Le carceri italiane sono diventate dei manicomi di Giulia Casula fanpage.it, 13 giugno 2026 L’emergenza carceri in Italia è una crisi nota. Denunciata da anni, documentata da numeri, rapporti e associazioni. Ma che continua a essere stabilmente ignorata. Il sovraffollamento nazionale è al 139%, con picchi del 200% in alcuni Regioni, ad esempio nel Lazio. Dietro le mura degli istituti penitenziari si consuma ogni giorno una realtà terribile: celle piene sopra ogni limite, ben al di sotto delle condizioni minime di vivibilità, carenza di personale e servizi insufficienti, che privano chi le abita di ogni dignità umana. Con l’estate alle porte e il caldo torrido, la situazione è destinata ad aggravarsi ulteriormente. In molti istituti penitenziari i detenuti sono lasciati a sé stessi, costretti a trascorrere settimane in ambienti soffocanti, in condizioni che mettono a dura prova la salute fisica e mentale delle persone. Nell’indifferenza generale, le carceri italiane sono diventate dei manicomi. Le statistiche offrono una prima diapositiva. Prendiamo l’ultimo rapporto di Antigone: quest’anno si contano 64.436 persone detenute nelle nostre carceri, in crescita rispetto all’anno scorso. Di queste, circa 2.800 sono donne. Nelle visite condotte dall’associazione in un centinaio di istituti penitenziari è emerso che il 46,5% dei detenuti fa uso di sedativi o ipnotici. In pratica la metà dei presenti deve ricorrere a terapie per il sonno e l’ansia. Non solo. Secondo i dati del Garante Nazionale gli atti di autolesionismo nel 2025 hanno superato i 12mila. Nei 30 istituti in cui si sono verificati più tentati suicidi sono stati registrati oltre 1.100 tentativi di suicidio. Una media di circa 3 episodi al giorno. Al di là dei numeri, a descrivere accuratamente il disagio psicofisico della popolazione detenuta e a certificare il collasso di un sistema che da anni attende una risposta credibile, è Rita Bernardini ex deputata del partito Radicale e presidente di Nessuno Tocchi Caino, ong che si occupa dei diritti dei detenuti. Lo scorso 5 giugno una delegazione si è recata nel carcere femminile di Rebibbia per un sopralluogo. A fronte di 234 posti disponibili, le donne ristrette sono 379 (380 se consideriamo la piccola Selene di un anno e mezzo carcerata insieme a sua madre), con un sovraffollamento del 162%. “Non sappiamo più dove mettere le detenute”, ha affermato il vicecomandante parlando con loro. Le condizioni igieniche sono pessime. Topi, blatte, rubinetterie fuori uso, docce prive delle cosiddette ‘cipolle’, erba alta negli spazi verdi, fili elettrici scoperti, asciugacapelli comuni rotti. In alcune sezioni mancano i bidet, in altre i materassi sono sporchi, pieni di peli e privi di qualsiasi sanificazione quando le detenute vengono spostate. Tutto questo ha delle ricadute enormi sulla salute mentale di chi vi abita. “Alcune celle sono state devastate da detenute con gravi problemi psichiatrici, 11 di loro sono sorvegliate a vista anche per scongiurare il rischio suicidario”, spiega Bernardini. “I professionisti sanitari e gli psichiatri che dovrebbero seguire queste persone sono pochissimi. Negli anni 70 abbiamo chiuso i manicomi grazie alla Legge Basaglia ma, nel frattempo, abbiamo fatto delle carceri degli ospedali psichiatrici”, commenta. Eppure, secondo il ministro della Giustizia Carlo Nordio, il sovraffollamento non è poi così dannoso. Anzi, funzionerebbe addirittura come deterrente per i detenuti che tutti insieme, stipati all’interno di una stanza di 5 metri, possono controllarsi meglio. “Incommentabile e vergognoso. Ho visto personalmente celle in cui ci sono due letti a castello a due piani e un letto singolo senza spazio fisico per muoversi e sgabelli o sedie per tutte. In un’altra stanza, la cosiddetta “infermeria”, 5 detenute sono sorvegliate a vista da una giovane agente. Nella stanza non funziona il bagno e non ‘è la Tv. Una delle sorvegliate ha distrutto il bagno di notte e un’altra ha bruciato una cella”, racconta la presidente. La testimonianza di una detenuta malata oncologica: “Lasciata 20 ore senz’acqua” - Significativa è la testimonianza di Claudia (nome di fantasia), una detenuta madre di un bambino di un anno e mezzo e malata oncologica. La donna è stata successivamente trasferita agli arresti domiciliari ma la sua esperienza è particolarmente tragica. “Ha perso 5kg in 9 giorni. ‘Qui non ci curano, e se stai male ti ignorano’ ci ha detto. Ha raccontato di aver avuto un episodio di ematuria e quando lo ha fatto presente le hanno risposto ‘la prossima volta falla nella carta, così verifichiamo’. ‘Sono rimasta 20 ore senza acqua nonostante la dottoressa avesse emesso un certificato medico in cui specificava la mia necessità di bere, chiedevo acqua agli assistenti e mi dicevano che dovevo aspettare e solo dopo essermi sentita male e aver detto che avrei denunciato, hanno lievemente cambiato atteggiamento. Da immunodepressa ho chiesto qualcosa per pulire e mi è stato negato. Ho potuto fare la spesa con i miei soldi solo dopo giorni dal mio arrivo e non l’ho ancora ricevuta’, ha aggiunto”. Il piano carceri del governo ha fallito - Ormai quasi un anno fa il governo ha varato un pacchetto di misure per aumentare i posti e migliorare la situazione carceraria. “Non ha funzionato. Ci sono ancora 4.600 posti inagibili. Delle nuove strutture, i prefabbricati di cui hanno parlato, non si vede l’ombra. Anche se venissero costruiti, mancherebbe il personale medico, penitenziario, educatori e psicologi. Negli anni passati abbiamo visto strutture costruite e non aperte per mancanza di personale che nel frattempo si sono deteriorate. Credo che ci siano voluti 7 anni per aprire la struttura che aveva ampliato di 200 posti il carcere di Taranto”, fa notare la presidente. “La situazione è drammatica e continua a peggiorare. Oggi nelle carceri italiane non è rimasto più nulla di legale”, conclude. Uno Stato è forte se rispetta la Costituzione e non teme di compiere un gesto di umanità e di coraggio di Ilario Ammendolia* L’Unità, 13 giugno 2026 Ho riletto di recente un articolo che è stato pubblicato sul quotidiano L’Unità nel 1966 e che parla del deciso sostegno di Umberto Terracini alla proposta di legge di amnistia e indulto che il Parlamento - successivamente - avrebbe votato quasi a unanimità. Una scelta parlamentare tesa a onorare il ventesimo anniversario della Repubblica. La Costituzione Italiana porta la firma di Terracini. Noi abbiamo appena festeggiato l’ottantesimo anniversario del 2 giugno, in Parlamento non siedono più i Terracini, Moro, Nenni, Pertini, Saragat e neanche i liberali di allora. Un atto di clemenza sarebbe stato impensabile. Nessuno si illuda che ciò sia frutto di un maggiore rigore morale o di “rispetto” per una pur presunta legalità perché si tratta quasi sempre di paura e di calcolo. Paura di scontrarsi con il conformismo grigio che prevale nella società. Calcolo di perdere consenso e quindi voti. Eppure tutti sanno che le prigioni italiane sono in uno stato di illegalità permanente anche se fa comodo fingere di non sapere come vivono gli “scarti” della società. Ma la vera frattura tra il pensiero “rivoluzionario” e umano rispetto a quello barbarico e reazionario passa attraverso tali scelte sofferte e cruciali. Scelte che, a volte, ci obbligano a prendere posizioni scomode e contro corrente. Eppur bisogna farlo... quantomeno per contrastare quella che Eco definiva la dittatura degli imbecilli. Lo pensavo qualche sera fa a Plati partecipando a una assemblea popolare nella sala del consiglio comunale alla presenza del sindaco e di tanti cittadini. Iniziativa promossa dall’associazione “Nessuno tocchi Caino” per chiedere che l’ergastolano Domenico Papalia, ultraottantenne, ammalato di cancro, venga messo in condizioni di vivere ciò che gli resta della vita in un ambiente più umano del carcere. Abbiamo chiesto clemenza per “Caino” pur schierandoci dalla parte di Abele. È giusto farlo. Anche se è pericoloso farlo in Calabria. Ovviamente non conosco Domenico Papalia ma credo che cinquanta anni di carcere siano una pena infinita. Forse persino peggiore della pena di morte. Conosco invece la ndrangheta e so bene che è il “cuore di tenebra” della Calabria. E nella tenebra bisogna penetrare e portare luce. È quello che abbiamo fatto a Plati. Anche per dimostrare che la Repubblica è rispettosa della Costituzione e così forte da non temere di compiere un gesto di umanità e di coraggio. Un tempo partecipavo a quasi tutte le iniziative politiche e culturali a cui venivo invitato. Ma il tempo è tiranno! Oggi scelgo quelle che mi aiutano a ritrovare me stesso. O meglio quello che ognuno di noi è stato a 16 anni quando si ha il coraggio di schierarsi senza chiedere nulla in cambio e senza calcolare quanto le proprie convinzioni siano popolari. *Il 29 maggio scorso, Nessuno tocchi Caino ha animato una giornata di incontri in Calabria per tenere viva l’attenzione su Domenico Papalia, mezzo secolo di “vita” in carcere, il “fine pena mai” e il “fine vita” che potrebbe essere prossimo a causa di un grave male che ha invaso il suo corpo. La mattina, a Reggio Calabria, si è svolta una conferenza stampa al Circolo Tennis “Rocco Polimeni”, la sera, a Platì, un’assemblea nella sala del consiglio comunale. Non si vedeva da anni tanta partecipazione al Comune di Platì, abitato negli ultimi decenni solo da commissari prefettizi per i continui decreti di scioglimento per mafia. Certo, c’era il vissuto di Domenico Papalia. C’era l’amore della sua famiglia e della sua comunità. Ma c’è da considerare anche la storia dell’antimafia che soprattutto in Calabria e in particolare a Plati ha fatto e continua a causare - nella sua lotta senza quartiere ai comportamenti antisociali e criminali - gravi danni sociali e rovine familiari. La partecipazione nella sala del consiglio comunale (onore al giovane Sindaco!) aveva connotati popolari di resistenza e desiderio di liberazione. È intervenuto anche lo scrittore Ilario Ammendolia che dall’assemblea di Platì ha tratto spunto per un suo articolo. In un certo modo, da recluso condannato all’ergastolo, all’Assemblea ha partecipato pure Domenico Papalia. Da diversi anni egli “incontra” gli studenti delle scuole medie del suo paese, racconta loro la sua esperienza negativa e li invita a impegnarsi nello studio, a rispettare le leggi e le istituzioni. Ha elaborato una sorta di Decalogo che ogni anno invia ai ragazzi delle scuole insieme agli auguri di Natale. Pubblichiamo la lettera di Natale di due anni fa che tramite la dirigente scolastica ha inviato agli studenti della Scuola Media De Amicis di Platì. “Se anche un solo ragazzo, sentendo le Sue accorate parole, starà lontano dalla devianza e seguirà la retta via, potremo affermare di aver raggiunto un grande successo”, gli ha risposto la Preside. Oggi sono una persona diversa, ma per le istituzioni sono ancora quello di cinquant’anni fa di Domenico Papalia L’Unità, 13 giugno 2026 La lettera di Domenico Papalia, detenuto da 50 anni, agli studenti di Platì. Innanzitutto mi presento: sono Domenico Papalia, di Platì, “esiliato” dal consorzio civile ormai da circa cinquant’anni a seguito di quella che ritengo un’ingiusta condanna all’ergastolo. Nonostante la mia forzata assenza, sono molto legato al mio paese, soffro per il degrado in cui si trova e desidero ardentemente che i ragazzi studino e, un domani, si occupino di Platì come merita, migliorandolo con atti positivi. Sono stato condannato innocentemente, ma riconosco che nella mia giovinezza non ho avuto una vita regolare e corretta. Tuttavia, in un Paese civile questo non dovrebbe giustificare una condanna a morte, perché tale considero l’ergastolo. La mia esperienza negativa mi porta ancora una volta a invitare i ragazzi della sua scuola a studiare e a stare lontani da certi ambienti devianti: è da ragazzi che si comincia, ed è così che poi si rovina l’esistenza. In questi giorni ho letto sulla Gazzetta del Sud una notizia che mi ha molto indignato, per un gesto ignobile e incivile. A Lei, come Preside, e a tutte le istituzioni, scolastiche e non, va la mia più sincera considerazione. Mi riferisco all’atto vandalico dell’allagamento della scuola media, gesto dannoso per Platì, che da anni cerca di liberarsi da un’etichetta negativa e conquistare un riscatto di civiltà. Immagino che possa essere stato un gesto di qualche ragazzo per evitare una lezione; se così fosse, inviterei il responsabile a farsi avanti, ad ammettere l’errore, a ravvedersi e a chiedere scusa. Ammettere il proprio errore aiuta a crescere ed è un vero gesto di civiltà. Platì non deve ripiombare nella gogna, né dare strumenti ai suoi detrattori per sfogare i propri istinti denigratori e parlare male del paese. Per questo prego i ragazzi di essere esempi positivi, di collaborare perché Platì esca da questa fama negativa. I ragazzi sono gli uomini di domani: spetta a loro studiare, rispettare le istituzioni e impegnarsi per un autentico progresso di civiltà. Rinnovo a Lei, Preside, tutta la mia solidarietà. Sono convinto che si sia trattato di una bravata e non di un gesto diretto contro la sua persona. Voglio sperare che il responsabile, o i responsabili, si rendano conto dell’errore e chiedano scusa a nome di tutti i cittadini onesti. La prego di leggere questa mia lettera ai ragazzi, ai quali rivolgo un cordiale saluto. Li invito a studiare e a diventare cittadini onesti e produttori di cultura, un domani, per il loro paese. Desidero riproporre un decalogo che anni fa scrissi a un suo predecessore, il prof. Fortunato Suraci. Prima, però, per suo tramite, vorrei fare gli auguri ai ragazzi, pregandoli di studiare ed essere rispettosi delle istituzioni e dell’educazione civica e morale. Con questi principi saranno certamente uomini migliori, capaci di far uscire Platì dal degrado sociale in cui versa attualmente. Questo invito viene da una persona che, come me, è da circa cinquant’anni priva della libertà e soggetta a ogni tipo di sofferenza, e che riconosce come gli errori di gioventù lo abbiano condotto alla sofferenza del carcere, soprattutto per ciò che non ha commesso. Da decenni ho riconosciuto gli errori laddove veramente ho sbagliato. Oggi sono una persona diversa, ma le istituzioni non valutano ciò che sono adesso, bensì ciò che ero cinquant’anni fa, nonostante un mostro di cancro mi stia lentamente uccidendo. Perciò il mio appello ai ragazzi della sua scuola nasce dal profondo dell’animo: si impegnino a studiare e a rispettare le istituzioni, per essere un domani uomini migliori e lottare per il benessere e la civiltà di Platì, che a me manca tanto. Mi rivolgo a loro parlando del Bene come valore. Il bene e il male sono consustanziali: non si può parlare dell’uno senza citare l’altro. Il male è un cancro che si nutre di cattiveria, brutalità, violenza e indifferenza. Il bene, invece, va di pari passo con il rispetto, la dignità, la pace, l’armonia, la bontà d’animo. Il bene racchiude la Bellezza in tutte le sue dimensioni. Nella scala dei valori il bene supremo è, credo, quello dell’Amore, soprattutto l’amore disinteressato: amare il prossimo senza aspettarsi nulla in cambio. Il bene è la fonte principale di tutte le virtù. Se l’amore è un atto puro che sgorga spontaneamente dal cuore, la virtù non