Il Garante dei carcerati usa i dati dei “carcerieri” di Angela Stella L’Unità, 18 giugno 2026 La Relazione al Parlamento, consegnata ma non ufficialmente presentata, si riferirebbe alla situazione 2024 ormai superata, ma per Turrini Vita la colpa è del precedente Collegio. Non c’è ancora traccia per il secondo anno di seguito della Relazione annuale al Parlamento da parte del Garante Nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale eppure, come sottolineato da una interrogazione al Ministro Nordio da parte del Partito Democratico in cui se ne chiede conto, “il sistema penitenziario è un’emergenza nazionale ormai ineludibile” ma “l’attività del Garante appare paralizzata”. Da Via Arenula rispondono semplicemente che “può solo evidenziarsi che nel mese di aprile 2026 è stato presentato il Report analitico sul ‘Rispetto della dignità della persona privata della libertà personale’ aggiornato al 7 aprile 2026, sulla base dei dati forniti dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria”. Tale report di 40 pagine ovviamente non è la relazione ma una aggregazione di dati fornita proprio da via Luigi Daga: “Il Garante utilizza i dati del Dap. Ora se una autorità indipendente - commenta la responsabile giustizia del Pd, Debora Serracchiani - può agire in questo modo mi domando se non sia arrivato il momento di puntare l’attenzione su quanto sta accadendo. Insieme ai fatti di Sollicciano, si sta toccando il punto più basso sulle carceri”. In realtà la Relazione, quella vera, è stata consegnata sia al presidente della Camera che a quello del Senato ma ancora non viene calendarizzata la presentazione ufficiale al Parlamento. Da quanto appreso da fonti parlamentari l’evento potrebbe saltare perché il rapporto si riferisce al 2024, quindi sarebbe ritenuto superato. Ma c’è un’altra questione che ruota intorno al Collegio. Quello attuale, presieduto da Riccardo Turrini Vita affiancato da Irma Conti e Mario Serio, ha fatto precedere l’invio della Relazione da una lettera in cui, tra l’altro, si legge che essa “cade su un tempo insieme più esteso e più remoto: più esteso perché, per quanto possibile, si sono dovute raccogliere le risultanze del secondo semestre 2023, non elaborate dal Collegio allora sedente in regime di vacatio; più remoto perché le vicende della ricostituzione e le necessità di riordino amministrativo che si sono palesate nel corso del 2025 (per tacere delle sempre più pesanti esigenze di monitoraggio) hanno rallentato la raccolta e l’esame delle evidenze conferenti all’anno 2024”. In pratica il collegio di adesso ha bacchettato quello precedente, con al vertice Mauro Palma insieme a Emilia Rossi e Daniela De Robert, per non aver fatto nulla rispetto alla seconda metà del 2023. Non si è lasciata attendere la replica dei diretti interessati, sempre da quanto appreso da fonti parlamentari, che hanno risposto con una lettera indirizzata direttamente a Turrini vita. Nella missiva i tre si dicono colpiti e stupefatti per quell’affermazione e mettono poi in fila una serie di circostanze che smentiscono Turrini Vita e colleghi. Innanzitutto il vecchio Collegio dal 20 al 23 novembre 2023 aveva organizzato tre giornate presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Ferrara per fare il punto proprio sul secondo semestre 2023. All’incontro fu invitato anche il Collegio entrante (allora presieduto da Felice Maurizio D’Ettore, scomparso poi prematuramente) ma declinò l’invito. Successivamente, in occasione del Saluto al Parlamento da parte del Collegio uscente ad inizio dicembre 2023 sono state presentate ulteriori elaborazioni ma ancora il nuovo invito al Collegio non fu accolto. Stessa sorte ha avuto la richiesta di un “passaggio di consegne”. Quanto al “remoto”, che viene riferito alla necessità di riorganizzazione amministrativa, Palma, Rossi e De Robert avrebbero sottolineato che anche questo aspetto sarebbe stato avvantaggiato da una fase di conoscenza reciproca tuttavia sebbene più volte sollecitata nel periodo seguente al nuovo insediamento sarebbe stata ostinatamente rifiutata. Intanto sul sequestro di 7 reparti nel carcere toscano di Sollicciano ieri ha parlato Ettore Squillace Greco, procuratore generale della Repubblica presso la corte d’appello di Firenze, a margine della firma del protocollo tra la Regione Toscana e le procure della Toscana per l’assegnazione di personale regionale agli uffici giudiziari: “È una situazione che non costituisce una sorpresa, era già stato rilevato fin dall’anno scorso, anche all’inaugurazione dell’anno giudiziario”. Rispetto ad esse, ha concluso, “è stato programmato un intervento importante. Il problema è che i tempi di questo intervento non sono coincidenti con le esigenze e le urgenze che ci sono in quel carcere. Quello che è avvenuto mi pare che dimostri questa distonia, almeno sul piano tempistico”. Il sequestro del carcere di Sollicciano e l’urgenza di agire camerepenali.it, 18 giugno 2026 Il sequestro di Sollicciano certifica il fallimento dello Stato nel garantire una detenzione umana e dignitosa e impone l’adozione di interventi risolutivi alla catastrofe umanitaria nelle carceri. A pochi mesi dalla udienza in Corte costituzionale sulla possibilità di differire la pena per i detenuti costretti a vivere in condizioni disumane e degradanti, la notizia dell’apposizione dei sigilli, da parte della Procura di Firenze, alle sezioni del carcere di Sollicciano certifica una verità scomoda e incontrovertibile da noi più volte denunciata ovvero l’incapacità dello Stato italiano di garantire condizioni di detenzione conformi alla Costituzione e alla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo. Il sequestro firmato dal Gip di Firenze, che ha interessato ben 7 sezioni del carcere di Sollicciano, è il risultato di una indagine nata dai ricorsi di numerosi detenuti ai Magistrati di Sorveglianza per violazione delle condizioni detentive non più tollerabili. Le indagini condotte hanno palesato ciò che in molti conosciamo e denunciamo, ma che nessuno ha mai voluto affrontare ovvero la totale assenza di pulizia dei locali detentivi, l’inabitabilità strutturale dei dormitori, la pericolosità degli impianti elettrici, in poche parole lo stato insalubre che da tempo ha investito le carceri italiane. Condizioni che hanno imposto la misura del sequestro ed il conseguente trasferimento immediato di tutti i detenuti ristretti nelle sezioni sequestrate. Un atto necessario. La fotografia impietosa di un fallimento istituzionale, benché il DAP abbia tentato, con un comunicato stampa, di spacciare il sequestro preventivo in una favorevole opportunità per velocizzare i cantieri edilizi in essere, con il conseguente trasferimento improvviso dei detenuti. L’ennesimo tentativo di normalizzare l’inaccettabile. Eppure, ancora una volta, non possiamo ignorare le inevitabili ricadute sul piano pratico, umano e relazionale che il sequestro produce attraverso lo spostamento forzoso di centinaia di detenuti, come pacchi postali, da un capo all’altro della nazione, magari in altri istituti già sovraffollati e, quindi, ben oltre il limite tollerabile. Un sistema che punisce i detenuti per le proprie inadempienze strutturali e che aggiunge, purtroppo, ingiustizia all’ingiustizia penitenziaria. Ma Sollicciano non è un’anomalia. Non rappresenta certo un’eccezione, né un incidente di percorso. È lo specchio di un’emergenza strutturale che affligge l’intero sistema penitenziario, gravato da un sovraffollamento cronico, dalla carenza di assistenza sanitaria, dalla fatiscenza degli edifici e dall’abbandono morale e materiale che costringe i detenuti a vivere in condizioni disumane e degradanti. E mentre attendiamo fiduciosi la decisione della Corte costituzionale sul differimento pena inumana e degradante, fissata per il 22 settembre in relazione al quale l’Unione ha depositato un apposito atto di intervento, l’iniziativa giudiziaria fiorentina conferma la necessità di agire per arrestare la sistematica violazione della legalità costituzionale dentro le carceri italiane che non possono certo essere trattate come un’eterna emergenza amministrativa da gestire con promesse di futuri appalti. È, inoltre, quanto mai opportuno un intervento anche del legislatore finalizzato a superare la centralità della pena carceraria con l’introduzione di autentiche pene principali di tipo diverso, come già avviene in altri Paesi europei ed ex extra europei. La Giunta L’Osservatorio Carcere L’Osservatorio Corte Costituzionale Innocenti dietro le sbarre: trenta i bambini in cella di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 18 giugno 2026 I dati fotografano una