Il paradosso di Nordio sui frigoriferi vietati nelle celle di Fabio Pelini abruzzosera.it, 14 giugno 2026 Via Arenula sostiene candidamente che i frigoriferi “risultano incompatibili con le caratteristiche strutturali delle camere di pernottamento, soprattutto in contesti già segnati da situazioni di sovraffollamento”. Il cortocircuito logico è a dir poco imbarazzante. Lo Stato ammette apertamente di avere un problema gravissimo e strutturale - il sovraffollamento delle celle, che in Italia ha raggiunto livelli cronici e incompatibili con i diritti umani fondamentali - ma, invece di risolvere la piaga alla radice, decide di punire i detenuti confiscando loro l’unico strumento che rendeva quella reclusione di massa appena più tollerabile. È la quintessenza del paradosso burocratico: siccome vi abbiamo stipato in spazi troppo piccoli, vi togliamo anche il frigorifero per fare “razionale gestione degli spazi”. Come curare la febbre rompendo il termometro. C’è una strana concezione della dignità umana dalle parti del Ministero della Giustizia: a quanto pare, segue l’andamento delle stagioni. Solo pochi mesi fa, in vista dell’emergenza caldo, la distribuzione dei frigoriferi negli istituti penitenziari veniva sbandierata ai quattro venti come una grande conquista di civiltà. Un segnale tangibile di attenzione verso chi è costretto a vivere dietro le sbarre in condizioni termiche disumane. Oggi, con l’afa alle porte, quegli stessi elettrodomestici si sono improvvisamente trasformati in un intralcio burocratico da rimuovere. Il Guardasigilli Carlo Nordio non fa passi indietro e difende a spada tratta la recente circolare del Dap che impone lo sfratto dei frigoriferi dalle camere di pernottamento. La nuova regola è chiara: gli apparecchi vanno spostati negli spazi comuni, con accesso regolamentato da rigidi orari prestabiliti. Come se la sete notturna nel cuore di agosto, o la necessità di conservare un alimento o un farmaco al fresco, potessero essere disciplinate dagli orari d’ufficio dell’amministrazione penitenziaria. A lasciare sgomenti non è solo il clamoroso testacoda politico, ma la giustificazione tecnica fornita dal Ministero in risposta all’interrogazione del Partito Democratico. Via Arenula sostiene candidamente che i frigoriferi “risultano incompatibili con le caratteristiche strutturali delle camere di pernottamento, soprattutto in contesti già segnati da situazioni di sovraffollamento”. Il cortocircuito logico è a dir poco imbarazzante. Lo Stato ammette apertamente di avere un problema gravissimo e strutturale - il sovraffollamento delle celle, che in Italia ha raggiunto livelli cronici e incompatibili con i diritti umani fondamentali - ma, invece di risolvere la piaga alla radice, decide di punire i detenuti confiscando loro l’unico strumento che rendeva quella reclusione di massa appena più tollerabile. È la quintessenza del paradosso burocratico: siccome vi abbiamo stipato in spazi troppo piccoli, vi togliamo anche il frigorifero per fare “razionale gestione degli spazi”. Come curare la febbre rompendo il termometro. Nordio assicura che il provvedimento “non introduce alcuna compressione delle condizioni di vita” e che non vi è alcun arretramento rispetto alle prassi in uso. Ma chiunque conosca minimamente le dinamiche della vita detentiva sa bene che spostare un elettrodomestico vitale in un’area comune, contingentandone l’accesso, significa di fatto svuotarne la funzione. Nascondendosi dietro le asettiche formule delle “esigenze di sicurezza” e della “corretta fruizione”, il Ministero compie un passo indietro clamoroso sul fronte dei diritti basilari. Se la dignità di un detenuto si misura anche dalle condizioni igienico-sanitarie e dal benessere quotidiano che lo Stato è in grado di garantirgli, relegare l’accesso all’acqua fresca o alla conservazione del cibo a una concessione a orari fissi è un atto di cinismo amministrativo. La circolare, insomma, resta in vigore. E con essa resta l’amara sensazione di un sistema che, incapace di garantire spazi dignitosi e di affrontare seriamente il nodo del sovraffollamento carcerario, preferisce accanirsi sui dettagli, mascherando una palese contraddizione politica dietro la foglia di fico della razionalizzazione logistica. Carceri, i figli invisibili: curare i legami familiari è questione di diritti e sicurezza sociale di Martina Ciai La Repubblica, 14 giugno 2026 Il messaggio emerso dalla XVIII Conferenza Internazionale di COPE (Children of Prisoners Europe), promossa da Bambini Senza Sbarre ETSe ospitata nella Sala Alessi di Palazzo Marino. Costruire una rete capace di accompagnare i figli delle persone detenute dentro e fuori dal carcere, superando la frammentazione degli interventi e mettendo al centro il diritto alla relazione familiare. È stato questo il messaggio emerso dalla XVIII Conferenza Internazionale di COPE (Children of Prisoners Europe), promossa da Bambini Senza Sbarre ETS e ospitata il 12 giugno nella Sala Alessi di Palazzo Marino. Una conferenza internazionale. L’evento ha riunito decine di organizzazioni provenienti da oltre trenta Paesi, operatori del settore, rappresentanti della società civile, ONG italiane ed europee e istituzioni impegnate nella tutela dei diritti dei minori. Ad aprire i lavori sono state Kate Philbrick, presidente di COPE, e Lia Sacerdote, presidente di Bambini Senza Sbarre. Tra gli interventi più attesi quelli di Louise Riondel del Consiglio d’Europa, della studiosa americana Julie Poehlmann dell’Università del Wisconsin-Madison e di Carla Ciavarella, vicepresidente del Comitato di Cooperazione Penologica del Consiglio d’Europa. Approccio olistico come punto di arrivo. Al centro della giornata il tema della costruzione di “ecosistemi olistici” per i bambini con un genitore in carcere. Un approccio che, come spiegato da Lia Sacerdote, punta a superare la separazione tra le diverse competenze coinvolte. “Il tema centrale è quello del sistema olistico: non si devono separare le varie specializzazioni”, ha sottolineato la Presidente di Bambini Senza Sbarre, evidenziando l’importanza di una collaborazione stabile tra tribunali, istituzioni, operatori penitenziari, scuole, associazioni e territorio. Dialogo con le istituzioni. Particolarmente significativa è stata la presenza dei presidenti dei tribunali per i minorenni, di sorveglianza e ordinario, chiamati a confrontarsi su un tema che coinvolge direttamente il sistema giudiziario e il futuro dei minori. Un dialogo che, secondo gli organizzatori, rappresenta un primo passo verso una maggiore comunicazione tra le diverse realtà che si occupano delle famiglie colpite dalla detenzione. Una realtà invisibile. Sono circa centomila in Italia, oltre 2,4 milioni in Europa e più di 23 milioni nel mondo i bambini e i ragazzi che hanno un genitore in carcere. Una condizione spesso invisibile nel dibattito pubblico, segnata dallo stigma sociale e dalla difficoltà di mantenere relazioni significative durante il periodo della detenzione. L’importanza della continuità dei legami familiari. Le ricerche internazionali mostrano come la continuità dei legami familiari rappresenti un fattore decisivo sia per il benessere dei minori sia per il percorso di reinserimento delle persone detenute. Un detenuto che conserva rapporti regolari con i propri figli ha maggiori possibilità di affrontare la reclusione senza precipitare nell’isolamento, mentre la rottura dei legami affettivi rischia di trasformare il carcere in uno spazio di esclusione permanente. Il ruolo essenziale degli spazi dedicati agli incontri. L’importanza della socialità. Durante la conferenza è stato inoltre evidenziato il ruolo fondamentale degli spazi dedicati agli incontri tra genitori e figli, della polizia penitenziaria e delle attività culturali. Teatro, arte grafica e laboratori creativi vengono utilizzati da anni per favorire la relazione familiare e sensibilizzare l’opinione pubblica. Non a caso, tra gli appuntamenti della manifestazione hanno trovato spazio anche le testimonianze di chi porta il teatro e più in generale la cultura all’interno degli istituti penitenziari. Prevenzione e confronto attivo. Un altro aspetto emerso riguarda il lavoro di sensibilizzazione nelle scuole, uno degli strumenti più efficaci per contrastare il pregiudizio. “Accade che molte persone si rendano conto della necessità di parlare e di capire cosa succede”, ha spiegato Sacerdote, sottolineando come il confronto con gli studenti aiuti a far emergere una realtà spesso nascosta. La conferenza ha infine ribadito la necessità di rafforzare la prevenzione e il collegamento con il territorio. Dopo oltre vent’anni di attività nelle carceri, l’associazione punta a sviluppare nuovi progetti capaci di intervenire prima che l’esclusione sociale si radichi. Una questione di diritti. Riconoscere il diritto alla relazione familiare non equivale ad attenuare la pena. Significa comprendere che la sicurezza collettiva passa anche dalla capacità di preservare i legami umani. Un bambino che può continuare a sentirsi figlio, nonostante il carcere, è meno esposto all’abbandono e alla marginalità. Un detenuto che conserva una rete di affetti mantiene invece un ponte con la società alla quale un giorno tornerà ad appartenere. È anche da qui che si misura la qualità di una democrazia: dalla capacità di non rendere invisibili i figli della pena e di non trasformare la detenzione in una condanna all’isolamento affettivo. Lo strazio di chiedere “apri!”: i 26 bambini detenuti con le mamme nelle nostre carceri di Paolo Comentale Gazzetta del Mezzogiorno, 14 giugno 2026 C’era un tempo in cui ci si impegnava su parole importanti: accoglienza, integrazione, condivisione. Nella scuola primaria l’accoglienza e l’integrazione rivestivano un ruolo fondamentale: gli alunni che venivano da lontano erano considerate delle risorse, momento finale di un processo lungo e complesso che, quando andava a buon fine, formava cittadini esemplari. Esempio evidente di questo circolo virtuoso la partecipazione di Ghali alla cerimonia inaugurale delle Olimpiadi Invernali di Milano Cortina dove ha cantato la lirica di Gianni Rodari “Promemoria”. Un autore e un testo imparato nei banchi di scuola, conservato in una radura della mente e poi espresso in modo semplice e poetico. Integrazione perfettamente riuscita! A partire dal dramma di Cutro in poi la politica ha trattato il problema dell’immigrazione come un semplice problema di ordine pubblico, inasprendo le pene, affollando le già precarie strutture carcerarie del nostro paese trascinandole al collasso. Il fallimento più evidente di questa politica che scambia la prevenzione con la repressione è il numero di minori nelle carceri italiane costretti a seguire le mamme detenute. Attualmente sono 26. Sembra un numero insignificante in realtà è un numero enorme così come ha rilevato con forza il Presidente dell’Unicef Italia, Nicola Graziano. Nell’occasione il Presidente ha annunciando anche la creazione di un lungometraggio dedicato ai piccoli reclusi nelle carceri italiane dal titolo chiaro ed evidente “Apri!”. Gli studi dedicati al fenomeno dei piccoli reclusi hanno scoperto che, dopo la parola mamma la seconda parola che il bambino impara nell’universo carcerario è: “Apri!”