Tuteliamo i detenuti perché la pena li riabiliti sul serio di Padre Gabriele Iiriti* Avvenire, 22 giugno 2026 La situazione della realtà carceraria italiana riflette per tanti aspetti il vissuto della nostra società che in diversi ambiti fatica a trovare delle soluzioni che possano essere di supporto alle fasce più deboli e vulnerabili della popolazione. La povertà sociale, la disoccupazione, le carenze a vari livelli generano un malessere che spinge chi e? più fragile a delinquere e commettere dei reati che aprono le porte del carcere. Essere carcerato e? un’esperienza devastante. Essere privati della liberta?, allontanati dagli affetti familiari e sociali, costretti a vivere insieme a persone che non avresti mai scelto. Nel contesto carcerario la sofferenza maggiore e? la sensazione di perdere, insieme alla liberta?, la dignità come persona. Il progressivo aumento dei detenuti in questi ultimi anni ha accentuato il problema del sovraffollamento delle carceri in tutta Italia. E? cresciuto il numero dei suicidi. Molti detenuti presentano problematiche di natura psichiatrica che richiedono un accompagnamento specifico che non rientra tra i compiti dell’istituzione carceraria. Inoltre questi soggetti più fragili devono vivere insieme agli altri e condividere gli stessi spazi, facendo nascere continue problematiche relazionali spesso violente. A tutto questo si unisce un diffuso disagio del personale penitenziario che deve far fronte alle tante anomalie di un sistema al collasso. Un carcere che sia veramente espressione di una società civile non può non mettere al centro di ogni programma e progetto rieducativo la persona detenuta, con la sua dignità e unicità, con le sue doti e le capacita? da far emergere in un contesto di riabilitazione. Percorsi umani da realizzare in strutture capaci di garantire condizioni di vita dignitose, con spazi adeguati per i diversi percorsi formativi, dove viene garantita la tutela della salute e l’accesso effettivo ai diritti fondamentali. Il cammino da fare e? ancora tanto. Il passaggio da un carcere che non sia punitivo ma riabilitativo passa senz’altro per una mentalità che socialmente deve ancora formarsi. Papa Leone XIV in occasione del Giubileo del mondo carcerario, lo scorso 14 dicembre 2025, ha invitato a prendere coscienza che “tutti”, come persone, sono destinatari della salvezza: “Il compito che il Signore vi affida - a tutti, detenuti e responsabili del mondo carcerario - non e? facile. I problemi da affrontare sono tanti. Pensiamo al sovraffollamento, all’impegno ancora insufficiente di garantire programmi educativi stabili di recupero e di opportunità di lavoro. E non dimentichiamo, a livello più personale, il peso del passato, le ferite da medicare nel corpo e nel cuore, le delusioni, la pazienza infinita che ci vuole, con se? stessi e con gli altri, quando si intraprendono cammini di conversione, e la tentazione di arrendersi o di non perdonare più. Il Signore, pero?, aldilà di tutto, continua a ripeterci che una sola e? la cosa importante: che nessuno vada perduto (cfr Gv 6,39) e che tutti “siano salvati (1Tm 2,4)”. *Direttore dell’Ufficio diocesano per la pastorale penitenziaria di Cagliari Carceri, ci sono le persone dietro i numeri del sovraffollamento di Antonio Murzio affaritaliani.it, 22 giugno 2026 Nelle carceri laziali il sovraffollamento è del 144%. Abbiamo raccolto la voce di un ex detenuto che oggi si batte per i diritti dei reclusi. Il sistema penitenziario italiano è di nuovo a un passo dal baratro, pronto ad implodere come allora. Il sovraffollamento delle carceri sta pericolosamente tornando ai livelli del 2013, anno in cui la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (Cedu) condannò l’Italia per trattamenti disumani e degradanti. Allora i detenuti erano 66mila a fronte di 48mila posti disponibili. Oggi la capienza degli istituti continua a diminuire mentre il numero di detenuti continua ad aumentare: al 31 maggio 2026 i presenti erano 64.741, quindi 305 in più rispetto al mese precedente e 1.980 in più di un anno fa. I posti regolamentari, al netto delle celle inagibili, sono ridotti a 46.000. Nel Lazio i presenti registrati a fine marzo erano 6.722. Il tasso di affollamento è del 144% (dati del Garante dei detenuti per il Lazio) nonostante una crescita dei posti disponibili determinata dalla riapertura di alcune sezioni del carcere di Regina Coeli, dove a ottobre dello scorso anno si era verificato il crollo di una parte del soffitto della seconda rotonda. Le voci di dentro di Claudio Bottan - “Con il tasso di crescita degli ultimi mesi supereremo quota 66.000 detenuti entro la fine del 2026, è matematica”, dice Claudio Bottan, ex detenuto e oggi vicedirettore della rivista Voci di dentro e volontario dell’omonima associazione che si occupa del reinserimento sociale di persone provenienti da condizioni di marginalità. “I dati sono incontrovertibili e reperibili sul sito del ministero della giustizia”. “E mi torna alla mente il mio block notes, anzi, i miei tanti block notes e quel mio appunto ‘chiusi in tre, per 22 ore al giorno, in una cella di 9 metri quadrati progettata per ospitare una sola persona avendo cura di alzarsi a turno per evitare di calpestarsi’” scrive Bottan nell’ultimo numero della rivista dal titolo emblematico ‘Alta insicurezza’, ricordando la genesi della sentenza che ha visto il nostro Paese umiliato da una condanna per trattamenti equivalenti a tortura. “La scrittura mi ha salvato” - Le dimensioni riportate sul dorso di quel block notes per Claudio sono diventate un punto di riferimento: “Il metro con cui misurare il perimetro della pena” come racconta nel docufilm 21×17 Geometria della Giustizia di Christian Letruria, più che mai attuale. “Lo sapevano ormai tutti che la scrittura rappresentava la mia cura, un’alternativa agli psicofarmaci, e mi aiutavano a procurarmi la ‘dose’ quotidiana di carta e penna; una ‘patologia’, la mia, certificata dai 164 ricorsi inviati alla Corte Europea, ovviamente scritti a mano per altrettante persone detenute in condizioni disumane e senza possibilità di fotocopiare. La condanna della Corte Europea - Più di seicento fogli vergati in stampatello e fiumi di inchiostro BIC che hanno contribuito ad alimentare il peso delle oltre 4mila pratiche pendenti presso la CEDU nel momento in cui la Corte, con una sentenza pilota, ha condannato l’Italia per le condizioni disumane e degradanti delle carceri imponendo al nostro Paese, tra l’altro, di dotarsi dei ‘rimedi interni’ per evitare di intasare di ricorsi la giustizia Europea”. “Il dito medio della mano destra era ricoperto di piaghe, che nel tempo si sono trasformate in calli, segni che oggi rappresentano il mio tatuaggio invisibile: io c’ero. Nel frattempo la magistrata di Sorveglianza che mi aveva in carico, sollecitata dai fastidiosi reclami, mi poneva di fronte a un quesito: “Lei vuole uscire dal carcere o preferisce continuare a fare il capopopolo?”. Inutile dire che dal carcere sono uscito dopo nove trasferimenti”. La saggista: “Gli scarsi risultati di un sistema da riformare” - Francesca Ghezzani, giornalista e scrittrice, è l’autrice de “Il silenzio dentro - Quando raccontare diventa un atto di giustizia”. Dice ad affaritaliani.it Roma: “Se il 2024 è ricordato come l’Annus horribilis per il più alto numero di decessi, il XXII Rapporto Antigone 2026 Tutto chiuso denuncia ancora una volta l’aumento delle presenze in carcere, in un contesto che diventa meno accessibile alla comunità esterna, in cui i detenuti passano sempre più tempo in cella e anche le condizioni di chi ci lavora risultano ogni giorno meno sostenibili”. “Il tasso reale di sovraffollamento”, aggiunge, “ha raggiunto il 139,1%. 73 istituti registrano un tasso di affollamento pari o superiore al 150%, mentre in 8 carceri si supera addirittura il 200%. Gli istituti non sovraffollati sono appena 22 in tutto il Paese”. Poi, riportando testualmente le parole di Antigone, dice: “Il sistema continua a fallire sul terreno decisivo: evitare che chi esce dal carcere torni a delinquere. Oggi solo il 40,8% delle persone detenute è alla prima carcerazione. Il 45,9% è già stato in carcere da una a quattro volte. Il 10,6% da cinque a nove volte. Il 2,7% addirittura più di dieci volte. Se un sistema non reinserisce, a rimetterci sono l’intera società e la sua sicurezza”. “Non da ultimo”, conclude Ghezzani, “come ricorda nel libro Germana Cesarano, psicoterapeuta responsabile della comunità diurna per tossicodipendenti presso La Cooperativa Magliana ‘80 - il carcere è una istituzione che costa molti soldi, molte energie umane e ha scarsi risultati. Essere in grado di far uscire le persone da una condizione di fragilità permette di risparmiare in termini economici. Un quadro, insomma, che rende ancora più attuale la domanda centrale del mio saggio d’inchiesta: qual è oggi il vero scopo del carcere? La risposta sembra smarrirsi tuttora dietro le sbarre”. I bambini in carcere hanno messo sottochiave anche i sogni di Ilaria Dioguardi vita.it, 22 giugno 2026 Vivono in uno dei cinque istituti a custodia attenuata per detenute madri d’Italia. Anna, Roberto, Nina e Paolo (nomi di fantasia) hanno pochi anni, altri bambini che sono con loro hanno pochi mesi. Solo tre pomeriggi a settimana fanno delle attività. “Molte mamme pensano che i figli, nella loro vita, non possano fare altro che rubare. Loro disegnano sempre arcobaleni, a volte unicorni. Per loro rappresentano un piccolo sogno. Lì dentro hanno molto bisogno di sognare”. Le loro storie, attraverso un dialogo con la sociologa Annachiara Lombardini. Sui fogli bianchi, con i pastelli, le loro piccole mani tracciano tanti arcobaleni su cui volano unicorni colorati. Un pulmino la mattina passa a prenderli per primi, per portarli a scuola, e il pomeriggio li riaccompagna per ultimi, per non far vedere agli altri bambini dove vivono. Le feste di compleanno sono sempre nell’istituto, senza la possibilità di invitare compagni di scuola, nonni e zii. Le mamme non possono andarli a prendere a scuola o fare una passeggiata con loro, se non nel piccolo cortile con le giostrine dell’istituto. Preparano dolci golosi insieme alle madri: “Cucinare è una delle poche cose che possono fare insieme e mangiare è una “consolazione” che hanno lì dentro”. Sono alcune istantanee delle giornate di Anna, Roberto, Nina e Paolo. Tutti i nomi sono di fantasia, le storie rigorosamente vere. Insieme alle loro mamme, si trovano in un istituto a custodia attenuata per detenute madri-icam. “Hanno tra i quattro e i cinque anni. Sono i più grandi, gli altri bambini presenti hanno tra gli otto mesi e i due anni. Sono quelli che soffrono di più la vita lì dentro”. A parlare è Annachiara Lombardini, 31 anni, sociologa. Lavora come educatrice in uno dei progetti selezionato dall’impresa sociale Con i bambini nell’ambito del bando “Liberi di crescere”, dedicato ai minorenni con genitori detenuti. Dallo scorso settembre Lombardini lavora in questo icam, uno dei cinque esistenti in Italia. “Da nove mesi vado due volte a settimana, per tre ore ogni volta. I bambini fanno attività quando ci siamo io e la mia collega educatrice che teniamo i laboratori, poi c’è un’altra associazione locale che manda dei volontari entrano un pomeriggio a settimana. Il resto del tempo non fanno nulla. Ora che la scuola dell’infanzia sta per finire, i piccoli si annoieranno molto di più. Quelli che hanno l’età per andare al nido, a scuola non ci vanno proprio”. Per accompagnare i bambini che vanno alla scuola dell’infanzia, un pulmino passa a prenderli per primi e il pomeriggio li riaccompagna per ultimi, per non far vedere agli altri dove vivono. Roberto, pazzo per i dolci e i pennarelli - “Un bambino che ha fatto un percorso di grande crescita è Roberto, di quasi cinque anni. È nell’icam da quasi un anno, aveva problemi di linguaggio, di iperattività di rapporto con la