Madri e figli in carcere. Norme da cambiare di David Allegranti La Nazione, 21 giugno 2026 Il carcere è un posto terribile in cui vivere da adulti, come testimoniato quotidianamente dal caso Sollicciano (e non solo purtroppo), figuriamoci da bambini. Eppure, dice Antigone in un aggiornamento di pochi giorni fa, sono 30 i bambini in carcere con le loro madri. Erano anni che non si registravano numeri così alti. Un anno fa erano 11. “Si tratta di un effetto diretto del decreto sicurezza, che ha cancellato il rinvio obbligatorio della pena per le donne incinte o con figli piccoli”, dice Antigone, che nel suo ultimo rapporto, pubblicato poche settimane fa, sottolinea l’origine dell’impennata di piccoli detenuti: “Il tema dei bambini in carcere è stato di recente investito da una novità normativa. Il decreto sulla sicurezza emanato nell’aprile 2025 e poi convertito nella legge 80/2025 ha infatti trasformato da obbligatorio in facoltativo il rinvio dell’esecuzione della pena per donna incinta o con prole fino a un anno di età. Perfino il guardasigilli fascista Alfredo Rocco aveva previsto che una donna in tali condizioni dovesse obbligatoriamente scontare la pena non prima che il figlio avesse compiuto un anno di vita”. Oggi invece la decisione spetta al giudice “che caso per caso valuterà il rischio che la donna torni a commettere reati. In tale contesto, inoltre, per la prima volta in assoluto si è aperto alla possibilità che il bambino venga strappato alla madre. Le nuove norme prevedono infatti che la donna che non si comporta a dovere mentre è sottoposta alla custodia cautelare in un Icam possa venire trasferita in un carcere ordinario senza suo figlio. Per lui o per lei verranno allertati i servizi sociali. Mai prima si era subordinato il rapporto tra madre e figlio alla condotta disciplinare”. Come i numeri mostrano chiaramente, la presenza dei bambini in carcere è stata in passato del tutto insensibile agli interventi normativi effettuati con lo scopo di preservare la relazione tra detenuta madre e figli minori. Interventi che si sono collocati nel 2001 e nel 2011. “Ciò che piuttosto è servito a ridurre il numero dei bambini in carcere, è stata piuttosto la pandemia scoppiata nel 2020 Ci auguriamo che non sia questa la volta che un cambiamento legislativo riporti il numero dei bambini imprigionati a quello che eravamo riusciti a lasciarci alle spalle”, scrive ancora Antigone nel suo ultimo rapporto. Da anni in Italia una legge prevede la costruzione di case famiglia dove far scontare la pena, evitando così che bambini piccoli debbano iniziare la loro vita dentro un carcere. “Ma è una legge senza finanziamenti e senza nessun impegno obbligatorio”, dice Antigone, che nel suo rapporto denuncia anche le condizioni di isolamento della popolazione femminile detenuta: “Dopo la chiusura del carcere di Pozzuoli per il sisma del maggio 2024, sono rimasti solo tre istituti interamente femminili sul territorio nazionale, a Roma, Venezia e Trani”. Questi istituti ospitano 501 donne, meno di un quinto del totale. Le altre sono ospitate in sezioni femminili in carceri a prevalenza maschile: “Tali sezioni sono di dimensioni variabili e arrivano a prevedere la presenza anche di pochissime donne, che finiscono per vivere un secondo isolamento nella struttura”. Toc toc, ministro Carlo Nordio? C’è nessuno? Bambini in carcere con le madri. “Sono 30, mai così tanti negli ultimi anni” di Serena Bellandi giornalelavoce.it, 21 giugno 2026 Ci sono numeri che non hanno bisogno di essere gridati per fare rumore. Trenta bambini oggi vivono in Italia insieme alle loro madri all’interno di strutture detentive. Trenta bambini che non hanno commesso alcun reato, ma che crescono dietro cancelli, controlli, procedure, orari, rumori e regole pensate per adulti privati della libertà. Trenta bambini che trasformano il carcere in una contraddizione insopportabile: un luogo nato per custodire la pena degli adulti che finisce per segnare anche l’infanzia di chi non deve espiare nulla. A lanciare l’allarme è Aldo Di Giacomo, del sindacato Fsa-Cnpp-Spp, che parla di un dato mai raggiunto negli ultimi anni. “Mai così tanti”, denuncia, riferendosi ai piccoli presenti con le madri in cella o negli istituti a custodia attenuata. Un anno fa, ricorda il sindacalista, erano circa una dozzina. Oggi sono più del doppio. Il quadro che emerge è durissimo. Il triste primato spetta all’Icam di Lauro, vicino ad Avellino, l’Istituto a custodia attenuata per madri con bambini al seguito, dove si trovano 13 bambini su un totale nazionale di 30. Gli altri sono distribuiti tra diverse strutture: il carcere Lorusso e Cutugno di Torino, San Vittore a Milano, la Giudecca a Venezia e Cagliari. La parola Icam dovrebbe suggerire un modello meno duro del carcere tradizionale. Custodia attenuata, appunto. Ma il punto, secondo il sindacato, resta un altro: un bambino non dovrebbe crescere in un luogo detentivo. Nemmeno in una struttura attenuata. Nemmeno se colorata, adattata, resa meno traumatica. Perché la privazione della libertà resta privazione della libertà. E perché l’infanzia, soprattutto nei primi anni di vita, ha bisogno di spazi, relazioni, aria, gioco, normalità, non di muri pensati per contenere una pena. La maggior parte delle donne detenute con figli, secondo quanto riferisce Di Giacomo, è composta da straniere o donne di etnia rom, spesso arrestate per piccoli reati. È qui che il discorso si fa anche politico e sociale. Perché dietro la presenza di madri con bambini in carcere non c’è solo la questione penitenziaria. Ci sono marginalità, povertà, fragilità familiari, assenza di alternative, giustizia penale che incrocia vite già segnate da esclusione. Di Giacomo punta il dito contro le scelte del governo e, in particolare, contro la modifica sul rinvio della pena. “Il governo ha reso facoltativo il rinvio della pena avendo come obiettivo proprio loro, le quali secondo il governo fanno figli principalmente per non andare in carcere”, afferma il sindacalista. Il riferimento è al decreto sicurezza del 2025, con cui il rinvio della pena per le donne incinte o con bambini di meno di un anno è diventato facoltativo. Prima, l’idea di fondo era chiara: proteggere l’infanzia, evitare che la pena della madre si riversasse automaticamente sul bambino. Con la nuova impostazione, secondo i critici, aumenta invece il rischio che la valutazione caso per caso si traduca in una maggiore presenza di madri e bambini nelle strutture detentive. E il numero attuale sembra alimentare proprio questa preoccupazione. Il problema è reso ancora più grave dalla scarsità di alternative. In Italia, ricorda Di Giacomo, esistono soltanto due case famiglia protette, una a Milano e una a Roma. Troppo poche per assorbire situazioni che richiederebbero risposte personalizzate, strutture adeguate, personale formato, percorsi educativi e sociali. Troppo poche per trasformare davvero il principio della tutela dei minori in una prassi diffusa. Così il sistema continua a oscillare tra due estremi: da una parte il carcere ordinario o le strutture a custodia attenuata, dall’altra un numero insufficiente di soluzioni alternative. In mezzo ci sono i bambini. Sono loro a pagare il prezzo di una riforma mancata, di una rete incompleta, di anni di proposte di legge depositate e mai arrivate a una svolta definitiva. Il sindacalista ricorda anche un altro dato: la legge di bilancio 2026 avrebbe tagliato di oltre il 60 per cento i fondi per le strutture della giustizia minorile. Una scelta che, letta insieme all’aumento dei bambini presenti con le madri in carcere, assume un peso ancora più pesante. Da un lato crescono i bisogni. Dall’altro si riducono le risorse. E quando le risorse si restringono, a soffrire sono proprio i soggetti meno capaci di difendersi: i bambini, le madri fragili, le famiglie senza rete. “Trenta bambini oggi non vivono in un luogo qualunque”, sottolinea Di Giacomo. Ed è questa la frase che restituisce il cuore della denuncia. Non vivono in una casa, non vivono in una comunità protetta, non vivono in uno spazio pensato pienamente per loro. Vivono dentro un sistema detentivo. Anche quando quel sistema prova ad attenuare la propria durezza, resta un contesto segnato dalla pena. La presenza di bambini in carcere con le madri è da anni una delle ferite più evidenti del sistema penitenziario italiano. È un tema che periodicamente torna nel dibattito pubblico, provoca indignazione, produce proposte, mozioni, disegni di legge, appelli. Poi, troppo spesso, si ferma. E intanto i bambini continuano a entrare, crescere, dormire e giocare in ambienti che non dovrebbero appartenere alla loro esperienza di vita. La questione non è semplice. Da un lato c’è l’esigenza dello Stato di eseguire le pene e di intervenire in presenza di reati. Dall’altro c’è il diritto del bambino a non essere separato dalla madre nei primi anni di vita, diritto che va bilanciato con un altro principio fondamentale: non essere costretto a vivere in carcere. È proprio qui che dovrebbero intervenire le case famiglia protette e le strutture alternative, capaci di garantire controllo e legalità senza trasformare l’infanzia in una pena indiretta. Il punto è che queste strutture, oggi, non bastano. E se non bastano, la scelta rischia di ricadere sempre sugli stessi: i bambini. Non perché qualcuno voglia punirli, ma perché il sistema non offre abbastanza soluzioni. E una pena che si trasmette ai figli, anche solo come ambiente di vita, è una sconfitta dello Stato. Per Di Giacomo, è necessario accelerare. “Diventa perciò sempre più necessario accelerare i provvedimenti per mettere fine a questa barbarie nei confronti dei piccoli”, afferma. La parola scelta è durissima: barbarie. Non un disservizio, non una criticità, non una semplice emergenza gestionale. Una barbarie. Perché, nella prospettiva del sindacato, la presenza di bambini in carcere è qualcosa che una società civile non dovrebbe più tollerare. “Dopo anni di proposte di legge depositate in Parlamento per il superamento degli istituti e il passaggio a case e strutture specifiche, intensificheremo ogni iniziativa in grado di dare una svolta a questa vicenda prima di tutto di inciviltà umana”, aggiunge il sindacalista. È un annuncio di mobilitazione, ma anche una denuncia del tempo perduto. Perché la questione non nasce oggi. Oggi esplode nei numeri. Ma le radici sono vecchie: insufficienza di strutture alternative, ritardi legislativi, difficoltà di coordinamento, scarsa priorità politica. Il caso di Lauro, con 13 bambini presenti nell’Icam, diventa il simbolo di questa contraddizione. Un istituto nato per attenuare la custodia si ritrova a concentrare quasi la metà dei bambini detenuti con le madri in Italia. Una fotografia che inquieta, perché mostra come il sistema delle alternative sia ancora troppo debole e come alcune strutture finiscano per caricarsi di un peso enorme. Anche Torino entra in questa mappa, con il Lorusso e Cutugno tra gli istituti in cui sono presenti bambini con le madri. Un dato che porta la questione dentro uno dei principali complessi penitenziari italiani e ricorda che il tema non riguarda soltanto alcune aree del Paese o singoli casi eccezionali. È una questione nazionale, diffusa, strutturale. La domanda, allora, è semplice e terribile: che cosa significa per un bambino cominciare la propria vita in un luogo di detenzione? Significa imparare il mondo attraverso porte chiuse, controlli, spazi limitati. Significa vedere la libertà degli altri come qualcosa che sta fuori. Significa vivere la relazione con la madre dentro una cornice che non dipende da lui e che può segnarlo anche quando non ne comprende pienamente il senso. Gli esperti dell’infanzia lo ripetono da anni: i primi anni di vita sono decisivi. Sono gli anni dell’attaccamento, della sicurezza emotiva, della scoperta dello spazio, della costruzione delle prime relazioni. Anche quando le madri fanno il possibile per proteggere i figli, l’ambiente conta. E l’ambiente detentivo, per quanto mitigato, resta un ambiente innaturale per un bambino. È qui che la politica dovrebbe intervenire con chiarezza. Non basta dire che i bambini non devono stare in carcere. Bisogna costruire luoghi alternativi, finanziarli, distribuirli sul territorio, garantire personale qualificato, prevedere percorsi di inclusione, lavorare sulla genitorialità, sulla responsabilità penale delle madri e sulla tutela effettiva dei minori. La protezione dell’infanzia non si realizza con una dichiarazione di principio, ma con bilanci, strutture, norme e scelte. Il rischio, altrimenti, è che ogni governo denunci il problema e poi lo consegni al successivo. Nel frattempo, i numeri crescono. Da una dozzina di bambini un anno fa si è arrivati a trenta. È una crescita che non può essere considerata fisiologica. È un campanello d’allarme. E, secondo Di Giacomo, è anche la prova che il sistema sta andando nella direzione sbagliata. La questione delle madri detenute porta con sé anche un altro nodo: quello delle donne marginali, spesso straniere o rom, spesso coinvolte in piccoli reati, spesso