In tre anni accolte 17.000 richieste di risarcimento da parte dei detenuti di Giovanni Negri Il Sole 24 Ore, 23 giugno 2026 Le domande riguardano le condizioni di vita negli istituti penitenziari. Riconosciuti 8 euro al giorno di indennizzo o sconti sulla pena da scontare. Se ora si torna, ma è tema che ha una sua ciclicità, di responsabilità civile dei magistrati o comunque di indennizzi per le parti ingiustamente coinvolte in procedimenti penali, altre forme di risarcimento testimoniano della crisi della nostra giustizia penale. Delle condizioni critiche delle nostre carceri è così un buon termometro anche l’andamento delle richieste di applicazione dei rimedi risarcitori previsti dall’articolo 35-ter dell’ordinamento penitenziario, introdotto a valle dell’ormai proverbiale sentenza Torreggiani con la quale, nel 2013, la Corte europea dei diritti dell’uomo condannò l’Italia per le invivibili condizioni in cui troppe persone scontavano la detenzione. La capienza regolamentare viene calcolata in base al decreto ministeriale Sanità 5 luglio 1975: 9 metri quadrati per il primo detenuto e 5 metri quadrati per ciascuno dei successivi. Nel 2014 è stato introdotto l’Applicativo spazi/detenuti (Asd), uno strumento informatico per monitorare in tempo reale sia il numero dei detenuti presenti in ciascun istituto sia la loro specifica collocazione e lo spazio disponibile per ogni persona. Di qui anche la ricorrente necessità di spostare persone detenute dagli istituti in maggiore criticità. Così, in risposta a un’interrogazione di Roberto Giachetti, deputato di Italia Viva, il ministero della Giustizia fornisce i dati degli ultimi tre anni, che attestano un doppio aumento, sia delle richieste sia degli accoglimenti. In dettaglio, per il 2023, si registrano 9.574 istanze, con 4.731 accoglimenti e 1.143 rigetti; per il 2024, si registrano 11.440 istanze, con 5.837 accoglimenti e 1.829 rigetti; per il 2025, si registrano 11.900 istanze, con 6.539 accoglimenti e 1.704 rigetti. I rimedi e i reclami - Il rimedio risarcitorio nei confronti dei detenuti che hanno subito trattamenti inumani e degradanti prevede una riduzione della pena: un giorno ogni dieci di pregiudizio subito. Chi ha già scontato la pena o ha sofferto il pregiudizio in custodia cautelare può richiedere un risarcimento civile di 8 euro al giorno. Dal ministero arrivano poi anche i dati dei reclami contro le decisioni della magistratura di sorveglianza: per l’anno 2023, si registrano 949 sopravvenienze, 960 procedure esaurite, 159 accoglimenti e 583 rigetti, oltre a 218 decisioni di inammissibilità o improcedibilità; per l’anno 2024, si registrano 937 sopravvenienze, 1.008 procedure esaurite, 135 accoglimenti, 643 rigetti e 230 decisioni di inammissibilità o improcedibilità; per l’anno 2025, si registrano 810 sopravvenienze, 914 procedure esaurite, 179 accoglimenti, 525 rigetti e 210 decisioni di inammissibilità o improcedibilità. L’inferno dietro le sbarre. Sovraffollamento e suicidi. La politica ignora i detenuti di David Allegranti La Nazione, 23 giugno 2026 Da inizio anno si sono già uccise 29 persone in cella. E l’estate aggrava la situazione. Nel 2025 sono stati accolti oltre 6.500 ricorsi per trattamenti degradanti. Il 4 luglio 2024, esattamente due anni fa tra pochi giorni, Fedi si suicidava. Non a Evin, in Iran, ma nel famigerato carcere di Sollicciano, a Firenze. Aveva 20 anni e la faccia da bambino, era lì dal 2022. In un reclamo giurisdizionale, presentato grazie a L’Altro Diritto, centro di documentazione dell’Università di Firenze, aveva elencato le gravi condizioni del carcere fiorentino, pieno di muffa, cimici e topi. Fedi riuscì anche catturarne uno, di topi, per mostrarlo agli agenti e al personale medico. Il 6 novembre 2023, tramite accesso diretto al colloquio psicologico-clinico, il giovane ristretto si era presentato - c’è scritto nel reclamo - “con una bottiglia all’interno della quale si trovava un ratto catturato nella cella”. Oltre ai topi, Fedi lamentava “la presenza di cimici che in passato lo hanno morso procurandogli delle lesioni. Quest’ultime si annidano, in generale in tutto il carcere, nei materassi, nei tessuti, dentro le crepe delle pareti e negli anfratti degli arredi e provocano lesioni cutanee da morso, chiazze rosse sulla pelle, prurito e gonfiore. È capitato che vedesse le cimici camminare sul soffitto, anche al reparto giudiziario, e che si dovesse svegliare anche in piena notte per girare il materasso - peraltro di spugna e fine - e igienizzare tutto…”. La cucina, dove Fedi lavorava, “presenta gravi carenze igieniche e strutturali: è infestata dai piccioni e dai topi. Questi ultimi si nascondono sotto i mobili e gli stipetti della cucina e i lavoranti trovano spesso tracce di cibo rosicchiato dagli stessi”. Quella di Fedi è solo una delle tragiche storie che nascono nelle carceri italiane, sovraffollate e fatiscenti. Meritano di non essere dimenticate. Specie ora che il Tribunale di Firenze ha messo sotto sequestro una parte di Sollicciano per via delle sue rovinose condizioni, riconoscendo quello che detenuti, operatori, agenti di polizia penitenziaria, sindacalisti vanno dicendo da anni sul carcere di Firenze, e non solo. L’estate è appena iniziata, con temperature altissime. Soffre la comunità dei liberi, che pure ha la possibilità di difendersi dai 37 gradi, figuriamoci quella dei reclusi, stipati in carceri inadeguate. Figuriamoci se questi detenuti sono bambini: 30 nelle carceri italiane con le loro madri. “Erano anni che non si registravano numeri così alti. Un anno fa erano 11”, dice Antigone. Alcuni detenuti di Sollicciano sono stati trasferiti altrove, altri li seguiranno. Andranno quindi in altre carceri sovraffollate, peggiorando la situazione, propria e di chi è già lì. “Il carcere, oggi, è fuori dalla legalità costituzionale”, dice l’associazione Antigone. Al 31 maggio 2026 i presenti erano 64.741, 305 in più rispetto al mese precedente, 1.980 in più di un anno fa. “Con un tasso di crescita come quello degli ultimi 12 mesi supereremo quota 66.000 per la fine del 2026, ma con il tasso di crescita degli ultimi 5 mesi ci arriveremo ancora prima. I numeri della condanna Torreggiani sono sempre più vicini”, osserva Antigone, citando la sentenza pilota del 2013, quando la Corte europea dei diritti umani condannò l’Italia per la violazione dell’articolo 3 della Cedu; il caso riguardava trattamenti inumani o degradanti subiti dai ricorrenti, detenuti in celle triple e con meno di quattro metri quadrati a testa a disposizione. I numeri dicono molto ma rimangono una statistica. Dietro ognuno di loro però c’è una vita, ci sono relazioni. La madre di Fedi non riavrà più indietro suo figlio. Altri Fedi, in queste condizioni, si suicideranno in carcere (sono già 29 nel 2026, l’ultimo ieri a Como; l’anno scorso furono 82; nel 2024, 91, cifra record). Ma le soluzioni sembrano essere poche e il populismo penale del governo senz’altro non aiuta. Il diritto penale, da risorsa scarsa, diventa una soluzione a problemi sociali. Non è una prerogativa della destra di Meloni, ma per un po’ ha destato stupore - poi anche lo stupore si è esaurito - che questo sia accaduto con Carlo Nordio alla guida del ministero della Giustizia. Non sappiamo di che cosa altro ci sia bisogno per fermare la carneficina. Forse serviranno altri interventi dei tribunali, visto che con il crescere del sovraffollamento continua a crescere il numero di persone sottoposte a trattamenti inumani e degradanti: oltre 6.500 ricorsi sono stati accolti nel 2025. D’altronde i posti effettivamente disponibili al 31 maggio erano 46.320 (390 in meno di 12 mesi fa) e dunque il tasso medio di affollamento nazionale raggiunge il 139,1%. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha usato in questi anni parole significative sulle prigioni italiane. Purtroppo il governo ha annuito ma se n’è infischiato. Per questo, il capo dello Stato potrebbe avvalersi di una delle sue prerogative costituzionali e inviare un messaggio alle Camere unite sul carcere, come fece Giorgio Napolitano nel 2013 dopo la sentenza Torreggiani. D’altronde, l’emergenza carceri non è più un’emergenza, perché tutto quello che doveva emergere è già emerso. Metro, squadra e livella: boom di reclami ex articolo 35-ter di Stefano Anastasìa* garantedetenutilazio.it, 23 giugno 2026 E dunque siamo tornati a metro, squadra e livella: quando altro non si sa fare, in Italia si finisce sempre lì. Stiamo di nuovo a contare i metri quadri, a sottrarre gli arredi inamovibili, a verificare le ore di aperture delle camere, per capire se il modello sardina perseguito più o meno scientemente dal Governo e dalla sua silente amministrazione penitenziaria rispetta i parametri di dignità imposti dalla Corte europea dei diritti umani. A dieci anni dalla chiusura della procedura pilota imposta dalla sentenza Torregiani siamo di nuovo lì. Non sono bastate le misure temporanee (la liberazione anticipata speciale) e permanenti (messa alla prova, limiti alla custodia cautelare in carcere, ampliamento delle possibilità di accesso alle alternative) adottate in quella contingenza, né l’allarme per l’affollamento in pandemia di qualche anno dopo, il populismo penale coltivato da molti e il panpenalismo dell’attuale maggioranza di governo non poteva che replicare la situazione del 2013 (quando l’Italia fu condannata per il caso Torreggiani), aggravandola nella tendenza: allora, nel 2013, la soglia dei 63mila detenuti fu toccata in discesa, perché l’Italia era già stata condannata nel caso Suleijmanovic (2009) e il Governo Berlusconi aveva già adottato la legge 199/2010 (la cd. detenzione domiciliare speciale intestata al ministro Alfano), e dunque la popolazione detenuta era in calo dal massimo di 67mila raggiunto appunto nel 2010; ora, invece, la popolazione detenuta arriva a 64mila detenuti in crescita (8mila detenuti in più dall’inizio della legislatura e dall’insediamento di questo governo), con una tendenza aperta a nuove violazioni. Nonostante ripetute sollecitazioni di garanti e associazioni, magistratura e avvocatura, il Governo fin qui (cioè fin quasi alla fine del suo mandato) si è limitato a favoleggiare di nuove carceri e nuovi luoghi di detenzione per tossicodipendenti e non, e ad annunciare interventi sulla custodia cautelare che nulla hanno a che fare con la popolazione detenuta, considerato che per migranti e cittadini autori di piccoli reati di strada (la gran parte delle persone in attesa di giudizio in carcere) la presunzione d’innocenza non è neanche presa in considerazione. Del resto i numeri sono lì a dirci che a fine 2025 i detenuti in attesa di giudizio erano 15.326, mentre a fine 2022, quando l’attuale governo è entrato in carica erano 15.633. È stato lo stesso Ministro Nordio, rispondendo a una interrogazione dell’on. Benzoni, a dare i numeri del piano edilizio per le carceri: 793 posti nel primo trimestre del 2026. Peccato che dovevano essere 10mila entro il 2027, che nello stesso trimestre i posti regolamentari effettivamente disponibili siano aumentati di solo 272 unità (gli altri nuovi posti saranno stati annullati da altrettanti posti non più agibili), che da quando si è insediato il Commissario straordinario di governo per l’edilizia penitenziaria i posti regolamentari effettivamente disponibili siano diminuiti di 494 unità, che nel frattempo i detenuti siano aumentati di 2595 unità. E non ci dilunghiamo oltre sulle strutture residenziali per detenuti tossicodipendenti e non: se ne parla da tre anni e solo due settimane fa il Ministro ha presentato il bando per l’accreditamento di quelle previste nel decreto-legge del 2024, mentre al Senato si sta discutendo di quelle specifiche per tossicodipendenti: dell’efficacia delle une e delle altre darà conto, se va bene, il prossimo governo. Non resta, dunque, che affidarsi al contenzioso giudiziario, per quanto impervio e selettivo esso sia: quanti detenuti sanno di poter contestare la detenzione contraria al senso di umanità grazie al reclamo ex art. 35ter dell’ordinamento penitenziario previsto come rimedio interno dopo la sentenza Torreggiani? Quanti sono in grado di farlo con cognizione di causa o un’adeguata assistenza legale? Quanti possono permettersi di contestare una decisione contraria del magistrato, del tribunale di sorveglianza o della Cassazione, e magari andare di nuovo fino a Strasburgo? La nostra, non si dimentichi, è giustizia ingiusta non solo e non tanto per le previsioni generali e astratte, ma per la cecità nei confronti delle condizioni personali e sociali di chi ci finisce dentro. Ciò nonostante, nel 2025 11.900 detenuti hanno fatto reclamo ex art. 35ter, 560 in più di quanti lo avevano fatto nel 2024, 2.426 più che nel 2023. E aumentano pure gli accoglimenti, sia in termini assoluti (6.539 nel 2025) che percentuali (79,33%). Potremmo starci, se non fosse che alle disuguaglianze sociali, di accesso alla giustizia, si aggiungono quelle territoriali, di organizzazione degli uffici giudiziari, di cultura giuridica e di orientamento interpretativo dei giudici di merito e dei tribunali di sorveglianza. Solo per fare un esempio, che anticipo dalla mia prossima relazione annuale al Consiglio regionale del Lazio, presso l’Ufficio di sorveglianza di Roma all’inizio del 2025 erano pendenti 698 reclami ex art. 35ter, cui nel corso dell’anno se ne sono aggiunti 478. Di un totale di 1.176 reclami pendenti o sopravvenuti, nel corso dell’anno ne sono stati definiti solo 188, il 16% ca., mentre nello stesso periodo, a livello nazionale, ne sono stati definiti almeno il 69% (6.539 accolti, 1704 rigettati). E già questo è un problema. Cui si aggiunge l’orientamento prevalente nelle decisioni: se a livello nazionale, come abbiamo detto, nel 2025 il rapporto tra reclami accolti e reclami rigettati è stato di 4 a 1, a Roma il rapporto è stato di 3 a 2 (73 accolti, 46 rigettati). I numeri ci dicono che nel Lazio le condizioni di sovraffollamento non sono migliori che nel resto d’Italia, anzi: il tasso di affollamento sui posti regolamentari effettivamente disponibili al 30 aprile scorso era del 146%, mentre quello nazionale era al 139%, e solo Lombardia e Puglia, tra le grandi regioni, avevano un tasso di affollamento superiore a quello del Lazio. È evidente, quindi, che siamo in presenza di un difetto di organizzazione, desumibile dal basso numero di reclami definiti, e di un orientamento apparentemente più restrittivo nelle decisioni di merito, che certo potrà essere corretto in Cassazione, ma a pena di ricorsi che molti detenuti non sono in grado di fare in tempo utile e con l’adeguata assistenza legale. Recentemente Gianni Alemanno e Fabio Falbo, nella loro meritoria opera di informazione sulle condizioni di detenzione nella casa circondariale di Rebibbia nuovo complesso hanno chiamato in causa l’applicativo ministeriale sulla base del quale sono rilevati gli spazi a disposizione dei detenuti, se superiori o inferiori a quanto prescritto dalla Corte europea dei diritti umani e acquisito dalla Corte di cassazione. Personalmente non ho le competenze per pronunciarmi sui rilievi tecnici da loro sollevati, né conosco le fonti delle informazioni riversate nell’applicativo, se tengono conto di tutte le variabili prospettate dalla giurisprudenza (superficie calpestabile, regime di apertura delle camere detentive, ecc.) e se sono aggiornate tempestivamente riguardo alle loro modificazioni strutturali e di uso. Certo è che, mi sono permesso di segnalare alla Presidente del Tribunale di sorveglianza di Roma già nel settembre scorso, il giudice non può limitarsi ad acquisire le informazioni prodotte dalla parte chiamata in causa (“oste, è buono il vino qui da voi?”) e deve sincerarsi personalmente, se del caso avvalendosi di una perizia tecnica, della effettività degli spazi e delle condizioni detentive. Non so se questa mia raccomandazione sia stata presa in considerazione, e in qual misura, negli ultimi giudicati in materia, ma certo questo come altri distretti non possono rimanere isolati da un processo di verità e giustizia che sta smascherando i danni e le inadempienze di una politica penale e penitenziaria indifferente alla dignità delle persone detenute. *Articolo pubblicato nel n. 60 di giugno 2026 di “Voci di dentro” Garante nazionale, la relazione al Parlamento? Troppo vecchia per presentarla… al Parlamento di Ilaria Dioguardi vita.it, 23 giugno 2026 È stata inviata alla Camera e al Senato la relazione del Garante dei diritti delle persone private della libertà personale. Dovrebbe essere annuale, ma non se ne aveva più traccia dal 2023. Non verrà nemmeno presentata al Parlamento perché i dati risalgono al 2024. Rita Bernardini (Nessuno tocchi Caino): “Non una parola su ciò che hanno visto o sulle azioni messe in piedi”. Alessio Scandurra (Antigone): “Dalla relazione si ha l’impressione che il sistema penitenziario non abbia problemi legati alla sua vita interna, ma solo un problema di spazi”. La relazione del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale è stata finalmente consegnata al Parlamento “riferita al 2024 e integrata dai dati del 2025”, ma da un’analisi delle 267 pagine risulta presente solo una tabella con i dati più recenti, risalenti all’anno scorso. Non vi sarà nessuna presentazione pubblica del rapporto con una conferenza stampa, i dati risalgono al 2024 e non avrebbe molto senso. “Dopo l’estate verrà recuperata anche la relazione 2025”, dice a Vita l’ufficio stampa dell’ufficio del Garante, che è costituito in Collegio dal presidente Riccardo Turrini Vita e dai componenti Irma Conti e Mario Serio. L’ultima relazione annuale al Parlamento risaliva al 2023, quando era presidente Mauro Palma. Poi avvenne la morte improvvisa, il 22 agosto 2024, dell’allora garante Felice Maurizio D’Ettore, e la nomina di Turrini Vita. Della relazione non si ebbe più notizia. Rita Bernardini: “Non una parola su ciò che hanno visto o sulle azioni messe in piedi” - Nella relazione del Garante “ho trovato il numero delle visite e i km percorsi, ma non una parola su ciò che ogni volta hanno visto e sulle azioni che hanno messo in piedi dopo aver visto”, ha scritto sulla sua pagina Facebook Rita Bernardini, presidente di Nessuno tocchi Caino. “La relazione annuale che per legge dovrebbero fare al Parlamento, l’hanno depositata oggi (il 19 giugno 2026, ndr), dopo i rilievi di Valentina Angela Stella”, che ne ha scritto sulle pagine de L’Unità. In un anno e mezzo 3mila detenuti in più - Nella relazione si afferma che “al 31 dicembre 2024, la popolazione detenuta in Italia ammonta a 61.861 persone, a fronte di una capienza regolamentare, definita dalla Direzione generale per la detenzione e il trattamento (D.g.d.t.) del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, pari a 51.312 posti. Il tasso medio nazionale di sovraffollamento si attesta così al 120,55%”, afferma il documento. “Occorre inoltre considerare che 4.491 posti regolamentari non risultano effettivamente disponibili”. Nel frattempo, il numero dei ristretti è lievitato a 64.741 (dati Dap, aggiornati al 31 maggio 2026), con un affollamento pari al 139%, “portando il sistema penitenziario ai valori più elevati dell’ultimo decennio”, ha denunciato il Garante dei diritti delle persone private della libertà della regione Lazio, Stefano Anastasia. “Quasi tutti i dati presenti nella relazione sono già stati pubblicati dal Garante, che fa spesso un’analisi dei numeri messi a disposizione dal Dap”, afferma Alessio Scandurra, responsabile Osservatorio di Antigone. “Quello che fa impressione è che nelle relazioni precedenti era presente una parte relativa alle proposte per ridurre i numeri del carcere e per evitare il ricorso alla detenzione. In quest’ultima relazione c’è una presa di posizione netta sul fatto che il problema non è ridurre il numero dei detenuti, ma costruire nuove carceri”. Infatti, quando nel rapporto si parla del “rapporto fra sovraffollamento e edilizia carceraria”, si scrive che “il primo è conseguenza diretta dell’insufficienza della seconda”. Rispetto alle visite in carcere “spesso il Garante si riferisce a interventi di manutenzione, progetti di ristrutturazione. Anche quando si parla della casa circondariale di Sollicciano, dove sono state chiuse da poco sei celle e un’area accoglienza, si dice che il Garante fece le raccomandazioni. Ma l’esito è stato il sequestro da parte dell’autorità giudiziaria, non è successo nient’altro”, sottolinea Scandurra. “Solo un problema di spazi” - “L’impressione che emerge dalla lettura è che il sistema penitenziario non abbia problemi legati alla sua vita interna, ma abbia solo un problema di spazi. Le relazioni di Mauro Palma erano anche un tentativo di aprire una riflessione sul carcere, di dare una chiave di lettura per capire meglio il fenomeno, al di là delle scelte che la politica è chiamata a prendere, per affrontare i vari problemi. Qui le proposte sono legate all’edilizia penitenziaria e agli organici”, evidenzia Scandurra. “In epoche in cui c’erano più detenuti rispetto agli attuali (c’erano 69mila persone detenute in Italia, ai tempi della sentenza Torreggiani del 2013) non c’erano tutti i suicidi in carcere che ci sono ora e le attuali aggressioni al personale. Oltre al fenomeno del sovraffollamento c’è sicuramente qualcos’altro, nelle carceri italiane. Nella relazione non ci si pone il problema di questo qualcos’altro”. Nessuna risposta dal Garante - “Noi di Antigone, quando emergono situazioni particolarmente gravi in alcuni istituti penitenziari, mandiamo delle sollecitazioni al Garante nazionale, anziché a quelli locali. Da quando c’è questo Collegio non abbiamo mai avuto risposta. Quella del Garante nazionale è una figura a cui noi di Antigone teniamo molto”. L’associazione propose per la prima volta l’istituzione del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà nel 1998. Questa figura diventò realtà in Italia nel 2013 grazie al decreto-legge n. 146, convertito nella legge 10/2014. “Il Garante è un pezzo importante di questo Paese per chi, come noi, si occupa del tema del carcere”, dice Scandurra. “Auguriamo il meglio a questa istituzione, ci dispiace che abbia questa difficoltà a svolgere il suo mandato”. L’importanza di favorire l’accesso a misure non detentive - Tutte le analisi della relazione sono ottenute dall’elaborazione dei dati forniti dal Dap. “L’aumento complessivo della popolazione detenuta è imputabile, in parte, al frequente ricorso alla custodia cautelare in carcere, ma anche - e in misura rilevante - al numero crescente di persone che accedono in istituto a seguito di condanna definitiva”, si legge. I dati “inducono a una riflessione sulla durata dei procedimenti giudiziari e sulla limitata applicazione delle misure alternative alla detenzione e alla custodia in carcere, soprattutto nei casi in cui sussistono i presupposti di legge per l’ammissione a percorsi di esecuzione penale esterna agli istituti. Su tale aspetto, il Garante nazionale ha richiamato l’attenzione delle competenti autorità, sottolineando l’importanza di favorire l’accesso a misure non detentive per coloro che, per pena inflitta o residuo di pena, possono essere ammessi a percorsi alternativi di reinserimento, nel rispetto del principio costituzionale della funzione rieducativa della pena”. I 358 reclami al Garante - Nella relazione trovano spazio anche i reclami presentati, “nell’anno 2024 sono pervenuti complessivamente 358 tra reclami e segnalazioni afferenti a diverse aree di criticità del sistema penitenziario”, si legge nel documento. È evidente “una forte concentrazione delle problematiche su aspetti legati alle condizioni materiali di detenzione e alla tutela dei diritti fondamentali”. In particolare, sono stati 88 (24,6%) i reclami presentati per il diritto alla salute, 62 (17,3%) per le condizioni materiali e igieniche, 121 (33,8%), quelli inerenti la mobilità e i rapporti familiari (includendo trasferimenti, colloqui e richieste di intervento al Garante); 52 reclami sono stati presentati per opportunità trattamentali e rieducative e 22 per maltrattamenti. Mancate cure a un detenuto paraplegico, Italia condannata dalla Cedu di Luca Rocca Il Riformista, 23 giugno 2026 Francesco Pelle è affetto da paraplegia agli arti inferiori ed è costretto su una sedia a rotelle. Ma il nostro Paese lo ha privato di un costante trattamento fisioterapico di cui aveva bisogno. Il boss della ‘ndrangheta Francesco Pelle, alias Ciccio Pakistan, “non ha ricevuto cure mediche adeguate durante la detenzione”. Dunque “il trattamento” a cui “è stato sottoposto” in carcere ha “superato il livello inevitabile di sofferenza insito nella detenzione”, integrando “un trattamento inumano e degradante ai sensi dell’articolo 3” della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali. È con queste parole che la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia, colpevole di non aver garantito le cure adeguate al boss Pelle, condannato all’ergastolo in via definitiva quale mandante della strage di Natale del 24 dicembre 2006 in cui venne uccisa Maria Strangio, moglie del capoclan della cosca “nemica”. Pelle, infatti, è affetto da paraplegia agli arti inferiori e costretto su una sedia a rotelle dopo essere rimasto vittima di un agguato nel luglio del 2006. Condizione che ha reso indispensabile un costante trattamento fisioterapico che, secondo i giudici di Strasburgo, non è stato assicurato. Il 21 maggio scorso, infatti, la Cedu ha notificato al legale di Pelle, l’avvocato Francesco Giampaolo, la decisione con la quale, dopo aver dichiarato ammissibile il ricorso del boss “contro la Repubblica italiana”, ha sentenziato che l’Italia ha violato l’articolo 3 della Convenzione. Pelle venne arrestato nel 2008, e nel corso degli anni fu trasferito da un carcere all’altro: da quello di Locri a un penitenziario romano, quindi Saluzzo (Cuneo) e poi Oristano, in Sardegna, Cagliari, Milano e infine, dal 13 agosto 2022, nella casa circondariale di Parma. La Cedu, dopo aver ripercorso le varie tappe della vicenda, fra referti medici e decisioni dei magistrati di Sorveglianza, giunge a una conclusione che non lascia dubbi. “La Corte - riporta la sentenza - osserva che dalle relazioni mediche e dalle decisioni giudiziarie emergeva la necessità” per il boss “di ricevere fisioterapia regolare”, tanto che nel 2009 e nel 2011 Pelle fu posto ai domiciliari. “La necessità di fisioterapia costante - scrive la Cedu - fu ribadita nella relazione del fisiatra dell’8 aprile 2022, nonché nella decisione del magistrato di Sorveglianza di Cagliari dell’11 maggio 2022. Nonostante tali indicazioni, risulta che il ricorrente abbia effettuato solo 19 sedute di fisioterapia tra giugno e agosto 2022 e altre dieci sedute nel novembre 2022”. Il 21 gennaio 2023, rammenta poi la Corte, “le autorità sanitarie del carcere di Parma riconobbero che ‘il ricorrente necessitava di trattamento fisioterapico permanente’”. Necessità “ribadita dal medico di fiducia del ricorrente il 20 febbraio 2023, il 30 dicembre 2023 e il 22 aprile 2025”. Eppure, annota la sentenza, “dopo il novembre 2022 non furono fornite ulteriori sedute di fisioterapia, incluse quelle ambulatoriali menzionate dal Governo”, e “solo nell’aprile 2025 fu fornito un verticalizzatore” (che permette di passare dalla posizione seduta a quella eretta e viceversa). E se il Tribunale di Sorveglianza di Bologna “ritenne compatibile con la detenzione lo stato di salute del ricorrente, senza nominare un consulente medico, sulla base di una relazione delle autorità sanitarie penitenziarie del 22 maggio 2023”, per la Cedu, comunque, “tale relazione non spiegava in che modo la fisioterapia sarebbe stata garantita”, vista anche “la mancanza di un reparto di riabilitazione e di personale” nel carcere, che rendeva impossibile fornire “programmi di fisioterapia intensiva e continuativa”. Per la Corte, “tali considerazioni” sono “sufficienti a concludere che il ricorrente non ha ricevuto cure mediche adeguate durante la detenzione”. “Lo stop alla gogna e ai pm protagonisti è una svolta di civiltà” di Simona Musco Il Dubbio, 23 giugno 2026 Parla Manes. L’avvocato e ordinario di Diritto penale presso l’Università di Bologna commenta le nuove linee guida del Csm: dalle regole su toghe e comunicazione un argine alla dittatura dei media. Vittorio Manes, avvocato e ordinario di Diritto penale presso l’Alma Mater Studiorum-Università di Bologna, da una lettura delle linee guida redatte dal Csm sulla comunicazione emerge una fortissima sensibilità per il diritto alla reputazione, inteso come componente essenziale della dignità della persona. L’ordinamento italiano è abbastanza “moderno” rispetto a questo nuovo diritto? La sensibilità espressa e la giusta enfasi posta sulla reputazione individuale è uno degli aspetti maggiormente apprezzabili dell’aggiornamento delle linee guida, che gravitano attorno alla centralità di questo valore e alla necessità di apprestare una tutela effettiva e concreta, e non virtuale e astratta. Si prende meritoriamente atto che la reputazione, come proiezione della stessa dignità della persona, è uno dei valori maggiormente significativi, ma anche maggiormente vulnerabili nell’ecosistema digitale, e che paradossalmente, aggiungerei, è anche uno dei valori maggiormente privi di tutela nel sistema attuale. Da questo punto di vista, l’ordinamento italiano mi sembra visibilmente arretrato, su questo fronte, perché non presenta strumenti di tutela, né civili né penali, davvero effettivi ed efficaci rispetto a lesioni della reputazione, anche riferibili a una distorta comunicazione giudiziaria. E a questo riguardo le linee guida si propongono meritoriamente di alzare la soglia di protezione sia in chiave preventiva, anzitutto vietando una informazione giudiziaria pregiudizievole per la presunzione di innocenza, sia in chiave successiva, mediante la necessaria attualizzazione dell’informazione e il dovere di rettifica quando, per effetto dello sviluppo processuale, muti contenuto e significato dello stesso in senso favorevole all’indagato. Nella filosofia del diritto, il bilanciamento tra diritti fondamentali è un esercizio delicatissimo. In questo caso, da un lato abbiamo il diritto di cronaca e l’interesse pubblico alla conoscenza, dall’altro l’inviolabilità della reputazione. Queste regole del Csm riescono a tracciare una linea di confine che tutela entrambi, o ridefiniscono gerarchicamente i due valori? A me pare che le linee guida si propongano di riequilibrare un bilanciamento che oggi va a tutto scapito dei diritti e delle garanzie della persona, reputazione, vita privata e familiare, presunzione di innocenza, indebitamente soverchiati, nel contesto attuale, dal diritto di cronaca. Questo merita indubbiamente di essere salvaguardato, unitamente al diritto dei cittadini di essere informati: ma analoga protezione meritano i diritti personalissimi che stanno sull’altro piatto della bilancia, consapevoli appunto che nell’ecosistema digitale - come appunto si legge nella premessa delle linee guida - una notizia giudiziaria diffusa nella fase iniziale delle indagini può produrre effetti reputazionali assai più rapidi e persistenti del successivo accertamento processuale, e può tradursi in una compromissione irreversibile della dignità personale. Di qui una urgenza di tutela di cui l’amministrazione della giustizia è chiamata - doverosamente - a farsi carico. E che dovrebbe passare anche da un più rigoroso rispetto del segreto istruttorio, evitando e sanzionando violazioni eclatanti che sono tristemente - ed intollerabilmente - divenute ormai quotidiane ed ordinarie. C’è chi ha parlato di autobavaglio: davvero si corre questo rischio? Francamente non mi sento di condividere questo giudizio: a me pare un provvedimento meritevole di un giudizio positivo, per i valori che lo ispirano e per le finalità che si prefigge. E sarebbe anzi importante che le altre agenzie coinvolte nella comunicazione giudiziaria - gli organi di informazione e i media - adottassero guidelines a contenuto analogo, e soprattutto seguissero standard di “deontologia comunicativa” che assumano come valore primario ed invalicabile il rispetto della reputazione e della dignità della persona. Con principi e modalità molto distanti da quelle oggi seguite, salvo rare eccezioni. Spersonalizzare la comunicazione (privilegiando il comunicato scritto rispetto alle conferenze stampa dei singoli pm) quanto aiuta a restituire ai cittadini l’immagine di una giustizia terza, serena e non