Carceri, le riforme necessarie per un sistema a misura d’uomo di Bernadette Nicotra* Il Giornale, 16 giugno 2026 Quali misure per cercare di decongestionare le carceri? Occorre pensare a dei rimedi che siano innanzitutto strutturali. Primo tra tutti, un serio intervento di edilizia penitenziaria, attraverso una riqualificazione degli spazi esistenti sulla base di una progettazione conforme alla finalità rieducativa della pena. Non occorrono, quindi, semplicemente nuovi contenitori, ma strutture che siano realmente a misura d’uomo: luoghi in cui vi sia spazio per il lavoro, quale stimolo per restituire dignità e speranza ai detenuti; in cui le opportunità di reinserimento passino attraverso percorsi di formazione e crescita personale; in cui gli incontri con le famiglie siano agevolati, così da non mortificare l’affettività e il bisogno relazionale che caratterizza ogni essere umano. Le carceri devono essere, insomma, luoghi in cui l’educazione, la cultura e il rapporto umano siano parte integrante del percorso detentivo. Del resto, la realizzazione di carceri “a misura d’uomo” rappresenta un efficace strumento non solo per prevenire proteste e rivolte interne, ma anche per investire sulla prevenzione, al fine di ridurre il ricorso allo strumento repressivo, nella consapevolezza che solo un ambiente dignitoso può contribuire a ridurre le tensioni e favorire percorsi di recupero. Posto ciò, deve essere accolto con favore l’impegno del Ministero della Giustizia volto all’ampliamento della capienza delle carceri entro il 2027. Nel dettaglio, il programma del Commissario straordinario per l’edilizia penitenziaria, Marco Doglio, adottato con d.P.C.M. del 9 luglio 2025, mira alla creazione di oltre 10 mila nuovi posti letto nel triennio 2025/2027. Sennonché, anche laddove venissero realizzati tutti i circa 10mila posti preventivati, il problema del sovraffollamento non sarebbe del tutto risolto, poiché i detenuti in esubero sono più di 17.000. Occorre poi intervenire sul fronte più squisitamente processuale, atteso che il ricorso frequente, talvolta eccessivamente disinvolto, all’applicazione delle misure cautelari personali, e in particolare della custodia cautelare in carcere già durante la fase delle indagini preliminari, concorre ad aggravare il problema. Non sono, infatti, rari i casi in cui la carcerazione preventiva si rileva sproporzionata rispetto all’esito finale del giudizio, sia perché quest’ultimo può concludersi con una sentenza di assoluzione, sia perché, anche in caso di condanna, l’imputato risulta spesso beneficiario della sospensione condizionale della pena. L’utilizzo distorto della custodia preventiva comporta, inoltre, conseguenze gravi tanto sul piano personale, incidendo sulla libertà dell’indagato, quanto sul piano istituzionale, potendo determinare la condanna dello Stato all’indennizzo per ingiusta detenzione. Senza trascurare che ciò alimenta la progressiva sfiducia dei cittadini nella giustizia. Su questo versante si impone una rimeditazione del sistema processuale, nel senso di una migliore attuazione della garanzia costituzionale della presunzione di innocenza. Sul piano cautelare, in linea con l’impianto del sistema processuale accusatorio, la presunzione opera come divieto di anticipare, in qualsiasi forma, la sanzione penale. Nel pieno rispetto di questo principio e dei criteri di adeguatezza, proporzionalità e gradualità sanciti dall’art. 275 c.p.p., il ricorso alla custodia in carcere dovrebbe, pertanto, costituire una extrema ratio cui ricorrere soltanto nel caso di inadeguatezza di qualunque altra misura cautelare. In ragione di ciò, appare altresì necessario dare concreta attuazione al principio di sussidiarietà della sanzione penale e temperare il carattere repressivo del sistema sanzionatorio penale. In altri termini, persistere in una visione “carcero-centrica” della pena non solo non garantisce risultati migliori sotto il profilo della prevenzione generale e speciale, ma ostacola anche la complessiva funzionalità del sistema, aggravando la già esistente situazione di sovraffollamento carcerario. Sempre in un’ottica volta a trovare delle soluzioni, il Governo ha di recente presentato un disegno di legge volto all’introduzione di una nuova forma di detenzione domiciliare terapeutica per autori di reato tossicodipendenti e alcoldipendenti, che devono scontare una pena detentiva non superiore a 8 anni (o a 4 anni per i reati ostativi ex art. 4-bis ord. pen.), da eseguirsi in strutture residenziali di tipo terapeutico. Su questo piano, il rapporto tra l’eccessiva pressione detentiva e la tutela della salute assume rilievo con riferimento ai casi di detenuti affetti da patologie gravi, per i quali il ricorso a percorsi esterni potrebbe contribuire sia a garantire cure più adeguate sia ad alleggerire il sovraccarico del sistema penitenziario. Una prospettiva concreta di miglioramento non può, poi, prescindere dalla necessità di incrementare le risorse, soprattutto sotto il profilo del personale amministrativo e della magistratura, al fine di garantire una gestione più efficace e tempestiva dei procedimenti, nonché delle complesse dinamiche connesse all’esecuzione della pena. Sarebbe, infatti, un errore pretendere di migliorare le condizioni dei detenuti senza migliorare quelle del personale penitenziario. In questo senso, risulta fondamentale investire nella formazione, assicurando gli strumenti necessari per affrontare con competenza e sensibilità le complessità del sistema. Di fronte a un quadro così allarmante, non è più possibile limitarsi a interventi emergenziali o meramente palliativi. Le criticità del sistema penitenziario, con specifico riguardo al sovraffollamento carcerario, possono essere superate solo attraverso un intervento sinergico di tutti gli attori istituzionali. Occorre, invero, che CSM, Ministero della Giustizia e DAP operino in modo coordinato, al fine di trovare soluzioni condivise alle problematiche connesse alla funzionalità degli uffici di sorveglianza, all’esecuzione della pena e, soprattutto, alla tutela dei detenuti e degli internati. Si impone una riforma tanto normativa quanto culturale: da un lato, il carcere deve tornare a rappresentare una extrema ratio; dall’altro, gli istituti penitenziari devono evolvere in luoghi effettivamente orientati alla rieducazione e al reinserimento sociale. *Membro togato del CSM Siamo quindi sicuri che in Italia non ci sia la pena di morte? di Mariano Acquaviva* laleggepertutti.it, 16 giugno 2026 Sebbene la Costituzione vieti la pena capitale, il tasso di mortalità tra i detenuti è molto alto a causa dell’inefficienza del sistema penitenziario. In Italia “Non è ammessa la pena di morte”, come stabilisce espressamente la Costituzione (art. 27, quarto comma). Ciononostante, nelle carceri italiane si muore quasi ogni giorno. Ad oggi, solo nel 2026, sono già 28 i suicidi e 73 le morti dovute ad altre cause (malattia, overdose, omicidio, “motivi da accertare”, ecc.), per un totale quindi di 101 decessi, come riportato dall’osservatorio di Ristretti Orizzonti. I numeri sono preoccupanti e inducono a ritenere che si raggiungeranno le cifre degli ultimi anni, che si attestano intorno ai 250 morti all’anno. I decessi, anche quando non sono dovuti al suicidio, sono spesso riconducibili alle condizioni precarie in cui i detenuti sono costretti a vivere: il sovraffollamento, unito al cattivo stato delle strutture carcerarie, favorisce l’insorgere o l’acuirsi di malattie fisiche e psicologiche a cui difficilmente si riesce a far fronte con le scarse risorse sanitarie dei penitenziari (per maggiori approfondimenti, si rinvia ai numerosi rapporti dell’Associazione Antigone) La mortalità nelle carceri colpisce ogni fascia d’età; anzi, il numero dei sucidi è maggiore in quella più giovane, cioè tra le persone con meno di quarant’anni di età. Sebbene il codice penale preveda come pena massima l’ergastolo, in realtà in Italia c’è la pena di morte, indotta da un sistema carcerario assolutamente inadeguato. A testimoniarlo sono le numerose sentenze di condanna della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo nei confronti dell’Italia a causa del sovraffollamento cronico e della conseguente violazione del divieto di trattamenti inumani e degradanti (art. 3 CEDU). L’Italia è stata condannata ripetutamente per la mancanza di spazio vitale per i detenuti (meno di 3 mq a testa!) e di un’adeguata assistenza sanitaria e psichiatrica all’interno degli istituti penitenziari. È quindi facile immaginare come l’inefficienza del sistema carcerario favorisca l’insorgere di malattie e induca i detenuti più fragili a compiere gesti estremi. Sebbene la Costituzione vieti la pena capitale, il tasso di mortalità tra i detenuti è molto alto ed è riconducibile - in larga parte - all’incapacità di attuare le previsioni normative vigenti, le quali imporrebbero un percorso di rieducazione e di recupero del condannato che, di fatto, non esiste. *Avvocato “Basta liti”, il piano anti-crisi del centrodestra sulla giustizia di Errico Novi Il Dubbio, 16 giugno 2026 Verso l’ok agli emendamenti Colosimo e alla norma sull’estinzione dei reati. Possibile intesa tra azzurri e Nordio sui ristori alle vittime di errori giudiziari. La via d’uscita c’è. Il centrodestra è al lavoro per evitare di avvitarsi sulla giustizia. Dopo il flop, anzi la revoca dell’ultimo vertice, dopo l’altolà di Carlo Nordio alla responsabilità civile e la conseguente irritazione di Forza Italia, si cerca di portare a casa il risultato minimo. Con un “metodo” diverso: niente più vertici allargati, basta con le adunanze plenarie a via Arenula, che si risolvevano in vani e divergenti proclami, via libera ai “comitati ristretti”. Alle “trattative riservate”, come le definisce qualche parlamentare. Ma va bene tutto: c’era il rischio di far seguire alla sconfitta sul referendum un imbarazzante nulla di fatto fino al termine della legislatura. Domenica scorsa Enrico Costa, in un’intervista al Fatto quotidiano, si è detto per la prima volta ottimista sulla legge per il sequestro degli smartphone e sulla riforma della prescrizione. Sa che il “suo” viceministro, Francesco Paolo Sisto, è al lavoro su almeno due tavoli. Da una parte con Chiara Colosimo, la presidente meloniana della commissione Antimafia, per calibrare gli emendamenti alle nuove norme sui dispositivi degli indagati. E dall’altra con i due sottosegretari alla Giustizia, Alberto Balboni, sempre di Fratelli d’Italia, e Andrea Ostellari, della Lega. Una triade, quest’ultima, che - d’accordo col guardasigilli - punta a chiudere l’accordo per approvare entro fine 2026 anche il ritorno alla prescrizione sostanziale. I tre esponenti della maggioranza che occupano postazioni di governo al ministero guidato da Nordio convergono sulla necessità di una norma transitoria sull’estinzione dei reati, Anche se nel centrodestra c’è chi storce il naso: “Alla fine