6.539 persone hanno subito trattamenti inumani o degradanti nel 2025 di Andrea Oleandri antigone.it, 1 giugno 2026 Antigone: “Il carcere italiano è fuori dalla legalità costituzionale”. “6.539 persone hanno visto il loro ricorso per trattamenti inumani o degradanti accolto nel corso del 2025 da parte di un Tribunale di Sorveglianza italiano. Si tratta della certificazione che il sistema penitenziario italiano è fuori dalla legalità costituzionale. Un dato in costante crescita negli anni, in linea con la crescita del sovraffollamento nelle carceri del paese. Del resto, la quasi totalità di queste condanne arrivano per il mancato rispetto della soglia minima dei 3mq a persona”. A sottolinearlo è Patrizio Gonnella, presidente di Antigone. I ricorsi accolti erano stati 3.115 nel 2018, 4.347 nel 2019, 3.382 nel 2020, 4.212 nel 2021, 4.515 nel 2022, 4.731 nel 2023 e 5837 nel 2024. In totale, in 8 anni, è stato appurato che quasi 37.000 persone abbiano visto non rispettato il loro diritto ad un trattamento penitenziario dignitoso. “Domani sarà l’80esimo anniversario della Repubblica Italiana che ha fissato nella propria Costituzione il principio per cui le pene non possano consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e debbano tenere al reinserimento sociale. Il dato sui ricorsi accolti, insieme a quelli sul sovraffollamento (che a fine aprile ci dicevano esserci in carcere oltre 64.000 persone, circa 18.000 in più dei posti realmente disponibili) e quelli sulla recidiva, con 6 persone detenute su 10 che erano già state in carcere, alcune anche più di 10 volte, ci dicono che il sistema penitenziario italiano ha bisogno di riforme urgenti che tornino a farlo respirare” ha concluso Patrizio Gonnella. Mercoledì prossimo il webinar “Contro il carcere del sospetto” Ristretti Orizzonti, 1 giugno 2026 Il carcere non può diventare il luogo del sospetto permanente. Per questo mercoledì 3 giugno 2026, alle ore 18.30, si terrà il webinar “Contro il carcere del sospetto. No alle operazioni sotto copertura”, promosso per lanciare la mobilitazione contro il provvedimento del governo che introduce la possibilità di agenti infiltrati negli istituti penitenziari. Al centro dell’incontro c’è l’appello “Difendiamo l’articolo 27. No agli agenti infiltrati nelle carceri”, sottoscritto da associazioni, operatori e operatrici, volontari?, insegnanti e cittadin? attiv? nella tutela dei diritti delle persone recluse. Il webinar sarà introdotto e coordinato da Susanna Ronconi di Forum Droghe. Interverranno Franco Corleone per La Società della Ragione, Stefano Anastasia, Garante dei detenuti della Regione Lazio, Ornella Favero di Ristretti Orizzonti, e Vincenzo Scalia, sociologo della devianza all’Università di Firenze. Iscrizioni: https://us02web.zoom.us/meeting/register/MkDncGitT9qjrQCeSwU9Tg#/registration Sanità penitenziaria, indagine del sindacato Coina: “Inferno carceri italiane” coinanews.it, 1 giugno 2026, 1 giugno 2026 In alcune realtà nei week end e nei turni di notte si arriva anche al dato drammatico di un solo professionista sanitario ogni 600 detenuti Non è più una crisi, è un collasso sistemico che sta trasformando le carceri italiane in territori di guerra per chi cura. Il Coina - Sindacato delle Professioni Sanitarie presenta una accurata indagine sulla sanità penitenziaria partendo dal dato base della catastrofe: il tasso di sovraffollamento medio nazionale è al 130,6%, ma negli istituti metropolitani si tocca la punta record del 230% di San Vittore. In questo scenario, gli infermieri sono l’anello debole di una catena che sta per spezzarsi. Il Coina mette in luce una realtà operativa che va ben oltre le statistiche ufficiali: in Italia si è arrivati al dato limite di 1 solo infermiere per 600 detenuti. Non si tratta di un’astrazione, ma della condizione drammatica che si verifica regolarmente in molte realtà penitenziarie durante i turni notturni, nei fine settimana, nei periodi festivi o durante i piani ferie. Quando il personale è ridotto all’osso e non vengono previste sostituzioni per malattie o permessi, un singolo professionista laureato rimane l’unico presidio sanitario per centinaia di reclusi, spesso distribuiti su più padiglioni. È in questi momenti di “vuoto assistenziale” che il rischio di aggressioni e l’impossibilità di intervenire nelle emergenze sanitarie raggiungono i livelli più critici. Nelle carceri italiane la violenza è una costante sommersa. Le rilevazioni del Coina, incrociate con i dati del Garante Nazionale dei Detenuti, indicano circa 4.500 episodi di aggressione l’anno contro il personale sanitario. Il dramma nel dramma è il sommerso dell’80%: gli infermieri penitenziari non denunciano più sputi, minacce e spinte, rassegnati a un sistema che considera la violenza “parte integrante del turno”. Milano (San Vittore) - Sovraffollamento record del 230%. La densità umana è tale che il personale sanitario denuncia un’incidenza di aggressioni verbali e fisiche nel 75% dei turni diurni. La sproporzione tra 1.100 detenuti e l’esiguo corpo infermieristico ha innescato un aumento del 45% degli eventi critici nell’ultimo anno. Foggia - È l’istituto con il più alto tasso di violenza brutale. Il COINA registra un’incidenza di aggressioni fisiche dirette (pugni, schiaffi, lancio di oggetti) che colpisce il 60% degli infermieri in organico almeno una volta l’anno. Con una carenza di personale del 45%, la sicurezza è ufficialmente azzerata. Napoli (Poggioreale) - Oltre 2.200 detenuti. Qui la violenza è legata ai numeri: un singolo infermiere gestisce fino a 400 pazienti. Il tasso di minacce e intimidazioni gravi è costante nell’85% dei casi di somministrazione farmacologica effettuata senza scorta della Polizia Penitenziaria. Roma (Regina Coeli e Rebibbia) - A Regina Coeli (sovraffollamento al 191%) si registra un picco di aggressioni da parte di detenuti con patologie psichiatriche nel 40% dei casi di intervento sanitario. A Rebibbia, la vastità della struttura e il rapporto infermiere/detenuto di 1:250 hanno portato a un incremento del 30% degli infortuni sul lavoro. Avellino (“Antimo Graziano Bellizzi”) - Soli 2 infermieri per 600 detenuti. Oltre al degrado igienico (mancanza d’acqua), l’istituto segna un +50% di conflittualità legata alle lunghe attese per le visite, scaricate interamente sulle uniche due unità presenti. Torino (Lorusso e Cutugno) - Record di autolesionismo e tentati suicidi. Gli infermieri subiscono un carico di stress che ha generato un tasso di burnout e assenteismo per stress correlato del 35%, conseguenza delle continue aggressioni verbali durante la gestione delle crisi. Milano (Opera) - Nonostante il regime di alta sicurezza, la carenza organica (31 infermieri su 56) ha fatto lievitare del 20% le aggressioni “mirate” contro il personale sanitario. Pisa e Pistoia: A Pisa, il 50% delle prestazioni in area SAI avviene sotto minaccia costante; a Pistoia, il sovraffollamento al 170% ha prodotto un aumento del 35% delle aggressioni legate alla richiesta di psicofarmaci. Negli istituti per minori, dove la popolazione è cresciuta del 50%, la violenza ha assunto connotati feroci e imprevedibili. Milano (Beccaria) e Torino (Ferrante Aporti) - Negli ultimi 12 mesi, le aggressioni fisiche ai danni dei sanitari hanno registrato un incremento shock del 60%. Il personale è vittima di sassaiole, sputi e attacchi fisici improvvisi. Roma (Casal del Marmo) - Clima di rivolta permanente con incendi e devastazioni. Qui l’incidenza di eventi traumatici per il personale sanitario è quadruplicata. Oltre alle aggressioni fisiche, il Coina denuncia un pericolo invisibile: il collasso dei protocolli di profilassi. Secondo i parametri del Who (Oms) Europe (Prison Health Framework) e le denunce contenute nelle relazioni del Garante Nazionale dei Detenuti, il sovraffollamento oltre il 200% trasforma le celle in veri e propri incubatori infettivi. Gli infermieri operano in ambienti dove il rischio di esposizione a malattie come Tubercolosi (TBC), Epatiti croniche e HIV è statisticamente quadruplicato rispetto ai reparti ospedalieri ordinari. Il caso di Avellino rappresenta il punto di rottura: come evidenziato dai monitoraggi della Simspe (Società Italiana di Medicina e Sanità Penitenziaria), l’igiene delle mani è la barriera primaria contro le infezioni correlate all’assistenza. La mancanza di acqua corrente notturna denunciata dal sindacato non è solo un disservizio, ma una violazione dei protocolli internazionali di biosicurezza che espone i professionisti e l’intera collettività a rischi biologici inaccettabili e potenziali focolai epidemici. L’indagine Coina evidenzia un divario imbarazzante con il resto d’Europa. Secondo i dati del Consiglio d’Europa (Space I) e le linee guida OMS “Health in Prisons”: -In Francia e Spagna, il rapporto medio è di 1 infermiere ogni 80-100 detenuti. -In Italia, la media shock di 1:600 configura una violazione dei trattati internazionali sulla sicurezza e sul diritto alla salute. Al fine di fermare questa deriva, il Coina pone sul tavolo del Governo tre punti prioritari per garantire la sopravvivenza della sanità penitenziaria: 1. Piano straordinario di assunzioni: Adeguamento immediato delle piante organiche per riportare il rapporto infermiere/detenuto a standard di sicurezza minimi (obiettivo 1:150), eliminando i turni in solitaria nei padiglioni a rischio. 2. Presidio di polizia fisso: Istituzione di “scorte sanitarie” obbligatorie durante la somministrazione delle terapie farmacologiche e i turni notturni, per garantire l’incolumità fisica dei professionisti. 