questione. “Per una città è un disagio che ti arrestano e ti portano da un’altra parte: per la comunità che usa quei servizi è un grande vulnus. E soprattutto il rischio è di perdere quel patrimonio di associazionismo che in questi anni ha avuto il merito di tenere alta l’attenzione su quell’istituto, oltre a fare tantissime attività. Tutto ciò rischia di morire e ricominciare da capo sarà una fatica”. Foggia. Garante comunale dei detenuti: aperte le candidature, a sceglierlo sarà il Consiglio foggiatoday.it, 25 giugno 2026 Sono aperte le candidature per la nomina del Garante comunale dei diritti delle persone private della libertà personale del Comune di Foggia. Sarà nominato dal Consiglio comunale e durerà in carica quattro anni, con possibilità di rinnovo per un solo ulteriore mandato. Entro 20 giorni i candidati potranno presentare domanda. In base al regolamento, l’incarico sarà svolto a titolo completamente gratuito. È previsto esclusivamente il rimborso delle spese documentate ed effettivamente sostenute per lo svolgimento delle attività istituzionali. A bilancio sono previsti 10mila euro da destinare alla copertura delle spese di rappresentanza del Garante. Il garante effettua visite nei luoghi di privazione della libertà personale presenti sul territorio comunale, riceve segnalazioni o reclami relativi a violazioni dei diritti delle persone detenute o private della libertà ed entro il 31 marzo di ogni anno redige una relazione sull’attività svolta, illustrando le criticità riscontrate e le proposte di intervento. I requisiti di partecipazione - Non può essere nominato garante chi ricopre cariche politiche o amministrative o le ha ricoperte nell’ultimo anno. Allo stesso modo, sono automaticamente esclusi i magistrati in servizio; gli appartenenti alle forze dell’ordine e ai ruoli della Polizia penitenziaria; i dipendenti dell’amministrazione penitenziaria o i soggetti titolari di cariche, rapporti di consulenza o impiego presso le istituzioni detentive o le strutture sanitarie coercitive; gli avvocati iscritti all’Albo che esercitano l’attività professionale in ambito penale nel circondario del Tribunale competente per il territorio comunale. I candidati devono essere in possesso del titolo di laurea magistrale, specialistica o vecchio ordinamento (ovvero titolo equipollente), con comprovata esperienza e competenza professionale pluriennale in materia di diritti umani, diritto penitenziario, scienze sociali, psicologia o percorsi di reinserimento sociale. Il regolamento - Il regolamento per l’istituzione del Garante era stato approvato a dicembre dal Consiglio comunale su proposta dell’assessore alla Sicurezza e Legalità Giulio De Santis. Finora, il Comune non aveva mai istituito la figura del garante, nonostante il carcere di Foggia sia il secondo in Italia per tasso di affollamento, pari al 225%. Sicuramente, è un atto di civiltà. Il percorso per istituire la figura è partito a maggio del 2024, quando Foggia, nell’ambito del progetto ‘100 giorni per la legalità e la lotta alle mafie’, ospitò il convegno nazionale ‘Figli di genitori detenuti’, organizzato dalla Camera Minorile di Capitanata e dal Comune di Foggia, con la collaborazione e il patrocinio di Comitato Unicef Foggia, Ordine degli Avvocati di Foggia, Camera Penale di Capitanata e Unione Nazionale Camere Minorili. Arrivarono in città l’allora garante nazionale dei detenuti, Felice Maurizio D’Ettore, e il garante regionale Piero Rossi, che hanno supportato l’ente nella redazione del Regolamento e nel processo partecipativo. Il regolamento è frutto di una serie di tavoli operativi con esperti del settore: hanno contribuito, tra gli altri, l’associazione Radicale Mariateresa Di Lascia, ‘Nessuno tocchi Caino’, l’Ordine degli Avvocati, la Camera penale, la Camera minorile e Aiga, oltre al direttore, al comandante e al cappellano del carcere. La procedura di selezione - L’istruttoria delle candidature sarà svolta da una Commissione tecnica appositamente nominata dal sindaco e composta da cinque componenti: un magistrato di sorveglianza o ex magistrato di sorveglianza; un docente universitario in materie giuridiche; un componente designato dal Consiglio dell’Ordine degli Avvocati; un referente del terzo settore, appartenente a reti o federazioni nazionali operanti nel settore carcerario; un dirigente pubblico con specifica competenza in materia di welfare e servizi sociali. Al termine della valutazione, la Commissione formulerà una terna di candidati da trasmettere al Consiglio Comunale. Prato. Caritas: “Con l’8×1000 progetti di accoglienza, reinserimento sociale, giustizia riparativa” di Gigliola Alfaro agensir.it, 25 giugno 2026 Il direttore della Caritas diocesana, don Enzo Pacini, è anche il cappellano della casa circondariale La Dogaia. Racconta al Sir cosa è stato fatto fino a oggi a sostegno dei detenuti e della sensibilizzazione. “I progetti Caritas sul carcere sono attivi dal 2017 circa - ci racconta don Enzo Pacini, direttore della Caritas diocesana di Prato e cappellano della casa circondariale La Dogaia - alcuni sono specificamente a favore di chi vive in carcere, per esempio abbiamo avuto la possibilità di avere dei fondi per i detenuti bisognosi e per sostenere anche un gruppo di volontari della San Vincenzo con cui collaboriamo che gestisce il guardaroba interno al carcere, con l’acquisto di biancheria per i detenuti che non hanno famiglia”. Tra le iniziative più significative, la ristrutturazione e l’ampliamento nel 2017, grazie all’adesione al Progetto nazionale Carcere di Caritas Italiana, della casa di accoglienza “Jacques Fesch” che “ospita gratuitamente detenuti in permesso e familiari di detenuti non abbienti che provengono da località distanti da Prato per andare a colloquio con i congiunti in carcere, così da offrire per quanto possibile un ambiente accogliente e decoroso. Abbiamo anche ricavato un mini appartamento a due posti - prosegue don Pacini - per persone che sono vicine alla fine pena e che hanno la possibilità di avere misure alternative. Si tratta di una casa autogestita, con alcuni volontari che vanno a sistemare, specialmente per quanto riguarda la parte dedicata alle persone che sono in permesso, per sostituire la biancheria”. Nel 2017 il progetto si chiamava “Non solo carcere”, poi è stato rinnovato assumendo altre denominazioni: “Questo è il progetto che negli anni è stato praticamente riproposto con qualche piccola variante”. Ad esempio, con il progetto “Rannodo” sono stati previsti degli “incontri all’interno degli istituti di istruzione superiore, incentrati sul tema della vita in carcere e sulla legalità”. Dal 2021-2022 sempre come Caritas don Pacini e alcuni volontari hanno seguito un corso di approfondimento sulla giustizia riparativa e poi hanno partecipato al progetto sperimentale di Caritas Italiana specifico per la giustizia riparativa nel quale sono state coinvolte 10 Caritas nazionali, “in Toscana solamente noi di Prato”. “Abbiamo fatto incontri di formazione e sensibilizzazione nelle parrocchie e nelle scuole - spiega il direttore della Caritas -; da un paio di anni abbiamo portato avanti alcune esperienze dentro il carcere, abbiamo fatto alcuni gruppi di sensibilizzazione con i detenuti, l’ultimo due mesi fa. Abbiamo realizzato anche alcuni incontri che hanno visto la partecipazione in carcere non solo di detenuti ma anche del personale, degli educatori, dei professori di scuola, di alcuni membri del corpo della polizia penitenziaria, del direttore, con due testimoni, Claudia Francardi e Irene Sisi, che hanno portano la loro esperienza forte di giustizia riparativa”. Infatti, Claudia è la vedova del carabiniere Antonio Santarelli, ucciso nel 2011, e Irene è la madre di Matteo, il giovane autore dell’aggressione. Da questa tragedia, le due donne hanno intrapreso un percorso di giustizia riparativa che le ha portate a perdonarsi e a diventare amiche, trasformando il dolore in un’opera di riconciliazione. “Anche se è terminato il progetto sperimentale della Caritas Italiana, adesso stiamo cercando di portare avanti il discorso della giustizia riparativa”, afferma don Pacini. All’interno del progetto dell’area giustizia finanziato con l’8×1000 alla Caritas, nel 2025 “abbiamo realizzato una mostra fotografica con circa 50-57 foto di grande formato e altre 36 più piccole, con una nostra operatrice che è fotografa, che ha fatto diversi scatti all’interno della casa circondariale della Dogaia”. “Discrepanze. Luci e ombre del carcere di Prato” il titolo della mostra. “Il titolo - spiega il sacerdote - si ispira alle foto che mostrano, da un lato, spazi che ci sono e che potrebbero essere anche più utilizzati, come scuole, spazi sportivi; dall’altro realtà di degrado, situazioni al limite della vivibilità”. La mostra continua il suo cammino: “L’abbiamo portata in diversi posti, anche nelle scuole superiori, dove, con l’occasione dell’esposizione, incontriamo anche i ragazzi, o in altri ambienti più aperti al pubblico, per parlare di problemi legati al carcere”. Siracusa. L’inclusione lavorativa dei detenuti diventa opportunità di sviluppo per il territorio siracusapost.com, 25 giugno 2026 “Imprese per il territorio: alleanze possibili”: è il titolo dell’evento promosso da L’Arcolaio Cooperativa Sociale nell’ambito