“Troppe carceri sovraffollate. Difficile anche garantire il diritto alla salute” di Gigliola Alfaro agensir.it, 20 giugno 2026 Sovraffollamento, l’ampliamento delle risorse abitative del sistema penitenziario e ancora più la manutenzione specie sotto il profilo igienico delle realtà esistenti: sono tra le necessità individuate da Riccardo Turrini Vita, presidente del collegio del Garante nazionale per i diritti delle persone private della libertà personale, nell’intervento che apre la Relazione, Il Garante nazionale per i diritti delle persone private della libertà personale (Gnpl), in ottemperanza alle previsioni della legge istitutiva, ha inviato ai presidenti delle Camere e ai ministri dell’Interno e della Giustizia, nel mese di aprile, la Relazione annuale sul lavoro svolto e sulle prospettive future negli ambiti di sua competenza. La Relazione, pubblicata venerdì 19 giugno sul sito del Garante, è riferita al 2024 e integrata dai dati del 2025. Sovraffollamento, l’ampliamento delle risorse abitative del sistema penitenziario e ancora più la manutenzione specie sotto il profilo igienico delle realtà esistenti: sono tra le necessità individuate da Riccardo Turrini Vita, presidente del collegio del Garante nazionale per i diritti delle persone private della libertà personale, nell’intervento che apre la Relazione, concentrando l’attenzione sulle persistenti criticità del sistema penitenziario italiano, evidenziando come esse continuino a incidere sul rispetto dei diritti fondamentali delle persone detenute. Tra i problemi principali viene richiamato, per l’appunto, il sovraffollamento carcerario: nel rapporto fra sovraffollamento e edilizia carceraria, “il primo è conseguenza diretta dell’insufficienza della seconda”, dice il Garante. “Ogni mese, l’Amministrazione penitenziaria confessa quella circostanza con la pubblicazione delle statistiche: al 31 dicembre 2024, il numero dei posti in astratto (la cd capienza) era di 51.312, le persone detenute erano 61.861. Nel settore minorile, i detenuti presenti nello stesso fine d’anno erano 589 e i posti disponibili erano 561”, sottolinea, evidenziando che “le complessive condizioni degli stabilimenti penitenziari” sono apparse alle visite del Garante “sovente inadeguate rispetto alla legge penitenziaria italiana e, nei casi peggiori, tali da impingere nella violazione dei diritti dei detenuti”. Le criticità, insomma, riguardano non solo il numero dei posti disponibili, ma anche la qualità degli ambienti detentivi. Particolare rilievo viene attribuito alle condizioni materiali degli istituti. Turrini Vita osserva infatti che “il Garante nazionale vede con favore l’ampliamento delle risorse abitative del sistema penitenziario e ancora più la manutenzione specie sotto il profilo igienico delle realtà esistenti: è un necessario adempimento perché la pena non sia espiata in condizioni degradanti e dunque inumane”. Il presidente del collegio del Gnpl richiama le istituzioni alla necessità di intervenire con urgenza, affermando che “rimuovere la violazione in atto di diritti fondamentali deve avere preminenza”, sia come obbligo di giustizia nei confronti delle persone private della libertà, sia per evitare nuove condanne da parte degli organismi internazionali. La Relazione dedica ampio spazio all’analisi della situazione del sistema penitenziario italiano, attraverso i dati raccolti dal Garante nazionale nel corso del 2024. L’attività dell’Autorità si è concentrata sul monitoraggio degli istituti penitenziari, sulla gestione delle segnalazioni e dei reclami, sull’analisi della popolazione detenuta e sulla tutela dei diritti fondamentali delle persone private della libertà. Nel corso del 2024 il Garante nazionale ha proseguito la propria attività di monitoraggio mediante visite agli istituti penitenziari e l’esame di 358 tra reclami e segnalazioni provenienti da detenuti, familiari, avvocati e associazioni. Le segnalazioni hanno riguardato principalmente: le condizioni materiali di detenzione; l’assistenza sanitaria; i trasferimenti; il diritto ai colloqui con i familiari; l’applicazione delle misure alternative; le problematiche relative al trattamento penitenziario. Le visite - 90 in 68 strutture, di cui 56 istituti penitenziari - hanno consentito di verificare direttamente le condizioni degli istituti e di formulare raccomandazioni alle amministrazioni competenti. Il dato che emerge con maggiore evidenza dalla Relazione è il perdurare del sovraffollamento carcerario. Al 31 dicembre 2024 erano presenti 61.861 detenuti, a fronte di una capienza regolamentare di 51.312 posti. Il tasso medio nazionale di sovraffollamento si attesta così al 120,55%. “Occorre inoltre considerare che 4.491 posti regolamentari non risultano effettivamente disponibili. La capacità reale degli istituti si attesta pertanto a 46.821 posti, con un conseguente indice di densità media del 132,12%”. Un’osservazione approfondita mostra come in alcune regioni - Basilicata, Campania, Emilia-Romagna, Lombardia, Lazio, Molise, Puglia e Veneto - la soglia del 130% è stata ampiamente superata. Dall’analisi dei dati emerge che “l’indice di sovraffollamento penitenziario supera la soglia regolamentare in pressoché tutte le regioni del Paese, con le sole eccezioni della Valle d’Aosta, del Trentino-Alto Adige e della Sardegna”. L’aumento complessivo della popolazione detenuta è imputabile, in parte, al frequente ricorso alla custodia cautelare in carcere, ma anche - e in misura rilevante - al numero crescente di persone che accedono in istituto a seguito di condanna definitiva. Il sovraffollamento ha effetti negativi sulla vivibilità degli spazi, sulla tutela della salute e sulla possibilità di svolgere attività trattamentali. Per quanto riguarda la posizione giuridica, la maggior parte delle persone detenute sta espiando una condanna definitiva - 46.232 -, mentre permane una quota significativa di detenuti in attesa di primo giudizio, 9.348. Rispetto all’età, la popolazione detenuta è composta prevalentemente da adulti tra i 30 e i 59 anni - in totale 45.293 -, mentre risultano in aumento le persone detenute ultrasessantenni, con conseguenti esigenze sanitarie e assistenziali sempre più complesse. Le donne rappresentano una quota ridotta della popolazione detenuta (il 4,4% del totale), ma presentano bisogni specifici, soprattutto con riferimento alla tutela della maternità, alla presenza di figli minori e all’accesso a servizi sanitari adeguati. “La maggior parte di esse è ristretta in sezioni femminili di istituti maschili, con conseguente limitato accesso alle attività trattamentali dedicate”. Le persone di cittadinanza straniera costituiscono “il 31,84% del totale. In 17 istituti la percentuale di stranieri varia tra il 60% e il 69%, mentre in 2 istituti essa supera il 70%”. La Relazione richiama le difficoltà legate alla mediazione linguistica, all’accesso alle informazioni e ai percorsi di reinserimento sociale. Al 31 dicembre 2024 gli Istituti penali per i minorenni ospitavano 589 giovani, a fronte di 561 posti disponibili. “Treviso, Milano e Firenze si trovano in una situazione di forte sovraccarico, mentre centri come Roma femminile, Palermo e Potenza operano con una disponibilità residua”. Inoltre, “al 31 dicembre 2024, delle 589 persone detenute negli Ipm, risultano 295 cittadini italiani (50,1%) e 294 stranieri (49,9%), in una situazione di quasi perfetta parità che pone rilevanti interrogativi di carattere culturale, linguistico e socio-educativo”. I minori stranieri mostrano la tendenza a commettere reati contro il patrimonio, con 540 casi rispetto ai 485 degli italiani. In particolare, la rapina è significativamente più frequente tra gli stranieri con 335 casi contro i 224 degli italiani. I minori italiani, invece, presentano una maggiore inclinazione nei delitti contro la persona, con 243 casi rispetto ai 179 degli stranieri. “Questa differenza - sostiene la Relazione - suggerisce dinamiche criminologiche diverse, con i minori stranieri più coinvolti in reati acquisitivi e quelli italiani in reati violenti interpersonali”. Il Garante individua numerose criticità riguardanti le condizioni di vita negli istituti. Tra le principali, celle sovraffollate, edifici spesso obsoleti, servizi igienici non adeguatamente separati dagli spazi di vita, carenze manutentive, limitata disponibilità di spazi comuni e attività trattamentali. Condizioni che incidono direttamente sulla dignità delle persone detenute e sulla finalità rieducativa della pena. Per il Gnpl, “la questione che desta maggiore preoccupazione riguarda il sistema sanitario penitenziario e, conseguentemente, la tutela del diritto alla salute delle persone private della libertà personale”. C’è una diffusa difficoltà nell’ottenere cure adeguate e tempestive per carenza di personale sanitario, ritardi nelle visite specialistiche, difficoltà nei trasferimenti verso strutture ospedaliere. Per il Garante, poi, “un elemento di crescente attenzione riguarda l’aumento costante delle persone con disagio psichico, frequentemente prive di diagnosi adeguata o collocate in contesti non idonei”. Tuttavia, “le sezioni di riferimento, identificate come Articolazioni per la tutela della salute mentale, risultano di ricettività limitata e non sono sempre in grado di soddisfare le concrete necessità di accertamento, cura e trattamento. In alcuni istituti, tali spazi risultano assenti o non realmente fruibili”. Altro fronte caldo è costituito dalle voci lavoro e reinserimento sociale. Infatti, benché il lavoro sia un elemento cardine del trattamento penitenziario, “la realtà operativa evidenzia che gli istituti penitenziari non sono in grado di offrire opportunità lavorative sufficientemente qualificate o tali da rappresentare un effettivo strumento di risocializzazione”, denuncia la Relazione. Il disagio vissuto dalle persone ristrette emerge con chiarezza dall’analisi della quantità e della tipologia degli eventi critici (ad esempio, aggressioni, atti di autolesionismo) che si registrano quotidianamente negli istituti penitenziari. Tra questi, il fenomeno dei suicidi in carcere: sono stati 83 nel 2024 (erano stati 84 nel 2022 e 68 nel 2023). Un’ulteriore criticità riguarda la cronica insufficienza di personale. E dopo il nostro articolo arriva la relazione del Garante di Angela Stella L’Unità, 20 giugno 2026 Sarà una coincidenza ma proprio a ventiquattro ore dall’articolo dell’Unità che per l’ennesima volta rilevava la mancata pubblicazione della Relazione annuale al Parlamento da parte del Garante Nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, l’Autorità l’ha pubblicata ieri sul proprio sito precisando di averla inviata ai Presidenti delle Camere e ai Ministri dell’interno e della giustizia, nel mese di aprile 2026. La diffusione preventiva sul sito lascia presagire che non ci sarà, a differenza degli anni passati con il precedente Collegio, la presentazione ufficiale nelle sedi istituzionali. Come anticipato si riferisce al 2024, quindi appare del tutto superata dal peggioramento delle condizioni detentive degli ultimi due anni. Polemica Rita Bernardini, presidente di Nessuno Tocchi Caino: “Ho chiesto all’IA il modo giusto per definire la pagina web del GNPL riguardante il Report delle visite effettuate nelle carceri dal 2024 al 2026. Ho trovato il numero delle visite e i km percorsi, ma non una parola su ciò che ogni volta hanno visto e sulle azioni che hanno messo in piedi dopo aver visto. La relazione annuale che per legge dovrebbero fare al Parlamento, l’hanno depositata oggi (ieri, ndr), dopo i rilievi di Valentina Angela Stella. Forse il modo giusto per definire tutto ciò è nella categoria ‘Popolari e Volgari’ come sinonimo di ‘Presa per i fondelli’”. Intanto è assordante il silenzio del Collegio del Garante su quanto avvenuto a Sollicciano, dove la magistratura ha sequestrato sette sezioni. Sulla questione però è arrivato il comunicato dell’Unione Camere Penali: “Il sequestro certifica il fallimento dello Stato nel garantire una detenzione umana e dignitosa e impone l’adozione di interventi risolutivi alla catastrofe umanitaria nelle carceri. Non possiamo ignorare le inevitabili ricadute sul piano pratico, umano e relazionale che il sequestro produce attraverso lo spostamento forzoso di centinaia di detenuti, come pacchi postali, da un capo all’altro della nazione, magari in altri istituti già sovraffollati e, quindi, ben oltre il limite tollerabile”. Nel frattempo il procuratore capo di Firenze Rosa Volpe interpellata dal Fatto Quotidiano ha spiegato il perché non abbia diffuso il decreto di sequestro alla stampa: “Se trasmettessi il decreto, voi pubblichereste dei nomi e questo mi obbligherebbe a redigere successivamente comunicati di aggiornamento”. Sulla mancata pubblicazione dell’atto è intervenuto anche il direttore di Questione Giustizia, la rivista di Magistratura Democratica, Nello Rossi: “In un Paese in cui sul carcere si parla, si straparla, si studia, si denuncia, si fa letteratura, si piange, ci si commuove senza incidere in “nulla” sulle condizioni dei detenuti, l’unico provvedimento che interviene sulla realtà e la modifica - il decreto del GIP di sequestro di alcune sezioni del carcere di Sollicciano in ragione delle disastrose condizioni igieniche del carcere - è ancora ignoto nelle sue motivazioni. Non chiarite neppure le ragioni del silenzio. Eccesso di zelo? Produzione di effetti opposti a quelli desiderati? Confusione degli operatori storditi dalla enfatica ed alluvionale prosa consiliare della circolare CSM sulla comunicazione? Speriamo solo che alla fine sia reso pubblico un atto pubblico. Per comprenderlo, per commentarlo, per valutarne la portata intrinseca e di precedente. E speriamo che il CSM intervenga per fare chiarezza”. Arriva già vecchia la prima relazione. Niente parlamento di Eleonora Martini Il Manifesto, 20 giugno 2026 È stata trasmessa finalmente al Parlamento la prima relazione dell’attuale Garante nazionale delle persone private di libertà, ma con dati vecchi ormai di un anno e mezzo, che si limitano a fotografare la condizione delle carceri di fine 2024 (nel frattempo molto è cambiato e il numero di detenuti è aumentato di quasi 4 mila unità). Talmente vecchi che, come conferma al manifesto lo stesso presidente del collegio Turrini Vita, non vi sarà alcuna presentazione pubblica del report. Eppure la relazione è stata presentata come “riferita al 2024 e integrata dai dati del 2025” malgrado nelle 267 pagine vi sia una sola tabella con alcuni dati più recenti. “Arriveranno”, promette il collegio che assicura: “Dopo l’estate uscirà un rapporto specifico sul 2025 che andrà a integrare la parte mancante”, in modo da rispettare la legge istitutiva del Gnpl che pretende l’annualità dei resoconti. Nel corso del 2024, si legge nel documento, il Gnpl “ha effettuato 90 visite in 68 strutture, di cui 56 istituti penitenziari” e “ha gestito complessivamente 358 tra reclami e segnalazioni”. Un’attività che ha fruttato molto in termini di relazioni istituzionali, poco dal punto di vista della tutela dei detenuti. Come ammette la stessa relazione, infatti, tutte le analisi sono ottenute attraverso l’elaborazione dei soli dati forniti dal Dap. Non proprio ciò che si ci aspetta da una autorità indipendente. Il carcere è in coma. Salviamo almeno Domenico Papalia dalla morte per pena di Emanuele Roncalli* L’Unità, 20 giugno 2026 Il sistema penitenziario è al collasso. Il carcere è in coma. E la malattia sembra irreversibile. Per carità, non buttiamo via il bambino con l’acqua sporca, ma le accorate e reiterate domande che escono da questo mondo claustrofobico, fatto di gabbie su cui si accendono i riflettori a intermittenza, restano da tempo immemore senza risposte adeguate. Logorata da dibattiti e belle promesse, la questione carceraria abita un cosmo astratto, sospeso nel tempo e nello spazio, dove reale è solo la tragedia di chi consuma i propri giorni in questo “luogo-non luogo”, privo di identità. Convegni e seminari di sociologi e giuristi, economisti e analisti politici, clinici e psichiatri si susseguono a singhiozzo, finendo talvolta per annacquare discorsi che grondano di retorica e luoghi comuni. Per non parlare di riforme, di interpellanze parlamentari che finiscono per diventare lettera morta. Non siamo disfattisti. Siamo allarmati. A fronte di questi pronunciamenti, c’è una fetta di società civile che preferisce ignorare l’argomento. Perché, visto da fuori, per molti il carcere è un corpo estraneo, qualcosa di fastidioso, come un