madre. Adesso, grazie ai laboratori, alla logopedia, alla scolarizzazione è cambiato totalmente. Si relaziona con tutti, sia con noi che con i bambini e parla benissimo”, dice Lombardini. “Il suo rapporto con la madre è molto migliorato, lui si è tranquillizzato. Prima, rifiutava di fare qualsiasi cosa con la mamma, anche colorare, nonostante adori i pennarelli. È pazzo di dolci di tutti i tipi, come la mamma. Gli piace molto ritagliare, incollare e ascoltare le storie, quando leggiamo i libri”. Roberto è molto legato al padre, “lo nomina sempre. Da poco tempo sta uscendo con lui. Una volta ho notato il suo attaccamento fisico a un giovane volontario, voleva stare sempre in braccio a lui: è un bambino che sente molto la mancanza della figura paterna, vivendo solo con donne”. I bambini hanno i permessi di uscire “con i padri e con i nonni: le madri, quando possibile, cercano di farli stare dentro l’icam solo lo stretto necessario”. Anna, la “supereroina” dagli occhi tristi - Nell’icam ogni mamma vive in un piccolo appartamento con i propri figli. “Le mamme fanno insieme la lista della spesa, per comprare ciò che occorre, c’è massima collaborazione tra di loro. Spesso, a turno, chi cucina lo fa per tutti”, prosegue Lombardini. Quando si festeggia un compleanno, “i volontari dell’associazione chiedono il permesso di poter organizzare nel pomeriggio un buffet. Addobbano una sala e fanno attività di gioco. Ma ovviamente i bambini non possono invitare compagni di scuola, nonni e zii”. Anna ha cinque anni, vuole stare fuori dall’istituto. “Vedo che è sempre di più triste e sofferente. Infatti, la mamma molto spesso la fa uscire per passare dei giorni con i nonni. Negli ultimi tempi, con noi non è più affettuosa come prima, lo è a fasi alterne”. Ama giocare facendo finta di essere Gufetta, il personaggio rosso dei Pj Masks: “Lei adora tutto ciò che è rosso perché ama questo personaggio dei cartoni animati: vuole la sedia rossa, i vestiti rossi”. Lombardini racconta che, quando lei e l’altra educatrice entrano nell’istituto, i bambini sono felicissimi, le abbracciano, sanno che faranno qualcosa con loro. “Secondo me, Anna è più sofferente perché adesso capisce proprio tutto, sta crescendo ed è molto sveglia. Ultimamente, non ha partecipato molto alle nostre attività. Se le propongo di colorare, a volte mi risponde di no arrabbiata e vuole stare solo in braccio alla mamma”. Lei e un’altra bambina, Nina, di due anni, sono le uniche che hanno la possibilità di uscire e andare un po’ al mare, quest’estate. I bambini entrano ed escono spesso dall’istituto. “Roberto, Anna e Nina hanno legato molto, sono gli unici che stanno nell’icam fissi da settembre”. Da settembre, per i bambini più grandi che disegnano, l’arco dai sette colori “è un punto fermo, ci chiedono sempre: “Cosa facciamo oggi? L’arcobaleno?”, dice Lombardini. “Per loro è una cosa grandiosa, meravigliosa, irraggiungibile. Rappresenta un piccolo sogno, per questo vogliono disegnarlo. Lì dentro hanno molto bisogno di sognare. Un’altra cosa che vogliono disegnare spesso sono gli unicorni”. Roberto e Anna sono molto uniti tra di loro, ma sono anche molto affettuosi con i più piccoli, che hanno tra gli otto mesi e i due anni. “Sono diventati un po’ una grande famiglia”. Hanno la tv nelle loro stanze e le mamme hanno richiesto ed ottenuto una cassa per la musica, in modo da poter avere il pomeriggio momenti di ballo. Paolo, a quattro anni, è nell’istituto da poco tempo. “Gioca sempre insieme a Roberto, in cortile con la palla e con delle mini biciclette. Roberto ha finalmente un amico con cui condividere i giochi più “spericolati”, prima i suoi coetanei erano tutte femmine”. Abbracci, baci e voglia di sconfiggere la noia - “Quello che ci ha sempre colpito è l’affetto nei nostri confronti, gli abbracci, i baci dei bambini, quasi come se fossimo delle sorelle maggiori. La loro sofferenza più grande lì dentro è non fare nulla. Non ci sono educatori, a parte noi che con il nostro progetto entriamo due volte a settimana. Nella maggior parte dei casi, le mamme non sono molto attente nei loro riguardi, quando incontrano una persona che parla e gioca con loro, per loro è una gioia”. La lunga estate - I bambini dell’icam “hanno bisogno di essere ascoltati, di ricevere attenzioni. Invece, molto spesso sono rimproverati, puniti dalle mamme, sono poche quelle attente. Con la chiusura della scuola dell’infanzia, il 30 giugno, l’estate li metterà più in difficoltà, passeranno tanto tempo lì dentro senza fare nulla”. Molte madri provengono dall’estero, in particolare Croazia e Bosnia, “i loro bambini non possono uscire perché fuori non c’è nessun familiare, quindi devono stare qui dentro con le mamme”. Incapaci di immaginare un futuro - Lombardini spiega che “spesso la cultura di queste donne è molto chiusa, con problemi di integrazione e di inclusione. Questi bambini mi colpiscono perché è un po’ come se fossero già “addestrati” a fare quello che sarà il loro domani: i furti. Ultimamente, mi ha colpito la soddisfazione delle mamme, felici che i propri figli ad un anno prendano, spinti dalla curiosità, una cosa (un pennarello, una matita) da una nostra borsa. Li incitano, dicono loro che devono imparare presto. Queste donne pensano che i figli, nella loro vita, non possano fare altro che rubare”. Una cultura chiusa porta anche ad un carattere chiuso, “alcune sono abituate a vivere in un certo tipo di contesto, con loro è difficile rapportarsi e sono più chiuse anche nei nostri confronti”. Lo scopo dei laboratori tenuti da Lombardini e da altre sue colleghe è di far lavorare mamme e bambini insieme, “a volte è molto difficile perché la mamma tende a fare tutto da sola, è lei che vuole passare quelle tre ore a fare qualcosa. Per le donne è un momento di svago, di distrazione, alcune non capiscono che l’obiettivo è un momento di condivisione con il figlio”. Qui la festa della mamma dura due settimane - “A maggio, in occasione della festa della mamma, abbiamo dedicato due settimane solo a quella. Abbiamo preparato con i bimbi dei cartelloni, dei biglietti d’auguri e abbiamo consegnato una sorta di diplomi alle mamme. E poi, abbiamo lavorato su delle poesie, con delle semplici schede didattiche”, racconta Lombardini. “Di prassi, è previsto che il lunedì facciamo pittura e disegno e il giovedì la lettura e la scrittura creativa. Ma ogni volta cerchiamo una tematica per sviluppare l’attività da fare. Essendo molto piccoli, amano fare esercizi di motricità, ritagliare, incollare, mettere le forme al posto giusto e lavoriamo molto anche su questo. Proponiamo loro anche mosaici con la carta crespa”. A prendere il sole tra le giostrine - Con l’arrivo dell’estate, “le mamme adesso stanno sempre fuori a prendere il sole. C’è uno spazio esterno, con dei giochi per i bambini, dei tavoli coperti. Fortunatamente c’è questo spazio che utilizzano quando vogliono, senza limiti di orari. Da aprile svolgiamo i laboratori fuori, prima li facevamo nella sala colloqui. Quando arriviamo”, racconta, “condividiamo la merenda, con yogurt, biscotti, merendine e succhi di frutta”. La commozione quando escono - I bambini entrano ed escono spesso dall’istituto. “Il momento dei saluti è sempre molto commovente. Una ragazza di origine straniera, fino a poco tempo fa, era nell’icam con tre figli, di cinque, quattro e due anni. Lei ci ha abbracciato e ringraziato di tutto. Anche i bambini sono stati altrettanto affettuosi con noi. E poi fuori c’erano i nonni, che non ci avevano mai visto prima, anche loro ci hanno abbracciato e ringraziato. È stato un bel momento”. Le relazioni tossiche delle donne - Lombardini racconta che “le donne che sono nell’icam hanno relazioni tossiche con compagni e mariti che le comandano. Loro sono sottomesse, succubi. Si sono fidanzate da giovanissime, hanno iniziato a fare figli, i mariti spesso non hanno permesso loro di lavorare. Questo riguarda soprattutto le donne dell’Est, che spesso stanno dentro qualche mese, poi escono ai domiciliari e ritornano dentro di continuo. Ora, nell’icam c’è anche una donna incinta che uscirà a breve, è all’ottavo mese di gravidanza e l’istituto non è attrezzato per un parto. Verrà trasferita in una struttura attrezzata”. Raccontare le professioni del sociale non è un atto di cronaca, ma un atto culturale e politico. È la scelta di portare finalmente sotto i riflettori chi lavora nell’ombra, chi svolge un mestiere che la società finge di rispettare e che invece tratta con noncuranza. Lo facciamo su VITA magazine di maggio. Empatia e ascolto senza pregiudizi - “Ascoltare senza giudizi e pregiudizi ed essere molto empatica. Questo serve per fare il mio lavoro in questo ambito”, dice Lombardini. “Bisogna essere molto predisposti sia con le donne che con i bambini. L’approccio con i piccoli è fondamentale. Io sono molto affettuosa, le mamme con me hanno legato tantissimo. Mi metto nei loro panni”, prosegue, “mi pongo alla pari. Ci sono delle mamme che mi colpiscono per la vita che hanno. Siamo coetanee e molte hanno già tanti figli, i meno piccoli sono fuori dall’icam, riescono a vederli ai colloqui. Alcune hanno perso la responsabilità genitoriale, ma possono comunque incontrarli”. Toscana. Non solo Sollicciano, è emergenza nelle carceri di Claudio Vannacci toscanatv.it, 22 giugno 2026 Il sequestro e la chiusura, disposti dal Tribunale di Firenze, di sette sezioni del carcere fiorentino di Sollicciano, con il trasferimento di oltre 200 detenuti in altri istituti, non è che la punta dell’iceberg dell’emergenza che riguarda un po’ tutto il sistema carcerario toscano. Come è noto il sequestro è stato disposto in seguito alle gravi carenze igienico-sanitarie nelle celle e negli spazi comuni con innumerevoli violazioni delle norme sulla salute e sicurezza nei luoghi di lavoro. Questo, però, ha comportato a cascata, oltre alle inevitabili polemiche politiche, l’aggravamento della situazione negli altri carceri della regione, dove sono stati trasferiti i detenuti da Sollicciano. È il caso ad esempio della casa circondariale della Dogaia a Prato, già oltre i limiti di capienza, al punto che nei giorni scorsi ha fatto scalpore la notizia dell’uscita anticipata dal carcere di un detenuto condannato a 12 anni per violenza sessuale su un minore. Ebbene l’uomo uscirà circa sette mesi prima, 199 giorni esatti in meno. Il tribunale di Sorveglianza di Firenze ha deciso che il detenuto sta subendo condizioni detentive “degradanti” e “disumane”. Non una novità per la Dogaia, struttura caratterizzata da sovraffollamento ma anche con problemi di violenza e racket che immette droga e telefonini nonostante il divieto di comunicare all’esterno e nonostante l’azione di contrasto che la procura pratese coordina ormai da mesi. Situazione analoga anche al carcere di Pisa dove il sindacato Sinappe denuncia le enormi difficoltà operative affrontate quotidianamente dal personale di polizia penitenziaria. Ieri uno degli agenti è stato picchiato da un detenuto e ad aggravare la situazione già tesa c’è stato l’arrivo di dieci detenuti da Sollicciano. Una scelta criticata fortemente dal sindacato sia per le modalità sia per l’ulteriore aggravio di una struttura già ai limiti. Taranto. La custodia cautelare e il sovraffollamento: diritto indagato alla prossimità territoriale di Mimmo Lardiello* tarantobuonasera.it, 22 giugno 2026 L’impatto della saturazione nel carcere di Taranto sul diritto di difesa e la limitazione dei trasferimenti fuori distretto come extrema ratio ordinamentale. La struttura penitenziaria di Taranto è da anni monitorata per indici di sovraffollamento ben superiori alla tollerabilità ministeriale. Il tema della custodia cautelare in carcere continua a essere al centro del dibattito giuridico e politico italiano. Quando la libertà personale di un indagato viene limitata prima di una sentenza definitiva, il codice di procedura penale impone criteri