crescita inarrestabile. Da aprile a maggio sei piccoli reclusi in più, mentre sovraffollamento e suicidi aumentano. A fine maggio nelle carceri italiane c’erano 30 bambini. Non detenuti, ma reclusi lo stesso, perché vivono dietro le sbarre insieme alle loro madri. Le tabelle del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria contano 25 madri con i figli al seguito: 12 italiane e 13 straniere. Un mese prima, al 30 aprile, le madri erano 20 e i bambini 24. In trenta giorni se ne sono aggiunti sei. La crescita si legge istituto per istituto. Ad aprile i piccoli erano distribuiti tra Milano San Vittore, Torino Le Vallette, Bollate e l’Icam di Lauro, vicino ad Avellino. A maggio la mappa si allarga: compaiono Castrovillari in Calabria, con una madre straniera e i suoi due figli, poi Perugia e la Giudecca di Venezia. A San Vittore, dove un mese prima i bambini erano otto, a maggio ne restavano cinque. Il totale però non cala, perché altrove sale. L’Icam di Lauro, che fino a poco tempo fa risultava inattivo e che si diceva destinato a diventare una Rems, è tornato a riempirsi: 13 bambini, il numero più alto d’Italia. Per capire come si è arrivati qui bisogna tornare alla primavera del 2025. Il decreto sicurezza, poi diventato legge, ha cambiato una regola che reggeva da anni. Prima, una donna incinta o con un figlio sotto l’anno non entrava in carcere: il rinvio della pena era obbligatorio. Ora quel rinvio è facoltativo. Il giudice può negarlo se ritiene che ci sia il rischio di nuovi reati, e in quel caso la pena si sconta in un istituto a custodia attenuata, l’Icam. Sulla carta una struttura più morbida, di fatto pur sempre un luogo chiuso dove cresce un bambino. La detenzione domiciliare e le case famiglia protette, pensate proprio per risparmiare ai più piccoli l’impatto del carcere, restano l’ultima scelta, poco usata e poco finanziata. Antigone aveva previsto l’effetto. Nel suo ultimo rapporto, intitolato “Tutto chiuso” e presentato a maggio, l’associazione segnala che al 31 marzo i bambini reclusi erano 26, contro gli 11 dello stesso periodo dell’anno prima. Più del doppio. A metà 2025 erano 19, a fine anno 26. “Era un dato che avevamo previsto”, scrive Antigone, che collega l’aumento proprio alla cancellazione dell’obbligo di rinvio. Qualche magistrato di sorveglianza ha provato a frenare, come a Bologna, dove il giudice ha continuato ad applicare la norma vecchia ritenendo che quella nuova, più dura, non possa valere all’indietro. Nel frattempo la legge di bilancio 2026 ha tagliato di oltre il 60 per cento i fondi per le strutture della giustizia minorile. Quei 30 bambini non vivono in un luogo qualunque. Vivono in un sistema che a fine aprile contava 64.436 detenuti per 46.318 posti realmente disponibili, con un sovraffollamento reale del 139 per cento. Settantatré istituti viaggiano oltre il 150 per cento, otto superano il 200. Oltre sei detenuti su 10 passano quasi tutta la giornata in cella, e l’uso dell’isolamento come punizione è cresciuto del 171 per cento. Lo stesso San Vittore è tra le carceri più affollate del Paese. Sullo sfondo c’è il conto dei morti. Nel 2025 si sono tolte la vita 82 persone, e dall’inizio del 2026 i suicidi erano già 24 al momento del rapporto. In un anno e mezzo 106 detenuti hanno deciso di farla finita. Un recluso su cinque si procura ferite, quasi metà della popolazione detenuta ricorre a sedativi. È l’ambiente in cui, oggi, crescono dei neonati. Antigone chiede al governo di cancellare la norma e di tornare a tenere i bambini fuori dalle sbarre. Per ora i numeri vanno nella direzione opposta, e ogni nuova tabella mensile aggiunge qualche culla in più dietro un cancello chiuso. Detenuti, arriva l’intesa sul diritto allo studio di Teresa Olivieri Italia Oggi, 18 giugno 2026 Il protocollo firmato da Andisu (Associazione Nazionale degli Organismi per il Diritto allo Studio Universitario) e Cnupp (Conferenza Nazionale dei Poli Universitari Penitenziari) punta a garantire a tutti i detenuti-studenti standard minimi di tutela. “L’intesa Andisu-Cnupp sul diritto allo studio per persone sottoposte a limitazioni di libertà o esecuzione penale esterna è un piccolo passo non solo verso l’umanizzazione della pena, ma un grande passo verso il recupero pieno alla società del detenuto. Un fatto dunque di giustizia e di umanità, ma anche una risposta concreta ed efficace di recupero e reinserimento”. Così Emilio Di Marzio, presidente di Andisu (Associazione Nazionale degli Organismi per il Diritto allo Studio Universitario) fotografa la portata del protocollo d’intesa nazionale siglato il 29 maggio 2026 con la Cnupp (Conferenza Nazionale dei Poli Universitari Penitenziari). Un coordinamento sistematico tra università ed enti regionali - Questo accordo rappresenta l’atto ufficiale che coordina, per la prima volta in modo sistematico, la collaborazione tra il mondo accademico e gli enti regionali per il diritto allo studio (come ERSU, ADSU e ARDSU). Lo scopo è azzerare il divario tra le diverse regioni italiane, garantendo a tutti i detenuti-studenti standard minimi di tutela. Il protocollo stabilisce il diritto all’esonero totale dalle tasse universitarie (fatta salva la marca da bollo di 16€) e alla fornitura gratuita del materiale didattico. Inoltre, i criteri di merito vengono rimodulati con flessibilità, equiparando le difficoltà oggettive della vita in cella a quelle previste per gli studenti con disabilità. Nei progetti più avanzati, come quello pilota di Sassari, l’intesa garantisce persino l’accesso a mense e alloggi universitari per chi ottiene la semilibertà o l’esecuzione esterna. L’abbattimento della recidiva e i dati sulla formazione - L’impatto di questo impegno interessa l’intera collettività visto che dagli ultimi dati è emerso che la recidiva si abbatte del 70% per i detenuti che intraprendono un percorso accademico. Inoltre la formazione penitenziaria in forte crescita: oggi sono 1.978 i detenuti iscritti ai corsi di laurea, distribuiti in 55 atenei italiani e supportati da 900 operatori tra docenti e tutor. La presenza femminile è quasi raddoppiata in dodici mesi, raggiungendo le 104 studentesse (il 3,5% della popolazione carceraria femminile). Territorialmente, la Toscana guida la classifica con più iscritti (350), seguita da Lazio (282), Lombardia (271) e Campania (222). Per l’accesso alle tutele laddove non operi l’esonero totale, i parametri Isee nazionali si attestano su una soglia limite di € 27.948,60 (e un ISPE di € 52.902,43). Le discipline più scelte e le sfide logistiche - La netta preferenza degli studenti detenuti per corsi come Scienze della Comunicazione, Giurisprudenza o Scienze Politiche è legata a precisi motivi logistici perché l’area umanistica e sociale si adatta alle restrizioni strutturali del carcere rispetto alle discipline scientifiche o mediche, impraticabili per la mancanza di laboratori. Inoltre, l’assenza dell’obbligo di frequenza permette lo studio autonomo in cella, supportato da tutor e studenti magistrali che portano dispense e libri a chi non ha accesso a internet. La proposta di Ocf al Cnel: subito il fascicolo elettronico del detenuto di Gennaro Grimolizzi Il Dubbio, 18 giugno 2026 L’Organismo congressuale forense, con il coordinatore Fedele Moretti e il segretario Elisabetta Brusa, ha partecipato all’audizione svoltasi presso il segretariato permanente per l’inclusione delle persone private della libertà personale del Cnel. Al centro dell’intervento, la proposta di istituzione della piattaforma nazionale delle competenze delle persone sottoposte a misura penale. Si tratta di una infrastruttura digitale fondamentale, che coniuga l’obietti - vo costituzionale della rieducazione della pena alla necessaria modernizzazione tecnologica. L’iniziativa dell’Ocf recepisce e unifica due istanze fondamentali. La prima riguarda il progetto ministeriale-Cnel “Second Horizon” per la tracciabilità delle competenze, il curriculum vitae digitale e il matching lavorativo. La seconda istanza tiene conto della proposta dell’Ocf sul fascicolo elettronico del detenuto. “L’Organismo congressuale forense - dice l’avvocata Elisabetta Brusa - esprime il proprio sincero ringraziamento al presidente Renato Brunetta e al segretariato generale del Cnel per l’opportunità concessa di illustrare la proposta per l’istituzione del fascicolo elettronico del detenuto. Questa iniziativa trae origine da una mozione congressuale, approvata a larghissima maggioranza durante il Congresso di Torino dell’ottobre 2025, finalizzata a promuovere la digitalizzazione del sistema penitenziario e la tutela dei diritti fondamentali. Poiché il compito