Quello show dell’orrore che in realtà preserva la nostra quiete di Daniele Zaccaria Il Dubbio, 15 giugno 2026 Una villetta in provincia, una baita di montagna, un campo agricolo, una camera da letto. Nella distratta geografia della nostra vita quotidiana sono i fondali della normalità, finché una distorsione di senso non sgretola l’intonaco e la villetta diventa il teatro della “tragedia”, mentre la baita disvela “l’orrore”, il campo restituisce un corpo “straziato”, la camera da letto una scena “raccapricciante”. È il miracolo semiotico del fait divers, la cronaca nera che Roland Barthes ha radiografato in Essais critiques come la struttura mitologica più densa e perturbante della modernità. Laddove la notizia politica è costitutivamente “altra”, pretende un sapere pregresso e una faticosa memoria dei contesti la cronaca nera si offre al lettore come un’informazione totale e immanente. Non rimanda a nulla al di fuori di se stessa, non serve uno “storico” per comprenderla: le sue cause, il suo passato e la sua catastrofe sono consumati istantaneamente nello spazio di un brivido collettivo. Tuttavia, l’immanenza della cronaca nera non è un caos disorganizzato, ma un sistema chiuso e perfetto, a suo modo una semplificazione drammaturgica dei rapporti sociali. Barthes ci svela che la “notabilità” dell’evento scatta solo quando la “causalità si ammala”, mostrando il germe del degrado, l’eccesso, la mostruosità (omicidi efferati di familiari, rapporti incestuosi, trame diaboliche): è lo shock di un effetto immenso generato da una causa irrisoria o comunque minore, o la coincidenza che la coscienza borghese traduce mera in fatalità. Come l’ornitorinco che mandò in crisi le tassonomie naturalistiche di Linneo, il fatto di cronaca nera è un mostro logico che la stampa addomestica offrendolo in pasto a una struttura narrativa rigida, affine alla novella e al racconto. La realtà evapora per lasciare il posto alle dramatis personae , bestiari umani ed essenze emozionali pronte all’uso: il vicino che salutava sempre, la madre perversa, la virago bela e fatale, la studentessa insospettabile, il mostro, la vittima, ma anche l’investigatore coraggioso, il magistrato negligente, la comunità che, generosa, si mobilita nel lucore delle fiaccolate. Attraverso questi archetipi, il giornalismo trasforma la stratificazione storica in natura, operando quella stessa contraffazione morale che Barthes sottolineava nel fortunato e ancora attualissimo saggio Mythologies. Per comprendere come funziona questa metamorfosi, occorre penetrare la meccanica che il semiologo e intellettuale francese assegna al mito contemporaneo: un “sistema semiologico secondario” che parassita il linguaggio reale con i suoi stilemi o “pattern”. Il mito prende il fatto nudo del crimine, lo estrae e lo svuota del suo spessore storico e sociale per renderlo il significante di un concetto astratto e universale attraverso un linguaggio paraletterario standardizzato. Il delitto della camera da letto, l’infanticidio, lo strangolamento dell’amante smettono di essere eventi prodotti da una catena causale, influenzati da dinamiche psicologiche, economiche o di genere e vengono trasfigurati una figurina astorica: il “male naturale”. Il fine ultimo del dispositivo mitologico è proprio questo: evacuare il reale, sottraendolo alla responsabilità della Storia e della critica sociale. In questo teatro dell’orrore immanente fatto di giornalisti, plastici, criminologi, piazze urlanti che invocano la forca, la società non contempla il crimine, ma si specchia (e si auto assolve), nelle proprie strutture profonde. Consumando l’eccezione morale, il lettore sperimenta una catarsi terapeutica: come ha notato Emile Durkheim, uno dei padri della sociologia, l’indignazione collettiva e standardizzata diventa il collante che riafferma la norma sociale, esorcizzando l’irrazionale che minaccia le nostre sicurezze. La cronaca nera è il riflesso spietato delle nostre alienazioni e dei nostri fantasmi epocali. De-storicizzando il mondo, ci distrae dalle colpe strutturali della società per concentrarci sul trauma isolato della provincia, sulla “cattiveria” umana. Nel momento stesso in cui spiamo quella villetta o quel campo agricolo sotto i riflettori dei media, non stiamo guardando la scena di un crimine, ma l’ossatura mitologica dei nostri valori, perfettamente impaginata per addomesticare l’assurdo e preservare la nostra quiete. “Garlasco? Un perfetto e maledetto romanzo postmoderno” di Mauro Bazzucchi Il Dubbio, 15 giugno 2026 Intervista a Massimo Panarari, professore associato di Sociologia della comunicazione all’Università di Modena e Reggio Emilia. Dal caso Montesi, fino a Garlasco e ai podcast sul True Crime cambiano i supporti, cambiano i media, cambia tutto ma l’interesse quasi morboso del pubblico per questo tipo di vicende rimane. Professor? C’è una molteplicità di motivi per i quali il crimine sta al centro dell’attenzione. Uno ha a che fare direttamente con la società, nel senso che nei momenti di maggiore crisi, tensione sociale, disordine, disincanto, quando si ha l’impressione che i fondamenti dello stesso ordine sociale scivolino via, ecco che improvvisamente la dimensione del crimine diventa decisiva per una serie di ragioni. Una è che vedere il crimine consente a ciascuno di noi di percepirci come normali, come portatori di sanità, come persone inserite all’interno di un contesto che invece viene perturbato e disequilibrato da qualcuno che è al di fuori dell’ordinamento. E allora ecco che quando lo stesso ordinamento entra in crisi, questa sensazione di vedere il mostro, l’altro da noi, il responsabile di un crimine, in qualche modo ci conforta. L’altro elemento ha a che fare con una capacità, e questo invece è più specifico della nostra epoca, di serializzazione del crimine che è perfettamente confacente alla trasformazione mediale. Nel senso che una delle grandi spinte della medialità, o per meglio dire della cross e della transmedialità contemporanea, è la trasformazione dei contenuti in serialità. È un meccanismo, quello delle serie televisive, dei serial, della riproposizione dei contenuti all’interno del film. Pensiamo a quanto vengono spremuti i limoni dei delle storie supereroistiche. Ecco, la stessa cosa vale per il crime, nel senso che diventa possibile alla ricerca di un nuovo elemento, di un nuovo testimone, di un cambiamento della scena del crimine, di un’indagine tecnico scientifica in più, allungare enormemente la storia. Parliamo di Garlasco. Si può dire che con Garlasco si sia arrivati a un altro livello, che ci sia un qualcosa di diverso dalla morbosità passata. Sembra quasi che questa serialità che piace nelle piattaforme di streaming sia stata proiettata anche sulle storie vere, o su un vecchio fatto di cronaca? Questo salto di qualità, per così dire, ha davvero una ragione narrativa, nel senso che Garlasco è una specie di impressionante patchwork di elementi narrativi, non soltanto del crime. La teoria cospirativa è un impressionante contenuto all’interno del quale si dipanano storie che hanno a che fare con una possibile presenza di massoneria, con eventuali riti satanici, con la critica delle istituzioni che vanno dalla Chiesa alla magistratura, naturalmente. È una storia di errori giudiziari che all’interno delle narrazioni naturalmente ha una sua particolare forza in un momento e in un paese, come diciamo il dubbio sa perfettamente, in cui il tema del rapporto tra politica, magistratura, società civile è un tema irrisolto sostanzialmente e che prolunga la guerra dei trent’anni, per esempio, tra