opteremo per una soluzione che la Consulta dichiarerà illegittima”. Può darsi, ma anche qui ci sono vari aspetti da considerare. Innanzitutto, la prima linea di FI sulla giustizia, di cui fanno parte, con Sisto, i due capigruppo di Camera e Senato, cioè Enrico Costa e Stefania Craxi, concordano a loro volta sull’urgenza della exit strategy. Hanno chiesto e ottenuto da Giorgio Spangher un parere favorevole sulla sostenibilità giuridica della norma transitoria, che escluderebbe, dal ritorno al regime sostanziale di estinzione dei reati, tutti i processi già definiti con una condanna in primo grado. Non si può neppure trascurare che un altro dossier pure è incamminato verso l’approvazione in seconda lettura, che sarebbe definitiva: si tratta della legge sulla pubblicità delle assoluzioni, fortemente voluta da Costa e corroborata, nel voto a Montecitorio, da un ampio consenso. È un provvedimento con aspetti controversi, che chiama in causa anche il Garante della privacy, ma dal peso non trascurabile, soprattutto alla luce delle nuove linee guida varate, proprio sulla comunicazione giudiziaria, dal Csm. Riguardo al merito degli emendamenti Colosimo, che propone di modificare la legge Zanettin sul prelievo di dati dagli smartphone degli indagati, c’è una convergenza di massima con il procuratore Antimafia Gianni Melillo, ma non c’è una soluzione tecnica già condivisa tra gli alleati. Si discute ancora sull’opportunità di escludere dal nuovo regime - che imporrebbe ai pm di ottenere l’ok di un gip prima di poter setacciare i cellulari - non solo i reati da 416 bis, ma anche quelli legati ad altro genere di associazione a delinquere (finalizzata ad esempio al compimento di reati corruttivi) e ai reati che, pur commessi al di fuori del contesto associativo, arrecano comunque un vantaggio al gruppo criminale. Non c’è un punto di caduta politico, ma il lavoro diplomatico è avviato. E soprattutto, come accennato all’inizio, non prevederà più riunioni plenarie. Meglio lavorare dietro le quinte. Su questo, di sicuro, FI, Fratelli d’Italia e Lega sono perfettamente d’accordo. Non c’è e non ci sarà alcuna intesa, invece, sulla responsabilità civile dei magistrati. Nello scorso fine settimana Nordio ha ribadito la propria contrarietà all’ipotesi di rendere giudici e pm responsabili anche per l’errata interpretazione della legge. FI ha smesso di insistere affinché, sul punto, si trovi anche solo un perimetro condiviso. Ma ieri il ministro ha aperto a un “diverso approccio sui risarcimenti per le vittime di errori giudiziari”. Potrebbe trattarsi di un compromesso utile a congelare le tensioni sul tema. Tutti e tre i partiti di maggioranza si sono persuasi che è meglio trovare accomodamenti, sulla giustizia, anziché presentarsi agli elettori in un clima di inconcludente litigiosità. Se ne sono convinti per primi i berlusconiani. Non vuol dire che rinunceranno alle loro battaglie, anzi: la responsabilità civile, per FI, resterà un obiettivo. Ma almeno per ora, e probabilmente anche in vista della campagna elettorale, la questione non sarà più presentata come un elemento di divisione dagli alleati. Nel frattempo, un’occasione di convergenza più ampia sembra profilarsi - oltre che con la legge sulla pubblicazione delle assoluzioni - sulla proposta per la legge cosiddetta “Sciascia-Tortora”: domani alle 10.30, a Palazzo Theodoli-Bianchelli, nei pressi della Camera, i responsabili Giustizia e capigruppo di diversi partiti interverranno a una conferenza promossa da Benedetto Della Vedova , di +Europa, per “riportare al centro dell’agenda parlamentare un progetto che interviene su un passaggio decisivo della formazione dei magistrati: il confronto diretto con la realtà degli istituti penitenziari, prima dell’assunzione piena delle funzioni giudiziarie. Il testo”, si legge in una nota, prevede tra l’altro “un tirocinio di quindici giorni di esperienza carceraria”. All’incontro organizzato da Della Vedova insieme con l’ Associazione Amici di Leonardo Sciascia ci saranno non solo Costa, Carolina Varchi di FdI, Mara Carfagna di Noi Moderati, Roberto Giachetti di Italia Viva e i vertici delle associazioni più impegnate sul fronte garantista, dalla presidente della Fondazione Tortora Francesca Scopelliti alla vicepresidente Ucpi Giulia Boccassi e a Guido Camera di ItaliaStatodidiritto: hanno anticipato la loro adesione anche Debora Serracchiani del Pd e Fabrizio Benzoni di Azione. È un tentativo di far uscire la giustizia e il carcere dal perimetro della polemica permanente. Un metodo verso il quale sembrano prudentemente orientarsi anche i partiti dell’attuale maggioranza. Consapevoli che la prossima non sarà, probabilmente, la legislatura della giustizia, ma anche che radicalizzarsi in un senso o nell’altro finirebbe per concedere un eccessivo vantaggio ad avversari e alleati. I due Carlo Nordio di Antonio Mastrapasqua Il Riformista, 16 giugno 2026 Probabilmente aveva ragione Silvio Berlusconi, che dopo la vittoria elettorale del settembre 2022 avrebbe voluto al Ministero di Grazia e Giustizia Maria Elisabetta Casellati. Invece Giorgia Meloni, forte del suo primo premierato, impose Carlo Nordio, che era stato candidato di bandiera di Fratelli d’Italia contro la rielezione di Sergio Mattarella. D’altronde Nordio arrivava spinto dal vento delle sue lucide analisi sul malessere della Giustizia italiana, scritte regolarmente, da anni, sul Gazzettino e sul Messaggero. Un breviario di liberalismo applicato al sistema giudiziario di casa nostra, accompagnato da una manifesta ostilità contro lo strapotere dell’Anm e il suo asservimento alla politica del centro-sinistra. La sua acquisita capacità di saggista aveva persino messo in ombra il suo ricco curriculum di magistrato, procuratore della Repubblica di Venezia, implacabile inquisitore delle opacità del Pd con le coop rosse, oltre che della violenza delle Brigate Rosse. E sempre polemico con il pool di Mani pulite di Milano, a giudizio di Nordio - come dargli torto? - troppo asservito agli interessi di parte e di partito della sinistra italiana. Insomma, un campione vero della cultura della destra illuminata e ragionante, un competente protagonista della Magistratura italiana, testimone diretto dei suoi malesseri e propugnatore della sua necessità di riforma radicale. Ma all’ingresso di via Arenula non si è quasi mai presentato “quel” Carlo Nordio, quello che si era manifestato come magistrato coraggiosamente contrario allo strapotere della sinistra, e come opinionista di vaglia contro le commistioni improprie tra magistratura e politica (sempre di sinistra, ovviamente). Il sospetto che ci fosse un signor Hyde nascosto, dietro a quel dottor Jekyll che si era fatto tanto apprezzare (come magistrato e come saggista), si è insinuato presto nelle menti degli osservatori. Tranne per l’abolizione dell’abuso d’ufficio, in quattro anni da ministro, Nordio si è distinto per la sua “inconcludenza”, come è stato scritto pochi giorni fa sul “Riformista”. E per molti incidenti di percorso. Fra i più clamorosi forse, in piena campagna referendaria (poi persa, ma non solo per colpa del ministro), è stato quello di Giusi Bartolozzi. Difficile immaginare che un ministro della Repubblica possa accettare che un suo capo di gabinetto si metta a esibirsi direttamente sul palcoscenico mediatico. Prima ancora della sostanza delle dichiarazioni, Bartolozzi aveva commesso un grave peccato di “policy”. Non ci si espone più del ministro, e per la funzione tecnica ricoperta - capo di gabinetto - si assume un profilo bassissimo, quasi impercettibile al mondo. Ma Nordio ha abbozzato. Di più, ha accettato l’esuberanza della Bartolozzi, cacciata solo dopo la sconfitta referendaria, anche se ben prima avrebbe potuto essere accompagnata alla porta per assoluta insipienza istituzionale. Se l’inconcludenza amministrativa si era già manifestata, prima del referendum di marzo, Carlo Nordio non si era tirato indietro, di fronte all’opportunità di ribadire il suo pensiero, perfettamente in linea con i suoi editoriali prima di diventare ministro. Da una parte censurava esplicitamente l’aggressività verbale dei magistrati e dell’Anm, dall’altra si spingeva fino a proporre test psichiatrici ai componenti della magistratura. Peccato che a lanciare strali e proposte non era più un magistrato in pensione, trasformatosi in “opinion maker”, ma il ministro della Giustizia. Tra dire e fare, nel suo caso, non poteva restare il mare. E invece si è creato un oceano percorso da una bonaccia estenuante. Tutto fermo, tutto immobile. Tranne l’avventura della separazione delle carriere: da giocatore di poker è sembrato, poi, una sorta di “all in”. Tutto o niente. E visto che il referendum è finito come è finito, allora niente. Invece che salvare la faccia - e le sue opinioni precedenti all’incarico di ministro - Nordio dopo il referendum è sembrato più propenso a salvare la poltrona. Neanche un battito di ciglia quando è stata dimissionata la Bartolozzi. E indietro tutta su tutto. Giudice collegiale per le misure cautelari? No, come non detto. Responsabilità civile dei magistrati (rilanciata da Enrico Costa di Forza Italia)? “Non è nel programma di Governo e per me non lo sarà mai” (Nordio dixit). Anzi, ha iniziato a venire incontro alle richieste dei magistrati: magari favorendo l’innalzamento dell’età pensionabile dei giudici, da 70 a 72 anni. Una vecchia richiesta dell’Anm, che dovrebbe mettere in imbarazzo il Governo per più di un motivo: in un mondo in cui tutti reclamano il diritto di andare in pensione il prima possibile, i giudici non vogliono appendere la toga al chiodo, ma pretendono di poterla indossare ancora più a lungo. Largo ai giovani? Macché! D’altronde Nordio lo aveva detto, un anno fa: “Se dovesse vincere il ‘no’ al referendum e se ci fosse l’alleanza con la magistratura, non sarebbe una vittoria del centrosinistra, ma delle Procure e noi torneremmo ancora a una Repubblica sottomessa o condizionata dai magistrati”. Esatto. Ma non avevamo capito che parlasse di sé stesso. È possibile criticare la legge sui femminicidi senza essere Vannacci di Francesca Spasiano Il Dubbio, 16 giugno 2026 Si può discutere del nuovo reato autonomo di femminicidio senza dire la stessa cosa di Roberto Vannacci. Basta ragionare sui temi senza tabù, per ottenere persino un vantaggio: smascherare il trucchetto logico con cui il generale riesce a solleticare qualche pancia di troppo. Se molti si indignano, infatti, per l’ennesima trovata con cui il nuovo leader ha dominato il week end, qualcuno sussurra: “Sotto sotto ha ragione: perché uccidere una donna dovrebbe essere più grave che uccidere un anziano?”