Inferno carcere: l’estate rovente è una seconda pena di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 24 giugno 2026 I dati del ministero della Giustizia, al 15 giugno, contano 64.850 detenuti per 46.337 posti davvero disponibili. Fuori arrivano bollettini e raccomandazioni per proteggere anziani e malati dalle ondate di calore. Dentro le carceri sovraffollate quelle misure non esistono, e i ventilatori spesso li portano gli avvocati. Ogni estate il ministero della Salute manda i suoi bollettini sul caldo. Codici colorati, città a rischio, l’invito a non uscire nelle ore centrali, a bere spesso, a tenere d’occhio gli anziani e chi soffre di patologie. Raccomandazioni sensate, che ogni anno servono di più, perché ogni anno fa più caldo. Chi vive libero ha almeno la possibilità di seguirle. Per le oltre 64mila persone chiuse nelle carceri italiane quelle parole non hanno quasi alcun senso pratico. La domanda non è nuova. La poneva già nell’agosto di diversi anni fa Roberto Cavalieri, allora garante dei detenuti del Comune di Parma, dopo che l’azienda sanitaria aveva verificato le sezioni di alta sicurezza del carcere: più di cinquanta detenuti sopra i sessantacinque anni, almeno centosessanta cardiopatici, trentaquattro gradi in un cortile per i passeggi in una giornata neppure tra le più calde. “Ovunque leggiamo dell’emergenza caldo nelle città e di tutte le misure per salvaguardare la salute degli anziani. Perché quelle stesse raccomandazioni non valgono per gli anziani in carcere?”, chiedeva. Aveva proposto una cosa semplice e a costo zero: spostare le due ore d’aria del primo pomeriggio, quelle tra le tredici e le quindici, fuori dalle ore di punta del sole. Dieci anni dopo non solo non è cambiato nulla, ma è tutto peggiorato. Gli ultimi dati del ministero della Giustizia, al 15 giugno, contano 64.850 detenuti per 46.337 posti davvero disponibili. Più di tredicimila cinquecento persone oltre la capienza regolamentare, oltre diciottomila se si guardano solo i posti agibili. Il sovraffollamento reale sfiora il 140 per cento. Settantacinque istituti viaggiano oltre il 150, dieci superano il 200. A Lucca si arriva al 243, a Foggia al 225, a San Vittore al 220. Solo venticinque carceri su 189 restano sotto la capienza. E secondo l’ultimo rapporto di Antigone più di sei detenuti su dieci passano quasi tutta la giornata chiusi in cella. È lì dentro che il caldo non è un semplice fastidio, ma una tortura. Le carceri italiane non sono fatte per il caldo. Non si sta “al fresco”. Cento cinquantadue dei circa 190 istituti sono stati costruiti nel Novecento, senza criteri di coibentazione. Il sole batte sui muri sottili, l’aria dalle finestre è poca, fermata da sbarre, reti e schermature, e di notte, chiusa la porta blindata, non passa più. Da quando, nel 2020, in molti istituti è tornato il regime a celle chiuse, anche uscire nei corridoi a cercare un po’ d’aria non è più scontato. In più della metà delle carceri visitate da Antigone ci sono ancora celle senza doccia, nonostante il regolamento del 2000 le imponga da vent’anni, e in molte manca l’acqua calda. Dove l’acqua scarseggia si bagna il pavimento o si lasciano i rubinetti aperti per raffreddare le bottiglie, e così si prosciugano serbatoi già fragili. Sullo sfondo c’è il conto dei morti. Dall’inizio del 2026 i detenuti che si sono tolti la vita sono ventotto. A questi si aggiungono settantacinque morti per altre cause: centotre decessi in meno di sei mesi, secondo il dossier “Morire di carcere” di Ristretti Orizzonti. Nel 2025 i suicidi erano stati ottantadue, il numero più alto da quando esiste quella rilevazione, e i decessi complessivi 254, mai così tanti dal 1992. A luglio si fermano la scuola e gran parte del volontariato, e chi è dentro resta ancora più solo. Non è un caso: guardando i dati di Ristretti dal 2002 a oggi, luglio è storicamente il mese dei suicidi. L’estate, dietro le sbarre, non è una pausa. Ventilatori a batteria e frigoriferi che spariscono - Il sollievo, quando arriva, è quasi sempre privato. I ventilatori non sono sempre in dotazione. Dove ci sono, sono ammessi solo alcuni modelli per ragioni di sicurezza, in numero ridotto per cella. A San Vittore se ne può comprare uno a trenta euro, mai più di due per cella, anche dove dormono in otto. Ai piani alti si sono misurati trentasette gradi. A Brescia, nel carcere di Canton Mombello, dove trecento settantaquattro detenuti stanno in uno spazio pensato per cento ottantadue e in qualche cella si arriva a quindici persone, i ventilatori sono finiti tra i prodotti dello spesino a ventitré euro l’uno. Sono apparecchi a batteria, meno potenti di quelli a presa, e non sempre alla portata di chi è dentro. In molti casi arrivano grazie alle donazioni dei garanti, alle associazioni, agli avvocati. Poi c’è la storia dei frigoriferi, che da sola racconta come funziona il sistema. Il 31 marzo una nota del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, in vista dell’estate, suggeriva di aumentare i frigoriferi nelle sezioni, anche per evitare che si raffreddassero le bottiglie sotto il rubinetto aperto. Tre settimane dopo, due note firmate dal capo del dipartimento andavano nel senso opposto: i frigoriferi grandi fuori dalle celle e dai corridoi, da spostare in “stanze all’uopo adibite”, difficili da trovare in un sistema che scoppia. Il garante campano Samuele Ciambriello ha definito la decisione “incomprensibile e pericolosa” e ha chiesto al ministro di ritirarla. Il ministero ha replicato che la stretta riguarda solo i grandi elettrodomestici, non i piccoli pozzetti frigo, e che ne sono stati comprati mille insieme a nuovi ventilatori. Le misure semplici e quasi gratuite il dipartimento le aveva già indicate nel 2017, con una circolare poi rimasta quasi tutta sulla carta: punti idrici a getto e nebulizzatori nei cortili, aree d’ombra, acqua in bottiglia e taniche di riserva dove manca, menù pensati per l’estate, finestre aperte di notte per far passare un filo d’aria. A Sollicciano, dove i posti regolamentari sono poco più di cinquecento e i detenuti oltre seicentoquaranta, e le docce in cella restano una minoranza, il tribunale di Firenze ha sequestrato sette sezioni. Il ministro ha parlato di possibile chiusura entro fine anno. Nel frattempo i detenuti sono stati trasferiti altrove, e ciò significa ingolfare altre carceri. Intanto il caldo è arrivato, come sempre, ma più feroce di prima. E come sempre chi è chiuso in cella lo affronta da solo, con quel poco che riesce a procurarsi, con qualche ingegno. Ma è un insostenibile fardello. Bimbi in cella: il numero aumenta, l’infamia pure di Luigi Manconi La Repubblica, 24 giugno 2026 I bambini dai 0 ai 3 anni reclusi in carcere con le madri sono passati dai 17 del 2023 agli attuali 30. Su questo incremento pesa la discrezionalità del differimento della pena per le donne in gravidanza voluta dal Decreto Sicurezza. Non sarà tutta colpa di Giorgia Meloni, eppure… c’è un numero che si tende a rimuovere, ed è un numero infame: è quello dei bambini dai 0 ai 3 anni reclusi in una cella unitamente alle proprie madri, passato dai 17 del 2023 agli attuali 30. Su questo incremento pesa indubitabilmente la discrezionalità del differimento della pena - prima automatico - per le donne in gravidanza, voluta dal Decreto Sicurezza approvato nel giugno 2025. In altre parole, la donna non ha più il diritto di portare a termine la gestazione in condizioni di libertà, ma tale possibilità viene accordata o rifiutata dal magistrato dell’esecuzione della pena. Di conseguenza, un numero crescente di bambini si trova in cella. A ciò contribuisce, sotto il profilo ideologico, la riproposizione, sempre più enfatica, dell’ennesimo stereotipo criminale, impersonato dalla delinquente incinta, che ha svolto una funzione suggestiva e manipolatoria al punto da produrre una legge-fotografia. Ovvero una norma che è stata a tal punto pensata e ritagliata sull’identità e la fisionomia dell’autore (dell’autrice) di reato da portarne scritti, nero su bianco, il nome e il cognome: la Borseggiatrice Rom. E, così, quel sentimento popolare che tanto si emozionò e tanto pianse nel seguire, sessant’anni fa, le peripezie di Adelina, interpretata da Sophia Loren, diretta da Vittorio De Sica, oggi si rivela refrattario all’empatia. Per chi abbia dimenticato, riassumo la vicenda. Il soggetto di quell’episodio del film Ieri, oggi, domani (1963) si deve a Eduardo De Filippo che si ispirò a una storia vera. Concetta Muccardi, napoletana del quartiere Forcella e contrabbandiera di sigarette, poté evitare il carcere in virtù di una legge clemente e grazie alla successione di diciannove gravidanze. O almeno così si disse sulla base di dati e testimonianze piuttosto credibili. Il che già la dice lunga sul connotato tenacemente culturale della tendenza, ora attribuita a una etnia erroneamente considerata straniera, a utilizzare la maternità come risorsa esistenziale. Oggi la si affronta, quella tendenza, statisticamente irrilevante, attraverso lo strumento della repressione (ettepareva!). Dunque, imponendo né più né meno che la gravidanza venga vissuta nelle condizioni peggiori, esposta ai rischi più insidiosi (nel settembre del 2021 una donna ventitreenne partorì all’interno della sua cella nell’istituto di Rebibbia femminile). È accaduto spesso nella storia recente che studiosi acuminati e brave persone elaborassero i criteri più adeguati a definire il livello di rispetto della dignità umana, a partire dalla affermazione attribuita a Voltaire o, a scelta, a Victor Hugo, per la quale il grado di civiltà giuridica di un popolo andava misurato nelle prigioni. Se vogliamo fare un passo avanti si deve dire che il grado di umanità di qualsiasi sistema penitenziario è ricavabile da un requisito ineludibile: il fatto che non imprigioni bambini e minori. Faticosamente, contraddittoriamente e lentamente - ahi quanto lentamente - l’Italia ha tentato nell’ultimo quarto di secolo di ridurre quel numero infame. Effettivamente, nel giugno del 2001, i detenuti bambini erano 83 e la benemerita “legge Finocchiaro” avviò un processo di deflazione, proseguito - tra alti e bassi - fino a una stabilizzazione intorno al 2020. E oggi una nuova impennata: 30. Ma questo non dice ancora nulla del fenomeno. Per approfondirlo si deve ricorrere alla categoria di deprivazione sensoriale. Ovvero a quello stato di scissione dal mondo esterno che porta alla mortificazione, fino alla soppressione, degli stimoli sensitivi e sensoriali. Per capirci, al bambino che si trovi a vivere in un sistema chiuso dove tutto - visioni, suoni, odori - è artificiale, determinato e limitato da una situazione claustrofobica, viene imposta una vera e propria amputazione dei sensi. Si pensi solo alla facoltà dello sguardo che risulta impedito e serrato da porte, cancelli, mura; si pensi ancora all’udito colpito dal clangore del ferro che costituisce la struttura portante dell’intero carcere, e alla prevalenza di voci adulte e spesso imperiose, quale è proprio dell’esercizio del comando. Come ha scritto Simona Musco: “Apri: questa, dopo mamma, è spesso la prima parola che i bambini reclusi imparano a pronunciare” (Il Dubbio del 18 giugno scorso). Non stupisce, certo, come già le prime ricerche documentano, che anni di quella reclusione possano danneggiare definitivamente la funzionalità di quegli stessi sensi. Ma una tale situazione solleva una questione ancora più grande: come è possibile che l’intelligenza della politica, compresa quella - ammettiamolo - della sinistra, per quanto debole, non abbia ancora inventato qualcosa di meglio (più razionale e più umano) di questa “galera per bambini”? Vengono in mente le parole dell’allora giovane studioso Aldo Moro che, riprendendo una affermazione del grande giurista Gustav Radbruch, diceva: “Abbiamo bisogno non tanto di un diritto penale migliore, ma di qualcosa di meglio del diritto penale”. Qualcosa di meglio, insomma, che mettere i ceppi a grandi e piccini. “Carceri sovraffollate? Lo Stato risponde solo con più reati e più repressione” di Valentina Stella Il Dubbio, 24 giugno 2026 Simone Silvestri, segretario di Magistratura Democratica, coordinatore della sezione Gip/Gup al tribunale di Lucca, è arrivata l’estate rovente. Proprio nel carcere della sua città il sovraffollamento è al 278 per cento. Questa fotografia cosa ci restituisce in termine di legalità nelle carceri italiane? “Un Paese che non riesce a garantire che l’esecuzione della pena detentiva avvenga nel rispetto dei diritti fondamentali della persona umana non può definirsi un Paese civile. Un sovraffollamento medio superiore al 140%, superiore al 200% in otto istituti non solo non consente di realizzare i percorsi rieducativi, ma diventa trattamento contrario al senso di umanità, ossia viola entrambi i precetti dell’art. 27 della Costituzione”. A Sollicciano hanno sequestrato sette sezioni. Prima volta in Italia. Stiamo davvero toccando il fondo? Md ha visitato due volte la Casa Circondariale di Sollicciano, nel 2022 e nel 2025. La prima volta volevamo avere una visione diretta degli istituti più degradati e affollati e siamo stati anche a Le Vallette a Torino e a Poggioreale a Napoli, la seconda abbiamo avuto la conferma che in tre anni non era stato fatto nessun progresso, anzi abbiamo visto che si poteva anche arrivare più in basso di dove ci saremmo immaginati: stanze sovraffollate in preda all’umidità, muri in gran parte ammuffiti, corridoi e stanze con acqua stagnante a terra, personale di polizia, sanitario e operatori insufficiente e sovraccarico. Allora abbiamo capito che era fondamentale che la comunità esterna, a partire da quella della città, prendesse consapevolezza che una tale situazione di illegalità riguardava tutti, che il carcere voluto dalla Costituzione non doveva essere un luogo separato dai diritti, e abbiamo chiesto a Comune di Firenze e Regione Toscana che si attivassero per la chiusura di Sollicciano. Oggi, nella sostanziale inerzia di progetti bloccati e molteplici iniziative annunciate, è inevitabile che la presenza di condizioni contrarie al senso di umanità dia adito a provvedimenti di sequestro come quello adottato dal GIP di Firenze o a incidenti di costituzionalità come quello sollevato dal Tribunale di Sorveglianza di Firenze in merito alla possibilità di rinviare l’esecuzione della pena. Il Governo ha detto no alla proposta di legge Giachetti, all’amnistia e all’indulto. Secondo lei perché? Il Ministro Nordio ha sempre ribadito che l’adozione di tali misure avrebbe rappresentato un cedimento dello Stato di fronte al crimine e questa visione è coerente con la risposta repressiva e securitaria che il Governo ha sempre dato. Dall’inizio della legislatura sono stati introdotti 50 nuovi reati e più di 57 aggravanti con l’aumento dei casi in cui è ora possibile ricorrere all’arresto in flagranza e all’aumento dei casi in cui è consentito l’arresto in flagranza differita. È evidente che la stessa ipotesi di voler affrontare i temi collegati alla sicurezza in un confronto politico e attraverso interventi di settore diversi dall’intervento di polizia viene vissuta come debolezza. A ciò si aggiunga che la repressione è la via più economica e sposta la responsabilità sulla magistratura. Servirebbe una seria riforma volta alle depenalizzazioni? Certamente. Md da anni chiede un intervento di depenalizzazione in materie che riguardano proibizioni di condotte che non destano allarme sociale ed una di queste è sicuramente l’uso di droghe leggere. Oltre ad avere, anche in questo caso, un forte impatto sul sovraffollamento si eviterebbe l’esposizione di molti giovani al contatto con ambienti criminali o criminogeni. Secondo lei cosa in generale sarebbe necessario, invece, per il carcere? Interventi contingenti che non possono che essere l’adozione di provvedimenti di clemenza quali indulto e amnistia e l’approvazione della proposta di legge sulla liberazione anticipata speciale. Solo dopo sarà possibile progettare un nuovo sistema di esecuzione della pena non basato sulla detenzione come pena principale, ma su pene di comunità, riservando al carcere il trattamento per i condannati che rivestano, per il tipo di reato o la personalità, il carattere di soggetti socialmente pericolosi. Esecutivo e Parlamento stanno lavorando anche a misure per deflazionare la popolazione prevedendo la detenzione in comunità per i tossicodipendenti e per quelli che possono avere i domiciliari ma non hanno un indirizzo da fornire... In merito al ddl sulla detenzione domiciliare per il recupero dei detenuti tossicodipendenti o alcoldipendenti si stima una incidenza del 30% sulla popolazione carceraria, ma occorre tenere presente, rispetto ad entrambe le iniziative legislative, che la loro efficacia è strettamente collegata ad investimenti sulle strutture e sul personale specializzato e all’ampliamento delle piante organiche della magistratura di sorveglianza. Alle riforme occorrono le gambe. Nordio chiamato a rispondere sul problema del sovraffollamento qualche giorno fa in Senato ha detto tra l’altro: “teniamo conto che non si entra in prigione per un’azione del Governo, ma perché si è commesso un reato e perché la magistratura, nella sua autonomia e indipendenza, ha ritenuto necessaria la custodia cautelare in carcere”. Che ne pensa? Di nuovo, occorre pensare al carcere come soluzione estrema. Questo avviene già in fase cautelare, deve poter avvenire anche in sede di esecuzione della pena e per questo occorrono investimenti in strutture e personale specializzato. Alcune associazioni sostenute da vari partiti, tra cui Forza Italia e Pd, appoggiano la proposta di legge Sciascia Tortora che prevede 15 giorni, compresa la notte, di tirocinio in carcere per i magistrati... La consapevolezza della condizione carceraria è un obiettivo prioritario non solo per la comunità esterna, ma per la stessa magistratura. Tuttavia nutro delle perplessità sull’esperienza di una privazione della libertà. Comunque in questo senso all’interno dell’ANM si stanno moltiplicando iniziative come quelle che abbiamo svolto. Ma di questo è necessario che si faccia carico anche la Scuola della Magistratura. “Ereditata una situazione disastrosa, ora 15mila nuovi agenti e un piano da 750 milioni” di Vincenzo Caccioppoli affaritaliani.it, 24 giugno 2026 Il sottosegretario alla Giustizia parla di Piano carceri, nuove assunzioni e recupero dei detenuti tossicodipendenti. Alberto Balboni, avvocato ferrarese nato nel 1959, è senatore di Fratelli d’Italia e sottosegretario di Stato alla Giustizia dal 22 aprile 2026. In Parlamento ha maturato una lunga esperienza sui temi istituzionali, ricoprendo anche l’incarico di presidente della Commissione Affari costituzionali del Senato. Storico esponente della destra italiana, è considerato una figura di solida competenza giuridica e parlamentare. Dal 22 aprile è sottosegretario alla giustizia, al posto del dimissionario Andrea Delmastro delle Vedove. Sottosegretario Balboni, quali sono le priorità che intende affrontare nel suo nuovo incarico