politica e magistratura. È una perfetta storia populista, nel senso che c’è un’opinione pubblica, diciamo così, chiede la verità, o per meglio dire chi è non colpevole, che è stato offerto istantaneamente ed immediatamente e che oggi si ritrova, anche in relazione ad una serie di approfondimenti, a vedere tutto l’impianto giudiziario, la narrazione precedente che viene completamente smontata, il che naturalmente dà adito all’idea che ci sia qualcosa di profondo che non viene raccontato. E questa idea del “ci nascondono la verità” di nuovo è un’altra grande narrazione. Che sta nel cospirazionismo, ma sta anche all’interno, che sta anche all’interno di una postmodernità particolare. Ecco, se noi volessimo ragionare in termini narrativi sulla tragedia, naturalmente di Garlasco, è una specie di romanzo postmoderno all’italiana Forse la specificità di Garlasco è proprio questa: mutuare dei meccanismi, dei processi narrativi, della serialità contemporanea di Netflix... Esattamente: è un intreccio di più linee narrative in cui, come diceva lei, proprio sulla base di una logica di serialità, cioè evidentemente sulla base dell’idea, non è una novità, naturalmente, che, soprattutto in certi momenti dell’anno, la storia di Crime sia un perfetto riempitivo da dosare all’insegna di climax, colpi di scena, discontinuità narrative che servono a tenere appassionato e a tenere agganciato il lettore. Ma dall’altro c’è la piattaformizzazione, nel senso che Garlasco è una sorta di true crime piattaformizzato, perché per la prima volta noi vediamo entrare all’interno della scena con un ruolo proattivo gli influencer, ovvero il cambiamento della narrazione intorno a Garlasco è dovuta al lavoro di indagine, scavo, all’inserimento narrativo di figure che sono tipiche del panorama ideale contemporaneo: indagatori autoeletti, divulgatori, soprattutto divulgatrici, che si pongono secondo lo schema del non ce la raccontano giusta. Abbiamo anche un altro elemento a questo punto: l’interattività, C’è addirittura la capacità di andare su un menù on demand e decidere cosa preferire, cosa volere. Siamo addirittura a questo... Siamo in una dimensione di, diciamo, comunità di pari o di comunità digitale che si è trasferita anche al racconto del true crime, nel senso che la grande novità della comunicazione postmoderna, l’idea dell’autocomunicazione di massa. In questo caso va oltre la dimensione del fatto che ciascuno di noi comunica, cioè ciascuno di noi può lasciare il suo messaggio nella bottiglia all’interno del della grande rete, disarticolando il broadcasting, ovvero l’idea verticale della comunicazione, quella per cui degli intermediari gestiscono il flusso comunicativo ad una marea di destinatari al pubblico, in questo caso il pubblico interveniente, ovvero. L’attore che può, attraverso i social, dire la propria, è cresciuto così tanto in termini di intensità e soprattutto ha costruito quella dimensione parallela per cui all’interno della rete si discute, a prescindere di quello che succede all’interno dei teatri ufficiali del discorso pubblico, da diventare una massa critica, una massa di manovra a cui tutti i decisori sono attenti e attenta la politica, ma attenta anche la magistratura, sono attente anche le forze dell’ordine. A questo punto, ed ecco che la narrazione può cambiare. Viterbo. Morte di Andrea Di Nino, dubbi sull’autopsia tusciaweb.eu, 15 giugno 2026 In vista dell’udienza di opposizione alla richiesta di archiviazione dell’inchiesta bis per omicidio sulla morte in carcere di Andrea Di Nino, il detenuto trovato cadavere in cella d’isolamento a Mammagialla la sera del 21 maggio 2018, la famiglia, che non ha mai creduto al suicidio, attende la relazione di parte di una nota criminologa che, a distanza di otto anni, sta ricostruendo il caso. L’avvocato di parte civile Nicola Trisciuoglio ricorda inoltre la consulenza tecnica medico-legale redatta dal professor Pasquale Mario Bacco. Autopsia contraddittoria. Molti sarebbero i punti oscuri della vicenda, alcuni riguarderebbero l’autopsia. “L’autopsia è fortemente contraddittoria - spiegava già un anno fa alle Iene il medico legale Pasquale Bacco - perché nella conclusione si parla di morte da asfissia per impiccamento, mentre all’interno sono i consulenti stessi a porre dei dubbi”. Dubbi sul lenzuolo. “Innanzitutto - secondo il consulente di parte - non esiste un vero e proprio solco che corrisponderebbe al lenzuolo attorno al collo. Nelle foto vediamo solo due lesioni laterali, laterocervicali. Poi l’osso ioide risulta intatto ed è una cosa rarissima negli impiccamenti, è fragilissimo e si frantuma in 9 casi su 10”. Nessun segno del calzino. “Il volto del ragazzo - prosegue il professor Bacco - è roseo, mentre gli impiccati sono tipicamente cianotici. E nel corpo di Andrea non sono presenti neanche i segni del guanto e del calzino, ovvero del sangue che dovrebbe confluire nelle estremità”. Non idoneo all’isolamento. Andrea Di Nino, secondo la famiglia, non avrebbe dovuto essere in isolamento, esistendo un certificato medico in cui il detenuto viene dichiarato non idoneo per le sue condizioni di salute mentale e fisica e per i precedenti episodi di epilessia. Per la sua morte è in corso un processo per omicidio colposo a carico dell’allora responsabile dell’Uos Medicina penitenziaria territoriale dell’Asl di Viterbo, di un assistente capo della polizia penitenziaria e del medico di guardia del carcere Nicandro Izzo. Protesta nel carcere di Brindisi per i rincari dei beni essenziali di Andrea Contaldi trnews.it, 15 giugno 2026 Nella casa circondariale di Brindisi, al già grave problema del sovraffollamento delle celle e degli spazi comuni si aggiunge ora l’aumento, ritenuto insostenibile, dei prezzi dei generi alimentari e dei prodotti per la cura della persona. Una situazione che ha spinto numerosi detenuti ad avviare una forma di protesta silenziosa ma diffusa. Ogni settimana agli ospiti dell’istituto viene fornito un elenco di beni acquistabili, dal quale ciascuno può selezionare ciò di cui ha bisogno. Secondo le segnalazioni dei detenuti, però, le offerte indicate nel listino non verrebbero applicate e alla consegna dei prodotti risulterebbero importi più alti rispetto a quelli previsti. Da qui la richiesta alla direzione di individuare fornitori più economici, tenendo conto delle difficoltà economiche di molti detenuti nel sostenere spese per beni essenziali. In attesa di risposte, nelle celle si stanno utilizzando le scorte residue, limitando gli acquisti a pochi prodotti indispensabili: sigarette, caffè, zucchero, acqua e bombolette di gas. Una protesta che punta a riportare l’attenzione sulle condizioni di vita all’interno dell’istituto e sulla necessità di garantire un accesso equo ai beni di prima necessità. Milano. Il Girasole, da vent’anni una risposta concreta alle esigenze del carcere di Giovanni Conte chiesadimilano.it, 15 giugno 2026 L’associazione di volontariato svolge servizi dentro e fuori gli istituti di pena, a favore dei detenuti e dei loro familiari. La presidente Luisa Bove: “Crediamo molto alle seconde possibilità e al valore del reinserimento sociale di chi ha sbagliato”. L’anniversario festeggiato con un convegno (17 giugno) e una serata di musica e convivialità (24 giugno). Compie 20 anni l’associazione “Il Girasole” Odv, nata a Milano all’ombra del campanile della parrocchia di San Vittore e impegnata in ambito penitenziario con servizi dentro e fuori dal carcere a favore di persone detenute e dei loro familiari (la sede è in via degli Olivetani 3). Per festeggiare l’anniversario sono previsti due