Putride o sovraffollate, galere da chiudere di Patrizio Gonnella Il Manifesto, 17 giugno 2026 L’urgenza delle ispezioni. La situazione indecente in cui versava il carcere fiorentino era da tanto tempo evidente a chiunque. Nessuno poteva negare di sapere, tanto meno al ministero della Giustizia o al Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap). Sollicciano chiama Italia. La chiusura per via giudiziaria di ben sette reparti del carcere fiorentino di Sollicciano ha a che fare con il degrado del sistema penitenziario italiano nel suo complesso. Sollicciano è solo l’epifenomeno di un complesso carcerario che sempre più si propone come un apparato pseudo-militare decadente, nel quale le persone detenute sono disumanizzate fino al punto che esse stesse ritengono naturale vivere nell’acqua putrida e tra le cimici. La situazione indecente in cui versava il carcere fiorentino era da tanto tempo evidente a chiunque. Nessuno poteva negare di sapere, tanto meno al ministero della Giustizia o al Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap). D’altronde, bastava leggere le prime righe del rapporto di Antigone per capire che le condizioni strutturali dell’istituto fossero disastrose. O dare uno sguardo al comunicato di Magistratura democratica e Antigone del marzo 2025 nel quale era scritto che era difficile descrivere la condizione di degrado raggiunta dalla struttura. Oppure leggere l’atto con il quale il Tribunale di sorveglianza di Firenze, qualche mese addietro, riferendosi espressamente a Sollicciano, ha chiesto alla Corte costituzionale di giudicare se è accettabile che un detenuto viva in condizioni così disumane da compromettere la sua dignità. La Consulta deciderà a settembre. Vedremo se il governo si opporrà alle argomentazioni limpide della magistratura fiorentina. Intanto il Dap è stato costretto a chiudere ben sette reparti, nonché trasferire in altri istituti duecentocinquanta detenuti, i quali ora passeranno dalla vita in sezioni putride alla vita in sezioni sovraffollate. Questo è il paradosso di una decisione presa senza rispettare fino in fondo il principio di legalità costituzionale che imporrebbe invece decisioni ben più drastiche, a partire dall’introduzione per via politica delle liste di attesa: se l’istituzione governativa non è in grado di assicurare una pena dignitosa è di conseguenza delegittimata a esercitare il potere di punire, per cui la persona deve scontare diversamente la sua sanzione. Ancora una volta la colpevole inerzia di chi ha il potere di management delle carceri si va a scontrare con il ruolo di controllo della magistratura. Ed è proprio ai giudici che in conclusione ci rivolgiamo. A quelli di sorveglianza perché ispezionino le galere, come la legge consente loro, e investano le procure e le Asl dei loro poteri di accertamento. Vanno chiuse tutte le strutture carcerarie, se patogene e inabitabili. Si potrebbe partire dai reparti nuovi giunti e di transito delle galere metropolitane, luoghi infami dove la gente è lasciata sola in celle malsane. Non ci si deve meravigliare se proprio in quelle celle, o nei reparti di isolamento, i detenuti decidano di togliersi la vita. L’ennesimo suicidio c’è stato qualche giorno fa a Regina Coeli a Roma. Ci rivolgiamo anche alle Procure e ai Tribunali, perché sull’esempio fiorentino, oltre a chiudere ciò che va chiuso, si rifiutino di mandare in galera persone qualora non ci sia posto o se il posto è marcio. Un gruppo di associazioni ha chiesto al Dap di visitare il prossimo 14 luglio un gran numero di carceri in giro per l’Italia, coinvolgendo nelle delegazioni anche uomini delle istituzioni, della cultura, della società civile. Vedremo cosa dirà il ministero della Giustizia. Intanto ci auguriamo che nessun giornale dia più credito alle fandonie del nuovo piano di edilizia penitenziaria. Qua siete in buone mani. Il manifesto non lo ha mai fatto. Sollicciano sotto sequestro, la gip chiude metà del carcere di Eleonora Martini Il Manifesto, 17 giugno 2026 Inedita decisione del tribunale di Firenze che dispone il trasferimento di 250 detenuti. Su richiesta dei pm, la giudice ha ipotizzato reati contro le leggi sul lavoro. Un provvedimento senza precedenti nella storia recente d’Italia: la Gip di Firenze ha posto sotto sequestro più della metà delle sezioni del carcere di Sollicciano per le pessime “condizioni igienico sanitarie delle celle di detenzione e di alcuni spazi comuni”, ipotizzando violazioni delle norme sul lavoro e disponendo il trasferimento immediato dei quasi 250 detenuti che vivono in quelle condizioni disperate e che ora dovranno essere sparpagliati in fretta e furia in altri istituti. Non era mai accaduto prima, nel nostro Paese, e l’intervento apre la strada alla risoluzione giudiziaria dei problemi strutturali che affliggono tutto il sistema penitenziario italiano nell’inerzia del ministero di Giustizia. Dopo i numerosi “ricorsi presentati ai magistrati di sorveglianza da vari detenuti” e in seguito alle “approfondite indagini” svolte dagli inquirenti, su richiesta della procuratrice capo di Firenze Rosa Volpe, la gip Agnese Di Girolamo ha emesso ieri un decreto di sequestro preventivo delle sezioni 1, 2 e 7 del reparto giudiziario maschile e delle sezioni 9, 10 e 12 del reparto penale maschile nonché della sezione “Accoglienza”. Il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria non ha agito per tempo, limitandosi ad effettuare “ristrutturazioni di singoli reparti detentivi”, come ha spiegato in una nota, e ieri, preso alla sprovvista, ha tentato una giustificazione annunciando di aver proceduto il 15 maggio scorso ad aggiudicare la “progettazione dei lavori per la completa riqualificazione dell’istituto”, già finanziata con “la somma di 9 milioni di euro, a valere sul fondo previsto dalla legge di bilancio 2025”. “Lavori programmati”, ha precisato il Dap, in virtù dei quali “si è previsto un trasferimento di detenuti” in altri Istituti penitenziari “dove sono presenti sezioni o reparti di recente ristrutturazione, che consentono, ad oggi, di ospitare nuovi ingressi”. E non sarà facile trovarli. La Casa Circondariale di Sollicciano, la cui pianta potrebbe ricordare il giglio di Firenze, è storicamente suddivisa in 13 sezioni principali, distribuite tra il reparto giudiziario maschile (8 sezioni), il reparto penale e la sezione femminile. Vi sono rinchiuse attualmente quasi 600 persone in tutto (comprese le 75 donne), a fronte di 361 posti disponibili. Il degrado della struttura era talmente nota da tempo - e denunciata da più parti, compresi i sindacati di polizia penitenziaria - che nel marzo scorso l’allora presidente del Tribunale di sorveglianza di Firenze, Marcello Bortolato, aveva rinviato alla Consulta la questione di legittimità costituzionale degli articoli 147 c.p. (differimento facoltativo dell’esecuzione penale) e 47-ter o.p. (sulla detenzione domiciliare) sollevata nel febbraio 2024 dagli avvocati Michele Passione e Nicola Muncibì sul caso di un detenuto costretto a vivere dal 2023 in “locali di pernottamento afflitti da copiose e frequenti infiltrazioni di acqua ed infestate da insetti e, in alcuni casi, da roditori e, per lo più, in condizioni igieniche gravemente compromettenti, oltre alla ristrettezza dello spazio in una camera detentiva di soli 9 metri quadri”. La decisione della Corte costituzionale è attesa per settembre. Malgrado ciò, i sopralluoghi e gli accertamenti effettuati dalla squadra mobile, dalla Guardia di finanza e dalla Asl, i racconti dei “numerosi testimoni” e la “documentazione anche fotografica” raccolta, hanno convinto la Gip ad emanare il provvedimento, ipotizzando “reati contravvenzionali” per la violazione della legge a “Tutela della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro” (D.Lgs. 81/2008), in particolare le norme “in materia di pulizia dei locali di lavoro, abitabilità dei dormitori e di impiantistica elettrica”. Un provvedimento che per una volta mette d’accordo le associazioni che lavorano a difesa dei diritti dei detenuti e i sindacati di polizia penitenziaria. Parla di “svolta storica nella gestione delle carceri italiane” il segretario della federazione sindacale Fsa-Cnpp-Spp, Aldo Di Giacomo, che prevede come conseguenza del trasferimento dei detenuti “un effetto domino che porta al completo dissolvimento del sistema penitenziario”. “In tanti anni non avevo mai visto una cosa simile”, commenta a sua volta il Garante dei detenuti della Toscana, Giuseppe Fanfani, che rende merito ai magistrati per aver “messo il dito in una piaga a tutti evidente”. La Cgil di Firenze plaude la “decisione coraggiosa” della Gip ma chiede anche “la massima tutela per tutto il personale coinvolto”. Sia sul piano dell’organizzazione del lavoro sia su quello della gestione dei detenuti”, secondo la Cgil tutti devono partecipare “ai tavoli che verranno aperti per affrontare questa crisi”. Drastica, infine, la posizione della sindaca di Firenze, Sara Funaro, secondo la quale il sequestro dimostra che “la situazione è arrivata oltre il limite” e che “il carcere di Sollicciano andrebbe chiuso, abbattuto e ricostruito”. “Cosa farà adesso in primo luogo il ministro Nordio e il governo che sinora hanno sempre negato l’evidenza dei fatti e che adesso sono chiamati dai magistrati a rispondere dei reati addebitati”, è la domanda articolata dal sindacato Spp ma che di fatto si pongono tutti. Sollicciano, sul carcere di Firenze sono dovuti intervenire i giudici di Susanna Marietti* Il Fatto Quotidiano, 17 giugno 2026 Dap e governo sapevano ma non si sono mossi. Il governo non vuole regole, non gradisce controlli. Vuole mano libera e ha deciso che il detenuto deve accontentarsi di meno spazio di quello previsto dalle norme. Lo avevamo detto oltre un anno fa. Era tutto scritto. Sul sito di Antigone, la scheda relativa a Sollicciano si apre così: “Le condizioni strutturali dell’Istituto sono semplicemente disastrose”. Il seguito potete leggerlo da soli. Dopo la visita congiunta di Antigone e Magistratura Democratica del 21 marzo 2025, avevamo chiesto che il carcere di Sollicciano a Firenze venisse immediatamente chiuso. Là dentro si viveva una vita indecente, contraria a ogni senso di umanità, indegna di uno Stato che si vuole presentare come democratico. “È difficile descrivere”, scrivevamo allora, “la condizione di degrado raggiunta dalla struttura (…). Non si tratta più di trascorrere il tempo in uno spazio ridotto o di non poter usufruire di un programma teso alla risocializzazione a causa del sovraffollamento, come ormai accade alla maggior parte dei luoghi di detenzione italiani. A Sollicciano si tratta di essere costretti a sopravvivere adattandosi a condizioni di vita inumane che non corrispondono al senso di umanità della pena richiesto dall’art. 27 comma 3 della Costituzione. La struttura degli edifici che ospitano le sezioni e lo stato di degrado dell’intero impianto idrico sono tali che le continue infiltrazioni di acqua piovana e di acqua dispersa hanno cosparso di muffa intere pareti e provocano continui sversamenti di acqua dai soffitti e dai terrazzi, che allagano i pavimenti e obbligano i ristretti a vivere nell’umidità, se non proprio nell’acqua. I servizi igienici delle celle (dove spesso vengono ricavati spazi dispensa) oltre ad essere coperti di macchie di muffa, sono privi di copertura della tazza e di cassa di scarico, tanto che le persone detenute devono utilizzare un tubo di fortuna attaccato al lavandino. Sempre a causa delle infiltrazioni di acqua è saltato l’impianto elettrico di alcune celle e le persone detenute devono stare al buio. Le cimici continuano ad infestare i materassi”. E potremmo continuare. Le condizioni igieniche, sanitarie e strutturali dell’istituto non erano già all’epoca sostenibili. Nonostante questo e altri successivi appelli, il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria non si è mosso. Oggi è una Procura - caso senza precedenti - a chiederne il sequestro. Il Tribunale di Firenze ha emesso un decreto di sequestro preventivo per ben sette sezioni del carcere fiorentino. I detenuti verranno, inevitabilmente, ammassati da qualche altra parte, visto il tasso di affollamento carcerario che ha ormai raggiunto il 140% su base nazionale (e oltre il 200% in molti istituti: oggi solo 22 carceri su 189 non sono sovraffollate). L’applicativo informatico utilizzato dal Ministero della Giustizia per misurare lo spazio delle celle si discosta dai criteri dettati dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione nel 2021. Il governo non vuole regole, non gradisce controlli. Vuole mano libera. Nel suo continuo braccio di ferro con la magistratura, ha deciso che il detenuto deve accontentarsi di meno spazio di quello previsto dalle norme per come i magistrati le interpretano. Allo stesso modo, ha deciso che i detenuti possono vivere in mezzo alle cimici, alla muffa, agli allagamenti. Sapevano tutto e non hanno fatto nulla. Adesso sono intervenuti i giudici a riaffermare dei limiti minimi. Non era mai accaduto prima in questi termini. Speriamo che non ci si fermi qui. Non basta una mano di vernice a Sollicciano: come accade in Paesi più civili del nostro, nessuno deve più entrare in carcere se non c’è uno spazio dignitoso ad accoglierlo. *Coordinatrice dell’Associazione Antigone La strage silenziosa nelle celle “lisce” dei malati mentali, lasciati senza cura dallo Stato di Luca Cereda Famiglia Cristiana, 17 giugno 2026 Il dramma dell’uomo col machete a Milano svela il fallimento delle “celle ad alto rischio” negli istituti di pena italiani: il carcere non può sostituire la cura psichiatrica. C’è un paradosso buio, che rasenta l’assurdo kafkiano, nel cuore della giustizia italiana. Accade quando il perimetro del controllo si stringe al massimo, quando l’istituzione dichiara di aver compreso la fragilità estrema di un uomo e, per proteggerlo da se stesso, lo spoglia di tutto. Lo isola. Lo chiude in una “cella liscia”, priva di spigoli, priva di appigli, sotto lo sguardo teoricamente vigile delle telecamere e della ronda. È lì dentro, nella sezione ad “alto rischio suicidario” del carcere milanese di San Vittore, che un uomo affetto da una severa psicosi ha trovato comunque il modo di annullarsi, eludendo la sorveglianza e trasformando l’ultimo avamposto della prevenzione nel teatro del suo definitivo abbandono. La cronaca recente ci aveva restituito quest’uomo attraverso i fotogrammi convulsi di un pomeriggio di ordinaria follia metropolitana a Milano. Camminava per strada agitando un machete, gli occhi persi nel vuoto di un delirio che nessuno aveva saputo intercettare prima. Un uomo pericoloso per gli altri, si è detto; una minaccia per la sicurezza pubblica, hanno gridato le agenzie. Ma dietro quel ferro brandito contro i fantasmi della propria mente, c’era una richiesta d’aiuto drammatica, il sintomo plastico di uno scompenso psichico totale. Una volta disarmato dalle forze dell’ordine, l’apparato dello Stato ha risposto con l’unico automatismo che ancora gli rimane: il furgone della polizia penitenziaria, l’immatricolazione, il rumore pesante delle chiavi che girano nella toppa di San Vittore. Non un reparto di psichiatria, non una struttura di cura, ma il carcere. Ovvero, l’imbuto terminale dove la società civile scarica ciò che non riesce a comprendere, né a gestire. È stato tradotto immediatamente nella sezione speciale, quella destinata a impedire ai detenuti di togliersi la vita. Eppure, la contabilità della morte non si ferma davanti alle designazioni burocratiche. Come denunciato con forza da don Paolo Selmi, presidente della Fondazione Casa della Carità, i cui operatori ed educatori frequentavano proprio quel reparto speciale per portare un briciolo di ascolto e relazione, il dramma di questa vita spezzata solleva una domanda radicale: perché una persona con una diagnosi di psicosi così conclamata si trovava in una cella d’isolamento e non in un servizio sanitario? La risposta non è solo un interrogativo etico, ma una sequenza di numeri spietati. La banca dati e le ricerche del dossier “Morire di carcere” mettono a nudo una realtà in cui l’istituzione totale nega, nei fatti, l’umanità dei più deboli: 28 persone suicidatesi in carcere da inizio anno, dopo le 80 del 2025 e le 91 del 2024. Le statistiche storiche e i dati epidemiologici sul disagio penitenziario rivelano che il tasso di suicidi in carcere in Italia è stabilmente di oltre dieci volte superiore rispetto alla popolazione libera, un’incidenza che si impenna drammaticamente proprio nei primi mesi e, paradossalmente, nelle prime settimane di detenzione: il momento dell’impatto originario con la privazione della libertà, quando il vuoto d’orizzonte si fa assoluto. Non si tratta di tragiche fatalità isolate, ma di un collasso strutturale. I dati scientifici e i monitoraggi indipendenti sul disagio psichico confermano che oltre il 70% dei detenuti presenta una qualche forma di disturbo psicologico o psichiatrico, mentre i casi di psicosi conclamate, disturbi della