3. Indennità di rischio penitenziario: Riconoscimento economico specifico per il personale infermieristico che opera nelle carceri, per compensare l’altissimo rischio biologico, ambientale e di incolumità personale a cui è quotidianamente sottoposto. “Siamo davanti a un massacro silenzioso e lo Stato ne è complice” - tuona Marco Ceccarelli, Segretario Nazionale del Coina. “Mentre in Europa si garantisce 1 infermiere ogni 100 detenuti, l’Italia manda un sanitario da solo tra 600 reclusi. È una follia che calpesta la dignità umana. Ad Avellino non hanno l’acqua, a Foggia e Poggioreale si prendono pugni in faccia. Se il Ministro Piantedosi e il Ministro Schillaci non interverranno con rinforzi immediati e presidi di polizia fissi accanto agli infermieri, proclameremo lo stato di agitazione nazionale. La nostra vita non è negoziabile”. Teramo. Detenuto 25enne trovato morto a Castrogno certastampa.it, 1 giugno 2026 Tragedia nella tarda mattinata di ieri all’interno del carcere di Castrogno. Un giovane detenuto di origini egiziane, di cui sono state rese note soltanto le iniziali, Z.A., è stato trovato privo di vita nella sua cella. Secondo i primi riscontri, il decesso del 25enne sarebbe da attribuire a cause naturali, nello specifico a un improvviso arresto cardiocircolatorio. Al momento, dunque, le autorità escludono dinamiche violente o zone d’ombra dietro la scomparsa del ragazzo. Nonostante il quadro iniziale appaia tragicamente chiaro e privo di misteri, la macchina giudiziaria si è immediatamente attivata per spazzare via ogni minimo dubbio. Si attende infatti di sapere se la Procura della Repubblica deciderà di ordinare l’esame autoptico sul corpo del giovane. L’autopsia, se disposta, servirà a confermare con assoluta certezza scientifica le cause del malore fatale che ha stroncato la giovanissima vita. Trento. Morire nel mese di maggio di Simone Casalini iltquotidiano.it, 1 giugno 2026 Se l’Autonomia vale qualcosa, usiamola per inchiodare lo Stato alle sue responsabilità, per esautorarlo se non è in grado di redimere l’errore e di costruire nuova vita: con la sorte di Abrar, abbiamo perso tutti. Abrar se n’è andata “nel festoso mese di maggio” e “in solitudine”. È la venticinquesima persona carcerata che si toglie la vita nel 2026. Non ripeteremo qui la filastrocca di un apparato giudiziario che non rieduca, non riabilita, ma fortifica il concetto di pena esemplare. Retorica. Anni di dibattito, nessun risultato. L’ultimo governo ha introdotto più di 50 nuovi reati, decine di aggravanti: il carcere rimane lo spettro morale da agitare e l’ambizione da costruire. L’”ortopedia sociale” che diventa esempio: hai sbagliato, ti disciplino, rubandoti l’anima e rinchiudendo il tuo corpo. Nelle carceri italiane ci sono 65mila detenuti, il tasso di sovraffollamento è del 138%. La recidiva è altissima (il 46% degli incarcerati ha da 1 a 4 detenzioni alle spalle). La sopravvivenza è un filo disseminato dalle associazioni e dagli operatori e operatrici che nelle prigioni lavorano nelle restrizioni per alimentare la speranza e per scavare la luce in orizzonti di buio. Ma lo Stato può delegare la speranza? Abrar se n’è andata “nel festoso mese di maggio” e “in solitudine”. Nella foto che disponiamo guarda il telefono, forse si predispone per un selfie. Ha unghie curate, uno sguardo profondo, i capelli lunghi, le labbra carnose. Gli occhi scuri sono sullo schermo, o lo sorvolano. Abrar ama l’arte e la pallavolo. La musica. Abrar è persino fortunata. La sua storia ha un nome, un cognome, dei lineamenti, delle parole che aprono sentieri di conoscenza biografici. È uscita dalla schiera degli anonimi che scelgono di sciogliere l’abbraccio carcerario, che obbligano ad aprire la cella. Anonimi per privare la società di uno sguardo con cui empatizzare e interrogarsi, anonimi per pudore e ipocrisia, anonimi per una morale che ancora li isola. L’ultima pena. Ma, al fondo di tutto, c’è che il carcerato rimane saldamente l’anello conclusivo della catena umana, l’impossibilità incarnata. Abrar se n’è andata “nel festoso mese di maggio” e “in solitudine”. I suoi sogni di ragazzina sono evaporati in una domenica mattina. In carcere aveva modellato un vaso: un volto con le mani sugli occhi. La vergogna, condivisa con un sacerdote, per quei furti e rapinette che le avevano sortito un cumulo di pena da omicida. A Trento, nel periodico “Non solo dentro” - pubblicato da “Vita trentina” in collaborazione con Apas - aveva composto due testi musicali con Feet Abri. In “Rich” scriveva, Abrar, che “non mi serve un dizionario per capire cos’è un penitenziario. È solo che non comprendo il vostro sistema carcerario, non è mancanza di affetto che mi ha portato qui dentro, è solo che lo Stato non mi ha apprezzato”. Abrar se n’è andata “nel festoso mese di maggio” e “in solitudine”. Ci vuole molto coraggio a morire nel mese di maggio. Lo diceva anche Piero, con l’anima in spalle. Ma la disperazione non conosce le stagioni. “E chi scivolando via in solitudine, chi coi barbiturici/chi in questi regni d’amore, chi per un colpo improvviso/e chi per una valanga, chi per polvere da sparo/chi per la sua avidità, chi per fame/e chi dirò che sta chiamando?”. Abrar se n’è andata “nel festoso mese di maggio” e “in solitudine”. Eleviamola a simbolo di quello che abbiamo perso, della nostra incapacità di avere attese più altruiste e umane, della nostra indifferenza. Se l’Autonomia vale qualcosa, usiamola per inchiodare lo Stato alle sue responsabilità, per esautorarlo se non è in grado di redimere l’errore e di costruire nuova vita. Di perdonare. Di affermare il diritto, anche dei detenuti e delle detenute, perché è da qui che si misura la qualità di una democrazia e delle sue relazioni. E con la sorte di Abrar abbiamo perso tutti. Tutti colpevoli. Ma nessuno di noi pagherà il conto. “E chi per coraggioso assenso, chi per incidente/chi in solitudine, chi in questo specchio/chi per ordine della sua signora, chi di propria mano/chi in catene mortali, chi nel potere/e chi dirò che sta chiamando?”. Trento. Abrar Jarrar e l’ombra dei suicidi in carcere di Lucia Ori iltquotidiano.it, 1 giugno 2026 Il prof Savoia: “Lei è la terza donna che muore a Trento dal 2021. Un fallimento per la comunità”. Il docente riflette sulle criticità del sistema. “Con le attività di recupero sociale la recidiva crolla dal 70 al 20% dei detenuti”. La tragedia della morte di Abrar Jarrar, la ragazza di 21 anni deceduta la scorsa settimana dopo un tentato suicidio nel carcere di Spini di Gardolo, riporta al centro del dibattito il tema della funzione rieducativa della pena, sancita dalla Costituzione, e delle modalità concrete con cui viene perseguita negli istituti penitenziari. La vicenda solleva inoltre interrogativi sul sovraffollamento carcerario e sulle condizioni di vita delle persone detenute. Il professor Amedeo Savoia, che dal 2005 al 2018 ha svolto attività educative nel carcere di Trento e oggi opera con l’associazione “Dalla Viva Voce”, riflette sul caso e sulle criticità del sistema. Professore, il caso di Abrar fa calare un velo scuro sul carcere di Trento... “Vorrei sottolineare un dato: dal 2021 ci sono stati altri due casi di donne giovani detenute che sono morte nel carcere di Trento. Nel caso di Abrar non conosciamo tutti gli elementi, ma quello che possiamo dire è che questa perdita rappresenta un fallimento per tutta la comunità. Quando lo Stato priva una persona della libertà si assume anche la responsabilità del tempo che quella persona trascorre in carcere. La Costituzione stabilisce che la pena non debba essere disumana e debba tendere al recupero della persona. Per questo credo che tutti dobbiamo sentirci coinvolti da quanto accaduto”. Lei ha svolto per anni attività in carcere. Qual è l’approccio adottato con le persone che sono detenute? “Bisogna lavorare sulle loro storie e non soltanto sui reati commessi. Spesso le persone vengono cristallizzate attorno al reato e questo rende difficile immaginare un percorso di cambiamento. È lo stesso approccio che adottiamo con l’associazione “Dalla Viva Voce” e che ci accomuna all’esperienza di “Ristretti Orizzonti” del carcere di Padova: l’idea che la persona non coincida con il suo reato. Partendo da qui è possibile sviluppare consapevolezza rispetto a ciò che si è commesso e riprogettare il proprio futuro. Anche per questo portiamo testimonianze nelle scuole e nei territori; solo quest’anno abbiamo incontrato oltre 2.000 studenti”. Quali sono oggi i principali limiti del sistema carcerario? “Il carcere andrebbe ripensato alla luce dell’articolo 27 della Costituzione. La pena deve tendere alla rieducazione e questa si realizza concretamente attraverso scuola, lavoro, attività trattamentali e relazioni significative. E misure alternative. I numeri sono molto chiari: circa il 70% delle persone detenute a fine pena torna a delinquere se non riceve un adeguato supporto durante la detenzione. Quando invece esistono opportunità di studio, lavoro e percorsi di reinserimento, la recidiva scende intorno al 20%. Questo indica con chiarezza quale sia la strada da seguire”. Abrar è stata trasferita quattro volte dal 2022. Quanto può incidere su un percorso rieducativo? “Si tratta di un numero sorprendente di spostamenti. Se il trasferimento è richiesto dalla persona il discorso cambia, ma spesso questi spostamenti interrompono percorsi costruiti con fatica. In carcere si sviluppano relazioni con educatori, personale, insegnanti, volontari e operatori. Si costruisce una rete che può diventare fondamentale per consolidare una stabilità emotiva e favorire il reinserimento sociale. Trasferimenti frequenti rischiano di spezzare questi legami e di interrompere percorsi già avviati. Nel caso di Abrar il numero dei trasferimenti colpisce particolarmente, pur senza voler formulare giudizi prima di conoscere tutti gli elementi della vicenda. Vorrei inoltre ribadire un aspetto preoccupante: Abrar è la terza donna giovane morta mentre era detenuta nel carcere di Trento dal 2021. Una di queste donne aveva due figli piccoli. Fatico a pensare che si tratti di fatalità”. Esiste una condizione particolare per le donne detenute? “Le donne rappresentano meno del 5% della popolazione carceraria. Paradossalmente proprio per questo il carcere può essere più difficile per loro. Essendo poche, è più complicato organizzare attività, percorsi scolastici e opportunità dedicate. Ricordo che quando nel 2014 fu avviata la scuola superiore nel carcere di Trento qualcuno sosteneva che non fosse necessario coinvolgere le detenute perché erano troppo poche e disinteressate. Oggi la situazione è diversa, ma resta il problema di garantire alle donne le stesse opportunità offerte agli uomini. Più in generale, la qualità di un carcere dipende molto dalla sua capacità di interagire con il territorio. Quanto più il carcere è aperto alle associazioni, al volontariato, alla scuola e al lavoro, tanto maggiori sono le possibilità che la detenzione assolva davvero alla funzione rieducativa prevista dalla Costituzione”. Verbania. A Casa Ceretti si parla di carcere e rinascita con “Che sapore hanno i muri” vconews.it, 1 giugno 2026 Il 10 giugno un incontro promosso dalla Società Dante Alighieri, con l’autore Paolo Aleotti. Prosegue la collaborazione tra la Società Dante Alighieri comitato di Verbania e del Vco, e Feltrinelli Librerie di Arona, con un nuovo incontro aperto alla comunità in una nuova sede: Casa Ceretti a Intra. Mercoledì 10 giugno alle 18.30 la presidente dell’associazione Silvia Magistrini, garante dei detenuti della casa circondariale di Verbania, dialogherà con Paolo Aleotti, giornalista e autore del libro “Che sapore hanno i muri”. Il libro racconta l’esperienza del giornalista presso il Carcere di Bollate (Milano) nel quale ha diretto per nove anni un laboratorio di giornalismo e comunicazione. Il libro condensa storie umane, drammi e successi e poi cadute e riprese dei detenuti che hanno scelto di seguire il suo laboratorio. Il carcere è anche questo: ricostruzione di nuove abilità e talenti. Durante la conversazione sono previsti interventi diretti di persone detenute a Verbania, grazie alla partecipazione del gruppo di volontari che opera in carcere. Bolzano. A Castel Mareccio le vite spezzate degli innocenti in carcere rainews.it, 1 giugno 2026 Il magistrato Cuno Tarfusser, in passato procuratore capo a Bolzano e poi giudice alla Corte penale internazionale, ha riunito a Bolzano avvocati, giudici ma soprattutto le vittime di detenzioni ingiuste. Le testimonianze di chi ha trascorso mesi o addirittura anni dietro le sbarre per poi essere assolto, ma anche le esperienze di giuristi e avvocati. Il convegno “Innocenti in carcere” ha acceso un faro sulle vittime di errori giudiziari: come