rigorosi, legati alla gravità del quadro indiziario e a esigenze cautelari tassative come il pericolo di fuga, l’inquinamento delle prove o la reiterazione del reato. Tuttavia, l’applicazione pratica di queste misure si scontra quotidianamente con una realtà drammatica, ovvero il cronico sovraffollamento degli istituti di pena, una piaga che colpisce da vicino anche la Casa Circondariale di Taranto. In questo delicato contesto emerge con forza un principio processuale e costituzionale spesso sacrificato sull’altare dell’emergenza: il principio di territorialità della custodia cautelare, vale a dire il diritto dell’indagato a non essere sradicato dal proprio contesto familiare e sociale, un elemento che si rivela fondamentale per garantire l’effettività del diritto di difesa. La struttura penitenziaria di Taranto è da anni monitorata per indici di sovraffollamento ben superiori alla tollerabilità ministeriale e questa saturazione degli spazi si traduce, sul piano processual-penalistico, in una prassi interpretativa e gestionale problematica, caratterizzata dal frequente trasferimento dei detenuti in custodia cautelare presso istituti distanti centinaia di chilometri dal giudice procedente e dal proprio nucleo affettivo. Se da un lato l’amministrazione penitenziaria giustifica tali provvedimenti con indiscutibili ragioni di sicurezza, ordine interno e gestione logistica degli spazi, dall’altro l’impatto sul modello del giusto processo, solennemente sancito dall’articolo 111 della Costituzione, rischia di essere dirompente. Allontanare repentinamente un indagato dal territorio di appartenenza significa in molti casi infatti rendere complessi, discontinui e talvolta quasi proibitivi i colloqui con il proprio difensore di fiducia, ostacolando la tempestiva e serena costruzione della strategia difensiva in una fase cruciale come quella delle indagini preliminari o del primo grado di giudizio. Il codice di procedura penale e l’ordinamento penitenziario non sono sordi a questa esigenza, poiché il criterio della prossimità territoriale risponde alla duplice ratio di permettere all’imputato ristretto di partecipare attivamente al proprio processo e di tutelare i legami familiari. La stessa Carta Costituzionale, d’altronde, stringe un legame indissolubile tra la finalità rieducativa della pena e il mantenimento dei rapporti affettivi, un principio cardine che deve orientare la magistratura non solo nella fase dell’esecuzione della pena, ma anche e soprattutto durante la delicata fase cautelare. La giurisprudenza di legittimità ha più volte ribadito che il trasferimento del detenuto in un istituto lontano dal luogo in cui pende il procedimento deve configurarsi come una strettissima extrema ratio, legata a eccezionali e comprovati motivi di sicurezza, e non può trasformarsi in un’automatica risposta burocratica alle carenze strutturali dell’amministrazione. L’efficienza del sistema non si può misurare esclusivamente sul numero di procedimenti definiti o sulle statistiche di smaltimento dell’arretrato, ma deve essere valutata anche sulla qualità dei diritti effettivamente garantiti all’interno del circuito penitenziario. *Avvocato Lecce. Sospetta tubercolosi in carcere, “detenuti separati ma dopo giorni di incertezza e silenzio” di Veronica Valente lecceprima.it, 22 giugno 2026 Due legali, due assistiti con gravi patologie, quattro giorni di sollecitazioni senza risposta. L’avvocata De Filippis e l’avvocato Caroli puntano il dito contro l’area sanitaria della casa circondariale di Borgo San Nicola, a Lecce. Tre detenuti in isolamento sanitario nella stessa cella, due dei quali con gravi patologie, insieme al compagno con sospetta tubercolosi. Separati solo alle 23 di venerdì 19 giugno, quando un medico chiamato d’urgenza mentre stava per andare via avrebbe disposto raggi e altre analisi urgenti. È l’avvocata Alessandra De Filippis del foro di Bari a ricostruire la vicenda nella sua interezza. Il suo assistito, 59 anni, originario di Supersano, cardiopatico e portatore di patologie che richiedono la somministrazione di farmaci salvavita, si trovava in isolamento sanitario dal 15 giugno insieme al detenuto con sospetta Tbc e a un terzo recluso. A quest’ultimo, 52enne di Mesagne, diabetico, è invece l’avvocato del foro di Lecce Giorgio Caroli a fare da scudo. Entrambi i legali, nei giorni scorsi, hanno inviato sollecitazioni alla direzione e all’area sanitaria della struttura per avere delucidazioni. L’unico ufficio che, secondo De Filippis, ha inteso interloquire con lei è stato il Provveditorato regionale per la Puglia e la Basilicata, che ha inviato una nota alla direzione della casa circondariale chiedendo di verificare quanto segnalato e di garantire il diritto alla salute del detenuto. Quattro giorni di silenzio - Caroli, in una pec inviata il 16 giugno alla direttrice e alla direzione sanitaria di “Borgo San Nicola”, segnalava che nel corso della stessa giornata non aveva potuto svolgere il colloquio difensivo con il suo assistito, posto in isolamento per “sospetta tubercolosi” di un compagno di cella. Nella pec il legale sottolineava che la scelta di isolare i tre insieme, pur prevenendo la diffusione del contagio nel resto dell’istituto, aumentava il rischio tra i soggetti posti in isolamento, e chiedeva che fossero collocati in luoghi separati. De Filippis aveva inviato una prima pec già il 16 giugno, un’altra il giorno seguente e infine, il 18 giugno, una diffida più articolata, indirizzata anche al ministro della Giustizia Carlo Nordio, coinvolgendo anche polizia e carabinieri per verificare eventuali profili penalmente rilevanti. Nella notte tra venerdì e sabato i tre detenuti sono stati finalmente separati. Dopo la separazione - Secondo l’avvocata, restano aperte alcune questioni: sono state avviate bonifica dell’area e profilassi? Sono state disposte adeguate verifiche su chi possa aver avuto contatti con il contagiato? Insomma, le informazioni resterebbero sempre frammentate e le risposte difficili da ottenere. La direttrice del carcere Mariateresa Susca, contattata da Lecceprima.it, non ha rilasciato dichiarazioni in attesa di poter effettuare le verifiche del caso. La punta di un iceberg - La vicenda non è, secondo l’avvocata De Filippis, che la punta di un iceberg. La legale segnala che altri suoi assistiti e clienti di colleghi attendono da mesi di essere trasferiti in ospedale per interventi o infiltrazioni prescritti - in un caso per un’ernia al disco - e che nel frattempo camminano con le stampelle o reggendosi al muro. Anche in queste situazioni, l’area sanitaria non risponderebbe. Il nodo strutturale: il Dpcm del 2008 - Il nodo, per De Filippis, è strutturale. Le aree sanitarie delle carceri pugliesi, forti di un’interpretazione del Dpcm del 2008 - il decreto che ha trasferito la medicina penitenziaria alle Asl - non rispondono ai difensori né interagiscono con i detenuti-pazienti. Un comportamento che la legale definisce “palesemente in violazione di qualsiasi norma di legge” e che a suo avviso configura una omissione di atti d’ufficio. A ciò si aggiungerebbe, secondo quanto indicato nella diffida, la mancanza di un direttore sanitario stabilizzato e la carenza di medicine e strumenti per effettuare analisi. Napoli. Le Sirene di Secondigliano al Pride: “In carcere vogliamo dignità” Il Dubbio, 22 giugno 2026 Le detenute trans scrivono agli organizzatori del Napoli Pride: “Siamo la voce muta che non si sente”. Dentro il carcere di Secondigliano, a Napoli, una lettera firmata “Le Sirene di Secondigliano” chiede di non lasciare fuori dai cancelli la dignità, l’identità e i diritti. A scriverla sono le donne trans detenute nel reparto Infermeria dell’istituto, che si rivolgono agli organizzatori del Napoli Pride per chiedere “parità, uguaglianza e inclusività di genere” nelle carceri della Campania. Il messaggio è definito “corale, profondo e pacifico” ed è indirizzato alle istituzioni e alla comunità. Non una richiesta di privilegi, spiegano le firmatarie, ma una rivendicazione di diritti, ascolto e percorsi reali di reinserimento. “Siamo detenute ma ci siamo” - Nella lettera, le detenute parlano della propria condizione e del bisogno di essere riconosciute come persone, non soltanto come corpi reclusi o identità marginalizzate. “In Italia la politica controlla tutto, per questo le donne trans in carcere devono ottenere ciò che vogliono in modi primitivi. Quindi in modo corale, attraverso la potenza della parola chiediamo allo Stato: parità, uguaglianza e inclusività di genere negli istituti di pena della regione Campania”, scrivono. Il passaggio più forte riguarda il senso stesso della pena. Le detenute spiegano di non chiedere sconti, ma un sistema penitenziario capace di prendersi cura della dimensione umana, sociale e psicologica della persona detenuta, così da garantire “un riscatto sociale equo” e prevenire le recidive. “Noi siamo la voce più bassa, la voce muta che non si sente, vogliamo far sentire la nostra voce, siamo detenute ma ci siamo. Non siamo solo qui a scontare la pena”, si legge ancora nella lettera. La chiusura è affidata a un messaggio di non violenza: “Noi sappiamo che l’antidoto di tutto ciò è la pace”. L’appello raccolto da Arcigay Napoli - A raccogliere l’appello delle detenute trans di Secondigliano è Antinoo Arcigay Napoli, che da tempo opera all’interno della struttura penitenziaria insieme ad Associazione Trans Napoli e Pride Vesuvio. Il lavoro viene portato avanti attraverso lo sportello di volontariato “Al di là del Muro”, pensato per garantire supporto, ascolto e vicinanza alle persone detenute Lgbtqia+. Rosa Rubino, attivista di Antinoo Arcigay Napoli che segue in prima persona le detenute trans di Secondigliano, definisce la lettera “un grido di speranza e di rivendicazione” che non può essere ignorato. “Attraverso il nostro sportello “Al di là del Muro” tocchiamo con mano ogni giorno le enormi difficoltà e le doppie, triple, discriminazioni che le donne trans e i detenuti Lgbtqia+ vivono in regime di detenzione”, afferma Rubino. “I diritti non si fermano davanti a un cancello” - L’attivista richiama il rischio che il carcere diventi un luogo di cancellazione dell’identità. “Il carcere troppo spesso rischia di trasformarsi in un luogo di dimenticanza, dove l’identità e la dignità vengono annullate”, osserva. Per Rubino, la definizione scelta dalle detenute, “la voce muta che non si sente”, spiega esattamente il senso del Pride: dare spazio pubblico a chi viene silenziato. “Il Napoli Pride serve esattamente a questo, a fare da megafono a chi viene silenziato”, aggiunge. “Porteremo le loro parole in piazza con noi, per ricordare a tutti che i diritti civili e umani non si fermano davanti a un cancello chiuso e che la vera riabilitazione passa solo attraverso il rispetto, l’accoglienza e la cura della persona”. Il corteo del Napoli Pride si svolgerà sabato 27 giugno, con partenza alle ore 15 da piazza Giovanni Leone, a Porta Capuana. Genova. Provenza? No, Casa circondariale di Pontedecimo vaticannews.va, 22 giugno 2026 La storia di Kamal, detenuto nella casa a custodia attenuata Gozzini di Firenze, che ha appena ottenuto un contratto a tempo indeterminato in un ristorante Mc Donald’s della città, guidato da un imprenditore illuminato. Le sue speranze e la sua visione del futuro in attesa del fine pena previsto nel 2030. “Il mio nuovo lavoro, la mia nuova vita” è il corso di pasticceria in 8 lezioni che hanno seguito alcuni detenuti dell’Alta sicurezza della casa circondariale Le Sughere di Livorno. La testimonianza del garante comunale dei diritti delle persone detenute di Livorno, Marco Solimano. Nella casa circondariale Pontedecimo a Genova è stato sistemato il giardino dedicato all’incontro genitori-figli e piantumato un nuovo lavandeto che sarà il cuore di un nuovo laboratorio di profumeria interno al carcere. L’intervista con Luca Pizzorno