prive di un domicilio adeguato o di reti familiari riconosciute come affidabili. In questi casi, l’alternativa al carcere richiede un investimento sociale più forte. Non basta aprire una porta. Bisogna costruire un percorso. Ma proprio per questo servono risorse, non tagli. La denuncia del sindacato arriva dunque come un atto d’accusa contro l’intero sistema. Il carcere non può diventare il luogo dove finiscono le fragilità che la società non sa gestire. E soprattutto non può diventare il primo orizzonte di vita di bambini che non hanno alcuna colpa. La presenza di trenta bambini con le madri in strutture detentive non è soltanto un dato penitenziario. È uno specchio. Dice che il Paese non ha ancora trovato una soluzione all’altezza dei propri principi. Dice che la tutela dell’infanzia resta troppo spesso subordinata alla gestione dell’emergenza. Dice che le alternative esistono sulla carta, ma non abbastanza nella realtà. Ora il sindacato annuncia nuove iniziative per chiedere una svolta. Il punto, però, è se la politica saprà raccogliere l’urgenza. Perché il tempo, per un adulto, è una misura amministrativa. Per un bambino, è vita che passa. Un anno in carcere per un bambino piccolo non è un dettaglio: è una parte enorme della sua esistenza. Ed è per questo che il numero trenta pesa così tanto. Non perché sia una cifra astratta, ma perché ciascuno di quei bambini ha un nome, una età, un volto, una madre, un futuro che non dovrebbe cominciare dietro una porta chiusa. Giustizia, ridisegnata l’agenda: sei proroghe per le riforme di Dario Ferrara Italia Oggi, 21 giugno 2026 Il pacchetto di misure del dl n. 100/2026: slittano le novità in tema di indennizzi Pinto, gip collegiale, riorganizzazione degli uffici, tribunale della famiglia e giudici di pace. Scattano in tutto sei proroghe per la giustizia, compresa la moratoria per gli indennizzi Pinto sulle cause lumaca. Aumentano poi le tutele ai notai, è modificato l’iter dei provvedimenti cautelari nelle controversie su proprietà industriale e diritti d’autore e arriva il nuovo esame di abilitazione forense. Ampio respiro per la riorganizzazione degli uffici: slitta al 28 febbraio 2027 il giudice per le indagini preliminari in composizione collegiale. Il Governo ha varato un nuovo pacchetto di interventi sulla giustizia italiana, introducendo uno slittamento sistematico per riforme molto attese e modificando le regole operative per professionisti e cittadini. Con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del decreto-legge 100/2026, l’esecutivo applica un principio di realtà sempre valido e applicabile a ogni livello dell’ordinamento: le architetture giudiziarie non possono reggere nuove mansioni o tutele garantiste in assenza di un organico al completo e di infrastrutture telematiche collaudate. Di fronte all’impossibilità di far scattare i nuovi adempimenti, il legislatore congela le scadenze su sei fronti nevralgici, ridisegnando tempi e modi dei contenziosi nelle aule di udienza. L’ingresso del giudice per le indagini preliminari in composizione collegiale, inizialmente previsto per il prossimo 25 agosto, è stato spostato al 28 febbraio 2027. La legge 114/2024 aveva stabilito che a deliberare sulle misure cautelari più afflittive per la libertà personale, come la custodia in carcere, dovessero essere tre magistrati anziché uno solo, in ossequio alle garanzie imposte dalla riforma Nordio. I tribunali più piccoli, tuttavia, denunciano una gravissima scopertura di organico che rende matematicamente impossibile la formazione di questi collegi. Il tempo guadagnato servirà a coprire i vuoti: si attende infatti l’immissione in servizio di 354 nuovi magistrati vincitori del concorso 2022, a cui seguiranno le ulteriori 350 toghe del bando 2024, i cui orali partiranno a settembre. Slittano il tribunale della famiglia e il Giudice di Pace - La creazione di un polo giurisdizionale unico dedicato alla famiglia, progettato per assorbire tutte le cause relative a separazioni, divorzi, capacità di agire e questioni minorili, viene posticipata all’ottobre 2027. L’accorpamento impone una revisione profonda delle piante organiche e la riqualificazione del personale, dinamiche che hanno scatenato dubbi sulle future competenze, alimentando le critiche dei magistrati per la paventata perdita della collegialità nei procedimenti che coinvolgono i minori. Identico rinvio al 31 ottobre 2027 colpisce l’ampliamento delle materie affidate al giudice di pace. In via eccezionale, i presidenti dei tribunali avranno il potere di disporre applicazioni temporanee del personale amministrativo per supportare gli uffici di pace. La soluzione non piace agli avvocati: l’Organismo congressuale forense lamenta l’inapplicabilità concreta della misura chiedendone l’abrogazione totale, mentre l’Associazione italiana giovani avvocati preme per interventi di natura strutturale. Blocchi anti-scopertura e potenziamento dell’ufficio per il processo - Per scongiurare uffici deserti e rispettare i target del Pnrr, il testo fissa una moratoria sui trasferimenti d’ufficio. I magistrati giudicanti che raggiungono il limite massimo di permanenza nella medesima sede prima del 31 dicembre 2026 conserveranno la poltrona fino alla fine dell’anno. A regime, se le quote di turnover impongono di ricollocare più di un terzo dei giudici di una sezione, le assegnazioni eccedenti potranno essere congelate per dodici mesi, partendo da chi ha una minore anzianità di servizio. I tempi per il cambio di funzione passano inoltre da sei a tre mesi. L’Ufficio per il processo entra a pieno regime nei tribunali per i minorenni, dove il personale di supporto sarà destinato unicamente allo smaltimento delle attività tipiche civili e penali. Ogni impiego in mansioni differenti sarà illegittimo, salvo comprovate e documentate necessità d’urgenza. Legge Pinto e tutele per i notai - Chi vanta crediti dallo Stato a titolo di indennizzo per l’irragionevole durata dei processi ottiene una boccata d’ossigeno. I titolari di somme liquidate relative all’anno 2022 avranno tempo fino al 30 ottobre 2026 (e non più fino all’8 agosto) per presentare la dichiarazione utile al pagamento. Questa proroga fa slittare in avanti anche le decadenze relative al 2023 e agli anni successivi. Novità assolute per la responsabilità civile dei notai: l’azione risarcitoria per errori professionali non potrà mai essere esercitata una volta superati i quindici anni dal giorno della prestazione. Rimane operativa la prescrizione ordinaria di dieci anni, che inizia a decorrere non dall’atto, ma dal momento in cui il danno diventa oggettivamente conoscibile. La norma estende i suoi effetti anche ai contratti stipulati in data antecedente al 12 giugno 2026, purché la prestazione materiale del professionista sia avvenuta dopo tale spartiacque. La nuova disciplina su marchi e copyright - Il Governo allinea le procedure cautelari in materia di proprietà industriale alle indicazioni della Corte di giustizia dell’Unione europea (sentenza C-132/25). Nelle liti per violazione del diritto d’autore, se scade il termine per incardinare il giudizio di merito, la misura cautelare non perde efficacia in modo automatico. L’onere di far saltare il blocco si trasferisce sul soggetto colpito dall’inibitoria, che avrà il compito di presentare un’istanza formale al giudice entro trenta giorni dalla scadenza. Per i procedimenti già attivi al 12 giugno 2026 si applica un salvacondotto: se il destinatario si muove per chiedere la revoca, il magistrato rimetterà in termini la parte favorita, concedendole sessanta giorni di tempo per depositare il ricorso e avviare il processo ordinario. Server sicuri e fatture per le intercettazioni - Il potenziamento delle infrastrutture digitali e delle sale server interstrutturali, indispensabili per gestire il flusso dei dati delle intercettazioni telematiche e ambientali, gode di un nuovo termine fissato al 31 dicembre 2027. Infine, cambia del tutto il circuito dei pagamenti per il noleggio delle sofisticate attrezzature di ascolto utilizzate dalle procure. L’obiettivo normativo è porre fine ai ritardi della Pubblica amministrazione, chiudendo una pesante procedura d’infrazione aperta da Bruxelles (direttiva 2011/7/UE). A fine prestazione, l’azienda fornitrice invia la richiesta al pubblico ministero, che è obbligato a liquidare l’importo entro trenta giorni. Il decreto di pagamento assume subito valore di titolo esecutivo provvisorio. Solo a questo punto la società può emettere fattura, incassando l’importo nel mese successivo. Per sanzionare i ritardi di tesoreria, oltre agli interessi legali, scatta un indennizzo a scaglioni: l’1 per cento per morosità fino a sei mesi, l’1,5 per cento entro l’anno, il 2 per cento entro il biennio, per culminare al 2,5 per cento per pagamenti congelati per oltre due anni. Corsa al Csm, le correnti presentano le liste ma arriva la riscossa degli indipendenti di Giulia Merlo Il Domani, 21 giugno 2026 Si stanno ultimando le liste dei diversi gruppi associativi in vista del voto per eleggere il nuovo Csm del 25 e 25 ottobre prossimo. Domani aveva già anticipato i candidati alle prossime elezioni del Csm e piano piano stanno arrivando le varie conferme. Per quanto riguarda Magistratura indipendente, l’assemblea generale ha ufficializzato i nomi dei 10 candidati: per il collegio di legittimità, Salvatore Casciaro; per quello dei Pubblici ministeri, al collegio nord Stefano Buccini, il pm di Venezia, al collegio sud, Gaetano Bono, sostituto pg di Caltanissetta. Per il settore giudicante, al Collegio 1 Ernesta Occhiuto, giudice della Corte d’appello di Milano; al Collegio 2 Maria Tiziana Balduini, presidente di una delle sezioni civili del tribunale di Roma; al Collegio 3 Maria Ilaria Romano, presidente di sezione al tribunale di Benevento; al Collegio 4 Giulio Corsini, giudice a Palermo. Ci saranno inoltre le candidature di Lucia Schiaretti, presidente di sezione al tribunale di Prato, di Giancosimo Mura, giudice a Cagliari, e di Ugo Scavuzzo, presidente della sezione fallimentare del tribunale di Messina. A loro si sono già aggiunti i candidati certi di Unicost. Per il collegio unico nazionale di legittimità: Elisabetta Ceniccola, Sostituta Procuratrice Generale presso la Corte di Cassazione. Come pubblici ministeri Rosalia Affinito, Sostituta Procuratrice presso la Procura di Roma e Giuliano Caputo, Sostituto Procuratore presso la Procura di Napoli. Per il merito, Alessandra Salvadori, giudice presso il Tribunale di Torino, Valeria Ciampelli, giudice del Tribunale di Roma; Piero Indinnimeo, giudice della Corte di Appello di Salerno; Daniela Monaco Crea, giudice del Tribunale di Catania e Filippo Di Todaro, giudice della Corte di Appello di Lecce, sezione distaccata di Taranto. Gli indipendenti - Come già successo nel 2022, con l’elezione del togato al Csm, Roberto Fontana, anche in questa nuova corsa al Consiglio ci sono nomi di candidati indipendenti pronti a correre sul solco della stessa esperienza. Uno di loro è Giovanni Nardecchia, per il collegio di legittimità, intorno alla cui candidatura si sono raccolte oltre 200 firme. L’8 giugno si è tenuta a Milano una riunione con una cinquantina di magistrati del distretto con Nardecchia, in cui è emerso come il distretto di Milano abbia già vissuto, negli ultimi anni, esperienze di candidature nate dal basso e poi sostenute da gruppi associativi tradizionali, in particolare Magistratura democratica. Quanto ai temi, nel report post-incontro si legge che ampio spazio ha trovato “il tema delle nomine dei dirigenti e dei semidirigenti e la necessità di riprendere il confronto sul Testo Unico della dirigenza giudiziaria, affinché le decisioni del CSM siano sempre più trasparenti, prevedibili a monte e fondate su criteri chiari e verificabili”. Da questa riunione sono emersi anche altri nomi di candidati nei collegi del merito: Roberta Amadeo, pubblico ministero presso la Procura di Milano, ed Angelo Mambriani, giudice presso il Tribunale di Milano, che hanno raccolto quell’invito, dichiarandosi disponibili a proseguire il confronto in vista delle prossime scadenze elettorali. Anche nel Triveneto, il 16 giugno, si è fatto altrettanto. Fontana ha preso parte alla riunione ed è emersa la candidatura di Pier Paolo Lanni, giudice del Tribunale di Verona. La delibera del Csm stila una lista delle procure a rischio mafioso, tutte del sud. É polemica di Giulia Merlo Il Domani, 21 giugno 2026 Il testo riguarda i criteri di nomina e serve a valutare in quali casi considerare indicatore preferenziale l’esperienza antimafia ed è basato su dati ufficiali. Ma ha provocato reazioni critiche, come quella della pg di Torino Lucia Musti, che teme il rischio di sottovalutazione del fenomeno mafioso al nord. Una delibera del Csm fa scoppiare lo scontro tra consiglio e mondi intorno all’antimafia. Il testo, approvato dal plenum l’11 giugno in modifica del Testo unico sulla dirigenza giudiziaria, individua le procure distrettuali che operano in aree caratterizzate da alta densità di criminalità organizzata di tipo mafioso e si tratta di