. I piccoli comprendono subito che nella loro condizione, chiusi senza aver commesso alcun reato, manca l’aria, manca lo spazio, manca la vita. Conservano nel tempo una evidente difficoltà ad apprendere e sono destinati con alta probabilità a percorrere la strada della illegalità. Nelle carceri italiane il tasso di sovraffollamento è del 140%. Negli Istituti di Pena sono recluse 64.436 soggetti a fronte di una capienza regolamentare di 51.265 posti. Al di là delle aride cifre la realtà evidenzia che l’affollamento dipende dal fatto che il Governo ha introdotto in quattro anni 55 nuovi reati, più di 60 aggravanti e oltre 65 aumenti di pena. Le conseguenze sono amarissime, dagli adulti ai minori reclusi, le carceri italiane scoppiano. A nulla sono serviti fino ad ora gli accorati appelli provenienti dal Presidente della Repubblica. In questo quadro allarmante 26 bambini dietro le sbarre sono un fallimento enorme, collettivo, politico, umano. Di questo atteggiamento cinico e palesemente in contrasto con i principi della dottrina cattolica scaturiscono anche tragici fatti di cronaca. Ultimo in ordine di tempo, accaduto pochi giorni or sono, riguarda una piccola di cinque mesi che dopo una drammatica traversata in mare è morta a Lampedusa per il freddo. Eppure dovremmo essere orgogliosi di quello che il nostro Paese ha realizzato negli anni scorsi. L’operazione Mare Nostrum tra il 2013 e il 2014 ha permesso di portare in salvo 140 mila persone. Siamo il Paese di Cesare Beccaria e “Dei delitti e delle pene”. Non riuscire a trovare una soluzione umana per la condizione drammatica di 26 bambini è un’onta che pervade la nostra coscienza di cittadini. Giustizia, la disfatta di Carlo Nordio: flop su carceri, app, costi e tempi di Giacomo Salvini Il Fatto Quotidiano, 14 giugno 2026 Lo dice pure un report del ministero: processi civili ancora troppo lunghi, celle strapiene e il digitale è al palo. Obiettivo mancato sulla riduzione dei tempi della giustizia civile. Sovraffollamento carcerario “intorno al 130%”. Digitalizzazione ancora non raggiunta e bassa protezione dagli attacchi cyber. Ma anche spese per le intercettazioni che, al netto della volontà del ministro della Giustizia Carlo Nordio, stanno crescendo esponenzialmente. A certificare il bilancio dell’operato del ministero della Giustizia non è l’opposizione di centrosinistra ma lo stesso dicastero nella relazione sullo stato della spesa e sull’azione amministrativa riferita al 2025 inviata nei giorni scorsi in Parlamento. Il documento di 1.596 pagine, che Il Fatto ha potuto leggere, è firmato dall’Organismo Indipendente di Valutazione di via Arenula e si unisce alla relazione sulle spese al rendiconto del 2025 e alla relazione sull’amministrazione della Giustizia resa nota all’inaugurazione dell’anno giudiziario 2026. Non ci sono certo solo criticità, secondo i tecnici di via Arenula e del ministero dell’Economia. Nella premessa viene elencato quello che è stato fatto nel 2025 - con annessi provvedimenti e introduzione, spesso, di nuovi reati - su processo civile, digitalizzazione, riforma Cartabia, l’App per i tribunali, l’edilizia penitenziaria con un piano triennale di 10.671 nuovi posti e la riduzione delle cause civili dell’86%, mentre la riduzione dell’arretrato è pari al 31% per la giustizia penale e al 28% per quella civile. Ed è proprio questo il primo punto critico. La riduzione dei tempi per la giustizia civile. Il target fissato per il Pnrr sarebbe dovuto essere di una riduzione dei tempi dei processi civili pari al 40%. Obiettivo mancato e non di poco visto che la riduzione è stata del 28,8%. Se per il penale, la riduzione è stata superiore rispetto al previsto (31 rispetto al 25%), per la giustizia civile, si legge nella premessa della relazione, “permane uno scostamento rispetto al target fissato”. L’altro grosso problema riguarda le carceri. Nella relazione introduttiva si specifica come il sovraffollamento carcerario si attesti “su un indice medio” del 130%, un’emergenza richiamata spesso anche dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Per cercare di ovviare a questo problema, si spiega, il ministero ha approvato un piano triennale da 10.671 nuovi posti ma, per quanto via Arenula spieghi che c’è “un avanzamento concreto e progressivo” del piano, molti interventi risultano solo avviati (alcuni sono “in fase avanzata”) o in fase ancora di “attivazione secondo la programmazione definita”. Insomma, ci vorranno anni per la costruzione di nuove carceri e nel frattempo i nostri istituti penitenziari resteranno stracolmi. Anche sulla digitalizzazione, nonostante i passi avanti dopo la riforma Cartabia, restano delle criticità. In primis, sulla creazione del Polo Strategico Nazionale dove conservare digitalmente i dati della Pa, al 31 ottobre 2025 risulta speso il 13,8% delle risorse (5,6 milioni su 40) mentre siamo indietro anche sul Siem, il sistema per proteggere le pubbliche amministrazioni dagli attacchi cyber ancora “in corso di realizzazione”. Anche sull’applicativo App che avrebbe dovuto digitalizzare il processo penale, nonostante gli avanzamenti alcuni tribunali - come Milano - hanno abbandonato l’applicativo per tornare alla carta. Quello che non piacerà al ministro Nordio, inoltre, è il costo delle intercettazioni. Nel 2024 il costo era stato di 273 milioni e - secondo l’ultimo allegato del ministero alla legge di Bilancio - nel 2025 è stato addirittura di 299, in crescita continua rispetto al 2022. Nella relazione al Parlamento si specifica che sono aumentati i bersagli intercettati passando da 82 a 90 mila. Se le intercettazioni telefoniche - che rappresentano il 70% del totale - sono cresciute in maniera “moderata”, le intercettazioni informatiche e con Trojan “hanno registrato i tassi di crescita più elevati, rispettivamente +23,9% e +21,7%”. Per i tecnici del ministero l’aumento, nel 2025, delle intercettazioni ambientali e informatiche “indica un rafforzamento delle attività investigative”. Ma Nordio, invece, nelle ultime settimane ha spesso detto il contrario: insieme a FI ha chiesto di limitare l’uso di Trojan e di ridurre il costo delle intercettazioni. Campania. Carceri al collasso di Samuele Ciambriello* La Repubblica, 14 giugno 2026 Le carceri italiane continuano a rappresentare una delle principali emergenze del sistema della giustizia. Al problema endemico del sovraffollamento si sommano carenze strutturali, insufficienza di personale, difficoltà nell’accesso alle cure sanitarie e una crescente presenza di persone con dipendenze patologiche e fragilità psichiche. Un quadro che ci allontana sempre di più dal rispetto della funzione costituzionale della pena ex art. 27, fondata sul reinserimento sociale e sul divieto di trattamenti inumani e degradanti. I numeri aggiornati al 31 maggio 2026 confermano una situazione di forte pressione. Negli istituti penitenziari italiani sono detenute 64.741 persone a fronte di una capienza reale di circa 45.000 posti. Il tasso di sovraffollamento supera così il 140%, con oltre 19.000 persone in più rispetto ai posti disponibili. La situazione appare ancora più critica in Campania. Nei 14 istituti penitenziari della regione risultano presenti 8.047 detenuti a fronte di una capienza reale di 5.004 posti. Il tasso di affollamento raggiunge il 160,8%, superiore alla media nazionale. Nello scenario appena rappresentato, le donne detenute a livello nazionale sono 2.881, di cui 419 in Campania. I detenuti stranieri sono invece 20.350, circa il 31% del totale. In Campania, 943. Tra gli aspetti più delicati emerge, poi, quello delle dipendenze. Secondo i dati del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, oltre 20.000 detenuti presentano problematiche legate alla tossicodipendenza o ad altre forme di dipendenza, quasi un terzo dell’intera popolazione detenuta. In Campania, i detenuti tossicodipendenti censiti al dicembre 2025 sono 2.125. Solo a Poggioreale ne sono 853. A Secondigliano, 320. Complessivamente, nel 2025, nel carcere di Poggioreale sono passati 1453 detenuti tossicodipendenti, mentre nel carcere di Secondigliano 561. Un altro dato che desta particolare preoccupazione è quello della salute mentale in carcere. A livello nazionale, i detenuti che soffrono di patologie psichiche sono circa 4.200. In Campania, se ne contano 565. Solo a Poggioreale vi sono ben 80 detenuti psicotici. Sul punto, è bene ribadire che l’abolizione dei manicomi non ha superato la problematica legata al disagio psichico dei reclusi. In Campania vi sono solo due Rems operative sul territorio, con soli 40 posti complessivi disponibili. Sono allarmanti anche i dati riguardanti i minori. Nello scorso anno 21 minori sono stati accusati di omicidio, un centinaio di minori, invece, sono stati accusati di porto abusivo d’armi, tentata rapina e omicidio stradale. Che fare, aprire sempre e solo nuove carceri come ha fatto recentemente il Governo con l’apertura di tre nuovi istituti penali minorili: Lecce, l’Aquila e Treviso? Il sovraffollamento e le condizioni detentive continuano a riflettersi anche sugli indicatori di sofferenza più estremi. Il 2025 si è chiuso con 82 suicidi tra le persone detenute, uno dei dati più elevati mai registrati nel sistema penitenziario italiano. Nei primi mesi del 2026, fino a metà maggio, i suicidi sono già 24, di cui 4 in Campania. Un quadro come quello appena descritto non può essere ricondotto esclusivamente alla mancanza di posti, ma ad una scelta politica ben precisa. La scelta di ignorare la crescita della popolazione detenuta, l’aumento delle fragilità sociali e sanitarie degli istituti di pena, di limitare ulteriormente l’accesso alle misure alternative alla detenzione. Una scelta sistemica, che decide di continuare ad operare stabilmente oltre la propria capacità, con conseguenze dirette sulla qualità della vita detentiva e sulla tutela della salute delle persone recluse. La politica insegue sul carcere il consenso, il populismo penale e mediatico. Una scelta politica, d’altronde, che si è estesa anche alla gestione dei Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr). Dal 25 aprile, in qualità di Portavoce dei Garanti regionali sul territorio nazionale, ho sostenuto una revisione radicale delle politiche migratorie, puntando su accoglienza, regolarizzazione e inclusione sociale. La prospettiva di aprire 6 nuovi Cpr (in Campania, a Castel Volturno, con un impegno di spesa pari a 41 milioni di euro, e poi in Trentino, Calabria, Toscana ed Emilia Romagna) e di incrementare l’ampliamento di quelli già presenti sul territorio (in Sicilia, Sardegna e Lazio), rappresenta quanto di più lontano la nostra Costituzione intende tutelare. *Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Campania Cremona. “Nel carcere nemmeno uno psichiatra” di Daniele Rescaglio Il Giorno, 14 giugno 2026 Carenza di personale, sovraffollamento e fragilità sanitaria. Sono i problemi atavici che affliggono la casa circondariale di Cremona. Ieri il consigliere regionale del Pd Matteo Piloni ha visitato la struttura e incontrato la direttrice Giulia Antonicelli con la comandante della Polizia penitenziaria Letizia Tognali per un confronto sulle principali criticità. “Ritengo importante continuare a mantenere alta l’attenzione sulla situazione del carcere di Cremona attraverso visite periodiche e momenti di confronto con chi