al Ministero della Giustizia e quale contributo vuole portare all’azione del Governo Meloni? “Con riferimento alle deleghe che il ministro Nordio mi ha conferito, concentrerò il mio lavoro a migliorare le condizioni nelle carceri italiane, sia per quanto concerne la Polizia penitenziaria sia per quanto concerne i detenuti. Purtroppo, nonostante i passi in avanti compiuti da questo governo, le criticità sono ancora molte. Continuerò inoltre nel percorso intrapreso a favore dei magistrati onorari a cui abbiamo garantito stabilizzazione, tutele parificate e regime di esclusività dopo 25 anni di precarietà”. La durata dei processi continua a rappresentare una delle principali criticità del sistema italiano. E allo stesso c’è il tema della critica situazione delle carceri italiane… Cosa si può fare per migliorare la condizione secondo lei? “Per quanto riguarda le carceri, nel 2022 abbiamo ereditato una situazione disastrosa, tuttavia mi preme ricordare gli enormi investimenti e l’enorme attenzione che il governo Meloni ha rivolto al settore penitenziario. Dal 2022 ad oggi sono stati assunti oltre 15 mila nuovi agenti penitenziari, abbiamo garantito benefici economici e normativi al Corpo, nuovo equipaggiamento ed elevato gli standard di sicurezza degli istituti penitenziari con i sistemi anti drone, abbiamo saturato la pianta organica dei funzionari giuridico pedagogico. Senza dimenticare un Piano carceri da 750 milioni che punta alla realizzazione di 10 mila nuovi posti detentivi entro il 2027. Inoltre, è stato approvato in Senato il ddl per il recupero dei detenuti per ragioni di tossicodipendenza o alcol dipendenza, che permetterà una deflazione carceraria in quanto i detenuti che versano in questa condizione e che aderiscono a un programma di recupero, potranno scontare la pena agli arresti domiciliari presso strutture accreditate. In questo modo garantiamo le esigenze di recupero e reinserimento sociale ma senza sconti indiscriminati di pena come vorrebbe la sinistra. Ovviamente bisogna fare di più e meglio ma la strada intrapresa è quella giusta”. La riforma della giustizia è uno dei temi centrali dell’agenda di Governo. Quali risultati sono già stati raggiunti e quali sono, invece, i passaggi ancora necessari per rendere il sistema più rapido, efficiente e vicino ai cittadini? “Sul fronte giustizia c’è sempre da migliorare ma abbiamo garantito un sistema più efficiente e vicino ai bisogni dei cittadini attraverso investimenti concreti: dal primo luglio oltre 9 mila precari con contratti legati al Pnrr verranno stabilizzati a tempo indeterminato, si parla di personale qualificato che garantisce una giustizia migliore. Inoltre, per velocizzare i tempi della giustizia, per la prima volta nella storia della Repubblica colmeremo i vuoti d’organico nella magistratura, con 1600 nuovi magistrati entro la fine dell’anno. È grazie a questi investimenti in personale umano che garantiamo certezza del diritto, tempi prevedibili e garanzie a imprese e lavoratori”. Presidente Balboni, durante la sua guida della Commissione Affari costituzionali il Parlamento ha affrontato riforme particolarmente rilevanti per l’assetto istituzionale del Paese. Qual è il risultato del quale si considera maggiormente soddisfatto e quali questioni ritiene siano rimaste ancora aperte? “Sulla guida della Commissione Affari Costituzionali. Reputo che tutti i provvedimenti siano importanti, sarebbe ingiusto sceglierne solamente uno. Se proprio devo dirne uno è sicuramente molto importante la legge che porta la mia prima firma con cui abbiamo istituito la Commissione bicamerale contro la violenza alle donne, e conseguente il lavoro che ha portato all’istituzione il nuovo reato di femminicidio perché Fratelli d’Italia è sempre stato in prima linea nella lotta alla violenza contro le donne: nel 2013, infatti, Giorgia Meloni è stata la prima firmataria della proposta di legge di ratifica della Convenzione di Istanbul. La linea d’azione dell’esecutivo si è sempre basata su tre pilastri: prevenzione, protezione e certezza della pena. Con questo provvedimento si vogliono velocizzare le valutazioni preventive sui rischi che corrono le potenziali vittime di femminicidio o di reati di violenza contro le donne o in ambito domestico e favorire anche un cambiamento culturale nella lotta contro la violenza di genere: è necessario che le nuove generazioni prendano coscienza di questo problema”. La presidenza della Commissione le ha richiesto di confrontarsi quotidianamente con temi come l’equilibrio tra i poteri dello Stato, le garanzie costituzionali e il rapporto tra maggioranza e opposizione. Quanto quell’esperienza incide oggi sul suo modo di svolgere il ruolo di sottosegretario alla Giustizia? “Come Presidente di Commissione ho dovuto spesso confrontarmi con le opposizioni, dovendo fronteggiare ostruzionismo e migliaia di emendamenti. Sicuramente questa esperienza mi servirà nel mio nuovo ruolo e spero di riuscire a dialogare in modo costruttivo con tutti come è successo in Commissione, trovando poi un punto d’incontro, sempre con rispetto reciproco per arrivare a risultati auspicabilmente condivisi”. Digitalizzazione, intelligenza artificiale e innovazione tecnologica stanno trasformando anche il settore giudiziario. Quali opportunità possono offrire e quali limiti devono essere posti per tutelare i diritti, la trasparenza e il ruolo insostituibile del giudice? “Anche nel settore giudiziario è entrata prepotentemente l’Ia, strumento che può risultare molto utile ma che è anche potenzialmente pericoloso. Proprio per questo è fondamentale che la persona umana resti al centro delle decisioni, nel senso che il giudice o l’avvocato non possono delegare all’intelligenza artificiale la responsabilità delle scelte che competono loro. Il mezzo tecnologico può essere utile ma solo come ausilio. Come governo teniamo molto a questo tema, difatti abbiamo voluto la nuova fattispecie di reato che punisce l’omessa adozione delle misure di sicurezza nei sistemi di IA ad alto rischio e la loro alterazione. Il fatto viene punito, e disciplinato dal nuovo articolo 437-bis del codice penale, quando dalla condotta derivi “un pericolo concreto per la vita, l’incolumità pubblica o la sicurezza dello Stato”. Guardando alla fine della legislatura, quale risultato concreto vorrebbe fosse associato al suo lavoro e più in generale all’azione del Governo Meloni nel campo della giustizia? “Uno dei primi provvedimenti che ho seguito da sottosegretario è stato il “Liberi di scegliere” voluto fortemente dalla presidente della Commissione Antimafia Chiara Colosimo. Una proposta di legge bipartisan per proteggere minori e giovani sotto i 25 anni, figli di famiglie mafiose, e anche quei genitori - spesso madri - che vogliono allontanarsi dal contesto della criminalità organizzata. Il progetto vuole assicurare ai minori e alle giovani madri una concreta alternativa di vita. L’obiettivo è di creare percorsi di allontanamento sicuri con il sostegno necessario. Come ha detto Colosimo questa legge “disegna la terza via della lotta alla mafia”. Qual e il suo pensiero sulla polemica via social tra Trump e la premier Giorgia Meloni? “Le parole del presidente Usa non offendono solo il presidente del Consiglio ma il nostro Paese e indeboliscono l’Occidente. Bene ha fatto Meloni a rispondere alle menzogne di Trump: ‘Io e l’Italia non imploriamo mai’. Avanti sempre a schiena dritta e testa alta”. Lei pensa che questa polemica possa in qualche modo compromettere i rapporti tra Usa ed Italia? “I rapporti tra USA e Italia continuano indipendentemente da chi è al governo e che come ha detto Meloni la questione è chiusa. Sull’export l’Italia ha superato il Giappone e questo grazie soprattutto all’interscambio con gli Usa, a riconferma dell’ottimo rapporto tra le due nazioni che continuerà ad esserci”. Io esco da Rebibbia, ma in quelle celle la giustizia è morta di Gianni Alemanno Il Dubbio, 24 giugno 2026 E così ci siamo, mercoledì 24 giugno alle ore 10 uscirò dal portone di Via R. Majetti, ponendo fine ad un’esperienza di carcere durata 1 anno, 5 mesi e 24 giorni. Un’esperienza che non doveva mai cominciare, perché sono innocente, perché il reato per cui sono stato condannato (traffico d’influenze per abuso d’ufficio) è stato abolito e perché ci sarebbe molto da dire anche sulle circostanze che hanno portato alla completa revoca del mio affidamento in prova. Ma così è la giustizia italiana, soprattutto per chi prova a navigare controcorrente. Che mi ha portato a incontrare di nuovo (ero già stato in carcere a vent’anni per un episodio di militanza politica) un universo carcerario, che ho trovato molto più degradato e abbandonato a se stesso di quanto me lo ricordavo. Ho scoperto celle di 4 posti riempite con 6 persone una sull’altra, nel degrado degli ambienti e delle condizioni igienico-sanitarie. Percorsi trattamentali (studio, lavoro e cultura) ridotti a un privilegio per pochi. Una burocrazia penitenziaria lenta e prepotente, Tribunali di sorveglianza con pochi magistrati e troppe pratiche, che rendono difficili tutte le decisioni e inutilmente angosciosa la vita carceraria. Abbiamo provato a batterci, insieme a Fabio Falbo, contro tutto questo, ma il muro di gomma della politica, dei media e dell’Amministrazione penitenziaria ci hanno ampiamente rimbalzato. Vi dico l’ultima: il 21 maggio sono stati scaricati in questo carcere 3 camion pieni di attrezzi per le palestre dei nostri reparti, donati dall’azienda privata Matrix con la supervisione dell’ente di promozione sportivo ASI. È passato un mese, ma ancora nulla è arrivato nelle nostre palestre, che rimangono preistoriche, scassate e arrugginite come al solito... un mese per trasportare degli attrezzi dai magazzini a reparti che distano al massimo 2-300 metri! L’unica ‘‘vittoria’’ che abbiamo ottenuto è stata la concessione da parte del Presidente Mattarella della grazia parziale ad Antonio Russo, il povero vecchietto di 88 anni (e malato) che sta qui dentro da 6 anni. Pensate che sia uscito? Assolutamente no, perché tra magistrati che non erano stati informati della Grazia, relazioni sanitarie che non arrivavano, ‘‘sintesi trattamentali’’ da chiudere e mille altre diavolerie burocratiche, neppure i provvedimenti di clemenza del Capo dello Stato sono riusciti a rompere il maledetto muro di gomma (mica sono tutti così fortunati da ricevere la Grazia prima di entrare in carcere come la Minetti...). Intanto Fabio Falbo continua a rimanere nel Carcere calabrese di Rossano, dove era stato portato l’11 giugno per permettergli di usufruire di un permesso di 5 ore per incontrare il padre di 92 anni gravemente malato. Fabio il padre l’ha incontrato dopo 6 giorni di attesa inutile (e molto pericolosa visto le condizioni di salute dell’anziano genitore), adesso attende da 4 giorni che qualcuno lo riporti nella sua cella, che ancora oggi rimane chiusa con tutta la sua roba accatastata all’interno. Intanto ci ha fatto sapere che nel Carcere di Rossano non ci sono né il Direttore né il Comandante, mentre su 100 persone ‘‘in media sicurezza’’ solo 8 lavorano. Quasi ogni carcere (non solo Sollicciano recentemente sequestrato in parte dalla Magistratura) è ormai un disastro... Ma ho conosciuto anche una popolazione detenuta che stringe i denti e che - tra battute in romanesco e calabrese, pranzi cucinati con il camping gas, solidarietà di cella, messe con Don Lucio e allenamenti sportivi - tira avanti e non si lascia tramortire. Non tutti, perché ci sono pure quelli che crollano e, se non si suicidano, si uccidono di noia e di altro... Ho conosciuto anche tanti agenti, graduati e ufficiali della Polizia penitenziaria che si comportano bene (con le dovute eccezioni...) e che spesso sono come fratelli per le persone detenute, con cui condividono la sofferenza per le stesse mancanze organizzative e per lo stesso sovraffollamento. Adesso sono arrivate anche numerose nuove giovani leve, che si danno da fare con discreto entusiasmo e molta correttezza”. Ci sono anche le giovani infermiere del reparto, guidate dalla decana Rossella, che, nonostante il fare scorbutico (necessario anche a tenere a bada le non poche avance), il loro lavoro lo fanno con il cuore, mettendoci una pezza di fronte ad una assistenza sanitaria con troppi buchi (e poche scorte per arrivare agli ospedali). Ho conosciuto educatrici e psicologhe che ci mettono il cuore e la testa nel loro lavoro e che diventano una specie di ammortizzatore tra le persone detenute e le lentezze burocratiche di chi sta sopra di loro. Ecco perché uscendo dal carcere mi sembra quasi di disertare una trincea, di lasciare tanti compagni di detenzione e tanti lavoratori del sistema carcerario nelle loro lotte e nelle loro sofferenze. Certo, in tanti mi hanno chiesto di continuare la lotta contro il sovraffollamento carcerario, con Fabio Falbo si sono costruiti un’amicizia e un ponte di collaborazione che nessuno potrà rompere, ma riuscirò ugualmente a farmi sentire quando il ‘‘muro di gomma’’ si frapporrà tra me e l’universo carcerario? Riuscirò a parlare con il Ministro Nordio, a spiegargli che neppure l’ultimo provvedimento in itinere alla Camere (quello che aumenta i benefici per i detenuti tossicodipendenti) sarà sufficiente a cambiare la situazione delle nostre carceri?”, si domanda. “Soprattutto, riuscirò a spiegare ai media e all’opinione pubblica, prima ancora che ai ‘‘politici’’, che non c’è nessuna contraddizione tra la difesa intransigente della sicurezza dei cittadini e la necessità di costruire un sistema penitenziario che rispetti la dignità delle persone e promuova la loro capacità di riabilitarsi? Anzi, che senza un carcere di questo tipo è assolutamente impossibile difendere il cittadino contro l’aumento della criminalità? Si proverò, con tutte le mie forze, sempre con l’aiuto e l’amicizia di Fabio, collaborando con tutte le persone di buona volontà a prescindere dal loro colore politico. Questo ve lo prometto, perché un pezzo del mio cuore rimane tra qui a Rebibbia, tra le mura di carceri senza giustizia, nelle celle dove si muore di caldo, negli occhi di chi cerca ancora un riscatto e una speranza. E dove la Repubblica Italiana si gioca la sua faccia. Diritto all’affettività anche al detenuto che si è sposato in carcere senza prima convivere di Paola Rossi Il Sole 24 Ore, 24 giugno 2026 Il diritto agli incontri riservati non può essere negato per i gravi reati precedenti e per l’assenza di una precedente convivenza. L’assenza di una precedente convivenza non basta per negare gli incontri intimi con la donna che il detenuto ha sposato in carcere. La Cassazione accoglie così il ricorso contro il no a un colloquio riservato chiesto dall’uomo. Con un verdetto che valorizza le indicazioni della Consulta come della Cedu, la Suprema corte ricorda che “una pena che impedisce al condannato di esprimere una normale affettività con il partner si traduce in un pregiudizio nelle relazioni nelle quali si svolge la sua personalità, che va incontro a un progressivo impoverimento fino alla disgregazione che rischia di rivelarsi inidonea alla finalità rieducativa cui deve necessariamente tendere il trattamento penitenziario”. Il diritto alla vita privata e familiare - I giudici di legittimità, ricordano che l’inderogabilità della prescrizione del controllo a vista sullo svolgimento dei colloqui è in contrasto anche con l’articolo 8 della Cedu, per “difetto di proporzionalità con le sue pur legittime finalità, compromettendo il diritto al rispetto della vita privata e familiare”, quando non è verificabile in concreto la necessità della misura restrittiva per esigenze di difesa dell’ordine e prevenzione dei reati. La Corte europea, nell’escludere che la Convenzione imponga agli Stati contraenti di prevedere le visite a lungo termine, essendo la materia rimessa alla loro discrezionalità degli Stati, ha però affermato la necessità della previsione per legge del divieto e di un bilanciamento tra l’interesse dell’autorità a vietare le visite intime e dall’altro lato i diritti dei detenuti convenzionalmente protetti. Un bilanciamento che, come di consueto, è rimesso in prima battuta alle autorità nazionali in considerazione delle particolarità dei vari ordinamenti ma è comunque sottoposto al controllo europeo di proporzionalità dell’ingerenza dello stato. Dalla Consulta è arrivata una prospettiva più avanzata. Nel consentire le visite intime in linea generale (salvo che per i regimi detentivi speciali), il giudice delle leggi ha ricondotto in modo definitivo le visite “riservate” ai diritti della persona, al di fuori in quanto tali da ogni logica premiale, affermando che “è comunque necessario che sia assicurata la riservatezza del locale di svolgimento dell’incontro, il quale, per consentire una piena manifestazione dell’affettività, deve essere sottratto non solo all’osservazione interna da parte del personale di custodia - che dunque vigilerà solo all’esterno -, ma anche allo sguardo degli altri detenuti e di chi con loro colloquia”. E infine, prevedendo le sole eccezioni dettate da ragioni di sicurezza o esigenze di mantenimento dell’ordine e della disciplina o da ragioni giudiziarie. La giurisprudenza della Cassazione, sulla scia della Corte costituzionale, ha rilevato che la richiesta di colloqui “intimi” può specificamente essere rigettata per ragioni di sicurezza, per esigenze di mantenimento dell’ordine e della disciplina, per il comportamento non corretto dello stesso detenuto, o per ragioni giudiziarie, in caso di soggetto ancora imputato. Alla base del no agli incontri ci devono essere, dunque, valutazioni non astratte sulla capacità a delinquere del detenuto. Non desunte, in via esclusiva, dal suo curriculum criminale, dalle pendenze giudiziarie e dalla gravità dei reati in esecuzione, ma da una previsione sul pericolo attuale, desunto da fatti, valutati i quali si può concludere che il colloquio richiesto “possa frustare specifiche esigenze di sicurezza o, comunque, incidere negativamente sul mantenimento dell’ordine e della disciplina all’interno dell’istituto”. Mentre nei confronti dei detenuti imputati, quindi sottoposti a misura cautelare di tipo detentivo, come nel caso esaminato, pesano, come per i colloqui ordinari, come condizioni ostative, oltre a quelle appena elencate, specifiche finalità giudiziarie legate ai procedimenti penali ancora pendenti nei loro confronti. Lo stabile legame affettivo - Il Tribunale che ha negato l’incontro ha valorizzato la previsione, secondo la quale, “prima di autorizzare il colloquio riservato, il direttore dell’istituto, oltre all’esistenza di eventuali divieti dell’autorità giudiziaria che impediscano i contatti del detenuto con la persona con la quale il colloquio stesso deve avvenire, avrà cura di verificare altresì la sussistenza del presupposto dello stabile legame affettivo, in particolare l’effettività della pregressa convivenza. Ma sia sul fronte della pericolosità concreta del detenuto sia sul requisito della convivenza, il Tribunale ha sbagliato. La prima è stata