. Ebbene, la risposta è facile: la violenza di genere non è più grave, è semplicemente diversa. Perciò dubitare della via penale come soluzione a un’istanza culturale e sociale non significa negare un fenomeno che invece esiste, eccome. Lo dicono i numeri e le analisi serie, mica la cosiddetta “ideologia woke” a cui Vannacci vuole fare la guerra. Non a caso sul punto vanno d’accordo pure destra e sinistra, che nel nome del consenso hanno trovato l’intesa sulla battaglia comune a costo di sacrificare qualche timida (e isolata) riserva. Vannacci, da parte sua, non fa di meglio: pur di piazzarsi più a destra della destra a cui fa concorrenza, butta tutto nel calderone e ammazza il ragionamento per semplificazione. Un passo alla volta. Il primo è arrivato con l’ormai celebre intervista da Lilli Gruber, quando il generale ha messo all’indice le quote rosa perché farebbero delle donne una specie protetta da tutelare nel recinto dei panda. Poi il pezzo forte, che Vannacci si era messo via per il battesimo della sua nuova creatura all’assemblea costituente di Futuro nazionale a Roma. “Uomini e donne sono uguali, non c’è bisogno di proteggere alcuno nei confronti degli altri e quindi devono essere tutti soggetti alle stesse regole: non esiste il femminicidio. Un reato non è più o meno grave in base al sesso, al colore della pelle o alla religione di chi lo commette o di chi lo subisce: questa è la vera parità”, ci spiega il politico spogliato della divisa. “Una posizione di lavoro la si guadagna in base al merito, non in base a quello che uno ha sotto le mutande, questa è parità. Perché non mettiamo le quote rose per i fabbri o per i muratori e invece le mettiamo per i politici o i dirigenti? Così come c’è la violenza sulle donne c’è quella sugli anziani e non c’è un anzianicidio. Sono contrario al femminicidio, è un omicidio come tutti gli altri. Non c’è bisogno di una fattispecie specifica”, insiste ai microfoni dei giornalisti. Che fiutano la notizia e rilanciano. Tempo cinque minuti e scoppia la bufera. Arriva una valanga di reazioni, tutte indignate, dal centrosinistra al centrodestra. La senatrice dem Cecilia D’Elia parla di “negazionismo patriarcale”. E così pure Valeria Valente: “Le parole di Vannacci sul femminicidio ci confermano che siamo sulla strada giusta”, dice la senatrice del Pd. Per Fratelli d’Italia risponde Susanna Donatella Campione, componente della commissione Giustizia a Palazzo Madama: “La frequenza con la quale gli uomini uccidono le donne è diventata tale da indurre il legislatore a introdurre nell’ordinamento una fattispecie specifica”. “Negare il femminicidio non è pensiero forte. È nominalismo da caserma travestito da filosofia”, ragiona la deputata di Forza Italia Chiara Tenerini. Per Mara Carfagna di Noi Moderati “un raglio di un asino non cancellerà una battaglia di civiltà”. E non si sottrae alla replica neanche la senatrice leghista Giulia Bongiorno, relatrice del ddl approvato la scorsa estate all’unanimità. “Il punto non è che la morte di una donna “pesa” più di quella di un uomo, ma la gravità della spinta che porta a uccidere una donna per odio o disprezzo, ritenendola un essere inferiore. Ecco perché la critica del leader di Futuro nazionale è totalmente fuorviante - dice la presidente della Commissione Giustizia del Senato -. Spero non ci sia nostalgia per il reato previsto fino al 1981, quando venivano concesse attenuanti a chi uccideva una donna per causa d’onore”. Da allora si è fatta parecchia strada in avanti. L’emancipazione femminile ha cancellato le diseguaglianze poste per legge, ottenendo spazi e diritti. Il famoso tetto di cristallo si è infranto. Ma gli uomini continuano ad uccidere le donne per esercitare il proprio dominio. E il femminicidio, secondo studiosi e analisti, si è rivelato nella sua natura più violenta, ovvero come scheggia impazzita di un patriarcato che va in pezzi e cerca miseramente di riaffermarsi sul corpo e sulla libertà delle donne. Ecco perché si continua a ripetere che la violenza di genere non è un’emergenza ma un fenomeno strutturale, che non basta trattare con la politica criminale. E con la minaccia della pena più dura, l’ergastolo, come fa la nuova legge introducendo nel codice penale l’articolo 577-bis, che punisce chi uccide una donna quando il fatto è commesso come atto di odio o di discriminazione o di prevaricazione, di controllo, di possesso o di dominio. Ma quando mai la prospettiva del carcere ha davvero fermato la mano dell’assassino? “Il panpenalismo è vivo e vegeto e lascia in bocca l’amara consapevolezza dell’arretramento della politica di fronte ai grandi interrogativi della contemporaneità”, scriveva sul Dubbio la penalista Aurora Matteucci. Che come altri avvocati e giuristi criticava la nuova legge per ragioni molto diverse da Vannacci, a cui però continuiamo a dare molta più retta. Milano. La storia di un suicidio in una cella pensata per prevenire i suicidi ilpost.it, 16 giugno 2026 Il caso dell’uomo che girava con un machete a Milano conferma molti problemi sulle persone detenute con disagi psichici. Lamin Sonko, 31 anni, è morto l’8 giugno all’ospedale Niguarda di Milano, pochi giorni dopo aver tentato il suicidio nel carcere di San Vittore, sempre a Milano. L’uomo, di origine gambiana e affetto da problemi psichiatrici, era recluso in una cella “ad alto rischio suicidio” (CAR): sono spazi sorvegliati 24 ore su 24 e progettati per prevenire violenze e autolesionismo tra i detenuti più fragili. A San Vittore ce ne sono sei. “È la forma più avanzata di tutela che ci può essere in carcere, ma il problema è che il carcere non è il posto giusto per i pazienti psichiatrici”, ha detto un’operatrice del carcere che conosce bene il caso e che chiede di restare anonima. Persone che hanno conoscenza diretta di quello che avviene nelle CAR di San Vittore riferiscono che ci sono stati casi di detenuti nudi che evacuano nelle celle, si coprono dei propri escrementi, si fanno del male e scrivono sui muri col sangue. Per prevenire il suicidio, i detenuti vengono spesso privati dei loro abiti, delle lenzuola, di penne, accendini o lamette: nelle CAR ci sono solo un letto e un lavandino fissati al muro, senza le lenzuola. Sonko era stato arrestato il 19 maggio mentre girava per la stazione di Milano con un machete, un caso di cronaca di cui si parlò abbastanza: era arrivato in carcere in stato di agitazione e gli era stata diagnosticata una psicosi post traumatica. L’operatrice che lo ha seguito ha detto che prima di arrivare in Italia era passato dai campi di detenzione in Libia, dove vengono compiute violenze sistematiche, stupri e torture contro i migranti diretti in Europa. Sonko viveva in Italia già da qualche anno: agli operatori che lo hanno seguito risulta che in passato avesse già avuto scompensi psichici. Sonko era stato messo in cella con indosso solo le mutande, proprio per evitare che potesse usare gli altri indumenti per farsi del male: si è ucciso coi pantaloni il giorno dopo averli ricevuti indietro. Aveva già tentato di uccidersi, prima con delle lenzuola di carta e poi proprio con le sue mutande, senza riuscirci. Nei giorni prima del suicidio aveva chiesto più volte di telefonare a sua madre, ma non ci era riuscito. Il numero di telefono era salvato sul suo cellulare, ma è stato scoperto solo il giorno dopo la sua morte: per una serie di impedimenti burocratici né il personale carcerario né gli operatori erano riusciti a recuperare il cellulare per trovarlo. Sonko aveva chiesto di uscire dalla propria cella per partecipare ad alcune limitate attività previste per i detenuti delle CAR, ma non gli era stato permesso perché a causa delle sue condizioni, in quel momento, non era stato ritenuto idoneo. Il caso di Sonko è stato reso noto solo giorni dopo il suicidio dalla Casa della Carità, fondazione cattolica di Milano che lavora in carcere. Nella sezione delle celle ad alto rischio, sempre a San Vittore, si era suicidato un altro detenuto a dicembre del 2024. Secondo l’associazione Antigone, nel 2025 il 30 per cento delle persone che si sono suicidate in carcere (23 su 76 totali) era stato sottoposto durante la detenzione a misure di sorveglianza per il rischio di suicidio. Antigone si occupa di diritti delle persone detenute e ha documentato altri casi simili a quello di Sonko in passato. Le carceri italiane sono piene di detenuti con problemi psichiatrici che il carcere non ha strumenti adeguati per affrontare: il personale medico è generalmente molto carente, lavora in ambienti sovraffollati, fatiscenti e poco sicuri, per cui in moltissimi casi si limita a somministrare psicofarmaci più che offrire una vera assistenza sanitaria; la sorveglianza a vista di questo tipo di detenuti è affidata a poliziotti che non hanno le competenze per gestire il disagio psichico e non sempre riescono a individuare i segnali di un imminente suicidio; più in generale, il carcere è un luogo di detenzione e non di cura. Questa è la storia del principale e più inadeguato fornitore di servizi sanitari di salute mentale in Italia. La storia di un luogo in cui la burocrazia raggiunge i livelli di assurdo più assurdi. La storia di un’istituzione che dovrebbe aiutare le persone che ospita e invece. Il carcere di San Vittore è uno dei più sovraffollati d’Italia. Al Post risulta che al momento ci siano circa 200 detenuti con problemi psichiatrici, più o meno un quinto del totale. Negli ultimi anni il carcere si è dotato di alcuni strumenti in più per affrontare il problema rispetto al passato: ha istituito un gruppo multidisciplinare che ogni settimana si riunisce per valutare le condizioni e il trattamento dei vari detenuti, e ha ristrutturato le sei celle della sezione CAR per ammodernarle e dotarle di uno spazio in cui le persone detenute possano svolgere delle attività. Nessuna di queste misure, però, è sufficiente per riuscire a gestire un problema che non riguarda solo San Vittore ma tutte le carceri. Per alcuni tipi di detenuti con disturbi mentali in Italia esistono le Rems (Residenza per l’esecuzione delle misure di sicurezza), strutture che dal 2014 sono progressivamente subentrate agli ospedali psichiatrici giudiziari. Le Rems però sono poche, con liste d’attesa molto lunghe e requisiti molto rigidi: dovrebbero ospitare le persone che non sono giudicabili nei processi per i reati che hanno commesso perché ritenute incapaci di intendere e di volere, ma che al tempo stesso vengono giudicate socialmente pericolose. Il procedimento per entrarci è lungo e richiede una perizia, ancora prima della lista d’attesa. All’esterno del carcere i servizi psichiatrici territoriali sono carenti, soprattutto per le persone straniere irregolari. A San Vittore oltre il 66 per cento delle persone detenute è straniero: sia lì che in altre carceri non è raro che la visita medica che viene fatta all’ingresso del carcere sia la prima volta che un detenuto vede un medico in Italia. Il risultato è che in moltissimi casi finiscono in carcere persone che non dovrebbero starci, o che comunque, a parità di reato commesso, andrebbero seguite con misure diverse dal solo contenimento. Negli ultimi anni l’Italia è stata condannata in più di un’occasione dalla