Bari, Caltanissetta, Catania, Catanzaro, Lecce, Messina, Napoli, Palermo, Reggio Calabria, Roma e Salerno. L’indicazione di questi distretti - proposti dalla Quinta commissione - è fondata su dati e fonti istituzionali e sono funzionali a una valutazione tecnica, ovvero l’individuazione di “uffici per i quali trova applicazione un indicatore attitudinale speciale”. La delibera - In altre parole, negli uffici requirenti indicati il candidato che chiede una nomina direttiva o semidirettiva vedrà valorizzata in modo particolare come attitudine speciale una sua pregressa esperienza in materia di antimafia. Questo significa che, tecnicamente, il Csm non ha stilato un elenco dei distretti a densità mafiosa, ma ha indicato quelli in cui la pericolosità del fenomeno è talmente elevata da considerare l’esperienza nel combattere le mafie un requisito preferenziale per i magistrati che chiedono di prendere servizio li. Il Csm ha sottolineato che “al fine di procedere a tale individuazione, sono stati utilizzati criteri particolarmente rigorosi, funzionali a dimostrare un radicamento strutturare del fenomeno mafioso, idoneo a condizionare economia, pubblica amministrazione e vita istituzionale. Le relative valutazioni sono state effettuate sulla base della relazione della DIA 2024 (che presta particolare attenzione alle infiltrazioni nell’economia legale), il bilancio sociale della DNAA, la tabella degli atti inseriti nel sistema SIDDA/SIDNA (anche con riguardo ai detenuti sottoposti al regime speciale ex art. 41 bis ord. pen.), il dossier ANCI sulle infiltrazioni negli enti locali”. La critica - Da che l’elenco è stato pensato per ragioni quasi interne al Csm, come indicatore per le nomine, l’effetto è stato quello di aprire una polemica sulla “mafiosità” dei territori. Secondo i critici, infatti, la mappatura proposta dal Csm - pur se costruita su dati istituzionali - di fatto cancellerebbe l’esistenza della mafia al nord. Di questo parere è la procuratrice generale di Torino, Lucia Musti, la quale ha parlato di una “sottovalutazione” del Csm e richiamato l’attenzione su un dato che emerge con sempre maggiore evidenza dalle indagini delle Direzioni Distrettuali Antimafia: “Le organizzazioni criminali non sono più un fenomeno confinato al Mezzogiorno, ma una presenza stabile e radicata anche nelle regioni del Centro-Nord” e l’esperienza investigativa maturata negli ultimi anni dalle procure di Torino, Milano, Bologna, Venezia e più recentemente Trento “dimostra come le cosche, in particolare quelle riconducibili alla ‘ndrangheta, abbiano scelto da tempo di investire nelle aree economicamente più dinamiche del Paese. Non si tratta più soltanto di presenze occasionali o di basi logistiche, ma di un radicamento che interessa settori strategici dell’economia: edilizia, turismo, logistica, servizi, recupero crediti e gestione dei rifiuti”. Anche l’associazione Libera ha organizzato un presidio a Bologna, da dove ha sostenuto che le mafie sono anche al nord e ha parlato di un provvedimento del Csm che “rischia di far passare un messaggio sbagliato”, perché “la geografia della criminalità organizzata è radicalmente cambiata e non può più fermarsi al Sud, e di conseguenza anche gli strumenti di osservazione devono evolversi”. Il problema - Dal Csm, invece, filtrano riflessioni diverse: la delibera non ha alcuna finalità di fare un elenco di densità mafiosa nei territori, ma serve solo e unicamente in relazione ai parametri di nomina dei magistrati. In altre parole: senza l’elenco, il rischio sarebbe stato quello di considerare per una nomina sempre prevalente in tutte le sedi il criterio di un’esperienza nell’Antimafia. Con l’effetto estremo di ritenere che un magistrato antimafia sia per presupposto più titolato di altri ad assumere un incarico in una sede che è anche sede distrettuale antimafia. Cascina Spiotta, dopo mezzo secolo i pm chiedono l’ergastolo per Curcio e Moretti di Frank Cimini L’Unità, 21 giugno 2026 Curcio nel suo interrogatorio aveva chiesto che indagassero anche sulla morte di Mara. La procura aveva promesso di farlo. Non lo ha fatto. La vendetta dello Stato arriva più di mezzo secolo dopo. Ergastolo per Renato Curcio e Mario Moretti, 21 anni per Lauro Azzolini. Queste le condanne chieste dalla pubblica accusa in Corte d’assise ad Alessandria ai tre ex brigatisti rossi processati per i fatti della Cascina Spiotta. Il pm Emilio Gatti ha spiegato di non poter proporre attenuanti per Curcio e Moretti ma ha fatto presente ai giudici che “la pena si può adattare alla persona: esistono diversi strumenti (per mitigarla - ndr) come per esempio la ‘continuazione’” che però “non posso essere io a chiedere”. Per Azzolini, che nel corso del processo ha ammesso la propria presenza alla Cascina Spiotta durante lo scontro a fuoco in cui perse la vita il carabiniere Giovanni D’Alfonso, la procura ha proposto le attenuanti generiche equivalenti alle aggravanti. Una soluzione che per Curcio e Moretti, secondo il pm Gatti, non è praticabile: da Curcio, nel corso dell’interrogatorio reso durante le indagini preliminari, sono arrivate “menzogne” contraddette peraltro in uno dei libri scritti da lui stesso; quanto a Moretti, non ha mai reso dichiarazioni. Il pm Gatti ha parlato di Curcio come figura “apicale” nelle Brigate Rosse anche in quel periodo del 1975 (a differenza di ciò che affermò Curcio) e ha criticato in diversi passaggi il lavoro di uno storico, Marco Clementi, consulente tecnico delle difese. Clementi aveva ricostruito quel periodo storico spiegando che allora le Brigate Rosse non avevano un tipo di organizzazione verticale. Insomma non c’erano le gerarchie ipotizzate dall’accusa per supportare le pesanti condanne richieste. Non si può non ricordare la genesi di questo processo nato revocando la sentenza di proscioglimento di Azzolini senza neanche leggerla perché scomparsa nel corso di una alluvione. Ci sono dei giudici che hanno fatto copia incolla con le richieste della procura di Torino determinata a celebrare un processo per un fatto molto lontano nel tempo, ma che non ha voluto indagare sulla dinamica della morte di Mara Cagol uccisa con un colpo di grazia mentre era per terra arresa e inerme. Curcio nel suo interrogatorio aveva chiesto che indagassero anche sulla morte di Mara. La procura aveva promesso di farlo. Non lo ha fatto. Puglia. Sempre più detenuti universitari, giurisprudenza in pole: “Lo studio è consapevolezza” di Vincenzo Pellico La Repubblica, 21 giugno 2026 Sono circa 50 fra gli undici istituti di pena che sono sparsi per la regione. C’è chi parte da zero, ma anche chi sceglie di proseguire gli studi dopo averli interrotti nel passaggio dallo stato di libertà a quello detentivo. È Lecce il modello più virtuoso, con 23 iscritti. Studiano sociologia, giurisprudenza, criminologia, scienze politiche. Ma anche filosofia, psicologia e scienze motorie. E in numero sempre maggiore: i detenuti nelle carceri pugliesi iscritti all’università non sono mai stati così tanti. Una cinquantina, complessivamente, fra gli undici istituti di pena che sono sparsi per la regione. C’è chi parte da zero, ma anche chi sceglie di proseguire gli studi dopo averli interrotti nel passaggio dallo stato di libertà a quello detentivo. È Lecce il modello più virtuoso, con 23 iscritti all’università. In sette, nell’ultimo anno, si sono anche laureati. Più indietro Bari, dove gli studenti sono una decina. È su questo terreno, fatto di numeri ancora piccoli ma in crescita, che arriva un accordo che punta a dargli struttura. L’hanno firmato l’assessora regionale alla Cultura Silvia Miglietta, il provveditore dell’amministrazione penitenziaria Pierpaolo D’Andria, i rettori dei cinque atenei pugliesi e il garante regionale dei detenuti Piero Rossi. L’obiettivo è semplificare le procedure di iscrizione, esonerare in tutto o in parte dalla tassa regionale per il diritto allo studio ed estendere l’e-learning anche dentro gli istituti di pena. “L’università - spiega il garante Rossi - deve fare un passo decisivo verso le carceri. E non soltanto sotto il profilo didattico: serve sgravare l’amministrazione penitenziaria da incombenze burocratiche che ostacolano, di fatto, l’accesso agli studi dei detenuti”. Al cui fianco ci saranno nuovi studenti e dottorandi delle università pugliesi. Faranno loro da tutor, sostenendoli negli studi. Figure che troppo spesso sono mancate ai detenuti universitari: “Intercettiamo tante lamentele - fa il punto Maria Pia Scarciglia, referente pugliese dell’associazione Antigone - perché i tutor messi a disposizione dalle università sono insufficienti rispetto alle esigenze degli studenti, che non riescono ad avere con loro un contatto adeguato”. C’è dell’altro. E ha a che fare con la più annosa delle questioni carcerarie, il sovraffollamento. Che significa pochi spazi per tutto, anche per studiare: “Gli studenti non hanno accesso quotidiano alle biblioteche - osserva Scarciglia - Le salette di socialità, già insufficienti, diventano l’unica alternativa possibile, ma inadeguata”. Un problema che in Puglia si fa sentire più che altrove: la regione resta indietro rispetto a realtà come Toscana, Emili Romagna e Piemonte, dove i poli universitari penitenziari hanno una tradizione più consolidata e numeri di iscritti decisamente più alti. Colpisce, tra le facoltà scelte dai detenuti studenti, la prevalenza di percorsi legati al diritto - giurisprudenza la più scelta - e alle scienze sociali. “Non è un caso - aggiunge Scarciglia - L’affinità con percorsi giuridici nasce dal bisogno di comprendere meglio la propria condizione, le proprie vicende processuali. Lo studio significa consapevolezza. E la consapevolezza abbatte la recidiva”. Umbria. “La Regione avrà presto la sua Rems”. È prevista nel piano di salute mentale di Luca Fiorucci La Nazione, 21 giugno 2026 Rems. Richiesta, attesa, acclamata. In Umbria non c’è, ma la sua necessità è evocata, da tempo, da più parti. A iniziare dalla Procura generale di Perugia, passando per il Garante dei detenuti e, ovviamente, i sindacati di polizia penitenziaria che, quotidianamente, tengono una implacabile contabilità di disordini e violenze negli istituti della regione, spesso e volentieri provocati da detenuti che in carcere dovrebbero stare. Ma, appunto, in una Residenza per l’esecuzione di misura di sicurezza che, però, non c’è sul territorio, rendendo necessario appoggiarsi a strutture fuori dai confini regionali. Con tutti gli ostacoli che questo comporta. Che ne debba essere realizzata una in Umbria la Regione lo ha ribadito e confermato. Ora, alla vigilia dell’approvazione del piano di salute mentale, c’è una data, che è quella del 30 giugno. Entro quel termine, spiega la presidente Stefania Proietti, il piano di salute mentale sarà preadottato e inserito in quello socio sanitario. Il piano stesso “prevede la costituzione di una Rems in Umbria”. “La residenza per l’esecuzione di misura di sicurezza è l’ultimo step al termine di un percorso che predilige la prevenzione, quindi anche per le persone che hanno commesso un reato abbiamo previsto un iter di riabilitazione e di giustizia riparativa prima di aprire le porte della Rems. E questo modus procedendi considera la Rems una tappa transitoria di un percorso di cura più ampio, orientato alla piena riacquisizione della cittadinanza e alla prevenzione della recidiva violenta”, spiega la presidente. E Proietti va ancora più nel dettaglio: “L’organizzazione interna della struttura si fonderà sulla presenza di un’équipe multidisciplinare stabile e completa, composta da psichiatri e psicologi psicoterapeuti con esperienza forense, psicologi esperti in assessment psicologico e risk assessment in particolare, infermieri e terapisti della riabilitazione psichiatrica, capace di gestire la complessità dei quadri clinici spesso caratterizzati da comorbilità e fragilità relazionali”. In conclusione “l’Umbria avrà la sua Rems, abbiamo avviato da tempo una interlocuzione con i direttori delle case di reclusione umbre e con il procuratore generale di Perugia”. Per il Garante dei detenuti, Giuseppe Caforio, “la Rems è un’esigenza preponderante”. “Le carceri - aggiunge - non possono essere delle pattumiere dove si getta di tutto. Servono 30-40 posti, spero che anche i sindaci possano cambiare l’atteggiamento di opposizione a un eventuale collocazione, valutando che può essere anche un’opportunità”. “La percentuale di detenuti psichiatrici è molto alta - conferma il segretario nazionale per l’Umbria del Sappe, Fabrizio Bonino - questo incide fortemente sulla gestione di tutta la popolazione carceraria. Perché mancano strutture adeguate, in alcune situazioni, come Orvieto, dopo le 20 non c’è neanche il medico di base. La Rems non sarà la soluzione a tutti i mali, ma è un inizio”. Modena. Un altro morto al carcere Sant’Anna, aveva 30 anni e tra un mese sarebbe uscito Gazzetta di Modena, 21 giugno 2026 Si tratta di un 30enne, cause da chiarire: in cella a Parma aveva tentato il suicidio. Un altro morto in carcere. Ieri mattina - 19 giugno - un 30enne marocchino, detenuto al Sant’Anna di Modena, ha