bubbone sulla pelle. Passano davanti a invalicabili mura delimitate da filo spinato, allungano la camminata e distolgono lo sguardo. Quasi temono la fortezza che ospita l’arcipelago della disperazione. Parole come giustizia riparativa, misure alternative alla detenzione non rientrano nel vocabolario della gente comune e i media si occupano dei detenuti saltuariamente, quando la notizia fa sensazione, fa vendere, mentre ci si dovrebbe ricordare che un quotidiano, un telegiornale può - anzi deve - sensibilizzare, educare, diffondere cultura. È singolare come i telespettatori si appassionino a inchieste tv sui delitti più efferati, sbirciando fra le mura domestiche altrui dal buco della serratura, mostrando morbose attenzioni alle tendenze sessuali di un indagato, per poi dimenticarsene in eterno se lo stesso finisce dietro le sbarre. È singolare come giornali e tv affrontino, con puntate a raffica, un fatto di sangue, tentando di sviscerarlo con processi mediatici neanche tanto velati, puntando l’attenzione su presunti innocenti che dividono i telespettatori in tifoserie e poi se ne dimentichino per sempre al raggiungimento di una sentenza di condanna. È finito lo show, buttate via la chiave. Parlare di carcere, del resto, è impopolare e non porta nemmeno voti o preferenze. Si rischia la retorica, certo, ma il sipario deve rimanere alzato. Anche quello del palcoscenico social. In rete imperano prezzolati influencer che si occupano di hotel e ristoranti stellati, mentre ci vorrebbero testimonial che parlassero stabilmente di carcere, che risvegliassero le coscienze. Chi si occupa di carcere h24 sono invece associazioni e sodalizi come Nessuno tocchi Caino, Antigone, Ristretti Orizzonti, che da soli portano avanti battaglie impari. Al centro di tutto resta il detenuto, con la sua solitudine, mentre la voglia di ghigliottina fatica a tramontare. Non si tratta di assolvere chi ha violato la legge, ma di far rispettare la legge che tutela il condannato. Chi delinque entra in una dimensione afflittiva. In cella gli fanno compagnia tormenti e rimorsi e una moltitudine di occhi di gente sconosciuta con cui condividere giorni, settimane, mesi, se non addirittura anni, in uno spazio angusto, privo di privacy, di pochi metri quadrati. “Il carcere come camicia di forza, come immobilità per non far del male è pura follia, è antieducativo - ha scritto lo psichiatra Vittorino Andreoli. Non appena viene tolto il gesso, c’è subito una voglia di correre e di correre contro la legge. Senza considerare l’assurdo di un luogo dove si accumula la criminalità, che ha un potere endemico maggiore di un virus influenzale.” Se si rilegge la storia, si scoprirà che sotto i Romani, ma anche durante la società feudale, il carcere aveva una funzione squisitamente temporanea in attesa della pena, anche se - siamo consapevoli - le sanzioni erano di tutt’altra natura. È dall’Ottocento che il carcere diventa strumento sanzionatorio e da lì nasce il sistema penitenziario moderno, dove di moderno si fatica a vedere cosa ci sia. Il carcere resta dunque l’unica soluzione per riabilitare il reo? La realtà è sotto gli occhi di tutti: sovraffollamento, risse, rivolte, suicidi. L’art. 27 della Costituzione (Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato) resta in buona parte sulla carta. Riscatto è l’altra parola che non rientra nel vocabolario di molti. Riscatto che passa attraverso diverse modalità, prima fra tutte quella del lavoro, garantito ancora da pochi generosi imprenditori. Solo così il detenuto può riabilitarsi e ritrovare quella dignità che aveva perduto. Ci sono casi emblematici per i quali il potere punitivo dello Stato ha ampiamente superato ogni limite. Ci riferiamo a Domenico Papalia, in carcere da quasi sessant’anni. Ne ha parlato anche Sergio D’Elia poche settimane fa. È originario di Platì. Chi nasce nel paese calabrese non si comprende per quale motivo debba avere già uno stigma sulla propria pelle. È più facile associarlo alla stagione dei sequestri che accostarlo a nomi della cultura come Corrado Alvaro, la cui casa, a San Luca, dista 15 minuti d’auto. Papalia, dicevamo, ha trascorso la sua esistenza - praticamente intera - nelle patrie galere. Ha ottantuno anni, è malato oncologico con metastasi e un corollario di patologie che ne hanno minato il corpo. I suoi avvocati hanno chiesto il differimento di pena, ma finora il magistrato di sorveglianza non ha ritenuto di dover dare seguito a questa legittima richiesta. Siamo davvero certi che la sua condizione carceraria non sia contraria al senso di umanità? Per Papalia, tempo addietro, avevano chiesto la grazia il giudice Ferdinando Imposimato, lo storico sindacalista della Cgil Francesco Catanzariti, l’associazione Nessuno tocchi Caino, per ricordare solo alcuni nomi. In Papalia chi scrive si è imbattuto tempo fa, ritrovando un corposo epistolario fra suor Gervasia Asioli, religiosa orsolina che prestò servizio in diversi istituti di pena, e centinaia di detenuti. Lì ci sono missive di Papalia alla religiosa, pubblicate nel libro “Una suora all’inferno” (Marietti Editore 2005), scritto a quattro mani con il collega giornalista Gabriele Moroni. In una di queste, da Civitavecchia il 12 dicembre 1985, Papalia scrive: “Nel passato o meglio nella giovinezza non sono stato un Santo, ma quanti santi sono diventati delinquenti e quanti delinquenti diventati Santi? Nella vita di ogni uomo c’è un attimo e un momento di conversione e di esami con la propria coscienza e da questi esami viene fuori un uomo tutto diverso, un amore dentro e un uomo che nonostante tutto non ha mai perso la fede in Dio e la fiducia nella giustizia. Questo sono io oggi, senza portare rancore né alla magistratura che mi ha condannato innocentemente, né alla società, né all’umanità.” La stessa suor Gervasia, il 7 febbraio 1991, scrive al Tribunale di Sorveglianza di Brescia evidenziando “l’esemplarità di condotta di Papalia sia nei riguardi dei superiori che nei rapporti con gli altri detenuti”. “Posso pure affermare - aggiungeva la religiosa - di averlo sempre trovato disponibile ad aiutare persone in difficoltà che, nello scambio epistolare, veniva a conoscere tramite me dandomi così modo di poter intervenire in momenti di gravi difficoltà economiche che coinvolgeva la famiglia. Credo che sia una persona affidabile sulla cui lealtà a seguire dettagliatamente le giuste imposizioni della legge non ci sia da dubitare. Chiedo scusa se mi sono permessa di fare presenti queste osservazioni e conto sulla benevola attenzione perché vengono vagliate e prese in considerazione.” Sono passati 35 anni da quella richiesta. Si dirà che suor Gervasia era fin troppo benevola. Cosa dire allora ai nostri governanti che hanno ignorato l’appello per un’amnistia in occasione del Giubileo, rilanciato sia da Papa Francesco che da Leone XIII? Nessun provvedimento di clemenza è stato adottato da Governo e Parlamento per ridurre il sovraffollamento. L’ultima amnistia risale al 1990, mentre l’ultimo indulto è stato varato nel 2006. Se non si fosse ancora capito, l’unica via per la riduzione della pena - in assenza di amnistia o indulto - resta l’applicazione di misure alternative alla detenzione, come l’affidamento in prova ai servizi sociali o la detenzione domiciliare. Chi sperimenta sulla propria pelle la detenzione ne porterà i segni per sempre. Anche quando lo Stato sbaglia. È il caso di Daniele Barillà, imprenditore milanese scambiato per narcotrafficante, assolto dopo oltre 7 anni di carcere e risarcito con circa 3 milioni di euro. Lo abbiamo incontrato nel suo esilio in Spagna. “I milioni li sto spendendo in medicine e ho bisogno di un trapianto di cuore” ci ha detto. Distrutto nell’animo e nel fisico, Barillà ha scelto, suo malgrado, di voltare le spalle all’Italia. *Giornalista e saggista. L’autore di questo articolo è il biografo di famiglia di Giovanni XXIII, il “Papa buono”, suo prozio. È iscritto anche a Nessuno tocchi Caino, come Domenico Papalia, che ha conosciuto in qualche colonia penale del nostro Paese. Insieme a Gabriele Moroni, Emanuele ha curato il libro “Una suora all’inferno”, un florilegio straordinario di lettere inviate dai carcerati a suor Gervasia Asioli, la “mamma dei detenuti”, come la chiamavano in tanti, detenuti comuni e detenuti speciali, gli uni e gli altri testimoni della spiritualità e umanità che possono albergare nelle celle italiane. A suor Gervasia si è rivolto anche Domenico Papalia, “una persona affidabile sulla cui lealtà a seguire dettagliatamente le giuste imposizioni della legge non ci sia da dubitare”, ha scritto di lui la religiosa in una lettera del 1991 al tribunale di Sorveglianza di Brescia. Una sorta di “amicus curiae” che, dopo trentacinque anni, è ancora più attuale, in attesa della riunion e ormai vicina di un altro tribunale di sorveglianza chiamato a decidere se i suoi 81 anni di età e i 60 di pena espiata, che nel corso del tempo è diventata anche pena corporale, siano compatibili con lo stato di detenzione. In quattro anni sette persone sono morte dopo l’uso del Taser: tutte le zone d’ombra dell’arma di Marika Ikonomu Il Manifesto, 20 giugno 2026 L’arma a impulsi elettrici è stata introdotta in Italia nel 2022. Il governo vuole raddoppiare la dotazione a 10mila dispositivi, ma si dubita dell’affidabilità tecnica. Una perizia sul decesso di Elton Bani rappresenta un punto di svolta. Antigone: “La deriva è preoccupante. Sospenderne l’uso, eliminare l’utilizzo nei penitenziari, creare un registro nazionale”. Almeno sette persone sono morte in Italia a seguito dell’uso del Taser da parte delle forze di polizia: si chiamavano Elton Bani, Gianpaolo Demartis, Riccardo Zappone, Carlo Lattanzio Simone di Gregorio, Claudio Citro, Anthony Ihaza Ehogonoh. Quattro in soli due mesi, nel 2025. “Presentata come una soluzione per aumentare la sicurezza e ridurre i danni, si sta rivelando un pericoloso equivoco interpretativo”, denuncia l’associazione Antigone nel nuovo rapporto “Taser in Italia”. La pistola a impulsi elettrici è stata introdotta nelle dotazioni della Polizia di Stato, Guardia di finanza e Carabinieri nel 2022 come alternativa all’arma da fuoco, “finendo per colpire nella maggior parte dei casi soggetti che oppongono una resistenza non armata o che si trovano in stato di vulnerabilità psichica”, scrive l’associazione, sottolineando come la narrazione pubblica abbia minimizzato i rischi per la salute. Il Taser interferisce con il sistema nervoso, arrivando a immobilizzare i muscoli: così la persona, colpita dai dardi, rimane paralizzata per alcuni secondi. Per Antigone la deriva è preoccupante. Il ricorso alla pistola a impulsi elettrici è aumentato progressivamente: tra marzo 2022 e febbraio 2026, la Polizia di Stato ha sparato per 1.091 volte. Un dato ottenuto dal Dipartimento di pubblica sicurezza con accesso agli atti da Altreconomia. Attraverso i numeri del Viminale, si comprendono anche le modalità di impiego da parte delle forze dell’ordine. “La quota di interventi che si conclude con l’esplosione effettiva dei dardi è passata dal 40 per cento del 2022 a circa il 70 per cento nel 2025”, scrive Antigone. Mentre l’impiego a scopo dissuasivo - ossia estrazioni senza utilizzo e attivazione dell’arco voltaico - è progressivamente diminuito. Nonostante Altreconomia sia riuscita a ottenere alcuni dati, come il numero di Taser assegnati ogni anno e quello di esplosione dei dardi, le informazioni non sono sufficienti per capire il reale utilizzo del dispositivo perché manca un sistema completo di raccolta dati sull’uso della forza da parte delle forze di polizia. Un “deficit informativo” che “rende difficile valutare in modo rigoroso proporzionalità, efficacia e rischi del Taser, lasciando aperti interrogativi sulla reale frequenza del suo impiego e sulle sue conseguenze”, si legge nel rapporto. Tuttavia, il governo Meloni vuole raddoppiare la dotazione a 10mila dispositivi e il percorso legislativo prosegue verso “un’estensione capillare anche a tutti i comuni”. Il caso di Elton Bani, un uomo di 41 anni, morto dopo essere stato fermato da carabinieri con almeno tre scariche di taser a Genova, rappresenta un punto di svolta: ha confermato il dispositivo “può essere un fattore determinante nella morte di un individuo”. Nelle indagini svolte finora è emersa la difficoltà di trovare un nesso causale diretto tra l’uso del dispositivo e la morte e si è spesso ricorsi a “diagnosi controverse per attribuire la morte esclusivamente a fattori preesistenti”, si legge. Per la prima volta, nel procedimento sulla morte di Bani, una perizia medico-legale ha stabilito invece che il decesso è stato causato da un’azione combinata tra intossicazione da cocaina e stimolazione elettrica ripetuta, fino a 18 attivazioni teoriche. Negli altri casi, quasi tutti, le vittime erano persone con disagio psichico o dipendenze. Anche se per questi soggetti gli organismi internazionali, come il Comitato per prevenzione della tortura, ricorda il report, “sconsigliano tassativamente l’uso dell’arma”. Riccardo Zappone aveva 30 anni quando è morto, il 3 giugno 2025 a Pescara. La procura ha inizialmente individuato come causa della morte un trauma toracico dovuto a un pestaggio precedente l’arrivo della polizia. Le ricostruzioni giornalistiche successive hanno invece parlato di un’intossicazione acuta da cocaina, ma in entrambi i casi veniva escluso il ruolo del Taser. Nel caso di Demartis, anche lui morto nel 2025 a Olbia, il 16 agosto, il Taser “è stato considerato solo un contributo non determinabile allo stress emozionale”, mentre la morte è stata attribuita a scompenso cardiaco secondario a stress intenso e intossicazione da cocaina. Allo stesso modo negli altri casi italiani, il dispositivo non è mai stato indicato come causa diretta del decesso. Simone di Gregorio, morto a San Giovanni Teatino, in provincia di Chieti, nel 2023, era in evidente stato confusionale e affetto da problemi psichiatrici; Carlo Lattanzio è deceduto a Bolzano nel 2024 e l’indagine “è stata archiviata indicando come causa un evento cardiaco acuto indotto dall’assunzione di cocaina, nonostante i dubbi della famiglia sulla vicinanza dei dardi al cuore”. Il percorso in Italia - In Italia il Taser è stato introdotto nelle dotazioni operative delle Forze di polizia il 14 marzo 2022. Inizialmente solo in 18 città per poi essere esteso al resto del paese. Nel 2024-2025, con il decreto “milleproroghe”, è stata approvata l’estensione capillare nelle polizie locali. Il primo riferimento al dispositivo però compare già nel 2014, nel processo di conversione di un decreto legge sulla sicurezza negli stadi, in cui si introduce la prima sperimentazione della pistola elettrica da avviare tramite decreto del Viminale. Una norma che non è mai stata applicata, in mancanza del decreto attuativo. In seguito, dal 2018, inizia una fase di sperimentazione, prima per la polizia, i carabinieri e la Guardia di finanza in undici città, poi anche per la polizia locale dei grandi comuni. La diffusione - Il nome della pistola a impulsi elettrici deriva dalla principale azienda produttrice, che fino al 2017 si chiamava Taser International, oggi nota come Axon Inc. Taser, spiega Antigone, è un acronimo ispirato a un romanzo per ragazzi del 1911 intitolato Tom Swift and His Electric Rifl. Il protagonista è un giovane inventore di un’arma futuristica, capace di sparare potenti scariche elettriche a distanza. Il primo modello è stato brevettato nel 1974. Secondo i dati dell’azienda produttrice, oggi oltre 18mila agenzie di polizia in più di 80 paesi al mondo usano le pistole Taser. Ma oltre ad Axon, secondo quanto ricostruito da Amnesty International, a febbraio 2025 risultavano altre 51 aziende produttrici di dispositivi dello stesso tipo. Le evidenze scientifiche hanno, però, via via messo in discussione le rassicurazioni di Axon, evidenziando diversi rischi: aritmie cardiache e fibrillazione ventricolare, soprattutto per chi è sotto stress o sotto effetto di sostanze. Tanto che, negli Stati Uniti, un’inchiesta della Reuters ha documentato oltre mille decessi legati all’uso del Taser, nonostante in molti casi non sia stata riconosciuta come causa diretta della morte. “Sospenderne l’uso” - Per questo, l’uso di questo strumento, secondo l’associazione, dovrebbe essere sospeso fino a nuove evidenze scientifiche che certifichino l’assenza di rischi gravi o letali. “Sosteniamo insieme ad Antigone l’istituzione di una commissione scientifica indipendente e la sospensione cautelare dell’utilizzo