viene dalla natura, ma è un’arte: saperla coltivare e saperne fare tesoro. Sappiate, ragazzi, che il Bene si manifesta nel modo più alto nella crescita costante ed etica. Voi crescerete: quando vi sentirete felici nell’ascoltare e nel sostenere gli altri, senza aspettarvi nessuna ricompensa; quando non userete maschere diverse in base alle persone che incontrate e alle situazioni che vivrete, ma resterete coerenti con voi stessi in tutte le circostanze; quando affronterete l’autunno che perde le foglie per strada, continuando però a guardare fissi alla primavera; quando, guardando una rosa, terrete conto anche delle spine, ma avrete negli occhi soprattutto la pienezza della sua bellezza; quando, davanti a uno sguardo ostile, risponderete con indulgenza, pazienza e tolleranza, e non con l’offesa; quando constaterete che la sofferenza dei vostri padri testimonia che la bellezza della vita non consiste nell’AVERE, come molti illusi pensano, ma nell’ESSERE, nella catarsi dell’anima che eccelle nella sofferenza, poiché la pena rende cristallina la sensibilità dell’uomo, lo eleva e lo porta ad acquisire una maturità e una consapevolezza al trimenti irraggiungibili; quando vi renderete conto che la Virtù vi dà molto di più di quanto vi tolga la (s)fortuna; quando scoprirete che si smette di crescere, imparare e migliorare soltanto nell’ultimo istante della vita: solo allora sarete uomini saggi, carissimi ragazzi. Vi auguro buon anno scolastico e che il Buon Dio vi sia sempre vicino. Un caro saluto a tutti voi, alla Preside e ai docenti, ai quali rivolgo anche l’augurio di buon lavoro e di buone feste natalizie, sperando di non dover più leggere notizie negative su Platì e che si abbia il massimo rispetto per un luogo che infonde istruzione e cultura come la scuola, autentica istituzione educativa del nostro paese. Dirigenti penitenziari: chiarire situazione spazi detentivi ansa.it, 13 giugno 2026 Il Coordinamento favorevole alle istanze del “caso Alemanno”. Per il Coordinamento nazionale dirigenza penitenziaria della Fsi-Usae “non è più rinviabile l’urgenza di chiarimento sulla veridicità dei dati elaborati dal sistema di monitoraggio informatico degli spazi detentivi. Il dibattito sollevato dal ‘Caso Alemanno’ all’ Istituto di Roma Rebibbia (sulla capienza detentiva nelle carceri), con la proposta della campagna ‘Metro in Cella’, si aggiunge alle osservazioni critiche spesso sollevate da Direttori penitenziari e Comandanti di Reparto”. Per il Coordinamento “quanto lamentato dall’on. Alemanno mette a nudo una vulnerabilità strutturale” ma “impegnare le già esigue risorse umane delle Direzioni nella redazione di corposi atti di gravame (come nel Caso Alemanno), al fine di contestare scostamenti minimali e differenze matematiche insignificanti, configura il profilo di una amministrazione che non sembra voler perseguire la chiarezza istituzionale”. Senza contare “il costo amministrativo di tali impugnazioni” che si risolvono “regolarmente in una soccombenza per lo Stato”. Il Cndp Fsi-Usae ritiene che lo spunto “alla base dell’operazione ‘Metro in Cella’, sollevato nell’ambito del ‘Caso Alemanno’, contenga un’istanza tecnica meritevole di essere raccolta” e “chiede che il Dipartimento attivi con urgenza i propri Uffici Tecnici, sia presso il Dap sia presso i Provveditorati regionali, per avviare una rigorosa campagna nazionale di verifica delle superfici effettive nelle stanze detentive”. “Nordio che fine hai fatto?”. Cronaca di un fallimento annunciato di Angela Stella L’Unità, 13 giugno 2026 Intervista a Maria Elena Boschi (Italia Viva): “Nelle carceri una emergenza umanitaria”. “Prescrizione, inappellabilità della sentenza di proscioglimento, legittimo impedimento dell’avvocato, uso del trojan: riforme che non vedranno mai la luce. In compenso abbiamo oltre 50 nuovi reati”. Maria Elena Boschi, presidente dei deputati di Italia Viva, manca un anno o forse meno al termine della legislatura. Lei in un recente dibattito ha individuato il carcere come priorità. Cosa si può fare? Dopo 4 anni di fallimenti del Governo, inutile aspettarsi qualcosa in pochi mesi. C’è una emergenza umanitaria nelle carceri che non può essere ignorata e che non può essere rimessa alla buona volontà di chi in carcere ci lavora o magari della generosità degli avvocati come lo scorso anno. Serve quanto meno la liberazione anticipata speciale che con il collega Giachetti chiediamo da tempo per una “decongestione” immediata. E rivedere il dl Caivano, visto il disastro degli Ipm. Poi, certo, occorrerebbe puntare di più sulle misure alternative, rafforzare l’organico dei magistrati di sorveglianza, investire sulla polizia penitenziaria. Il Ministro Nordio sostiene che l’attuale situazione carceraria dipende anche dai Governi precedenti. Come replica? Basta scuse. In via Arenula si assumano le loro responsabilità. Hanno avuto tempo, soldi del Pnrr e numeri in Parlamento per fare qualsiasi cosa e invece dopo 2 anni il commissario per l’edilizia carceraria non ha fatto nulla, le comunità per i detenuti con problemi di tossicodipendenza sono ferme al palo e continua ad aumentare il sovraffollamento, mentre diminuiscono i posti effettivi disponibili. E i suicidi non sono una mera statistica: sono vite spezzate. Nordio ha fatto il record di nuovi reati e aggravanti, ha stravolto la giustizia minorile e aumentato in modo vergognoso il numero di bambini in carcere con le loro mamme. E tutto questo senza che sia migliorata la sicurezza nelle nostre strade. Sono pronta ad un confronto all’americana sui numeri delle carceri ai tempi dei nostri Governi dal tragico sovraffollamento ereditato nel 2014 ai risultati positivi ottenuti con il ministro Orlando grazie anche a misure speciali e al coraggio di alcune depenalizzazioni. A proposito di Nordio: avevate dato fiducia alle sue linee programmatiche condivise nel 2022. Adesso che bilancio fa? Cronaca di un fallimento annunciato. Non mi sono mai illusa che Nordio potesse cambiare pelle al giustizialismo di Lega e FdI. Mi auguro loro non abbiano cambiato lui. Noi di Iv abbiamo avanzato proposte e sostenuto alcune leggi della maggioranza perché erano nel nostro programma elettorale e le condividevamo. Ma purtroppo il bilancio è negativo: le riforme su prescrizione, inappellabilità della sentenza di proscioglimento, legittimo impedimento dell’avvocato, sequestro dei cellulari, uso del trojan, sono tutte ferme e non vedranno mai la luce. In compenso abbiamo il reato di rave party e oltre 50 nuovi altri reati. Secondo lei Nordio su molti dossier, quali ad esempio il carcere (si era detto a favore di misure clemenziali quando era ancora pm) e su depenalizzazioni, ha cambiato idea o si è dovuto piegare alla Meloni? Che differenza fa? Che abbia cambiato idea o si sia voluto tenere la poltrona, conta il risultato finale che è pari a zero. Ho conosciuto Nordio quando era ancora un magistrato, ho letto i suoi libri, apprezzato il suo pensiero, ma ormai non ritrovo più quelle idee nel Nordio Ministro. Forse poteva essere ricordato come il ministro di destra più liberale, sarà ricordato solo per il suo panpenalismo populista. Nordio ha fallito il referendum e non porta a casa quasi nessuna riforma liberale. Si sarebbe dovuto dimettere? Sì, certo. Prima ha proposto una riforma del governo blindata, senza aprirsi al confronto in Parlamento e poi ha guidato una campagna referendaria tutta all’attacco della magistratura. Certo, non è arrivato a definire i magistrati un “plotone di esecuzione” come Bartolozzi o a mentire come Meloni che ha parlato di spacciatori e violentatori rimessi in libertà, ma questi toni hanno avvelenato il confronto. E gli italiani hanno sonoramente bocciato il governo. Si sarebbero dovuti dimettere Nordio, cosi come Mantovano, Meloni e tutto il governo. Invece, hanno fatto dimettere Santanchè, Delmastro e Bartolozzi - che non rimpiangiamo - ma quando si perde ci si assume la responsabilità della sconfitta, non si presenta il conto ai collaboratori. Il Governo ora parla di dialogo sulle possibili riforme della giustizia: atteggiamento tardivo? No, direi più una presa in giro. Nordio ha presentato una riforma costituzionale non emendabile (mai successo), è andato avanti a decreti legge e voti di fiducia e ora che è del tutto sfiduciato dopo la sconfitta al referendum chiede il dialogo? O è il gesto disperato di chi si rende conto di non averne azzeccata una o il gesto troppo furbo di chi è già in campagna elettorale. Concentriamoci su poche cose come la stabilizzazione degli addetti dell’ufficio del processo, il ripensamento della riforma del giudice di pace, le carceri. Dodici milioni di italiani chiedono che la giustizia cambi. Come prendere in considerazione questo malcontento? In realtà molti di più. Tanti di coloro che hanno votato no, hanno bocciato il governo ma vorrebbero una vera riforma della giustizia. Magari non raccontata come “ritorsione” verso magistrati, ma come tentativo di dare ai cittadini un sistema più giusto ed efficiente, oltre che rapido. Con il doveroso ammonimento del presidente Greco: non si può barattare l’esigenza di celerità con la necessità delle garanzie. Si avvicinano le elezioni per il rinnovo del Csm. Lei teme in nuove derive correntizie o crede che la magistratura abbia voltato pagina? Temo che la nuova legge elettorale per il CSM varata da Cartabia lasci tutto inalterato rispetto al gioco delle correnti, motivo per cui non votammo a favore di quella riforma. Dopo il referendum, forse, cambieranno i pesi delle diverse correnti e quindi gli equilibri nel Csm ma non penso che spariranno come per magia, anzi. E peraltro non basterebbe nemmeno una nuova legge elettorale, serve un profondo ripensamento culturale. Il caso Minetti ha riacceso il faro sull’istituto della grazia. In un mondo perfetto forse il Presidente della Repubblica potrebbe anche non conoscere il nome di chi la richiede, perché conta solo il percorso. Lei che idea si è fatto di questa vicenda? Non entro nel merito delle valutazioni fatte dalla Procura e, quindi, dal Quirinale perché non ho elementi sufficienti. Penso che ci dobbiamo fidare della correttezza degli accertamenti svolti. Mi ha colpito però la solita gogna mediatica sollevata che non ha avuto rispetto nemmeno del minore coinvolto. Lei sarebbe d’accordo sulla responsabilità civile dei magistrati? Siamo stati noi con Renzi a cambiarla nel 2015 per rafforzarla e vi assicuro che quelle modifiche non piacquero molto ai magistrati, cosi come la riduzione della sospensione feriale. Noi siamo d’accordo a rivederla perché tutti devono rispondere per i propri errori, magistrati come avvocati. Ma resterà solo un altro spot elettorale del governo. Non hanno nemmeno voluto votare l’istituzione della giornata degli errori giudiziari in memoria di Tortora che avevamo proposto noi, figuriamoci se toccheranno la responsabilità dei magistrati. Sulla giustizia Meloni suona la ritirata di Errico Novi Il Dubbio, 13 giugno 2026 Giorgia Meloni in altri tempi avrebbe imbracciato l’arma dello sdegno. In altre epoche della legislatura, avrebbe commentato le intercettazioni “en plein air” sul Ponte di Messina come si conviene. Avrebbe bollato come intollerabile che i magistrati, o chi lavora per loro, non rispettino la legge, e non assicurino il riserbo sugli “ascolti”. La premier scavò una trincea, per esempio, appena quattro mesi fa per la condanna a risarcire la Sea Watch emessa dai giudici di Palermo. Ma dopo il referendum certe repliche, evidentemente, sono considerate improponibili, a Palazzo Chigi. “Non possiamo perdere le elezioni per una leggina garantista”, obiettano da Fratelli d’Italia di fronte al pressing di FI sul ritorno alle riforme della giustizia. E il concetto si estende, è ovvio, anche alle reazioni del governo di fronte a eventuali indagini che colpiscano partiti e opere del centrodestra. C’è lo stallo totale, sulla giustizia. Martedì è saltato il vertice con Carlo Nordio in cui Forza Italia avrebbe voluto almeno discutere sui diversi punti di vista in materia di responsabilità civile. Niente da fare. Il guardasigilli ha liquidato l’ipotesi in modo definitivo. Sia perché ha bollato come inutile il rafforzamento delle norme sugli errori giudiziari proprio poche ore dopo aver sconvocato il vertice, sia perché l’obiettivo degli azzurri era trovare una sintesi buona almeno per la prossima legislatura. Col suo no, il Nordio ha mandato chiaramente a dire che di responsabilità civile, nel programma per le prossime Politiche non se ne potrà parlare, a prescindere dal fatto che lui stesso difficilmente si concederà un secondo giro sulla giostra della politica. Il centrodestra è in imbarazzo su qualsiasi provvedimento riguardi il processo penale. Niente legge sugli smartphone, neppure con l’emendamento della meloniana Chiara Colosimo, che esclude dai futuri vincoli le inchieste antimafia. Niente riforma della prescrizione, nonostante Francesco Paolo Sisto, che di Nordio è il vice, abbia detto con molta chiarezza che non sarebbe scandaloso integrare la legge con una norma transitoria per “mettere in salvo” i processi già definiti in primo grado, in modo da non sconquassare lavoro e tabelle di marcia delle Corti d’appello. Neppure quest’apertura dei berlusconiani è sufficiente. L’unica riforma giudiziaria che, almeno a inizio 2027, potrebbe vedere la luce - ma il condizionale è d’obbligo - è l’introduzione del gip collegiale per le misure cautelari detentive. Non foss’altro perché di nuovi magistrati da assegnare alle sezioni gip-gup dei piccoli Tribunali ne entreranno in servizio parecchi, di qui a fine anno. Martedì scorso Nordio, in una nota con cui ha comunicato la fine del tirocinio per 354 giovani toghe, ha ribadito che al 31 dicembre ci saranno in tutto 1600 nuovi giudici e pm. E il sottosegretario leghista Andrea Ostellari ne ha approfittato per una frecciata agli avversari, togati e laici: “Mentre qualcuno preferisce alimentare polemiche, noi portiamo risultati”. Può darsi che su queste basi il gip collegiale regga l’urto delle polemiche destinate comunque ad arrivare dal fronte Anm. Ma per il resto, la giustizia è un campo di gioco dichiarato impraticabile, per l’attuale maggioranza. E il dato spiazzante è che proprio mentre la coalizione del Sì alla separazione delle carriere si avvita in un’autocensura a tempo indeterminato, e si avvia alla “scissione interna” di Forza Italia (e forse della Lega) sulla giustizia, è la magistratura ad autoriformarsi. Appena ventiquattr’ore dopo lo stop di Nordio alla responsabilità civile, il Csm ha approvato le linee guida sulla comunicazione. Ha introdotto l’obbligo, per le Procure, di aggiornare le informazioni rese al pubblico su tutti i procedimenti che, dopo l’iniziale ipotesi di accusa, si sono risolti in un proscioglimento o in altri esiti favorevoli all’imputato. Obiettivo: tutelare la reputazione degli innocenti. Rivoluzionario: si interviene sul punto decisivo del rapporto fra giustizia e opinione pubblica. Un grande passo avanti. E colpisce che un’innovazione concepita per tutelare la reputazione anche di imputati in vista, anche dei politici, arrivi non dalla politica ma dalle toghe. È la conseguenza del referendum: i magistrati sanno di aver “vinto le elezioni” ma anche di dover tenere sotto controllo questo