personalità e gravi dipendenze patologiche gravano in modo sproporzionato sulle sezioni detentive. In istituti come San Vittore, cronicamente sovraffollati, la gestione di questa sofferenza abdica quasi fatalmente alla terapia clinica per ridursi a contenimento farmacologico e custodia coatta. La psichiatria d’urgenza sul territorio è ridotta al lumicino da anni di tagli, e le strutture sanitarie idonee scarseggiano; così il sistema giudiziario usa le celle d’isolamento come surrogati di letti ospedalieri. Ma la “cella liscia” toglie i mezzi fisici del suicidio esasperandone, al contempo, le motivazioni psichiche. Privare un uomo in pieno delirio di ogni contatto, vestiario o punto di riferimento antropologico significa accelerarne il punto di rottura. Chi vive il carcere dall’interno conosce bene la densità di questo isolamento. Nelle preziose testimonianze raccolte sul campo ed emerse dai racconti di chi abita le celle - come le voci dei detenuti Paolo, Mario, Amin e Tommaso, al centro del fumetto Morire di carcere de La Revue Italia realizzato con la redazione in carcere a Padova di Ristretti Orizzonti della casa circondariale Due Palazzi di Padova - emerge un sottomondo dove la burocrazia anestetizza anche i bisogni più elementari. “In carcere non si sposta una virgola senza che si sappia, eppure non si trova il peperoncino”, spiegano i detenuti per descrivere un sistema iper-regolamentato nella forma ma totalmente inefficiente nella sostanza umana. Un sistema capace di vigilare millimetricamente sulle piccolezze quotidiane, ma drammaticamente cieco quando si tratta di cogliere il punto di rottura di un’anima. Le storie che filtrano dalle sezioni più dure mostrano come l’impatto emotivo della reclusione agisca come un moltiplicatore di fobie, ossessioni e disperazione. Come ricorda la lucida testimonianza dei volontari e delle associazioni che tessono ogni giorno quel difficilissimo “tappeto narrativo” fatto di numeri e persone reali, la parte sommersa di questo iceberg impatta la vita di moltissime famiglie, lasciando dietro di sé una scia di rimozione e ambivalenza da parte del mondo esterno. I dossier sui decessi negli istituti di pena dimostrano che l’aumento della sorveglianza visiva non basta. Anche perché educatori e agenti penitenziari mancano, e soprattutto questi ultimini sono vittime di tassi di suicidio, ben al di sopra della media nazionale. Risolvere il rischio suicidario svuotando le celle di ogni oggetto significa ignorare la radice del male. Il carcere è diventato l’unico presidio pubblico che non può dire di no. E così, quando una fragilità esplode in mezzo alla strada, il sistema penitenziario si trasforma nell’indecoroso “smaltimento di vite di scarto”. Un gigantesco tappeto sotto cui nascondere la polvere della sofferenza sociale, ignorando il dettato dell’articolo 27 della nostra Costituzione, che impone una funzione rieducativa e di recupero della dignità umana, non un supplizio strutturale. Quando la cronaca ci sbatte in faccia un uomo che gira con un machete a Milano, la nostra prima reazione è la paura. La seconda dovrebbe essere la responsabilità. Quell’uomo andava curato prima, protetto poi, e infine salvato da se stesso. Averlo affidato alle mura di un carcere, seppur in una cella sorvegliata, significa aver firmato una resa collettiva. Se le carceri continuano a essere il terminale ultimo della miseria e della malattia mentale, la morte di un detenuto in una cella d’alto rischio non è una fatalità inevitabile, ma il tragico verdetto di un sistema che ha smesso di guardare all’uomo per concentrarsi esclusivamente sul reato. Un urlo dentro il silenzio che la democrazia non può più permettersi di ignorare. Malato terminale al 41bis: mio padre è morto da solo di Gesuela Commisso L’Unità, 17 giugno 2026 “La dignità non è un favore. È un diritto”. Vi racconto come è morto mio padre. Mio padre aveva 79 anni. Da 16 anni era in carcere con regime di 41bis. A novembre 2025 gli viene diagnosticato un adenocarcinoma. L’intervento per asportare il tumore è fissato per il 19 novembre. Una data che per noi significa speranza, per quanto piccola. Poi arriva il blocco. La direzione del carcere di Sassari manifesta perplessità a ricoverare un paziente in regime di 41bis. L’intervento non si fa. Nessuno ci spiega davvero il perché. Noi restiamo fuori, con una data cancellata e la paura che cresce. A gennaio la situazione peggiora, viene portato d’urgenza per mettere una Stoma. Dai nuovi esami il tumore risulta essere non più operabile. Le metastasi si sono diffuse. Mio padre peggiora. In data 18 marzo 2026 da Sassari lo trasferiscono al carcere di Opera. Dopo una settimana lo spostano all’ospedale San Paolo di Milano. Noi familiari cerchiamo notizie. Chiediamo. Telefoniamo. Non ci rispondono. Non sappiamo se mangia, se soffre, se capisce cosa sta succedendo. Lui è sempre in 41bis. E il 41bis significa una cosa sola: un’ora di colloquio al mese dietro il vetro, oppure dieci minuti di telefonata. Anche quando stai morendo. Anche quando non riesci più a parlare. Il 21 aprile 2026 mio fratello va al colloquio. È l’ultima volta che lo vede. Dietro quel vetro divisorio, che non ti permette neanche di toccare le mani. Gli dicono che quando l’hanno portato in ospedale non c’era più niente da fare. La situazione era critica già allora. Il 23 aprile 2026 in tribunale vengono concessi i domiciliari su una richiesta fatta da febbraio. Nessuno ci avvisa né a noi familiari né l’avvocato. La mattina del 24 aprile 2026 mio padre muore da solo. L’autopsia del 13 maggio conferma: è morto perché il tumore era progredito facendo metastasi. I medici dicono che anche se avesse fatto l’intervento il 19 novembre probabilmente non l’avrebbe salvato. Questa è la frase che usano per chiudere la storia. “Tanto non sarebbe cambiato”. Ma le cose cambiano eccome. Cambiano per un uomo che negli ultimi mesi della sua vita non ha potuto sentire la voce dei suoi figli, di sua moglie, dei suoi nipoti. Cambiano per una famiglia a cui è stato negato il diritto di stargli vicino, di assisterlo, di dirgli addio senza un vetro in mezzo. Cambiano per un padre che dal 18 marzo quando è stato trasferito da Sassari a Milano era già un malato terminale. Se era terminale perché non gli sono stati concessi i domiciliari subito? Perché lasciarlo in 41bis fino all’ultimo giorno? La legge prevede che la pena possa essere eseguita in modo compatibile con le condizioni salute. La dignità non è un favore. È un diritto. Noi non chiediamo di cancellare la condanna. Chiediamo di ricordare che dietro il numero di matricola c’era un uomo, un padre, un marito, un nonno. E che un uomo che sta morendo ha diritto di morire senza essere trattato come una minaccia. Il 41bis è nato per fermare i capi di Cosa Nostra. Mio padre era malato. Nessuno, neanche lo Stato, può dire che la dignità umana finisce dove inizia il regime carcerario più duro. Non vogliamo che la storia di mio padre Commisso Giuseppe alias U mastru finisca con una data cancellata e un colloquio dietro il vetro. Vogliamo che serva a dire: non si può morire così. Non in questo Paese. Non nel silenzio. Questa testimonianza straziante inviata a Nessuno tocchi Caino, descrive il livello di civiltà di un Paese una volta noto come la “culla del Diritto” e che oggi del Diritto è diventato la tomba. Letteralmente. Il carcere non è solo una parte, è la parte per il tutto di un Paese, la cifra della sua civiltà, della sua umanità, della sua “cristianità”. Filippo Turati definiva il carcere il “cimitero dei vivi”. Il 41 bis, il carcere duro, è un cimitero e basta o peggio: una tomba senza fiori, senza lacrime, senza pietà. Leggete questa storia e poi dite se possiamo considerarci uno Stato Civile, se possiamo dire di essere umani, se possiamo ancora affermare che “non possiamo non dirci cristiani”. (Sergio D’Elia) Ricordare Enzo per non dimenticare i tanti altri Tortora di Vincenzo Scalia L’Unità, 17 giugno 2026 17 giugno 1983, il noto giornalista e presentatore tv viene tirato giù dal letto e portato in carcere, senza sapere perché. Esposto al pubblico ludibrio, dato in pasto come mostro. La sua battaglia va portata avanti anche in nome di quel 25% di detenuti in attesa di giudizio che prima o poi viene assolto. La presunzione di innocenza, le garanzie del sistema penale, rappresentano i capisaldi di uno Stato democratico. La vita, la libertà, la reputazione rappresentano, per una persona, prerogative intangibili e inalienabili, che riguardano tutti. Quando nel 1979 scoppiò la montatura giudiziaria del caso 7 aprile, destinata in seguito a sgonfiarsi, se ne accorsero, o se ne vollero accorgere, in pochi. Si trattava, per l’opinione pubblica dominante, di fanatici sovversivi, che meritavano le vessazioni inflittegli. Era iniziata la caccia alle streghe che avrebbe legittimato detenzioni speciali, torture e legislazione premiale. Nel 1983, quando scoppiò il caso Tortora, lo schema si ripeté uguale. Salvo ribaltarsi in un secondo momento e dare vita a una riflessione sul funzionamento della giustizia penale in Italia. Enzo Tortora, uno delle personalità più popolari d’Italia per via della sua notorietà televisiva, venne tirato giù brutalmente dal letto e tradotto in carcere, senza conoscerne la ragione. Esposto al pubblico ludibrio, dato in pasto come mostro, senza che quasi nessuno avesse niente da dire. Al contrario, qualcuno arrivò ad ipotizzare che, se perfino un presentatore televisivo, ricco, famoso, di orientamento politico conservatore, veniva sottoposto a questo trattamento, era la riprova che la giustizia era davvero uguale per tutti. In una cornice in cui i magistrati venivano dipinti alla stregua di propugnatori di verità e principi morali immutabili e inattaccabili. Ci volle il coraggio di Enzo Biagi per cominciare a creare un fronte “innocentista” che faceva leva sullo scetticismo dell’azione dei magistrati, parte di un apparato composto da esseri umani, quindi non necessariamente infallibile, e metteva al centro del dibattito la tutela delle libertà fondamentali. Fu un percorso accidentato, per le insidie che le tutele corporative e lo spirito inquisitorio frapponevano. Ma che permise di fare luce sul lato oscuro delle inchieste giudiziarie. Le accuse contro Tortora si reggevano su dichiarazioni di mitomani, disadattati, che talvolta concordavano le loro versioni al Grand Hotel Pastrengo, come venne ribattezzata la caserma dei CC di Napoli dove i ‘pentiti’ venivano tenuti tra molti agi, consentendo addirittura la possibilità di essere interrogati col cappuccio indosso. Come se l’Habeas Corpus non ci fosse mai stato. Coi magistrati partenopei oramai intrappolati dal mostro che avevano creato, ancorché troppo interessati a portare a casa il risultato. Alla fine Enzo Tortora fu assolto, ma pagò con la vita la mostruosità giudiziaria che subì. Chi gli inflisse questo incubo, invece, continuò a fare carriera nella magistratura, e ad avere nelle mani le vite di migliaia di cittadini. Ciao, Enzo. Continuiamo la tua battaglia. Anche in nome di quel 25 per cento di detenuti in attesa di giudizio che prima o poi viene assolto. Enzo Tortora, l’arresto il 17 giugno 1983. Quei pm “Maradona del diritto”. E tanti giornalisti come pecore di Andrea Galli Corriere della Sera, 17 giugno 2026 L’avvocato Raffaele della Valle: “La sua tragedia dovrebbe lasciare una lezione, per condannare qualcuno servono le prove...” Fabrizio Gifuni, che lo ha interpretato nella miniserie “Portobello”: “La parte più difficile? Lo stupore nei suoi occhi quella notte”. L’indomani, il 19 giugno, la cattura di quest’ultimo. Da lui iniziamo per narrare una delle storie più immonde d’Italia, la persecuzione ottusa e vile e di casta della magistratura ai danni per appunto di Tortora, registrato all’anagrafe di Genova, la città dove nacque nel 1928, come Enzo Claudio Marcello, autore e conduttore televisivo e radiofonico, giornalista, attore, e soprattutto guida della trasmissione “Portobello”, su Rai 2, che trainò addirittura fino al 46 per cento di share, ovvero ventisette milioni di telespettatori. Un uomo di successo, invidiato. Ma Pandico, dicevamo: oggi 81enne, quel 18 giugno 1970 entrò armato di una pistola nel Comune di Liveri di Nola, suo paese, una piccola comunità di 1.400 persone in provincia di Napoli, uccise un impiegato e un vigile per protestare contro la mancata consegna del certificato di residenza; i carabinieri lo presero in un casolare. Fin lì Pandico aveva provato ad ammazzare la madre, il padre, la fidanzata. Aveva incendiato una caserma dei carabinieri. Nei manicomi, che aveva frequentato in abbondanza, l’avevano definito “paranoico, schizoide, dotato di una personalità aggressiva fortemente condizionata da mania di protagonismo”. Infatti. Detenuto nel penitenziario di Ascoli, si mise a fare il servitore/segretario/cameriere/scrivano per un balordo fra i balordi, quel sanguinario Raffaele Cutolo (1941-2021) capo della Nuova camorra organizzata, la Nco. Quando si dissociò dalla stessa Nco, cui si era presto affiliato, e iniziò a collaborare coi magistrati, Pandico si mise a inventare nomi. Fra questi, quello di Tortora. Inserito in un elenco di camorristi. Anzi, proprio “camorrista ad honorem”. Tortora: il nominativo più famoso, clamoroso, mediatico, dell’operazione senza precedenti della Procura di Napoli contro la camorra, sostituti procuratori Lucio Di Pietro e Felice Di Persia, quasi novecento mandati di cattura, una colossale farsa come poi tragicamente venne dimostrato nel corso dei processi, anche se soltanto dopo, molto dopo, essendo stata costruita sulle presunte verità dei pentiti. Pentiti come Pandico. Pentiti come l’assassino seriale - mai accertato il numero esatto dei morti ammazzati, forse sessanta, forse settanta, forse oltre - Pasquale Barra (1942-2015), un altro essere demoniaco dissociatosi dalla Nuova camorra organizzata, un altro che buttò lì Tortora quale camorrista. Come ci ricorda in un libro da leggere e rileggere, da studiare e mandare a memoria, impressionante cronistoria com’è di questo povero Paese, Vittorio Pezzuto (“Applausi e sputi, le due vite di Enzo Tortora”, edito da Piemme), Barra se ne uscì citando Tortora al quattordicesimo interrogatorio, santo cielo, il quattordicesimo interrogatorio!; altresì angosciante, e scusate per la presenza diffusa di aggettivi, la sorta di rassegna stampa che compare nel volume di Pezzuto, un elenco di quanto i cronisti, taluni anche di grido, presentando rarissime eccezioni (si ricordi fin da subito Enzo Biagi), insomma pressoché pari a zero, andarono come pecore dietro i magistrati, non sollevando dubbi, nessuna domanda, nessun interrogativo, nessun esame (obbligatorio) di morale e deontologia, nessun dibattito interno ai giornali nelle redazioni, purtroppo nessuno - davvero nessuno - escluso, tutti quanti colpevolisti, tutti quanti schierati contro il medesimo Tortora, tutti quanti a vergare paginate schifose, tutti insieme come pecore, e viene sincera e prolungata vergogna a rileggerli, quei pezzi, dei grandi colleghi accecati, l’Ordine dei giornalistiche nulla fece, la categoria compatta, una vergogna pura, inclusi i giornalisti televisivi, e quelli della radio. Terribile. Tortora aveva residenza qua a Milano, nella centrale via dei Piatti, quel 17 giugno era però a Roma, dormiva all’hotel Plaza, ed erano le quattro di notte. In media, la fascia oraria tra le quattro e le cinque è quella dove il sonno è più profondo, la sensazione di spaesamento più marcata nel caso d’una sveglia improvvisa e traumatica, c’è confusione, c’è straniamento acuto: i carabinieri, e anche i carabinieri in questa vicenda ne escono male, malissimo, nelle indagini e nella gestione generale, talvolta anche nel comportamento, in educazione, in rispetto, svegliarono Tortora con l’ordine d’arresto per non precisati motivi, lo trasferirono in caserma, lo fecero uscire giusto dopo aver avvisato i cronisti, a tradimento, affinché lo vedessero ammanettato, lo fotografassero, lo riprendessero. Altro schifo pesante, altro sporco. Magistrati, giornalisti, e pure i carabinieri. Originario di Acqui Terme, in provincia di Alessandria, figlio d’una donna pavese e un uomo napoletano, peraltro magistrato, l’avvocato Raffaele della Valle ricorda quella sequenza: “Erano tra le 4.52 e le 4.54. Suonò il telefono. Rispose mia moglie. Mi disse: “C’è Enzo. Ha la voce strana”. Enzo? Ci eravamo visti tre giorni prima, in un’udienza per diffamazione. Cosa poteva esser successo a Enzo a quell’ora? La sua voce era strana, come disse mia moglie; aggiungo io: strana e angosciata, strana angosciata e struggente. “Raffaele corri, corri!” mi ripeté Enzo. “Corri, vieni, mi stanno arrestando e non so perché! Corri!” M’implorò di salvarlo. Aveva una voce adesso struggente”. L’avvocato Raffaele della Valle con Davide Mancini, l’attore che lo interpreta nella serie “Portobello” Nella miniserie televisiva in 6 puntate che ha debuttato a febbraio su Hbo Max, titolo “Portobello”, scritta e diretta da Marco