di uno strumento che oggi possiamo dire con chiarezza non offre garanzie sufficienti né sicurezza né certezza sugli effetti del suo impiego”, ha dichiarato il deputato di +Europa Riccardo Magi, che aveva presentato un’interrogazione parlamentare al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. Occorre poi un registro nazionale, garantire piena trasparenza a episodi critici, definire regole di ingaggio chiare e uniformi ed escludere l’uso per la polizia locale e negli istituti penitenziari. Antigone al Governo: “Ritirate i Taser”. Molteni insiste: “Saranno raddoppiati” di Eleonora Martini Il Manifesto, 20 giugno 2026 Alla Camera il rapporto dell’Associazione. È una di quelle cattive abitudine che abbiano importato dagli Stati uniti. Il Taser era considerata un’arma poco offensiva quando, tra la fine degli anni Novanta e l’inizio dei Duemila, venne promossa per la prima volta negli Usa. Da allora la pistola a impulsi elettrici si è diffusa in tutto il mondo ma dopo mille e più morti stimati nei soli States, secondo un’inchiesta dell’agenzia Reuters, la stessa azienda produttrice declassò l’arma da “non letale” (“non-lethal weapon”) a “poco letale” (“less-lethal weapon”). In Italia da quando, il 14 marzo 2022, sono stati introdotti operativamente e dati in dotazione alle forze di polizia, i Taser hanno sparato 1.091 volte fino a febbraio di quest’anno, secondo i dati dello stesso ministero dell’Interno ottenuti da Altraeconomia. E hanno provocato “almeno sette casi di persone decedute dopo essere state colpite dal dispositivo, di cui quattro in un intervallo di tempo di soli due mesi, tra agosto e ottobre 2025”. Segno dell’aumento consistente dell’utilizzo dell’arma. A ricostruire “Storia, controversie e zone d’ombra della pistola a impulsi elettrici”, come recita il sottotitolo, è il corposo rapporto “Taser in Italia” messo a punto dall’associazione Antigone e presentato ieri a Roma alla Camera dei deputati su invito del segretario di +Europa, Riccardo Magi. Il quale, insieme alla vice del partito, Antonella Soldo, l’anno scorso, quando la cronaca rivelava uno dopo l’altro casi di giovani morti dopo essere stati colpiti, chiese la sospensione cautelare dell’arma sentendosi però rispondere dal ministro dell’Interno Piantedosi che il Taser è uno “strumento imprescindibile” per le forze di polizia. “Una risposta data - ricorda Magi - senza tenere conto delle evidenze scientifiche né delle indagini che erano ancora aperte”. Perché, come spiega il presidente di Antigone Patrizio Gonnella presentando il rapporto alla Camera, “il problema non è solo lo strumento in sé, ma il modo e il contesto in cui viene utilizzato”. Gli stessi poliziotti sono inconsapevoli degli effetti di quest’arma, pericolosa come una pistola ma usata nella maggior parte dei casi come “risposta immediata anche laddove sarebbero necessarie tecniche di de-escalation, capacità di gestione del conflitto e interventi adeguati, soprattutto quando sono coinvolte persone in stato di crisi o vulnerabilità”. Negli Usa questo fenomeno viene definito “lazy cop syndrome”, letteralmente “sindrome del poliziotto pigro”, riferisce la ricercatrice Sofia Antonelli, curatrice del rapporto. Negli anni l’utilizzo a scopo dissuasivo del Taser, come mostrare l’arma o al massimo attivare l’arco voltaico (“warning arc”), modalità indicate nelle stesse linee guida ministeriali, è diminuito: “In proporzione - si legge nel rapporto - nei quattro anni di utilizzo, la quota di interventi che si conclude con lo sparo dei dardi è aumentata significativamente, passando da circa il 40% nel 2022 a circa il 70% nel 2025”. “C’è inoltre un fatto imprescindibile”, fa notare Riccardo Noury, portavoce di Amnesty Int. Italia: “L’agente che usa la pistola elettrica non può sapere in quali condizioni fisiche si trova la persona che sta per colpire. Dunque non può sapere se la scossa può diventare letale”. Ecco perché, aggiunge Mauri del Pd, “dovrebbe essere usato solo come alternativa alla pistola, non al manganello”. La pericolosità del Taser è dimostrata con evidenze scientifiche, come spiegano un cardiologo e un’epidemiologa intervenuti in video. “Alcune amministrazioni locali, come Genova, hanno chiesto di sospendere la sperimentazione anche alle luce dei recenti eventi critici, ma in assenza di un coordinamento nazionale l’impiego del Taser resta frammentario e gestito in modo autonomo”, scrive Antigone. Da qui le richieste di “sospendere l’utilizzo del Taser fino all’accertamento della sua effettiva sicurezza” e al contempo “istituire e una commissione scientifica indipendente” che monitori l’uso dell’arma e i suoi effetti. Vanno poi definite “regole di ingaggio chiare ed uniformi”, istituito “un registro nazionale” e “garantita trasparenza”. L’associazione chiede anche di escluderne l’utilizzo per i vigili urbani e nelle carceri (ma il sottosegretario Molteni ha già risposto ieri che presto saranno “raddoppiate le dotazioni di Taser alla polizia locale”). “Se il ministero dell’Interno non lo farà - conclude Gonnella - ci impegniamo noi a mettere in piedi una commissione indipendente. Con esperti, scienziati, giuristi e anche esponenti di forze di polizia”. Nordio: “Centrati i target Pnrr, risarcimento pieno per assolti e magistrati da penalizzare” Il Sole 24 Ore, 20 giugno 2026 Dagli obiettivi del Pnrr alla situazione delle carceri, fino al risarcimento per chi viene assolto e alla responsabilità dei magistrati. Sono i principali temi affrontati dal ministro della Giustizia, Carlo Nordio, nel question time al Senato. Sul Pnrr, Nordio ha rivendicato i risultati raggiunti dal ministero. “Il ministero della Giustizia ha pienamente conseguito tutte le milestone e i target previsti dal Pnrr, confermando la credibilità e l’affidabilità del nostro Paese”, ha detto il Guardasigilli. Nel 2025, ha ricordato, si sono registrati avanzamenti tra cui la digitalizzazione del processo penale di primo grado, misure straordinarie per accelerare la giustizia civile e la riqualificazione di oltre 289mila metri quadrati di edifici giudiziari. Nel penale, secondo Nordio, è stato raggiunto al 31 dicembre 2025 l’obiettivo sulla riduzione dei tempi di definizione dei procedimenti, con una contrazione del 31,5%, superiore al target del 25%. Nel civile, ha aggiunto, sono stati sostanzialmente centrati gli obiettivi di abbattimento delle pendenze, con una contrazione dell’89,5% nei Tribunali e del 91% nelle Corti d’appello. In miglioramento anche il disposition time civile, passato da una riduzione del 28,8% al 31 dicembre 2025 al 40,6% al 30 aprile 2026. La verifica definitiva, ha precisato, spetterà alla Commissione europea. Nordio ha richiamato anche il Country report del 3 giugno, nel quale la Commissione europea ha espresso “per la prima volta dopo molti anni un giudizio ampiamente positivo nei confronti dello sforzo compiuto in questi anni in materia di giustizia”. Carceri, sovraffollamento e Sollicciano - Sul fronte carcerario, il ministro ha escluso che il sovraffollamento sia collegato a “un’eccessiva produzione normativa”, sostenendo che dipenda invece dal numero dei reati. Ha poi ricordato l’individuazione di “due o tremila” detenuti che avrebbero diritto alla detenzione domiciliare ma non possono accedervi per mancanza di domicilio. Quanto ai detenuti tossicodipendenti, indicati in circa diecimila, Nordio ha affermato che “sono malati da curare, più che detenuti” e che dovrebbero essere collocati in strutture protette fuori dal carcere. Il Guardasigilli ha respinto anche il collegamento tra nuove norme e aumento dei detenuti. Sul decreto rave party ha detto che “non soltanto non ha portato in prigione nessuna persona, ma ha evitato questo fenomeno criminoso che avrebbe potuto portare a ulteriori arresti”. Sui suicidi, Nordio ha affermato: “Non è vero che i suicidi in carcere sono aumentati. La percentuale è stata invertita rispetto all’anno scorso”. Ha però aggiunto che “ogni suicidio è un fallimento dello Stato”. Su Sollicciano, il Ministro ha spiegato che la situazione è “sedimentata non negli anni ma nei decenni” e ha assicurato che il piano carceri dovrebbe portare la struttura a essere “ridotta o addirittura svuotata” appena disponibili nuovi posti, “probabilmente entro la fine dell’anno”. Per Italia Viva, però, la situazione delle carceri è ormai “insostenibile”. Ivan Scalfarotto ha definito una “barbarie” le condizioni di istituti come Sollicciano, sostenendo che il sovraffollamento sia aggravato anche da scelte legislative del Governo, come il decreto Caivano, che avrebbe portato in carcere tossicodipendenti coinvolti in episodi di piccolo spaccio. Silvia Fregolent ha ricordato che i detenuti sono oltre 64mila a fronte di poco più di 51mila posti disponibili e ha denunciato il fallimento del piano carceri, evidenziando che in alcuni istituti il tasso di affollamento supera il 200%, con ricadute negative sui percorsi di recupero e sulla sicurezza di detenuti e agenti penitenziari. Assolti, ristoro anche delle spese legali - Nordio è intervenuto anche sul ristoro per chi viene assolto. “Spero di poter arrivare al più presto a un provvedimento che sia concretamente utile”, ha detto. Per il Ministro, il risarcimento non deve riguardare solo l’ingiusta detenzione, ma anche “tutti quei danni materiali e immateriali che la persona ha subito a cominciare delle spese legali”. Il Guardasigilli ha definito “irragionevole” che lo Stato non risponda direttamente nei casi di assoluzione, soprattutto quando avviene con formula piena, “il fatto non sussiste” o “non aver commesso il fatto”. Responsabilità dei magistrati - Infine, Nordio ha distinto tra responsabilità civile e risarcimento del danno. La sanzione pecuniaria al magistrato che sbaglia “è inutile, perché il magistrato è assicurato, non ha effetto né sanzionatorio, né preventivo, né intimidatorio”. Secondo il ministro, “il magistrato non va sanzionato nel portafoglio, ma sulla carriera e sulla promozione ed eventualmente nel giudizio disciplinare”. Nordio ha poi richiamato il tema della sezione disciplinare del Csm: “È andata come è andata, ma noi non per questo ci arrendiamo”. Da Bonafede a Nordio, i ministri cambiano ma l’incapacità della giustizia resta di Giovanni M. Jacobazzi Il Riformista, 20 giugno 2026 Forse, e la prudenza è d’obbligo, c’è ancora spazio per portare a termine qualche riforma in materia di giustizia prima della fine della legislatura. Enrico Costa, capogruppo di Forza Italia alla Camera dallo scorso aprile, nelle ultime settimane ha impresso una forte accelerazione ai dossier da anni impantanati in Parlamento. Il motivo è noto. In vista del referendum sulla separazione delle carriere, l’indicazione politica del ministro Carlo Nordio era stata quella di mettere tutto in “stand-by”. Convinto di portare a casa il risultato ad occhi chiusi, il Guardasigilli aveva sostanzialmente tirato il freno a mano, rinviando le questioni più divisive a dopo il voto. L’esito, però, è stato molto diverso da quello atteso. Una campagna referendaria infelice, nella quale è stato sbagliato quasi tutto ciò che si poteva sbagliare, ha finito per produrre l’effetto opposto, contribuendo a paralizzare ulteriormente via Arenula. L’arrivo di Costa, tuttavia, ha risvegliato tutti dal torpore. Forza Italia è tornata a premere sui principali temi della giustizia e tra questi figura, ancora una volta, la prescrizione la cui approvazione potrebbe avvenire anche grazie all’astensione del Pd. Il testo è fermo da due anni in Commissione giustizia al Senato e porta le firme di Pietro Pittalis, Tommaso Calderone e Annarita Patriarca. Relatore è invece il meloniano Sergio Rastrelli. Una premessa: quando si discute di prescrizione, si riaccende immediatamente la polemica in quanto sarebbe una riforma destinata a salvare i colletti bianchi e a garantire l’impunità agli imputati eccellenti. È una narrazione falsa dal momento che la stragrande maggioranza dei reati si prescrive durante le indagini preliminari, dove il pubblico ministero fa il bello ed il cattivo tempo e l’avvocato non tocca palla. Il punto di svolta è arrivato con la riforma Bonafede, entrata in vigore nel gennaio 2020. L’intervento legislativo ha modificato un principio che aveva caratterizzato il sistema penale italiano per decenni: la prescrizione non continua più a decorrere dopo la sentenza di primo grado. Da quel momento in avanti, la prescrizione si arresta definitivamente, sia in caso di condanna sia in caso di assoluzione. Risultato? I procedimenti sono destinati a rimanere pendenti per anni senza una conclusione definitiva. Per uscire da questo gorgo, è nata la successiva riforma Cartabia, che ha introdotto nel sistema l’istituto, per molti versi bizantino, dell’improcedibilità. L’improcedibilità non estingue il reato e non cancella l’accusa. Stabilisce soltanto che il processo di impugnazione debba concludersi entro termini prestabiliti. In linea generale, l’appello deve essere definito entro due anni e il giudizio di Cassazione entro un anno, salvo proroghe previste per procedimenti particolarmente complessi o relativi a reati di maggiore gravità. Quando questi termini vengono superati, il processo non può proseguire e viene dichiarato improcedibile. È qui che emerge una delle differenze più rilevanti rispetto alla vecchia prescrizione. Se un procedimento si conclude per improcedibilità, la sentenza di primo grado non diventa definitiva. La condanna eventualmente pronunciata non può essere eseguita e non si forma un giudicato penale irrevocabile. Allo stesso tempo, però, l’improcedibilità non equivale a un’assoluzione: il giudice non afferma che l’imputato è innocente, ma prende semplicemente atto dell’impossibilità di proseguire il processo oltre i limiti fissati dalla legge. La questione si complica ulteriormente sul piano civile. La normativa consente infatti ai giudici dell’impugnazione di pronunciarsi sulle domande risarcitorie della parte civile anche quando il procedimento penale viene dichiarato improcedibile. Può quindi verificarsi una situazione paradossale: nessuna condanna penale definitiva, ma una decisione che conferma il diritto della vittima a ottenere un risarcimento. La riforma Bonafede, peraltro, non ha risolto il tema della mancata definizione dei processi; ha semplicemente spostato il baricentro del sistema. Alla prescrizione che maturava durante il giudizio si è sostituito un meccanismo diverso, più complesso e meno intuitivo, che continua comunque a impedire, in determinate circostanze, l’arrivo a una sentenza definitiva. Cambiano i nomi e cambiano gli istituti, ma il vero nodo irrisolto resta sempre lo stesso: l’incapacità della giustizia italiana di celebrare processi in tempi ragionevoli. Meglio quindi, dicono allora dalle parti di Forza Italia, tornare alla prescrizione di un tempo e chiudere la stagione delle norme “forcaiole” approvate durante il governo Conte o quelle di “compromesso” durante il governo Draghi. Comunicare meno per non doversi correggere: procure in corto circuito di Simona Musco Il Dubbio, 20 giugno 2026 L’idea di fondo dev’essere questa: rettificare - o meglio aggiornare - una informazione data all’inizio delle indagini significa smentire l’ipotesi investigativa. Significa, dunque, perdere. Quindi se qualcuno, anzi, se la stessa categoria impone delle regole che implicano l’aggiornamento di una notizia, meglio non darla. Anzi, meglio censurarsi, confermando, dunque, che il processo non è un percorso per l’accertamento di una verità, ma una sfida tra le parti, che il pm sia una parte tanto quanto la difesa. Che ci siano vittoria e sconfitta, non giustizia. Solo così si può spiegare la censura che alcune procure hanno deciso di imporsi, imputandola, però, al Csm. Non lo fa direttamente Reggio Calabria, che si è limitata, dopo l’approvazione delle linee guida, a ridurre all’osso i propri comunicati, una modalità che ad alcuni è parsa come una sfida ed è stata tacciata dai giornalisti, nelle chat, come una retrocessione dell’Italia ai livelli dell’Iran in termini di libertà di stampa. Lo fa invece più esplicitamente la procura di Firenze, con una nota stampa che, replicando a tre testate che avevano chiesto gli atti relativi al sequestro di sette sezioni del carcere di Sollicciano per mancanza delle condizioni igieniche e di sicurezza, ha chiarito che alla luce “della circolare del Csm” sulla comunicazione la richiesta di rilascio copie è “non accoglibile”. Interpellata dal Dubbio, la procura non ha chiarito in che termini le due cose sarebbero