di Seconda Chance Liguria. “Beat song” è il brano rap scritto da Ibra e Bubu, due ospiti del carcere Due Palazzi di Padova dove la riabilitazione passa anche attraverso la musica e il teatro. Il racconto di Maria Cinzia Zanellato, direttrice artistica della compagnia di Teatrocarcere del Due Palazzi. In ricordo di Elvio Fassone (1938-2026). Recensione di “Fine pena: ora”, Sellerio, 2015 di Gian Luigi Gatta sistemapenale.it, 22 giugno 2026 È scomparso ieri Elvio Fassone, già magistrato (Pretore a Pinerolo e Presidente di Corte d’Assise a Torino), componente del C.S.M. e per due Legislature Senatore della Repubblica. La nostra Rivista partecipa al lutto dei familiari, dei colleghi e della comunità degli studiosi ed esperti del sistema penale per la scomparsa di un giurista raffinato e di una persona che, con la sua attività e con i suoi scritti, è riuscita come poche a mettere al centro l’umanità nelle vicende della pena. Ci piace, nell’immediatezza della scomparsa, ricordare Fassone ripubblicando la recensione al suo splendido “Fine pena: ora” (Sellerio, 2015), uscita a firma di chi scrive sulla Rivista Italiana di Diritto e Procedura Penale nel 2017. Un libro che resterà e che oggi, in considerazione della crisi del carcere, dell’emergenza suicidi e del farsi strada del paradigma della giustizia riparativa, è se possibile ancora più attuale di quando fu scritto. *** [Fassone] Elvio Fassone, già magistrato e componente del C.S.M., nonché Senatore della Repubblica per due legislature, ha scritto un libro capace, come pochi, di parlare del dramma dell’ergastolo. Lo ha fatto con un libro per il grande pubblico, attraverso un felice espediente letterario. La narrazione si dipana infatti lungo una storia vera e una corrispondenza unica, più che singolare: quella che per ben ventisei anni è intercorsa tra un ergastolano, Salvatore, e il suo giudice: il presidente di una Corte d’Assise che, dopo aver pronunciato la condanna all’ergastolo, all’esito di un maxi processo di mafia, non resiste alla “folle” idea di scrivere al condannato, inviandogli un buon libro da leggere e dando il via a un rapporto umano tanto profondo e toccante, quanto inimmaginabile. A dare il là all’impulso del giudice è l’umanità del giovane imputato, emersa nel corso del processo attraverso alcuni episodi. Tra questi, una domanda rivolta al giudice: “Presidente, lei ce l’ha un figlio?... glielo chiedo perché le volevo dire che se suo figlio nasceva dove sono nato io, adesso era lui nella gabbia; e se io nascevo dove è nato suo figlio, magari ora facevo l’avvocato, ed ero pure bravo”. Come ha scritto Corrado Stajano sulle pagine del Corriere della Sera (26 gennaio 2016), quello di Fassone è “un libro dolorante e bellissimo, una storia minuziosamente vera, scritta con umanità profonda, senza linguaggi melensi”. È un libro che mostra al lettore due realtà nascoste che scaturiscono dalla pronuncia di una condanna all’ergastolo. La prima è l’irrequietezza del giudice, consapevole del ruolo istituzionale che ricopre, del dovere di fedeltà alla legge e della gravità delle conseguenze prodotte dall’arma della pena, che gli tocca di dover maneggiare. Un giudice che resta umano anche dopo aver inflitto una pena inumana, riuscendo a mostrare la propria umanità al condannato, che la percepisce e arriva a scrivergli, tramortendolo: “Presidente, io lo so che lei mi ha dato l’ergastolo perché così dice la legge, ma lei nel suo cuore non me lo voleva dare”. I ruoli si invertono, e il giudice viene assolto dal condannato, che lo libera da ogni possibile traccia di rimorso. La seconda realtà, centrale nella narrazione, è quella dell’ergastolo, raccontata attraverso il vissuto quotidiano della detenzione, per come emerge nella lunga corrispondenza conservata da Fassone per così tanti anni e abilmente messa a frutto. Il libro ha qui il merito di mostrare l’umanità e la disperazione, anch’essa umana, di un ragazzo della mafia, autore di reati violenti, diventato uomo in carcere, dove la sua vita è drammaticamente destinata a svolgersi. Quel ragazzo prima, e quell’uomo poi, vengono avvicinati al lettore, superando le barriere che impediscono ai più, soprattutto quando si tratta di reati particolarmente gravi, di mettere tra parentesi il reato e di guardare all’uomo che lo ha commesso, provando compassione per la punizione che deve subire. È un processo, osserva lucidamente Fassone, che può compiersi non già nell’immediatezza dei fatti, quando la ferita delle vittime è ancora lacerata, ma dopo un po’ di tempo, quando la tempesta è passata. E la leva del sentimento di pietà è la costatazione di come l’esperienza del carcere, protratta per lunghi anni, modifichi talora le persone, rendendole diverse rispetto a quelle che hanno commesso il reato. È così per Salvatore, che il lettore segue nel suo percorso rieducativo, che passa attraverso la scuola, il lavoro, il teatro, la cucina e lo porta, dopo 21 anni, a riassaporare “un sorso di libertà”, in occasione di un primo permesso. Senonché, scrive Fassone, “se è vero che la pena può dare frutto, ebbene il frutto è davvero maturo, è tempo di coglierlo altrimenti marcisce. Ma fuori non lo sanno, non tutti hanno la ventura di tenere corrispondenza con i condannati all’ergastolo”. Pagina dopo pagina, il lettore avverte l’accumulo di disperazione del detenuto: dapprima per le dolorose e inevitabili conseguenze della vita in carcere - compresa la fine della relazione sentimentale con la fidanzata che sembrava inseparabile - e poi per i continui trasferimenti da un istituto all’altro e per la revoca dei benefici legata al sospetto di collegamenti attuali con l’organizzazione criminale. “Stanco di sbarre”, Salvatore giunge all’acme della disperazione e tenta di impiccarsi: “un agente di custodia arriva in tempo a salvarlo, ma ormai l’altra fune, quella della resistenza interiore, si è definitivamente spezzata”. Se e quando l’unica via per sostituire al “fine pena mai” il “fine pena ora” finisce per essere rappresentata dal suicidio - questo il messaggio ultimo e crudo del libro di Fassone - la società ha il dovere di fermarsi e di riflettere sull’opportunità di superare la pena perpetua, se non altro per non far marcire i frutti maturati in carcere, che pur sempre uomini sono. Senza politica vincono gli slogan di Sabino Cassese Corriere della Sera, 22 giugno 2026 Con i partiti in crisi, la legge elettorale non dovrebbe guardare solo alla governabilità ma andrebbe pensata per riportare i cittadini alle urne. È il momento della diaspora. A destra, un altro politico improvvisato; al centro e a sinistra, qualche neofita della politica e politici di lungo corso si dànno da fare per aumentare il già numeroso mondo dei partiti. Sono una ventina i partiti che hanno rappresentanti in Parlamento. Ora si aggiunge a destra Futuro nazionale. Nell’area del centro-sinistra pullulano le iniziative: Progetto civico Italia, Partito liberale democratico, Più Uno, Centro democratico, area riformista del Pd. Insomma, per secessione o dispersione, il mondo dei partiti si frammenta sempre di più. Questo accade perché manca quel collante che è costituito dalle piattaforme politiche. I partiti sono sempre meno caratterizzati da politiche, progetti, programmi. Questo spinge anche a fare continue dichiarazioni ed altre esternazioni in forma di slogan. E a ricorrere a succedanei, per esempio appellandosi alla Resistenza o alla Costituzione, o all’antifascismo, o a una forma generica di patriottismo, per coprire il vuoto della politica con valori che debbono o dovrebbero essere condivisi da tutti, invece che essere la bandiera di questo o quell’altro partito. Né aiutano le antiche definizioni geografiche, destra, centro, sinistra, derivate dalla distribuzione del personale politico nelle aule parlamentari, una volta elemento qualificativo dei partiti. A questa assenza di politiche fa riscontro la debolezza interna dei partiti. Vi aderiva, negli anni ‘50, fino al 15% della popolazione adulta; oggi l’1-1,5 (alla strutturale fragilità degli odierni partiti italiani è dedicato il fascicolo 1 del 2026 della Rivista trimestrale di diritto pubblico). Lo stesso accade per i sindacati: il tasso di sindacalizzazione dei lavoratori (non conteggiando l’alto numero di pensionati iscritti ai sindacati) è sceso dal 50% del 1975 a circa il 30% di oggi. La conseguenza è che i partiti sono diventati tante piccole oligarchie, come dimostrato anche dal fatto che i tentativi di aggregazione vengono solitamente fatti mediante negoziati di vertice, invece che attraverso convergenze dell’elettorato o degli iscritti. I vertici sono abituati a parlare tra di loro, invece che con la base, che non esiste. Un incontro intorno a un tavolo, a cena, è l’emblema più rappresentativo, invece di un congresso, di questa debolezza interna delle cosiddette “forze politiche”, spesso guidate da leader avventizi, perché non provengono dal corpo del partito che rappresentano. La conseguenza di tutto questo è che i partiti, lo strumento principale della democrazia, perché sono il mezzo di trasmissione della domanda politica dalla società allo Stato, sono a loro volta senza una democrazia interna: ne sono indicatori l’incapacità di integrazione del dissenso interno, gestione personalistica da parte dei vertici, scarsa contendibilità dei posti di comando, protrazione degli eletti nelle cariche al di là della durata prevista dagli statuti, rinvii dei congressi, candidature parlamentari decise dai vertici. Antonio Polito, nel suo libro su La Costituzione non è di sinistra (Milano, Silvio Berlusconi editore, 2026), ricorda che alla fine del 2025 il Partito democratico ha riunito la sua assemblea nazionale (massimo organo dirigente, che dovrebbe adunarsi ogni sei mesi e in realtà è stata convocata solo una volta per anno) e preso una decisione fondamentale con la partecipazione di poco più di un terzo dei suoi membri. I grandi progressi della democrazia sono stati avviati all’inizio dell’Ottocento, quando si è cercato di far combaciare il Paese reale con quello legale introducendo il suffragio universale, ciò che ha consentito all’80% della popolazione di acquisire il diritto di voto alle elezioni politiche nazionali. Ma negli ultimi settant’anni i votanti sono diminuiti del 30%, aprendo un forte divario tra Paese reale e Paese legale. Rapportando i votanti all’intera popolazione italiana, la quota scende a circa 49%. Meno di un italiano su due ha effettivamente espresso un voto alle elezioni politiche del 2022. A tutto questo si accompagna, nello spazio pubblico, la perdita della forza aggregativa e orientativa dei media che hanno, per circa due secoli, svolto una funzione di interpretazione degli eventi e di orientamento della società. La carta stampata contribuisce per poco più del 10% all’informazione politica, mentre Internet è diventata la principale fonte di informazione. Così l’informazione non transita più attraverso interpreti che selezionano, stabiliscono le priorità delle notizie, le illustrano, cercano di trarne valutazioni sulla direzione degli eventi. In questo quadro, meraviglia che la scelta di una nuova formula elettorale sia motivata soltanto dalla governabilità, cioè dal risultato del voto, e non dalla rappresentatività, nel senso di riportare i cittadini ai seggi. Economia sociale, ridiamo centralità al valore intangibile di Mario Calderini Il Sole 24 Ore, 22 giugno 2026 Le organizzazioni del sociale emettono i bandi; le fondazioni e la pubblica amministrazione rispondono, candidandosi come beneficiarie competendo tra loro. È un mondo alla rovescia, nel quale le fondazioni e le pubbliche amministrazioni competono per le idee e i progetti generosamente messia disposizione dalle organizzazioni del terzo settore e dell’economia sociale, offrendo umilmente le loro risorse finanziarie o immobiliari. In fondo, qual è la risorsa più importante, meno abbondante e più