Giovanni De Luise (otto anni e otto mesi di carcere per un clamoroso scambio di persona) e Angelo Massaro (21 anni di detenzione per un omicidio mai commesso), che hanno raccontato al pubblico il loro lungo calvario. Ex capo della Procura di Bolzano e a lungo giudice alla Corte penale internazionale dell’Aja, Cuno Tarfusser - promotore dell’evento come presidente dell’Accademia di Merano - punta il dito sul pressapochismo e sulla malafede che talvolta aggravano gli errori che ogni professionista può commettere nella sua attività professionale. Da qui l’invito a gestire il proprio potere sulle vite degli altri con quella cautela che troppe volte è venuta a mancare. Siena. Studenti a confronto sui temi della giustizia e della memoria civile Il Tirreno, 1 giugno 2026 Prima il ricordo del 34° anniversario delle stragi di Capaci e di via D’Amelio, a seguire un incontro-confronto con gli studenti. L’apertura della giornata era promossa dall’Associazione Le Sentinelle di Nonno Nino, presente tra gli altri la vice presidente della Regione Toscana Mia Diop, e con la partecipazione di una scolaresca e dei rappresentanti del Circolo dei sardi di Grosseto e Siena “Peppino Mereu”. Nel pomeriggio, poi, appuntamento nella Sala della legalità, nella Tenuta di Suvignano, con quattro classi dell’Istituto tecnico industriale “Leonardo da Vinci” di Firenze, alla presenza del cardinale Augusto Paolo Lojudice. Ad introdurre l’iniziativa è stato Federico Cignelli, rappresentante del Parlamento regionale degli studenti toscani. Il cardinale Lojudice ha ricordato l’attenzione rivolta fin dal suo arrivo nella diocesi di Siena ai temi della giustizia e della memoria civile, valorizzando la piccola Chiesa dedicata al ricordo di Rosario Livatino, il giovane magistrato assassinato dalla mafia a soli 38 anni, proclamato beato dalla Chiesa e commemorato ogni 29 ottobre. La dirigente scolastica dell’Iti “Leonardo da Vinci”, Francesca Balestri, ha evidenziato l’importanza di momenti formativi capaci di coniugare memoria, educazione e partecipazione civile. Durante l’incontro, Dina Meloni, presidente del Circolo degli emigrati sardi “Peppino Mereu”, ha donato ai presenti una copia del volume dedicato a “Emigrazione sarda in Centro Italia”. A chiudere l’evento è stata Sandra Becucci, che ha presentato l’allestimento presente all’interno della Sala della legalità dedicato allo “Spazio della narrazione dell’emigrazione sarda in Centro Italia”, realizzato grazie al contributo dell’assessorato del Lavoro della Regione Sardegna e alla disponibilità e al sostegno della Regione Toscana. Becucci ha posto particolare attenzione alla storia dei pastori sardi emigrati dalla Sardegna alla Toscana, inizialmente con le proprie greggi e successivamente raggiunti dalle famiglie, in un fenomeno migratorio che ha assunto dimensioni significative a partire dagli anni Sessanta del Novecento. La docente, inoltre, ha ricordato le difficoltà vissute da queste comunità, spesso discriminate perché ingiustamente associate ai fenomeni criminali dei sequestri di persona che, per circa vent’anni, colpirono l’Italia. Una realtà che, grazie all’onestà, al lavoro e alla capacità di integrazione, è riuscita nel tempo a conquistare rispetto e riconoscimento, diventando oggi una componente fondamentale dell’economia rurale toscana, contribuendo al mantenimento del paesaggio simbolo della Toscana nel mondo e alla produzione di eccellenze casearie riconosciute da importanti certificazioni e da un mercato in continua crescita. Caserta. Il Garante Don Salvatore Saggiomo: “Il diritto al culto non può essere sospeso” goldwebtv.it, 1 giugno 2026 Esprimo profonda preoccupazione - si legge - e forte indignazione per la notizia relativa alla sospensione delle celebrazioni eucaristiche presso la Casa Circondariale di Poggioreale a causa della carenza di personale. Il diritto alla libertà religiosa non rappresenta una concessione dell’Amministrazione Penitenziaria, ma un diritto fondamentale della persona sancito dalla Costituzione Italiana, garantito dall’Ordinamento Penitenziario e riconosciuto dalle convenzioni internazionali in materia di diritti umani. Privare una persona detenuta della possibilità di partecipare alla Santa Messa significa colpire una dimensione essenziale della sua esistenza. Il carcere limita la libertà personale ma non può e non deve comprimere i diritti fondamentali della persona, tra cui il diritto di professare la propria fede e di ricevere assistenza spirituale. Da anni - continua - si parla di trattamento rieducativo, di reinserimento sociale, di percorsi di recupero e di umanizzazione della pena. Eppure troppo spesso assistiamo a situazioni che vanno nella direzione opposta. Una società civile si misura dalla capacità di garantire diritti soprattutto a chi vive in condizioni di maggiore fragilità. Come Garante dei diritti delle persone detenute della Provincia di Caserta ritengo inaccettabile che problemi organizzativi possano tradursi nella cancellazione di un diritto costituzionalmente garantito. La situazione desta particolare preoccupazione anche presso la Casa di Reclusione “Filippo Saporito” di Aversa, dove da tempo si registra la mancanza di un luogo stabilmente destinato al culto. Le celebrazioni religiose vengono spesso svolte all’interno del teatro dell’istituto, con il concreto rischio che, in presenza di altre attività o eventi programmati, la Santa Messa venga rinviata o addirittura annullata. Non possiamo accettare - prosegue - che il diritto al culto diventi subordinato a esigenze logistiche o organizzative. Ogni istituto penitenziario dovrebbe essere dotato di spazi adeguati e dignitosi destinati stabilmente alla preghiera e alle celebrazioni religiose. Mentre si continua a discutere della costruzione di nuove sezioni detentive per fronteggiare il drammatico fenomeno del sovraffollamento, occorre avere il coraggio di affrontare il problema alla radice, investendo maggiormente nelle misure alternative alla detenzione, nel reinserimento sociale e nelle politiche che riducano il ricorso al carcere quando possibile. Il sovraffollamento, la carenza di personale, la mancanza di spazi e la compressione dei diritti fondamentali - conclude la nota - sono questioni strettamente collegate che richiedono risposte urgenti e strutturali. Rivolgo pertanto un appello al Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, al Ministero della Giustizia, alle autorità competenti e alle istituzioni ecclesiastiche affinché vengano adottate tutte le iniziative necessarie per garantire la continuità delle celebrazioni religiose e la piena tutela della libertà di culto all’interno degli istituti penitenziari. Lo Stato di diritto si difende garantendo i diritti di tutti, anche di chi si trova detenuto. La dignità umana non può essere sospesa dietro le sbarre”. La vita oltre le sbarre di un carcere ci riguarda di Fabio Luppino huffingtonpost.it, 1 giugno 2026 “La pena oltre la pena. La doppia condanna delle donne in carcere”, Libraccio editore, 120 pag. Il libro di Susanna Ripamonti e Roberta Ghidelli racconta il disagio delle donne, anche in un luogo modello come Bollate. E il perché. Se davvero il carcere fosse strutturato secondo Costituzione ne servirebbero sempre meno. Ma se il carcere, come è ora, annienta la dignità, accentua le differenze uomo-donna, non dà luce nel buio da cui proviene il condannato, dal circolo vizioso che porta a delinquere non se ne uscirà mai. La sensazione che resta dopo la lettura di La pena oltre la pena. La doppia condanna delle donne in carcere, Libraccio editore, 120 pag. E si badi bene: l’osservatorio da cui partono le autrici, Susanna Ripamonti e Roberta Ghidelli, è privilegiato, è il carcere di Bollate. Un penitenziario considerato un modello, dove la possibilità di non sentirsi completamente reclusi esiste. Ma non è così e per le donne, sotto tutti i punti di vista, è anche peggio. Ad un certo punto del libro si parla di diritti di cittadinanza. Ecco, lo dimentichiamo, lo dimentica il legislatore, lo dimentica chi governa non prendendosi, tutti, mai la responsabilità di guardare oltre quelle sbarre. Anzi, spesso e volentieri buttando la chiave o rendendo anche peggiore con leggi assurde la vita in carcere, come avviene per le detenute madri con la sicurezza pensata e praticata da questo governo. Susanna Ripamonti ha un’esperienza giornalistica antica. Era nel pool di chi seguiva da giornalista dell’Unità l’altro pool, quello di Mani Pulite. Conosce la politica giudiziaria e ha alle spalle inchieste a decine. Da 2007 ha deciso, a titolo del tutto volontario e gratuito, di dirigere carteBollate, un bimestrale di informazione realizzato da una redazione di 25 tra detenuti e detenute, appunto nel carcere di Bollate. I proventi della vendita del libro andranno proprio alla rivista. Roberta Ghidelli da 25 anni lavora per il ministero della Giustizia con minorenni che hanno commesso reati e dal 2021 dirige il servizio sociale per i minorenni della Corte d’Appello di Brescia. La doppia condanna delle donne, come recita il sottotitolo, sta, oltre che nelle diverse opportunità rispetto agli uomini, e nel carcere quindi quello che è vero fuori è anche peggio (anche nei cosiddetti carceri modello), ma soprattutto la doppia condanna sta nel fatto che le donne rifiutano il carcere e questo è visto come un segno di disadattamento, di elusione delle regole che porta a considerarle come persone ingestibili. Tutto quello che manca, tutto quello che offende, che toglie alla radice identità e speranza. Leggere questo libro è utile a noi se vogliamo capire da dove partire per alzare il livello della nostra convivenza civile. Giustizia minorile, le mura più difficili sono quelle che i ragazzi hanno dentro di Ilaria Dioguardi vita.it, 1 giugno 2026 “Dentro le mura - Viaggio nel mondo degli adolescenti di oggi tra disagio, carcere e dissenso”. Il nuovo libro di Antonella Inverno (Save the Children Italia), porta al centro del dibattito pubblico le storie, i dati e le voci dei ragazzi e delle ragazze in conflitto con la legge per reati di natura violenta. “Per molti ragazzi le mura sono fuori e dentro, non c’è tanta differenza tra stare in carcere e vivere una vita in un contesto che non permette la vera libertà”, dice l’autrice. Un viaggio in uno dei contesti più critici dell’adolescenza contemporanea, tra disagio, violenza, marginalità e desiderio di futuro: gli istituti penali minorili. È “Dentro le mura - Viaggio nel mondo degli adolescenti di oggi tra disagio, carcere e dissenso” (Treccani), firmato da Antonella Inverno, Head of Research and Analysis di Save the Children Italia e giurista specializzata in tutela dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Nel volume, realizzato con il supporto di Save the Children, attraverso storie vere, dati e voci dal campo, Inverno ci fa entrare nei luoghi in cui i ragazzi e le ragazze incontrano la giustizia, raccontando cosa accade dentro e fuori gli Istituti penali minorili. Nella prefazione del suo libro, il cardinale Matteo Maria Zuppi scrive: “Le mura più difficili sono proprio le storie dei ragazzi, che spesso diventano mura per difendersi, per paura, per