connesse, rimanendo in vigore quanto stabilito dal codice di procedura penale, che non vieta la consegna di atti ai giornalisti. Ma la procuratrice Rosa Volpe, al Fatto, ha spiegato che “se trasmettessi il decreto, voi pubblichereste dei nomi e questo mi obbligherebbe a redigere successivi comunicati di aggiornamento”. In realtà ciò non è previsto dalle Linee Guida, che richiedono l’aggiornamento in caso di comunicati contenenti nomi di indagati. E lo conferma al Dubbio Marco Bisogni, togato di Unicost al Csm e tra i principali sponsor, col suo gruppo, della delibera. “Le linee guida non hanno in alcun modo modificato il regime di pubblicità o di ostensibilità degli atti: le relative decisioni sono e restano di competenza esclusiva dei procuratori. Questo è molto chiaro - spiega -. È stato approvato un emendamento apposito che rinvia alle disposizioni normative. Quindi l’iter per il rilascio di copie, disciplinato dall’articolo 114 del codice di procedura penale, rimane identico a prima. Non c’è alcuna connessione tra il dovere di aggiornare la notizia e il rilascio eventuale di copie di atti, perché il dovere di aggiornamento della notizia emerge dalla decisione di effettuare un comunicato con le caratteristiche specifiche previste dalle linee guida. In ogni caso di dubbio sull’interpretazione delle linee guida i dirigenti degli uffici possono sempre formulare un quesito al Csm che ormai risponde in pochi giorni”. Attorno alla vicenda si confrontano letture differenti. C’è chi intravede una forma di ostruzionismo verso le nuove regole e chi, più semplicemente, vi riconosce quella resistenza al cambiamento che accompagna spesso ogni innovazione organizzativa. Non mancano, del resto, procuratori che hanno accolto favorevolmente la riforma, come Raffaele Cantone a Salerno e Francesco Puleio a Ragusa, sottolineandone il valore in termini di trasparenza e correttezza dell’informazione. L’approccio di chi contesta, però, non viene visto, dall’interno del Consiglio, come costruttivo, anche perché l’idea che dalle linee guida nasca un onere organizzativo insopportabile per le rettifiche “è errata”. Dietro queste resistenze può nascondersi una filosofia diversa: l’aggiornamento di una notizia di reato viene vissuto dalla procura come l’ammissione di un errore o come una sconfitta. Il processo serve a verificare l’ipotesi d’accusa nel contraddittorio tra le parti. Se il pm vive l’assoluzione come una sconfitta personale, smette di essere una parte imparziale e diventa un attore politico. Ciò che accade nelle indagini preliminari è per sua natura provvisorio e fluido. Basterebbe riconoscerlo. Quando la giustizia esclude e uccide di Marcello Maria Pesarini Ristretti Orizzonti, 20 giugno 2026 Avevo letto l’articolo “Quando la giustizia esclude e uccide” di Claudio Novaro su la Bottega del Barbieri, Aliprandi lo riprende da Volere la luna. Bene, ci proviamo ancora. Devo dire subito che l’esistenza di questi luoghi, come Ristretti e altri, che ospitano opinioni, lettere, appelli, sta a significare che non sono stati ancora cancellata la solidarietà, l’informazione. Mi sentii molto solo (forse non lo ero ma mi ci sentivo) quando stavo seguendo vicende legate a un suicidio e alle condizioni di salute dietro le sbarre, e non riuscii a trasmettere ciò che provavo e sapevo, perché c’era come un cordone sanitario di associazioni, avvocati, partiti e sindacati che non oltrepassavano il limite stabilito dai propri compiti, e magari ognuno avrà pensato che ci fosse qualcun altro che mi aiutava. La sensazione era schiacciante sia nei confronti della famiglia del defunto che per le vicende che avrei voluto raccontare in una città di provincia. Di conseguenza leggere le considerazioni di Aliprandi e di Novaro non fanno che rafforzare la convinzione che non sia sufficiente, per chi si sente defraudato in maniera odiosa e idiota di diritti come l’abitazione nella città che preferisce, sapere che la punizione sia a termine, né che sostenere un’accusa di terrorismo ingiusta sia sufficiente giovare degli amici e dei compagni. Dal 2010 al 2023, anno in cui è morto, ho lottato con Giulio Petrilli, condannato ingiustamente a 5 anni e 8 mesi di carcere sotto l’accusa di avere appartenuto a Prima Linea, il tutto a 20 anni, per ottenere il risarcimento dell’ingiusta detenzione dopo l’assoluzione ottenuta anni dopo. Giulio morì nel 2023 per problemi di cuore già rilevati in carcere, le nostre lotte che avevano coinvolto il meglio del garantismo italiano di quei tempi si fermarono di fronte all’impedimento di alcuni articoli del codice penale relativi alle frequentazioni che lui manteneva a sinistra. No, la giustizia ha un peso che deve amministrare con intelligenza e tatto, anche di fronte a leggi sempre più inutili per reprimere lotte e opinioni diverse. E anche la popolazione, al di là dei bei proclami, dovrebbe sapere cosa vuole dire vivere anche solo una settimana privati dei propri diritti, come lo sanno i parenti a amici dei detenuti. Sardegna. “Niente frigoriferi in cella con 40 gradi”: Irene Testa riaccende il dibattito sulle carceri sardegnalive.net, 20 giugno 2026 Con l’arrivo del caldo estivo, la Garante regionale dei detenuti in Sardegna torna a denunciare le condizioni di vita negli istituti penitenziari. Le temperature iniziano a salire e nelle carceri torna un tema che da settimane alimenta il confronto tra amministrazione penitenziaria, garanti dei detenuti e opposizione: quello dei frigoriferi nelle celle. A riportare l’attenzione sulla questione è stata la Garante regionale delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale, Irene Testa, che nei giorni scorsi è tornata a denunciare le condizioni di vita all’interno degli istituti penitenziari. “Vietato avere un frigorifero in cella. Immaginate 40 gradi. Celle di pochi metri quadrati. Quattro persone, a volte di più. Il fornello accanto al WC. Nessuna privacy. Poca aria. Odore di sudore, di corpi ammassati, di disperazione”, scrive Testa, sottolineando come nelle carceri vivano anche “persone con gravi patologie psichiatriche, tossicodipendenze, fragilità estreme. Persone che si autolesionano”. “E la risposta dello Stato qual è? Togliere i frigoriferi. Perché, dicono, non c’è spazio. Se una casa che non rispetta i requisiti minimi di abitabilità viene dichiarata inidonea, se 26 metri quadrati non possono ospitare più di una persona, come è possibile che nelle carceri tutto questo sia tollerato?”. Secondo la garante, la questione non riguarda soltanto il caldo estivo, ma più in generale il tema della dignità della detenzione: “Come è possibile che lo Stato pretenda il rispetto della legge dai cittadini e poi ignori standard che fuori dal carcere farebbero scattare sanzioni, denunce e chiusure? Se quelle stesse #condizioni esistessero in una casa di riposo, in una comunità o in un dormitorio, ci sarebbe uno scandalo nazionale. In carcere, invece, tutto è considerato normale. No. Non è normale. La pena è la privazione della libertà. Non il caldo insopportabile. Non l’umiliazione. Non la promiscuità forzata. Non la perdita della dignità umana. E un Paese si misura anche da come tratta le persone che ha deciso di #punire. Non da quanto riesce a farle soffrire” La circolare a cui si fa riferimento è quella emanata il 23 aprile 2026 dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (DAP), un provvedimento che aveva fin da subito suscitato forti reazioni da parte dei garanti dei detenuti e delle opposizioni. La disposizione, firmata dal Capo del Dipartimento Stefano Carmine De Michele, invita gli istituti a collocare i nuovi pozzetti frigoriferi in locali dedicati delle sezioni detentive, come ex docce, lavanderie o altri spazi comuni, regolamentandone l’accesso attraverso orari e personale incaricato della gestione. La circolare precisa inoltre che i frigoriferi non possono essere collocati nelle camere di pernottamento. La motivazione indicata riguarda ragioni di sicurezza, legate alla possibile occultazione di oggetti o sostanze non consentite e al rischio di utilizzo improprio degli elettrodomestici. Dopo le polemiche, il DAP è intervenuto con una seconda nota ribadendo il divieto di collocare pozzetti frigo e frigoriferi all’interno delle celle. Nel documento si legge che “i pozzetti frigo ovvero i frigo, cioè (secondo la lingua italiana), i frigoriferi (di cui il termine frigo è abbreviazione) sono elettrodomestici di grandi dimensioni e non vanno affatto confusi coi minibar o frigobar (di cui la nota non si occupa)”. Lo stesso Dipartimento ha inoltre spiegato che, per poter procedere all’acquisto di nuovi pozzetti frigo, frigoriferi e ventilatori in vista della stagione estiva, “è necessaria una tempestiva programmazione sulla base della ricognizione delle dotazioni già oggi esistenti”. Il dibattito resta aperto. Da una parte l’amministrazione penitenziaria rivendica esigenze di sicurezza e una migliore organizzazione degli spazi comuni. Dall’altra i garanti dei detenuti continuano a denunciare condizioni di sovraffollamento e disagio che, con l’arrivo dell’estate, rischiano di diventare ancora più difficili da sostenere. Firenze. Sollicciano, protestano agenti e direttori: “Nordio deve chiarire” Corriere Fiorentino, 20 giugno 2026 “Non staremo a guardare l’eventuale tentativo di sacrificare i direttori sull’altare dell’incompetenza ed inefficienza ministeriale”, scrive in una nota il responsabile del Coordinamento Nazionale Direttori e Dirigenti Penitenziari della Fsi Usae, Enrico Sbriglia, riferendosi al provvedimento giudiziario di sequestro di 7 sezioni di Sollicciano. “Prima si è cercato di addossare le responsabilità alla ex direttrice, una donna straordinaria e competente”, poi “si è preferito trovare altri che governassero una realtà difficilissima”. Il segretario generale Leo Beneduci chiede chiarezza: “Se il Dap comunica che è in corso una riqualificazione complessiva, finanziata con 9 milioni di euro e se il ministro Nordio afferma che Sollicciano potrebbe essere svuotato, la domanda è: a che cosa servono quei soldi? Si ristruttura o si chiude?”. “Il Dap - prosegue Beneduci - prova a rappresentare i trasferimenti come un passaggio programmato. Ma dalle prime segnalazioni che arrivano emerge che le partenze non sarebbero state affatto prive di difficoltà, non tutti i detenuti avrebbero accettato serenamente lo spostamento e le sedi di destinazione, già gravate da sovraffollamento e carenza di personale, non sempre risultano pronte a ricevere nuovi ristretti. Ancora una volta, tutto funziona sulla carta; poi il peso reale ricade sulla polizia penitenziaria”. Firenze. Coordinamento Dirigenti Penitenziari: a Sollicciano emergenza prevedibile ansa.it, 20 giugno 2026 Non sacrificare direttori per incompetenza ed inefficienza ministeriale. “Non staremo a guardare l’eventuale tentativo di sacrificare i direttori sull’altare dell’incompetenza ed inefficienza ministeriale, e porremo in essere ogni azione consentita perché trionfi la verità, con tutto ciò che essa comporti”. Lo scrive in una nota il responsabile del Coordinamento Nazionale Direttori e Dirigenti Penitenziari della Fsi Usae, Enrico Sbriglia, riferendosi al recente provvedimento giudiziario di sequestro preventivo di un’area del carcere di Firenze Sollicciano, “determinando l’urgente esigenza di trasferire in altri istituti almeno 200 persone detenute”. Un istituto, quello di Sollicciano, dove, da “almeno da 4 lustri, si segnalavano grandi criticità strutturali”. Sbriglia parla di una “straordinaria e anche drammatica decisione assunta dalla Procura di Firenze per contenere i rischi enormi derivabili” “dall’epilogo, preannunciato, di una gestione fallimentare del Dipartimento Amministrazione Penitenziaria, dove si sono avvicendati ben 11 Capi Dipartimento in venti anni”. Il Coordinamento è del parere che “il carcere, la cui costruzione fu terminata solo nel 1982”, “cade a pezzi e si ammuffisce, sotto le intemperie e per incuria”. Invece, “prima si è cercato di addossare le responsabilità alla ex direttrice, una donna straordinaria e competente”, poi “si è preferito trovare altri che governassero una realtà difficilissima per le condizioni obiettive in cui si è costretti ad operare”. L’auspicio è che “il ministro Nordio e il sottosegretario Balboni non si limitino alla lettura delle veline ministeriali confezionate dagli uffici del Dap, ma vadano a vedere e chiedano di audire ex Direttrice, Provveditori Regionali avvicendatisi nel tempo, per conoscere, anche per tabulas, quali iniziative avessero sollecitato e realmente finanziato”. Siena. Nel carcere si studia per diventare sommelier di Jacopo Storni Corriere della Sera, 20 giugno 2026 L’iniziativa “Vite libera” dedicato ai detenuti con l’Associazione Italiana Sommelier Toscana. Tra i tavoli dell’aula si osservano i riflessi del vino nei calici, si annotano profumi e sensazioni, si discutono caratteristiche e territori di provenienza. Una scena che potrebbe svolgersi in qualsiasi corso professionale per sommelier, se non fosse per un dettaglio impossibile da ignorare: quelle lezioni si tengono all’interno di un carcere. Accade a Siena, dove si è appena concluso Vite libera, un progetto pionieristico che porta la cultura del vino oltre le mura della detenzione e la trasforma in uno strumento di formazione, riscatto e reinserimento sociale. L’iniziativa, promossa dall’Associazione Italiana Sommelier Toscana in collaborazione con la direzione dell’istituto penitenziario, rappresenta una prima assoluta nel panorama carcerario italiano. Il percorso ha seguito gli stessi standard dei corsi Ais frequentati da migliaia di appassionati e professionisti in tutta Italia: lezioni teoriche, degustazioni guidate, studio degli abbinamenti gastronomici e prove pratiche che porteranno, al termine del percorso, al conseguimento della qualifica di sommelier. Una scelta tutt’altro che scontata visto che nelle carceri italiane il consumo di alcol è normalmente vietato, così come l’utilizzo di bicchieri in vetro. Per consentire lo svolgimento del corso sono state predisposte specifiche deroghe e procedure, permettendo ai partecipanti di vivere un’esperienza formativa autentica e completa. Il progetto, fortemente appoggiato dal direttore del carcere Graziano Pujia, nasce dalla convinzione che il tempo della detenzione possa diventare un’opportunità di crescita. Un principio che trova terreno fertile proprio a Siena, città immersa in uno dei territori vitivinicoli più prestigiosi d’Italia e circondata da aziende, cantine e attività della ristorazione costantemente alla ricerca di personale qualificato. Dietro l’iniziativa c’è la volontà di offrire competenze reali che possano trasformarsi in occupazione una volta terminata la pena. Ma i risultati, almeno per ora, sembrano andare oltre l’aspetto professionale. Alcuni partecipanti raccontano di aver scoperto il vino come espressione della cultura italiana; altri sottolineano come il corso abbia rappresentato il primo vero percorso di studio affrontato nella loro vita. Bolzano. In carcere si coltiva la speranza anche con il teatro di Chiara Currò Dossi Corriere dell’Alto Adige, 20 giugno 2026 Ieri la consegna dei diplomi. Monti: “Così coltiviamo la speranza”. “Superare la narrazione a senso unico del passato, focalizzata sugli eventi critici che si verificano negli istituti penitenziari, e provare a raccontare anche l’altra faccia della medaglia, quella positiva, fatta di speranza e storie di vita”. È l’obiettivo che Giovangiuseppe Monti, direttore della casa circondariale di Bolzano, e Nicola Gaetani, responsabile dell’area trattamentale e punto di riferimento di progetti educativi rivolti ai detenuti si sono dati, all’inizio del loro lavoro insieme, e che hanno portato avanti negli ultimi sei anni. Fino a ieri, giorno della cerimonia di consegna dei diplomi a coloro che hanno completato i corsi di formazione e di educazione nell’ultimo anno, alla presenza delle autorità. Cerimonia che è stata l’occasione per ringraziare Gaetani del lavoro svolto, nell’ultimo giorno di lavoro prima di prendere servizio alla casa circondariale di Trani. La mattinata in via Dante si è aperta con la consegna di una targa di ringraziamento a Gaetani, e il ringraziamento di Erjon Zeqo di Alpha Beta: “Uno dei meriti più grandi di Nicola è stato quello di comprendere che nessuno educa da solo. Che il cambiamento non nasce dall’azione di una singola persona, ma dall’incontro di esperienze, competenze e sensibilità diverse. È con questo spirito che ha saputo tessere, negli anni, una