Bellocchio, Enzo Tortora è interpretato da un al solito potente Fabrizio Gifuni. Pandico da Lino Musella, attore in prodigiosa crescita, mentre della Valle da Davide Mancini. Si è ritrovato, avvocato? “Ma certo, una prova solida, seria, bravo”. Fu un mastodontico errore giudiziario. “No, fu un errore originato da un orrore giudiziario. L’orrore giudiziario di piccoli uomini che non vollero riconoscere i propri sbagli continuando invece imperterriti. Non c’era nulla, nulla di nulla da addebitare a Enzo, e del resto perfino un bimbo, non dico un giovane studente, un bimbo, un bimbo non avrebbe costruito nessuna inchiesta su quelle basi improponibili… Eppure la magistratura si fece corpo unico, e nel corso degli anni qualcuno fece finanche carriera, non pochi per la verità, approdando al Consiglio superiore della magistratura… Lei pensi, e basta questo, che i pubblici ministeri si facevano chiamare “I Maradona del diritto”… Maradona del diritto... Maradona del diritto... I pubblici ministeri decidevano non incontrando ostacoli, comandavano, avevano la strada spianata, le porte aperte, tutto facile. Io venivo a sapere delle novità delle indagini in edicola. Aprendo le prime pagine. Quella vicenda, quegli anni rimangono un monito imperituro su di un fondamento spesso trascurato: la presunzione d’innocenza di un indagato e insieme la verifica totale, a 360 gradi, in profondità, della fonte probatoria. Non basta accusare, bisogna dimostrarlo. Serve la prova… La prova che dev’essere cercata come si cercavano le pepite d’oro nei fiumi… Scandagliando, faticando, insistendo”. Genera ansia, la miniserie. I suoi momenti clou, tipo ad esempio il confronto tra camorristi a lui ignoti e lo stesso Tortora. Un Tortora che grazie a Gifuni emerge nella sua pienezza. Ci dice lo stesso attore, donandoci frammenti del suo ingresso nel personaggio: “Il lavoro di preparazione è durato circa un anno. Come per altri personaggi affrontati prima, da Basaglia a Pippo Fava fino agli ultimi Moro e Comencini, sono partito da una fase di ricerca e immersione, fatta di libri, testimonianze, interviste, fotografie, registrazioni audio e video, per cercare un primo contatto con un uomo non così facile da decifrare; uno studio del contesto storico e, infine, della vicenda giudiziaria: un’altra matassa intricata difficile da sbrogliare”. Un lento processo di “interiorizzazione che non va affrettato e che deve alla fine tradursi in corpo, respiro, emozioni. La cosa più difficile è stata cercare di tenere insieme tante facce di un unico prisma: la dimensione pubblica e quella privata, un uomo gentile ma spigoloso, con alcune urticanti e improvvise prese di posizione. E poi lo stupore dei suoi occhi che si allargavano sempre di più dopo l’arresto di quella notte, la compostezza dei suoi modi e quella rabbia che non riusciva più a trattenere”. Umbria. Figli di detenuti, Barcaioli incontra i direttori delle carceri di Perugia e Terni ansa.it, 17 giugno 2026 Al centro del confronto l’attuazione della Carta dei diritti. Avviare un percorso condiviso per dare piena attuazione alla Carta dei diritti dei figli di genitori detenuti e rafforzare la collaborazione tra istituti penitenziari, servizi territoriali, scuola, terzo settore e mondo universitario: è questo l’obiettivo di un incontro promosso oggi dall’assessore al Welfare della Regione Umbria, Fabio Barcaioli, con Antonella Grella, direttrice della casa circondariale di Perugia e Valerio Pappalardo, direttore della casa circondariale di Terni. Al centro del confronto - spiega una nota della Regione - i contenuti della Carta sottoscritta dal ministero della Giustizia, dall’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza e dall’associazione Bambinisenzasbarre, documento che richiama le istituzioni a tutelare il diritto dei minori a mantenere un rapporto stabile con il genitore durante il periodo di detenzione e a salvaguardarne il benessere personale, educativo e relazionale. L’incontro ha consentito di fare il punto sulle esperienze già presenti nei diversi istituti e di avviare una riflessione sulle azioni da sviluppare a livello regionale per favorire una maggiore diffusione dei principi contenuti nella Carta e una loro applicazione nei contesti educativi, sociali e istituzionali. “Desidero ringraziare la direttrice Grella e il direttore Pappalardo per la partecipazione e l’ascolto dimostrati in questa occasione - ha affermatop l’assessore - e l’Università degli Studi di Perugia che, grazie al lavoro svolto dalla professoressa Sabrina Curti, ha offerto la propria disponibilità sul fronte della formazione su un tema che richiede attenzione e sensibilità da parte di tutte le istituzioni coinvolte. Quando una persona entra in carcere, gli effetti della detenzione ricadono inevitabilmente anche sulla famiglia. Per questo è necessario costruire una rete capace di accompagnare bambini e ragazzi, evitando che vivano condizioni di isolamento o fragilità che possono incidere sul loro percorso di crescita. La Regione intende mettere a disposizione il proprio ruolo di coordinamento per favorire il dialogo tra tutti i soggetti coinvolti e promuovere iniziative che rendano questi diritti maggiormente conosciuti e accessibili”. Particolare attenzione è stata dedicata alle modalità di incontro tra genitori e figli, all’accoglienza dei minori all’interno degli istituti penitenziari e alla necessità di garantire continuità nei rapporti familiari attraverso strumenti e percorsi adeguati alle diverse fasce d’età. Temi che la Carta individua come essenziali per ridurre l’impatto della detenzione sulla vita dei bambini e degli adolescenti. Al termine dell’incontro è emersa la volontà condivisa di proseguire il lavoro avviato, coinvolgendo progressivamente gli altri soggetti istituzionali e sociali chiamati a contribuire alla tutela dei diritti dei figli delle persone detenute. Firenze. Disastro Sollicciano, sigilli a 7 sezioni. L’inchiesta e 230 detenuti da trasferire di Valentina Marotta Corriere Fiorentino, 17 giugno 2026 Sotto accusa le condizioni degradanti del carcere fiorentino. Il Dap: 9 milioni per riqualificarlo. Infiltrazioni di acqua nelle celle, muffa sulle pareti, intonaco scrostato e animali infestanti nelle celle e nei bagni. Dopo i reclami dei detenuti, le decisioni del tribunale di sorveglianza di Firenze e le ispezioni della Asl, metà del carcere di Sollicciano finisce sotto sequestro. A firmare la decisione, senza precedenti in Italia, è il gip Alessandro Moneti che ha accolto la richiesta del procuratore capo Rosa Volpe e della pm antimafia Christine von Borries, ponendo i sigilli a tre sezioni del reparto penale (riservata ai reclusi con pena definitiva) ad altrettante della sezione giudiziaria (destinata a detenuti sottoposti a misura cautelare) e quella dell’Accoglienza. L’inchiesta è per ora a carico di ignoti e ipotizza i reati di violazione della normativa sulla sicurezza nei luoghi di lavoro. Entro i prossimi due mesi circa 230 detenuti dovranno essere trasferiti, a scaglioni, in altri istituti. A dare il via alle indagini, nel 2025, i ricorsi dei detenuti e le decisioni del tribunale di sorveglianza. Poi le indagini degli investigatori della squadra mobile di Firenze, del dipartimento di prevenzione igiene e sicurezza della Asl e della Guardia di finanza hanno sollevato, una volta di piu, il velo sulle drammatiche condizioni del carcere di Sollicciano. Per la Procura, si salungo rebbe dovuto assicurare che le celle, luoghi di lavoro per agenti della penitenziaria, medici infermieri, psichiatri volontari ma anche detenuti impegnati in progetti, “fossero abitabili secondo gli stessi requisiti previsti per le abitazioni civili”. In realtà, non sarebbero state erogate le risorse necessarie per le corrette opere di impermeabilizzazione delle facciate e di ristrutturazione interna. Da qui, l’umidità e le muffa, negli spazi destinati ai reclusi, nei bagni e le pareti e i soffitti dei corridoi. Nella sezione Accoglienza, 11 celle su 19 sono in pessime condizioni igienico sanitarie. Nel reparto giudiziario maschile, versano in situazione gravissima le sezioni 1,2 e 7 e in quello penale la 9, 10 e 12. Non solo. In molte celle, i cavi e le prese elettriche sono a vista, in barba alla normativa. E tutto ciò costituisce un grave pericolo per detenuti e personale. Intanto il Dap, che ieri ha annunciato il sequestro di una parte di Sollicciano qualche minuto prima della Procura fiorentina, snocciola numeri e date. “Sono state risolte alcune problematiche, effettuando ristrutturazioni di singoli reparti detentivi”. Ma è necessario “un intervento di maggiore portata, ed è stata già finanziata per la complessiva riqualificazione dell’istituto la somma di 9 milioni di euro, a valere sul fondo previsto dalla legge di bilancio 2025. Per questo lo scorso 15 maggio si è proceduto all’aggiudicazione della progettazione dei lavori per la completa riqualificazione della casa circondariale. Per velocizzare i lavori - spiega in una nota il Dap - si sta valutando di anticiparne parte di essi, stralciando alcuni interventi prioritari dalla progettazione complessiva”. “Quando si arriva al sequestro di alcune sezioni vuol dire che la situazione è arrivata oltre il limite - commenta la sindaca di Firenze Sara Funaro - Da tantissimo tempo riteniamo che il carcere di Sollicciano andrebbe chiuso, abbattuto e ricostruito. Le condizioni disumane che ci sono a Sollicciano non sono più tollerabili, oggi purtroppo ne abbiamo avuto la conferma. Il nostro auspicio è che possano essere prese a livello ministeriale delle decisioni drastiche e adeguate per avere dei luoghi che abbiano quel minimo di dignità che devono avere”. Incalza assessore al welfare di Palazzo Vecchio Nicola Paulesu: “Il provvedimento dell’autorità giudiziaria certifica una condizione che non può più essere affrontata con misure temporanee o promesse rinviate”. Il Pd, con il segretario fiorentino Federico Gianassi e quello regionale Emiliano Fosi, accusa i “fallimenti” del governo: “Ora basta fughe, il ministero ci metta la faccia”. Firenze. La giustizia ancora supplente di Raffaele Palumbo Corriere Fiorentino, 17 giugno 2026 A Firenze, per indicare una situazione fin troppo chiara, su cui non c’è più niente da discutere, si usa un’espressione un po’ macabra: il morto è sulla bara. E sulla bara, di morti a Sollicciano ne abbiamo visti fin troppi. Ogni anno aggiorniamo il conto delle persone che di carcere muoiono. E allora giù editoriali, interviste indignate, prese di posizioni dure, annunci, diremo, faremo... E poi arriva il caldo e con il caldo le proteste e con le proteste le piogge che annunciano la fine dell’estate e tutto torna uguale. Di Sollicciano abbiamo letto e scritto tutto. Tutti hanno davanti la situazione inaccettabile da molti anni. Nei rapporti di Antigone c’era tutto. Nelle relazioni annuali del Garante per i detenuti c’era tutto. Nelle testimonianze dei volontari dell’associazione Pantagruel, negli esposti presentati dai detenuti, nei report di Altrodiritto, nelle denunce dei sindacati, c’era già tutto. Suicidi, tentativi di suicidi, autolesionismo, scioperi della fame e della sete, un enorme problema di salute mentale, un altro di tossicodipendenza capace di arrivare all’80% dei detenuti. E poi muffa, parassiti, umidità, scarichi dei water o dei lavandini non funzionanti, condizioni igienico sanitario non contemplabili in Italia oggi. Per i reclusi e per tutti coloro che a Sollicciano di ci lavorano, compresa la tutela della loro salute e della loro sicurezza. Cronico il sovraffollamento: dati ministeriali parlano di 576 detenuti, su una capienza di 502 a cui mancano 136 posti perché non disponibili. Firenze. “Ma adesso quelle persone rischiano di andare a sovraffollare un altro istituto” di Jacopo Storni Corriere Fiorentino, 17 giugno 2026 Da Altrodiritto a Pantagruel, la soddisfazione (e i dubbi) di chi da anni denuncia. Se metà del carcere di Sollicciano verrà chiuso, il merito è di chi, in tutti questi anni, non ha mai smesso di denunciarne le condizioni inaccettabili. Lo rivendicano a gran voce le persone e le associazioni che vivono il carcere ogni giorno e hanno portato sotto i riflettori il degrado delle celle fra topi, cimici e allagamenti. E poi il sovraffollamento, la carenza di agenti, quella di educatori. E la mancanza di lavoro tra i reclusi, la massiccia presenza di detenuti con disagio psichico, le cui condizioni risultano spesso incompatibili col regime carcerario. Un merito importante lo ha sicuramente avuto l’associazione Altrodiritto, che ha assistito circa ducento detenuti in altrettanti ricorsi alla Procura per le condizioni “inumane e degradanti” di Sollicciano. “Accogliamo con soddisfazione la notizia del tribunale perché ci dice che il lavoro svolto in questi due anni ha finalmente prodotto un risultato capace di incidere concretamente sulla vita delle persone recluse a Sollicciano” dice Emilio Santoro dell’associazione Altrodiritto, secondo cui, però, resta il nodo del trasferimento. “Rimane da capire dove verranno collocate queste persone, considerata la situazione di grave sovraffollamento che caratterizza il sistema penitenziario. Il rischio è che vengano semplicemente trasferite in altri istituti, finendo comunque per subire condizioni inadeguate proprio a causa del sovraffollamento. È difficile immaginare che esistano molte carceri in Italia in grado di garantire a ciascun detenuto i tre metri quadrati di spazio libero previsti dagli standard minimi di legge”. E infatti non esistono. O meglio, sono pochissime le carceri italiane dove il sovraffollamento non sia incisivo. Una preoccupazione anche per l’associazione Pantagruel: “Lo sfollamento verso altre strutture rischia di sradicare ulteriormente queste persone dai loro percorsi di reinserimento e dai legami territoriali e familiari, oltre a sovraccaricare altri istituti già al collasso”. Eleuterio Grieco, segretario regionale della Uil Fp penitenziari, chiede che a pagare non sia adesso la direttrice Valeria Vitrani, come accaduto con l’ex direttrice Antonella Tuoni, che fu sanzionata dal Dap a causa del degrado di Sollicciano, sanzione poi annullata dopo il ricorso al Tar con tanto di risarcimento del ministero a Tuoni: “È bene sottolinearlo: le responsabilità sono del Dap, non certo della direttrice di turno”. Anche l’associazione Antigone denuncia da anni le condizioni di Sollicciano e delle altre carceri italiane, e ora, dice, è arrivato il momento “di provvedimenti legislativi urgenti per consentire almeno alle diecimila persone che sono verso fine pena di poter accedere a misure alternative alla detenzione”. Sul trasferimento dei detenuti, lancia l’allarme anche il segretario nazionale del sindacato autonomo di polizia penitenziaria Sappe, Francesco Oliviero: “Sarà una fase complessa per il personale, chiamato a gestire il trasferimento dei detenuti in un momento già gravato da una carenza di organico cronica, è necessario che i trasferimenti avvengano verso istituti fuori regione, poiché il sistema penitenziario toscano ha ormai raggiunto livelli di sovraffollamento non più sostenibili”. L’ex cappellano don Vincenzo Russo invece punta il dito verso l’amministrazione: “La Procura ha sopperito alle inadempienze del Dap. Il grido dei detenuti di Sollicciano è rimasto inascoltato per anni”. Firenze. Il Dap rilancia: “Lavori a Sollicciano finanziati con nove milioni” La Nazione, 17 giugno 2026 L’amministrazione penitenziaria prepara l’intervento “Aggiudicato il progetto per la riqualificazione”. Lo scorso gennaio la corte d’Appello di Firenze parlò della necessità di eseguire “lavori radicali al carcere o chiuderlo”. “Preso atto delle complesse e urgenti condizioni strutturali dell’istituto penitenziario, il Dap ha risolto alcune problematiche, effettuando ristrutturazioni di singoli reparti detentivi - scrive in una nota il dipartimento dell’amministrazione penitenziaria -. Essendo però necessario un intervento di maggiore portata, è stata già finanziata per la complessiva riqualificazione dell’istituto la somma di 9 milioni di euro, a valere sul fondo previsto dalla legge di bilancio 2025”. Ribatte così il ministero della Giustizia, nelle vesti del Dap, alla notizia del sequestro preventivo delle sette sezioni dell’autorità giudiziaria fiorentina. E nel dettaglio spiega: “Nell’ambito di questa procedura in atto, il 15 maggio scorso si è proceduto all’aggiudicazione della progettazione dei lavori per la completa riqualificazione della casa circondariale e, allo stesso tempo, per velocizzare i lavori, si sta valutando di anticiparne parte di essi, stralciando alcuni interventi prioritari dalla progettazione complessiva”. La questione lavori è una ferita sempre aperta per il penitenziario fiorentino. La manutenzione straordinaria delle facciate era stata bloccata nel 2023 a seguito di problematiche nella progettazione esecutiva, e nel corso degli anni - da entrambe le parti della politica - sono stati fatti numerosi annunci di maxi investimenti, successiovamente mai