Corte europea dei diritti dell’uomo per il trattamento di detenuti con problemi psichiatrici in carcere: o per l’assenza di interventi terapeutici adeguati, o perché le condizioni psichiche dei detenuti venivano ritenute incompatibili col carcere. L’ultima condanna è stata una decina di giorni fa. Milano. In cella senza cure. Faro su Opera per due nuovi casi di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 16 giugno 2026 Collirio negato a un detenuto al 41bis, allarme dei familiari per un altro recluso che riporta lividi per i continui svenimenti. Due associazioni, a pochi giorni di distanza, hanno scritto alle autorità per la salute di altrettanti detenuti della Casa di reclusione di Milano Opera. La prima riguarda Tommaso Costa, recluso al 41-bis, a cui da circa due mesi sarebbe negato il collirio che serve a tenere sotto controllo una malattia autoimmune agli occhi. La seconda riguarda Giuseppe Scalia, che continua a perdere conoscenza e a cadere a terra, e che in una videochiamata è apparso ai familiari con il volto pieno di ematomi. Due storie diverse, lo stesso istituto, lo stesso nodo: l’accesso alle cure di chi vive privato della libertà. Opera da mesi è al centro della cronaca per diversi problemi, da presunti abusi, a problemi sanitari. È uno degli istituti più grandi e affollati d’Italia, dove convivono le sezioni di alta sicurezza e quella del 41-bis, e dove più volte medici, garanti e associazioni hanno acceso i riflettori sulle condizioni sanitarie dei reclusi. Il sovraffollamento delle carceri nostrane ha da poco superato una soglia simbolica, con un tasso reale che a inizio giugno è andato oltre il 140 per cento della capienza, e i numeri di Opera restano fra i più pesanti. Su questo sfondo la sanità è il fronte più esposto, perché ogni reparto sovraccarico si traduce in visite rinviate, esami che slittano, terapie che faticano ad arrivare. Le due segnalazioni di questi giorni si inseriscono in quel quadro, e lo fanno toccando il punto più delicato: il diritto alla salute di persone che, nonostante appartenga al sistema nazionale sanitario, restano in balia delle autorizzazioni da parte dell’amministrazione penitenziaria. La segnalazione su Tommaso Costa porta la firma dell’associazione Yairaiha, attraverso la legale rappresentante Sandra Berardi, ed è stata inviata il 7 giugno al Garante nazionale, al magistrato di sorveglianza di Milano, al ministero della Giustizia, al Dap, al provveditorato della Lombardia, all’Ats e alle direzioni di Opera e di Viterbo. Costa, nato a Siderno nel 1959, è stato trasferito da Viterbo a Opera e si trova al 41-bis. È riconosciuto invalido civile, con una riduzione permanente della capacità lavorativa fra il 74 e il 99 per cento, e portatore di handicap ai sensi della legge 104. Soffre di una sindrome di Sjögren con xeroftalmia e xerostomia, una patologia autoimmune cronica che secca gli occhi e la bocca e che richiede presidi continuativi. A questo, riferisce il familiare, si aggiungono la sindrome delle gambe senza riposo, una grave ipertensione e pregressi episodi ischemici. Il collirio che non arriva - A Viterbo, racconta il figlio e tutore legale Giampietro Costa, il padre era seguito dall’area sanitaria e riceveva le terapie e i presidi di cui ha bisogno. I problemi sarebbero cominciati con il trasferimento a Opera. Da allora verrebbe negata l’autorizzazione ad avere e a usare proprio il collirio che serve a trattare la xeroftalmia legata alla malattia. Chi convive con questo tipo di disturbo sa bene quanto la cosa sia devastante. L’occhio secco grave non è un fastidio passeggero, è bruciore costante, sensazione di sabbia sotto le palpebre, fastidio alla luce, vista che si annebbia, dolore che non passa. Senza lacrime artificiali la superficie dell’occhio si infiamma e si rovina, fino al rischio di lesioni alla cornea, e ogni giorno senza la goccia giusta lascia un segno che poi non si recupera. Lo dice in modo asciutto la stessa segnalazione, quando ricorda che il collirio “non costituisce un presidio destinato al mero benessere personale, bensì uno strumento terapeutico indispensabile per il controllo di una patologia cronica documentata, volto a prevenire dolore persistente, infiammazioni oculari, lesioni corneali e progressivo aggravamento delle condizioni cliniche”. C’è poi un secondo aspetto che l’associazione mette in fila. Il rifiuto del collirio non sarebbe accompagnato da nessun atto scritto. La motivazione, una presunta mancanza o incompletezza della documentazione arrivata da Viterbo, sarebbe stata comunicata soltanto a voce. È un dettaglio che pesa, perché senza un provvedimento scritto il detenuto non può conoscere le ragioni del no, non può contestarlo e non può portarlo davanti al magistrato di sorveglianza. Gli viene tolta la possibilità stessa di difendersi. Yairaiha aggiunge di aver ricevuto nel tempo altre segnalazioni simili, sempre da Opera, su decisioni mai messe nero su bianco. E ricorda che, anche se la documentazione fosse davvero incompleta, questo non potrebbe mai tradursi nello stop alle cure, perché l’obbligo di garantire la continuità terapeutica resta in capo all’amministrazione e alla sanità penitenziaria. Nel testo vengono richiamati l’articolo 32 e l’articolo 24 della Costituzione, l’articolo 11 dell’ordinamento penitenziario e l’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. L’associazione chiede di verificare con urgenza la situazione sanitaria di Costa, di recuperare la documentazione preparata a Viterbo e quella relativa al trasferimento, e di capire perché terapie e presidi già disponibili nell’istituto di partenza non risultino oggi garantiti a Opera. Il secondo caso: svenimenti e lividi in videochiamata - La seconda segnalazione è arrivata dall’associazione Quei Bravi Ragazzi Family e riguarda Giuseppe Scalia, anche lui detenuto a Opera. A scrivere alle autorità è l’avvocata Guendalina Chiesi, difensore di fiducia e vicepresidente dell’associazione, che ha chiesto con urgenza una rivalutazione clinica complessiva e accertamenti specialistici. Il quadro descritto dalla documentazione sanitaria è pesante: fibrillazione atriale, una cardiopatia aritmogena con un loop recorder impiantato per monitorare il cuore, broncopneumopatia cronica con insufficienza respiratoria e bisogno di ossigeno, apnee nel sonno, diabete, obesità, ipertensione, steatosi epatica, noduli polmonari. La stessa cartella lo qualifica come paziente ad alto rischio cardiologico, da tenere sotto controllo costante. A spaventare di più sono però gli episodi in cui Scalia perde conoscenza. Secondo quanto riferiscono i familiari e riporta il legale, continuano a ripetersi: il detenuto sviene all’improvviso e cade a terra, riportando traumi e lesioni. In una recente videochiamata è apparso ai parenti con segni evidenti delle ultime cadute, ecchimosi ed ematomi sul volto, soprattutto intorno agli occhi, e ferite alle braccia e alle gambe. Immagini che hanno spaventato la famiglia, preoccupata che dietro quei mancamenti ci sia qualcosa di cardiologico o cerebrovascolare non ancora chiarito. Per l’avvocata Chiesi gli svenimenti che continuano impongono altri esami per escludere aritmie non documentate, eventi ischemici cerebrali, attacchi ischemici transitori, fenomeni embolici. La difesa avverte che una prossima caduta potrebbe avere conseguenze irreversibili, dai traumi cranici alle fratture, rese più pericolose dall’età e dalle tante malattie. La richiesta è quella di una rivalutazione immediata, di accertamenti cardiologici, neurologici e pneumologici, della lettura dei dati registrati dal loop recorder e della valutazione di un ricovero in una struttura ospedaliera esterna. La segnalazione è stata mandata anche ai garanti delle persone private della libertà e all’autorità di sorveglianza. La presidente dell’associazione, Nadia Di Rocco, ricorda che il diritto alla salute fissato dall’articolo 32 della Costituzione vale per tutti, anche per chi è recluso, e tanto più quando si tratta di persone fragili. Due nomi, due malattie, un solo istituto, e la stessa domanda che torna: quanto la cura riesca davvero a varcare i cancelli di Opera. Così come in tante altre carceri. Modena. Rivolta in carcere, nuova udienza sulle presunte torture di Giulia Bondi rainews.it, 16 giugno 2026 A Modena forse l’ultimo atto di una inchiesta partita più di sei anni fa. Per la Procura bisogna archiviare tutto. Sono passati più di sei anni ma è ancora davanti al giudice per le indagini preliminari la vicenda delle presunte torture sui detenuti durante la rivolta del carcere di Modena dell’8 marzo 2020. Per due volte la Procura modenese ha chiesto di archiviare, ritenendo inattendibili le denunce. I legali dei detenuti si erano subito opposti e nel 2024 la giudice Clò aveva imposto un supplemento di indagini, che però non ha cambiato la richiesta degli inquirenti: archiviare. Oggi, dopo una serie di rinvii, una nuova udienza, forse l’ultima. In aula ci sono alcuni degli agenti di Polizia penitenziaria indagati, insieme ai loro legali, a quelli dei detenuti e dell’associazione per i diritti umani Antigone, che nell’ultima udienza hanno presentato nuove indagini difensive. “Siamo stati picchiati dopo che ci eravamo già consegnati”, questi i racconti dei detenuti, in alcuni casi accompagnati da certificati medici. Per le pm però i loro esposti non sono credibili, ed è comunque impossibile accertare un nesso causale tra le lesioni e le eventuali condotte illecite degli agenti. Nella rivolta morirono anche 9 detenuti, che avevano assunto dosi massicce di metadone e farmaci, ma per la giustizia italiana - che ha archiviato tutto - nessuno è responsabile di quelle morti. Resta aperto solo un ricorso davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Nulla si sa invece dell’inchiesta sui rivoltosi che hanno devastato il carcere - circa 70: l’indagine, formalmente, non risulterebbe ancora conclusa. Alessandria. Carceri, al San Michele un terzo di tutti i detenuti al 41 bis di Adelia Pantano La Stampa, 16 giugno 2026 Le stime parlano dell’arrivo di almeno 200 detenuti, ma nessuno conferma. Il sindaco: “Continuiamo ad aspettare risposte. Non siamo mai stati convocati”. Nessuna comunicazione ufficiale dal ministero della Giustizia, nessun confronto con il territorio e molte incognite sulle conseguenze organizzative e di sicurezza. Attorno alla trasformazione del carcere di San Michele in uno dei principali poli italiani destinati ai detenuti sottoposti al regime del 41 bis continuano a concentrarsi le preoccupazioni di amministratori locali ed esponenti del Pd. Il tema è tornato al centro della visita compiuta ieri 15 giugno negli istituti penitenziari alessandrini dalla vicepresidente del Senato Anna Rossomando, dal deputato Federico Fornaro, dal sindaco Giorgio Abonante e da una delegazione dei Giovani democratici. A rilanciare le criticità è stato soprattutto Fornaro, che da mesi