straordinaria rete di collaborazioni tra istituzioni, scuole, enti del terzo settore, volontariato e mondo della formazione, facendo della casa circondariale di Bolzano un luogo sempre più aperto all’apprendimento, alla cultura e all’inclusione sociale”. È il caso, tra i tanti, di “A ruota libera”, progetto del Fondo sociale europeo e Alpha Beta per insegnare competenze meccaniche e linguistiche e laboratori per l’inserimento lavorativo (messe in atto nella ciclofficina, i cui stand di riparazione e manutenzione delle biciclette sono ospitati nelle manifestazioni del Comune dedicate alle due ruote); di “Re- start”, promosdalla cooperativa sociale Savera, finalizzato all’accompagnamento verso percorsi di autonomia personale, abitativa e lavorativa; di “New art of freedom”, dedicato all’arte e alla cultura e promosso dalla Biblioteca culture del mondo, con il laboratorio teatrale tramite il quale, anche durante la cerimonia di ieri, è stata messa in scena una pièce ispirata all’opera Aspettando Godot , di Samuel Beckett. Meccanica e teatro, dunque, ma anche corsi di alfabetizzazione, di lingua inglese, e quelli di cucina offerti dalla Formazione professionale della Provincia. La partecipazione, afferma Monti, è sempre più alta: “Ai corsi di taglio educativo-formativo e a quelli della formazione professionale, partecipa il 50-60% dei detenuti”. Vibo Valentia. Quaranta libri in dono al carcere ilvibonese.it, 20 giugno 2026 Edizioni Settecolori arricchisce la biblioteca dell’istituto. L’iniziativa, promossa insieme al Rotary Club Hipponion, mette a disposizione dei detenuti volumi di narrativa, reportage e saggistica. L’editore Grillo: “I libri sono sempre uno strumento di libertà”. Quaranta volumi tra narrativa, letteratura di viaggio, reportage e saggistica arricchiranno la biblioteca della Casa circondariale di Vibo Valentia grazie alla donazione di Edizioni Settecolori, realizzata in collaborazione con il Rotary Club Hipponion Vibo Valentia. L’iniziativa punta a promuovere la lettura come strumento di conoscenza, crescita personale e apertura verso il mondo. I libri entreranno a far parte del patrimonio librario dell’istituto penitenziario, offrendo ai detenuti nuove opportunità di lettura, approfondimento e formazione. I dettagli sono contenuti in una nota stampa. La consegna dei volumi - La consegna si è svolta nella struttura diretta dalla dottoressa Angela Marcello, alla presenza della presidente del Rotary Club Hipponion Vibo Valentia Daniela Rotino, dell’editore e socio del Club Manuel Maria Grillo, della segretaria Teresa Saeli, del prefetto Cinzia Ieracitano, del funzionario dell’Area giuridico-pedagogica Antonino Ira e del vice direttore Omar Jacopo Raffaele. Un catalogo di autori italiani e internazionali - I volumi donati - si fa presente nel comunicato - provengono dal catalogo di Edizioni Settecolori, una delle realtà editoriali indipendenti più apprezzate del panorama nazionale, che negli ultimi anni ha pubblicato opere di autori come Arturo Pérez-Reverte, Jean Giono, Giuseppe Berto, David Remnick, Mario Vargas Llosa, Robert Brasillach, Stefan Zweig e Maurizio Serra, costruendo un catalogo che spazia dalla narrativa alla memoria, dal reportage alla letteratura di viaggio. La donazione - prosegue il comunicato - conferma l’impegno della casa editrice nella diffusione della lettura anche al di fuori dei tradizionali circuiti del libro, mettendo a disposizione storie, idee ed esperienze capaci di offrire occasioni di confronto e crescita personale. Grillo: “I libri sono sempre uno strumento di libertà” - “I libri sono sempre uno strumento di libertà”, ha dichiarato Manuel Maria Grillo, editore di Edizioni Settecolori e socio del Rotary Club Hipponion Vibo Valentia. “Ogni libro permette di compiere un viaggio, di confrontarsi con idee, esperienze e punti di vista diversi. Siamo particolarmente felici che una parte del catalogo Settecolori possa raggiungere la biblioteca della Casa Circondariale di Vibo Valentia. La lettura rappresenta per tutti un’occasione di crescita e di arricchimento personale”. La direttrice della Casa circondariale, Angela Marcello, ha espresso apprezzamento per l’iniziativa, sottolineando il valore della biblioteca e delle attività culturali all’interno dell’istituto. Anche la presidente del Rotary Club Hipponion Vibo Valentia, Daniela Rotino, ha evidenziato come la donazione si inserisca pienamente nella missione del Rotary, da sempre impegnato nella promozione della cultura e dell’attenzione verso la comunità. L’iniziativa - conclude il comunicato - testimonia la volontà di creare occasioni concrete di collaborazione tra istituzioni, associazioni e realtà culturali del territorio, nella convinzione che i libri rappresentino un patrimonio prezioso, capace di accompagnare percorsi di crescita individuale e collettiva. Como. “Cucinare al fresco”, cibo oltre il cibo comozero.it, 20 giugno 2026 Sedici edizioni, dieci anni di lavoro e una storia che continua a crescere mantenendo salde le proprie radici lariane. È stata presentata oggi, all’interno di uno dei giardini della Casa Circondariale del Bassone di Como, la nuova edizione del ricettario Cucinare al Fresco, progetto editoriale e formativo nato quasi in sordina tra le mura dell’istituto comasco e diventato nel tempo un modello replicato anche in altre realtà penitenziarie italiane. La nuova uscita rappresenta un ulteriore tassello di un percorso che negli anni ha saputo trasformarsi e consolidarsi grazie alla partecipazione di detenuti e sostenitori del territorio. A rendere possibile questa sedicesima edizione è il sostegno di Inner Wheel Club Erba e Laghi, che ha scelto di accompagnare il progetto non soltanto attraverso un contributo economico, ma con una presenza concreta e continuativa. Se il format ha trovato spazio anche oltre Como, il cuore del progetto continua a battere al Bassone, dove nel corso degli anni si sono alternati numerosi redattori alle scrivanie della redazione. Un avvicendamento che non è stato segnato dall’abbandono, ma dal compimento di percorsi personali e dal ritorno alla vita fuori dall’istituto. Alla base di Cucinare al Fresco c’è un lavoro di redazione che nasce dall’esperienza quotidiana delle persone detenute. Le ricette raccolte nel ricettario vengono infatti ideate, sperimentate e raccontate direttamente dai redattori all’interno delle proprie stanze di detenzione, utilizzando esclusivamente strumenti consentiti e ingredienti disponibili nella quotidianità dell’istituto. Un esercizio che va oltre l’aspetto gastronomico: ogni preparazione diventa occasione di confronto, organizzazione, creatività e narrazione di sé, trasformando un gesto ordinario in uno spazio di espressione personale e condivisione. Oggi il volto della redazione è cambiato rispetto a quello degli esordi. Tra computer, appunti scritti a mano e pagine da costruire giorno dopo giorno, a dare forma a questo nuovo numero sono stati Ardit, Jimmy, Denis, Luigi, Michele, Gian Piero, insieme a Cristian e Max: una squadra che continua a dimostrare come la creatività, la formazione e il lavoro condiviso possano diventare strumenti concreti di crescita personale. Il tutto coordinato da Arianna Augustoni che è anche direttore della rivista, insieme ad Alessandro Tommasi e a Giuseppe Bevilacqua. “Il nostro impegno - sottolinea Elena Azzali Fossati, presidente di Inner Wheel Club Erba e Laghi - va oltre il sostegno economico e si traduce in presenza, ascolto e partecipazione. Con ancora negli occhi, ma soprattutto nel cuore, le emozioni vissute durante l’incontro in carcere con i ragazzi impegnati nel progetto, abbiamo scelto di dare continuità al nostro supporto affinché la finalità formativa, educativa e soprattutto sociale e umana di questo percorso possa proseguire e rafforzarsi. Sentire i ragazzi raccontare il loro lavoro, la passione con cui si prendono cura degli orti, l’attenzione dedicata alla parte didattica e percepire nella loro voce l’orgoglio di aver costruito qualcosa di bello, utile e gratificante è stata una gioia autentica. Il loro entusiasmo ha dato un significato concreto al gesto del donare e ci ha permesso di comprendere più profondamente una realtà spesso poco conosciuta e sottovalutata”. Un plauso anche dall’Assessore Regionale con delega all’Università, Ricerca, Innovazione, Alessandro Fermi: “Sono felice ogni anno di essere invitato alla presentazione del ricettario, perché ne apprezzo il valore sociale e anche, lasciatemelo dire, i contenuti. Credo che progetti come questo debbano essere portati ad esempio, perché sanno essere importanti sotto vari aspetti. Regalano infatti una nuova possibilità in modo concreto. È un messaggio semplice ma allo stesso tempo forte: queste persone tornano a condividere momenti di vita quotidiana, imparano cose nuove e costruiscono legami di amicizia importanti”. Dello stesso avviso anche la direttrice della Casa Circondariale di Como, Roberta Galati, che ha sottolineato: “Il valore di iniziative capaci di costruire relazioni con il territorio e di offrire alle persone detenute occasioni reali di responsabilizzazione, crescita e preparazione al rientro nella società. Progetti come Cucinare al Fresco, ha evidenziato, dimostrano come il carcere possa diventare uno spazio in cui sviluppare competenze, recuperare fiducia e dare continuità a percorsi di cambiamento”. A sedici numeri dalla prima uscita, Cucinare al Fresco continua così il proprio cammino: nato con discrezione dentro il Bassone, cresciuto grazie alle persone che ne hanno condiviso la visione e oggi ancora capace di raccontare, attraverso il cibo e il lavoro di redazione, storie di possibilità. Napoli. A Secondigliano concerto della Nap Academy - Scuola Campana delle Arti Performative Ristretti Orizzonti, 20 giugno 2026 Oggi, 20 giugno, alle ore 10:00 presso la Casa Circondariale “Pasquale Mandato” di Secondigliano, si è svolto il concerto del coro della Nap Academy - Scuola Campana delle Arti Performative diretta dal Maestro Carlo Morelli. L’iniziativa promossa dal Garante campano delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale, Samuele Ciambriello e rientra tra le attività per celebrare la “Festa della Musica 2026”. La NAP Academy - Scuola Campana delle Arti Performative è un progetto di alta formazione artistica sostenuto da SCABEC - Società Campana per i Beni Culturali e dalla Regione Campania, nato con l’obiettivo di valorizzare le eccellenze artistiche del territorio, formare nuove generazioni di performer e promuovere la cultura napoletana e campana in ambito nazionale e internazionale. All’interno di questa missione, le attività a valenza sociale rappresentano un pilastro fondamentale. Per il Maestro Morelli: “Portare il coro della NAP Academy negli istituti penitenziari significa tradurre concretamente i valori che ispirano il progetto: la musica come strumento di inclusione, riscatto e restituzione di dignità. Per i nostri coristi, esibirsi in carcere rappresenta non solo un momento artistico, ma anche un gesto di responsabilità civile. Sono anni che con il Garante Ciambriello entriamo nelle carceri campane con questi percorsi di solidarietà”. Il Garante campano Ciambriello: “ringrazio il Maestro Carlo Morelli per aver accolto immediatamente l’invito a partecipare all’iniziativa non solo nel carcere di Poggioreale ma anche in altri Istituti, domani iniziamo da qui e ringrazio la Direzione del carcere di Poggioreale e il PRAP per aver autorizzato l’evento. Da sempre sono convinto dell’importanza di questi momenti nel percorso rieducativo delle persone detenute - ha dichiarato Ciambriello - perché la musica, l’arte e la cultura riescono ad aprire spazi di umanità, riflessione e speranza anche nei luoghi della detenzione. La musica in carcere è uno strumento fondamentale di rieducazione, inclusione sociale e benessere emotivo”. Sono autorizzati all’ingresso giornalisti muniti di tesserino e cineoperatori. Pensieri e parole. Il carcere descritto da chi lo vive di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 20 giugno 2026 Ci sono libri che nascono da un’idea e libri che nascono da una mole di carta. “Lettere al garante. Voci dal carcere tra diritti negati, paure e speranze” di Samuele Ciambriello, edito da IOD Edizioni nella collana “Cronisti scalzi” dedicata a Giancarlo Siani, appartiene alla seconda categoria. Centoventotto pagine costruite a partire da quello che arriva ogni giorno sul tavolo del garante regionale della Campania: richieste, denunce, confessioni, suppliche scritte a mano da uomini e donne chiusi in cella. Ciambriello le ha lette, scelte e raccolte senza ritoccarle. Le ha pubblicate nella loro versione originale. Con gli errori, le ripetizioni, i punti esclamativi messi a forza per farsi sentire. Chi si occupa di carcere sa quanto sia raro questo gesto. Di solito il detenuto lo si racconta. Qui invece il detenuto parla in prima persona, e parla a qualcuno che ha un nome. Non scrive a un ufficio o a un numero di protocollo. Scrive a Samuele, a volte al “professore”, a volte al “dottore”, sempre a una persona che è già passata in quel reparto e che ha promesso di tornare. È un dettaglio che cambia tutto. Le lettere non sono reclami astratti, sono il seguito di un incontro avvenuto davvero. Più di una lettera comincia ringraziando per la visita ricevuta, segno che dietro ogni foglio c’è stata prima una presenza fisica, una stretta di mano, una promessa mantenuta. Il libro è organizzato in sette grandi temi, e questa scelta aiuta a leggerlo. C’è la violenza e la paura dentro le sezioni, dove un pestaggio nasce da una banale “domandina” - che crea il processo di “infantilizzazione” - per un tubetto di colla e finisce con un braccio rotto e una bugia detta all’infermiere per paura di nuove ritorsioni. C’è il sovraffollamento, con celle che ospitano molte più persone di quelle previste e il degrado che si mangia ogni residuo di riservatezza. C’è la territorialità della pena, cioè il diritto a scontare la condanna vicino casa: un padre chiede di tornare in Campania per rivedere il figlio “speciale”, che senza i colloqui regolari peggiora nelle terapie. C’è la salute negata, fatta di visite saltate per mancanza di scorta, interventi sbagliati due volte, controlli rimandati per anni. C’è la magistratura di sorveglianza, dove l’attesa di una risposta diventa essa stessa una parte della pena. C’è la solitudine e il rischio suicidario, con uomini che raccontano di aver già tentato il gesto estremo. E ci sono le madri, i padri e i figli, la pena che colpisce anche chi resta fuori. Le parole esatte di chi non ha voce - Il garante regionale Samuele Ciambriello non è arrivato per caso a questo lavoro. Nell’introduzione ricostruisce una storia lunga, che parte dagli anni Ottanta, quando era ancora prete e frequentava il carcere di Bellizzi Irpino e l’istituto minorile di Airola. Racconta dell’esperienza dell’“area omogenea” per i detenuti politici che si dissociavano dal terrorismo, del rapporto con il direttore del Dap di allora Nicolò Amato, delle cooperative e delle comunità di accoglienza per minori aperte tra Bucciano e Nisida. Racconta anche dei suoi genitori, Pasquale e Lucia, che presero a lavorare in regime di articolo 21 alcuni detenuti. È da lì che nasce il motto che attraversa tutto il libro: “Chi sbaglia non deve pagare, deve cambiare”. Quello che colpisce, leggendo le lettere una dopo l’altra, è la ricorrenza di una formula. Quasi nessuno chiede la libertà. Quasi nessuno chiede sconti di pena. Tutti scrivono “chiedo solo”. Chiedo solo di curarmi. Chiedo solo di vedere mio figlio. Chiedo solo di essere trasferito vicino a casa. Chiedo solo di non morire così. La postfazione di Angela Mallardi mette il dito proprio su quel “solo”, e lo definisce la misura della dignità. Sono persone che hanno già accettato la condanna e domandano il minimo: essere viste. Una madre separata dal marito scrive che legalmente non è più nulla, ma resta la mamma dei suoi figli e vuole almeno una videochiamata. Una donna in cella riceve uno sfratto, ha un bambino in casa-famiglia e teme che senza una casa non potrà mai riportarlo con sé. Un detenuto “badante” scrive al posto del compagno diventato cieco per una negligenza sanitaria. Un altro racconta di aspettare da quattro anni un intervento alla cataratta e di essersi visto sbagliare due volte l’operazione all’ernia. Sono storie concrete, raccontate con le parole storte di chi non ha studiato, e proprio per questo arrivano addosso al lettore senza filtri. Una distinzione utile, in