istituzionale dell’Ocf è dare concreta attuazione alle mozioni approvate dall’avvocatura, abbiamo formalizzato questa necessità attraverso la presentazione di una specifica proposta di disegno di legge”. L’Organismo congressuale forense sostiene, tenendo conto dell’esigenza espressa dai difensori, di istituire un “fascicolo elettronico strutturato”. “La nostra proposta - aggiunge il segretario Ocf - prevede in particolare una sezione dedicata al lavoro e alla formazione del detenuto, una sezione riservata alla sanità e un’area comprendente tutti i provvedimenti giudiziari e autorizzativi, oltre a garantire l’accesso digitale del difensore ai dispositivi per i colloqui da remoto. Riteniamo che l’istituzione di una simile piattaforma, in linea con quanto già preventivato dal Cnel attraverso le disposizioni per la Piattaforma nazionale delle competenze delle persone sottoposte a misura penale, sia la via maestra per consentire a ciascun difensore di accedere direttamente alle informazioni cruciali del proprio assistito. Questo strumento è fondamentale non solo per l’assistenza legale, ma soprattutto per favorire il reinserimento sociale post-carcerario”. Il lavoro dell’Ocf si colloca nel solco dei valori storici dell’avvocatura. “Occorre - conclude Brusa - sostenere i propri assistiti nel percorso di riabilitazione per tendere all’obiettivo di una recidiva pari allo zero. Crediamo fermamente che l’Organismo congressuale forense abbia il dovere di porre in essere ogni tutela giuridica utile a raggiungere questo risultato. Siamo certi che questo passo rappresenti l’inizio ideale per la definitiva introduzione del fascicolo elettronico del detenuto, una riforma che l’avvocatura chiede a gran voce”. Due settimane in cella per i nuovi magistrati, l’idea nel nome di Tortora di Valentina Stella Il Dubbio, 18 giugno 2026 Calendarizzare quanto prima in Commissione giustizia della Camera la proposta di legge che prevede, dopo il concorso, l’obbligo formativo per i futuri magistrati di passare 15 giorni, compresa la notte, fra i comuni detenuti. È l’appello lanciato ieri durante una conferenza stampa dai quattro promotori della pdl: l’avvocato Guido Camera per ItaliaStatodiDiritto, Simona Viola, presidente dell’Associazione “Amici di Leonardo Sciascia”, Giulia Boccassi, vice presidente della giunta dell’Unione Camere penali, Francesca Scopelliti, presidente della Fondazione Enzo Tortora. Nel 46esimo anniversario dell’arresto del conduttore di Portobello, proprio la sua compagna ha ricordato come “il nome di Tortora, vittima di un crimine giudiziario, e quello di Sciascia rappresentano insieme questa pdl che va assolutamente portata avanti. La formazione dei magistrati deve essere anche umana e culturale, non solo tecnica”. Infatti la pdl prevede anche di inserire nel curriculum formativo dei magistrati la lettura della letteratura anche non scientifica sui principi dello Stato di diritto, da Manzoni a Sciascia, per esempio. Mentre Simona Viola nel dirsi “solidale con i magistrati fiorentini che hanno sequestrato sette sezioni nel carcere di Sollicciano” ha auspicato l’approvazione almeno in prima lettura della norma “nel decennale della morte di Marco Pannella: sarebbe un bel segnale”. Camera, invece, ha ribadito: “Si tratta di una norma di grande ragionevolezza, se non senti l’odore del carcere ti manca un tassello importante per decidere sulla vita delle persone”. Sulla contrarietà da parte della magistratura al pernottamento in carcere ha replicato: “I magistrati dovrebbero invece essere curiosi, dovrebbero voler sapere”. E poi in ultimo un appello al Guardasigilli: “Capisco la disillusione post sconfitta referendaria e anche la necessità di ricucire i rapporti con l’Anm, ma questa è una battaglia che sta nella storia di Nordio. Fu proprio lui anni fa, in occasione di un evento promosso dagli Amici di Sciascia, ad affermare che, se mai fosse divenuto ministro, la prima cosa che avrebbe fatto sarebbe stata rendere “obbligatorio leggere Sciascia” per i magistrati. E allora mi auguro che voglia intestarsi questa pdl nello spirito liberale e garantista che lo contraddistingue”. Boccassi ha poi condiviso nuovamente il “pieno sostegno dell’Ucpi alla norma all’interno della più ampia battaglia sulle carceri, rispetto al quale ogni magistrato dovrebbe avere cognizione di ciò che è, soprattutto in questo momento in cui in Italia ci sono più Sollicciano”. La norma è sostenuta trasversalmente da vari partiti, tranne Lega e M5S. Primo firmatario Benedetto Della Vedova, deputato di +Europa: “Non si può pensare che la sconfitta referendaria abbia messo un punto alla necessità e urgenza di portare avanti altre riforme della giustizia a Costituzione invariata. Occorre dunque un sostegno sempre più ampio intorno alla norma senza dimenticare che il dovere di visitare gli istituti di pena dovrebbe valere anche per i politici”, spesso pronti a aggravare pene e inserire nuovi reati nel codice. A tal proposito è intervenuto il capogruppo dei deputati di Forza Italia Enrico Costa, per il quale “ogni volta che si mette mano al codice penale e al codice di procedura occorrerebbe una maggioranza qualificata”. Anche lui ovviamente ha sottoscritto la pdl: “Quando sono stato nominato vice ministro alla giustizia chiesi alla struttura del ministero di stare in carcere per due o tre giorni per capire, ma non fu possibile. A maggior ragione credo fondamentale che i magistrati sappiano, al di là della specializzazione tecnica”. Poi sulla fattibilità dell’approvazione si è detto dubbioso rispetto ad ottenerla in questo scorcio di legislatura, ma ha auspicato almeno l’inizio di una serie di audizioni, a partire dal “sindacato” delle toghe: “Che ne pensa, infatti, l’Anm?”. Pessimista è apparso anche il deputato di Italia Viva Roberto Giachetti: “Dalle dichiarazioni all’azione è sempre complicato pensando a questa maggioranza. Non siamo riusciti ad approvare neanche la giornata dedicata alle vittime di errori giudiziari”. Tra le firmatarie della pdl anche la responsabile giustizia del Pd, Debora Serracchiani: “Da parte nostra c’è intenzione di discutere del provvedimento in Commissione anche perché significherebbe riportare al centro del dibattito il tema del carcere”. E poi apre la strada ad un’approvazione nella “forma legislativa”, ossia solo in Commissione, senza passare dall’Aula mentre l’alternativa sarebbe quella della “forma deliberativa” ossia di approvare tutti gli emendamenti in Commissione con approvazione finale in Aula. Tra i sottoscrittori anche Fabrizio Benzoni di Azione: “Io porto le scuole in visita nelle carceri e dopo mi accorgo che diversi pregiudizi cadono. Lo stesso varrebbe per la magistratura chiamata ad irrogare le pene”. In collegamento è intervenuta infine pure la deputata di Fratelli d’Italia Carolina Varchi: “Condivido l’impianto della norma: chi ha l’onore e l’onere di indossare la toga e di privare i cittadini della libertà personale deve conoscere a fondo il pianeta carcere”. Tuttavia, ha precisato, “non condivido l’obbligo di pernottamento, dovrebbe essere facoltativo. Per questo non l’ho sottoscritta ma sono favorevole ad una accelerazione e alle audizioni. Per questo parlerò quanto prima con il collega Gallo (deputato del gruppo Misto che ha chiesto la calendarizzazione, ndr”. Umbria. Polizia Penitenziaria, in Procura generale la sede del Nucleo investigativo di Luca Fiorucci La Nazione, 18 giugno 2026 L’ufficio ha competenza per i quattro istituti umbri e i sei delle Marche. Servirà a contrastare e prevenire la commissione di reati all’interno delle strutture penitenziarie. Dallo spaccio di droga all’eversione. Droga per i detenuti, da vendere ai detenuti. In un mercato che ha i prezzi cinque volte superiori rispetto a quelli all’esterno delle mura carcerarie. Droni per trasportare all’interno delle strutture qualsiasi tipo di merce proibita, telefoni cellulari da utilizzare o da smerciare. Fino ad arrivare al rischio radicalizzazione in chiave terrorismo. Pericoli da contrastare e da prevenire. Anche grazie al lavoro del Nucleo investigativo regionale della polizia penitenziaria che, da ieri, ha la sua sede alla Procura Generale di Perugia, primo in Italia ad essere ospitato in un Ufficio giudiziario apicale. L’ufficio ha competenza per Umbria e Marche. Ieri la cerimonia che si è aperta con la scopertura della targa, posta all’ingresso della nuova sede, nei locali adiacenti all’Aula Goretti, da parte del procuratore generale di Perugia, Sergio Sottani, del procuratore generale di Ancona, Roberto Rossi e di Ernesto Napolillo, direttore generale dei detenuti e del trattamento