potere anomalo. Così, attraverso il Csm, le stesse correnti, pur col dissenso della progressista Arra, hanno scelto la via dell’autodisciplina. A una prima impressione, potrebbe anche bastare a garantire l’equilibrio da qui ai prossimi anni. Ma non è così. L’iniziativa della magistratura a fronte dell’inerzia dei partiti conferma la subordinazione della politica all’ordine giudiziario. Lascia cioè irrisolta, anzi esaspera l’anomalia che la riforma costituzionale di Nordio avrebbe dovuto almeno iniziare a risolvere. Si certifica che in Italia la politica è sotto scacco. E che la magistratura, pur con tutte le sue contraddizioni, è padrona assoluta del campo. Detta i tempi, fissa le regole. Si tiene in equilibrio fra le esondazioni, per esempio la diffusione delle intercettazioni sul Ponte di Messina, e il contegno istituzionale. Ma finché la politica accetterà di restare sospesa alle concessioni elargite dalle toghe, non si uscirà mai dal circolo vizioso che alimenta, nell’opinione pubblica, giustizialismo e antipolitica. È proprio per non urtare gli elettori giustizialisti che FdI chiude alle proposte di Forza Italia. L’errore è non rendersi conto che le rinunce consolidano soltanto la diffidenza generale nei confronti dei partiti, che uno stallo simile renderà le riforme garantiste impossibili all’infinito e che in questo modo il tarlo dell’antipolitica non sarà debellato neppure fra altri trent’anni. L’obbligo di pubblicare le assoluzioni punta a evitare la beffa dei trafiletti invisibili di Sebastiano Liistro* Il Dubbio, 13 giugno 2026 L’approvazione in prima lettura alla Camera del disegno di legge che introduce un obbligo di pubblicazione delle sentenze di assoluzione, dei provvedimenti di archiviazione e delle decisioni di non luogo a procedere da parte delle testate giornalistiche che abbiano precedentemente dato notizia dell’indagine o del procedimento penale rappresenta un intervento che merita attenzione, soprattutto per le implicazioni che produce sul piano della tutela reputazionale e della protezione dei dati personali. Negli ultimi anni è emerso come l’impatto reputazionale derivante dalla diffusione di notizie giudiziarie non sia limitato al momento della pubblicazione iniziale, ma si prolunghi nel tempo attraverso i motori di ricerca, gli archivi online delle testate giornalistiche e la continua circolazione dei contenuti sui social. Spesso l’apertura di un’indagine riceve ampio spazio mediatico, con titoli di forte impatto e una diffusione immediata delle accuse, mentre l’eventuale archiviazione o assoluzione viene comunicata con minore evidenza oppure non viene riportata affatto, generando così una rappresentazione incompleta della vicenda giudiziaria che rischia di consolidarsi nella percezione pubblica e nella memoria digitale del web. Da questo punto di vista, il disegno di legge tenta di introdurre un meccanismo di riequilibrio dell’informazione, fondato sull’idea che la completezza della notizia debba necessariamente comprendere anche l’esito finale del procedimento. La scelta di intervenire direttamente nel Codice Privacy sembra voler riconoscere che la diffusione incompleta delle informazioni giudiziarie non costituisca soltanto un problema reputazionale, ma anche una questione che investe il corretto trattamento dei dati personali, soprattutto laddove il trattamento mediatico della notizia finisca per cristallizzare nell’opinione pubblica un’immagine non più corrispondente alla realtà processuale. Particolarmente interessante è anche il ruolo attribuito al Garante per la protezione dei dati personali, che assume una funzione centrale nel meccanismo delineato dal disegno di legge. Uno degli aspetti più delicati riguarda il riferimento alla necessità di garantire un “rilievo adeguato” alla pubblicazione della notizia relativa al provvedimento favorevole, in rapporto allo spazio precedentemente dedicato al procedimento penale. Si tratta di una formulazione volutamente ampia, che probabilmente lascerà spazio a future interpretazioni applicative, ma che evidenzia chiaramente l’intento del legislatore di evitare pubblicazioni meramente formali o scarsamente visibili, incapaci di riequilibrare concretamente l’impatto reputazionale prodotto dalla diffusione iniziale della notizia dell’indagine. Il problema della visibilità, infatti, è oggi strettamente connesso alle logiche dell’informazione digitale, dove il posizionamento sui motori di ricerca, la rilevanza attribuita dagli algoritmi e la permanenza degli articoli online incidono profondamente sulla percezione pubblica della persona coinvolta. Una notizia pubblicata con scarso rilievo o difficilmente reperibile rischierebbe di non produrre alcun reale effetto riparatorio, lasciando intatto lo squilibrio tra la forza comunicativa dell’accusa iniziale e la limitata diffusione dell’esito favorevole del procedimento. Il tema si collega inevitabilmente al fenomeno della spettacolarizzazione delle indagini giudiziarie, che negli ultimi anni ha assunto dimensioni sempre più rilevanti. Sempre più spesso le fasi iniziali delle inchieste vengono accompagnate da una forte esposizione mediatica attraverso la diffusione di intercettazioni, dettagli investigativi, ricostruzioni ancora parziali e conferenze stampa ampiamente rilanciate dai media e dai social, con il rischio che il procedimento penale venga percepito dall’opinione pubblica non come un percorso finalizzato all’accertamento dei fatti, ma come un evento mediatico costruito attorno all’impatto emotivo dell’accusa. Le conseguenze di questa dinamica incidono profondamente sulle persone coinvolte: la diffusione massiva di informazioni relative a indagini ancora preliminari può infatti determinare una vera e propria “pena reputazionale anticipata”, che si realizza indipendentemente dall’esito processuale e che spesso continua a produrre effetti anche dopo un’assoluzione o un’archiviazione, soprattutto nell’ambiente digitale, dove le notizie restano indicizzate e facilmente reperibili per anni. Da questo punto di vista, il disegno di legge sembra voler promuovere una maggiore responsabilizzazione dell’informazione giudiziaria, coerentemente con l’evoluzione della normativa europea e nazionale in materia di protezione dei dati personali, sempre più orientata a garantire che le informazioni diffuse siano corrette, aggiornate, contestualizzate e proporzionate rispetto alle finalità perseguite. *Avvocato, Privacy specialist e Dpo Complegal Decreto legge giustizia, per i giudici di pace rinvio delle nuove competenze di Giovanni Negri Il Sole 24 Ore, 13 giugno 2026 Slitta anche l’esordio del tribunale della famiglia e dei server centralizzati per le intercettazioni. In vigore da venerdì 11 giugno 2026 il decreto legge sulla giustizia che rende tra l’altro operativa in Italia la stretta sul diritto d’asilo. Nell’articolato pacchetto di misure che confluisce nella parte del decreto legge dedicata alla giustizia (decreto legge 100, pubblicato venerdì 11 giugno in Gazzetta ufficiale), spicca una serie di rinvii. Dell’entrata in vigore del gip collegiale innanzitutto, dove le criticità dei gip effettivamente in servizio rispetto alle piante organiche, ha condotto a spostare il debutto dal 25 agosto al 28 febbraio 2027. Mesi che saranno utilizzati, assicura il ministero, per creare le condizioni organizzative necessarie all’assunzione collegiale delle decisioni sull’adozione delle misure cautelari personali. Tribunale di famiglia - Ma nel decreto trovano posto anche gli slittamenti del tribunale della famiglia e delle nuove competenze dei giudici di pace (già oggetto peraltro di precedente rinvio). Un anno ancora di tempo per entrambi, ma soprattutto sul primo si addensa la maggiore incertezza, visto che si infittiscono le voci di una sua possibile soppressione senza che neppure il nuovo ufficio giudiziario, previsto dalla riforma Cartabia per il settore civile, abbia mai visto la luce. Cause su beni mobili e incidenti stradali/nautici - Per il nuovo limite di valore per le cause su beni mobili (da 10mila a 30mila euro) e per quelle sul risarcimento danni da incidenti stradali e nautici (da 25mila a 50mila euro), oltre che per l’affidamento in materia condominiale, nuovo appuntamento per i giudici di pace al 31 ottobre 2027. Server interdistrettuali - Al 31 dicembre 2027 viene rinviato, ma anche in questo caso la prima scadenza era risalente (28 febbraio 2025), l’esordio dei server interdistrettuali per l’attività di intercettazione. In materia di proprietà industriale, spazio a misure per adeguare il Codice, nei rapporti tra giudizio cautelare e giudizio di merito, alla sentenza Corte Ue C-132/25. La norma introduce l’inefficacia dei provvedimenti cautelari in caso di mancata instaurazione del giudizio di merito o in caso di sua estinzione nel caso sia stato introdotto. In caso di ricorso per la revoca o la dichiarazione di inefficacia delle misure cautelari adottate, il giudice che ha emesso il provvedimento, su istanza della parte a favore della quale le misure sono state disposte, permette a quest’ultima di avviare il giudizio di merito entro i termini di decadenza ordinari, senza toccare l’efficacia delle misure originariamente disposte. Costi delle intercettazioni - Sul versante del pagamento dei costi delle intercettazioni, oggetto di criticità sollevate anche davanti alla Corte di giustizia europea sulla natura commerciale o meno delle spese, il decreto prevede correzioni alla disciplina attuale per ridurre il rischio di ritardi e contenziosi. In caso di sforamento del termine di 30 giorni, saranno riconosciuti, in favore del creditore, gli interessi nella misura degli interessi legali di mora e un indennizzo percentuale sulla somma dovuta, articolato per scaglioni collegati alla durata del ritardo. Permanenza dei magistrati - Intervento anche sulle regole di permanenza dei magistrati all’interno del medesimo ufficio. In via transitoria, per i magistrati che hanno già raggiunto o stanno per raggiungere il limite massimo di permanenza e la cui scadenza interviene prima del 31 dicembre 2026, la scadenza è automaticamente prorogata fino al termine dell’anno. Strutturali invece altre modifiche: in particolare, è introdotta la possibilità di differire fino a dodici mesi le assegnazioni ad altra posizione tabellare o ad altro gruppo di lavoro quando il numero dei magistrati da trasferire supera di un terzo quello dei componenti della sezione o del gruppo di lavoro. Ridotto poi da sei a tre mesi il termine entro il quale i magistrati interessati devono presentare domanda di trasferimento, per rendere la procedura più coerente con le scadenze effettive di pubblicazione e copertura dei posti vacanti. Digitalizzazione della giustizia - Stanziati poi 6,5 milioni di euro per il 2026 e 17,5 annui per ciascuno degli anni dal 2027 al 2034 per assicurare la prosecuzione e il potenziamento del processo di digitalizzazione dell’amministrazione della giustizia, garantire la continuità dei servizi di connettività e innalzare i livelli di sicurezza delle infrastrutture digitali e dei sistemi informativi; 12,5 milioni annui dal 2027 per la manutenzione e l’assistenza specialistica. Geografia giudiziaria, l’Anm contesta il ritorno dei “tribunalini” del ddl di Nordio di Giulia Merlo Il Domani, 13 giugno 2026 L’Associazione dei magistrati ha espresso parere “fortemente negativo” sul disegno di legge che intende ripristinare una serie di tribunali minori, come quello della Pedemontana: “Rovescia la riforma del 2012, assecondando istanze locali”. L’Anm ha pubblicato un documento con osservazioni in merito al disegno di legge “Disposizioni in materia di circoscrizioni giudiziarie”, rese poi anche in audizione alla Camera. La questione è molto delicata: il ddl ripristina i tribunali della Pedemontana (ex Bassano del Grappa), Avezzano, Lanciano, Sulmona e Vasto ma la decisione ha sollevato polemiche e perplessità, come la newsletter ha già approfondito. I benefici della riforma del 2012 - La magistratura associativa si è detta contraria alla riapertura, esprimendo parere “fortemente negativo”, perché “non corregge la riforma del 2012 sulla base di una valutazione dei suoi effetti, ma la rovescia assecondando istanze locali”. Il documento cita lo studio “Gli effetti della riforma della geografia giudiziaria sul funzionamento della giustizia civile” della Banca d’Italia (Moretti, Pesenti, Roma), che ha fatto emergere come la riforma abbia aumentato la capacità di definizione dei procedimenti del 3,8 per cento e ridotto la durata dei processi del 5 per cento. “I benefici sono stati maggiori per i tribunali che sono passati da piccoli a medi e da medi a grandi” e lo studio dimostra che la dimensione organizzativa conta: “I guadagni di efficienza sono tanto maggiori quanto più il tribunale si avvicina a una scala dimensionale adeguata e le materie più complesse sono quelle che hanno beneficiato di più”. Di parere opposto è stata però l’analisi di impatto allegata al ddl, secondo cui i risultati positivi indicati sono stati determinati da fattori esogeni come il Pct, la mediazione e le riforme processuali. I punti contestati dalla magistratura associativa - Le critiche che muove l’Anm sono che il ddl istituisce i tribunali ma senza specificare quale sarà l’organico; trascura il principio di efficienza degli organici; il ridisegno delle circoscrizioni presenta incongruenze anche in spregio all’invocato principio di prossimità; non si tiene in considerazione il principio della specializzazione, ci saranno costi di funzionamento per strutture inefficienti. “Il ddl è l’occasione mancata per porsi le domande che contano: se abbia ancora senso che ogni tribunale tratti ogni materia, se non sia giunto il momento di immaginare grandi uffici specializzati con competenza distrettuale per le materie ad alta specializzazione”. Interessanti sono i dati sul tribunale della Pedemontana: il precedente aveva 9 giudici e 4 sostituti procuratori per un bacino di 184mila abitanti; quello nuovo dovrebbe avere 26 giudici e 10 pm per un bacino di 523mila abitanti. Questo, secondo una stima, comporterebbe la sottrazione a Venezia del 33, a Padova del 9 e a Treviso del 20 per cento dei giudicanti e il 29, 11 e 21 dei requirenti. Lo scontro sull’apertura di Bassano ha coinvolto anche gli avvocati: gli ordini di Padova, Venezia e Treviso sono contrari, favorevoli invece avvocati dell’ex ordine di Bassano e chi lavora nei comuni circostanti. No al ricorso di Cospito: “Il 41bis va prorogato” di Frank Cimini L’Unità, 13 giugno 2026 Secondo la procura generale e la direzione nazionale antiterrorismo la situazione è ancora più grave rispetto al maggio 2022 quando il ministro Cartabia decise si applicare il regime del carcere duro al detenuto anarchico Alfredo Cospito per cui il 41bis va prorogato di altre due anni e va rigettato il ricorso presentato dal difensore avvocato Flavio Rossi Albertini. Questo è successo ieri nell’udienza davanti al tribunale di Sorveglianza di Roma in meno di un’ora mentre era in corso un presidio con la partecipazione di una trentina di anarchici in solidarietà con Cospito, “accompagnati” da un centinaio di poliziotti distribuiti tra un paio di isolati. Secondo l’avvocato Albertini “il 41 bis a Cospito fa comodo a coloro che intendono governare