desunta solo sulla base dei molti e gravi precedenti definitivi, ma con un accenno solo incidentale all’imputazione per la quale lo stesso risulta attualmente in attesa di giudizio. Una valutazione che prescinde dall’indicazione delle specifiche ragioni di sicurezza o di prevenzione che sarebbero un ostacolo concreto all’effettuazione dei colloqui riservati. Quanto al presupposto della pregressa convivenza stabile con la persona con cui sono stati chiesti i colloqui, l’ordinanza scivola su una violazione di legge per aver male interpretato la sentenza della Corte Costituzionale. Il giudice di merito ha valorizzato solo il dato formale per cui il matrimonio del ricorrente è stato celebrato in carcere e dunque l’assenza della pregressa stabile convivenza tra i coniugi. Ma la Consulta ha fatto anche uno specifico riferimento all’ipotesi in cui il detenuto abbia contratto matrimonio in carcere, chiarendo che con i “matrimoni bianchi”, per la negazione di permessi o altro, scatta una lesione della dignità degli sposi, ma anche una contraddizione interna al quadro normativo, giacché il matrimonio non consumato è causa di scioglimento o cessazione degli effetti civili del matrimonio. La celebrazione del matrimonio in carcere non può, quindi, essere considerata un ostacolo alla concessione del colloquio riservato. E anzi, proprio l’interpretazione complessiva della sentenza del giudice delle leggi esclude la necessità di valutare l’esistenza di una pregressa convivenza “o comunque della stabilità pregressa del legame affettivo, da intendersi invece necessario in caso di rapporti non formalizzati in quanto more uxorio”. Altolà alle sanzioni pecuniarie di Bonafede: la Consulta ha “chiarito” che la pena non è vendetta di Alessandro Parrotta* Il Dubbio, 24 giugno 2026 Con la sentenza n. 108 del 2026 (relatore Francesco Viganò) la Corte costituzionale ha cancellato l’articolo 322-quater del codice penale - la “riparazione pecuniaria” - perché, sommandosi a confisca, risarcimento, danno erariale e danno all’immagine, portava il prevenuto a versare alle casse dello Stato fino al quadruplo della tangente. Ma il numero è solo il sintomo, non la malattia. La lezione offerta dall’arresto costituzionale è più radicale: mentre puniva chi lucra sul fatto-reato, lo Stato aveva costruito un meccanismo per lucrare sulla pena. Alla logica del reo secondo cui “il crimine non paga”, il legislatore aveva silenziosamente affiancato la propria: “La repressione conviene”. La Consulta ha detto no. Quell’articolo era l’esemplare più puro di una stagione di legislazione-manifesto: norme scritte per esibire severità, più che per funzionare nel sistema. Una pena travestita da “riparazione” civile, disposta d’ufficio dal giudice, fissata dalla legge nel prezzo o nel profitto del reato, non graduabile, e dovuta “restando impregiudicato il diritto al risarcimento del danno”. Nel reato del caso deciso - la corruzione per l’esercizio della funzione - l’amministrazione può non subire alcun danno patrimoniale: la “riparazione”, dunque, non riparava proprio nulla. Era, in trasparenza, una pena nascosta. E la Corte la chiama con il suo nome: misura punitiva che non supera il test di proporzionalità imposto dall’articolo 3 della Costituzione e dall’articolo 49, paragrafo 3, della Carta di Nizza, perché non può essere calibrata sulla gravità del fatto, sul grado di colpevolezza, sul contributo di ciascun concorrente, né sulle condizioni economiche del reo. Una sanzione che non si può individualizzare non è una sanzione: è una tariffa, in questo caso una tariffa penale. Chiude, questa pronuncia, la stagione del rigore penale? Chi scrive non vuol certo esser polemico ma vuol rasserenare chi sostiene che la Corte ha disarmato il contrasto alla corruzione. No: ha, anzi, lasciato al legislatore la facoltà di prevedere sanzioni pecuniarie a fini deterrenti, purché proporzionate e graduabili. Ha asportato una singola distonia - un “istituto avulso dal sistema” - non l’intera architettura anticorruzione che per fortuna resta in piedi. Eppure la decisione cade in una stagione di riequilibrio: l’abolizione dell’abuso d’ufficio con la legge numero 114 del 2024, le nuove garanzie sulle intercettazioni. Più che la fine del rigore, la riaffermazione che il rigore senza proporzione è arbitrio. La domanda vera, però, è un’altra: come ha fatto una norma in vigore dal 2015, inasprita nel 2019, a resistere intatta sette anni? Le ragioni sono tre. La prima è di struttura: la Consulta non interviene d’ufficio e serve un caso concreto in cui una parte processuale sollevi una questione rilevante; la sproporzione, poi, diventa visibile solo quando, in una condanna definitiva, tutte le misure si sommano davvero sullo stesso patrimonio. La seconda, decisiva: per anni la stessa Cassazione ha tentato di disinnescare l’eccesso in via interpretativa - escludendo la riparazione dove già mordeva la confisca o dove il danno era stato risarcito - finché ha dovuto ammettere che così si finiva per disapplicare un testo inequivoco, in un’ interpretatio abrogans vietata al giudice. Esaurita la via ermeneutica, restava solo l’incidente di costituzionalità. La terza è culturale: la giurisprudenza costituzionale sulla proporzionalità delle sanzioni “punitive” (solo formalmente non penali) doveva maturare, per offrire la lente adatta a una misura tanto anomala. Nessun mistero, allora: è noto che la severità anticorruzione è politicamente intoccabile e solo la lenta meccanica del sindacato costituzionale poteva smontare ciò che nessun Parlamento avrebbe osato toccare. Ora la palla torna al legislatore. La Corte non ha chiuso la porta: ha saggiamente preteso che ogni sanzione pecuniaria sia proporzionata, individualizzata, modulabile. La prova di maturità sarà resistere alla tentazione di riscrivere lo stesso simbolo, con un altro nome. Perché la lezione della sentenza n. 108 è una sola e netta: anche nella guerra alla corruzione lo Stato non può punire moltiplicando o quadruplicando. La proporzione non è indulgenza verso il corrotto: è la condizione di legittimità della pena e il confine tra uno Stato che sanziona e uno Stato che si vendica. *Avvocato, direttore Ispeg Toscana. Garante dei detenuti: approvata la relazione sull’attività 2025 inconsiglio.it, 24 giugno 2026 L’Aula del Consiglio regionale ha approvato a maggioranza la proposta di risoluzione sull’attività per il 2025 del Garante dei diritti dei Detenuti. Hanno votato a favore Pd, Casa Riformista, Avs e Movimento 5 stelle; si sono astenuti Fratelli d’Italia e Forza Italia. Respinto, invece, l’Ordine del Giorno presentato da FdI, primo firmatario Diego Petrucci, che chiedeva alla Giunta regionale di valutare l’aumento della capienza dei posti letto nelle Rems di Volterra e Empoli perché “spesso ci sono malati psichiatrici in carcere e quindi è un problema aperto e che in parte si potrebbe risolvere. Forse il voto contrario della maggioranza nasce perché la proposta parte dall’opposizione”. A presentare la proposta di risoluzione all’Aula è stato il presidente della commissione Affari istituzionali Vittorio Salotti: “La relazione ha messo in evidenza che il sovraffollamento continua a crescere sia a livello nazionale che regionale. In Toscana al 31 di marzo 2026 avevamo un tasso di sovraffollamento effettivo medio del 134%, con un sovraffollamento nazionale superiore al 139%. Sovraffollamento che favorisce fenomeni gravi come i suicidi e gli atti autolesionistici”. L’attività di tutela del Garante, così come dettata dalla legge istitutiva, in particolare l’articolo 2, viene svolta attraverso vari canali tra cui, si legge nella Relazione, “la corrispondenza con i detenuti o con chi scrive o chiama per loro conto, e le visite periodiche agli istituti penitenziari”. Gli istituti nei quali si concentrano maggiori richieste e segnalazioni sono quelli presenti in Toscana. Complessivamente, per il 2025, sono state ricevute 209 istanze (17 da persone ristrette in istituti fuori regione e 192 da detenuti presenti in istituti toscani). Si tratta di un numero inferiore rispetto all’anno precedente, quando le istanze ricevute erano state 301. Si registra un piccolo aumento delle istanze pervenute da parte di persone ristrette presso istituti fuori regione rispetto all’anno precedente. Nel 2024 erano arrivate 15 richieste (5 per cento), mentre quest’anno ne sono arrivate 17 (pari all’8 per cento) dai penitenziari di Orvieto (5), Viterbo (4), Spoleto (2), Velletri, Frosinone, Sanremo, Perugia, Pesaro e Paliano (FR). Per quanto riguarda la popolazione detenuta: le presenze degli adulti sono diminuite dal 2010, anno in cui erano presenti 4.516 detenuti, fino al 31 dicembre 2022, quando si è toccata la soglia minima di 2.963 presenze. Per poi risalire successivamente e arrivare a fine 2025 al numero di 3.382 presenti (103 donne e 3279 uomini), di cui 1.612 stranieri. Nel corso del 2025 sono stati registrati 5 suicidi, di cui 3 di cittadini appartenenti all’Unione europea (1 donna e 2 uomini) e 2 di cittadini extra UE. I suicidi sono avvenuti 3 a Sollicciano, 1 a Massa, 1 a Pistoia. Nello stesso arco temporale si sono registrati 133 tentati suicidi. In netto aumento gli atti di autolesionismo, che sono stati 1053 (erano stati 832 nel 2024 e 608 nel 2023). Al temine del suo intervento il presidente Salotti ha spiegato che durante i lavori in Commissione la proposta di risoluzione è stata integrata con l’inserimento di due temi programmatici arrivati proposti dall’opposizione e accolti dalla maggioranza “sull’inserimento nella relazione annuale sull’attività svolta di un capitolo dedicato agli esiti concreti scaturiti dalla corrispondenza e dalle istanze ricevute dei detenuti e da altri soggetti privati della libertà personale e sulla promozione di capillari campagne di informazione e di sensibilizzazione in merito alla figura del Garante e alle sue funzioni rivolte alle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale e soprattutto alle loro famiglie”. Secondo il capogruppo del Movimento 5 Stelle Luca Rossi Romanelli: “La relazione del Garante mostra come le carceri in Toscana non rieducano, ma stanno solo recludendo e producendo sofferenza. Quello che emerge è un sistema al collasso, schiacciato da logiche demagogiche nazionali e da carenze strutturali che non possono essere ignorate. Il contesto normativo nazionale ha prodotto un’ipertrofia penale che confonde la vendetta sociale con la sicurezza. Con nuovi reati che hanno avuto come effetto immediato il sovraffollamento, con uno stipamento umano che genera solo ulteriore disperazione”. Il consigliere Rossi Romanelli ha poi posto l’attenzione sulle tante situazioni critiche, dai casi di autolesionismo in aumento, alle Rems, le Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza, che si trovano sotto pressione e lasciano troppi malati psichiatrici nelle celle”. La capogruppo di Fratelli d’Italia Chiara La Porta commentando l’attività del Garante dei Detenuti ha detto di ritenerla “insufficiente”. “Perché - ha spiegato - abbiamo rilevato che non c’è una grossa congruenza tra i numeri e quella che è l’attività. Oltre a un’incongruenza tra quelle che sono le istanze e la posta semplice. Nella relazione ci ritroviamo un numero di istanze, 209, su una popolazione carceraria di più di 3mila 500 persone. Ma in realtà viene inserita all’interno delle istanze anche la posta semplice. E queste 209 istanze arrivate al Garante sono state scritte da 109 persone, ma all’interno della relazione non ci sono gli esiti. Oltre a questo, ci sono più di 60mila euro di soldi pubblici spesi per ricerche accademiche che non portano a risultati concreti”. “Sulla popolazione carceraria ha concluso la consigliera La Porta “ci sono 1.400 stranieri all’interno dei nostri istituti. Ma la soluzione non è depenalizzare e mandarli in strada a delinquere, ma piuttosto aprire un Cpr in Toscana e metterceli dentro”. Il portavoce dell’opposizione Alessandro Tomasi, illustrando gli emendamenti presentati, ha messo inevidenza come “dalla relazione annuale sia emerso che le visite in carcere del Garante siano diminuite dalle 15 del 2024 alle 10 del 2025. Per noi è fondamentale la presenza nelle carceri del Garante, ma ci è stato spiegato che i Garanti provinciali sono molto attivi e che molti incontri si sono svolti in videoconferenza. Ma questo non ci basta perché non si può sostituire il lavoro del Garante regionale con i Garanti locali. Le videoconferenze sono un metodo utile ma non bastano, è importantissima una presenza fisica che è utile anche per i direttori delle carceri. Sul territorio è poi necessario creare i Garanti dei detenuti dove mancano”. “Ci ha stupito poi - ha proseguito il portavoce Tomasi - il numero basso delle persone che si sono rivolte al Garante, pari al 3% della popolazione carceraria. Siamo sicuri che i carcerati conoscano bene questa figura o si appoggino solo ai Garanti provinciali. Il dovere del Garante è di farsi conoscere di più dando maggiori informazioni ai detenuti”. Il consigliere Tomasi ha poi chiesto che si ampli il ventaglio di Enti e Università coinvolte nelle ricerche commissionate, che migliori la comunicazione con le Asl e che diminuiscano le liste di attesa nelle Rems. Nel suo intervento il capogruppo del Partito democratico Simone Bezzini ha detto di “aver sentito rinfacciare al Garante una serie di problematiche che magari fosse in suo potere risolvere. Le sue funzioni vengono definite dalle norme e quelle sulle politiche carcerarie di un Paese sono del Governo e sicuramente per incidere su questo aspetto servono maggiori investimenti per tutte le componenti coinvolte”. Il consigliere Bezzini ha poi espresso il suo apprezzamento per il lavoro che il Garante ha fatto negli anni: “Ho trovato una struttura competente estremamente attenta alla condizione carceraria e densa di iniziative. E riconosco che la relazione con il sistema sanitario è complicata. Credo che sia stato fatto un buon lavoro sempre migliorabile e per questo abbiamo accolto alcuni suggerimenti emendativi delle opposizioni”. Il capogruppo di Alleanza Verdi e Sinistra Lorenzo Falchi ha spiegato che si tratta di una relazione “corposa con tante informazioni e che purtroppo traccia un quadro drammatico della situazione. E su questo elemento dal mio punto di vista dovrebbe scatenarsi il dibattito, mentre la discussione si avvita su andare a vedere il numero delle segnalazioni o delle visite. Ma la relazione va letta in modo approfondito e il quadro è drammatico. I detenuti vivono in condizioni oltre il limite dell’umana sopportazione in tutte le strutture detentive e anche la situazione mentale è al fuori di ogni controllo. Il diritto all’affettività è garantito in una sola struttura. L’intervento che ha chiuso le sette sezioni di Sollicciano è poi un fallimento per lo Stato. Chi vive quella condizione si trova in una condizione fuori dal diritto e forse fare una segnalazione gli sembra anche inutile. Bisogna metterci risorse pubbliche per invertire la rotta verso quell’obiettivo della rieducazione e del reinserimento previsto dalla Costituzione. Non dobbiamo chiederci se serve e non possiamo addossare al Garante l’assenza dello Stato”. Il vicepresidente del Consiglio regionale Diego Petrucci ha chiesto ai colleghi “di fare uno sforzo per capire cosa può fare la Regione per migliorare la situazione”. “Ieri - ha raccontato - ero in visita nel carcere a Pisa e uno dei temi principali del disagio per i detenuti è la presenza di malati psichiatrici, messi in carcere perché non ci sono posti nelle Rems. Noi vogliamo che siano aumentati i posti e ci chiediamo se il Garante ha mai incontrato i direttori delle Rems toscane o convocato un tavolo tecnico per capire se è possibile farlo. Il malato psichiatrico è un problema per tutti e se il Consiglio regionale vuole fare qualcosa di utile deve lavorare per aumentare i posti disponibili nelle Rems o aprirne una nuova”. Un altro tema sollevato nel suo intervento dal consigliere Petrucci è stato quello della formazione in carcere per favorire il reinserimento nel mondo del lavoro. Secondo il consigliere di Casa Riformista Federico Eligi “è difficile ragionare su cosa fare guardando la relazione del Garante. Se la sfogliate si legge un grido d’allarme, ma non dice cosa aggiustare. Un grido che condivido, e il sottotitolo più logico sarebbe ‘fermatevi’. Si analizza con precisione cosa ha fatto il Governo negli ultimi anni creando una situazione di sovraffollamento importante a fronte di che cosa. Aumenta il numero dei detenuti, ma a fronte di una diminuzione dei reati. Siamo di fronte a un problema di scelta politica su come affrontare la situazione. Noi che possiamo fare? Dovremo mandare un messaggio chiaro al legislatore nazionale, rivediamo queste politiche perché sono sbagliate. Si continuano a fare decreti che o aumentano le pene o aggiungono nuovi reati e poi parliamo di aumento della popolazione carceraria. Vi chiedo di fermarvi. Sull’aumento degli istituti penitenziari poi il Governo ha messo un commissario senza ottenere risultati”. Dai banchi di Forza Italia il consigliere Jacopo Maria Ferri ha chiesto di “non fare solo valutazioni politiche sull’operato del Governo perché non è corretto. Le responsabilità della politica sulla gestione delle carceri vanno distribuite bene e nei tanti anni in questi interventi si sono sviluppati senza migliorare la vita carceraria. Ma è anche sbagliato non guardare a casa nostra e su cosa possiamo provare a incidere. Il sovraffollamento è il problema, ma non ovunque. Bisogna poi concentrarsi sul reinserimento sociale e su questo la Regione fa davvero poco e i Garanti restano con il cerino in mano. Il problema va gestito in modo diverso, e gli assessorati possono fare moltissimo con progetti interessanti che devono trovare continuità. Quella contenuta nel rapporto è una fotografia attenta e puntuale, è necessario osare di più e speriamo che gli spunti di oggi ci facciano raggiungere in futuro qualche obiettivo”. Matteo Zoppini (Fratelli d’Italia) ha detto che la realtà carceraria della Toscana “è drammatica e lo conferma il provvedimento di sequestro della procura per quanto riguarda sette padiglioni della struttura di Sollicciano. Si cerca di dare la colpa al governo in carica da poco più di tre anni, mentre i problemi di Sollicciano si trascinano da molti anni. La relazione del Garante fa emergere una situazione drammatica su cui in parte possiamo intervenire come Consiglio, in parte invece è un problema nazionale e anche di livello europeo. Quello che non accettiamo è di far cadere le colpe di politiche inadeguate sulle carceri di molti anni solo sul governo attuale”. L’Aula ha respinto anche due emendamenti illustra dalla capogruppo di Fratelli d’Italia Chiara La Porta, uno per chiedere di estendere ad altri enti di ricerca gi affidamenti da parte del Garante oltre l’Università di Firenze e alla Società della Ragione considerando anche il coinvolgimento nel comitato scientifico della Funzionaria del Garante; e per chiedere che le ricerche portino