vi opera quotidianamente - ha sottolineato Piloni - Il carcere non è un mondo a parte, lavoratori e detenuti hanno diritto a condizioni dignitose e sicure”. Durante l’incontro sono emerse in particolare le difficoltà legate alla carenza di personale: a fronte di 226 agenti previsti, oggi sono in servizio in 164 agenti, di cui circa una trentina distaccati in altre sedi. La situazione è particolarmente critica per quanto riguarda i sottoufficiali, la cui carenza rende più complessa la gestione quotidiana della struttura. Criticità che riguardano anche l’area educativa: “Per oltre 600 detenuti sarebbero previsti sei educatori, ma quelli effettivamente operativi sono tre, perché due risultano distaccati e un posto è vacante. Una situazione che potrebbe essere almeno in parte risolta attraverso lo scorrimento delle graduatorie ministeriali”, afferma Piloni. Ma non sono queste le uniche criticità. Ad esempio mancano medici psichiatrici: a fronte di oltre cento detenuti con patologie psichiatriche certificate, ai quali si aggiungono numerosi altri casi di disagio mentale, il servizio può contare solo su due specialisti. “Una condizione che inevitabilmente produce conseguenze anche sul piano della sicurezza”. Isili (Ca). La colonia penale modello sotto pressione: “Troppi internati” di Gian Carlo Bulla La Nuova Sardegna, 14 giugno 2026 Il sopralluogo del garante Gianni Loy e del sindaco Luca Pilia fa emergere carenze sanitarie, psicologiche e psichiatriche: appello urgente al ministero e al Dap. Nei giorni scorsi, Gianni Loy, il garante dei diritti dei detenuti della Città Metropolitana di Cagliari, e Luca Pilia, il sindaco di Isili, hanno effettuato una visita nella colonia penale del paese del Sarcidano. L’incontro, volto a verificare le condizioni della struttura e del personale, ha fatto emergere una serie di gravi criticità che rischiano di compromettere un modello detentivo storicamente virtuoso. La problematica principale riguarda l’altissima concentrazione di internati (soggetti sottoposti a misure di sicurezza). Attualmente la struttura ne ospita circa una quarantina, un numero superiore a quello massimo consentito. “La colonia penale di Isili è una realtà che ha sempre funzionato e che rappresenta un modello di riabilitazione d’eccellenza - ha dichiarato il sindaco Pilia - Qui i detenuti lavorano la terra, si occupano dell’allevamento e della trasformazione dei prodotti agroalimentari. È un sistema che produce valore e dignità. Tuttavia, questo delicato equilibrio rischia oggi di esplodere a causa di una gestione dei flussi insostenibile”. Le criticità principali riscontrate durante il sopralluogo riguardano: mancanza di assistenza specialistica. A fronte, infatti, di un numero così elevato di internati, si registra una drammatica carenza di assistenza sanitaria, psicologica e psichiatrica adeguata alle loro specifiche esigenze. Questa situazione “esplosiva” si ribalta interamente sulle spalle della polizia penitenziaria e della direzione della struttura, che si trovano a gestire un’emergenza continua con risorse umane e strumenti del tutto insufficienti. L’alto numero di internati e le tensioni che ne derivano rischiano di paralizzare le attività agricole e di allevamento, che costituiscono il cuore pulsante e il valore sociale della colonia. Il garante Gianni Loy, in particolare, denuncia il fatto che le carenze e le numerose violazioni del regolamento carcerario, ledono diritti fondamentali deli internati, la dignità della persona, mettono, inoltre, a rischio la loro e altrui sicurezza e vanificano la funzione rieducativa. Si riserva, pertanto l’adozione di specifici interventi a loro tutela. Il sindaco Pilia e il garante Loy esprimono la solidarietà al direttore Francesco Ruocco e agli agenti della polizia penitenziaria, costretti a operare in condizioni di costante pressione. L’amministrazione del comune di Isili e il garante hanno rivolto un appello urgente al ministero della giustizia e al dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap) affinché si intervenga immediatamente per decongestionare la struttura, ridistribuire la presenza degli internati e garantire il supporto medico-sanitario necessario. “Non si può permettere - sottolinea il sindaco Pilia - che una realtà penitenziaria che potrebbe costituire un modello positivo venga lasciata andare al collasso”. Bologna. L’azienda dietro le sbarre tra assunzioni e lavoro stabile: il modello “Dozza” funziona di Marco Bettazzi La Repubblica, 14 giugno 2026 Detenuti occupati come operai e casari. Fabbrino: “I prodotti scelti anche per quello che sta dietro”. Fare impresa in Dozza “è una vera e propria officina, con prodotti che poi vanno in giro per il mondo. I ragazzi sono assunti con il contratto metalmeccanico e a tempo indeterminato”. Maurizio Marchesini è conosciuto per essere a capo di un colosso del packaging farmaceutico, Marchesini Group, e anche come vicepresidente di Confindustria. Ma è anche presidente di “Fid - Fare impresa in Dozza”, un’impresa sociale che a Bologna, nella Casa circondariale Rocco D’Amato, detta “Dozza”, appunto, insegna un lavoro ai detenuti e li assume una volta terminata la pena, dopo essere stati affiancati da volontari ed ex lavoratori delle aziende coinvolte. Se n’è parlato ieri a RepIdee, dove i protagonisti sono stati intervistati da Giovanni Egidio di Repubblica. Nata nel 2010 per volontà di Marchesini e altre aziende come Ima e Coesia, la compagine sociale si è poi allargata più di recente a Faac e a Granarolo, che da inizio anno ha riaperto all’interno del carcere un caseificio che produce caciotte, poi vendute nei supermercati di Coop Alleanza e usata nei ristoranti di Camst. L’area meccanica dell’azienda ha 16 dipendenti e assembla componenti per le imprese socie, mentre il caseificio insegna la difficile arte del casaro. Un progetto economico e sociale assieme, che abbatte la recidiva dal 70% della media nazionale al 10% appena tra chi è coinvolto. Ad oggi sono 83 i detenuti assunti. Delle 67 persone uscite 55 hanno completato l’esperienza, 39 sono stabilmente inserite nel mondo del lavoro, 10 hanno deciso di finire la pena in comunità o sono state trasferite in altre carceri, e soltanto 6 hanno commesso di nuovo reati. Il fatturato medio degli ultimi cinque anni si aggira intorno ai 239mila euro. “Il volontariato da solo non basta - segnala Marchesini - serve l’intervento del pubblico, anche perché non si può pensare di buttare la chiave della cella per ogni reato, perché sono persone che tornano nella società, ed è un bene per tutti che riescano a riprendere il filo della loro vita”. “Io spero che le persone imparino a scegliere un prodotto non solo per quel che c’è dentro, ma anche quel che ci sta dietro”, dice Stanislao Fabbrino, presidente di Granarolo. Bologna. “In carcere pensavo che la mia vita fosse finita. Ora grazie al lavoro mi sto rialzando” di Marco Bettazzi La Repubblica, 14 giugno 2026 Raphael Oloyede ha raccontato sul palco di Repubblica delle Idee la sua esperienza all’interno di “Fare impresa in Dozza”, che vede coinvolte tante imprese del territorio. Bergonzoni: “Il detenuto non fa tenerezza: dopo Pannella pochi politici se ne sono occupati”. “Io all’inizio della mia carcerazione, che è durata 12 anni e mezzo, pensavo che la mia vita fosse finita. Oggi mi sto rialzando, e ringrazio tutti per la vita che mi hanno ridato oggi”. Raphael Oloyede è un ex detenuto coinvolto nel progetto FID - Fare impresa in Dozza, e oggi lavora come operaio per Marchesini Group, il colosso meccanico del packaging. Fid è l’impresa sociale bolognese che insegna ai detenuti un lavoro per cercare di ridare a queste persone un’opportunità, una volta finita la pena. Ed è su questa bella storia che si è concentrato l’incontro “La libertà è partecipazione” di RepIdee, moderato da Giovanni Egidio caporedattore di Repubblica Bologna. Fid è attiva dal 2013 all’interno del carcere della Dozza di Bologna e nasce da un’iniziativa di esponenti del mondo industriale e sociale, tra cui Alberto Vacchi di Ima, Isabella Seràgnoli di Coesia e Maurizio Marchesini di Marchesini. È partecipata da queste aziende, cui si sono aggiunge nel corso del tempo Faac e Granarolo, che di recente ha aperto un caseificio nell’istituto che produce caciotte. Fid opera come una vera e propria impresa produttiva, fornendo componenti alle aziende socie, e favorisce il reinserimento sociale e lavorativo dei detenuti una volta scontata la pena. A oggi ha già formato e occupato oltre 70 persone. Il dato di recidiva tra i dipendenti di Fid è del 10%, mentre la media nazionale raggiunge il 70%. “C’è lavoro e lavoro - dice Rosa Alba Casella, direttrice Casa circondariale Rocco D’Amato - l’ordinamento prevede il lavoro per i detenuti, ma in genere sono lavori interni alle strutture, poco qualificanti. Questo è un esempio molto più articolato e sfidante, perché consente di acquisire competenze ricercate nel mondo del lavoro”. Marchesini, presidente di Fid, segnala che “il volontariato da solo non basta, serve l’intervento del pubblico - spiega - anche perché non si può pensare di buttare la chiave della cella per ogni reato, questo non è attuabile. Sono persone che tornano nella società, ed è un bene per tutti che riescano a riprendere il filo della loro vita”. Da pochi mesi è attivo il caseificio di Granarolo, che produce caciotte poi vendute nei supermercati Coop Alleanza e usate nelle mense della Camst. “Io spero che le persone imparino a scegliere un prodotto non solo per quel che c’è dentro, ma anche quel che ci sta dietro - dice Stanislao Fabbrino, presidente di Granarolo - è un gesto di responsabilità importante quando ciascuno di noi fa un acquisto, un gesto che va pensato un po’ di più, perché dietro alle imprese spesso ci sono storie bellissime come questa”. Impegnato da sempre nel mondo del carcere, l’attore Alessandro Bergonzoni sferza istituzioni e politica a fare di più per favorire il reinserimento degli ex detenuti in società. “Lo Stato dov’è? Se devi investire su salute o istruzione la gente vota istruzione e sanità, perché noi ci ammaliamo tutti, mentre in galera non ci andiamo, anche se con l’ultimo decreto sicurezza forse ci andiamo anche noi. Ma in genere non ci andiamo. Il detenuto non fa tenerezza - continua - non c’è un partito politico che si occupi di questi temi, io dopo Pannella ne ho visti molto pochi”. Rovigo. Pane in carcere, inaugurato il laboratorio dell’istituto che venderà i prodotti ad Autogrill di Enrica Pighin Il Gazzettino, 14 giugno 2026 Panaté e Cooperativa solidarietà hanno unito le forze trovando nella coop Ro.Sa. la concretizzazione tecnica. Una rinascita che viene dal pane, l’imparare eventualmente anche un mestiere per il “dopo”, seguendo un percorso di recupero personale dei detenuti che porta a Rovigo esperienze vissute altrove e che anche vicino sono già famose, come al carcere Due palazzi di Padova. Alla Casa circondariale di Rovigo, dunque, è stato inaugurato il laboratorio dedicato alla produzione di pane e di lievitati artigianali, un progetto che coinvolge Panaté Società benefit e Cooperativa solidarietà, in un percorso condiviso che mira alla collaborazione fra istituzioni, associazioni e territorio. “Condannati a fare cose buone” è il concetto, riuscire a trasformare la detenzione