chiede chiarimenti al Governo. “Il problema è innanzitutto di trasparenza e programmazione”, ha detto. Secondo quanto emerso, il carcere alessandrino dovrebbe ospitare una quota rilevante dei detenuti italiani sottoposti al regime speciale. “Le stime parlano di una presenza compresa tra un quarto e un terzo dell’intera popolazione detenuta al 41 bis in Italia”, ha ricordato il parlamentare. In pratica, circa il 30% dei detenuti sottoposti al regime speciale verrebbe concentrato nella struttura alessandrina. Tante perplessità - Un dato che alimenta le perplessità del Pd. “Quello che ci ha lasciato basiti - ha sottolineato Rossomando - è il fatto che si cambia una struttura come San Michele, con lavori necessari per adeguarla a un regime di sicurezza diverso, e contemporaneamente non si immagina di intervenire sul Cantiello e Gaeta”. Fornaro ha poi aggiunto: “È una trasformazione epocale che avrà conseguenze sul carcere, sulla città e sugli altri istituti della zona”, evidenziando l’assenza di un confronto preventivo con enti locali, direzioni penitenziarie e volontariato. L’annuncio del provveditore regionale - Dopo l’annuncio di marzo del provveditore dell’amministrazione penitenziaria del Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta, Mario Antonio Galati, sull’arrivo di circa 200 detenuti al 41 bis entro l’estate, non sono arrivate comunicazioni ufficiali da parte del Ministero. Il sindaco - Lo ribadisce anche il sindaco Giorgio Abonante, rimarcando come il Comune non abbia mai ricevuto informazioni formali. Il primo cittadino ha ricordato di aver scritto anche al ministro Carlo Nordio chiedendo chiarimenti sugli investimenti per il Don Soria, sul futuro del tribunale e sulle modalità di gestione dell’arrivo dei detenuti sottoposti al 41 bis. “Attendiamo ora un incontro con il sottosegretario Balboni. Sono questioni che poniamo da tempo e sulle quali continuiamo ad aspettare risposte”, ha aggiunto. Preoccupazioni - Tra le principali preoccupazioni ci sono gli aspetti organizzativi e di sicurezza. “Quando i detenuti dovranno uscire per motivi sanitari, come verranno gestiti? Noi dobbiamo organizzare la città. Ad oggi non è mai stata convocata una riunione a livello locale per affrontare questi aspetti”, ha rimarcato. Infine il riferimento al centrodestra. “Alessandria sta vivendo un cambiamento epocale con l’arrivo del 41 bis, la necessità di interventi sul Don Soria e le criticità che riguardano il tribunale - ha concluso Abonante -. Sono temi che richiederebbero una presa di posizione chiara e una voce forte da parte dei rappresentanti del centrodestra a tutti i livelli. Vedo invece molta attenzione verso questioni certamente importanti, come l’asfaltatura di una strada, ma credo che amministrare una città oggi significhi confrontarsi soprattutto con sfide di questa portata”. Rovigo. Il nuovo carcere per i minori. “Dedicato a Antonio Vivaldi” Corriere del Veneto, 16 giugno 2026 Dall’inaugurazione dello scorso gennaio mancava solo la targa del nuovo carcere minorile intitolata al compositore Antonio Vivaldi per chiudere il cerchio. E ieri mattina c’è stata la scopertura della targa all’ingresso di via Mazzini della struttura, alla presenza del sottosegretario alla Giustizia Andrea Ostellari e del Capo del Dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità, Antonio Sangermano. “L’intitolazione dell’istituto ad Antonio Vivaldi richiama un’idea precisa: coniugare la detenzione con la rieducazione ha dichiarato Ostellari - Vivaldi è un simbolo di ingegno, profondamente legato a questo territorio, e rappresenta il valore dell’arte come strumento di crescita e cambiamento”. Al momento, al “Vivaldi” lavorano 34 agenti sui previsti 47 e i detenuti sono 27, vicini alla capienza massima di 31. Il nuovo Istituto penitenziario minorile (Ipm), che sorge sull’ex casa circondariale a fianco del Palazzo di Giustizia, si estende su una superficie complessiva di circa 7.000 metri quadrati, di cui 4.000 destinati agli immobili e 3.000 alle aree esterne. Gli spazi comprendono aree verdi, una palestra esterna e campetti per le attività sportive, con l’obiettivo di coniugare sicurezza, funzionalità e percorsi educativi. Viterbo. Sanità, Anastasìa: “La popolazione detenuta ha una sua particolare fragilità” garantedetenutilazio.it, 16 giugno 2026 Il Garante è intervenuto al convegno “La medicina delle fragilità”, un confronto interdisciplinare sulla presa in carico delle persone vulnerabili che si è svolto nell’Aula magna dell’università della Tuscia. “Continuo a pensare che la riforma che ha dato alle Asl la responsabilità dell’assistenza sanitaria all’interno del carcere sia stata una riforma fondamentale, che ha riconosciuto la parità di trattamento tra le persone detenute e le persone libere”. Così il Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione Lazio, Stefano Anastasìa, nel corso del suo intervento nella mattinata d’apertura del convegno specialistico “La medicina delle fragilità: l’importanza delle contaminazioni nell’era della medicina interdisciplinare”, promosso dalla Asl di Viterbo, che si è svolto mercoledì 10 e giovedì 11 giugno nell’Aula magna dell’Università degli studi della Tuscia. “Fare assistenza sanitaria all’interno delle carceri - ha proseguito Anastasìa - è molto difficile, non soltanto per le emergenze, il sovraffollamento, le difficoltà di gestione di spazi in cui ci sono troppe persone, spesso con una difficoltà da parte dell’amministrazione a tenere quegli spazi in condizioni igienico-sanitarie adeguate, ma anche perché, appunto, la popolazione detenuta è una popolazione che ha una sua fragilità particolare. Le persone detenute hanno una storia particolare, una storia in cui spesso la cura della persona è stata l’ultima delle preoccupazioni. Ma poi, quando entra in carcere, la persona detenuta manifesta una particolare ipocondria: tutti i sintomi che quando era fuori non sentiva improvvisamente si manifestano e diventano una domanda di assistenza, di cura, di salute. È una domanda - ha concluso Anastasìa - che voglio dire benvenuta, perché ci consente, almeno in quella circostanza, di rilevare dei bisogni di assistenza che altrimenti resterebbero dimenticati”. Sviluppato attorno al tema della presa in carico delle persone più fragili attraverso un modello di cura integrato e multidisciplinare, il convegno ha riunito a Viterbo professionisti provenienti da diverse realtà territoriali e ambiti specialistici, con l’obiettivo di favorire il confronto tra competenze differenti e promuovere percorsi condivisi di prevenzione, diagnosi e cura rivolti alle persone in stato di detenzione, ai soggetti con dipendenze, ai pazienti con disagio psicologico e con patologie psichiatriche. Ad aprire i lavori della prima giornata è stato il direttore generale della Asl di Viterbo, Egisto Bianconi, il quale ha sottolineato che “prendersi cura delle fragilità significa mettere al centro la persona nella sua complessità”. Il programma scientifico si è poi sviluppato attraverso sessioni dedicate alle malattie infettive, alla salute in carcere, alle nuove strategie terapeutiche per Hiv ed epatite C e ai percorsi integrati nell’ambito della salute mentale. “La complessità clinica e sociale delle persone fragili- ha spiegato Giulio Starnini, direttore della unità operativa di medicina protetta della Asl di Viterbo e componente del comitato scientifico del convegno insieme a Stefania Farinelli, Fabrizio Ferri e Cristiana Morera- richiede oggi la capacità di mettere in relazione esperienze e professionalità diverse. Il concetto di ‘contaminazione’ che abbiamo voluto richiamare nel titolo dell’iniziativa rappresenta proprio la necessità di superare ogni compartimento, favorendo un dialogo costante tra discipline, territori e servizi. La fragilità non è una condizione che riguarda soltanto la malattia, ma coinvolge aspetti sociali, psicologici e relazionali. Per questo motivo la risposta sanitaria non può che essere interdisciplinare, fondata sulla collaborazione tra professionisti e sulla costruzione di reti capaci di garantire percorsi di cura efficaci e liberi da stigma e pregiudizi”. Roma. Rebibbia, presentazione del libro “Oltre il reato la persona”, curato da suor Emma Zordan Ristretti Orizzonti, 16 giugno 2026 Giovedì 18 giugno alle ore 9,30 al Teatro della Casa di Reclusione di Rebibbia si terrà la presentazione del volume “Oltre il reato la persona”, curato da suor Emma Zordan che da oltre dieci anni, volontaria in quell’istituto penitenziario, gestisce un laboratorio di scrittura creativa con le persone detenute. Dopo qualche anno di interruzione si torna a presentare all’interno della Reclusione di Rebibbia il volume che raccoglie le loro testimonianze. Oltre alla direzione dell’istituto penitenziario e alla curatrice, interverranno alla presentazione alcuni dei partecipanti al laboratorio di scrittura, la presidente del Tribunale di Sorveglianza di Roma, dott.ssa Marina Finiti, e il vicario della diocesi di Roma, cardinale Ubaldo Reina. L’incontro, che si concluderà con la consegna del libro e di un dono agli autori delle testimonianze, sarà anche l’occasione per festeggiare e ringraziare suor Emma Zordan per il suo generoso impegno di volontaria alla casa di Reclusione di Rebibbia, riconosciuto e apprezzato anche dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che per questo ha conferito alla religiosa il titolo di Commendatore della Repubblica Italiana.” Cagliari. Oltre le sbarre, percorsi di rinascita kalaritanamedia.it, 16 giugno 2026 Dall’assistenza ai detenuti più fragili ai percorsi di reinserimento sociale, fino al sostegno delle relazioni familiari. Sono molteplici le iniziative promosse dalla Chiesa di Cagliari nel mondo penitenziario grazie anche ai fondi dell’8xmille alla Chiesa cattolica. Un impegno che mette al centro la persona e la sua dignità, nella convinzione che nessuno possa essere identificato soltanto con il proprio errore. “Anche nelle difficoltà la dignità umana e la speranza non vanno mai perdute”. È a partire da queste parole di Papa Leone che don Gabriele Iiriti, cappellano della Casa circondariale di Uta e responsabile della pastorale penitenziaria diocesana, racconta il senso del lavoro che quotidianamente viene svolto all’interno e all’esterno degli istituti di pena del territorio. Un impegno reso possibile anche grazie ai fondi dell’8xmille, che consentono di sostenere attività e progetti rivolti a persone che spesso si trovano a vivere condizioni di forte fragilità sociale ed economica. “Il carcere è una realtà complessa e spesso drammatica - spiega don Iiriti -. Molte persone vi entrano all’improvviso, senza avere neppure il tempo di preparare una borsa con gli effetti personali. Non di rado arrivano prive del necessario, senza il sostegno di una rete familiare e in condizioni di estrema vulnerabilità”. Per rispondere a queste necessità, la Caritas diocesana e i volontari