rabbia, per delusione, perché non intravedono altro. Queste pagine ci aiutano a capire cosa c’è dentro il carcere e cosa c’è dentro il cuore dei ragazzi che “stanno dentro”“. Cosa vuole dirci delle storie dei ragazzi che ha raccolto? La parte più intensa e difficile del libro è stata proprio la raccolta delle storie di ragazzi che stavano scontando una pena o avevano scontato una pena o una messa alla prova, quindi ragazzi in conflitto con la legge. Quello che è emerso in maniera abbastanza evidente è che per molti ragazzi le mura sono fuori e dentro: non c’è tanta differenza tra stare in carcere e vivere una vita in un contesto che non permette la vera libertà. Dalle loro storie, raccontate attraverso le interviste trascritte integralmente nel libro, si riesce ad avere chiarezza su quali sono le cause che spingono i minori alla devianza, che possono essere di natura di contesto. Da alcune storie è evidente come se si cresce in quartieri dove l’accesso alle armi è molto facile, dove la violenza si sperimenta fin da piccoli, è molto facile ricadere in quelle dinamiche quando si cresce. Emerge come le cause possono anche essere familiari, dovute a mancanze nel processo di crescita o, ancora una volta, nell’aver subito un’educazione violenta. Il libro mette in relazione queste storie con dei capitoli più di natura saggistica su quali sono i dati e le carenze del carcere, le criticità che si rilevano maggiormente all’interno della vita carceraria. Con un affondo anche sulla questione dei minori stranieri e dei minori stranieri non accompagnati-msna. Nel libro è presente una storia di un msna che è abbastanza emblematica di quelli che sono i percorsi, a volte obbligati, di questi ragazzi. “Negli ultimi anni gli ingressi negli istituti penali minorili sono aumentati del 30%, ma questo non è un segnale rassicurante; se il carcere diventa l’unica soluzione per correggere devianze significa che qualcosa si è rotto”, scrive sempre nella prefazione il cardinal Zuppi. Il terzo capitolo del suo libro si intitola Sorvegliare e punire. Cosa si è rotto? In questo capitolo passo in rassegna tutti i provvedimenti che da 20 anni a questa parte hanno caratterizzato la materia della sicurezza urbana e la violenza giovanile, evidenziando come ci sia stato un crescendo negli anni di risposte repressive rispetto a questi temi. Ma non si è mai andato a scavare su quelle che sono le carenze educative che portano ad episodi di violenza giovanile. In particolare, gli ultimi provvedimenti, il decreto Caivano e il decreto sicurezza, hanno introdotto dei meccanismi che hanno facilitato l’esecuzione della misura cautelare in carcere. Ad esempio, l’aggravamento della pena a seguito dell’evasione e dell’allontanamento da una comunità d’accoglienza, che prima era a discrezione del giudice e oggi è abbastanza obbligato. O ancora, un indebolimento della misura della messa alla prova. Sono tutte misure che hanno provocato un aumento del numero dei minori che entrano negli ipm. Un aumento che non è l’unico indicatore di una situazione che sta degenerando, l’altro indicatore è quello delle presenze medie nel carcere, che è estremamente aumentato negli ultimi anni. Vuol dire che in carcere ci si entra di più, ma soprattutto ci si rimane di più, anche perché uno degli ultimi decreti ha previsto un autonomo reato di rivolta in carcere anche per atti di disobbedienza agli ordini impartiti, anche non violenti. Dai racconti degli operatori che ho incontrato in carcere questa è una situazione che spesso si verifica con i minori stranieri, che entrano con un reato e non escono più o escono con 10 reati. Nel paragrafo dal titolo “In ricchezza e in povertà”, lei riporta le parole di Michele Curci, professore di geografia della generazione X che insegna tra Casal Bruciato e San Basilio. Parlando di scuola, spiega come si concretizzano le disuguaglianze che continuano a crescere nel nostro Paese: “Ci sono soldi per la digitalizzazione delle scuole con il Pnrr, ma non per la carta igienica. Chiediamo di acquistare i libri in edizioni digitali, ma non abbiamo i supporti: ho insegnato in scuole dove tutti avevano il tablet e in altre dove le famiglie non riescono a comprare i quaderni. Alcune scuole sono belle, altre no, sono dei casermoni, i colori non rispecchiano le età di chi le vive, ci sono disagi continui, le strutture sono fatiscenti. Per i ragazzi e le ragazze è come stare in un ghetto”... Quella con Curci è stata una lunghissima chiacchierata in cui il tema delle disuguaglianze nelle scuole è stato assolutamente evidente. Mi ha raccontato anche di scuole senza condizionatori, con i termosifoni rotti. Metteva un po’ in discussione il fatto di impedire ai ragazzi e alle ragazze di andare in calzoncini a scuola quando ci sono 40 gradi e, nello stesso tempo, di offrire loro una scuola che non ha gli strumenti per agevolare la permanenza presso l’istituto. Ha colpito molto anche me quando ha parlato di casermoni grigi che non hanno i colori che rispecchiano l’età dei ragazzi, che non sono belli. Sappiamo che la bellezza è un grande elemento che aiuta l’educazione e mi ha parlato di queste scuole come di un coacervo di situazioni drammaticamente difficili, che anche loro insegnanti non sono messi nelle condizioni di poter gestire, un po’ perché manca la continuità didattica (da un anno all’altro cambiano tantissimi professori), un po’ perché mancano, come racconta lui, gli strumenti pratici. Magari ci sono soldi per progetti che riguardano l’alfabetizzazione digitale e il mondo nuovo che verrà, ma sotto crollano le basi. “Non c’è nessuna connessione tra l’aumento delle presenze e l’aumento dei reati. Almeno su Roma, prima di un anno fa non esisteva che un sedicenne in attesa di giudizio passasse nove mesi in ipm. È come se fosse tutto un meccanismo che si sta in qualche modo inceppando e estrema mente irrigidendo”, dice nel libro Valentina Calderone, garante dei diritti delle persone private della libertà personale di Roma Capitale. Quello che mi ha colpito molto dell’intervista con Valentina Calderone è stato il suo riferimento al sovraffollamento, ha usato proprio parole come “corpi costretti” in uno spazio inadeguato. Quello che lei mette in evidenza, a cui io avevo pensato meno, è proprio il fatto che tutto il processo si arresta, quando ci sono troppi minorenni e giovani adulti che si ritrovano a dover scontare delle misure penali e gli operatori non aumentano di numero. Così come non aumentano le opportunità che possono essere fornite a questi ragazzi. Tutto il sistema sballa e non gira più come dovrebbe. Un concetto che rilevo anche nelle conclusioni è la necessità di investire maggiormente non solo in termini di prevenzione in tutto il sistema educativo, ma anche in termini di risposta. Per diversi dei ragazzi che ho intervistato il percorso penale è stato uno strumento utile per elaborare quello che era successo e, soprattutto, quello che li aveva portati a commettere il reato. Degli strumenti di risposta penale che funzionano non possono che essere strumenti comunitari, bisogna far riscoprire ai minori e giovani adulti la vita della comunità e la solidarietà anche tra i membri della comunità. Se questi ragazzi commettono dei reati è perché molto spesso non hanno più quel senso di empatia verso l’altro. È sulla relazione che bisogna andare a lavorare per ricostruire un futuro possibile. Se non vengono fornite risorse umane e strumentali a chi deve fare questo lavoro tutti i giorni, allora diventa tutto molto più difficile. Tra le storie che lei racconta, c’è quella di Giovanni, che dice: “La vita non è questo, ma proprio tutt’altro. Cioè, noi siamo chiusi in una bolla e non vediamo nient’altro di bello, vediamo solo cose negative”. Lei scrive: “Anche Giovanni è rimasto incastrato nelle stesse maglie di una rete che sembra non lasciare scampo e nelle sue parole contradditorie è abbastanza evidente che sia stato coinvolto, forse proprio perché minorenne, in una ritorsione tra adulti finita male”... Giovanni mi disse: “Finché io non mi sono reso conto che c’era qualcos’altro fuori a cui potevo aspirare, che la mia vita non era segnata da un percorso, semplicemente accettavo il carcere come parte della mia vita”. Aveva una famiglia di tradizione criminale, aveva sperimentato le mura del carcere da quando era bambino, andando a trovare il nonno in un istituto di pena, poi il padre e si era ritrovato anche lui in carcere con un omicidio sulle spalle. L’assistente sociale mi disse che era un detenuto modello, anche di esempio per gli altri, ma non aveva per niente elaborato quello che stava succedendo. Semplicemente accettava il carcere come parte della sua vita, come lo era stato per il padre e prima ancora per il nonno. Invece poi, quando è stato trasferito in un istituto penitenziario di dimensioni più ridotte, aveva cominciato a sperimentare progetti educativi ben costruiti, un contatto con l’esterno sempre più presente e aveva iniziato a capire a che cosa stava rinunciando stando dentro. Poi, si è costruito un’altra vita; quando l’ho intervistato era un padre sposato con dei progetti per il futuro ben chiari. Nel libro si parla anche di formazione di tipo pedagogico degli operatori che sono, a vario titolo, a contatto con minorenni e giovani adulti detenuti. Mario Schermi parla di risorse messe a disposizione per la crescita professionale organizzativa del sistema giustizia che sono di molto ridotte. Afferma che c’è una richiesta enorme, ma mentre una volta gli operatori si riuscivano a raggiungere con proposte formative anche diverse volte l’anno, oggi capita loro di non incontrare una proposta formativa anche per 10 anni… Sì, do un’informazione su tutte: è stato chiuso l’Osservatorio di Nisida sui comportamenti giovanili a rischio devianza. Questo vuol dire dare un taglio con la tradizione pedagogica che c’è stata fino ad oggi in questo campo. Anche le risorse per la formazione di operatori che ho visto lavorare sul campo, sono man mano diminuite. E questi operatori sono i primi a voler capire meglio come innescare dei processi di cambiamento. Mi hanno colpito molto le parole del direttore dell’ipm di Bari Nicola Petruzzelli: “Il tema non è solamente arruolare nuovi operatori, specializzarli, formarli e inserirli, ma anche quello di continuare ad aggiornarli su temi nuovi: le ludopatie, l’educazione ai sentimenti e alle relazioni, le dipendenze patologiche”. Raccontare le professioni del sociale non è un atto di cronaca, ma un atto culturale e politico. È la scelta di portare finalmente sotto i riflettori chi lavora nell’ombra, chi svolge un mestiere che la società finge di rispettare e che invece tratta con noncuranza. Lo facciamo su VITA magazine di maggio... Sono tutti temi su cui non si ha una formazione adeguata per poter intervenire coi ragazzi, quindi si rischia che questi percorsi poi siano non personalizzati, che si faccia banalmente passare del tempo ai giovani senza, però, arricchirli di qualcosa di nuovo. Petruzzelli dice anche: “Noi dobbiamo capire come trattare i ragazzi, come modificare i comportamenti, come innescare meccanismi di cambiamento, di recupero, di cura e riabilitazione. Gli ultimi educatori che sono stati assunti sono stati mutuati da una graduatoria di funzionario giuridico-pedagogico del dipartimento penitenziario, cioè erano idonei non vincitori di un concorso, non hanno mai studiato il diritto minorile, la procedura penale minorile, la psicologia dell’età evolutiva, la pedagogia. Queste persone erano idonee per fare gli educatori negli adulti, non sono mai stati formati per lavorare con i minori”. Nel suo libro, lei dice: “Il dilemma rimane. Servono più carceri per i minorenni in ossequio al principio di prossimità introdotto con la riforma del 2018, o in una società moderna semplicemente il carcere minorile non dovrebbe esistere e la giusta punizione trovare altre forme?”