del progetto nazionale Jail to Job attraverso una mattinata di confronto tra imprese, istituzioni e mondo penitenziario sul lavoro come leva di sviluppo per il territorio. Jail to Job è un progetto nazionale realizzato dalle cooperative sociali Rigenerazioni Onlus (Palermo), L’Arcolaio (Siracusa) e Lazzarelle (Napoli), con il sostegno di Fondazione San Zeno. Accompagna 540 persone in percorsi di inclusione socio-lavorativa attraverso formazione, accompagnamento e inserimento lavorativo, in 7 istituti penitenziari tra Sicilia e Campania. Il progetto Jail to Job, alla sua seconda annualità, parte da un dato di grande importanza: la recidiva tra i detenuti passa dal 70% al 2% quando una persona ha accesso a un’opportunità lavorativa durante la detenzione (Fonte: CNEL, Report Recidiva Zero, 2025). Un dato che trasforma l’inclusione socio-lavorativa da scelta etica a scelta strategica, un investimento concreto che si può tradurre per le istituzioni, meno costi per il sistema penitenziario; per le comunità, più sicurezza per il territorio; per le imprese, una forza lavoro formata, motivata e sostenuta da un quadro normativo che prevede sgravi fiscali concreti. L’evento di ieri è stato l’occasione per presentare ufficialmente il Protocollo d’Intesa tra L’Arcolaio e Ance Siracusa, già sottoscritto a giugno. Roma. Dentro il carcere di Regina Coeli l’arte è uno strumento di reinserimento di Edoardo Iacolucci lacapitale.it, 25 giugno 2026 Nel carcere di Regina Coeli, a Roma, il laboratorio artistico “Storie Brevi” guidato dalla pittrice Laura Federici offre ai detenuti uno spazio di espressione, creatività e reinserimento sociale attraverso arte e narrazione. Pennelli, cartoncini e pennarelli. Dentro il carcere di Regina Coeli, a Roma, ogni giovedì la biblioteca dell’istituto si trasforma in uno spazio di creatività e confronto. Qui la pittrice Laura Federici conduce “Storie Brevi”, un laboratorio artistico e narrativo rivolto ai detenuti, nato con l’obiettivo di favorire l’espressione personale e sostenere percorsi di reinserimento sociale attraverso l’arte. In una realtà complessa come quella di Regina Coeli, storica struttura nata come convento e successivamente convertita in carcere, gli spazi destinati alle attività educative e culturali sono limitati. La situazione è resa ancora più delicata dalla funzione dell’istituto, destinato in larga parte alla custodia cautelare, con un continuo ricambio della popolazione detenuta che rende difficile costruire percorsi stabili nel tempo. Il progetto “Storie Brevi” - Il laboratorio ideato da Laura Federici, artista e pittrice impegnata - oltre il suo percorso artistico - da anni in attività culturali e sociali, vede la narrazione come punto di partenza per stimolare riflessione e creatività e arrivare al disegno, ad una visione. Attraverso racconti, letteratura, cinema e giochi creativi, i partecipanti sono invitati a rielaborare ricordi personali e trasformarli in nuove storie in cui parole e simboli si scambino funzione. “L’obiettivo è attraverso la narrazione toccare dei momenti, dei ricordi e trovare il modo per, a partire dal ricordo, reinventare una storia nuova”. Federici racconta come il percorso abbia attraversato diversi linguaggi espressivi. “Abbiamo girato intorno al mondo delle favole, del cinema, della letteratura, portando dei testi dai quali poi i ragazzi hanno estratto piccole frasi, parole e a partire da quelli, anche attraverso un gioco, attraverso il gioco dei dadi abbiamo costruito delle piccole storie”. Il lavoro collettivo rappresenta uno degli aspetti centrali dell’esperienza. Ogni partecipante contribuisce infatti alla costruzione dei racconti degli altri, dando vita a percorsi narrativi imprevedibili. “Ognuno è intervenuto sulla storia dell’altro e le storie così hanno preso una direzione inaspettata, inattesa e a volte geniale”. L’arte come spazio di libertà - Per alcune ore alla settimana, il laboratorio offre ai detenuti un’occasione per allontanarsi dalla routine carceraria e trovare uno spazio di ascolto e confronto. Disegno, pittura e scrittura diventano strumenti per raccontare emozioni, paure, speranze e desideri. Trasformano un semplice foglio bianco in un mezzo di espressione personale. L’iniziativa si inserisce in un più ampio percorso di attività volte al reinserimento sociale, sostenuto dalla direttrice di Regina Coeli, Claudia Clementi, dirigente dell’amministrazione penitenziaria alla guida dell’istituto romano, e dagli operatori che quotidianamente lavorano all’interno della struttura. Lo sguardo oltre le sbarre . L’esperienza vissuta all’interno del carcere ha modificato anche la percezione della stessa Federici, che racconta come le aspettative iniziali siano state smentite dal contatto diretto con i detenuti: “La prima volta che sono entrata a Regina Coeli pensavo di trovare un mondo diverso da quello esterno e mi spaventava molto. In realtà ho trovato persone come noi, come tutti e questo, anzi molto ricche”. Un’esperienza che continua a lasciare interrogativi e riflessioni. “Questo mi fa una mega domanda, mi lascia con un interrogativo ogni volta che li saluto o che torno”. L’amicizia, la simpatia e la genuinità dei rapporti che si instaurano durante gli incontri, animano l’atmosfera di questo particolare laboratorio: “Io in realtà - spiega Laura Federici - mi sento in una scuola, in una classe qualsiasi”. In un contesto spesso raccontato solo attraverso numeri e cronaca giudiziaria, iniziative come “Storie Brevi” sono l’esempio concreto di come l’arte possa diventare uno strumento di dialogo, crescita personale e costruzione di nuove prospettive per il futuro. Alle radici della Costituzione: divisi da ideologie diverse, uniti in nome della democrazia di Alfonso Celotto La Stampa, 25 giugno 2026 Il 25 giugno 1946 è una data che segna uno spartiacque nella storia italiana. Quel giorno si insedia l’Assemblea Costituente, chiamata a scrivere le regole fondamentali della nuova Repubblica. È l’inizio di una stagione politica senza precedenti, destinata a cambiare per sempre il volto dello Stato. Per la prima volta nella storia nazionale viene eletta un’assemblea a suffragio universale, maschile e femminile. Per la prima volta le donne non soltanto votano, ma siedono tra i banchi dell’organo chiamato a costruire il futuro del Paese. È una rivoluzione profonda, che sancisce il passaggio dall’Italia liberale, nella quale il potere era riservato a pochi e concentrato nelle mani di una ristretta élite maschile, a uno Stato fondato sulla partecipazione democratica e sull’inclusione di tutte le componenti della società. Sono 556 i deputati che entrano a Montecitorio quel giorno, tra cui 21 donne. Molti ricordano quell’atmosfera come quella del primo giorno di scuola: entusiasmo, emozione, senso di responsabilità e persino un certo timore. In quell’aula siedono fianco a fianco giovani e anziani, politici navigati e protagonisti emergenti della vita pubblica italiana. La grandezza della Costituente risiede anche nella sua capacità di riunire culture politiche diverse attorno a un obiettivo comune. Cattolici, liberali e socialisti accettano la sfida del confronto e della collaborazione. Partecipano ai lavori figure provenienti dal vecchio Stato liberale, come Vittorio Emanuele Orlando e Benedetto Croce; esponenti della Resistenza, tra cui Sandro Pertini, Ferruccio Parri e Teresa Mattei; leader politici come Alcide De Gasperi, Giuseppe Dossetti, Giorgio La Pira, Pietro Nenni, Giuseppe Saragat e Palmiro Togliatti; grandi giuristi come Costantino Mortati e Tomaso Perassi. Tra quei banchi siedono anche giovani destinati a segnare la storia della Repubblica: Aldo Moro, Giulio Andreotti, Nilde Iotti e Oscar Luigi Scalfaro. Era una classe dirigente consapevole del momento storico che stava vivendo. Pur divisa da profonde differenze ideologiche, sapeva che il bene del Paese imponeva dialogo e collaborazione. Una politica lontana dagli schemi odierni, nella quale i giovani deputati si rivolgevano ai leader con rispettoso formalismo, dando del “lei” a personalità come De Gasperi e Togliatti. A unirli era soprattutto la speranza: dopo gli anni della dittatura fascista e della guerra, il futuro non poteva che apparire migliore. Secondo le previsioni iniziali, i lavori dell’Assemblea avrebbero dovuto concludersi in otto mesi, con la possibilità di una proroga di quattro mesi. Il termine era fissato al 24 febbraio 1947. Tuttavia, la complessità del compito rese necessario un primo rinvio fino al 24 giugno 1947 e successivamente una seconda proroga fino al 31 dicembre dello stesso anno. Per organizzare il lavoro fu istituita la “Commissione per la Costituzione”, passata alla storia come la Commissione dei 75, presieduta da Meuccio Ruini. Al suo interno operarono tre sottocommissioni dedicate rispettivamente ai diritti e doveri dei cittadini, all’organizzazione dello Stato e ai rapporti economici e sociali. Un ulteriore organismo, il cosiddetto Comitato dei Diciotto, ebbe il compito di armonizzare e coordinare i testi elaborati. Il 1° febbraio 1947 la Commissione concluse il proprio lavoro e trasmise il progetto all’Assemblea. Da quel momento iniziò un lungo e serrato confronto che si protrasse dal 4 marzo al 20 dicembre. Il testo definitivo venne approvato