realizzati. In virtù di questi lavori programmati - si legge ancora nella nota del Dap - “si è previsto un trasferimento di detenuti con destinazione in altri istituti penitenziari, dove sono presenti sezioni o reparti di recente ristrutturazione, che consentono, ad oggi, di ospitare nuovi ingressi. Si darà perciò corso - conclude - ai lavori necessari nei reparti oggetto di sequestro e al trasferimento dei detenuti che oggi li ospitano secondo quanto già previsto”. Le condizioni del carcere di Sollicciano sono al centro di polemiche e vicende giudiziarie da anni. Lo scorso gennaio la corte d’Appello di Firenze parlò della necessità di eseguire “lavori radicali al carcere o chiuderlo”, affermando che i “detenuti erano in condizioni contrarie al principio di umanità”. Ma c’erano state anche polemiche interne: contrasti dentro l’amministrazione penitenziaria costarono sanzioni del Dap alla direttrice Antonella Tuoni, la quale subì ispezioni nel 2024. Le sanzioni furono annullate dal Tar che ha poi condannato il ministero della Giustizia a risarcire Tuoni. Modena. Torture in carcere, il Gip si riserva di decidere sull’archiviazione di Valentina Reggiani Il Dubbio, 17 giugno 2026 A distanza di sei anni ancora non si è concluso il procedimento che vede indagati 98 agenti della polizia penitenziaria per il reato di tortura e lesioni nei confronti di diversi detenuti del carcere Sant’Anna. Reati che sarebbero stati commessi nell’ambito della maxi rivolta in carcere dell’otto marzo 2020: in quella data morirono nove carcerati e, successivamente, alcuni ristretti denunciarono di aver subito pestaggi e soprusi. La procura di Modena, come noto, ha chiesto per la seconda volta l’archiviazione del fascicolo, ritenendo contraddittorie le dichiarazioni rese dalle presunte vittime. Il gip, dottoressa Pianezzi ieri, all’esito dell’ultima udienza, dopo la discussione delle parti si è riservata sulla decisione ed è plausibile che la sentenza arrivi dopo l’estate. Come noto la prima richiesta di archiviazione del fascicolo era stata respinta dal giudice che aveva disposto ulteriori approfondimenti investigativi. Ultimati gli stessi, però, la procura aveva nuovamente chiesto l’archiviazione del fascicolo e ieri il giudice si è riservato nel merito. “Io e le colleghe Massari e Prati rappresentiamo numerosi agenti penitenziari - afferma l’avvocato Cosimo Zaccaria. Speriamo - con oggi - sia messa la parola fine a questa triste vicenda. I nostri assistiti non hanno commesso alcun reato, anzi. Hanno avuto modo di salvare e proteggere soggetti inermi, aggrediti dai detenuti facinorosi e hanno impedito che la sommossa si estendesse in tutta la città. Ricordo che questa è la seconda richiesta di archiviazione a nostro favore: mi auguro sia stato tutto chiarito”, conclude. Ad intervenire anche i legali delle presunte parti offese, avvocati Sebastiani, Gamberini, Filippi, Mosini, Grenci e Renzini. “Nel corso della discussione abbiamo ribadito come l’attività investigativa successiva imposta dall’ordinanza del Gip si sia rivelata, ancora una volta, del tutto approssimativa e senza una proiezione a un reale accertamento dei fatti - sottolineano. Emblematico è l’esame della direttrice del carcere, risolto in poche e generiche domande, tutte sul tema del funzionamento delle telecamere. Significativo che il Prefetto abbia dichiarato di non essere stato presente ai fatti, indicando nel Questore il soggetto presente sul posto, senza che tuttavia risulti essere stata disposta audizione nei confronti di quest’ultimo”. Palermo. Noi detenuti al Pagliarelli chiediamo cure che non siano tardive di Serena Termini ilmediterraneo24.it, 17 giugno 2026 Nel corso dell’incontro “Liberi di scegliere”, organizzato dal garante comunale Pino Apprendi, due persone detenute hanno chiesto interventi su sanità e attività sportive. Il presidente della Commissione regionale Antimafia, Antonello Cracolici, annuncia un confronto con Asp e garanti per rafforzare l’assistenza sanitaria e il sostegno sociale negli istituti di pena. “Vogliamo cure sanitarie non tardive e spazi dove giocare insieme come il campo di calcio che è ancora inagibile. Aiutateci a vivere meglio anche dentro il carcere”. Sono le parole con le quali, due persone detenute, recluse al carcere Pagliarelli, si sono rivolte al presidente della commissione antimafia Antonello Cracolici, durante l’incontro “Liberi di scegliere”, organizzato dal garante comunale per i detenuti Pino Apprendi e moderato dal presidente del tribunale di sorveglianza, Nicola Mazzamuto. All’incontro, hanno partecipato 90 persone detenute, tra uomini e donne. I problemi che vivono le carceri in Italia sono sempre più drammatici in un periodo storico di sovraffollamento degli istituti penitenziari. In particolare, il carcere Pagliarelli, il secondo istituto di pena più grande dopo quello di Torino, lamenta una grave carenza di personale penitenziario. Attualmente, nella Casa Circondariale Antonio Lorusso Pagliarelli, secondo gli ultimi dati ministeriali, ci sono circa 1418 presenze rispetto alla capienza regolamentare di 1166 persone. Mancano 80 unità di personale penitenziario. Ad aprire i lavori “L’orazione per Falcone e Borsellino nel giorno di San Rocco” di Salvo Licata, interpretata da Paride Benassai con Giovanni Apprendi. La performance è stata accolta da un lungo applauso delle persone detenute. “Vengo dallo Zen. Mi auguro che una volta fuori la mia vita sarà migliore - ha detto M. -. Mi chiedo come mai abbiamo un campo di calcio che però è inagibile. Aiutateci a vivere meglio dentro il carcere”. “Grazie per averci dato la possibilità di seguire questo incontro - ha aggiunto una donna reclusa -. Questo ci fa capire che non siamo persone dimenticate da tutti. Siamo libere di scegliere anche in carcere dove bisogna sapersi comportare e sapere chiedere in maniera civile ciò che ci spetta. Chiedo, a nome delle mie compagne, di risolvere il grave problema degli interventi sanitari tardivi”. “La situazione carceraria è una condizione che la politica tende a rimuovere, facendo prevalere spesso l’idea che è inutile occuparsene - ha detto Antonello Cracolici -. Come presidente della commissione regionale Antimafia ritengo invece doveroso convocare i garanti regionali e comunali dei detenuti ed i rappresentanti delle Asp per avere contezza dei problemi dell’assistenza sanitaria penitenziaria e per contribuire a costruire una rete sociale che abbia un impatto sul disagio dei reclusi. La prima condizione per essere liberi è essere affrancati dal bisogno”. “Noi garanti ci siamo sempre pur nei diversi problemi del mondo carcerario; siamo solo piccole gocce in questo grande mare che è la giustizia - ha detto Pino Apprendi, garante comunale dei diritti delle persone detenute - A tutte le persone detenute deve essere data la possibilità di scegliere cosa essere. Stiamo affrontando, per il momento, pure l’opportunità della telemedicina, considerata la carenza del personale penitenziario che ritarda le visite sanitarie delle persone detenute. Iniziative come queste servono a stimolare la voglia di cambiare in chi è ‘dentro’ facendolo sentire meno solo e dando una seconda possibilità”. “Quando si ha la possibilità di scegliere si è veramente liberi - ha detto, nel suo saluto l’assessore alle attività sociali del Comune Mimma Calabrò -. Il mio pensiero va ai bambini/e che vivono in contesti molto difficili che non sono, purtroppo, liberi. Per le persone adulte, è molto importante il nostro impegno sinergico di rete per il riscatto della persona, una volta uscita dal carcere. Purtroppo, ancora non è facile, trovare tante realtà lavorative che possano favorire i loro tirocini formativi”. “Si può essere liberi di scegliere rispetto alle opportunità che vengono date durante il periodo di permanenza in carcere - ha affermato la direttrice del Pagliarelli Luisa Malato -. C’è, infatti, la possibilità di leggere, studiare e fare corsi professionali. Il tempo lo si può riempire di contenuto significativo che può servire per il futuro”. “La libertà di scelta non riguarda solo il detenuto ma richiama pure alla responsabilità delle istituzioni - ha dichiarato il dottor Mario Serio, componente dell’ufficio del garante nazionale -. Abbiamo il dovere di interpretare fattivamente le esigenze di chi è privato della libertà, nel solco della legalità. In questo periodo storico di sovraffollamento, bisogna continuare l’impegno quotidiano con azioni concrete che diano speranza alle persone detenute”. All’incontro, inoltre, sono intervenuti, tra gli altri, il procuratore aggiunto Caterina Malagoli e il presidente vicario del tribunale di sorveglianza Simone Alecci. Cagliari. I detenuti diventano “libri viventi” per sfidare i pregiudizi che tutti negano di avere di Luigi Alfonso vita.it, 17 giugno 2026 Ispirato alla “Biblioteca vivente”, il progetto “Liberi dentro per crescere fuori” ha coinvolto un gruppo di detenuti della Casa circondariale di Uta-Cagliari. In buona parte sono genitori di minori. Si sono raccontati al pubblico, con l’obiettivo di contrastare lo stigma sociale che spesso colpisce loro e le loro famiglie. Ecco alcuni racconti. Si sono messi a nudo trasformandosi in “libri umani”, raccontandosi senza filtri per scardinare stereotipi e stigmi sociali. Una decina di persone, tra operatori carcerari e detenuti della Casa circondariale di Uta-Cagliari, sabato scorso hanno animato i Giardini pubblici di Cagliari con l’evento conclusivo di “TuttoMondo”, un’iniziativa che si poneva all’interno del più ampio progetto “Liberi dentro per crescere fuori”, selezionato dall’impresa sociale Con i Bambini nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. L’intervento - ispirato alla “Biblioteca vivente” e condotto dalla cooperativa Elan (capofila) insieme a Panta Rei Sardegna, Solidarietà Consorzio, Exmè & Affini, Casa delle Stelle, la direzione del carcere di Uta, l’Uiepe, il Comune di Cagliari, l’associazione Prohairesis e Aragorn Srl - ha offerto ai detenuti una concreta prospettiva di inclusione, riscatto e cittadinanza attiva attraverso il dialogo e la relazione interpersonale diretta: si rivolgeva specificamente, infatti, a genitori di minori, detenuti presso la Casa Circondariale di Uta o in misura alternativa, con l’obiettivo di preservare il legame affettivo con i propri figli e contrastare lo stigma sociale che spesso colpisce queste famiglie. I “lettori” (oltre un centinaio) per alcune ore hanno potuto consultare il catalogo dei “titoli” disponibili e prendere in prestito un “libro umano” per una conversazione faccia a faccia della durata di circa 25 minuti. Incontri biografici che si sono trasformati in uno strumento di coesione, nei quali la narrazione di un episodio di vita ha provato a scardinare il pregiudizio attraverso l’ascolto e l’empatia dell’interlocutore di turno. Un format che è nato in Danimarca - È un’idea che ha radici profonde. Nata in Danimarca negli anni Ottanta, la Human Library, è riconosciuta dal Consiglio d’Europa ed è stata importata in Italia dalla cooperativa sociale AbCittà di Milano, che la propone da 15 anni in tante località italiane: sono già oltre 60 le edizioni portate a termine. L’appuntamento cagliaritano ha rappresentato soltanto il culmine di un percorso di preparazione metodologica coordinato da Ulderico Maggi, esperto formatore che ha strutturato questo specifico approccio di animazione culturale e coesione sociale. Durante gli scorsi mesi di aprile e maggio, nella Casa circondariale di Uta-Cagliari, si sono tenuti numerosi incontri di formazione. I partecipanti hanno lavorato sulla consapevolezza del proprio vissuto, definendo i titoli e le quarte di copertina delle storie che hanno proposto ai cittadini. “Per vincere i pregiudizi occorre entrare nelle storie delle persone” - “L’idea di fondo è che i pregiudizi si possono smontare o provare ad aggredire con le narrazioni autobiografiche”, spiega Maggi. “Occorre entrare nelle storie delle persone e avvicinarsi a mondi molto lontani. AbCittà lo sta facendo da tanto tempo, anche ma non solo nell’ambito della detenzione, perché è un efficace strumento dei processi partecipativi e culturali. La “Biblioteca vivente” dà risultati in tanti ambiti, persino nel mondo delle imprese: abbiamo fatto un’interessante esperienza nell’azienda di Gucci, a Firenze, in cui per la prima volta persone richiedenti asilo sono state integrate in una popolazione di 1.500 lavoratori italiani. Avevano bisogno di un modo per affrontare questa nuova presenza. Normalmente, utilizziamo la Biblioteca vivente sui grandi temi di animazione sociale, basta individuare un luogo e una tematica specifica che sia locale: perché è vero che nella nostra società ci sono i pregiudizi archetipici con radici storiche - per esempio, l’avversione nei confronti degli “zingari” - ma anche delle specificità locali. E ogni luogo, che sia un quartiere o una città, ha i suoi pregiudizi”. A Cagliari questa rete di realtà del Terzo settore ha scelto di lavorare sul tema dell’integrazione sociale delle persone detenute e della loro genitorialità. Attorno a questo nodo, si è sviluppata questa edizione isolana. “Lavoriamo moltissimo con il mondo della detenzione”, spiega Maggi. “È uno dei grandi buchi neri in cui si addensano i pregiudizi. E questi permettono che si sviluppino indisturbati dei drammi pazzeschi. In realtà, tutti i sistemi concentrazionari funzionano perché sono chiusi. E dentro questi circuiti si sviluppano le realtà più tragiche: pensiamo ai suicidi, che sono soltanto la punta dell’iceberg e non riguardano soltanto i detenuti, se è vero che nel solo 2025 si sono registrati sette suicidi tra gli agenti di polizia penitenziaria, oltre ai 98 detenuti che si sono tolti la vita. E mi limito ai dati ufficiali. È un mondo irraggiungibile, che sta oltre un muro e nasconde immaginari molto foschi che non possono che peggiorare i vissuti di chi sta dentro il carcere. Ecco, questo strumento dei “libri parlanti” è un potente ponte che avvicina la società a questo buco nero che è lontano, è diverso, è altro”. Normalmente, un detenuto viene identificato con il reato che ha commesso. “Vero. C’è questo impasto inscindibile, e gli stessi detenuti spesso ci credono”, commenta Maggi. “Non è la complessità della vita di una persona, in cui c’è anche un reato. Questa esperienza avvicina anche nella prossimità fisica. E come AbCittà, non mettiamo mai davanti la tematica, che man mano viene scoperta attraverso la narrazione. Le persone si avvicinano e ascoltano una storia. Questo processo di avvicinamento è volutamente lasciato all’esperienza del lettore o della lettrice, ma anche all’esperienza del “libro umano”: lo chiamiamo così, e non detenuto o detenuta, per non dargli un’etichetta e cadere nel solito errore”. “La preparazione nel carcere di Uta è stato un processo piuttosto lungo con un gruppo di persone, con cui si è ragionato sui possibili contenuti da trattare. Ovviamente, sono state individuate le persone che avevano determinate caratteristiche nel loro percorso processuale e potevano beneficiare di permessi premio, a discrezione del magistrato di sorveglianza. C’è stata anche una grande discussione sulle possibili reazioni che ciascun “libro vivente” avrebbe potuto avere o incontrare, a fronte della specificità del reato commesso. Per esempio, si è discusso se fosse lecito parlare del reato, se fosse obbligatorio rispondere a una domanda pungente di un “lettore”“. Durante questo percorso preparatorio, sono emersi diversi aspetti curiosi. “Un giorno, quando i meccanismi ormai erano ben chiari a tutti, ci è stato chiesto: “Ma allora, noi saremo in un luogo pubblico e le persone vedranno che siamo dei detenuti?”