perso la vita. L’uomo fino a marzo era recluso a Parma e, lì, aveva tentato il suicidio. Si trovava in cella da settembre 2025 dopo una condanna per furto e tra un mese sarebbe uscito dal carcere. Ancora da chiarire le cause della morte ma l’ipotesi è appunto che si sia trattato di un gesto volontario. L’emergenza - “Con questo tragico evento - interviene il segretario regionale Osapp Giuseppe Saracino - sale a due il numero complessivo dei detenuti suicidatisi dall’inizio dell’anno, un quadro emergenziale che non può passare inosservato da parte delle Istituzioni locali e nazionali. Invochiamo come Organizzazione Sindacale misure concrete per ridurre il sovraffollamento del penitenziario di Modena e soprattutto il potenziamento del proprio organico del reparto di polizia penitenziaria”. Nei giorni scorsi una delegazione di Uil Fp Modena è entrata al Sant’Anna e ha denunciato i “carichi di lavoro della polizia penitenziaria, sottoposta a turnazioni di servizio che si protraggono anche per 12 ore continuative e, naturalmente si riflette sui livelli di sicurezza laddove sembra che i 9 morti a seguito della rivolta del marzo 2020 non abbiano insegnato niente”. Il sopralluogo - Anche una delegazione del Pd nei giorni scorsi ha fatto una visita per vedere in prima persona le condizioni della struttura. Sovraffollamento ormai strutturale, celle con infiltrazioni e impianti elettrici al limite, personale ridotto allo stremo. È un quadro definito “insostenibile” quello emerso dalla visita dalle parlamentari del Partito Democratico Enza Rando e Maria Cecilia Guerra, insieme alla responsabile legalità della Federazione provinciale Rossella Caci e al consigliere comunale Luca Barbari. I numeri, sottolinea la delegazione, parlano da soli: circa 517 detenuti a fronte di una capienza regolamentare di 372. Una pressione che si traduce in condizioni materiali difficili, aggravate da problemi strutturali come infiltrazioni d’acqua nelle celle e impianti elettrici che, nelle settimane più calde, rischiano di non sostenere nemmeno l’utilizzo di un ventilatore per cella. “Dati che non possono restare confinati nelle relazioni ufficiali”, affermano gli esponenti dem, puntando il dito su una situazione che, invece di migliorare, “continua progressivamente a peggiorare”. A farne le spese non sono soltanto i detenuti, ma anche chi lavora quotidianamente all’interno dell’istituto. Dalla polizia penitenziaria al personale amministrativo, tutti sarebbero costretti a turni particolarmente gravosi, con ferie ridotte al minimo e una continua necessità di coprire carenze di organico ormai croniche. Firenze. Il “caso Sollicciano” e quel no al diritto di sapere di Stefano Fabbri Corriere Fiorentino, 21 giugno 2026 Tranne il fatto che più di 200 di persone dovranno essere trasferite in carceri già altrettanto sovraffollate come se fossero pacchi postali. Non importa se stanno frequentando corsi e scuole, o sono in procinto di cominciare un lavoro - tutte attività portate faticosamente avanti dagli operatori del carcere e strettamente connesse a quanto prevede la Costituzione che assegna alla pena il compito di rieducazione e reinserimento del condannato - o se hanno un ultimo brandello di rapporti familiari sul territorio. Le “disposizioni superiori” giunte al carcere non consentirebbero di compiere una selezione. Se non fosse troppo triste per essere vera sembrerebbe quasi una bizza ritorsiva, ma a danno dei soli detenuti: il giudice ordina di chiudere delle sezioni? Questo facciamo e pazienza per chi ha avuto la disgrazia di abitarvi. Ma l’unica vera e amara sorpresa è quella che giunge dagli uffici giudiziari ed è, al di là di ogni ragionevole riservatezza, quella di non rendere disponibili ai giornalisti - e quindi ai cittadini - gli atti e le informazioni su cui si è basata la decisione, chiamando in causa le ultime linee guida del Csm che vertono soprattutto sulla tutela reputazionale di chi è coinvolto nell’inchiesta. Peccato però che, al momento, in quella su Sollicciano non ci siano persone indagate. E comunque ci sono buoni motivi perché il difficile equilibrio tra dovere di riservatezza e diritto di cronaca sia a favore di quest’ultimo. Anche se così scomodo da indurre a distogliere lo sguardo, come troppe volte è stato fatto, il carcere è un pezzo della città ed è un luogo in cui si esercita un servizio pubblico, al pari di un ospedale e di una scuola. E come tale ha bisogno di essere conosciuto, nel bene e nel male. E che, al netto delle necessarie misure di sicurezza, ci sia un’osmosi continua tra dentro e fuori. A cominciare proprio dall’informazione. Senza contare che questa costituisce uno degli elementi essenziali perché lo scossone arrivato dal palazzo di giustizia possa davvero segnare una sorta di anno zero per Sollicciano, un punto di nuovo inizio che si misurerà innanzitutto su tempi e modalità con cui saranno gestite le nuove risorse finanziarie, comunque necessarie per assicurare una vita dignitosa a chi vi è recluso e a chi ci lavora tutti i giorni ed i prossimi, che non saranno in ogni caso pochi. Firenze. Sollicciano, l’ipotesi Livorno per completare i trasferimenti di Valentina Marotta e Antonella Mollica Corriere Fiorentino, 21 giugno 2026 Al vaglio l’apertura dei due padiglioni delle Sughere ristrutturati e mai collaudati. C’è tempo fino a giovedì per completare il trasferimento dei primi 66 detenuti da Sollicciano ad altre otto strutture in Toscana. Tra loro ci sono anche alcuni reclusi che finiranno di scontare la pena tra pochi mesi. La maggior parte di questo primo gruppo andrà a Prato (17) e Porto Azzurro (13), istituti entrambi alle prese con problemi di sovraffollamento. Gli altri a Pisa (10), Massa (8), Pistoia (5), all’istituto a custodia attenuata Mario Gozzini di Firenze (4), Siena (4)e Massa Marittima (4). Uno solo finirà a Volterra, carcere modello con detenuti che hanno una lunga pena da scontare. “Senza lavori a Sollicciano non resterebbe che la definitiva chiusura e il trasferimento degli oltre 500 detenuti in altre strutture” era stata la profetica previsione dell’ex presidente del tribunale di Sorveglianza Marcello Bortolato all’ultima inaugurazione dell’anno giudiziario. Allarme rilanciato dalla reggente della Corte d’appello Isabella Mariani: “Lavori radicali o chiusura”. Cinque mesi dopo - martedì scorso - è arrivato il sequestro del gip per sette sezioni con 230 detenuti in totale da sistemare altrove. Al Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria si sta già lavorando alla prossima tranche di 30 detenuti da spostare sempre in Toscana che con le sue 15 strutture è al terzo posto in Italia (dopo Sicilia e Lombardia) per numero di istituti. In tutta la regione i detenuti sono oltre 3.400 ma i posti disponibili sono circa 2.600. Per questo sembra che a Roma qualcuno stia valutando la possibilità di utilizzare i due padiglioni del carcere delle Sughere di Livorno, ancora chiusi per mancanza di collaudo, dopo la ristrutturazione, per sfollare i detenuti di Sollicciano. I restanti 134 detenuti che restano da trasferire andranno fuori regione. Nel carcere della Dogaia i posti disponibili sono 542 ma i detenuti attualmente sono a quota 610. Secondo l’ultimo report del Garante nazionale dei diritti dei detenuti ci sarebbe un sovraffollamento del 110 per cento. A quanto pare nell’istituto non ci sono celle libere e questo avrebbe già scatenato le proteste di alcuni detenuti già provati da problemi di spazio. Secondo una recente perizia della Camera penale di Prato le celle sono troppo piccole per ospitare tre detenuti. Questo ha portato il Tribunale di Sorveglianza a riconoscere a diversi detenuti la riduzione della pena con liberazione anticipata di 1 giorno ogni 10 scontati in condizioni degradanti oppure, nei casi di detenzione già conclusa, un risarcimento di 8 euro per ogni giorno di trattamento inumano in cella. La situazione non è meno critica nel carcere di Porto Azzurro, una fortezza spagnola del diciassettesimo secolo, che ha una capienza di 320 posti e oggi ospita 400 persone. Fino a pochi anni fa i detenuti erano in numero inferiore rispetto alla capienza ma negli ultimi tempi è diventato la valvola di sfogo delle situazioni difficili degli altri istituti penitenziari. La scorsa estate c’è stata una rivolta, con alcuni detenuti che hanno dato fuoco a suppellettili in due celle mandando all’ospedale sei agenti. I sindacati di polizia allora avevano lanciato l’allarme: “Porto Azzurro è una polveriera pronta ad esplodere” per l’invio indiscriminato di detenuti problematici, spesso già protagonisti di violenze in altri istituti. Il problema maggiore riguardano le persone con problemi psichiatrici che mettono a dura prova il personale penitenziario e sanitario. Spesso è necessario ricorrere all’ospedale di Livorno, perché all’isola d’Elba manca il reparto psichiatrico. Anche le visite dei familiari per chi è detenuto a Porto Azzurro diventa un’impresa quasi impossibile, vista la difficoltà a raggiungere la struttura che si trova in cima a un promontorio. Celle strette e affollate, con bagni a vista, si trovano anche nel carcere Don Bosco di Pisa, una struttura vecchia e fatiscente che ospita circa 90 detenuti in più della capienza. Forlì. Patto Cia Conad-carceri. Inserimento lavorativo, Romagna all’avanguardia di Paola Mauti La Nazione, 21 giugno 2026 Firmato un protocollo per la formazione dei detenuti, affidata a Techne, che possano poi trovare un posto nella grande distribuzione organizzata. Sul piano regionale è certamente un inedito e per i singoli istituti penitenziari coinvolti un traguardo in più verso il raggiungimento di uno degli obiettivi della reclusione e cioè il reinserimento dei detenuti nella società. Nei giorni scorsi, infatti, è stato sottoscritto un Protocollo d’intesa, valido per il triennio 2026-28, con in calce le firme dei direttori dei tre Istituti carcerari della Romagna, cioè di Forlì, Ravenna e Rimini; oltre a quella di Maurizio Pelliconi, presidente di uno dei giganti della grande distribuzione romagnola, cioè Cia Conad. Il protocollo è finalizzato alla formazione e all’inserimento socio-lavorativo dei detenuti nell’ambito della Grande Distribuzione Organizzata (Gdo) e prevede percorsi formativi, la cui organizzazione e realizzazione è affidata a Techne, società che si occupa di formazione professionale, con una lunga esperienza nel contesto carcerario. A suggellare l’importanza di tale evento, al momento della firma erano presenti il provveditore regionale dell’Amministrazione Penitenziaria (Prap) Silvio Di Gregorio e il garante regionale dei detenuti Roberto Cavalieri, che ha dichiarato: “L’esperienza di questo protocollo è un risultato che mi auguro sia di stimolo per tutti i territori della Regione. Forlì sul tema carcere ha da sempre qualcosa da insegnare a tutti”. Insomma, un territorio, quello romagnolo, che si candida a diventare un modello di sinergia, per quanto riguarda il recupero socio-lavorativo dei detenuti, da esportare ad altri contesti. I corsi si realizzeranno all’interno delle Case Circondariali di Forlì, Ravenna e Rimini e spazieranno in vari ambiti specialistici: panetteria/pasticceria, macelleria, pescheria, gastronomia/banco salumi e latticini, ortofrutta, largo consumo confezionato e magazzino. Per ciascuna attività saranno attivati tirocini formativi che coinvolgeranno sei/otto destinatari, “garantendo condizioni di equità e pari opportunità - si specifica -per tutta la popolazione detenuta”. La società Techne avrà il compito di garantire il coordinamento e il monitoraggio del processo formativo, oltre all’inserimento dei destinatari nel percorso di tirocinio all’interno della rete degli associati Cia Conad. “Giornata bellissima di alto valore sociale e istituzionale - ha dichiarato Carmela De Lorenzo, direttrice della Casa circondariale di Forlì -. Per la prima volta le tre Case circondariali della Romagna hanno sottoscritto congiuntamente un protocollo che prevede formazione e inserimento lavorativo per i detenuti, perché la pena non costituisca un tempo vuoto ed inutile, ma un’occasione per ripartire con nuove competenze utili ai fini del reinserimento. Il protocollo appena sottoscritto - conclude la direttrice - conferma l’attenzione, la sensibilità e l’impegno da parte dei firmatari, cioè gli Istituti penitenziari della Romagna, Cia Conad e Techne a creare nuove opportunità, per far si che si abbatta il rischio di recidive e perché l’uscita dal carcere rappresenti l’inizio di una nuova vita”. Milano. Detenuti e studenti, uno specchio per due di Ilaria Dioguardi vita.it, 21 giugno 2026 Da oltre 10 anni nella seconda sezione del carcere di Bollate è attivo un progetto di introspezione attraverso l’arteterapia. Le persone detenute che partecipano al percorso sono anche le protagoniste di un progetto ponte scuola-carcere. L’artista Luisa Colombo è la curatrice del progetto: “L’arte aiuta le persone detenute ad avere relazioni sane, sia con loro stesse che con gli altri. Con i ragazzi, permette di lavorare in termini preventivi, rallentando percorsi devianti che a volte sono già