Carceri, i numeri dei suicidi in cella. Nordio: “Non sono aumentati, inversione del trend” di Maria Mantero Italia Oggi, 19 giugno 2026 Il Guardasigilli al Senato: “Questo fenomeno dolorosissimo è sempre presente, ma la percentuale rispetto all’anno scorso è stata invertita”. “La piaga dei suicidi in carcere non si attenua. Ciascuno di questi casi rappresenta una sconfitta dello Stato a cui sono affidate le vite dei detenuti”. Così ribadiva il presidente della Repubblica Sergio Mattarella qualche tempo fa. “Ogni suicidio è un fallimento dello Stato” ha detto il ministro della giustizia Carlo Nordio, durante il question time in Senato. Il tema delle carceri e della condizione dei detenuti continua ad essere un problema in Italia. Ma i dati forniti dal ministro sembrano far intravedere uno spiraglio di speranza: “Non è vero che i suicidi in carcere sono aumentati. Questo fenomeno dolorosissimo è sempre presente, ma la percentuale rispetto all’anno scorso è stata invertita”. Quali sono le misure messe in atto per ridurre le morti in cella? E ancora, sul numero dei detenuti in cella, il ministro ha sottolineato che “non dipende da una produzione normativa eccessiva fatta da noi, ma al numero dei reati”. Come si legge nel report dell’Associazione Antigone: “Il 2025 è stato un anno tragico, l’ennesimo di un’emergenza, iniziata quattro anni fa, diventata ormai strutturale. Incrociando i dati forniti dal dossier di Ristretti Orizzonti e quelli pubblicati in un recente report del Garante nazionale, almeno 82 persone private della libertà si sono tolte la vita tra gennaio e dicembre 2025. Dall’inizio del 2026 (aggiornato ai primi mesi dell’anno) si sono registrati altri 24 suicidi, per un totale di 106 persone in poco meno di un anno e mezzo. Sempre l’Associazione delinea con maggiore precisione il fenomeno nel suo complesso e approfondisce alcune dinamiche interne. Il drammatico bilancio di 106 suicidi in carcere tra il 2025 e il 2026 evidenzia profonde criticità strutturali del sistema penitenziario. L’incidenza del fenomeno è superiore tra la popolazione femminile (2,2 casi ogni 1.000 detenute nel 2025) rispetto a quella maschile (1,3). Emerge inoltre una forte sproporzione per i detenuti stranieri, il cui tasso è doppio rispetto agli italiani (2 casi contro 1 ogni 1.000). L’età media delle vittime è di 41 anni, con il caso limite di un minore di 17 anni. Il profilo generale è segnato da grave marginalità sociale, economica, dipendenze e disagio psichico. Molti dei detenuti avevano già manifestato segnali critici o tentativi di suicidio. Tuttavia, la gestione del rischio da parte delle istituzioni si concentra quasi esclusivamente su logiche di controllo e “progressiva sottrazione” (sorveglianze speciali e privazioni materiali negli spazi), penalizzando l’ascolto, il supporto psicologico e le reali misure di cura. Dagli organici alle tossicodipendenze: le misure in campo Il ministro della giustizia, rispondendo in Senato, ha anche detto: “Abbiamo rafforzato gli organici e individuato gli elementi, due o tremila, che avrebbero diritto alla detenzione domiciliare, ma che non possono accedervi per mancanza di domicilio”. Il guardasigilli ha poi continuato “i detenuti tossicodipendenti, che sono malati da curare, più che detenuti, sono circa duecento. Secondo me devono essere detenuti in strutture protette al di fuori della situazione carceraria. E anche qui stiamo facendo accordi con varie istituzioni”. Con i fondi del Pnrr, nel corso del 2025 sono stati registrati avanzamenti tra gli uffici giudiziari: tra cui la digitalizzazione del processo penale di primo grado, l’adozione di misure straordinarie per accelerare i tempi della giustizia civile e la riqualificazione di oltre 289.000 metri quadrati di edifici giudiziari. “Possiamo oggi affermare che il Ministero della giustizia ha pienamente conseguito tutte le milestone e i target previsti dal piano confermando la credibilità e la credibilità del nostro Paese” ha detto il ministro Nordio. Infanzia reclusa, fallimento finale delle nostre carceri di Simona Musco Il Dubbio, 19 giugno 2026 Antigone e Unicef denunciano le criticità del sistema penitenziario e la mancanza di case famiglia protette. “Serve un finanziamento strutturale”. “Apri”. Molto spesso, dopo “mamma”, è questa la prima parola che i bambini reclusi imparano a pronunciare. È l’ordine che sentono ripetere ogni giorno dalle guardie carcerarie davanti a un cancello di ferro. Una realtà drammatica che sta tornando a bussare alle porte delle carceri italiane con numeri in preoccupante crescita. Alla fine del 2024 i bambini in cella con le madri erano 10, a metà del 2025 sono saliti a 19, per toccare quota 26 alla fine dell’anno e arrivare oggi a 30. Nei documenti amministrativi vengono definiti “unità”, una formula burocratica che serve ad allontanare la dimensione umana del fenomeno. Questo balzo in avanti coincide temporalmente con una svolta normativa molto discussa: il Decreto Sicurezza del 2025. Su questi numeri Italia Viva ha chiesto conto in un’interrogazione più ampia sul sovraffollamento carcerario. Ma nella risposta del ministro, l’argomento non è stato sfiorato. Il nuovo quadro legislativo ha scardinato un principio di civiltà giuridica che resisteva dal 1930. Perfino il codice firmato dal guardasigilli fascista Alfredo Rocco prevedeva l’obbligo tassativo di differire l’esecuzione della pena per le donne incinte o con figli neonati fino a un anno di età. La Legge 80/2025 ha trasformato questo rinvio da obbligatorio in facoltativo. Oggi la decisione spetta al singolo magistrato di sorveglianza, chiamato a valutare caso per caso il rischio di recidiva. Non solo: per la prima volta si introduce la possibilità di separare la madre dal figlio per motivi disciplinari. Se una donna non mantiene una condotta adeguata all’interno di un Icam (Istituto a custodia attenuata per madri), può essere trasferita in un carcere ordinario da sola, affidando il bambino ai servizi sociali. Un ricatto emotivo che subordina il legame primario madre-figlio alla condotta carceraria. Sul legame di causa-effetto tra la nuova legge e l’aumento dei bambini reclusi, Susanna Marietti, coordinatrice nazionale di Antigone, invita a una lettura prudente ma profonda: “I numeri sono raddoppiati, ma 15 casi in più non fanno una statistica pura. Potrebbe trattarsi di situazioni contingenti o di donne in custodia cautelare, ambito che il decreto sicurezza non tocca direttamente. Tuttavia, è innegabile che questo aumento si collochi esattamente in corrispondenza del decreto”. La storia recente dimostra che a svuotare le celle non sono mai state le leggi, bensì i fatti. Marietti ricorda come i grandi interventi del passato - la Legge Finocchiaro del 2001 e la Legge Buemi del 2011 - non abbiano provocato crolli significativi nei grafici delle presenze (che per decenni hanno oscillato tra i 60 e i 70 bambini). “A parità di norme - spiega Marietti -, la vera riduzione c’è stata solo in tempo di Covid: i magistrati di sorveglianza hanno visto il pericolo sanitario e, spinti dalla necessità, hanno trovato gli strumenti legislativi per mandare a casa le mamme. Strumenti che esistevano anche prima. È la dimostrazione plastica che le possibilità ci sono, ma spesso il magistrato sceglie di non concederle”. Perché gli strumenti alternativi al carcere falliscono? La legge Finocchiaro sulla detenzione domiciliare speciale richiedeva paletti rigidi, come la certezza di un domicilio adatto (criterio che escludeva a priori, per l’orientamento dei magistrati, le donne di origine rom, per fare un esempio). La legge Buemi aveva provato a introdurre le case famiglia protette, ma lo Stato non ha mai investito risorse, lasciando l’onere economico agli enti locali. Il risultato? In tutta Italia ne sono sorte appena due. “E dubito che si possa finanziarle oggi - ammette Marietti -. Non è questa la fase storica”. Pochi giorni fa, in un convegno sul tema al Cnel, era stato anche il presidente di Unicef a porre l’accento su questo tema: “I bambini in carcere non hanno commesso alcun reato, ma ne subiscono le conseguenze ogni giorno - ha dichiarato Nicola Graziano -. Non è più accettabile che esistano soltanto due case famiglia protette in tutto il Paese. Occorre eliminare il vincolo finanziario previsto dalla legge n. 62 del 2011 e prevedere un finanziamento strutturale stabile per la realizzazione e il funzionamento delle case famiglia protette. È una scelta politica che non può più essere rinviata”. Il vero problema, secondo Antigone, è lo smottamento culturale che sta investendo il Paese: “Se i messaggi politici che accompagnano le leggi sono quelli per cui le donne “si fanno mettere incinte apposta per evitare la galera” o che “le borseggiatrici rom sono il primo pericolo pubblico degli italiani”, l’intero sistema si adegua a una richiesta sociale di vendetta. E la magistratura, in qualche modo, anche”, aggiunge Marietti. La citazione non è campata in aria: proprio in occasione del decreto Sicurezza fu questo il leitmotiv del centrodestra. Una scelta bocciata - come le altre all’interno di quel decreto - dal Massimario della Cassazione, che aveva evidenziato come sotto il profilo legale, i magistrati si trovano davanti a un vero e proprio caos interpretativo. La legge 80/2025 ha infatti creato due criteri di valutazione opposti e sovrapposti che rischiano di paralizzare i giudici: da un lato basta il “concreto pericolo” di commettere un reato qualsiasi per negare il rinvio della pena, dall’altro si richiede un pericolo di “eccezionale rilevanza”. Due pesi e due misure che convivono nella stessa norma, generando un’altalena decisionale sulla pelle dei bambini. Ma il paradosso più feroce riguarda la geografia. La nuova norma stabilisce che, se non viene concesso il rinvio, la madre e il figlio debbano andare in un Icam (Istituto a custodia attenuata). Peccato che in tutta Italia ne esistano solo quattro: a Torino, Milano, Venezia e Lauro (Avellino). E ciò rischia di recidere ogni legame di madre e figlio con il resto della famiglia e annullando, di fatto, la funzione rieducativa della pena. La riforma, spiega Andrea Mirenda, attuale consigliere del Csm e magistrato di sorveglianza, inasprisce effettivamente il sistema, passando da un differimento obbligatorio, con al massimo la detenzione domiciliare per i casi di pericolosità, ad una facoltatività che responsabilizza il magistrato, caso per caso. Ma “non si tratta di indifferenza da parte dei giudici, che anzi, posso assicurare, affrontano profonde crisi di coscienza quando c’è di mezzo un minore - spiega -. Oggi, trasformando l’esenzione automatica in una scelta facoltativa, i magistrati di sorveglianza sono chiamati a valutare con estrema professionalità e prudenza la pericolosità e la conseguente esecuzione immediata della pena. Penso che la magistratura di sorveglianza abbia piena competenza e saggezza per affrontare casi simili”. La sfida cruciale si gioca dunque sul piano dell’umanità e della discrezionalità del giudice, che dovrebbe rimettere al centro il superiore interesse del minore rispetto alla pur minima prognosi di reato. L’appello di Antigone è netto: “Sono certa - conclude Marietti - che lavorando caso per caso, con un po’ di buona volontà e attenzione alle singole storie, si troverebbe per tutti e 30 questi bambini il modo di uscire dal carcere. Serve solo il coraggio di farlo”. Per evitare che la prima parola di un bambino, anziché un disegno sul futuro, resti la richiesta di aprire una cella. Riforme, Forza Italia mette Nordio alle strette di Angela Stella L’Unità, 19 giugno 2026 Errori giudiziari, prescrizione, custodia cautelare. Gli azzurri richiamano all’ordine il ministro: “ora vogliamo tempi certi”. Ma lui non sa darli. Forza Italia per l’ennesima volta richiama all’ordine il Ministro Nordio. Lo fa presentando al Senato una interrogazione sulla revisione della normativa in tema di riparazione degli errori giudiziari ma poi allarga il campo delle richieste esigendo tempi certi. L’azzurro Pierantonio Zanettin chiede di rivedere la disposizione vigente secondo cui “non può dar luogo a responsabilità l’attività di valutazione del fatto e delle prove”, ma