. Vedranno che siamo detenuti: un aspetto molto interessante, tipico di chi esce dal carcere, spesso dopo un lungo periodo di detenzione. È la sensazione quasi fisica di avere un marchio addosso. Molti hanno la percezione di essere squadrati dalla gente, in un bar, per la strada o su un autobus, come se gli altri sapessero. Invece, è l’idea di essere stati in un luogo che ti ha impresso nella coscienza il fatto che sei separato dalla società. Proprio quello che la Costituzione vuole controvertire: il carcere, infatti, dovrebbe rieducare. Purtroppo, siamo lontanissimi da questo. Ma si tratta comunque di uno strumento che, insieme a tanti altri, può aiutare a ribaltare la situazione: lo abbiamo sperimentato in tante carceri (per esempio a Lecce, Roma, Milano, Trento, nella stessa Cagliari più volte), con dinamiche pressoché sovrapponibili. Poi ci sono le specificità dei luoghi, per esempio il posizionamento fisico del carcere: ci sono i vecchi istituti di pena che sono stati costruiti all’interno delle città, mentre quelli nuovi ormai sono in periferia. Chi arriva da lì con un bus, fa capire chi è. Allo stesso tempo, le nuove strutture hanno spazi più adeguati dove poter riunire gruppi di detenuti e lavorare insieme a loro, mentre quelle vecchie sono state costruite quando non c’era l’idea delle azioni trattamentali. Si dice che dalla qualità delle carceri si percepisce il livello di una società; ebbene, credo che in Italia abbiamo problemi molto seri”. “Questo evento scavalca idealmente le mura del carcere per restituire centralità alla persona e alla funzione rieducativa della pena”, racconta Saverio Gaeta, presidente dell’associazione Prohairesis, partner di progetto e responsabile del coordinamento dell’azione TuttoMondo, formata in gran parte da volontari tra i 18 e i 20 anni. “La “Biblioteca vivente” non è una semplice rassegna di racconti, ma un presidio sociale che trasforma lo stigma in una straordinaria occasione di confronto e crescita per tutta la cittadinanza. Ho scoperto questo genere di iniziativa a Milano, per puro caso, e ho fortemente voluto proporla a Cagliari perché qui abbiamo una serie di pregiudizi da abbattere, tra cui quelli sugli immigrati e gli omosessuali. Ormai abbiamo capito che molto spesso l’antipatia nasce dall’ignoranza, cioè dalla mancata conoscenza di un fatto, di una persona o di una tematica”. “Confesso una cosa: un tempo ero la prima ad avere dei pregiudizi sulle persone detenute. Invece in carcere ho conosciuto molte donne decisamente migliori di alcune che stanno fuori dalle mura. Personalmente, non sento il peso dei pregiudizi e non ne sono preoccupata”. Eleonora, 36 anni, detenuta alla Casa circondariale di Uta-Cagliari, ci sorprende con la sua disarmante sincerità. Ha presentato il racconto dal titolo “La doccia con i tacchi”, uno dei più gettonati. “Per me è stata una grande opportunità per spiegare alla gente che in carcere ci sono persone che meritano la detenzione e altre che non lo meritano”, spiega. “È molto facile finire dentro, anche per un banale errore. E questo vale per tutti. Ho raccontato il momento del mio arresto, le emozioni che ho provato. Ho già trascorso tre anni dietro le sbarre, ne devo fare altri cinque ma, con la buona condotta, un giorno potrei beneficiare della semilibertà. Per fortuna ho una famiglia che mi sta vicina. Sono molto concentrata su di me e mi ritengo fortunata, rispetto a tante altre persone che stanno peggio. Oggi per me è una giornata speciale, erano anni che non poggiavo i piedi sull’erba. Prima di questa disavventura lavoravo nella penisola. Quando tornerò in libertà, troverò sicuramente qualcosa da fare: ho imparato diverse cose, per esempio a cucinare, a fare la manutenzione del verde, persino alcuni lavori edili. E ho ripreso a studiare”. A una ventina di metri di distanza, su un’altra panchina, c’è un’altra donna. Alessandra è un’educatrice che da alcuni mesi è tornata a lavorare al carcere di Uta, dopo dieci anni passati al Provveditorato regionale dell’amministrazione penitenziaria. Il suo titolo era: “Libera uscita”. “Mi sono messa in gioco perché questo è l’unico modo di fare le attività con i detenuti, cioè insieme a loro”, è il suo parere. “Anni fa feci un gioco di ruolo, stavolta parlo della mia attività in carcere. In fondo, passiamo tante ore al giorno nello stesso ambiente, seppure con ruoli diversi. Ho chiesto di tornare alla Casa circondariale perché il richiamo è stato molto forte: questa è la mia vera dimensione. E sono felicissima di questa scelta. Oggi ho raccontato l’episodio del mio primo colloquio in un istituto di pena, avvenuto 21 anni fa, con colui che fece l’unica evasione del carcere cagliaritano di Buoncammino (che nel 2014 è stato chiuso, in concomitanza con l’apertura della nuova struttura di Uta, ndr). Era uscito come se fosse un visitatore qualunque e lui non l’aveva percepita come una fuga perché, in fondo, era rientrato di sera. All’inizio pensavo che mi stesse prendendo in giro, mi aveva spiazzato perché era una situazione paradossale; invece era tutto vero, solo dopo ho capito che era sincero. In ogni caso, sono contenta di questa esperienza, che vorrei ripetere. Oggi, purtroppo, due detenuti, Michele e Francesco, hanno dovuto rinunciare all’ultimo perché il magistrato non ha concesso loro il permesso. Ma un’edizione di “Biblioteca vivente”, all’interno del carcere, sarebbe comunque un’iniziativa formativa per tutti”. Alessandra, educatrice della Casa circondariale di Uta-Cagliari Emilio e il suo “Lasagne e divano” hanno proposto un’altra dimensione. “Quella del mio primo giorno di permesso, trascorso a casa con la mia famiglia”, racconta. “Un’esperienza indimenticabile, accaduta qualche mese fa. Un sogno che si è avverato: quando sei costretto a stare tra quelle mura, tutto il resto lo lasci andare via, mentre la famiglia ti tocca giorno dopo giorno. Ho due figli ancora piccoli, è doloroso stare lontano da loro, da mia moglie e da tutti i miei cari. Sono dentro da un anno e cinque mesi, ho il fine pena nel 2030 ma spero in una misura alternativa: ogni giorno, dentro il carcere, sembrano dieci. Dentro faccio le pulizie in una sezione. Fortunatamente, usufruisco già di permessi, cerco sempre di tenere una condotta lineare e di non mettermi nei pasticci. Il pensiero è sempre rivolto ai miei familiari, sono loro che mi danno le giuste motivazioni per andare avanti”. Napoli. Accordo magistrati-industriali: lavoro per reinserire i detenuti in cambio di sgravi fiscali di Dario Del Porto La Repubblica, 17 giugno 2026 Le aziende potranno selezionare personale negli elenchi degli istituti penitenziari. Un progetto fortemente voluto dalla presidente della Corte d’Appello napoletana Maria Rosaria Covelli e dall’ex presidente degli industriali Costanzo Jannotti Pecci. Detenuti in carcere, ma selezionati per lavorare in una grande azienda. È il percorso tracciato dal progetto, fortemente voluto dalla presidente della Corte d’Appello di Napoli, Maria Rosaria Covelli e dall’ex presidente degli industriali Costanzo Jannotti Pecci, che entra oggi nel vivo con il primo incontro operativo del tavolo tecnico tra il tribunale di sorveglianza presieduto da Patrizia Mirra, il provveditorato regionale dell’amministrazione penitenziaria guidato da Carlo Berdini e Palazzo Partanna. L’iniziativa si articola lungo due versanti: gli istituti penitenziari individueranno, attraverso appositi elenchi, i reclusi o le persone sottoposte a misure alternative già in possesso delle competenze necessarie per un immediato inserimento lavorativo e quelli che potranno essere coinvolti in percorsi formativi finalizzati a una futura assunzione; le aziende potranno selezionare il personale dagli elenchi, beneficiando degli incentivi e degli sgravi fiscali come, ad esempio, il credito di imposta. Hanno già manifestato interesse ad aderire al progetto importanti realtà dei settori della cantieristica navale, della logistica e dell’edilizia. L’accordo, argomenta la presidente Covelli, offre “soluzioni concrete per il reinserimento sociale grazie alla disponibilità manifestata dagli imprenditori del distretto di Napoli. Gli effetti positivi sono molteplici - evidenzia la presidente Covelli - Le imprese possono attingere a elenchi di personale qualificato beneficiando di regimi agevolati, mentre le persone impiegate hanno l’opportunità di ricostruire la propria esistenza lontano dalle maglie della rete penale. Al tempo stesso, questa sinergia virtuosa contribuisce a contrastare il sovraffollamento carcerario, particolarmente rilevante nel distretto di Napoli, e a rafforzare la sicurezza dell’intera collettività”. Il primo incontro si è tenuto il 13 marzo scorso. Adesso si entra nella fase operativa con la firma della convenzione e l’istituzione del tavolo tecnico permanente che dovrà coordinare le attività e monitorarne i risultati. L’obiettivo è quello di realizzare un modello in grado di promuovere il reinserimento di chi sta pagando il proprio conto con la giustizia, rispondendo al tempo stesso alle esigenze di reclutamento di personale di tante importanti imprese attive sul territorio dell’area metropolitana di Napoli e dell’intera regione. L’ex presidente dell’Unione Industriali, Costanzo Jannotti Pecci, sottolinea: “Ho fortemente voluto questo accordo e sono certo che gli industriali del territorio, da sempre sensibili alla possibilità di coniugare sviluppo economico e responsabilità sociale, sapranno dare un contributo significativo alla sua riuscita”. Per la presidente del Tribunale di Sorveglianza, Patrizia Mirra, attraverso questo percorso “l’attività nel carcere potrà incentrarsi su una formazione programmata, indirizzata verso prospettive realistiche di occupazione. I benefici economici collegati all’assunzione di detenuti e soprattutto una disponibilità scevra di pregiudizi, nella condivisione di principi di solidarietà e finalità di efficace prevenzione, possono dar luogo ad un approccio fattivo che rappresenti una svolta nella realizzazione della finalità rieducativa della pena dettata dalla Costituzione”. Catania. “Promuovere l’inserimento lavorativo dei detenuti” La Sicilia, 17 giugno 2026 Oggi alle 9 in via Beato Bernardo 5, ex Palazzo Esa, seminario tecnico dal titolo “Il sistema imprenditoriale per l’inserimento dei detenuti: il protocollo di rete territoriale”. L’iniziativa del Centro per l’impiego, col supporto di Sviluppo Lavoro Italia, intende promuovere l’inclusione lavorativa e sociale delle persone detenute e in esecuzione penale esterna, così come previsto dal progetto “Reti specialistiche e misure per l’inserimento lavorativo delle persone detenute” promosso dal Ministero di Giustizia e dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, a cui il Dipartimento Lavoro della Regione ha aderito già lo scorso anno, portando avanti le attività del Protocollo d’intesa istituzionale sottoscritto lo scorso febbraio con l’amministrazione penitenziaria regionale. I lavori prenderanno avvio con gli interventi delle direttrici Di Fazio della Casa circondariale Piazza Lanza, Covato dell’istituto penale minorile Bicocca e Fontana dell’udepe, che, con il Centro per l’impiego, hanno sviluppato un processo di presa in carico integrata finalizzato alla costruzione di un percorso lavorativo sostenibile e funzionale ad un processo di inclusione sociale duraturo anche dopo la scarcerazione. Il processo di reinserimento lavorativo dei detenuti è complesso e non può essere garantito dal singolo attore, occorre, quindi, una condivisione di risorse e competenze tra istituzioni, associazioni datoriali, imprese e terzo settore. Roma. Rebibbia, presentazione del libro “Oltre il reato la persona”, curato da suor Emma Zordan Ristretti Orizzonti, 17 giugno 2026 “Giovedì 18 giugno alle ore 9,30 al Teatro della Casa di Reclusione di Rebibbia si terrà la presentazione del volume “Oltre il reato la persona”, curato da suor Emma Zordan che da oltre dieci anni, volontaria in quell’istituto penitenziario, gestisce un laboratorio di scrittura creativa con le persone detenute. Dopo qualche anno di interruzione si torna a presentare all’interno della Reclusione di Rebibbia il volume che raccoglie le loro testimonianze. Oltre alla direttrice dell’istituto penitenziario, dott.ssa Maria Donata Iannantuono e alla curatrice, interverranno alla presentazione alcuni dei partecipanti al laboratorio di scrittura, la presidente del Tribunale di Sorveglianza di Roma, dott.ssa Marina Finiti, e il vicario della diocesi di Roma, cardinale Ubaldo Reina. Saranno presenti all’incontro, che si concluderà con la consegna del libro e di un dono agli autori delle testimonianze, anche l’avvocato Irma Conti, Garante nazionale dei detenuti, il Garante dei detenuti delle persone private della libertà del Lazio, prof. Stefano Anastasia e la Garante dei detenuti di Roma Capitale, dott.ssa Valentina Calderone. Quella del 18 giugno sarà anche l’occasione per festeggiare e ringraziare suor Emma Zordan per il suo generoso impegno di volontaria alla casa di Reclusione di Rebibbia, riconosciuto e apprezzato anche dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che per questo le ha conferito il titolo di Commendatore della Repubblica Italiana. Marco Pannella, un capitolo aperto: il libro a cura di Piero Ignazi di Andrea Pugiotto L’Unità, 17 giugno 2026 La passione della politica, è una bussola imperfetta ma necessaria per comprendere la parabola del leader radicale. Non cede a tentazioni agiografi che, ma restituisce la complessità di una figura che sfugge alle semplificazioni 1. C’è un modo di attraversare la politica come si attraversa un terreno inesplorato: senza sentieri tracciati, calpestando nuove aiuole. Marco Pannella lo ha fatto per sessant’anni, lasciando impronte originali, scomode perché irregolari, spesso incomprese, sempre visibili. A dieci anni dalla sua scomparsa (19 maggio 2016), il volume Marco Pannella. La passione della politica, curato da Piero Ignazi (Viella, 2026), offre una bussola imperfetta ma necessaria per comprenderne la parabola. Imperfetta perché non pretende di orientare in una sola direzione. Necessaria perché restituisce la complessità di una figura che sfugge alle semplificazioni. Il libro si inserisce nella preziosa collana che l’editore romano dedica ai protagonisti della “Prima Repubblica”, e già questo ne segnala l’ambizione: collocare Pannella dentro una storia comune, senza neutralizzarne l’eterodossia. 2. Non è un libro su Pannella, in senso lineare. È piuttosto un libro attorno a Pannella. E qui emerge il primo tratto distintivo: la coralità dei suoi autori. Studiosi di formazione accademica, diversi per statuto disciplinare, sensibilità, appartenenza generazionale, non sempre (o non più) riconducibili all’area radicale, compongono un coro che non cerca l’armonia, ma accetta la dissonanza. Un libro corale, dunque, ma anche plurale nei temi e negli sguardi: dalla stagione dei diritti civili (Simona Colarizi) alla leadership (Angelo Panebianco); dalle sfide sistemiche poste da Pannella (Ignazi, Carlo Radaelli) alle modalità della sua comunicazione politica (Edoardo Novelli); dalla formazione giovanile e universitaria (Gaetano Quagliariello) all’opzione nonviolenta e antimilitarista (Lucia Bonfreschi-Marco Labbate); dall’impegno nelle istituzioni europee (Bonfreschi) alla dimensione transnazionale (Lorenzo Strik Lievers), fino ai tentativi di sintesi complessiva (Maurizio Griffo) e alla testimonianza biografica e autobiografica (Massimo Teodori). Non un memoir, dunque, ma uno scavo analitico della vita politica del leader radicale. A tenere insieme queste tessere è un filo non rettilineo, ma tenace. È quello di una politica incarnata. Nel mio saggio introduttivo ho provato a dirlo così: Pannella non scrive libri, produce iniziative; non costruisce sistemi teorici, ma conflitti; non lascia trattati, ma tracce vive, disseminate tra radio, piazze, parlamenti, tribunali, carceri. La sua è una politica del ???? e del ?????, del corpo e della parola. Per questo, le sue battaglie sono sempre “abitate”: corpi gioiosi nelle lotte per la liberazione sessuale; corpi autodeterminati nelle campagne su divorzio e aborto; corpi scheletrici nel lungo impegno contro lo sterminio per fame; corpi reclusi, dimenticati, malati nelle battaglie per i diritti dei detenuti o per il fine vita e la libertà di ricerca scientifica. Non è una metafora, semmai la rappresentazione di una prassi capace di agire trasformando. D’altra parte, quelle radicali sono sempre state battaglie di scopo, condotte attraverso l’azione diretta, in prima persona: una politica da “marciapiede” che chiama ogni militante - a cominciare, esemplarmente, dal leader - a trasformare il proprio corpo in strumento di lotta nonviolenta. 3. Il volume ha il merito di non indulgere alla tentazione più facile: quella agiografica. Non restituisce un’immagine univoca e pacificata del leader radicale. Al contrario, ne scandaglia le contraddizioni. Le intuizioni e le innovazioni, certo: il referendum come “grimaldello” capace di scardinare il sistema politico; la disobbedienza civile come tecnica per attivare il controllo di costituzionalità; la centralità della nonviolenza come metodo non sacrificabile - machiavellicamente - al fine perseguito. Ma anche le tensioni interne: l’attrito tra una struttura di partito federale, libertaria, democratica e la sua leadership carismatica; un’organizzazione volutamente fluida, spesso incapace di consolidarsi; la conflittualità verso ogni forma di potere e il rapporto dialettico con le istituzioni e i suoi vertici; il titanismo pannelliano, misurabile nella sproporzione tra le forze su cui poteva contare e gli obiettivi che si proponeva. È soprattutto qui che il libro guadagna spessore, perché tiene insieme luci e ombre. Le vittorie sono note, ma non scontate: il divorzio e l’aborto, confermati dal voto popolare; la crescita dei diritti civili in un paese ancora segnato da culture confessionali; l’attivazione di strumenti di democrazia diretta che trasformano gli elettori in legislatori. A queste si aggiungono risultati meno immediatamente visibili, ma altrettanto incisivi: la lunga battaglia contro la pena di morte, culminata nella moratoria ONU; il contributo alla nascita della Corte penale internazionale; le campagne per il ripristino della legalità costituzionale nelle carceri e contro l’ergastolo (comune e ostativo). Accanto alle vittorie, le sconfitte. Alcune politiche, come il progetto di un Partito Radicale transnazionale e transpartitico, rimasto incompiuto. Altre strategiche: la scelta deliberata di non trasformare i successi referendari in una presenza organizzata e stabile nel sistema partitico; l’opzione per liste elettorali “personali” o tematiche, invariabilmente di breve durata. E poi le occasioni non colte, su cui più autori insistono criticamente: la mancata capitalizzazione del successo elettorale del 1979; la rinuncia, negli anni della crisi della Prima Repubblica, a guidare un’area laica e riformatrice nel passaggio cruciale di Tangentopoli. Scelte che rinviano a una cifra costante: la diffidenza verso gli apparati, la preferenza per il movimento rispetto alla forma, il favore per le aggregazioni trasversali miranti a un obiettivo comune. 