emotiva? Certamente la “spersonalizzazione” dell’informazione potrà limitare il “protagonismo mediatico” di taluni inquirenti, e la ricerca di visibilità mediante la diffusione anticipata di notizie giudiziarie concernenti le indagini dagli stessi promosse e portate avanti. E così pure la preferenza accordata a talune modalità comunicative più sobrie, meditate e misurate - quali il “comunicato stampa”, come “modalità ordinaria della comunicazione istituzionale”, al posto della “conferenza stampa” - esprime una condivisibile scelta di sfavore per strumenti maggiormente inclini alla “spettacolarizzazione” della giustizia penale, che sempre ingenera nell’opinione pubblica convincimenti distorti e pregiudizi colpevolisti spesso irreversibili sugli indagati, violando irrimediabilmente la presunzione di innocenza. Dietro queste linee guida c’è l’idea che la giustizia non si compia solo dentro l’aula, in quanto la comunicazione non racconta solo la giurisdizione: la fa. Che pericoli vi sono dietro la transizione verso una nuova e diversa concezione di giustizia affidata ai media? Pericoli evidenti, ed enormemente significativi, perché la giustizia rischia sempre più di essere soppiantata dalla sua narrazione, sempre più sguaiata e disinformata. Tutti siamo consapevoli che i tribunali “non operano nel vuoto”, come usa ripetere la Corte europea dei diritti dell’uomo: ma nell’attuale contesto la giustizia istituzionale rischia di essere sostituita dalla giustizia mediatica, e la giurisdizione sempre più espropriata dalle mani dei giudici. La “verità processuale” - che è sempre una “verità di attesa”, lenta e faticosamente costruita sul doveroso rispetto delle regole e delle garanzie - viene ormai surrogata dalla pseudo-verità della narrazione mediatica, che non conosce né tollera regole, insegue l’emotività e il sensazionalismo e persegue solo obiettivi di audience e share. E questa “concorrenza sleale” ha ricadute altrettanto evidenti e nocive sulla credibilità stessa della giustizia istituzionale, e sulla fiducia dei cittadini nella stessa. Riforme di questa portata, che toccano il modo in cui il potere giudiziario si relaziona con la polis, richiedono tempo per essere metabolizzate. Al di là delle fisiologiche resistenze iniziali dovute al cambio di abitudini, crede che queste linee guida apriranno la strada a una nuova e irreversibile cultura della responsabilità comunicativa nella magistratura? Questo è l’auspicio, ovviamente, e certamente le linee guida mi paiono un passo avanti in un percorso di riequilibrio ancora lungo e faticoso, che dovrà essere verificato anche e soprattutto nella sua effettività, e nel concreto rispetto che a queste regole presteranno gli uffici requirenti e giudicanti. Ma non solo, perché tutti gli attori dell’informazione giudiziaria dovrebbero impegnarsi in questa forma di “responsabilità condivisa”: un modello di shared responsibility che accomuna magistrati, avvocati, giornalisti, impegnandoli a promuovere una “ecologia dell’informazione” che restituisca centralità ai valori della persona e alla sua dignità. È un problema culturale, una grande sfida del nostro tempo, che interpella una fondamentale scelta di campo, tra i valori della civiltà del diritto o, all’opposto, i dis-valori di una forma di pseudo-giustizia medievale e tribale. Salvare le leadership o cambiare, il bivio delle correnti Anm di Errico Novi Il Dubbio, 23 giugno 2026 L’inedito successo elettorale è interpretato, da alcuni gruppi delle toghe, come il placet a confermare i “capi storici”. Altri invocano un Csm nuovo. Cosa c’è dietro. È un conflitto di coscienza, quello che attraversa la magistratura. Una tensione fra due modi opposti di reagire alla vittoria del referendum. Da una parte l’istinto dell’autoriforma, di un’autodisciplina spontanea, di un self-restraint politico e ordinamentale. Dall’altra, il sollievo per lo scampato pericolo: il Sì alla legge Nordio avrebbe disintegrato le correnti per come le conosciamo, e ora i gruppi associativi - soprattutto i due più forti anche sul piano elettorale, “Area” e “Mi” - vorrebbero assaporare il gusto della ritrovata libertà, e mettere in campo alcuni dei loro leader “storici”, da Eugenio Albamonte a Salvatore Casciaro. È il dilemma che chiude una stagione e ne apre una nuova. Dal voto sulle carriere separate, la magistratura associata ha ottenuto una legittimazione sostanzialmente irreversibile: il No a una modifica costituzionale che prevedeva anche il sorteggio rende improponibile, per molti anni a venire, quell’ipotesi, cioè l’estrazione a sorte dei togati. Pensare a quel tipo di radicale rimedio per stroncare il correntismo è ormai insensato: bisogna avere rispetto per il voto dei cittadini, persino se si è convinti, come nel caso di chi scrive, che quei cittadini siano stati condizionati da una visione distorta della funzione giudiziaria. Al limite bisognerà lavorare affinché quella visione distorta cambi, e ci vorranno parecchi anni. Ma non è questo il punto e non è il momento di parlarne. Il punto è che, come sempre, i tornanti decisivi della politica - e per la politica giudiziaria la vittoria del No è stato eccome un tornante decisivo - schiudono nuove prospettive, cambiano l’orizzonte. La magistratura ha capito, in modo più o meno diffuso e condiviso, che non poteva interpretare la vittoria come una licenza di spadroneggiare, di “prendersi tutto”. Non poteva perché altrimenti la politica avrebbe finalmente reagito, avrebbe trovato l’unità che in Parlamento, sulla riforma costituzionale, era mancata. E un segnale decisivo in questo senso è arrivato dal partito, il Pd, che più di ogni altro ha guidato, a livello politico, il fronte del No: basta rileggersi l’intervento firmato lo scorso 29 aprile sul Sole-24 Ore da Andrea Orlando e Debora Serracchiani. “Sbaglierebbe la magistratura se vedesse nel risultato referendario una automatica rilegittimazione del suo ruolo”, scrissero l’ex guardasigilli e l’attuale responsabile Giustizia dem. Ecco perché, poche settimane dopo aver “vinto le elezioni” - fatto inedito per le magistrature dell’era moderna, e neanche nella democrazia ateniese, forse, era mai accaduto che il popolo tributasse un plebiscito ai giudici -, il Csm, cioè il “governo” delle toghe, ha fatto una mossa decisiva: ha adottato regole sulle comunicazione che obbligano tutti i magistrati, nei procedimenti penali, a essere prudenti, rispettosi della presunzione d’innocenza e della reputazione di chi venga dichiarato innocente. Una scelta dal valore politico. Lo ha notato, fra gli altri, una giornalista giudiziaria di spessore come Conchita Sannino che, nel commentare negativamente - com’era scontato per il suo quotidiano, la Repubblica - le linee guida del Csm, ha parlato di “tema fatalmente più sensibile per politici, amministratori e colletti bianchi finiti nel mirino delle indagini”. Certo, è così: il Csm ha lanciato un messaggio agli altri poteri, al legislativo e all’esecutivo, e in pratica ha detto: decidiamo spontaneamente di essere rispettosi di quell’equilibrio fra i poteri dello Stato che l’attuale maggioranza avrebbe voluto risistemare con la separazione delle carriere e il sorteggio; abbiamo vinto ma riconosciamo che l’obiettivo era sensato, seppure i mezzi, cioè il divorzio giudici-pm e l’estrazione a sorte dei togati appunto, fossero sbagliati. O a voler essere meno ottimisti, il messaggio comunque è: non preoccupatevi, non abuseremo dell’inedito consenso elettorale ottenuto con il referendum. Benissimo. Ora però per le correnti si pone un nuovo dilemma, scaturito dal tornante della storia di cui sopra: oltre a essere più rispettosi della politica, soprattutto nelle indagini penali, sarà il caso di essere anche un po’ meno “oligarchici” nel governo della magistratura, cioè al Csm? Ed è qui che la linea si divide nelle due direzioni in conflitto fra loro ed evocate all’inizio. Da una parte chi è consapevole della necessità di una svolta, e si attrezza per spingere al prossimo Consiglio superiore candidati magistrati autonomi delle correnti, come Giovanni Battista Nardecchia e Roberta Amadeo, di cui ha scritto per prima Simona Musco su queste pagine. Dall’altra, nello stesso associazionismo giudiziario, c’è chi ragiona diversamente e pensa: che c’è di male se i capi delle correnti si ricandidano, se si preservano le gerarchie storiche, consolidate, della magistratura associata? Perché non si dovrebbe interpretare la vittoria del No al referendum come il diritto a non sgretolare il sistema politico interno alla magistratura? Non esiste una risposta univoca, sul piano della scienza politica. Non è una questione morale, anche se da queste pagine abbiamo ironizzato sul paradossale effetto provocato dagli elettori del No, e cioè il rafforzamento delle oligarchie nella magistratura. Al di là dei paradossi, che pure ci sono, è inutile aggrapparsi al moralismo. Non ha senso, e oltretutto la retorica dell’uno vale uno, dei limiti di mandato, tanto cara ai 5 Stelle per esempio, non è mai sembrata entusiasmante, e anzi può essere considerata deleteria. Il problema è in un equilibrio sottile quanto di semplice enunciazione: i posti, nel parlamento/governo della magistratura, il plenum del Csm, sono pochi, sono 20. Assai meno delle centinaia di seggi disponibili alla Camera e al Senato per i partiti. E per giunta, quei 20 posti sono divisi per categorie: ai magistrati giudicanti, per dire, ne spettano solo 13, da dividere fra tutti e 26 i distretti giudiziari italiani. Davvero esigui, considerate le aspirazioni al ricambio che, nella magistratura, spingono dal basso. Ecco il punto: il problema è interno alla magistratura. Riguarda la credibilità del suo assetto politico-amministrativo. Un eccessivo peso dei leader storici può mortificare le nuove leve. Tarparne le ali. Ne scaturirebbero tensioni che, dalla sfera politico-associativa, potrebbero estendersi ai rapporti con la politica, con il rischio di compromettere anche quel progressivo chiarimento, fra la magistratura e gli altri poteri, di cui il paese ha bisogno. Dall’esterno, dal di fuori dell’Anm, si deve assistere a questa dinamica solo da spettatori. Ma se la magistratura ha compreso, a vari livelli, di detenere un peso specifico notevole nei meccanismi che assicurano la salute della democrazia, non può far finta di nulla: deve porsi il problema. E portare fino a destinazione quell’inversione sollecitata dal trionfo nelle urne. La nuova era dei processi invisibili. Così si spegne la cronaca giudiziaria di Caterina Malavenda Corriere della Sera, 23 giugno 2026 “La Squadra Mobile, su delega della locale Dda, ha eseguito un’ordinanza di custodia cautelare in carcere, nei confronti di tre soggetti indagati per i reati di cui agli articoli 629 comma 1 e 2 e 416 bis.1 c.p”. È il singolare comunicato stampa, inviato ad alcune redazioni lo scorso 12 giugno, perché venisse diffuso, non dice nulla ma bisognerà abituarsi. È il primo frutto avvelenato delle linee guida, appena approvate dal Csm per “una corretta comunicazione istituzionale” in tema di giustizia e processi, per garantire “la protezione reputazionale” degli indagati, azionando il grimaldello della presunzione di innocenza. E quale migliore protezione dell’anonimato, anche quando l’indagine è delicata e i reati assai gravi? È vero, sulla carta nomi e fatti possono essere inseriti nel comunicato iniziale, ma il procuratore che si azzardasse a farlo, diffondendoli “nell’ecosistema digitale”, dovrà seguire l’iter processuale e distribuire, fino alla chiusura le indagini preliminari d’ufficio e poi su richiesta dell’interessato fino a sentenza definitiva, nuovi comunicati di aggiornamento progressivo, in modo tempestivo, visibile e simmetrico, se la notizia iniziale, come è quasi inevitabile che accada, “muti contenuto e significato”. Ce n’è abbastanza per indurre la sola fonte istituzionale al corrente delle indagini, quindi la più qualificata, a parlare genericamente di “soggetti arrestati”, mettendo in fila i reati contestati e nulla più. Il secondo frutto avvelenato di quelle linee guida è l’ulteriore stretta all’accesso dei giornalisti agli atti giudiziari, previa rituale richiesta, è consentito sulla carta, è vero, ma perché rischiare un procedimento disciplinare se poi si consegna quello sbagliato? Meglio un rifiuto garbato che le richiami ed azzeri pericoli e responsabilità. È questo solo l’ultimo passo dell’offensiva, intrapresa da tempo e da più parti contro la cronaca giudiziaria, senza veri ostacoli, perché nessuno la ama, indagati, avvocati e persone offese, per ragioni diverse ma convergenti la detestano, salvo che giovi ai loro interessi. E si ha un bel dire che parlare dei processi serve a far sapere al popolo italiano come la giustizia viene amministrata in suo nome, ad evitare soprusi e segnalare errori, specie durante le indagini preliminari, il cui il pm la fa un po’ da padrone. È molto peggio l’inevitabile sovraesposizione mediatica, quella che non si cancella, anche se va a finire bene, perché diciamolo la morbosità oramai dilaga, acuita dalla attenzione spasmodica, riservata alle inchieste più stuzzicanti, analizzate e vivisezionate, spesso facendo strame di indagati, vittime e familiari. C’è stato un tempo in cui la cronaca giudiziaria era il fiore all’occhiello di quotidiani e periodici, gestita da penne illustri e aderente ai fatti, poi se ne è abusato ed è scattata la reazione, si sono serrate le fila per tappare le falle, da cui le notizie continuano a filtrare. Ma tenere a bada i giornalisti non è semplice, seguitano a ricevere e pubblicare intercettazioni e ordinanze cautelari, nonostante i giusti richiami al rispetto delle persone e i meno giusti bavagli, accompagnati dalla minaccia che fa più paura, l’aumento esponenziale delle sanzioni economiche. Ed ecco allora capitano davvero a proposito queste linee guida, che tacitano soprattutto le procure, oltre che fastidiosi protagonismi di qualche pm, ma scoraggiano anche la diffusione di notizie sulle indagini, bloccandole alla fonte. Certo, si dirà, rimangono sempre gli avvocati che, per amor di verità o attirati dalle luci della ribalta, non lesinano informazioni e carte, utili al loro assistito o al proprio ego. Il codice deontologico ne regola i rapporti con i media e consente loro di parlare con il consenso del cliente, ma solo nel suo interesse, senza enfatizzare le proprie capacità a scapito del collega avversario. Abbastanza per indurre i più a sottrarsi, ma troppo poco per tacitare quelli che, invece, scalpitano per un passaggio in tv o una citazione sui giornali, quindi bisogna tenerli d’occhio, quali che siano le ragioni che li ispirano, a volte nobili, rimangono pur sempre una fonte. Ma è in corso l’iter per riformare l’ordinamento forense, sta per essere approvata la delega al governo ed allora quale occasione migliore per impegnarlo, quando si passerà ai decreti attuativi, “a valutare l’opportunità di studiare iniziative tese al monitoraggio relativo ai cosiddetti “processi mediatici”? La formula è vaga, chi debba farlo e come non è chiaro, ma il messaggio già oggi lo è eccome. Così imbrigliati i canali ufficiali, avere notizie attendibili sarà sempre più difficile: al cronista non rimarrà che continuare a pietire informazioni e atti sottobanco, chiedendoli a parti interessate più al proprio tornaconto processuale che alla verità o finalmente tacere e al diavolo il popolo italiano. Garlasco e Rimini, le overdose di farmaci di due donne: ci sia un limite alla curiosità di Maurizio Patriciello Avvenire, 23 giugno 2026 Il ricovero in ospedale della mamma di Andrea Sempio e della nuora di Pierina Paganelli ci ricorda che dietro l’attenzione morbosa del pubblico ci sono persone schiacciate dal dramma. Un esame di coscienza sarebbe bene che lo facessimo tutti. Due donne, in questi ultimi giorni, hanno tentato il suicidio ingerendo una overdose di farmaci. Non sono dive dello spettacolo, non cantanti famose, non ricche signore dell’alta società, cui piace essere riconosciute. Eppure, non possono muovere un passo in una qualsiasi località italiana, e forse estera, senza essere additate. Da mesi e mesi, infatti, i loro volti vengono fotografati e filmati, anche di nascosto, per giornali e televisioni, finendo poi nel grande