del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria, in rappresentanza del capo Dal. È seguita la simbolica consegna della chiave dell’ufficio da parte del dirigente amministrativo della Procura generale, Alessandro Marchionni al direttore del Mic, Ezio Antonio Giacalone. Momento centrale dell’iniziativa è stata la sottoscrizione del Protocollo di collaborazione tra la Procura generale e il Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria, atto istitutivo e regolatore del nuovo organismo. A seguire si è svolta, all’Aula Goretti, una riunione tecnica alla presenza del provveditore dell’Amministrazione penitenziaria per l’Umbria e le Marche Liberato Gerardo Guerriero, dei comandanti e dei dirigenti degli istituti penitenziari del territorio, dei comandanti delle forze di polizia, oltre che dei procuratori del distretto, finalizzata alla definizione dei primi assetti operativi e al rafforzamento del coordinamento delle attività, preceduta dai saluti del Presidente della Corte d’Appello di Perugia, Giorgio Barbuto e del presidente del Tribunale di Sorveglianza di Perugia Antonio Minchella. Grande rilievo è stato riservato alla collocazione della sede, non solo simbolico, ma pratico, per assicurare un attento coordinamento tra istituzioni per gestire le possibili criticità in un sistema, quelle delle strutture carcerarie umbre, che non ne è esente. Firenze. Sigilli a Sollicciano, entro dieci giorni i primi 66 trasferimenti di Jacopo Storni Corriere Fiorentino, 18 giugno 2026 “Ma i penitenziari scelti sono già al collasso”. Gli altri, oltre 150, finiranno quasi certamente fuori Toscana Uno dei detenuti che ha fatto ricorso: “Trattati come animali”. Saranno trasferiti entro una decina di giorni i primi 66 dei circa 230 detenuti che dovranno essere spostati da Sollicciano dopo che il gip ha messo sotto sequestro sette sezioni del carcere fiorentino per le condizioni di degrado. Un trasferimento che si preannuncia complicatissimo non soltanto per l’alto numero dei reclusi, ma soprattutto per il sovraffollamento in cui già versano gli istituti di destinazione, che per i primi 66 ad oggi risultano essere Gozzini, Prato, Massa Marittima, Porto Azzurro, Siena, Massa, Volterra, Pisa. “Sarà un tetris drammatico - dice Eleuterio Grieco, segretario regionale della Uil fp Polizia penitenziaria - Alcuni di questi istituti sono già al collasso: Porto Azzurro ha quasi 200 detenuti su una capienza di 130; Prato ne ha oltre 700 su una capienza di 450”. Un trasferimento imminente che non viene digerito da alcuni direttori dei penitenziari toscani, già alle prese con criticità e problemi di sovraffollamento. Per i detenuti rimanenti, due terzi, si profila all’orizzonte la dislocazione in istituti fuori della Toscana entro agosto. Un vero e proprio terremoto quello che ha investito Sollicciano nelle ultime ore, partito all’indomani dei ricorsi alla Procura di numerosi detenuti per le condizioni inumane degli spazi. Abbiamo parlato con uno di loro, tunisino di 36 anni, che accoglie la notizia quasi come una rivincita. “Ho fatto ricorso con l’aiuto dell’associazione Altrodiritto perché nel carcere di Sollicciano soffrivo troppo. È vero, abbiamo sbagliato, ma non possiamo essere trattati come animali. Forse sarebbe stato meglio se il sequestro fosse arrivato qualche anno prima, si sarebbe evitata tanta sofferenza. Anche perché il carcere così com’è non è rieducativo, quando esci sei più arrabbiato di prima”. Questo detenuto è stato nel carcere fiorentino per 15 mesi. Racconta che la cosa più drammatica sono state le cimici. “La notte era difficile dormire, gli insetti riempivano il materasso e ti pungevano, ti tenevano sveglio e sulla pelle restavano i segni dei piccoli morsi. Ogni sera, prima di addormentarci, prendevamo gli psicofarmaci, così ci tenevano più tranquilli. Ne ho usati tanti in carcere e continuo ad usarli ancora”. E poi l’acqua che inzuppa il pavimento a ogni temporale. “Si allagava la cella e restavamo a letto per non bagnarci. C’era acqua anche nelle scale”. Ancora l’acqua, ma quella calda che manca. “In inverno la doccia è spesso fredda, se sei fortunato viene qualche volta calda, ma non sempre. Nel lavandino della cella invece l’acqua calda non c’è mai”. Una volta, proprio perché impossibilitato a farsi una doccia come si deve, si è alzato la mattina su di giri e si è autoinflitto dei tagli sul piede con la lametta. “Ero stanco, avevo diritto a una doccia”. Non certo il solo, dentro Sollicciano, dove sono centinaia gli atti di autolesionismo ogni anno. “Ho visto altri detenuti che si sono tagliati e ne ho visti due morire con una corda al collo vicino alla mia cella”. Non dimentica neppure quel colore verde, “quello della muffa alle pareti, che provoca umidità e fa ammalare molti reclusi, anche io mi sono ammalato in carcere”. E poi il caldo torrido d’estate, ormai una costante da anni: “In estate si soffre, non c’è quasi aria per respirare, soltanto un ventilatore per tre persone in una cella e col caldo arrivano le cimici”. Adesso, che ha finito di scontare la sua pena di quasi tre anni, vive alla struttura del Samaritano della Caritas: “Il mio sogno è diventare una persona migliore, tornare a vivere in Tunisia per riabbracciare i miei genitori e i miei fratelli”. “Non è una sorpresa la condizione di Sollicciano - le parole del procuratore generale Ettore Squillace Greco - l’allarme era stato già lanciato un anno e mezzo fa all’inaugurazione dell’anno giudiziario. Il problema è che i tempi dell’intervento programmato non sono coincidenti con le urgenze che c’erano in quel carcere”. “Servono indulto, amnistia e liberazione anticipata”, la proposta del presidente dell’Ordine degli avvocati Sergio Paparo. Firenze. L’allarme del Garante: “Non è un caso isolato, Sollicciano andrebbe abbattuto” di Manuela Plastina La Nazione, 18 giugno 2026 Per Giuseppe Fanfani, il garante dei diritti dei detenuti per la Regione Toscana, Sollicciano andrebbe abbattuto. “Sta venendo alla luce tutto il malessere del carcere italiano di cui Sollicciano è un’emblema, non è un caso isolato: è un esempio di come la detenzione in Italia possa essere disastrosa”. A dirlo è Giuseppe Fanfani, il garante dei diritti dei detenuti per la Regione Toscana. “A Sollicciano mancano spazi come in altri penitenziari - continua. Mancano condizioni di salubrità, ma in altri istituti non ci sono nemmeno i bagni nelle celle”. Ma Sollicciano è davvero il carcere peggiore d’Italia? “È abbandonato a se stesso: sentiamo tante critiche che però non hanno avuto soluzioni. Se ci fosse la possibilità, l’unica soluzione sarebbe quella di raderlo al suolo e ricostruirlo a piccolo blocchi. Perché nelle piccole carceri è possibile l’opera di rieducazione che in quelle di grandi dimensioni non è possibile”. Sul caso è intervenuto anche il presidente della Regione Toscana, Eugenio Giani. “Ci conto sul gioco di squadra su Sollicciano, voglio parlare col ministro”, ha detto. “È una questione che è venuta in evidenza, ma di cui la consapevolezza c’era da tempo - precisa Giani - è necessario davvero poter fare quei lavori che consentano al carcere di poter avere la piena efficienza”. Anche Maurizio Turco e Irene Testa, segretario e tesoriere del Partito Radicale, commentano la notizia: “Non si tratta di un’emergenza improvvisa, ma della conseguenza prevedibile di un degrado strutturale, di un sovraffollamento cronico e dell’assenza di interventi adeguati da parte delle istituzioni - spiegano -. Da anni il Partito Radicale chiede che, di fronte a situazioni incompatibili con la legge e con i principi costituzionali, la magistratura intervenga adottando tutti gli strumenti previsti dall’ordinamento, compreso il sequestro delle strutture che non rispettano le norme sulla salute e sulla sicurezza”. “Quanto sta emergendo su Sollicciano è gravissimo. Le condizioni igienico-sanitarie denunciate richiamano tutti a una responsabilità immediata: la dignità delle persone detenute e la sicurezza di chi lavora in carcere non possono essere considerate temi secondari”. Così Antonio Mazzeo, vicepresidente del Consiglio regionale della Toscana, in una nota. Sergio Paparo, presidente dell’Ordine degli avvocati di Firenze, interviene sul caso: “Abbiamo ripetutamente denunciato, anche di concerto con tutti i dirigenti degli uffici giudiziari, le intollerabili e degradanti condizioni del carcere di Sollicciano e le gravi inadempienze del ministero. Il sequestro di ben sette sezioni del carcere conferma che è assolutamente necessaria una soluzione definitiva”. “L’iniziativa giudiziaria rappresenta un significativo cambio di passo nell’approccio alle problematiche del sistema penitenziario