preziosa, nel rapporto tra politica pubblica, filantropia e innovatori sociali? I soldi o la capacità di risolvere problemi e rispondere ai bisogni? Certamente la seconda: e dunque, perché mai la risorsa più preziosa dovrebbe competere per quella meno preziosa? È un tema concettuale e valoriale ancor prima che tecnico: riportare la centralità sul valore intangibile del sociale e sottrarre importanza alle risorse finanziarie. Una ridefinizione di ruolo che ha innanzitutto un significato politico, riconfigurando gli assetti di governance territoriale, troppo spesso nelle mani di soggetti politici e filantropici scarsamente rappresentativi. Per convenzione invisibile, le fondazioni e le pubbliche amministrazioni, riparandosi dietro ambigui processi di consultazione delle rappresentanze e degli stakeholder, emettono bandi, definiscono le priorità, stabiliscono i criteri, spesso senza essere i soggetti più informati e competenti su finalità e modalità di soluzione. Le organizzazioni non profit e le imprese sociali rispondono, si adattano, competono sulla qualità narrativa, comprimono i loro margini all’osso, perdono ogni reale possibilità di esprimere visioni strategiche di medio periodo e di investire in risorse umane e tecnologiche significative. È il meccanismo che ha portato all’impoverimento delle organizzazioni del sociale e che è alla radice del drammatico problema del lavoro povero nel terzo settore. Un fenomeno che, oltre a creare fragilità tra le lavoratrici e i lavoratori del sociale, rende le stesse organizzazioni poco attrattive a giovani, anche molto scolarizzati, che sempre più frequentemente esprimerebbero un orientamento forte a trovare orizzonti professionali nelle cosiddette organizzazioni di senso. Se l’economia sociale deve diventare una reale opzione di politica di sviluppo, allora il primo passo è aiutare i suoi protagonisti a crescere, cambiando radicalmente e definitivamente le condizioni di mercato, le modalità di procurement dei servizi e di assegnazione dei grant, attraverso la promozione dei “bandi al contrario”. Che rappresentano, naturalmente, una provocazione, ma anche una stella polare di reale cambiamento. Negli ultimi anni, la trust-based philanthropy ha tracciato una strada simile, proponendo un cambio di atteggiamento da parte dei finanziatori, fondamentalmente basato sulla fiducia: erogazioni pluriennali e non vincolate, processi di candidatura semplificati, dialogo aperto e bidirezionale. È un progresso reale che alcune fondazioni italiane stanno adottando con ottimi risultati. Vi sono altresì numerosi riferimenti gestionali e amministrativi di sperimentazione di questa filosofia: il demand-driven procurement nelle politiche industriali, il bilancio partecipativo in ambito pubblico, i modelli di community wealth building anglosassoni in cui le istituzioni rispondono ai bisogni definiti dalle comunità, gli schemi di pay-by-results e il reverse procurement. Ciò che serve, oggi, è una radicalizzazione di questi approcci e un’applicazione sistematica al mondo della filantropia e delle politiche pubbliche locali. La realizzazione di reali condizioni di concorrenza tra fondazioni e amministrazioni, le modalità di offerta aggregata delle progettualità sociali e le regole amministrative rappresentano ostacoli concreti, ma non insuperabili. Il “bando al contrario” è un’utopia reale con cui rispondere al deficit di immaginazione che da troppo tempo attraversa l’innovazione sociale. Disagio e salute mentale, allarme su donne e minori: il ritorno del “Piano nazionale” di Giuseppe Nicolò* Corriere della Sera, 22 giugno 2026 Da alcuni mesi l’Italia è tornata a dotarsi di uno strumento strategico che offre una visione organica dell’assistenza psichiatrica e psicologica: il Piano di azioni nazionale sulla salute mentale. Per troppo tempo la salute mentale è rimasta ai margini del dibattito pubblico, schiacciata tra emergenze sanitarie, carenza di risorse e disuguaglianze territoriali. Oggi qualcosa sta cambiando. La pandemia ha rappresentato uno spartiacque: l’isolamento sociale, la perdita delle relazioni, l’incertezza e la fragilità diffusa hanno lasciato segni profondi, soprattutto tra i più giovani. I numeri registrati negli anni successivi hanno evidenziato un incremento del disagio psicologico, dei comportamenti autolesivi, dei tentativi di suicidio e delle situazioni di ritiro sociale. Ora è chiaro che la salute mentale è una componente essenziale della salute delle persone e richiede servizi preparati, accessibili e vicini ai cittadini. A fine 2025 il Paese è tornato a dotarsi di uno strumento strategico che offre una visione organica dell’assistenza psichiatrica e psicologica: Il Piano di azioni nazionale sulla salute mentale (Pansm), voluto dal ministro Schillaci e messo a terra grazie al supporto del tavolo tecnico della salute mentale coordinato dal professor Alberto Siracusano. Il Piano non guarda solo alla gestione della malattia, ma punta sulla prevenzione, sull’intercettazione precoce del disagio e sulla costruzione di percorsi di cura integrati. Una scelta che riflette l’evoluzione dei bisogni: l’età di insorgenza di molti disturbi si è progressivamente abbassata. Per questo il Pansm dedica un’attenzione particolare ai giovani, individuati come una priorità strategica. Rafforzare i servizi per l’infanzia e l’adolescenza, favorire il raccordo tra scuola, sanità e servizi sociali, accompagnare i ragazzi nella delicata transizione verso l’età adulta sono alcuni degli interventi considerati essenziali per non lasciare indietro le nuove generazioni. Accanto ai giovani, emerge con forza anche l’attenzione verso le donne. Il Piano introduce un focus innovativo sulla salute mentale della diade madre-bambino, riconoscendo quanto il benessere psicologico nelle fasi della gravidanza, del parto e dei primi anni di vita del bambino rappresenti un investimento per l’intera comunità. Un altro elemento qualificante è la scelta di concentrarsi sulle persone più fragili e più difficili da raggiungere: chi vive condizioni di marginalità, chi è detenuto, chi si trova nelle Rems, chi spesso fatica persino a chiedere aiuto. Il principio che attraversa l’intero Piano è semplice ma fondamentale: nessuno deve essere lasciato solo. La sfida, ora, è trasformare gli indirizzi programmatici in risultati tangibili per cittadini e famiglie. Sarà necessario l’impegno delle istituzioni, degli operatori, del mondo della scuola, del Terzo settore e delle comunità locali. Ma avere una direzione condivisa è già un passo fondamentale. Dopo anni di attese, l’Italia dispone finalmente di una visione e di uno strumento per realizzarla. *Psichiatra, Asl Roma 5 Il vero, il verosimile e la fatica di leggere di Giusi Fasano Corriere della Sera, 22 giugno 2026 Un preside pubblica una pagella finta creata dall’intelligenza artificiale e in fondo spiega ai genitori perché l’ha fatto. Ma nessuno si spinge a leggere tutto e cominciano a commentare a conferma che un numero consistente di frequentatori dei social si accontenta del verosimile, anche quando il vero è lì, a portata di mano. E commenta senza sapere di cosa sta parlando, per evitare la “fatica” della lettura e dell’attenzione. “Che enorme tristezza”. Alfonso D’Ambrosio, il preside dell’Istituto comprensivo Lozzo Atesino di Padova non nasconde lo sconforto a chiusura di un intervento sulla sua pagina facebook. Tristezza, appunto. Aveva pubblicato un post generato con l’intelligenza artificiale: una finta pagella di un Mario inventato lì per lì. C’era scritto “auguri, Mario, per la promozione! Complimenti per il tuo 6 in italiano, il 7 in musica e persino per quei due 5 che fanno tanto “studente autentico”“. Poi, un po’ di righe bianche e più giù, la verità, e cioè che Mario non esiste, che quella pagella l’ha inventata l’IA. “Se l’avessi pubblicata senza dirvelo, qualcuno avrebbe messo un cuoricino, qualcun altro un “bravissimo!”, e altri anche commenti cattivi”, scrive il preside appena sotto gli auguri fake. Illuso! Perché in molti hanno fatto esattamente questo. Hanno preso per buoni la pagella e il messaggio iniziale e hanno commentato con elogi, critiche, offese... ovviamente senza prendersi la briga di leggere la parte in fondo, dove il dirigente scolastico rivelava lo scopo del suo post, cioè parlare ai genitori che pubblicano sui social (per vanto) le pagelle dei figli. “Le pagelle non sono trofei da esibire, o strumenti per raccogliere like e approvazione” era il suo commento. “La scuola non è una gara a mostrarsi e i figli non hanno bisogno di un post con la loro pagella. Hanno bisogno di adulti che sappiano dire, magari a tavola e lontano da una fotocamera: “Sono fiero di te, indipendentemente dai numeri scritti su un registro”. Hanno reagito a migliaia, a quel benedetto post che in poche ore è andato oltre un milione di visualizzazioni. Ma il fatto è che in tantissimi non sono mai arrivati fino alla parola finale, “registro”. Si sono fermati all’immagine della pagella e ai complimenti creati dall’intelligenza artificiale. Non un minuto in più per leggere fino alla fine. Ma per osservazioni, giudizi, pareri, biasimo, il tempo l’hanno trovato eccome. Se mai ce ne fosse stato bisogno, questo caso conferma una volta di più che un numero consistente di frequentatori dei social si accontenta del verosimile, anche quando il vero è lì, a portata di mano. E commenta senza sapere di cosa sta parlando, per evitare la “fatica” della lettura e dell’attenzione o per analfabetismo funzionale. E sì, per dirla con il preside: fa tristezza, “enorme tristezza”. Migranti. “Don, mi hanno scaricato qui”. Il modello Albania in una storia vissuta di David Maria Riboldi* Avvenire, 22 giugno 2026 Il racconto di un giovane senegalese trascinato da Milano al centro di Gjadër, dove ha fatto una video call con un giudice (di Milano) che l’ha rispedito in Italia, a Brindisi. La chiamano “movimentazione di persone”. “Don, mi hanno scaricato a Brindisi dall’Albania. Mi riprendi in dormitorio, che non so dove andare? E… mi paghi il biglietto del treno?”. Un ragazzo senegalese, che avevo accolto dal carcere al dormitorio Domus Madre Teresa della mia Parrocchia di S.Anna, in Busto Arsizio. Aveva poi preso il largo, trovando dove dormire e un posto di lavoro. Insomma: sembrava tutto Ok. Un giorno, a Milano, lo fermano. “Documenti?”. Lui aveva appena fatto la richiesta di rinnovo del permesso di soggiorno. Certo, non aveva ancora avuto la convocazione per la valutazione del rinnovo. I precedenti penali hanno vinto: tradotto al centro per il rimpatrio di via Corelli. Passano due mesi e mezzo. Poi, “con l’aereo don!” viene portato nei centri in Albania. Il modello che l’Europa avrebbe appena “battezzato”. Passa una settimana. Udienza in video call con un giudice di… Milano! Sì sì: portato da Milano a Gjadër per vedere online un magistrato del tribunale meneghino. Il quale, disarmante, dice: beh, la richiesta di rinnovo di permesso di soggiorno, finché non viene validata o negata, è valevole per stare sul territorio italiano. Il nostro viene imbarcato e portato a Brindisi. Fine della storia. Meglio, la storia finisce poi nel dormitorio della Parrocchia, per un nuovo avvio. Beh insomma, qualche domanda nasce. Sul senso della cosa. Sui suoi costi. Sul valore per la collettività di questo avanti e indietro dall’Albania. Sull’impiego di personale e quindi, ancora, sul dispendio del patrimonio pubblico per tenere in piedi un sistema… così. E quel personale ha, giustamente, una remunerazione importante, essendo lontani da casa. Se anche solo volessimo fare due conti sulla vicenda che ho raccontato, tra ingresso in via Corelli, due mesi e mezzo di permanenza, il volo aereo di andata e la nave di ritorno... Lasciandolo, per altro, ben lontano da dove era stato prelevato e quindi dai suoi centri vitali e… senza una lira. Certo, lui aveva chi chiamare. Lui. Ora, il 17 giugno, l’altro ieri, il Parlamento Europeo ha approvato il nuovo Regolamento sui Rimpatri (Return Regulation). Questa riforma introduce ufficialmente la possibilità per gli Stati membri dell’UE di trasferire i migranti in centri situati al di fuori dei confini dell’Unione (i cosiddetti “return hubs”), in Paesi terzi disposti ad accoglierli tramite accordi bilaterali. Il Governo ha esultato. La Premier dichiarò che avrebbe inseguito i trafficanti di esseri umani “su tutto il globo terracqueo”. Quegli stessi trafficanti cui papa Leone XIV ha rivolto, a Tenerife, lo stesso monito di S.Giovanni Paolo II ai mafiosi: “Convertitevi!”