4. Dentro questa traiettoria si collocano le specificità pannelliane. In primo luogo, un modo di fare politica che usa il diritto (law) per produrre diritti (rights). Il referendum e la questione di costituzionalità diventano strumenti di partecipazione, capaci di aprire spazi là dove la rappresentanza è chiusa. La disobbedienza civile non è rottura anarchica, ma leva ordinamentale: ci si oppone alla legge irragionevole per cambiarla, non per negarla. È una pedagogia della cittadinanza, prima ancora che una strategia politica. C’è poi il Pannella internazionale, spesso trascurato. Il libro lo restituisce nella sua dimensione più ambiziosa: quella di una nonviolenza “interventista”, fondata sulla difesa dei diritti umani e per l’affermazione dello Stato di diritto oltre i confini nazionali. Non un pacifismo remissivo, ma un’idea esigente di legalità globale. Da qui le campagne per Sarajevo, per la lotta contro lo sterminio per fame, per i popoli dimenticati, per una giustizia penale internazionale. Anche qui, tra intuizioni precoci e risultati parziali, ma sempre seminali. C’è, infine, l’opzione nonviolenta che con Pannella irrompe e rompe con una tradizione politica - quella italiana - di segno opposto. Il suo è un rifiuto incondizionato della violenza, sia essa di massa o rivoluzionaria o - peggio ancora - delle istituzioni (“i carnefici di Stato, tenutari di quel casino che chiamano “l’Ordine”). Un’opzione che nega radicalmente la dialettica schmittiana amico/nemico, perché “ci sono troppe splendide cose che potremmo/potremo fare anche con il “nemico” per pensare di eliminarlo”. 5. Lette le sue 244 pagine, ciò che risulta è un mosaico: non un ritratto unitario già dato, ma una serie di tessere diverse, che il lettore è chiamato a ricomporre. È forse questo il merito maggiore del volume. Non chiude Pannella in una formula. Lo riapre. Nel tempo corto della politica contemporanea, dove tutto tende a consumarsi in fretta, questa operazione ha un valore aggiunto. Restituire complessità è un gesto controcorrente. Significa riconoscere che alcune figure - come Pannella, in ragione di una vita politica clamorosa - non si lasciano archiviare né normalizzare. Restano non risolte. E, proprio per questo, continuano a interpellarci. Dentro il carcere di Santo Stefano: viaggio nel luogo della pena che diventerà memoria d’Europa di Pino Ciociola Avvenire, 17 giugno 2026 La struttura sull’isolotto accanto a Ventotene, che ha segnato due secoli di storia italiana, è stata chiusa nel 1965 e oggi è al centro di un grande progetto di recupero. Vi fu recluso anche Sandro Pertini. Porte pesanti e arrugginite, celle quasi senza luce e finestrella troppo in alto per vedere più di un briciolo di cielo. Tutto intorno silenzio, storia, pena, dolore, disperazione e speranza. Adesso il carcere sull’isolotto di Santo Stefano (ventisette ettari in tutto su un miglio da Ventotene) è stato messo in sicurezza e neanche manca più troppo al suo definitivo restauro. Una storia di recupero iniziata prima nel maggio 1987, quando l’ex carcere fu dichiarato dal ministero dei Beni culturali “Bene di particolare interesse storico artistico” dal ministero dei Beni culturali, poi nel marzo 2008 “Monumento nazionale” dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Il carcere (il 25 febbraio 1965) chiuse per sempre i battenti il 25 febbraio 1965 e da allora furono decenni di furti, vandalismo, incuria e degrado, finché nel maggio 2016 il Cipe finanziò con 70 milioni il restauro, la valorizzazione e la rifunzionalizzazione dell’isolotto e nel gennaio 2020 Silvia Costa fu il primo “Commissario straordinario del governo per il recupero e valorizzazione dell’ex carcere borbonico dell’Isola di Santo Stefano-Ventotene”. Passo indietro. I lavori per la costruzione del carcere, voluti da Ferdinando IV di Borbone, partirono nel 1774: una struttura panottica ad anfiteatro a cielo aperto, con novantanove celle al centro delle quali c’è una cappella esagonale, un luogo degli orrori, dove i detenuti venivano torturati, seviziati, uccisi, lasciati morire. Più tardi, qui finì anche Gaetano Bresci (assassino del re Umberto I) e in seguito il fascismo vi rinchiuse Sandro Pertini e Umberto Terracini, Mauro Scoccimarro e Rocco Pugliese. Finita la Seconda guerra mondiale, il carcere di Santo Stefano tornò a ospitare detenuti comuni. Non solo messa in sicurezza, recupero e valorizzazione. Il Commissario straordinario Giuseppe Marinello e il direttore generale Archivi del ministero della Cultura Antonio Tarasco, hanno presentato i risultati della ricognizione archivistica della documentazione dell’ex carcere (lunga quasi duecento anni) e le fonti saranno progressivamente integrate nei sistemi informativi archivistici coordinati dall’Istituto Centrale per gli Archivi. Nel carcere sono stati reclusi uomini straordinari, da Luigi Settembrini al Presidente della Repubblica Italiana Sandro Pertini - ha spiegato il Commissario Marinello -, i suoi archivi custodiscono un patrimonio ancora poco conosciuto, il cui recupero contribuirà a fare emergere”. E “la mole della documentazione esaminata va ben oltre quanto immaginato e ci restituisce una vitalità impensabile che, attraverso la digitalizzazione, sarà fruibile non solo agli studiosi, ma anche a molti cittadini italiani e europei”. Fine vita, caos in Senato. E il presidente del Cnr ora finisce sotto accusa di Francesca Spasiano Il Dubbio, 17 giugno 2026 “Questo non è un plotone di esecuzione”. A metà lavori il meloniano Francesco Zaffini, presidente della decima commissione di Palazzo Madama, è tentato di interrompere l’audizione in corso al Senato sul fine vita. E di accompagnare alla porta Ivan Scalfarotto di IV, che per primo dà il via al “processo”. Alla sbarra c’è Andrea Lenzi, presidente del Consiglio nazionale delle ricerche. Il quale, dopo aver dato buca al primo appuntamento per altri “impegni istituzionali”, ieri si è presentato fisicamente in commissione per rispondere alla domanda dei senatori: esiste o potrà esistere un dispositivo che consenta l’autosomministrazione del farmaco letale anche a chi è completamente immobile? Che il dispositivo esista, in realtà, lo sappiamo già: lo ha utilizzato per la prima volta lo scorso marzo la donna nota con il nome di “Libera”, 55enne toscana affetta da sclerosi multipla, morta tramite suicidio assistito, che ha avuto accesso alla procedura grazie a un puntatore oculare collegato a una pompa infusionale. Lo strumento è stato messo a punto dal Cnr su ordine del Tribunale di Firenze dopo la sentenza 132/2025 della Corte Costituzionale. Ma Lenzi nega che la presidenza e l’istituzione siano stati direttamente interpellati dal giudice e coinvolti nel caso. Nella prima audizione disertata al Senato, ha inviato una lettera in cui riferisce che “allo stato attuale non risultano reperibili dispositivi regolarmente autorizzati all’immissione in commercio, con marchio CE”. Ieri, incalzato dai senatori, ha ribadito la stessa versione. E ha precisato che la predisposizione dello strumento è stata impartita dal giudice “direttamente a un dipendente del Cnr”, che avrebbe fornito la propria disponibilità. Ma in che modo e in quale veste avrebbe agito il tecnico in questione? E chi ha sostenuto le spese di produzione? Se lo domandano tutti i senatori, a partire da Scalfarotto, che ora chiede le dimissioni di Lenzi. Per la dem Sandra Zampa, l’intervento di Lenzi rappresenta “uno dei più grotteschi casi nella storia recente del Parlamento”. E pure FI, tramite la neocapogruppo Stefania Craxi, chiede di audire il dipendente citato e di ottenere maggiore chiarezza. Anche alla luce dell’emendamento al testo Zanettin-Zullo presentato dagli azzurri, che attribuisce al Cnr il compito di reperire gli strumenti per l’autosomministrazione. In attesa di conoscere maggiori dettagli, è possibile ricostruire la vicenda e sciogliere il giallo per come emerge dagli atti e dalle fonti consultate dal Dubbio. Si parte dall’ordinanza dello scorso novembre, quando, per dare seguito al “diritto riconosciuto” dalla Consulta nel giudizio di legittimità sul caso di Libera, che aveva proposto ricorso urgente tramite il collegio legale dell’Associazione Luca Coscioni, il Tribunale di Firenze “ha acquisito informazioni urgenti” dal dipartimento competente presso il Cnr, il quale “ha rappresentato la concreta possibilità di realizzare il dispositivo mediamente adattamento di tecnologie già esistenti”, cioè il puntatore e l’infusore, collegati da un software. Lo stesso Cnr è stato quindi nominato ausiliario del giudice, con l’ordine di predisporre il dispositivo entro 90 giorni e di fornirlo all’Usl Toscana Nord Ovest. Ancora il Cnr ha chiesto un parere in merito alla qualificazione del sistema tecnologico al Ministero della Salute, il quale ha specificato che lo strumento non è un dispositivo medico. L’Avvocatura dello Stato, intervenuto per conto del Ministero nel giudizio contro Libera, si è rimessa alla decisione del Tribunale, che a sua volta ha confermato la prima ordinanza ritenendo che il Cnr potesse procedere, quale soggetto competente a svolgere “attività di prova”. Lo strumento è stato quindi prodotto e testato, per ben quattro volte, presso l’abitazione di Libera, date le sue condizioni di salute, ed è stato inviato all’Usl completo del suo manuale di istruzione. I costi di produzione sono stati sostenuti dal Cnr e dovranno essere rimborsati dall’Usl. Il tutto a quattro mesi dalla nomina di Lenzi, scelto dalla ministra dell’Università Anna Maria Bernini dopo un periodo di paralisi che aveva lasciato l’istituto senza guida. Possibile, dunque, che il presidente del Cnr non fosse informato, come sostiene, di quanto avveniva nel dipartimento interpellato dal giudice? “Di sicuro il programma esiste ed è validato, perché è stato utilizzato da Libera”, chiosa Filomena Gallo, segretaria nazionale dell’Associazione Coscioni. No ai social, coprifuoco: perché tutti i governi (da Starmer a Macron) vogliono salvare i minori con divieti e proibizioni? di Daniele Zaccaria Il Dubbio, 17 giugno 2026 Il divieto dei social network per i minori di 16 anni annunciato dal premier britannico Keir Starmer fa parte di un pacchetto più ampio di misure portato avanti dal governo: controlli più severi sull’età degli utenti, limitazioni alle interazioni con sconosciuti, restrizioni per alcuni chatbot, smartphone zero nelle scuole e persino l’idea, radicale, di instaurare un coprifuoco dalle 20.30 all’alba per i minori di 18 anni. Mischiando tutela della salute mentale dei giovani e questioni di ordine pubblico Starmer sovrappone fenomeni molto diversi tra loro, una baby gang e l’uso di TikTok, una rissa di strada e uno scroll su Instagram muovendosi nel solco del proibizionismo paternalista: “Anche se sarà difficile far rispettare tutti i divieti si tratta dei nostri principi morali, bisogna prevenire i comportamenti”. Una tendenza che accomuna molte democrazie occidentali che si confrontano con la nuova rivoluzione digitale: fino a ieri le politiche giovanili erano state costruite, almeno teoricamente, attorno a istruzione, integrazione, accesso al lavoro, partecipazione civica. Oggi una parte crescente dell’azione pubblica sembra muoversi lungo un’altra direttrice: prevenire comportamenti considerati rischiosi prima che si manifestino. In rete come nella vita cosiddetta reale. L’elenco è lungo, verifiche obbligatorie dell’età online. controlli parentali, piattaforme bandite, restrizioni agli assembramenti, DASPO urbani. Limitazioni alla vita notturna e repressione della “malamovida”. controlli rafforzati sugli spazi pubblici frequentati dagli adolescenti. Ciascuna misura nasce da motivazioni specifiche e spesso da problemi reali, eppure, osservando l’insieme di queste politiche ci si chiede perché si finisce per ricorrere sempre allo stesso repertorio di strumenti? La risposta probabilmente non riguarda soltanto i minori e la “questione giovanile” in senso lato ma il modo in cui le società contemporanee affrontano il rischio in un contesto segnato da allarme mediatico e pressione dell’opinione pubblica, la limitazione preventiva dei comportamenti appare spesso la strada più semplice, più visibile per placare l’ansia collettiva, anche se le cifre ci dicono che i reati minorili sono diminuiti, che le città sono più sicure e che persino i suicidi, nell’epoca della declamata solitudine digitale, sono in calo rispetto a trent’anni fa, quando nessuno aveva un telefonino in mano. Il risultato è che la gioventù è diventata uno dei principali terreni di sperimentazione di questa politica della prevenzione del comportamento deviato. Non è un caso che il primo decreto in assoluto del governo Meloni nell’autunno 2022 venne consacrato alla repressione dei rave illegali. Un provvedimento che, al di là del numero effettivo di eventi coinvolti, ha dato un’impronta specifica all’azione di Palazzo Chigi, basti pensare al successivo decreto Caivano o al cinque in condotta nelle scuole. La stessa logica si ritrova, con modalità diverse, in molti altri paesi europei. In Francia i governi liberal democratici hanno applicato coprifuochi limitati per i minori in città come Tolosa, Clermont-Ferrand, Béziers, Nîmes, Limoge, stabilito sanzioni per i genitori di ragazzi coinvolti in disordini, nel 2023 la premier Élisabeth Borne nnunciò un piano che prevedeva il collocamento di giovani delinquenti in strutture educative più controllate e, in alcuni casi, ispirate a modelli di disciplina quasi militare. E naturalmente anche a Parigi, come a Madrid e in altre capitali europee, è in dirittura d’arrivo la legge che vieterà i social ai minori di 16 anni. Come si vede non si tratta di destra e sinistra, conservatori, socialdemocratici, liberali, populisti: attorno all’idea che la questione giovanile possa essere gestita restringendo gli spazi di autonomia e libertà individuale accomuna un po’ tutte le famiglie politiche. Il minore non è visto come un cittadino in formazione ma come un soggetto potenzialmente vulnerabile o potenzialmente pericoloso da monitorare. Due rappresentazioni apparentemente opposte ma che condividono un medesimo presupposto: il rischio deve essere neutralizzato prima che si traduca in un comportamento deviante. E in un problema politico. Migranti, l’accoglienza diffusa dei circoli Arci di Bianca Caramelli Il Manifesto, 17 giugno 2026 Quattrocento persone dalla fine del 2022 “accompagnate in tutta la fase per il riconoscimento della protezione internazionale”. Una rete sparsa su tutto il territorio: sono i 20 circoli rifugio dell’Arci, che dalla fine del 2022 hanno accolto più di 400 persone. Ieri nella sede Arci di Pietralata a Roma alcune di loro hanno raccontato storie ed esperienze personali, in vista della Giornata mondiale delle persone rifugiate del 20 giugno. Tra loro un ragazzo appena maggiorenne, arrivato dall’Afghanistan in Italia l’anno scorso, insieme alla madre. “La vita qui è stata piena di sorprese, l’accidevo ringraziare il corridoio umanitario per questo”, ha spiegato. La Rete è nata durante la pandemia Covid per accogliere le persone che erano in strada. Poi c’è stato l’allargamento alle persone che arrivavano da corridoi umanitari. Arci ha contribuito a quelli dall’Afghanistan e dalla Libia, grazie alla firma di due diversi protocolli ministeriali, rispettivamente nel 2021 e nel 2023. Il primo aveva come obiettivo quello di portare in Italia 200 persone, il secondo 300 nell’arco di tre anni. Tutte sono entrate nel sistema di accoglienza dei circoli rifugio, che si trovano in 13 diverse regioni italiane. Quelli di Genova, Roma e Viterbo hanno aiutato anche 13 persone dall’Egitto e 3 dalla Palestina, in seguito a due operazioni di evacuazione per cittadine e cittadini palestinesi. “Il nostro è un modello di accoglienza diffusa - spiega Valentina Itri, coordinatrice dall’ufficio immigrazione di Arci nazionale - fatta di appartamenti dedicati e di quelli di alcune famiglie socie. Le persone che arrivano vengono accompagnate in tutta la fase per il riconoscimento della protezione internazionale. I minori vengono iscritti a scuola, gli adulti seguono dei