calderone dei social. Le storie che le vedono implicate hanno affascinato prima e rischiano di tediare, poi, milioni di spettatori. Una è Daniela Ferrari, la mamma di Andrea Sempio, ad oggi indagato per l’omicidio di Chiara Poggi, per il quale fu condannato l’ex fidanzato, Alberto Stasi. Sono passati 19 anni da quel 13 agosto del 2007. L’altra, invece, è Emanuela Bianchi, nuora di Pierina Paganelli, la pensionata uccisa nel 2023 a Rimini. Ogni giorno, a ogni ora del giorno e della notte, i due casi vengono riproposti all’attenzione del pubblico dividendolo in colpevolisti e innocentisti. Il pubblico ha diritto a conoscere la verità; procure, forze dell’ordine, periti, giornalisti d’inchiesta hanno il diritto e il dovere di indagare alla ricerca della verità. Mettere in carcere un innocente è disumano. Ma a tutto c’è un limite. Le famiglie di cui parliamo vengono prese d’assalto. Genitori e parenti degli indagati vengono seguiti fin sul posto di lavoro. Ognuno è alla ricerca di un indizio, una parola, un gesto per poterci ricamare un articolo, una puntata televisiva. Pochi si pongono il problema: ma come stanno vivendo queste persone il dramma che li schiaccia? Il colpevole, sapendo di essere colpevole, come farebbe a sopportare il peso di una condanna di un innocente? Come potrebbe convivere con la sua usurpata libertà? E l’innocente? Come sta affrontando questa paradossale situazione? Provo a mettermi nei suoi panni. Un incubo. Quanta rabbia, quanta amarezza, deve ingoiare? Avrà la forza psicologica di reggere a una gogna mediatica che non gli lascia il tempo di tirare un respiro in santa pace? Anche se libero vive da precluso: niente mare, niente pizzeria, niente discoteca. E il pubblico? Perché non si ribella? Un conto è essere informati sullo stato delle cose, su come procedono le indagini, altra cosa è assistere a quella scena patetica di giornalisti che rincorrono persone che hanno fatto capire chiaramente di voler essere lasciate in pace. Nessuno di noi, per quanto esperto, sa dire come andarono le cose. Le simpatie e le antipatie personali per tizio o caio lasciano il tempo che trovano. Gettare davanti a milioni di italiani gli aspetti più intimi della vittima, del condannato, degli indagati, che nulla hanno a che fare col processo, proprio non va. Chiara è morta, i genitori e il fratello, però, sono vivi. La signora Paganelli è morta, i figli sono vivi. E soffrono. L’intimità tra Chiara e Alberto non riguarda nessuno. È da tenere custodita in un sacrario. Le fantasie sessuali di Andrea Sempio, o di quelle di migliaia di italiani, riguardano solamente loro. Denudare senza pudore e gettare in pasto a un pubblico sempre più famelico le mille scoperte che si vanno facendo è deplorevole. Sempio è innocente fino a prova contraria. Lasciamo agli inquirenti fare il loro lavoro. Limitiamo, per quanto possibile, lo straripare di notizie piccanti che nulla aggiungono alla ricerca della verità. Le persone hanno diritto ad essere rispettate nella loro dignità. Sono esse a decidere se accettare o meno un’intervista. La mamma di Sempio e la nuora della signora Paganelli hanno ingerito farmaci in grande quantità. La gogna mediatica fa più danni di quanto possiamo credere. Volevano uccidersi? Nessuno ha il diritto di giudicare o lanciare diagnosi su un aspetto così tragico e personale. Andiamo prendendo coscienza che più si inneggia al diritto alla privacy più questo diritto diventa evanescente fino a scomparire. Siamo alla serpe che si morde la coda. Al pubblico viene offerto in continuazione la possibilità di aggiornarsi su queste vicende. Aggiornamenti che, a dire il vero, tali non sono, rimestando e riproponendo notizie già date, filmati già visti, interviste già sentite. Il pubblico, però, a sua volta, incita le varie trasmissioni a insistere su quella data notizia. Gli indici di ascolto parlano chiaro. Quando il pubblico boccia una trasmissione, quest’ultima, prima o poi, scompare dagli schermi. Io vorrei chiedere scusa a tutte le persone coinvolte in queste tragedie immani e laceranti. Vi stiamo rendendo la vita impossibile. Perdonateci. Il paradosso del diritto penale del lavoro: più si alzano le pene, meno cresce la sicurezza di Cristiano Cupelli Il Foglio, 23 giugno 2026 Facendo più prevenzione si protegge meglio: la vera tutela è quella che impedisce l’infortunio, non quella che lo processa a cose fatte, sublimando in chiave accusatoria la logica del senno di poi. Il diritto penale del lavoro vive da tempo un paradosso: più si alzano le pene, meno cresce la sicurezza. I numeri sono eloquenti: nel 2025 l’Inail ha registrato 1.093 denunce di infortunio mortale, quasi tre al giorno; una cifra che decenni di politiche di inasprimento sanzionatorio non hanno scalfito. La diagnosi è consequenziale: si punisce molto e si previene poco e la sola minaccia di pena finisce per alimentare una sterile cultura solo formale della sicurezza, fondata su un’elefantiasi di onerosi obblighi documentali non sempre utili a evitare infortuni e responsabilità. Occorre muovere da questa consapevolezza per cogliere portata e senso della proposta di riforma presentata lo scorso 12 maggio dalla Commissione di studio presieduta dal viceministro della Giustizia Sisto, il cui nucleo centrale non risiede nel consueto ritocco verso l’alto delle cornici edittali (pur previsto verso chi nulla predispone), ma in un più impegnativo obiettivo: sdoganare l’adempimento premiante e lanciare il messaggio virtuoso che investire in prevenzione conviene. Il punto di svolta è segnato dal nuovo articolo 590-septies del codice penale, per il quale il datore di lavoro che abbia adottato e attuato un modello organizzativo adeguato (art. 30 del testo unico) risponde di omicidio e lesioni colpose soltanto per colpa grave. Chi si limita al minimo risponde per intero; chi trasforma la sicurezza da mero onere burocratico in virtuosa scelta organizzativa, documentata e verificabile, ottiene un trattamento più mite. Si badi: il beneficio resta agganciato a indici esterni e controllabili, dalle buone prassi validate all’asseverazione: conta l’efficace attuazione, non la sola esistenza cartolare del modello organizzativo. La soglia della gravità della colpa evapora se il datore ha violato obblighi fondamentali, dalla valutazione dei rischi alla formazione, fino ai dispositivi di protezione: in tal caso, la colpa è sempre e comunque grave. Nella stessa prospettiva si colloca l’intervento sulla figura del responsabile del servizio di prevenzione e protezione, elevato da collaboratore a garante a titolo originario e assoggettato a sanzioni proprie (nuovo art. 58-bis), alla stregua del medico competente: non un trasferimento di responsabilità, ma il rimedio all’incoerenza di addossare al datore valutazioni specialistiche che non può sindacare; la nuova esposizione è bilanciata da poteri effettivi (autonomia operativa, risorse dedicate, organico minimo) secondo il canone, sperimentato già in tema di delega di funzioni, per cui la responsabilità segue il potere solo quando è reale. Resta l’ambizione, culturale prima che tecnica, di un cambio di paradigma: chiedere al diritto penale di orientare le condotte premiando chi, adempiendo, previene, trasformando un modello organizzativo ben funzionante in un limite all’imputazione, nello sforzo di ancorare le responsabilità apicali a una colpa effettiva. Con un chiarimento essenziale: nessun arretramento nella tutela delle vittime, semmai il contrario. Non v’è dubbio che prevenendo di più, senza indugiare in automatismi verticistici, si protegge meglio: la vera tutela è quella che impedisce l’infortunio, non quella che lo processa a cose fatte, sublimando in chiave accusatoria la logica del senno di poi. Certo, è un’impostazione che stride con il mantra del vittimismo e con la diffusa retorica che confonde la giustizia con il giustizialismo della quantità di pena e saluta come una resa ogni riforma che non innalza i limiti edittali; ma è un passo coraggioso verso una giustizia meno cieca, che non aggiunga alla sofferenza dell’infortunio l’afflizione di un processo senza colpa. L’ergastolo a ottant’anni e il processo che sopravvive agli imputati di Adriano Sofri Il Foglio, 23 giugno 2026 Scrivo del processo per il rapimento di Vittorio Vallarino Gancia e la sparatoria alla Cascina Spiotta in cui morirono l’appuntato dei carabinieri Giovanni D’alfonso e la militante brigatista Mara Cagol, e fu gravemente ferito un tenente dei carabinieri. Successe il 5 giugno del 1975, più di 51 anni fa. Il figlio dell’appuntato D’alfonso, Bruno, aveva ottenuto cinque anni fa la riapertura dell’inchiesta, e l’identificazione di Lauro Azzolini come il brigatista che si trovava sul posto e riuscì a fuggire. Azzolini, 83 anni, ha confermato nel processo la sua presenza e il suo ruolo nello scontro a fuoco. Con lui sono stati incriminati i cosiddetti capi storici delle Br, Renato Curcio e Mario Moretti, benché fosse provata la loro assenza dal luogo, come mandanti dell’omicidio. Che inoltre è stato perseguito come premeditato, benché avvenuto in circostanze imprevedibili e impreviste da ambedue le parti. (In Italia, a differenza che in altri paesi, la prescrizione è esclusa per i reati che prevedano la pena dell’ergastolo). L’accusa ha concluso la sua requisitoria nella Corte d’assise di Alessandria, due settimane fa, chiedendo la condanna a 21 anni per Azzolini, riconoscendogli le attenuanti, e all’ergastolo per Curcio e Moretti; quest’ultimo è tuttora detenuto in semilibertà. Questa la sommaria premessa. La prescrizione, quando c’è, è motivata essenzialmente dalla convinzione che una distanza temporale molto ampia dal reato riduca l’interesse generale al suo perseguimento e rischi di far perseguire persone fortemente mutate, e oltretutto riduca le possibilità della difesa. Motivazioni pienamente accertate in questo caso. Ma non è di questo che voglio dire, e altri lo sapranno discutere molto meglio di me. (Bisogna aggiungere che, salvo che la corte non voglia eccedere spasmodicamente umanità e buon senso, le condanne eventuali dovrebbero prevedere la cosiddetta continuazione, ed essere assorbite dalle lunghissime pene già scontate, com’è fin d’ora sicuro per Azzolini). Voglio dire che non riesco a credere che gli stessi accusatori non avvertano l’aspetto irreale e grottesco della causa che si trovano a sostenere. L’ho argomentato molte volte, senza il minimo successo, come avviene a chi segnali qualcosa di troppo evidente per essere vista. Cioè il rapporto fra l’antichità di leggi e pene e la ultramodernità delle vite, e precisamente della loro lunghezza, la longevità. Una pena di 30 anni ha un effetto ben diverso in un tempo in cui la durata media della vita è di 50 anni o in uno in cui sia salita a 83 anni. La condanna all’ergastolo (“ostativo”, magari) di un ventenne oggi può significare settant’anni e più di galera. Al capo opposto, Curcio ha 85 anni - ne ha scontati 25, e ha già superato la sua aspettativa di vita (anch’io la mia, siamo postumi). Moretti 80 - ne ha scontati 43. Uno ha già largamente superato la durata dei maschi italiani, l’altro vi si avvicina: l’ergastolo vorrebbe dire per Curcio, pur coi più sentiti auguri, una pena di fatto piuttosto breve, e appena meno breve per Moretti. Curcio, scarcerato nel 1998 - e già allora avendo trascorso lunghi anni con un pieno distacco dalla militanza armata - ha avuto già 28 anni in cui agire in libertà in un modo socialmente apprezzabilissimo, dunque con piena soddisfazione del proposito espresso dall’art. 27 della Costituzione quanto alla “rieducazione” del condannato. Dunque la sola ipotesi teorica di un suo ritorno in galera suona come una beffa al senso e alla lettera della Costituzione. Argomento che vale per Moretti, nonostante le irresistibili opinioni che ne fanno un agente segreto, manipolatore, “proxy”, di se stesso - un po’ come la guerra per delega dell’ucraina. Quello che ho detto non fa che rafforzare “demograficamente” l’argomento moralmente invincibile dell’abolizione dell’ergastolo, che viceversa il nostro tempo vuole rincarato, come ogni castigo - come le eccezioni a oltranza alla prescrizione. Surreale dunque, la conclusione richiesta del processo di Alessandria, salvo che approdi a una tragicommedia. Ciò che è già avvenuto, peraltro, con la scelta della pubblica accusa di ignorare la morte di Mara Cagol, che sembra a me come a chi abbia letto senza pregiudizio e con un po’ di attenzione le carte disponibili, l’omicidio di una persona ormai inerme e arresa. (Ieri è morto a Torino un magistrato giusto e leale, Elvio Fassone. Nel 2015, per Sellerio, pubblicò “Fine pena: ora”, la storia di un giovane che aveva condannato all’ergastolo, per condurre poi con lui una corrispondenza durata decenni, dalla quale uscirono ambedue cambiati). “Chiara volontà di impedire di far ricadere le responsabilità sui carabinieri” di Giovanni M. Jacobazzi Il Riformista, 23 giugno 2026 Caso Cucchi, le motivazioni della Cassazione. “Finalmente, nonostante le tante difficoltà, si è chiusa una delle pagine più brutte della storia plurisecolare dell’Arma. A tutela del prestigio e dell’integrità dell’istituzione, mi auguro adesso che il ministro della Difesa Guido Crosetto e il comandante generale Salvatore Luongo procedano con tempestività all’adozione delle previste misure disciplinari”, afferma Luca Marco Comellini, presidente del Partito per la Tutela dei Diritti dei Militari e delle Forze di Polizia (Pdm), costituitosi parte civile nel dibattimento. “Non credo che sarà sufficiente la sospensione dal servizio di qualche settimana: questi militari, che hanno fatto mirabili carriere, hanno tradito la fiducia degli italiani. Non può quindi esserci alcun spazio per loro dopo essersi macchiati di tali efferate condotte”, aggiunge Comellini, ricordando che già all’indomani della sentenza di primo grado lo stesso Comando generale dell’Arma aveva definito i comportamenti accertati “lontani dai valori e dai principi dell’Arma”. “Come Pdm vigileremo e siamo già pronti con un’istanza di accesso civico per acquisire la documentazione sullo stato dei procedimenti disciplinari, segnalando qualora fosse necessario alla Procura della Repubblica competente ogni eventuale inerzia che dovesse emergere”, puntualizza Comellini. Diciassette anni dopo la morte di Stefano Cucchi, la Cassazione ha dunque messo la parola fine anche al processo sul depistaggio seguito al violento pestaggio del geometra romano, arrestato il 15 ottobre 2009 e morto una settimana dopo, il 22 ottobre, all’ospedale Sandro Pertini di Roma. Con la sentenza depositata la scorsa settimana, la Quinta Sezione penale della Suprema Corte, presieduta da Luca Pistorelli, relatore Carlo Renoldi, ha confermato l’impianto accusatorio già accolto nei precedenti gradi di giudizio nei confronti degli appartenenti all’Arma dei Carabinieri, accusati di avere alterato o contribuito ad alterare la ricostruzione ufficiale delle condizioni fisiche di Cucchi. Al centro della vicenda ci sono Alessandro Casarsa, all’epoca colonnello e comandante del Gruppo Carabinieri Roma; Francesco Cavallo, tenente colonnello addetto allo stesso comando; Luciano Soligo, maggiore e comandante della Compagnia Roma Montesacro; Francesco Di Sano, carabiniere scelto in servizio alla stazione di Tor Sapienza; Lorenzo Sabatino, allora colonnello e comandante del Reparto operativo di Roma; e Luca De Cianni. La Cassazione ha rigettato i ricorsi di Casarsa, Cavallo, Soligo, Di Sano e De Cianni. Diversa la posizione di Sabatino, per il quale è stata annullata senza rinvio la sentenza, ritenendo che il fatto contestato non costituisse reato. Il processo, come detto, non riguardava il pestaggio subito da Cucchi nella notte tra il 15 e il 16 ottobre 2009 all’interno della Compagnia Casilina. Quel capitolo aveva già portato all’accertamento delle responsabilità di altri militari dell’Arma, condannati in via definitiva e attualmente reclusi nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. L’oggetto di questo procedimento era invece ciò che sarebbe accaduto dopo. Come hanno ricostruito i giudici, nei giorni successivi alla morte del giovane furono modificate due annotazioni di servizio redatte dai carabinieri che lo avevano avuto in custodia nella