anche una nuova definizione di colpa grave, oggi interpretata in modo molto restrittivo e che rende quasi impossibile ottenere un risarcimento. In più gli azzurri hanno chiesto una modifica “dell’anomalia italiana della custodia cautelare” e una time line chiara su provvedimenti come quello sugli smartphone, approvato in Senato e bloccato alla Camera dopo l’allarme lanciato dal procuratore Melillo, e quello sulla prescrizione. A Nordio non resta che ribadire quanto già detto nei giorni precedenti perché evidentemente sulla questione ancora non si è trovata una quadra con gli alleati di maggioranza. Sui tempi “ovviamente non mi posso pronunciare perché dovrebbero essere iniziative governative più che ministeriali”. Sulla responsabilità delle toghe ha ripetuto che “il magistrato inetto, quello inadeguato, quello infedele non va sanzionato nel portafoglio con una sanzione platonica che non riguarda lui ma l’assicurazione, ma va sanzionato sulla carriera e sulla promozione ed eventualmente nel giudizio disciplinare”. Poi per il resto, “tenuto conto che l’attività del giudicare è un’attività estremamente difficile, non è ipotizzabile una generalizzata responsabilità pecuniaria di un magistrato”. Detto questo, invece, “altro problema è quello del risarcimento delle vittime. Spero di poter arrivare al più presto a un provvedimento che sia concretamente utile. Il risarcimento delle vittime non significa soltanto riparazione per l’ingiusta detenzione che già avviene, anche se in misura inadeguata - e cercheremo un domani di adeguarla -, ma significa soprattutto rimborsare tutti quei danni materiali e immateriali che la persona ha subìto, a cominciare dalle spese legali”. Nulla sul tema della custodia cautelare ma si poteva immaginare perché un provvedimento del genere sarebbe problematico da presentare all’elettorato forcaiolo di destra ad un anno dal rinnovo del Parlamento. Nella controreplica Zanettin si è detto “parzialmente soddisfatto” in quanto “in questo momento il timing, al di là del merito di quelli che sono i provvedimenti, è assolutamente essenziale perché troppo tempo, secondo me, è stato forse dedicato alla campagna referendaria e invece dobbiamo ricordare anche che esistono altri provvedimenti”. Il Guardasigilli è stato poi chiamato a rispondere da Italia Viva sull’emergenza sovraffollamento e suicidi e sul recente sequestro da parte del tribunale di Firenze di sette sezioni del carcere toscano di Sollicciano. “Sulla vicenda che riguarda l’intervento dell’autorità giudiziaria, l’amministrazione sta acquisendo gli atti procedimentali e si riserva di valutare eventuali impugnazioni”. Nulla di più se non che “sicuramente il Piano carceri vedrà per prima questa struttura essere ridotta o svuotata, appena avremo i posti disponibili, probabilmente entro fine anno”. E sul provvedimento cala il silenzio anche della Procura che ha negato ad alcuni giornalisti un accesso al decreto di sequestro ritenendo che basti il comunicato emesso due giorni fa e in nome della nuova circolare del Csm sulla comunicazione istituzionale. Sui suicidi in carcere rivendica una diminuzione: “Questo fenomeno dolorosissimo è sempre presente ma la percentuale rispetto all’anno scorso è stata invertita. Ogni suicidio è un fallimento dello Stato ma certamente questa inversione di trend dimostra che le nostre operazioni di prevenzione cominciano ad essere efficaci”. La replica del Senatore Scalfarotto: “Signor ministro, quando un magistrato della Repubblica è costretto a sequestrare un carcere, non è un atto di protesta, è lo Stato che si ribella giustamente a sé stesso davanti a una situazione insostenibile, che è una situazione di barbarie. Tutti noi in questi giorni stiamo soffrendo la calura di questa estate incipiente. Immagini che cosa significa essere chiusi dentro un carcere quando la capienza è la metà delle persone che sono lì, come succede in carceri importanti come per esempio il carcere di San Vittore a Milano. E tutto quello che state facendo, signor Ministro, non basta”. Arriva in aula il pressing di FI su Nordio per la responsabilità civile e i ddl penali di Valentina Stella Il Dubbio, 19 giugno 2026 Forza Italia non si arrende e torna a incalzare il guardasigilli Carlo Nordio sulle riforme monche della giustizia. Il pretesto è l’illustrazione di una interrogazione parlamentare presentata al Senato sulla revisione della normativa in tema di riparazione degli errori giudiziari. Poi però gli azzurri allargano il campo delle richieste esigendo tempi certi. Il capogruppo di FI nella commissione Giustizia di Palazzo Madama Pierantonio Zanettin , nell’atto di sindacato ispettivo, ha chiesto se via Arenula intenda rivedere la disposizione vigente secondo cui “non può dar luogo a responsabilità l’attività di valutazione del fatto e delle prove”, e anche se miri a “una nuova definizione di colpa grave, oggi interpretata in un modo molto restrittivo e che rende quasi impossibile ottenere un risarcimento”. In più i berlusconiani hanno auspicato una modifica “dell’anomalia italiana della custodia cautelare”, collegandola agli “errori giudiziari e ai risarcimenti per ingiusta detenzione”. Tuttavia il punto maggiormente enfatizzato da Zanettin è stato quello relativo a una timeline chiara sui provvedimenti “in sospeso”. Innanzitutto quello per il sequestro degli smartphone, che porta come prima firma la sua e che era stato approvato in Senato, per bloccarsi quindi alla Camera dopo l’allarme lanciato dal procuratore nazionale Antimafia Gianni Melillo e accolto dalla deputata di FdI Chiara Colosimo. Il capogruppo Giustizia di FI ha chiesto conto anche della legge sulla prescrizione, passata a Montecitorio ma in stallo a Palazzo Madama. A Nordio non è restato che ribadire quanto già detto nelle settimane e giorni precedenti, visto che evidentemente sulla questione ancora non si è trovata una quadra con gli alleati di maggioranza. Sui tempi “ovviamente non mi posso pronunciare perché dovrebbero essere iniziative governative più che ministeriali”. Sulla responsabilità delle toghe ha ripetuto che “il magistrato inetto, quello inadeguato, quello infedele non va sanzionato nel portafoglio con una sanzione platonica che non riguarda lui ma l’assicurazione, ma va sanzionato sulla carriera e sulla promozione ed eventualmente nel giudizio disciplinare”. Poi per il resto, “tenuto conto che l’attività del giudicare è un’attività estremamente difficile, non è ipotizzabile una generalizzata responsabilità pecuniaria di un magistrato”. Detto questo, invece, “altro problema è quello del risarcimento delle vittime: spero di poter arrivare al più pesto”, ha ripetuto il ministro, “a un provvedimento che sia concretamente utile. Il risarcimento delle vittime non significa soltanto riparazione per l’ingiusta detenzione che già avviene, anche se in misura inadeguata, e cercheremo un domani di adeguarla, ma significa soprattutto rimborsare tutti quei danni materiali e immateriali che la persona ha subìto, a cominciare dalle spese legali”. Nulla invece sul tema della custodia cautelare: era prevedibile chiudere definitivamente questo capitolo per due ordini di ragioni. La prima: la soluzione per il guardasigilli è nel gip collegiale, che entrerà in vigore a febbraio. La seconda: un provvedimento che miri a rivedere i presupposti per comminare il carcere preventivo sarebbe problematico da presentare all’elettorato giustizialista di destra, alla vigilia del rinnovo del Parlamento. Nella controreplica, Zanettin si è detto “parzialmente soddisfatto” in quanto “in questo momento il timing, al di là del merito di quelli che sono i provvedimenti, è assolutamente essenziale perché troppo tempo, secondo me, è stato forse dedicato alla campagna referendaria e invece dobbiamo ricordare anche che esistono altri provvedimenti”. Silvestri (Md): “Ministero fermo a fronte delle emergenze del carcere e della digitalizzazione” di Giulia Merlo Il Domani, 19 giugno 2026 Il segretario delle toghe progressiste spiega il metodo con cui il gruppo sta componendo le liste per il Csm: “Alle candidature interne si aggiungerà anche l’apparentamento con candidature che emergano da raccolte di firme sui territori, con cui condividiamo valori e orientamenti”. Scampato il pericolo del referendum della giustizia, ora la sfida della magistratura associata è quella di interpretare il proprio ruolo in modo nuovo. In particolare, in direzione della campagna elettorale per eleggere il nuovo Csm. Simone Silvestri, segretario di Magistratura democratica, spiega in che direzione sta andando la corrente progressista delle toghe. Segretario, cosa è rimasto di questa campagna referendaria? Il referendum ci ha insegnato che nella magistratura c’è ancora voglia di partecipazione, che forse credevamo scemata in seguito alle note vicende dell’hotel Champagne. Invece, soprattutto tra i giovani c’è stato forte slancio per difendere la nostra indipendenza, intesa non come privilegio corporativo ma come strumento dato dalla Costituzione per poter interpretare la legge senza condizionamenti o timori, interni ed esterni. Proprio questi sono i temi che Magistratura democratica poterà nella campagna elettorale per il Csm. Lo farete ancora in modo autonomo, dopo la divisione da Area del 2021... Sì, Md ha riacquisito una propria identità dentro l’Anm e il Csm e questo ci ha permesso di recuperare una maggior capacità critica, anche radicale, sui temi della giustizia. Ogni gruppo si è dato delle regole, voi come sceglierete i vostri candidati? Anche per cogliere lo spirito della campagna referendaria, ci muoviamo su due binari. Il nostro gruppo, con il consiglio nazionale del 5 luglio, formalizzerà le sue candidature che nascono internamente a Md, a cui si aggiungerà anche l’apparentamento e dunque l’appoggio a candidature che emergano da raccolte di firme sui territori e dunque volute da quella base di magistrati che magari si sente meno rappresentata dalla dimensione della corrente, ma con cui condividiamo valori e orientamenti. C’è già qualche nome? Tra in ostri candidati ci saranno certamente Glauco Zaccardi, Monica Amirante e Daniele Cappuccio per i collegi di merito. Altre candidature arriveranno e a queste, appunto, si sommeranno nomi indipendenti, cui associare la nostra campagna. Il percorso è già stato sperimentato nello scorso Csm, con la candidatura di Roberto Fontana, ma anche a livello locale per l’Anm e i consigli giudiziari. Dopo il referendum, com’è il rapporto tra toghe ed esecutivo? I suoi colleghi più moderati parlano di una ripresa del dialogo e di disponibilità da parte del ministero della Giustizia. Quale è la sua percezione? In questa fase il ministero è sostanzialmente fermo, probabilmente proprio in attesa della fine della legislatura. Basti notare che tutti gli impegni presi sono oggi oggetto di rinvio e anche le riforme proposte - giuste o sbagliate che fossero - sono rimaste inattuate. Quel che è grave, però, è che questo immobilismo nuoce a due emergenze: quella della digitalizzazione e quella legata alle carceri. Partiamo dalla digitalizzazione. Continuano i disservizi? La digitalizzazione del processo penale è ancora insufficiente e soprattutto inefficiente: sta creando ritardi, complicando il lavoro corrente non solo delle procure ma anche degli altri uffici. Io mi trovo all’ufficio gip e il processo penale telematico rallenta molte delle operazioni, che pure hanno scadenze obbligatorie. L’altro aspetto drammatico è quello del carcere... L’emergenza carceraria è stata oggetto di annunci ripetuti ma senza alcuna soluzione, mentre persistono situazioni nettamente al di sotto del rispetto della dignità umana. È notizia di oggi l’ottenimento del sequestro di alcune sezioni del carcere di Sollicciano e questo intervento della magistratura va salutato con grande favore, perché accende un faro sulle condizioni delle strutture. Noi da anni segnaliamo il problema, anche con visite negli istituti più difficili, ma sembra che questo vulnus non trovi mai la giusta attenzione. Entrambi gli aspetti che lei cita erano compresi tra gli obiettivi del Pnrr. Ora che è in scadenza, che bilancio fa di come il ministero ha impiegato le risorse per la giustizia? Gli