in atto”. Finora sono stati coinvolti circa 10mila studenti della Lombardia. “Scusa per i miei errori, scusa se sto lontano da te. Riprenderò a camminare con te insegnandoti dagli errori miei”. Sono le parole scritte da una persona detenuta nel carcere di Bollate, durante i laboratori di arteterapia tenuti da Luisa Colombo, artista, arteterapeuta, pittrice e scrittrice. Con la non profit Armonia senza confini si occupa da tanti anni di percorsi di recupero e reinserimento, attraverso l’arteterapia, all’interno delle carceri, e di progetti ponte scuola-carcere negli istituti scolastici “dove la testimonianza e la presenza dei detenuti ha la funzione preventiva per quanto riguarda gli studenti, riabilitativa e di reinserimento per quanto riguarda i detenuti”. Da più di 10 anni Colombo porta avanti un progetto nel secondo reparto del carcere di Bollate, ha avuto anche delle esperienze nelle carceri di Bergamo, di Opera e, attualmente, anche in quello di Monza. “Tutto nasce da un’idea del 2014. Ho fondato questo gruppo che si chiama “Oltre le sbarre, arteterapia in carcere”, nell’istituto di Bollate. Non l’abbiamo mai interrotto, tranne una breve pausa durante il periodo del Covid-19. L’anno successivo, è partito il progetto ponte scuola-carcere”. Arte come strumento di introspezione - “Usiamo colori, carta, cartoni, creta, materiali plastici e di riuso creativo, stoffe, fili. Cuciamo, tagliamo, incolliamo, creiamo quadri, produciamo musica. Utilizziamo tutto quello che permette un’espressione artistica, sollecitazioni emotive, il riconoscimento delle emozioni”, dice Colombo. “Il gruppo con cui lavoro in carcere utilizza l’arte come strumento di introspezione, di autoanalisi. Quello delle scuole è, nello stesso modo e con le stesse finalità, un progetto strutturato per gli studenti, i due progetti si incontrano nel momento in cui i detenuti vanno nelle scuole e gli studenti vengono in carcere: sono due progetti strettamente collegati”. Ai laboratori a Bollate partecipano 30-35 detenuti per gruppo, “ho smesso di contare quanti ne ho conosciuti, in oltre 10 anni, sono veramente tanti calcolando che molti escono e vengono trasferiti”. Al di là dell’arteterapia e della scrittura creativa, “ciò su cui ho sempre puntato moltissimo è la capacità di riconoscere e costruire relazioni sane. Molti di coloro che sono in carcere, fino a poco prima di entrare o ancora oggi che sono dentro, non hanno mai avuto la capacità di costruire relazioni sane”, prosegue. “L’acquisizione di questa capacità ci permette di continuare l’attività, la conoscenza, la frequentazione, anche una volta usciti dal carcere. E l’arte aiuta le persone detenute ad avere relazioni sane, sia con loro stesse che con gli altri”. Sentirsi al sicuro nel raccontarsi attraverso l’arte - L’arte “è un veicolo importantissimo, ci permette di trovare una forma di comunicazione soprattutto in carcere che non è quella verbale, che non è riconoscibile immediatamente. Se scrivo o dico una parola, è quella, non si possono avere fraintendimenti. Se io utilizzo i colori, gli strumenti, la creta per raccontare qualcosa della mia vita, senza necessariamente scriverlo, mi sento un po’ più al sicuro. È come se mettessi un tramite tra me e quello che sto raccontando”, spiega Colombo. “Questo ci ha permesso di fare dei percorsi di formazione e di crescita importanti: si riescono ad affrontare le fragilità, l’emotività, il riconoscimento delle emozioni senza dover per forza raccontare a parole quello che si sta vivendo”. “Oltre la fatica, la bellezza di essere giovani” - Il progetto ponte scuola-carcere di Armonia senza confini si chiama “Oltre la fatica, la bellezza di essere giovani”. “È stata una grande scommessa, in oltre 10 anni ormai abbiamo incontrato circa 10mila studenti lombardi. Conduco delle attività laboratoriali nelle scuole, della durata di 8-12 ore per ogni classe, dove spesso sono presenti detenuti. Utilizziamo l’arteterapia come strumento di comunicazione principale e lavoriamo in stretta connessione con i docenti”, racconta Colombo. “A seconda dell’immagine e delle criticità della classe, strutturiamo dei percorsi appositi su cui poi lavoriamo. Cerchiamo di creare all’interno del gruppo classe una buona sinergia lavorando sulla prevenzione del giudizio, con ospiti di ogni incontro persone detenute cresciute con me nel gruppo di arteterapia, che lavorano a quattro mani con gli studenti. Si lavora a livello manuale sulle tematiche che, volta per volta, si decidono, tra le problematiche dei giovani, quindi la dispersione scolastica, il sostegno alle fragilità, il bullismo, lo sviluppo dell’intelligenza emotiva, le dipendenze, la violenza di genere”. L’incontro tra studenti e detenuti - “L’incontro più di impatto del progetto ponte scuola-carcere si svolge all’interno degli istituti. Non si tratta di “turismo carcerario” ma di un vero e proprio incontro con i detenuti del mio gruppo. Passare sei ore all’interno di un carcere per chi non è abituato ed è così giovane, emotivamente dà delle sollecitazioni importanti”, sottolinea Colombo. “Purtroppo, quest’anno abbiamo dovuto limitare questi incontri negli istituti penitenziari perché il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, con le nuove circolari dell’ultimo anno, ha ritenuto non più opportuno consentire l’accesso agli studenti minorenni”. Lavorare sulla prevenzione - “Lavoriamo non soltanto nelle scuole superiori ma anche nelle secondarie di primo grado. Abbiamo potuto portare avanti soltanto le attività con gli studenti maggiorenni, quindi del quinto anno delle secondarie di secondo grado, ed è un peccato perché dalla classe terza delle secondarie di primo grado alla seconda superiore ci sono delle criticità importanti a livello preventivo. Sono ragazzi che non hanno ancora un’identità ben formata, per cui lavorare in termini preventivi su questa fascia d’età ci permette anche di rallentare dei percorsi devianti che purtroppo a volte sono già in atto”, prosegue Colombo. “Lavoriamo a stretto contatto con i docenti, quindi anche con gli psicologi della scuola. Ciò è importantissimo perché arriviamo in questo modo anche alle famiglie”. Coinvolte 32 classi lombarde - Quest’anno nel progetto sono state coinvolte 32 classi sparse sul territorio lombardo. Attraverso l’arteterapia, i ragazzi lavorano sulla conoscenza, sull’abbattimento dei pregiudizi e dei giudizi, sulla conoscenza di che cosa vuol dire vivere una vita reclusa, sulla privazione della libertà e su tutto quello che riguarda la gestione della quotidianità all’interno della struttura penitenziaria. “Poi c’è una piccola pausa pranzo e il pomeriggio è il momento toccante delle testimonianze, dove i nostri ragazzi del carcere portano la loro storia rispetto alla vita che hanno vissuto e la raccontano agli studenti. Ogni incontro che facciamo a scuola o in carcere è seguito da un testo che i ragazzi ci lasciano e che racconta quali sono state le emozioni che hanno vissuto, qual è stato l’impatto sia dell’attività a scuola, lavorando con l’arteterapia, sia delle attività in carcere lavorando con persone che vivono recluse”. Riscontri importanti dei ragazzi e dei detenuti - I riscontri “dei ragazzi sono importanti, ma anche quelli dei detenuti: è rilevante per loro venire nelle scuole, per chi ne ha la possibilità, ma anche confrontarsi con il mondo esterno e poter mettere a disposizione quello che si è vissuto. Utilizzare in termini preventivi un percorso fatto di crescita, di recupero, di reinserimento è uno strumento importante, per loro e per la società intera”, continua Colombo. L’ambiente del carcere “è per lo più sconosciuto. Gli studenti si aspettano sempre di trovare detenuti con le tute arancioni o a righe, come nei film che vedono, ambientati nelle strutture penitenziarie straniere. Qualche ragazzo ha già intravisto il carcere perché ha dei familiari che ci sono stati, però restano tutti molto stupiti nel momento in cui scrivono sui loro testi che hanno incontrato delle persone normali. Può sembrare una banalità, ma persone normali significa persone che vestono e parlano come loro, con un vissuto a volte molto simile al loro”, continua Colombo, “perché alcuni di loro arrivano da situazioni familiari molto faticose, difficili, con fratelli tossicodipendenti piuttosto che genitori che hanno avuto problemi giudiziari”. “I ragazzi si ritrovano a volte nelle storie che le persone detenute raccontano. La cosa bellissima è che quasi sempre, a fine incontro, loro li ringraziano prima di tutto per essere stati sinceri nei loro racconti e perché hanno ritrovato dei passaggi della loro vita. Lì scatta la prevenzione, il riuscire a riconoscere quegli elementi simili per non andare a commettere gli errori che le persone che stanno scontando la pena, invece, hanno più volte commesso”. Monza. Università dietro le sbarre, studenti di Criminologia a Sanquirico ilcittadinomb.it, 21 giugno 2026 La casa circondariale di Monza è stata per cinque settimane la sede del corso di criminologia tenuto dal professor Roberto Cornelli dell’Università Statale di Milano. Una novità assoluta per il carcere di via Sanquirico che per la prima volta ha aperto le porte a studenti universitari portando l’Ateneo dentro le mura dell’istituto. Venticinque gli studenti che, accompagnati da Cornelli, hanno seguito le lezioni da marzo a maggio. Cinque mattinate da quattro ore ciascuna suddivise in lezioni frontali e momenti di confronto e lavoro di gruppo a cui hanno partecipato non solo gli studenti del corso di laurea ma anche una quarantina di detenuti, gli operatori del carcere e la direttrice, Cosima Buccoliero. Tante le tematiche affrontate messe a confronto con l’esperienza personale di ciascuno: dal significato della prevaricazione al senso di giustizia e ingiustizia. “Sono temi universali che riguardano tutti e non specificamente chi ha commesso un reato e si trova in carcere - spiega Cornelli - Queste esperienze vissute nelle carceri a contatto con i detenuti hanno sempre dei riscontri molto positivi. Da dieci anni porto questo corso nel carcere di Opera e a distanza di anni capita che alcuni ex alunni detenuti vengano a salutarmi in università una volta concluso il periodo di detenzione”. L’iniziativa avviata a Monza rientra nel progetto carcere dell’Università Statale che offre l’occasione agli studenti delle diverse facoltà di poter seguire alcuni corsi nelle carceri milanesi, ma al tempo stesso offre a chi lo desidera l’opportunità di fare da tutor a compagni universitari detenuti: “A Monza siamo stati accolti molto calorosamente da tutto il personale. La direzione ha accettato immediatamente la proposta avanzata dall’Università Statale e certamente la collaborazione continuerà anche il prossimo anno, magari coinvolgendo anche altri corsi di laurea”. Cornelli è docente di criminologia e giustizia riparativa al dipartimento di scienze giuridiche. “Quando ho iniziato a insegnare questa disciplina dentro il carcere ai detenuti mi sono fatto delle domande - spiega - E così diversamente da quanto avviene in aula sono partito dal confronto di esperienze su temi generali ed esistenziali per approdare poi alle teorie. Potare l’università dentro il carcere significa garantire il diritto allo studio per tutti ma anche fare in modo che l’esperienza detentiva non si consumi con il solo passare del tempo fino al termine della pena”. Al termine delle lezioni dentro il carcere di Monza, Cornelli ha chiesto ai partecipanti una restituzione scritta di quanto avevano vissuto. “Sono tutte riflessioni personali e molto profonde, segno che qualcosa è stato seminato”, ha concluso. Pescara. I giovani giuristi di Elsa Teramo a lezione nel carcere iltrafiletto.it, 21 giugno 2026 Uscire dai manuali per confrontarsi con la realtà dell’esecuzione penale. È questo l’obiettivo del progetto formativo che il prossimo 24 giugno porterà un gruppo selezionato di giovani giuristi, tutti soci di Elsa Teramo (The European Law Students’ Association), all’interno della Casa Circondariale di Pescara. L’iniziativa, di natura strettamente accademica, apolitica e apartitica, si articolerà in un seminario dal titolo “La Filiazione e la gestione del conflitto tra genitori”. L’incontro vedrà gli autorevoli interventi della Prof.ssa Lorena Ambrosini e della Dott.ssa Maria Catapone, offrendo ai futuri professionisti del diritto l’opportunità unica di analizzare sul campo le dinamiche relazionali e familiari all’interno del delicato contesto detentivo. Grande soddisfazione per la realizzazione del progetto è stata espressa dalla Presidente di Elsa Teramo, Giorgia Piersante: “Questo seminario rappresenta perfettamente la nostra visione associativa. Uscire dalle aule per confrontarsi con la realtà penitenziaria e con le istituzioni offre ai nostri giovani giuristi una prospettiva pratica e umana che i manuali, da soli, non possono trasmettere. Ci tengo a ringraziare sentitamente la Direzione della Casa Circondariale per la preziosa apertura verso il mondo universitario, e la nostra Vicepresidente Attività Accademiche Ludovica Dina Ippoliti per l’eccellente coordinamento organizzativo di questa giornata.”