a proposte operative concrete da realizzare e abbiano quindi una applicazione pratica. Teramo. Detenuta di 32 anni si suicida in cella di Veronica Marcattili Il Centro, 24 giugno 2026 La ragazza si è impiccata con il laccio di una tuta, inutili i soccorsi. A maggio è stato trovato morto un egiziano di 25 anni. Si è tolta la vita nella cella del carcere di Castrogno dove stava scontando una condanna per rapina. Condanna che sarebbe terminata nel 2029. Ma per lei quel “fine pena” non arriverà mai. La 32enne L.M., originaria della Repubblica Ceca, si è impiccata con un laccio di una tuta ieri mattina poco dopo mezzogiorno. Le richieste di aiuto e i soccorsi dei poliziotti dele 118, seppur tempestivi, sono stati vani. Per la ragazza non c’è stato nulla da fare. Gli agenti della penitenziaria hanno informato la magistratura ed il sostituto procuratore Stefano Giovagnoni non ha ritenuto necessario disporre l’autopsia. Dalle circostanze e dall’ispezione cadaverica, infatti, non emergono dubbi di alcun tipo sulla dinamica. Il suicidio della 32enne arriva a poche settimane di distanza da un altro decesso in carcere, quello di un egiziano di 25 anni morto dopo aver inalato del gas dal fornello in dotazione ai detenuti. Non è chiaro se il ragazzo volesse togliersi la vita oppure cercasse un modo per “sballarsi”, pratica purtroppo molto diffusa tra i reclusi. Episodi così tragici si continuano a consumare in un contesto, quello di Castrogno, dove i numeri e le condizioni di vita sono al limite. Solo pochi giorni fa Osapp e Sappe, i sindacati della polizia penitenziaria, erano tornati a denunciare a gran voce il sovraffollamento che supera il 178% e la carenza di organico. Troppi detenuti, pochi agenti. Almeno 50 le unità di personale mancante. Un sistema che acuisce quelle criticità che sono insite nel regime detentivo e che si scontrano anche con il tipo di lavoro che gli agenti devono affrontare: straordinari che si accumulano e che, tra l’altro, da mesi non vengono pagati. I pagamenti dei turni extra non vengono effettuati da gennaio e anche su questo si era levata forte la voce dei sindacati. Brescia. Detenuto 23enne si suicida in carcere di Nicole Orlando Corriere della Sera, 24 giugno 2026 Era stato arrestato domenica scorsa per il presunto palpeggiamento di quattro minorenni in un parco acquatico. Non ha retto il carcere, forse anche travolto dal senso di colpa per il gesto per cui è stato arrestato. E il 23enne di origini indiane, richiedente asilo, in Italia da tre mesi e arrestato domenica a Concesio per aver palpeggiato quattro ragazzine di tredici anni al parco acquatico Tibidabo, si è tolto la vita nel carcere bresciano di Canton Mombello. Il giovane, incensurato, è stato trovato ieri sera dagli agenti di Polizia penitenziaria. “Ho solo toccato”. Si sarebbe “difeso” così, parlando con il gestore del parco acquatico Tibidabo di Concesio che insieme agli addetti alla sicurezza lo ha fatto uscire dall’acqua. Poco prima avrebbe palpeggiato quattro ragazzine che si trovavano in piscina. Tutte giovanissime, di soli 13 anni. Quella che per le ragazze e le loro famiglie doveva essere una normale giornata di svago si era conclusa con l’intervento dei carabinieri e con l’arresto in flagranza di un 23enne di origini indiane, richiedente asilo politico e incensurato, con l’accusa di violenza sessuale aggravata ai danni di minorenni. L’episodio risale al tardo pomeriggio di domenica. Ad accorgersi per primi che qualcosa non andava sono stati i bagnini, che hanno notato le quattro ragazzine, in piscina, visibilmente scosse. Accanto a loro un ragazzo molto più grande, che in acqua compiva movimenti sospetti avvicinandosi alle giovani. “I ragazzi hanno visto che le stava palpeggiando, mi hanno avvisato e lo abbiamo subito isolato. Nel frattempo abbiamo chiamato i carabinieri, che sono arrivati in pochi minuti”, racconta il gestore, Beppe Lorini. Sul posto sono intervenuti i militari della stazione di Villa Carcina: secondo quanto ricostruito il 23enne avrebbe approfittato di un momento in cui i genitori delle ragazzine si erano allontanati per avvicinarsi a loro e palpeggiarle mentre si trovavano in acqua. “Le ragazze erano in un gruppetto di amiche, alcune di loro si trovavano lì con i genitori. Mentre gli addetti alla sicurezza tenevano l’uomo separato dagli altri bagnanti - continua Lorini - sono andato a cercarli. Abbiamo cercato di gestire tutto con la massima discrezione per tutelare le ragazzine ed evitare che la situazione degenerasse”. Una volta fatto uscire dall’acqua il 23enne avrebbe tentato di minimizzare l’accaduto: “Mi ha detto “ho solo toccato”“, racconta Lorini. “Come se non fosse nulla”. I carabinieri hanno poi preso in carico l’uomo e raccolto le prime informazioni. Le quattro tredicenni, ancora scosse, sono state accompagnate in caserma per formalizzare la denuncia. Dell’accaduto era stata informata la Procura e le minori sono state ascoltate con l’assistenza di uno psicologo. Dalle loro dichiarazioni erano emerse conferme rispetto a quanto segnalato dai dipendenti della struttura. Dopo le formalità di rito il 23enne era stato trattenuto nelle camere di sicurezza della Compagnia e nella mattinata di lunedì trasferito in carcere: ieri il suicidio, dopo che la notizia era diventata virale anche sul web. Milano. Il cappellano parlò dei suicidi in cella e il Dap lo denunciò: per Nordio è tutto normale di Angela Stella L’Unità, 24 giugno 2026 Nel 2024 Don Mozzi, cappellano di S. Vittore, raccontò pubblicamente le storie degli 11 detenuti che si erano tolti la vita in carcere. Ma via Arenula lo accusò di “rivelazione di segreti d’ufficio”. Per il Guardasigilli, interrogato dalla dem Serracchiani. È normale che il Dap abbia denunciato nel 2024 l’allora cappellano del carcere di San Vittore, Roberto Mozzi, per “rivelazione e utilizzazione di segreti di ufficio” avendo lui fatto un discorso pubblico sui suicidi in cella? Per il Ministro della Giustizia Nordio sì, è normale. Lo si evince da una risposta data qualche giorno fa a una interrogazione parlamentare del Partito democratico. Ripercorriamo brevemente i fatti. Il 14 giugno 2024 durante la maratona oratoria sull’emergenza delle carceri indetta dagli avvocati dell’Ucpi sullo scalone del Palazzo di giustizia di Milano, l’allora Don Mozzi (ha ora lasciato il sacerdozio) aveva fatto alcune dichiarazioni relative a eventi critici verificatisi nell’istituto milanese. Il cappellano aveva elencato i suicidi di undici detenuti, chiamandoli per nome, descrivendo le modalità dei terribili gesti. Quelle parole finirono sulla stampa, in primis su Avvenire. L’articolo di Don Mozzi sul quotidiano della Cei iniziativa così: “Negli ultimi 24 mesi, a San Vittore si sono tolte la vita 12 persone. In pochi saprebbero dire i loro nomi e ricordare i loro volti. La parola d’ordine è ‘dimenticare’. Con rapidità ed efficienza tutto deve tornare alla normalità in poche ore, come se nulla fosse avvenuto. La morte va rimossa in fretta, perché parla. La morte scandisce parole di dolore e incuria. Da dieci anni lavoro qui come cappellano e la morte è sempre stata affrontata così: ‘custodiamo corpi vivi, dei morti non sappiamo cosa farcene: non ce ne parlate neanche”. E da lì elencò i nomi di quelle vite spezzate sotto la responsabilità dello Stato e anche alcune domande polemiche: “Come è possibile che una persona con disturbo psichiatrico in fase acuta sia collocato in isolamento disciplinare, da solo, con il blindo chiuso, di notte?”. Quell’uomo morirà impiccato. “Feci quell’intervento”, ci spiega oggi Roberto, “perché i suicidi non si fermavano e perché da tempo molti operatori, me compreso, chiedevano con insistenza che si trovassero alternative all’uso del gas per cucinare, per i soggetti a rischio, ma i nostri appelli erano rimasti inascoltati e i reclusi continuavano a morire”. Il Dap non gradì tutta quella attenzione. E così il Provveditore regionale di Milano segnalò alla Procura della Repubblica i contenuti delle dichiarazioni rese. Il gip accolse poi la richiesta di archiviazione del procedimento fatta dalla procura del capoluogo lombardo, si ricorda nella risposta all’atto di sindacato ispettivo. Tuttavia Nordio non ha risposto alla domanda posta in primis dalla deputata Serracchiani: “se il Ministro interrogato sia a conoscenza dell’iniziativa intrapresa dal Ministero medesimo, e se, dunque, ritenga consueto, legittimo o quantomeno opportuno, che il Dap arrivi addirittura a denunciare un cappellano alla magistratura per rivelazione di segreti d’ufficio per quella che è invece risultata come una legittima contestazione nell’ambito dell’analisi dell’allarmante fenomeno dei frequenti suicidi in carcere”. Anzi la risposta all’interrogazione si conclude sostenendo che l’Arcivescovo di Milano, un mese dopo quella maratona oratoria, aveva sostituito don Mozzi con un altro cappellano. Messa così parrebbe quasi che Mozzi fosse stato cacciato. In realtà, come lui stesso ci ha detto, “avevo chiesto io al vescovo tempo prima di lasciare l’incarico per motivi estranei a questa vicenda. A dimostrazione del nostro buon rapporto, l’arcivescovo di Milano Mario Delpini ha firmato la prefazione al mio recente libro”. Si tratta di “Fuorilegge. Quando la pena tradisce la giustizia”, edito da In dialogo dove Roberto Mozzi racconta “dieci anni a San Vittore, tra la nuda realtà delle sezioni detentive e il ‘tradimento’ del dettato costituzionale, dove la realtà del carcere sfida la verità della giustizia”. Un testo di forte denuncia mai fine a se stessa. Una parte dei proventi del libro andranno, tra l’altro, alla Valle di Ezechiele, cooperativa sociale, nata su impulso di Don David Maria Riboldi, cappellano del carcere di Busto Arsizio, Kayros, fondata da Don Claudio Burgio, Fondazione Arché, fondata da padre Giuseppe Bettoni. Firenze. L’Italia costretta a sequestrare le proprie celle indegne e disumane di Stefano Giordano* Il Riformista, 24 giugno 2026 A Sollicciano un giudice mette i sigilli a sette sezioni del carcere. Il Guardasigilli promette di ridurne i numeri. Ma il vero rimedio è curare la pena. È successo il 16 giugno: per la prima volta in Italia, un giudice - il Gip di Firenze - ha messo i sigilli a sette sezioni di un carcere, Sollicciano, dichiarandole inservibili. Non un capannone abusivo: una struttura dello Stato, sequestrata allo Stato, sulla scorta di oltre trecento ricorsi di detenuti che denunciavano condizioni indegne. Il ministro Nordio ha annunciato che il carcere “sarà ridotto o svuotato entro fine anno, appena avremo i posti”: un impegno di cui va dato atto. Resta però un nodo che nessun trasloco può sciogliere: i detenuti si sposterebbero altrove, dove il sovraffollamento viaggia già al 139%. Travasare un secchio bucato in un altro secchio bucato non lo rende meno bucato. Il problema non è dove dormono gli uomini: è che la pena, così, rischia di non essere più pena ma supplizio. E non è una tesi di parte: lo ricorda Strasburgo, che l’Italia ha già condannato - da Sulejmanovic a Torreggiani, e poi ancora - in nome dell’articolo 3 della Convenzione. Nessuno può subire trattamenti inumani o degradanti. Nemmeno chi sta scontando una condanna giusta. Calamandrei ammoniva che del carcere “bisogna aver visto”. Si discute, e giustamente, di separare le carriere: è riforma sacrosanta, e chi scrive l’ha sostenuta. Ma c’è un’altra separazione: non l’unica che conti, eppure quella che in questo momento conta di più. Quella tra una pena e una tortura. A Sollicciano i sigilli li ha messi un giudice. Confidiamo nella nota saggezza del ministro Nordio perché non li impugni. Ma il vero imputato non è un uomo di governo: è una macchina giudiziaria allo sfascio, che di condanna europea in promessa italiana non cambia mai. Un Paese costretto a sequestrare le proprie celle per ammettere che sono indegne ha già pronunciato, su sé stesso, la condanna più dura. *Studio Legale Giordano & Partners Firenze. Altri 45 detenuti via da Sollicciano: restano in Toscana, ma scattano subito i ricorsi di Jacopo Storni Corriere Fiorentino, 24 giugno 2026 Cominciati i trasferimenti. Ma dal carcere di Prato prime richieste al tribunale. “Non ci sono spazi”. Altri 45 detenuti, oltre ai 66 in corso di trasferimento, saranno trasferiti dal carcere di Sollicciano ad altri penitenziari toscani. Raggiungono dunque quota 111 i reclusi che dall’istituto fiorentino, all’indomani del sequestro di sette sezioni da parte del gip, andranno ad affollare le carceri della Toscana, che già versano in condizioni critiche dato l’alto numero di persone all’interno delle celle. Si dicono preoccupati gli agenti penitenziari. “Portare oltre i limiti di capienza istituti della toscana è da irresponsabili - dice Eleuterio Grieco, segretario regionale della Uil fp Penitenziari - Sapendo che poi una serie di operazioni come isolamenti sanitari e disciplinari non potranno essere eseguiti, questo rischia di portare all’ingovernabilità degli istituti penitenziari con possibili disordini. Oltre al fatto che in alcune realtà è carente oppure del tutto mancante l’assistenza sanitaria e psichiatrica in determinati orari e giorni”. Il penitenziario dove finora sono arrivati più detenuti da Firenze è La Dogaia di Prato con diciassette persone. Esprime molte perplessità la garante pratese Margherita Michelini: “Il carcere è già sovraffollato e i reclusi che vi dimorano non hanno spazio sufficiente, con meno di tre metri quadrati a disposizione, la soglia stabilita dalla giurisprudenza europea e italiana per evitare trattamenti inumani e degradanti. In quasi tutte le celle ci sono tre persone e siamo già al limite”. Ecco perché, fa sapere Michelini, ma anche Emilio Santoro dell’associazione Altrodiritto, stanno partendo già diversi ricorsi da parte dei detenuti di Prato, proprio come accaduto a Sollicciano nei mesi scorsi. Per gestire al meglio i trasferimenti da Firenze, dovrebbe aprire entro la metà di luglio uno dei due nuovi padiglioni delle Sughere di Livorno, come raccontato dal garante dei detenuti della città Marco Solimano. Si tratta di una struttura con 134 posti con acqua calda e servizi igienici separati in ogni cella, ma non ancora del tutto ultimata. “Il nuovo padiglione - spiega Solimano - dovrà ospitare prioritariamente i circa 75/80 detenuti che attualmente si trovano nella fatiscente sezione di media sicurezza del transito e della affollata sezione nuovi giunti”. Resterebbero disponibili al massimo 55 posti. La preoccupazione è che da Firenze possano arrivare più detenuti del previsto, aggravando il sovraffollamento di un carcere che ospita già 240 persone a fronte di una capienza di soli 149 posti. Riguardo invece l’altro padiglione, che avrebbero dovuto aprire assieme al primo, non ci sono buone notizie: “Se ne sono perse le tracce - ammette Solimano - i lavori sono fermi e non si ha idea di quando possano riprendere. I tempi per la riapertura non sono quindi neppure prevedibili”. E nell’attesa dei trasferimenti, prosegue l’incertezza dei familiari di molti detenuti di Sollicciano che non hanno ancora notizie su dove i loro cari saranno spostati. Per alleggerire il carico sui penitenziari sovraffollati, c’è chi paventa la riapertura del carcere dismesso sull’isola di Pianosa, come sottolineato da Leo Beneduci, segretario generale dell’Organizzazione sindacale autonoma polizia penitenziaria (Osapp): “Nelle ultime settimane, si sono moltiplicate voci di corridoio, tutte da verificare, secondo cui sarebbero in corso valutazioni sulla possibile riapertura di Pianosa. Non affermiamo che ciò sia vero. Diciamo però che queste voci non nascono dal nulla: sono il riflesso del silenzio istituzionale”. In merito ai provvedimenti della magistratura su Sollicciano, è intervenuto il garante nazionale, che in varie visite negli ultimi anni ha riscontrato condizioni degradanti degli spazi detentivi. Da qui la raccomandazione formalmente rivolta all’amministrazione di una “temporanea chiusura della Sezione IV, con il conseguente trasferimento dei detenuti in altre sedi detentive”. Palermo. “Con Edunext l’innovazione didattica è inclusiva” Avvenire, 24 giugno 2026 Luisa Amenta (Università di Palermo) racconta l’esperienza con gli studenti detenuti. Uno degli aspetti più innovativi della rete Edunext riguarda la possibilità di coinvolgere un pubblico di studenti quanto mai ampio, tra cui i cosiddetti “studenti ristretti, ovvero persone detenute che proseguono - o intraprendono - gli studi universitari durante il periodo di detenzione. Ne parliamo con Luisa Amenta, protettrice alla Didattica innovativa e al Diritto allo studio all’Università di Palermo, dove insegna Linguistica italiana. “È un aspetto al quale teniamo molto - racconta - perché rappresenta concretamente il significato che attribuiamo alla parola inclusione”. Quanti sono gli studenti ristretti iscritti? Attualmente sono una quarantina da diversi istituti penitenziari siciliani, come il Pagliarelli e l’Ucciardone di Palermo e il carcere di Agrigento. Per queste persone l’accesso all’università è sempre stato particolarmente complesso. In passato i docenti potevano recarsi negli istituti soltanto in alcune occasioni, con evidenti difficoltà nel garantire continuità ai percorsi formativi. La disponibilità di videolezioni e materiali didattici fruibili in autonomia ha rappresentato un cambiamento molto importante, perché consente agli studenti di seguire i corsi con maggiore regolarità. Naturalmente esistono ancora vincoli e difficoltà oggettive. L’utilizzo delle tecnologie in carcere richiede autorizzazioni e procedure specifiche e non sempre è possibile utilizzare strumenti di comunicazione sincrona. Tuttavia, già la possibilità di accedere a contenuti formativi in modalità asincrona ha prodotto risultati significativi e ha aperto opportunità che fino a pochi anni fa sarebbero state difficilmente immaginabili. Quali strumenti sarebbe importante sviluppare ulteriormente? Da un lato occorre continuare a investire nella produzione di contenuti didattici di qualità, fruibili in modalità asincrona e accessibili a pubblici differenti. Dall’altro servono risorse umane dedicate all’accompagnamento degli studenti. Penso alla figura del tutor, che svolge un ruolo fondamentale nel supportare gli studenti, aiutandoli nella gestione delle attività formative e nel superamento delle difficoltà che possono emergere. Anche le tecnologie basate sull’intelligenza artificiale potrebbero offrire nuove opportunità, soprattutto nell’ambito del supporto personalizzato allo studio. In contesti particolari come quello penitenziario sarà necessario individuare soluzioni compatibili con i vincoli esistenti; ma il potenziale di questi strumenti è certamente molto interessante. Più in generale, qual è, a suo avviso, il risultato più importante raggiunto finora da Edunext? Aver dimostrato che l’innovazione didattica può essere uno strumento concreto di inclusione. Troppo spesso si pensa alla tecnologia come a un fine. Per noi è esattamente il contrario: la tecnologia ha valore soltanto se permette di ampliare le