obiettivi principali hanno riguardato la riduzione delle pendenze e dei tempi delle decisioni. Saranno centrati, non però grazie a una riorganizzazione del lavoro in modo strutturale tale da poter modernizzare il lavoro dei magistrati, ma con misure temporanee. Penso agli ausiliari dell’Ufficio del processo, che saranno sì assunti in modo stabile, ma la loro funzione sarà riassorbita in quella del personale amministrativo. Il ministero lo nega, ma è stata inserita una clausola sulla possibilità di assegnarli a nuove funzioni in caso di necessità, che si verificano in quasi tutti gli uffici. Insomma, gli obiettivi si sono raggiunti grazie a soluzioni tampone, senza le quali si tornerà presto al punto di partenza. Altro tema caldo riguarda la comunicazione dei magistrati, anche alla luce delle nuove linee guida del Csm. Lei cosa ne pensa? Casi come quello di Garlasco hanno evidenziato la necessità di equilibrare diritto di informazione con il principio di presunzione di innocenza e di tutela della reputazione. Per questo credo che l’intervento informativo del tribunale o della procura possano facilitare la comprensione pubblica di ciò che accade nella fase delle indagini preliminare, anche nell’ottica di evitare speculazioni. In questo, senso aggiungere l’obbligo di rettifica e di aggiornamento va nella direzione di fornire una miglior informazione rispetto alle scelte processuali che sono state assunte. Questo per quanto riguarda la stampa. I rapporti con la politica, invece, come sono oggi? Il referendum ha prodotto uno scontro acceso ed era probabilmente inevitabile. Ad oggi, io penso che i rapporti tra magistratura e politica debbano tornare ad essere quelli di un confronto sui temi giuridici e sulle riforme. Le toghe hanno diritto ad esercitare il loro contropotere, che la riforma costituzionale voleva elidere, ma il dovere di farlo nel rispetto del loro ruolo e delle norme che lo disciplinano. A proposito di questo, Forza Italia è tornata a chiedere la responsabilità civile delle toghe... Non ne capisco la necessità. Già oggi la responsabilità civile è disciplinata, ma per casi tipizzati e con l’iterposizione dello Stato, così da permettere al magistrato di svolgere la sua funzione senza il timore di una conseguenza negativa diretta rispetto alle scelte che assume. Il fatto di non rispondere in prima persona risponde al principio che quella del magistrato è una funzione pubblica, non una prestazione professionale. Il suicidio come risposta estrema alla macchina persecutoria di Guido Vitiello Il Foglio, 19 giugno 2026 Quando è così perfetta, così oliata, così apparentemente inespugnabile, arriva a convincerti che l’unico modo non dico per fermarla, ma almeno per inceppare temporaneamente l’ingranaggio sia togliersi teatralmente la vita. Una riflessione che mi è passata per la mente nell’attimo in cui ho letto la notizia del ricovero della madre di Andrea Sempio. Insegnano gli psicoanalisti, ma anche certi maestri di meditazione, che i pensieri - specie i più perturbanti - non bisogna contrastarli con la fronte corrugata e i nervi tesi allo spasimo, sperando di cacciarli fuori dalla testa: è fatica inutile. Si deve piuttosto guardarli trascorrere come nuvole sul cielo della propria mente, mettendosi nella posizione del testimone di una fantasmagoria interiore. E così, eccomi ad annotare una strana catena di associazioni, che la mia parte cosciente forse non sottoscriverebbe nella piena luce della veglia - la giudicherei iperbolica, melodrammatica, sproporzionata - ma che si è tuttavia saldata a fuoco, anello dopo anello, fino a cingermi la testa e a farla scoppiare. Thich Quang Duc, il monaco buddista che si dà alle fiamme a Saigon nel 1963. Stefan Lux che nel 1936 a Ginevra si spara un colpo di rivoltella nel petto davanti all’Assemblea generale della Società delle Nazioni, per attirare l’attenzione del mondo sulla condizione degli ebrei sotto il Terzo Reich. Jan Palach che durante l’invasione sovietica si cosparge di etere e si dà fuoco in piazza San Venceslao a Praga. E ancora, Gabriele Cagliari che scrive dal carcere la sua ultima terribile lettera prima di soffocarsi infilando la testa in un sacchetto di plastica. A volte, penso, uno ha davanti una macchina persecutoria così perfetta, così oliata, così apparentemente inespugnabile, che arriva a convincersi che l’unico modo non dico per fermarla, ma almeno per inceppare temporaneamente l’ingranaggio, per obbligare il mondo a un quarto d’ora di attenzione, per costringere i montaliani “uomini che non si voltano” a sollevare gli occhi dal bavero, sia togliersi teatralmente la vita, o ciò che ne resta. E sappiamo bene che in Italia opera da quasi quarant’anni, nell’indifferenza di molti e con la volenterosa collaborazione di molti altri, uno di questi impianti a moto persecutorio perpetuo. Tutto questo mi è passato per la mente nell’attimo in cui ho letto la notizia, mercoledì sera, del ricovero per overdose di farmaci della madre di Andrea Sempio. ProPal trattati come mafiosi: due suicidi dopo i cortei a Torino di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 19 giugno 2026 Ventotto anni dopo il dramma degli anarchici alle Vallette, la storia si ripete. Quando il garantismo cede il passo all’afflizione pura e cancella l’umanità. Ambrogio Furlan aveva 27 anni ed era nato in provincia di Savona, ma la sua vita era a Torino. Lì aveva studiato, gli amici, la fidanzata, i posti di tutti i giorni. Andrea ne aveva 20. Tutti e due erano finiti tra i denunciati per i cortei a favore della Palestina dell’autunno scorso, quelli che, tra settembre e novembre, avevano portato in piazza migliaia di persone e a volte scontri e danneggiamenti, dall’occupazione dei binari a Porta Susa all’irruzione alle Officine Grandi Riparazioni durante l’Italian Tech Week. A febbraio sono arrivate 18 misure cautelari. Ad Ambrogio, e solo a lui fra tutti, è toccato il divieto di dimora a Torino: doveva andarsene dalla città che considerava la sua casa. Il Tribunale del Riesame ha confermato la misura. Gli avevano spiegato che era una cosa temporanea, destinata a cambiare in pochi mesi. Un paio di giorni dopo si è tolto la vita vicino a Toirano, lasciando un biglietto nell’auto. Il 25 aprile i suoi compagni lo hanno ricordato come “partigiano del presente”. Andrea è morto il 26 maggio, investito da un treno a Settimo Torinese. Anche lui era stato denunciato per le stesse manifestazioni. I suoi amici, su Infoaut, lo hanno chiamato un fiore bellissimo e fragile cresciuto nel cemento. Volevano esserci al funerale, il 6 giugno. Solo che alcuni di loro erano sottoposti all’obbligo di dimora a Torino, nello stesso procedimento in cui era coinvolto Ambrogio, e Settimo è il Comune accanto, oltre il confine. Serviva l’autorizzazione del giudice. La giudice titolare prima si era detta disponibile, poi è uscita dall’ufficio senza lasciare indicazioni, e la richiesta è finita al magistrato di turno, che l’ha respinta: niente “legame parentale”, nessuna ragione “di salute, rilevante dal punto di vista costituzionale”. Così non hanno potuto dare l’ultimo saluto al loro amico. A raccontare le due storie è stato Claudio Novaro, da anni difensore di movimenti torinesi, in un testo intitolato “Quando la giustizia esclude e uccide”, pubblicato sul periodico online Volere La Luna. Parla di un “potere terribile” che la magistratura ha tra le mani e che andrebbe usato sapendo quanto pesa sulla vita delle persone. Nessuno può dire che una misura cautelare uccida da sola, e le ragioni vere di un gesto così non le conosce nessuno fino in fondo. Resta però un fatto semplice: due ragazzi giovani, dentro lo stesso dispositivo, non ci sono più. E davanti a una cosa del genere la prima parola onesta è fallimento. Non conta essere d’accordo o no con un corteo o con un blocco dei treni. Conta il modo in cui lo Stato decide di rispondere. Misure nate contro la mafia - Per capirlo bisogna guardare a una parte del diritto che si conosce poco. Accanto al processo penale ordinario esiste un secondo binario, nato negli anni delle stragi e del terrorismo per colpire la mafia e l’eversione. Da quel mondo arrivano strumenti pensati per l’emergenza: il 41 bis, l’associazione con finalità di terrorismo, e soprattutto le misure di prevenzione. Hanno una caratteristica che le rende delicate: si applicano senza una condanna, sulla base di una previsione su quello che una persona potrebbe fare. La sorveglianza speciale, l’obbligo o il divieto di dimora, il foglio di via nascono lì. Nel 2017 la Corte europea dei diritti dell’uomo, con la sentenza De Tommaso, ha condannato l’Italia perché quella legge non era abbastanza precisa: chi la subiva non poteva prevedere quali comportamenti l’avrebbero fatta scattare. Due anni dopo la Corte costituzionale, con la sentenza numero 24 del 2019, ha dichiarato illegittima la categoria della pericolosità “generica”, scritta in modo troppo vago. Sono pronunce che dicono una cosa scomoda: una parte di questo sistema vive al limite della Costituzione, sul confine fra la prevenzione e la pura punizione. Il problema è che questi strumenti, nati per la criminalità organizzata, si sono spostati. A Torino una studentessa di 24 anni si è vista chiedere dalla questura la sorveglianza speciale per i cortei, la stessa misura usata per i sorvegliati di mafia. Le violazioni del foglio di via, fino a poco fa una contravvenzione, dal 2023 sono un delitto, con pene da sei a 18 mesi, e oggi possono pesare anche nel giudizio di pericolosità sociale. Si finisce per punire la disobbedienza a un divieto, a prescindere dal fatto che si sia davvero fatto del male a qualcuno. Qui sta un punto che l’avvocato Novaro coglie bene. Misure di questo tipo non funzionano nemmeno come deterrente. I movimenti, dal No Tav in poi, disobbediscono in modo dichiarato: violano i fogli di via, entrano nelle zone rosse, lo rivendicano in pubblico. Quello che resta somiglia poco alla prevenzione di un pericolo e molto a un’afflizione. Lo stesso avvocato definisce l’obbligo di dimora dei suoi assistiti una misura “meramente punitiva”, visto che i fatti contestati erano avvenuti di giorno e nella stessa città. Quando uno strumento smette di prevenire e serve solo a far male, basta che incontri una persona fragile perché diventi insostenibile. E il decreto sicurezza del 2025 ha spinto ancora in quella direzione. Sole e Baleno, e una garanzia che vale per tutti - Non è una storia nuova. Basta tornare al 1998, sempre a Torino. Il 5 marzo di quell’anno vengono arrestati tre anarchici: Edoardo Massari, detto Baleno, Maria Soledad Rosas, chiamata Sole, e Silvano Pelissero. L’accusa è pesantissima, associazione con finalità di terrorismo, per una serie di sabotaggi contro la Tav in Val di Susa attribuiti a un fantomatico gruppo, i “Lupi grigi”. Baleno non regge. Il 28 marzo, dopo nemmeno un mese, si toglie la vita nella sua cella del carcere delle Vallette. Sole, distrutta dalla morte del compagno e dalle accuse ancora sospese su di lei, fa lo stesso l’11 luglio, nella comunità dove scontava i domiciliari. Aveva 24 anni. Nel 2002 la Cassazione smonta l’impianto dell’accusa. Non c’era nessuna organizzazione terroristica, solo, al massimo, reati comuni. L’accusa di terrorismo cade, Pelissero viene condannato per fatti minori. Quando la verità giudiziaria arriva, però, Sole e Baleno sono morti da quattro anni. La macchina costruita contro il terrorismo si era abbattuta su due ragazzi che con il terrorismo non c’entravano nulla, e li aveva schiacciati prima che un giudice potesse dire come stavano le cose. È qui che torna utile una parola spesso fraintesa: garantismo. Viene prima della politica, e non guarda in faccia a nessuno. Vale per il ricco e per l’ultima persona della terra, per chi sta dalla parte che ci piace e per chi sta dall’altra. Vale anche per chi un reato lo ha commesso davvero, perché il punto non è stabilire se uno ci è simpatico o se le sue idee ci convincono, ma se lo Stato, nel rispondergli, continua a trattarlo da essere umano. Ambrogio, Andrea, Sole e Baleno avevano storie e fatti diversi alle spalle. Quello che li accomuna è di essere finiti in un meccanismo che a un certo punto