il 22 dicembre 1947, con l’88% dei voti favorevoli, promulgato il 27 dicembre ed entrò in vigore il 1° gennaio 1948. Le dimensioni dello sforzo compiuto emergono dalle parole dello stesso Ruini poco prima del voto finale: “Ho parlato di lavoro instancabile. Ne fanno fede le 347 sedute a cui ci convocammo, delle quali 170 esclusivamente costituzionali; i 1663 emendamenti che furono presentati sui 140 articoli del progetto di Costituzione, dei quali 292 approvati, 314 respinti, 1057 ritirati od assorbiti; i 1090 interventi in discussione da parte di 275 oratori; i 44 appelli nominali ed i 109 scrutini segreti; i 40 ordini del giorno votati”. C’è infine una curiosità che ancora oggi attira l’attenzione di chi osserva il testo originale della Costituzione, esposto alla Camera dei deputati nella Sala della Lupa. Tra le firme dei protagonisti compare quella di Alcide De Gasperi, apposta nell’insolito ordine “De Gasperi Alcide”. Una consuetudine personale, probabilmente ereditata dall’esperienza maturata nel Parlamento austriaco, dove il futuro statista trentino aveva rappresentato la Val di Fiemme tra il 1911 e il 1918. A ottant’anni da quei giorni, l’eredità della Costituente continua a parlare alle nuove generazioni. In un’Italia uscita dalle macerie della guerra, uomini e donne di idee diverse riuscirono a costruire insieme la casa comune della democrazia. È forse questa la lezione più attuale lasciata da quella straordinaria stagione politica. Il voto è governato dalla paura di Carlo Verdelli Corriere della Sera, 25 giugno 2026 La sicurezza è una priorità e giocherà un ruolo primario alle prossime elezioni. Un partito, Futuro Nazionale, concepito dal generale in pensione Vannacci promette con toni da caserma quello che neanche lui riuscirà a ottenere: sconfiggere la paura. Come? Cacciando a frotte i colpevoli principali. Chi sarebbero? Gli stranieri, ma solo quelli poveri, neri o bruniti. Lo seguiranno con promesse altrettanto ardite tutti i partiti dell’attuale maggioranza. Quanto all’opposizione, per adesso sta a guardare, ancora indecisa sul modo di disporsi in campo. Una volta che l’avrà scelto, non mettere il tema sicurezza tra le priorità significa candidarsi a consegnare il Paese nelle mani di chi già lo guida. La paura degli italiani va guardata negli occhi e affrontata. Rieducazione al posto di remigrazione, per esempio. La differenza che conta davvero è tra ciò che si potrebbe realmente fare e ciò che invece somiglia a quegli spaventapasseri che si piazzavano nei campi per la tranquillità del contadino. Via via, sciò sciò. Bastasse quello. Tre del pomeriggio, gli viene sete, scende dal sentiero verso una fontanella in mezzo a delle giostrine. La figlia che l’accompagna vede la scena dall’alto. Un tipo sui vent’anni va dritto e minaccioso verso il padre, che forse gli dice qualcosa. La risposta è un pugno in faccia, una spinta. L’aggredito fa per allontanarsi ma il giovane lo raggiunge, altri colpi, uno sulla nuca fa cadere il povero bersaglio e, mentre è a terra, ancora pugni dall’alto, e calci nello stomaco, sui fianchi, dove capita. C’è una ragazza con il giovane furioso, gli urla di fermarsi. Niente. Arrivano i carabinieri, in tre non riescono a bloccarlo, lo spengono col taser. La figlia: “Papà ha tre costole rotte, contusioni alla faccia, per fortuna nessun trauma cranico. I dieci minuti più brutti della mia vita. Non è ammissibile vivere nella paura temendo che qualcuno senza motivo possa assalirti”. È successo a un uomo di 75 anni, ma al suo posto poteva esserci chiunque e di qualsiasi età. È successo in un parco vicino a Padova, ma un posto ormai vale l’altro. È successo sull’argine di un fiume ma poteva essere una stazione di benzina o una panchina su un viale di una città grande, media, piccola. Ormai succede ogni giorno, anche più volte in un giorno. Rimbalza in cronaca se c’è un morto, come il ventunenne incensurato colpito al petto sotto casa a Napoli mentre andava al lavoro, e non risulta che c’entrasse con la camorra. O come il ventiduenne ucciso a coltellate da una gang in zona Certosa a Milano per uno scambio di persona: non era lui quello che cercavano. O come l’agente della Municipale che inseguiva con la moto di servizio un Suv che non s’era fermato a un posto di blocco, rimasto ucciso pare per una scivolata, indagini in corso, cordoglio del presidente Mattarella, ancora a Milano ma è un puro caso. Alla violenza ci si abitua, anche a convivere con la paura che ti possa capitare qualcosa di brutto, così, solo perché sei lì in quel momento e fatalità vuole che sia il momento sbagliato. A fronte di un incremento di questi momenti sbagliati, di studenti che provano ad accoltellare i professori, di lesioni e risse a sangue anche tra minorenni, il governo ha introdotto alcuni inasprimenti del Decreto Sicurezza, che è come piantare qualche albero quando il fiume è già esondato. Perché il fiume della rabbia è davvero esondato, porta con sé la strapotenza fisica di chi è più forte e l’umiliazione, magari anche solo verbale, di chi è più debole. E non basterà qualche manganellata in più, qualche mese o anno di pena in più, qualche mezzo corrazzato in più per strada a fare da deterrente. La legge della giungla sta affiancando le leggi dello Stato a tutela della sicurezza dei cittadini. Non succede solo in Italia, ma sta succedendo anche in Italia. E non per distrazione di un esecutivo nato con l’intento dichiarato di riportare ordine. Il problema è che stanno franando gli argini della convivenza civile che fino a un po’ di tempo fa, pur sbrecciati, ancora reggevano. Convivenza civile che in una democrazia non si impone, ma ci si adopera per insegnare, ribadire e condividere. È un principio base che ha a che fare con l’educazione sociale, che è scuola di rispetto per l’altro, senza distinzioni furbe e diseducative sul colore della pelle, il sesso, la religione, la provenienza di questo altro da me. Il tono delle contese, anche quelli banali da stress per traffico, è ormai salito di molti decibel, come se sopraffare di minacce l’”avversario” al semaforo sia diventato un indispensabile corroborante alla propria autostima. Così si fa perché così fan tutti, basti pensare alla brutalità delle frasi di Donald Trump verso l’ex amica Giorgia Meloni. Ma se quel linguaggio lo usa il presidente degli Stati Uniti, se si spreca nelle nostre aule parlamentari, se incendia le dichiarazioni di chi è impegnato in qualche guerra, chi sono io per sentirmi in dovere di essere migliore? Dall’ultima indagine di Save The Children, intitolata “Stavo solo scherzando”, emerge qualche dato preoccupante. Il 70 per cento degli intervistati, una percentuale allarmante, dichiara di sentirsi in pericolo per strada e quasi la metà evita i mezzi pubblici la sera. Secondo l’Istat, il 37 per cento delle ragazze tra i 16 e i 24 anni ha subito violenze fisiche o sessuali negli ultimi 5 anni, 10 punti in più del 2014. Leggiamo, vediamo una percentuale e passiamo oltre, come se fosse normale, come se il guasto profondo prodotto dall’egemonia culturale dei social, con la carica di aggressività, di controllo della “preda” e anche di ricatto che hanno introdotto nelle vite dei più giovani, valesse quanto una botta di caldo. Sopportate, che poi passa. Non è vero per il clima, allarme sciaguratamente sottovalutato, ma è altrettanto fuorviante per la dipendenza urticante da cellulare. Non passa, anzi. Non sappiamo e non ci interessa saperlo da dove venisse il bullo che ha massacrato di pugni un anziano che era andato a una fontanella perché aveva sete. Ma sappiamo che su mille storie come questa, sullo sconforto confessato dalla figlia (“non è ammissibile vivere nella paura”), si giocherà una parte significativa della prossima campagna elettorale. Con un partito, Futuro Nazionale, concepito dal generale in pensione Vannacci proprio per promettere con toni da caserma quello che neanche lui riuscirà a ottenere: sconfiggere la paura. Come? Cacciando a frotte i colpevoli principali. Chi sarebbero? Gli stranieri, ma solo quelli poveri, neri o bruniti. Lo seguiranno con promesse altrettanto ardite tutti i partiti dell’attuale maggioranza. Quanto all’opposizione, per adesso sta a guardare, ancora indecisa sul modo di disporsi in campo. Una volta che l’avrà scelto, non mettere il tema sicurezza tra le priorità significa candidarsi a consegnare il Paese nelle mani di chi già lo guida. La paura degli italiani va guardata negli occhi e affrontata. Rieducazione al posto di remigrazione, per esempio. La differenza che conta davvero è tra ciò che si potrebbe realmente fare e ciò che invece somiglia a quegli spaventapasseri che si piazzavano nei campi per la tranquillità del contadino. Via via, sciò sciò. Bastasse quello. Troppo semplice parlare di razzismo: di fronte a Vannacci, sull’immigrazione ci attende una sfida di Sara Gandini* Il Fatto Quotidiano, 25 giugno 2026 Il migrante è il volto visibile, ma non riconosciuto, di problemi che hanno radici più profonde. L’attenzione che i media stanno dando a Roberto Vannacci e al suo movimento “Futuro Nazionale” racconta ancora una volta come sulla politica migratoria si giochi una parte notevole del consenso contemporaneo. Paure determinate dalle diseguaglianze strutturali promosse dal neoliberalismo, vengono