e, in particolare, alle condizioni materiali della detenzione e dei luoghi di lavoro per gli operatori penitenziari, purtroppo imposto dall’inerzia della Pubblica Amministrazione constatata negli ultimi anni” si legge in una nota del direttivo della Camera Penale di Firenze. Firenze. “Con le torce nei corridoi”. “Mura nere di muffa” di Serena Convertino L’Espresso, 18 giugno 2026 L’incubo del penitenziario di Sollicciano, in parte sotto sequestro. Il Garante toscano: “Mai visto un caso del genere”. Sette sezioni chiuse dal gip e oltre 200 detenuti da trasferire. Antigone: “Potrebbe diventare un caso scuola. Fanfani: “Una struttura indegna e senza futuro”. Il piano carceri non decolla e gli istituti affondano. Benzoni (Azione): “Finché i cantieri restano su carta abbiamo di fronte solo una presa in giro”. “In 20 anni di monitoraggio degli istituti penitenziari italiani non avevamo mai visto succedere una cosa del genere”. Alessio Scandurra, coordinatore nazionale dell’Osservatorio Antigone, definisce così le condizioni di detenzione del carcere di Sollicciano. Quanto deciso dal gip Alessandro Moneti, che ha accolto la richiesta della procuratrice capo Rosa Volpe e della pm Christine von Borries, disponendo il sequestro di sette sezioni del carcere fiorentino, non ha precedenti. Tre sezioni del reparto penale, tre della sezione giudiziaria e l’intero reparto di accoglienza sono stati posti sotto sequestro: più della metà delle sezioni maschili della struttura. Oltre 200 detenuti dovranno essere trasferiti. Un terremoto - con epicentro in procura - che certifica quanto per anni è stato denunciato da associazioni, garanti e magistratura di sorveglianza: Sollicciano è un luogo dove il degrado non è più episodico, ma strutturale. “Può capitare che una cella abbia problemi di infiltrazioni - racconta Scandurra -, ma qui il degrado è sistemico. Abbiamo visto infiltrazioni ovunque, celle che sembravano dipinte di nero. Un nero che non era vernice, era muffa”. Il carcere metropolitano di Firenze è da tempo uno dei simboli della crisi penitenziaria italiana. Una struttura sovraffollata e reduce da decenni di manutenzioni tampone. “La situazione era nota da tantissimo tempo. La vera domanda è come si sia arrivati a questo punto. È grave che l’amministrazione penitenziaria si sia fatta sequestrare intere sezioni per condizioni che tutti conoscevano”. Secondo Antigone, il reparto più degradato a Sollicciano era proprio quello dell’accoglienza: i primi spazi che incontra chi entra in carcere. “Paradossalmente era uno dei reparti peggiori. Luci rotte, arredi distrutti, celle senza mobilio. D’inverno, quando faceva buio presto, si girava con le torce nei corridoi”. Ai piani alti entrava l’acqua piovana. A quelli bassi risaliva dai tubi danneggiati. Pavimenti bagnati, muri impregnati d’umidità e muffa. Poi le infestazioni: cimici dei letti, insetti, condizioni igieniche al limite. Il garante dei detenuti della Toscana - Una situazione che Giuseppe Fanfani, garante dei detenuti della Toscana, descrive come fallimentare, disastrosa. “In 50 anni di professione non avevo mai visto un sequestro preventivo di questo tipo. Sono grato ai magistrati fiorentini per il coraggio dimostrato. Adesso voglio vedere se il ministero avrà il coraggio di impugnare il provvedimento. E soprattutto se non proverà vergogna”. Per l’ex parlamentare e garante regionale dei detenuti il provvedimento rappresenta uno spartiacque: di fatto, Sollicciano non è mai stata una struttura funzionale. “Non si tratta solo di un carcere dentro cui piove, c’è muffa, ci sono infestazioni - aggiunge Fanfani -. È un carcere che non riesce a svolgere la funzione di rieducazione prevista dall’articolo 27 della Costituzione. Non ha laboratori adeguati, non ha veri spazi per la riabilitazione. Manca un’idea. Manca un pensiero di fondo”. Qual è ora il piano per Sollicciano? “Sono già stati stanziati circa 9 milioni di euro: è una cifra con cui si possono fare piccoli lavori di manutenzione, poco altro”. Che abbia ragione la sindaca Funaro, da sempre per la demolizione dell’istituto? “Io sono d’accordo con lei - va avanti Fanfani -. Sollicciano non ha mai funzionato”. Adesso il problema sarà trovare una collocazione per oltre 200 detenuti. “Purtroppo - continua Scandurra -, in questo momento di emergenza bisognerà trovare posto dove ce n’è. Possibilmente vicino alle famiglie, ma temo che in tanti verranno trasferiti anche molto lontano”. Una scelta che taglierà i ponti costruiti anche con il tessuto di volontariato che gravita intorno al carcere fiorentino. L’emergenza arriva alle porte dell’estate, il periodo più difficile dell’anno negli istituti penitenziari. “Fa sempre più caldo e il sovraffollamento moltiplica il problema. Essere in due o tre persone in una cella non è la stessa cosa. Le sezioni aperte sono diminuite, le attività estive si riducono e il tempo trascorso chiusi in cella aumenta”. Scandurra segnala che l’estate coincide spesso con una fase di maggiore fragilità psicologica. “Si rompono le routine, si dorme peggio, aumenta l’irritabilità. In una popolazione detenuta dove il disagio psichico è già molto diffuso, tutto questo accentua le tensioni e i rischi”. Emergenza caldo: una fase delicata - A rendere ancora più complessa la situazione c’è la cronica carenza di personale sanitario. “Mancano fondi e mancano medici. Anche quando le aziende sanitarie avrebbero risorse per assumere, pochi professionisti scelgono di lavorare in carcere”. Il caso Sollicciano per Antigone e per il garante regionale è solo il sintomo di una crisi nazionale che investe un patrimonio di 189 istituti a cui manca manutenzione. Scandurra cita Regina Coeli a Roma, San Vittore a Milano e altre strutture storiche dove i problemi continuano a emergere. Fanfani parla di un sovraffollamento che, solo in Toscana, è arrivato quasi al 135%. “In molti istituti lo spazio disponibile per ciascun detenuto equivale sostanzialmente al posto necessario per dormire”. Per questo il sequestro disposto dalla magistratura potrebbe diventare un precedente destinato a fare scuola. “La procura si è assunta una responsabilità enorme e ha dimostrato coraggio - conclude Scandurra -. Sarà interessante capire se questo precedente verrà seguito altrove”. Fanfani cita San Paolo: “Nella vita servono tre qualità: la luce per vedere, il coraggio per agire e la forza per sopportare le conseguenze di quello che si fa”. Da dove partire allora? “Dalla volontà politica. Il carcere non fa guadagnare voti, per questo nessuno ne parla. Serve però una visione ampia, lungimirante”. Fabrizio Benzoni (Azione): “Nordio parla di un piano che in quattro anni è rimasto solo su carta” Una crisi che, secondo il deputato di Azione Fabrizio Benzoni - che ha visitato Sollicciano appena due mesi fa - non può più essere affrontata con interventi tampone. “È la peggiore struttura penitenziaria che abbia mai visto. Il provvedimento della magistratura è sacrosanto, non solo per la dignità dei detenuti ma anche per quella di chi ci lavora”. Benzoni descrive corridoi lunghissimi e bui, pieni di pozzanghere, acqua che usciva dalle celle, lampade che lampeggiavano, infiltrazioni e muffa ovunque. “La limitazione della libertà non può trasformarsi in una lesione della dignità umana. Sollicciano è diventato un luogo indegno”. Anche per il deputato gli interventi di manutenzione nel penitenziario fiorentino non bastano più. “Nove milioni di euro non sono nulla rispetto a quello che serve. Sollicciano va abbattuto e ricostruito. È una struttura completamente disfunzionale, pensata secondo una concezione della detenzione superata. Oggi servono spazi per la formazione, il lavoro e il reinserimento”. L’emergenza, conclude Benzoni, riguarda però l’intero sistema penitenziario. “Da quattro anni sentiamo il ministro Nordio parlare di un piano per le nuove carceri, ma finché i cantieri restano su carta abbiamo di fronte solo una presa in giro”. Firenze. Sos dall’Istituto minorile: “Pochi posti, troppi detenuti. Servono comunità ad hoc” di Antonio Passanese La Nazione, 18 giugno 2026 La procuratrice Pieri ascoltata dalla Quarta Commissione del Comune “Con la presidente del Tribunale abbiamo chiesto un incontro a Giani”. Venticinque ragazzi detenuti in una struttura che potrebbe ospitarne diciassette. È il dato emerso durante l’audizione della procuratrice della Repubblica presso il Tribunale per i Minorenni di Firenze, Roberta Pieri, ascoltata dalla Quarta Commissione consiliare di Palazzo Vecchio. Un sovraffollamento pari al 141% che, secondo quanto emerso nel confronto, rappresenta soltanto la punta dell’iceberg di un sistema che fatica