stazione di Tor Sapienza. Nelle versioni originarie comparivano riferimenti a dolori al costato, difficoltà a camminare, forti mal di testa, tremori e altre manifestazioni fisiche che avrebbero potuto suggerire l’esistenza di lesioni precedenti all’ingresso in carcere. Quelle annotazioni vennero successivamente riscritte. I riferimenti più significativi alle condizioni fisiche di Cucchi furono attenuati o addirittura eliminati. Alcuni malesseri vennero attribuiti al freddo, alla magrezza, alla tossicodipendenza, persino alle condizioni della branda. Secondo l’accusa, condivisa dai giudici di merito e sostanzialmente confermata dalla Cassazione, l’obiettivo era evitare che emergessero elementi in grado di indirizzare le indagini verso possibili responsabilità interne all’Arma. La sentenza ricostruisce anche il contesto di quei giorni. Nell’ottobre 2009 il caso Cucchi stava assumendo una crescente rilevanza mediatica, mentre l’Arma era già sotto pressione per la contemporanea vicenda che riguardava i porno ricatti all’allora governatore del Lazio Piero Marrazzo da parte, questa volta, di quattro carabinieri della Compagnia Trionfale. Per i giudici, proprio in quella fase si sviluppò l’attività che portò alla predisposizione delle seconde versioni delle annotazioni. Uno dei due militari coinvolti, Gianluca Colicchio, si sarebbe rifiutato di modificare spontaneamente il contenuto della propria relazione. Francesco Di Sano avrebbe invece sottoscritto una nuova versione del documento dopo interlocuzioni con i superiori. Per anni quelle alterazioni contribuirono a rendere più difficile l’accertamento della verità. Le indagini seguirono infatti piste poi rivelatesi infondate. La svolta avvenne solo con le dichiarazioni del carabiniere Francesco Tedesco e di altri colleghi che decisero di rompere il muro di omertà. Como. Detenuto si toglie la vita nella sua cella di Paola Pioppi Il Giorno, 23 giugno 2026 Lo ha trovato un compagno di cella, quando per lui non c’era più niente da fare. L’uomo, un detenuto italiano di 48 anni, si era impiccato alle sbarre della finestra, approfittando di un momento in cui era rimasto da solo, all’interno di una sezione a regime aperto, ha deciso di togliersi la vita. Subito è stato chiesto aiuto, gli agenti di polizia penitenziaria hanno cercato di prestare aiuto, e in pochi minuti è intervenuto anche il personale sanitario del carcere, ma l’uomo era ormai senza vita. Trasferito a Como da un altro istituto penitenziario, pare che in passato avesse già tentato un gesto simile. Il magistrato di turno della Procura di Como ha disposto l’autopsia, che è stata svolta ieri, per confermare la dinamica di quando accaduto e stabilire la causa della morte, come riportato nel quesito posto al consulente. Una tragedia che torna a puntare l’attenzione su quanto più volte denunciato dalla Camera Penale di Como e Lecco, che periodicamente fa visita all’interno delle sezioni della casa circondariale comasca, per monitorare le condizioni di detenzione e le carenze strutturali che incidono negativamente sulla qualità della vita in carcere. A Como, uno dei problemi cronici è il sovraffollamento, con un numero di detenuti doppio rispetto alla capienza. L’ultima ricognizione della Camera Penale, parlava di 3 suicidi e una media di una trentina di tentativi in un anno al Bassone. Firenze. Detenuto 37enne trovato morto in cella di Antonia Casini La Nazione, 23 giugno 2026 Il decesso avvenuto per arresto cardio respiratorio, ma non si conoscono ancora le cause. Ieri sarebbe dovuto essere a processo per un fatto che era accaduto quando era detenuto a Pisa: minacce e diffamazione. Ma, nel frattempo, il 37enne di origine romene, è deceduto nel carcere di Sollicciano. L’uomo, residente a Livorno, è stato trovato morto nella sua cella ad aprile scorso. Era a Firenze da agosto del 2025, ma in precedenza era stato detenuto anche a Pisa. Secondo una prima ricostruzione effettuata dai sanitari del 118 intervenuti subito dopo la segnalazione, ha avuto un arresto cardio respiratorio. Sconosciute però le cause. Che cosa ha provocato l’arresto? Forse ha inciso la vita condotta, ha passato molto tempo ristretto con tutte le conseguenze sanitarie che questo comporta. Ma il pubblico ministero, vista la sua giovane età, ha disposto l’autopsia che comprende gli esami tossicologici, accertamenti Il 37enne sarebbe dovuto comparire ieri mattina in tribunale a Pisa perché aveva in corso un procedimento, difeso dall’avvocato Roberto Nocent. Era accusato dei reati 595 (diffamazione) e 612 (minaccia). Quando si trovava nella casa circondariale Don Bosco di Pisa, infatti, avrebbe offeso la reputazione di un compagno di cella, diffondendo fra i detenuti la notizia falsa che quell’uomo aveva presunte malattie trasmissibili. Inoltre, lo avrebbe minacciato dicendogli che lo avrebbe ucciso, se non se ne fosse andato, o nel caso in cui avesse chiamato la sorveglianza, la polizia penitenziaria. Tutte accuse che si sono estinte con la morte dell’imputato comunicata ieri al giudice. La sua difesa attende ora i risultati dell’esame autoptico. Modena. Decimo decesso in carcere in 18 mesi, avvocati penalisti invocano percorsi di supporto modenatoday.it, 23 giugno 2026 La Camera Penale di Modena alza di nuovo la voce dopo il decesso del 30enne al Sant’Anna, chiedendo più personale e supporto psicologico per fermare la strage. La tragedia che si è consumata la mattina del 19 giugno all’interno della casa circondariale di Modena, costata la vita a un detenuto marocchino 30enne, ha sollevato la dura e immediata reazione della Camera Penale Carl’Alberto Perroux. Di fronte a una notizia ormai tristemente nota alla comunità, i legali modenesi hanno diffuso una nota intitolata “La tragedia continua”, in cui esprimono tutto il loro sgomento. “È successo ancora”, denunciano i penalisti, sottolineando la drammaticità di una spirale che sembra non avere fine. Il direttivo ribadisce infatti che “ancora una volta (l’ennesima), la nostra Associazione interviene su un evento tragico verificatosi all’interno delle mura della casa circondariale della nostra città, a distanza di soltanto poco più di un mese dal suicidio che è stato registrato nel medesimo contesto penitenziario il 12 maggio”. Mentre gli accertamenti per chiarire l’esatta dinamica dei fatti proseguono il loro corso, gli avvocati mettono in luce i contorni di un’emergenza strutturale. Dall’inizio del 2025 si contano infatti oltre 100 decessi in Italia, e oltre dieci vittime registrate nel solo istituto modenese. Per l’Osservatorio Carcere ed Informazione Giudiziaria “non può tacersi che trattasi di un episodio che si accumula ad un numero di decessi intramurari, la cui quantità ha raggiunto una soglia inaccettabile, se si considera la portata sempre più estesa di tale fenomeno che (da ormai troppo tempo) si sta abbattendo cruentemente sul nostro paese”. Davanti a questi numeri impietosi, l’associazione forense chiede di passare rapidamente all’azione, rimarcando la “necessità impellente di avviare percorsi assistenziali e di supporto che siano in grado di fornire l’apporto terapeutico ed il sostegno pedagogico occorrenti a chi risulta ristretto, anche mediante rinforzi di professionalità umane in grado di scongiurare il protrarsi di fatti nefasti dello stesso tipo di quelli accaduti presso la casa circondariale di Modena”. Il faro resta puntato sulle cause del recente decesso, in attesa di confermare l’ipotesi di un nuovo suicidio, ma la categoria è pronta a mobilitarsi. Il comunicato si chiude infatti con un preciso impegno per il futuro, annunciando che la Camera Penale di Modena “si riserva sin da ora di valutare (di concerto con tutti gli attori istituzionali del caso), se e quali iniziative assumere a livello locale, nell’ottica di supportare azioni che agevolino l’adozione di politiche legislative che assicurino l’effettività del principio rieducativo della pena e la salvaguardia della vita delle persone detenute ed internate”. Modena. Detenuto morto in carcere, il Pd all’attacco: “Pesa sulla coscienza del Governo” lapressa.it, 23 giugno 2026 La tragedia di un detenuto al centro dell’affondo politico della responsabile legalità della Federazione del Partito Democratico di Modena Rossella Caci e dei parlamentari modenesi Enza Rando, Stefano Vaccari e Maria Cecilia Guerra. “La notizia dell’ennesima morte, un sospetto suicidio, avvenuta all’interno del carcere Sant’Anna di Modena impone una riflessione che non può più essere rinviata. Di fronte a una tragedia che si ripete con una frequenza ormai intollerabile, non bastano più il cordoglio e le dichiarazioni di circostanza: vanno segnalate responsabilità politiche evidenti e la pressante necessità di interventi immediati. Solo pochi giorni fa abbiamo effettuato un sopralluogo all’interno della struttura, incontrando personale penitenziario, operatori e persone detenute. Quella visita ci aveva restituito il quadro di una realtà profondamente compromessa: sovraffollamento cronico, carenza di organici, condizioni strutturali inadeguate, insufficienza degli educatori, difficoltà crescenti nella gestione quotidiana della popolazione detenuta. Un contesto che avevamo definito insostenibile e che oggi, alla luce dell’ennesima perdita di una vita umana, appare ancora più drammatico”. Così la responsabile legalità della Federazione del Partito Democratico di Modena Rossella Caci e i parlamentari modenesi Enza Rando, Stefano Vaccari e Maria Cecilia dopo la notizia, purtroppo l’ultima di una lunga serie, relativa alla morte di un detenuto probabilmente per cause volontarie. “Quanto accaduto - proseguono parlamentari e referenti del Partito Democratico - non può essere considerato un fatto isolato, ma il sintomo di una crisi sistemica che riguarda il Sant’Anna e, più in generale, il sistema penitenziario italiano. Quando una persona muore in carcere a poche settimane dal termine della pena, lo Stato è chiamato a interrogarsi sul proprio operato e sulle proprie responsabilità. Da mesi denunciamo condizioni incompatibili con la funzione costituzionale della pena. Il sovraffollamento continua ad aumentare, gli istituti penitenziari operano in costante emergenza, il personale è lasciato solo ad affrontare situazioni sempre più complesse e le risorse destinate alla salute mentale e all’assistenza risultano largamente insufficienti. Nonostante i ripetuti allarmi provenienti dai territori, dalle associazioni, dai garanti dei detenuti e dagli stessi operatori, il Governo continua a voltarsi dall’altra parte”. “Non si tratta più soltanto di inefficienza o ritardi amministrativi, ma della pressoché totale assenza di risposte concrete di fronte a una situazione nota e denunciata da tempo, che chiama direttamente in causa la responsabilità dell’esecutivo. Ogni morte che avviene in un contesto di emergenza permanente rappresenta il fallimento di uno Stato che avrebbe il dovere di garantire sicurezza, dignità e tutela della vita. Il Sant’Anna continua a essere escluso dagli interventi strutturali di cui avrebbe urgente bisogno, mentre il Governo preferisce alimentare una propaganda securitaria che nulla ha a che vedere con la soluzione dei problemi reali delle carceri italiane. La sicurezza non si costruisce nell’abbandono, né attraverso il semplice aumento delle misure repressive, ma garantendo condizioni dignitose di detenzione, assistenza sanitaria adeguata, supporto psicologico, percorsi di formazione e reinserimento sociale. Di fronte a questa nuova tragedia chiediamo che il Governo abbandoni finalmente l’inerzia che ha caratterizzato la sua azione fino a oggi. Continuare a ignorare quanto accade dietro le mura degli istituti penitenziari significa assumersi la responsabilità politica di una vera e propria strage silenziosa che continua a consumarsi nelle carceri del nostro Paese. Il tempo delle promesse è finito. Servono interventi immediati per il Sant’Anna e per l’intero sistema penitenziario nazionale, prima che altre vite vengano spezzate nell’indifferenza generale” - chiudono Caci, Rando, Vaccari e Guerra. Brescia. Carceri al collasso, l’emergenza estate aggrava il sovraffollamento a Canton Mombello bresciatomorrow.it, 23 giugno 2026 L’arrivo dell’estate rende ancora più complessa la vita all’interno del carcere di Canton Mombello, una struttura che da tempo deve fare i conti con un grave problema di sovraffollamento. Attualmente l’istituto ospita 374 detenuti a fronte di una capienza regolamentare di 182 posti, una situazione che incide pesantemente sulle condizioni di permanenza e sulla gestione quotidiana della struttura. A preoccupare non è soltanto il numero elevato di persone recluse, ma anche il caldo che caratterizza i mesi estivi. In alcune celle convivono fino a quindici detenuti e le temperature possono raggiungere livelli particolarmente elevati. In questi spazi ristretti, trascorrere molte ore sulla branda rappresenta spesso l’unica possibilità per affrontare le giornate più afose. Secondo Arianna Carminati, garante dei detenuti per il Comune di Brescia, durante l’estate si registra un’ulteriore criticità legata alla diminuzione delle attività educative e trattamentali. La riduzione degli impegni quotidiani costringe infatti i detenuti a trascorrere più tempo nelle celle, una condizione che, unita al caldo intenso, può favorire l’insorgere di tensioni e conflitti tra le persone ristrette. Per cercare di alleviare il disagio, quest’anno sono stati inseriti diversi ventilatori tra i prodotti acquistabili attraverso il cosiddetto “spesino” interno. Il costo si aggira intorno ai 23 euro per apparecchio. Inoltre, grazie ad alcune donazioni, sono state installate pale e ventilatori anche nei corridoi dell’istituto. Già l’anno scorso erano stati distribuiti numerosi dispositivi, anche se alcuni di quelli restituiti presentavano danneggiamenti che dovranno essere approfonditi. Resta tuttavia aperta la questione delle temperature effettivamente registrate nelle celle, un tema che richiama l’attenzione sulle condizioni degli istituti penitenziari italiani. Il dibattito è tornato particolarmente attuale dopo quanto avvenuto nel carcere di Sollicciano, dove una parte della struttura è stata posta sotto sequestro a causa delle criticità riscontrate. Bolzano. La protesta dei detenuti in via Dante: “La carne fornita per il pasto è avariata” Corriere dell’Alto Adige, 23 giugno 2026 Il direttore della casa circondariale di via Dante, Giovangiuseppe Monti, parla di una protesta “rumorosa ma pacifica” da parte dei detenuti. Detenuti che, ieri, all’interno della struttura, hanno espresso il proprio malcontento per quello che ufficialmente viene definito un “disservizio” della ditta esterna che fornisce i pasti. In particolare, la protesta è nata in seguito a una diversità di vedute per quel he riguarda la fornitura di carne: secondo un detenuto che lavora all’interno della casa circondariale come cuoco, avrebbe potuto essere usata per preparare il pranzo, secondo altri no, in quanto sarebbe stata ormai avariata. Ad ogni modo, la protesta è rientrata senza degenerare in episodi di violenza. Roma. Avviato a Rebibbia progetto formazione detenuti in cybersicurezza today.it, 23 giugno 2026 Come da Protocollo d’intesa sottoscritto nel 2024 dalla Cyber Security Foundation con il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria e la Camera penale di Roma ha preso il via, nella casa circondariale di Rebibbia, il percorso formativo della durata complessiva di 200 ore che consentirà ai partecipanti di conseguire una certificazione internazionale di cyber security spendibile nel mondo del lavoro. L’iniziativa ha visto la Cyber Security Foundation donare 15 computer e mettere a disposizione le proprie competenze per promuovere la cultura cibernetica, le conoscenze digitali e l’introduzione alle professionalità informatiche negli istituti penitenziari. “L’educazione è l’arma più potente che si possa usare per cambiare il mondo”. Le parole di Nelson Mandela assumono oggi un significato ancora più profondo mentre inauguriamo questo percorso di formazione presso l’istituto romano di Rebibbia - ha detto il presidente della Cyber Security Foundation, Marco Gabriele Proietti. Crediamo che la conoscenza rappresenti non solo uno strumento di