convertite in questioni identitarie su cui speculare senza vergogna. Del resto, quando il generale imbraccia l’arma della “remigrazione”, sta cavalcando, per i suoi fini, la perdita dell’identità nazionale e si presenta come interprete di un disagio diffuso che attraversa ampi settori della società italiana. Non possiamo quindi liquidare il suo successo come una semplice manifestazione di razzismo. Sarebbe un errore politico e culturale che rischierebbe di rafforzare proprio ciò che vorremmo contrastare. La domanda che dovremmo pórci non è solo perché crescano i consensi per questo movimento che di fatto incarna le istanze più radicali della Lega, oggi forza di governo, ma perché il tema delle migrazioni susciti sempre emozioni così forti. Da una parte vi è una destra che trasforma il migrante nel simbolo di ogni insicurezza, tacendo puntualmente sulle dinamiche del mercato capitalistico che mettono in diretta concorrenza gli ultimi e i penultimi. Dall’altra abbiamo il mondo progressista che tende a considerare ogni critica alle politiche migratorie come un segnale di arretratezza o di pregiudizio. In mezzo restano le persone, le loro paure, le loro esperienze concrete e le difficoltà della convivenza. Non solo, in mezzo rimangono anche gli immigrati che arrivano qui con il miraggio di una vita dignitosa e del benessere occidentale, e si ritrovano a subire violenze, a vivere nella povertà più assoluta, soli e sfruttati da certe imprese che hanno bisogno di manodopera a basso costo più ricattabile. Il razzismo quindi non può essere affrontato soltanto come un problema morale. Quello che sta accadendo è che le relazioni sociali si deteriorano, aumenta la distanza tra comunità che condividono gli stessi spazi senza incontrarsi davvero, la competizione per le risorse diventa più drammatica, per cui è scontato che diffidenza, ostilità e conflitto prendano sempre più spazio (e che i soliti noti soffino sul fuoco). Non si tratta quindi di stabilire chi abbia ragione tra i sostenitori dell’accoglienza e quelli della chiusura delle frontiere (sebbene sia chiaro che qualunque forza politica di taglio neo-socialista debba conservare una mentalità solidale e rivendicare il dovere assoluto di salvare sempre chi, per mare o per terra, rischia la vita per raggiungere le nostre coste). La questione decisiva, insomma, è comprendere quali relazioni stiamo costruendo. Le donne sanno per esperienza che la convivenza non nasce da principi astratti ma da pratiche quotidiane, da mediazioni, da ascolto reciproco, dalla capacità di tenere insieme differenze e conflitti senza cancellarli. Una politica delle migrazioni dovrebbe partire da qui. Come si fa nella “piazza del mondo” a Trieste, dove una donna - Lorena Fornasir, insieme al marito Gian Andrea Franchi - accoglie curando i piedi dei migranti che arrivano dalla rotta balcanica, e da quel gesto è nata una comunità sempre più ampia di sostegno e accoglienza che è presente ogni sera per chi cerca umanità. O come si fa nelle comunità dei quartieri delle case popolari del Giambellino di Milano, dove si porta il cinema gratis nei cortili delle case popolari (case che vengono lasciate sfitte a migliaia nonostante l’emergenza abitativa), dove si offrono lezioni ai bambini per recuperare i compiti, dove si creano situazioni di socialità condivisa tra persone che appartengono a mondi diversi, per imparare a non avere paura e aiutarsi reciprocamente. L’inclusione richiede casa, scuola, lavoro, servizi, spazi di incontro e tutto questo non può basarsi solo sulle iniziative benemerite del volontariato e delle cooperative sociali. Richiede investimenti pubblici e una distribuzione equilibrata delle responsabilità sul territorio. Le tensioni che emergono nelle periferie urbane non sono il prodotto automatico dell’incontro tra culture diverse: sono il risultato di decenni di impoverimento sociale, mancanza di investimenti per le case popolari, precarizzazione del lavoro, segregazione scolastica e arretramento del welfare. Il migrante diventa così il volto visibile, ma non riconosciuto, di problemi che hanno radici più profonde. È la solita guerra tra poveri che il capitalismo neoliberale alimenta e utilizza. Ci vogliono più servizi pubblici e più giustizia redistributiva per dare a tutti maggiori opportunità. La sicurezza non può nascere dall’esclusione e dalle disuguaglianze e non va confusa con il securitarismo. Così come l’accoglienza esige programmazione, coinvolgimento e ampliamento dei diritti per tutti. In questa epoca storica ci troviamo ad affrontare una trasformazione sociale che porta a sentirci sempre più isolati, fragili e diseguali. La pandemia e poi le guerre che si sono susseguite ci hanno reso ancora più spaventati e soli. Ma una società capace di riconoscere il valore delle relazioni e della forza dell’umanità avrebbe meno bisogno di cercare capri espiatori. Ed è proprio questa la sfida che abbiamo davanti: costruire convivenza senza negare i conflitti, praticare accoglienza senza retorica, contrastare il razzismo senza rinunciare a comprendere le ragioni profonde che lo alimentano. *Epidemiologa e docente Operai, detenuti, persone senza dimora. La crisi climatica colpisce i più fragili di Federica Pennelli Il Domani, 25 giugno 2026 Dai carcerati nelle celle sovraffollate a chi vive per strada; dalle persone con disturbi psichiatrici ai lavoratori con meno tutele sindacali. Il caldo è un moltiplicatore di disuguaglianze sociali. L’estate italiana riflette l’immagine di un paese sempre più esposto agli effetti del cambiamento climatico. Le lunghe file davanti alla galleria degli Uffizi di Firenze, dove il caldo estremo ha messo in difficoltà l’impianto di climatizzazione facendo sospendere la vendita dei biglietti, sono solo uno degli esempi della morsa di caldo torrido che affligge le nostre città. Nel tempo della crisi climatica permanente, infatti, il peso più grande grava sulle spalle delle persone già esposte a fragilità socioeconomiche, colpite dall’ennesimo moltiplicatore di disuguaglianze. Persone fragili e senza dimora - In Italia, a oggi, l’aumento complessivo delle chiamate al servizio d’emergenza 118 è solo del 15 per cento. “Da noi nel Pronto soccorso centrale la situazione al momento è stabile”, dice a Domani il dottor Vito Cianci, direttore dell’Azienda Ospedale-Università di Padova. Ma il profilo delle persone che affluisce in Ps in queste settimane parla spesso di fragilità: “Pazienti con varie comorbidità che si esprimono con quadri clinici variabili”. Negli ultimi giorni si sta assistendo anche ad un incremento di accessi di persone “con disagio psichico”. Una delle manifestazioni delle tante problematiche sociali che trova nel Ps “un punto di approdo e a cui non sempre si riesce a dare le risposte adeguate, nonostante il dispiegamento di professionisti”. Un tema presente su tutto il territorio nazionale, in cui latita ancora “la declinazione operativa della progettualità chiamata “integrazione ospedale-territorio”“. Proprio per questo ci sono grosse aspettative rispetto “all’applicazione del Pnrr per le Case di comunità”. Anche chi lavora con la medicina di bassa soglia, come l’Unità mobile di prossimità del Laboratorio di salute popolare (Lsp) di Bologna, nota che l’aumento delle temperature colpisce sempre più le fasce marginalizzate della popolazione. “In estate la nostra attività è centrata sulla prevenzione dei danni causati dal caldo estremo - dice Valerio Grandis, medico responsabile dell’unità mobile - facciamo distribuzione di acqua, integratori e sali minerali per prevenire i colpi di calore delle persone senza dimora”. Allo stesso tempo “continuiamo con la nostra attività di supporto sociosanitario, anche informando sulle strutture del territorio a cui ci si può rivolgere, come ad esempio il rifugio climatico di Làbas dove è possibile riposare in luoghi climatizzati ed usufruire di docce e lavatrici”. Lavori a rischio - Il rischio legato alle ondate di caldo è alto anche per lavoratrici e lavoratori: “Tra le categorie maggiormente esposte ci sono gli operai stradali ed edili, i cantieristi, i lavoratori agricoli, i driver, i magazzinieri e i rider”, spiega Marco Zanotto, sindacalista Adl-Cobas. Migliaia di persone che “ogni giorno continuano a lavorare su piazzali, mezzi e capannoni che raggiungono temperature elevatissime”. Governo e regioni hanno introdotto alcune misure, “come la possibilità di sospendere l’attività con accesso alla cassa integrazione, l’obbligo di valutare il rischio da stress termico e, in alcune regioni, il divieto di lavorare nelle ore più calde”. Ma sono misure a cui mancano regole nazionali vincolanti per tutti i settori, oltre a “controlli e tutele specifiche per chi lavora nella logistica e nelle consegne. Troppo spesso i ritmi produttivi continuano a prevalere sulla salute dei lavoratori”. Proprio in questi giorni il sindacato ha inoltrato comunicazioni “a tutte le aziende e a tutte le lavoratrici e i lavoratori, dando indicazioni precise su come comportarsi per evitare malori”. In alcune situazioni, come nel caso dei driver Sda, il sindacato è dovuto ricorrere allo sciopero, “interrompendo le consegne e riportando la merce in magazzino, perché il carico di lavoro richiesto è insostenibile. Non si può continuare a lavorare