opportunità di accesso allo studio e di raggiungere persone che altrimenti rischierebbero di restare escluse dai percorsi universitari. In questo senso, il risultato più importante non riguarda le piattaforme o gli strumenti utilizzati, ma la possibilità di costruire un’università più aperta, più accessibile e più attenta alla pluralità delle condizioni di vita degli studenti. È questa, probabilmente, la lezione più importante che l’esperienza di Edunext ci sta consegnando. Dopo due annidi attività, quale bilancio può tracciare dell’esperienza Edunext? Il bilancio è sicuramente positivo. In questi anni abbiamo visto crescere progressivamente l’attenzione dei docenti verso l’innovazione didattica e la progettazione dei percorsi formativi. Come accade spesso nei processi di cambiamento, si è partiti da un primo gruppo di persone disponibili a sperimentare, ma nel tempo si è creato un vero e proprio circolo virtuoso che ha coinvolto un numero crescente di colleghi e corsi di studio. L’esperienza dell’Università di Palermo è significativa: siamo partiti con una sola laurea magistrale e oggi stiamo attivando due corsi triennali e altre tre lauree magistrali. È il segnale che non siamo più di fronte a una sperimentazione isolata, ma a un modello che sta progressivamente consolidandosi. Come sono state le reazioni degli studenti? Molto positive. Hanno apprezzato soprattutto la possibilità di conciliare la formazione universitaria con esigenze professionali e personali. Il modello Edunext integra attività online e momenti in presenza, offrendo una flessibilità che permette di organizzare lo studio in modo più sostenibile senza rinunciare alla qualità dell’esperienza formativa e della relazione educativa. Questo significa offrire opportunità concrete a categorie di studenti che spesso incontrano maggiori difficoltà nell’accesso all’università: lavoratori, studenti fuori sede, persone che vivono lontano dai principali poli accademici. Anche i numeri confermano questo interesse. L’anno scorso abbiamo registrato circa trenta iscritti alla laurea magistrale in Scienze dell’Educazione - un dato significativo per un corso magistrale - e sessanta iscritti al master. Sono risultati incoraggianti, soprattutto considerando che siamo ancora nelle prime fasi di sviluppo dell’offerta formativa. Piacenza. Assistenti alla persona in carcere, al corso 17 detenuti Libertà, 24 giugno 2026 Piacenza è tra le prime città in Italia ad organizzare il progetto: “Accorciare le distanze tra la realtà carceraria e l’esterno”. Per i detenuti della casa circondariale Le Novate il riscontro è stato ottimo, tanto che tra loro c’è già chi chiede una seconda edizione. Il corso di formazione per Assistente alla persona in ambito carcerario ha visto protagonisti proprio loro, le persone detenute che hanno partecipato al percorso formativo con grande disponibilità. Piacenza è tra le prime città in Italia ad organizzare questo tipo di progetto realizzato all’interno della Casa Circondariale grazie alla collaborazione tra istituto penitenziario, Ausl e Garante dei diritti delle persone detenute del Comune di Piacenza. “Il percorso è nato proprio dalle esigenze dei detenuti - ha spiegato Andrea Contini direttore assistenziale dell’Ausl di Piacenza - dietro quelle mura c’è una comunità rappresentata da persone fragili, altre con una ridotta autonomia, il percorso di formazione ha voluto offrire strumenti e abilità per dare risposte adeguate ai bisogni, nell’ottica di potenziare la cultura della cura e dell’attenzione reciproca”. Al corso hanno partecipato 17 detenuti che già avevano fatto un’esperienza simile o che era in corso in quel momento. “La figura dell’assistente alla persona esiste già - ha precisato la vicedirettrice del carcere Dora Scudieri - questo corso ha impresso all’attività una forte professionalità anche in termini tecnici; è stato un modo efficace per accorciare le distanze tra la realtà carceraria e l’esterno”. Torino. Enel Cuore e Juventus insieme per il reinserimento sociale dei giovani detenuti adnkronos.com, 24 giugno 2026 Nel carcere minorile “Ferrante Aporti” di Torino si è concluso il programma educativo: lezioni teoriche e attività pratiche per aiutare i ragazzi a sviluppare competenze sportive e trasversali Enel Cuore e Juventus insieme per il reinserimento sociale dei giovani detenuti con il progetto formativo Twinning Project. Il calcio come strumento di inclusione, formazione e reinserimento sociale ancora una volta al centro dell’esperienza del Twinning Project, programma internazionale che in Italia continua a svilupparsi grazie al sostegno determinante di Enel Cuore, ente filantropico del Gruppo guidato da Flavio Cattaneo. Una delle più recenti attività del progetto si è svolta presso l’Istituto Penale per i Minorenni “Ferrante Aporti” di Torino, dove si è concluso il programma educativo realizzato da Juventus nell’ambito del Twinning Project ETS, iniziativa che unisce club professionistici e istituti penitenziari attraverso programmi formativi rivolti a detenuti giovani detenuti a fine pena. Quattro allenatori del settore giovanile bianconero hanno seguito 11 giovani detenuti tra i 18 e i 21 anni. Il percorso ha previsto un lavoro strutturato tra aula, palestra e campo, alternando momenti teorici e pratici. Le attività si sono concentrate su aspetti tecnici e formativi del gioco, ma anche su elementi fondamentali come gestione della pressione, processi decisionali, capacità di affrontare gli errori e costruzione del lavoro di squadra. L’obiettivo è stato quello di trasformare l’esperienza sportiva in un laboratorio educativo, in cui il calcio diventa uno strumento concreto di crescita personale. Il Twinning Project nasce nel 2018 nel Regno Unito e oggi è attivo in oltre 70 club professionistici nel mondo, con più di 6.000 partecipanti coinvolti. Il modello si basa sul gemellaggio tra società calcistiche e istituti penitenziari, con percorsi educativi che utilizzano il calcio come linguaggio universale per sviluppare competenze personali, sociali e professionali. Il programma punta, infatti, allo sviluppo di competenze trasversali sempre più richieste anche in ambito lavorativo: comunicazione efficace, responsabilità individuale, leadership, capacità di collaborazione e gestione dei conflitti. Un approccio che mira a rafforzare autostima e consapevolezza, elementi centrali nei percorsi di reinserimento sociale. Tra le esperienze già avviate figura anche quella con l’Inter, che ha concluso un percorso formativo con la comunità Kayros, articolato in incontri settimanali e focalizzato su leadership, lavoro di squadra e crescita personale, con rilascio finale di un attestato in “Leadership nello sport”. Nel corso degli anni il programma si è diffuso a livello internazionale, arrivando in Europa, Africa, Asia, Sudamerica e Nord America, grazie alla collaborazione con realtà calcistiche e istituzionali di primo piano. Il modello Twinning Project si distingue anche per un approccio sempre più strutturato e misurabile: diverse ricerche hanno evidenziato miglioramenti significativi nel benessere psicologico dei partecipanti e una riduzione dei comportamenti a rischio e dei tassi di recidiva, rafforzando la validità del metodo educativo. Con il completamento al Ferrante Aporti, il programma consolida ulteriormente la sua presenza in Italia, e tornerà a settembre con nuove iniziative realizzate insieme ad altre squadre sportive. La crescita continua a essere sostenuta in modo decisivo da Enel Cuore, che si conferma elemento centrale nello sviluppo della rete tra club sportivi, istituzioni e realtà educative. Il Garante e i luoghi senza libertà. Un’idea viva di Katia Poneti Il Manifesto, 24 giugno 2026 Caro Parlamento, scritto da Mauro Palma, Daniela De Robert, Emilia Rossi, con l’introduzione di Marco Ruotolo, è un libro che ci conduce lungo gli otto anni di mandato del primo collegio del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, e ce ne fa apprezzare la ricchezza interpretativa del ruolo. Il testo, appena uscito per l’Editoriale Scientifica di Napoli, è stato presentato nei giorni scorsi su iniziativa de La Società della Ragione, a Firenze, dove è intervenuto anche il Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Firenze Fabio Gianfilippi, e a Pistoia, con la partecipazione di Samuele Bertinelli già sindaco di Pistoia, Anna Chiara Corsi dell’associazione Il Delfino, e Marco Leporatti, presidente sezione soci coop di Pistoia. Le introduzioni alle relazioni presentate annualmente al Parlamento, dal 2017 al 2023, raccolte nel testo, dipanano un discorso che racconta cosa è stato fatto e perché. Di fronte alle criticità della privazione della libertà personale, il Garante delinea gli obiettivi da perseguire per il loro superamento e cerca nel dialogo con l’istituzione parlamentare, in una prospettiva di leale collaborazione, la strada per un’azione di cambiamento. Il Garante traccia, altresì, i confini e le specificità della propria figura. Immenso è stato il lavoro fatto non solo sul carcere e sulle camere di sicurezza delle forze dell’ordine, luoghi classici di privazione della libertà personale, ma anche sui luoghi di detenzione amministrativa dei migranti ai fini del rimpatrio e sui luoghi di tutela della salute che spesso divengono luoghi di privazione della libertà personale: dai trattamenti sanitari obbligatori alle misure restrittive svolte in comunità, strumenti che la limitano, di diritto, ai ricoveri in strutture sanitarie per persone anziane e disabili, che possono portare a limitazioni di fatto. Su tali ambiti, l’azione del Garante ha aperto squarci, ha gettato luce in mondi che precedentemente riproducevano deprivazioni quotidiane di autonomia e dignità al riparo di porte non valicabili. La tutela delle persone private della libertà personale è divenuta, con il Garante, preventiva. Se precedentemente le violazioni dei diritti potevano essere fatte valere solo una volta avvenute, di fronte alla magistratura, i Garanti permettono di operare un’azione ex ante, grazie al loro ingresso fisico all’interno delle istituzioni e al loro sguardo: muri, latrine, docce, cucine, materassi, letti, parassiti, spazi comuni, muffe, contenzioni, chiusure, isolamenti, sporcizia. La materialità della privazione della libertà parla attraverso la voce del Garante e trasforma l’esperienza in raccomandazioni su cosa fare e cosa non fare per opporre alla soggezione, che sempre accompagna la privazione della libertà, la presenza e la garanzia dei diritti. Un corpus di regole si è sviluppato dal lavoro del Garante, regole di soft law, ovvero non cogenti, ma fondamentali nel loro dare contenuto materiale, particolare, minuzioso, ai diritti delle persone private della libertà personale: un contenuto che ha riempito di significati densi le decisioni dei giudici che hanno utilizzato le relazioni dei Garanti per interpretare le norme, quelle sì di stretta applicazione. Gli anni recenti sono bui, perché manca la trasparenza che la pubblicazione annuale della relazione garantiva; tuttavia, il patrimonio creato dal primo collegio del Garante nazionale servirà per gli sviluppi futuri. La privazione della libertà e la figura del Garante saranno ancora al centro di due iniziative che nel mese di luglio l’Ufficio del Garante regionale della Toscana e la Società della Ragione stanno organizzando a Firenze: il 2 una discussione su passato e futuro del carcere di Sollicciano, il 16 un convegno per i dieci anni dalla morte di Sandro Margara, magistrato di sorveglianza e primo Garante della Toscana. L’umanità che sopravvive dietro le sbarre di Biagio Marzo Il Riformista, 24 giugno 2026 “Trovate la speranza o voi che entrate. Il carcere tra pena e possibilità” di Fabrizio Pomes è uno di quei libri che costringono il lettore a uscire dalla propria zona di conforto. Non perché indulgano nel sensazionalismo o nella denuncia fine a sé stessa, ma perché affrontano una delle questioni più controverse e rimosse della società contemporanea: il senso della pena e il significato umano del carcere. Già il titolo richiama volutamente il celebre monito dantesco posto sulla porta dell’Inferno, ma lo capovolge. Dove Dante leggeva la fine di ogni speranza, Pomes cerca invece le tracce di una speranza possibile. L’autore scrive da una posizione particolare: quella di chi il carcere lo ha conosciuto dall’interno. La sua non è però una narrazione autoreferenziale né una richiesta di assoluzione. La sua testimonianza è attraversata da una domanda semplice e insieme radicale: cosa resta dell’uomo quando viene privato della libertà? E soprattutto, la società è ancora capace di riconoscere quella parte di umanità che sopravvive dietro le sbarre? Le pagine del libro raccontano il dolore della detenzione, la sospensione del tempo, le fragilità psicologiche, il sovraffollamento, la solitudine e quel senso di invisibilità che accompagna molti detenuti. Il volume diventa una riflessione sulla giustizia, sulla responsabilità e sulla funzione stessa della pena. Se la pena serve soltanto a custodire e isolare, allora il carcere rischia di trasformarsi in un contenitore di disperazione. Se invece riesce a diventare occasione di consapevolezza e cambiamento, allora può conservare una funzione coerente con i princìpi costituzionali e con una visione umanistica del diritto. Particolarmente significativa è la scelta di affiancare alla testimonianza personale una pluralità di voci. Operatori penitenziari, volontari, docenti universitari, rappresentanti delle istituzioni e avvocati penalisti contribuiscono a costruire un quadro complesso e articolato. Ne emerge una sorta di dialogo collettivo sul carcere, capace di superare gli stereotipi e le semplificazioni che troppo spesso dominano il dibattito pubblico. Il pregio maggiore del libro consiste proprio nella sua capacità di restituire complessità a una realtà che l’opinione pubblica preferisce spesso ridurre a slogan. Da una parte vi è l’esigenza della sicurezza e della certezza della pena; dall’altra il principio secondo cui nessun essere umano può essere definitivamente identificato con il proprio errore. Di particolare rilievo sono la prefazione del cardinale Matteo Maria Zuppi e la postfazione di Alessandro Bergonzoni. Due contributi molto diversi tra loro, ma accomunati dalla convinzione che la dignità umana non possa essere sospesa neppure nel luogo della pena. Zuppi richiama il valore della misericordia e della speranza, mentre Bergonzoni utilizza il linguaggio della poesia e del paradosso per aprire nuove prospettive sul tema della giustizia. “La sicurezza? Si ottiene curando il detenuto, non punendolo” di Laura Badaracchi Famiglia Cristiana, 24 giugno 2026 Il libro-denuncia di Roberto Mozzi, ex cappellano di San Vittore: “Nelle carceri ho visto venir meno i valori costituzionali. Lì ho imparato a non giudicare: quasi sempre i reclusi, prima di diventarlo, hanno subito una forma di male. Ho scritto per dare loro voce”. Un pugno nello stomaco, o meglio nella coscienza. Il volume di Roberto Mozzi, Fuori legge. Quando la pena tradisce la giustizia (In Dialogo) mette chi legge di fronte a una realtà che spesso si finge di non vedere o verso cui si prova paura, se non indifferenza: quella della violazione sistematica della dignità e dei diritti umani di detenuti e detenute reclusi nei penitenziari italiani. Una situazione ben lontana da quel criterio costituzionale di rieducazione in vista del reinserimento sociale, che dovrebbe essere alla base della privazione della libertà di chi ha commesso uno o più reati. “Può sembrare un libro che denuncia inadempienze e contraddizioni tra il dettame costituzionale, i regolamenti e la prassi quotidiana. Ma in realtà è il racconto di un fallimento”, osserva nella prefazione l’arcivescovo ambrosiano Mario Delpini, che puntualizza: “Il carcere di San Vittore è nel centro di Milano. Si può quindi dire che al centro di Milano c’è un’immensa, insopportabile, incomprensibile discarica di dolore”. Prezioso anche il contributo di Valeria Verdolini, presidente della costola lombarda dell’associazione Antigone, nella postfazione: il carcere “non raccoglie soltanto gli scarti della società, ma li produce, li organizza e infine li restituisce”. “Ho scritto perché chi è in carcere non ha voce. Non si tratta di un libro di denuncia, perché i fatti riportati sono noti alla quasi totalità di operatori, volontari e dirigenti dell’istituto, ma, come tutto ciò che riguarda il carcere, spesso restano confinati dietro le mura”, sottolinea l’autore 53enne, ex sacerdote, per oltre un decennio cappellano nel carcere milanese di San Vittore “Francesco Di Cataldo”, da marzo 2014 ad agosto 2024. I proventi della vendita del libro saranno destinati a enti che accolgono ex detenuti o persone che si trovano in misura alternativa: la cooperativa sociale La Valle di Ezechiele, l’ente di terzo settore Kayros e la Fondazione Arché che accompagna le famiglie vulnerabili verso l’autonomia. Cosa ha imparato dalla sua esperienza di cappellano? Cosa le ha svelato, rispetto a quanto pensava prima di entrare in carcere? “Inizialmente mi sono avvicinato con esperienze saltuarie insieme ai giovani della parrocchia. Ho imparato a non giudicare mai: quasi sempre i detenuti, prima di diventarlo, hanno ricevuto qualche forma di male, anche se questo non toglie la responsabilità personale. Inoltre ho acquisito uno sguardo sociale diverso: in carcere c’è una parte della società che non conoscevo, se non per sentito dire, spazi sommersi in cui le persone vivono ai margini; alcuni finiscono in carcere e poi tornano di nuovo in quei margini da cui provenivano. Una situazione che interroga chi è nato e vissuto in un contesto diverso. Terzo aspetto: il valore concreto della Costituzione, che diamo per scontata; quando viene a mancare, ci si rende conto di quanto sia importante. In carcere ho visto venire meno i valori costituzionali nelle prassi quotidiane, nei vissuti e negli agiti, a volte anche negli atti amministrativi. Principalmente, i diritti alla salute, al lavoro, alla rieducazione e non alla punizione”. Qual è ora il suo rapporto con il carcere? Fa il volontario o è impegnato in altre forme? “In questo momento il mio impegno è quello di dare voce a coloro che vivono in carcere, portare a frutto la mia esperienze, informare e far comprendere all’esterno quello che accade all’interno, di cui manca la percezione concreta del degrado: è ancora forte il pregiudizio culturale e politico su questo tema. Sono in contatto epistolare con alcuni detenuti, sento diversi operatori penitenziari, incontro ex detenuti che escono e chiedono di vedermi. Vorrei anche aiutare la Chiesa a leggere con sguardo sempre più evangelico questo ambito pastorale: vicina ai detenuti, è numericamente fra le istituzioni non statali più presenti in carcere. Tuttavia - oltre alla vicinanza spirituale, che è lo specifico che la contraddistingue, e all’aspetto assistenziale - c’è una parte che potrebbe implementare: la denuncia dei diritti violati, la difesa delle persone