una società sempre più lacerata, polarizzata tra ricchi e poveri, inclusi ed esclusi: un monito per chi sfida le istituzioni e uno strumento di propaganda per sviare l’attenzione dai problemi reali concentrando la narrazione pubblica sulla sicurezza e sui presunti nemici interni”. Per giustificare la proroga del 41bis gli apparati statali e la magistratura fanno più volte riferimento alla morte di due militanti anarchici mentre confezionano un ordigno al parco degli Acquedotti a Roma addebitando a Cospito una sorta di concorso morale a dimostrazione della persistente pericolosità del movimento. Il ragionamento dell’antiterrorismo poi a un certo punto addirittura si incarta quando spiega che l’adozione del provvedimento relativo al 41 bis avrebbe prodotto “una progressiva clandestinizzazione” del movimento con conseguente perdita di elementi conoscitivi fondamentali per garantire la sicurezza pubblica oltre all’avvio di un percorso tuttora in fase di acutizzazione delle posizioni più estreme e violente. Insomma implicitamente si ammette che la misura del carcere duro per Cospito avrebbe danneggiato la conoscenza delle dinamiche anarchiche da parte degli inquirenti. Un circolo vizioso, un cane che si mangia la coda. Ma allo stesso tempo si insiste affermando: “l’eventuale mancato rinnovo della misura avrebbe come effetto quello di restituire maggiori possibilità di comunicazione al fenomeno insurrezionalista rendendo più agevole la veicolazione di messaggi tesi a stimolare e istigare la commissione di gravi reati”. Per questa ragione si chiede di prorogare la misura “risultando aggravate le esigenze che avevano condotto all’applicazione del provvedimento”. Il Tribunale deciderà nei prossimi giorni ma la decisione appare scontata. Il regime di alta sicurezza un gradino appena sotto il 41bis non basterebbe. Abruzzo. Diritto allo studio nelle carceri, l’Università “Gabriele d’Annunzio” in prima fila notiziedabruzzo.it, 13 giugno 2026 L’Università “Gabriele d’Annunzio” di Chieti-Pescara ha partecipato all’Assemblea nazionale della Cnupp, la Conferenza nazionale dei Poli universitari penitenziari, che si è svolta a Sassari. Nel corso dell’incontro è stato sottoscritto un protocollo d’intesa con Andisu, l’Associazione nazionale degli organismi per il diritto allo studio universitario, per rafforzare la collaborazione tra Università ed enti per il diritto allo studio. L’Ateneo è stato rappresentato da Gianmarco Cifaldi, delegato del Rettore, docente di Sociologia penitenziaria ed ex Garante dei detenuti della Regione Abruzzo. La rete abruzzese dei Poli universitari penitenziari coinvolge anche l’Università dell’Aquila e l’Università di Teramo, garantendo una presenza formativa negli istituti di pena regionali. A livello nazionale, secondo i dati diffusi, sono 1.978 i detenuti iscritti all’Università, distribuiti in 55 Atenei e supportati da circa 900 tra docenti, tutor e personale amministrativo. Le studentesse detenute sono 104, pari al 3,5% della popolazione detenuta femminile italiana. L’area politico-sociale raccoglie il 25% degli iscritti, superando l’ambito giuridico, fermo al 13%. “La firma di questo protocollo rappresenta una svolta decisiva”, ha dichiarato Cifaldi, ricordando il ruolo dell’Abruzzo nell’azzeramento delle tasse universitarie per gli studenti detenuti. Il docente ha richiamato anche il progetto pilota nelle carceri di Lanciano e Sulmona per il conseguimento di diplomi Its Academy Turismo e Cultura e Its Academy Agroalimentare, con la possibilità di proseguire verso un corso di laurea magistrale. Milano. Ennesimo suicidio in carcere: il caso del detenuto con diagnosi di psicosi di Ilaria Del Boca milanopavia.news, 13 giugno 2026 Era detenuto nella sezione riservata ai casi considerati più a rischio. Eppure Lamin Sonko, trent’anni, originario del Gambia, si è tolto la vita nel carcere di San Vittore. Una morte che riaccende il dibattito sulle condizioni delle persone più fragili all’interno dei penitenziar italiane.i Sonko era arrivato a Milano il 18 maggio. Alla stazione Centrale, appena sceso da un treno proveniente dall’Emilia Romagna, aveva estratto un machete in mezzo ai viaggiatori, seminando il panico. L’intervento della Polfer era stato immediato: prima il tentativo di fermarlo, poi il taser e infine l’arresto. Da quel momento il trasferimento a San Vittore. Ma il punto che oggi fa discutere è un altro: il trentenne era stato messo dietro le sbarre con una diagnosi di psicosi e, secondo quanto denunciato dalla Fondazione Casa della Carità, era stato rinchiuso in una “cella liscia”, spoglia, senza arredi, pensata per i detenuti più vulnerabili. Nei giorni prima della morte avrebbe chiesto più volte di poter sentire la madre. Una richiesta che, secondo la Fondazione, non sarebbe mai stata accolta. Nessuna uscita per l’ora d’aria, nessun contatto, nessuno spazio di relazione. Ed è proprio questo a sollevare oggi le domande più pesanti: quanto può reggere una persona già segnata da una fragilità psichica se la risposta resta solo custodirla e isolarla? Quello di Sonko è il ventottesimo suicidio in carcere dall’inizio dell’anno. Un numero che continua a crescere e che riporta sotto i riflettori un sistema dove troppo spesso il confine tra detenzione e abbandono resta drammaticamente sottile. Parma. Muore in carcere a soli 21 anni: esclusa la pista del suicidio di Federico Spadoni Corriere della Romagna, 13 giugno 2026 Mohamed Samih voleva tornare a casa. Da uomo libero o detenuto non gli importava, purché fosse di nuovo in Marocco. Era disposto a scontare la pena là in caso di un’eventuale condanna per i reati commessi in Italia, a Lugo, dove viveva con la famiglia prima di finire in carcere. Era questo il desiderio che aveva espresso al suo avvocato, il quale aveva già imbastito le pratiche quando, ieri mattina, ha scoperto che il giovanissimo assistito giovedì scorso è morto in una cella del penitenziario di Parma, dov’era stato trasferito dalla casa circondariale di Ravenna. Aveva solo 21 anni Mohamed, era giovane ma già segnato dall’alcol, dalle droghe che l’avevano spinto nella spirale della depressione. Eppure non si sarebbe tolto la vita. È questo uno degli aspetti finora emersi nel corso delle indagini avviate dalla Procura di Parma, che ha aperto un fascicolo per fare luce sulle cause del decesso. Violenze in casa - Mohamed era stato arrestato nei mesi scorsi. Doveva rispondere di maltrattamenti in famiglia, resistenza a pubblico ufficiale e lesioni aggravate. A pesare sulla sua posizione, lo scorso 24 marzo, era stato il rapporto travagliato con i genitori. Gli si contestavano violenze verbali, intimidazioni e atteggiamenti aggressivi, tali da rendere la convivenza mortificante e insostenibile. Alle offese seguivano puntualmente anche le minacce di morte o inquietanti promesse di bruciare la casa. Esasperati, madre e padre avevano chiamato i carabinieri, i quali erano stati costretti a fronteggiare a propria volta i tentativi del ragazzo di colpirli con pugni, brandendo anche un coltello recuperato in casa. Era dovuto intervenire anche il personale sanitario per sedarlo e riportarlo alla calma prima di portarlo in carcere a Ravenna, come richiesto dal sostituto procuratore Stefano Stargiotti alla luce della gravità dei fatti accaduti e del rischio di lasciarlo a casa con la famiglia. La richiesta di trasferimento - Il trasferimento a Parma forse è avvenuto in virtù di certe dinamiche interne alla gestione dei detenuti da parte dei penitenziari del territorio. E da qui aveva espresso il desiderio al proprio legale di scontare la pena in Marocco. Si tratta di una misura prevista dall’ordinamento, ma per la quale erano necessari precisi passaggi tecnici, oltre all’accordo tra i due Paesi. Ha tuttavia impiegato meno tempo il decreto di giudizio immediato notificato a metà maggio a firma del giudice per le indagini preliminari Andrea Galanti. Il difensore del 21enne, l’avvocato Saverio Caruccio, aveva preparato la richiesta di applicazione della pena alternativa, funzionale a chiedere poi il trasferimento in Marocco. Ieri ha appreso della morte del giovane, sulla quale restano ancora aperti gli interrogativi. Il ragazzo è stato trovato senza vita nella mattinata di giovedì all’interno della sua cella, nella stessa sezione della media sicurezza in cui lo scorso 30 aprile un detenuto cubano di 29 anni si è tolto la vita. Esclusa in questo caso l’ipotesi del suicidio, ora la Procura dovrà di sciogliere il mistero sulle cause della morte prematura che ha impedito a Mohamed di tornare a casa. Milano. Detenuto invalido torturato e minacciato nel carcere di Bollate di Giulia Ghirardi fanpage.it, 13 giugno 2026 “Ti ammazziamo e lo facciamo passare per suicidio”. È la minaccia che, secondo il racconto a Fanpage.it della madre di un detenuto invalido di 41 anni del carcere di Bollate, sarebbe stata rivolta al figlio dai suoi due concellini. Una frase che, da sola, apre diversi interrogativi sulla gestione dei detenuti in quello che spesso viene indicato come uno degli istituti penitenziari più virtuosi d’Italia. La denuncia della mamma del detenuto - L’uomo è detenuto a Bollate da circa tre mesi, ma “già dal primo mese vedevo che non stava bene”, ha raccontato la madre a Fanpage.it. Secondo il suo racconto, infatti, il figlio - invalido al 100 per cento e titolare dei benefici della legge 104 - sarebbe finito nel mirino di due compagni di cella che avrebbero trasformato la sua permanenza in carcere in un inferno quotidiano fatto di “pestaggi, minacce ed estorsioni”. Per settimane il detenuto avrebbe taciuto, “paralizzato dalla paura” perché, secondo quanto riferito, i due concellini lo avrebbero picchiato ogni giorno, arrivando persino a colpirlo con oggetti presenti nella cella e a bruciarlo con i fornelli. Tutto per costringerlo a consegnare il denaro della sua pensione. “Gli fanno fare tutto quello che vogliono loro e lo minacciano di morte per avere soldi”, ha sottolineato la madre a Fanpage.it. “Lo bruciano e lo picchiano con i fornelli tutte le sere. A volte lo strozzano con l’accappatoio, smettono solo quando perde i sensi”. Solo dopo mesi di “torture” il detenuto ha trovato il coraggio di raccontare quanto stava accadendo. A quel punto il carcere, sempre secondo la ricostruzione della madre, avrebbe assicurato un trasferimento in un’altra cella. Non immediatamente, però. Una risposta che la famiglia ha giudicato incomprensibile. “Vogliamo aspettare il morto? Va fatto subito”, ha accusato la donna, descrivendo il figlio come sempre più depresso, dimagrito e ormai incapace di reggere psicologicamente la situazione. A rendere ancora più complesso il quadro descritto, c’è la presunta richiesta di denaro. “Gli fanno fare tutto quello che vogliono e lo minacciano di morte per avere soldi, gli hanno detto ‘ti ammazziamo e lo facciamo passare per suicidio’“, ha spiegato ancora la madre del detenuto. “Mi hanno mandato una lettera nella quale mi chiedevano in tutto 1400 euro”. La situazione è, però, precipitata lo scorso 5 giugno. Stando al racconto della donna, l’uomo avrebbe avuto un malore improvviso, perdendo conoscenza dopo l’ennesima aggressione. Trasferito d’urgenza all’ospedale Sacco di Milano, presentava, secondo la madre, numerosi lividi sul corpo. “Quando l’ho visto aveva lividi dappertutto”, ha riferito. “Le percosse hanno anche provocato la comparsa di un’ernia”. In più, “c’erano i segni delle bruciature che gli han fatto i suoi due concellini con il fornello e con le sigarette, gliele spengono addosso”. Parallelamente a quest’ultimo episodio di violenza, la donna ha quindi presentato un esposto in Procura. Nel documento, visionato da Fanpage.it, si fa riferimento proprio al tentativo di “estorsione” e al clima di pericolo vissuto dal figlio, recluso a Bollate. Per questo la donna ha chiesto un trasferimento urgente. “Uscito dall’ospedale è stato trasferito in una sezione protetta. Nonostante questo, sporgeremo denuncia: mio figlio per le torture, io per l’estorsione”, ha concluso la donna a Fanpage.it, con una domanda che oggi rimane sospesa: “Com’è possibile che mio figlio sia stato torturato per mesi e nessuno se ne sia accorto? Non credo sia possibile che nessuno abbia mai sentito le urla”. Ferrara. Suicidio all’Arginone. Agente assolto, l’Appello. Spunta una nuova indagine di Federico Malavasi Il Resto del Carlino, 13 giugno 2026 La procura ha impugnato il verdetto del giudice che scagionava l’unico imputato. Aperto un altro fascicolo, al momento contro ignoti, per esplorare ulteriori profili. Il legale dei familiari: “Passaggi da chiarire, contribuiremo per giungere alla verità”. La sentenza del giudice dell’udienza preliminare non ha chiuso la vicenda giudiziaria nata dal suicidio di un 29enne detenuto nel carcere dell’Arginone. Dopo l’assoluzione dell’unico imputato per quei fatti, l’agente di polizia penitenziaria G.P., il pubblico ministero Andrea Maggioni ha impugnato il verdetto con un articolato atto d’Appello. Ma non è tutto. Parallelamente, si profila anche una nuova indagine su quei fatti. In procura sarebbe infatti aperto un fascicolo contro ignoti per omicidio colposo, al fine di esplorare eventuali profili di responsabilità nella fase tra l’ingresso all’Arginone del 29enne e la sua morte. Partiamo dall’Appello. L’agente era in servizio di sorveglianza dalle 8 alle 16 del primo settembre 2021, giorno in cui il ragazzo fu trovato senza vita nella sua cella. Secondo l’impianto accusatorio, avrebbe violato gli ordini della comandante di svolgere controlli ogni venti minuti nella cella del ragazzo. Passaggi necessari in quanto il 29enne detenuto era stato ritenuto ad alto rischio suicidiario dal medico di turno, che ne aveva infatti disposto la cosiddetta ‘Grande sorveglianza’. Secondo la procura, dunque, pur essendo a conoscenza del pericolo di suicidio, l’imputato avrebbe omesso di vigilare adeguatamente. Una tesi che però non ha convinto il giudice Andrea Migliorelli, che ha chiuso il processo in rito abbreviato con l’assoluzione del poliziotto perché il fatto non sussiste. Lette le motivazioni, il pm ha impugnato la sentenza. Tra i punti affrontati nell’atto d’Appello, l’assenza di motivazione del diniego da parte del gup della richiesta di ascoltare due testimoni e il non aver valutato un documento prodotto dall’imputato, cioè l’elenco dei detenuti in Grande sorveglianza. L’attenzione si sposta poi sul momento in cui l’imputato apprende della disposizione della Grande sorveglianza e sul legame tra la presunta omissione dell’agente e la morte del 29enne. Secondo la procura, infatti, controlli a intervalli minori di venti minuti avrebbero potuto evitare la tragedia. In conclusione, il pm chiede alla corte d’Appello di riformare la sentenza di primo grado, condannando l’imputato. L’udienza non è ancora fissata. Nel frattempo, negli uffici di via Mentessi sta muovendo i primi passi una nuova inchiesta. L’intenzione di svolgere ulteriori indagini sulla vicenda trapela già da un passaggio dell’atto d’Appello: l’obiettivo è vagliare aspetti non sufficientemente approfonditi in precedenza. I nuovi sviluppi sono stati accolti con soddisfazione dal difensore dei familiari della vittima, l’avvocato Antonio De Rensis. “Confermo l’Appello della procura - così il legale -. Lo