eventi. Il primo, che si terrà mercoledì 17 giugno dalle 14.30 alle 17.30, presso la sede di Caritas ambrosiana (via San Bernardino 4, Milano), è un convegno dal titolo “La centralità della famiglia nel processo di reinserimento sociale dopo la detenzione”. Interverranno: Andrea Molteni (Area carcere e giustizia di Caritas Ambrosiana), Valeria Melca e Federica Liparoti (avvocati), Raffaella Ferrario (educatrice professionale), Silvia Rumi e Luca Villa (mediatori famigliari); modera Alessia Mazzotta, coordinatrice dei progetti del Girasole. Il convegno è aperto a tutti; agli avvocati e agli assistenti sociali saranno riconosciuti i crediti formativi (iscrizioni: eventi@associazioneilgirasole.org). Il secondo appuntamento, in programma mercoledì 24 giugno dalle 19 alle 21 (via Santa Croce 15, Milano), sarà una serata di musica, grazie al Coro “Amici della nave” diretto da Paolo Foschini, cui seguirà un aperitivo. L’evento è aperto al pubblico, per partecipare occorre prenotarsi (social.ilgirasole@gmail.com); è prevista un’offerta libera a partire da 10 euro. L’associazione, fondata da Luisa Bove, conta oggi oltre 40 volontari, 62 soci e 6 operatori tra educatori, psicologi, criminologi e mediatori famigliari, di cui due impegnati nella zona di Lecco. “Oggi svolgiamo molti servizi e attività sia in carcere sia sul territorio come risposta concreta alle esigenze del mondo penitenziario”, spiega la fondatrice e presidente. I progetti realizzati - In 20 anni il Girasole è cresciuto molto avviando sempre nuovi progetti: housing sociale per l’accoglienza di persone ammesse alle misure alternative al carcere o che possono usufruire di permessi premio. “Nel 2025 abbiamo accolto 11 persone, 8 uomini e 3 donne, per diversi mesi, e alcuni uomini in brevi permessi premiali”. Alcuni volontari offrono sostegno e aiuto ai familiari che incontrano a San Vittore nella sala d’attesa prima del colloquio con i loro congiunti, altri svolgono corsi di alfabetizzazione in diversi reparti del carcere. Una volontaria in sala d’attesa colloqui di San Vittore assiste un familiare (crediti @ludovicasagramodo sacchetti) Una volta alla settimana c’è la distribuzione di pacchi viveri (oltre 900) a persone in difficoltà (73 nuclei famigliari) sempre del circuito penitenziario, cui si affianca il servizio di stoccaggio di indumenti destinati al vicino istituto di pena. La psicologa del Girasole gestisce uno sportello interno a San Vittore e svolge colloqui anche sul territorio. “Fiore all’occhiello sono i percorsi di mediazione famigliare, avviati fin dal 2017 e oggi molto richiesti - assicura Bove -. I professionisti intervengono in caso di relazioni conflittuali e problemi irrisolti a seguito della detenzione e per favorire il rientro a casa delle persone a fine pena o ammesse a misure esterne”. Diffondere una giustizia di comunità - L’associazione collabora con gli istituti di San Vittore, Opera, Bollate, Lecco e con l’Ufficio esecuzione penale esterno di Milano. Gli operatori lavorano in rete con altre realtà di settore su in progetti finanziati da enti pubblici e privati. “Noi crediamo molto al valore del reinserimento sociale delle persone che hanno sbagliato e alle quali può essere data una seconda possibilità - afferma la presidente - alla difesa della dignità e dei diritti anche di chi è ristretto, alla diffusione di una cultura che sappia abbattere stereotipi e pregiudizi, all’importanza di coinvolgere la società civile in una giustizia di comunità”. Val di Fiemme. I Detenuti sistemano i sentieri e ripiantano gli alberi abbattuti dalla tempesta Vaia di Stefano Pancini Corriere della Sera, 15 giugno 2026 I carcerati provengono dai penitenziari milanesi di Bollate e Opera, l’associazione che si occupa del loro reinserimento: “È un’occasione di riconciliazione con il tessuto civile e con l’ambiente naturale per chi ha rotto l’equilibrio della comune convivenza”?. Per una settimana hanno potuto lasciare le mura dei penitenziari milanesi di Bollate e Opera per lavorare nei boschi della Val di Fiemme, contribuendo alla rinascita di un territorio ancora ferito dalla tempesta Vaia. Una decina i detenuti e gli ex carcerati che hanno partecipato al progetto “Il bosco rinasce”, iniziativa promossa dall’associazione milanese “Il Bivacco” in collaborazione con le associazioni del territorio e il comune di Predazzo. Il progetto - Muniti di pale, rastrelli, tosaerba e tanta buona volontà, questi uomini, hanno sistemato i sentieri forestali della Regola Feudale di Predazzo e messo a dimora nuove conifere nelle aree devastate dalla tempesta che nell’autunno del 2018 ha abbattuto milioni di alberi nelle Dolomiti. Un lavoro che per molti di loro ha assunto un significato profondo: “È un’occasione di riconciliazione con il tessuto civile e con l’ambiente naturale per chi ha rotto l’equilibrio della comune convivenza”, ha spiegato Pierfelice Bertuzzi, presidente dell’associazione “Il Bivacco”, organizzazione attiva dal 1989 nel reinserimento sociale di detenuti ed ex detenuti attraverso percorsi di accoglienza, formazione e lavoro. Giunto alla quinta edizione consecutiva, il progetto si è concluso la sera di lunedì 8 giugno con un incontro pubblico in un salone del Municipio di Predazzo gremito di cittadini. In prima fila i rappresentanti delle istituzioni e del mondo associativo parrocchiale: Stefania Rea, presidente associazione “Noi” Predazzo (che collabora attivamente con l’oratorio parrocchiale e la pastorale giovanile per promuovere attività sociali, ricreative e di accoglienza); Silvio Di Gregorio, provveditore regionale dell’Amministrazione penitenziaria dell’Emilia-Romagna e Marche che in passato è stato direttore del carcere di Opera; Massimiliano Gabrielli, custode forestale della Regola Feudale; Leonilde Sommavilla, vicesindaca e assessora alla cultura; Terens Boninsegna, assessore ai lavori pubblici e poi don Davis Bamhakl, parroco della chiesa di Predazzo. Esperienze di vita e reinserimento - Durante la serata i detenuti hanno raccontato il proprio percorso di pentimento e rieducativo. Alcuni sono in permesso premio, altri in libertà vigilata, qualcuno ha già terminato di scontare la pena. Tra loro anche uomini provenienti dai circuiti di alta sicurezza e detenuti che hanno trascorso decenni dietro le sbarre, per alcuni la strada delle libertà si prospetta ancora lunga. Ma tutti hanno condiviso il proprio cammino rieducativo affrontato negli anni, tra colloqui con psicologi, incontri con educatori e graduali esperienze di inserimento lavorativo, grazie alla forte forza di volontà di riscattare se stessi. Parole spesso cariche di emozione hanno accompagnato i loro singoli interventi e non sono mancati riferimenti agli errori commessi e al dolore provocato, ma il messaggio più forte è stato quello rivolto al futuro: “Vogliamo restituire qualcosa alla società”, hanno detto, auspicando di essere giudicati anche per il percorso di cambiamento intrapreso. L’ospitalità della parrocchia - Ospitati per tutta la settimana nella Casa Maria Immacolata della parrocchia di Predazzo, queste persone hanno anche voluto lasciare un segno tangibile della loro gratitudine. Dopo i turni di lavoro nei boschi, hanno preso in mano pennelli e vernice per ridipingere alcune pareti della struttura dove hanno trovato vitto e alloggio. Un gesto nato spontaneamente. “È il nostro modo per ringraziare chi ci ha aperto le porte di questa casa e ci ha regalato una settimana in questa valle meravigliosa”, hanno detto. Tra il profumo della corteccia e quello della resina dei boschi, con i sentieri riassettati e nuovi alberi