ignorando i rischi che il caldo comporta per la salute e la sicurezza dei lavoratori”. Con il Prime Day di Amazon la situazione rischiava di peggiorare ulteriormente, ma “grazie a questa azione si è riusciti ad ottenere un incremento del personale assunto”, con la conseguente riduzione dei carichi di lavoro. Ingiustizia termica per i reclusi - Ci sono poi le persone recluse. Le nuove rilevazioni di Antigone sulla detenzione, aggiornate al 15 giugno 2026, restituiscono un presente allarmante: a livello nazionale, il tasso di affollamento si aggira al 139,95 per cento (in aumento rispetto al 134,3 per cento del 2025). “Le carceri vedono persone costrette in celle con sempre meno spazio, in molti casi meno di quello minimo previsto dalle normative”, racconta Patrizio Gonnella, presidente Antigone. Un aggravio della pena che denunciano da tempo: “Durante tutto l’anno, ma soprattutto in estate, il fenomeno dei suicidi assume caratteri drammatici. Non solo per le condizioni di detenzione più severe, ma anche per l’assenza di tante attività che provano ad animare gli istituti tra settembre e giugno”. C’è dunque bisogno di “aprire le sezioni e far trascorrere tante ore all’aria alle persone. Ma anche di garantire telefonate quotidiane, ventilatori e frigoriferi nelle celle”. Anche all’interno dei Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr) dove sono rinchiuse le persone migranti, la situazione è al limite. “Camerate, moduli e sedicenti spazi aperti sono gabbie di cemento e ferro, strutturalmente privi di alberi o zone d’ombra - dice Nicola Cocco, medico infettivologo membro della Società italiana di medicina delle migrazioni e della rete No Cpr - In questi luoghi si consuma una profonda “ingiustizia termica”: mentre i locali della polizia e del personale medico sono perfettamente refrigerati, le aree destinate ai trattenuti diventano forni”. Un ambiente “che esaspera l’ansia, la dissociazione e il rischio di gesti autolesivi”. Garantire luoghi dignitosi e non oppressivi “è essenziale per la presa in carico sanitaria delle persone nei contesti detentivi, come richiede l’Oms”. L’omissione di misure per mitigare le temperature estreme in questi luoghi, invece, “si configura come un trattamento inumano e degradante”. Il mondo sommerso dell’abbandono scolastico e della formazione dei minori detenuti di Serena Convertino L’Espresso, 25 giugno 2026 Giannelli (Anp): “La scuola è il primo e più importante presidio educativo e sociale per intercettare il disagio”. Benzoni (Azione): “Mancano luoghi di aggregazione. I giovani in carcere? Lasciare che perdano la speranza è un fallimento collettivo”. Le aule di scuola si chiudono e i corridoi si svuotano, eccezion fatta per le migliaia di studenti che affrontano in questi giorni la maturità, iniziata il 18 giugno con la prima prova scritta. Si chiude un anno scolastico, si apre la pausa estiva. Ma oltre chi conclude un percorso e ne inizia un altro - che sia di studio o ricerca del lavoro - cosa accade ai ragazzi che dalla scuola escono troppo presto, o che nella scuola restano senza trovare strumenti, ascolto, competenze, senza più cercare futuro? Le cronache sono segnate da casi di violenza giovanile che raccontano una storia fatta di fragilità emotiva e isolamento che lasciano segnali anche tra i banchi di scuola: assenze, rendimento che cala, ritiro dalle relazioni, perdita di motivazione. “L’abbandono scolastico è quasi sempre preceduto da segnali riconoscibili - dice Antonello Giannelli, presidente dell’Associazione nazionale presidi (Anp) -. Anche la dispersione implicita, cioè il conseguimento del titolo senza adeguate competenze, richiede un monitoraggio costante e interventi tempestivi e personalizzati”. La scuola, aggiunge, è “il primo e più importante presidio educativo e sociale” per intercettare il disagio”. Secondo i dati Eurostat, nel 2025 l’Italia non è a rischio per l’abbandono scolastico precoce: si trova sotto il nuovo limite europeo del 9% fissato per il 2030. Un miglioramento che comunque non cancella i divari esistenti tra Nord e Sud del Paese. In aggiunta, esiste il fenomeno di dispersione implicita, meno visibile eppure altrettanto decisiva. Il versante educativo si intreccia poi con quello sociale. Secondo Fabrizio Benzoni, vicecapogruppo alla Camera per Azione, che si occupa di carceri ma anche di disagio giovanile, “l’abbandono scolastico può essere il primo campanello d’allarme di percorsi che portano all’esclusione, alla condizione di Neet e, nei casi più gravi, alla devianza. Non è un automatismo, ma una traiettoria possibile quando mancano scuola, famiglia, comunità, adulti di riferimento”. La ricetta, sostiene Benzoni, non è miracolistica, ma fatta di prossimità: tempo pieno, mense, luoghi di aggregazione, sport, cultura, reti territoriali, psicologi scolastici. “Dove la scuola offre più tempo, più servizi e più relazioni, l’abbandono si contiene. Dove quei servizi mancano, soprattutto nelle periferie e nei quartieri popolari, il rischio cresce”. Supporto psicologico - Giannelli insiste sulla necessità di rendere strutturale il supporto psicologico nelle scuole e di rafforzare le équipe multidisciplinari, con personale specializzato, formazione per docenti e dirigenti, reti territoriali solide. Benzoni ritiene che si tratti di un investimento sostenibile: “Uno psicologo di base per 38 ore settimanali costerebbe circa 140 milioni. Una cifra contenuta per il bilancio di Stato, se paragonata ai costi sociali ed economici di un disagio intercettato troppo tardi”. Fragilità emotive e relazionali sono in aumento anche secondo Giannelli. “La pandemia ha certamente accentuato fenomeni già in atto, ma incidono anche altri fattori: l’iperconnessione e l’uso dei social, l’indebolimento delle relazioni educative, le disuguaglianze socio-economiche e un crescente senso di incertezza rispetto al futuro. La scuola è sempre più chiamata a svolgere funzioni di osservazione e supporto che, però, da sola non può sostenere”. I social network - La questione non si esaurisce dentro l’aula. Mancano spesso luoghi che sostituiscano almeno in parte ciò che la famiglia non riesce più a garantire: oratori, associazioni sportive, centri culturali, spazi pomeridiani dove i ragazzi possano misurarsi con gli altri, con le regole, con figure di riferimento e fare “logout” dalle piattaforme. Quanto all’uso dei social, Benzoni non ha dubbi: l’uso delle piattaforme deve essere limitato e consapevole. “È una delle cause principali del disagio giovanile. I ragazzi si trovano a usarli spesso quando hanno un’età inadeguata per valutare i contenuti per come sono. Li isolano, creano l’illusione di avere relazioni e amici virtuali che probabilmente poi sono inesistenti di fatto”. Quanto alla recente iniziativa del - dimissionario - governo Uk, che vieta l’uso dei social agli under 16? “Una battaglia sacrosanta, c’è un disegno di legge che unisce tutte le forze parlamentari che ad oggi resta bloccato. L’auspicio di Azione è che si vada avanti il prima possibile”. I minori detenuti - Tra le realtà più dure c’è poi quella dei casi estremi in cui il disagio e la criminalità giovanile sfociano in misure di detenzione. Benzoni, vicino alle realtà delle carceri minorili, racconta di ragazzi con “il colore degli occhi spento, come se fossero già tagliati fuori dal futuro”. La piaga del disagio psicologico dietro le sbarre e dei suicidi “è quanto di più mortificante si possa immaginare subito dopo il fatto che i minorenni possano finire in carcere”. “Alcuni - dice - non si sono tolti la vita perché colpevoli o detenuti, ma perché avevano paura di uscire a poche settimane dalla fine della pena. È forse l’immagine più netta di un fallimento collettivo: non solo averli visti arrivare in carcere da minorenni, ma aver lasciato che perdessero la speranza”. Secondo l’ultimo rapporto di Antigone, al 30 aprile 2026 i venti istituti penali per minorenni d’Italia ospitavano 581 giovani detenuti, il 52,5% in più rispetto alla fine del 2022, ultimo anno senza il decreto Caivano che ha allargato per i minori le maglie - e le sbarre - d’ingresso nelle carceri. “Tali numeri - continua il rapporto di Antigone - sarebbero ben più alti se non fosse per i tanti i trasferimenti verso carceri per adulti di neomaggiorenni che potrebbero permanere negli Ipm - Istituti penali per i minorenni - fino al compimento dei 25 anni di età, mentre si vedono così bruscamente interrompere ogni percorso educativo”. Un minorenne su quattro fa uso di droghe, in aumento le nuove sostanze sintetiche di Paolo Russo La Stampa, 25 giugno 2026 La relazione al Parlamento sul fenomeno delle dipendenze in Italia: la cocaina è la più pericolosa. “Una pandemia”, l’ha definita il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano. Perché “il fenomeno droga riguarda sempre più spesso ragazzi molto giovani e in contesti normali”, tanto che “nessuna famiglia può considerarsi immune”. A certificare l’allarme è la Relazione annuale al Parlamento sul fenomeno delle dipendenze presentata dal governo, che fotografa una crescita dei consumi tra i più giovani e il ritorno di sostanze sempre più potenti e pericolose. Nel 2025 quasi 350 mila studenti minorenni, pari al 23% della popolazione scolastica under 18, hanno dichiarato di aver fatto uso almeno