considero un atto condivisibile in tutti gli aspetti e che denota la volontà di dare la giusta importanza a un fatto molto grave. Il suicidio del giovane non può restare senza alcuna responsabilità”. Per quanto riguarda la nuova indagine, prosegue De Rensis, “sarebbe uno sviluppo importantissimo. Io ritengo, e lo sostengo sin dall’inizio, che ci siano altre posizioni che devono essere approfondite in maniera maggiore rispetto a ciò che è stato fatto. Vi è una concatenazione di passaggi che non possono rimanere non approfonditi. Ci sono alcune circostanze che coinvolgono questa sequenza di passaggi che, nella precedente indagine, non sono state approfondite come si sarebbe potuto”. In conclusione, secondo il legale, “nel rispetto dell’autonomia investigativa, il pm può ritenere che vi siano circostanze da valutare in maniera diversa. Qualora vi fosse una nuova indagine la difesa delle parti offese farà tutto il possibile per contribuire all’accertamento della verità”. Alba (Cn). Legionella in carcere, lo Stato scarica la colpa ma sborsa 700mila euro di Federico Gottardo La Repubblica, 13 giugno 2026 Maxi risarcimento a un detenuto andato in coma e diventato disabile. Sotto accusa è finita la direttrice ma non l’azienda di manutenzione. La legionella nel carcere di Alba costa allo Stato 724mila euro versati a un detenuto finito in coma per colpa del batterio. Colpa del ministero della Giustizia e dell’Avvocatura che avrebbero dovuto rivalersi sull’azienda che si occupava della manutenzione. Invece, dopo aver perso il processo civile in primo grado e in appello, hanno rinunciato al ricorso in Cassazione. E ora la Corte dei Conti ha respinto la richiesta della procura di far pagare tutto all’allora direttrice. È proprio la sentenza del 9 giugno dei giudici contabili a ricostruire il “pasticcio della legionella”, una vicenda dai contorni surreali che rimanda addirittura al 2012. Cioè a quando il detenuto, allora di 42 anni, contrasse l’infezione da legionella mentre scontava una pena di 14 mesi: “Aveva accusato disturbi della parola, tosse secca, sensazioni di debolezza, confusione - si legge negli atti - Dopo essere stato tenuto in isolamento è stato ricoverato per sospetta polmonite all’ospedale di Alba, dov’è arrivato in coma farmacologico, durato per un mese”. La diagnosi era “legionella polmonare complicata da rabdomiolisi, insufficienza renale acuta e miopatia diffusa” che gli è costata altri due mesi e mezzo di ricovero. Ma che, soprattutto, gli ha provocato danni neurologici e fisici tali da renderlo inabile al lavoro e non autosufficiente. Per questo l’uomo ha fatto causa al ministero della Giustizia che intanto, dopo l’ennesimo caso di legionella, ha chiuso il carcere albese a data da destinarsi: l’ultimo annuncio prevede di riaprire in autunno. In primo grado il tribunale di Torino ha dato ragione al detenuto, stabilendo un indennizzo di 513mila euro per la mancanza di una corretta manutenzione dell’impianto idraulico. Che gli ha provocato “la contrazione della malattia durante il periodo di detenzione carceraria, la ritardata diagnosi e il connesso ritardato ricovero in struttura”. Ma lui, non contento, ha fatto ricorso alla Corte d’Appello e ha ottenuto un aumento del risarcimento a 716mila euro, saliti a 724mila con gli interessi. Nei mesi scorsi la procuratrice della Corte dei Conti del Piemonte, Fernanda Fraioli, ha citato in giudizio la direttrice perché “avrebbe dovuto provvedere a un’azione di rivalsa” visto che c’era un appalto con una ditta per la gestione e manutenzione degli impianti idraulici delle strutture carcerarie. Tradotto: secondo la procura avrebbe dovuto essere la direttrice a pagare quei 724mila euro perché non ha “presentato il conto” all’impresa che avrebbe dovuto evitare la diffusione di legionella. Una tesi che i giudici contabili condividono solo in parte: è vero che l’azienda è responsabile della mancata manutenzione e dei danni al detenuto ma non spettava alla direttrice rivalersi contro di lei, visto che non è mai stata citata nei processi civili (e assolta in sede penale). Il danno erariale, alle casse dello Stato, lo avrebbe invece fatto il ministero della Giustizia attraverso il provveditorato del Piemonte dell’amministrazione penitenziaria. Anche perché l’Avvocatura dello Stato non ha mai suggerito di rivalersi sulla ditta e si è limitata a sconsigliare il ricorso in Cassazione. Torino. I Radicali: “Possibili casi di abuso di fentanyl in carcere” di Matteo Curreri Corriere di Torino, 13 giugno 2026 In commissione Legalità emergono le criticità del Lorusso e Cutugno: dal sovraffollamento all’uso di droghe. Il fentanyl, l’oppioide sintetico al centro di una grave emergenza sanitaria negli Stati Uniti, si inserisce anche nel dibattito sul carcere di Torino. Nel corso della commissione congiunta Legalità e Terza, presieduta dal consigliere Pd Luca Pidello e dedicata alla situazione del Lorusso e Cutugno, Chiara Squarcione dell’associazione Radicale Adelaide Aglietta evidenzia la necessità di “nuove misure di rilevazione per monitorare possibili casi di abuso di fentanyl”, precisando che gli episodi emersi sono ancora in fase di accertamento. “Segnaliamo senza allarmismo, ma bisogna attrezzarsi rispetto alla presenza di questo oppioide sintetico”, spiega, chiedendo un potenziamento dei presidi sanitari e del Serd “non solo immediato, ma anche in ottica preventiva”. Utilizzato in medicina come antidolorifico, il fentanyl, noto come “droga degli zombie”, può essere fino a cento volte più potente della morfina. Le criticità legate agli stupefacenti coinvolgono però tutti i padiglioni della casa circondariale torinese. Una nuova modalità di introduzione della droga avviene attraverso “fogliettini molto leggeri simili a carta velina, impregnati di sostanza stupefadelle cente che possono essere arrotolati attorno a una sigaretta”, spiega Diletta Berardinelli, garante delle persone private della libertà personale del Comune di Torino. Il tema dipendenze si intreccia a quello delle cosiddette doppie diagnosi, cioè detenuti affetti contemporaneamente da dipendenze e patologie psichiatriche, che “riguardano la stragrande maggioranza delle persone detenute”, avverte Squarcione. Durante la visita effettuata il 22 maggio dall’associazione Aglietta sono emerse anche diverse criticità strutturali. “La principale riguarda il sovraffollamento. A questo si aggiungono infiltrazioni, allagamenti e perdite d’acqua”, racconta Squarcione. Che aggiunge: “Abbiamo aperto alcuni rubinetti delle docce e l’acqua esce marrone”. Particolare attenzione è stata posta alle condizioni del terzo piano dei padiglioni B e C in vista dell’estate: “Le alte temperature e gli ambienti sovraffollati aumentano la tensione interna e i rischi di autolesionismo”. Tra le altre problematiche, la carenza di personale dedicato al reinserimento e alla mediazione culturale. Secondo Berardinelli “su 1.467 detenuti il numero degli educatori non è sufficiente per garantire percorsi individualizzati”, mentre i mediatori interculturali sarebbero “solo uno o due” a fronte di 661 detenuti stranieri. Cremona. 600 detenuti, 100 con patologie psichiatriche: tutti i numeri del disagio a Cà del Ferro Cremona Oggi, 13 giugno 2026 La visita del consigliere del Pd Matteo Piloni nel carcere di Cremona rivela un quadro impietoso: soltanto due gli psichiatri disponibili e tre educatori quando ne servirebbero almeno 6. Gli agenti sono 168, dovrebbero essere 224. Oggi il consigliere regionale Dem Matteo Piloni ha visitato la Casa Circondariale di Cremona, dove ha incontrato la direttrice Giulia Antonicelli e la comandante della Polizia penitenziaria Letizia Tognali per un confronto sulle principali criticità che interessano l’istituto. “Ritengo importante continuare a mantenere alta l’attenzione sulla situazione del carcere di Cremona attraverso visite periodiche e momenti di confronto con chi vi opera quotidianamente - dichiara Piloni -. Il carcere non è un mondo a parte, ma fa parte della nostra società e chi vi lavora e chi vi è detenuto ha diritto a condizioni dignitose e sicure”. Durante l’incontro sono emerse in particolare le difficoltà legate alla grave carenza di personale. “Il personale di Polizia penitenziaria è fortemente sottorganico - spiega il consigliere dem -. A fronte di 226 unità previste, oggi sono presenti 164 agenti, di cui circa una trentina distaccati presso altre sedi. La situazione è particolarmente critica per quanto riguarda i sottoufficiali, la cui carenza rende ancora più complessa la gestione quotidiana della struttura”. Criticità che riguardano anche l’area educativa: “Per oltre 600 detenuti sarebbero previsti sei educatori, ma quelli effettivamente operativi sono soltanto tre, perché due risultano distaccati e un posto è vacante. Una situazione che potrebbe essere almeno in parte risolta attraverso lo scorrimento delle graduatorie ministeriali”. Particolarmente preoccupante, secondo Piloni, è poi la situazione sanitaria, ambito sul quale Regione Lombardia ha competenze dirette: “La carenza di medici psichiatrici rappresenta oggi uno dei problemi più gravi. A fronte di oltre cento detenuti con patologie psichiatriche certificate, ai quali si aggiungono numerosi altri casi di disagio mentale, il servizio può contare soltanto su due specialisti che si alternano. Una condizione che mette in difficoltà sia i detenuti sia il personale che opera quotidianamente nella struttura e che inevitabilmente produce conseguenze anche sul piano della sicurezza”. Da qui l’appello rivolto a Regione e Governo: “Delle due l’una - scandisce Piloni -: o Regione Lombardia garantisce un adeguato rafforzamento del personale sanitario, a partire dagli specialisti della salute mentale, oppure si apra un confronto con il Ministero della Giustizia per ridurre la popolazione detenuta presente a Cremona. Non si può continuare a ignorare una situazione che rischia di diventare insostenibile”. “Il sovraffollamento, la carenza di personale e le fragilità sanitarie sono problemi strutturali che richiedono interventi concreti e coordinati. È necessario dare risposte rapide sia a chi vive il carcere sia a chi vi lavora ogni giorno” conclude il consigliere dem. Noto (Sr). Carcere, telemedicina per assistere i detenuti La Sicilia, 13 giugno 2026 Via al progetto di donazione del sangue: iniziativa unica in Italia. Telemedicina e la possibilità di donare il sangue, in quest’ultimo caso senza fare differenza tra chi sta da una parte e chi dall’altra. La casa di reclusione di Noto si conferma un laboratorio di civiltà e innovazione e dopo aver rilanciato i progetti per il coinvolgimento dei detenuti in lavori utili per la collettività, adesso arrivano due iniziative dal fortissimo valore etico e sociale che sono state presentate nella Sala Conferenze dell’istituto. La prima rappresenta un vero e proprio primato nazionale: permettere a chi sta scontando un debito con la giustizia di donare il sangue. Questo grazie a un progetto di sensibilizzazione che vede coinvolti anche gli agenti che operano all’interno dell’istituto. L’idea è nata dalla sinergia tra il direttore della casa di reclusione Andrea Calareso, il medico coordinatore Alfonso Belfiore, Avis e Asp di Siracusa. Iniziativa che ha già riscosso un’ottima adesione, con tutti i passaggi preliminari consumati e già le prime sacche di sangue raccolte. Un gesto che va oltre l’aspetto sanitario - è sempre importante tenere alti i numeri su donatori e sacche raccolte - ma che si dimostra un forte strumento di inclusività sociale: i detenuti che hanno aderito al progetto hanno manifestato il desiderio di sentirsi parte integrante della comunità. Durante l’incontro in carcere è stata presentata un’altra iniziativa, questa invece dedicata al progresso tecnologico ma in chiave salute e sanità. Si tratta del progetto di telemedicina, già operativo all’interno dell’istituto e anch’esso considerato un’eccellenza per il panorama penitenziario. Progetto che garantisce qualità e tempestività nell’erogazione dell’assistenza sanitaria ai detenuti, un risparmio della spesa pubblica e una gestione più efficiente delle eventuali emergenze. Monza. Siglato il patto con il carcere: Cem Ambiente assume 3 detenuti di Barbara Calderola Il Giorno, 13 giugno 2026 Un percorso concreto di reinserimento sociale che abbatte le barriere del pregiudizio e trasforma il lavoro in uno strumento di dignità e riscatto. È questo il cuore del progetto di inclusione professionale nato dalla sinergia tra la casa circondariale di Monza e Cem Ambiente, la società pubblica che gestisce il servizio rifiuti in 77 Comuni lombardi, fra Brianza e hinterland. L’iniziativa è stata presentata ieri direttamente all’istituto penitenziario di via Sanquirico, raccogliendo il pieno sostegno di istituzioni, sindaci e vertici della Prefettura e della Provincia. La compagnia ha assunto tre detenuti, due sono già operativi ad Agrate e Brugherio, il terzo verrà inserito a breve. I Comuni coinvolti offriranno così un’opportunità reale di formazione e responsabilizzazione sul campo. “Come società pubblica sentiamo il dovere di contribuire non solo alla qualità ambientale, ma anche alla crescita sociale delle comunità”, spiega Corrado Boccoli, presidente Cem, sottolineando il valore della “ripartenza” per le persone svantaggiate. Una visione condivisa dalla direttrice della casa circondariale, Cosima Buccoliero, che ha ricordato come “il carcere debba offrire strumenti per riavvicinare alla vita libera, superando gli ostacoli e le diffidenze della comunità esterna”. All’incontro hanno preso parte anche il prefetto di Monza e Brianza, Enrico Roccatagliata, e il presidente della Provincia, Luca Santambrogio. Entrambi hanno lodato il lavoro di rete territoriale “come modello di coesione e sicurezza”. L’auspicio unanime, rilanciato dal sindaco di Agrate, Simone Sironi, e dall’assessore all’Ambiente di Brugherio, Carlo Nava, è che “questo circolo virtuoso tra istituzioni e aziende pubbliche possa fare da apripista e spingere molte altre realtà aziendali, sia pubbliche che private, a investire in progetti analoghi di inclusione”. Al centro “la rinascita e l’appartenenza, tutti valori presenti nel progetto”. C’è davvero molto da fare, oggi sono una trentina i detenuti che escono secondo le regole per lavorare, ma in tutto la popolazione carceraria monzese supera le 700 unità (dovrebbero essere 400), “l’ideale sarebbe che tutti avessero un’occupazione”, hanno detto i partner. Dietro i numeri, il problema del sovraffollamento, la struttura scoppia, la capienza ufficiale è la metà di quella reale, e quello della vita che deve ricominciare senza ricascarci. Oggi, le statistiche sulla recidiva dicono che il 70 per cento di chi esce, rientra. “Ma il lavoro potrebbe ribaltare i numeri”. L’appello è per gli imprenditori che “contribuiscano a raggiungere l’obiettivo”. Varese. Reinserimento dei detenuti: imprese, istituzioni e testimonianze a confronto varesenews.it, 13 giugno 2026 A Villa Recalcati il convegno “Uno sguardo oltre le sbarre” promosso dalla Camera Penale: dal protocollo del Prefetto alle testimonianze dirette. Si è tenuto ieri a Villa Recalcati il convegno “Uno sguardo oltre le sbarre - L’espiazione della pena tra dignità umana e reinserimento”, organizzato dalla Camera