. Sembra una linea in piena continuità. Sembra. Eppure… la vicenda del nostro giovane amico parla di “movimentazione di persone” dal dubbio valore. Dall’indubbio costo. Venne presentato dalla Premier, il 5.06.24, quello dell’Albania, come un progetto che avrebbe avuto un “effetto deterrenza per chi vuole raggiungere irregolarmente l’Europa e di contrasto ai trafficanti”. Quindi i centri dovrebbero demotivare i trafficanti o almeno le persone che scappano dai loro Paesi: “Non andare perché poi ti spediscono in Albania”. Certo, mi chiedo se possa tenere ancora il fil rouge con le intenzioni del Santo Padre, che, martedì sera, fuori da Castel Gandolfo, ha dichiarato: “Dire “mandiamo via”, così ci laviamo le mani del problema, non mi sembra una risposta cristiana. Occorre vedere i casi e, soprattutto, trattare con rispetto le persone come persone”. La politica è fatta di intenzioni, di parole. Poi c’è la realtà. Fatta di storie, come quella di un giovane che viene trascinato da Milano in Albania per fare una video call con un giudice di Milano ed essere poi scaricato a Brindisi. Eh insomma… questo andirivieni… un bel traffico! *Cappellano Casa Circondariale Busto Arsizio, fondatore La Valle di Ezechiele Nasce Rete Lampedusa, “operazione-verità” sui migranti del mare: metà dell’anno scorso di Paolo Foschini Corriere della Sera, 22 giugno 2026 Nei primi sei mesi del 2025 gli sbarcati erano stati 28 mila, quest’anno finora sono 13 mila: meno della metà. “La migrazione non si affronta con slogan ideologici ma con responsabilità, umanità, visione europea, strumenti concreti”: così Pietro Bartolo, il medico dell’isola divenuto europarlamentare per dieci anni e ora fondatore di Rete Lampedusa. Nei primi sei mesi del 2025 le persone sbarcate sulle coste italiane erano state 28 mila, quest’anno finora sono 13 mila: meno della metà. I dati sono aggiornati al 19 giugno e la fonte è il sito del Viminale. “La migrazione non si affronta con slogan ideologici ma con responsabilità, umanità, visione europea, strumenti concreti”: così Pietro Bartolo, il medico dell’isola divenuto europarlamentare per dieci anni e ora fondatore di Rete Lampedusa. Motivo della nascita: “Costruire una nuova narrazione sulle migrazioni, fondata su dati, diritti umani, canali regolari e responsabilità europea”. La presentazione pubblica si terrà il 15 luglio a Roma e il progetto sarà illustrato da Agostino Sella, presidente di Don Bosco 2000. “Rete Lampedusa - si legge nel comunicato di anticipiazione - nasce per colmare un vuoto politico, culturale e narrativo sul tema delle migrazioni. I documenti fondativi del progetto evidenziano infatti come il dibattito pubblico sia oggi schiacciato tra la “narrazione dell’invasione”, il silenzio dettato dalla paura elettorale e l’assenza di una contro-narrazione credibile, autorevole e organizzata. L’obiettivo è dare voce a chi opera nell’accoglienza e nell’integrazione, mettendo in rete competenze, esperienze e buone pratiche”. Negli ultimi anni il record degli sbarchi era stato toccato nel 2023 con oltre 157 mila. Nel 2024 e 2025 la drastica riduzione a 66 mila. E i numeri del 2026 non solo confermano finora la tendenza ma la dimezzano ulteriormente: 13.179 contro i 28.549 registrati tra il primo gennaio e il 19 giugno negli ultimi due anni. Vale anche per i minori non accompagnati: 2.325 nei primi sei mesi di quest’anno contro 4.796 del 2025 nello stesso periodo. “La migrazione è una realtà complessa - ribadisce Bartolo - che va affrontata con serietà, strumenti concreti, canali legali, integrazione e responsabilità condivise, non con slogan o propaganda”. Dieci anni dalla parte dei diritti: il faro dell’Oiad sugli avvocati in pericolo di Francesca Spasiano Il Dubbio, 22 giugno 2026 Alcuni nomi raccontano una storia. È il caso di Nasrin Sotoudeh, avvocata iraniana per i diritti umani perseguitata dagli ayatollah. Ed è il caso di Ebru Timtik, la legale turca morta nelle celle di Erdogan dopo 238 giorni di sciopero della fame. La loro vicenda è un monito universale. Perché mette a nudo un metodo ricorrente: chi vuole fiaccare lo spirito della democrazia colpisce al cuore dell’avvocatura. Ma chi non tollera i diritti non agisce mai indisturbato, perché c’è un faro potente che illumina le vicende umane e professionali dei legali colpiti in tutto il mondo. Una lunga lista di casi, abusi e persecuzioni giudiziarie su cui vigila attentamente l’occhio dell’OIAD, l’Osservatorio internazionale degli avvocati in pericolo che lo scorso 21 aprile ha compiuto dieci anni di attività. La missione dell’organizzazione è chiara: difendere chi difende. Perché non può esistere alcuna libertà, né una tutela effettiva dei diritti umani, se gli avvocati non sono pienamente liberi di esercitare la propria attività professionale. Ecco perché, quando un avvocato finisce nel mirino, ad essere sotto attacco non è soltanto un singolo professionista, ma il diritto stesso di ogni cittadino a ricevere un giusto processo. Come accade troppo spesso nei regimi che fanno a pezzi lo Stato di diritto, ma anche nella nostra Europa, dove è necessario preservare e custodire i principi di autonomia e indipendenza che definiscono l’attività forense. Con questo scopo nasce anche la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla protezione della professione di avvocato, primo trattato giuridicamente vincolante che sancisce, tra le altre cose, la riservatezza delle comunicazioni tra i difensori e i propri assisiti. L’Italia è stata tra i primi paesi Ue a firmare il provvedimento nel maggio 2025, ma almeno otto stati dovranno ratificarlo perché entri in vigore. Un obiettivo che ora rientra tra le principali sfide dell’OIAD, che ha già tracciato le linee della mobilitazione futura a partire da un bagaglio di azioni e risultati concreti che rientrano nel bilancio dei suoi primi dieci anni. Un decennio di crescita - Fondato nel 2016 dal Consiglio Nazionale Forense italiano (CNF), il Consiglio Nazionale degli Ordini Forensi francesi (CNB), l’Ordine degli Avvocati di Parigi e il Consiglio Generale dell’Avvocatura Spagnola, l’OIAD ha vissuto in questi dieci anni una crescita continua sia in termini di rappresentatività che di autorevolezza geopolitica. Da nucleo ristretto, l’Osservatorio è divenuto infatti un attore di primo piano nelle sedi internazionali, accreditato presso le Nazioni Unite e i principali organismi di monitoraggio dei diritti fondamentali. I numeri odierni testimoniano il successo di questa mobilitazione: per il suo decimo compleanno, l’OIAD può contare su una rete formata da 45 membri attivi, di cui 14 italiani. Solo nell’ultimo anno, sotto la guida della presidenza italiana, sono entrati a far parte dell’Osservatorio cinque nuovi membri attivi, tra i quali l’Ordine degli avvocati di Istanbul e la Law Society of England and Wales. A questi si aggiungono 22 membri associati, tra i quali il Consiglio degli Ordini Forensi d’Europa (CCBE), l’Unione Internazionale degli avvocati (UIA) e, da quest’anno, la Pan African Lawyers Union (Palu), alla quale aderiscono le avvocature dei paesi africani. È la forza della rete, di cui si è avuto prova anche nell’ultima assemblea generale dell’Oiad che si è tenuta il 17 maggio a Roma presso la sede del Cnf. Un appuntamento che ha riunito nella capitale quasi 200 delegati per l’approvazione della relazione sull’ultimo anno di attività e il passaggio di consegne tra il presidente uscente dell’Oiad, il consigliere del Cnf Leonardo Arnau, e Julie Couturier, presidente del Consiglio francese. “Il nostro statuto fu sottoscritto il 21 aprile 2016 a Madrid al fine di assicurare la cosiddetta difesa della difesa, anche attraverso il monitoraggio e l’invio di osservatori internazionali ai processi all’estero a carico di colleghi ingiustamente arrestati perché difendono oppositori politici, dissidenti e vengono identificati con i loro clienti. In questi anni siamo cresciuti e siamo ormai riconosciuti a livello internazionale per la nostra peculiarità, quella di occuparci della difesa dei diritti umani e dello stato di diritto attraverso le vicende dei purtroppo tanti colleghi ingiustamente perseguiti, sottoposti ad indagini e processi, condannati a lunghe pene detentive”, ha spiegato Leonardo Arnau nel corso dell’assemblea. Che ha certificato la necessità di rafforzare l’impegno e la determinazione dell’Osservatorio in un quadro globale deteriorato dall’acuirsi di conflitti armati e derive autoritarie. Come agisce l’Oiad - L’attività dell’Osservatorio si articola su tre direttive principali, attraverso azioni concrete e campagne di sensibilizzazione. Il primo grande pilastro è rappresentato dalle azioni di advocacy e denuncia pubblica, con interventi diplomatici e la pubblicazione di comunicati di allerta volti a rompere l’isolamento informativo che spesso circonda i legali perseguitati. Il secondo asse d’intervento è costituito dalle attività di monitoraggio sul campo, suddivise in missioni di osservazione giudiziaria e missioni prospettiche o conoscitive. Presenziare fisicamente all’interno delle aule di giustizia straniere in cui si celebrano processi farsa contro gli avvocati rappresenta un deterrente formidabile contro gli abusi procedurali. La presenza di delegati internazionali costringe le magistrature locali a operare sotto lo sguardo della comunità giuridica mondiale, limitando l’arbitrio e documentando in modo inoppugnabile le violazioni del diritto a un equo processo. Emblematici, in questo senso, il caso della Tunisia, a seguito dell’arresto dell’avvocata Sonia Dahmani, e della Turchia, con l’attività a tutela dei vertici dell’Ordine degli Avvocati di Istanbul, tra cui il presidente Ibrahim Kaboglu, destituiti e sottoposti a procedimento penale in seguito alla pubblicazione di comunicati critici verso il potere politico. Grazie all’invio di osservatori internazionali a tutte le udienze e al deposito di un articolato amicus curiae, il 9 gennaio 2026 il tribunale ha pronunciato una storica sentenza di assoluzione. Accanto al monitoraggio processuale, l’OIAD sviluppa missioni conoscitive sul campo, come quella co-organizzata in Guatemala con Lawyers for Lawyers. Questa ricognizione ha permesso di mappare un drammatico clima di paura caratterizzato dalla criminalizzazione sistematica di magistrati e avvocati impegnati nel contrasto alla corruzione. I dati raccolti sono confluiti in un dettagliato rapporto internazionale presentato lo scorso marzo a Città del Guatemala dinanzi alle Nazioni Unite e alla Commissione Interamericana per i Diritti Umani, costituendo la base tecnica per le successive azioni di pressione diplomatica. Un successo importante in questo campo è stato ottenuto anche con la revoca da parte dell’Interpol delle “notifiche rosse” (mandati di cattura internazionali) emesse illegittimamente dal governo di El Salvador contro gli avvocati Ivania Cruz e Rudy Joya, dimostrando la natura politica della misura. Inoltre, l’emissione sistematica di “certificati di rischio” da parte dell’OIAD si è confermata uno strumento burocratico vitale per agevolare l’ottenimento di visti umanitari. Il sostegno finanziario - L’impegno dell’Osservatorio non si esaurisce nella denuncia politica, ma si traduce in interventi di solidarietà materiale e finanziaria di