a intercettare e gestire il disagio minorile. L’incontro ha ripreso i temi già sollevati dal Gruppo Foucault e dalla relazione sulla visita effettuata all’istituto penale minorile Meucci nell’aprile scorso. Il quadro delineato dalla procuratrice è quello di una rete di accoglienza incompleta, nella quale manca un tassello considerato fondamentale: una comunità filtro capace di valutare, attraverso un’équipe multidisciplinare, il percorso più adatto per ogni minore prima dell’inserimento in una struttura educativa. A Firenze questa funzione era svolta dalla Comunità Trilly, chiusa dopo un incendio e mai sostituita. “Il minore, spesso con disagi psichici o dipendenze da alcol e droga, finisce in una comunità inadeguata, scappa, la Procura è costretta a chiedere l’aggravamento della misura e il continuo spostamento compromette ogni progetto educativo”, ha spiegato Pieri. Secondo il capogruppo di Sinistra Progetto Comune, Dmitrij Palagi, una soluzione esiste già. Il Coordinamento nazionale delle comunità per minori ha infatti elaborato uno studio che prevede due moduli filtro, uno sanitario e uno socioeducativo. “La Toscana non li ha ancora realizzati e questo ritardo della Regione è diventato il cuore politico della vicenda”, sostiene Palagi. La procuratrice ha inoltre riferito che, insieme alla presidente del Tribunale per i Minorenni, aveva chiesto nel febbraio scorso un incontro al presidente della Regione Toscana, Eugenio Giani. “La risposta è arrivata soltanto questa settimana. È stato aperto un tavolo interlocutorio attraverso il quale speriamo di trovare le soluzioni necessarie”, ha spiegato. Particolarmente delicata la situazione dei giovani detenuti, molti dei quali hanno alle spalle percorsi di migrazione forzata, sfruttamento e traumi. “Non è possibile trattare questi ragazzi con gli stessi strumenti pensati per chi ha avuto tutt’altra infanzia”, ha osservato Pieri, ricordando come le neuroscienze evidenzino che lo sviluppo cerebrale non sia completo prima dei ventuno anni. Tra le criticità segnalate anche il passaggio di alcuni giovani dal circuito minorile a quello degli adulti. Sebbene la legge consenta di restare nel sistema minorile fino a 25 anni per reati commessi da minorenni, questa possibilità non sempre viene applicata e alcuni ragazzi finiscono nel carcere di Sollicciano, perdendo percorsi educativi e tutele specifiche. Per affrontare l’emergenza, la Quarta Commissione propone ora la creazione di un tavolo istituzionale permanente che coinvolga Comune di Firenze, Regione, Tribunale e Procura per i minorenni, Istituto degli Innocenti e strutture di accoglienza. Un coordinamento che viene richiesto da tempo e che potrebbe rappresentare il primo passo per costruire una risposta condivisa a un disagio che oggi continua a finire dietro le sbarre. Rovigo. Nato nel Cuneese il modello Panaté cresce: lavoro e reinserimento nelle carceri targatocn.it, 18 giugno 2026 Nato in Piemonte e già attivo anche a Cuneo e Fossano, il progetto apre un nuovo laboratorio: “Il lavoro crea dignità e futuro”. Un progetto nato in Piemonte che continua a espandersi portando con sé un modello di inclusione sociale fondato sul lavoro. È stato inaugurato oggi nella Casa Circondariale di Rovigo un nuovo laboratorio produttivo per la realizzazione di pane e lievitati artigianali destinati al settore HoReCa, promosso da Panaté Società Benefit insieme alla Cooperativa Sociale Solidarietà. Un’iniziativa che parla anche cuneese: il modello Panaté è infatti già presente negli istituti penitenziari di Cuneo e Fossano, oltre che a Torino, Padova e nel laboratorio esterno di Magliano Alpi. Una rete in crescita che punta a coniugare qualità produttiva e valore sociale, offrendo ai detenuti percorsi concreti di formazione e reinserimento. All’inaugurazione hanno preso parte istituzioni, rappresentanti dell’amministrazione penitenziaria, imprese e realtà del terzo settore, a testimonianza di un progetto che si fonda sulla collaborazione tra pubblico e privato. “Nessuno realizza un’iniziativa come questa da solo - ha sottolineato Davide Danni, CEO di Panaté. È una responsabilità condivisa tra istituzioni, imprese e cooperative”. Il laboratorio si inserisce in una filiera produttiva reale, sostenuta anche da partnership con aziende come Autogrill, già coinvolta nella distribuzione dei prodotti. Un elemento chiave per garantire continuità e sostenibilità al progetto, superando la logica delle iniziative isolate. “Il lavoro in carcere non può vivere solo di buone intenzioni - è stato ribadito durante l’incontro - ma deve essere qualità, professionalità e mercato”. Un principio che trova applicazione concreta nei laboratori Panaté, dove i detenuti acquisiscono competenze spendibili anche una volta terminato il percorso detentivo. Significativa anche la riflessione emersa durante la giornata: “La pena termina con una sentenza, ma il futuro si costruisce con opportunità reali”. Un concetto che riassume l’obiettivo del progetto, sintetizzato nello slogan “Condannati a fare cose buone”. La nuova apertura di Rovigo rappresenta dunque un ulteriore passo in un percorso nato proprio in Piemonte e che vede nel territorio cuneese uno dei punti di riferimento. Un’esperienza che dimostra come il lavoro possa diventare uno strumento concreto di inclusione, capace di restituire dignità, competenze e prospettive. Laureana di Borrello (Rc) I detenuti diventano assaggiatori d’olio ilreggino.it, 18 giugno 2026 Il progetto che salva l’”Olivo della Madonna”. Ventiquattro detenuti dell’Istituto a Custodia Attenuata di Laureana di Borrello si preparano a sostenere l’esame finale di un percorso formativo che li ha trasformati in assaggiatori di oli vergini d’oliva. È uno dei risultati del progetto “Coltivare Speranze”, iniziativa che unisce formazione professionale, inclusione sociale e tutela della biodiversità attraverso la riscoperta dell’antica cultivar calabrese dell’”Olivo della Madonna”. Gli esami conclusivi si svolgeranno il prossimo 27 giugno all’interno della struttura penitenziaria reggina. Il corso, già avviato da diverse settimane, è stato curato dai docenti dell’Arsac, della Facoltà di Agraria dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria e dagli esperti di Archeoclub d’Italia. “I detenuti diventano assaggiatori di oli vergini di oliva grazie al progetto “Coltivare Speranze”, già partito da alcune settimane nelle carceri della Calabria e precisamente all’Ica di Laureana di Borrello”, spiega l’archeologa Annamaria Rotella, vicepresidente di Archeoclub d’Italia sede di Vibo Valentia. L’iniziativa rientra nel protocollo d’intesa sottoscritto tra la Casa di Reclusione, Arsac, Pastorale della Cura del Creato della Conferenza Episcopale Calabra e Archeoclub d’Italia. Al centro del progetto c’è la valorizzazione della Olea Europaea varietà Leucocarpa, una cultivar rarissima conosciuta come “Olivo della Madonna” per i suoi caratteristici frutti bianchi. La rinascita dell’Olivo della Madonna - La storia dell’Olivo della Madonna rappresenta una vicenda di recupero del patrimonio agricolo e culturale calabrese. Per decenni si era ritenuto che questa particolare varietà fosse quasi scomparsa. Nell’Ottocento il suo olio veniva utilizzato soprattutto per alimentare le lampade delle chiese, grazie alla sua capacità di produrre pochissimo fumo durante la combustione. A riportarla all’attenzione degli studiosi è stata proprio Annamaria Rotella, impegnata da nove anni nella ricerca e nella mappatura degli esemplari presenti sul territorio regionale. “Quando questa ricerca è cominciata si ipotizzava che il secolare di questa cultivar fosse scomparso. Fortunatamente fino a questo momento sono stati ritrovati circa 120 esemplari distribuiti in 80 dei 404 comuni calabresi”, afferma l’archeologa. Oggi la Leucocarpa è presente in numerosi comuni della Calabria ma anche in altre regioni italiane, tra cui Campania, Sardegna e Lazio. Il progetto non si limita alla formazione professionale. I detenuti sono stati coinvolti direttamente nella messa a dimora degli alberelli di Leucocarpa, contribuendo concretamente alla conservazione di una cultivar che rischiava l’estinzione. Secondo i promotori, l’esperienza avviata a Laureana di Borrello potrebbe diventare un modello nazionale, capace di coniugare percorsi di reinserimento sociale e tutela ambientale. L’idea è quella di coltivare gli olivi all’interno degli istituti penitenziari per poi donarli alla Conferenza Episcopale Calabra e favorirne la diffusione nei luoghi di culto, rafforzando il legame storico tra questa particolare varietà e la tradizione religiosa. Parallelamente Archeoclub, insieme