. Il seminario si inserisce nel più ampio programma di attività di Elsa, la più grande associazione mondiale di giuristi, che mira a fornire ai propri associati un ponte concreto tra la formazione teorica e il mondo reale delle professioni legali. Prato. “Nel carcere celle e bagni invivibili, ma tanti progetti di lavoro e rinascita” di M. Serena Quercioli La Nazione, 21 giugno 2026 “Il carcere di Prato è sovraffollato, le condizioni non sono così pessime come a Sollicciano, anche se questa struttura è stata inaugurata 1986 quindi ha quarant’anni, ma ci sono muffe, docce che non funzionano e cimici nei letti”: così Margherita Michelini, garante comunale per i diritti dei detenuti, descrive in poche parole la situazione del carcere La Dogaia. Lo scenario non è quindi dei migliori: “Il ministero della giustizia - spiega l’avvocato Michelini - ha un’applicazione che rileva lo spazio pro capite del detenuto. A Prato su iniziativa della camera penale, con autorizzazione del magistrato di sorveglianza, è stata effettuata una nuova misurazione e nella maggior parte delle celle con 3 detenuti, non ci sono 3 mq calpestabili ciascuno, come stabilito dalle direttive europee. A questo si aggiunge la maggiore complessità rispetto a Sollicciano per la presenza di detenuti comuni, il reparto alta sicurezza, la sezione collaboratori di giustizia e un reparto di semiliberi. Negli ultimi 5/6 anni si sono avvicendati vari direttori che sono stati pochi mesi, ora la direzione è più stabile, abbiamo una persona volenterosa ma senza esperienza di direzione di carcere. Con l’arrivo dei detenuti da Firenze la situazione si farà sempre più difficile: si sposta il problema da carcere ad altro, si va a complicare anche il sistema delle visite dei parenti, non solo per quelli che saranno smistati a Prato ma anche per coloro che andranno in carceri di altre città. I detenuti saranno più lontani dai loro affetti con le conseguenze del caso”. Quali potrebbero essere le soluzioni percorribili per diminuire questo affollamento? “L’amnistia e l’indulto in primo luogo - dice la Michelini - anche se questi atti di clemenza a non corrispondono alle politiche governative o la semplice liberazione anticipata a quei detenuti con i requisiti. A tal proposito c’è una proposta dell’onorevole Roberto Giachetti, depositata più di un anno fa”. Il garante dei detenuti segue con preoccupazione anche le inchieste della procura sul carcere: “L’immagine di un carcere fuori dal controllo dello Stato non facilita gli interventi della società civile e questo nuoce al carcere stesso, è difficile riuscire ad avere fondi, come quelli richiesti due anni fa per i ventilatori, per non parlare dei familiari preoccupati che mi chiamano continuamente, per gli episodi di violenza, tortura e droga che si verificano. Indubbiamente, tutto questo esiste ma non passano bene sia il personale sia i detenuti”. La Michelini che ricorda la sua esperienza del passato come quella di un “direttore naif”, è stata confermata garante dal Commissario straordinario e ora con il ritorno del sindaco auspica la ripartenza dei progetti. Con il Comune si era creato un organismo per monitorare coloro che già svolgono attività in carcere e trovare inserimenti lavorativi. Prosegue la collaborazione col polo universitario di Firenze e Prato: “C’è una bella scelta di corsi - aggiunge la Michelini - ma si è perso ad esempio l’istituto alberghiero che non ha rinnovato il biennio. Si è costituito gruppo di detenuti con un progetto molto serio, ambizioso che ho condiviso: “Men Evolution”. Si parte dal vademecum scritto dai detenuti stessi con le regole all’ingresso, poi le attività: musica, sport per giovanissimi ma anche per 60/70 anni. Per gli stranieri senza strumenti linguistici e culturali è più difficile fare proposte”. Modena. I tortellini dei detenuti trovano casa: in arrivo la Bottega Sant’Anna di Jessica Bianchi temponews.it, 21 giugno 2026 Dai tortellini chiusi a mano come le nostre rezdore dai detenuti del Carcere Sant’Anna a una vera e propria bottega aperta alla città. Cresce il Laboratorio Gastronomico Sant’Anna, il progetto avviato nel 2024 dalla cooperativa sociale Eortè di Limidi di Soliera che oggi impiega tre giovani detenuti nella produzione di pasta fresca artigianale. La novità più attesa è l’imminente apertura della Bottega Sant’Anna in viale Buon Pastore 205, a Modena. La data ufficiale non è stata ancora comunicata, ma i lavori sono ormai alle battute finali e l’apertura è prevista nelle prossime settimane. “Per noi sarà molto più di un negozio. Sarà uno spazio dedicato ai prodotti del laboratorio - spiegano da Eortè - un luogo riconoscibile e aperto alla città, ma anche un passo avanti concreto nel percorso di crescita del progetto. Speriamo che possa rappresentare un’opportunità in più per accompagnare alcuni dei ragazzi anche dopo l’uscita dal carcere”. Nato con l’obiettivo di trasformare il tempo della detenzione in formazione professionale e opportunità di reinserimento sociale, il laboratorio si avvale della supervisione dello chef Nicola Bertoncelli. In poco più di un anno l’iniziativa ha registrato una crescita costante. Ogni settimana vengono prodotti chili e chili di pasta fresca ripiena: tortellini, tortelloni e ravioli. Le materie prime provengono in parte anche dall’orto del carcere e la lavorazione è interamente artigianale. La clientela si è ampliata progressivamente: dai gruppi di acquisto solidale di Modena e provincia agli empori solidali, fino ad aziende come Tetrapak e Chimar che hanno attivato un portale dedicato agli ordini dei dipendenti. I prodotti del laboratorio sono inoltre presenti al mercato contadino del sabato negli spazi dell’ex Foro Boario di Carpi. La crescita del progetto passa anche attraverso un rinnovamento dell’immagine. Sono state infatti introdotte nuove etichette, pensate per rendere i prodotti più riconoscibili e coerenti con l’identità che il marchio Sant’Anna sta costruendo. Un contributo importante è arrivato dall’illustratrice Sara Prandi, che ha realizzato le nuove grafiche. Non mancano neppure le novità in cucina. Accanto ai prodotti già consolidati, debutta un nuovo formato: i ravioli di grano saraceno con patate, salsiccia e stracchino, una proposta che punta a coniugare tradizione, qualità e sperimentazione. Per Eortè il lavoro resta il cuore dell’iniziativa. L’obiettivo è offrire ai detenuti competenze professionali spendibili una volta terminata la pena, contribuendo a ridurre il rischio di recidiva e favorendo percorsi di autonomia economica. Un modello che guarda oltre le mura del carcere e che, con l’apertura della nuova bottega, compie oggi un ulteriore passo verso la città. Siracusa. Gli eroi dell’Iliade sono tutti prigionieri di Rossella Menna Corriere della Sera - La Lettura, 21 giugno 2026 Davvero bella l’intuizione di Giuliano Peparini di ambientare l’Iliade in un carcere contemporaneo. Perché il poema di Omero è effettivamente una storia di uomini prigionieri. Prigionieri della propria ira, di un destino tragico, di una violenza che si autoalimenta, del ruolo che sono chiamati a interpretare, delle aspettative della tradizione, e perfino del mito che li precede e sopravvive. Peccato però che nello spettacolo ripreso per il secondo anno al Teatro Greco di Siracusa, dove resta in scena fino al 26 giugno, la prigione più che metafora diventi cliché. Con detenuti in divisa, mascelle serrate, denti digrignati, posture da cattivissimi, gerarchie da banda, ammiccamenti sessuali. Un misto tra lo stereotipo cinematografico Usa e l’istituto penale minorile di Mare fuori. In fondo, però, se si smette di cercare quello che non c’è (una meditazione profonda sulla collera, il lutto, la pietà) e si entra nel codice dello spettacolo - uno show di danza, vicino al musical - diventa tutto comprensibile e godibile. Peparini è coreografo di esperienza e sa come costruire immagini efficaci. La vicenda che narra gli ultimi giorni della guerra di Troia (dall’offesa subita da Achille alla morte dell’amico Patroclo, fino all’uccisione di Ettore e alla restituzione del suo corpo al padre Priamo) scorre senza tempi morti, sostenuta dalla macchina scenica delle proiezioni e della coreografia (in scena anche gli attori dell’Accademia Inda e i performer della Peparini Academy) e da un uso costante della musica firmata da Beppe Vessicchio, scomparso l’8 novembre scorso, affettuosamente ricordato durante gli applausi. E allora ci sta tutto: l’immagine della dea Era che appare in schermo è generata dall’intelligenza artificiale, greci e troiani sono distinti da felpe rosse e blu, negli scontri abbondano fumo, fumogeni e fiamme digitali. Suggestive le battaglie a ralenti tra ruote e capriole. Le continue invenzioni visive chiamano applausi a scena aperta. La profondità del dettato omerico si rintraccia ancora nel bel libretto di Francesco Morosi e nella sapienza attoriale dei protagonisti (spicca per grazia l’Aedo di Vinicio Marchioni, ma applauditissimi l’Achille di Giuseppe Sartori e il Priamo di Alessio Boni); è chiaro però che la verticalità è un po’ sacrificata a favore dell’effetto spettacolare che guida la risposta emotiva senza richiedere troppi sforzi. Funziona, nel senso in cui il lavoro è programmato per funzionare. Quindi l’operazione può dirsi riuscita. Il finale pecca forse di poca fiducia nella capacità dei versi antichi e della grammatica della scena di parlarci, di essere politici di per sé. E nella capacità del pubblico di riconoscere il particolare nell’universale. Mentre il corpo di Ettore viene restituito a Priamo, sugli schermi scorrono immagini delle guerre di oggi. Non bastavano il grido di Andromaca sul cadavere di Ettore e lo strazio del vecchio Priamo, per farci pensare alle guerre che continuano a devastare il mondo? Siracusa. Inaugurata la mostra fotografica di Bianca Burgo “Ora d’aria” siracusapost.com, 21 giugno 2026 Il progetto è stato realizzato all’interno della casa circondariale di Piazza Armerina. Inaugurata la mostra fotografica “Ora d’aria” di Bianca Burgo, nella Cappella Sveva del Palazzo Arcivescovile di Siracusa. Un percorso visivo che racconta con profondità e rispetto la vita detentiva, le fragilità, le attese e le possibilità di rinascita che abitano questi luoghi, frutto della collaborazione tra la Biblioteca Arcivescovile Alagoniana, l’Ufficio Diocesano di Pastorale Penitenziaria, la società Kairós e la cooperativa sociale L’Arcolaio. “Le fotografie ci aiutano a superare la distanza, a rompere i pregiudizi, a riconoscere che la giustizia non è completa se non si apre alla misericordia, alla riabilitazione, alla speranza - afferma l’arcivescovo Lomanto -. Questa mostra ci introduce in un mondo che molti preferiscono non vedere: il mondo del carcere con i suoi volti, le sue ferite, le sue attese. La Chiesa, con umiltà e determinazione, desidera continuare a essere accanto a chi vive la fragilità, a chi ha sbagliato, a chi cerca una seconda possibilità. Perché la società che non sa rialzare chi è caduto è una società che smarrisce se stessa”. Realizzato all’interno della casa circondariale di Piazza Armerina, il progetto racconta il carcere da una prospettiva insolita e profondamente umana. “Fotografie e lettere scritte dai detenuti, attraverso i quali Bianca Burgo esplora temi come la relazione, la memoria, la fragilità e la possibilità di trasformazione, restituendo volti, storie ed emozioni spesso invisibili - spiega don Helenio Schettini, direttore della Biblioteca Alagoniana. All’interno della mostra i progetti portati avanti all’interno delle carceri: anche manufatti realizzati dai detenuti di Siracusa e Brucoli ed anche attraverso la cooperativa sociale l’Arcolaio”. “Ora d’aria è un percorso visivo che racconta con profondità e rispetto la vita detentiva, le fragilità, le attese e le possibilità di rinascita che abitano questi luoghi - spiega don Andrea Zappulla, direttore dell’Ufficio Diocesano di Pastorale Penitenziaria -. Nasce con l’intento di offrire alla comunità ecclesiale, civile e istituzionale uno sguardo nuovo e più umano sulla realtà penitenziaria, favorendo riflessione, dialogo e responsabilità condivisa. La cura dei detenuti si fonda su tre convinzioni evangeliche fondamentali: la persona vale più del suo errore. Il male commesso non cancella l’immagine di Dio, anche quando è deturpata. La seconda: la misericordia non è debolezza. Al contrario, è la forza che permette di ricominciare, di assumersi la responsabilità, di riparare al male commesso. Infine la giustizia di Dio è sempre rigenerativa. Non si accontenta di punire: ma desidera trasformare. L’azione pastorale della Chiesa in carcere è animata e guidata dal profondo desiderio di cercare e trovare chi si è perduto lungo il cammino della vita. L’Ufficio ha sempre cercato di realizzare percorsi di rieducazione e riparazione avviando processi di sensibilizzazione e di riflessione. È un ponte tra coloro che si trovano o lavorano in carcere con il mondo esterno (istituzioni, parrocchie, società civile) al fine di favorire processi di rieducazione, risocializzazione