dell’individuo in un processo di crescita nel lavoro, con nuove responsabilità e prospettive nel futuro. A spiegarlo è stato il comandante della polizia penitenziaria Antonio Zaza, che ha illustrato le attività di risocializzazione attive nell’istituto, fra le quali quella di assemblaggio e di panificazione. “L’obiettivo dei laboratori è restituire dignità alla persona attraverso il lavoro, con mansioni che consentono un graduale reinserimento nella società, come dice l’articolo 27 della Costituzione (“le pene non devono consistere in atti contrari all’umanità e devono vertere alla rieducazione del condannato”, ndr). “Il pane è un alimento semplice, ma la sua preparazione richiede lentezza, pazienza e precisione, proprio come accade con il percorso del detenuto”: con questa similitudine il vice prefetto Valeria Gaspari ha voluto rappresentare il processo di reinserimento del condannato, un lavoro che richiede tempo. Il laboratorio di assemblaggio è un’iniziativa della Cooperativa sociale Ro.Sa, il cui rappresentante legale è Dario Fabbri che ha espresso l’esperienza maturata. “All’inizio eravamo scettici perché lavorare in un carcere è complesso. I primi tentativi sono stati complicati, abbiamo interagito con persone distanti dai concetti di disciplina e di rispetto degli orari, ma oggi siamo felici di portare avanti un cammino che mira alla riqualificazione del carcerato nella società attraverso una certa autonomia economica e la disciplina che solo il lavoro può assicurare”. Davide Danni, amministratore delegato di Panaté, si è allacciato evidenziando che “questo traguardo rappresenta il dato di fatto che nessuno riesce a fare qualcosa da solo, ma è il risultato della stretta collaborazione fra associazioni, enti, cooperativa e territorio. Con Panaté cerchiamo di portare fuori un prodotto, il pane, che è frutto di un progetto sostenibile e duraturo”. Danni ha stretto la mano a Stefano Bolognesi di Cooperativa solidarietà a sottolineare l’importanza di inclusione sociale e di sostenibilità economica, due valori di cui si parla molto e che concorrono nella possibilità di garantire il riscatto ai detenuti. “Un errore si può superare”, ha concluso il secondo. Il pane prodotto dai detenuti nel laboratorio uscirà dal carcere e verrà immesso in commercio, sui banchi dei ristoranti Autogrill. Presente all’incontro era il direttore della nota catena Horeca, Luca D’Alba, polesano. “I lievitati artigianali Panaté sono alla base del marchio Spizzico, presente nei nostri punti di ristorazione, e si tratta di panificati qualitativamente alti che rispecchiano il nostro impegno nella responsabilità sociale, concetto che dobbiamo tenere in conto nei nostri valori aziendali”. A cerimonia conclusa, gli invitati, tra i quali il sindaco Valeria Cittadin e l’onorevole Nadia Romeo, hanno varcato la soglia del penitenziario entrando nella zona di detenzione. Il senso di smarrimento, comune a luoghi come questo, si è placato alla vista dei detenuti con “le mani in pasta”, con il profumo del pane che parla di casa. Gorgona (Li). Il riscatto oltre le sbarre: un’isola, le vigne, lavoro e dignità di Elisa Campisi Avvenire, 14 giugno 2026 Gabbiani e salsedine. Vette ripide a strapiombo sul mare, suggestive cale che si alternano a terreni sabbiosi ricchi di vegetazione selvaggia, pini, uliveti e vigne. Vialetti in pietra, una manciata di casette colorate e in cima a una roccia una torre di avvistamento in pietra del XIII secolo. Intorno solo un mare limpido. Siamo a Gorgona, l’isola più piccola e settentrionale dell’Arcipelago Toscano, a circa un’ora e mezza di navigazione da Livorno. Ma non è questo a renderla speciale. “Chiusura, chiusura!”, intima una voce metallica e improvvisa al megafono, a ricordarci che quella che al primo sguardo potrebbe sembrare una tipica perla turistica in cui fuggire dalla routine, in realtà è un posto di reclusione. Siamo in una colonia penale agricola, l’ultima di questo genere attiva in Europa. Qui i detenuti trascorrono soprattutto l’ultima parte della pena, ma con la differenza che tutti possono imparare diversi lavori: c’è chi fa l’elettricista, chi il falegname, chi il cuoco. Ma, soprattutto, qui nel 2012 è nato un progetto in collaborazione con il produttore di vini Lamberto Frescobaldi, presidente di Marchesi Frescobaldi, che sull’isola ha portato i suoi agronomi ed enologi per permettere agli ospiti di fare un’esperienza nella viticoltura, assunti direttamente dall’azienda. Giunti alla 14esima vendemmia, giovedì sull’isola sono arrivati esperti e venditori da tutta Italia per assaggiare la prima bottiglia di Gorgona dell’annata 2025: circa 9mila bottiglie in tutto nate da un vigneto che si estende per poco più di due ettari. Così mani che nella vita avevano imparato a compiere del male, ora stanno imparando a piantare, potare, raccogliere. “Un italiano, un polacco, un marocchino e un pachistano, al momento nelle vigne siamo noi quattro. Sembra l’inizio di una barzelletta, ma la verità è che lavorando insieme abbiamo imparato a fare squadra”, ci racconta Piero, 39 anni, con il suo accento piemontese. Da più di un anno ormai ha un lavoro retribuito, che immagina di poter continuare quando, spera presto, sarà libero. “Che ero arrivato in un posto diverso l’ho capito subito, appena attraccati, quando l’agente mi ha detto che potevo iniziare a salire per il viale da solo. Qui sono tornato a muovermi all’aria aperta e lavorando ho avuto anche tanto tempo per riflettere. Quando hai sbagliato ormai è troppo tardi per tornare indietro, ma negli altri penitenziari non mi era mai stata data un’opportunità di formazione. Adesso ho speranza per quando sarò fuori”, confessa. Tra i suoi colleghi, c’è Damian, 42 anni, “il polacco”. “In Italia per 10 anni ho lavorato nella raccolta dell’uva da tavola senza che nessuno mi avesse mai spiegato niente. Oggi invece so capire di cosa ha bisogno l’uva da vino, se è malata e come curarla”, ci dice Damian, anche lui fiducioso che queste competenze siano spendibili all’esterno. Le loro storie, seppur ancora in evoluzione, sono già una prova dei risultati che si possono ottenere quando le pene tendono alla rieducazione. “A Gorgona, con gli ospiti inseriti in una progettualità, abbiamo abbattuto del 30% la recidiva rispetto alla media nazionale”, ci spiega Maria Grazia Giampiccolo, alla direzione del carcere quando fu avviato il progetto e ora tornata nello stesso incarico. Che il progetto funzioni lo dimostra poi “che da quando abbiamo iniziato 81 dei nostri detenuti sono stati assunti da Frescobaldi per curare i vigneti dell’isola e 16 di loro sono stati presi poi anche all’esterno”. Non è semplice, chiarisce subito Giampiccolo, perché per quanto questo penitenziario eccella nel dare opportunità è comunque gravato dai problemi comuni a tutti: “Al momento abbiamo circa 140 ospiti, quasi il doppio rispetto alla capienza ottimale. Questo vuol dire che sì, riusciamo a farli lavorare tutti, ma chiaramente per meno ore e meno giorni rispetto al passato”. Nonostante la complessità, il progetto con Frescobaldi testimonia che se ci sono riusciti in un’isola remota allora davvero è possibile nelle altre carceri, con delle riforme e la collaborazione pubblico-privato. “Posso assicurare che non è semplice portare competenze fino a qui, trasportare le bottiglie dalla vetta in cui si trova la cantina fino alla barca che le porta alla terra ferma”, ci spiega Frescobaldi mostrando le vigne. Insomma, produrre con questi estremi umani e geografici ha dei costi: “Bisogna crederci e vendere il vino a una cifra che rifletta tutta la fatica, ma anche la speranza, che c’è dietro ogni bottiglia. Attualmente il prezzo al consumatore è di circa 90 euro”. La sua esperienza insegna che il ritorno, non solo economico, c’è anche per l’imprenditore. “Il tempo mi ha dato ragione. Non ho mai avuto problemi con i dipendenti assunti dentro e fuori. Poi certo, ognuno fa il proprio percorso. A volte va bene, come quel ragazzo straniero che per la prima volta ha avuto delle responsabilità in vigna e ora che è fuori è un bravissimo meccanico. A volte va male nonostante l’impegno, come quando un nostro dipendente dal comportamento esemplare è uscito dopo oltre 20 anni e una volta in libertà è stato assassinato da qualcuno che lo aveva aspettato per vendicarsi”, continua, precisando che il punto è dare l’opportunità a più persone possibili di emanciparsi con uno stipendio e poter dire no alla criminalità. Un punto ribadito infine dal vescovo di Livorno, monsignor Simone Giusti, che è venuto sull’isola per benedire la nuova annata e il progetto. “Urge una riforma carceraria ormai inderogabile - ha detto rivolgendosi alle autorità presenti. Una riforma che abbia come presupposto la dignità del lavoro. Il lavoro fa capire alle persone di avere delle capacità, di poter guadagnare in maniera onesta e servire la collettività. Ci sono settori in cui manca la manodopera, mentre ne abbiamo una marea inutilizzata nelle carceri”. L’invito del vescovo a tutte le autorità che si impegnano per i diritti dei detenuti è insomma di sviluppare una nuova progettualità con gli imprenditori, così da dare finalmente una possibilità di futuro fuori dal carcere a ciascun detenuto. Milano. Con il “senso del pane” da dieci anni le ostie sono segno di speranza di Paolo Lambruschi Avvenire, 14 giugno 2026 Il senso del pane è ridare speranza e dignità alle persone fragili. A chi è finito in carcere anche per reati molto gravi, a detenuti, migranti vittime di tratta, disabili e donne vittime di violenza attraverso l’insegnamento del lavoro di produzione delle ostie per la Santa Messa. Il senso del pane è un progetto visionario della Fondazione Casa dello spirito e delle arti nato nel 2016, anno del Giubileo e della Misericordia, da un’idea di Arnoldo Mosca Mondadori che creò, nel carcere milanese di Opera, il primo laboratorio per la produzione di ostie che coinvolse alcuni detenuti condannati per omicidio. Le prime vennero consacrate da papa Francesco, papa Leone le ha consacrate pochi mesi fa per il giubileo dei detenuti sancendo la continuità. A partire dal 2019, grazie all’incontro con Ennio Doris e al suo sostegno, sono nati 19 nuovi “laboratori eucaristici” in Italia e nel mondo. E proprio nella sede milanese di Banca Mediolanum è stato ricordato giovedì scorso l’apporto del banchiere, scomparso nel novembre 2021, e con il contributo della fondazione Pedrollo è stato annunciato l’allargamento del progetto cui finora hanno aderito più di 15.000 tra diocesi italiane e straniere, congregazioni religiose, parrocchie, monasteri, realtà cristiane che hanno ricevuto e continuano a ricevere gratuitamente le ostie prodotte nei diversi laboratori eucaristici. Nei laboratori sono impegnate ogni anno nel lavoro di produzione di ostie circa 300 persone. Da Gaza, dove nella parrocchia di don Romanelli la produzione di particole si è mai fermata, al Brasile dove i laboratori sono presenti in quattro istituti penitenziari che adottano il metodo Apac, un sistema di detenzione convenzionato con lo stato che prevede meno agenti penitenziari e più occasioni di lavoro. “La centralità del progetto - ha ribadito Arnoldo Mosca Mondadori - consiste nel fatto che le ostie, preparate per la celebrazione eucaristica vengono prodotte da persone