una volta di una sostanza illegale nell’ultimo anno. Erano il 20% nel 2024. Un dato che interrompe il rallentamento registrato negli anni precedenti e che preoccupa soprattutto perché riguarda adolescenti sempre più giovani. Se la cannabis resta la sostanza più diffusa, con un consumo che però scende dal 21 al 18%, crescono invece cocaina, allucinogeni, stimolanti, oppiacei, ketamina e nuove sostanze sintetiche psicoattive. E quasi 180 mila minorenni, pari all’11%, hanno fatto uso di psicofarmaci senza prescrizione medica, con una prevalenza quasi doppia tra le ragazze. Allarme cocaina - La cocaina si conferma intanto la droga con il maggiore impatto sanitario e sociale. Secondo la Relazione insieme al crack è responsabile del 33% dei decessi direttamente correlati all’uso di stupefacenti e del 32% dei ricoveri ospedalieri legati alle dipendenze. Un’emergenza che continua a crescere mentre il mercato si evolve rapidamente, con cannabinoidi sintetici, nuovi oppioidi e preparazioni ad altissima concentrazione di principio attivo che rendono sempre più difficile intercettare e prevenire i consumi. “Continueremo a lavorare senza sosta per costruire una società libera dalle droghe e da ogni dipendenza”, ha assicurato la premier Giorgia Meloni, rivendicando lo stanziamento di oltre 160 milioni di euro nel solo 2025 per il contrasto alle dipendenze e annunciando il nuovo Piano nazionale che dovrà definire gli obiettivi dei prossimi anni. L’impatto sul sistema penitenziario - Ma il problema non riguarda soltanto la prevenzione. A pesare è anche l’impatto sul sistema penitenziario, già soffocato dal sovraffollamento. Oggi più di un ingresso in carcere su quattro è legato a spaccio o consumo. Nel 2025 sono entrate in carcere per violazione dell’articolo 73 del Testo unico sulle droghe 10.784 persone, il 25,7% del totale. Complessivamente quasi il 34% della popolazione detenuta si trova dietro le sbarre per reati collegati alla legge sugli stupefacenti, una percentuale nettamente superiore sia alla media europea che a quella mondiale. Da tempo Forza Italia propone il ricorso alle comunità terapeutiche come alternativa a carcere per i soggetti coinvolti in reati minori legati al consumo. Una strada che consentirebbe anche di alleggerire la pressione sugli istituti penitenziari ma che gli altri partiti di governo non sembrano voler imboccare. Ma dietro i numeri della droga emerge un disagio giovanile sempre più profondo. Lo racconta anche l’indagine conoscitiva appena conclusa dalla Commissione parlamentare per l’Infanzia e l’adolescenza, secondo la quale nelle periferie più degradate, dove spesso si concentrano povertà educativa, dispersione scolastica e assenza di opportunità culturali e sportive, i ragazzi risultano più esposti al reclutamento da parte della criminalità e alle dipendenze. Disagio giovanile - Ma il malessere non risparmia neppure i contesti apparentemente più protetti. Dove crescono il bullismo e soprattutto il cyberbullismo: tra i ragazzi di 15-19 anni il 45% dichiara di essere stato vittima o di aver rischiato di esserlo, mentre il 30% ammette di averne praticato forme attive. E la relazione rivela che esiste un rapporto tra questi comportamenti e il rischio di avvicinarsi alle sostanze. È in questo intreccio tra fragilità psicologica, isolamento sociale, perdita di prospettive e ricerca di evasione che si inserisce la nuova mappa delle dipendenze. Che marca ancora di rosso le nostre periferie degradate, ma che non risparmia più le aree di benessere, che sempre meno coincide con quello psichico dei nostri ragazzi. L’ultimo atto del processo Regeni e la verità (che sta ancora in Egitto): “Diteci perché” di Estefano Tamburrini Avvenire, 25 giugno 2026 In dieci anni i genitori di Giulio Regeni hanno lottato con tutte le loro forze per fare luce sulla morte del figlio, torturato e ucciso in Egitto. Secondo atto della requisitoria. Ascoltate le parti civili: è il loro ultimo intervento, prima della sentenza, che sarà pronunciata probabilmente a ottobre. Siamo nell’Aula Bunker di Rebibbia, dove martedì la Procura di Roma ha chiesto l’ergastolo per il colonnello Magdi Ibrahim Abdelal Sharif e 17 anni e mezzo per Usham Helmi, il generale Sabir Tariq e il colonnello Kamel Mohamed Ibrahim: i quattro 007 imputati nel processo per la morte di Regeni, iniziato nel 2024, e che si svolge in loro assenza. Anche la presidenza del Consiglio dei Ministri, già costituita parte civile, ha chiesto agli imputati il risarcimento complessivo di 2,5 milioni di euro in sede civile, suddivisi in danni patrimoniali e non, in quanto lo Stato risulta “gravemente offeso” nella sua funzione di “protezione dei cittadini all’estero”. Dentro l’Aula Bunker confluiscono dieci anni e mezzo di attese e speranze, tra ostruzionismo e silenzi di Stato. Lo si vede nella stanchezza dei volti, reduci dal pellegrinaggio laico di chi chiede verità e giustizia. Ma anche nel discorso, sorretto da un filo di voce, rauca, dell’avvocata Alessandra Ballerini, legale dei genitori di Giulio, Paola Deffendi e Claudio Regeni. “I crimini di lesa umanità sono reati che riguardano tutti. E a noi in quest’aula spetta far valere i trattati sottoscritti dall’Italia contro la tortura e i trattamenti inumani e degradanti”, ha detto Ballerini, citando l’apposita Convenzione Onu e la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea. “Pretendere verità per Giulio e per tutti noi è un dovere e un diritto inderogabile”. Citando le parole pronunciate dai genitori Regeni una volta visto il corpo, l’avvocata ha ribadito la “tortura è tutto il male del mondo”. A Giulio sono stati inflitti pugni, calci, uso di strumenti contundenti (mazze, bastoni), trascinamento del corpo e altre torture e la vita gli è stata tolta con “torsione” del collo. Il tutto dal 25 gennaio al 3 febbraio 2016. L’ascolto della ricostruzione riapre, ogni volta, la ferita dei familiari. “Ogni ferita che è stata inflitta in Giulio, ferisce e tormenta anche chi lo ha generato”, aggiunge l’avvocata. Nemmeno il dolore perpetrato dagli aguzzini ha spinto Giulio a mettere altri innocenti in pericolo di vita. L’umanità non gli è stata dunque rubata, nonostante la “sistematicità” di quel dolore, inflitto da mani esperte, capaci di spezzare ossa senza intaccare organi vitali. L’Egitto ha poi tentato anche una seconda morte nei confronti del ricercatore. Insinuazioni di omosessualità, insite delle domande di chi ha interrogato il professore universitario Gennaro Gervasio; accuse di devianza, uso di droghe; spionaggio, al servizio del Regno Unito. Il Cairo arrivò persino a uccidere cinque persone, indicandole come i veri responsabili dell’omicidio. Pesano, in questa storia, i tradimenti di Mohamed Abdallah, rappresentante del sindacato degli ambulanti, le doppiezze del coinquilino Mohamed Al Sayed, l’indifferenza della coinquilina tedesca Juliane Schok. Le stesse perquisizioni degli agenti della Sicurezza nazionale contribuirono a creare un muro d’omertà attorno al ricercatore. E ancora oggi la Procura egiziana deve rispondere all’ultima richiesta di quella italiana, effettuata nel 2019. “La verità sta in Egitto, tenuto a dare risposta alla più doverosa delle domande: perché?”, dice Ballerini. Non è neppure salvabile lo scarso impegno dei sei governi che si sono succeduti da allora, inclusa l’attuale maggioranza, che pure aveva parlato di “maggiore disponibilità” egiziana a “collaborare”. Resta tuttavia, sullo sfondo, una luce: il diritto alla verità, citato anche nel processo per la strage di Ustica, e ritenuto “indispensabile” affinché le famiglie possano seppellire i propri morti. Libia. “Un mese senza sapere se fuori è giorno o è notte” di Enrica Muraglie Il Manifesto, 25 giugno 2026 Il ritorno a casa degli attivisti della Flotilla arrestati in Libia: “Eravamo merce di scambio”. Il terminal tre degli arrivi a Fiumicino ha trattenuto il respiro fino alle tredici, quando sono comparsi i volti di Leonarda (Dina) Alberizia, Domenico Centrone e Matias Alvarez Rodriguez, tre dei dieci attivisti della Global sumud convoy detenuti a Bengasi per un mese e rimessi in libertà martedì. Gli altri sette, alla stessa ora, atterravano a Istanbul. “FISICAMENTE un po’ acciaccati, soprattutto mentalmente stanchi: quello che abbiamo subito in questi giorni è inaccettabile”, le prime parole di Centrone. Un trattamento riservato, ha sottolineato, a chi viaggia con “passaporti privilegiati”. Per Alberizia l’attenzione deve restare sulle ragioni della missione e della detenzione: “Siamo persone comuni che non riescono a tollerare di non fare qualcosa per modificare la situazione a Gaza”. E subito la richiesta al governo di “adottare tutte le misure possibili per far rispettare il diritto internazionale e per applicare sanzioni verso chi sta portando avanti un genocidio”. Ad accoglierli, i volti amici: attivisti che hanno preso parte ad altre missioni della Flotilla, alcuni dell’ultimo convoglio di terra, quello degli oltre duecento. Centrone soffia le candeline del suo trentaquattresimo compleanno, per fortuna non dietro le sbarre. La nebbia che ha avvolto i trenta giorni di detenzione comincia a diradarsi. Centrone racconta al manifesto che il 24 maggio, al terzo tentativo di mediazione con i libici dell’est, il convoglio fatto di