emergenza. Molti avvocati perdono improvvisamente ogni fonte di reddito, vengono privati della possibilità di esercitare o sono costretti alla fuga immediata per salvare la propria vita e quella dei propri familiari. In risposta a queste crisi, l’OIAD gestisce fondi di solidarietà destinati a coprire spese essenziali di ricollocazione temporanea, assistenza legale locale, beni di prima necessità e sicurezza. Durante l’ultimo anno, l’Osservatorio ha stanziato oltre 85mila euro, fornendo ossigeno a professionisti in grave pericolo. Un focus drammatico ha riguardato la Repubblica Democratica del Congo dopo l’avanzata delle forze dell’M23: in diverse città cadute sotto il controllo del gruppo armato, tra cui Bukavu e Goma, le fughe di massa di detenuti condannati per reati gravi hanno contribuito a creare un clima di impunità, mettendo in pericolo gli avvocati che avevano difeso le vittime di tali crimini. La Giornata degli avvocati in pericolo - Ogni anno, il 24 gennaio, l’Oiad celebra la Giornata degli avvocati in pericolo, che ricorre nel giorno della strage di Atocha del 1977. E dedica un focus a un singolo Paese su cui accendere i riflettori. Dopo la Bielorussia, nel 2025, quest’anno l’allarme ha riguardato gli Stati Uniti di Donald Trump, dove la crociata del tycoon contro l’avvocatura si è tradotta in una serie ordini esecutivi che hanno preso di mira gli studi legali più prestigiosi con l’obiettivo di fermare le cause contro l’amministrazione americana. Il premio Oiad per i diritti umani - Per dare un segnale concreto di riconoscimento e protezione a chi non si piega, dal 2023 l’OIAD conferisce un Premio annuale per i Diritti Umani. Nel 2026 è assegnato congiuntamente alla legale francese Ghislaine Sèze e al collega nicaraguense Julio Montenegro. Che, come l’avvocata colombiana Andrea Del Rocío Torres Bobadilla e lo stesso Kaboglu, premiati nel 2025, si sono distinti per il coraggio e la dedizione eccezionale nel difendere i principi dello stato di diritto. “La paura non potrà cancellare l’America dei diritti” di Gennaro Grimolizzi Il Dubbio, 22 giugno 2026 Nancy Hollander è una delle avvocate più famose degli Stati Uniti. Quest’anno, in occasione della Giornata internazionale dell’avvocato in pericolo, ha partecipato ad una iniziativa organizzata da alcuni Coa, in collaborazione con l’Oiad e con la sezione italiana di “Scholars at risk”, per parlare della condizione in cui versa l’avvocatura statunitense. Sono mesi molto delicati per una delle più antiche democrazie del mondo. L’effetto Trump è sotto gli occhi di tutti. In un anno e mezzo di presenza alla Casa Bianca, dopo la rielezione nel novembre 2024, The Donald è stato protagonista, come hanno rilevato alcuni osservatori, di uno “slittamento autoritario”. Prima una serie di provvedimenti nei confronti delle Università per arginare le proteste contro i massacri di Gaza, poi le scorribande degli agenti dell’Ice per contrastare l’immigrazione clandestina. Senza tralasciare gli ordini esecutivi che hanno interessato diverse law firms accusate di aver alzato troppo la cresta contro l’amministrazione Trump e portate in tribunale. La crociata contro l’avvocatura avviata dal capo della Casa Bianca ha provocato la reazione immediata dell’American Bar Association (ABA), che ha lanciato l’allarme sull’attacco allo Stato di diritto. Il primo passo di Trump per imbrigliare l’avvocatura ha riguardato un memorandum finalizzato a “prevenire gli abusi del sistema legale e della Corte federale”, considerato intimidatorio verso la classe forense con l’obiettivo di impedire ai legali di intentare cause contro l’amministrazione statunitense. In poco più di un anno sulla “patria dei diritti e della libertà” si sono addensate nubi scure. Ma chi indossa la toga non molla. Nancy Hollander è un esempio. Per oltre quarant’anni si è impegnata nella difesa dei diritti umani. L’avvocata ha affrontato casi giudiziari molto complessi. Tra questi quello di Mohamedou Ould Slahi, imprigionato a Guantánamo con l’accusa di aver avuto contatti con Al Qaeda, responsabile degli attacchi dell’11 settembre 2001. Slahi, ingegnere originario della Mauritania, è stato scarcerato nel 2016, dopo quattordici anni di detenzione senza accuse formali. La sua storia è raccontata nel libro Guantanámo Diary da cui è stato tratto il film del 2021 The Mauritanian . Nella pellicola a vestire i panni di Nancy Hollander è l’attrice Jodie Foster, premiata per questa interpretazione con il Golden Globe. Nel 1992 Hollander è stata la prima donna a ricoprire la carica di presidente della National association of Criminal defense lawyers. Da New York, dove ora vive e segue alcuni selezionatissimi casi giudiziari, Hollander ha riflettuto sulla situazione in cui versano gli Stati Uniti, a partire dalle condizioni di lavoro di chi difende i diritti. L’ultima Giornata internazionale dell’avvocato in pericolo, secondo Hollander, “è un segnale preoccupante” per tutti i legali statunitensi e deve indurre a non abbassare mai l’attenzione su certi temi e certe derive. Ad ogni difensore devono essere riconosciute precise garanzie. “Se non è possibile rappresentare i propri clienti senza interferenze o minacce da parte del governo - dice al Dubbio Nancy Hollander -, sia gli avvocati che i loro clienti sono minacciati. Negli Stati Uniti, ogni imputato o parte civile deve avere la certezza di avere conversazioni riservate con il proprio avvocato e che quest’ultimo non abbia conflitti di interesse. Gli avvocati devono sentirsi liberi di rappresentare chiunque desiderino, senza il timore che il governo imponga restrizioni a tale rappresentanza”. Gli eventi di Minneapolis dei mesi scorsi, con gli agenti dell’Ice impegnati nella cattura degli immigrati clandestini, hanno dimostrato che i diritti sono sotto attacco sotto l’amministrazione Trump? “Negli Stati Uniti i diritti di tutti - sostiene Hollander - sono sotto attacco. Abbiamo già assistito ad una situazione del genere. Alcune persone sono state uccise o ferite per aver difeso i diritti costituzionali, riconducibili anche alla libertà di parola. Altre persone sono state deportate senza un giusto processo, a dispetto di quanto previsto dalla Costituzione americana. Tutti coloro che si trovano, legalmente o non, negli Stati Uniti vedono riconosciuti dei diritti. O, almeno, così era in passato. Non è ancora chiaro però come la Corte Suprema difenderà tali diritti”. Quando Nancy Hollander ha difeso Mohamedou Ould Slahi è stato possibile accendere ulteriormente i riflettori su Guantánamo, simbolo della violazione dei diritti umani. “Questa prigione - commenta Hollander - è stata ed è una vergogna per l’Occidente. È un luogo senza legge, dove le regole sono inventate e cambiano in continuazione. Le persone incarcerate, quindici sono ancora lì, non hanno visto riconosciuti i benefici della Costituzione degli Stati Uniti. Sono state torturate e trattenute per molti anni, senza essere accusate di alcun reato. Persino coloro che sono stati accusati non hanno visto riconosciuti i loro diritti in quanto incriminati dal governo degli Stati Uniti. Dall’esperienza professionale e umana legata alla difesa di Mohamedou Ould Slahi ho imparato a lottare per tutto e a non arrendermi mai”. Un concetto chiaro già espresso diversi anni fa in un interessante contributo pubblicato sul New York Times in cui Hollander mise in guardia dalla tentazione di assimilare l’avvocato al proprio assistito. “Contrariamente ai recenti attacchi di coloro che si dichiarano sostenitori della giustizia americana - scrisse l’avvocata -, la mia difesa di persone accusate di crimini gravi e talvolta orribili non è un’approvazione di tali crimini. Piuttosto, è una testimonianza della forza della mia fede e del mio impegno nei confronti del sistema giudiziario americano. Perché? Perché nella mia difesa di ogni cliente, difendo la Costituzione degli Stati Uniti e le leggi e i trattati a cui è vincolata. E difendo lo Stato di diritto. Nemmeno la Costituzione, le leggi e i trattati che ho giurato di difendere sono al sicuro. Ogni giorno, i politici degli Stati Uniti continuano a usare la paura nel tentativo di convincere gli americani che il pericolo risiede nella protezione delle stesse libertà, diritti e principi a cui teniamo”. Un monito a pochi giorni dalla celebrazione dei 250 anni della Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti d’America. Russia. Il grido di Maria Bontsler dalle carceri di Putin di Gennaro Grimolizzi Il Dubbio, 22 giugno 2026 L’avvocata Maria Bontsler deve restare in carcere, nonostante le precarie condizioni di salute. È stata arrestata oltre un anno fa per aver difeso un attivista sceso in piazza per sostenere il rispetto dei diritti umani in Russia. A nulla sono servite le richieste formulate dai familiari e dai suoi legali per un trasferimento in ospedale. All’inizio di marzo la posizione processuale di Bontsler si è aggravata: le è stato contestato il reato di “tradimento di Stato” e due settimane fa i giudici d’appello di Mosca hanno confermato la detenzione almeno fino al 13 novembre. Anche la storia di Maria Bontsler offre un quadro inquietante sulla situazione che si vive nella Russia di Putin e nei territori sottoposti al controllo di Mosca. Bontsler ha 65 anni ed è una avvocata di Kaliningrad, exclave russa che si affaccia sul Mar Baltico, situata tra Polonia e Lituania. Pochi mesi dopo l’aggressione della Russia ai danni dell’Ucraina nel febbraio 2022, Bontsler - unica avvocata di Kaliningrad che si occupa di diritti umani - è stata condannata al pagamento di una multa di 60 mila rubli per aver utilizzato la parola “guerra” nel corso di un’udienza. Più grave l’accusa formulata nel 2025 dalla procura della città russa: “Cooperazione su base confidenziale con uno Stato estero, un’organizzazione internazionale o straniera” (articolo 275.1 del Codice penale). Secondo gli inquirenti, tra i mesi di agosto e settembre 2024, Bontsler ha avuto contatti con un appartenente ai servizi di sicurezza di uno “Stato ostile”, assistendolo “in attività dirette contro la sicurezza della Federazione Russa”. Il pubblico ministero ha inoltre sostenuto che l’avvocata ha “fornito informazioni su agenti delle forze dell’ordine di cui è venuta a conoscenza attraverso il suo lavoro di avvocato”. In udienza il pubblico ministero ha affermato che, se rilasciata, Bontsler “potrebbe continuare a svolgere attività criminali”. “Dati i suoi numerosi contatti al di fuori della Federazione Russa - ha aggiunto l’accusa - e i suoi ripetuti viaggi all’estero, potrebbe eludere le indagini e il processo, potrebbe minacciare i testimoni e ostacolare in altro modo il procedimento a suo carico”. Maria Bontsler rischia fino a otto anni di carcere nel caso di conferma delle accuse. L’idea che si è rafforzata in Russia in questi anni è a dir poco bizzarra: la professione legale viene considerata una minaccia per la sicurezza nazionale, in quanto l’avvocato potrebbe acquisire informazioni sensibili che metterebbe a disposizione di altri per danneggiare gli interessi della Federazione Russa. Per oltre trent’anni, Bontsler ha presieduto il “Comitato regionale delle madri dei soldati”, ora sciolto, e difeso i diritti dei coscritti. Nel 2013 si è aggiudicata il Moscow Helsinki Group Human Rights Award. Ha collaborato inoltre con Memorial e Open Russia, fino alla loro chiusura. L’anno scorso alcuni agenti dell’Fsb hanno proposto a Bontsler un accordo con la possibilità di uno sconto di pena in cambio di alcune informazioni su un altro avvocato impegnato nella difesa di dissidenti e oppositori politici. Secco il rifiuto della legale di scendere a patti con i servizi di sicurezza. Oltre alle accuse, l’impossibilità di ricevere cure adeguate. L’ospedale di Kaliningrad in più occasioni ha certificato che le condizioni di salute di Bontsler, che soffre di grave ipertensione, è compatibile con la detenzione. Il