e riparazione tra i responsabili di reato e le vittime di reato. L’Ufficio collabora con diverse realtà per favorire il reinserimento dei fratelli detenuti nel mondo del lavoro e nella società dopo aver finito di scontare la pena detentiva”. Giovanni Pisano della cooperativa l’Arcolaio ha raccontato l’attività all’interno del carcere: “Facciamo vedere il carcere. Portiamo un po’ di carcere all’esterno - ha detto -. Da più di venti anni lavoriamo dentro la casa di reclusione di Cavadonna e gestiamo un laboratorio di produzione alimentare. Un laboratorio dove passano persone. E non solo imparano a fare i dolci, ma imparano a lavorare. Le statistiche del ministero della giustizia ci dicono che per chi lavora in questi ambienti la recidiva si abbassa notevolmente. Un risultato che ripaga dei sacrifici che facciamo”. Infine Samantha Intelisano che ha curato la mostra: “Voglio ricordare che il direttore del carcere di Piazza Armerina quando abbiamo scattato le foto era Antonio Gelardi, venuto a mancare da poco, che era un direttore illuminato. Ed ha trasformato una sezione abbandonata: creando una biblioteca e un forno. Dando vita ad un corso per pizzaioli e ad un corso di ceramica. Infine uno studio di registrazione”. La Intelisano ha raccontato alcune delle fotografie presenti alla mostra: “L’altalena tra le sbarre realizzata da un detenuto che ne aveva salvato un altro che ha tentato il suicidio. L’altalena è il simbolo contro l’impiccagione. Foto realizzate all’interno della Biblioteca. Foto delle lettere nelle quali i detenuti parlano delle loro esperienze. E’ la realtà che vale la pena di conoscere”. La toga e il manganello di Italo Di Sabato comune-info.net, 21 giugno 2026 Le discussioni nate negli ultimi mesi attorno alla giustizia, al referendum costituzionale e alla repressione delle lotte sociali hanno riportato al centro una questione che una parte della sinistra continua a rimuovere: il rapporto tra magistratura, conflitto sociale e cambiamento politico. Il punto non è difendere i potenti, né negare reati o responsabilità individuali. Il punto è un altro: capire se la trasformazione della società passi dalla costruzione di rapporti di forza dal basso o dalla delega salvifica al potere penale. È una questione decisiva. C’è una scorciatoia che da oltre trent’anni attraversa la politica italiana e che continua a riemergere ogni volta che l’opposizione appare debole, priva di radicamento sociale e incapace di parlare al Paese reale. È l’idea che il cambiamento possa arrivare non dalle lotte, dalla mobilitazione collettiva, dalla costruzione di alternative sociali e politiche, ma dall’intervento della magistratura e dalla spettacolarizzazione giudiziaria. Quando manca la politica, entra in scena il moralismo giudiziario. Le inchieste diventano surrogato dell’opposizione, gli avvisi di garanzia prendono il posto del programma, le intercettazioni sostituiscono l’analisi sociale, il provvedimento cautelare diventa titolo politico. Il dibattito pubblico smette di interrogarsi su salari, precarietà, guerra, sanità, scuola, devastazione ambientale, repressione del dissenso, e si concentra sullo scandalo del giorno. La giustizia penale viene caricata di una funzione impropria: supplire alla crisi della rappresentanza. Ma la magistratura non può sostituire la politica. E quando ci prova, o quando altri pretendono che lo faccia, il risultato non è la rigenerazione democratica: è l’impoverimento della democrazia. Per capire come si sia arrivati a questo punto bisogna guardare alla storia recente del Paese. La centralità assunta dalla magistratura nella vita pubblica italiana non nasce oggi. È il risultato di un lungo processo. Gli strumenti giudiziari d’eccezione costruiti per affrontare la stagione della conflittualità sociale e politica degli anni Settanta, la lunga stagione delle leggi penali speciali e dei maxiprocessi che hanno attraversato gli anni Ottanta, l’espansione dei poteri investigativi e la progressiva centralità delle procure hanno trasformato la magistratura in qualcosa di più di un semplice apparato dello Stato. Nel corso degli ultimi quarant’anni essa è diventata uno dei principali attori della vita politica italiana, spesso investita del ruolo di interprete di un interesse generale che la politica appariva incapace di rappresentare. La svolta decisiva arriva però con Tangentopoli. Molti di coloro che vissero quella stagione erano convinti di assistere a una rigenerazione morale del Paese. Pochi compresero che, insieme al crollo del sistema politico della Prima Repubblica, stava prendendo forma un nuovo paradigma culturale. Il modello del capro espiatorio sostituiva progressivamente la critica dei rapporti di potere. Le responsabilità collettive lasciavano il posto alle colpe individuali. I problemi sociali venivano tradotti in questioni penali. La politica smetteva di essere il terreno della trasformazione per diventare il luogo della colpevolizzazione. Da quel momento prende forma una cultura pubblica che attraversa destra e sinistra, alimentando le ideologie del rancore, del vittimismo e della punizione. Lo spazio del conflitto sociale si restringe mentre si espande quello del conflitto giudiziario. Si smette di discutere di redistribuzione della ricchezza, diritti sociali, rapporti di produzione, democrazia economica. Si comincia a discutere quasi esclusivamente di reati, colpevoli, manette e processi. L’orizzonte della trasformazione sociale viene progressivamente sostituito dall’orizzonte della punizione. Se in passato l’obiettivo era conquistare diritti universali e migliorare le condizioni materiali di vita della collettività, ora il luogo simbolico della giustizia diventa il tribunale. Si cerca riscatto nelle aule giudiziarie invece che nelle lotte sociali. Si immagina il cambiamento come risultato di una sentenza piuttosto che di un rapporto di forza. Si osserva la realtà attraverso le lenti dell’ideologia penale. È qui che il giustizialismo incontra il proprio limite storico. Perché la proliferazione delle norme penali, l’espansione dei poteri repressivi e la continua ricerca del colpevole non hanno prodotto una società più giusta: hanno prodotto una società più punitiva. Una società nella quale il carcere sostituisce il welfare, la repressione prende il posto della politica sociale e il diritto penale diventa la lingua ordinaria del governo. Il mito salvifico della magistratura ha finito così per cancellare ogni critica del potere. Trasformando la politica nel cimitero della giustizia sociale e consegnando al penale problemi che avrebbero richiesto redistribuzione, partecipazione democratica e conflitto collettivo. Ma la magistratura resta, nella sua funzione fondamentale, un apparato dello Stato. Può essere attraversata da sensibilità diverse. Può contenere magistrati democratici, progressisti, garantisti. Può persino produrre decisioni importanti per la tutela dei diritti. Ma la sua funzione fondamentale resta quella di garantire l’ordine giuridico esistente che non coincide necessariamente con la giustizia. Anzi, molte delle più importanti conquiste democratiche della storia sono nate proprio dalla rottura della legalità vigente. Lo sciopero era illegale. Le occupazioni delle fabbriche erano illegali. Le lotte contadine erano illegali. La Resistenza era illegale. Persino gran parte delle mobilitazioni che hanno allargato i diritti civili e sociali si sono sviluppate in aperto conflitto con norme considerate allora perfettamente legittime. Ogni trasformazione reale ha attraversato una tensione tra legalità e giustizia. Questa contraddizione torna oggi con forza. Perché mentre si celebra la legalità come valore assoluto, si modifica continuamente il confine tra ciò che è lecito e ciò che non lo è. I decreti sicurezza rappresentano esattamente questo passaggio: non si limitano a punire comportamenti già considerati reato, ma trasformano in materia penale pratiche che appartengono storicamente al repertorio delle lotte sociali. Bloccare una strada durante uno sciopero, organizzare una resistenza passiva, sostenere una cassa di solidarietà, manifestare in forme conflittuali, interrompere il funzionamento di infrastrutture considerate strategiche: azioni che hanno accompagnato per decenni le mobilitazioni operaie, studentesche e territoriali vengono oggi ricondotte dentro una logica di ordine pubblico e sicurezza. Non è un caso che, parallelamente all’espansione dello Stato penale, si moltiplichino le inchieste contro chi si oppone alla guerra, contro i movimenti per la Palestina, contro i sindacati di base, contro i movimenti territoriali e le realtà antagoniste. Pisa, Torino, Bologna, Genova raccontano tutte la stessa storia. A Pisa decine di attivisti vengono trascinati in un unico procedimento per mesi di mobilitazioni contro il genocidio a Gaza. A Torino il teorema costruito contro Askatasuna ha cercato di trasformare un’esperienza politica e sociale in un’associazione criminale. A Bologna e Genova si susseguono denunce, misure preventive, fogli di via e procedimenti che colpiscono soprattutto chi organizza solidarietà, conflitto e opposizione alle politiche di guerra. La magistratura non inventa queste norme: le applica. Ma proprio per questo diventa uno degli strumenti attraverso cui l’ordine politico vigente difende sé stesso e restringe gli spazi di agibilità democratica. Per questo chi lotta conosce la magistratura da una prospettiva diversa rispetto a chi la osserva dai salotti televisivi. La conosce attraverso i fogli di via, le misure preventive, i processi, le denunce, le perquisizioni, le accuse associative, i sequestri. La conosce dalla parte degli imputati. Le vicende di Pisa, di Torino, delle mobilitazioni per la Palestina, delle lotte territoriali, dei picchetti operai e delle campagne contro il riarmo non sono anomalie. Sono la manifestazione ordinaria di una funzione che l’apparato giudiziario ha sempre svolto quando il conflitto sociale supera i confini considerati accettabili. Non perché esista una congiura, semplicemente perché il diritto è uno dei terreni attraverso cui si organizza il potere. Ed è qui che emerge la contraddizione di una certa sinistra. La stessa area politica che difende la magistratura come baluardo democratico assiste spesso in silenzio alla criminalizzazione dei movimenti sociali. Esalta le procure quando colpiscono l’avversario politico ma scopre improvvisamente il garantismo quando la repressione tocca i propri mondi di riferimento. È una contraddizione destinata a esplodere. Perché nel momento in cui il conflitto sociale torna ad affacciarsi sulla scena pubblica - dai portuali che bloccano le armi ai movimenti contro il genocidio, dalle lotte per la casa alle mobilitazioni contro i decreti sicurezza - il dispositivo penale torna a mostrare il proprio volto reale. Non è costruito per proteggere il conflitto. È costruito per governarlo. Ed è proprio qui che il giustizialismo mostra il suo limite più profondo. Non solo perché alimenta la sacralizzazione della magistratura e la delega alla repressione. Ma perché contribuisce a rafforzare la convinzione che i problemi sociali possano essere risolti attraverso la punizione. Da questa cultura nasce lo Stato penale. Nasce l’idea che alla povertà si risponda con il carcere. Che alle migrazioni si risponda con i CPR. Che alle lotte sociali si risponda con i decreti sicurezza. Che al disagio si risponda con nuove fattispecie di reato. È la stessa logica che oggi alimenta la criminalizzazione del dissenso. Per questo il problema non è scegliere quale magistrato applaudire e quale criticare. Il problema è ricostruire un’autonomia della politica, dei movimenti e del conflitto sociale rispetto all’universo penale. Non serve una sinistra che aspetta la prossima inchiesta. Serve una sinistra che torni a organizzare la società. Perché i diritti non sono mai stati regalati da una sentenza. Sono stati conquistati da donne e uomini che hanno saputo mettere in discussione l’ordine esistente, anche quando quell’ordine si presentava sotto le forme rassicuranti della legge. E forse è proprio questa la domanda che il presente ci pone: vogliamo continuare a delegare la trasformazione della società ai tribunali oppure vogliamo tornare a costruirla nelle piazze, nei luoghi di lavoro, nei territori e nei conflitti reali? In migliaia al Roma Pride per chiedere all’Italia di colmare il ritardo sui diritti civili di Alessia Arcolaci Il Domani, 21 giugno 2026 Decine di migliaia di persone presenti per le vie della capitale: le tre Ambassador (non più madrine) Levante, Margherita Vicario e Francesca Michielin aprono il corteo. La politica è presente in forze. Dopo l’esclusione iniziale del carro arrivata dal coordinamento, hanno partecipato anche alcuni esponenti di Keshet, l’associazione Lgbtqia+ ebraica. È il momento più delicato della giornata. La strana coppia del Roma Pride si materializza pochi minuti prima della partenza del corteo da piazza della Repubblica. Sono quasi le quattro del pomeriggio e sotto il sole cocente della capitale Mario Adinolfi e Francesca