ambulanze, decine di case mobili e camion carichi di beni di prima necessità, medicinali e protesi si è avvicinato al checkpoint che segna l’inizio della zona cuscinetto tra le due Libia. La strategia prevedeva di mandare avanti due ambulanze per trattare il passaggio - anche soltanto degli aiuti - con la Mezzaluna rossa. Ad attendere il convoglio, all’orizzonte, una ventina di mezzi blindati e una quarantina di militari. Ma a quello schieramento il gruppo degli undici non arriverà mai: un suv bianco taglia loro la strada, obbligandoli a scendere. Gli attivisti non erano ancora entrati nel territorio della Cirenaica e per questo “l’accusa di immigrazione illegale ci sembra assurda”. Sono stati portati dentro la Libia dell’est con la forza e poi rapiti. La prima perquisizione è brusca, a Centrone strappano la maglietta. Medicinali riversati fuori dall’ambulanza, oggetti personali spariti. Uomini e donne separati, le donne sul suv bianco, gli uomini in un blindato senza finestre. L’attivista tunisino Achraf Khoja, poi rilasciato, viene portato via da solo. Il terrore per una persona del Maghreb che “in quella situazione rischia molto di più”. Poi l’arrivo in un centro di smistamento per migranti a Sirte e la prima notte è quella degli interrogatori. Le guardie carcerarie tentano di estorcere i nomi dei libici dell’ovest che partecipavano al convoglio, e di scovare connessioni con i Fratelli musulmani o con Hamas. I toni sono duri, urla e minacce. Centrone viene interrogato dalle due alle cinque e mezza del mattino, la conclusione della nottata è surreale: i militari gli mostrano foto di attrazioni turistiche libiche. Il suggerimento è di tornare in vacanza anziché in missione umanitaria. La sera del 25 maggio la falsa speranza del rilascio: l’aeroporto di Sirte è deserto, gli attivisti vengono fatti salire su un charter diretto a Tripoli con tanto di scuse ufficiali da parte dei rapitori e l’augurio che fosse stata un’esperienza “non troppo difficile”. Poi l’annuncio in arabo della vera destinazione, Bengasi: “Ci hanno detto che avremmo fatto scalo lì e poi saremmo partiti per l’Italia”. L’epilogo è un po’ diverso. A bordo di un suv, gli attivisti attraversano il centro vivissimo della città e si allontanano verso la periferia: “Abbiamo capito che le cose stavano andando male”. L’approdo è infatti una caserma senza nome e senza insegne. Via i lacci delle scarpe, quelli dei pantaloni, uomini e donne in celle diverse ma ugualmente brutali: “Pareti con impronte di mani, scritte in arabo, disegni. Un materasso di spugna di tre centimetri. Eravamo pronti per tornare a casa, e invece siamo finiti in carcere”. Il tempo comincia a sfumare perché “non capisci se è giorno o notte, non sai che ora è”, e la situazione peggiora con i due giorni di isolamento. Per sentirsi vicini agli altri si picchietta sulle sbarre, si intona “Bella ciao”, “El pueblo unido”, “Free Palestine”. Il dentifricio come inchiostro per segnare sulle pareti i propri nomi e il calendario. Uno spazio di due metri e mezzo per due e mezzo, blatte, zanzare e una piccola fessura in alto da cui filtrava luce artificiale. Ma il processo intero “è stato sfiancante mentalmente per la lunghezza e per il carattere di segregazione”, sottolinea Centrone, e ha reso chiaro che a un certo punto gli attivisti sono diventati “una moneta di scambio”. Le accuse di immigrazione illegale prima, e di assembramento in zona di sicurezza poi, non hanno retto: per ammissione dello stesso console italiano a Bengasi nel corso delle uniche due visite, e dei consoli degli altri paesi la partita - come la definisce l’attivista - “si è giocata non solo su un piano giudiziario, era un caso politico che ha toccato anche le viscere della politica interna libica”. Detenuti perché dichiarati adulti: cosa sta accadendo ai minori che attraversano la rotta migratoria della Manica di Veronica Gennaro e Federica Tassari vita.it, 25 giugno 2026 I più vulnerabili tra le persone che provano ad attraversare la Manica dalla Francia e dal Belgio, sono i minori non accompagnati che spesso non ricevono cure e tutele adeguate. A volte detenuti, altre volte abbandonati, essere minori sul litorale nord d’Europa è una situazione di grande precarietà, come denunciano diverse organizzazioni umanitarie. Secondo la ong belga Vluchtelingenwerk Vlaanderen, nel 2025 circa una persona su cinque che si è introdotta illegalmente nel Regno Unito era minorenne. Dagli anni Novanta, dalla Francia e, più recentemente, dal Belgio, le persone migranti provano a raggiungere il sud dell’Inghilterra, attraversando il Canale della Manica. Il viaggio viene compiuto essenzialmente in due modi: tramite imbarcazioni di fortuna - le cosiddette “small boats” - o più raramente, tramite camion. Tra le persone che compiono la traversata, un gruppo numeroso e particolarmente vulnerabile, è quello dei minori non accompagnati provenienti perlopiù da Eritrea, Etiopia e Sudan. I giovani, che dovrebbero essere per legge più tutelati, sono invece spesso classificati come adulti da Francia, Belgio e Gran Bretagna, e vengono detenuti o abbandonati a loro stessi. Chi sono e perché vogliono raggiungere il Regno Unito - “Solo nel 2025 abbiamo avuto contatti con 481 minori non accompagnati in transito. Questi giovani sono senza eccezione gravemente traumatizzati”, spiega Joost Depotter di Vluchtelingenwerk Vlaanderen. I profili di estrema vulnerabilità sono confermati anche da Jeanne Nechelput, responsabile del progetto Xtra MENA di Caritas. Tra coloro che si trovano in transito, molti giungono traumatizzati dal viaggio verso l’esilio, in particolare dal periodo trascorso in Libia: il 95% di loro percorre questa rotta. Tuttavia, sono diverse le motivazioni che spingono le persone ad intraprendere la traversata. “Il Regno Unito rappresenta spesso la destinazione immediata per via di legami familiari, per la maggiore facilità di integrazione dovuta all’assenza dell’obbligo di carta d’identità o ad una lingua comune”, dice Depotter. Per quanto riguarda specificatamente i minori non accompagnati, Nechelput spiega che la maggior parte non ha richiesto l’asilo in un altro Paese europeo: per loro, è ancora più vera la presenza di parenti nel territorio britannico che diventa una delle ragioni principali che li spinge ad attraversare il Canale della Manica. Secondo Angèle Vettorello, direttrice di Utopia 56 Calais, bisogna anche considerare che “si tratta di ragazzi tra i 15 e i 17 anni” e che quindi hanno sogni e desideri tipici di quell’età. “Per esempio abbiamo incontrato recentemente dei ragazzi che volevano andare a giocare in squadre di calcio inglesi che conoscevano bene. C’è un po’ questo desiderio di crescere e di costruirsi una nuova vita nel Regno Unito, legato a un’idea che si sono fatti”. Ci sono ovviamente anche altre motivazioni tra cui la convinzione di poter trovare lavoro più rapidamente e l’assenza del sistema europeo - molto complicato e da poco cambiato - per richiedenti asilo. Tra i giovani in transito, “vi sono altri che hanno avuto un’esperienza negativa in Belgio o in un altro Paese”, aggiunge Nechelput. “Ad esempio, sono stati dichiarati maggiorenni o hanno ricevuto una risposta negativa. Decidono quindi di tentare di raggiungere il Regno Unito come ultima risorsa”. In sostanza, “se in Francia si stanno adottando misure più repressive, chi vuole provare a spostarsi lo farà dal Belgio; e se Il Belgio facesse lo stesso, proverrebbe dai Paesi Bassi. Chi lascia il proprio paese lo fa perché le condizioni del paese d’origine non gli permettono di vivere una vita dignitosa o sicura e cerca il meglio per sé e la propria famiglia”, denuncia l’europarlamentare belga Rudi Kennes a VITA. Perchè diventano dei detenuti - Dall’entrata in vigore dell’accordo “one in one out” tra Regno Unito e Francia nel settembre 2025, 76 minori sono stati detenuti nel Regno Unito in centri per adulti in attesa della determinazione dell’età. In Francia, l’ong Utopia 56 testimonia la sistematica detenzione di giovani persone migranti che si dichiarano minorenni. Nel Paese, i minorenni non accompagnati devono per legge essere presi in carico dal dipartimento, tramite l’ufficio dell’aiuto sociale all’infanzia (Ase), ma questo spesso non avviene, a causa di una penuria di strutture ricettive o della negligenza delle autorità. Esistono diversi scenari all’interno dei quali i minori vengono posti in detenzione. “Il primo è quello che si verifica più comunemente, ogni volta in cui assistiamo a un naufragio mortale in mare”, spiega Vettorello. “I sopravvissuti vengono riportati a riva dalle imbarcazioni di soccorso francesi e condotti, senza distinzioni tra famiglie, uomini soli o minori, alla stazione di polizia di Coquelles, nei pressi di Calais, nell’ambito dell’indagine avviata quel giorno dal procuratore della Repubblica”. Il secondo caso è quello di un’intercettazione sulla spiaggia in cui vengono arrestate persone sospettate dalla polizia di aver partecipato all’organizzazione della traversata. “Rientrano ad esempio persone che hanno dovuto trasportare l’attrezzatura, le taniche di benzina o il motore della barca”, aggiunge. “In questo caso i minori sono trattati come tutti gli altri, mentre sono le prime vittime della tratta”. Esiste infine un terzo caso, quando la