a Italia Nostra e WWF Vibo Valentia, lavora alla creazione del “Percorso dell’Olivo Bianco”, un itinerario che metta in rete gli esemplari presenti sul territorio, i luoghi di culto e gli areali olivicoli regionali. Dal 2020, inoltre, è stata avviata una campagna di piantumazione dell’Olivo della Madonna nei pressi delle chiese calabresi in occasione della Giornata mondiale del Tempo del Creato. “Quando enti e associazioni operano in sinergia e sintonia i frutti sono assicurati - conclude Rotella - perché, esattamente come l’albero a cui si ispirano, non si riducono a semplici desideri ma, grazie alla fatica comune della cura, diventano percorsi e speranze concreti”. Genova. Il carcere apre uno spazio per i bambini: a Marassi torna la giornata con i papà detenuti genovaquotidiana.com, 18 giugno 2026 Diciassette padri e oltre venti figli si sono ritrovati nel carcere genovese per un pomeriggio di gioco, lettura e relazione. Quasi finito anche il nuovo Spazio Barchetta. Per un pomeriggio il carcere di Marassi ha provato ad assomigliare meno a un luogo di distanza e più a uno spazio di incontro. Lunedì 15 giugno diciassette papà detenuti e oltre venti bambini hanno partecipato alla nuova Giornata delle Famiglie promossa dal progetto “La Semina dei Sogni”, tornata nella casa circondariale genovese a sei mesi dall’ultimo appuntamento. Il campo da calcio, un punto di lettura e una merenda condivisa hanno scandito una giornata pensata per permettere ai figli delle persone detenute di vivere il rapporto con il genitore in un contesto più accogliente, protetto e meno segnato dalla durezza dell’ambiente carcerario. L’iniziativa si è svolta in parallelo con la decima edizione della “Partita con mamma e papà”, promossa da Bambinisenzasbarre, ente del Terzo Settore, nell’ambito della campagna europea “Non un mio crimine ma una mia condanna”. “La Semina dei Sogni” è stato selezionato da Con i Bambini nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Avviato nel 2024 in Liguria, il progetto proseguirà fino al 2028 con l’obiettivo di sostenere i minori figli di detenuti e le loro famiglie a Genova, Chiavari e Sanremo. Il percorso coinvolge Regione Liguria, Comune di Genova, Comune di Sanremo, l’Ufficio esecuzione penale esterna di Genova, le case circondariali di Genova Marassi, Genova Pontedecimo e Sanremo, la casa di reclusione di Chiavari, oltre a scuole, centri educativi e servizi territoriali. La rete è composta da dieci realtà del Terzo Settore: Il Cerchio delle Relazioni, soggetto capofila, Associazione ricreativa culturale italiana Genova, Il Biscione, Veneranda Compagnia di Misericordia, Centro italiano di solidarietà, Agorà, Caleidoscopio, Centro italiano per la promozione della mediazione Liguria, Circolo Vega e Associazione Matita. Nelle prossime settimane il progetto porterà una nuova Giornata delle Famiglie anche nel carcere di Chiavari. Nel frattempo, a Marassi, è quasi conclusa anche la riqualificazione dello Spazio Barchetta, l’ambiente dedicato ai bambini durante gli incontri con i genitori detenuti. È una stanza pensata per accogliere i minori con giochi, ascolto e attività educative, gestita da educatori e operatori specializzati, con l’obiettivo di rendere l’esperienza della visita meno traumatica e più vicina ai bisogni dei bambini. Negli ultimi mesi sono stati ridipinti muri e arredi. Grazie alla falegnameria Legni Liberi del carcere, progetto coordinato dalla cooperativa Il Laboratorio, è stata realizzata anche una nuova libreria montessoriana. Il rinnovamento sarà completato con la sostituzione dei vecchi banchetti con tavolini più adatti a uno spazio destinato al gioco, alla lettura e all’espressione dei bambini. L’intervento è stato possibile grazie alla collaborazione tra “La Semina dei Sogni” e il progetto “Signora Libertà Signorina Fantasia”, sostenuto dal Centro per il Libro e la Lettura e coordinato da Associazione ricreativa culturale italiana Genova. La sinergia ha permesso l’acquisto di circa ottanta libri destinati allo Spazio Barchetta. La scelta dei volumi è stata curata dall’Associazione Matita. Ogni mattina gli operatori selezionano i libri da sistemare nella libreria, trasformando la lettura in uno strumento quotidiano di accoglienza e relazione. È stato avviato anche un confronto con la Biblioteca De Amicis per valutare un sistema di micro prestito, che permetterebbe ai bambini di portare i libri a casa e restituirli alla visita successiva, costruendo un legame continuativo e positivo con il luogo degli incontri. Il Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile nasce da un’intesa tra le Fondazioni di origine bancaria rappresentate dall’Associazione di fondazioni e di casse di risparmio, il Forum Nazionale del Terzo Settore e il Governo. I programmi sono attuati attraverso l’impresa sociale Con i Bambini, organizzazione senza scopo di lucro interamente partecipata dalla Fondazione Con il Sud. Informazioni sul progetto sono disponibili su https://www.conibambini.org. Voci dalle prigioni, il libro di Ciambriello di Angela Stella L’Unità, 18 giugno 2026 “Lettere al garante. Voci dal carcere tra diritti negati, paure e speranze” è il libro fresco di stampa di Samuele Ciambriello (Iod edizioni), portavoce della Conferenza Nazionale dei Garanti dei diritti delle persone private della libertà personale e Garante della Campania. “Per anni - dice Ciambriello - ho attraversato i corridoi delle carceri, ho ascoltato storie, raccolto silenzi, letto lettere scritte con urgenza e con paura. Questo libro nasce da quell’ascolto. Sono le parole di chi vive la detenzione: richieste di aiuto, denunce, confessioni, ma anche frammenti di speranza. Lettere che mi sono state affidate e che ho scelto di non lasciare chiuse in un cassetto. Perché dietro ogni riga c’è una persona che chiede di essere vista, riconosciuta, ascoltata”. Ciambriello spiega di “aver voluto restituire queste voci così come sono arrivate: dirette, a volte crude, sempre vere. Raccontano un carcere fatto di sovraffollamento, solitudine, affetti lontani, diritti fragili. Ma raccontano anche il bisogno, ostinato, di cambiare. Credo che la pena non debba fermarsi al castigo. Credo che ogni persona possa essere accompagnata verso una possibilità diversa. Questo libro è un ponte tra dentro e fuori. È un invito ad ascoltare. Perché nessuno, neanche chi ha sbagliato, dovrebbe essere ridotto al silenzio”. Se la scuola dei numeri dimentica le persone di Nathania Zevi La Stampa, 18 giugno 2026 Un anno di lezioni tradotto in una sequenza di cifre. Una pagella che qualunque algoritmo sarebbe in grado di elaborare ulteriormente. L’anno scorso, quando alcuni maturandi decisero di non sostenere l’orale perché la media dei voti li avrebbe portati comunque alla promozione, mi trovai dalla parte di quelli che storcevano il naso. Ricordo adulti divisi tra chi gridava alla ribellione generazionale e chi applaudiva il gesto come una forma di protesta politica contro un sistema percepito come vuoto, rituale, obsoleto, inutile. Io, ieri come oggi, continuo a pensarla in modo piuttosto semplice e dritto: gli esami si fanno. Perché alcuni passaggi della vita hanno un valore che va oltre il risultato. Agli esami ci si presenta. Ci si mette la faccia, per usare un’espressione abusata. Si accetta l’idea di essere giudicati e basta, perché non tutto deve essere discusso. Poi, qualche giorno fa, ho aperto la pagella di mio figlio, seconda media, e ho trasalito. Non per i voti, vicini a quello che mi aspettavo, ma perché non c’era altro. Nessuna riga. Nessun commento. Nessun tentativo di raccontare chi sia quel ragazzo che io conosco (o spero di conoscere) così bene, o la sua evoluzione - magari anche la sua involuzione - nel corso dell’anno. Solo numeri. Otto. Sette. Nove. Sei. Un anno di scuola tradotto in una sequenza di cifre. Una pagella che qualunque algoritmo sarebbe in grado di elaborare ulteriormente. Da mesi infatti ci interroghiamo sull’intelligenza artificiale: ci chiediamo quali lavori sostituirà, se indebolirà il pensiero critico o renderà superflua la creatività umana, se non gli individui stessi. Organizziamo convegni sull’urgenza di educare i ragazzi alla complessità, alla capacità di argomentare, di interpretare, di stare nelle sfumature. Poi, però, nel luogo che dovrebbe essere il laboratorio fondativo dell’umano, quello in cui si formano cittadini e non semplici esecutori o sudditi, ci limitiamo a un elenco di numeri che non è una sintesi, ma una lista: senza critica, senza interpretazione, senza riflessione sulla persona. Sette in matematica. Otto in italiano. Nove in inglese. E basta. E dunque, basta? Io