ha smesso di vederli come persone e ha visto solo una posizione da neutralizzare. Una giustizia che non lascia entrare la compassione finisce per assomigliare all’ingiustizia. Negare a un ragazzo di salutare un amico morto, strappare un altro alla sua unica casa, sono gesti minimi sulla carta ed enormi nella vita di chi li subisce. Da lì, qualche volta, comincia una tragedia. Firenze. Inferno di Sollicciano, Nordio pensa al ricorso. Scalfarotto: “Situazione di barbarie” di Valentina Stella Il Dubbio, 19 giugno 2026 Il ministro risponde al Senato dopo il provvedimento del gip di Firenze. L’esponente di Italia viva: “Lo Stato si ribella a se stesso”. “Sulla vicenda che riguarda l’intervento dell’autorità giudiziaria, l’amministrazione sta acquisendo gli atti procedimentali e si riserva di valutare eventuali impugnazioni”: così ieri al Senato un laconico ministro della Giustizia Carlo Nordio ha risposto ad un atto di sindacato ispettivo presentato da Italia Viva con cui lo “interrogava” sull’emergenza sovraffollamento e suicidi negli istituti di pena e sul recente sequestro da parte del tribunale di Firenze di sette sezioni del carcere toscano di Sollicciano. Com’è noto, due giorni fa, dopo anni di denunce per la situazione a dir poco fatiscente della struttura fiorentina, è arrivata una notizia eclatante: il sequestro di sette sezioni (1, la 2 e la 7 del reparto giudiziario maschile, la 9, la 10 e la 12 del reparto penale maschile, nonché la sezione “Accoglienza”) disposto dal giudice per le indagini preliminari su richiesta della procura di Firenze per mancanza delle condizioni igieniche, di abitabilità e di sicurezza obbligatorie per i luoghi di lavoro. È la prima volta che viene adottata in Italia una simile decisione. A far scattare l’indagine numerosi ricorsi ai magistrati di sorveglianza da vari detenuti in ordine alle condizioni igienico sanitarie delle celle di detenzione e di alcuni spazi comuni all’interno dei vari reparti. Com’è noto, proprio il 22 settembre la Corte costituzionale si pronuncerà su giudizio promosso dal Tribunale di Sorveglianza di Firenze a seguito di un ricorso di un recluso che pur non avendo i requisiti ha chiesto di scontare la pena fuori dal penitenziario a causa delle condizioni degradanti della prigione, infestata da cimici del letto, scarafaggi, celle ammuffite, priva spesso di acqua calda. Non si sa al momento se il fascicolo sia contro ignoti o ci siano degli iscritti nel registro degli indagati, anche perché la procura ha negato ad alcuni giornalisti un accesso al decreto di sequestro ritenendo che basti il comunicato stampa emesso due giorni fa e anche in adempimento della nuova circolare del Csm sulla comunicazione istituzionale. Il Guardasigilli ha poi aggiunto che “sicuramente il Piano carceri vedrà per prima questa struttura essere ridotta o svuotata, appena avremo i posti disponibili, probabilmente entro fine anno”. Intanto, pur avendolo chiesto al ministero, non si conosce ancora il numero esatto di detenuti che saranno trasferiti, dove saranno trasferiti, visto che le altre carceri toscane sono sempre sovraffollate, se il trasferimento è concluso. Sulla terribile ed inedita vicenda è intervenuto anche Sergio Paparo, presidente dell’Ordine degli avvocati di Firenze: “Abbiamo ripetutamente denunciato (anche di concerto con tutti i Dirigenti degli Uffici giudiziari) le intollerabili e degradanti condizioni del carcere di Sollicciano e le gravi inadempienze del ministero. Il sequestro di ben sette sezioni del carcere conferma che è assolutamente necessaria una soluzione definitiva. Comunque il problema del sovraffollamento va affrontato immediatamente con interventi legislativi quali l’indulto, l’amnistia e la liberazione anticipata speciale, che non sono atti di buonismo ma strumenti di politica penitenziaria”. Ma Nordio non vuol sentire parlare di atti clemenziali, come ribadito ieri al Question time a Palazzo Madama, durante il quale ha fatto il solito elenco delle iniziative per ora restate però sulla carta: dall’agevolazione dell’accesso di detenuti tossicodipendenti alle strutture sanitarie pubbliche e alle strutture private alla detenzione in comunità pubbliche e private per i detenuti che pur avendo i requisiti per una misura alternativa della pena non hanno un indirizzo da fornire. Tutto ancora in fieri. Per quanto riguarda sempre la detenzione, “teniamo conto - ha detto il responsabile del Dicastero - che non si entra in prigione per azione del governo, ma perché si è commesso un reato e perché la magistratura, nella sua autonomia e indipendenza, ha ritenuto che sia nel momento della carcerazione preventiva, sia nel momento della irrogazione della pena, fosse necessario arrivare alla custodia cautelare in carcere”. Sui suicidi in carcere il ministro ha rivendicato una diminuzione: “Questo fenomeno dolorosissimo è sempre presente ma la percentuale rispetto all’anno scorso è stata invertita. Ogni suicidio è un fallimento dello Stato, ma certamente questa inversione di trend dimostra che le nostre operazioni di prevenzione cominciano ad essere efficaci”. La replica del senatore Scalfarotto: “Signor ministro, quando un magistrato della Repubblica è costretto a sequestrare un carcere, non è un atto di protesta, è lo Stato che si ribella giustamente a se stesso davanti a una situazione insostenibile, che è una situazione di barbarie. Tutti noi in questi giorni stiamo soffrendo la calura di questa estate incipiente. Immagini che cosa significa essere chiusi dentro un carcere quando la capienza è la metà delle persone che sono lì, come succede in carceri importanti come per esempio il carcere di San Vittore a Milano. E tutto quello che state facendo, signor ministro, non basta”. E ha concluso: “Fa specie che il ministro Nordio, che avevamo conosciuto come sincero garantista, dia la colpa ai magistrati, quando egli e questo governo hanno varato norme come il decreto Caivano, che ha mandato in galera tossicodipendenti per casi di piccolo spaccio. Persone che, come hanno ammesso lo stesso ministro e il sottosegretario Mantovano, non dovrebbero stare dietro le sbarre”. Firenze. Il ministro Nordio e i sigilli al carcere di Sollicciano: “Presto sarà ridotto o svuotato” di Valentina Marotta e Jacopo Storni Corriere della Sera, 19 giugno 2026 Tensioni alla Dogaia di Prato per il trasferimento dei primi detenuti: “Non ci sono posti”. Sollicciano sarà ridotto nel numero dei detenuti o addirittura chiuso. Lo dice il ministro della giustizia Carlo Nordio, dopo il sequestro di sette sezioni da parte della procura. Una decisione, spiega il ministro, che potrebbe essere impugnata per un eventuale ricorso. “Ci rendiamo conto - dice Nordio - che è una situazione sedimentata non negli anni ma nei decenni. Sicuramente il piano carceri, che sta andando avanti con numeri importanti, vedrà per prima questa struttura essere in un certo senso ridotta o addirittura svuotata appena avremo i posti disponibili, probabilmente entro la fine dell’anno”. Parole di buon auspicio, almeno sulla carta, secondo la sindaca Sara Funaro: “Al ministro Nordio avevo scritto, c’erano state interlocuzioni tramite mail, mi auguro che questa prospettiva possa essere davvero da realizzare per fare in modo da arrivare a uno svuotamento del carcere e poi poter ragionare sul futuro. Noi ci siamo per confrontarsi per il bene della nostra città, per il bene di chi lavora, delle persone che sono detenute perché una detenzione dignitosa è quella che può portare a percorsi di reinserimento. Una detenzione in uno stato così degradato come questo non porta altro che a un aumento della recidiva”. Funaro dice di aver trovato “surreali alcune polemiche che ho letto da parte dei consiglieri di opposizione che chiedono alla sindaca di intervenire invece che al governo. Ai consiglieri di opposizione, visto che fanno parte della maggioranza di governo, dico di andare a bussare al governo e chiedere un intervento”. Intanto, da qui al 25 giugno, sono in corso i trasferimenti dei primi 66 (su 230) reclusi da Sollicciano verso altre carceri della Toscana. Al carcere di Prato non ci sono celle libere, eppure nelle prossime ore arriveranno diciassette persone. E così, il rischio è che parte del problema del sovraffollamento si sposti da un penitenziario all’altro. La Dogaia di Prato, tra l’altro, è forse l’istituto messo peggio in Toscana: attualmente ospita 610 reclusi, ma la capienza regolamentare è di circa 500. “Non ci sono celle libere - conferma Ivan Bindo, segretario Uil Pa - dunque le nuove persone che arriveranno andranno sicuramente nelle celle dove sono presenti altri detenuti. Non sarà pertanto garantita, in molti spazi, la possibilità, prevista dalla legge, di avere la soglia minima di tre metri quadrati a testa”. Secondo la giurisprudenza italiana ed europea, infatti, se lo spazio scende sotto questa soglia si presume una violazione del divieto di trattamenti inumani o degradanti stabilito dall’articolo della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Ecco perché, continua Bindo, “è lecito aspettarsi che alcuni reclusi facciano ricorso e otterranno così uno sconto di pena”. Le cose non vanno meglio al carcere di Porto Azzurro, all’Isola d’Elba, dove arriveranno 11 reclusi e dove al momento sono presenti quasi 200 detenuti su una capienza di circa 130. Gli altri spostamenti prevedono 10 persone a Pisa e numeri più contenuti al Gozzini di Firenze, Massa, Massa Marittima, Pistoia, Siena. Fra le questioni più delicate riguardo ai trasferimenti, c’è la lontananza con le famiglie dei detenuti. Sono decine, secondo l’associazione Pantagruel, quelli che hanno parenti o amici nel territorio fiorentino e la loro dislocazione renderà certamente più complicate le visite. Firenze. “C’è già un progetto per ristrutturare Sollicciano, ma gli enti locali devono partecipare” di Jacopo Storni Corriere Fiorentino, 19 giugno 2026 “Il carcere di Sollicciano è sul territorio tra Firenze e Scandicci e dovrebbe essere progettato anche dalle istituzioni locali, hanno il dovere di intervenire, le responsabilità non possono essere demandate soltanto al ministero. E il sequestro di sette sezioni rappresenta, oltre a un fatto drammatico, anche un’occasione per una riprogettazione della struttura”. Sono le parole di Maria Oliva Scaramuzzi, presidente della Fondazione Michelucci che si occupa di architettura e urbanistica. Una notizia, quella dei sigilli della procura, che “ci dovevamo aspettare e forse era auspicabile viste le condizioni. A Sollicciano è successo quello che non si poteva evitare, è una struttura che è stata lasciata andare per anni e anni, non sono mai state fatte manutenzioni né ordinarie né straordinarie e il sovraffollamento non porta che a fatti di cronaca drammatici”. Un sequestro che, seppur fortemente problematico, “va colto come occasione per aprire finalmente gli occhi, adesso è il momento del fare”, tanto più che “era proprio lo stesso architetto Giovanni Michelucci a seguire con dedizione i progetti urbanistici rivolti alla popolazione più fragile”. Scaramuzzi ci tiene a precisare che non è “per l’abbattimento del carcere”, come invece ipotizzato dalla sindaca Funaro. “Distruggere e rifare il penitenziario porterebbe via almeno otto anni di lavori, noi abbiamo un bisogno più urgente”. Secondo la presidente, “la struttura attuale può essere recuperata, come detto anche da autorevoli architetti”. E dunque riprogettare, ma come? “Certamente bisogna ripartire da quel progetto di masterplan che fu siglato nel 2022, e ad oggi dimenticato, da Comune di Firenze e Scandicci, facoltà di architettura, case circondariali Sollicciano e Gozzini, ordine degli architetti e Fondazione Michelucci. Il masterplan parlava di riqualificazione urbanistica esterna ma anche di ristrutturazione interna”. “Bisogna mettere a sedere insieme, dunque, non soltanto le istituzioni locali, ma anche un pool di architetti professionisti. Penso che soltanto affrontando il problema con una cabina di regia, composta da tutti gli attori istituzionali e professionali coinvolti nel territorio, sia possibile arrivare a una soluzione che vada oltre l’emergenza e affronti questioni irrisolte da ormai troppo tempo”. Sulla