. Come ci si dipana da questo dilemma? Mario Schermi l’ha sciolto dicendo che “ci devono essere i servizi che servono. L’unica formula possibile di istituto penale minorile è un istituto penale che garantisca un’organizzazione di tipo comunitario, quindi contenere non più di 20-25 ragazzi. Quindi la risposta è sì, moltiplichiamoli pure, la cosa che non dobbiamo avere è un istituto in cui ci sono 60-70 ragazzi, perché questo non riesce a garantire una struttura di tipo comunitario e diventa il carcere per adulti, dove devi semplicemente con trollare, devi disciplinare i corpi dentro la struttura”. Quindi, ogni servizio che abbia delle caratteristiche di comunità può funzionare anche detentivo. Tante altre persone che ho intervistato mi hanno detto che il carcere per i minorenni non dovrebbe proprio esistere perché dovrebbero esserci più comunità, magari anche di tipo penale, dove i ragazzi possono sperimentare anche forme di contatto maggiori con l’esterno. La questione che veramente fa la differenza è il numero di operatori dedicati ad ogni ragazzo. Gli agenti penitenziari non hanno una formazione specifica e spesso hanno pochi anni più dei ragazzi. E se gli agenti, che sono quelli che hanno un contatto maggiore con i ragazzi in carcere, non hanno gli strumenti per decodificare comportamenti aggressivi (che sono spesso i comportamenti aggressivi che tutti gli adolescenti mettono in campo in quella fascia di età così particolare in cui si sta costruendo l’identità) chiaramente poi tutto può degenerare e aumentare i carichi penali di questi ragazzi. Nelle sei traiettorie biografiche raccolte, tutti gli adolescenti che ha incontrato hanno oltrepassato un confine normativo, spinti in alcuni casi dal bisogno di appartenenza, in altri dalla rabbia, in altri ancora da un intreccio di sfida e disperazione. Ma in ognuno dei protagonisti raccontati persiste la stessa domanda: “Chi sono io, e qual è il mio posto nel mondo?”. Com’è stato raccogliere queste storie? A me hanno lasciato un carico emotivo molto forte addosso perché tutti i ragazzi e le ragazze che ho intervistato hanno sperimentato una disgregazione delle proprie famiglie per vari motivi, una educazione violenta. Molto spesso vivevano nella violenza, facevano uso di armi, nella loro quotidianità c’era la prevaricazione per ottenere qualcosa che a loro sembrava fosse stato tolto. Tutti hanno questa sensazione fortissima di deprivazione di qualcosa che gli altri hanno e loro no. Sono tutti temi che rimandano all’idea di ragazzi e ragazze che non riescono a creare per loro un progetto di vita, non riescono a farlo perché non sanno quale potrebbe essere il loro posto nel mondo. Questo perché qualcosa nel patto educativo non ha funzionato. Sono ragazzi che molto spesso vengono, in qualche modo, messi all’angolo nel sistema educativo. Molti ragazzi mi hanno raccontato di aver lasciato la scuola e che nessuno è andato a cercarli per riportarli dentro. Sono ragazzi per cui la funzione educativa viene abbandonata proprio nel momento in cui ne avrebbero più bisogno. Ecco che si ritrovano proprio nel sistema penale ad avere a che fare, invece, con operatori che per la prima volta li guardano nella loro essenza e che riescono a mettere in campo degli interventi e anche una relazione autentica che riesce a tirare fuori dai ragazzi le parole per esprimere le loro emozioni e la capacità di gestire le loro emozioni. L’elemento che ho ritrovato in molte storie che ho raccolto è il fatto di riuscire nella rieducazione. Ma non tutti i ragazzi che ho intervistato avevano già attivato questo processo di cambiamento. Mi ricordo, in particolare, di un ragazzo coinvolto nella criminalità organizzata, era stato portato dal padre a piazzare delle bombe davanti a un negozio a fini estorsivi. Questo ragazzo oggi (in conseguenza degli ultimi decreti in materia di sicurezza) è stato trasferito in un carcere per adulti, dalle sue parole emergeva una mancanza assoluta di speranza per il futuro. Lui era convinto che sarebbe morto in carcere o per strada, appena uscito. La giustizia prima della linea di partenza di Vittorio Pelligra* Il Sole 24 Ore, 1 giugno 2026 Una società giusta non promette a tutti lo stesso arrivo. Ma può e deve impedire che l’arrivo sia già scritto nella partenza. A volte l’ingiustizia appare sotto mentite spoglie. Non fa rumore e non produce scandalo immediato. Si presenta sotto forma di differenze. Differenze di rendimento scolastico, di salute, di fiducia, di sicurezza, di ambizione, di capacità di orientarsi nel mondo. Un bambino impara a leggere prima, un altro dopo. Una ragazza inizia le superiori sapendo già che cosa sia l’università, un’altra non conosce nessuno che l’abbia mai frequentata. Qualcuno trova in casa libri, silenzio, supporto e incoraggiamento. Qualcun altro, invece, trova stanchezza, precarietà, spazi stretti, adulti nervosi e assenti non per colpa, ma per fatica. Poi, a un certo punto, la società misura, confronta, seleziona. Chi ha fatto meglio viene premiato, chi è rimasto indietro viene invitato a impegnarsi di più. È qui che la disuguaglianza compie la sua truffa morale. Si presenta come un risultato, dopo aver lavorato a lungo, dietro le quinte, come una precondizione. Prima della gara - Il contributo più importante di John Roemer alla teoria dell’eguaglianza delle opportunità sta proprio nell’aver costretto la filosofia politica a gettare luce su questo punto e aver tentato di smontare la logica perversa della meritocrazia ingenua. Non basta dire che le persone devono essere giudicate per ciò che fanno e non per ciò che sono. Non basta neppure dire che la competizione deve essere aperta e non discriminatoria. Occorre chiedersi che cosa sia accaduto prima che la competizione avesse inizio. Quali risorse fossero disponibili. Quali capacità fossero già state formate. Quali aspettative fossero state incoraggiate o spente. Quali ferite, quali mancanze e quali vantaggi impliciti avessero già determinato la possibilità stessa di scegliere. Roemer distingue due modi di intendere l’eguaglianza delle opportunità. Il primo è il principio di “non discriminazione”. Quando si compete per una posizione, tutti coloro che possiedono le qualità rilevanti devono poter entrare nella competizione e devono essere giudicati solo in base a quelle qualità. È un principio fondamentale, figlio dell’illuministico “carrière ouverte aux talents” (carriere aperte ai talenti). La violazione di questo principio imprigiona la società in gerarchie arbitrarie fondate sul sesso, sull’origine sociale, sull’etnia, sulla religione. Ma per Roemer questo principio non basta. Perché una selezione formalmente imparziale può essere lo stesso profondamente ingiusta se avviene dopo che le condizioni di formazione delle persone sono state radicalmente diseguali. Come scrive in Equality of Opportunity, “Prima che la competizione abbia inizio, occorre garantire pari opportunità, ricorrendo se necessario a misure di intervento sociale; una volta iniziata, però, ognuno deve cavarsela da solo” (Harvard University Press, 1998, p. 2). Prima che la competizione inizi, le opportunità devono essere rese uguali, anche attraverso l’intervento sociale; dopo, gli individui rispondono personalmente delle proprie scelte. Circostanze, impegno e responsabilità - Tutta la difficoltà sta in quel “prima”. Dove finisce la responsabilità della società e dove comincia quella dell’individuo? Dove collocare la linea di partenza? Roemer non offre una risposta retorica, ma un criterio analitico. Dobbiamo distinguere ciò che dipende dalle circostanze da ciò che può essere attribuito all’impegno del singolo. Le “circostanze” sono quei fattori che influenzano le possibilità di vita delle persone e dei quali non le possiamo ritenere responsabili: il patrimonio genetico, la famiglia in cui nascono, il quartiere in cui crescono, il livello di istruzione dei genitori, la lingua parlata in casa, la ricchezza o la povertà dell’ambiente culturale, la salute, la qualità delle scuole disponibili, la rete di relazioni, perfino l’orizzonte delle aspettative che viene trasmesso nei primi anni di vita. L’impegno, invece, è ciò che resta nell’ambito della scelta personale. Non perché sia puro e scevro da condizionamenti - Roemer sa bene che anche la capacità di impegnarsi è influenzata dal contesto - ma la sua proposta è proprio quella di trovare un modo per attribuire responsabilità senza trasformare le circostanze in colpe individuali. Da qui nasce l’idea dei “tipi”. Gli individui che condividono circostanze simili appartengono allo stesso “tipo”. L’impegno non va allora confrontato in termini assoluti tra persone collocate in mondi diversi, ma in termini relativi all’interno del proprio “tipo”. Due persone hanno compiuto uno sforzo comparabile non quando hanno dedicato lo stesso numero di ore allo studio, ma quando occupano la stessa posizione nella distribuzione dell’impegno del gruppo a cui appartengono, definito dalle circostanze che hanno condizionato la loro esistenza. Lo studente al cinquantesimo percentile di impegno tra coloro che provengono da famiglie fragili e lo studente al cinquantesimo percentile tra coloro che provengono da famiglie avvantaggiate devono essere considerati, in questo senso, egualmente meritevoli, anche se, a causa delle diverse circostanze, il loro impegno genererà risultati differenti. Le implicazioni politiche di questo ragionamento sono chiare. Una società giusta opererà per compensare le differenze nelle circostanze in modo che, a parità di sforzo relativo, i risultati non siano sistematicamente diversi. “La parità di opportunità richiede che si compensino le persone per le differenze nelle loro condizioni di vita, nella misura in cui tali differenze incidono sul rendimento scolastico, ma non che si compensino le conseguenze di un diverso impegno profuso” (p. 7). La giustizia non consiste, dunque, secondo Roemer, nel cancellare ogni differenza nei risultati, né nel negare la responsabilità personale, consiste, piuttosto, nel fare in modo che ciò di cui non siamo responsabili non determini ciò che possiamo diventare. Per questo Roemer sposta la discussione dall’astrazione morale al disegno istituzionale. Come deve essere finanziata la scuola? Come devono essere distribuite le risorse educative? Che cosa significa garantire accesso alla salute? Quanto e come dobbiamo investire nella prima infanzia, nel sostegno al reddito, nelle borse di studio. Come organizzare