questo lavoro, riguarda il linguaggio. Ciambriello usa espressioni che gli appartengono da anni e che nel libro diventano una specie di vocabolario. Chiama i detenuti “diversamente liberi”, per non ridurre la persona al reato. Ricorda che il carcere è abitato anche da chi ci lavora, agenti, educatori, sanitari, e che se stanno male gli uni stanno male anche gli altri. Gioca persino sull’anagramma: “carcere” contiene le stesse lettere di “cercare”. Sono frasi che in altre mani suonerebbero come slogan. Qui reggono perché poggiano sulle lettere che le precedono. Un libro che chiede responsabilità, non pietà - Nella prefazione, che vale la pena leggere per intero, Stefano Anastasia, garante del Lazio, definisce il dare la parola ai detenuti un piccolo atto rivoluzionario, perché apre uno squarcio in un muro dietro cui la pena resta nascosta. È un’osservazione che inquadra bene il senso dell’operazione. In Italia chi sta dentro non può raccontare liberamente le proprie condizioni, se non dietro autorizzazione. Queste lettere aggirano quel silenzio. Va detto con onestà che non si tratta di una lettura leggera. Il libro accumula sofferenza pagina dopo pagina, e a tratti il lettore vorrebbe respirare. Ma è una scelta consapevole. Mallardi scrive che queste pagine non chiedono compassione, chiedono responsabilità. Non vogliono commozione passeggera, vogliono interrogare le coscienze e le funzioni. È la stessa logica garantista che dovrebbe guidare chi racconta il carcere: non il pietismo, ma i fatti, i nomi, le date, le richieste rimaste senza risposta. C’è un limite, se di limite si può parlare, ed è strutturale. Pubblicando solo le voci di chi scrive, il libro restituisce un punto di vista, quello del detenuto, e non sempre la versione dell’amministrazione. Ciambriello lo sa e non lo nasconde. Non pretende di consegnare una verità processuale, consegna una verità soggettiva, quella di chi vive la pena sulla propria pelle. Sta al lettore tenerlo presente. Resta il fatto che molte di queste denunce, lette in fila, disegnano un quadro che le statistiche del Dap, i rapporti di Antigone e i numeri sui suicidi confermano puntualmente. Alla fine il libro racconta due cose insieme. Da un lato le condizioni reali delle carceri italiane, viste dal basso. Dall’altro la figura di un garante che ha fatto dell’ascolto il proprio mestiere, e che ha deciso di non lasciare quelle lettere chiuse in un cassetto. Per chi segue il carcere da cronista, è materiale prezioso: non perché spieghi qualcosa di nuovo, ma perché lo fa dire direttamente a chi lo subisce. E lo fa con quella semplicità ruvida che, spesso, vale più di mille analisi accademiche. Il titolo della collana, “Cronisti scalzi”, calza bene anche a queste pagine: sono testimonianze scalze, prive di protezione, che camminano sulla strada più diretta tra il dentro e il fuori. Dare loro spazio non è un favore. È un modo di prendere sul serio la Costituzione, che vuole la pena orientata al reinserimento e mai contraria al senso di umanità. Gioco d’azzardo in Italia: persi 22 miliardi in un anno, allarme minorenni di Jacopo Storni Corriere della Sera, 20 giugno 2026 Nel 2025, giocati 165 miliardi 324 milioni di euro (+5%). Tra i giocatori anche 1 milione e 420 mila ragazzi. L’incasso per l’erario supera i 10 miliardi. La Lombardia è prima tra le regioni. I dati del Ministero della Economia elaborati da Caritas e Libera. Gualzetti: “Il comparto va regolamentato”. Le perdite degli italiani al gioco d’azzardo valgono una manovra finanziaria annuale e due volte le risorse che il governo ha recentemente promesso di impegnare, ma in un decennio, per realizzare il Piano casa. I numeri fanno paura. L’azzardo online nel 2025 ha sfondato il tetto dei 100 miliardi di euro giocati, mentre l’azzardo fisico vale oltre 64 miliardi, per un totale di risorse giocate che, l’anno scorso, ha raggiunto la stratosferica e inquietante cifra di 165 miliardi 324 milioni di euro (+5% rispetto all’anno precedente). Nello stesso periodo, le perdite dei giocatori, a livello nazionale, hanno invece raggiunto i 21 miliardi 878 milioni di euro (+1,3% rispetto al 2024). Detto in altre parole, è come se ogni cittadino maggiorenne, in Italia, spendesse ogni mese per il gioco d’azzardo quasi 300 euro. Una cifra che complessivamente diventa mastodontica, e che potrebbe essere investita diversamente. I numeri arrivano dal ministero dell’Economia e sono stati elaborati da Libera. In termini assoluti, in testa alla classifica di chi spende più in azzardo troviamo una regione del Nord, la Lombardia, con 26 miliardi di euro. Seguono la Campania con 21 miliardi e 562 milioni, il Lazio con 17 miliardi e 449 milioni e la Sicilia con 16 miliardi e 231 milioni. Nell’azzardo on line, i giochi di sorte a quota fissa e i giochi di carte in solitario si confermano la categoria predominante, raggiungendo nel 2025 i 77,2 miliardi di euro, con un incremento del 12,9% rispetto all’anno precedente. Seguono le scommesse sportive a quota fissa su eventi differenti dalle corse ippiche, che totalizzano 19,1 miliardi di euro, registrando però una flessione del 3,2% rispetto al 2024. In aumento anche le scommesse a quota fissa su eventi simulati, cresciute del 9,2% e capaci di superare i 5 miliardi di raccolta. Per quanto riguarda il gettito destinato all’erario, nel 2025 l’azzardo ha generato in Italia 10 miliardi e 372 milioni di euro. “Agli inizi del secolo il gettito fiscale arrivava quasi al 30% del volume d’affari del comparto, oggi siamo abbondantemente sotto il 10%. È politicamente, ma anche moralmente discutibile, che un comparto che provoca tanti guasti sociali contribuisca in modo tanto esiguo, e per di più decrescente, a sostenere la spesa pubblica e l’interesse collettivo” dice Luciano Gualzetti, presidente della Consulta nazionale delle fondazioni antiusura di matrice ecclesiale e della Fondazione San Bernardino, promossa dalle Diocesi e dalle Caritas di Lombardia. Il primato della Lombardia - E proprio sulla Lombardia - regione in testa a questa drammatica classifica - si è concentrata la ricerca della Caritas Ambrosiana. Nella regione il volume delle giocate nel 2025 ha proseguito la sua folle corsa all’incremento, superando i 26 miliardi di euro (+4,67% rispetto al 2024) e i 15 miliardi nei 440 comuni della diocesi di Milano (+6,26%), gonfiato da un’incessante e iper-pubblicizzata offerta di nuovi giochi e bilanciato parzialmente dal parallelo incremento delle vincite. Il valore assoluto delle perdite continua a rimanere spaventoso, avendo raggiunto i 3 miliardi 828 milioni di euro nell’intera Lombardia e i 2 miliardi 167 milioni di euro (esattamente un decimo di quanto si perde a livello nazionale) nella diocesi ambrosiana. A fronte di tutto questo, ha aggiunto Gualzetti, “è politicamente e moralmente inaccettabile la tendenza a “normalizzare” l’azzardo, come fa per esempio il decreto di riordino del gioco fisico presentato dal Governo, senza che si ascoltino le vittime di un sistema che per molti significa dipendenza, disperazione, sovraindebitamento e, come su un piano inclinato, ricorso agli usurai. Non siamo per chiudere il comparto, ma per regolamentarlo seriamente. Lo Stato torni a fare lo Stato, tutelando salute e risparmio dei cittadini, come da Costituzione”. Troppi minorenni - Quello che preoccupa, come evidenziato dalla relazione al Parlamento sulle tossicodipendenze della presidenza del Consiglio (2025), è il fatto che nel gorgo dell’azzardo ci finiscono molti giovani: circa 1 milione e 530 mila ragazzi, pari a circa il 62% degli studenti, riferisce di aver giocato d’azzardo almeno una volta nella vita, mentre oltre 1 milione e 420 mila ragazzi lo hanno fatto nell’ultimo anno. Anche il mondo dei videogiochi rappresenta una criticità: più di 290 mila studenti minorenni hanno mostrato comportamenti a rischio con i videogame, spesso associati a reazioni emotive forti quando era preclusa loro la possibilità di giocare. Per quanto riguarda l’uso di Internet, invece, oltre 320 mila studenti hanno fatto uso sbagliato del web, trascurando gli amici o perdendo ore di sonno per rimanere connessi. Una percentuale, quest’ultima, cresciuta nel periodo post-pandemia e rimasta stabile fino a oggi portando disagi nelle relazioni e nella salute. Migranti. Se la democrazia diventa ostacolo da aggirare di Vitalba Azzollini* Il Domani, 20 giugno 2026 Quando una decisione politica è complessa e può incontrare obiezioni, l’esecutivo tende a ricorrere a decreti-legge, sottraendola ai tempi ordinari del confronto parlamentare, e così trattando come un intralcio ciò che è parte essenziale della dinamica democratica. La questione è di metodo, ed è un metodo discutibile. Potrebbe essere questo il filo conduttore di alcuni dei provvedimenti adottati in quattro anni di governo. Da ultimo, il decreto-legge di attuazione del Patto europeo su migrazione e asilo, applicabile dal 12 giugno scorso. Le norme erano già contenute in un disegno di legge, approvato dal Consiglio dei ministri a febbraio e presentato in Senato ad aprile. La Commissione Affari costituzionali aveva avviato l’esame a maggio e si preparava a individuare i soggetti da audire. Poi, con l’avvicinarsi della data di operatività del Patto, il governo ha cambiato “veicolo” normativo, trasferendo molte disposizioni in un decreto-legge. È stata una circostanza poco sottolineata. È vero che il Patto doveva essere “messo a terra” prima della data prevista. Ma quella data era nota da due anni: la riforma europea era stata approvata nella primavera del 2024, e da allora l’Italia sapeva di dover adeguare regole e procedure interne al nuovo sistema. Il governo, invece, si è ridotto alle ultime settimane. Dimenticare i torturatori. Torna l’asse Roma - Tripoli per fermare i migranti Il decreto-legge è previsto dalla Costituzione per i casi straordinari di necessità e urgenza. Ma per il Patto la necessità di intervenire era prevedibile e l’urgenza è stata prodotta solo dal ritardo con cui l’esecutivo ha scelto di muoversi. In questa legislatura non è la prima volta in cui si assiste al travaso di norme da un disegno di legge a un decreto-legge. Nell’aprile 2025, uno dei vari testi sulla sicurezza, discusso per mesi come disegno di legge, è stato trasformato in decreto dall’esecutivo, con presupposti di necessità e urgenza quanto meno dubbi. Ciò dice molto del rapporto tra governo e Parlamento: quando la decisione politica è complessa e può incontrare obiezioni, l’esecutivo tende a sottrarla ai tempi ordinari del confronto parlamentare, che è parte essenziale della dinamica democratica. Se l’Europa diventa prigione, cosa cambia con il Patto Ue per le persone migranti Secondo Openpolis, il governo Meloni è tra quelli con la media mensile più alta di decreti-legge nelle ultime legislature, cioè circa tre al mese. La decretazione d’urgenza tende così a diventare uno strumento ordinario: serve a dimostrare capacità di intervento immediato, traducendo in emergenza anche ciò che avrebbe potuto essere discusso con tempi ordinari. L’uso sistematico del decreto-legge incide anche sull’istruttoria del testo normativo. In base ai regolamenti parlamentari, le Commissioni possono svolgere indagini conoscitive e ascoltare soggetti in grado di fornire elementi utili: amministrazioni, esperti, organizzazioni e operatori del settore. In materia di migrazione e asilo, questa istruttoria è essenziale, dato che le norme incidono sull’accesso alla protezione internazionale, sulla libertà personale, sull’effettività dei ricorsi e su altri diritti essenziali. Ma le audizioni svolte in occasione della conversione di un decreto-legge non hanno lo stesso peso che avrebbero in un percorso ordinario: intervengono su un testo già vigente e in un periodo limitato di sessanta giorni, per cui resta poco tempo per valutare le osservazioni raccolte e tenerne conto nel testo. Va anche detto che talora, pure quando le audizioni trovano il tempo e lo spazio necessario, accade che restino ignorate. Ad esempio, durante l’esame della legge di ratifica del Protocollo Italia-Albania, gli esperti auditi avevano segnalato una serie di dubbi: dalle garanzie delle procedure di asilo svolte fuori dal territorio italiano alla parità di trattamento rispetto alle persone trattenute nei centri di permanenza per il rimpatrio in Italia. Quelle osservazioni non hanno inciso sulla scelta legislativa. Poco dopo, però, alcuni degli stessi nodi sono arrivati davanti ai giudici italiani e alla Corte di giustizia dell’Unione europea. Sui migranti i governi europei attaccano le garanzie della Cedu Il metodo del ricorso al decreto-legge, limitando sostanzialmente lo spazio di intervento del Parlamento, riduce il tempo per correggere errori e la possibilità di ascoltare chi conosce i problemi prima che diventino contenzioso. Così sposta sul giudice ciò che avrebbe dovuto essere affrontato dal legislatore. Quando si parla del sovraccarico dei tribunali, bisognerebbe guardare anche a questo profilo: norme scritte in fretta e poco istruite, spesso fonte di cattiva regolazione. In conclusione, la questione di metodo è anche una questione democratica. Perché democrazia significa confronto, trasparenza e ponderazione degli interessi coinvolti. Peccato che, sempre più spesso, tutto questo finisca per essere trattato come un ostacolo da aggirare, anziché come un valore da perseguire. *Giurista Hub migranti nei paesi terzi, è scontro aperto in Europa di Giansandro Merli Il Manifesto, 20 giugno 2026 La premier è forte del sostegno Ue, ma la sua strategia è appesa ai centri oltre confine. Accelerare la costruzione di hub per migranti nei Paesi terzi. È il succo della lettera ai vertici delle istituzioni europee e nazionali promossa dalla presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni e dall’omologa danese Mette Frederiksen, con il sostegno di altri 17 paesi Ue. Tra questi non c’è la Germania, ma neanche Spagna e Francia che alzano la voce contro soluzioni di questo tipo. Nella missiva il riferimento alle strutture da aprire fuori dai confini del Vecchio continente, con la copertura della Commissione, è generico. Sono citati tanto il protocollo Roma-Tirana - che con le nuove norme europee non ha nulla a che fare, almeno per il momento - quanto non meglio precisati “hub situati in Paesi terzi” a cui “altri governi stanno già lavorando”. Sbaglia chi pensa automaticamente ai return hub, le strutture dove deportare i cittadini stranieri “irregolari” impossibili da rimpatriare che saranno legalizzate dal nuovo regolamento in materia (cui manca solo l’ok del Consiglio). La formulazione della lettera lascia spazio anche ai centri per richiedenti asilo da realizzare in “paesi terzi sicuri”, come previsto dal Patto Ue su migrazione e asilo. Questi Centri permetterebbero la delocalizzazione di potenziali rifugiati subito dopo il loro arrivo. Un esempio: se la Polonia avesse un accordo con il Ruanda, magari ritenuta “sicura” dall’Europa, avrebbe la possibilità di dichiarare inammissibile la domanda di qualsiasi richiedente asilo e spedirlo nel paese africano in virtù dell’intesa. Un russo in fuga da Putin si potrebbe ritrovare a Kigali, che esaminerebbe la sua richiesta di protezione e, nel caso, gli garantirebbe la protezione. È difficile che l’articolo 10 della Costituzione italiana, che lega il diritto d’asilo al “territorio della Repubblica”, possa lasciare spazio a una simile ipotesi. E anche le carte sui diritti fondamentali dell’Unione rischiano di costituire un grosso ostacolo: rompendo il nesso tra territorio e asilo tale diritto sarebbe di fatto cancellato. Ciononostante è questa la traccia su cui stanno lavorando le destre europee, con il sostegno della socialdemocratica Danimarca. Sui return hub, invece, alla fine la strada potrebbe essere in discesa, complici le minori garanzie per le persone “irregolari”. Anche qui, però, qualche voce di dissenso inizia a levarsi. Il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez aveva già espresso la sua contrarietà nei giorni scorsi, poi nella riunione del Consiglio di mercoledì ha avuto uno “scontro” con Meloni sulle politiche migratorie. L’episodio è stato successivamente derubricato a “discussione”, complice forse l’allineamento di Roma e Madrid sui temi economici, ma la distanza resta. Ieri è stato il presidente francese Emmanuel Macron, che pure si è distinto in patria per dure norme anti-migranti nel velleitario tentativo di contrastare su questo piano il Rassemblement national, a dichiararsi contrario agli hub di