ristrutturazione interna il ministero ha stanziato recentemente 7,5 milioni, “ma sono troppo pochi, ce ne vorrebbero almeno cento”. Certo non sarà facile trovarli: “Ma non impossibile”. E se è vero che il ministero dovrebbe stanziare i fondi, “è altrettanto vero che gli enti locali devono portare il loro contributo magari realizzando un progetto credibile di riqualificazione, un progetto da presentare al ministero e contestualmente a tutti i soggetti che potrebbero finanziarlo”. Ma per fare questo “serve mettersi tutti attorno a un tavolo e come Fondazione Michelucci lanciamo un invito a tutti gli attori coinvolti già nel 2022 con l’intento di ripartire da lì, mettendo a sedere insieme non soltanto le istituzioni locali, ma anche un pool di architetti professionisti”. Quanto ai contenuti dell’eventuale progetto, “c’è certamente l’aspetto del contesto urbanistico, si dovrebbe partire dal mettere il carcere in sinergia con gli spazi esterni pensando a un’area verde”. E poi, “è urgente riprogettare lo spazio esterno in cui i familiari dei detenuti attendono di entrare, che ad oggi non è altro che un luogo fatiscente dove d’estate ci sono quasi 50 gradi e d’inverno ci piove dentro”. Reggio Emilia. Morì in cella a 39 anni per overdose, l’associazione Yairaiha sarà parte civile di Giulia Benvenuti Il Resto del Carlino, 19 giugno 2026 L’avvocato Carmine Migale, che in aula ha rappresentato l’associazione Yairaiha, che si occupa della tutela dei diritti umani, come quelli delle persone private della libertà personale. “Esprimiamo soddisfazione per la nostra ammissione al processo quale parte civile. Nonostante il percorso di giustizia riparativa intrapreso dalle parti, riteniamo che la nostra partecipazione sia fondamentale”. Così l’associazione Yairaiha, che si occupa della tutela dei diritti umani, rappresentata ieri in aula dall’avvocato Carmine Migale nel processo che vede imputati un medico e un’infermiera dell’istituto penitenziario di Reggio. La vicenda riguarda il decesso di Giuseppe Convertino, 39enne affetto da problemi di tossicodipendenza morto il 10 aprile 2022 appena ventiquattr’ore dopo il suo ingresso alla Pulce. Lorena e Lorenza Incerti, madre e zia di Convertino, sono state rappresentate dai legali Gianluca Tallarico ed Emanuel Napoleone: avendo trovato un accordo transattivo, non si costituiranno parte civile. L’uomo sarebbe deceduto per un edema polmonare emorragico causato da insufficienza respiratoria, a sua volta provocata da un’intossicazione acuta da metadone. L’impianto accusatorio contesta al medico la prescrizione una dose iniziale di 100 milligrammi di metadone, definita dalla procura “macroscopicamente errata”, oltre a un’errata procedura di visita basata solo sulle dichiarazioni del detenuto. La posizione dell’infermiera è legata alla presunta mancata rilevazione tempestiva dell’overdose. I due sono rappresentati in aula dai legali Maria Vittoria Prati e Paolo Gramoli: hanno chiesto il rito abbreviato, condizionato anche dal fatto di aver concluso con successo un percorso di giustizia ripartiva assieme ai familiari del deceduto. Padova. “In carcere tante criticità dal sovraffollamento alle carenze sanitarie” Il Mattino di Padova, 19 giugno 2026 Antonio Bincoletto, Garante dei diritti delle persone private della libertà personale del Comune, ieri, in un incontro svoltosi a Palazzo Moroni, ha tracciato il bilancio dei suoi cinque anni di attività. Bincoletto è infatti giunto a fine mandato. “Sono stati cinque anni difficili, a tratti complicati, che però mi hanno lasciato molto dal punto di vista umano”. Complessivamente, nel corso della sua attività, Bincoletto ha incontrato 750 persone e avuto circa 2.500 colloqui, una media di 500 all’anno. “Ho raccolto informazioni e una banca dati importante che metterò a disposizione del mio successore”, ha spiegato il Garante sottolineando le tre principali criticità con cui si è dovuto scontrare nel suo percorso a contatto con il carcere e la sua popolazione. “La prima è la sanità che spesso viene considerata inadeguata. Per questo sono stati apportati una serie di miglioramenti interni. Il secondo punto è il lavoro; anche se Padova rappresenta una realtà virtuosa, con 150 detenuti impiegati in cooperative interne, però stiamo parlando di 150 persone su una comunità di 650 detenuti molti dei quali chiedono di lavorare”. Il terzo punto critico, secondo Bincoletto è rappresentato dalle condizioni detentive: “Attualmente in carcere di Padova vive una situazione di sovraffollamento; ci sono infatti 200 persone più di quelle che dovrebbero esserci. Ci sono impianti fatiscenti che testimoniano le problematiche di una struttura che avrebbe bisogno di importanti manutenzioni”. Accanto alle criticità ci sono però anche i punti positivi “come il polo universitario con 50 iscritti e progetti come Ristretti Orizzonti”. Catania. Di Stefano “manager della felicità” per i detenuti La Sicilia, 19 giugno 2026 È stata una giornata diversa dal solito quella trascorsa alla casa circondariale Piazza Lanza quando Cristiano Di Stefano, noto come “manager della felicità”, ha incontrato i detenuti dell’istituto, per l’ultimo dei laboratori della iniziativa “Oltre le sbarre. Riscoprire se stessi”. In un contesto solitamente associato a regole, limitazioni e rigidità, l’approccio portato da Di Stefano per la conduzione delle attività ha puntato sulla consapevolezza, la responsabilità personale e la progettualità dei destinatari del progetto. L’obiettivo, spiega la direttrice Nunziella Di Fazio, “non è stato promettere felicità immediata, ma fornire ai partecipanti strumenti concreti per gestire le emozioni, riflettere sulle proprie scelte e guardare al futuro”. I detenuti hanno svolto “esercizi di dialogo interiore e auto-riflessione guidati da tecniche di coaching applicate in contesti aziendali, ma adattate al carcere”. “Non è una motivazione superficiale - ha spiegato Di Stefano ma allenamento mentale e relazionale. L’esecuzione penale limita la libertà personale, ma non la coscienza. Ogni persona ha diritto a sentirsi vista e a costruire una relazione autentica con sé stessa. Questa esperienza dimostra che anche in un contesto come quello penitenziario è possibile iniziare a farlo”. “Il nostro impegno - ha commentato la direttrice Di Fazio - è rivolto alla realizzazione di attività che possano dare ai detenuti elementi concreti e positivi per il loro percorso di crescita. L’esperienza con il “manager della felicità” rappresenta un approccio innovativo e positivo che abbiamo accolto favorevolmente anche perché offre elementi validi per elaborare il proprio atteggiamento e modificarlo. In carcere non si lavora soltanto sulle regole e sui doveri, ma anche sulle competenze interiori, sul rispetto reciproco e sulla responsabilità. Attività come questa aiutano i detenuti a guardare al futuro con maggiore consapevolezza e fiducia”. Alcuni detenuti “hanno condiviso riflessioni sulle proprie emozioni e sui propri obiettivi futuri, mostrando voglia di cambiamento e apertura al dialogo”. Per la direzione del carcere: “questo tipo di attività rappresenta un modello innovativo di educazione alla responsabilità e alla crescita personale, in grado di integrare i tradizionali percorsi di reinserimento”. San Gimignano (Si). Dal frutteto alla fitoterapia, nel carcere nasce una filiera delle erbe officinali intoscana.it, 19 giugno 2026 Guidati dagli esperti della Società Italiana di Fitoterapia i detenuti apprenderanno le tecniche necessarie per coltivare, raccogliere, essiccare, conservare e lavorare le essenze vegetali, acquisendo competenze spendibili anche in ambito lavorativo. Dopo il giardino officinale e il frutteto, il progetto di agricoltura sociale promosso da Estra alla Casa di Reclusione di Ranza a San Gimignano compie un nuovo passo avanti. Nell’ambito della campagna nazionale “OrtoFrutteto Solidale Diffuso” di AzzeroCO? e Legambiente prende infatti il via un laboratorio di fitoterapia che offrirà ai detenuti un percorso di formazione professionale dedicato alla coltivazione e alla trasformazione delle piante officinali. Guidati dagli esperti della Società Italiana di Fitoterapia (SIFit), i partecipanti apprenderanno le tecniche necessarie per coltivare, raccogliere, essiccare, conservare e lavorare le essenze vegetali, acquisendo competenze spendibili anche in ambito lavorativo. Il programma prevede inoltre l’utilizzo di specifiche attrezzature di laboratorio, tra cui maceratori, percolatori e mulini per polveri, con l’obiettivo di creare una vera e propria piccola filiera produttiva all’interno dell’istituto penitenziario. Le conoscenze acquisite permetteranno di realizzare preparati erboristici destinati ai disturbi più comuni della popolazione detenuta. Tra questi tisane a base di melissa per favorire il rilassamento e contrastare insonnia e stati d’ansia, infusi di achillea e assenzio per il benessere dell’apparato digerente, oleoliti di elicriso per le infiammazioni cutanee, sciroppi balsamici a base di elicriso e lavanda e preparati di ribes nero dalle proprietà diuretiche e antinfiammatorie. Tutte le produzioni seguiranno metodiche standardizzate e conformi alla normativa vigente. L’iniziativa si inserisce nel progetto “OrtoFrutteto Solidale Diffuso”, promosso da AzzeroCO? e Legambiente per favorire l’inclusione sociale e la tutela della biodiversità attraverso la realizzazione di frutteti solidali. Un percorso che unisce sostenibilità ambientale, formazione e reinserimento sociale, trasformando il contatto con la natura in un’opportunità concreta di crescita personale e professionale. “È un’importante opportunità di crescita personale e professionale, consentendo ai detenuti di acquisire competenze specifiche potenzialmente spendibili in diversi ambiti produttivi, tra cui il settore erboristico, cosmetico, agricolo e della trasformazione delle materie prime naturali - dichiara Giuseppe Renna, direttore della Casa di Reclusione di San Gimignano -. La formazione costituisce uno degli strumenti più efficaci per favorire processi di responsabilizzazione individuale e per creare le condizioni necessarie a un concreto reinserimento nella società, ampliando il loro bagaglio professionale e rafforzare le prospettive di accesso al mercato del lavoro una volta concluso il percorso detentivo. Il progetto conferma il valore delle attività educative e formative all’interno degli istituti penitenziari, in coerenza con la funzione rieducativa della pena sancita dall’articolo 27 della Costituzione italiana. Investire nella conoscenza e nella formazione significa infatti offrire opportunità reali di inclusione sociale, contribuendo alla costruzione di percorsi di autonomia, legalità e cittadinanza attiva. Attraverso iniziative di questo tipo, la Casa di Reclusione rinnova il proprio impegno nel promuovere interventi capaci di coniugare formazione, dignità della persona e sviluppo di competenze utili a favorire un reinserimento sociale”. “Quando abbiamo deciso di sostenere questo progetto - afferma Francesco Macrì, presidente di Estra - sapevamo che il suo valore non si sarebbe misurato nel numero di piante messe a dimora, ma nel percorso che esse avrebbero generato. Imparare a riconoscerle, coltivarle, trasformarle secondo metodo e rigore scientifico, dando forma e significato al tempo attraverso il lavoro. Per Estra, questo è il senso più autentico della sostenibilità: la capacità di generare valore concreto per le comunità e per le persone, anche nei contesti più difficili. È il modello di sviluppo in cui crediamo: quello che lascia un segno duraturo nei territori in cui operiamo”. “La Società Italiana di Fitoterapia è particolarmente onorata di essere stata coinvolta nell’iniziativa OrtoFrutteto Solidale Diffuso presso la Casa di Reclusione di Ranza e aderisce pienamente agli scopi di questa iniziativa - dice Roberto Della Loggia, presidente della Società Italiana di Fitoterapia -. La formazione di base dei detenuti che si occupano della coltivazione delle piante officinali rappresenta da un lato un elemento essenziale affinché la coltivazione, che già da sé ha un valore formativo, trovi la sua ragione nell’utilizzazione pratica di