crescita professionale, ma soprattutto un’opportunità di riscatto personale e di inclusione sociale. In un mondo sempre più digitale, l’accesso alle competenze tecnologiche e alla cultura della sicurezza informatica può aprire nuove prospettive, restituendo fiducia, dignità e possibilità concrete per il futuro”. La certificazione che richiede l’esame organizzato con il test center ‘Person value’ è la Fcf (Fortinet Certified Professional in Network Security), mentre tutti i partecipanti riceveranno, a valle di un on-line self-placed test anche la Fortinet Certified Foundation e la Fortinet Certified Associate. “Portare la formazione in un istituto penitenziario significa investire nella persona, nella sua capacità di cambiamento e nel valore del reinserimento sociale- ha sottolineato ancora Proietti- Ringrazio tutti coloro che hanno reso possibile questa iniziativa e rivolgo ai partecipanti il mio incoraggiamento più sincero: ogni competenza acquisita, ogni traguardo raggiunto, sarà un passo verso nuove opportunità e verso un futuro da protagonisti del cambiamento”. “E’ con grande piacere che ho partecipato all’inaugurazione del corso sulla cybersicurezza nel carcere di Rebibbia. Una convenzione voluta dal presidente Proietti e dalla Camera penale di Roma di cui all’epoca ero presidente- ha aggiunto Gaetano Scalise- che permette ai detenuti di intraprendere un percorso che li porterà poi a introdursi nel mondo del lavoro”. Roma. Raccontare il carcere senza cancellare le persone fuoriluogo.it, 23 giugno 2026 A Roma un incontro promosso da Cgil e Collettiva sul ruolo dell’informazione penitenziaria, tra diritti, deontologia e responsabilità del giornalismo. Il carcere è spesso raccontato soltanto quando esplode un’emergenza: un suicidio, una protesta, un’aggressione, una fuga. Più raramente l’informazione riesce a restituire la quotidianità della detenzione, le condizioni di vita delle persone recluse, il lavoro degli operatori e le esperienze di comunicazione nate dentro gli istituti penitenziari. A questi temi è dedicato “Comunicare il carcere e dal carcere. Informazione, diritti e responsabilità del giornalismo”, l’incontro in programma venerdì 26 giugno 2026, dalle 10 alle 14, nella Sala Di Vittorio della sede nazionale della Cgil, in corso d’Italia 25 a Roma. Promossa dalla Cgil e da Collettiva, l’iniziativa metterà a confronto giornalisti, scrittori, autori, garanti e protagonisti delle esperienze editoriali sviluppate dentro e attorno al carcere. Dopo i saluti di Guido D’Ubaldo, presidente dell’Ordine dei giornalisti del Lazio, Stefano Milani, direttore di Collettiva, e Daniela Barbaresi, segretaria nazionale della Cgil, interverranno, tra gli altri, Stefano Anastasia, Garante dei detenuti del Lazio, Roberta Barbi, Sandro Bonvissuto, Maria Cristina Bordin, Claudio Bottan, Daniela de Robert e Giuseppe Mennella. Al centro del confronto sarà la responsabilità di chi racconta la detenzione: la scelta delle parole, il rispetto della dignità delle persone, il rischio di alimentare stereotipi e allarmismi e la necessità di dare spazio anche alle voci che provengono dall’interno delle carceri. L’incontro, moderato dalla giornalista di Collettiva Patrizia Pallara, è riconosciuto dall’Ordine dei giornalisti del Lazio e attribuisce sei crediti deontologici alle giornaliste e ai giornalisti partecipanti. Le iscrizioni si effettuano attraverso la piattaforma formazione giornalisti. Bologna. “Trovate la speranza o voi che entrate. Il carcere tra pena e possibilità” culturabologna.it, 23 giugno 2026 Presentazione del libro di Fabrizio Pomes. Martedì 23 giugno Fabrizio Pomes presenta “Trovate la speranza o voi che entrate. Il carcere tra pena e possibilità” (Pendragon). Intervengono Alessandro Bergonzoni, Antonella Cortese, Fabian Nji Lang, Luca Sebastiani. Il carcere è uno dei luoghi più rimossi dallo spazio pubblico, raccontato quasi sempre per slogan, paura o emergenza, e molto più raramente nella sua realtà concreta. Eppure ciò che accade dietro le mura non riguarda soltanto chi vi è rinchiuso: riguarda tutti, perché chiama in causa l’idea di giustizia, di pena, di responsabilità e, soprattutto, la possibilità stessa del cambiamento. Questo libro nasce dall’esperienza diretta della detenzione e accompagna il lettore dentro un mondo complesso, segnato da sovraffollamento, carenze strutturali, solitudini profonde e fragilità quotidiane, ma anche attraversato da percorsi reali di lavoro, studio, cultura, fede e volontariato. Ne emerge un racconto che non assolve e non accusa, ma osserva, interroga, restituisce spessore umano a una realtà spesso troppo semplificata. Ad arricchire queste pagine ci sono anche numerose testimonianze di operatori, politici e volontari, voci diverse ma accomunate dal confronto diretto con il problema del carcere, delle sue contraddizioni e delle sue possibilità. Il loro contributo amplia lo sguardo e mostra quanto la questione penitenziaria non sia marginale, ma profondamente intrecciata alla qualità civile di un Paese. 23 giugno 2026, ore 19.00 - Parco della Montagnola, via Irnerio, 2/3 Bologna. Spoleto (Pg). Il Cesp-Rete delle scuole ristrette l’8-9 luglio al Festival dei due mondi di Anna Grazia Stammati* tecnicadellascuola.it, 23 giugno 2026 La Giornata nazionale del Mondo che non c’è si inserisce nel Festival dei Due Mondi di Spoleto, con una forte valenza simbolica, perché dà voce a un “mondo terzo” (il carcere) che si posiziona tra i “due mondi” del Festival, in un collegamento ideale e culturale che mette in comunicazione il dentro e il fuori, la realtà chiusa dell’istituto penitenziario e lo spazio aperto della società civile, dell’arte, della cultura e della formazione. Il Mondo che non c’è, il nostro “mondo terzo” - idealmente gemellato anche con il Salone Internazionale del Libro di Torino - è lo spazio dell’incontro, il luogo dove la barriera e il muro di cinta si trasformano in un confine permeabile, il territorio franco della cultura, della scuola ristretta, del teatro e della lettura che mira a rimettere l’istruzione, il libro e le arti espressive al centro del riscatto sociale, superando la sola dimensione punitiva della detenzione. “Lo scaffale di Caino: uno sguardo oltre le sbarre” (titolo di questa XI edizione della Gionata nazionale del mondo che non c’è), non vuole essere però, un lusso intellettuale. I libri e l’istruzione sono, infatti, armi di dignità risarcitoria e difendere l’istruzione e la cultura in carcere significa difendere la Costituzione italiana e l’articolo 27. Proprio per ottimizzare i lavori di un’edizione che si presenta ricca di spunti e per valorizzare i singoli contributi, il seminario è stato suddiviso in due macro-aree tematiche speculari e complementari. Mercoledì 8 luglio, dalle ore 10.00 alle ore 14.00, presso la Biblioteca Comunale “Giosuè Carducci” (Palazzo Mauri), di Spoleto, il seminario si aprirà con una riflessione sulla drammatica situazione delle carceri; giovedì 9 luglio, invece, dalle ore 10.00 - alle ore 14.00, sempre presso la Biblioteca Comunale “Giosuè Carducci” (Palazzo Mauri), il focus sarà spostato sull’operatività progettuale. La prima giornata sarà dedicata a un’analisi critica e istituzionale della realtà penitenziaria attuale. L’obiettivo è tracciare un quadro chiaro delle criticità sistemiche e di come la cultura possa configurarsi quale strumento concreto di dignità e riscatto, attivando quel dialogo proprio del nostro “mondo terzo”. Dopo l’introduzione, a cura della Presidente CESP Anna Grazia Stammati (il coordinamento dei lavori sarà affidato a Luisa Marquardt, Università Roma Tre) e i saluti dei rappresentanti della Regione Umbria, della Direzione del Festival e della Casa di reclusione di Maiano-Spoleto, si aprirà la Tavola Rotonda degli Esperti (ore 11.00 - 13.00). In questa sessione gli interventi dei relatori si concentreranno sulle tutele dei diritti, sulla storicizzazione del legame tra scuola, università e penitenziari e sul ruolo centrale della magistratura di sorveglianza nell’esecuzione penale. A seguire ci sarà la Voce della Rete e dei Territori (Ore 13.00 - 14.00), primo spazio di ascolto transregionale (Piemonte, Liguria, Toscana, Umbria, Lazio, Sicilia) con le testimonianze dirette dei docenti della Rete delle scuole ristrette, ex-detenuti e attori della Compagnia #SIneNOmine (se autorizzati). La giornata si concluderà “sul campo”, con la partecipazione all’Evento Serale (Ore 21.00), presso la Casa di reclusione di Maiano-Spoleto, per assistere alla replica dello spettacolo teatrale “Innominabile 27 - Il gioco senza fine” messo in scena dalla Compagnia #SIneNOmine guidata dal Direttore artistico Giorgio Flamini. Nella seconda giornata, sempre presso la Biblioteca Comunale “Giosuè Carducci” l’attenzione si sposterà sulla presentazione dello stato dell’arte del progetto “Biblioteche innovative in carcere” a livello territoriale, traducendo la visione del “mondo terzo” in modelli di rete regionali. Al centro del dibattito vi sarà il monitoraggio e il consolidamento del progetto, analizzando i percorsi avviati nei diversi territori coinvolti secondo una precisa cronologia di sviluppo. Sarà presentato il Modello Umbria (avviato nella X Giornata del Mondo che non c’è-luglio 2025) e delegati e funzionari umbri illustreranno i risultati e il consolidamento della rete organizzativa locale a un anno dall’avvio ufficiale avvenuto nella scorsa edizione del seminario. Sarà poi la volta dei nuovi Percorsi di Toscana e Lazio (avvio Salone del Libro di Torino, maggio 2026). I referenti della Direzione Cultura e dei Servizi Bibliotecari delle Regioni Toscana e Lazio si confronteranno sulle prime fasi di attuazione delle intese nate nel recente contesto torinese. L’obiettivo condiviso di questa sessione sarà la definizione di linee guida comuni per strutturare stabili sinergie interne ed esterne agli istituti di pena delle tre regioni partner. Dalle ore 13.00 alle ore 14.00 lo spazio finale darà voce alla Rete e ai corsisti del progetto biblioteche per una sintesi delle “buone pratiche” da estendere a livello nazionale. *Presidente CESP Monza. La musica oltre le sbarre. Arriva anche la rapper di Dario Crippa Il Giorno, 23 giugno 2026 L’artista sarda Fishball ha incontrato i detenuti per parlare di libertà e dischi. Prima di lei in via Sanquirico erano andati Fedez, Emis Killa, Lazza e Jake La Furia. “Free For Music” non si ferma. Il progetto per portare la musica in carcere offrendo ai detenuti la possibilità di suonare e incidere i propri lavori, dopo il primo cd prodotto un paio di mesi fa, prosegue. E dopo le tante visite di musicisti affermati come Fedez, Emis Killa, Lazza e Jake La Furia, questa volta a varcare le porte della casa circondariale di via Sanquirico è stata la rapper sarda Fishball. Ospite dell’incontro con i detenuti per il progetto promosso e finanziato da Orange Record, dopo la pubblicazione di “Free For Music Vol. 1”. Fishball ne ha approfittato per parlare di “libertà come possibilità di vivere senza aderire a modelli imposti e di scegliere per sé”. In un contesto in cui il reinserimento continua a restare troppo spesso un’illusione: in un sistema penitenziario che al 30 aprile 2026 contava 64.436 detenuti a fronte di 46.318 posti realmente disponibili (oltre 700 a Monza per 411 posti), i numeri continuano a mostrare che “lavoro, formazione e percorsi seri possono cambiare davvero le prospettive di chi è in carcere, facendo crollare la recidiva fino al 2%”. La presenza di Fishball ha assunto inoltre un significato particolare anche per il ruolo che l’artista occupa all’interno della scena rap italiana, “un contesto prevalentemente maschile”. L’incontro si è articolato in due momenti distinti: una prima parte aperta a tutti i detenuti, dedicata al dialogo e al confronto con l’artista, e una seconda riservata ai partecipanti che hanno aderito al progetto Free For Music, attualmente impegnati nella scrittura e realizzazione di nuovi brani. Fishball ha ascoltato con grande attenzione i ragazzi, rispondendo alle loro domande e seguendo anche le loro esibizioni, “dalle quali è rimasta molto colpita, così come dalla qualità del confronto emerso”. Con l’incontro con Fishball, il progetto fa così un nuovo passo a un cammino di sensibilizzazione e reinserimento “che non si è fermato alla pubblicazione del primo disco, ma continua a creare spazi di ascolto e dialogo”. Come sempre, la realizzazione dell’iniziativa è stata possibile grazie alla collaborazione delle istituzioni e al lavoro dei funzionari giuridico-pedagogici (Mariana Saccone, Elena Balia e Laura Fumagalli, insieme a Direzione, educatori e polizia penitenziaria. Prato. Dogaia, che spettacolo. Fra musica e parole grazie a Metropopolare La Nazione, 23 giugno 2026 Musica, parole, percorsi virtuosi. È stato bello l’incontro spettacolo alla Dogaia organizzato ormai da anni all’inizio della Prato Estate dal Teatro Metropopolare, con le canzoni proposte da La Chute Dischi, la poesia, con i versi del poeta Mahmoud Darwish, portati in scena dagli attori detenuti del laboratorio teatrale condotto all’interno del carcere dalla compagnia guidata da Livia Gionfrida. “Una delle esperienze più belle che abbia mai fatto - commenta. Un’occasione preziosa di relazione, condivisione e cultura, capace ancora una volta di aprire uno spazio di incontro tra il dentro e il fuori. Grazie al collettivo La Chute, agli attori detenuti, al pubblico e a tutte le persone che hanno reso possibile questa serata”. Un ringraziamento speciale di Teatro Metropopolare va ai detenuti attori, a tutto lo staff della casa circondariale, alla direzione, all’ufficio attività, alla polizia penitenziaria “e a chi ogni giorno accompagna e sostiene questo nostro percorso”. L’impegno di Metropopolare per le iniziative culturali legate alla Dogaia ricomincerà a settembre anche con la rassegna La farmacia delle parole, nell’ambito del cartellone del Politeama, con il contributo della Fondazione Cassa di Risparmio, della Regione e con il sostegno del ministero della cultura. Livia Gionfrida incontrerà voci della cultura contemporanea per esplorare il valore della parola come atto di cura, consapevolezza e cambiamento. Ogni appuntamento si svolgerà in due momenti: la mattina all’interno del carcere, la sera al Ridotto del Politeama, aperto al pubblico. Primo incontro il 27 settembre con Lino Musella. Morto Elvio Fassone, il giudice che per trent’anni scrisse al detenuto che condannò all’ergastolo di Floriana Rullo Corriere della Sera, 23 giugno 2026 Torinese, aveva 88 anni. Il libro “Fine pena: ora” contiene tutte le lettere scritte a un detenuto che lui stesso aveva condannato all’ergastolo. “Caro presidente”. “Caro Salvatore”. Per oltre 26 anni Elvio Fassone, giudice torinese, si è scambiato migliaia di lettere con un detenuto che lui stesso aveva condannato all’ergastolo al termine di un maxiprocesso alla mafia catanese iniziato nel 1985. Salvatore era finito in carcere nell’83 all’età di 33 anni, ma aveva conosciuto la galera già a 27 anni e aveva sulle spalle 15 omicidi. Elvio Fassone è morto a 88 anni. Giudice, anche componente del Csm, e senatore della Repubblica per due legislature, era nato a Torino il 4 marzo 1938. Si era laureato in Giurisprudenza all’università del capoluogo. Era molto legato a Pinerolo, dove aveva ricoperto l’incarico di pretore prima del trasferimento alla presidenza della Corte d’assise di Torino. Proprio da Pinerolo partì la sua corsa a Palazzo Madama, dove approdò nel 1996 per rimanere dieci anni. Ma a renderlo celebre anche quelle lettere, custodite tutte nel libro “Fine pena: ora” edito da Sellerio. “Caro presidente”. “Caro Salvatore”: le lettere iniziano tutte così. Tranne una, quella in cui Salvatore racconta di aver tentato il suicidio. “L’altra settimana ne ho combinata una delle mie. Mi sono impiccato. Mi scusi”. E ancora nelle lettere si leggono racconti di una vita che trascorre lenta, in carcere. “Presidente, se io nascevo dove è nato suo figlio adesso era lui nella gabbia e io caso mai avvocato e forse anche bravo” dice il detenuto. Un libro che per il giudice era diventato una sorta di riflessione potente sulla pena, la dignità e la possibilità di cambiamento. Fassone non ha mai messo in discussione la giustizia