fragili. Per esempio i detenuti hanno seguito un percorso di conversione interiore e di pentimento. Un lavoro retribuito offre la possibilità a queste persone di ricostruire la propria vita ed evitare la recidiva una volta fuori ritrovando identità e dignità”. E fu proprio questo aspetto a convincere Ennio Doris, fondatore e presidente di Mediolanum, a finanziare il progetto. Lo conferma la figlia Sara, vice presidente di Banca Mediolanum e presidente della fondazione che porta il nome del papà: “Mio padre aveva la grande capacità non solo di capire le persone, ma anche di intuire quello che loro potevano diventare. Lui vide subito la potenzialità del senso del pane. Nonostante fosse nato in una famiglia povera, si riteneva un privilegiato perché era stato cresciuto con amore. Ha sempre avuto una grande fede e voleva aiutare come poteva tutti”. Al progetto ha aderito anche la Fondazione Pedrollo, fondata due anni fa dall’omonima azienda leader per le elettropompe e che punta a tutelare la dignità umana con la formazione e portando l’acqua - essenziale come il pane - nei luoghi del mondo dove manca. “Luigi Pedrollo - spiega la nipote Alessandra, presidente della fondazione ispirata al sacerdote per cui è in corso la causa di beatificazione - fu collaboratore prima e poi successore del santo don Calabria alla guida dei Poveri Servi Della Divina Provvidenza. Anche lui dedicò la sua vita al servizio degli ultimi e, se fosse qui, sarebbe felice di partecipare al “senso del pane”. E a lui saranno dedicati altri otto laboratori carcerari in Brasile, mentre probabilmente dopo l’estate uno aprirà nel carcere Due Palazzi di Padova e un altro a Pollone con la Papa Giovanni XXIII sarà dedicato a Piergiorgio Frassati. Luoghi ponte da cui ripartire, che ridaranno senso a molte vite. Catania. Per gli studenti-detenuti è stato un anno scolastico fra arte e voglia di riscatto La Sicilia, 14 giugno 2026 Per valorizzare il lavoro svolto è stato allestito un vernissage con tutte le creazioni pittoriche e scultoree ai quali è stata conferita un’apposita menzione per la partecipazione al concorso bandito dalla Fondazione Angelo D’Arrigo. La giornata conclusiva ha visto, tra gli ospiti, la presenza di Laura Mancuso, presidente della Fondazione Angelo D’Arrigo, che ha consegnato i riconoscimenti ufficiali ai partecipanti, e della scrittrice Barbara Bellomo. Con quest’ultima i detenuti, che avevano già letto il volume “La biblioteca dei fisici scomparsi”, hanno dialogato e portato in scena uno dei capitoli affrontati in classe. In chiusura è stato proiettato un video con un’intervista realizzata per il decennale dell’istituzione dei Cpia, offrendo agli studenti e alle studentesse della Casa circondariale di Piazza Lanza l’occasione per ribadire il ruolo fondamentale della scuola all’interno degli Istituti di pena. I detenuti hanno potuto chiudere l’anno scolastico alla presenza della dirigente del Liceo Artistico Statale “Emilio Greco” di Catania, Angela Rosa Maria Pistone, alla dirigente del Cpia Ct1, Antonietta Panarello, e alla direttrice della Casa circondariale di Piazza Lanza, Nunziella Di Fazio. Saluzzo (Cn). “Tutti hanno diritto all’amore: anche chi è in carcere” di Marco Turco unionemonregalese.it, 14 giugno 2026 Al Teatro “Marenco” di Ceva lo spettacolo portato in scena dai detenuti di Alta Sicurezza di Saluzzo. “Carcere”. Una parola dal peso enorme. Chi finisce in prigione, lo impara a sue spese: la vita subisce una battuta di arresto e si ferma davanti a un muro contro cui è difficile non schiantarsi. Ma se la pena detentiva ha un termine, lo stigma sociale spesso è a tempo infinito. Così nasce “Ma l’Amore no”: uno spettacolo teatrale fatto dai detenuti di Alta Sicurezza della Casa di Reclusione di Saluzzo e prodotto dall’Associazione “Voci Erranti” nell’ambito del progetto teatrale “Per Aspera ad Astra” finanziato dall’Acri. Andrà in scena lunedì 15 giugno alle ore 20, presso il Teatro Marenco di Ceva (Piazzetta Cardinale Francesco Adriano, 1), grazie alla Fondazione Azzoaglio. ““Ma l’Amore no” è uno spettacolo intenso e necessario, nato dall’ascolto autentico di uomini che vivono la detenzione e delle domande che il carcere lascia spesso in silenzio: il bisogno di amore, il desiderio, la solitudine, l’attesa, la distanza - spiega Erica Azzoaglio, Vicepresidente della Fondazione Azzoaglio -. Attraverso parole, corpo e movimento, i protagonisti portano in scena ciò di cui si parla ancora troppo poco: il diritto all’affettività, anche per chi sta scontando una pena, il bisogno di amore, un diritto che ogni essere umano ha, anche chi è detenuto”. “Ma l’Amore no” è stato scritto da Grazia Isoardi e Marco Mucaria, le coreografie sono di Marco Mucaria e le luci di Christian Perria. Lo spettacolo sarà preceduto alle ore 19 da un aperitivo. L’ingresso è libero e gratuito, chi è interessato a partecipare deve registrarsi sul form di prenotazione https://forms.gle/jvYuhwEFk9oXbCNH6 “Portare a Ceva uno spettacolo come “Ma l’Amore no” significa creare un’occasione di incontro tra il carcere e la comunità - dichiara Elena Ramondetti, Direttrice della Fondazione Azzoaglio. Come Fondazione lavoriamo quotidianamente nei contesti di fragilità, nelle scuole, nelle comunità e negli istituti penitenziari, convinti che la cultura possa diventare uno spazio di dialogo e di comprensione reciproca. Lo spettacolo affronta un tema complesso e spesso poco raccontato, quello dell’affettività in carcere, attraverso il linguaggio del teatro, capace di restituire umanità alle persone e di aprire domande che riguardano tutti noi. Siamo grati all’Associazione “Voci Erranti” e ai detenuti coinvolti nel progetto per aver scelto di condividere questa esperienza di grande valore umano e civile”. “M’ama non m’ama” è la domanda che, più di altre, tormenta ed accompagna la persona detenuta durante l’arco di tempo in cui la vita privata e sociale viene sospesa ed anche gli affetti e i sentimenti vengono congelati “per legge”. Perché la detenzione, oltre alla perdita di libertà personale, oltre ad essere un tempo vuoto e povero di offerte formative e lavorative, oltre ad essere luogo di regressione e di profonda solitudine, è anche e soprattutto privazione di amore e di affettività. Si deve mettere a tacere il corpo, la mente e l’immaginario. Bisogna trasformarsi in esseri asessuati, in uomini che non devono più provare il desiderio. Bisogna impegnarsi per spegnere le passioni, alienarsi per disumanizzarsi, far soffrire l’istinto umano. “Lo spettacolo nasce dalla riflessione sul tema con il gruppo dei detenuti di Saluzzo che partecipano al progetto teatrale presente nell’Istituto e gestito dall’Associazione “Voci Erranti” - aggiungono i due autori Grazia Isoardi e Marco Mucaria. Pensieri che, a fiume, sono stati espressi con grande sincerità senza dimenticare la solitudine e le sofferenze delle rispettive mogli e compagne che attendono il giorno del loro ritorno a casa. Sono tante le Penelopi che vivono la propria ‘vedovanza bianca’, con tutti i dubbi ed interrogativi del caso, con l’incertezza di riconoscere il proprio uomo al ritorno, di come recuperare il tempo e il rapporto di coppia sospeso. Sicuramente tra i tanti problemi che il sistema carcerario vive nel nostro Paese, questo è il più taciuto. È ancora tabù, si fa fatica ad aprire un confronto sincero sull’argomento”. Porto Azzurro (Li). Detenuti e storia: un libro racconta il Forte San Giacomo elbapress.it, 14 giugno 2026 Concluso il corso del Cpia: ricerca, arte e memoria nel volume donato al direttore. Un progetto che ha saputo coniugare studio, ricerca storica, creatività e crescita personale. Al termine del corso di alfabetizzazione scolastica, i detenuti della Casa di Reclusione di Porto Azzurro hanno voluto consegnare al Direttore un prezioso volume realizzato durante il percorso formativo, dedicato alla storia del Forte San Giacomo. L’opera rappresenta il risultato di un intenso lavoro di ricerca che ha portato i partecipanti ad approfondire la storia dell’Isola d’Elba, gli eventi che ne hanno segnato il passato e le vicende che hanno contribuito a costruirne l’identità culturale. Un percorso che ha consentito ai detenuti di conoscere più a fondo il luogo in cui vivono quotidianamente, osservandolo con una prospettiva nuova e più consapevole. Il volume si distingue anche per la sua raffinata realizzazione artistica. Le pagine sono state decorate a mano con motivi ornamentali ispirati agli antichi manoscritti, mentre titoli e capilettera sono stati impreziositi da effetti cromatici e dettagli realizzati con grande cura. Un lavoro che testimonia non soltanto la capacità di apprendere nuove conoscenze, ma anche quella di creare bellezza attraverso l’impegno, la pazienza e la perseveranza. Per i detenuti, lo studio della Fortezza ha assunto un significato particolarmente profondo. Il Forte San Giacomo non è apparso più soltanto come uno spazio fisico, ma come un luogo attraversato dal tempo, custode di memorie, vicende umane e trasformazioni che raccontano una parte importante della storia elbana. Le competenze acquisite durante il percorso, la capacità di collaborare, la disciplina richiesta dalla ricerca e dalla scrittura rappresentano un patrimonio destinato ad accompagnare ciascun partecipante anche oltre l’esperienza scolastica. Alla realizzazione del progetto hanno contribuito la docente del CPIA Rosaria Addamo, l’area trattamentale della Casa di Reclusione composta da Giuseppina Canu, Loredana Pugliese e Giuseppina Biondillo, oltre al personale della Polizia Penitenziaria che ha supportato le attività durante l’intero percorso. Una giornata memorabile e libri proibiti di Paolo Fallai Corriere della Sera, 14 giugno 2026 Il 14 giugno di 60 anni fa, la Chiesa cattolica ha ufficialmente abolito l’Indice dei Libri Proibiti (Index librorum prohibitorum). Ma c’è ancora qualcosa di molto attuale. Se qualcuno vi dice che i giorni sono tutti uguali, non conosce il 14 giugno: e non perché sono nati in quella data Donald Trump, Francesco Guccini e Gianna Nannini (auguri agli ultimi due). Nemmeno perché si celebra la Giornata mondiale del donatore di sangue. La ricorrenza più importante è più vicina. Il 14 giugno 1966 la Chiesa cattolica ha ufficialmente abolito l’Indice dei Libri Proibiti (Index librorum prohibitorum). Istituito nel 1558 da Papa Paolo IV e pubblicato nel 1559, l’elenco conteneva i testi che i fedeli non potevano leggere, stampare o diffondere perché ritenuti eretici o moralmente pericolosi, pena la scomunica. Un elenco aggiornato fino agli anni Cinquanta del secolo scorso. Tra i grandi autori figuravano Dante Alighieri (De Monarchia), Ludovico Ariosto (L’Orlando furioso), Galileo Galilei, Niccolò Machiavelli, ovviamente Giordano Bruno, Voltaire (29 opere), Balzac (“solo” 18). E perfino Giacomo Leopardi (Operette morali). Tra gli ultimi ad essere “messi all’indice” (espressione nata proprio dall’Index librorum prohibitorum) Simone De Beauvoir, Jean-Paul Sartre e Alberto Moravia. Un libro come Mein Kampf di Hitler non è mai entrato nell’Indice. Non stupisce che indici censori per impedire la pubblicazione di libri scomodi siano esistiti in ogni dittatura, dal fascismo al regime sovietico. Fa più effetto scoprire grazie all’opera meritoria di ricerca dell’organizzazione per la libertà