quanto coltivato; dall’altro costituisce un piccolo patrimonio di conoscenze che potrà rivelarsi utile, una volta scontata la pena, per l’inserimento nel mondo del lavoro. Per quanto riguarda i docenti della SIFit che danno la loro disponibilità, affrontare una classe di allievi così diversa dai loro studenti universitari rappresenta una sfida ma anche un’occasione di arricchimento personale”. “Questa iniziativa rappresenta un esempio virtuoso di come la sinergia tra istituzioni, privato sociale e mondo scientifico possa concretamente favorire l’inclusione e il riscatto sociale - aggiunge Daniela Morbis, assessora alle politiche sociali e per l’inclusione del Comune di San Gimignano -. Attraverso l’agricoltura sociale e l’apprendimento di una professione specialistica come la fitoterapia, non solo offriamo ai detenuti competenze reali e spendibili per il loro futuro reinserimento nella comunità, ma promuoviamo anche un modello di benessere profondo e di cura della persona che parte dal lavoro e dal contatto con la terra”. Brescia. “Cara società, ecco cosa abbiamo visto in carcere” Giornale di Brescia, 19 giugno 2026 Siamo un gruppo di giovani scout provenienti da tutto il Nord Italia e lo scorso weekend abbiamo vissuto un’esperienza all’interno del carcere di Verziano; vorremmo chiedere ospitalità alle pagine del suo giornale per raccontare ciò che abbiamo vissuto e così, idealmente, rivolgerci a tutta la società Bresciana. Per questo iniziamo la nostra lettera con: “Cara Società, ci sono luoghi che esistono accanto a noi e che, allo stesso tempo, sembrano lontanissimi. Il carcere era uno di questi. Lo conoscevamo attraverso racconti, immagini veloci, notizie, giudizi. Ma quasi mai attraverso l’incontro. Entrarci ci ha costretti a cambiare sguardo. Abbiamo incontrato volti, voci, storie, ma prima di tutto, abbiamo incontrato persone. Persone con una storia, con errori, ferite, paure e desideri. Persone che troppo spesso vengono ridotte al loro reato, dimenticando tutto il resto. Durante la giornata trascorsa insieme, tra giochi, canti, pasti condivisi e racconti reciproci, ci siamo stupiti della semplicità con la quale ci siamo riconosciuti umani gli uni davanti agli altri. Ci resteranno impressi i volti, gli sguardi, i sorrisi inattesi, la tristezza presente in certi racconti e, insieme, una profondità umana difficile da spiegare. Siamo entrati pensando di dover portare qualcosa; siamo usciti con la sensazione di aver ricevuto molto di più. Dentro quelle mura abbiamo scoperto un’umanità forte, concreta, autentica. A tratti persino più evidente di quella che spesso incontriamo fuori. Forse perché nelle difficoltà l’uomo riscopre il bisogno dell’altro, diventa fratello, crea comunità. E allora abbiamo compreso anche un’altra cosa: il carcere non è un mondo separato dalla società. Ne è lo specchio. Quelle mura non custodiscono persone lontane da noi, ma raccontano qualcosa che ci riguarda tutti. Per questo sentiamo importante dire che chi vive in carcere è un essere umano esattamente come noi. Non basta informarsi o parlare del carcere da fuori. Serve avere il coraggio dell’incontro, lasciare spazio all’ascolto, abbandonare almeno per un momento la paura e il giudizio. Solo così ci si accorge di quanto sia facile condannare senza conoscere davvero. In carcere alzi lo sguardo e vedi ovunque le mura. Ma le mura più difficili da abbattere non sono sempre quelle di cemento. Abbiamo percepito in molte persone una rabbia profonda verso se stesse, un peso che continua a chiuderle dentro anche oltre la pena. Una seconda gabbia. Questa esperienza ci ha portati a interrogarci non solo sul crimine, ma anche su ciò che conduce una persona a commetterlo. Ci possono essere alternative. E proprio per questo la dimensione rieducativa del carcere non può restare soltanto un principio scritto: deve diventare reale, concreta, vissuta. Andare in carcere non è un gesto di carità. Non si entra per sentirsi migliori o per “portare gioia”. Si entra per incontrare, ascoltare e lasciarsi cambiare dall’incontro. Perché anche da chi meno te lo aspetti puoi imparare qualcosa di essenziale sull’essere umano. Oggi sentiamo che tutti possiamo fare qualcosa affinché il carcere diventi davvero un luogo capace di accompagnare le persone verso una possibilità nuova. Per questo auguriamo a tutti di non fermarsi al passato delle persone e ai loro errori, ma di scegliere di informarsi e guardare al loro futuro con fiducia. Perché una società si misura anche da come sceglie di guardare chi ha sbagliato”. 25 ragazzi e ragazze che hanno scelto l’incontro Un “secondo tiro di dadi”: nella risocializzazione le sole speranze di un carcere al collasso di Lina Caraceni sistemapenale.it, 19 giugno 2026 “Se fioriscono le spine”, il romanzo opera prima di Glauco Giostra è un racconto insolito, originale sulla realtà del carcere di uno dei più importanti e autorevoli studiosi del processo penale e del sistema penitenziario. Attraverso alcune vite incredibili (come tante che nascondiamo dietro le mura di una prigione) la storia propone una riflessione su questioni giuridiche, etiche e filosofiche che ci interpellano da sempre: cos’è la giustizia, qual è il senso della pena, il peso dell’errore nella vita di una persona e di una comunità, se e quanto siamo disposti a concedere seconde possibilità. Con una solida e coinvolgente architettura del racconto, con una prosa rigorosa e al tempo stesso ricercata ed evocativa, il romanzo segue due canoni narrativi. Il primo si sviluppa dentro il carcere “reale” in cui si incontrano Antonio e Angelo detto “Il Muto”, due delle tante anime fragili e tormentate che lo abitano e che in quella condizione di deprivazione, sopraffazione e brutalità stringono una “complice” amicizia riconoscendosi nella radice comune del dolore che li ha attraversati portandoli più volte a compiere scelte sbagliate (provengono da contesti familiari degradati dalla miseria e dalla violenza, specialmente quella sulle donne); l’altro ci guida dentro il carcere “interiore” dei due protagonisti e dei tanti personaggi che animano l’intero romanzo e che intrecciano la loro vita, per scelta o per circostanza, a quella di Antonio e Angelo. L’autore ci offre l’occasione per posare lo sguardo su due mondi che difficilmente catturano la nostra attenzione: il primo, il carcere “reale”, perché non ci interessa confrontarci con il male che pensiamo di averci rinchiuso; il secondo, il carcere “interiore” di ognuno di noi, perché vorrebbe dire fare i conti con le paure, le fragilità, i tabù che spesso lo popolano, con l’essenza di una persona che va oltre le maschere che indossa, i gesti che compie, oltre l’apparenza delle cose; non cadeva una lacrima, ma un pianto inconsolabile … scorreva dietro agli occhi di Angelo mentre raccontava ad Antonio la vicenda devastante dell’uccisione della madre che lo aveva portato a rinchiudersi nel mutismo. Lo sguardo sul carcere “reale” ci rivela un sistema in cui convivono troppe contraddizioni: vogliamo cambiare in meglio persone che hanno sbagliato costringendole a sopportare una disumana sofferenza; pretendiamo di rieducarle al rispetto delle regole non rispettandole a nostra volta; puntiamo al reinserimento sociale recidendo legami e isolando. L’imprigionamento come modello punitivo è il prodotto di quell’idea radicata e difficile da estirpare che vede il carcere come contenitore del male, il luogo dei cattivi e del loro patimento meritato, dell’espiazione senza sconti della colpa; malgrado la tensione rieducativa che dovrebbe dare senso alla pena (art. 27 comma 3 Cost.), domina nell’immaginario collettivo e pure in quello di molti operatori della giustizia (che possiamo rintracciare nel personaggio di Iena Ridens, uno degli ispettori di polizia penitenziaria descritti nel romanzo) l’approccio securitario, retributivo e mortificante proprio dell’istituzione totale che punta a degradare la persona detenuta fino a spogliarla della sua dignità. E lo sguardo sul carcere “interiore” ci restituisce la fotografia di questa composita umanità che vive dentro e fuori le mura di una prigione e da cui dipende la possibilità di tirare una seconda volta i dati, pur con le cicatrici dei propri sbagli che non scompariranno mai, né da sé, né dalla pelle di quanti sono stati offesi e danneggiati. Antonio si sentiva addosso un senso di precarietà, di inutilità, di vulnerabilità. Non era nessuno: in ogni momento poteva ricevere un’umiliazione, uno sguardo di commiserazione, un insulto, uno sgarbo, un rifiuto. Era un insignificante anonimo per alcuni, l’ex detenuto per molti. Perché le possibilità di recupero delle persone che hanno subito il carcere dipendono dalle tante Aurora - una vittima - e dai tanti Ciriola - una “guardia” - che nonostante tutto provano a non “inchiodare” chi ha commesso un reato al proprio crimine, a mostrare rispetto per la persona che c’è dietro (nessuno è il suo errore) e ad offrire una seconda opportunità (io sono lo stagno, le ombre riflettono le nuvole nel tuo cielo” dice Antonio ad Aurora non insensibile alle critiche del marito Leandro per il suo atteggiamento di apertura e disponibilità verso il pregiudicato a cui ha offerto un lavoro nella sua casa); dipendono dai Leandro e dai troppi Manfredi, cittadini perbene e benpensanti come ci sentiamo in tanti, che non fanno sconti e non sono disposti a concedere un altro tiro di dadi: certo dispiace: è pur sempre una vita umana, ma i delinquenti prima o poi fanno questa fine, dice Manfredi alla piccola Giada che Angelo salva da un rapimento con la propria vita. Il diritto alla speranza proprio di ogni essere umano, negato da un carcere che ammala e uccide per le condizioni indegne in cui costringe migliaia di persone (è la macabra cronaca della quotidianità penitenziaria degli ultimi anni arrivata nel 2024 al record di suicidi), non ha miglior sorte nella civile comunità di noi sedicenti liberi se viviamo costretti dai legacci del pregiudizio, quando non di una mortifera indifferenza. La speranza vive nel dialogo, nella fiducia, nel riconoscimento dell’altro pure quando è dietro la grata di una prigione, nel saper guardare oltre le apparenze e gli stereotipi come fanno i bambini, come fa Giada con Angelo mentre la aiuta a fare i compiti o glieli riguarda se li ha già fatti; ed è di una tenerezza infinita costatare che a volte trova[no] le stesse difficoltà e si aiuta[no] a superarle. E così anche i cappi possono diventare altalene. La parola “debole” diventa insulto. Ma c’è un modo per difenderla di Venanzio Postiglione Corriere della Sera, 19 giugno 2026 Così Trump ha definito il Papa per gli inviti alla pace e gli allarmi sulla guerra. Leone XIV ha risposto “io non ho paura”, riaccendendo un’altra (antica) verità: la mitezza non è arrendevolezza, solo una certa tracotanza può associare due termini così lontani. Parola che ci riguarda. Ci appartiene. Ci fa scattare l’empatia. Perché da sempre, dalla notte dei tempi, è associata all’idea di cura, generosità, sostegno, attenzione, solidarietà. In tutte o quasi tutte le civiltà, in forme diverse, nei modi più vari: ma con un sentire comune. La parola è “debole”. Quando chiedono agli antropologi quale sia stato il primo segno di umanità, la risposta è affascinante: un femore guarito. Perché i “primitivi”, che da quel momento non furono più “primitivi”, invece di abbandonare il malato lo protessero e nutrirono per mesi e mesi. Fino al suo ritorno nella comunità. E invece. Un giorno, a sorpresa, Trump ha ribaltato un’altra zona di conforto della nostra coscienza. Visto che papa Leone invitava alla pace, invece che alla guerra, pensate un po’, The Donald l’ha definito “debole”. Da saltare sulla sedia. Non solo per l’aggressione verbale, non solo per il fatto inedito, un presidente americano contro il Pontefice, ma anche per una questione più profonda. Che a distanza di tempo appare evidente. Cioè l’uso del termine “debole” come insulto. La parola che, da sempre, porta verso il rispetto e la sensibilità, trasformata in un randello sulla testa del fragile o presunto fragile. La risposta del Papa, “io non ho paura”, ha riacceso anche un’altra (antica) verità: la mitezza non è