Pascale arrivano insieme tra le bandiere arcobaleno, le bolle di sapone, i cartelli più disparati e i trenta carri pronti a iniziare la parata. Lui, storico oppositore delle rivendicazioni Lgbtqia+, con una bandiera israeliana sulle spalle. Lei, fresca di presentazione del movimento Gay Conservatori & Liberali, colpito dalle critiche per avere escluso le persone transgender dalla proposta di legge “Libertà”, rivendica il diritto di esserci. “L’ideologia divide, non unisce”, dichiara ai giornalisti mentre Adinolfi viene contestato e allontanato. “La piazza del Pride è inclusione noi, nel nostro contesto di Gay Conservatori Liberali, cerchiamo di aprire gli occhi a una destra ancora troppo ferma”. Inizia così il Roma Pride 2026 e mostra ancora prima di partire le tensioni che attraversano il dibattito pubblico sui diritti civili. Sono decine di migliaia le persone presenti. Ad aprire il corteo, davanti al primo carro su cui sfilano le tre Ambassador (non più madrine) Levante, Margherita Vicario e Francesca Michielin è presente il sindaco Gualtieri: “La nostra legislazione è arretrata e non rispetta pienamente i principi della Costituzione. Siamo qui per festeggiare ma anche per lottare”. Poco distante, l’europarlamentare del Pd, Alessandro Zan. “Oggi siamo qui uniti da un ideale comune. Il Pride è lo spazio dove tutte le persone possono stare”, dichiara a Domani. “Il governo Meloni e la destra in questi anni hanno ostacolato il cammino dei diritti e reso la vita più difficile alle famiglie arcobaleno, ai loro figli e alle persone trans. Tutto questo crea sofferenza e disuguaglianza”. E aggiunge: “L’articolo 3 della Costituzione dice che tutti i cittadini hanno gli stessi diritti e che la Repubblica deve rimuovere gli ostacoli che impediscono l’uguaglianza. Oggi il governo e il Parlamento non solo non stanno rimuovendo gli ostacoli, ma ne stanno creando di nuovi”. Lo sanno bene le famiglie omogenitoriali, presenti come ogni anno con il trenino bianco di Famiglie Arcobaleno: mamme, papà e bambini ma anche nonni e nonne con i palloncini rosa, sulle magliette la scritta: “È l’amore che crea una famiglia”. Tra musica, slogan e richieste, spiccano i cartelli con le immagini di Giorgia Meloni, l’ex generale Vannacci e Donald Trump. Il più fotografato sintetizza in poche parole lo spirito della piazza: “Meglio anormale che generale”. La politica è presente in forze: tra i partecipanti ci sono Nicola Fratoianni, Riccardo Magi, Laura Boldrini, Alessandra Maiorino e numerosi esponenti del Partito Democratico, del Movimento 5 Stelle e di Alleanza Verdi e Sinistra. Mentre il corteo si muove verso le terme di Caracalla, prendono parte, a piedi, dopo l’esclusione iniziale del carro arrivata dal coordinamento del Roma Pride, anche alcuni esponenti di Keshet, l’associazione Lgbtqia+ ebraica. È il momento più delicato della giornata, i manifestanti, scortati dalle Forze dell’Ordine sventolano bandiere arcobaleno su cui spicca la Stella di David bianca. Vengono subito contestati dai tanti manifestanti Pro Pal presenti e poco dopo allontanati per motivi di sicurezza. Quando arriva la segretaria del Pd Elly Schlein, il corteo la accoglie con emozione. Il sole è un po’ più basso e le Terme di Caracalla sono più vicine ma le migliaia di persone presenti continuano a ballare, cantare e chiedere di essere viste. “Le persone trans e non binary sono quelle che nella società subiscono più discriminazioni, più violenze e più esclusione dal mondo del lavoro. Una legge dovrebbe servire soprattutto a proteggere loro”, conclude l’europarlamentare Zan commentando il Pdl Libertà presentato dal gruppo Gay Conservatori e Liberali. “Non può esistere una legge che nasce con l’obiettivo di combattere le discriminazioni e che poi diventa discriminatoria. I diritti umani non hanno un colore politico, sono patrimonio di tutti. Per questo vanno difesi nella loro totalità, non soltanto alcuni. Quando non sono per tutti, diventano privilegi e questo è profondamente ingiusto”. Poco prima del tramonto, il corteo si scioglie alle Terme di Caracalla. Resta l’immagine di una piazza che celebra le conquiste raggiunte, soprattutto grazie alle sentenze dei tribunali negli ultimi anni, ma che continua a chiedere all’Italia di colmare il ritardo accumulato rispetto a molti Paesi europei sul fronte dei diritti civili. “Il mondo può fare a meno di quasi tutte le carceri”. Parola di un ex direttore di penitenziari di Uma Sostmann La Repubblica, 21 giugno 2026 Il quotidiano tedesco Welt intervista l’avvocato Thomas Galli, già responsabile di diversi istituti di pena in Germania, che è netto: le celle spesso provocano più danni che benefici. Ecco perché. Thomas Galli, 52 anni, ha lavorato per 15 anni in diversi istituti di pena, prima in Baviera e poi come direttore di due strutture in Sassonia. Dal 2016 esercita la professione di avvocato ad Augusta, specializzandosi in misure alternative alla detenzione, scarcerazioni anticipate e revisione dei processi. È giurista, criminologo e psicologo. Lei chiede l’abolizione delle carceri. Perché? “È diffusa l’idea che il carcere possa produrre effetti positivi. Dopo oltre venticinque anni di lavoro con persone che hanno commesso reati, sono convinto che sia falso. Le mie critiche sono evidenti e non sono nuove. Ma il sistema penitenziario è resistente al cambiamento ed è ormai fuori dal suo tempo. Nel corso della mia attività ho constatato una realtà: tornano sempre gli stessi uomini in carcere. Provengono quasi tutti dagli stessi contesti precari, socialmente svantaggiati e con bassi livelli di istruzione, e spesso hanno problemi di dipendenza. La detenzione li spinge ancora di più ai margini della società, immergendoli in una sottocultura. Una volta usciti, le loro possibilità di costruirsi una vita sono identiche, se non peggiori, rispetto a prima e molti finiscono per delinquere nuovamente. In questo modo il carcere ottiene esattamente l’opposto di ciò che dovrebbe ottenere. Nella teoria esistono diversi scopi della pena: punizione, deterrenza, protezione e reinserimento sociale. Nella pratica, però, la logica della punizione oscura tutte le altre. E questo deve cambiare, perché non funziona”. Ci sono altri aspetti che critica? “Anche le famiglie di questi uomini soffrono enormemente a causa della detenzione, soprattutto i figli. Inoltre questi bambini hanno una probabilità più elevata di diventare a loro volta autori di reati e di finire in carcere. In altre parole: il carcere produce criminalità. Quando emergono nuove forme di criminalità, la risposta è sempre creare un nuovo reato o chiedere pene detentive più severe. Ma il problema non cambia. Anzi, come società finiamo perfino per rimuovere certi temi invece di affrontarli davvero: i colpevoli vengono rinchiusi e pensiamo che il problema sia risolto. Ma non è così”. Può fare un esempio? “Stimiamo che oltre l’80 per cento dei casi di violenza domestica rimanga sommerso. Con la sola punizione non si va lontano. Dovremmo concentrarci molto di più sull’emersione dei casi e soprattutto sulla prevenzione. Minacciare il carcere a uomini adulti, spesso cresciuti in contesti problematici, serve a ben poco. Se osserviamo le biografie, che si assomigliano in modo impressionante, capiamo che bisogna investire molto prima, già all’asilo o al più tardi nella scuola primaria. Solo così si riduce davvero la probabilità che questi bambini prendano la strada sbagliata”. Ma con coloro che nonostante tutto finiscono per commettere reati bisogna pur fare qualcosa... “La prospettiva delle vittime dovrebbe essere messa al centro: come si può riparare il danno? Soprattutto sul piano economico, l’autore del reato potrebbe essere chiamato a rispondere molto più di quanto avvenga oggi. Anche la mediazione può avere un effetto terapeutico per la vittima. Dall’altra parte, il responsabile è costretto a confrontarsi con ciò che ha inflitto a un’altra persona e aumentano le probabilità che sviluppi un autentico pentimento. Questo approccio viene definito restorative justice, cioè “giustizia riparativa”: non è sempre possibile, ma in molti casi sì. Si possono immaginare anche misure meno convenzionali. Se un piccolo delinquente ruba in un supermercato, il proprietario potrebbe chiedergli di trascorrere una giornata a pulire il negozio. Mi occupo spesso di casi in cui uomini finiscono in carcere per alcuni mesi per aver rubato ripetutamente merci del valore inferiore a dieci euro. Nessuno dei soggetti coinvolti riesce davvero a capire perché per questo si debbano passare mesi in prigione. Oggi il nostro unico modo per esprimere quanto riteniamo grave un reato è la durata della pena detentiva. È un approccio unidimensionale che dovrebbe diventare più complesso e flessibile”. Come potrebbe funzionare concretamente? “La mia idea è la seguente: il tribunale continuerebbe ad accertare chi ha commesso il reato. Tuttavia non condannerebbe l’autore a una specifica pena detentiva, bensì lo collocherebbe in una sorta di “categoria di gravità”, in base all’entità del danno provocato. A seconda della categoria, si applicherebbe un catalogo di possibili misure: lavori socialmente utili, sorveglianza elettronica, programmi contro la violenza e così via. A decidere sarebbero professionisti come assistenti sociali e psicologi. Queste misure esistono già, ma vengono applicate soltanto in una minima parte dei casi. Circa la metà delle persone oggi detenute sta scontando pene pari o inferiori a un anno. Coloro che sono incarcerati per reati molto gravi e rappresentano un pericolo reale costituiscono soltanto una minoranza. Al massimo il dieci per cento dei responsabili di reati dovrebbe essere privato in modo significativo della libertà per proteggere la collettività, in alcuni casi anche a vita. Negli altri casi si potrebbero applicare restrizioni della libertà più sensate, come il braccialetto elettronico o, al limite, piccole strutture detentive decentrate, dove lavorare individualmente con i condannati in un regime più aperto”. Una valutazione e un accompagnamento così personalizzati non sarebbero estremamente costosi? “Non necessariamente, ma le strutture dovrebbero cambiare. Gran parte del personale di sorveglianza nelle carceri diventerebbe superflua e potrebbe essere impiegata in altri ambiti. Nel lungo periodo si potrebbero addirittura risparmiare risorse. Chi oggi perderebbe il lavoro a causa della detenzione potrebbe continuare a lavorare indossando un braccialetto elettronico. Ciò comporterebbe minori costi per il welfare e maggiori entrate fiscali”. L’isola-prigione norvegese di Bastøy è spesso considerata un modello: i detenuti possono muoversi liberamente, utilizzare un telefono cellulare e svolgere diverse professioni. La Germania dovrebbe prendere esempio da quel sistema? “L’idea che la società debba essere protetta ma che, al tempo stesso, il colpevole debba imparare a vivere in modo responsabile è fondamentale. I Paesi scandinavi hanno ottenuto grandi risultati con sistemi penitenziari molto più liberali. Il nostro sistema tedesco, invece, è l’esatto contrario della responsabilizzazione: dal momento del risveglio fino a quello in cui va a dormire, al detenuto viene sottratta ogni possibilità di decisione. Invocare pene più severe permette di sentirsi dalla parte della giustizia. Anch’io provo questo impulso. Ma dovremmo tutti interrogarci criticamente: che cosa vogliamo ottenere con la pena? E questo obiettivo corrisponde alla realtà? Il carcere non è lo strumento più efficace per combattere la criminalità. Se si osservano i dati, la necessità di cambiare approccio appare quasi evidente”. Ma è anche una proposta realistica? “Siamo sulla strada giusta. Esistono già alcuni tentativi, ad esempio, di depenalizzare il mancato pagamento del biglietto sui mezzi pubblici. Anche i direttori degli istituti penitenziari esprimono sempre più spesso critiche sulle debolezze del sistema. Tuttavia si tratta di un processo lento. È interessante notare che il desiderio di punizione delle vittime è spesso meno forte di quello dell’opinione pubblica. Anche l’idea secondo cui “dobbiamo punire severamente per rispetto delle vittime” merita quindi una riflessione critica. Tra gli assistiti che rappresento come avvocato, quasi nessuno sostiene che il carcere lo abbia portato a cambiare vita. Al contrario, è molto diffusa la sensazione di essere stati trattati in modo sproporzionato, e questo alimenta un allontanamento dallo Stato e dalla società. Mi capita spesso che dei genitori mi dicano di aver lavorato per decenni per lo Stato, ma di aver perso fiducia nelle istituzioni dopo l’incarcerazione del proprio figlio”. Questa sfiducia è giustificata? “Una parte è inevitabile: quando lo Stato prende decisioni sulla mia vita, è naturale che io provi una certa resistenza. Ma un’altra parte, tutt’altro che marginale, deriva dal modo in cui funzionano concretamente gli istituti penitenziari. È difficile spiegare perché un detenuto possa vedere i propri figli soltanto due volte al mese. A chi giova? A nessuno. Considerare questa situazione ingiusta è comprensibile. Anch’io la vedo così”.