calpestate e la promozione dei diritti costituzionali che contraddistinguono la dottrina sociale della Chiesa, in cui viene in primis la dignità della persona. In linea generale da parte di sacerdoti, religiosi, laici e associazioni vedo ancora molta timidezza e paura a riguardo, forse per il timore di perdere il diritto di stare in carcere. Nel Vangelo Gesù insegna a stare dalla parte degli ultimi e a condividere la loro sofferenza, mai a tacere”. Secondo lei, quali sono i pregiudizi riguardo ai detenuti, alimentati anche dalle gogne mediatiche? “I processi mediatici non aiutano le persone interessate: né le vittime dei reati, né gli autori, né i giudici. Hanno le conseguenze di polarizzare l’opinione pubblica, proiettando la propria idea di male su questi capri espiatori che non sono in realtà le persone descritte dal clamore mediatico. Non si accumulano informazioni corrette, ma voci confuse e contraddittorie. Spesso il luogo comune è che in carcere ci siano i criminali, ma non dice la verità della popolazione detenuta: criminale è chi ha orientato tutta la sua vita al male nei confronti degli altri, un’esigua minoranza di chi si trova in cella. Dove sono soprattutto coloro che hanno violato la legge provenendo da ambiti di vita marginale; il loro desiderio più grande è cercare di dare un senso a una vita piena di dolore ricevuto e commesso, da cui nascono domande vere. Altro luogo comune: per avere sicurezza occorrono pene severe. Un assunto smentito dai fatti, dalle statistiche, dagli studi riguardo al diritto penitenziario e la sua applicazione. Se il mancato rispetto della legge avviene per cause sociali e non morali, è ovvio che la punizione non le rimuove, ma allontana ancora di più chi è marginale dal rispetto delle leggi. La sicurezza pubblica si ottiene se si cura il detenuto, non se lo si punisce”. Lei parla di violazione sistematica dei diritti umani in carcere... “La violazione più visibile è il sovraffollamento: a fine aprile arrivava al 140% in ambito nazionale, a San Vittore raggiungeva il 210%. Non significa solo poco spazio, ma compressione dei servizi a disposizione: cure sanitarie, assistenza psicologica, attenzione educativa (già scarsa per il numero esiguo di educatori), diritto di telefonare, ore d’aria, lavoro, con un indotto di negatività esponenziale. Allo spazio compresso corrisponde il tempo dilatato: dal 2022 chi è in regime di media sicurezza passa 20 ore al giorno in cella, se va bene. La violazione più grave? L’obiettivo della rieducazione è fruito solo da una minima parte dei detenuti e il trattamento punitivo subito dalle persone detenute con malattie mentali. La violazione più crudele? Il trattamento degradante subito dalle persone a rischio suicidario, che finiscono nelle celle “lisce” ad alto rischio, i posti più sporchi che ho visto”. Ritiene che manchi la formazione necessaria a chi lavora nei penitenziari? “A singoli volontari e cappellani manca generalmente una formazione con nozioni giuridiche basilari per lavorare in ambito penale: non basta la buona volontà per capire cosa accade ai detenuti nella loro vicenda giudiziaria, bisogna conoscere bene il funzionalmente del carcere e sapere quando le normative vengono violate. Inoltre manca una formazione specifica sui diritti umani delle persone detenute, materia delicata e difficile. Alla Polizia penitenziaria si chiede una competenza che non può avere con i malati psichiatrici gravi, ben il 12% della popolazione detenuta che a San Vittore sfiora il 40%: il carcere non è attrezzato per gestirli. Ci vorrebbero infermieri, educatori, mediatori culturali, psichiatri e personale specializzato, com’è stato fatto per le persone tossicodipendenti. Invece il diritto alla salute mentale svanisce”. “Morire di classe. La condizione manicomiale”, le foto di Cerati e Berengo Gardin alla Sapienza Avvenire, 24 giugno 2026 Una storia che interpella il disagio di oggi. Fino all’8 luglio esposto nell’ateneo romano lo storico lavoro realizzato con Franco Basaglia che denunciò la situazione che si viveva nei manicomi. Le foto in dialogo con quelle di D’Alessandro, Mattioli, Butturini, Lucas e Depardon. Una riflessione sulla legge 180, una riforma ancora incompleta. Una pagina fondamentale della psichiatria e della storia sociale d’Italia. Una stagione passata che continua a interpellarci. La chiusura dei manicomi nel 1978, decisa con la legge 180 grazie alle intuizioni e alle battaglie di Franco Basaglia, non è ancora una riforma completamente attuata. Per disparità regionali, carenza di personale e investimenti, sotto al 3% del fondo sanitario, metà dell’obiettivo del 5%. Ma anche per il ritorno, sotto altre spoglie, di altre “istituzioni totali” analoghe ai manicomi, indebitamente delegate al contenimento detentivo e farmacologico. Come le carceri, dove molti sono i malati psichiatrici. O i Centri per il rimpatrio per i migranti, che dopo 18 mesi di detenzione amministrativa - senza alcuna attività ma con molti sedativi - rilasciano fino al 60% dei migranti irregolari senza averli potuti identificare. Tutto questo in un’Italia in cui il disagio psichico dei giovani sotto i 34 anni, ricorda l’Istat, si attesta al 19,5%. Un’epidemia silenziosa sostanzialmente ignorata dalle istituzioni. E allora è di estrema attualità la mostra che l’Università La Sapienza di Roma ha voluto ospitare fino all’8 luglio, negli edifici del Rettorato. “Morire di classe - La condizione manicomiale fotografata da Carla Cerati e Gianni Berengo Gardin”, promossa da Archivio Basaglia e Il Saggiatore (che ha ripubblicato nel 2024, centenario della nascita di Basaglia, l’ormai introvabile libro del 1969), offre una selezione di fotografie realizzate appunto da Carla Cerati e da Gianni Berengo Gardin nei manicomi di Ferrara, Firenze, Gorizia e Parma per il libro che ha prestato il titolo a questa esposizione itinerante tra gli atenei italiani. La mostra offre anche un’apprezzabile integrazione dei reportage che altri fotografi produssero sulla scia dei “pionieri” Cerati e Berengo Gardin. Le immagini volute da Basaglia sono ritratti impietosi che nel 1969 rivelarono la cruda realtà dei manicomi, luoghi di contenzione e non di cura. Per malati mentali, ma anche poveri, emarginati, reietti e donne il cui comportamento veniva giudicato deviante rispetto alle norme sociali. Spazi degradati, camicie di forza, sguardi vuoti, letti di contenzione. Foto che hanno quasi 60 anni, ma attualissime, come sottolineato all’inaugurazione. Per Marco Benvenuti, presidente del Polo museale Sapienza Cultura, l’esposizione è una testimonianza “potente e necessaria” in questi tempi. E Laura Maria Michetti. coordinatrice della Sezione musei del Polo museale Sapienza cultura, sottolinea la “forza documentaria” delle fotografie di Cerati e Berengo Gardin “come memoria urgente per il presente”. La mostra è integrata anche dalle bacheche espositive curate dagli studenti in Storia dell’arte: documenti dell’epoca, prestiti bibliografici della fertile produzione scientifica di quegli anni, collegamenti alle “istituzioni totali” del presente. Particolarmente interessante il focus sugli altri “fotografi dei manicomi”, con una proiezione di immagini dagli anni ‘60 agli ‘80 di diversi autori: è l’epoca d’oro del fotogiornalismo, strumento di inchiesta e di controinformazione, in sintonia con le richieste di rinnovamento sociale e politico di quegli anni. Luciano D’Alessandro è il primo a realizzare un reportage organico all’interno di un manicomio, quello campano di Materdomini, pubblicato nel volume “Gli esclusi” (1969). Del 1973 è il lavoro di Paola Mattioli sulla mostra “Insieme” dell’Ospedale psichiatrico provinciale di Trieste, in cui espongono artisti triestini e pazienti. Poi c’è Uliano Lucas, che documenta il superamento delle istituzioni manicomiali negli anni ‘70. Nel 1988, nel bar dell’ex ospedale psichiatrico di Trieste, Lucas fotografa pazienti, operatori e visitatori, incrinando il confine tra normalità e follia. Gian Butturini nel 1977 pubblica “Tu interni... io libero”, sulla progressiva apertura dell’ospedale psichiatrico di Trieste. La radicalità della riforma italiana attira grandi nomi del fotogiornalismo estero, come il francese Raymond Depardon che fotografa gli ospedali psichiatrici di Arezzo, Collegno, Napoli, Torino e Venezia. Scatti che confluiranno nei volumi “San Clemente” (1984) e “Manicomio: La Folie Recluse” (2013). La mostra “Morire di classe” è stata promossa dal Polo museale Sapienza cultura e dal Dipartimento Saras (Storia Antropologia Religioni Arte Spettacolo). Ingresso gratuito, dal lunedì al venerdì dalle 15 alle 19 all’interno del Mlac (Museo laboratorio di arte contemporanea), sul retro dell’edificio del Rettorato della Sapienza, piazzale Aldo Moro. “Il volontariato è contagioso, ci mostra che è possibile una società basata sulla condivisione” di Emanuela Del Frate Il Domani, 24 giugno 2026 “Un abbraccio collettivo a una realtà straordinaria che vive solo di volontariato”. Elio Germano definisce così il concerto solidale, nato con la sua spinta determinante, che giovedì 25 giugno animerà per una sera l’Auditorium di Roma. È “Pane ar pane” ed è nato per rendere visibile il lavoro e sostenere la Comunità di Sant’Egidio. Una realtà, che nel corso dei decenni, ha dimostrato di poter prendersi cura delle persone più fragili e di proporre percorsi di dialogo nelle aree di conflitto. Solo in Italia, dall’inizio del 2006, ha distribuito 250 mila pacchi alimentari, 320 mila pasti, 70 mila capi di abbigliamento. E, nella sola capitale è in grado di ospitare 1.200 persone. Strappare la morte dall’anonimato, le voci di chi restituisce dignità ai senza dimora Saliranno sul palco tantissimi artisti a partire dallo stesso Germano, insieme agli Ardecore. Con loro: Brunori Sas, Paola Cortellesi, Danno, Giancane, Noemi, Willie Peyote, Il Muro Del Canto e tanti altri. Viaggio nelle aree interne. La terra cede, loro restano Com’è nata l’idea di “Pane ar pane”? È iniziato tutto con l’idea di tradurre pezzi famosi in romanesco. Di farlo filologicamente, restituendo sia il senso originale del testo e la struttura metrica delle rime, per realizzare un disco a cui hanno partecipato: Elio, Lillo, Corrado Guzzanti, Margherita Vicario, Noemi, Danno, Giancane. Il tutto orchestrato da una band capitanata dagli Ardecore con tanti altri musicisti come Nicola Manzan di Bologna Violenta, Ludovica Valori, Adriano Viterbini, Jacopo Battaglia, batterista dei primi Zu. Per l’evento se ne sono uniti tanti altri, incluse Valeria Solarino e Martina Martorano. E poi c’è We Are The World, per noi Noi semo er monno, cantata anche da altri artisti come Luca Barbarossa, Fiorello, Lundini, Levante. Ne faremo una campagna permanente per Sant’Egidio. Con queste musiche chissà in quante direzioni abbiamo viaggiato, traducendole in romanesco le riportiamo al linguaggio nostro, quello più concreto. Così Rehab cantata da Amy Winehouse diventa Comunità, Should I Stay or Should I Go dei Clash per noi è Devo restà o me ne devo annà. È un modo per restare molto concreti, “pane ar pane”, come si dice a Roma. Esattamente come è concreto il lavoro di Sant’Egidio. Quel legame di “Sangue” con la malinconia, Picchio e la sua idea di cinema Che cosa l’ha colpita in particolare del loro lavoro? Non inseguono sofisticazioni, non fanno propaganda, pubblicità, ma stanno sui progetti in maniera spesso silenziosa. Con questo atteggiamento riescono a essere trasversali, dal mondo cattolico alla cittadinanza attiva. Purtroppo, perché non dovrebbe essere così, il volontariato sopperisce alle lacune delle istituzioni. Sant’Egidio aiuta chiunque, senza distinzioni di sesso, religione, credo politico… Proprio come dice la nostra Costituzione. È la colla di questa città, la tiene viva, mantiene in vita le persone e lo fa con dignità. Volontario è anche tutto il lavoro che gira intorno al disco e all’evento. Sì, ed è stato enorme. Abbiamo fatto tutto in modo completamente gratuito, neanche la Siae prende i soldi, per fare in modo che il prezzo del biglietto sia tutto per Sant’Egidio. Ci tengo a ringraziare l’assessorato alla cultura del Comune di Roma, l’Auditorium che si è messo a disposizione. E tutte le persone, ufficio stampa, fonici, musicisti, che ci aiutano dal punto di vista organizzativo. Hanno dimostrato che la solidarietà è contagiosa. È una cosa che le persone devono sperimentare: è un meccanismo molto importante: dare il proprio contributo è motore di felicità e soddisfazione. Chi entra in contatto con il volontariato scopre che può riempire la sua vita con qualcosa di potente: contribuire alla collettività. Lavorare così ha creato dei legami forti, delle relazioni completamente diverse e mosse dal rispetto. Il volontariato, prima di aiutare chi ha bisogno, aiuta chi lo pratica. È per questo che è così diffuso anche in persone non motivate dal credo religioso. Crede molto nella potenza del volontariato. Siamo tutti dentro una guerra e la più evidente è quella del profitto, che sta mangiando la qualità della nostra vita. Siamo colonizzati da questo essere alieno che abbiamo inventato per organizzare la vita e che, invece, ci sta governando. Portandoci verso l’autodistruzione. Siamo tutti inseriti in questo meccanismo: cerchiamo la nostra felicità nel profitto, nella competizione. Ma è una menzogna che porta a creare isolamento, barriere, armi per difendere quello che si ha. Ma a farci stare bene è la condivisione. Il volontariato fa scoprire che potrebbero esserci altri modi di organizzare la società, senza fondarla sull’appropriazione. È questo quello che mi piacerebbe che sentissero le persone entrando in contatto con Sant’Egidio. Anche solo con l’atmosfera che si crea quando le relazioni tra persone non sono inquinate da discorsi di clientela. Si respira in maniera diversa. Sant’Egidio lavora soprattutto i senza fissa dimora. Che Roma vede intorno a loro? Ormai le città sono costruite solo per chi può spendere. In fondo è questa la gentrificazione: spingere nelle periferie chi non ne ha la possibilità. Creare dei ghetti, nascosti il più possibile per i senza tetto, i senza documenti, i migranti, le persone con disturbi mentali. È una questione che riguarda tutti. Essere trattati solo come consumatori è molto grave per chi vuole vivere la cittadinanza con dinamiche diverse, come quelle che hanno fatto da motore a “Pane ar pane”. I corridoi umanitari sono punto cardine del lavoro internazionale di Sant’Egidio. Sono una cosa meravigliosa perché le persone che scappano dalle guerre e dalle zone di conflitto, piuttosto che doversi imbarcare nel deserto, nel mare e subire torture e umiliazioni da parte dei guardiani delle frontiere, possono prendere un treno, un aereo e arrivare in sicurezza nel nostro paese. E sono anche finanziate dallo stato italiano, con tutta l’avversione che hanno le nostre istituzioni nei confronti dei migranti. Potrebbe essere un modo per far riconoscere lo status di rifugiato già nel paese di provenienza. Purtroppo sono pochissimi. Sinceramente non capisco perché non possano essere messi a sistema. Il governo parla dei migranti riducendoli, spesso, a questioni di ordine pubblico, cosa significa ribaltare lo sguardo? Il concetto stesso di nazioni credo appartenga a un mondo che non c’è più. Siamo un corpo unico, abitante in un pianeta unico. L’essere umano vive la stessa paura della morte, della malattia e, purtroppo, le stesse dinamiche di sfruttamento. Non solo sono persone come noi, ma spesso, fuggono da problemi che abbiamo causato noi. Pensiamo a come funziona l’agroalimentare nel nostro paese. È una parte della nostra società che non vogliamo vedere, eppure è quella che ci garantisce tutti i giorni le verdure e il parmigiano di cui andiamo così fieri. Fine vita, i malati davanti alla Consulta: “Non discriminateci” di Angela Stella L’Unità, 24 giugno 2026 I giudici, chiamati a decidere sul suicidio assistito di una 89enne contestato dal gip di Bologna, hanno convocato undici pazienti a scopo consultivo. Udienza pubblica storica ieri in Corte costituzionale, chiamata a pronunciarsi ancora una volta sul tema dell’accesso al “suicidio medicalmente assistito”, legalizzato dalla Consulta stessa oltre 7 anni fa, con la nota sentenza Cappato/Dj Fabo. Sotto la lente di ingrandimento (Relatori: Antonini e Viganò) l’articolo 580 del codice penale e la sua legittimità costituzionale rispetto agli articoli 2, 3, 13, 32, e 117. La questione al centro del giudizio riguarda il requisito dei trattamenti di sostegno vitale, previsto appunto dalla sentenza 242/2019. Secondo quella decisione, una persona può accedere legalmente al suicidio assistito se è affetta da una patologia irreversibile, che determina sofferenze fisiche o psichiche per lei intollerabili, è pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli ed è dipendente da trattamenti di sostegno vitale. Come ha spiegato l’Associazione Luca Coscioni, “proprio quest’ultimo requisito è stato contestato dal GIP di Bologna nel procedimento a carico di Felicetta Maltese e Virginia Fiume, che nel 2023 accompagnarono in Svizzera Paola, una donna di 89 anni affetta da Parkinson avanzato, e di Marco Cappato, responsabile legale di “Soccorso Civile”, che organizzò il viaggio. Il reato contestato è quello di aiuto al suicidio, che prevede una pena da 5 a 12 anni di carcere. Paola non avrebbe potuto accedere al suicidio assistito in Italia secondo una interpretazione restrittiva della sentenza del 2019 perché non dipendeva da macchinari o trattamenti salvavita, ma da assistenza continuativa. Una discriminazione rispetto agli altri malati sui cui i giudici costituzionali daranno una decisione nei prossimi mesi. La Corte ieri ha ammesso l’intervento “ad adiuvandum” di tre persone malate direttamente coinvolte dagli effetti della normativa: Roberto, paziente oncologico cui la ASL ha negato l’accesso al suicidio assistito per lo stesso motivo, e Carlo Gentili e Marco Gentili, persone affette da SLA che chiedono di non essere discriminate in futuro qualora decidessero di ricorrervi. Hanno infatti sottolineato: “Conviviamo con la malattia dall’infanzia. Dipendiamo in tutto dall’assistenza di nostra madre e delle persone che ci aiutano ogni giorno. Oggi non vogliamo morire, ma il riconoscimento di una libertà fondamentale non deve dipendere da uno specifico trattamento sanitario”. Ammessi anche otto interventi “ad opponendum”, contrari quindi alla modifica di trattamento di sostegno. Persone che, hanno detto i loro avvocati, vogliono evitare di avere la tentazione di morire. Il loro avvocato Mario Esposito ha poi invece dichiarato: “L’aiuto al suicidio assistito può nascondere un modo alternativo di liberarsi di persone che sono ritenute inutili dalla società, lo dimostrano i dati dei Paesi che lo ammettono”. L’udienza di ieri è arrivata mentre il Parlamento sta discutendo una proposta di legge sul fine vita, mentre si contrappongono un testo del centro destra e uno del centro sinistra. In assenza di una legge nazionale chiara e completa, l’aiuto medico alla morte