l’orientamento, la formazione, le politiche attive del lavoro? In questo quadro teorico l’eguaglianza delle opportunità è tutt’altro che uno slogan. È piuttosto una tecnologia istituzionale. Uguagli non identici - Il punto decisivo è che trattare tutti nello stesso modo non significa necessariamente trattare tutti in modo giusto. Questa è forse la lezione più difficile da accettare per una cultura pubblica abituata a confondere l’eguaglianza con l’”identicità”. Se due bambini hanno bisogni diversi, dare a entrambi la stessa cosa può voler dire lasciare intatto il divario iniziale. “Non c’è nulla che sia ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali” scriveva don Lorenzo Milani nella sua Lettera a una professoressa. Se uno arriva a scuola avendo già ricevuto anni di stimoli linguistici, letture, conversazioni, viaggi e sostegno familiare, mentre l’altro arriva con un patrimonio molto più fragile, la stessa aula, lo stesso banco, lo stesso insegnante, lo stesso libro non producono necessariamente la stessa opportunità. Roemer lo dice con una chiarezza che dovrebbe diventare criterio ordinario di valutazione delle politiche pubbliche: “Costruire scuole identiche e dotarle di insegnanti identici in diverse comunità in cui i bambini vivono in condizioni molto diverse non servirà quindi, in linea di massima, a garantire loro pari opportunità di successo” (p. 24). La ragione è semplice. Un’opportunità non è una cosa. Non è un edificio, un banco, una mensa, un computer o una borsa di studio. Questi sono strumenti. L’opportunità è la capacità effettiva di trasformare quei mezzi in apprendimento, scelte e possibilità reali. Roemer scrive ancora: “Un’opportunità è una cosa astratta. Non è una scuola, né un piatto di cibo nutriente, né una dimora accogliente, ma è piuttosto una capacità che si sviluppa utilizzando in modo appropriato quella scuola, quel cibo e quella dimora” (ibid.). L’opportunità è una capacità che prende forma nell’uso appropriato di ciò che riceviamo. Ma proprio questa capacità non è distribuita in modo uniforme. Dipende da condizioni precedenti, da abitudini, da sicurezza, da linguaggio, da salute, da relazioni, da fiducia. Per questo una politica delle opportunità non può limitarsi a distribuire oggetti uguali. Deve interrogarsi sulla diversa capacità delle persone di trasformare quegli oggetti in un orizzonte di vita possibile. La scuola che eredita le disuguaglianze - Qui la scuola italiana diventa un banco di prova esemplare. La Costituzione le assegna un compito emancipativo: quello di rimuovere gli ostacoli e di aprire percorsi, spezzando la trasmissione ereditaria dei destini. Eppure, troppo spesso, insegnanti e dirigenti si trovano troppo spesso ad operare in condizioni difficili perché l’istituzione nel suo complesso è chiamata a compensare disuguaglianze enormi con risorse insufficienti, tempi troppo brevi e strumenti spuntati. I dati Invalsi continuano a mostrare, anno dopo anno, il peso del contesto socioeconomico, culturale e geografico sugli apprendimenti. Gli studenti provenienti da famiglie più avvantaggiate ottengono risultati migliori e questi divari si intrecciano con profonde differenze territoriali. In alcune aree del Paese la scuola riesce ancora a correggere in parte le disuguaglianze di origine, in altre rischia di registrarle, certificarle e perfino amplificarle. L’istituzione che dovrebbe impedire alla sorte di trasformarsi in destino finisce, talvolta, per mettere un timbro pubblico su ciò che la lotteria della nascita ha già prodotto. Guardata con gli occhi di Roemer, questa non è solo una questione di spesa. È una questione di architettura della giustizia. Una scuola eguale solo formalmente può produrre opportunità profondamente diseguali. Una distribuzione uniforme delle risorse può diventare regressiva se ignora che alcuni territori, alcune famiglie, alcuni bambini hanno bisogno di più scuola, più tempo, più cura, più continuità, più orientamento, più sostegno. Non per essere favoriti, ma per non essere sfavoriti due volte. Prima dalle circostanze e poi da istituzioni che fingono di non vederle. Una politica roemeriana dell’istruzione dovrebbe allora partire da alcune domande molto concrete. Dove sono concentrati gli svantaggi familiari, sociali e territoriali? Quali scuole accolgono studenti con maggiore fragilità economica, culturale e linguistica? Quali comunità hanno meno servizi per la prima infanzia, meno biblioteche, meno trasporti, meno tempo pieno, meno possibilità di orientamento? Quali studenti hanno bisogno di più accompagnamento nella transizione tra cicli scolastici, nell’accesso all’università, nell’ingresso nel lavoro? La risposta a queste domande non può essere soltanto quella di provare a garantire a tutti gli stessi programmi, le stesse infrastrutture e lo stesso calendario scolastico. La risposta dovrebbe essere personalizzata e prevedere risorse differenziate, proporzionate, cioè, all’entità dei problemi da risolvere e agli ostacoli da rimuovere. E non si tratta soltanto di quanto si investe ma di come si compone la spesa. Basilicata, Calabria Sardegna e Sicilia, per esempio, hanno la spesa per studente più alta di Lombardia, Piemonte, Veneto ed Emilia-Romagna e, contemporaneamente i risultati peggiori, in termini di percentuale di studenti di III media con competenze insufficienti. Questo conferma che il problema non è la quantità di denaro per studente, ma la sua composizione. Nelle regioni del Sud quasi tutto va in stipendi per via dell’età elevata dei docenti e pochissimo rimane per servizi: tempo pieno, mense, supporto psicopedagogico, trasporti. La relazione importante non è, dunque, quella tra spesa e risultati, ma tra composizione della spesa e risultati. Dove la spesa è orientata verso servizi agli studenti, i risultati sono migliori. Dove è quasi interamente assorbita dai costi del personale, la spesa elevata non si traduce in qualità. Compensare la lotteria della nascita - Questo vale per la scuola, ma non solo per la scuola. Vale per la sanità, perché nascere in un contesto svantaggiato significa spesso essere esposti a peggiori condizioni ambientali, minore prevenzione, maggiore incidenza di malattie croniche, accesso più difficile alle cure. Vale per le politiche della prima infanzia, perché i primi anni sono il luogo in cui le disuguaglianze iniziano a sedimentarsi. Vale per l’università, perché il diritto allo studio non può ridursi alla proclamazione astratta che tutti possono iscriversi, se poi il costo della vita, l’assenza di alloggi, la distanza geografica e la mancanza di capitale culturale rendono quella possibilità impraticabile. Vale per il mercato del lavoro, perché l’accesso alle professioni migliori dipende spesso da reti informali, stage non pagati, disponibilità a lunghi periodi di incertezza che solo alcune famiglie possono permettersi di finanziare. La giustizia delle opportunità, dunque, non è una giustizia leggera. Non è la formula comoda con cui ci si libera della questione dell’eguaglianza stabilendo regole uguali per tutti e che vinca il migliore. È, al contrario, una delle forme più esigenti della giustizia pubblica, perché chiede alle istituzioni di intervenire prima che la gara inizi, quando le disuguaglianze sono ancora meno visibili ma già potentissime. Chiede di investire dove il rendimento politico è meno scontato: sui bambini piccoli, nelle periferie, nelle aree interne, nelle scuole difficili, nelle famiglie fragili, nei passaggi silenziosi in cui si decide se una persona imparerà a pensarsi capace oppure no. C’è, in tutto questo, anche una diversa idea di merito. Il merito non scompare. Ma smette di essere la legittimazione morale della disuguaglianza. Diventa qualcosa che può essere riconosciuto solo dopo aver interrogato le condizioni in cui è maturato. Una società che premia i risultati senza guardare a ciò che è capitato prima della linea di partenza non sta celebrando il merito ma il vantaggio travesto da talento. Una società che, invece, prende sul serio la prospettiva che ci propone Roemer sa che l’impegno è moralmente significativo solo se le persone hanno avuto possibilità comparabili di esercitarlo. Una competizione nella quale lo sforzo non è già piegato dal peso invisibile delle circostanze. Per questo l’eguaglianza delle opportunità non coincide mai con il semplice trattamento identico. A volte la giustizia deve dare di più a chi ha ricevuto di meno, non per produrre un privilegio inverso, ma per ridurre uno svantaggio originario. Deve investire di più dove le condizioni di partenza sono più fragili. Deve riconoscere che la neutralità, in un mondo diseguale, può diventare complicità. Dire “stesse regole per tutti” può sembrare imparziale, ma se alcuni arrivano alla linea di partenza con scarpe leggere e altri con pesi alle caviglie, l’imparzialità della regola serve soltanto a rendere più accettabile l’ingiustizia della corsa. Riparare le partenze significa allora assumere la giustizia come manutenzione permanente delle possibilità. Non basta dichiarare accessibile un percorso se per molti quel percorso resta socialmente, culturalmente, economicamente impraticabile. Non basta dire ai giovani che il futuro è nelle loro mani, se prima non ci chiediamo che cosa abbiamo messo in quelle mani. Una società giusta non promette a tutti lo stesso arrivo. Non potrebbe farlo, naturalmente, senza negare la libertà e la responsabilità. Ma può e deve impedire che l’arrivo sia già scritto nella partenza. È questa la misura più concreta dell’eguaglianza delle opportunità. *Professor of Economics - Director, C-BASS, Center for Behavioral and Statistical Sciences, Department of Economics and Business, University of Cagliari Io, figlio della Repubblica in lotta contro i suoi nemici di Maurizio Maggiani La Stampa, 1 giugno 2026 Devo tutto all’ordine nato il 2 giugno. In passato bombe, terrorismo, mafia e depravazioni politiche hanno attentato alle sue basi. Oggi i rischi arrivano dalla scuola e dalla nuova legge elettorale. Sono un repubblicano, un figlio della Repubblica. Sono stato messo al mondo nella miseria e nella promettenza, la miseria era ciò che restava di tutto quello che non sarebbe mai più potuto accadere, la dittatura, la guerra, la Repubblica ne era la promessa, il giuramento. A quel giuramento aderirono con incondizionata fiducia anche l’operaio e la contadina che mi hanno generato; andarono tutti e due a votare Repubblica lui con la coccarda di Combattente per la Libertà, lei con una piccola croce di stagno al collo, quella, minuscola, d’oro gliel’avevano portata via le camicie nere, la presero a schiaffi perché era una traditrice, l’oro andava donato alla patria fascista per tempo. Sono nato nella stanza che prendeva più luce in una casa che ancora era segnata da due anni di combattimenti sulla Linea Gotica; mi è stato raccontato che in quella stanza dei miei natali si era per tempo ridipinta più e più volte la parete dove allignava indelebile la traccia di un proiettile di mortaio fortunosamente inesploso, perché non fosse quell’immonda traccia la prima cosa che potessi vedere, a cavar via il proiettile era stato un prozio molto rispettato