della condanna, ma ha sempre difeso l’idea che nessun uomo possa essere ridotto definitivamente al proprio reato. Accanto alla toga, anche l’impegno politico: fu senatore della Repubblica per due legislature, eletto nel collegio di Pinerolo, portando in Parlamento le sue battaglie su giustizia e diritti. “Ha rappresentato una pagina importante per Pinerolo e il Pinerolese; per la semplice ragione che Elvio è sempre stato un punto di riferimento: politico, culturale e sociale - dicono gli appartenenti al Pd di Pinerolo -. E non solo nel campo della sinistra democratica. Certo, è stato un qualificato magistrato, ha ricoperto per due mandati l’incarico di senatore, ma, soprattutto, era conosciuto e stimato per la sua grande, oggettiva e indubbia autorevolezza. Morale, innanzitutto, ma anche politica e culturale. E nel Pinerolese, il suo territorio, non ha mai disdegnato il confronto, il dialogo e la sua naturale propensione ad approfondire i problemi, le questioni e i temi che di volta in volta si affacciavano e che emergevano dalla società. In ultimo, ma non per ordine di importanza, con Elvio Fassone perdiamo una persona che ha contribuito, con il suo lavoro e con la sua azione pubblica, a rafforzare la qualità della nostra democrazia e a impegnarsi per far vivere ogni giorno i valori e i principi contenuti nella nostra Carta costituzionale”. Addio a Elvio Fassone, dalle lettere al suo condannato al diritto alla speranza di Raffaella Calandra Il Sole 24 Ore, 23 giugno 2026 Morto a 88 anni il magistrato di Pinerolo. Per 26 anni scrisse all’imputato mandato all’ergastolo. Caro Salvatore, caro Presidente. Si scrivono per 26 anni il giudice e il “suo” condannato. E ora che Elvio Fassone - 88 anni, magistrato, già componente del Csm e per due legislature senatore - non c’è più, quella corrispondenza resta la sua principale eredità. Insieme alla “folle” idea di una giustizia che si preoccupa di incontrare l’uomo, dopo aver esaminato il reato. Da presidente della Corte d’Assise nella Torino del 1985, Elvio Fassone è chiamato ad occuparsi dei tanti, gravi reati commessi da Salvatore, ventenne boss catanese, imputato in un maxi processo. Alla fine lo condannerà all’ergastolo. Ma è allora che - chiusi i codici, applicata la legge - inizia un’altra storia. Con la prima lettera che il giudice manda, insieme ad un libro, al detenuto. Comincia allora un dialogo all’apparenza impossibile, andato avanti più di ogni epistolario anche tra amanti, come ebbe a dire lui stesso. Diventò un libro nel 2015, “Fine Pena, ora”, per i caratteri di Sellerio: un libro che resta ancora oggi, sedici anni dopo la sua pubblicazione, uno dei più vibranti racconti non solo e non tanto sul carcere e le sue drammatiche condizioni; non tanto e non solo sulla vita di Salvatore e degli altri come lui, privati della libertà e della speranza prima che la Corte costituzionale si pronunciasse sull’ ergastolo ostativo; ma quella corrispondenza resta ancora oggi uno dei più autentici interrogativi su una giustizia che non si considera soddisfatta solo con la pur necessaria sentenza - anche severa, di condanna - ma si preoccupa di comprendere e conoscere l’umanità. Una giustizia e un giudice che non si sente minacciato da una vicinanza, che vada al di là delle leggi e dei codici rigorosamente applicati, ma anzi rafforzata. “Presidente, se io nascevo dove è nato suo figlio adesso era lui nella gabbia e io caso mai avvocato e forse anche bravo”, gli dirà Salvatore con parole sfacciate. Che fanno breccia però nel magistrato. Nel racconto per cinque capitoli, dall’alba alla notte, l’ergastolano descrive al giudice minuziosamente la sua giornata dietro le sbarre. Una sola, come una vita intera, nel ripetersi della stessa aria ferma. Salvatore racconterà al Presidente il suo percorso, faticoso, doloroso, le sue nuove cadute. La perdita delle illusioni. E proverà ad un certo punto anche a togliersi la vita, come moltissimi detenuti fanno ogni anno, soprattutto in questo periodo dell’anno, durante le settimane di caldo torrido e di riduzione di ogni iniziativa. Poi per questo drammatico tentativo l’ex ventenne, diventato uomo dietro le sbarre, chiederà scusa al suo giudice divenuto “amico di penna”. Attraverso questa esperienza straordinaria e la sua scelta di condividerla pubblicamente, Fassone ha contribuito come pochi al dibattito sull’efficacia effettiva della pena e sul “diritto alla speranza” cancellato dall’ergastolo. Salvatore direbbe: “lasci stare, ce lo detto che sono maledetto”. E invece no. Anche dopo aver lasciato la toga, Fassone ha continuato a riflettere sulla detenzione, la pena e il ruolo centrale del trascorrere del tempo, che - come scrisse la Corte costituzionale - “può comportare trasformazioni rilevanti, sia della personalità del detenuto, sia del contesto esterno al carcere” (Corte cost., sent. n. 253 / 2019). Una prospettiva di movimento cancellata del tutto dal fine pena “mai”. “Quel “mai” - scrisse Fassone - significa la fine della speranza, e la speranza è necessaria per vivere, è coessenziale all’esistenza. Non si può realmente vivere senza progettare qualche realizzazione e senza proporsi qualche obiettivo che ci aiuti nella nostra ricerca di senso, e questo è reso impraticabile dal fatto che il tempo carcerario non può essere riempito da nulla che non sia il suo passare, mentre il tempo post-carcerario, cui ci si aggrappa nell’attesa che il primo abbia una fine, è annullato da quell’avverbio”. A quell’avverbio - mai - Fassone per tutta la vita ha contrapposto il suo “Fine pena: ora”. Come capita di ripetere a sempre più magistrati, operatori penitenziari, avvocati che arrivano alla stessa conclusione quando conoscono meglio e dall’interno il carcere, le sue effettive condizioni e le sue storture, al di là delle alte indicazioni costituzionali. “Ha dedicato la sua vita intera alla giustizia, alla responsabilità, a tutte le possibilità di dialogo”, scrive ora la Sellerio che a proposito del libro “Fine pena: ora” ricorda come abbia “dato voce a una storia che continua a interrogare tutti noi, la distanza tra legge, diritto e coscienza”. Chissà oggi cosa vorrebbe scrivere Salvatore, di cui abbiamo perso le tracce, nell’ultima lettera al suo giudice. Fine vita, 11 malati (8 contro e 3 a favore) davanti ai giudici. La seduta senza precedenti della Corte costituzionale di Marco Ascione Corriere della Sera, 23 giugno 2026 Pazienti con patologie irreversibili e opinioni differenti. Oggi l’udienza. Bisogna immaginarseli lì, allineati in presenza o video collegati da casa, con le loro ferite, seduti sulle carrozzine e tutto ciò che occorre per restare in vita, con i segni del dolore che raschia dentro, ma anche della fierezza. Ognuno con il proprio carico di patologie irreversibili o di sofferenze intollerabili, che in molti casi li hanno resi immobili, capaci di parlare solo attraverso sintetizzatori vocali, eppure ognuno determinato nella propria dottrina, animato da una speranza oltre ogni disperazione: che sia quella di restare comunque su questa terra, senza avere una porta di servizio dalla quale uscire quando proprio non si sopporta più, oppure di andarsene secondo la propria volontà. Quando e se si decide: a occhi aperti. Undici malati, di mali terminali o incurabili, che hanno depositato proprie memorie e che attraverso i legali si scambieranno davanti ai giudici della Corte costituzionale le loro repliche. Otto malati contro e tre a favore del suicidio assistito. I giudici li hanno ammessi: è la prima volta che accade. Ancora la Consulta, mentre la politica pare infilare la legge nel cassetto più in basso, è chiamata a pronunciarsi. L’udienza è fissata per oggi: si tratterà di intervenire nuovamente sul concetto di “sostegno vitale”, che proprio in base a una storica sentenza della medesima Corte, è uno dei requisiti per poter chiedere il suicidio assistito. Gli altri sono che il malato sia affetto da patologia irreversibile, che questa condizione sia fonte di intollerabili sofferenze fisiche o psicologiche e che la persona sia capace di prendere decisioni libere e consapevoli. I giudici hanno già allargato, per un principio di uguaglianza, il perimetro del sostegno vitale, non limitandolo più al solo utilizzo di macchinari senza i quali il paziente morirebbe, ma estendendolo anche ad altri trattamenti salvavita. È stata però una sentenza interpretativa, che ha lasciato un ampio margine di discrezione. Ora ciò che si chiede (l’eccezione è stata sollevata dal Tribunale di Bologna) è se sia costituzionale questo requisito. Cioè se non sia discriminante chiederlo, dati già gli altri presupposti. Sempre oggi la Corte costituzionale dovrà decidere sulla legge sarda sul suicidio assistito alla quale il governo si è opposto. A condurre la Consulta fino a qui sono state le battaglie dell’associazione Luca Coscioni, dell’avvocato Filomena Gallo e di Marco Cappato che sempre si è messo in gioco con la sua stessa persona: in 17 in Italia hanno già ottenuto legalmente l’accesso al suicidio assistito grazie alla prima storica sentenza del 2019. Chi sono i malati che ora si oppongono? “Tutti e otto - spiegano gli avvocati Mario Esposito e Carmelo Leotta, che li rappresentano - sono persone affette da patologia irreversibile, capaci di volontà libera e autonoma; quanto al requisito della sofferenza fisica e psicologica, con il supporto delle persone a loro vicine e dei sanitari, hanno saputo fino a oggi resistere sempre nei momenti di maggior sofferenza fisica e psicologica che si sono presentati e hanno sempre conservato la volontà di vivere”. Ma, viene spiegato, vogliono evitare di avere la tentazione di poter chiedere di morire, se la legge gli consentisse di farlo con maglie ancora più larghe. Come dire che non si fidano della loro “semplice” capacità di resistenza. Questo quindi è lo scenario. Resta da chiedersi come possano il Parlamento e l’attuale maggioranza preferire lo stallo, considerato che, come noto, neppure i vescovi italiani si oppongono a un intervento sul fine vita che tenga conto anche dei criteri della Consulta. Mentre attorno proliferano le leggi regionali. La domanda è: un provvedimento che abolisse il divorzio renderebbe le famiglie più unite? Tradotto: chiudere gli occhi davanti al fine vita od ostacolarlo senza definirlo, tenendo conto di tutte le diverse istanze e dei complicati equilibri etici, può davvero impedire a questo bisogno di farsi strada? Servirebbe una legge quindi, proprio per stabilire, per esempio, che non esiste un diritto al suicidio, perché mai in tali termini la Corte costituzionale l’ha codificato. E anzi, per prima cosa, andrebbero potenziate o attuate le cure palliative in tutta Italia: più o meno in ogni sentenza la Consulta lo ricorda al legislatore. La Società italiana di cure palliative ha voluto specificare in questi giorni che la sua azione non si può in alcun modo confondere con il suicidio medicalmente assistito: “Si tratta di due risposte diverse a due domande diverse entrambe meritevoli di rispetto, ma non sovrapponibili sul piano clinico, etico e organizzativo. La distinzione è rilevante anche per i cittadini. Significa evitare che il fine vita venga raccontato attraverso categorie semplificate o contrapposizioni ideologiche. Significa soprattutto chiarire che una persona malata deve poter accedere a informazioni comprensibili, cure adeguate, ascolto competente e percorsi assistenziali capaci di rispettarne la volontà”. Ma soprattutto, si ricorda, “il diritto alle cure palliative deve essere effettivo, non soltanto dichiarato: una scelta può essere davvero libera solo se la persona conosce le alternative disponibili e se queste alternative sono concretamente accessibili”. Per l’ennesima volta la Corte costituzionale deciderà. Qualcuno lo considererà un punto a favore o contro. Ma, soprattutto, ancora sarà chiesto al Parlamento di fare un passo. Avanti e non di lato. Suprematisti, nichilisti, neonazisti: chi sono i ragazzini che fanno paura di Francesco Grignetti La Stampa, 23 giugno 2026 La fondazione Icsa ha appena presentato un libro (“Forme del terrore”) che è un salto nel cuore nero di una generazione. Minorenni arrabbiati con il mondo, fragili psicologicamente, soli. Sono le prede di un terrorismo suprematista e xenofobo che avanza. L’Italia si sta americanizzando sempre più e questa nuova frontiera del terrorismo è ormai materia di studio. La fondazione Icsa ha appena presentato un libro (“Forme del terrore”) che è un salto nel cuore nero di una generazione. Ma questa è solo una delle forme di terrorismo censite: c’è sempre in agguato l’islamismo militante, innescato ora dalla catastrofe palestinese, come gli anarco-insurrezionalisti che combattono lo Stato e soprattutto le tecnologie sempre più invasive. La novità più sconvolgente, però, è l’arrivo anche in Italia di certo nichilismo estremo violento. “Non si può non notare un preoccupante ampliamento dell’offerta terroristica ed eversiva, specchio di una deriva sociale caratterizzata da un inasprimento della dialettica politica e soprattutto da una progressiva normalizzazione della violenza”, scrivono Giancarlo Capaldo, ex procuratore aggiunto di Roma, e Carlo De Stefano, ex prefetto a capo dell’Antiterrorismo. È collegabile a questa area del nichilismo estremo, ad esempio, lo studente che accoltella il professore. Oppure quello che inneggia alla “jihad bianca”. Spiegano gli autori dello studio: “L’eversione di destra sta mostrando una capacità paradossale di coniugare la padronanza delle più moderne competenze digitali con un’ideologia arcaica incentrata su neonazismo, suprematismo, maschilismo, islamofobia, antisemitismo, misoginia, omofobia e transfobia”. È in tutta evidenza un mix tossico. E non basta. “In questo arsenale ideologico, nel corso degli anni recenti, l’ultradestra globale ha incorporato contenuti, come ad esempio il satanismo, che i neofascisti tradizionali avrebbero considerato quantomeno eretici”. Nel contesto del nichilismo estremo violento, tutto è possibile. Nulla è vietato. Si è normalizzata la violenza come se non ci fosse più alcuna barriera tra vita reale e videogiochi. Sostiene Elettra Santori, coordinatrice del libro: “Se da un lato l’islamismo violento è riuscito a intercettare la frustrazione dei migranti offrendo una cornice ideologico-religiosa alla crisi identitaria e di senso delle seconde e terze generazioni, dall’altro l’estremismo di destra ha fornito simmetricamente un’analoga piattaforma in cui convogliare la rabbia sociale degli autoctoni, i quali, ugualmente colpiti dalla crisi economica e di prospettive dell’Occidente, vi hanno trovato uno sbocco per il proprio “risentimento bianco”. Gli scritti di un ideologo neonazista come James Mason offrono agli esclusi la possibilità di diventare eroi compiendo azioni terroristiche solitarie”. Gli viene proposto un obiettivo chiaro: scatenare la guerra razziale e accelerare così il collasso della società multiculturale. Avviene negli Stati Uniti. È avvenuto in Nuova Zelanda. C’è qualcuno che vagheggia lo stesso percorso in Italia. Il punto di approdo finale di certo suprematismo è la cosiddetta “sharia bianca”, dove le donne verrebbero sottomesse dagli uomini in Occidente al pari di quello che accade nei Paesi islamici più retrivi. Anche in Italia cominciano a emergere casi di nazi-jihadismo. Nell’aprile scorso è stato arrestato un diciannovenne, animatore di una rete Telegram dove neonazismo, antisemitismo e razzismo si fondevano con richiami al jihadismo. Il risultato era un mix allucinante in cui convivevano svastiche e bandiere dell’Isis, elogi ad Hamas, esaltazione di stragisti suprematisti e derive sataniste. Pochi giorni fa c’è stato un altro caso di “white jihad”, protagonista un minorenne arrestato dalla Digos di Verona per detenzione di materiale con finalità di terrorismo. Esistono comunità digitali come “The Com”, “764” e “No Lives Matter” portatrici di un nichilismo assoluto, dove la violenza è fine a sé stessa. Su “764” accade che giovanissimi con problemi psicologici siano stati incitati a commettere atti di autolesionismo davanti alla telecamera, e perfino suicidio, o sparatorie di massa Migranti. No ai visti d’ingresso agli studenti iraniani. Arriva la condanna di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 