polizia di frontiera porta avanti dei pattugliamenti aleatori sulle spiagge. “La polizia arresta un certo numero di persone, in sostanza per controllare i documenti d’identità. Circa 2 o 3 volte al mese, incontriamo dei giovani che sono stati arrestati in questo contesto”. La stessa dinamica si ripete in Belgio, nel centro di detenzione di Bruges. “Nei fascicoli che seguiamo, c’è solo una persona ancora detenuta a Bruges che afferma di essere minorenne; ma è già stata sottoposta a una procedura di accertamento dell’età in un altro Stato membro ed è considerata maggiorenne. Tutti gli altri sono stati rilasciati o hanno accettato il rimpatrio in un altro Stato membro”, spiega l’avvocata Lucie Dufays dell’organizzazione ombrello Move Coalition, che dal 2021 mira a ridurre il ricorso alla detenzione per motivi legati alla migrazione. In Belgio, la procedura di accertamento dell’età è cambiata a partire dal 12 giugno, in base al Patto europeo sulla migrazione e l’asilo. Come evidenzia Caritas, la principale differenza riguarda la visita medica, che prima era l’unico test richiesto, mentre ora è prevista solo come ultima risorsa. “Gli agenti di polizia utilizzano un altro metodo per accertare l’età, ovvero l’uso di radio ricetrasmittenti da polso. Alcuni minori vengono trattati come adulti dalla polizia senza essere stati sottoposti ad alcun accertamento dell’età”, denuncia. Inoltre, secondo una raccomandazione del Consiglio d’Europa, anche nei casi di dubbio, la persona deve essere trattata come minore e deve godere di tutti i diritti e le tutele connesse a tale status, compreso quindi il divieto di detenzione in un centro. Il Belgio, continuando a detenere giovani che si dichiarano minorenni, viola dunque i suoi obblighi internazionali e il principio del superiore interesse del minore. “Quando i minori non accompagnati vengono erroneamente classificati come adulti, sono di fatto esclusi dai sistemi di tutela minorile concepiti per garantirne la sicurezza e il benessere. Ciò può comportare il loro collocamento in strutture di accoglienza per adulti o, in alcuni casi, in centri di detenzione non idonei alle loro esigenze, esponendoli a ulteriori rischi”, avvertono Mélodie Mimeau e Aurélie Debande di Medici Senza Frontiere Belgio. Senza tetto e abbandonati - Per Msf, una delle lacune principali risiede nella mancanza di continuità nell’assistenza e nella protezione tra i diversi Paesi. “Le informazioni relative alle esigenze mediche o sulle vulnerabilità non vengono condivise sistematicamente, il che rende difficile il follow-up tra paesi. Le differenze nelle procedure e negli standard tra stati creano inoltre confusione e ritardi per i minori che cercano di accedere ai sistemi di protezione. Inoltre i meccanismi per garantire che i minori particolarmente vulnerabili vengano identificati e sostenuti in modo costante lungo il percorso sono limitati” e chi non finisce nei centri di detenzione tarda spesso ad essere inserito nel sistema che si fa carico dei minorenni”. In Francia, ad esempio, Msf denuncia che la lentezza del sistema francese espone i giovani a violenze, mancanza di un domicilio e intemperie. Anche in Belgio avviene un fenomeno simile: è in atto una riduzione dei finanziamenti per i centri di accoglienza che consentono ai minori non accompagnati di soggiornare senza avviare immediatamente le procedure formali di identificazione - come il centro Amran gestito da BelRefugees - che rischia la chiusura. Secondo Vettorello, uno dei problemi principali è la mancata presunzione della minore età. In Francia, per legge, se un giovane si dichiara minorenne, lo stato deve trovargli una sistemazione per almeno 5 notti, tempo necessario per compiere alcune verifiche. “Questo spesso non accade a causa della mancanza di posti nelle strutture di accoglienza e i minorenni si ritrovano in strada”. Nel nuovo Patto europeo per la migrazione e l’asilo e nel Piano casa del Parlamento europeo, non c’è nessuna traccia che possa tutelare i minori non accompagnati in transito o garantirgli un tetto temporaneo tra le coste. “Dobbiamo puntare su rotte legali e sicure, che garantiscano il rispetto dei diritti umani di tutti. Se non lo faremo, anche il mare al largo della costa belga finirà per diventare una fossa comune. Abbiamo già sulla coscienza le decine di migliaia di morti annegati nel Mediterraneo. Vogliamo averne altri sulla coscienza?”, conclude l’europarlamentare Kennes. Stati Uniti. Se la solidarietà sfida anche l’Ice di don Mattia Ferrari La Stampa, 25 giugno 2026 “Il futuro dell’umanità non è solo nelle mani dei grandi leader, delle grandi potenze e delle élite. È soprattutto nelle mani dei popoli; nella loro capacità di organizzarsi ed anche nelle loro mani che irrigano, con umiltà e convinzione, questo processo di cambiamento”. Queste parole di Papa Francesco continuano a risuonare nella storia. Siamo per alcune settimane in missione negli Usa, con una delegazione formata da Luca Casarini, fondatore di Mediterranea Saving Humans, César Piscoya, assessore del Celam (il Consiglio Episcopale dell’America Latina e dei Caraibi) e me, come coordinatore della piattaforma Encuentro Mundial de Movimientos Populares. La nostra visita si svolge in varie città e tocca varie esperienze per stringere e rafforzare le relazioni. A San Diego, in California, siamo stati invitati ad andare al Palazzo Federale, per toccare con mano quello che sta avvenendo. Come noto, da più di un anno negli Usa è iniziato un piano di deportazioni, che comporta controlli a tappeto dell’Ice nelle varie zone del Paese. Le persone che vengono trovate non in regola con i documenti di soggiorno vengono arrestate, internate nei centri di detenzione, deportate o rilasciate temporaneamente se l’avvocato interviene. In questo caso, vengono poi convocate in tribunale per rendere esecutiva o meno la deportazione. Davanti al programma di deportazioni annunciato dalle autorità, Papa Francesco è intervenuto, in uno degli ultimi atti del suo pontificato, scrivendo una lettera ai vescovi degli Usa: ha chiesto di non rimanere indifferenti e ha ricordato che credere in Cristo significa anche difendere la dignità di ogni persona umana e impegnarsi perché la fraternità universale prenda carne. Papa Leone XIV ha confermato questo appello. San Diego è una città particolarmente esposta, perché si trova vicino al confine con il Messico e qui abitano molte famiglie di origine latino-americana. La Chiesa e i movimenti popolari si sono trovati davanti a una situazione difficilissima: come possiamo fare per stare accanto ai nostri fratelli e sorelle che vengono arrestati o deportati? Hanno deciso di ripartire dalla cosa più semplice e più radicale: stare fisicamente accanto alle persone che vengono convocate per subire arresti arbitrari o deportazioni, facendo team per accompagnare le persone alle udienze. È una pratica semplice e radicale di solidarietà: fa sentire alle persone convocate che non sono sole e dà un messaggio radicale, disarmato e disarmante, di fraternità universale anche alle forze dell’Ice. Lunedì ci siamo uniti a questi team e abbiamo accompagnato le persone che erano state convocate. I volti e le storie che si incontrano lì sono impressionanti. Le persone arrivano spaventate, a volte in lacrime. Sanno che dagli Ice-checking e dalle udienze possono uscire con dei bracciali di sorveglianza alle caviglie, possono venire arrestate e messe nei centri di detenzione, possono essere deportate. La presenza dei team che le accompagnano e danno questo messaggio radicale di fraternità spesso cambia le cose, come abbiamo visto con i nostri occhi: le persone sono state rimandate libere dopo i controlli e le udienze, che sono state posticipate di mesi. Quasi due secoli fa, Alexis de Tocqueville, nel libro Democrazia in America, avvertiva del diffondersi di un nuovo sentimento: l’individualismo. In apparenza innocuo, l’individualismo porta a ripiegarsi su se stessi e sulla cerchia dei propri intimi, disinteressandosi degli altri. A lungo andare, l’individualismo apre la strada a un dispotismo morbido, in cui le autorità cercano di aiutare i cittadini a perseguire il proprio benessere e il proprio divertimento, purché essi non pensino ad altro che a divertirsi e si disinteressino del bene comune, della giustizia, di chi soffre. Oggi vediamo che l’individualismo si è scatenato nel mondo intero. Ma proprio qui, negli Usa, si sta manifestando qualcosa di radicalmente alternativo: la solidarietà come forma di vita. Un numero crescente di persone sta scegliendo di vincere l’individualismo e di mettersi in gioco, perché le persone in difficoltà non siano sole davanti alle ingiustizie. Nel Palazzo Federale vedi proprio questo: una nuova società che rinasce dalla scelta coraggiosa di lottare per amore e di stare radicalmente accanto a chi subisce le ingiustizie. Forse è proprio questa la lezione che arriva oggi dagli Usa, dal Paese in cui sessant’anni fa Rosa Parks, Martin Luther King e altri insegnarono al mondo che le cose possono cambiare. Continua a realizzarsi oggi proprio quello che spiegava Martin Luther King: gli imperi militari sorgono e cadono, si susseguono nella storia, ma il Regno di Gesù, costruito sull’amore, resiste e cresce, perché l’amore è il potere più duraturo al mondo.