impegnati nella pastorale penitenziaria gestiscono un servizio di distribuzione di beni essenziali per affrontare la quotidianità della detenzione. Un sostegno particolarmente importante per le persone indigenti e per molti detenuti stranieri che non possono contare sull’aiuto dei familiari. Accanto al sostegno materiale, un capitolo fondamentale riguarda il reinserimento sociale. La pastorale penitenziaria, in collaborazione con la Caritas e le comunità ecclesiali, promuove percorsi che consentono ai detenuti di accedere a misure alternative alla detenzione e di sperimentare gradualmente il ritorno alla vita sociale. “Le misure alternative rappresentano una grande opportunità - sottolinea don Iiriti -. Permettono alle persone di mettersi alla prova in contesti positivi, di offrire il proprio contributo nelle parrocchie, negli oratori o nelle opere caritative e, allo stesso tempo, consentono alle comunità di conoscere storie e volti che spesso restano nascosti dietro lo stigma della detenzione”. Si tratta di un’esperienza che genera benefici reciproci: da una parte il detenuto trova occasioni concrete di responsabilizzazione, dall’altra la comunità è chiamata a esercitare accoglienza e fiducia, contribuendo a costruire percorsi di inclusione. Tra le realtà che operano in questa direzione c’è la Casa di accoglienza “Leila Orrù e Martini”, promossa dalla Caritas diocesana. La struttura ospita detenuti in permesso premio, offrendo loro un luogo dove poter trascorrere alcuni giorni insieme ai propri familiari. “La nostra missione è restituire speranza alle relazioni”, racconta il responsabile Adrian Mattei. “Molte persone detenute hanno famiglie che vivono lontano o che non dispongono delle risorse necessarie per accoglierle durante i permessi. La casa diventa allora uno spazio di incontro e di ricostruzione dei legami affettivi”. Sono esperienze che lasciano il segno. Genitori che possono riabbracciare i figli senza la rigidità e i limiti imposti dai colloqui in carcere, coppie che ritrovano momenti di quotidianità condivisa, famiglie che hanno l’opportunità di ricominciare a dialogare. Nella casa operano anche numerosi volontari che accompagnano gli ospiti nella vita quotidiana, contribuendo a creare un clima familiare e di fiducia. Alla base del loro servizio vi è una scelta precisa: ascoltare senza giudicare. “Quando incontriamo una persona detenuta - osserva Mattei - siamo spesso portati a fermarci all’errore che ha commesso. Noi cerchiamo invece di guardare la persona nella sua interezza, ascoltando la sua storia e il suo desiderio di ricostruire il futuro”. Qualità, rigore e relazione per salvare il giornalismo di Marco Ferrando Avvenire, 16 giugno 2026 In Italia cala ancora l’interesse e la fiducia nell’informazione, ma non tutto è perduto: il Digital News Report Italia 2026 rivela che la crisi di attenzione è diventata crisi di relazione. C’è vita, su Marte. E non è scontato, perché in questo caso il pianeta in questione è quello inospitale dell’informazione. Le notizie interessano sempre meno (ormai siamo al 34% degli italiani, contro il 74% del 2016) e anzi fanno “scappare” ormai il 36% delle persone, ma se guardiamo sotto la superficie di trend ormai consolidati ecco che qualche segnale di vita c’è. E prende forma in quella che il Digital News report Italia pubblicato oggi definisce “crisi della relazione”: si tratta, in fondo, della naturale evoluzione della “crisi dell’attenzione” di cui i social sono stati un po’ causa e un po’ effetto, e con cui ormai abbiamo imparato a convivere. Cercando, ritagliandoci il meglio. È come se la parte più “lucida” del pubblico, spesso quella più giovane perché nativa digitale, avesse ormai imparato a distinguere i luoghi dai contenuti. Per questa parte di utenti “le piattaforme social, i motori di ricerca, gli aggregatori, i creator e i chatbot di IA non sono semplici canali di distribuzione, ma ambienti che orientano tempi, forme e modalità di accesso alle notizie”, spiega Alessio Cornia, docente all’Università di Dublino e coordinatore della ricerca curata dal Master in Giornalismo dell’Università di Torino: all’interno di questo ambiente, poi, ciò che si cerca è “affidabilità, verifica, imparzialità e competenza, ma anche chiarezza, accessibilità e capacità di spiegare”. Qui si apre la sfida per giornalisti, editori, influencer, creator: chi ha qualcosa da dire, ma anche qualcosa da “dare” al pubblico, costruendo una vera e propria relazione fatta non solo di racconto ma anche di ascolto, scambio, incontro. Va da sé che ognuno se la gioca come sa, e come vuole. Ma la ricerca offre qualche indizio che merita di essere sviluppato: il 55% del pubblico preferisce testate imparziali, il 15% cerca notizie da fonti che mettano in discussione il suo punto di vista, solo il 12% dice di preferire fonti affini. Segnali potenzialmente significativi di saturazione da brusìo, effetti speciali, messaggi urlati. Tra le buone notizie, che restano pur sempre una minoranza dentro a una fotografia fatta più da ombre che da luci, svetta il risveglio di interesse dei più giovani (18-24 anni) per l’informazione e persino per la politica: il 28% di loro si dichiara “molto o estremamente interessato”, contro una media complessiva del 16%. E per chi ha a cuore la sostenibilità, il bicchiere è in gran parte vuoto (solo l’8% degli italiani è disposto a pagare per informarsi, la metà del 2016), ma se si analizza quel poco che rimane qui dentro cresce il numero di coloro che non disdicono il proprio abbonamento digitale (dal 31% del 2025 al 43% di quest’anno). E gli under 35 confermano una maggiore propensione a pagare un abbonamento, anche per opzioni meno “tradizionali”, come creator o testate native digitali. Infine, il 38% degli italiani indica una motivazione ideale, oltre a una qualche utilità, come fattore decisivo. Considerando tutte le fonti utilizzate nella settimana precedente, l’online consolida il vantaggio sulla TV: le fonti digitali salgono al 69%, mentre la televisione scende al 62%. Come fonte principale, però, la TV resta al primo posto (48% contro 45% dell’online): solo Italia e Francia mantengono questa prevalenza tra i paesi benchmark. I social media salgono al 45% nell’uso settimanale (+6 punti) e raggiungono il 22% come fonte principale, dopo tre anni fermi al 17%. Dunque la TV resiste, ma YouTube entra nel salotto: il dispositivo Smart TV usato dal 46% degli italiani per informarsi, e quasi la metà dei suoi utenti vi accede prevalentemente tramite YouTube o altre app video - non attraverso i canali televisivi tradizionali. Il televisore diventa così schermo per contenuti approfonditi e spiegazioni video di formato medio-lungo. All’opposto, i video brevi sui social - dominanti su Instagram, TikTok e Facebook - sul fronte dell’informazione segnano il passo: consumati, ma non percepiti come strumento informativo di primo piano. E qui si apre il capitolo influencer e creator, da cui si cerca chiarezza oltre che effetti speciali: il 36% degli italiani ha fruito di notizie da creatori di contenuti o singoli giornalisti nell’ultima settimana, con punte del 66% tra i 18-24enni e del 53% tra i 25-34enni. I dati mostrano che il pubblico fatica talvolta a distinguere tra giornalismo ed entertainment, ma esprime un bisogno preciso: spiegazioni chiare, coinvolgenti, capaci di contestualizzare. La brevità non è un valore assoluto: pesano di più la qualità e la capacità di dare senso ai fatti. I creator non sostituiscono il giornalismo professionale - solo il 5% di chi li segue dichiara di non sentire il bisogno di altre fonti - ma indicano aspettative che le testate farebbero bene ad ascoltare. A “Più libri più liberi” nessuna censura, chiesto solo il rispetto della Costituzione di Giansandro Merli Il Manifesto, 16 giugno 2026 Dopo le polemiche dello scorso anno non è previsto il diritto di prelazione per gli stand 2025. Nessun “patentino” ma una semplice dichiarazione: “Riconoscere e condividere i valori antifascisti alla base dell’ordinamento democratico della Costituzione Italiana”. Ha chiesto solo questo l’Associazione italiana editori (Aie) agli espositori che vogliono partecipare all’edizione 2026 della fiera “Più libri più liberi”, che come ogni anno si terrà a Roma. Tanto è bastato per far partire all’attacco la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. La mail era stata recapitata il 10 giugno a tutti gli interessati (diverse centinaia). La premier ha atteso quattro giorni, poi domenica ha tuonato sui social: “La cancellazione delle idee non di sinistra, camuffata da lotta antifascista, è un vecchio vizio della sinistra, ma è una storiella alla quale ormai non crede più nessuno”. Va sottolineato che l’Aie è un ente privato e costituisce la più antica organizzazione di categoria: nata nel 1869, rappresenta oggi “oltre il 90% del mercato librario italiano” (così recita il sito). Tra le varie cose ha partecipato alla fondazione di Confindustria. Non esattamente il profilo di un covo di estremisti, insomma. Tanto che alla stessa pagina cinque del modulo trasmesso agli espositori chiede anche di affermare: i valori e i principi espressi nella Costituzione Italiana, nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea e nella Dichiarazione universale dei diritti umani; i principi di libertà di pensiero e di stampa, di tutela della dignità umana e di libertà della persona senza alcuna distinzione per ragioni di etnia, colore, sesso, lingua, religione, opinione politica o altro; il rifiuto di ogni forma di discriminazione e di incitamento all’odio; il rispetto delle leggi su diritto d’autore, pubblica sicurezza, prevenzione incendi, igiene e sicurezza sul lavoro e la condivisione del regolamento generale della fiera. Nulla di eversivo. E però, il giorno dopo la marcia neofascista per la remigrazione, l’espressione “valori antifascisti” deve essere sembrata alla premier un buon gancio per coprirsi a destra dai vannacciani e soffiare sulla fiamma identitaria. Nonostante la fiera è in calendario tra sei mesi, meglio battere il ferro finché è caldo. Probabilmente gli organizzatori di Plpl speravano che la mossa potesse evitare quanto accaduto lo scorso anno, quando la partecipazione della casa editrice di estrema destra Passaggio al bosco aveva scatenato critiche, sottrazioni, chiusure degli stand e un corteo interno di protesta. In quel caso l’Aie aveva difeso la sua scelta, anche se qualche ripensamento deve averlo avuto. Tanto che a pagina tre del modulo di adesione si legge: “Diversamente dalle precedenti edizioni, non è previsto il diritto di prelazione sullo spazio occupato nel 2025”. Nessun automatismo, ma nemmeno qualche forma di censura. Semplicemente un maggior controllo dei materiali esposti a partire da un elemento che dovrebbe essere scontato: l’antifascismo. La linea rossa che rende possibile la libertà di pensiero e quella di espressione. Ma i tempi sono quel che sono e