Penale di Varese con il patrocinio della Provincia. Istituzioni, magistratura, amministrazione penitenziaria, imprenditori ed ex detenuti si sono confrontati sul tema del reinserimento sociale e lavorativo, con al centro la funzione rieducativa della pena sancita dall’articolo 27 della Costituzione. Ad aprire i lavori è stata Elisabetta Bertani, presidente della Camera Penale di Varese: “Il carcere è il luogo in cui viene espiata la pena, ma la Costituzione ci ricorda ogni giorno che il fine della pena è quello rieducativo” ha ricordato Bertani, sottolineando anche come la risocializzazione non sia un’utopia, e annunciando che nel corso del pomeriggio avrebbero preso la parola imprenditori che hanno scelto di dare lavoro a chi è uscito dal carcere e lavoratori che hanno cambiato la propria vita attraverso questa opportunità. Massimo Parisi, vice capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, ha confermato che il tema è al centro dell’agenda istituzionale: “Negli ultimi anni sono aumentate significativamente le attività lavorative alle dipendenze di terzi, con call center, officine e lavorazioni di vario tipo - ha spiegato - Il lavoro è una delle componenti fondamentali per i percorsi di inclusione sociale”. Il presidente della Provincia Marco Magrini nei saluti introduttivi, ha ricordato il ruolo che i centri per l’impiego possono svolgere in questo ambito, impegnandosi a un maggiore coinvolgimento dell’ente. “I dati ci insegnano che chi viene reinserito nel lavoro riesce, in percentuale significativa, a non delinquere più”, ha detto, citando come esempio virtuoso l’esperienza del locale “Da Mario” a Fagnano Olona. “Sono iniziative molto interessanti che danno risultati immediati”, ha aggiunto, auspicando che la rete territoriale si allarghi anche attraverso attività formative mirate alla domanda del mercato del lavoro. “La Provincia è sempre aperta per iniziative di questo genere”, ha concluso. Il sindaco di Varese Davide Galimberti ha ricordato che il Comune impiega direttamente alcune persone uscite dal carcere: “Devo dire con risultati importanti, tutti sono molto contenti dell’operato”. Ha sottolineato l’importanza della divulgazione: “Parlarne e diffondere le possibilità può stimolare una serie di iniziative analoghe”, e ha infine attribuito buona parte del merito al Prefetto Pasquariello: “Ha iniziato tre anni fa a parlarne sia con gli enti che con le associazioni di categoria, e i primi risultati sono evidenti”. Il sostituto procuratore Tommaso Ercolani ha portato i saluti della Procura della Repubblica, sottolineando che senza un impegno sulle condizioni di detenzione e sulle prospettive di reinserimento “tutto ciò che viene fatto in precedenza viene vanificato”. Carlo Battipede, presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Varese, ha segnalato che proprio nella giornata di oggi il CNF ha discusso del fascicolo digitale per i detenuti e di una piattaforma di matching lavorativo. Il fulcro istituzionale del convegno è stato il Protocollo d’Intesa per il reinserimento sociale e lavorativo delle persone detenute, sottoscritto il 19 luglio 2024 su iniziativa del Prefetto Salvatore Pasquariello. Illustrandone la genesi, il Prefetto ha ricordato il convegno “Carcere e Lavoro” del maggio 2023 e la tavola rotonda del marzo 2024, che hanno preparato il terreno alla firma. “Quando le istituzioni lavorano insieme si generano iniziative anche più importanti di quelle che possono promuovere gli enti pubblici da soli”, ha detto, ringraziando la Camera Penale per aver promosso un evento nato direttamente dalla società civile. Pasquariello ha citato i dati del Cnel secondo cui il lavoro abbatte il tasso di recidiva dal 70 al 2%, e ha richiamato le parole del magistrato di sorveglianza intervenuto in uno degli incontri di monitoraggio: “L’appello a investire sui detenuti non vuole risuonare come un invito al buonismo, ma come l’invito ragionato a offrire una seconda chance a chi ha sbagliato e a chi dimostra una volontà di cambiamento”. E ancora: “Il tempo dell’espiazione della pena non deve essere il tempo dell’ozio, della disumanità, della vendetta pubblica, ma un tempo degno di uno stato di diritto, un tempo di speranza, utile per i condannati e per la collettività”. Ha quindi illustrato i risultati già raggiunti: dalla linea di confezione abbigliamento avviata nel carcere di Busto Arsizio da Grassi S.p.A. - con un corso di formazione da 140 ore e alcune successive assunzioni - alle collaborazioni con il Comune di Varese, fino al progetto “Integrando” della Fondazione Comunitaria del Varesotto, dotato di un budget di 70.000 euro per coordinare le progettualità attive negli istituti penitenziari di Varese e Busto Arsizio. “Ci sono tante iniziative silenziose di cui non abbiamo molta notizia”, ha concluso il prefetto, ricordando il ruolo quotidiano dei volontari accanto agli educatori e al personale delle carceri. Spoleto (Pg). Seconda Chance sbarca in Umbria: il lavoro per costruire nuove opportunità spoletonline.com, 13 giugno 2026 Alla Casa di reclusione di Spoleto il primo incontro regionale tra detenuti, istituzioni e imprese del territorio. Offrire ai detenuti un’opportunità concreta di reinserimento nella società attraverso il lavoro, creando un ponte tra il mondo penitenziario e quello imprenditoriale. È questo l’obiettivo di Seconda Chance, il progetto nazionale dedicato all’inclusione socio-lavorativa di detenuti ed ex detenuti, protagonista del primo incontro regionale promosso in Umbria ed ospitato nella Casa di reclusione di Spoleto. L’iniziativa, organizzata da Valentina Sabatini, referente umbra dell’associazione, ha coinvolto oltre trenta rappresentanti del tessuto imprenditoriale della Valle Umbra e del territorio spoletino. Presenti la direttrice dell’istituto penitenziario Bernardina Di Mario, la presidente nazionale di Seconda Chance Flavia Filippi, il vicepresidente Pietro Francia e il consigliere regionale Matteo Giambartolomei. L’associazione opera in collaborazione con il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria del Ministero della Giustizia e, a livello nazionale, ha già favorito l’inserimento lavorativo di quasi 900 detenuti attraverso accordi con aziende e piccole e medie imprese, promuovendo percorsi di autonomia e inclusione sociale. “Insieme a Flavia Filippi - ha spiegato Valentina Sabatini - è stato un onore favorire il primo contatto di questa realtà nella nostra regione. L’obiettivo è offrire alla struttura penitenziaria e alle imprese del territorio l’opportunità di guardare con una prospettiva diversa alle possibilità di inserimento lavorativo e di recupero delle persone detenute. È importante ricordare che la detenzione ha come finalità ultima quella della rieducazione e del reinserimento nella società”. Al centro dell’incontro, il valore del lavoro come strumento di riscatto personale e di prevenzione della recidiva. Un tema sottolineato anche dal consigliere regionale Matteo Giambartolomei. “Uno dei principali problemi per chi esce dal carcere - ha dichiarato - è ritrovarsi senza punti di riferimento, spesso senza una famiglia o una rete sociale pronta ad accoglierlo. In queste condizioni il rischio di tornare nel circuito della criminalità è elevato. Offrire un’opportunità lavorativa rappresenta non solo una scelta imprenditoriale, ma un’azione di grande valore sociale. Avere una prospettiva concreta per il futuro aiuta a ricostruire un rapporto positivo con la società e può trasformare il luogo di lavoro in una comunità capace di accogliere e sostenere il percorso di reinserimento”. Piacenza. Alle Novate il teatro dà voce ai detenuti: “Ci sentiamo di nuovo parte di qualcosa” di Marcello Tassi Libertà, 13 giugno 2026 Tra storie di solitudine, errori e speranza, i detenuti del carcere di Piacenza protagonisti dello spettacolo “Il mio detenuto amore”. “Chiedo perdono ai miei figli che scopriranno il passato del loro padre. Chiedo perdono ai tramonti per non averli guardati. Chiedo perdono a quella parte di me che tutti vedevano tranne me”. È uno dei passaggi più intensi de “Il mio detenuto amore”, lo spettacolo andato in scena all’interno della casa circondariale di Piacenza e diretto dal regista e drammaturgo Mimmo Sorrentino. Sul palco, insieme all’attrice Valentina Verre, dieci detenuti di età e nazionalità diverse. Per tutti era la prima volta davanti a un pubblico. Un’esperienza che si inserisce nel progetto “Educarsi alla libertà”, promosso dalla cooperativa Teatroincontro e sostenuto dalla Fondazione di Piacenza e Vigevano. Lo spettacolo affronta temi come il rimorso, la speranza, la solitudine e il desiderio di ricominciare. Al centro della narrazione ci sono anche e soprattutto i familiari dei detenuti, le compagne e le persone che continuano ad aspettare fuori dalle mura del carcere. “In una lettera mi ha scritto tutto il rancore, la sofferenza e l’odio che prova per il legame che ci unisce”, racconta uno dei personaggi in scena, dando voce a relazioni segnate dalla distanza e dalla detenzione. Per Sorrentino il teatro rappresenta uno strumento capace di educare alla libertà proprio attraverso il rispetto delle regole. “Il teatro è un luogo dove esistono infinite regole. La libertà non significa fare ciò che si vuole, ma entrare dentro regole che permettono di esprimersi al meglio”. Un percorso che, secondo il regista, “aiuta i detenuti a sviluppare rispetto reciproco, ascolto e responsabilità, trasformando il lavoro di preparazione in un’occasione di crescita personale”. Sulla stessa linea anche la vicedirettrice della casa circondariale, Dora Scudieri, che sottolinea il valore educativo dell’iniziativa. “Attraverso il teatro - spiega - i detenuti imparano il rispetto delle regole e dei compagni, intraprendendo un percorso che culmina nella restituzione pubblica del lavoro svolto durante i laboratori”. A sostenere il progetto è la Fondazione di Piacenza e Vigevano, che da anni investe in percorsi culturali e sociali all’interno degli istituti penitenziari. “I dati dimostrano che le persone detenute che partecipano a iniziative come quelle teatrali riducono significativamente il rischio di recidiva”, evidenzia Luigi Salice. “Per questo motivo si tratta di un impegno particolarmente importante”. “Il carcere? Il ripostiglio della società, dove gli orologi sono fermi e il tempo non esiste” di Giovanni Bogani La Nazione, 13 giugno 2026 Intervista allo scrittore Marco Vichi, che ha curato il libro “Luce. Storie dal carcere”: “Abbiamo raccolto alcune lettere scritte da detenuti nel corso degli anni, e le abbiamo trasformate in racconti”. Nel carcere gli orologi sono fermi. Non perché siano rotti. Perché il tempo, lì dentro, sembra non esistere. Marco Vichi se lo sentì rispondere durante una delle sue prime visite in un istituto di pena. Ed è anche quella immagine a raccontare il senso profondo di “Luce. Storie dal carcere”. È un libro che racconta, con gli strumenti della letteratura, la verità del carcere oggi. Nasce da storie vere di detenuti, rielaborate da alcuni scrittori fiorentini. Edito da Mauro Pagliai editore, “Luce” è un piccolo libro. Ottanta pagine appena. Ma sufficienti a raccontare un mondo che la maggior parte di noi non vede mai. Ottanta pagine inserite nella collana “Libro verità”, nata nel 1996 con “Il libro di Alice”, la storia di Alice Sturiale, che ha commosso e appassionato migliaia di lettori. Firmano “Luce” cinque scrittori fiorentini: Valerio Aiolli, Enzo Fileno Carabba, Leonardo Gori, Emiliano Gucci e Marco Vichi. Quest’ultimo è anche il curatore dell’opera, colui che ne ha tenuto insieme i fili. E che ha fatto nascere il progetto. Da anni Marco Vichi entra nelle carceri italiane con laboratori e progetti teatrali. E quelle esperienze non lo hanno mai abbandonato, mentre raggiungeva il successo con i romanzi polizieschi del suo commissario Bordelli. Lo abbiamo raggiunto al telefono. Marco Vichi, come è nato il libro? “È un libro che abbiamo realizzato, in maniera del tutto gratuita, per il Centro italiano di solidarietà, la fondazione Ceis di Lucca. È un’associazione che presta assistenza ai dimenticati della nostra società: ex detenuti, tossicodipendenti, situazioni critiche. Che, in quasi tutti i casi, passano dal carcere”. Come avete lavorato per costruire un libro sul carcere? “Abbiamo raccolto alcune lettere scritte da detenuti nel corso degli anni, e le abbiamo trasformate in racconti. Ho pensato a un personaggio che facesse da cornice a queste storie: una poliziotta carceraria che non si vuole rassegnare all’idea del carcere come ‘deposito’ di vite perdute. E che entra, con tutto l’entusiasmo possibile, in questo luogo che l’entusiasmo lo ha perduto”. Che cosa accade, in concreto? “Alla poliziotta carceraria viene in mente Boccaccio”. Una sorta di “Decameron” carcerario… “Proprio così. L’agente penitenziaria riunisce detenuti maschi e femmine in una stanza del carcere. E chiede loro di raccontare delle storie”. Storie vere che diventano letteratura... “Nate da un’esigenza reale: ridare un po’ di luce in un luogo dove il tempo non esiste”. Come vi siete divisi il lavoro, con i colleghi scrittori? “A ognuno ho chiesto di scrivere in prima persona uno dei racconti dei detenuti. Io ho lavorato sul personaggio di Camilla, la guardia carceraria, che mi ha permesso di scrivere tutto quello che ho pensato del carcere e che non avevo mai scritto”. È già uscito il libro? “Sì, è uscito negli scorsi giorni. Ci sarà sicuramente una presentazione a Lucca, e il 4 ottobre, al Pisa Book Festival di cui sarò ospite, ne parlerò a lungo”. Lei ha lavorato a lungo nelle carceri, con spettacoli che vedono i detenuti come attori. Che cosa ha percepito? “Che il carcere è una specie di ripostiglio della società: c’è una società che crea dei rifiuti, e poi li nasconde in una cantina, separati dal mondo ‘normale’. Vuole sapere la cosa che mi ha colpito di più, in una delle prime visite a un carcere? Gli orologi. Erano tutti fermi. Uno, due, tre, cinque orologi fermi. Chiesi perché: ‘Tanto qui il tempo non esiste’, mi venne risposto”. L’immagine degli orologi fermi resta sospesa per qualche secondo al telefono. Come se quel tempo immobile continuasse a battere anche fuori dalle mura del carcere. La colonizzazione del giudizio di Paolo Benanti e Sebastiano Maffettone Corriere della Sera, 13 giugno 2026 L’Occidente nell’età della ragione algoritmica: il nuovo potere diventa governare ciò che pensiamo. La lotta tra dati e verità. Le rivoluzioni tecnologiche portano sempre a una riscrittura dei criteri da cui dipende la credibilità del sapere. Termini come verità, realtà, universalità, obiettività tendono a perdere, di conseguenza, il loro valore tradizionale. Abbiamo visto affermarsi un principio del genere durante quella temperie culturale che abbiamo battezzato postmoderno, che Gianni Vattimo riteneva essere la koinè ermeneutica del nostro tempo. A ben pensare, il postmoderno ha messo in discussione proprio la legittimità del sapere nei modi e nelle forme che erano tramandate. La rivoluzione tecnologica a esso immanente è stata quella del digitale, che precede dal punto di vista intellettuale di gran lunga il momento in cui noi abbiamo iniziato a frequentarla praticamente. La teoria degli automi di Von Neumann e la cibernetica di Wiener