vorrei sapere se mio figlio ha imparato a lavorare con gli altri. Se ha trovato il coraggio di intervenire quando aveva timore. Se ha capito in quali momenti è necessario parlare e in quali stare zitto ed ascoltare. Vorrei capire se si distrae perché è superficiale o perché possiede una curiosità che lo porta continuamente altrove. Vorrei sapere se ha consolato o aiutato un compagno in difficoltà, se ha scoperto una passione o se ci sono lezioni nelle quali avrebbe potuto dare di più. Se il suo modo di stare in classe, ma soprattutto al mondo, è migliorato. Il desiderio, insomma, è che qualcuno, in occasione del giudizio di fine anno, parli di lui. E mi consolo pensando che questo avviene nei tanti colloqui che facciamo da settembre a giugno; ma continuo a ritenere che la pagella debba parlare soprattutto a lui, più che limitarsi a sciorinargli la media algebrica dei voti che ha preso. I professori, quasi sempre, non hanno colpa. Anzi, nella mia esperienza, si rivelano disponibili al confronto con le famiglie molto più spesso di quanto le famiglie siano disponibili a confrontarsi con loro. È la scuola come istituzione, però, che negli anni ha cercato di diventare sempre più oggettiva, standardizzata, inattaccabile. Ha sostituito le parole con i codici, i giudizi con le griglie, la narrazione con le percentuali. E intanto gli istituti fanno a gara per scalare le classifiche di Eduscopio, anche quando questo comporta, per tanti ragazzi, esclusioni volontarie o pressioni neppure troppo velate ad andarsene. Ma può l’educazione essere neutra? No, non può e non deve. L’educazione è relazione. È sguardo. È responsabilità, ma soprattutto empatia. E allora mi ritrovo persino a riconsiderare quella protesta contro l’orale che avevo giudicato così severamente. Forse non era soltanto l’evasione da un esame. Forse nasceva, in effetti, anche dalla sensazione, giusta o sbagliata, di attraversare un sistema che valuta molto e racconta poco. Che misura molto ed educa poco. Che certifica senza riconoscere. Naturalmente non sto invocando il ritorno ai giudizi in rosso che marchiavano generazioni intere, né il rito macabro dei quadri esposti, quando si scopriva davanti a tutti chi era stato promosso e chi no. Vorrei semplicemente che gli adulti tornassero a trovare le parole. O almeno a cercarle. Chiedendo agli studenti di fare altrettanto. Di cercare e cercare ancora, senza delegare tutto a un chatbot. Perché le parole, anche quelle che compongono un giudizio severo, richiedono tempo. Impongono di osservare davvero. Costringono a formulare un pensiero critico, a spiegare i perché, a motivarli. Esattamente ciò che diciamo di voler difendere dall’avanzata delle macchine. Temiamo che l’intelligenza artificiale renda i nostri figli meno umani. Eppure la sensazione, davanti a quella pagella, è stata un’altra: che il giudizio umano abbia già smesso, da tempo, di esercitarsi, quantomeno nella sua forma scritta. I ragazzi sono diventati medie, crediti, debiti, percentuali. E le scuole, Invalsi, fondazioni, classifiche, punteggi, e tante parole spesso vuote su cosa voglia dire, davvero, includere. Solo che, se la scuola vuole continuare a parlare ai ragazzi - e ai loro genitori - deve tornare a praticare ciò che nessuna intelligenza artificiale potrà mai fare davvero: raccontare chi abbiamo davanti agli occhi, quelli veri. Vedere i ragazzi nelle loro fasi, nelle evoluzioni, nelle cadute e nelle risalite. Chiamarli per nome. E ricordargli che non sono il numero che compare accanto alle materie, ma le persone che, anche attraverso quei numeri, stanno ancora diventando e diventeranno, curva dopo curva e senza, per fortuna, il lusso né il vincolo delle medie algebriche. Migranti. “Dove sta andando l’Europa?” di Giovanni Maria Del Re Avvenire, 18 giugno 2026 Perché le regole sui rimpatri preoccupano i vescovi. La Commissione delle Conferenze episcopali in Europa (Comece) interviene sulle nuove norme comunitarie: la migrazione riguarda gli esseri umani, la loro dignità è inviolabile. Anche Caritas contro i centri di rimpatrio. Le Ong: così si legittima la deportazione delle persone. “Profonda preoccupazione”. Si esprime così la Comece (la Commissione delle Conferenze episcopali in Europa), in una dichiarazione firmata dal presidente, monsignor Mariano Crociata, sul voto che al Parlamento Europeo ha approvato il nuovo regolamento sui rimpatri. Ignorati i numerosi appelli della Chiesa Cattolica, a cominciare quello di Papa Leone XIV, a ripensare questa normativa che introduce anche i centri in Paesi terzi. Proteste giungono anche da numerose ong attive sul fronte dei diritti umani che già avevano chiesto di fermare questa normativa. “La Comece - si legge nella dichiarazione della Comece - rimane profondamente preoccupata per aspetti del nuovo quadro legislativo che rischiano di indebolire l’efficace protezione dei diritti fondamentali e la dignità delle persone vulnerabili”. In particolare, si legge ancora, “l’espansione delle detenzioni, la limitazione di rimedi efficaci e degli appelli, e la crescente esternalizzazione delle responsabilità a Paesi terzi suscitano particolari interrogativi etici e umanitari”. Perché, avvertono ancora i presuli europei, “la migrazione non è soltanto questione di procedure, statistiche e gestione delle frontiere. Riguarda gli esseri umani: donne, uomini e bambini, tutti possiedono una dignità inviolabile che deve restare al centro di ogni decisione politica”. Il tutto ricordando le parole del Papa durante la sua visita alle Canarie: “come ha detto il Santo Padre - recita la dichiarazione dei vescovi - i migranti non sono una “categoria o statistica” ma persone che “potrebbero essere parte della nostra famiglia”. E poi il rinnovato appello affinché “le politiche migratorie e di asilo rimangano fermamente ancorate nel rispetto della dignità umana, dei diritti fondamentali, di chiedere asilo, nella protezione dell’unità familiare e la cura dei più vulnerabili. Sicurezza e solidarietà non sono principi in opposizione, devono avanzare congiuntamente”. La questione di fondo, del resto, è dove sta andando l’Europa, fondata sui valori fondamentali dei diritti umani e della dignità personale. “Il voto di oggi (ieri, ndr) - avvertono i vescovi - non riguarda solo la politica migratoria. Suscita la più ampia questione su quale tipo di Europa vogliamo costruire. In questo momento decisivo, l’Europa è chiamata a non ritrarsi dai suoi valori fondanti, ma di riaffermarli con coraggio, saggezza e umanità”. La Comece non è ovviamente la sola a esprimere grande preoccupazione. A protestare anche Caritas Europa. “Esprimiamo rammarico - dichiara la segretaria generale Maria Nyman - per queste nuove regole che normalizzano misure coercitive e detenzione, incluso di bambini e famiglie, restringendo al contempo le salvaguardie legali e i diritti e creando centri di rimpatrio fuori dall’Europa”. Il regolamento, aggiunge, “rischia di stigmatizzare ulteriormente e di criminalizzare i migranti, alimentando la polarizzazione in un momento in cui le nostre società hanno urgente bisogno di una maggiore coesione. È urgente che i nostri leader riportino al centro della politica migratoria l’umanità e i diritti umani, non la paura dell’altro”. Il tutto con l’appello a “rispettare la dignità umana, la giustizia e ogni persona in ogni circostanza”. La normativa, denuncia anche Silvia Carta di Picum (la rete impegnata a difendere la giustizia sociale dei migranti senza documenti), “vedrà famiglie spaccate, adulti e bambini detenuti in Paesi che neppure conoscono, tutto a causa dei passaporti con cui sono nati. Le scene che hanno indignato gli europei negli Stati Uniti (con gli interventi dell’Ice, ndr) rischiano di diventare normali a Bruxelles, Berlino, Roma e oltre”. Dura anche Human Rights Watch. “Gli Stati membri - dichiara Iskra Kirova, direttrice per l’Europa e l’Asia centrale dell’ong - potranno deportare migranti e richiedenti asilo nei cosiddetti “centri di rimpatrio” che possono in effetti servire come centri di detenzione offshore e, secondo quanto riferito, sono stati discussi con Paesi noti per violare i diritti umani come il Rwanda e l’Uzbekistan”. Lo scorso settembre si era già levato l’appello di oltre 200 ong a respingere quello che definiscono “regolamento deportazione”, denunciando “misure coercitive, traumatizzanti e in violazione dei diritti umani”, con “politiche punitive, centri de detenzione e deportazione”. Il tutto come parte di un “più ampio slittamento della politica migratoria Ue per caratterizzare i movimenti umani come minaccia che giustifica deroghe dalle garanzie per i diritti umani”.