gli animi si surriscaldano comunque. Stavolta si sono scomodati perfino i vertici del governo, che pure sulla Costituzione antifascista avrebbero giurato. Almeno una cosa può rincuorare gli organizzatori: dicembre è lontano e tra gli stand carichi di libri i lettori non ricorderanno nulla di questa polemica strumentale. Sarebbe auspicabile, invece, non la dimenticassero gli elettori, quando saranno chiamati alle urne. Processo alle proteste per Cospito: la procura chiede 5 assoluzioni su 6 di Bianca Caramelli Il Manifesto, 16 giugno 2026 Cadono le accuse più pesanti, al massimo arriverà una sola condanna a 18 mesi. Sei anarchici, tre episodi, un solo imputato a rischio condanna. La procura di Bologna ha depositato ieri le sue richieste nel processo nato dopo alcuni fatti verificatisi nel 2022 a favore di Alfredo Cospito e contro il regime duro del 41 bis. I pm hanno chiesto diciotto mesi per solo una delle persone a processo, accusata di aver danneggiato due ripetitori internet nella località di Sasso Marconi, che nel maggio 2022 furono incendiati. Per gli altri cinque imputati, invece, la richiesta è stata quella di assoluzione, con formule diverse a seconda della vicenda per cui erano stati accusati. “Il fatto non sussiste” per chi era finito a processo dopo il blitz nella chiesa del Sacro Cuore di Bologna, dove un gruppo di attivisti aveva fatto irruzione durante la messa della domenica il 27 novembre 2022. “Per non aver commesso il fatto” per chi invece era stato portato in tribunale a causa dell’episodio in cui alcuni anarchici erano saliti su una gru in piazza della Mercanzia, proprio sotto le famose Due torri. Ora, la decisione finale sta alla giudice Nicolina Polifroni, che potrà emettere la sentenza dopo aver ascoltato le arringhe della difesa il 1 luglio. Del processo in questione, che si avvia verso la conclusione del primo grado di giudizio, si era già discusso per via della pesante portata delle accuse iniziali. All’avvio del procedimento infatti gli indagati erano una ventina e a molti di loro era stata contestata l’associazione con finalità di terrorismo. Poi, questi capi d’accusa più gravi erano caduti, fino ad arrivare al numero attuale di imputati. Al centro di tutto c’è la figura di Cospito, visto che la sua detenzione in 41 bis e il suo sciopero della fame accesero molte proteste, tra cui rientrano anche i fatti al vaglio del tribunale. D’altra parte, proprio in questo processo lo stesso Cospito è stato chiamato a testimoniare in videocollegamento durante l’ultima udienza, tenutasi lo scorso 18 maggio. “L’isolamento è un’esperienza traumatizzante”, ha affermato in quell’occasione, dicendosi emozionato nel rivedere le facce dei suoi compagni. Questi ultimi, dal canto loro, avevano detto di non essersi mai pentiti di quella stagione, in un testo unitario che avevano letto al giudice all’apertura del dibattimento, ribadendo “simpatia verso ogni azione fatta nel mondo in quei mesi di sciopero della fame, a fianco di Alfredo Cospito e degli altri prigionieri per contrastare il 41 bis”. Le azioni di solidarietà a sostegno dell’anarchico hanno già portato a sentenze in diverse città italiane. A Milano, nel giugno dello scorso anno il tribunale ha optato per dieci condanne e un’assoluzione nel processo per gli episodi svoltisi durante una manifestazione nel febbraio 2023. Sempre per disordini durante un corteo, ma stavolta a Torino, lo scorso aprile sono arrivate 18 condanne per danneggiamento aggravato e imbrattamento, anche se è caduta l’ipotesi più grave di reato di devastazione. I pro Pal “sorvegliati speciali” di Mario Di Vito Il Manifesto, 16 giugno 2026 La criminalizzazione del movimento a Torino: la questura vuole due anni di controlli su una studentessa per i cortei del 2025. Torino capitale della repressione. Un luogo comune, ormai. Del resto è qui che una procuratrice generale, Lucia Musti si chiama, ha per prima teorizzato l’esistenza di una “eversione di piazza” legata ai centri sociali e alle loro attività. Gli inquirenti si muovono di conseguenza. Sara Munari ha 24 anni ed è una militante del Collettivo universitario autonomo di Torino. Ieri mattina per lei è arrivata dalla questura una richiesta di sorveglianza speciale, una misura di prevenzione che porta con sé una serie di restrizioni dal fatto di dover avvisare le autorità ogni volta che si vuole lasciare il proprio comune al divieto di incontrare pregiudicati, passando per l’imposizione di precisi orari di rientro notturno, fino all’obbligo o al divieto di dimora. Le sue regole sono scritte nel codice antimafia, perché di solito la sorveglianza speciale si dà, appunto, a chi è indiziato di mafia o di terrorismo, anche in assenza di reati. Basta essere definiti “socialmente pericolosi” dalla polizia. Munari ha già scontato un periodo di arresti domiciliari e ha a suo carico diversi provvedimenti sempre legati alla sua partecipazione ad azioni di piazza e iniziative di protesta. È coinvolta anche nell’ultima inchiesta della procura di Torino per le manifestazioni filopalestinesi dei mesi passati. Da qui la sua supposta pericolosità e il provvedimento di sorveglianza, che comunque verrà impugnato. Da notare che i reati ipotizzati sono di dimensioni assai esigue. Si parla di danneggiamenti, tafferugli, qualche imbrattamento. Lei viene indicata per lo più come “animatrice” o “ispiratirce”. Un concorso morale che le costa un trattamento da mafiosa. La stessa cosa è capitata di recente anche a Stefano Millesimo di Askatasuna - pure lui “socialmente pericoloso”. Sul suo caso è prevista un’udienza proprio domani. Altri “sorvegliati speciali” sono stati Giorgio Rossetto, sempre di Askatasuna, e Eddi Marcucci, per la sua militanza No Tav e per le sue esperienze nelle Ypj curde in Siria. Nei giorni scorsi, sul sito Volere la luna, l’avvocato Claudio Novaro ha pubblicato un articolo in cui dava conto del clima repressivo di Torino e parlava tra le altre cose del suicidio di due ragazzi, uno di 27 anni e uno di 20. Il primo aveva lasciato un biglietto in cui si cita anche il divieto di dimora a Torino che gli era stato dato dopo le manifestazioni per la Palestina. Lo riteneva ingiusto. Per quanto riguarda il secondo, il problema è legato al suo funerale, che si è svolto il 6 giugno a Settimo Torinese. Gli amici, alcuni dei quali destinatari di misure cautelari, avrebbero voluto partecipare, ma il gip ha negato loro l’autorizzazione. Non c’erano, a suo dire, né “legami parentali” né “comprovate ragioni, quali quelle ad esempio di salute, rilevanti dal punto di vista costituzionale”. Il caso è scoppiato portandosi appresso qualche morbosità di troppo. Novaro, adesso, si dice “costernato dal clamore mediatico assunto dalla vicenda”. Perché il punto non riguardava le ragioni di due suicidi - chi mai potrebbe conoscerle davvero? - ma riflettere su come le autorità inquirenti di Torino affrontano ormai da anni le inchieste sui movimenti sociali. “Il problema principale è che il monopolio interpretativo della protesta è affidato alla polizia - sostiene l’avvocato -. La questura qualifica i fatti e in qualche modo seleziona gli indagati: su manifestazioni anche di migliaia di persone alla fine gli indagati sono sempre i soliti 20 o 30”. Infatti la questura, prosegue, “detiene un bagaglio di conoscenze sui circuiti politici legati alla protesta sociale” e questo “le consente di individuare i soggetti che vengono ritenuti maggiormente pericolosi per l’ordine pubblico, identificati come veri e propri nemici dell’ordinamento e della convivenza civile”. Si tratta, a parere di Novaro, di “un sapere accumulato in anni di osservazioni, monitoraggi, schedature, intercettazioni e poi riversato nelle indagini preliminari fatte dai pm. Questo è tra l’altro il presupposto per l’applicazione delle misure cautelari e finisce per diventare il linguaggio e l’argomentazione di cui si dotano gli altri protagonisti istituzionali del procedimento penale”. La vicenda di Askatasuna è esemplare. Il primo grado del maxi processo in cui si parlava di associazione a delinquere è finito con il crollo del teorema. In Appello la prospettiva è un po’ cambiata e le accuse sono leggermente scese di tono. Se all’inizio il centro sociale era per la procura una “associazione sovversiva” già in primo grado era diventato una “associazione a delinquere semplice”. Adesso si parla di un nucleo criminale che dall’intero sarebbe capace di manovrarlo per perseguire i suoi fini, cioè scatenare tafferugli durante le manifestazioni e mettere a ferro e fuoco la città: è “l’eversione di piazza” di cui parlava la pg Musto. È il grande classico del doppio binario, il “chi c’è dietro” che scatena tante fantasie inquisitorie ma che quasi mai incontra sentenze favorevoli. Per diventare verità giudiziaria ai teoremi servirebbero infatti pure le prove. Il dibattimento, ad ogni modo, è ancora in corso. La prossima udienza è in calendario per il 6 luglio. La speranza oltre la guerra vede una Conferenza per la pace di Maurizio Delli Santi* Avvenire, 16 giugno 2026 Mentre dall’Ucraina al Medio Oriente cresce il rischio globale, un’iniziativa europea potrebbe riaprire il dialogo, promuovere una sicurezza condivisa e avviare nuovi negoziati multilaterali. Se davvero sarà concluso l’accordo tra Stati Uniti e Iran per il cessate il fuoco, la ripresa del traffico marittimo a Hormuz e l’avvio dei negoziati sul nucleare, l’umanità potrà tirare un sospiro di sollievo. Rimane tuttavia un’area di imprevedibilità cui da tempo ci sta abituando Trump, di cui è bene che l’Europa tenga conto anche per non sottovalutare cosa maturerà sul fronte libanese. Quanto al più vicino limes europeo, siamo dinanzi a una pericolosa escalation che rende ogni giorno più fragile il confine della guerra in Ucraina, con il rischio di un coinvolgimento diretto dell’Europa. Bastano un’incursione nello spazio aereo, la deviazione di un ordigno, un errore di valutazione perché si apra una falla dagli esiti imprevedibili. L’Europa deve proteggersi, ma deve anche agire con la diplomazia. La contrapposizione si fa ancora più aperta tra Russia e Ucraina e le prospettive negoziali arretrano sugli umori di Putin, cui fa ora gioco anche il bellicismo di Trump su altri fronti. Tuttavia, una iniziativa negoziale dell’Europa va sollecitata senza esitazioni, pur partendo da condizioni chiare: un immediato cessate il fuoco, per poi affrontare in un quadro multilaterale e con tutti i tempi necessari le questioni più controverse, quali lo status dei territori occupati ? anche acquisendo se del caso pareri giuridici della Corte internazionale di giustizia ? le garanzie di sicurezza richieste dall’Ucraina, nonché i futuri equilibri della sicurezza europea. Si tratta di un percorso complesso, ma che non va escluso a priori, restituendo alla diplomazia il ruolo che le compete in luogo della sola minaccia delle armi. L’Europa, per storia, cultura e responsabilità, può e deve