negli anni 1940 ne sono già un’evidenza matura. Il postmoderno ci dice che la questione della legittimità del sapere è in fin dei conti politica. Gradualmente, la politica effettiva comincia a rendersene conto. Le campagne elettorali di Obama e la vicenda Cambridge Analitica ne sono testimonianza. Ma forse il rilievo politico del digitale si è manifestato in tutta la sua evidenza subito dopo la prima elezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti nel 2016. Subito dopo le elezioni, infatti, Trump convocò - su proposta di Peter Thiel - un vertice con i leader più significativi dell’industria tecnologica. C’erano tutti i big names della Silicon Valley: Jeff Bezos, Elon Musk, Tim Cook, Sheryl Sandberg, Larry Page, Eric Schmidt, Satya Nadella. Un incontro così concepito metteva in luce la profonda trasformazione dell’industria americana. Non c’erano più i colossi dell’automotive, come General Motors, Chrisler, Ford, e al posto loro c’erano i colossi del digitale. Il cambiamento in questione corrispondeva a un mutamento della realtà. Quello che però era cambiato più di tutto era l’atteggiamento culturale e politico degli imprenditori. Che non si accontentavano più, come nel passato, di proporre indirizzi economici alla politica del Paese. Ma volevano direttamente guidarla. Come si evince tra l’altro chiaramente dagli scritti dei più intellettuali tra i leader dell’industria informatica, come Peter Thiel e Alexander Karp. Che prendono sorprendentemente sul serio il filone umanista per cercare di rendere egemonico il potere digitale. Da un po’ di tempo, le digital humanities sono terreno arato da un fondamentalismo tecnologico che fa riflettere e preoccupare. Già se ne erano colte le avvisaglie con l’uscita di The Technological Republic di Karp e Zamiska. Karp è un imprenditore miliardario americano con buoni studi classici alle spalle, CEO di Palantir Technologies (l’impresa che fornisce supporto software alla difesa degli USA), e Zamiska è un dirigente della stessa società. Karp è stato uno dei fondatori dell’azienda, insieme al più noto Peter Thiel. Quello che è comunque più notevole è il contenuto dell’opera. Che è una sorta di manifesto politico da parte di due uomini Silicon Valley che vedono il futuro in termini di governo tecnologico, come del resto denuncia il titolo del libro. Ma, e qui sta la sorpresa, non si tratta della consueta ingegneria sociale al comando. Piuttosto, la tecnologia deve incorporare una sorta di umanismo, per cui lo hard power delle macchine si mescola con le convinzioni culturali per disegnare nientedimeno che il futuro dell’Occidente (come vuole il sottotitolo, che recita “Hard Power, Soft Belief and the Future of the West”). La stessa utopia tecnologica viene ora rilanciata da uno dei grandi protagonisti del turbocapitalismo digitale, Peter Thiel, il creatore di PayPal e fondatore della stessa Palantir. Con una differenza fondamentale e stupefacente: mentre Karp e Zamiska propongono una visione politica ispirata alla tecnologia, Thiel spara più alto. E - in un suo recente articolo pubblicato su First Things - si avventura in quella che potremmo definire teologia scientifica. Giova ricordare che Karp e Thiel sono stati entrambi Stanford boys, e in quella Università hanno subito il fascino di un grande mistico come René Girard. Karp inoltre ha studiato a lungo in Germania, prendendo un dottorato con un gruppo di ricerca in critical theory originariamente coordinato da Jürgen Habermas. In sostanza, tutto si può dire di Thiel e Karp, tranne negare che pensino non solo all’ombra di enormi capitali ma anche di buone basi intellettuali e culturali. Che permettono loro di rimettere in discussione la legittimità del sapere, e in ultima istanza il significato della conoscenza. Tale legittimità del sapere - ci hanno suggerito i postmoderni - è di natura politica. E, perciò stesso, costituisce un presupposto interessante per una costituzione di egemonia. Ma c’è dell’altro. Se la posta in gioco è la struttura del sapere e la sua legittimità - e dunque la capacità dei soggetti di formarsi giudizi autonomi sul mondo - allora il progetto di Thiel e Karp non è semplicemente un tentativo di conquistare posizioni di potere economico o politico. Piuttosto, intende ridefinire le condizioni nelle quali il pensiero stesso diventa possibile o impossibile. Hannah Arendt ci ha insegnato che il collasso della facoltà di giudizio non richiede necessariamente la coercizione: può prodursi anche attraverso la sostituzione silenziosa della deliberazione con la pura elaborazione di dati. Si tratta di ciò che altrove abbiamo chiamato banalità algoritmica - non la malvagità di un sistema, ma la sua indifferenza strutturale all’atto del pensare, la sua tendenza a erogare risposte laddove occorrerebbe invece saper formulare domande. In questa prospettiva, la vera posta in gioco del progetto tecno-umanista non è tanto l’egemonia sui mercati o sui governi, quanto la colonizzazione dell’interiore: quella capacità di interrogarsi, di abitare l’incertezza senza dissolverla prematuramente, che costituisce il nucleo irriducibile di ogni esperienza democratica degna di questo nome. Se l’Europa diventa prigione, cosa cambia con il Patto Ue per le persone migranti di Marika Ikonomu Il Domani, 13 giugno 2026 Il pacchetto di norme in vigore dal 12 giugno 2026 disciplina il nuovo sistema comune europeo per la gestione dell’immigrazione. Al centro procedure accelerate, meno garanzie, un ricorso diffuso alla detenzione e alla detenzione di fatto. Il 17 giugno atteso il voto in plenaria sul regolamento rimpatri. Il Patto Ue per la migrazione e l’asilo, un pacchetto di norme che disciplina il nuovo sistema comune europeo per la gestione dell’immigrazione, soprattutto dell’asilo, entra in vigore oggi, 12 giugno 2026. Include nove regolamenti, che hanno applicazione diretta negli Stati membri, e una direttiva, che invece ha bisogno di essere recepita. A completamento del quadro, la Commissione ha proposto di modificare la disciplina dei rimpatri, con un nuovo regolamento, che - dopo un iter rapidissimo per i tempi ordinari - è in fase finale di approvazione all’Eurocamera. Il linguaggio scelto dalla Commissione è quello dell’innovazione, della rapidità, dell’efficienza, del rigore: “Frontiere esterne sicure”, “Procedure rapide ed efficaci”, “Un sistema efficace di solidarietà e responsabilità”, “Integrare la migrazione nei partenariati internazionali”, sono i quattro pilastri. La velocità delle procedure significa però sacrificare accertamenti pieni, libertà di circolazione, diritti come la difesa. Significa quindi aumentare le possibilità di detenzione, presumere l’infondatezza della domanda, creare degli spazi in cui i diritti rimangono formali e non sostanziali. Se la normativa richiama in diverse parti il tema della chiarezza - “norme più chiare”, “chiari obblighi”, “identificazione chiara di chiunque entri nell’Ue” - per Silvia Carta, responsabile delle attività di advocacy presso Picum (ong che raccoglie a livello europeo oltre un centinaio di organizzazioni), “questo Patto viene implementato in tutta l’Ue con scarsa trasparenza e un coinvolgimento quasi nullo della società civile”. Ma per le istituzioni europee è una data da festeggiare: la presidenza di turno cipriota ha organizzato per il 12 giugno una conferenza informale a Cipro “per celebrare l’entrata in vigore del patto”, che “rappresenta un importante traguardo”. Non è la meta ma un inizio per il commissario per le migrazioni Magnus Brunner: “Per la Commissione è importante creare una base giuridica e l’ha fatto”, ha detto, “adesso se funziona o meno spetta agli Stati membri”. L’iter di approvazione - Il pacchetto di riforme era stato presentato dalla presidente della Commissione Ursula von der Leyen durante il suo primo mandato, nel 2020, quando aveva annunciato la presentazione di una revisione del sistema di asilo europeo per superare il regolamento di Dublino, tanto criticato per la pressione sugli Stati di frontiera. L’approvazione da parte del parlamento è arrivata il 10 aprile 2024. Il 14 maggio dello stesso anno è stato poi adottato formalmente dal Consiglio dell’Ue, a pochi mesi dalla fine del primo mandato della Commissione von der Leyen I. Nei quattro anni passati dalla presentazione all’approvazione, von der Leyen ha cambiato la narrazione e l’approccio alla questione migratoria, diventato sempre più conservatore e securitario. Una strategia politica che guarda a destra, scelta anche per assicurarsi il secondo mandato. Se il 23 settembre 2020 alla conferenza stampa di presentazione del Patto parlava della migrazione come “fatto per l’Europa”, che nei secoli ha “arricchito le nostre culture”, nel 2024 affermava che a decidere “chi viene in Europa e in quali circostanze” siamo “noi”. La questione migratoria è diventata dunque centrale nella sua politica, tanto da portare ad anticipare alcuni elementi del patto, bruciando le tappe e velocizzando processi che spesso richiedono tempo e mediazione. Come il via libera alla facoltà per gli Stati membri di designare paesi sicuri e a una lista comune. “La Commissione ha dimostrato sostegno alle politiche dei governi, abdicando al proprio ruolo di orientamento verso obiettivi comuni”, aveva detto a Domani Chiara Favilli, docente di diritto dell’Ue all’università di Firenze. I regolamenti - Il Patto punta sull’applicazione generalizzata di procedure accelerate, l’aumento delle espulsioni e l’uso delle zone di frontiera in un regime detentivo per la valutazione della domanda. I regolamenti seguono tutto il percorso di arrivo di una persona richiedente asilo nel territorio dell’Ue. A partire dal regolamento screening, che prevede accertamenti e controlli non solo di qualsiasi cittadino straniero entri in modo irregolare nell’Unione, incluso un richiedente asilo, ma anche di chi si trova già sul territorio di un paese Ue. In quest’ultimo caso, la polizia sarà probabilmente portata “a ricorrere alla profilazione razziale per individuare le persone che potrebbero non avere un permesso di soggiorno”, segnala Picum. Una procedura, spiega, che comprende controlli di identità e di sicurezza durante i quali si potrebbe essere detenuti per un massimo di 7 giorni. L’obiettivo dichiarato è quello di impedire movimenti secondari all’interno dell’Ue, qualora le persone volessero presentare domanda di asilo in uno Stato membro diverso da quello di arrivo. Lo screening comprende l’identificazione e il fotosegnalamento, la valutazione delle condizioni di vulnerabilità e il controllo sanitario, ma anche la raccolta di dati biometrici nella banca dati Eduroac, il braccio informatico del Patto. Si aprono così due possibilità: la procedura di asilo o di rimpatrio, senza “nessuna chiara indicazione sulle alternative per le persone che potrebbero accedere” ad altre tipologie di tutela, sottolinea Picum, “né si valuta esplicitamente il rischio di refoulement” in luoghi in cui la loro vita potrebbe essere in pericolo. Nel nuovo sistema è centrale la “finzione di non ingresso”, sia in frontiera sia in altre aree, che non vengono considerate territorio europeo, ma zone di sospensione. Sono luoghi in cui svolgere le procedure di frontiera, della durata di massimo 12 settimane, accelerate per una platea di persone sempre più ampia: chi proviene da paesi designati come sicuri e chi da quegli Stati che hanno un tasso di riconoscimento dei richiedenti asilo in tutta l’Ue inferiore al 20 per cento. Queste procedure, che potranno essere effettuate anche in “paesi terzi sicuri” con cui gli stati concluderanno accordi, “ridurranno gli standard e le garanzie per molte categorie di richiedenti”, denuncia Picum, “spesso individuate in modo arbitrario, e sono concepite in modo tale da richiedere un ricorso diffuso alla detenzione e alla detenzione di fatto”. Anche di famiglie con bambini, l’elemento che più ricorda le politiche dell’Ice, l’agenzia statunitense. Il Patto avrebbe poi dovuto correggere la pressione migratoria sugli Stati europei di frontiera. Ma i paesi membri potranno comunque rifiutarsi di accogliere i richiedenti asilo, in cambio di un contributo economico. Il regolamento rimpatri - Il tassello che l’Ue ha deciso di aggiungere, in tempi rapidi per il processo legislativo dell’Unione, è il nuovo regolamento rimpatri. Dopo l’accordo sulle modifiche alla disciplina dei rimpatri raggiunto il 2 giugno tra il Parlamento Ue e il Consiglio, il prossimo 17 giugno è attesa la votazione finale in plenaria. È prevista la detenzione per i cittadini di paesi terzi con un ordine di espulsione per un periodo che può arrivare fino a 30 mesi, se sussiste una “ragionevole prospettiva di allontanamento” e il rischio di fuga, anche nel caso dei minori. Si introducono i return hub in paesi terzi fuori dall’Ue, centri di detenzione per il rimpatrio dove le persone, anche famiglie con bambini, possono essere trasferite senza avere alcun legame con quello Stato. Si assicura poi un ampio margine di discrezionalità alle autorità a cui viene permesso di effettuare raid e perquisizioni in abitazioni private e in altri “locali rilevanti”. E, ancora, spiega Picum, si introducono “deroghe specifiche ai diritti fondamentali per i migranti considerati un rischio per la sicurezza nazionale e l’ordine pubblico, confondendo ulteriormente i confini tra diritto penale e migrazione e rafforzando pericolosi stereotipi”. Applicazione - Secondo il network di organizzazioni, un terzo degli Stati membri, tra cui l’Italia e la Grecia, deve ancora istituire sistemi chiari per fornire consulenza legale gratuita durante le procedure di asilo. Allo stesso modo, denuncia Picum, manca la trasparenza sui luoghi individuati dagli Stati europei in cui svolgere le procedure di frontiera. Se per il commissario Brunner l’Italia sta facendo un buon lavoro - “ci ha comunicato oltre duecento sedi dove condurre le procedure”, ha detto giovedì - il governo, nonostante i due anni di tempo dall’adozione del pacchetto, ha scelto la strada della decretazione di urgenza per il recepimento delle norme. “Una prassi ormai consolidata”, ha denunciato il Tavolo asilo, quella “di intervenire su diritti fondamentali attraverso strumenti normativi che limitano il confronto pubblico e la possibilità di incidere sui contenuti delle riforme”. “Il Patto Ue apre una stagione inquietante. La Commissione usa il linguaggio della paura” di Marika Ikonomu Il Domani, 13 giugno 2026 Il Patto Ue per la migrazione e l’asilo apre “una stagione molto inquietante”. L’eurodeputata del Partito democratico Cecilia Strada, con una lunga esperienza di lavoro nelle organizzazioni non governative, descrive così il nuovo capitolo dell’Unione europea sulle migrazioni. Da venerdì 12 giugno è infatti in vigore quel corpus di norme, composto da diversi regolamenti e da una direttiva, che disciplina il nuovo sistema comune europeo per la gestione dell’immigrazione. Che punta sull’applicazione generalizzata di procedure accelerate, sull’aumento delle espulsioni e dei rimpatri, sull’uso delle zone di frontiera in regime detentivo per la valutazione delle domande di asilo. “Siamo un’Unione nata dall’orrore del Novecento, dalla guerra in Europa, dalle deportazioni, discriminazioni, dalla Shoah”, ricorda Strada, “e adesso ci troviamo con forze