figlio dell’avvocata, Vyacheslav Medkov, ha riferito al canale Telegram “Parola di difesa” che gli esami medici più volte promessi non sono stati mai effettuati. La persecuzione di Maria Bontsler ha suscitato attenzione all’estero. Il 16 giugno è stato dedicato alla vicenda un focus nel corso dell’assemblea generale dell’Oiad con il passaggio della presidenza dal Cnf al Consiglio nazionale degli avvocati di Francia. La relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nella Federazione Russa, Mariana Katzarova, ha espresso preoccupazione, parlando di un caso “profondamente inquietante di persecuzione giudiziaria e criminalizzazione di un avvocato semplicemente per aver svolto il proprio lavoro”. “L’arresto e il processo a Maria Bontsler - ha commentato Katzarova - sono motivati politicamente e rappresentano l’ennesimo esempio del continuo attacco all’indipendenza della professione legale in Russia”. L’Ordine degli avvocati di Kaliningrad non solo non ha solidarizzato con la propria iscritta, ma ha addirittura cancellato dall’albo la professionista. Molto critica a tal riguardo l’International association of Russian advocates (Iara). “La decisione del Consiglio dell’Ordine degli avvocati della Regione di Kaliningrad nei confronti di Maria Bontsler - si legge in una nota dell’organizzazione - non è solo un errore. Si tratta di un atto che calpesta palesemente i principi fondamentali della legislazione forense russa, gli standard internazionali di indipendenza professionale e l’essenza stessa dell’autogoverno forense, che mira a proteggere i propri iscritti non a facilitarne la persecuzione”. Karinna Moskalenko, presidente della Iara, considera “le azioni dell’Ordine degli avvocati di Kaliningrad non solo illegali, ma anche profondamente immorali, in quanto rappresentano un atto di tradimento professionale”. “L’Ordine degli avvocati - evidenzia Moskalenko -, in virtù del suo scopo, è tenuto a garantire che gli iscritti siano in grado di svolgere tutte le loro funzioni professionali senza intimidazioni, ostacoli, molestie o interferenze improprie”. Un’altra organizzazione per la difesa dei diritti umani, l’Icj (International commission of jurists) evidenzia le numerose violazioni che hanno riguardato il caso Bontsler: “Il sequestro dei dispositivi elettronici e della documentazione riservata di Maria Bontsler, protetti dal segreto professionale, hanno violato il principio di riservatezza delle comunicazioni tra avvocato e cliente, garanzia necessaria per il diritto a un equo processo tutelato dall’articolo 14 del Patto internazionale sui diritti civili e politici. In base ai Principi fondamentali delle Nazioni Unite, i governi devono riconoscere che le comunicazioni e le consultazioni tra avvocati e clienti “nell’ambito del loro rapporto professionale sono riservate” (Principio 22)”. L’Icj continua a chiedere la scarcerazione di Maria Bontsler. Il Salvador di Bukele fa la guerra agli avvocati I casi Roya e Ivania Cruz di Daniele Zaccaria Il Dubbio, 22 giugno 2026 Il Salvador del “trumpiano” Nayib Bukele con la sua politica di tolleranza zero in appena cinque anni ha praticamente annientato il fenomeno dei crimini violenti: gli omicidi sono infatti diminuiti del 98%, da 103 ogni 100mila abitanti ad appena 1,3 nel 2025, lo stesso tasso della Francia. Una caduta spettacolare che nasce dalla guerra senza quartiere alle due principali gang che operano nel piccolo paese centroamericano: MS-13 e Barrio 18. Il prezzo di questo successo sul piano della sicurezza lo ha pagato la democrazia; le stesse politiche che hanno consentito di smantellare il potere delle organizzazioni criminali ha coinciso con un attacco senza precedenti alle garanzie proprie dello Stato di diritto. Dal marzo 2022, quando il governo ha introdotto uno stato d’eccezione più volte rinnovato, gli apparati di sicurezza e la stessa magistratura hanno acquisito straordinari che hanno ridotto in modo drammatico le tutele individuali previste dall’ordinamento democratico. Organizzazioni come Amnesty International e Human Rights Watch hanno documentato decine di migliaia di arresti effettuati senza mandato o sulla base di indizi estremamente deboli, detenzioni prolungate senza processo, processi collettivi con centinaia di imputati e numerosi casi di torture, maltrattamenti e morti in custodia. Oltre trecento persone che erano in custodia dell’autorità giudiziaria sono di fatto scomparse, sparizioni forzate che ricordano le brutalità del Cile di Pinochet e dell’Argentina di Videla. Le modifiche apportate al codice penale hanno abbassato da 16 a 12 anni la soglia per applicare pene detentive severe, una riforma approvata durante lo stato d’eccezione ha consentito condanne fino a 10 anni di carcere per ragazzi tra 12 e 15 anni e fino a 20 anni per quelli tra 16 e 18 anni. Secondo i report dell ong, la compressione delle libertà fondamentali non rappresenterebbe un effetto collaterale della lotta alle gang, ma è lo strumenti centralo attraverso cui essa è stata condotta. Tra i diritti maggiormente colpiti dall’ondata di repressione c’è senz’altro quello di difesa. L’accesso tempestivo a un avvocato, la possibilità di conoscere le accuse, di contestare la detenzione e di preparare adeguatamente il processo sono elementi essenziali di qualsiasi sistema giudiziario fondato sul principio del giusto processo. In Salvador questo principio è stato fatto a pezzi, migliaia di imputati lo restano per mesi senza poter incontrare o conferire in modo efficace con i propri legali; le udienze di massa rendono difficile valutare le responsabilità individuali; i familiari spesso non vengono informati tempestivamente del luogo di detenzione dei propri congiunti. Emblematiche sono in tal senso le vicende di Ivania Cruz e Rudy Joya, membri dell’organizzazione Unidad de Defensa de Derechos Humanos y Comunitarios. Entrambi hanno assistito centinaia di persone arrestate durante il regime d’eccezione, denunciando casi di detenzione arbitraria, sparizioni temporanee e violazioni del diritto alla difesa. Lo hanno fatto perché sono avvocati ed è loro dovere presidiare la frontiera che separa un’accusa legittima da un arresto e un processo arbitrario. Ma come accade in tanti altri scenari dove la democrazia è sotto attacco, dalla Turchia di Erdogan alla Russia di Putin, i governi autoritari amano assimilare i difensori con i loro clienti. Nel 2023 la polizia di Bukele ha arrestato Rudy Joya insieme ad altri membri dell’organizzazione con accuse legate ad attività illecite riguardanti proprietà immobiliari. Il 25 febbraio 2025, c’è stata un’irruzione violenta e irregolare nell’abitazione di Ivania Cruz , che si trovava in Spagna. Durante il blitz gli agenti di polizia hanno fatto irruzione con la forza dalla porta principale senza esibire un mandato. Gli agenti hanno rubato una cassaforte contenente documenti privati ??appartenenti al fratello dell’avvocata contro cui è stato spiccato un mandato d’arresto. Grazie al tenace lavoro dell’Oiad (Osservatorio internazionale avvocati in pericolo) che si è rivolto direttamente all’Interpol, i mandati di cattura per Roya e Cruz sono stati cancellati in quanto contrari allo statuto della stessa Interpol. Per i difensori dei diritti umani, le associazioni forensi e le ong internazionali le accuse rivolte ai due avvocati salvadoregni sono chiaramente farlocche ed eteroclite (associazione criminale e vendita illegale di lotti agricoli) e sono chiaramente collegate al loro lavoro di denuncia degli abusi commessi durante la campagna contro le gang. Come con i (pochi) giornalisti che hanno denunciato le violazioni dei diritti fondamentali, anche ai legali che “parlano troppo” il presidente di ferro ha riservato la persecuzione. Libia. Almasri condannato a 7 anni e 4 mesi: “Ha violato i diritti dei detenuti” di Alessia Candito La Repubblica, 22 giugno 2026 Lo riportano i media libici. L’ex comandate è al centro di un contenzioso tra il governo italiano e la Corte penale internazionale. Sette anni e quattro mesi per aver violato i diritti dei detenuti nel carcere di Mitiga su cui regnava e che secondo il panel of experts dell’Onu ancora controlla. Arriva dal tribunale penale di Tripoli la prima condanna per Osama Njeem Almasri, l’ex comandante libico arrestato a Torino e che la Corte penale internazionale avrebbe voluto processare, ma l’Italia ha liberato e riportato a casa. Secondo quanto riportato dai media della Tripolitania, l’ex comandante della polizia giudiziaria e alto papavero della milizia Rada, sarebbe stato riconosciuto colpevole di maltrattamenti nei confronti dei detenuti che aveva in custodia e per questo condannato anche all’interdizione dai pubblici uffici e alla perdita dei diritti civili per tutta la durata della pena. Arrestato nel novembre scorso in Libia per alcuni dei reati che la Corte penale internazionale gli contesta, Almasri da allora è ufficialmente sparito dai radar. L’Aja ne ha subito chiesto la consegna, ma la Libia, pur assicurando massima collaborazione e a dispetto dell’accordo con cui ha accettato la giurisdizione della Cpi sui crimini di guerra e contro l’umanità commessi in Libia fino al 2027, ha preso tempo. Da allora, di riconsegna non si è più parlato. Dubbi sulla detenzione - Ecco perché analisti, ong come Refugees in Libya e comitati per i diritti umani hanno sempre manifestato seri dubbi sulla sua effettiva detenzione, anche perché mai è stato reso noto dove se e dove sia stato messo in custodia. In più, la “guerra alle milizie fino alla loro eliminazione” dichiarata dal premier Dbeibeh ha decapitato la Ssa, ma non ha potuto nulla contro la Rada, di cui Almasri è uno dei leader. E oggi come allora, la milizia e lo stesso comandante libico - afferma il panel of experts dell’Onu nel suo ultimo rapporto- continuano a controllare diversi centri di detenzione, diventati anche centro della tratta di esseri umani. È da lì - rivela il rapporto - che arrivano uomini e donne venduti come schiavi o reclutati forzatamente per alimentare la fabbrica di troll che Almasri starebbe costruendo. Tassello di una strategia più complessa - Tutti elementi che fanno pensare che lo stesso procedimento non sia stato altro che una manovra, se non un tassello di una strategia complessa che mira a disinnescare il procedimento sui crimini di guerra e contro l’umanità in Libia che si è aperto il mese scorso all’Aja. Se Almasri è riuscito a sottrarsi alla Corte anche grazie all’Italia - che lo ha liberato anche al prezzo di un terremoto politico tracimato nelle aule giudiziarie e una procedura di inadempimento davanti all’assemblea Onu - il suo bracco destro no. Al Hishri, meglio conosciuto come Al Buti, è stato arrestato in Germania e consegnato alla Cpi, che contro di lui ha formalmente aperto il processo, che rischia di essere pericoloso non solo per lui, ma anche per diversi leader - ufficiali e ufficiosi- della Tripolitania. Il ricorso di Almasri e il tentativo di disinnescare il processo all’Aja - Ecco perché il ricorso presentato da Almasri per contestare la competenza della Cpi e l’inammissibilità stessa del giudizio nei primi giorni di udienza dai più è stato letto come una manovra concordata. Se le sue istanze dovessero essere accolte, verrebbero meno i presupposti del giudizio non solo contro di lui, ma anche contro tutti i leader civili e militari che la procura della Corte ancora cerca e contro cui vuole procedere. Fra gli argomenti principe del ricorso, proprio la capacità della Libia di perseguire con strumenti e istituzioni proprie i crimini - anche di guerra e contro l’umanità - commessi al proprio interno. Un’argomentazione che la condanna di Almasri sembra voler confermare. E adesso toccherà aspettare il 3 luglio, termine ultimo concesso dalla Camera pre-processuale della Cpi che esamina il ricorso per presentare osservazione, per capire se e in che misura la strategia sia stata efficace.