assumere un ruolo propulsivo: il continente che nel Novecento ha conosciuto le tragedie più devastanti della modernità, dopo la Seconda guerra mondiale, ha saputo trasformare antiche rivalità in un progetto di cooperazione senza precedenti. Oggi l’umanità intera ha bisogno di un gesto radicale: una Conferenza internazionale per la pace che oltre a un negoziato fra potenze rappresenti una ricostruzione dell’anima dei popoli. In concreto, una Conferenza per la pace può nascere da una iniziativa congiunta dei Capi di Stato e di Governo europei che poi si estenda ai Paesi del Mediterraneo, cerniera tra Nord e Sud del mondo, e farsi proposta globale coinvolgendo gli altri continenti nel contesto delle Nazioni Unite. Potrebbe sfociare così nella redazione di una Carta della Pace, documento simbolico e operativo al tempo stesso, che raccolga principi e impegni concreti: il cessate il fuoco e l’avvio di negoziati immediati per tutti i conflitti, il divieto dell’aggressione, il disarmo progressivo e la contro-proliferazione nucleare, la diplomazia preventiva, la cooperazione per lo sviluppo sostenibile, la protezione dei civili e dei migranti. Anche il dialogo tra i leader delle grandi religioni è strategico nella costruzione della pace, perché mette in rete la responsabilità morale di tutte le comunità di fede, fondando ponti di reciproco rispetto e collaborazione. Lo ha ricordato Papa Leone XIV da tempo: “Se volete la pace, preparate istituzioni di pace…. la costruzione della pace è un compito affidato a tutti”. Le conferenze di pace non sono invenzioni del nostro tempo: dalle tregue tra le città greche al congresso di Westfalia, dal Congresso di Vienna fino a Ginevra, Parigi e Helsinki, le grandi riunioni internazionali hanno sempre segnato la rinascita della legalità dopo il caos. Oggi abbiamo ancora una traccia da percorrere, che rimane un riferimento universale: la Carta delle Nazioni Unite, nata dopo le grandi tragedie di due guerre mondiali. È il caso di richiamare i suoi passi salienti, che sintetizzano gli impegni fondamentali assunti alle Nazioni Unite: gli Stati furono infatti “decisi a salvare le future generazioni dal flagello della guerra, a riaffermare la fede nei diritti fondamentali dell’uomo, nella dignità e nel valore della persona, nell’eguaglianza dei diritti di uomini e donne e delle nazioni grandi e piccole”. E ancora “a creare le condizioni per mantenere la giustizia e il rispetto degli obblighi internazionali, a promuovere il progresso sociale e un più elevato tenore di vita, a praticare la tolleranza e vivere in pace in rapporti di buon vicinato, a unire le forze per mantenere la pace e la sicurezza internazionale”. Occorre credere ancora in questa scelta, affinché venga tradotta finalmente nella realtà, in un’azione politica responsabile e lungimirante dei suoi leader: è la sola via da percorrere per dare una risposta non più rinviabile alle immani sofferenze dell’umanità. *Membro dell’International Law Association Libia. Sumud, italiani detenuti: l’appello delle famiglie di Enrica Muraglie Il Manifesto, 16 giugno 2026 Ogni giorno che passa è uno in più in detenzione arbitraria in un luogo segreto per Leonarda (Dina) Alberizia, Domenico Centrone e altri otto attivisti della Global sumud convoy, il convoglio di terra partito dalla Mauritania il 25 aprile con l’obiettivo di rompere l’assedio illegale imposto da Israele nella Striscia di Gaza e consegnare ai palestinesi aiuti umanitari salvavita. I dieci si trovano nella Libia dell’est, a Bengasi da ventidue giorni. Oltre tre settimane di notizie spesso ufficiose e col contagocce. Quasi ogni giorno si apprende di possibili visite ad Alberizia e Centrone da parte del console d’Italia a Bengasi, Filippo Colombo. Per ora gli incontri sono stati soltanto due, se ne attende uno nuovo nei prossimi giorni ma “non possono essere considerate sufficienti le poche note che provengono dall’ambasciata italiana in Libia” ha dichiarato Gennaro Cifinelli, presidente di Zona Franka, che insieme a Udu e Uds ha convocato oggi pomeriggio un presidio a Bari, la città dove Domenico insegna all’università. Tramite i familiari sono arrivate le nomine agli avvocati di quattro trattenuti. Per i due italiani è stata attivata invece una “via parallela” per ottenere l’assistenza legale. La procedura standard, più rapida, prevede la nomina dietro firma e al momento è inattuabile poiché “gli avvocati non hanno ancora ottenuto il permesso di incontrare i prigionieri”, spiega al manifesto Enrica Rigo del team legale della Flotilla. È una missione umanitaria e civile quella del convoglio di terra, lo sono tutte quelle della Flotilla di cui Maria Rosaria Centrone non riusciva a togliersi “di testa la pericolosità”. In un video diffuso oggi l’appello per la liberazione di Domenico e il racconto degli ultimi giorni prima della partenza, vita vera tra un fratello e la sorella maggiore. Organizzare altre manifestazioni in Italia, altri sit-in, cortei e “altre cose che abbiamo fatto anche insieme: festival cinematografici, volantinaggi, qualsiasi cosa per alzare l’attenzione sul genocidio e cercare di fermarlo”, le proposte per convincere Domenico a desistere dalla partenza. La risposta del docente e attivista non ha ammesso repliche: “Sono due anni che ci passano davanti le stesse immagini di bambini mutilati, di donne e uomini stuprati, le stesse bombe, gli stessi droni, gli stessi ospedali in macerie, lo stesso ecocidio in un territorio che probabilmente non sarà neanche più coltivabile. E che cosa è cambiato?”. Oggi il console polacco è volato a Bengasi per incontrare Laura Kwocza?a, una dei dieci prigionieri. Nelle stesse ore il presidente francese Macron incontrava all’Eliseo Saddam Haftar, l’uomo della diplomazia internazionale e uno dei sette figli del generale libico Khalifa Haftar che controlla la Libia orientale. Per gemellaggio il capo di stato maggiore delle forze di sicurezza libiche Khaled Haftar, fratello di Saddam, ha ricevuto a Bengasi l’ambasciatore francese. Da pochi giorni è in vigore il nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, di cui la Libia è pilastro fondamentale della sua dimensione esterna. L’Unione europea esternalizza il controllo delle frontiere a Tripoli finanziando e addestrando la cosiddetta guardia costiera libica per intercettare gli attraversamenti nel Mediterraneo e riportare i migranti indietro. All’Italia e all’Europa non mancano di certo relazioni diplomatiche - e dunque strumenti di pressione - verso il paese che dovrà liberare Leonarda Alberizia, Domenico Centrone e gli altri. In Russia le organizzazioni indipendenti sono sulla lista nera di Putin. E la censura è ovunque di Raffaella Chiodo Karpinsky Avvenire, 16 giugno 2026 Il caso della Ong Ovd Info, che si occupa delle condizioni dei prigionieri politici nel Paese ed è stata inserita per questo tra le sigle ritenute terroristiche, fa il paio con la vicenda di Memorial, la cui sezione italiana è stata considerata eversiva. Il punto è che la strategia di azzeramento del dissenso, dopo Anna Politkovskaja, continua senza alcun freno. La Ong Ovd info è stata inserita formalmente, nei giorni scorsi, nella lista delle organizzazioni ritenute terroristiche stilata dalle autorità russe. Del resto, è la norma in un Paese dove essere contro la guerra equivale a essere criminali. Ovd viene colpita per la sua natura, per la sua dedizione esplicita al sostegno delle persone che all’interno del Paese sono perseguitate. A disturbare c’è la sua testimonianza costante con raccolta di dati e informazioni sulle condizioni dei prigionieri politici, i processi, l’analisi delle procedure che portano alle condanne e pure un servizio offerto per scrivere ai prigionieri politici. Un’opera, quest’ultima, che porta ai detenuti un conforto straordinariamente importante, soprattutto per coloro che sono diventati eroi senza avere mai pensato di esserlo solo per avere mostrato un cartello o messo un like su un post pacifista. Il lavoro prezioso di Ovd è importante per informare sulla situazione della repressione nel modo più rigoroso possibile. Finché questa informazione resta in Occidente non preoccupa il regime, e del resto sarebbe difficile fermarne la diffusione. Ma se si dispone di Vpn si può accede a siti e account social anche dalla Russia. Ed è l’informazione sul fronte interno a disturbare di più. Per questo il Cremlino ha pensato di stabilire procedimenti che autorizzano gli organi di controllo e repressione a perseguire chiunque abbia sul suo telefonino, o altro dispositivo, tracce di like o commenti sui social che provano la partecipazione o condivisione di contenuti terroristici o criminali. L’accusa di collaborazione col “nemico” è dietro l’angolo se le tracce portano a qualunque cosa contenga persino solo il logo di uno dei soggetti classificati come terroristi o come organizzazioni indesiderate. Oltre a Ovd, nelle scorse settimane è entrata nella lista nera anche l’associazione Memorial International, Premio Nobel per la Pace 2022. E dalla scorsa settimana pure la sua sezione italiana. Anche per questo le organizzazioni e i media indipendenti russi diffondono con sempre più frequenza l’invito ad adottare misure per evitare di offrire prove del proprio contatto con loro. Istruzioni per l’uso per mettersi un po’ più al sicuro o quantomeno limitare i danni. Ad esempio, dotarsi di due cellulari. Uno per l’esterno e uno per casa. O comunque non circolare con dispositivi dove vi sia traccia delle proprie frequentazioni di account “pericolosi”. In questo quadro è più facile muoversi per i giovani, essendo più scaltri nel districarsi e gestire regole di salvaguardia informatica. Ma non tutti hanno queste capacità. Sui social circola un video dove una ragazza viene perquisita in casa e le viene chiesto di fornire il secondo dispositivo da cui accede a certi account social. Vuol dire che le autorità esercitano un controllo permanente sui mezzi di comunicazione indipendenti dell’opposizione e spesso sono in grado di risalire all’identità di chi s’informa e interagisce con loro. Naturalmente la repressione non è sorta solo dall’inizio dell’aggressione all’Ucraina. Ha una storia ben più lontana. La scia di sangue che ha segnato la storia della Federazione Russa è lì a testimoniarlo con l’uccisione di giornalisti indipendenti come Anna Politkovskaja e diversi colleghi della “Novaya Gazeta” prima di lei. Tra questi il noto collega e politico Yuri Schekochikhin che in Italia aveva studiato il sistema mafioso. Dunque la situazione odierna è in essere da tempo, eppure non è mai entrata davvero nel raggio dell’attenzione in Europa. Si tratta di una situazione che subisce accelerazioni sempre più forti, che da noi si stenta a immaginare. La macchina degli arresti e dei processi non si è mai fermata e conta sul fatto che, dopotutto e nonostante tutto, continua a non suscitare molto rumore in Occidente e in particolare in Italia.