corsi di lingua e vengono introdotti a percorsi di formazione per l’inserimento lavorativo. Per chi proviene dalla Libia, poi, il primo anno è dedicato alla cura del corpo e della mente, data l’estrema necessità”. Quasi la metà delle persone accolte sono donne. Arci ha infatti individuato delle categorie di soggettività cui dare il proprio supporto. “Innanzitutto donne sole o con figli minori perseguitate per il loro attivismo civico o sociale, poi giornaliste e giornalisti presi di mira per il loro lavoro di denuncia” spiega ancora Itri. L’altro gruppo sono invece “persone della comunità Lgbt discriminate per orientamento di genere o sessuale”. Questo perché Arci è “l’unica società di terzo settore non confessionale che ha firmato i corridoi, quindi volevamo allargarli anche in questo senso”. Ma al di là degli obiettivi prefissati, la rete ha anche aperto e migliorato un sistema di autosegnalazione per persone in situazioni di difficoltà. “Crediamo molto nell’autodeterminazione, anche dal punto di vista della ricerca di soluzioni - continua Itri -. Per questo abbiamo allargato il nostro servizio gratuito, il numero verde dedicato a chi cerca asilo. Ci sono arrivate segnalazioni da Afghanistan, Pakistan, Iran e dalla Libia stessa. Con alcune di queste persone abbiamo instaurato un dialogo duraturo nel tempo, riuscendo a raccogliere la documentazione utile per farle arrivare in Italia”. Migranti. Peter e i fantasmi della vendemmia nell’ex stalla senza luce né acqua di Goffredo Buccini Corriere della Sera, 17 giugno 2026 “Però è gratis, grazie al padrone”. Marsala, viaggio nei dormitori dei braccianti. I raid contro gli stranieri e il muro di omertà. Le botte, quelle, sono repertorio: con quattordici braccianti stranieri aggrediti a fine maggio e brutti casi di squadrismo di piazza negli anni passati. E lo sono le bastonate all’alba, su queste strade sperdute, da Strasatti a Santo Padre delle Perriere a Terrenove, che tagliano campi e filari lungo la statale 115, la “via Marsala”. E gli insulti contro i “turchi”, come da queste parti chiamano, per perversa eco storica, tutti i lavoratori di colore a prescindere dalla provenienza. Tuttavia, botte, bastonate e insulti sono sovrastruttura, folclore razzista per infame che sia: facile da condannare a costo zero dalla città perbene, “siamo tutti marsalesi!”, raccolta infine, un paio di settimane dopo i raid, nella sala grande del Monumento ai Mille, coi nomi dei garibaldini scolpiti a tutta parete proprio di fronte al mare che li portò a liberarci e che adesso porta qui un popolo dolente da liberare, carne da cannone per la fame di manodopera dei nostri agricoltori. Per trovare la struttura, e capire così che poco conta se gli squadristi della statale 115 siano caporali vendicativi o fascistelli da pagliaio che hanno frainteso al peggio la predicazione vannacciana (il generale quaggiù è una specie di babau evocato ed esecrato a ogni piè sospinto), bisogna avventurarsi negli “insediamenti informali”, studiati da un pregevole dossier del Polo Sociale: “non-luoghi”, rovesciando provocatoriamente Marc Augé (Trapani ne rappresenta la seconda provincia siciliana col 19%). Nella preistoria - E fare altri due passi nella preistoria, superando discariche, sfasciacarrozze e catapecchie di Marsala Sud, oltre il bivio tra Ciavolo e Digerbato, dopo fossi e sterpaglie e tratturi, fino a radura che rivela una specie di stalla abbandonata di due o trecento metri quadrati, pavimento di polvere, soffitto nero d’umidità. Niente luce, niente acqua, niente porte: un Urlo di Munch spalancato sulle vigne. Tutto è di risulta, come le persone: stracci a mo’ di coperte, tende a mo’ di stanze, materassi bisunti per giacigli, cassette rotte per tavoli, quotidianità rigurgitata ovunque. Qui abita il perfetto cortocircuito tra integrazione storta e fariseismo autoctono. Si chiama Peter. Peter Ardom Yestem. Ma lo chiamano “il Presidente”, perché ha settant’anni, sta nella grotta dal 2016 ed è diventato la guida della sua comunità di spettri. In Italia nel 2002 via Lampedusa, scappato dal Sud Sudan (“volevano farmi ammazzare quelli del Nord che non mi avevano fatto niente”). Sei figli in patria che non vede da sedici anni. Operaio a Como, Brescia, Pavia, “allora pagavo un affitto, avevo una casa”. Nel 2010 la crisi ha proletarizzato la sua condizione già precaria: “Non c’era più lavoro, sono sceso al Sud, c’erano le campagne, non potevo pagare, il padrone ha detto che questo posto me lo dava gratis”. Gli spettri - Lui e i suoi spettri - Adam, che ha perso 20 chili in pochi mesi, Kaled che s’è sfasciato una gamba e invoca antidolorifici, e una corte dei miracoli mobile che con la vendemmia arriva a venti stagionali - si mostrano grati ai “padroni”: “Sono gentili”, a volte vengono di persona a prenderli all’alba col furgone, senza nemmeno il caporale di turno. “Ci danno sei euro l’ora: certo, niente contratto e se mi faccio male paga la mia tasca”, tossicchia il Presidente. Hamadi Sowe, 36 anni, il mediatore culturale gambiano che mi fa da guida e interprete, sostiene che “adesso è quasi un paradiso! Dovresti vedere d’inverno che ghiacciaia diventa…”. Si potrebbe immaginare che la grotta sia un posto segreto, ma non è così. Hamadi collabora col Polo Sociale, la cui responsabile trapanese, la brava Marilena Titone, mi assicura di avere tentato di portare Peter nel sistema d’accoglienza Sai: “È lui che non vuole”. E c’è da crederle, anche se resta da domandarsi come possa esistere, in barba a ogni legge, un luogo che fa apparire attraente persino la baraccopoli di Borgo Mezzanone. “Non può, eppure esiste!”, filosofeggia Hamadi. Nemmeno i dati spiegano tutto. Le ipocrisie - In Sicilia, stando al sesto Rapporto sulle Agromafie dell’Osservatorio Placido Rizzotto, sono 282.700 i lavoratori vulnerabili e irregolari, con punte del 42,1% del totale nel settore agricolo: ma, giustamente, i ricercatori dell’Istat Carlo De Gregorio e Annelisa Giordano accendono un faro sulle “transizioni dalla regolarità all’irregolarità e viceversa”. Con esse il padronato ha fatto un salto di qualità. Nei non-luoghi studiati dal Polo Sociale, in oltre il 40% dei casi è stato impossibile sapere se i lavoratori fossero a contratto. Dopo gli ultimi raid, gli imprenditori, avendo la forza lavoro decimata, hanno accompagnato i loro braccianti a fare denuncia. “Ma è solo ipocrisia”, sbotta Giacomo Di Girolamo, direttore di TP24.it (suo L’Invisibile, su Messina Denaro, la cui ombra si proietta fin qui): “Spesso sono proprio loro che li sfruttano. Oggi il bracciante ha un contratto, ma poi restituisce parte del salario e lavora dieci volte più del pattuito”. Tutto si mischia quaggiù. Il 10 giugno, alla commemorazione di Matteotti si sono presentati in venti, mentre a poche strade di distanza si è aperto il primo circolo di Futuro Nazionale attirando anche qualche transfuga del centrosinistra in una città dove la politica è spesso familismo e molti scantonano se si nomina la massoneria. “A scuola sono comparse scritte come “Falcone infame” e “Messina Denaro dà lavoro”. La violenza qui è più che razzista”, mi dice Linda Licari, insegnante battagliera e segretaria Pd. I documenti - Tuttavia, piazza Fiera, borgata di Strasatti, mostra ogni sera la faccia indigesta delle migrazioni: spaccio, accoltellamenti, risse tra tunisini e centrafricani; irregolari con foglio di via che girano coi documenti dell’amico, “tanto, per voi, noi neri siamo tutti uguali”; immersioni in clandestinità fino al prossimo decreto flussi, nel 2029. Gioacchino, nel suo bazar dell’usato, passa per razzista ma sembra soprattutto un’altra vittima della giostra tra ultimi e penultimi: “Dieci volte sono dovuto uscire col bastone per scacciare quelli che mi urinavano sul marciapiede!”. Hamid, alla riunione di solidarietà con i braccianti aggrediti, davanti a un giovanissimo bengalese col labbro spaccato dai colpi, ha fatto un appello surreale agli squadristi: “Se volete vendicarvi, prendetevela con chi fa bordello, non coi lavoratori”. La neosindaca Andreana Patti ha belle gatte da pelare ma sufficiente trasversalità per stare a galla. Parla di accendere “un faro sul razzismo”. Ma non vede tracce di caporalato nelle aggressioni di fine maggio. E tuttavia caporalato e razzismo, violenza e sfruttamento convivono in un unico brodo di coltura: “tenuto assieme dall’omertà”, osserva il procuratore di Marsala, Fernando Asaro, sulle tracce dei picchiatori. Il 20 maggio ha già fatto prendere due anni e quattro mesi in primo grado a un ristoratore che aveva escogitato per i suoi due schiavi tunisini, cuoco e lavapiatti, un giaciglio persino più originale della grotta di Peter: una grande botte di rovere piazzata proprio accanto al locale che, chissà come mai, non aveva mai incuriosito nessuno, pur contenendo umani anziché rinomato vino marsalese. Migranti. È vero che la Corte di giustizia ha confermato la legittimità dei Centri in Albania? pagellapolitica.it, 17 giugno 2026 Lo sostiene Fratelli d’Italia citando le conclusioni dell’avvocata generale Laila Medina, ma le cose sono un po’ più complesse di così. L’11 giugno la deputata e responsabile immigrazione di Fratelli d’Italia Sara Kelany ha detto che le conclusioni dell’avvocata generale della Corte di giustizia dell’Unione europea, Laila Medina, confermano la “legittimità dei centri in Albania”. Secondo Kelany, il parere dell’avvocata dimostrerebbe che “abbiamo perso due anni a causa di sentenze ideologiche di una parte della magistratura che si è interposta ad un progetto innovativo, pienamente conforme al diritto europeo e che oggi è guardato con favore da tutta Europa”. La questione, però, è più articolata di come la presenta Kelany. In breve, secondo l’avvocata generale, il diritto dell’Unione europea non vieta, in astratto, di collocare centri di trattenimento fuori dal territorio dell’Ue, ma questa scelta è legittima in linea di principio solo a condizione di non ridurre le garanzie riconosciute alle persone trattenute. E proprio su questo punto Medina segnala una criticità per il Protocollo Italia-Albania e per la legge italiana di ratifica ed esecuzione. È vero quindi che l’avvocata generale ha confermato la “legittimità dei centri in Albania”? Abbiamo verificato che cosa dicono le conclusioni di Medina e in quale misura confermano il precedente parere dell’avvocato generale Nicholas Emiliou su una causa diversa. La questione pregiudiziale riguarda due cittadini di Paesi terzi, inizialmente trattenuti in Italia in vista dell’allontanamento e poi trasferiti nel centro di Gjadër, in Albania, in applicazione del Protocollo firmato da Italia e Albania il 6 novembre 2023. Una volta arrivati nel centro, i due cittadini hanno chiesto protezione internazionale, cioè uno status di tutela che può essere richiesto a particolari condizioni, ad esempio se la persona non può rientrare nel suo Paese di origine perché potrebbe subire un grave danno. Successivamente, le autorità italiane hanno adottato nei loro confronti nuovi provvedimenti di trattenimento, che sono poi stati trasmessi alla Corte d’appello di Roma per la convalida. A quel punto, la Corte d’appello ha chiesto alla Corte di giustizia dell’Ue se l’Italia fosse competente a concludere un accordo internazionale come quello tra Italia e Albania, oppure se la competenza dovesse spettare all’Unione europea. Ha poi chiesto anche se il regime previsto nei centri albanesi rispettasse le garanzie europee sul trattenimento dei richiedenti asilo. I centri fuori dall’Ue sono possibili - Nelle conclusioni Medina ha distinto due piani. Il primo riguarda il luogo in cui si trovano i centri, mentre il secondo riguarda i diritti delle persone trattenute. Sul primo piano, il parere è favorevole al governo. Secondo l’avvocata generale, le norme europee non stabiliscono dove debbano trovarsi i centri di trattenimento dei richiedenti protezione internazionale. Non c’è, dunque, una regola dell’Ue che imponga allo Stato membro di collocarli necessariamente nel proprio territorio. Pertanto, l’Italia con le strutture in Albania non ha invaso la competenza esclusiva dell’Unione, perché la localizzazione geografica dei centri è un profilo non completamente disciplinato dal diritto europeo. Detto questo, l’avvocata ha aggiunto che la persona trasferita in Albania deve poter esercitare in modo equivalente i diritti e le garanzie che avrebbe in un centro collocato in Italia. Il problema sono le garanzie - Secondo Medina, nei centri albanesi continuano a valere le garanzie Ue. Tra queste garanzie rientrano il diritto di difesa, l’assistenza legale, la possibilità di comunicare con l’avvocato in modo riservato, il contatto con i familiari, la tutela della salute e il controllo del giudice. È qui che il Protocollo Italia-Albania mostra alcune criticità. Medina afferma che il Protocollo e la normativa italiana di ratifica ed esecuzione non sembrano contenere regole idonee a garantire l’insieme di questi diritti. Per supportare questa tesi cita alcuni casi concreti. Ad esempio, quando l’avvocato di una persona migrante deve raggiungere il centro in Albania per far valere il diritto alla difesa della persona in questione è previsto un rimborso fino a 500 euro. Secondo Medina, “se tale importo risulta insufficiente a coprire le spese effettive di viaggio, circostanza che il giudice del rinvio è tenuto a verificare, esso potrebbe costituire una limitazione arbitraria dell’accesso all’assistenza legale”. Il collegamento da remoto con l’avvocato, previsto come modalità ordinaria, non basta se non garantisce un accesso effettivo e riservato alla difesa. E la riservatezza delle comunicazioni con l’avvocato dev’essere assicurata anche durante l’udienza da remoto e a margine di essa. Inoltre, se non c’è più un titolo valido per trattenere la persona, il rilascio deve essere immediato. Ma, ha affermato Medina, “dalle ordinanze di rinvio emerge, segnatamente, che i richiedenti protezione internazionale non possono essere immediatamente rilasciati, ma devono aspettare che le autorità italiane li facciano uscire dal centro e li trasferiscano nel territorio nazionale”. L’avvocata generale richiama anche il diritto di visita e di comunicazione con i familiari, osservando che né il Protocollo né la legge italiana disciplinano in modo chiaro le modalità di accesso ai centri. Quanto al diritto alla salute, il Protocollo prevede strutture sanitarie nelle aree albanesi e la collaborazione delle autorità albanesi per le cure indispensabili e indifferibili, ma l’effettività di un diritto garantito dal diritto Ue non può dipendere da un contesto normativo esterno su cui lo Stato membro non esercita controllo. Il precedente parere di Emiliou - Le conclusioni di Medina si collocano nella stessa linea del precedente parere dell’avvocato generale Nicholas Emiliou che riguardava sempre il Protocollo Italia-Albania, ma un caso specifico differente. In quella causa, la questione sollevata dalla Corte di cassazione riguardava la possibilità, in base al diritto europeo sui rimpatri e sulle procedure di asilo, di trattenere e trasferire in Albania cittadini di paesi terzi sottoposti a procedure di rimpatrio, che poi avevano chiesto protezione internazionale. Anche Emiliou aveva affermato che il diritto Ue non impedisce, in linea di principio, che uno Stato membro istituisca un centro per le procedure di rimpatrio fuori dal proprio territorio. Ma, secondo l’avvocato, va rispettata una condizione essenziale: le garanzie e i diritti individuali riconosciuti ai migranti dal sistema europeo comune di asilo devono essere pienamente assicurati. Questo significa che le persone trattenute in Albania non possono trovarsi in una posizione giuridica più debole rispetto a chi resta trattenuto sul territorio italiano. L’avvocata generale ha poi anche precisato che il Patto sulla migrazione e l’asilo non si applica né alla causa analizzata dall’avvocato generale Emiliou, né a quella su cui ha espresso lei stessa un parere. Il “regolamento sulla gestione dell’asilo e della migrazione” riguarda la gestione dei flussi migratori e le domande di asilo, ed è stato approvato nel 2024, ma, come esplicita l’avvocata, entrerà completamente in vigore tra giugno e luglio. In conclusione, il parere di Medina non ha bocciato il Protocollo Italia-Albania e ha riconosciuto che, in astratto, i centri possono trovarsi fuori dall’Unione europea. Al contempo, però, il parere non dà nemmeno completamente ragione al governo. I centri in Albania sono formalmente ammissibili solo se funzionano con garanzie sostanzialmente equivalenti a quelle previste in Italia. Se quelle garanzie restano incerte o difficili da esercitare, il modello Albania non può essere considerato automaticamente compatibile con il diritto europeo. Droghe. L’Europa sa, ma guarda indietro di Marco Perduca Il Manifesto, 17 giugno 2026 L’11 giugno scorso, in vista del Consiglio europeo del 18, la Presidente del Consiglio si è lamentata alla Camera dell’eccessivo numero di vertici europei, li ha chiamati “ridondanti”, a cui capi di governo devono partecipare. L’intenzione era vanificare gli attacchi subiti per la sua assenza alla riunione del Consiglio europeo sui Balcani, poco dopo però si è contraddetta annunciando un imminente incontro della “Coalizione europea contro le droghe”. Da ottobre del 2025, “grazie” a Meloni e Macron, esiste questa nuova iniziativa intergovernativa che “si propone di rafforzare concretamente la cooperazione nell’ambito della Comunità Politica Europea (un’altra organizzazione che si sovrappone quasi interamente al Consiglio d’Europa!) nel contrasto al traffico di droga, incluse le droghe sintetiche, nella prevenzione e nel recupero dalle dipendenze”. Chi partecipa ha sottoscritto un documento di priorità operative che include la piena applicazione del principio “follow the money”. Propaganda e improbabili citazioni cinematografiche a parte, se non è ridondante questo ulteriore incaponirsi con proposte anti-riformatrici in materia di leggi e politiche sulle droghe non si sa cosa possa esserlo. Dal 1993, l’Unione Europea si è dotata di un “osservatorio” su tutto ciò che gira attorno alle sostanze psicoattive illecite, un’istituzione, che da qualche anno si chiama EU Drug Agency, e che raccoglie, analizza e divulga informazioni relative ai paesi UE, quelli candidati e la Norvegia, per “fornire dati concreti per garantire che i responsabili politici, gli operatori e le comunità siano ben preparati”. Preparati a cosa? Le relazioni dell’EUDA coprono tutto lo scibile in materia di droghe ma, oltre a segnalare qualche mancanza in termini di “politiche” o non raggiungimento di obiettivi, non articolano raccomandazioni per modifiche legislative che facciano convivere con le “droghe” in modo diametralmente opposto a quanto costruito in ossequio al proibizionismo ancora imperante. L’illegalità ha fatto sì che il fenomeno negli anni abbia visto un’invasione di nuove sostanze ma un progressivo contenimento dell’effetto letale che esse possono causare se assunte, spesso in policonsumo. Di questa “evoluzione” le istituzioni non parlano. Visto che nessun Paese può vantare politiche capaci di ridurre la presenza degli stupefacenti illeciti nel proprio territorio, vediamo cosa accade per la riduzione del danno. Nel 2024, solo 7 dei 25 paesi avevano raggiunto l’obiettivo dell’OMS relativo all’erogazione di aghi e siringhe sterili fissato per il 2025. Di questi solo 4 forniscono dati anche sulla copertura del trattamento con agonisti degli oppiacei. L’Italia non appare. Dei 22 paesi (con dati) 14 hanno raggiunto l’obiettivo del 2025 dell’OMS sulla fornitura di servizi per il trattamento con agonisti degli oppiacei, di questi solo 9 forniscono anche dati sull’entità della fornitura di aghi e siringhe. Italia non pervenuta. Quali siano i “problemi” non si sa. Nel 2025, nei paesi osservati, che contano mezzo miliardo di abitanti, erano operativi 100 (!) locali per il consumo controllato di stupefacenti in 13 Stati membri dell’UE e in Norvegia. I servizi offerti comprendono l’uso di droghe per via parenterale e di sostanze stimolanti sotto supervisione (fumo di crack), l’analisi delle sostanze, la distribuzione di materiale igienico e altre forme di assistenza sanitaria e sociale. Perché così pochi? Non si sa. Sul resto non occorre tornare perché in linea con l’originale titolo “Nuovi rischi per la salute dei cittadini europei in un mercato della droga in rapida evoluzione”. Da qualche parte nel “sistema” c’è un problema alla radice se, dopo tutti questi anni e con tutti questi proclami, non si azzarda un minimo di valutazione di quanto accaduto. Sapere tutto ma non capire niente, verrebbe da dire. Il circolo vizioso dell’insicurezza che nutre la finanza di Vittorio Pelligra Avvenire, 17 giugno 2026 Le crisi globali trasformano la paura e il rischio in rendimenti per le aziende della tecno-difesa, spingendo investimenti, innovazione militare e interessi economici a sostenere l’instabilità e favorendo le tensioni. C’è un’equazione che di questi tempi conviene tenere sempre a mente. Quando l’insicurezza cresce, cresce anche il valore delle imprese della tecno-difesa. Non è una coincidenza, è più una legge di mercato. E capire come funziona questa legge è indispensabile per capire perché la monarchia della paura non è solo un fenomeno politico. È anche, e forse prima di tutto, un fenomeno finanziario. Nel settembre del 2020, Palantir Technologies viene quotata a Wall Street. Prezzo di apertura pari a dieci dollari per azione per una capitalizzazione di circa venti miliardi. Peter Thiel, che controlla un quinto del capitale dell’azienda attraverso una rete di veicoli di investimento quali Founders Fund, Mithril, Clarium, comincia immediatamente a vendere. Le azioni collocate a 10 dollari valgono oggi circa 130 dollari. Ma più della cifra, conta il contenuto del documento informativo depositato alla SEC nel periodo della quotazione. Palantir, si leggeva, non soltanto tollera le crisi, ma prospera nelle crisi. Non era solo una promessa per gli investitori, era la descrizione di un modello di business. Nel solo primo semestre del 2020, in piena pandemia, la società aveva già incassato più di quanto avesse incassato nell’intero 2016. L’esercito americano pesava per oltre il quindici per cento del fatturato, i contratti con ICE, con il Dipartimento della Salute e con la CIA coprivano il resto. La crisi non era un’anomalia che disturbava il modello, era il combustibile che lo faceva girare a pieno regime. Il caso Palantir è il prototipo di una classe di aziende che Raj Shah e Christopher Kirchhof, nel loro resoconto dall’interno della Defense Innovation Unit americana, descrivono come la nuova frontiera del complesso militare-industriale. Sono aziende che non vendono carri armati, ma software, algoritmi, sistemi di sorveglianza, droni autonomi. Anduril Industries, fondata nel 2017 da Palmer Luckey ne è l’esempio più nitido. Unicorno nel 2019, valeva già più di un miliardo di dollari, duecento milioni di fatturato a fine 2021, contratto da un miliardo con il Comando delle Operazioni Speciali nel 2022, round da un miliardo e mezzo e una valutazione di 8,5 miliardi, tutto nello stesso anno in cui la Russia invadeva l’Ucraina. Nessuna coincidenza. Capitalismo allo stato puro. Nel 2022 i venture capitalist hanno investito trentatré miliardi di dollari nel settore della tecno-difesa a stelle e strisce, contro i sedici miliardi del 2019. L’invasione russa ha raddoppiato il valore del mercato in soli tre anni. Questo è il meccanismo che vale la pena analizzare con precisione. Non si tratta di aziende che fanno profitti nonostante le crisi. Si tratta di aziende il cui modello è strutturalmente dipendente dalla continuità dell’emergenza. Una impresa come Palantir in un mondo sicuro vale meno. Una come Anduril, senza guerre, vale quasi nulla. Chi investe in queste imprese sta scommettendo sul fatto che l’insicurezza continui, che ci siano sempre nuove frontiere da sorvegliare, nuovi nemici da tracciare, nuove crisi da gestire con strumenti digitali sempre più invasivi. La pace, per chi ha queste azioni in portafoglio, è certamente una cattiva notizia. La struttura del finanziamento aggiunge un paradosso che merita di essere descritto con attenzione. I fondi di venture capital che alimentano questo ecosistema raccolgono capitali da investitori istituzionali che il settore chiama limited partners . Fondi pensione, fondazioni private, grandi patrimoni familiari. Questi soggetti delegano la gestione del capitale ai fondi, che lo allocano nelle startup della difesa tech attraverso una catena lunga e opaca. All’inizio c’è il lavoratore che versa i contributi pensionistici, alla sua fine c’è Anduril che costruisce droni, di cielo, di terra e di mare, per il Pentagono. E il lavoratore non lo sa. Non lo ha deciso lui. Ma il meccanismo non richiede né consapevolezza né scelta. Richiede solo che i rendimenti siano attraenti e che nessuno faccia troppe domande scomode. Non è una denuncia morale. È la descrizione di una struttura di incentivi. Chi ha investito nella tecno-difesa vuole che il settore continui a prosperare. Ha interesse, finanziario e non ideologico, vuole che le condizioni che lo fanno prosperare permangano. E quelle condizioni hanno un nome: instabilità, conflitto, emergenza permanente. I fondi pensione dei lavoratori occidentali sono diventati, attraverso questa catena, soggetti con un interesse finanziario oggettivo nella continuità della paura. Nessuno lo ha deciso, ma il sistema lo ha prodotto. Secondo Quinn Slobodian, (Crack-up capitalism, Allen Lane, 2023), il neoliberalismo non è mai stato un progetto per liberare i mercati. È stato un progetto per proteggerli dalla democrazia. La costruzione di un’architettura giuridica internazionale fatta di trattati commerciali, arbitrati sugli investimenti e banche centrali indipendenti, è finalizzata secondo Slobodian a sottrarre le decisioni economiche fondamentali al controllo democratico. Il mercato non doveva rispondere ai cittadini, doveva essere protetto da loro. Visto in quest’ottica, il mercato della difesa tech non è un’anomalia del capitalismo, ne è uno sviluppo coerente. Quando i mercati operano al di fuori del controllo democratico, allocano capitale verso le attività più redditizie senza che nessuna maggioranza possa dire no. È così che l’insicurezza è diventata redditizia. Trae Stephens, cofondatore di Anduril e già partner di Founders Fund, lo ha detto con disarmante franchezza: “Quando i venture capitalist si rendono conto che investire nel settore della difesa può essere estremamente redditizio, molte di quelle obiezioni di natura emotiva che li spingono a opporsi al coinvolgimento nel settore delle armi tendono a svanire” (cit. in Shah e Kirchhoff, Unit X. Scribner, 2023). È un dato empirico, non un giudizio di valore. Il capitale non ha pregiudizi ideologici. Ha la propensione al profitto. E quando questa propensione si allinea con un certo tipo di industria, l’obiezione etica svanisce. Non per convinzione, ma per calcolo. C’è un ultimo elemento che spesso viene sottovalutato e che riguarda il tempo. Le startup della difesa tech non operano sui cicli pluridecennali caratteristici dei grandi appaltatori tradizionali, da Lockheed a Northrop, da Boeing a General Dynamics. Le nuove startup operano sui cicli tipici del venture capital: quattro, cinque anni al massimo per arrivare a una valutazione significativa o a una quotazione in borsa. Questo significa che l’orizzonte temporale degli incentivi è molto più breve di quello dei problemi che quelle aziende dichiarano di voler risolvere. La sicurezza nazionale è un problema di lungo periodo. I ritorni del venture capital sono un problema di breve periodo. La tensione tra i due orizzonti temporali non viene mai dichiarata, ma è strutturale. Un fondo d’investimento che deve restituire capitali ai propri limited partners entro un decennio non ha interesse a che i problemi si risolvano in fretta. Ha interesse a che i problemi generino contratti. Il risultato è un sistema in cui una parte crescente del capitale globale è strutturalmente orientata verso un orizzonte di conflitto continuato. Ancora una volta bisogna capire che non si tratta di un complotto ma di un allineamento di incentivi che nessun singolo attore ha progettato e che tutti, in qualche misura, alimentano, il che forse è anche peggio di un complotto. Peter Thiel non avrebbe potuto costruire Palantir in un sistema in cui lo Stato avesse avuto ancora la capacità di costruire autonomamente le proprie infrastrutture cognitive. Anduril non avrebbe trovato i suoi investitori in un’economia in cui la paura non fosse diventata un asset finanziario. La crisi dello Stato democratico non è solo lo sfondo su cui si muovono questi attori. È la condizione di possibilità del loro modello di business. Abbiamo già parlato delle radici culturali che hanno fornito a questo meccanismo la sua legittimazione intellettuale. Ma l’ideologia da sola non basta a spiegare la persistenza di un sistema. I sistemi persistono quando hanno una base materiale solida. La base materiale della monarchia della paura è, in larga misura, finanziaria. E il denaro della paura, una volta messo in moto, sviluppa una logica propria che sopravvive ai singoli attori, alle singole crisi, ai singoli cicli elettorali. È questa logica, più di qualsiasi ideologia, che rende la monarchia della paura così difficile da contrastare. Libia. Linea dura di Haftar jr sui detenuti della Flotilla: si tratta, ma i libici alzano il prezzo di Alessandro Mantovani Il Fatto Quotidiano, 17 giugno 2026 Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha rassicurato, per quanto possibile, i parenti dei due italiani detenuti in Libia con gli altri otto “negoziatori” della carovana di terra che voleva raggiungere Gaza, nelle settimane in cui la Global Sumud Flotilla cercava di arrivarci via mare. Ha confermato l’impegno del nostro governo per la loro liberazione ed è in corso un complesso negoziato. Ma intanto le autorità della Libia Orientale, non riconosciute a livello internazionale a differenza del governo di Tripoli, sembrano alzare il prezzo. L’Agenzia Nova ha reso noto martedì 16 giugno che i capi d’accusa nei confronti dei dieci, secondo fonti libiche, sarebbero quattro e non due come risultava fino a oggi: non solo l’ingresso illegale nel territorio e il raduno non autorizzato, ma anche l’utilizzo di un visto politico per svolgere attività politiche e il tentativo di arrivare in Egitto, attraversando un confine che secondo gli accordi con Il Cairo non può essere attraversato da cittadini di Paesi terzi. Il governo militare della Libia Orientale, del resto, si regge proprio sul sostegno dell’Egitto, il cui governo filo-Usa ha una gran paura di dare spazio alle azioni di solidarietà con i gazawi che incontrano però il favore di gran parte della popolazione. Si agita lo spauracchio dei Fratelli Musulmani. E del resto, già lo scorso anno fu bloccata al Cairo la Global March to Gaza, mentre il convoglio partito dalla Tunisia fu fermato anche allora in Cirenaica. Agli arresti dal 24 maggio ci sono ora donne e uomini provenienti da Spagna, Portogallo, Polonia, Stati Uniti, Argentina e Uruguay oltre agli italiani Dina Alberizia e Domenico Centrone. La prima è un’educatrice foggiana in pensione di 67 anni, residente in Piemonte, il secondo un documentarista 33enne di Molfetta, docente a contratto di Cinematografia all’Università di Bari. Il Land Convoy della Global Sumud Flotilla era partito a fine aprile dalla Mauritania e si era ricongiunto a Tripoli con gli attivisti arrivati dall’Europa, cinque pullman e camion con i componenti di case mobili, ambulanze e aiuti umanitari destinati ai palestinesi di Gaza. Erano circa 200 e non hanno fatto molta strada, i dieci negoziatori che erano andati a Sirte per trattare il passaggio nel territorio della Cirenaica e non sono più tornati. La linea dura sui dieci prigionieri l’ha decisa Saddam Haftar, il figlio del generale Khalifa Haftar che sembra vicino alla successione al padre, 83 anni, signore di fatto della Libia Orientale almeno dal 2015. Saddam, vicecomandante del Libyan national army formalmente ancora guidata dall’anziano Khalifa, sembra dunque averla spuntata sul fratello Khaled, che pure è più grande ma solo capo di Stato maggiore. Il secondogenito di Haftar intrattiene anche i rapporti con Usa, Italia e Turchia e solo qualche giorno fa è stato ricevuto all’Eliseo da Emmanuel Macron, mentre Khaled è considerato una figura più militare che politica e più vicino a Russia ed Egitto. Le stesse fonti dell’Agenzia Nova sostengono che i negoziatori della “flottiglia di terra” abbiano rifiutato di consegnare gli aiuti alla Mezzaluna Rossa che li avrebbe portati a Gaza, ma in realtà fin dal primo momento gli attivisti umanitari hanno riferito al Fatto quotidiano che le lettere inviate alle autorità di Bengasi prospettavano anche questa eventualità, con o senza l’accompagnamento una mini-delegazione internazionale di tecnici. Le trattative per il rilascio comunque paiono ancora lontane da una positiva conclusione, l’udienza fissata per il 9 giugno è stata rimandata di un mese e le cose possono andare per le lunghe. La missione era dall’inizio ad alto rischio ed è andata peggio del previsto. Cosa chiedano i libici non è noto. La Farnesina e il governo italiano confermano il loro impegno per Alberizia e Centrone e anche per Matias Alvarez Rodriguez, uruguaiano, che ha fatto sapere alle autorità italiane di avere anche la cittadinanza del nostro Paese. Tajani ha parlato con il fratello di Alberizia e incontrato, a Bari, i genitori e la sorella di Centrone. “Stiamo premendo per una loro liberazione al più presto, stiamo insistendo nel chiarire che sono attivisti che volevano portare solidarietà alla popolazione di Gaza, nulla di diverso, speriamo che vengano rilasciati e magari espulsi al più presto”. Antonio Decaro, presidente dem della Regione Puglia, ha ringraziato il ministro degli Esteri.