piantati, la Val di Fiemme è stata fulcro non soltanto di un progetto di ripristino ambientale, ma anche una piccola esperienza di ricostruzione umana. Don Davis Bamhakl ha rimarcato che “come il bosco rinasce, piano piano, dopo la tempesta, anche le persone possono cercare nuove radici e hanno diritto ad una seconda possibilità”. Ragusa. In arrivo un mare di libri per i detenuti arabofoni con la voglia di inclusione La Sicilia, 15 giugno 2026 Un ponte culturale tra le sponde del Mediterraneo costruito attraverso la lettura. È stato inaugurato alla casa circondariale il progetto “Kutub Hurra” (“Libri Liberi”), iniziativa finalizzata a promuovere inclusione, crescita culturale e integrazione dei detenuti arabofoni. L’evento, curato dal capo area trattamentale, Maria Stella, e dal funzionario della mediazione culturale, Veronica Raniolo, ha visto la partecipazione dell’assessora alle Politiche per l’inclusione del Comune di Ragusa, Elvira Adamo, di Mohamed Daoudy dell’associazione “Un Ponte Per” Ets di Roma e di Fethia Bouhajeb, presidente dell’associazione interculturale “Uniti Senza Frontiere” di Ragusa. “Dopo la stipula di una apposita convenzione tra la direzione della casa circondariale di Ragusa, nella persona del dott. Santo Mortillaro, e le associazioni ‘Un Ponte Per’ e ‘Uniti Senza Frontiere - dichiara la dottoressa Stella - sarà avviato il progetto, che rappresenta una interessante iniziativa che ha finalità di creare un ambiente penitenziario più inclusivo per i detenuti di lingua araba”. Il progetto prende avvio grazie alla donazione di cento libri in lingua araba destinati ai detenuti. “Alla donazione di 100 libri in lingua araba - aggiunge la dottoressa Raniolo - seguiranno altre attività, come gruppi di lettura condivisa, commenti e riflessioni su brani di prosa e di poesia”. Nel corso dell’incontro, Mohamed Daoudy ha ricordato come “Kutub Hurra” sia nato dall’esperienza della rivoluzionaria tunisina Lina Ben Mhenni e abbia già ottenuto importanti risultati educativi in diversi istituti penitenziari. L’assessora Elvira Adamo ha rivolto ai detenuti un messaggio di incoraggiamento, invitandoli a riflettere sul proprio percorso di vita e sull’importanza di compiere scelte orientate al lavoro, allo studio e alla costruzione di un futuro migliore. “Siamo onorati di collaborare con la casa circondariale e con ‘Un Ponte Per’ in questo progetto volto a costruire insieme la pace - ha affermato Fethia Bouhajeb - Questi libri sono strumenti preziosi”. Un ringraziamento è stato infine rivolto al comandante del reparto di polizia penitenziaria, Claudio Iacobelli, per il supporto organizzativo e l’attenzione dimostrata. Firenze e Pistoia. Mauro Palma presenta il libro “Caro Parlamento?” Ristretti Orizzonti, 15 giugno 2026 Due incontri promossi da la Società della Ragione con l’ex Presidente del Garante nazionale delle persone private della libertà personale. Due appuntamenti in Toscana con Mauro Palma, già Presidente del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, per la presentazione del volume Caro Parlamento, scritto con Daniela de Robert ed Emilia Rossi e pubblicato da Editoriale Scientifica nel 2025. Il primo incontro si terrà giovedì 18 giugno 2026, alle ore 18, a Firenze, nella sede de la Società della Ragione, Padiglione 35 dell’Area di San Salvi, in via di San Salvi 12, nell’ambito del ciclo “I Libri della Ragione”. Con Mauro Palma discuteranno Giuseppe Fanfani, Garante dei detenuti della Regione Toscana, Fabio Gianfilippi, Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Firenze, e Katia Poneti, de la Società della Ragione. Introduce Giulia Melani, Presidente de la Società della Ragione. Il secondo appuntamento è in programma venerdì 19 giugno 2026, alle ore 18, a Pistoia, presso la Sala Soci Coop, in viale Adua angolo via Macallè. Ne discuterà con l’autore Samuele Bertinelli, filosofo e già Sindaco di Pistoia. Introduce Giulia Melani, interviene Anna Chiara Corsi, Presidente dell’Associazione Il Delfino, e coordina Marco Leporatti, Presidente della Sezione Soci Coop Pistoia. Caro Parlamento nasce dall’esperienza del primo Collegio del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, composto da Mauro Palma, Daniela de Robert ed Emilia Rossi. Il volume raccoglie una riflessione maturata in otto anni di attività istituzionale, a partire dai messaggi rivolti al Parlamento in occasione delle Relazioni annuali del Garante. Il lavoro del Garante nazionale non riguarda soltanto il carcere, ma l’intero sistema dei luoghi di privazione della libertà: istituti penitenziari, istituti minorili, centri per migranti, camere di sicurezza, rimpatri forzati, luoghi della salute mentale e strutture per persone con disabilità. Il Garante nazionale è inoltre il Meccanismo nazionale di prevenzione previsto dal Protocollo opzionale alla Convenzione ONU contro la tortura. “Mentre il sistema penitenziario italiano attraversa una crisi sempre più grave, tra sovraffollamento, suicidi, disagio psichico e marginalità sociale, il libro di Mauro Palma, Daniela de Robert ed Emilia Rossi ci ricorda che la tutela dei diritti delle persone private della libertà non è un tema settoriale, ma un banco di prova della democrazia”, dichiara Giulia Melani, Presidente de la Società della Ragione. “I luoghi chiusi interrogano le istituzioni e la società intera: è lì che si misura il rispetto concreto della Costituzione”. Mauro Palma è stato Presidente del Garante nazionale dal 2016 al 2024, fondatore di Antigone, già Presidente del Comitato europeo per la prevenzione della tortura del Consiglio d’Europa e tra le figure più autorevoli nel campo dei diritti delle persone private della libertà. Firenze Giovedì 18 giugno 2026, ore 18 Sede de la Società della Ragione - Pad. 35, Area San Salvi Via di San Salvi, 12 - Firenze Pistoia Venerdì 19 giugno 2026, ore 18 Sala Soci Coop Viale Adua angolo via Macallè - Pistoia Andria (Bat). Affettività in carcere, il dibattito tra magistratura, avvocatura e istituzioni ilquartopotere.it, 15 giugno 2026 Magistrati, istituzioni penitenziarie, avvocati e cittadini a confronto il 17 giugno al Seminario Vescovile. Al centro il diritto all’affettività intramuraria dopo la recente pronuncia della Corte Costituzionale. Ad Andria un confronto tra magistratura, istituzioni penitenziarie, avvocatura e cittadinanza sul tema dell’affettività intramuraria. Il prossimo 17 giugno 2026 alle ore 18:00, presso il Seminario Vescovile di Andria, si terrà l’iniziativa “Vengo da Te - Il diritto di restare umani: le stanze dell’affetto in carcere”, promossa da Aiga Trani, in collaborazione con Aiga Nazionale, Coordinamento Regionale Aiga Puglia e Onac - Osservatorio Nazionale AIGA sulle Carceri, nell’ambito del Festival della Disperazione. L’evento nasce dalla recente sentenza della Corte Costituzionale che ha riconosciuto il diritto all’affettività intramuraria, aprendo una riflessione sul rapporto tra pena, dignità della persona e tutela delle relazioni affettive durante la detenzione. A fare da filo conduttore dell’iniziativa sarà “La casa in riva al mare” di Lucio Dalla, una delle più intense e poetiche rappresentazioni della condizione detentiva nella musica italiana. Attraverso la storia di un uomo che osserva il mare dalla propria cella e continua a coltivare il desiderio di amore, libertà e speranza, la canzone diventa lo strumento per interrogarsi sul significato più profondo della funzione rieducativa della pena e sul diritto di ogni persona a conservare la propria umanità. Dopo i saluti istituzionali dell’Avv. Francesco