in paese per la sua radicale fede mazziniana, solitario portabandiera della minuscola brigata di Pensiero e Azione, di mestiere era un fuochino, il cavatore addetto alle mine. Del proiettile aveva fatto un vaso da fiori che faceva la sua bella figura sul tavolo di cucina, l’esplosivo lo conservava in luogo segreto per un non si sa mai; era così ben scelto quel nascondiglio che sul letto di morte consegnò agli eredi il compito disperato di cercarlo dove lui non ricordava più dove, la Repubblica ancora bambina stava facendo pulizia di macerie anche nella testa dei suoi padri. La Repubblica mi ha dato molto di ciò che era stato promesso dai repubblicani fondatori, i repubblicani del 25 Aprile del 1945, la mia gioventù è stata la sua giovinezza, e sì, mi ha concesso di vivere in promettenza, mi ha istruito, mi ha curato, mi ha preservato dalla miseria. Non posso dimenticare come la mia generazione ha potuto nel crescere salvarsi dalla tubercolosi, dal vaiolo, dalla polio, come ha potuto per la prima volta nella storia, e non credo solo nella storia di questo Paese, studiare in massa fino all’istruzione superiore, e come un operaio abbia potuto nutrire la sua famiglia fino alla sazietà e condurla in una vita colma di dignità. Ma la Repubblica non è un decreto affisso all’albo pretorio, la Repubblica è vita, la vita di tutti coloro che accettano la sua cittadinanza; la Repubblica fondata sul lavoro ha per ragione di vita i lavoratori, la Repubblica fondata sui diritti inalienabili e i doveri ineludibili ha per linfa vitale l’assunzione dell’universale responsabilità individuale e comune. Chi accetta il patto repubblicano, si assume la responsabilità di esserne il sovrano guardiano, il tutore, il militante; la Repubblica è una creatura vivente, dunque è fragile, è delicata, ha i suoi nemici. I nemici della Repubblica sono stati sin dalla sua infanzia molti, potenti e recidivi, incistati persino nel suo cuore. La Repubblica ha dovuto difendersi dalle bombe, dai colpi di stato, dal terrore politico e mafioso, dalle depravazioni dei suoi principi fondanti, ha lasciato sul campo non pochi dei suoi più fedeli servitori, ma ha sempre avuto nei suoi guardiani l’ultima e la decisiva difesa. E li ha ancora i suoi temibili nemici, e ancora nel suo cuore. Non sono ora le bombe che fanno strage di vite, ma gli attentati politici ai suoi pilastri di fondazione che fanno strame della sua vitalità. La prossima legge elettorale, ad esempio, l’accaparramento dei poteri, la cancellazione degli ultimi lembi di sovranità popolare già ampiamente corrosa dalle precedenti riforme elettorali; la governabilità è un potente nemico della Repubblica, la governabilità brandita come un’ascia per decapitare la cittadinanza attiva, l’elettore privato della sua sovranità nella scelta delle sue rappresentanze ridotto a oggetto di una pratica burocratica. In nome della governabilità è del tutto irrilevante se a votare vada solo una élite, l’importante è che quella élite sia portatrice di interessi che garantiscano il mantenimento del potere a chi ce l’ha già. Ma il nemico più fetente è la volontà di deprimere, avvilire, mortificare e infine levarsi di torno la nuova generazione. O sarà la generazione a venire a farsi guardia repubblicana o la repubblica non sarà, non questa. Se c’è un fatto da considerare sugli esiti del recente referendum costituzionale è che una nuova generazione esiste, nonostante tutto esiste e anche se allontanata e relegata, è presente, utilizza l’ultimo residuo di sovranità e decide per la Repubblica. A questo governo si pone il compito di un duro lavoro di repressione e compressione, di rieducazione. Gli strumenti vi sono, ma più che quelli di pubblica sicurezza, è fondamentale la revisione del sistema educativo, la scuola, a partire naturalmente dalla necessità più urgente, sistemare i conti con l’istruzione superiore. Dovremmo tutti noi repubblicani fare la fatica di leggerci le linee guida al riguardo che il ministero ha emanato per il prossimo anno scolastico. Chi le giudica un’emulazione della riforma Gentile del ‘23 del secolo scorso, la più fascista delle leggi a detta di Benito Mussolini, pensa una sciocchezza; Gentile era un grande intellettuale che si diede al fascismo, queste linee guida sono frutto di un’intenzione non dissimile ma realizzata con rara sfrontatezza intellettuale e lessicale. Un esempio? Si afferma contro l’universalismo pericolosamente indotto dalla presenza di studenti provenienti da “contrade” aliene la preminenza su ogni altra della storia patria e occidentale, formatrici del mondo, di lex e ius, di scienza e legge, e infine la superiorità de “il concetto di storia che è il nostro”. Come se non fossimo debitori da quattromila anni alla civiltà siriana di Ugarit del sistema di scrittura alfabetico, come se non lo fossimo per un sistema politico rispettoso dei diritti individuali, compresa la libertà personale, al Cilindro di Ciro il Grande, come se potessimo fare a meno del sistema di numerazione arabo, mutuato a sua volta da quello indiano, che per altro ci ha dato lo zero, e senza lo zero non avrei neppure da scrivere su questo computer. Ma lasciamo perdere. La riforma degli istituti tecnici ripropone di fatto l’avviamento al lavoro, lasciando perdere una dispendiosa educazione paritaria, la scuola torna rigidamente classista, e così a quegli istituti gli si toglie un anno e vi sono radicalmente ridimensionate le materie genericamente umanistiche, ad esempio non si insegna più lingua e letteratura italiana ma solo la lingua, la letteratura può far venire strane idee a chi deve andare a lavorare senza fare storie. Per la élite liceale il progetto del programma di storia è revisione e smemoratezza, lo strumento essenziale, da sempre, per ricondizionare una generazione. Alcune perle: nel novembre del ‘17 in Russia non c’è stata una rivoluzione ma un colpo di stato - per altro la suggestione è proprietà di Vladimir Putin - la marcia su Roma è frutto dell’abilità tattica di Benito Mussolini, degli anni 70 vanno ricordate diverse conquiste sociali ma non il diritto all’interruzione volontaria della gravidanza, quegli anni furono segnati dal terrorismo e dal delitto Moro ma non dallo stragismo e dalle connivenze dei poteri politici e dei loro programmi di destabilizzazione della Repubblica. È da lì, dalla scuola, che prende slancio ogni nuovo inizio, aveva ragione Benito Mussolini; e è da come la generazione a venire si potrà formare una coscienza civile e una sensibilità umana che sapremo se la Repubblica potrà ancora vivere o si lascerà morire. Lezioni di pace ignorate dai leader di Duilio Giammaria La Stampa, 1 giugno 2026 Ogni guerra viene presentata come inevitabile, altrimenti mancherebbero i presupposti. Ogni volta i governi sostengono di non avere alternative. Quasi sempre, a distanza di anni, la storia racconta una versione diversa. Il Medio Oriente è il teatro dove si sono concentrati eventi bellici recenti. Dall’Iraq alla Libia, la dinamica si è ripetuta: la diplomazia viene tagliata fuori, le trattative giudicate inconcludenti, la guerra descritta come l’unica strada percorribile. Poi arrivano gli archivi, le testimonianze, le commissioni d’inchiesta e i processi. E ciò che appariva inevitabile si rivela spesso il risultato di decisioni politiche arbitrarie, influenzate da ideologie, interessi strategici, ambizioni personali e valutazioni che spesso quando sono stati attenuati gli effetti delle distruzioni, si incomincia a giudicare severamente. L’esempio più clamoroso resta l’invasione dell’Iraq del 2003. Oggi sappiamo che esistevano percorsi alternativi, che l’ipotesi di esilio per Saddam Hussein era molto concreta. Diversi canali diplomatici, ufficiali e informali, tentarono di individuare una soluzione che consentisse la sua uscita dal potere evitando l’intervento militare. Ho esperienza personale e diretta di quel periodo come durante l’ultima visita a Roma di Tarek Aziz, storico ministro degli Esteri e vicepremier iracheno. In quei giorni apparve evidente che il regime stesse compiendo un’estrema iniziativa diplomatica per scongiurare un conflitto ormai imminente. Ricordo altrettanto chiaramente come si manifestò una tendenza a minimizzare la portata politica di quella missione. Anche nei confronti dei grandi organi di informazione, tra cui la RAI, si percepivano pressioni e resistenze affinché a quel viaggio non fosse dato il rilievo che meritava. Eppure, Tarek Aziz stava effettivamente cercando di tenere aperto un canale negoziale anche quando ormai la macchina della guerra era quasi irreversibilmente avviata. Papa Giovanni Paolo II fu tra i più determinati oppositori dell’intervento, sostenendo che la guerra preventiva rappresentava la sconfitta del diritto internazionale e della politica. Marco Pannella cercò fino all’ultimo di promuovere soluzioni alternative, insistendo sulla possibilità che l’esilio di Saddam Hussein potesse disinnescare il conflitto. Anche a distanza di anni Pannella continuò a cercare le prove di ciò che non fu fatto per arrestare la guerra. Dalle onde di Radio Radicale, che proprio in questi giorni ha riaperto gli archivi delle sue dichiarazioni, arrivò a definire l’atteggiamento di George W. Bush e Tony Blair un vero e proprio “tradimento dei valori occidentali”. Non contestava cioè soltanto la strategia politica, ma l’idea che la forza potesse sostituire il diritto, che la guerra preventiva potesse basarsi sui principi sui quali le democrazie occidentali hanno costruito la propria legittimità morale. Successivamente quando la guerra era già in pieno svolgimento, in un colloquio informale con lo sceicco Mohammed bin Rashid Al Maktoum, riuscii ad avere conferma che era stata predisposta una soluzione concreta per accogliere l’esilio del leader iracheno e il suo ristretto entourage. Constatai personalmente l’esistenza del compound di residenze di lusso predisposto - tra Dubai e Abu Dhabi - destinate a ospitare Saddam Hussein, i suoi principali generali, in totale circa dodici gruppi familiari. Una sorta di cittadella per l’esilio dorato, già pronta ad accogliere il rais qualora fosse stata raggiunta un’intesa politica. Nessuno potrà mai dimostrare che quella soluzione avrebbe evitato la guerra, ma la sua esistenza dimostra che alternative all’intervento militare vennero concretamente preparate ma anche ignorate. Le sentenze della storia - In alcuni casi il giudizio più duro sui leader che hanno avviato avventure belliche può arrivare dalle commissioni parlamentari di inchiesta. Nel Regno Unito la Commissione Chilcot, che ha demolito gran parte della narrativa che aveva accompagnato l’intervento militare, concluse che il ricorso alla guerra in Iraq voluto da Tony Blair arrivò ben prima che fossero state esaurite le opzioni pacifiche e certificò che le informazioni di intelligence sulle armi di distruzione di massa furono presentate con un grado di certezza ingiustificato se non fraudolento. La promessa di eliminare una minaccia globale, le armi chimiche irakene mai trovate, si trasformò in una delle più gravi destabilizzazioni geopolitiche del XXI secolo, creando le condizioni che avrebbero favorito la nascita e l’espansione