arrendevolezza, solo una certa tracotanza può associare due termini così lontani. C’è un passo del Vangelo di Luca che è nell’anima di (quasi) tutti, cattolici o atei, laici o credenti. “Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico…”. Derubato, bastonato, lasciato lì. Due persone passano e vanno oltre, il Samaritano “lo vide e ne ebbe compassione… lo portò in una locanda e si prese cura di lui”. Compassione, prendersi cura. Il racconto del viandante che si occupa dello sconosciuto andrebbe consigliato a un po’ di leader del mondo che si dicono cristiani e devoti: ma qualcuno avrà strappato proprio quella pagina dal Vangelo che hanno a casa, non è colpa loro. Il 4 aprile 1968 Robert Kennedy atterra a Indianapolis per le primarie presidenziali, gli dicono che Martin Luther King è stato assassinato. Cerca di fermare la rivolta. “Ciò di cui abbiamo bisogno negli Stati Uniti non è odio, non è violenza e rifiuto della legge, ma è amore, saggezza e compassione gli uni verso gli altri”. Usa quel termine, in inglese “compassion”, lo stesso che il buon Samaritano pronuncia in greco antico. Vuol dire soffrire assieme, sentire assieme, con la radice “pathos” che è il codice genetico dell’umanità. Pianeta 2030, il bellissimo evento del Corriere, si è chiuso chiacchierando con l’intelligenza artificiale. Nulla di definitivo, niente di sicuro, il tema è incerto e cambia ogni settimana. Ma alla domanda sull’umanità l’AI è stata molto cauta, per ora: “Non ho desideri, non ho compassione. Non mi sveglio la mattina pensando che il mondo debba essere salvato”. Frase inquietante o forse incoraggiante: c’è ancora spazio e tempo per noi, sul fronte dell’empatia. Parlando a Barcellona, intanto, Prevost ha ignorato la furia di Trump: “Non possiamo credere in Gesù e fare la guerra”. Persevera, papa Leone. La debolezza è sorprendente. La proposta: mettere al bando la parola “remigrazione”. Liliana Segre: “Disarmiamo le parole” di Daniela Preziosi Il Domani, 19 giugno 2026 Liliana Segre: “La guerra, più ancora del razzismo e del fondamentalismo, è strumento di istigazione, di discriminazione, di annientamento dell’identità, della libertà, della dignità umana”. Al Senato la conferenza “Disarmiamo le parole”, nella Giornata internazionale per il contrasto ai discorsi d’odio. L’appello della senatrice a vita e dell’ex ministra Cartabia. Verducci (Pd): “Cancelliamo dal linguaggio la parola-chiave di Vannacci, evoca una deportazione di massa su base razziale e contraddice tutti i principi della Costituzione”. “Discutere di contrasto all’hate speech nell’agorà pubblica investe la qualità delle nostre democrazie”, “La guerra, più ancora del razzismo e del fondamentalismo, è strumento di istigazione all’odio, di discriminazione, di annientamento dell’identità, della libertà, della dignità umana. Oggi il precipizio è ancora più profondo”. L’appello contro le parole d’odio arriva dalla senatrice a vita Liliana Segre nel corso della conferenza “Disarmare le parole”, al Senato, promossa da Francesco Verducci (Pd), relatore generale dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa sulla lotta contro il razzismo e l’intolleranza e coordinatore della No Hate Parliamentary Alliance dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa. L’occasione è la Giornata internazionale per il contrasto ai discorsi d’odio. La senatrice ha ricordato che già nel 2022 ha voluto inserire nella relazione conclusiva della Commissione straordinaria per il contrasto dei fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio, da lei presieduta, un riferimento esplicito al nesso tra guerra e odio. Quello di Segre, presidente della Commissione straordinaria del Senato per il contrasto dei fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio, era il discorso più atteso. Nel suo intervento, ha collegato il fenomeno dell’hate speech alla dimensione più vasta della guerra come “matrice dell’odio”. E ha rivolto un appello ai capi di governo di tutto il mondo: “Fermatevi, costruite politiche di pace e di rispetto dei diritti di tutti, di ogni minoranza”, citando l’enciclica di papa Leone come riferimento condiviso: “Serve disarmare le parole: basta violenza, basta sopraffazione”. Ai più giovani ha indicato una sola direzione: “Insegniamo ai bambini l’altra strada: quella dell’umanità, mai della vendetta”. Al centro del dibattito, l’escalation del linguaggio d’odio nella sfera pubblica, in particolare sui social media, e la necessità di una risposta istituzionale coordinata tra parlamenti nazionali e Unione europea. Ed è qui che Verducci ha lanciato un appello trasversale a tutte le forze politiche: un patto per ripulire il lessico della politica. Nel mirino, soprattutto, il termine “remigrazione”: “Va bandito dal linguaggio della politica, perché evoca una deportazione di massa su base razziale e contraddice tutti i principi della nostra Costituzione. Il linguaggio d’odio e di discriminazione non può portare consenso: è un veleno che uccide la nostra democrazia”. Sulla stessa linea l’ex ministra Marta Cartabia, che nella sua veste di presidente della Commissione di Venezia del Consiglio d’Europa ha ribadito come la libertà di parola resti un pilastro irrinunciabile della democrazia, ma non possa coprire l’odio e la discriminazione: “In un tempo come il nostro bisogna ripartire dal disarmare le parole”. Fra i partecipanti anche Petra Bayr, presidente dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa; e Elisabetta Gardini, presidente della delegazione italiana all’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa. Al di là delle appartenenze politiche, nella conferenza è sembrato materializzarsi un barlume convergenza su un punto: la regolamentazione del digitale non è una limitazione della libertà, ma una sua condizione. “Quello che sembrava uno straordinario spazio di libertà”, avverte Segre, “porta in sé insidie che minacciano le fondamenta stesse delle nostre democrazie liberali. Di fronte a questa deriva, l’Europa ha scelto la strada della regolamentazione, consapevole che la libertà senza regole non protegge: espone”. Rimpatri e “mandato potenziato” di Frontex, la consulente dell’agenzia: “Non siamo come l’Ice” di Marika Ikonomu Il Domani, 19 giugno 2026 Annegret Kohler, che ha lavorato anche nell’ufficio dell’ex direttore Fabrice Leggeri, ha risposto a Domani a margine dell’evento di presentazione del progetto Fami sui rimpatri volontari. “La nuova normativa Ue non introduce un sistema repressivo per i migranti”, afferma la funzionaria, restia ad affrontare i temi più delicati relativi all’agenzia. “Send Them Back”, rispediteli indietro. Gli europarlamentari conservatori e riformisti hanno intonato questo coro durante l’approvazione del regolamento rimpatri, rinominato da molte organizzazioni “regolamento deportazioni”. Le nuove norme - che prevedono un largo uso della detenzione, anche di minori, raid in abitazioni private e altri luoghi, return hub in cui trasferire persone in paesi con cui non hanno alcun legame - preoccupano le organizzazioni per i diritti, movimenti di tutta Europa e anche i vescovi europei che hanno sottolineato come “il nuovo quadro normativo rischia di indebolire l’effettiva tutela dei diritti fondamentali e della dignità delle persone vulnerabili”. E in questo nuovo capitolo dell’Ue gioca un ruolo cruciale l’Agenzia europea per il controllo delle frontiere (Frontex), sempre più ricca di agenti e fondi: dal 2025 il budget annuo ha superato il miliardo di euro. Mercoledì la presidente della Commissione Ursula von der Leyen, nella sua lettera inviata in vista del Consiglio europeo, ha fatto sapere che l’Ue si sta “preparando a proporre un mandato potenziato per Frontex, consentendo all’agenzia di contribuire in modo ancora più decisivo alle operazioni di rimpatrio”. L’agenzia europea si sta rinforzando sempre di più nonostante le accuse di malagestione, di complicità nei respingimenti nel Mediterraneo e di gravissime violazioni dei diritti umani che l’hanno travolta durante la direzione del francese Fabrice Leggeri, oggi eurodeputato di Rassemblement National e indagato in Francia per crimini contro l’umanità e tortura. Non solo con Leggeri: Border Violence Monitoring Network continua a raccogliere testimonianze di abusi da parte di agenti delle forze di polizia europee, che ricordano quelli perpetrati dagli agenti della controversa agenzia Usa Ice. Un parallelismo che la consulente senior dell’Ufficio dei diritti fondamentali di Frontex, Annegret Kohler, che ha lavorato anche nell’ufficio di Leggeri, rifiuta: “Noi non siamo una forza militare”, ha risposto a Domani a margine dell’evento di presentazione del progetto Fami sui rimpatri volontari, organizzato il 16 giugno dal Garante dei diritti delle persone private della libertà. Per Kohler - restia a rispondere sulle questioni più delicate relative all’agenzia - la domanda sul parallelismo tra le due agenzie, statunitense ed europea, è “un po’ fuori luogo”. E precisa: “Siamo un braccio operativo dell’Unione europea che ha il compito di sostenere gli Stati membri. Non ha nulla a che vedere con questo tipo di paragone”. Come verrà riorganizzata l’agenzia per l’implementazione del Patto? Considerato il significativo aumento di budget: la Commissione ha proposto un aumento a 11,9 miliardi solo per il periodo 2028-2034. Il personale dell’agenzia potrebbe aumentare per sostenere gli Stati membri nell’attuazione del nuovo Patto. Puntiamo inoltre ad aumentare costantemente il numero dei monitor (il personale che vigila sul rispetto delle norme sui diritti fondamentali, ndr), per essere in grado di svolgere un monitoraggio adeguato alle frontiere esterne dell’Ue. Vorremmo inoltre incrementare la formazione. Il rafforzamento delle capacità è sempre un aspetto importante dei nostri compiti. Nei report del Fundamental Rights Office (Fro) sono emerse negli anni diverse violazioni da parte degli agenti di Frontex. Quali misure vengono prese? I Serious Incident Report sono presentati regolarmente al Consiglio di amministrazione e debitamente seguiti dagli Stati membri. Se è coinvolta Frontex, è Frontex stessa a essere responsabile di fornire una risposta e di adottare misure correttive. Questo è il meccanismo di controllo. Naturalmente rendiamo pubblici questi incidenti gravi e i relativi rapporti attraverso le nostre relazioni annuali. Nel Mediterraneo centrale, Frontex dispone sempre meno di mezzi navali e sempre più di mezzi aerei, come aerei e droni. Si tratta di una strategia precisa? Non so quanti mezzi siano impiegati e non lavoro in questo settore. Secondo lei, qual è il punto di equilibrio tra il rispetto dei diritti umani e la garanzia del diritto d’asilo da una parte e una politica europea di controllo delle frontiere sempre più repressiva dall’altra? Non parlerei di un sistema repressivo dell’Unione europea. Tuttavia, come Ufficio per i diritti fondamentali, siamo indipendenti e facciamo del nostro meglio per monitorare il più possibile la situazione, insieme agli Stati membri e ad altri attori internazionali, per assicurarci che venga mantenuto il giusto equilibrio e che le attività siano svolte nel rispetto dei diritti fondamentali. Come verranno tutelati i diritti come il diritto alla privacy, nella raccolta dei dati biometrici, nell’uso dei sistemi di sorveglianza e nell’intelligenza artificiale? Esiste il regolamento europeo sull’intelligenza artificiale e l’Agenzia è naturalmente coinvolta nel suo sostegno e nella sua attuazione. L’intelligenza artificiale presenta ovviamente anche aspetti positivi. L’Ufficio per i diritti fondamentali sta monitorando attentamente la situazione ed è fortemente coinvolto in tutto il lavoro che si sta svolgendo attualmente sull’intelligenza artificiale, proprio per garantire che questi diritti siano tutelati. Frontex, nell’ambito delle sue attività di monitoraggio nel Mediterraneo, coopera con la cosiddetta Guardia costiera libica. La missione di inchiesta indipendente dell’Onu sulla Libia ha trovato ragionevoli motivi per ritenere che le persone migranti in tutto il paese siano vittime di crimini contro l’umanità e siano condotti, tra gli altri, atti di sparizione forzata, tortura, schiavitù, violenza