Logrieco, Presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Trani, dell’Avv. Francesca Pistillo, Presidente AIGA Trani e Coordinatrice AIGA Puglia, dell’Avv. Luigi Bartolomeo Terzo, Presidente Nazionale AIGA, e dell’Avv. Mario Aiezza, Coordinatore AIGA Area Sud, interverranno: - Dott.ssa Elena Banchi, Magistrato di Sorveglianza presso l’Ufficio di Sorveglianza di Reggio Emilia; - Dott. Piero Rossi, Garante dei Diritti delle Persone Private della Libertà Personale della Regione Puglia; - Prof. Filippo Giordano, Segretario Permanente CNEL per l’Inclusione Sociale e Lavorativa delle Persone Private della Libertà Personale; - Avv. Francesco Zaccaria, Referente Nazionale ONAC - Osservatorio Nazionale AIGA sulle Carceri; - Dott. Giuseppe Altomare, Direttore della Casa Circondariale di Trani (invitato). Modererà l’incontro l’Avv. Antonella Divincenzo, Consigliere AIGA Sezione di Trani e componente ONAC.L’iniziativa è stata ideata dall’Avv. Antonella Divincenzo, che ha voluto inserire il tema dell’affettività in carcere all’interno del Festival della Disperazione per proporre una riflessione che andasse oltre gli aspetti tecnici e giuridici. “Quando si parla di carcere - afferma l’Avv. Antonella Divincenzo - si rischia spesso di dimenticare che dietro ogni detenuto c’è una persona, con una storia, degli affetti, delle fragilità e delle speranze. Ho scelto di partire da “La casa in riva al mare” di Lucio Dalla perché racconta magistralmente quella forma di disperazione silenziosa fatta di attesa, distanza e nostalgia, ma allo stesso tempo custodisce una straordinaria speranza. Credo che una società davvero civile debba interrogarsi non solo su come punisce, ma anche su come educa, recupera e restituisce dignità. Gli affetti non sono un privilegio: sono una componente essenziale dell’essere umano e possono rappresentare uno strumento fondamentale di reinserimento e di crescita”. L’evento è aperto alla cittadinanza ed è accreditato dal Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Trani con il riconoscimento di n. 2 crediti formativi in materia ordinaria. Perché parlare di carcere significa, prima di tutto, parlare di persone. Gorgona (Li). La libertà passa dal teatro. L’emozione dei detenuti-attori di Lisa Ciardi La Nazione, 15 giugno 2026 Nell’unica isola carcere d’Europa da sette anni vanno in scena i progetti della Compagnia popolare d’arte: “Quando interpreto il diavolo sento di lasciare me stesso. E di correre via diventando cosa voglio essere”. “E chi me lo doveva dire che un giorno avrei fatto emozionare le persone?”. Sullo sfondo di un mare ‘a patana’, come dicono qui a Livorno quando le onde scompaiono e il vento trova pace, Michele si racconta, insieme agli altri detenuti di Gorgona. Spiega cosa ha provato nelle vesti di attore, dopo la messa in scena dell’ultimo spettacolo, “Le Città Invisibili”, curato dalla Compagnia Teatro popolare d’arte di Lastra a Signa, in provincia di Firenze. Qui, nell’unica isola carcere d’Europa, tutto si trasforma in metafora, non solo le parole. Le onde, che oggi si nascondono, ma sanno bene come mugghiare e ferire durante le tempeste; il mare che a volte è un ponte e altre un invalicabile confine; i gatti, che sembrano liberi, ma che non se ne possono andare davvero e finiscono per rifugiarsi nelle celle insieme ai detenuti. E il teatro che diventa strumento per guardarsi allo specchio, per provare a chiudere un sipario e riaprirlo su qualcosa di diverso. “Quando interpretiamo i diavoli - racconta Louis, un altro detenuto attore - sento di lasciare me stesso proprio lì, sotto quel ponte, dove andiamo in scena. E di correre via diventando ciò che voglio essere”. Il teatro, a Gorgona, lo ha portato sette anni fa la Compagnia popolare d’arte, guidata da Gianfranco Pedullà. Stagione dopo stagione, sono stati messi in scena Omero, Ovidio e Shakespeare, all’interno del progetto “Il Teatro del Mare”, davanti agli spettatori arrivati appositamente in barca dalla terraferma. Poi, con “Le Città Invisibili”, i detenuti hanno scelto di raccontare loro stessi, le proprie tempeste, le emozioni, mantenendo i racconti di Italo Calvino come un tenue fil rouge, insieme agli arcani maggiori dei Tarocchi. Il percorso di scrittura teatrale a cura dello stesso Pedullà, di Chiara Migliorini e Francesco Giorgi ha viaggiato così attraverso sogni e incubi, rimpianti e desideri di chi da molti anni vive in carcere. “Sentite come è leggero il sacco dei miti e come è pesante quello dei rimpianti” dice l’attore che interpreta il Matto, aspettando il pubblico in cima alle scale, accanto alla chiesetta dell’isola, dove i fiori di cappero mostrano i sottilissimi stami purpurei, che pure sfidano il sole cocente e la salsedine. “Ci sono i sacchi delle cose dette e quelli delle cose non dette. E poi i sacchi dei ricordi e i sacchi da buttare per fare spazio ad altri sacchi”. Gli stessi in cui provano a fare spazio loro, i detenuti dell’isola. Uomini di ogni parte del mondo e di età differenti che, per le regole stesse del carcere, hanno già scontato pene molto lunghe e hanno reati gravi alle spalle, spesso contro la persona. Ma che, durante la detenzione, si sono anche distinti per buona condotta, predisposizione al lavoro e alla socialità. “Siamo una comunità - spiegano incontrando gli spettatori a fine spettacolo - chi non sa stare con gli altri non è adatto a vivere qui. La mattina lavoriamo 4 ore, durante il giorno possiamo partecipare a corsi e laboratori”. Anche il teatro, che all’inizio li ha visti quasi tutti diffidenti. E poi li ha stregati. “Mi sono avvicinato perché Pedullà è calabrese come me - racconta un altro attore, 17 anni di carcere già scontato -. Posso essere sincero? Il teatro non mi convinceva per nulla. Poi Gianfranco mi disse: ‘Prova, se non ti piace te ne vai’. La prima volta mi tremavano le gambe e da allora non ho più smesso. Ho cercato di dare una mano anche fra un’udienza e l’altra, quando la testa era altrove”. Lo spettacolo, come già in altre edizioni, è un percorso itinerante in cui detenuti e spettatori si muovono, sotto la scritta azzurra che campeggia sul porticciolo riportando l’articolo 27 della Costituzione: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità, ma devono tendere alla rieducazione del condannato”. Pubblico e attori percorrono insieme i vicoli dell’isola carcere, i giardinetti dei colloqui con i familiari, la spiaggia dove il mare è vietato a chi deve scontare la pena. Passano in pertugi, scale e passaggi, che si aprono come crepe nell’antico villaggio dei pescatori. “C’è più vita di quanto non si possa credere nelle crepe. Voi avete attraversato le nostre” dicono a un passo dal mare, mostrando le ultime carte dei Tarocchi. Il Mondo, il luogo in cui è possibile rinascere. E la Morte, perché ogni fine ha bisogno di un nuovo inizio. Roma. Calcio a 5 e solidarietà alla casa circondariale di Rebibbia Femminile romatoday.it, 15 giugno 2026 L’iniziativa è promossa da Manalive Non Profit Organization in collaborazione con l’Associazione Atletico Diritti e dedicata a Padre Celestino Di Giovambattista. Giovedì 18 giugno presso la casa circondariale di Rebibbia Femminile si terrà il 1° Memorial Padre Celestino Di Giovambattista, l’iniziativa solidale in memoria del missionario camilliano che ha dedicato la propria vita al servizio delle persone più fragili in Burkina Faso. Padre Sergio Palumbo, Provinciale di Roma dell’Ordine dei Ministri degli Infermi (Camilliani) ha dichiarato: “Padre Celestino Di Giovambattista ha vissuto il carisma camilliano fino al dono totale di sé, scegliendo di stare accanto agli ultimi, ai malati e ai detenuti. La