volontaria da parte del Servizio Sanitario Nazionale è già legale in Italia entro i limiti fissati dalla Corte costituzionale, ma continua a essere applicato in modo disomogeneo sul territorio nazionale. “Siamo in Corte costituzionale perché il Parlamento italiano non fa il proprio lavoro. È l’ottava volta che siamo qui perché la Corte costituzionale è costretta da una politica incapace e impotente a definire il perimetro del diritto ad essere aiutati a morire” ha detto Marco Cappato, tesoriere dell’associazione Luca Coscioni, a margine dell’udienza. “Con le nostre azioni di disobbedienza civile - ha poi aggiunto Cappato - noi chiediamo che si chiarisca che anche una persona completamente dipendente dall’assistenza di altri con patologie irreversibili e sofferenza insopportabile possa essere aiutata a morire senza soffrire. Continueremo con le azioni di disobbedienza civile fino a che questo diritto, in un modo o nell’altro, sarà chiarito una volta per tutte”. Algoritmi che leggono i volti, verso l’ok al riconoscimento biometrico di Giorgio Altieri Il Riformista, 24 giugno 2026 La sorveglianza che spaventa. Lo schema di decreto legislativo uscito dal Consiglio dei Ministri del 10 giugno 2026, se verrà approvato in via definitiva, introdurrà il riconoscimento biometrico in tempo reale nelle indagini penali. Si spalancano le porte a un controllo sistematico della popolazione. Un provvedimento presentato come necessaria attuazione dell’AI Act europeo (Reg. UE 2024/1689) e della legge delega 132/2025, rivela al suo interno, quasi in sordina, una norma altamente critica nel rapporto tra Stato e cittadini: il nuovo articolo 359-ter del codice di procedura penale. Nell’ambito delle indagini penali, introduce la facoltà per il pubblico ministero di richiedere al giudice per le indagini preliminari l’autorizzazione all’identificazione e localizzazione di persone tramite sistemi di IA per il riconoscimento biometrico remoto in tempo reale. In altri termini: telecamere puntate su spazi pubblici, algoritmi che leggono i volti, banche dati che archiviano e confrontano. Nel procedimento penale, il giudice per le indagini preliminari sarebbe competente all’autorizzazione per l’impiego in tempo reale del riconoscimento biometrico in relazione a reati di particolare gravità: latitanti, vittime di sottrazione, tratta o sfruttamento sessuale. Sul versante preventivo, è invece il pubblico ministero a fungere da presidio autorizzativo, con un abbassamento della soglia di garanzia giurisdizionale che non può passare inosservata. Il governo ha cercato di circondare la misura di salvaguardie: l’autorizzazione sarebbe temporanea e delimitata, massimo quindici giorni con eventuali proroghe motivate. Le richieste dovranno dettagliare finalità, durata, area territoriale, persone interessate, banche dati e tecnologie impiegate. I dati biometrici raccolti dovranno essere cancellati automaticamente dopo sette giorni. Chi ha dimestichezza con il diritto penale sa come gli “strumenti di eccezione” si trasformino, nel tempo, in prassi ordinaria. Il punto nodale non è chi viene identificato ai fini delle indagini. È chi viene scansionato nel mezzo. Il punto sensibile riguarda la collettività dei volti attraversati dal sistema: l’interferenza costituzionale colpisce anche chi riceve solo un istante di attenzione algoritmica, perché il controllo biometrico trasforma la presenza pubblica in dato da esaminare. Chiunque transiti in un’area soggetta a sorveglianza biometrica attiva ha il proprio volto acquisito, confrontato, temporaneamente memorizzato, anche se non ha commesso nulla. Sette giorni per la cancellazione dei dati biometrici è un lasso di tempo più che sufficiente per costruire profili di mobilità, associazioni tra persone, abitudini e frequentazioni. I dati biometrici, per loro natura, non sono neutrali: rivelano identità, stato di salute, etnia, espressioni emotive. L’articolo 15 della Costituzione tutela la libertà e la segretezza di ogni forma di comunicazione: i dati biometrici, trasmessi silenziosamente dai nostri corpi ai server delle forze dell’ordine, meritano analoga protezione. L’articolo 2, poi, tutela i diritti inviolabili della persona e non conosce eccezioni “temporanee”. Lo stesso AI Act tratta il riconoscimento biometrico in tempo reale in spazi pubblici come uno strumento ad altissimo rischio, soggetto a divieto generale con deroghe tassative e molto stringenti. Un sistema più accettabile dovrebbe prevedere: il divieto assoluto di raccolta biometrica in occasione di manifestazioni, assemblee e attività di esercizio di diritti costituzionali; la cancellazione in tempo reale dei dati delle persone non corrispondenti al soggetto ricercato (non dopo sette giorni); audit periodici del Garante per la protezione dei dati personali con poteri effettivi di intervento anche sulle Autorità di pubblica sicurezza. “Afghanistan posto sicuro” di Giuliana Sgrena Il Manifesto, 24 giugno 2026 L’ipocrisia dell’Occidente nei confronti dei paesi dilaniati da guerre e da regimi e teocrazie dittatoriali non ha fine. Del resto, non erano stati proprio gli Stati Uniti a riportare al potere i taleban a Kabul dopo averli cacciati vent’anni prima? Sebbene l’emirato non sia stato riconosciuto a livello internazionale - salvo dalla Russia di Putin - il nuovo regolamento dell’Unione europea sui rimpatri offre l’escamotage per l’incontro in corso a Bruxelles. Una delegazione di cinque taleban - non si conoscono i nomi ma due sarebbero stati condannati per crimini dalla Corte penale internazionale - si trova a Bruxelles per incontri “tecnici” con la Commissione europea. Si tratta il rimpatrio di cittadini afghani ma il portavoce della Commissione europea per affari interni, Markus Lammert, si affretta a precisare che l’incontro non implica un riconoscimento dell’emirato, ma l’opportunità di ristabilire contatti sarà riservata agli stati membri che tratteranno direttamente i rimpatri. Secondo il portavoce del ministro degli esteri afghano, si tratterebbe anche la possibilità di aprire sedi consolari in Europa. Il rimpatrio di cittadini anche se hanno commesso reati - ma pare basterà non aver ottenuto l’asilo - dovrebbe avvenire solo verso paesi sicuri che rispettino i diritti umani. L’Italia non si fa scrupoli quando si tratta di espellere migranti ma ritenere l’Afghanistan un paese sicuro certo romperebbe ogni argine alla violazione del diritto internazionale. Comunque, già la presenza sul suolo europeo di barbuti condannati dalla Corte penale internazionale potrebbe esporre il Belgio a sanzioni per il mancato arresto, anche se è stato concesso un visto per un giorno solo. Tuttavia, le possibili coercizioni della Corte non hanno impedito al governo italiano di riportare in Libia al Masri e agli Usa di sanzionare addirittura i giudici della Corte che avevano emesso le condanne. Quanti saranno gli afghani da rimpatriare? Si parla di centinaia, per aver commesso quali reati? Pare che non esista una data base europeo in grado di verificare reati e condanne, saranno i singoli governi a decidere, assumendosi la responsabilità di rimpatriare afghani in un paese dove potranno essere fucilati, torturati o rinchiusi in carceri inumane. Speriamo almeno che non ci siano donne perché in Afghanistan non hanno nessun diritto e vengono uccise anche solo perché invece del burqa portano il niqab (velo integrale con una fessura all’altezza degli occhi). Dall’Europa le deportazioni sono già partite dalla Polonia e dalla Germania, mentre oltre tre milioni di afghani sono stati espulsi dal Pakistan e dall’Iran. Dal 2021, quando i taleban sono tornati al potere, l’Afghanistan vive in una sorte di limbo, dove, tuttavia, il mancato riconoscimento formale non impedisce rapporti economici con i paesi vicini. È stata così superata quella situazione spaventosa che obbligava gli afghani senza mezzi di sostentamento, dopo aver venduto tutte le suppellettili di casa, a cedere le figlie in cambio di denaro. Oltre alla Russia, è soprattutto la Cina a garantire investimenti e tecnologie - anche i taleban hanno ceduto alla modernizzazione - in cambio di materie prime. Tra i grandi progetti è in corso di realizzazione il gasdotto che collegherà il Turkmenistan con il Pakistan e l’India passando per l’Afghanistan. La realizzazione di questo gasdotto pare avesse motivato l’appoggio degli Stati uniti ai taleban perché ritenevano che il loro arrivo al potere nel 1996 avrebbe garantito la pacificazione del paese, in guerra dal 1979. Così non era stato, ma ora altri attori sono entrati in scena con ingenti investimenti. L’Afghanistan è diventato per l’Iran la strada alternativa per esportare il petrolio in Cina attraverso il porto pachistano di Karachi. Finora lo scontro militare tra Afghanistan e Pakistan, riesploso nel febbraio di quest’anno, non sembra aver bloccato il transito del greggio. Le immagini degli afghani appesi agli aerei in partenza da Kabul nell’agosto del 2021 per sfuggire ai taleban non sembrano turbare i governi europei, che, anzi, rimpatrieranno quei profughi che per scappare avevano dovuto cercare strade molto più pericolose. Tutto il cinismo di un’Unione europea ormai a destra di Marco Bascetta Il Manifesto, 24 giugno 2026 Nessuna realtà più chiaramente dell’Afghanistan è testimone dell’ipocrisia e del cinismo dell’Occidente tutto, in questo caso senza eccezioni e senza divisioni. Di fronte a una guerra disastrosamente persa e al vergognoso abbandono di numerosi afghani da parte di quegli Stati uniti nei quali avevano sprovvedutamente creduto, Washington accreditò le promesse di democrazia e rispetto dei diritti umani che i vittoriosi Talebani gli avevano servito. A questa comoda mistificazione si accodò senza battere ciglio l’Unione europea. Non ci volle però molto tempo perché il regime di Kabul si mostrasse identico se non peggiore di quello che aveva preceduto l’intervento americano, ma a quel punto faceva comodo a tutti e sulla sua natura spietata calò un generale silenzio. Fatto sta che da quell’ameno luogo molti erano fuggiti per salvare la pelle, la libertà personale o anche solo quelle cose minime della vita proibite dagli inflessibili guardiani della virtù. Ma di questi profughi, scappati da un orrendo regime non riconosciuto né riconoscibile, l’Europa intendeva comunque al più presto liberarsi. Come del resto di tanti altri richiedenti asilo provenienti da analoghi “paesi sicuri”. È infatti tramite questa infame tassonomia, del tutto arbitraria e opportunistica (ma nella quale la realtà estrema dell’Afghanistan non riesce comunque a rientrare) che numerosi profughi verranno respinti e restituiti ai loro persecutori o deportati verso invivibili destinazioni. Ma come trattare con un interlocutore che non si riconosce? Già in gennaio l’Unione europea aveva mandato alcuni suoi funzionari a Kabul per discutere dell’argomento con un regime “di fatto” ma non ufficialmente riconosciuto e con il quale non si potevano, in conseguenza, stringere gli accordi necessari per i rimpatri. Ora i Talebani restituiscono la visita su invito del ministero degli esteri belga per conferire con la Commissione di Bruxelles, presumibilmente su innominabili questioni di soldi e false rassicurazioni per aggirare gli ostacoli politici e legali. E intanto, all’infamia si aggiunge il ridicolo: il governo belga concede il visto ai cinque uomini della delegazione afghana per un solo giorno, dopo accurata valutazione dei rischi che costoro potrebbero comportare per il paese. I belgi possono stare tranquilli, i talebani invitati a Bruxelles non sembrano costituire pericolo per la cittadinanza autoctona, se non quello di chiedere a loro volta asilo e andare a ingrossare le file dei migranti. Ciò di cui l’Europa, con tutta la sua prosopopea dei valori, dovrebbe preoccuparsi è invece il destino al quale andranno incontro i fuoriusciti afghani rispediti a Kabul di cui palesemente se ne infischia. Quanto alle regole, in tema di immigrazione nulla è garantito, tutto può cambiare in ogni momento o essere aggirato, fino a casi aberranti come quello dei rimpatri in Afghanistan. Se ciò che fino a poco tempo fa veniva considerato inimmaginabile nell’Unione europea può oggi essere non solo immaginato, ma anche discusso e progettato, è soprattutto per una ragione. Il governo dell’Unione poggia sempre più frequentemente sull’alleanza ipocritamente sottaciuta tra il partito popolare e le forze dell’estrema destra. La demolizione del diritto d’asilo in Europa è il frutto di questa cooperazione oltre che dei timori elettorali delle sinistre che non sono state in grado di difenderlo. La maggioranza Ursula e l’argine che doveva tenere le destre radicali lontane dalle leve del potere sono ormai una insostenibile finzione. Per quello che ancora contano alle sinistre europee converrebbe rovesciare il tavolo prima che fascisti e popolari le accompagnino senza nessuna cortesia all’uscita. Francia. La patria dei diritti dell’uomo vieta di manifestare contro la pena di morte di Sergio D’Elia, Roberto Rampi, Elisabetta Zamparutti* L’Unità, 24 giugno 2026 La decisione del prefetto nelle stesse ore della telefonata tra il ministro degli Esteri francese e quello iraniano. Circostanza solleva interrogativi sulle ragioni politiche del divieto. Non è mai accaduto, per quanto ci risulta, che nell’Europa occidentale una manifestazione di massa contro la pena di morte in Iran sia stata vietata dalle autorità. Avvertivamo l’urgenza di una grande mobilitazione, transnazionale e transpartitica, di fronte all’indecenza di un regime che, secondo i dati di Nessuno tocchi Caino, ha giustiziato oltre 2000 persone nel 2025, superando le 850 quest’anno. Un orrore che non abbiamo visto riflesso in mobilitazioni di piazza, né di palazzo. Per questo abbiamo accolto con gratitudine l’invito della resistenza iraniana di Maryam Rajavi a partecipare alla manifestazione di Parigi il 20 giugno che si preannunciava molto partecipata. Una data fortemente simbolica: ricorre infatti l’anniversario della brutale repressione del 20 giugno 1981, quando Khomeini soffocò nel sangue la protesta di centinaia di migliaia di manifestanti scesi in piazza a Teheran e in altre città contro la nascente dittatura religiosa. Ma c’è sempre una prima volta. Alle 19 del 18 giugno, dopo oltre due mesi di collaborazione tra gli organizzatori e le autorità francesi, il prefetto di Parigi notifica il diniego alla resistenza iraniana. L’immediato ricorso al tribunale amministrativo non avrebbe comunque consentito agli organizzatori di allestire in tempo il palco destinato alle personalità internazionali che si sono così ritrovate nel quartier generale della resistenza iraniana. Quando arriviamo a Parigi, veniamo informati dell’accaduto. La decisione prefettizia interviene nelle stesse ore in cui intercorre una telefonata tra il Ministro degli Esteri francese e quello iraniano. Circostanza che alimenta interrogativi sulle ragioni politiche del divieto. E su un potere prefettizio parigino che si manifesta a noi come succube di quello clericale e militare iraniano. Sentiamo il sapore di un residuo della tradizione napoleonica francese, espressione di un potere amministrativo centralista volto a limitare la partecipazione democratica. Riaffiora alla memoria una lezione di Marco Pannella: diffidare di ogni potere amministrativo che pretenda di sostituirsi al diritto. Quando un prefetto decide chi può manifestare e chi no, non siamo più nel terreno delle libertà democratiche ma in quello dell’arbitrio amministrativo. E quando viene impedita una manifestazione contro le migliaia di esecuzioni e contro la dittatura, non è soltanto la libertà degli iraniani a essere colpita. È la credibilità stessa dell’Europa come spazio di libertà e di diritti a essere messa in discussione. Ad accrescere l’inquietudine è il contesto internazionale in cui questi eventi maturano. Sono i giorni in cui si discute dei rapporti tra Iran e l’Occidente e si firma proprio a Versailles un accordo tra Iran e Stati Uniti. Quando sentiamo evocare Versailles, il pensiero corre inevitabilmente ai grandi errori della politica europea del Novecento. L’illusione che sia possibile garantire la pace sacrificando la libertà degli altri ha prodotto tragedie che la storia non dovrebbe dimenticare. Il Patto Molotov-Ribbentrop fu il punto di arrivo di una lunga stagione di accondiscendenza verso le dittature, quando le democrazie europee avevano già accettato di chiudere gli occhi davanti alla repressione interna, alle aggressioni esterne e alla negazione dei diritti fondamentali in nome della stabilità e degli interessi del momento. Il risultato non fu la pace, ma una guerra ancora più devastante. I momenti storici non sono sovrapponibili. Ma il riflesso politico è simile. Quando, per favorire un negoziato con un regime, si limita la libertà di chi quel regime lo combatte pacificamente, quando si vieta una manifestazione contro la pena di morte per non disturbare il dialogo con chi impicca i propri cittadini, quando la stabilità dei carnefici pesa più della libertà delle vittime, allora si imbocca una strada pericolosa. Lo ha ricordato Charles Michel, già Primo Ministro belga e Presidente del Consiglio europeo, ospite della resistenza iraniana che riferendosi al presente ha detto: “L’accondiscendenza non funziona”. Per Nessuno tocchi Caino, la questione dei diritti umani e della pena di morte resta prioritaria anche nel quadro della crisi internazionale che coinvolge l’Iran. Siamo convinti che il cappio che oggi minaccia di stringersi attorno all’economia mondiale con la crisi dello Stretto di Hormuz potrà essere allentato solo quando il regime smetterà di stringere il cappio attorno al collo dei propri cittadini per reprimerli, incarcerarli e impiccarli. La sicurezza internazionale e la libertà degli iraniani non sono questioni separate: un regime che governa all’interno di un Paese attraverso la repressione e la pena di morte resta un fattore permanente di instabilità anche all’esterno. Per questo la difesa dei diritti umani non è un tema subordinato alla geopolitica, ma una condizione essenziale per una pace giusta e duratura. Ancora più inquietante è quanto poi è emerso dalla decisione del Tribunale amministrativo di Parigi, nel frattempo giunta la mattina del 20 giugno. I giudici rilevano che il provvedimento prefettizio si fonda su motivazioni generiche e prive di elementi contestuali sufficienti. Tuttavia, rapporti d’intelligence trasmessi al tribunale indicano che il raduno sarebbe stato “esposto al rischio di un grave attacco da parte del regime iraniano o dei monarchici iraniani”. La sentenza afferma che apparati residui dello Scià “mantengono un servizio di sicurezza interno noto come SAVAK” che è attivo in Europa osservando che tale presenza già “era evidente durante le manifestazioni tenutesi a Londra il 26 aprile 2026 e a Regensburg, in Germania, il 10 maggio 2026, dove alcuni partecipanti esponevano abiti e striscioni recanti simboli della SAVAK”. Un elemento che conferma come le minacce alla resistenza iraniana