dell’estremismo jihadista. La stessa dinamica si sarebbe riproposta anni dopo in Libia. Durante il conflitto del 2011 intervistai a Tripoli, insieme ai colleghi di France Télévisions e Paris Match, Saif al-Islam Gheddafi. In quell’occasione egli sostenne esplicitamente che il regime libico aveva finanziato la campagna elettorale di Nicolas Sarkozy e che esistevano accordi e relazioni economiche in grado di spiegare l’iniziativa bellica iniziata da Parigi. All’epoca quelle affermazioni furono liquidate da molti come propaganda di guerra. Con il passare degli anni, tuttavia, i giudici francesi hanno dimostrato che da Tripoli erano partiti cinquanta milioni di euro in contante destinati proprio allo scopo di finanziare la campagna presidenziale di Sarkozy. Al di là delle singole responsabilità giudiziarie, ciò che emerge è una domanda più generale: quante volte dietro le grandi narrazioni morali utilizzate per giustificare una guerra si nascondono interessi economici, politici o personali assai meno nobili di quelli proclamati pubblicamente? Anche la Libia, come l’Iraq e attualmente la guerra in Iran, dimostra quanto sia difficile distinguere la propaganda dalla verità nel momento in cui le decisioni vengono assunte. Nel suo recentissimo pamphlet “Il Partito Laburista rischia grosso sul proprio futuro e su quello della nazione” Tony Blair paragona i leader politici agli autisti di autobus. “Quando i leader convenzionali arrivano davanti a un muro, si fermano e discutono per qualche ora su come aggirarlo. Personaggi come Donald Trump, invece, accelerano e ci si schiantano contro. Sì, ci sono pezzi che volano via dall’autobus, i passeggeri si sentono leggermente nauseati, ma il presidente statunitense ha dimostrato efficacia e agli elettori questo piace”. L’immagine retorica è suggestiva e Blair con la sua scrittura brillante cerca di tornare alla ribalta, cercando di far dimenticare i gravi errori di politica internazionale del passato e rilancia spiegando che la Gran Bretagna avrebbe dovuto concedere, non perché sia una guerra giusta ma per opportunità, le basi agli aerei americani che bombardavano l’Iran. Di nuovo la politica estera presentata come strumento guidato da principi opportunistici di breve termine. Leone XIV nella sua recente enciclica denuncia esplicitamente la “normalizzazione della guerra” e mette in guardia contro la tendenza a presentare la violenza come inevitabile. La sua critica si estende ai sistemi di potere capaci di condizionare i processi democratici attraverso il controllo dell’informazione e delle tecnologie. La nostra opinione pubblica ha sempre dimostrato grande sensibilità nei confronti di queste tematiche incise profondamente nella nostra Costituzione, ma va mantenuta la guardia alta per difenderla dalle pericolose campagne di disinformazione che a ondate invadono la scena politica cercando di convincere che facili soluzioni siano alla portata dell’uomo forte. La politica internazionale non è una gara di velocità e il governo delle nazioni non può essere misurato dalla capacità di sfondare gli ostacoli. Le guerre del Medio Oriente dimostrano che spesso i leader acclamati nel momento della decisione, sono quelli più criticati quando emergono le conseguenze delle loro scelte. George W. Bush, Tony Blair, Nicolas Sarkozy, Donald Trump, Benjamin Netanyahu e ovviamente in uno scenario diverso anche Vladimir Putin, appartengono a stagioni diverse e a culture politiche molto differenti. Ma sono accomunati da scelte drammatiche che si traducono in crisi irrisolte. Le lezioni dell’Afghanistan, dell’Iraq, della Libia insegnano che l’uso delle armi possono produrre risultati immediati, ma l’eccesso di certezza dietro il quale spesso si celano le ragioni occulte della guerra, innesta il pericoloso meccanismo che tradisce il senso profondo della democrazia, affievolendo la credibilità delle istituzioni agli occhi dei propri elettori dei rispettivi paesi. La lezione che arriva dal Medio Oriente è semplice: la guerra non deve mai essere considerata inevitabile fino a quando ogni strada diplomatica non sia stata percorsa realmente. Non simbolicamente. Non formalmente. Realmente. Quando si aprono gli archivi, quando parlano i testimoni, quando arrivano le commissioni d’inchiesta e quando intervengono i tribunali, emerge una verità che nel momento delle decisioni era stata spesso nascosta dal rumore della propaganda. La sentenza della storia arriva tardi, ma è una lezione utile da ricordare le occasioni perdute della pace diventano quasi sempre le tragedie del giorno dopo. Anche l’Onu “chiude” gli occhi sul Libano. Cosa significa la fine di Unifil di Agnese Stracquadanio Il Domani, 1 giugno 2026 Se il futuro di un monitoraggio internazionale è in dubbio, la certezza è che il ritiro della missione Onu avrà implicazioni significative in un’area già a lungo emarginata. La sua fine chiuderà occhi imparziali su possibili crimini di guerra, riducendo ulteriormente la protezione dei civili. Il principale riflettore internazionale sul sud del Libano si spegnerà alla fine di quest’anno. Per decisione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, la missione di peacekeeping Unifil operativa nel sud del Libano si concluderà a dicembre 2026, nonostante i nuovi scontri tra Israele e Hezbollah che dal 2 marzo hanno causato la morte di sei peacekeeper, e la rinnovata invasione israeliana del sud del paese. Istituita nel 1978 proprio per monitorare il ritiro di Israele dal Libano e contribuire a ripristinare la sicurezza, la missione si prepara al suo smantellamento mentre è in corso una nuova occupazione israeliana del territorio libanese. Attualmente composta da circa 8.500 peacekeeper provenienti da 50 paesi - tra cui l’Italia - Unifil opera da sempre esclusivamente sul lato libanese del confine e non è vista di buon occhio dallo Stato di Israele. Nel corso della precedente escalation, più volte l’esercito israeliano aveva intimato alle forze di pace di abbandonare le loro postazioni. “La missione paga il prezzo di quella decisione: in maniera molto aggressiva tra ottobre-novembre 2024 Israele aveva chiesto il ritiro delle forze internazionali. In quel momento decidemmo di restare e fummo anche attaccati più volte”, spiega a Domani Andrea Tenenti, portavoce della missione Unifil dal 2020 al 2025. Mattarella sente il presidente israeliano Herzog: “Inaccettabili gli attacchi su Unifil” Risoluzioni e proroghe Dopo anni di pressione da parte degli Stati Uniti, con la Risoluzione 2790 dello scorso agosto il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha deciso di rinnovare il mandato della missione ad interim in Libano per l’ultimo anno. La decisione ha comportato anche l’incarico del sottosegretario generale dell’Onu per le operazioni di pace di presentare alcune proposte sul futuro delle risoluzioni operative nell’area e attualmente supervisionate dai caschi blu. In particolare, la Risoluzione 1701 del 2006 e la Risoluzione 1559 del 2004 che chiedono il ritiro delle forze straniere dal Libano e il disarmo di tutti i gruppi armati presenti nel paese. Nel 2006 la Risoluzione 1701 mise fine alla guerra tra Israele e il gruppo armato Hezbollah e affidò ai peacekeeper il compito di monitorare la fine delle ostilità, garantendo supporto ai civili e all’esercito libanese con l’obiettivo di un maggiore dispiegamento a sud. “Le risoluzioni resteranno valide anche quando Unifil se ne andrà, per questo il Consiglio di Sicurezza ha chiesto al sottosegretario generale di presentare delle opzioni entro l’1 giugno”, spiega Kandice Ardiel, attuale portavoce di Unifil. Come riferito dalla portavoce, il Consiglio di Sicurezza non ha dato segnali di una possibile revisione della decisione e Unifil non è coinvolta nel processo di elaborazione delle proposte da presentare. “Il Consiglio di Sicurezza potrebbe decidere di smantellare Unifil in favore dell’espansione del Military Observer Group in Lebanon (Ogl), una missione dell’Onu di dimensioni molto più ridotte”, spiega Chiara Ruffa, docente di Scienze politiche presso il Centre for International Studies (Ceri) dell’università Sciences Po di Parigi. Secondo gli Stati Uniti è arrivato il momento per l’esercito libanese di assumere maggiori responsabilità nel sud del paese. Un’affermazione considerata da molti una contraddizione: a corto di equipaggiamento, personale e fondi, l’esercito libanese è sostenuto principalmente proprio dagli Stati Uniti. Nelle condizioni attuali le Forze Armate Libanesi (Laf) non sarebbero in grado di confrontare l’esercito israeliano e neanche di disarmare con la forza Hezbollah, una mossa che in ogni caso potrebbe innescare tensioni interne che portano il seme della guerra civile. Libano, spari israeliani contro convoglio italiano Unifil. Tajani convoca l’ambasciatore, Crosetto invoca l’Onu Cosa succederà dopo “Chiudere la missione adesso significa lasciare un vuoto nel sud del paese che non favorirebbe in alcun modo un reale processo di pace. Al contrario, rischierebbe di trasformare nuovamente l’area in uno spazio fertile per il proseguimento dell’occupazione israeliana e per una situazione umanitaria simile a quella che vediamo a Gaza”, continua Tenenti. Come parte del processo di smantellamento della missione, Unifil ha elaborato un piano per il progressivo ritiro del personale e la dismissione di basi, veicoli ed equipaggiamento. “Basandoci su quanto accaduto in altri scenari, le strutture di Unifil potrebbero passare allo Stato libanese”, spiega Ruffa. “Ma tutto dipende delle intenzioni di Israele: se l’obiettivo è mantenere l’occupazione, allora questi siti potrebbero essere occupati dalle forze israeliane”. Se il futuro di un monitoraggio internazionale è in dubbio, la certezza è che il ritiro di Unifil avrà implicazioni significative in un’area già a lungo emarginata. La fine della missione chiuderà occhi imparziali su possibili crimini di guerra, riducendo ulteriormente la protezione dei civili. Anche la creazione di corridoi umanitari subirà gli effetti del ritiro di Unifil, così come saranno ridotte le occasioni di coordinamento tra rappresentanti delle forze armate libanesi e israeliane. Dal 2006 al 2023, infatti, Unifil ha organizzato una serie di incontri trilaterali allo scopo di ridurre le tensioni lungo la linea di demarcazione tra Israele e Libano, denominata Linea Blu. Razzo sulla base italiana di Unifil, nessun militare ferito: la missione Onu è sempre in balìa degli eventi Come nota l’analista geopolitica Dina Arakji, a livello prettamente locale, Unifil rappresenta “un’ancora di salvezza economica”, che da quasi cinquant’anni contribuisce a creare opportunità di lavoro, spingendo l’economia e collaborando con le municipalità. A livello globale, lo smantellamento di Unifil in un momento di alta tensione per il paese, produrrà l’effetto di allontanare ulteriormente la comunità internazionale dal conflitto in corso. “La chiusura della missione suggerisce che l’Onu non sia importante nella risoluzione dei conflitti, il che è contrario ai fatti poiché - nonostante i suoi limiti - l’Onu contribuisce a ridurre il numero delle vittime e aiuta a proteggere i civili”, conclude Ruffa.