sua testimonianza continua a ricordarci che la carità è fatta di gesti concreti, vicinanza e servizio. Siamo grati a Manalive e ad Atletico Diritti per aver voluto dedicare questo evento alla sua memoria, in un luogo come il carcere dove il suo messaggio di dignità, speranza e misericordia conserva ancora oggi una straordinaria attualità”. Padre Celestino Di Giovambattista fu educatore, parroco e cappellano delle carceri di Ouagadougou, ha operato instancabilmente accanto ai malati, ai giovani e ai detenuti. Fu assassinato il 13 ottobre 2001 mentre svolgeva il proprio ministero all’interno del carcere della capitale burkinabé. L’iniziativa vedrà una partita di calcio a 5 a cui parteciperanno ospiti del mondo dello spettacolo, dello sport e delle istituzioni, insieme ad ex calciatori e volontari, con l’obiettivo di rendere la giornata ancora più significativa e condividere un’esperienza di autentica solidarietà. “Portare questo evento a Rebibbia Femminile significa promuovere dialogo, dignità e seconde opportunità. Vogliamo costruire un ponte tra il carcere e la società civile attraverso lo sport”, dichiara Gian Maria Nicotera, Vice Presidente di Manalive Non Profit Organization che in collaborazione con l’Associazione Atletico Diritti ha organizzato l’evento di inclusione e di vicinanze alle donne detenute attraverso lo sport. Lettere dal carcere al Garante Campano Ciambriello di Stefano Anastasìa* garantedetenutilazio.it, 15 giugno 2026 Ancora una volta dobbiamo essere grati a Samuele Ciambriello, per la sua testimonianza sul carcere e per le testimonianze raccolte in questo libro. Dare la parola alle persone detenute è un piccolo atto rivoluzionario, che apre uno squarcio nel muro dietro cui è nascosta l’esecuzione della pena detentiva e nello stesso tempo restituisce dignità a chi ne è tacitato, violando l’illegittima consegna al silenzio per cui le persone detenute non possono raccontare liberamente quali sono le loro condizioni di vita e, dunque, qual è - dal loro punto di vista - la realtà delle nostre carceri. La parola - scritta, orale, mimata nella lingua dei segni - è il modo principale in cui ognuno esprime se stesso, i propri sentimenti, le proprie emozioni, le proprie idee, le proprie necessità. A chi è preclusa la possibilità di esprimersi per fatti concludenti, abbracciando, schifando, affiancando, allontanandosi da altri, la parola è l’unico modo che resta per comunicare. Eppure in carcere è così difficile comunicare! Le parole sono centellinate, sorvegliate, impedite: quei dieci minuti settimanali di telefonata ai propri cari, come ai tempi delle cabine e dei gettoni telefonici; la posta ancora cartacea, oppure scannerizzata, giammai elettronica, come è normale che sia per noialtri, uomini e donne libere; l’impossibilità di rispondere alle domande dei giornalisti, se non dietro autorizzazione e controllo dell’autorità. Tutto in violazione degli articoli 15 e 21 della Costituzione, in materia di libertà di corrispondenza e di informazione. Il carcere nasce e vive nascosto alla vita civile. Inevitabile, quindi, che finisca per degradare e degradarsi: occhio che non vede, cuore che non duole. Ho conosciuto Samuele tanti anni fa, quando era ancora prete, ma già attraversava i confini tra la gente perbene e la gente permale. Ci siamo ritrovati trent’anni dopo a condividere l’esperienza di garanti delle persone private della libertà per le rispettive regioni di impegno e residenza. Abbiamo attraversato le chiusure e il terrore del Covid in carcere, la riesplosione del sovraffollamento e il record dei suicidi, cercando di resistere al populismo penale e al cattivismo penitenziario, usando le nostre cerbottane contro i loro cannoni. Avremmo potuto, come tutti, far meglio, ma a quanti sarebbe andata peggio se non avessero incontrato Samuele quel giorno in quel carcere, se non avessero scritto quel giorno quella lettera a quel garante? Stare sul pezzo, occhi aperti e orecchie attente: questo è quel che serve per tenere in comunicazione le voci di dentro con il mondo di fuori, per garantire quel che è possibile garantire, per cercare di contenere le pene nel loro limite costituzionale, secondo cui “non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità”, e per orientarle al miglior reinserimento sociale possibile, in autonomia e nella legalità. Queste pagine, le voci e le parole rivolte dalle persone detenute al loro garante, articolate lungo i grandi problemi del carcere oggi, la salute, le relazioni affettive, la speranza di un reinserimento sociale di qualità, aiuteranno a capire chi non vi sia mai stato, non ne abbia mai avuto esperienza personale, professionale o familiare, cosa sia il carcere, perché dovremmo avere il coraggio di farne a meno, quando possibile, come possibile. E ancora una volta Samuele avrà fatto la cosa giusta. *Prefazione al libro di Samuele Ciambriello, “Lettere al garante. Voci dal carcere tra diritti negati, paure e speranze” Dalla denuncia alla storia: “Diaz”, rivedere il massacro di Daniele Vicari Il Domani, 15 giugno 2026 Il film è uscito in sala nel 2012. Dal G8 di Genova erano passati 11 anni: il peso della cronaca era forte. Torna al cinema e con la distanza emerge ancora più chiaramente il centro di quel racconto. Quando Diaz uscì nei cinema, nel marzo del 2012, dopo aver ricevuto il premio del pubblico al Festival di Berlino, erano passati undici anni dai fatti di Genova 2001. Commentatori e spettatori erano ancora scossi dagli avvenimenti, anche perché i processi non erano conclusi e si aspettava giustizia. Forte era il peso della cronaca, le ferite morali e fisiche ancora bruciavano. Incontrai infatti decine di vittime ancora profondamente colpite dall’esperienza orripilante. La politica non era riuscita ad affrontare seriamente quello spaventoso cratere che si era aperto sotto i piedi della democrazia, non era stata istituita nemmeno una commissione parlamentare degna di questo nome, il tentativo perì tra mille polemiche e distinguo che, ad oggi, conservano intatto solo il ridicolo nel quale sprofondò miseramente l’ultimo scampolo di fiducia verso quelle organizzazioni politiche. Ho ricevuto molta energia dalle innumerevoli proiezioni che del film sono state fatte incessantemente negli anni, ovunque nel nostro paese come in giro per il mondo, dagli Usa alla Polonia, dal sud America all’Asia, in Senato in Italia come al Parlamento Europeo, anche alla Corte Europea dei diritti umani… fino ad arrivare ai mesi scorsi, quando alcuni comitati per il no al referendum lo hanno adottato come esempio di indipendenza dei giudici dagli altri poteri, a distanza di ulteriori 14 anni, quindi a un quarto di secolo dai fatti, molto è cambiato nella ricezione del film. L’ultima proiezione alla Casa del Cinema a Roma un paio di settimane fa, con la appassionata e competentissima introduzione di Paola Malanga, è stata rivelatrice: posso dire con sicurezza che gli spettatori di oggi, non solo i giovanissimi, guardano il film con altri occhi, con quella minima distanza che fa emergere ancora più chiaramente l’impostazione drammaturgica alla base del film, che ruota intorno ad una domanda sullo “stato di eccezione” sperimentato a Genova: cos’è una democrazia se può sospendere all’improvviso ogni diritto fondamentale dei cittadini e dell’essere umano in quanto tale? Devo dire che questo tema di fondo fu immediatamente colto dai grandi registi che videro il film in sala e in anteprima, come Ettore Scola, Franco Rosi, Giuliano Montaldo, Ugo Gregoretti, Citto Maselli, tutte persone alle quali io devo molto. Alcuni di loro dichiarandolo a me personalmente e anche in pubblico, nelle associazioni e sugli organi di stampa. Per la prima e ultima volta ho provato cosa significhi la “solidarietà” tra colleghi quando si intraprende una strada difficile, rischiosa, ben comprendendo lo sforzo di indipendenza e libertà che muove un progetto come Diaz. Prendo la dichiarazione di Ettore Scola come sintesi di tutte le altre: “Come può accadere che un essere umano (nello specifico in divisa) possa ridurre all’impotenza un altro essere umano, negando le più elementari norme costituzionali e della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo?”