23 giugno 2026 Il Ministero degli Affari Esteri ha discriminato gli studenti iraniani ammessi nelle università italiane. Lo ha stabilito il Tribunale di Torino con la sentenza depositata venerdì scorso, che accerta “il carattere discriminatorio della condotta tenuta dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale” per avere chiuso senza preavviso, dopo appena otto giorni di apertura, il sistema di prenotazione degli appuntamenti necessari a chiedere il visto per motivi di studio. Una scelta che ha reso impossibile, a un gran numero di ragazzi già selezionati dagli atenei, perfino fissare la data per presentare la domanda. La pronuncia, firmata dalla giudice Chiara Comune, chiude un caso aperto nell’autunno scorso. A novembre lo stesso tribunale aveva già ordinato in via d’urgenza alla Farnesina, e per essa all’ambasciata italiana a Teheran, di sbloccare gli appuntamenti, con un provvedimento confermato poi in sede di reclamo. Ora arriva la decisione di merito, che mette nero su bianco l’accaduto e condanna il Ministero a risarcire il danno. Ogni anno oltre tremila studenti e studentesse iraniani vengono ammessi nelle università italiane. Quella iraniana è la comunità studentesca straniera più numerosa nel Paese: nel 2024 erano circa tredicimila gli iscritti, davanti a turchi e cinesi. Una presenza di cui beneficia anche l’Italia, che resta agli ultimi posti in Europa per numero di laureati. Per arrivare nelle aule, però, questi ragazzi devono prima ottenere il visto d’ingresso entro un termine rigido, e qui si è inceppato. Per l’anno accademico 2025/2026 la prenotazione dell’appuntamento in ambasciata si è svolta soltanto online, attraverso la piattaforma Visametric, unico soggetto autorizzato a operare per la rappresentanza di Teheran. Il portale è rimasto aperto dal 20 al 28 maggio 2025: otto giorni in tutto, “per poi essere definitivamente chiuso”, e “né la data di apertura né la data di chiusura erano state previamente indicate”. Chi non è riuscito a entrare in quella finestra si è visto comunicare dal sito che non ci sarebbero stati altri appuntamenti prima della scadenza per l’immatricolazione. I numeri li ha forniti lo stesso Ministero. In quegli otto giorni hanno ottenuto un appuntamento 4.500 persone, su 7.915 preiscritte in un ateneo italiano. Più di tremila aspiranti sono rimasti fuori. A novembre, mentre la causa andava avanti, un gruppo di iraniani è tornato a manifestare davanti all’ambasciata italiana a Teheran contro la mancanza di trasparenza e la continua chiusura degli slot. Per molti l’allarme non era solo l’anno perso: senza domanda nei termini saltava anche la borsa di studio, che per gran parte degli studenti iraniani è l’unica via per potersi permettere l’università. E magari sfuggire dalla repressione. Un trattamento diverso da tutti gli altri - Davanti al giudice il Ministero ha provato a difendersi sostenendo che non ci fosse alcuna prova di una differenza di trattamento tra gli studenti iraniani e quelli di altre nazionalità. Ha prodotto documenti per dimostrarlo, e quei documenti hanno finito per dire il contrario. Dalle carte depositate dalla stessa amministrazione emerge che per gli altri Paesi il sistema funzionava in tutt’altro modo. Per i cittadini indiani il visto si chiede su appuntamento presso uffici fisici di cui viene indicato l’indirizzo, senza alcun limite di tempo. Per i turchi la possibilità di fissare un incontro è ampia, anche per telefono, di nuovo senza scadenze: basta chiamare un call center in qualunque giorno lavorativo. Stesso discorso per marocchini e degli emirati, anche per loro nessun limite temporale. La prenotazione online, scrive la giudice, “è prevalente, ma non è l’unica”, e altrove resta aperta tutto l’anno. Da qui la conclusione. Gli studenti iraniani sono stati trattati in modo diverso non solo dagli italiani, che il visto non lo chiedono, ma soprattutto dagli aspiranti di altre nazionalità, che potevano contare su tempi e modalità tali da rendere possibile la prenotazione a chiunque ne avesse bisogno. La scelta di tenere il portale aperto solo otto giorni, senza dire quando si sarebbe aperto né quando si sarebbe chiuso, “non è ovviamente una scelta che dipenda dalla oggettiva difficoltà della situazione politica del paese iraniano”. L’instabilità di Teheran, in altre parole, non c’entra: la finestra si era chiusa il 28 maggio, settimane prima dell’escalation bellica di giugno. In realtà era un problema di organizzazione. Il ragionamento giuridico ruota attorno a due norme del Testo Unico sull’immigrazione. L’articolo 39 garantisce la “parità di trattamento tra lo straniero e il cittadino italiano” nell’accesso ai corsi di istruzione superiore e agli interventi per il diritto allo studio. L’articolo 43 definisce discriminatorio ogni comportamento che produca quell’effetto. C’è poi un terzo passaggio decisivo: quando chi agisce porta elementi di fatto, anche statistici, da cui si può presumere una discriminazione, l’onere di provare il contrario passa a chi è accusato. La Farnesina avrebbe dovuto dimostrare che non c’era stata disparità. Non c’è riuscita. La condanna - Il Ministero, costituendosi, aveva contestato anche la legittimazione dell’associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (Asgi) ad agire e la competenza stessa del Tribunale di Torino. Su entrambi i fronti ha perso. Per il giudice l’associazione poteva agire proprio perché rappresenta “una collettività i cui membri non siano individuabili in modo diretto ed immediato”: non era possibile sapere dai dati pubblici quali cittadini iraniani fossero preiscritti, quali avessero i requisiti per il visto, quali fossero riusciti a prenotare. Caduta la prima eccezione, è caduta anche quella sull’incompetenza. La sentenza condanna il Ministero a versare all’ Asgi 7.500 euro a titolo di risarcimento del danno, oltre agli interessi, una cifra calcolata tenendo conto delle migliaia di studenti coinvolti. A questi si aggiungono le spese di giudizio: 8.991 euro per il procedimento di merito e 10.864 per le due fasi cautelari, oltre il rimborso forfettario. Il giudice ha invece dichiarato cessata la materia su altre domande, perché l’anno accademico ormai si è chiuso e il tempo trascorso impedisce ulteriori provvedimenti utili. Il danno, osserva la sentenza, era già stato in parte ridotto dall’ordinanza d’urgenza: lo studente che aveva fatto ricorso ha poi ottenuto sia l’appuntamento sia il visto, e con lui una parte degli esclusi. L’associazione, che ha sostenuto il contenzioso insieme allo studente ricorrente con gli avvocati Alberto Guariso, Livio Neri, Paola Fierro e Marta Lavanna, legge la decisione come un precedente. “Una procedura amministrativa apparentemente neutra, quale la prenotazione telematica di un appuntamento, può tradursi in una discriminazione vietata quando è organizzata in modo arbitrario e opaco, tale da precludere a un’intera collettività l’esercizio di un proprio diritto”, spiega l’Asgi. “È inaccettabile che giovani già selezionati dalle università italiane rischino di perdere l’anno accademico per ragioni di pura disorganizzazione amministrativa”, prosegue l’associazione. “La decisione del Tribunale di Torino conferma che a questi comportamenti si può e si deve porre rimedio”. Libia. La condanna di Almasri è l’ennesimo bluff di Tripoli di Mario Di Vito Il Manifesto, 23 giugno 2026 La sentenza: 7 anni e 4 mesi per le torture di Mitiga. Ma così la Cpi non potrà processarlo. La Libia vuole nascondere i suoi crimini. In Italia chiesto al governo di parlare in aula. Una condanna per evitare un processo. I sette anni e quattro mesi di reclusione sentenziati domenica dal tribunale di Tripoli verso il generale Osama Almasri non sono il simbolo di una Libia che prova ad allinearsi agli standard minimi dello stato di diritto. Sono il contrario: il giudizio di colpevolezza per le torture sui detenuti della prigione di Mitiga, infatti, è un argomento che il boia potrà usare per opporsi al mandato di cattura della Corte penale internazionale. Che, per il principio di complementarità, non può mai superare la giustizia domestica, quando c’è. I media vicini al governo di Tripoli parlano della condanna di Almasri come di “un esercizio di giurisdizione nazionale” ed è bene ricordare che, l’anno scorso, il premier Abdulhamid Dbeibah aveva rilasciato dichiarazioni piuttosto eloquenti alla televisione di stato: “Siamo rimasti sorpresi dal rapporto della Cpi su Almasri. Come possiamo fidarci di qualcuno che ha violentato una ragazza di 14 anni?”. Una presa di distanza, almeno all’apparenza, anche se appare inverosimile che lui, capo dell’esecutivo, non avesse idea di quello che accadesse sotto il suo naso. Ad ogni modo, nel novembre del 2025 Almasri venne arrestato, destituito dal suo incarico di capo della polizia giudiziaria e messo ai domiciliari. A un giorno e mezzo dalla sua condanna, peraltro, nessuno ha idea se lui sia effettivamente detenuto. Misteri di un paese che sta cercando di accreditarsi presso le principali cancellerie europee e che però al suo interno continua ad essere una polveriera: fazioni in lotta, governi diversi che si disconoscono tra loro, milizie che hanno conquistato e controllano ampie fette di territorio e non vogliono mollarlo. In questo contesto, il rapporto tra l’esecutivo di unità nazionale di Dbeibah e la Rada - il gruppo militare di cui fa parte Almasri - è molto complesso da leggere. Certamente c’è della tensione, ma allo stesso tempo resta sempre aperta la strada della trattativa. Sono le regole della guerra civile. Viste come si sono messe le cose su Almasri dopo l’assurda vicenda del suo soggiorno in Italia del gennaio 2025 - quando venne arrestato su mandato della Cpi e poi rilasciato in meno di 72 ore - e dopo che i giudici dell’Aia hanno fatto uscire le accuse contro di lui (torture, violenze, omicidi, stupri e altre atrocità), le cose tra Dbeibah e la Rada hanno cominciato a farsi particolarmente tese. Troppo indigeribili le condotte della milizia, troppo forte la pressione dell’opinione pubblica europea. Quando, nel luglio del 2025, è stato arrestato in Germania l’altro capo di Mitiga, Mohamed Ali El Hishri (Al Buti) - pure lui come Almasri accusato di crimini di guerra e contro l’umanità - la situazione si è complicata ancora di più. E Dbeibah ha deciso di riconoscere ufficialmente la giurisdizione della Cpi per i fatti accaduti in Libia dopo la deposizione di Gheddafi. Una mossa tattica: la giustizia dell’Aia deve necessariamente fermarsi quando si muove un’autorità giudiziaria nazionale e, dunque, l’aver processato e condannato Almasri, in teoria, annullerebbe gli effetti della richiesta di consegna nei suoi confronti. Dalla Cpi, però, fanno presente che c’è un elemento ancora da valutare: l’adeguatezza del procedimento. I magistrati dell’Aia studieranno le carte di Tripoli e dovranno decidere se le ritengono o no congrue, a partire dalla completezza delle accuse e dall’effettività della pena comminata. Le ricadute italiane di questo nuovo capitolo della saga di Almasri, intanto, tornano a coinvolgere il governo. Se la partita giudiziaria si è chiusa con il diniego della Camera all’autorizzazione a procedere contro il sottosegretario Alfredo Mantovano e i ministri Carlo Nordio e Matteo Piantedosi, da ieri le opposizioni sono tornate a rumoreggiare ricordando “la brutta figura” del gennaio 2025. “La Libia ha fatto una figura migliore della nostra. Lo hanno arrestato, fatto processare e ieri (domenica, ndr) è stato condannato”, ha scritto sui suoi social il leader del M5s Giuseppe Conte riferendosi ad Almasri. Da qui l’accusa al governo di aver “coperto di disonore l’Italia”. Da qui la canonica richiesta, condivisa anche da Pd e Avs, di “riferire in aula”. In realtà, però, c’è poco da rallegrarsi per l’ultima mossa libica. La volontà di mantenere tutto all’interno della giurisdizione domestica è un tentativo di allontanare gli occhi del mondo dagli orrori dell’ultimo quindicennio. Orrori sopra i quali sono stati fatti accordi come il memorandum sull’immigrazione stipulato con l’Italia del 2017. E affari, tra sfruttamento delle risorse energetiche, costruzione di infrastrutture e cooperazione nell’ambito della sicurezza. Discorsi da miliardi di euro che valgono un bluff sulla “condanna” del boia. Libia. Un mese di galera senza accuse. Il legale potrà vederli, quando non si sa di Enrica Muraglie Il Manifesto, 23 giugno 2026 Nessuna nuova, buona nuova è un proverbio che non funziona più. L’unico aggiornamento negli ultimi dieci giorni è che gli avvocati hanno ottenuto l’autorizzazione a incontrare Leonarda (Dina) Alberizia e Domenico Centrone, i due italiani della Global Sumud Convoy che si trovano in detenzione arbitraria a Bengasi, nella Libia dell’est controllata dal generale Khalifa Haftar. Quando avverrà l’incontro con i legali, non è dato saperlo. per certo sono giunte a destinazione le procure asseverate, ossia le traduzioni giurate che consentiranno ai due italiani di ricevere assistenza legale. Con Alberizia e Centrone sono prigionieri altri otto attivisti del convoglio di terra diretto a Gaza per portare aiuti e opporsi al blocco israeliano che continua ad affamare i palestinesi. Domani sarà un mese esatto dall’inizio della detenzione. Fonti rivelano che per gli attivisti è caduta l’accusa di coinvolgimento in gruppi considerati illegali, anche se nessuna accusa è mai stata ufficialmente formalizzata. Lo scenario continua a essere fumoso, c’è un vuoto di notizie ufficiali. Il console polacco ha incontrato Laura Kwocza?a, l’attivista colpita da un attacco di appendicite in detenzione, ora in ospedale. Il console italiano ha ricevuto l’autorizzazione a una nuova visita ma anche in questo caso, non è dato sapere quando. Sarà il terzo incontro con Alberizia e Centrone dal 24 maggio. “Spero che questa visita consolare ci sia veramente e questa settimana perché magari il console potrà portare qualcosa a mio fratello”, dice al manifesto Maria Rosaria Centrone. Proprio nel “mesiversario” della detenzione, infatti, cadrà il compleanno di Domenico. La frustrazione è tanta “nonostante la solidarietà, ci si sente comunque molto soli nelle giornate, nella difficoltà del tempo che passa”. Si continua a sperare che “gli sforzi governativi siano veramente ai più alti livelli da parte nostra ma da parte anche del governo europeo e dei governi degli altri nove volontari”, continua Centrone. Sulla liberazione dei due italiani - tre se si considera che Matías Álvarez Rodríguez ha cittadinanza italiana, oltre che uruguaiana - la Farnesina dichiara che “non ha novità ma sta lavorando”. Il prolungamento della detenzione di ulteriori trenta giorni stabilita dal pm libico e motivata con la necessità di ulteriori indagini scadrà il 10 luglio, una data ancora lontanissima se si considera che a quel punto i mesi di detenzione sarebbero quasi a quota due per quello che si configura, secondo Amnesty International, come “un caso di sparizione forzata”. Quando si è trattato di Almasri, ex capo della polizia giudiziaria libica su cui pendeva un mandato di cattura della Corte penale internazionale, il governo italiano è stato celere nell’organizzazione del volo di stato che lo ha riconsegnato al suo paese. La stessa Libia che ora ha emesso una condanna a sette anni e quattro mesi nei suoi confronti. Dal basso intanto ci si organizza: Global Sumud Flotilla e Amnesty Italia hanno lanciato una mobilitazione permanente a sostegno della Convoy. Da giorni e fino a domani nelle piazze, davanti le prefetture e i ministeri italiani viene richiesta la liberazione di Dina, Domenico e degli altri otto “ostaggi politici finiti all’interno di una negoziazione complicata e utilizzati come pedine”, ha dichiarato Maria Elena Delia, portavoce della Flotilla italiana. UN GIOCO che non riguarda soltanto chi, coraggiosamente, ha scelto di partire verso Gaza. “L’inasprimento delle forme di repressione del dissenso lo stiamo vedendo anche alla nostra latitudine”, ha continuato Delia. Un esempio recente, i due attivisti pro Palestina portati in tribunale dalla partecipata statale Leonardo per aver manifestato contro la vendita di armi a Israele. Punirne alcuni per dissuadere tutta la solidarietà con la Palestina.