non provengano soltanto dall’attuale regime teocratico, ma anche da settori che guardano con nostalgia all’autoritarismo del passato, accomunati, gli uni agli altri, dal metodo violento pronti a colpire a morte la resistenza iraniana e i suoi sostenitori. Continuiamo a pensare che i servizi francesi avrebbero potuto affrontare e neutralizzare tali minacce come avvenne nel 2018, quando d’intesa con altri servizi europei, sventarono l’attentato ordito dai Mullah alla grande Convention di Villepinte a Parigi. Tuttavia, alla fine il tribunale ha confermato il divieto per motivi di sicurezza. “Provo dolore per la mia Francia” dice Christine Arrighi, Presidente del Comitato parlamentare Iran Libero del Parlamento francese in apertura dell’incontro tra Maryam Rajavi e gli ospiti internazionali. Il risultato è stato paradossale. Una manifestazione contro la pena di morte è stata fermata mentre le minacce di morte di chi voleva impedirla hanno ottenuto l’effetto desiderato. La Francia non ha permesso ai manifestanti di concentrarsi e ha affrontato i vari gruppi con un dispiegamento di polizia dall’atteggiamento ingiustificatamente aggressivo, buono forse per alcune immagini da mostrare ai Mullah, ai Pasdaran e ai sostenitori dello Scià. Centinaia di pullman sono stati bloccati alle frontiere. Decine di migliaia di persone non hanno potuto raggiungere Parigi. Gli ospiti internazionali sono stati privati della possibilità di intervenire da un palco pubblico. Eppure quelle voci non erano marginali. Erano quelle di parlamentari, ex capi di governo, ex ministri degli Esteri, rappresentanti delle istituzioni europee e nazionali provenienti da Paesi e culture politiche diverse: Charles Michel, Petre Roman, John Bercow, John Baird, Alejo Vidal-Quadras, Carsten Müller, la Baronessa Nuala O’Loan, Robert Torricelli e Naike Gruppioni. Tra loro, Dmytro Kuleba, ex Ministro degli Esteri ucraino, ha rivolto un messaggio di fiducia alla resistenza iraniana: continuare a credere che un futuro di libertà sia possibile. È lo stesso futuro che intravediamo nell’azione nonviolenta dei detenuti iraniani condannati a morte che ogni martedì conducono uno sciopero della fame contro le esecuzioni. È lì, nelle carceri, la resistenza radicalmente alternativa alla violenza di un regime che ha bisogno di impiccare i loro corpi per sopravvivere. *Nessuno Tocchi Caino Processo Regeni, “depistaggi e menzogne: così l’Egitto ha protetto gli aguzzini” di Giovanni Bianconi Corriere della Sera, 24 giugno 2026 Le accuse della Procura: cooperazione solo apparente. La scoperta del cadavere e il tentativo del Cairo di incolpare una banda di rapinatori. Le sedie riservate ai quattro ufficiali egiziani imputati per il sequestro e l’omicidio di Giulio Regeni sono rimaste vuote anche nel giorno delle richieste di condanna, e tali rimarranno. Ma il processo non si esaurisce nei destini personali dei militari sotto accusa; va oltre le loro responsabilità e lascerà aperto il giudizio sugli apparati nazionali che le hanno coperte. Come ha spiegato con toni accorati e severi il procuratore aggiunto di Roma Sergio Colaiocco, che ha seguito il caso dall’inizio, passo dopo passo, quello che si sta chiudendo è anche “un processo contro il silenzio di chi non voleva parlare né collaborare, di chi confidava che il tempo cancellasse le tracce. Un processo contro la menzogna, le ricostruzioni artificiose, i depistaggi”. Nel corso di dieci anni “il regime egiziano ha innalzato, mattone dopo mattone, un muro invalicabile per impedire l’accertamento della verità”. Tuttavia “quel muro è stato abbattuto”, rivendica il procuratore Francesco Lo Voi. Sotto accusa sono e restano quattro ufficiali della Sicurezza nazionale egiziana, e su di loro arriverà il giudizio poiché su di loro pesano gli indizi gravi, precisi e concordanti raccolti dai brandelli di collaborazione iniziale fornita quando probabilmente al Cairo pensavano che non avrebbe portato a nulla; a partire dai tabulati telefonici del luogo e dell’ora in cui Regeni sparì la sera del 25 gennaio 2016. Invece da lì gli investigatori e gli inquirenti italiani sono riusciti a ricostruire buona parte della ragnatela che ha avvolto e strangolato Giulio, ingiustamente sospettato di essere una spia o un sobillatore e per questo sottoposto a un “fermo non ufficiale”. Formula sinistra che nasconde trattamenti illegali fino alla tortura, riservati a “bersagli politici” e alla loro “neutralizzazione clandestina”. Questo è accaduto a Giulio Regeni (uno dei 161 “fermati non ufficiali” nel solo 2016), e questo l’Egitto ha tentato di nascondere dopo la scoperta del suo cadavere. Con il quale forse il regime intendeva chiudere il caso, attribuendo ogni colpa a una banda di rapinatori preventivamente ammazzati. Se così non è stato, è grazie alla determinazione di un ufficio giudiziario che sotto la guida di tre diversi procuratori (Giuseppe Pignatone e Michele Prestipino prima di Lo Voi) ha continuato a indagare e non s’è rassegnato all’improcedibilità dovuta alla mancata collaborazione egiziana, arrivando fino alla Corte costituzionale. La quale ha rimosso gli ostacoli frapposti in violazione delle convenzioni internazionali perché “la tortura e l’omicidio non possono trovare riparo dietro i confini, e neppure la ragione di Stato può diventare ragione di impunità”. Una scelta che ha reso possibile un processo celebrato nel rispetto di tutte le garanzie. Estese agli imputati assistiti da avvocati d’ufficio (come i quattro egiziani) grazie a un secondo intervento della Consulta; due sentenze costituzionali per un solo processo, probabilmente un record. Depistaggi, inquinamenti e sottrazioni di prove (oltre che di imputati, e prima ancora di indagati) hanno evitato che gli accusati comparissero davanti ai giudici e verosimilmente occultato altre responsabilità, senza però impedire una ricostruzione attendibile di ciò che è accaduto. Ecco allora il dito puntato della Procura non solo sugli imputati ma pure contro “il silenzio egiziano che ha smesso di apparire semplice inefficienza diventando strategia di resistenza istituzionale”; contro le manovre di “una struttura che non reagisce alla devianza dei singoli ma protegge se stessa”. Il processo per la scomparsa di Giulio Regeni si sarebbe dovuto celebrare al Cairo, ma “l’Egitto ha formulato promesse che non aveva alcuna intenzione di mantenere, ha simulato una collaborazione rivelatasi solo apparente, ha dato vita a una cooperazione di facciata finalizzata non all’accertamento della verità bensì al suo occultamento”. Basti pensare, oltre alle false piste e alle prove manipolate, alle 39 rogatorie su 64 rimaste senza risposta: “Non una semplice insufficienza collaborativa ma una deliberata strategia di protezione degli apparati coinvolti”. Nell’Italia delle stragi rimaste impunite anche per via dei depistaggi istituzionali attivati negli anni Settanta e Novanta del secolo scorso, c’è ora una magistratura inquirente che accusa gli apparati di un altro Paese di avere fatto altrettanto per salvaguardare i responsabili del sequestro, delle torture e dell’omicidio di un cittadino italiano. È come se fossero giunti al traguardo due processi: uno, nell’osservanza dei codici e di ogni garanzia, a carico degli imputati, che avrà il suo esito con la sentenza dopo le conclusioni delle parti civili e delle difese; l’altro al sistema da cui hanno avuto e continuano ad avere protezione, che non prevede sentenze ma rimane un ulteriore monito a cercare e chiedere verità e giustizia per Giulio Regeni. Caso Regeni, chieste 4 condanne: sentenza attesa dopo l’estate di Valentina Stella Il Dubbio, 24 giugno 2026 Un ergastolo e tre condanne a 17 anni e mezzo di reclusione per i quatto 007 egiziani: il processo in contumacia è stato reso possibile dalla sentenza della Consulta. Un ergastolo e tre condanne a 17 anni e mezzo di reclusione: è la richiesta fatta al termine della requisitoria nell’aula bunker di Rebibbia dalla Procura di Roma nei confronti di quattro agenti della National Security Agency egiziani accusati del sequestro, della tortura e dell’omicidio di Giulio Regeni, trovato morto al Cairo nel 2016. I banchi degli imputati sono vuoti ovviamente, ci sono solo i loro legali, perché l’Egitto non ha mai voluto collaborare e farli rintracciare. Se la diplomazia fallisce, in nome anche di importantissimi interessi economici, tocca alla magistratura cristallizzare una “verità”. Per primo ha preso la parola il procuratore aggiunto Sergio Colaiocco: “Il processo che oggi arriva a conclusione non è stato, sin dal suo nascere, un processo come gli altri. Esso è stato un processo contro il silenzio, contro il silenzio di chi non voleva parlare. Di chi non voleva collaborare, di chi confidava che il tempo cancellasse le tracce. È stato un processo contro la menzogna. Contro le ricostruzioni artificiose, contro i depistaggi” da parte delle autorità egiziane. “Giulio è morto dopo atroci sofferenze. Pugni, calci, bastonate, trascinamento del corpo e bastonate alle piante dei piedi. Ha sopportato tutto lucidamente, senza essere sedato, narcotizzato e senza alcun sollievo”. “Gli abbiamo dato il colpo di grazia”, si sarebbero detti tra loro gli imputati parlando di Regeni. Durante i vari passaggi è stata mostrata l’autopsia (soprattutto radiografie) sul corpo del giovane ricercatore friulano, che ha restituito le immagini di un quadro definito “devastante”, con la complicità delle autorità egiziane. “E su tutto questo che il regime egiziano non ha voluto indagare. Ha scelto di proteggere gli aguzzini e di non chiamare a rispondere i propri funzionari per le atrocità commesse”, ha spiegato ancora il magistrato. Colaiocco ha ricordato come i medici legali egiziani avessero individuato soltanto una frattura al braccio destro. Gli accertamenti svolti in Italia, invece, ne avrebbero documentato venti: cinque a carico dei denti e quindici delle strutture ossee. Un dato che, per l’accusa, evidenzia la gravità delle sevizie subite. La Procura sostiene inoltre che le lesioni sarebbero state provocate a più riprese, in quanto Giulio Regeni sarebbe stato interrogato, picchiato, e sottoposto a tortura per una settimana. “Ciò che qui si giudica non è la semplice soppressione di una vita umana. Ciò che qui si giudica è l’esercizio metodico, freddo, organizzato della violenza su un uomo inerme. Ciò che qui si giudica è il sequestro di una persona sottratta ad ogni garanzia” ha affermato ancora Colaiocco. “Ciò che qui si giudica è la tortura protratta come strumento di dominio. E quell’uomo aveva un nome, un volto, una storia: Giulio Regeni, un cittadino italiano, un giovane ricercatore. Un uomo libero”. Altra sottolineatura importante del pm è stata quella per cui Regeni non fosse una spia. “Tutti gli elementi raccolti sulla cosiddetta pista inglese sono stati approfonditi, verificati, sviscerati in ogni possibile direzione - ha spiegato -. Ciò vale per i rapporti scientifici tra Giulio e la professoressa Maha Abdelrahman prima della partenza per il Cairo; per le relazioni attribuite alla professoressa con la Fratellanza Musulmana o con apparati di intelligence britannici, relazioni rimaste sul piano della mera illazione; per l’assenza assoluta di qualsiasi elemento che possa anche soltanto far ipotizzare un rapporto tra Giulio Regeni e i servizi di intelligence del Regno Unito”. “Questo processo grazie alla Consulta e alle nostre norme si è svolto nel pieno rispetto delle garanzie. Siamo di fronte a un muro che è stato abbattuto” ha aggiunto il procuratore capo Francesco Lo Voi. Com’è noto infatti a seguito della sentenza n. 192 del 2023 della Corte costituzionale il processo per il delitto di tortura può essere celebrato anche in assenza dell’imputato quando la mancata cooperazione dello Stato estero rende impossibile dimostrare la conoscenza del processo da parte dell’accusato. La Consulta, con una sentenza problematica per le deroghe che introduce al giusto processo, ha ritenuto che l’ostruzionismo dello Stato di appartenenza non possa tradursi nella paralisi definitiva della giurisdizione italiana. “Non c’è stata alcuna collaborazione dell’Egitto, non sono state rispettate una serie di convenzioni internazionali”, ha poi concluso. Oggi parola alle parti civili. L’avvocata Alessandra Ballerini si è detta emozionata: “Aspettiamo questo momento da dieci anni”. Poi le difese. La sentenza è attesa dopo l’estate. Libia. Rilasciati i due attivisti italiani detenuti da un mese di Alessandro Mantovani Il Fatto Quotidiano, 24 giugno 2026 Si conclude la vicenda dei due volontari. Il post del ministro degli Esteri su X: “Insieme a loro è stato affidato al nostro Console a Bengasi anche Matias Alvarez Rodriguez”. Le autorità della Libia Orientale hanno rilasciato i 10 attivisti del Convoglio di terra della Flotilla per Gaza. Erano stati catturati il 24 maggio a Sirte, in Libia, e la loro detenzione è durata un mese. Gli italiani Domenico Centrone e Leonarda Alberizia sono stati consegnati nella serata di martedì 23 al console italiano a Bengasi, Filippo Colombo, insieme all’uruguaiano Matias Alvarez Rodriguez che ha anche il passaporto italiano. Dovrebbero partire da Bengasi per Tunisi e da lì, nella giornata di mercoledì 23, raggiungere l’Italia. Sullo stesso volo per Tunisi viaggerebbe anche Ashraf Khoja, tunisino. Altri sono partiti per destinazioni diverse: la giornalista spagnola Alicia Arnesto Nuñez dovrebbe rientrare nel suo Paese dopo uno scalo in Turchia. La conferma della liberazione è arrivata da un post su X del ministro degli Esteri e vicepresidente del Consiglio, Antonio Tajani: “Sono felice di poter annunciare la liberazione di Domenico Centrone e Leonarda Alberizia, i due attivisti italiani della Flotilla, che erano detenuti da un mese in Libia. Insieme a loro è stato affidato al nostro console a Bengasi anche Matias Alvarez Rodriguez, uruguaiano con cittadinanza italiana, che abbiamo seguito e assistito in questi giorni. Grazie a un intenso lavoro diplomatico, in coordinamento tra il ministero degli Esteri e Palazzo Chigi, domani faranno finalmente rientro in Italia. Ringrazio il personale della Farnesina e la nostra intelligence per l’ottimo lavoro”. Centrone è di Molfetta, in provincia di Bari, insegna cinema all’Università di Bari, proprio il 24 giugno compie 34 anni. “Che regalo incredibile” ha commentato la sorella dell’attivista. Alberizia ha 67 anni, di origini foggiane, insegnante in pensione da tempo residente in Piemonte. “È vero. È bellissimo. Non ho parole. Solo tantissima gioia” ha detto all’Ansa Giuseppe Alberizia, fratello di Dina. “Mi ha chiamato il ministro Tajani attraverso il suo portavoce. Sono stato felicissimo. - ha aggiunto - Mi ha confermato la liberazione e mi ha detto che dovrebbe andare in Tunisia presso il consolato italiano questa sera e domani fare rientro in Italia. Sono emozionato. È da mezz’ora che sto condividendo questa notizia con tantissime persone. Devo ancora dirlo a nostro padre (98 anni). Non l’ho sentita anche perché Dina non ha più il suo telefono. Ma ora mi interessa soltanto sia libera”. Il presidente della Regione Puglia Antonio Decaro è intervenuto più volte per la loro liberazione. Per la Flotilla sono i “Sirte 10”, attivisti di vari Paesi hanno fatto lo sciopero della fame per loro. È presto per capire, se mai lo capiremo, come sono andate le trattative. Il governo italiano ha certamente fatto la sua parte come altri, compreso quello turco che pure non aveva cittadini coinvolti nella vicenda. Proprio nella giornata di martedì a Bengasi Saddam Haftar, il secondogenito ormai primo nella linea di successione all’anziano generale Khalifa Haftar che dal 2015 guida di fatto la Cirenaica, ha incontrato il capo dell’intelligence di Ankara Ibrahim Kalil e responsabili dei Servizi egiziani e italiani. L’obiettivo è sempre la riunificazione delle due Libie, ma certo hanno parlato anche del rilascio dei dieci. Tra loro ci sono anche due argentini, una statunitense, una portoghese e una polacca che nei giorni scorsi era stata trasferita in ospedale per cure mediche: proprio lei avrebbe avvisato del probabile imminente rilascio. Che ormai fossimo alla svolta finale l’aveva scritto sempre su X, nel primo pomeriggio di martedì, Vito Petrocelli, ex parlamentare M5S, altro pugliese ma di Taranto, oggi a capo dell’Istituto Italia Brics: “Saranno liberi molto presto. Ringrazio il Ministro degli Esteri Abdulhadi Lahweej per aver seguito direttamente la loro vicenda e tutti gli amici che si sono mobilitati”. Lahweej è il capo della diplomazia di un governo con cui l’Italia, come altri Paesi, ha rapporti solo informali, più solidi di altri visto che a Bengasi c’è ancora il nostro consolato. Ma insomma, di recente Saddam Haftar di recente è stato ricevuto all’Eliseo dal presidente francese Emmanuel Macron, per quanto anche la Francia riconosca ufficialmente solo il governo di Tripoli. Proprio il ministro degli Esteri Lahweej ha diffuso un comunicato in cui afferma che i dieci sono stati “espulsi” per “decisione emessa dalla Procura della Repubblica presso la Corte d’Appello di Bengasi” e che tutto è avvenuto “nel rigoroso rispetto delle norme che regolano l’ingresso e il soggiorno dei cittadini stranieri sul territorio libico”. L’ingresso illegale era una delle contestazioni circolate nelle scorse settimane, sia pure in assenza di una vera e propria formalizzazione delle accuse, insieme a quelle di manifestazione illegale. “Da 30 giorni aspettavamo questo momento, siamo felicissimi”: ha commentato a caldo Maria Elena Delia, portavoce italiana della Flotilla. “Per noi è un momento molto importante perché domani sarebbe stato un mese esatto della detenzione in Libia scattata il 24 maggio, non vediamo l’ora di poterli riabbracciare, ci sarà poi il tempo dell’analisi di quello che è accaduto”. Il convoglio di terra era partito a fine aprile dalla Mauritania mentre la seconda Global Sumud Flotilla navigava verso Gaza. Gli attivisti provenienti dall’Europa si erano uniti alla carovana a Tripoli, con regolari visti, per poi muoversi in circa 200 da 25 Paesi, a bordo di cinque pullman, verso est. Portavano, tra l’altro, sette ambulanze e camion contenenti 20 case mobili destinate alla popolazione palestinese. Si sono fermati al limite del territorio controllato da Tripoli, l’unico governo libico riconosciuto, e i dieci sono partiti per andare a negoziare a Sirte, con le autorità di Bengasi, un passaggio sicuro verso l’Egitto, almeno per gli aiuti umanitari. Ma è finita male, li hanno arrestati. Poi hanno sgomberato, con le cattive, l’accampamento. Era andata male anche l’anno scorso alla Global March to Gaza, da cui poi nacque la prima Global Sumud Flotilla: la carovana di terra di migliaia di persone fu bloccata in Egitto; gli attivisti maghrebini partiti dalla Tunisia furono fermati anche allora in Libia Orientale. È bene ricordare che rimangono in carcere, in Tunisia, il leader locale della Flotilla Wael Nouar e altri quattro attivisti, arrestati ai primi di marzo con fumose accuse di malversazioni finanziarie.