. Ora, grazie alla giusta distanza temporale dagli eventi, è divenuto tutto chiaro per chiunque. È questo lo snodo del passaggio dalla cronaca alla storia evocato anche nelle teoriche del cinema post neorealista. Infatti, il film ormai vive di vita propria, anche rispetto ai tragici fatti di Genova, e finisce per rappresentare la rabbia e lo sconcerto di chi oggi, nel mondo, vede i paesi democratici sprofondare nella barbarie, con uomini e donne in divisa che sparano indifferentemente ai cittadini, immigrati o nativi che siano, in paesi che si autodefiniscono ancora e nonostante tutto democratici. Lo stato di eccezione, ben individuato da Agamben nei suoi risvolti filosofici e politici, è divenuta la normalità nella quale tutti viviamo. Complici gli attentati subiti dai nostri paesi tra gli anni Novanta e i primi due decenni del 2000, molti dei quali di dubbia natura, con reazioni che hanno portato più volte ad azioni di guerra in vari luoghi del mondo più che ad azioni di difesa nel senso classico del termine. In questo modo sono caduti uno dopo l’altro interi paesi, come l’Iraq, l’Afghanistan e la Siria. Anche la guerra ibrida ha svolto un ruolo importante, con azioni e reazioni che ci hanno condotto sic et simpliciter verso una società del controllo. Un controllo, a dire il vero, da noi tutti stupidamente accettato inizialmente per partecipare alla gara di vanità sui social, poi anche per paura, per opportunismo e comunque subìto in ogni modo senza difesa alcuna perché, nella sostanza, basato sulla cessione volontaria di dati personali, utilizzati per venderci prodotti ad ogni ora del giorno e della notte, attraverso i nostri dispositivi come cellulari, computer, tv, automobili, ormai connessi h24, utilissimi per rilevare ogni nostra idea espressa in pubblico, sui social, o in privato nelle conversazioni ristrette, nelle nostre case persino a letto. Cosa c’entra il cinema con tutto questo? Beh, c’entra perché anche il cinema ha ceduto via via sovranità, infatti la parola indipendenza si è svuotata di significato, è diventata una definizione tecnica che individua il posizionamento nel mercato delle aziende produttrici. Niente di più. Parlo della indipendenza che portò Fandango a consentirmi di realizzare un film internazionale seppur, praticamente, senza supporto economico a livello nazionale, con solo il sostegno prezioso della BLS e, a fine riprese, un piccolo e apprezzato contributo del MIC. Un film non certo accomodante nei confronti di quelle istituzioni che nel 2001 si erano macchiate di comportamenti inaccettabili. Quella indipendenza è il sale della terra del cinema, non solo per produrre film “contro” ma per produrre ogni tipo di film. L’indipendenza è stato il primo binario per la realizzazione di Diaz, il secondo è esercitare libertà di espressione. Libertà, in questo caso, vuol dire assenza di autocensure, nient’altro. Essere disposti a mettere in gioco la propria professione e anche qualcosa in più, se necessario. Libertà vuol dire che, se devo raccontare questa cosa, devo farlo fino in fondo. Se devo entrare in quella porta, devo entrarci, guardare in faccia l’orrore della tortura e raccontarlo davvero, visto che in quell’orrore si cela il vulnus democratico. Il senso di quella vicenda incredibile che fu Genova 2001 è proprio lì: nella pratica indiscriminata ed impunita della tortura nel nostro paese. Una pratica che precede Genova e che, purtroppo, non si è interrotta lì, anche se qualcosa è cambiato ed è giusto sottolinearlo. Infatti, la Corte europea dei diritti dell’uomo costrinse la politica italiana di destra e di sinistra a prendere dei provvedimenti. A seguito delle sentenze Scuola Diaz e Caserma Bolzaneto, e anche a seguito della risonanza che ebbe il film e la campagna contro la tortura che con Amnesty international facemmo, soprattutto grazie alle denunce che alcune parti offese recapitarono proprio alla Cedu, il parlamento italiano fu costretto a prendere seriamente in considerazione l’introduzione nel nostro codice del reato di tortura, cosa avvenuta nel luglio 2017, tra mille polemiche, con un testo discutibile, tuttavia avvenne. Cento cinquantaquattro anni dopo la pubblicazione di Dei delitti e delle pene. La famosa sentenza della corte Costituzionale, la 192 del 2023, che permette di processare in assenza anche i funzionari di altri Stati, qualora si siano macchiati del reato di tortura, e che ha dato il via definitivo al processo contro i presunti colpevoli della tortura e dell’omicidio di Giulio Regeni, ha tra i presupposti anche la legge del 14 luglio 2017, senza la quale, tra l’altro, anche dal punto di vista morale (e ciò non è un fatto secondario) l’Italia non avrebbe avuto lo strumento per fare pressione sull’Egitto, perché un paese che non processa i propri funzionari che si sono macchiati della pratica di tortura, come può pretendere di processare i funzionari di un altro Stato? E, ancora più recentemente, quella sentenza del 2023 renderà possibile il processo in assenza dei funzionari israeliani che avrebbero arrestato illegittimamente e torturato i militanti della Flotilla. C’è una linea rossa, quindi, che lega Genova a Regeni alla Flotilla e mi illudo possa passare, almeno un po’, anche per il cinema. Tutto sommato devo dire che ho fiducia nel cinema a patto che sia indipendente e libero. Quella che una volta si chiamava utopia cinematografica non è ancora defunta. Avere fiducia nel cinema può voler dire quantomeno non abbandonarsi allo scoramento e al cinismo che sempre trasformano il cinema in un supporto per il potere anziché in una mano tesa per l’umanità. Di questo umanesimo, credo, abbiamo bisogno ancora più oggi che nel passato. La nuova uscita di Diaz, mi costringe ancora a misurare palmo a palmo la mia stessa capacità di esercitare quella libertà e quella indipendenza. L’unico tribunale al quale non ci si può sottrarre è la propria coscienza. “La Lega vuole sostituire il ministro dell’Interno con Salvini, è il fallimento sulla sicurezza” di Marco Bettazzi La Repubblica, 15 giugno 2026 L’ex capo della polizia Franco Gabrielli dialoga con Carlo Bonini e Conchita Sannino a Rep Idee. “In Italia permane un retropensiero di schiavismo: gli stranieri ci servono, purché non creino problemi”. “La sicurezza è un diritto dei più deboli, perché i ricchi possono comprarsela”, dice il vicedirettore di Repubblica, Carlo Bonini, intervenendo con Franco Gabrielli all’incontro “Sicurezza democratica”, moderati da Conchita Sannino. I due sono gli autori di “Contro la paura: manifesto per una sicurezza democratica” con cui cercano di smontare da sinistra tutti i falsi miti costruiti dalla destra sul tema. Ma partono prima di tutto dall’attualità di questi mesi, e in particolare dalla richiesta della Lega di riportare Matteo Salvini al ministero dell’Interno, diventata palese. “A me - dice Gabrielli, ex capo della Polizia e sottosegretario alla Sicurezza - non è mai capitato in 40 anni che si metta in discussione un