ritorno nei Paesi terzi: “Non corrispondono ai nostri principi. In ogni caso mi opporrei all’utilizzo del bilancio europeo per costruire questi centri di rimpatrio”. A Strasburgo il gruppo liberale di Renew, guidato dalla macronista Valérie Hayer, è spaccato sul tema: mercoledì più della metà dei suoi membri hanno votato a favore del regolamento rimpatri. Dal canto suo Meloni può ritenersi soddisfatta del fatto che i nomi in calce alle sue lettere anti-migranti crescano. Quando a maggio dell’anno scorso, con la solita Frederiksen, aveva preso di mira la Corte europea per i diritti dell’uomo accusandola di troppo garantismo verso gli stranieri da espellere le firme rimediate erano state solo altre sette. Ieri sono più che raddoppiate. Ad Austria, Belgio, Repubblica Ceca, Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia si sono aggiunte Bulgaria, Cipro, Grecia, Malta, Paesi Bassi, Romania, Slovacchia, Slovenia, Svezia e Ungheria. Quest’ultima chiede di accelerare sugli hub nei paesi terzi anche se in settimana ha ribadito che non applicherà il Patto Ue: e il primo ministro non è più il sovranista Viktor Orbán, ma il filo-Ue Péter Magyar. La mossa di Meloni è forte di una congiuntura europea favorevole, almeno sui temi migratori, ma allo stesso tempo mostra un nervo scoperto del governo tricolore. Se le strutture oltre confine non fossero realizzate, o se tardassero, l’esecutivo pagherebbe gli effetti del Patto Ue a cui si è legato mani e piedi. Le nuove norme europee hanno l’obiettivo di confinare i migranti nei paesi di primo approdo. Il loro risultato principale sarà condannare migliaia di persone all’irregolarità, grazie alle procedure d’asilo accelerate. Senza uno sbocco esterno, che gli accordi bilaterali sui rimpatri al momento non riescono a garantire, è in paesi come l’Italia che si formerebbe il tappo di bottiglia. Alla faccia della propaganda sovranista. Processo per la strage di Cutro, la tesi difensiva: “Per noi sulla barca non c’erano migranti” di Silvio Messinetti Il Manifesto, 20 giugno 2026 Dodicesima udienza, sentito il capitano di vascello D’Agostino: “L’evento è stato sempre e solo valutato come attività di law enforcement”. Arriva in aula il capitano di vascello Gianluca D’Agostino. E nel processo per il naufragio di Steccato di Cutro del 26 febbraio 2023, costato la vita a 94 migranti e a un numero imprecisato di dispersi, si torna a parlare del “livello politico” delle responsabilità. Una sua mail inviata il 27 giugno 2022 a tutte le capitanerie locali era stata messa agli atti. Non era una comunicazione che potesse passare sotto silenzio anche per il ruolo che allora D’Agostino rivestiva: capo centro operativo nazionale della Guardia costiera. Una missiva in cui viene fatto esplicito riferimento al “livello politico” nella gestione degli eventi migratori. In quel momento la ministra dell’Interno è Luciana Lamorgese, affiancata dal leghista Nicola Molteni come vice. Quella notte del 2023 l’intervento fu esclusivo della guardia di finanza, in cerca di “criminali” via mare, le navi inaffondabili della Guardia Costiera rimaste in porto. L’allora capo centro comunicava alle sedi periferiche delle capitanerie che “a seguito di tavoli tecnici interministeriali, sono state impartite dal livello politico alcune disposizioni tattiche per gli assetti della guardia di finanza che, di fatto, in parte impongono alcune riflessioni sul nostro modus operandi”. La vicenda fece balzare nuovamente alla ribalta le cosiddette “regole di ingaggio” a cui aveva fatto riferimento anche l’ex comandante della Capitaneria di Crotone, Vittorio Aloi. “O c’è la dichiarazione di Sar (cioè di pericolo imminente) o i mezzi della guardia costiera non devono uscire”. Invece D’Agostino ha smentito quanto da lui stesso messo nero su bianco. Insomma, la colpa è dei soliti giornalisti che hanno equivocato e “interpretato male le sue parole”, ha detto. Il termine “livello politico” nella comunicazione rivolta ai colleghi era stato utilizzato, a suo dire, non nel senso di “indicazione tattica di modifica del modus operandi”. Ma di “policy dell’azione di polizia in mare scaturente da situazioni contingenti non dipendenti dalla Guardia costiera”. Le funzioni primarie della guardia costiera sono di soccorso. E per evitare “confusione operativa”, D’Agostino inviò la mail alle sale periferiche. Nel caso di Cutro, è la tesi di D’Agostino, “l’evento è stato sempre e solo valutato come attività di law enforcement”. Anche perchè lo stesso ufficiale è arrivato persino a negare che quella notte il caicco fosse carico di migranti. “Secondo me non era una barca di migranti. Il dubbio non mi è sorto neanche. Anche oggi (ieri ndr) dopo aver rivisto il video ribadisco che quella era una barca di cui non si aveva contezza di cosa stesse facendo. Poteva portare droga o armi come era stato fatto in precedenti occasioni”. La notte tra il 25 e il 26 febbraio 2023, sul tablet di D’Agostino è scorso lo streaming video di Frontex. Le immagini erano quelle catturate dal velivolo Eagle 1, riproposte in aula su richiesta del pm. Eppure, quella sequenza di fotogrammi, analizzata in tempo reale attraverso il software Pelagus, interfacciato con la sala operativa, non ha fatto scattare l’alert di ricerca e soccorso. L’operatore di Frontex comunicò che si trattava di un’operazione di law enforcement, un’azione di polizia giudiziaria, non un evento Sar. “A quel punto il mio intervento era terminato e andai a dormire”. Il controesame di D’Agostino è slittato alla prossima udienza fissata per il 30 giugno. Anche ieri, alla dodicesima udienza, l’aula 1 delle Udienze penali del Tribunale di Crotone era piena di militanti. “Quel che si evince dal processo è che se il caso fosse stato rubricato come evento Sar e non di polizia questi poveri cristi si sarebbero salvati. Il nostro timore è che il continuo scaricabarile tra corpi dello Stato alla fine miri a deresponsabilizzare tutti e ad affossare ogni ricerca di verità” hanno dichiarato al manifesto gli attivisti Silvia Gagliano e Francesco Saccomanno. Lunedì entrambi saranno a Bruxelles insieme a una carovana antirazzista per portare il processo Cutro alla ribalta dell’Europarlamento, ospiti del deputato del gruppo The Left Mimmo Lucano. Migranti. “Navighiamo controvento per sfidare le politiche razziste” di Paolo Di Falco Il Domani, 20 giugno 2026 In viaggio con Amnesty verso i Cpr in Albania. L’organizzazione, insieme alla street artist Laika, hanno percorso la stessa rotta dei trasferimenti delle persone migranti detenute nei centri di permanenza per i rimpatri: da Brindisi a Shengjin, dove l’Italia ha realizzato due centri di trattenimento sulla base del protocollo siglato con il premier Edi Rama. “La fase due della politica di esternalizzazione delle frontiere”. Ci vogliono circa cento miglia per raggiungere da Brindisi le coste albanesi di Shëngjin dove si trova uno dei due centri fortemente voluto dal governo Meloni. Ed è dietro il frangiflutti roccioso del porto che si intravede un’inferriata con accanto due bandiere che sventolano, quella italiana e quella europea. “Quel centro, che doveva essere usato per una prima identificazione dei migranti recuperati in mare, è vuoto da due anni”, dice, non appena lo avvistiamo, Serena Chiodo di Amnesty International Italia. Partiti da Brindisi a bordo di Sanny, barca a vela che doveva partecipare alla Flotilla dello scorso maggio e che è stata adottata dalla comunità Mujeres in Mare, c’è voluto un giorno di navigazione per percorrere la stessa rotta attraverso cui le autorità italiane trasferiscono i migranti in Albania. Frutto di un protocollo, con una dotazione potenziale di quasi 400 milioni di euro tra il 2024 e il 2026 (dati ActionAid ndr), i due centri italiani su suolo albanese sono diventati il simbolo di una politica migratoria fatta più di propaganda e che di fatti. “Dopo che i primi trattenimenti non sono stati convalidati per via delle diverse interpretazioni della nozione di paese sicuro - continua Chiodo - “nell’aprile del 2025 il secondo centro, quello di Gjadër, è stato equiparato ad un Cpr”. E qui, durante la visita del 10 giugno del Tavolo asilo e immigrazione (Tai), si trovavano solo 70 persone. Stando alle prime stime del governo, questi centri dovevano avere una rotazione di circa 3mila persone migranti al mese. Secondo le conclusioni del Tai, invece, dal momento della riconversione le persone trasferite coattivamente in Albania sono state circa 620. I rimpatri effettivi, però, si fermano a 90: il 15 per cento. E, come previsto dalla normativa, avvengono dall’Italia. Dal Cpr albanese si torna dunque sul territorio nazionale, prima di prendere un aereo per il paese di origine. “Da un lato i numeri sono molto più bassi, dall’altro a essere elevati sono i costi economici e umani. Stiamo parlando di persone che vengono portate in Albania, propagandisticamente e per poco tempo. Visto che poi devono essere riportate indietro”, conclude Chiodo. Questo andirivieni, a carico dei cittadini italiani, nasconde non poche lacune legali. “Non c’è nessun criterio in base al quale i migranti vengono selezionati per essere trasferiti in questi centri”, evidenzia l’avvocato Gennaro Santoro che ha assistito diversi migranti detenuti a Gjadër. “Vengono selezionati senza una reale motivazione dai Cpr su suolo italiano e, nella maggior parte dei casi, non gli viene neanche comunicato il trasferimento. Portati a Brindisi, si ritrovano poi a essere imbarcati in direzione Albania”. A confermarlo è anche la sentenza del 10 febbraio 2026 del tribunale di Roma. Quest’ultima stabilisce che il trasferimento da un Cpr italiano a Gjadër non può essere trattato come un semplice spostamento logistico: è una “nuova e diversa spendita di potere autoritativo incidente sulla libertà personale”. Per questo serve un provvedimento individuale, scritto e motivato. Nel caso esaminato dal giudice, un uomo era stato prelevato dal Cpr di Gradisca con l’indicazione che sarebbe stato trasferito a Brindisi. Quest’ultimo si è poi ritrovato in Albania. Nessun atto gli aveva spiegato dove sarebbe stato portato, quando e per quale ragione. “Ed è proprio questo modello che rischia di diventare realtà anche per altri Paesi europei” - dice invece Francesca Corbo, di Amnesty International, mentre srotola sulla barca lo stendardo realizzato dalla street artist Laika in occasione della traversata. Difatti, un comunicato stampa della Commissione Europea dello scorso 3 giugno, indica che è stato trovato un accordo per aggiornare le norme sui rimpatri degli stranieri senza documenti, ferme al 2008. “Ed è proprio qui” - ribadisce Chiodo - “che si parla di return hub, centri di detenzione che potranno essere creati dagli Stati membri sia dentro che fuori dal territorio europeo”. Questi ultimi, si legge, potranno accogliere tutti coloro che sono senza documenti, incluse famiglie con figli minori, in attesa di rimpatrio. La detenzione potrà avere una durata di due anni e mezzo invece dei sei mesi attuali. “Quello che sta avvenendo è un po’ la fase due della politica di esternalizzazione delle frontiere” - precisa invece Caterina Amicucci, la capitana della Sunny che insieme all’attivista Irene Soldati ci ha portato in Albania. “Qua si entra in una fase dove l’esternalizzazione non è soltanto pagare i paesi della sponda Sud del Mediterraneo per fare il lavoro sporco ma è proprio un dislocare la loro detenzione in questi Stati. E credo che corrisponda ad una visione del Mediterraneo sempre più violenta che abbiamo visto anche con la Flotilla, bloccata dall’esercito israeliano in acque greche. Ovvero una visione militarizzata dove il movimento è consentito soltanto alle merci. Dove le persone vulnerabili e quelle che si oppongono a questo stato di cose vengono rinchiuse, malmenate e represse”. Insomma, come conclude la street artist Laika, “attraversiamo un mare in tempesta in termini di tutela dei diritti umani. La scorsa settimana l’Europa ha scelto di assomigliare all’America di Trump, legittimando cosi anche il terribile protocollo Italia-Albania voluto dal governo Meloni. Navighiamo quindi controvento: sfidiamo chi promuove politiche razziste e di privazione della libertà dell’essere umano. Buon vento a noi che siamo dalla parte giusta della storia”. I rifugiati in un mondo alla rovescia di Maurizio Ambrosini Avvenire, 20 giugno 2026 Mentre crescono guerre, respingimenti e chiusure, il 65% di chi fugge viene accolto nei Paesi confinanti, quasi sempre a basso o medio reddito, il 27% nei Paesi più poveri in assoluto. E nel buio di questo tempo, il segno di speranza nell’impegno di tanti volontari e organizzazioni della società civile. Stride e inquieta l’infelice coincidenza: il Parlamento europeo ha approvato il nuovo e controverso regolamento sui rimpatri proprio alla vigilia della Giornata mondiale dei rifugiati, che cade il 20 giugno di ogni anno. La risposta a una grande sfida del nostro tempo è il rafforzamento delle frontiere e delle chiusure. Lo confermano la deportazione di immigrati indesiderati, tra cui una donna iraniana, dagli Stati Uniti alla Repubblica Centrafricana, uno dei Paesi più poveri e insicuri del pianeta, e le violente sollevazioni anti-immigrati nell’Irlanda del Nord, infiammate dall’estrema destra unionista e dai post incendiari di Elon Musk. Lo scenario disegnato dal rapporto mondiale sul fenomeno, pubblicato in questi giorni dall’Unhcr e di cui Avvenire ha dato ampiamente conto, conferma la crescita dell’ostilità dei governi nei confronti dei profughi. Mentre il mondo s’infiamma, con 75 conflitti armati in corso - il dato più alto dalla fine della Seconda guerra mondiale -, l’accoglienza nei confronti di chi è costretto a fuggire declina: i rifugiati nel mondo sono diminuiti, da 123 milioni a 117,8 milioni, soprattutto perché sono aumentati i ritorni ai luoghi di origine. Ma i ritorni raramente sono volontari: in gran parte sono provocati da politiche attive di respingimento, in primo luogo da parte dei governi nel caso degli sfollati interni; oppure da parte degli Stati ospitanti, come sta avvenendo in Iran e Pakistan nei confronti dei profughi afghani. Possono derivare inoltre dal diniego di assistenza e dall’abbandono. Aggrava la situazione il brutale taglio dei finanziamenti alle agenzie dell’Onu e alle Ong impegnate sul terreno, non solo da parte di Trump ma anche di diversi governi europei, Regno Unito in testa. L’arretramento dell’impegno umanitario è ribadito dalla netta riduzione dei reinsediamenti, ossia delle misure di accoglienza da parte dei governi nei confronti di rifugiati riconosciuti dall’Unhcr come bisognosi di protezione, precariamente insediati in un Paese di primo asilo: da 188.800 del 2024 a 81.800 del 2025. Gli Stati Uniti di Trump sono i principali responsabili di questa inversione di rotta, essendo scesi da circa 100.000 rifugiati accolti nel 2024, sotto Biden, a 10.500, con i sudafricani bianchi in posizione privilegiata. Contrariamente alle credenze diffuse, e nonostante le chiusure prima ricordate, il 65% dei rifugiati sono accolti nei Paesi confinanti, quasi sempre a basso o medio reddito, il 27% nei Paesi più poveri in assoluto. Viviamo in un mondo distopico - verrebbe da parafrasare: un mondo alla rovescia -, in cui sono i Paesi con meno risorse a farsi carico degli obblighi umanitari, molto più dei Paesi ricchi. Non ci sono orde di profughi in marcia verso il Nord del mondo, pronti a tutto pur di impadronirsi del nostro benessere. Si tratta invece di flussi di persone fragili, per metà donne e per quasi il 40% minori, che cercano scampo in regioni un po’ più tranquille del loro paese (la maggioranza, 68,6 milioni), oppure appena al di là del confine, coltivando quasi sempre la speranza di poter tornare pacificamente alle loro case. Anche nel buio di questo tempo siamo però chiamati a far brillare dei segni di speranza. Il primo è l’impegno di tanti volontari e organizzazioni della società civile, che proprio alle componenti più deboli della popolazione immigrata rivolgono le loro cure: salvataggi in mare, ambulatori, mense, scuole d’italiano, associazioni culturali multietniche, smentiscono ogni giorno l’idea che non si possa fare nulla per contrastare l’onda della cosiddetta remigrazione, nelle sue varie incarnazioni. Il secondo segno è il progetto ecumenico dei corridoi umanitari, che promuove arrivi in condizioni sicure e accoglienza diffusa. Il terzo è l’ascolto che trova il messaggio di papa Leone, anche oltre il perimetro ecclesiale. Sulla scia di papa Francesco, si