di espressione PEN America che negli Stati uniti dal 2021sono quasi 23.000 i divieti di libri nelle scuole pubbliche: libri su razza e razzismo, titoli scritti da o su persone di colore, libri con personaggi e temi LGBTQ+, opere per lettori più grandi che includono riferimenti o discussioni sulla violenza sessuale. Tra gli autori colpiti figurano Toni Morrison e Margaret Atwood. Tra i più censurati “Nineteen Minutes” di Jodi Picoult, su una sparatoria in una scuola. Le armi non si possono proibire, i libri evidentemente sì. Alessandro Bergonzoni: “La tenerezza ci salva entrare nei drammi altrui è vitale” di Anna Bandettini La Repubblica, 14 giugno 2026 “Strabordante”. Stavolta se lo dice da solo, Alessandro Bergonzoni che ieri mattina, a Bologna, a Repubblica delle idee in dialogo con Luigi Manconi, nell’incontro Sbellichiamoci. Guerra, paci e arti vari, ha parlato, fatto ridere e toccato la platea parlando di pace, di guerra e dei “campioni di sangue che non sono quelli che facciamo negli ambulatori ma Trump, Netanyahu, Putin”. Temi che affronta, in forma di spettacolo, anche in Arrivano i dunque, il successo di questa stagione che non solo riprenderà a grande richiesta, ma il 22 ripropone per all’Almo Collegio Borromeo di Pavia, per la Milanesiana. Sempre il festival diretto da Elisabetta Sgarbi, il 22, lo ha anche coinvolto in una iniziativa speciale: un incontro in mattinata coi pazienti onco-ematologici dell’Istituto Clinico Humanitas di Rozzano. Dopo Bologna, il prossimo appuntamento è in un posto speciale: il 22 giugno, per La Milanesiana, alle 21 Bergonzoni sarà con lo spettacolo all’Almo Collegio Borromeo di Pavia, ma prima, alle 12, per i pazienti onco-ematologici sarà al Punto Giovani Aya dell’Istituto Clinico Humanitas di Rozzano. “Per il suo festival, la direttrice Elisabetta Sgarbi, ha avuto un’intuizione fantastica inserendo contaminazioni con i luoghi di cura e detenzione, dove la parola e l’ascolto assumono un valore ancora più necessario”. E lei in ospedale cosa farà? “Non un intrattenimento, ma un incontro-performance sul concetto di immedesimazione. Mi sarebbe piaciuto farlo anche nelle carceri, come un po’ di tempo fa è successo a Bologna con Paolo Fresu, perché c’è una somiglianza impressionante tra il mondo delle carceri e degli ospedali. Il tema comune è il rapporto di cura davanti a un corpo danneggiato. La medicina ufficiale fatica ad accettarlo, ma ormai anche la scienza comincia a studiare che dal punto di vista energetico passa la cura da una madre che stringe la mano a un figlio in stato vegetativo. L’amore, la voce, l’arte devono produrre immedesimazione”. Che cosa vuol dire? “Io credo nello shock pre-traumatico, non in quello post-traumatico. È scontato occuparsi di un dramma quando ti colpisce direttamente, come se solo chi ha perso un figlio in coma, o un fratello come Ilaria Cucchi possano fare qualcosa. Da venticinque anni frequento la Casa dei Risvegli e la gente mi chiede ancora se lo faccio perché sono stato in coma. Basta. Vorrei fondare l’associazione delle persone non coinvolte: individui che non hanno drammi in casa, ma scelgono di farsene carico prima che succeda a loro”. Lei parla di un impegno verso gli altri... “Il termine impegno evoca sforzo, dovere. Ma avere cura, tenerezza per altri, è un piacere vitale. È l’indifferenza a essere innaturale. Abbiamo creato e pagato i Cpr, delegando a figure come Almasri il compito di trattenere e stuprare esseri umani pur di non farli arrivare qui. Dobbiamo aspettare che su quel barcone ci sia nostro figlio per indignarci?”. Francesco De Gregori giorni fa, in una intervista, ha rivendicato la scelta dell’artista di non fare proclami dal palco... “Ognuno è libero di fare ciò che vuole. Quello che non capisco è come si possa non sentire la pulsione dell’immedesimazione in un momento storico come questo. Guardiamo le foto degli ospedali bombardati a Gaza, in Libano, in Cisgiordania, e non colleghiamo i pezzi? Springsteen fa benissimo a dire dal palco le cose che dice. Io riempio i teatri, sono pure diventato nonno, sono in un’oasi di felicità. Ma tra un’oasi e l’altra a me interessa il deserto bollente che c’è in mezzo. Limitarmi a fare il compitino del cantante o dell’attore, non mi diverte più, non mi accontento più”. Non crede però che ognuno abbia un suo modo di partecipare ai dolori del mondo? “Certo, scendere in piazza non è il solo modo. Conosco suore di clausura che pregano da quindici anni e fanno un lavoro egregio. Nè credo che bisogna esporsi, per farsi belli. Io non metto piede in tv, per esempio. Ma su Erri De Luca che ha detto che non c’è stato genocidio, mi stupisce che un poeta non abbia quel percettore che ti fa sentire il dolore di un popolo”. Ci vorrebbe più compassione secondo lei? “Compassione, condivisione ed empatia sono termini frusti. Io reclamo la sovrumanità. L’umanità è questa qui, che tortura, uccide, odia. È Trump. È Netanyahu. È la politica che non capirà mai né la sanità né le prigioni. Luigi Manconi ha scritto pagine definitive sull’inutilità del carcere, dimostrando che abolirlo converrebbe a tutti, anche economicamente. Ma i politici non leggono questi libri perché i detenuti non portano consensi. Sovrumano è l’esercizio radicale di diventare l’altro. Cosa che mi piacerebbe vedere in particolare negli artisti”. Per questo ha ideato l’installazione “Il tavolo delle trattative”? “Ho chiesto a Emergency degli arti artificiali che non usavano più e li ho sostituiti alle gambe di un tavolo di legno. Chi si siede mette i suoi arti tra quelli di chi ha perso i suoi in guerra. Ci si immedesima, appunto. Il 29 lo porto a Bruxelles dai parlamentari europei. Vedo che mi guarda un po’ come un alce in deltaplano, ma se la politica non ce la fa a capire l’arte, l’arte non capisce la spiritualità, e la spiritualità non capisce le galere o gli ospedali, io provo a rimettere tutto insieme. C’è piacere e benessere a immedesimarsi negli altri. E mi creda, nei reparti dove andrò il 22 c’è disperazione, ma anche una forza energetica pazzesca. Triste è l’epoca che viviamo”. Cannabis terapeutica, i pazienti convocati in caserma e i pregiudizi che limitano il diritto alla cura di Antonella Soldo Il Domani, 14 giugno 2026 Nei giorni scorsi in centinaia sono stati convocati dopo aver acquistato il farmaco dalla stessa farmacia dell’Emilia-Romagna per sé o per il proprio animale domestico, ricevendolo a domicilio, con regolare prescrizione del medico o del veterinario. Anche se l’inchiesta coinvolgerebbe circa 600 persone, non indagate, si può produrre un effetto raggelante sui diritti e spingere professionisti e pazienti a rinunciare per timore delle conseguenze. C’è qualcosa che non funziona quando un malato oncologico riceve la visita delle forze dell’ordine per una terapia prescritta dal proprio medico. C’è qualcosa che non funziona quando una persona si sente dire “deve portare il suo gatto in caserma” per rendere conto dell’olio prescritto dal veterinario. E c’è qualcosa che non funziona quando medici e farmacisti iniziano a rinunciare a prescrivere e vendere medicinali a base di cannabis per paura. Negli ultimi giorni ci siamo trovati a seguire una vicenda che rischia di produrre un effetto devastante sull’accesso alla cannabis terapeutica in Italia. Parliamo di pazienti e proprietari di animali domestici in cura con cannabis terapeutica (che in Italia è legale dal 2007), tutti regolarmente prescritti, convocati dalle forze dell’ordine o raggiunti nelle proprie abitazioni e perfino sui luoghi di lavoro per essere ascoltati come persone informate sui fatti. L’elemento che li accomuna è l’aver acquistato il farmaco dalla stessa farmacia dell’Emilia-Romagna, ricevendolo tramite spedizione a domicilio. La questione delle spedizioni di cannabis terapeutica è controversa e la giurisprudenza prevalente tende a escluderle. Ma ciò che oggi preoccupa è altro. Dopo aver denunciato pubblicamente la vicenda insieme all’avvocata Cathy La Torre, abbiamo raccolto decine di testimonianze. Tra queste ci sono malati oncologici, persone affette da patologie gravi, pazienti impossibilitati a spostarsi autonomamente. Da quanto abbiamo ricostruito, l’inchiesta coinvolgerebbe circa 600 pazienti come persone informate sui fatti, quindi non indagate. Ma il timore è che l’attenzione non riguardi soltanto le spedizioni: dalle testimonianze emerge l’impressione che sotto osservazione siano finiti anche medici, veterinari e prescrizioni. Il risultato è già evidente. Molte farmacie hanno smesso di spedire. Alcuni medici hanno smesso di prescrivere. I pazienti hanno paura di essere coinvolti in accertamenti solo per aver seguito una terapia legittima. È questo il punto politico della vicenda. Anche quando nessuno viene formalmente accusato, si può produrre un effetto raggelante sui diritti. Si può scoraggiare l’accesso alle cure. Si può spingere professionisti e pazienti a rinunciare per timore delle conseguenze. Per questo abbiamo deciso di portare la questione all’attenzione delle istituzioni con una conferenza stampa alla Camera dei deputati, tenutasi venerdì 12 giugno, insieme agli onorevoli Riccardo Magi, Marco Grimaldi e Davide Aiello. Chiediamo chiarezza sulle modalità con cui sono stati utilizzati dati sanitari estremamente sensibili. Chiediamo spiegazioni sugli interrogatori rivolti a persone non indagate. Chiediamo soprattutto che venga garantita la continuità terapeutica a chi ha bisogno di queste cure. Negli ultimi anni il dibattito sulla cannabis è stato spesso dominato da pregiudizi ideologici. La cannabis terapeutica sembrava esserne rimasta al riparo, riconosciuta come uno strumento medico prima ancora che come tema politico. Oggi questo equilibrio appare in discussione. Non possiamo permettere che il pregiudizio verso la cannabis travolga anche i pazienti. La salute non può diventare il terreno di una battaglia culturale. E la paura non può trasformarsi in una terapia di Stato. Continueremo a seguire questa vicenda e a chiedere risposte alle istituzioni. Nel frattempo faremo ciò che riteniamo più utile: fornire informazioni corrette a chi rischia di essere lasciato solo in mezzo alla confusione e all’incertezza. Per questo, come Meglio Legale, abbiamo realizzato una guida completa sulla cannabis terapeutica, disponibile gratuitamente online. Perché quando il dibattito pubblico si lascia guidare dai pregiudizi, la conoscenza resta il primo strumento di tutela dei diritti. La prof di Extinction Rebellion: “Incensurata eppure pericolosa. Mi fermano in tutti gli aeroporti” di Raphael Zanotti La Stampa, 14 giugno 2026 Annalisa, 58 anni, è docente in un liceo di Torino. Durante l’ultima perquisizione a Malpensa ha ripreso la scena: “All’andata ho dovuto mostrare le foto di mio marito in ospedale per evitare di perdere l’aereo”. Quanti di voi hanno subito un controllo doganale casuale prima di prendere un aereo? E quanti hanno subito lo stesso controllo tre volte nel giro di sei mesi? È la domanda che si pone Annalisa, insegnante di Scienze in un liceo torinese e attivista di Extinction Rebellion. Il 5 giugno scorso, all’aeroporto di Malpensa, di ritorno dal Canada, è stata fermata per l’ennesima volta per un controllo del bagaglio. Il terzo episodio in sei mesi e su quattro viaggi. Annalisa ha ripreso la scena con il cellulare e pubblicato il video sui social. Il suo sospetto è che questi controlli non siano casuali ma collegati alla sua attività nel movimento ambientalista. Professoressa, perché pensa che questi controlli siano legati alla sua militanza? “Perché non sono l’unica persona a cui succede. Da almeno un paio d’anni diversi attivisti di Extinction Rebellion raccontano di essere stati fermati negli aeroporti italiani al rientro da Paesi extra-Schengen. Se accade una volta può essere una coincidenza, ma quando si ripete in modo sistematico diventa difficile considerarlo casuale”. Quando le è successo la prima volta? “A dicembre, al rientro da una vacanza in Marocco con la mia famiglia. Sono stata trattenuta per circa un’ora. Passato il controllo passaporti, il sistema si è bloccato sul mio nominativo e sono stata accompagnata negli uffici dove è stato controllato il mio bagaglio. All’epoca sapevo già che altri attivisti avevano vissuto esperienze simili”. Le altre due volte? “Il 25 maggio e il 5 giugno. Mio marito si trovava in Quebec per lavoro e ha avuto un incidente. Sono partita in fretta per raggiungerlo. Il 25 maggio, a Malpensa, sono stata fermata prima dell’imbarco. Il 5 giugno, quando siamo rientrati insieme in Italia, è successo di nuovo”. Quali disagi può comportare un controllo di questo genere? “Il 25 maggio ho rischiato di perdere l’aereo. A un quarto d’ora dalla fine dell’imbarco ho dovuto implorare il funzionario. Ho addirittura aperto il cellulare per mostrargli le foto di mio marito in ospedale e i messaggi che ci eravamo scambiati. Alla fine mi ha lasciato andare dicendomi “Corra!”