ministro importante come quello dell’Interno da parte della stessa maggioranza e della stessa formazione politica che l’ha proposto. Credo sia una forma di degrado del rispetto verso le istituzioni. Ma poi - aggiunge - c’è anche una questione di sostanza, perché è la certificazione che questi quattro anni sono stati infruttuosi sulla sicurezza”. E poi, un ultimo affondo: “Tutti, anche gli storni del Viminale, sanno chi fosse in realtà il vero ministro quando c’era Salvini”. Allusione diretta a Matteo Piantedosi, che ora la Lega vorrebbe cambiare. Secondo il vicedirettore di Repubblica, Bonini, questa pretesa della Lega è “l’auto-certificazione di un fallimento sulle politiche della sicurezza e l’ennesimo indizio di disperazione politica di Salvini e della sua leadership. Per il centrosinistra è il momento per riappropriarsi del tema della sicurezza, perché uno dei più grandi errori commessi dalla sinistra è stato quello di cedere il tema alla propaganda della destra. Perché la sicurezza è un diritto dei più deboli - aggiunge - i più forti non hanno bisogno della sicurezza, perché se necessario la comprano. Sono i più deboli che devono sentirsi sicuri, che hanno bisogno di essere messi nelle condizioni di esercitare i propri diritti in modo libero”. Gabrielli continua smontando alcuni temi che accompagnano spesso il racconto securitario della destra al governo. “Spesso non si capisce dove le proposte di remigrazione vogliano andare a parare - spiega - serve una legalità che abiliti e non che ostacoli. Io credo che nel nostro Paese permanga un retropensiero di schiavismo, per cui gli stranieri ci servono, purché non creino problemi. Il sistema del click day invece favorisce il caporalato o comunque una gestione criminale dei flussi migratori. L’integrazione non dev’essere considerata un atto di generosità, ma un investimento strategico. Bisogna investire nella scuola, nel lavoro e nell’insegnamento della lingua italiana”. C’è poi un terzo punto, quello “del controllo intelligente - aggiunge - un controllo che deve accompagnare la coesione sociale e non contribuire a creare ulteriori divisioni”. Bonini commenta alcune delle ultime uscite del generale Vannacci, che sulla sicurezza cerca di superare a destra il governo, per esempio quando chiede la cancellazione del femminicidio. “Vannacci continuerà a regalarcene altre di queste iperboli - dice Bonini - spesso a me sembra che non ci creda nemmeno lui, ho l’impressione che si sorprenda lui stesso perché la dice troppo grossa. Siamo di fronte di nuovo alla riproposizione più cialtrona e fracassona di un modello che è quella cosa lì, perché quattro anni fa l’agenda della destra di questo parlava. Poi però - continua - sono arrivati al governo e si sono accorti che non era possibile schierare le cannoniere nel Mediterraneo per affondare dei pescherecci malmessi. E il blocco navale si è trasformato in qualcosa di orribile dal punto di vista umano: hanno reso il mare un luogo dove si muore senza testimoni”. Gabrielli dedica un momento di riflessione al tema delle carceri, naturale sbocco delle politiche della destra. “La destra sicuritaria ha un piano inclinato, che porta al carcere - ragiona - con tutti questi aumenti di pene, è stato stimato che siano circa 400 gli anni di reclusione aumentati in questi quasi quattro anni di governo. Abbiamo 65mila detenuti per 51mila posti, abbiamo 90mila persone che attendono di avere una misura alternativa con una condanna definitiva sotto i quattro anni, è un sistema che implode. Questo nel carcere si traduce in una sistematica restrizione degli spazi: per fare spazio ai nuovi ingressi si riducono gli spazi e facendolo si comprime tutto quel che è rieducazione o reinserimento, e si costringe anche gli operatori in una condizione di assoluta complessità”. La Svizzera alla fine ha bocciato il referendum anti-immigrazione di Giulio Isola Avvenire, 15 giugno 2026 Con il 54,8% dei voti cade l’iniziativa dell’Udc che voleva limitare la popolazione a 10 milioni di abitanti entro il 2050. Scongiurato anche il rischio di uno scontro con l’Unione Europea. La Svizzera non chiude la porta agli immigrati. E soprattutto non mette in discussione i suoi delicati rapporti con l’Europa. Con il 54,8% dei voti e la maggioranza dei cantoni contrari, gli elettori elvetici hanno respinto l’iniziativa popolare promossa dall’Unione democratica di centro (Udc), il partito della destra nazional-conservatrice, che puntava a inserire nella Costituzione un limite massimo alla popolazione residente permanente. Lo slogan era semplice e provocatorio: “No a una Svizzera da 10 milioni”. L’obiettivo dichiarato consisteva nell’impedire che il Paese superasse entro il 2050 la soglia dei dieci milioni di abitanti. Dietro quella formula, però, si nascondeva una stretta significativa all’immigrazione. Se approvata, l’iniziativa avrebbe obbligato le autorità federali ad adottare misure restrittive già al raggiungimento dei 9,5 milioni di residenti, intervenendo in particolare sull’asilo, sui ricongiungimenti familiari e sui permessi di soggiorno. Sullo sfondo vi era anche la possibilità di rimettere mano agli accordi internazionali, compreso quello sulla libera circolazione delle persone con l’Unione Europea. Il voto rappresenta quindi una vittoria per il governo federale, per il Parlamento e per il vasto fronte economico e sociale che si era schierato contro la proposta. Fino agli ultimi giorni la consultazione appariva incerta, ma alla fine ha prevalso il timore delle conseguenze che una svolta restrittiva avrebbe potuto produrre sull’economia e sulle relazioni con Bruxelles. “Gli svizzeri hanno scelto stabilità, apertura e affidabilità”, ha commentato il ministro della Giustizia Beat Jans. A fare la differenza sono stati soprattutto i cantoni della Svizzera francofona, schierati compattamente per il no. Più diviso il versante germanofono, mentre il Ticino ha approvato il testo con una maggioranza risicata, pari al 50,7%. Per i promotori il risultato non cancella le preoccupazioni che hanno alimentato la campagna. L’Udc continua a denunciare gli effetti di quella che definisce “immigrazione massiccia”: pressione sul mercato immobiliare, infrastrutture congestionate e crescita della popolazione. Dall’introduzione della libera circolazione delle persone con l’Unione Europea nel 2002, gli abitanti della Confederazione sono infatti aumentati di circa 1,7 milioni, raggiungendo alla fine del 2025 quota 9,1 milioni. Secondo i dati governativi, circa l’80% di questo incremento è legato ai flussi migratori. Gli oppositori hanno però convinto la maggioranza dell’elettorato che la ricetta proposta avrebbe creato problemi più gravi di quelli che intendeva risolvere. “Siamo riusciti a dimostrare che sarebbe stata estremamente pericolosa”, ha dichiarato Benjamin Mühlemann, co-presidente del Partito liberale radicale. Per il leader socialista Cédric Wermuth, invece, il voto segnala anche una crescente stanchezza dell’opinione pubblica verso le campagne anti-immigrazione che da anni caratterizzano la strategia dell’Udc. La consultazione conferma così una costante della politica svizzera: la diffidenza verso cambiamenti radicali che possano mettere a rischio l’equilibrio economico e istituzionale del Paese. Un equilibrio che, almeno per ora, continua a passare anche attraverso la libera circolazione con l’Europa. Nella stessa giornata gli elettori hanno invece approvato, con il 52,5% dei consensi, la riforma che restringe l’accesso al servizio civile, misura sostenuta dal governo con l’obiettivo di rafforzare gli effettivi dell’esercito.