sessuale. Su che basi Frontex coopera con le autorità di un paese in cui vengono commessi questi crimini? Non posso parlare di questo tema, non rientra nella mia area di lavoro e non è collegato a questa conferenza. In Francia è in corso un’indagine a carico dell’ex direttore esecutivo di Frontex, Fabrice Leggeri, accusato di complicità in crimini contro l’umanità e torture. Lei era consulente dell’ufficio dell’ex direttore. Come è stata gestita internamente questa indagine? Non posso fornire informazioni al riguardo. Si tratta di una questione interna che riguarda la responsabilità e l’audit interno, non è di mia competenza. Dimenticare i torturatori. Torna l’asse Roma - Tripoli per fermare i migranti di Youssef Hassan Holgado Il Domani, 19 giugno 2026 Inaugurata una nuova sala di intelligence in Libia con Turchia e Qatar per fermare i flussi. La cooperazione siglata mentre all’Aia emergono i crimini commessi da milizie e apparati. Torture, gambizzazioni, violenze sessuali e uccisioni a sangue freddo. Questa è la Libia per i migranti fermati dalle milizie, intercettati dalle autorità e poi rinchiusi nei centri di detenzione. Il sistema era già noto da tempo dopo denunce di Ong e grazie al lavoro di inchieste giornalistiche di vario tipo. Ma da settimane questi apparati repressivi e criminali sono sotto la lente della Corte penale internazionale. Impossibile non dare credito ai giudici dell’Aia che hanno raccolto centinaia di testimonianze e hanno raccontato in aula, durante le udienze preliminari contro uno dei vertici delle milizie Radaa, l’inferno libico per i migranti. Eppure, davanti a un quadro accusatorio gravissimo e documentato, il governo di Giorgia Meloni ha deciso di rafforzare ancora di più la collaborazione con le autorità libiche. A Tripoli, infatti, è stato lanciato il progetto pilota per la creazione di una Sala operativa congiunta “composta da funzionari libici cui si uniscono ufficiali di collegamento di Italia, Qatar e Turchia”, si legge nella scarna nota di Palazzo Chigi. Proprio lo scorso lunedì i colossi energetici dei tre paesi hanno firmato accordi con la National oil corporation libica dopo che lo scorso anno si sono aggiudicati tre dei nuovi cinque siti di esplorazioni messi a gara. Tornando alla Sala operativa, l’obiettivo è sempre lo stesso: “Sostenere gli sforzi libici nella gestione dei fenomeni migratori illegali, rafforzare le capacità libiche di ricerca e di soccorso e migliorare lo scambio di informazioni”, per “salvare vite umane in mare e contrastare le reti criminali impegnate nel traffico di migranti”. Salvare vite umane è il mantra che ritorna di continuo in questo 2026, in cui il numero dei morti nel Mediterraneo rischia di toccare un record assoluto. Da gennaio ad aprile la conta è di 827 morti in mare al 7 giugno. Solo lo scorso 16 giugno sulle coste libiche sono stati recuperati altri 15 corpi dopo l’ennesimo naufragio. Mentre ieri Alarm Phone ha lanciato l’allarme per un’imbarcazione in difficoltà con 64 persone a bordo. La nuova cooperazione annunciata da Meloni non è solo uno strumento tecnico contro i trafficanti: è il tassello di una normalizzazione politica delle relazioni con apparati libici accusati, direttamente o indirettamente, di alimentare violazioni e compiere crimini. La sala a Tripoli Da quanto riferiscono fonti di Palazzo Chigi a Domani, nella Sala operativa ci saranno ufficiali di collegamento che fanno capo direttamente al ministero dell’Interno e si occuperanno di uno scambio continuo di informazioni e di intelligence. Un ruolo già svolto negli anni anche dai servizi italiani e che ora viene messo a sistema insieme a omologhi turchi e qatarioti. Secondo fonti di Palazzo Chigi, Frontex non avrà un ruolo nella nuova sala operativa tripolina, pur restando coinvolta nel più ampio quadro di cooperazione europea con la Libia. L’area di ingaggio, comunque rimane quella della Tripolitania nonostante gran parte delle imbarcazioni che approdano in Europa salpano dalla Cirenaica, area sotto il ferreo controllo del generale Khalifa Haftar e dei suoi figli. La famiglia Haftar non guarda con favore alla nuova partnership di intelligence tra i cinque paesi, sia perché le varie milizie nel suo territorio sono coinvolte attivamente nel traffico di esseri umani sia perché anche Bengasi esige una sua parte. I rapporti con il governo italiano sono solidi, come dimostrano i vari incontri che si sono tenuti negli ultimi quattro anni, ma negli ultimi giorni sono aumentate le tensioni con la detenzione in Libia dei due attivisti italiani della Flotilla. Difficile smuovere il generale dalle sue posizioni senza dare niente in cambio. Tra Europa e tensioni La Libia, come ciclicamente accade, torna a essere di primaria importanza per il governo italiano e per Bruxelles. Mercoledì la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, ha ribadito in una lettera inviata ai leader Ue in vista del Consiglio europeo che l’”interazione” con il paese nordafricano è “indispensabile” dato che è la principale origine delle partenze dei migranti. E ha aggiunto che proprio per questo motivo la Commissione sta “fornendo un sostegno finanziario e operativo mirato”. A Tripoli la tensione aumenta di giorno in giorno nei confronti dei migranti presenti nel paese. Martedì alcuni manifestanti si sono trovati fuori dalla sede dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) per protestare contro la gestione migratoria dopo che una notizia circolata su vari portali riportava di un progetto di reinsediamento di migranti in Libia. Pronta la smentita da parte dei rappresentanti Onu nel paese, ma da parte della cittadinanza c’è opposizione alla costruzione dei cosiddetti return hubs come previsto dal nuovo regolamento rimpatri approvato dall’Ue. Prove di unione La sala operativa nasce in un momento in cui la Libia sta provando a mostrarsi più “statale” - bilancio unificato, roadmap elettorale, trattative tra famiglie - ma il controllo reale del territorio resta nelle mani di reti armate, famiglie politiche e apparati di sicurezza. A Tripoli il premier Dbeibeh a capo del Governo di unità nazionale non ha intenzione di cedere lo scettro, anzi suo nipote Ibrahim, stretto collaboratore, scalpita per diventare il prossimo primo ministro. A Bengasi invece Saddam Haftar ha accumulato nomine e potere e si appresta ad accogliere l’eredità del padre. I due “delfini” stanno portando avanti le trattative per le rispettive famiglie. Dopo vari incontri, tra cui uno a Roma lo scorso settembre e uno a Parigi, si sono ritrovati ad Abu Dhabi nei giorni scorsi. Si tratterebbe del terzo round di colloqui tra i due, il cui contenuto rimane comunque segreto. Ma una prima novità è arrivata ieri: le autorità libiche hanno concordato una nuova tabella di marcia, l’ennesima, che porti a nuove elezioni parlamentari e presidenziali nel 2027. Trattativa diplomatica e pressione della società civile: solo così i dieci attivisti detenuti in Libia potranno tornare a casa di Nino Sergi vita.it, 19 giugno 2026 Sono trascorse quasi quattro settimane dal fermo dei dieci attivisti della Global Sumud Flotilla detenuti nella Libia orientale sotto il controllo delle autorità di Bengasi. Tra loro ci sono anche i cittadini italiani Dina Alberizia e Domenico Centrone. I dieci erano stati incaricati di negoziare con le autorità locali il passaggio attraverso la Cirenaica quando sono stati fermati e successivamente posti in detenzione. Sono trascorse quasi quattro settimane dal fermo dei dieci attivisti della Global Sumud Flotilla detenuti nella Libia orientale sotto il controllo delle autorità di Bengasi. Tra loro vi sono anche i cittadini italiani Dina Alberizia e Domenico Centrone, fermati il 24 maggio insieme ad attivisti provenienti da Spagna, Portogallo, Polonia, Stati Uniti, Argentina e Uruguay. Al momento della stesura di questo articolo, la loro detenzione continua senza che siano emersi sviluppi decisivi. La delegazione faceva parte del convoglio internazionale che intendeva raggiungere Gaza per portare aiuti umanitari e testimoniare solidarietà alla popolazione palestinese. I dieci erano stati incaricati di negoziare con le autorità locali il passaggio attraverso la Cirenaica quando sono stati fermati e successivamente posti in detenzione. L’udienza prevista per il 9 giugno è stata rinviata e il procedimento continua senza che si intraveda una soluzione rapida. Le accuse contestate dalle autorità della Libia orientale riguardano l’ingresso irregolare nel territorio, l’organizzazione di un raduno non autorizzato, l’utilizzo di visti ritenuti incompatibili con l’attività svolta e il tentativo di raggiungere il confine egiziano. Nel frattempo, Amnesty International e numerose organizzazioni della società civile continuano a chiedere il rilascio dei detenuti, considerati prigionieri per aver partecipato a una missione umanitaria. La vicenda si inserisce in un contesto politico regionale particolarmente delicato. Le autorità della Libia orientale operano all’interno di un sistema di potere fortemente influenzato dalla famiglia Haftar. Un sistema che dipende in misura significativa dal sostegno politico e militare dell’Egitto. Il Cairo, negli ultimi anni, ha ripetutamente ostacolato iniziative internazionali di solidarietà dirette verso Gaza. Anche precedenti convogli e marce internazionali sono stati bloccati lungo il percorso verso il valico di Rafah. È quindi plausibile che nella gestione di questa vicenda abbiano avuto un peso significativo anche gli orientamenti del governo egiziano. Non si può inoltre escludere che sul Cairo abbiano influito le forti pressioni internazionali legate alla guerra in corso a Gaza e ai rapporti con Israele. Si tratta tuttavia di valutazioni politiche, non di elementi finora confermati ufficialmente. Sul piano diplomatico, l’Italia continua a seguire il caso attraverso i canali istituzionali. Oltre ai contatti diretti con le autorità di Bengasi, portati avanti dal Consolato generale d’Italia, è ragionevole ritenere che l’attenzione sia rivolta anche al ruolo dell’Egitto, considerata la sua influenza sulla Libia orientale. L’esperienza maturata sul campo da chi, nel mondo umanitario italiano, ha affrontato in passato situazioni analoghe insegna che l’impegno del Governo e della Farnesina è generalmente forte e costante. In particolare, l’Unità di Crisi, in raccordo con la rete diplomatica e con le altre strutture dello Stato coinvolte, ha svolto un ruolo determinante e spesso decisivo nel favorire la liberazione di cittadini italiani trattenuti all’estero. Allo stesso tempo, quando il passare delle settimane rischia di far diminuire l’attenzione pubblica, una mobilitazione civile equilibrata e collaborativa può contribuire a mantenere alta la pressione umanitaria e politica. È questo il significato delle manifestazioni promosse nei prossimi giorni da Amnesty International, dalla Global Sumud Flotilla e da numerose organizzazioni della società civile: non una contrapposizione all’azione diplomatica in corso, ma un sostegno affinché la sorte dei dieci detenuti non venga dimenticata. In questo senso, le mobilitazioni promosse nei prossimi giorni possono rappresentare un contributo utile a mantenere viva l’attenzione pubblica sulla vicenda. Come spesso accade in casi di questo genere, è probabile che la soluzione passi attraverso una complessa trattativa diplomatica che coinvolge non soltanto l’Italia, ma anche gli altri Paesi di appartenenza dei detenuti. Per questo la vicenda riguarda direttamente anche Spagna, Portogallo, Polonia, Stati Uniti, Argentina e Uruguay. Nell’attesa di una soluzione positiva, resta una realtà incontestabile: dieci persone partite per una missione umanitaria sono detenute da quasi quattro settimane in un contesto segnato da forti tensioni regionali e internazionali. La loro liberazione dovrebbe rappresentare una priorità per tutti i governi coinvolti. In questo contesto, il ruolo dell’Italia assume un’importanza particolare, poiché alcuni dei Paesi di provenienza dei detenuti dispongono di minori possibilità di interlocuzione con le autorità di Bengasi e guardano quindi con attenzione anche all’azione diplomatica italiana.