. Le sembra normale?”. Cosa accade durante questi controlli? “Quando il mio passaporto viene letto, il funzionario resta a lungo davanti al monitor. Poi arrivano altri agenti e vengo accompagnata negli uffici. Alla fine controllano il bagaglio e trovano soltanto vestiti, libri e oggetti personali. Sono una signora di 58 anni, una figura poco compatibile con sospetti di attività criminali. Eppure...”. Al ritorno cosa è successo? “Stessa procedura. Siamo atterrati a Malpensa e sono stata nuovamente fermata. A quel punto ho deciso di registrare il video e pubblicarlo sui social”. Questa attività di controllo riguarda soltanto lei? “No. Per quanto ne sappiamo coinvolge numerosi attivisti del movimento. Alcuni raccontano episodi ancora più invasivi. Persone fermate sui treni, controlli particolarmente lunghi, minacce di denuncia per resistenza a pubblico ufficiale quando contestano la legittimità del fermo. Per questo stiamo cercando di raccogliere dati più sistematici”. Nel video si sente un poliziotto parlare di precedenti. Lei ne ha? “Non ho alcuna condanna e non sono mai stata rinviata a giudizio. Nel corso degli anni ho ricevuto diverse denunce legate alle attività di protesta di Extinction Rebellion, ma sono state tutte archiviate da magistrati di diverse città. Attualmente non ho procedimenti aperti”. Secondo lei quelle denunce possono avere un ruolo in questi controlli? “Non lo so. Parlano di “controlli casuali”, ma mi pare evidente che sono sistematici. Tra l’altro non vengono quasi mai forniti verbali, nemmeno su richiesta. Solo quest’ultima volta sono riuscita a farmene consegnare uno. Osservo che, anche quando vengono archiviate, queste denunce rimangono comunque nelle banche dati delle forze dell’ordine. Molti attivisti ritengono che si finisca per costruire una sorta di “storia di polizia” che continua a produrre effetti anche in assenza di condanne o processi”. Lei collega questa vicenda anche alle recenti norme sulla sicurezza. Perché? “Perché negli ultimi anni molte delle denunce rivolte agli attivisti sono state archiviate. A mio avviso alcuni interventi normativi recenti vanno letti anche in questo contesto. Penso, ad esempio, alla trasformazione della manifestazione non preavvisata da reato a illecito amministrativo, che comporta sanzioni economiche elevate senza il passaggio davanti a un giudice. È una valutazione politica, ma credo che il tema riguardi il rapporto tra sicurezza e diritto di protesta”. Vi siete rivolti a degli avvocati? “Sì. Alcuni legali stanno valutando il mio caso e altri episodi segnalati da attivisti. Gli stessi professionisti hanno seguito anche altre vicende denunciate dal movimento, come quelle delle attiviste che hanno riferito di essere state costrette a spogliarsi in questura a Bologna e Brescia o altri casi di fermi contestati dagli interessati. Stiamo cercando di capire se esistano gli estremi per un esposto”. Che cosa chiedete? “Di sapere se esiste una qualche forma di segnalazione che porta a questi controlli ripetuti e, nel caso, su quale base. In uno Stato democratico mi aspetterei procedure trasparenti e spiegazioni chiare. Le forze dell’ordine hanno un ruolo fondamentale e proprio per questo credo che sia importante che i cittadini possano comprendere le ragioni di controlli che incidono sulla loro libertà di movimento”. Patto Ue sui migranti. Il commissario Brunner: “Impediamo le partenze per salvare vite” di Vincenzo R. Spagnolo Avvenire, 14 giugno 2026 Il delegato agli Affari interni e alla Migrazione elenca le priorità di Bruxelles: combattere i trafficanti, proteggere chi ne ha diritto e promuovere arrivi legali per motivi di lavoro. “Abbiamo bisogno di una politica migratoria efficace, umana e basata sui fatti”. Dal 2024, Magnus Brunner ricopre l’incarico di commissario europeo agli Affari interni e alla Migrazione nella Commissione guidata da Ursula von der Leyen. Classe 1972, con una solida formazione giuridica, è stato ministro delle Finanze nella sua Austria ed esponente di spicco dell’Ovp, uno dei più antichi partiti del Paese, di orientamento democristiano e conservatore. Perciò, quando all’aggettivo “efficace”, rispetto alla gestione dei flussi migratori, abbina il concetto di “umanità”, viene spontaneo domandargli se davvero ritiene che le misure introdotte dal nuovo Patto per l’asilo europeo si muovano su quelle direttrici. “Negli ultimi dieci anni, l’Ue si è assunta molte responsabilità, ma senza regole comuni e senza un sistema. Perciò stiamo attuando la nostra riforma migratoria. E il Patto ne è un elemento chiave - argomenta -. A gennaio, abbiamo presentato la nostra strategia. Le priorità sono chiare: ridurre gli arrivi illegali e combattere le reti di trafficanti di migranti, proteggere coloro che necessitano realmente di protezione internazionale, prevenendo al contempo gli abusi del sistema, e promuovere percorsi legali per la mobilità del lavoro al fine di rafforzare la competitività dell’Europa. Per raggiungere tali obiettivi, abbiamo bisogno di una diplomazia migratoria più forte e assertiva con i nostri partner internazionali. Dobbiamo utilizzare tutti gli strumenti a nostra disposizione: politica dei visti, commercio e finanziamenti. Allo stesso tempo, stiamo mettendo ordine in casa nostra, in modo da avere un maggiore controllo su chi entra nell’Ue, chi può rimanere e chi deve andarsene”. Dal 2021, i rapporti dell’agenzia Frontex mostrano un calo costante di arrivi irregolari. Ma alcune forze politiche europee continuano a parlare di emergenza. Non è che alzare i toni serve solo a fare propaganda? La significativa riduzione degli arrivi illegali dimostra che, quando l’Europa agisce insieme, possiamo raggiungere risultati concreti. Allo stesso tempo, comprendo le preoccupazioni che molti cittadini e Stati membri nutrono in merito alla migrazione illegale. Anche quando i numeri complessivi sono in calo, è giusto che i governi mantengano il controllo su chi entra e rimane nell’Unione. Non possiamo ignorare queste preoccupazioni, ma le affrontiamo con politiche efficaci basate sui fatti. Cioè? Affrontando le cause profonde della migrazione illegale, intensificando la lotta contro le reti criminali che si celano dietro il traffico di migranti, prevenendo viaggi pericolosi e salvando vite umane. L’obiettivo è chiaro: continuare a ridurre la migrazione illegale garantendo al contempo che l’Europa rimanga aperta a coloro che hanno realmente bisogno di protezione e a coloro che possono contribuire al nostro mercato del lavoro e alle nostre società. Lei accennava ai “viaggi pericolosi”. Visto l’alto numero di naufragi, non sarebbe ora di incrementare gli interventi per i salvataggi in mare? Il nostro obiettivo non è solo quello di rispondere alle tragedie in mare, ma di prevenirle. Per farlo, il modo più efficace è impedire le partenze. Dietro la migrazione illegale, si celano reti criminali che agiscono per profitto e non si curano della vita umana. L’Ue ha lanciato l’Alleanza globale per contrastare il traffico di migranti. Le operazioni di ricerca e soccorso, la cooperazione tra le forze dell’ordine e le partnership con i Paesi terzi devono quindi procedere di pari passo. Le agenzie dell’Ue come Frontex forniscono un supporto essenziale alle autorità nazionali, tra cui la sorveglianza aerea e l’analisi dei rischi, che aiutano gli Stati membri a intervenire in mare in modo più rapido ed efficace. Proprio questa settimana, la Commissione ha proposto di aumentare del 13% i finanziamenti per gli Affari Interni nel bilancio 2027, rafforzando gli strumenti a disposizione per gestire la migrazione e salvare vite umane. In quest’ottica, non crede che l’opera di salvataggio delle navi delle Ong vada sostenuta e non osteggiata? È fondamentale che tutti gli attori coinvolti nelle operazioni di ricerca e salvataggio rispettino il diritto internazionale e operino in modo coordinato e trasparente all’interno del quadro giuridico vigente. Ciò garantisce sia la sicurezza delle persone soccorse sia l’efficacia delle operazioni marittime. Noi manteniamo un dialogo con tutte le parti interessate impegnate nelle attività di ricerca e salvataggio in mare, comprese le Ong, gli Stati membri e le agenzie Ue competenti. Il nostro obiettivo è facilitare il coordinamento, affinché gli sforzi in mare siano sicuri, leciti e il più efficaci possibile nel salvare vite umane. I centri di rimpatrio in Paesi terzi, come quelli istituiti dal Protocollo tra Italia e Albania, sono davvero un “modello” per l’Ue? Sul loro funzionamento aleggiano molti dubbi... Gli Stati membri hanno richiesto soluzioni innovative per migliorare l’efficacia dei rimpatri e la Commissione ha fornito il quadro giuridico per esplorarle. Ora spetta ad essi cercare il modo di utilizzare quegli strumenti. Faccio notare che la proposta relativa ai centri di rimpatrio fa parte del Regolamento sui rimpatri, che rafforza anche il coordinamento tra gli Stati membri, introduce diritti e obblighi chiari nelle procedure di rimpatrio e stabilisce norme più severe per le persone che rappresentano un rischio per la sicurezza. Non c’è il rischio che la logica dei cosiddetti “Paesi di origine sicuri”, unita a un inasprimento delle politiche nazionali di accoglienza, possa comprimere il diritto all’asilo? Con le nuove norme, creiamo un sistema che permetta agli Stati membri di distinguere meglio tra coloro che necessitano di protezione internazionale e coloro che non ne hanno diritto, riducendo gli abusi e concentrando le risorse su chi ha realmente bisogno di protezione. L’obiettivo è un sistema solido, equo e sostenibile, che rispetti pienamente il diritto d’asilo e lo renda più efficace nella pratica. Tutte