sta affermando come il punto di riferimento morale per chi si schiera in difesa dei valori umanitari. Come ha detto a Las Palmas, in occasione della sua visita in Spagna, “oggi, qui, in riva al mare, ogni vita che arriva ci chiede che cosa resta della nostra umanità. Prima o poi, si saprà se questa umanità abbiamo saputo custodirla o se abbiamo lasciato che l’indifferenza parlasse per noi”. Lui sì meriterebbe il premio Nobel, ma non ne ha bisogno. Stati Uniti. Vedi l’ICE e poi muori: boom di decessi tra i detenuti di Gennaro Grimolizzi Il Dubbio, 20 giugno 2026 Sotto l’amministrazione Trump, gli immigrati arrestati nell’ambito delle procedure avviate dall’Ice, l’agenzia federale statunitense per il controllo dell’immigrazione e delle dogane, rischiano sempre di più la vita nelle strutture di detenzione. A lanciare l’allarme è stata la Reuters. In una inchiesta l’agenzia di stampa evidenzia che, in base ai dati forniti dall’Immigration and customs enforcement, tra il 2009 e il 2024, i centri per l’immigrazione statunitensi hanno registrato un decesso all’anno ogni 3.848 detenuti, in base alla popolazione media giornaliera di ciascuna struttura. Il tasso di decessi è più che raddoppiato da quando Trump è ritornato alla Casa Bianca, raggiungendo circa un decesso ogni 1.630 persone. I numeri sono provvisori, essendo aggiornati a inizio giugno. L’indagine condotta da Reuters si basa su dati ottenuti dal “Deportation Data Project”, a seguito di una richiesta di accesso agli atti, con l’elaborazione effettuata dal “Vera Institute of Justice”, organizzazione no-profit impegnata nel contrasto alla riduzione dei tassi di incarcerazione. Tra i casi più recenti, posti all’attenzione dalla Reuters, si segnala quello di un cittadino di origine vietnamita con problemi cardiovascolari, morto nello “Speedway Slammer”, carcere di massima sicurezza nello Stato dell’Indiana, diventato ormai simbolo della stretta sull’immigrazione dell’amministrazione Trump. In un altro centro di detenzione in Pennsylvania, un uomo cinese, che aveva già tentato il suicidio, si è impiccato nella doccia. A New York, invece, un honduregno con tachicardia e tremori dovuti all’astinenza da alcol è morto in cella senza aver ricevuto le cure di emergenza. Queste, secondo i dati dell’Ice, sono alcune delle 50 persone morte nei centri di detenzione per immigrati negli Stati Uniti da quando Donald Trump, nel gennaio 2025, ha avviato la campagna di deportazioni di massa. L’agenzia Reuters specifica che “le cause di morte dei detenuti possono essere complesse e non derivano necessariamente da negligenza o abusi da parte degli amministratori dei centri di detenzione”. “Tuttavia - si sottolinea nell’inchiesta giornalistica -, tre esperti in materia di decessi negli istituti di detenzione, che hanno esaminato i registri dell’Ice e le autopsie per Reuters, hanno affermato che l’aumento del tasso di mortalità e altri dati sollevano preoccupazioni sulla qualità della supervisione e dell’assistenza medica nei centri di detenzione, la cui popolazione è aumentata vertiginosamente durante l’amministrazione Trump”. Dunque, il nesso tra decessi - in numero sempre più elevato - e inadeguata assistenza medica in favore degli immigrati privati della libertà emerge con chiarezza. Particolarmente interessante il confronto tra la penultima e l’attuale amministrazione statunitense. Nell’ultimo anno dell’amministrazione Biden, che ha intensificato i controlli in seguito alle critiche ricevute durante l’anno delle elezioni presidenziali, il numero degli immigrati clandestini è aumentato. Con l’arrivo di Trump alla Casa Bianca le misure detentive applicate dall’Ice hanno riguardato circa 40.000 cittadini. Con Biden, invece, nel febbraio 2021, in piena pandemia, erano ospitate nei centri dedicati agli immigrati circa 14.000 persone. Con l’inasprimento delle misure di contrasto all’immigrazione clandestina decise da Trump, a gennaio, il numero delle detenzioni ha raggiunto quota 70.000. Un balzo in avanti provocato dalla dura repressione avviata a Minneapolis e in altre città con un calo a circa 57.000 detenzioni registrato all’inizio di giugno. “Secondo i registri dell’Ice - rileva la Reuters - ventuno dei 50 decessi sono stati scoperti quando il detenuto non rispondeva più alle cure dei medici. Questi casi, che includono 10 suicidi, sono particolarmente preoccupanti perché potrebbero riflettere una mancanza di supervisione della salute fisica e mentale e di cure tempestive, come ha affermato Sanjay Basu, medico associato presso l’Università della California, che ha studiato i decessi nelle strutture di detenzione dell’Ice ed è uno dei tre esperti interpellati dalla Reuters”. Le criticità riguardanti il trattamento degli immigrati sono state rilevate pure dall’American immigration council (Aic), organizzazione impegnata nello studio dei fenomeni migratori negli Stati Uniti. Un allarme di recente lanciato riguarda la scarsa trasparenza da parte dell’Ice nel fornire informazioni sulle condizioni degli immigrati detenuti e nel mancato rispetto del diritto di difesa che dovrebbe essere loro garantito. Secondo l’Aic, l’agenzia statunitense per l’immigrazione e le dogane ricorre spesso alla segretezza “per nascondere le proprie mancanze”. A riprova del comportamento ostativo la limitazione dell’accesso, poche settimane fa, ad alcuni parlamentari presso “Delaney Hall”, centro di detenzione situato a Newark, nel New Jersey. L’Ice ha impedito l’ingresso nella struttura alla governatrice del New Jersey, Mikie Sherrill, e ad altri manifestanti in sciopero della fame. Durante le proteste, gli agenti dell’Ice hanno spruzzato spray al peperoncino contro centinaia di persone radunatesi davanti al centro di detenzione. A maggio l’agenzia per l’immigrazione ha diramato una circolare che limita ai componenti del Congresso e ai loro staff di verificare di persona le condizioni in cui versano le strutture di detenzione. Cina. Com’è finire in cella nella seconda economia del mondo di Giulia Pompili Il Foglio, 20 giugno 2026 Fame e violenza, cure negate, avvocati ostacolati e la giustizia delegata ai capi-cella. Uno studio di Safeguard Defenders. All’inizio della settimana, mentre droni e missili russi colpivano uno dei luoghi più importanti del cristianesimo ucraino, dall’altra parte del mondo un altro regime proseguiva nei suoi sforzi di repressione di ogni attività, anche religiosa, non direttamente controllata dal Partito comunista cinese. Il 14 giugno scorso 33 persone, bambini inclusi, sono state arrestate durante una funzione religiosa domenicale a Jiangyou, nel Sichuan. La sera sono stati tutti rilasciati tranne i due anziani, Wu Wuqing e Yan Hong, che sono stati sottoposti a due settimane di “detenzione amministrativa”, senza una notifica formale delle accuse e senza poter parlare con gli avvocati. La storia dell’irruzione domenicale in una funzione della Early Rain Covenant Church di Jiangyou, chiesa presbiteriana messa fuori legge da Pechino, ha a che fare con la repressione sistematica di qualunque organizzazione non sia posta sotto al rigoroso controllo del Partito comunista cinese - che è terrorizzato da tutte le forme associative, religiose e non - ma racconta anche molto bene di che cosa sia, oggi, lo stato di polizia cinese e quali conseguenze ha per i cittadini la mancanza di uno stato di diritto. La Cina è uno dei soli nove paesi al mondo, assieme a Corea del nord, Somalia e Cuba, che non pubblica dati ufficiali sul numero di detenuti e i pochi dati disponibili sono spesso in contraddizione fra loro. La trasparenza non è mai consigliabile a un regime che vuole avere un’immagine pubblica nel mondo migliore di quello che è - la differenza fondamentale con i paesi democratici, dove la stampa libera svolge esattamente questo mestiere. Secondo l’ultimo rapporto della ong per i diritti umani Safeguard Defenders, nel 2024 i centri di detenzione ordinari cinesi avrebbero accolto circa 680 mila nuovi detenuti in attesa di giudizio, con una presenza media simultanea di circa 340 mila persone. Le strutture sarebbero almeno 2.600, stima già potenzialmente superata dalla costruzione di nuovi edifici annunciata nello stesso anno per far fronte al sovraffollamento. I numeri sono alti anche in relazione alla popolazione complessiva cinese, ma i centri di detenzione ordinari, che accolgono le persone in attesa di giudizio (per mesi, a volte per anni) sono solo una parte del sistema carcerario della Repubblica popolare: a quelli si affiancano i centri di detenzione amministrativa, per infrazioni minori, e le strutture segrete nelle quali i detenuti possono essere trattenuti in isolamento e senza contatti con l’esterno per periodi compresi tra sei e diciotto mesi. La Residential Surveillance at a Designated Location (Rsdl) è un regime di sorveglianza residenziale in un luogo designato soprattutto nei confronti di sospetti per reati legati alla sicurezza nazionale, e il Liuzhi, destinato ai membri del Partito comunista e ai funzionari pubblici accusati di corruzione o violazioni disciplinari. E poi ci sono i circa 360 centri di “rieducazione” nello Xinjiang costruiti fra il 2017 e il 2020, strutture che hanno ospitato oltre un milione di uiguri e appartenenti ad altre minoranze etniche musulmane. Ogni anno decine di migliaia di persone vengono sottoposte a queste forme di detenzione a cui si aggiungono altri sistemi extragiudiziali di privazione della libertà, tra cui il ricovero psichiatrico coercitivo. Pubblicato la scorsa settimana, il rapporto “Behind Bars: A Survey on Detention Centre Conditions in China di Safeguard Defenders” è il primo studio sistematico condotto dal punto di vista dei detenuti stessi sulle condizioni di detenzione pre-processuale in Cina, ed è il risultato di una lunga indagine che fotografa un sistema strutturalmente opaco e privo di controllo indipendente. Alcune notizie erano già arrivate in occidente: il 6 ottobre del 2022 la Corte europea dei diritti dell’uomo, con la sentenza Liu vs Poland ha stabilito che estradare una persona verso la Cina può violare l’articolo 3 della Convenzione (divieto di tortura e trattamenti inumani) se esiste un rischio reale e individuale di maltrattamenti e se le cosiddette “assicurazioni diplomatiche” fornite da Pechino non sono sufficientemente affidabili. La sentenza ha di fatto bloccato tutte le estradizioni verso la Cina da paesi europei, e il motivo è proprio quella zona grigia della detenzione di cui si parla sempre meno, quando si parla di Repubblica popolare, sempre più spesso dipinta come il magnifico mondo dove “la meritocrazia funziona meglio della democrazia”, e con cui abbiamo solo qualche problema commerciale. In un’indagine anonima condotta da Safeguard Defenders tramite reti di difensori dei diritti umani e avvocati penalisti, 84 ex detenuti in Cina hanno dichiarato di non essere stati informati dei propri diritti al momento dell’ingresso in detenzione. Un terzo non ha ricevuto nemmeno il regolamento interno della struttura, pur essendo entrambe le comunicazioni obbligatorie per legge. Quasi tre quarti degli intervistati hanno riferito di essere stati bloccati nell’accesso al proprio difensore, alcuni per settimane, altri per mesi. Molti sono stati costretti ad accettare un avvocato di ufficio compiacente anziché un legale di propria scelta. La stragrande maggioranza non ha potuto consultare le prove con il proprio avvocato durante i colloqui - spesso perché fisicamente immobilizzati sulla “sedia tigre”, il dispositivo metallico che blocca mani e piedi durante gli interrogatori, impiegato anche durante i colloqui con la difesa. C’è poi il tema del sovraffollamento e della violenza: “E’ ampiamente documentato che nelle carceri e nei centri di detenzione cinesi il personale affidi informalmente ad alcuni detenuti il compito di controllare gli altri occupanti delle celle”, si legge nello studio. “Questi individui, spesso indicati come ‘capi-cella’, svolgono funzioni di gestione interna come il mantenimento dell’ordine, la distribuzione del cibo, la spiegazione delle regole e il supporto alla sorveglianza esercitata dalle guardie”. Il loro livello di potere varia sensibilmente da struttura a struttura e, in diversi casi, sono stati associati ad abusi e atti di violenza, inclusi episodi documentati di decessi sotto la loro responsabilità - nel 2009 la morte in un carcere dello Yunnan del ventiquattrenne Li Qiaoming fu spiegata dalle autorità come un “gioco a nascondino finito male”, ci fu un’ondata d’indignazione pubblica che portò a una ricostruzione diversa: Li era stato picchiato a morte da un capo-cella. Il caso portò ad alcuni aggiustamenti per limitare la violenza in carcere, ma sembra già superato. Il quadro che emerge oggi è quello di un sistema detentivo in cui la violenza è strutturale e spesso delegata informalmente. Il 76 per cento degli intervistati da Safeguard Defenders segnala la presenza dei cosiddetti capi-cella, i detenuti incaricati dalle guardie di controllare gli altri reclusi, spesso attraverso intimidazione e violenza. La stessa percentuale riferisce di aver subìto torture o maltrattamenti, sia da parte delle forze dell’ordine sia da altri detenuti. Tra le pratiche più comuni vengono indicati umiliazioni pubbliche (40 per cento), privazione del sonno (38 per cento) e del cibo (27 per cento), e diversi intervistati riportano anche aggressioni fisiche dirette. “Oltre la metà degli intervistati ha dichiarato di essere stato trattato come se non fosse un essere umano, ma come un ‘oggetto’ o un ‘animale’ durante la detenzione”. Lin Shengliang, attivista per i diritti umani oggi in esilio nei Paesi Bassi, ha raccontato agli autori dello studio di essere stato detenuto due volte tra il 2017 e il 2019 nel centro di detenzione di Bao’an, per un totale di circa due anni e mezzo. Secondo la sua testimonianza, la violenza all’interno delle strutture non solo era tollerata, ma in alcuni casi incoraggiata dal personale carcerario: “I capi-cella controllavano risorse come beni di prima necessità e cibo e infliggevano anche punizioni… Quando i capi-cella ritenevano che qualcuno dovesse essere ulteriormente ‘disciplinato’, le guardie consegnavano loro lo spray al peperoncino. Lo spruzzavano direttamente negli occhi delle persone”. La disumanizzazione non riguarda solo i detenuti cinesi. Una delle testimonianze più dolorose del rapporto è quella di Matthew Radalj, cittadino australiano, che ha trascorso quasi 18 mesi nel centro di detenzione n. 3 di Pechino tra il gennaio del 2020 e il maggio del 2021 dopo essere stato accusato di rapina e resistenza violenta all’arresto in seguito a una colluttazione con alcuni addetti alla sicurezza di un centro commerciale. Radalj è stato picchiato brutalmente nei primi giorni dopo l’arresto, privato per mesi di un reale accesso a un avvocato e sottoposto a pressioni costanti per ottenere una confessione: “Mi hanno riempito di botte per due giorni alla stazione di polizia. Niente cibo, niente acqua… quando mi stavano spingendo a firmare la confessione, mi hanno messo in una stanza con altre tre persone e hanno fatto passare rumore statico dagli altoparlanti. Sono stato privato di moltissime ore di sonno”. L’Italia, come altri paesi europei e come l’America, ha i suoi problemi quando si parla di carcerari. Ma la differenza è poterne parlare, poter fare attivismo per cambiare le cose. Non è un caso se la Cina ha fatto di tutto, invece, per evitare che si parlasse del documento prodotto da Safeguard Defenders. Martedì scorso l’ong ha organizzato una presentazione dello studio a Lisbona, all’American Club, insieme a Peter Dahlin, che è uno dei fondatori della ong ed è stato lui stesso vittima di detenzione arbitraria in Cina; Peter W. Humphrey, ex giornalista di Reuters e noto esperto di Cina, anche lui arrestato arbitrariamente nel 2018, e Grace Chen, ex consulente legale del Relatore speciale delle Nazioni unite sulla tortura. Nei giorni precedenti, però, ci sono stati “almeno due tentativi di annullare o ostacolare l’evento”: l’ambasciata della Repubblica popolare in Portogallo prima ha scritto una lettera formale all’American Club chiedendo di riconsiderare la decisione di “offrire una piattaforma per azioni volte a diffamare la Cina”. Poi, pochi giorni dopo l’annuncio dell’evento, un account su X che impersonificava quello ufficiale della ong ha diffuso una versione falsificata del manifesto con una falsa data e un falso luogo dell’evento, con l’obiettivo di confondere e fuorviare i potenziali partecipanti.