le domande saranno sempre soggette a una verifica individuale e al controllo giurisdizionale. Il Patto introduce un sistema più coerente, che include concetti come quello di “Paesi di origine sicuri”, già utilizzati da diversi Stati membri. Rafforza inoltre le garanzie per i richiedenti, migliora gli standard di accoglienza e aumenta l’efficienza delle procedure, ad esempio consentendo un accesso più rapido al mercato del lavoro dopo un massimo di sei mesi. Considerate le incognite e le perplessità che lo accompagnano, lei è fiducioso sulla riuscita del Piano? Abbiamo fatto molta strada. E il Piano è il risultato dello spirito di squadra che l’Ue ha sviluppato in materia di migrazione. Tutti gli Stati membri desiderano che questo Piano funzioni, è nel loro interesse. E possiamo essere fiduciosi: le basi per il funzionamento del sistema sono state gettate. Ciò detto, sull’attuazione del Patto dobbiamo essere realistici: non tutto può essere perfetto dal primo giorno. Il 12 giugno non segna la fine del processo, ma l’inizio. Il vero criterio di successo sarà un sistema migratorio equo e fermo, in grado di ripristinare la fiducia dei cittadini europei e al contempo di tutelare i nostri valori. Medio Oriente. Il dopoguerra è già iniziato ed è affollato dalle ombre di Guido Rampoldi Il Domani, 14 giugno 2026 Il campo di battaglia ha dimostrato che la formidabile alleanza israelo-americana non è quale si pretendeva all’inizio del conflitto: né onnipotente né solidissima. E le monarchie del Golfo sono furenti con Trump e con Netanyahu per averli coinvolti nel conflitto, ora quei sovrani dovranno trovare il modo di convivere con il nemico di sempre, l’Iran. L’occasione la offrirà la necessità di inventare un patto regionale per la navigazione di Hormuz. La pace non è stata ancora firmata ma il dopoguerra sembra già cominciato e si può scommettere che non mancherà di sorprenderci. Innanzitutto perché il campo di battaglia ha dimostrato che la formidabile alleanza israelo-americana non è quale si pretendeva all’inizio del conflitto: né onnipotente né solidissima. La sua indiscussa superiorità tecnologica deriva dall’impiego di armi certo dominanti, ma costosissime e contrastabili con armi molto più economiche. Quando occorre un missile Patriot da 4 milioni di dollari per abbattere un drone costato cento volte di meno, la sproporzione condanna chi impiega hi-tech a chiudere in fretta il conflitto prima che il costo diventi insostenibile. Tanto più se il nemico, com’è il caso dell’Iran, riesce a incassare i colpi, moltiplicare i fronti e dilatare la geografia del conflitto. Da Hormuz al nucleare: i vincitori della guerra sono i turbanti di Teheran Secondo uno dei migliori specialisti di Iran, Trita Parsi, con questa guerra gli Stati Uniti hanno perso la capacità di farsi assecondare lanciando intimazioni muscolari. La constatazione ha irritato l’amministrazione Trump, dove alcuni hanno suggerito di deportare Parsi. L’equivalente di sparare al messaggero perché il messaggio è sgradito. Col risultato di aumentarne la risonanza. Inoltre le monarchie del Golfo hanno dovuto prendere atto che gli Stati Uniti non erano in grado di proteggerle dalle rappresaglie iraniane, pessima sorpresa per stati che attiravano grandi investitori con la garanzia d’essere al riparo da turbolenze e rischi mediorientali. Furenti con Trump e con Netanyahu per averli coinvolti nel conflitto, ora quei sovrani dovranno trovare il modo di convivere con il nemico di sempre, l’Iran. L’occasione la offrirà la necessità di inventare un patto regionale per la navigazione nello stretto di Hormuz. Per trovare un compromesso con Teheran le petro-monarchie dovranno necessariamente marcare la distanza da Israele, che da anni confidava di attrarli in una rete di alleanze con la politica detta dei “patti abramitici”. Perfino l’alleato arabo del governo Netanyahu, gli Emirati, dopo aver sperato inutilmente nella resa degli ayatollah ha preferito negare all’aviazione israeliana il permesso di sorvolo che le era necessario per continuare a bombardare l’Iran. A sua volta il vertice iraniano continuerà a coltivare propositi di vendetta contro Israele, ma probabilmente attenuerà i furori ideologici verso i regni sunniti e si scoprirà pragmatico, soprattutto se in futuro potrà impiegare i fondi attualmente congelati all’estero per rilanciare un’economia disastrata. In quel caso i primi beneficiari saranno le Fondazioni, conglomerati che curano la vasta clientela del regime. Per Netanyahu la guerra che doveva far implodere l’Iran si è dimostrata non solo un fallimento ma perfino un boomerang. Dopo aver convinto Washington a lanciare l’attacco promettendogli una vittoria facile, il premier israeliano è ora il condottiero di un paese screditato, impopolare perfino nel segmento giovane della destra Usa. Trump lo tratta con malagrazie e non lo nasconde. L’opposizione gli rimprovera di ubbidire a Washington. E lui non sa come chiudere le guerre in cui è impelagato: Libano, Gaza, West Bank, Siria. È improbabile che Washington gli volti le spalle concludendo con l’Iran una sorta di pace separata. Annunci, telefonate e minacce. Trump, la tragedia di un uomo ridicolo Ma non è Teheran che deve preoccuparlo. Con la guerra è entrata in crisi la logistica cui Israele affidava la speranza di una propria centralità nello spazio tra l’oceano Indiano e l’Europa. Lo strumento sarebbe stato l’Imec (India-Middle East-Europe Economic Corridor), da Mumbai all’Europa via Emirati, Arabia Saudita, Giordania, Israele, Grecia, Trieste e Marsiglia. A scalzare Israele da quella direttrice potrebbe essere una variante in via di costruzione lungo l’asse Turchia-Arabia Saudita-Siria, quest’ultima avviata a diventare un protettorato commerciale turco. I frequenti scambi di insulti tra Erdogan e Netanyahu (“genocida!”) sono la teatralità di un’inimicizia che rimanda a duri interessi strategici. La sorte di Gaza e dei gazawi non potrà che inasprirla. La pulizia etnica su base “volontaria” che il governo Netanyahu prospetta ormai esplicitamente ai gazawi dovrebbe essere sufficiente per smuovere la letargica Ue, non fosse altro perché molti di quei “volontari” cercheranno scampo in Europa. Ma parte della Ue, Roma in prima fila, rifiuta l’idea di costringere Israele a condotte più umane infliggendole sanzioni dure. Però non mancheremo di deprecare quando sarà troppo tardi, com’è costume delle nazioni pavide e irrilevanti. Libia. Gli attivisti della Flotilla detenuti per cui nessuno scende in piazza di Elio Vito huffingtonpost.it, 14 giugno 2026 Arrestati in Libia venti giorni fa, mentre cercavano di andare a Gaza, e chissà quando verranno liberati. Ma in piazza non scende nessuno. Forse perché il carcere non israeliano? Cosa sarebbe successo in Italia, in Europa, nel mondo se Israele avesse trattenuto arbitrariamente per oltre venti giorni in squallide carceri, facendo sapere che dovranno restarvi almeno altri trenta giorni, e probabilmente altri mesi, senza motivo, senza un capo d’accusa, senza la possibilità di vedere legali, una decina di attivisti della Flotilla di terra che volevano solo portare aiuti umanitari a Gaza? Avremmo avuto, come abbiamo avuto per la Flotilla di mare, le piazze piene, cortei, scioperi, interventi parlamentari e governativi, appelli, intere trasmissioni televisive e pagine di giornali dedicate ai vergognosi accadimenti. Nulla di tutto questo, nessuna mobilitazione nazionale, internazionale e mediatica, sta accadendo per gli attivisti, tra i quali due cittadini italiani, Dina Alberizia e Domenico Centrone, che hanno cercato di raggiungere Gaza via terra, attraversando l’Egitto e che sono stati fermati e arrestati al confine libico dalle milizie di un generale Khalifa Haftar che spadroneggia da anni in quella parte del Paese africano, non ufficialmente riconosciuto da nessuno ma con il quale tutti, Italia compresa, parlano e trattano. I funzionari del nostro ministero degli Esteri sono intervenuti, hanno mandato il console a Bengasi a parlare con i due attivisti italiani, si sono occupati delle loro condizioni di detenzione, ed è importante, li hanno fatti parlare con i familiari ma nulla di più. Gli stessi familiari hanno rivolto un appello in tv, trasmesso da poche emittenti e una decina di manifestanti hanno sostato per qualche ora davanti la Farnesina, niente altro. Dove sono le decine migliaia di persone scese in piazza, giustamente, a protestare quando gli attivisti della Flotilla di mare furono illegalmente abbordati nelle acque internazionali dalle forze speciali israeliane, riportati a Cipro o in Israele, espulsi dopo poche ore o pochi giorni in qualche caso, dopo essere stati vergognosamente maltrattati, picchiati, c’è una inchiesta per torture, e ignobilmente insultati dal ministro Itamar Ben-Gvir, suscitando unanimi e istituzionali cori di indignazione? Il generale Khalifa Haftar è forse meno crudele? Le sue carceri sono migliori? I diritti degli attivisti sono garantiti? È più potente, fa più lui paura di Israele o è semplicemente meno interessante manifestare contro di lui? Non voglio addentrarmi nella lunga storia di inerzia, complicità, falsità che ha contraddistinto i passati governanti italiani, dopo la caduta del regime di Muhammar Gheddafi, nelle responsabilità per la disastrosa situazione libica attuale, per non essere intervenuti adeguatamente quando era possibile e veniva persino richiesto, lasciando mano libera in Libia ad altre nazioni, Egitto, Turchia, paesi arabi, accontentandosi di mediare con i capi tribù e i capi fazione e di rifugiarsi in un piccolo porto di mare. E nemmeno voglio soffermarmi sulle responsabilità del governo di adesso, di Giorgia Meloni, che anche qui ha operato in continuità con i governi precedenti, ossessionato dalle statistiche e dalla propaganda sulle partenze dei migranti, cedendo basi, motovedette, addestramento a tutti i contendenti libici, organizzando e ospitando persino tornei calcistici, restituendo criminali di guerra, venendo in cambio ripetutamente umiliato. È stato detto che la vicenda degli attivisti della Flotilla di terra arrestati a Bengasi ricorda quella dei pescatori di Mazara del Vallo, che nel 2020 furono trattenuti per più di cento giorni dallo stesso generale Khalifa Haftar prima di essere scenograficamente liberati, con l’allora presidente del consiglio, Giuseppe Conte, costretto a recarsi da lui per dargli legittimazione e il suo portavoce, Rocco Casalino, che inviò ai giornalisti la geolocalizzazione di dove si trovavano, suscitando sconcerto e polemiche, per avere immediata copertura e risonanza mediatica dell’evento. Non so, spero di no ma temo di sì, se Dina Alberizia, Domenico Centrone e gli altri attivisti di varia nazionalità della Flotilla di terra dovranno aspettare pure loro cento giorni per essere liberati, con qualche trattativa sotterranea e se Giorgia Meloni o Antonio Tajani andranno pure loro a prenderli, o a riceverli, in favore di telecamere. So che nessuno si mobiliterà abbastanza per loro, o comunque lo farà meno, molto meno di quanto sia avvenuto per gli attivisti della Flotilla di mare. Forse perché in Italia, in Europa, in Occidente va più di moda, si ritiene più giusto, protestare contro Israele che non, quando occorre, contro un generale libico e chi lo sostiene.