politiche, l’estrema destra e il centro destra, che festeggiano utilizzando la parola deportazione”. La presidenza cipriota del Consiglio Ue ha deciso di celebrare l’entrata in vigore del Patto, considerato “una tappa storica”. C’è qualcosa da celebrare? Non c’è da celebrare, non solo dal punto di vista dei diritti umani, ma nemmeno sulla tenuta dell’Europa. Perché la maggior parte delle procedure saranno comunque disciplinate dalle leggi nazionali. La diversità di applicazione nei singoli stati crea una disuguaglianza individuale e mina l’armonizzazione. Sarà un caos. Sorveglianza su larga scala, detenzione diffusa, anche di minori, procedure accelerate. In che direzione sta andando l’Ue? Si sta aprendo una stagione che, io credo, minerà profondamente la nostra coesione sociale. Si introducono previsioni agghiaccianti, come la detenzione per le famiglie con minori fino a due anni e mezzo, che portano persone innocenti a vivere in una situazione di paura, di quello che può succedere, come essere detenuti e deportati verso un paese che non hanno mai visto. Questo potrebbe generare che le persone cerchino di nascondersi. E va nella direzione contraria rispetto all’obiettivo dichiarato: che ci sia più sicurezza nel nostro continente. La Commissione ha sempre detto che il suo approccio alle migrazioni deve essere strong and fair (forte e giusto, ndr), ma la parte fair, la parte giusta, non esiste. La Commissione Ue definisce il Patto come un meccanismo efficiente, efficace, rapido, innovativo. Che linguaggio sceglie? Il linguaggio della Commissione è quello della paura, quando parla di strumentalizzazione delle migrazioni o di weaponization of migration, di immigrazione usata come arma. È un linguaggio che spinge i cittadini europei a non vedere più l’essere umano davanti a loro, ma un’arma puntata. A vedere lo strumento nelle mani del paese terzo che vuole minacciare le nostre democrazie. Penso che le nostre democrazie si possano difendere soltanto con la democrazia e con i diritti, non con i muri. Qui stiamo facendo l’opposto: stiamo riducendo il campo dei diritti dell’Ue. La Commissione assicura salvaguardie, ma è ovvio che non saranno rispettati i diritti fondamentali né nelle procedure accelerate di frontiera, che riducono enormemente le garanzie, né nel paese terzo dove vengono trasferiti i richiedenti asilo per l’esame della domanda. Chi controllerà che i diritti siano garantiti? Nessuno lo sa. Le nuove norme sembrano considerare il richiedente asilo non come una persona titolare di diritti, ma come qualcuno verso cui avere sospetti. C’è secondo lei un cambio di paradigma? C’è una spersonalizzazione totale. Già quando parliamo di categorie e non di persone spersonalizziamo. Ora vengono automaticamente considerati minacce alla nostra sicurezza, alla nostra coesione sociale ed è davvero una visione di un mondo che non c’è. Per vincere le elezioni, è evidente la strumentalizzazione del corpo delle persone in movimento. All’entrata in vigore del patto si accompagna la prossima settimana la votazione finale del regolamento rimpatri, dove verosimilmente si vedrà un’alleanza tra popolari ed estreme destre. Lei aveva dichiarato che in questo modo “stiamo portando in Europa il metodo Minneapolis”. Perché? Ci hanno scioccato le immagini dell’Ice (la polizia anti-immigrazione statunitense, ndr) che arresta bambini di quattro anni. In Ue metteremo in detenzione minori fino a due anni e mezzo. All’articolo 23, si invitano gli Stati membri a perquisire, anche senza il mandato di un giudice, le abitazioni delle persone da rimpatriare e quelle che vengono chiamate relevant premises, pertinenze rilevanti. Quali sono? Temiamo che possano esserci perquisizioni nelle associazioni che offrono tutela legale alle persone migranti, in organizzazioni religiose che offrono pasti gratuiti o in chiese. Non c’è dubbio che in quegli spazi ci siano persone senza titolo di soggiorno. Sono questi gli elementi che ricordano l’Ice. Con il concetto di paese terzo sicuro si prevede anche la possibilità di trasferire una persona senza che ci sia un legame con quello Stato, delegando la valutazione della richiesta di asilo... Gli Stati terzi accetteranno in cambio di soldi o di vantaggi di qualche tipo, non è pensabile che lo facciano per solidarietà globale. Sembra evidente che nel momento in cui il paese terzo vorrà più soldi o vantaggi, avrà il coltello dalla parte del manico. Saremo obiettivamente ricattabili da tutti i paesi con cui facciamo accordi. Tutto ciò sulla pelle delle persone. Come può reagire il mondo democratico e progressista di fronte alla direzione che sta prendendo l’Europa? Dal punto di vista politico, come socialisti continueremo - e non solo i socialisti - a opporci con tutte le nostre forze a questa deriva che, ricordiamolo, non è responsabilità dell’estrema destra. La responsabilità principale è del Partito popolare, che ha guardato all’estrema destra anziché guardare alla propria sinistra. Più in generale, dobbiamo lavorare sempre di più con tutta quella parte di società civile che si oppone, con le reti di coordinamento che denunciano le violazioni dei diritti umani, con le organizzazioni religiose, i movimenti di attivisti. Si sta minando la coesione sociale, abbiamo bisogno di tenere insieme le nostre comunità, nel momento in cui tutto opera per farle a pezzi. E, quando si fa a pezzi una comunità, a farne le spese non sono solo le persone migranti, ma toccherà a tutti. L’emergenza nascosta del lavoro minorile di Chiara Saraceno La Stampa, 13 giugno 2026 Il lavoro minorile è definito come l’attività lavorativa che priva i bambini e le bambine della loro infanzia, della loro dignità e influisce negativamente sul loro sviluppo psico-fisico. Ai bambini in situazione di lavoro minorile viene negato il diritto di andare a scuola, o di andarci regolarmente, la possibilità di giocare, spesso anche di coltivare relazioni affettive e di cura, in sintesi, il diritto a crescere. Non si tratta di un fenomeno marginale e neppure relegato a contesti particolarmente arretrati. Secondo le ultime stime dell’organizzazione Internazionale del lavoro, ci sono nel mondo 138 milioni i bambini e adolescenti - di cui circa 59 milioni femmine e circa 78 milioni maschi - vittime di lavoro minorile. Non si tratta di lavoretti occasionali, di qualche aiuto prestato ai familiari durante la raccolta, o in bottega, ma di prestazione di lavoro sistematico e fuori da ogni protezione. I dati, inoltre, non comprendono i bambini reclutati a forza per fare i soldati nei contesti caratterizzati da guerre civili, quelli che vivono per strada e devono procurarsi il necessario ogni giorno rovistando nella spazzatura, chiedendo la carità o facendo piccoli servizi, così come quelli che vivono in zone di guerra o colpite da disastri naturali e che insieme alle loro famiglie lottano per sopravvivere come possono. Non comprendono neppure né coloro che sono costretti alla prostituzione né le bambine e adolescenti impegnate a tempo pieno nel lavoro domestico. Vi è quindi un ampio sommerso, ancora più invisibile di ciò che è riconosciuto come attività lavorativa vera e propria. Nonostante le grandi dichiarazioni sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, e la convenzione ILO sull’età minima al lavoro del 1973 (18 anni in linea di principio e comunque non inferiore a 15), un numero sterminato di minorenni, anche in età molto piccola, non solo soffre di gravi deprivazioni materiali, ma è costretto a lavorare come e in peggiori condizioni di un adulto. Paradossalmente, nei paesi, come l’Italia, in cui l’età minima ha valore legale, il fenomeno rischia di essere invisibile sia alle statistiche sia a controlli superficiali, lasciando i minorenni coinvolti ancora più sprotetti. Secondo gli ultimi dati disponibili riferiti al 2023, frutto di un’indagine della Fondazione di Vittorio insieme a Save the Children, in Italia nella fascia di età tra i 7 e i 15 anni ci sarebbe un 6,8% di bambine/i e adolescenti impegnati in età lavorative in modo sistematico: nella ristorazione e nel commercio soprattutto, ma anche in campagna e nei cantieri. La percentuale è più alta con in il crescere dell’età, coinvolgendo fino al 20% dei quattordici-quindicenni. Tra questi, uno su quattro era stato coinvolto in attività pericolose, o comunque in contrasto sia con la frequenza scolastica sia con il benessere psico-fisico, per orari e carichi gravosi. Il fenomeno è strettamente legato alla povertà, con bambine/i e adolescenti che sentono precocemente la responsabilità di aiutare economicamente la propria famiglia, di “fare la propria parte”, anche a discapito del proprio futuro. Per contrastare il lavoro minorile provocato dalla povertà e la riduzione delle opportunità di sviluppo che provoca su bambine/i e adolescenti, oltre a rendere sistematicamente visibile il fenomeno con indagini aggiornate e che colgano tutte le forme di lavoro, anche quelle più nascoste, occorre innanzitutto sostenere economicamente in modo adeguato le famiglie così povere da aver bisogno del reddito guadagnato dai loro bambini. Ma occorre anche avere più attenzione per le cause che possono provocare dispersione o scarso impegno scolastico. Dietro alla svogliatezza, alle assenze, ai compiti non fatti e le lezioni non studiate ci possono essere bambine/i e adolescenti troppo stanchi per andare a scuola, o per studiare e stare attenti, o troppo presi dalla loro responsabilità economica. Invece di punirli con una bocciatura, o minacciare di galera i genitori che non li mandano a scuola, occorre un lavoro paziente di attenzione e costruzione di alternative, con le bambine/i e adolescenti, con i loro genitori, con i servizi sociali, con la società civile organizzata. Ma negli ultimi anni la tecnologia digitale ha consentito forme di sfruttamento minorile non legate alla povertà, con genitori che utilizzano la messa in scena dei propri figli per guadagnare più follower e aumentare le proprie entrate da sponsor pubblicitari, ampliando le possibilità già offerte, e regolate, nella pubblicità e nel mondo dello spettacolo. Temo che in questo caso siamo ancora ai preliminari di ciò che sarebbe necessario fare, a partire dalla discussione sulla soglia di esposizione oltre la quale vi è sia lesione del diritto alla privacy, sia imposizione di prestazioni destinate ad essere fruite da altri, analogamente al coinvolgimento in uno spot pubblicitario o a una performance pubblica a pagamento, quindi lavoro, oltre che sulle conseguenze sullo sviluppo dei bambini/e di una esposizione precoce e sistematica. Stati Uniti. La Corte suprema ferma l’esecuzione: “Come una tortura” di Daniele Zaccaria Il Dubbio, 13 giugno 2026 Il braccio di ferro legale sulla pena di morte negli Stati Uniti ha vissuto una svolta clamorosa: la giudice federale Emily C. Marks ha bloccato in via definitiva l’esecuzione di un condannato, il 49enne Jeffery Lee, nello stato dell’Alabama. L’uomo doveva essere giustiziato tramite inalazione di azoto gassoso ma la giudice ha stabilito che il metodo viola l’Ottavo Emendamento della Costituzione americana, che proibisce in modo chiarissimo le punizioni crudeli e inusuali. Il caso è subito passato ai livelli più alti della giustizia; il governatore dell’Alabama ha fatto appello d’urgenza sottoponendolo al giudizio della Corte Suprema degli Stati Uniti che ha confermato il blocco dell’esecuzione. Decisivo il voto di tre giudici conservatori. L’Alabama è il primo Stato ad aver introdotto l’inalazione di azoto per giustiziare i condannati a morte (cinque solo lo scorso anno). La sostanza provoca un’agonia atroce in chi la inala, un recente rapporto dell’Onu equipara il suo utilizzo alla “tortura”; chi ha assistito alle esecuzioni racconta di sofferenze atroci, di interminabili agonie prima che sopraggiunga la morte. La vicenda di Jeffery Lee mette in luce una crisi molto più profonda che riguarda tutto il sistema giudiziario americano; per decenni, l’iniezione letale è stata considerata la via principale e più “umana” per eseguire le sentenze capitali e ad oggi è autorizzata da ben 28 Stati e dal governo federale. Venne scelta perché offriva un’apparenza asettica e quasi medica, dando l’impressione che il condannato morisse dolcemente nel sonno, un po’ come accade per le anestesie totali prima delle operazioni chirurgiche. Negli ultimi anni, però, l’iniezione si è rivelata un fallimento tecnico e logistico, le grandi aziende farmaceutiche hanno vietato l’uso dei loro prodotti per uccidere i detenuti mentre gli Stati ricorrono a miscele sperimentali, intrugli chimici che il più delle volte provocano grandi sofferenze. Anche quando viene impiegato il cocktail “giusto” è frequente che i boia non riescano a trovare le vene dei condannati, trasformando la procedura in un autentico strazio. In un caso recente in Tennessee, un uomo di 57 anni ha ottenuto un rinvio all’ultimo minuto perché il personale ha fallito per diversi minuti l’inserimento degli aghi nelle braccia. Per superare la mancanza di farmaci, alcuni Stati sono addirittura tornati a metodi del passato, alcuni riciclati direttamente dal selvaggio west come in Idaho dove è stata approvata una legge che rende il plotone d’esecuzione il metodo principale in caso di emergenza farmaci. Dal 1976 a oggi, solo sei persone sono state fucilate negli Stati Uniti, ma il consenso per il ritorno del Winchester sta crescendo tra i governatori repubblicani. Stati come Mississippi, Oklahoma, Utah, Florida e Carolina del Sud stanno andando in quella direzione. Ma come si svolge esattamente una fucilazione moderna? Il condannato viene legato a una sedia con un bersaglio posto sul cuore e i boia sparano da circa sette metri di distanza, ma anche questa tecnica non è priva di rischi. Nel 2025, gli avvocati di un condannato in Carolina del Sud hanno denunciato la tortura subita dal loro cliente, rimasto cosciente e in preda a dolori atroci per quasi un minuto prima di morire. E per chi rinunciasse anche al plotone di esecuzione rimane attiva anche la vecchia sedia elettrica, ancora legale in nove Stati tra cui la Florida. E’ in assoluto il metodo più brutale e disumano; il corpo del condannato viene attraversato da correnti che vanno da 500 a 2.000 volt; la prima scarica distrugge il cervello, le successive colpiscono il cuore e gli altri organi interni. L’elettricità che viaggia nel corpo incontra una forte resistenza, soprattutto nella pelle e nelle ossa che genera un calore altissimo, la temperatura del corpo sale fino a livelli che anneriscono la pelle, la testa inizia a fumare e gli occhi escono dalle orbite, per questo i condannati vengono incappucciati. Dal 1976 si contano 163 esecuzioni tramite sedia elettrica, ma il suo utilizzo è crollato drasticamente dopo il 2000; l’ultimo caso registrato risale al 2020 in Tennessee. Gli Stati Uniti d’America appaiono oggi profondamente divisi sul tema della pena capitale. La tendenza generale mostra un lento declino della pratica, ma con picchi improvvisi di violenza giudiziaria. Attualmente, 23 dei 50 Stati americani hanno abolito del tutto la sedia e il patibolo dai loro codici. Altri tre Stati importanti, la California, l’Oregon e la Pennsylvania, mantengono una moratoria ufficiale per decisione politica dei loro governatori, bloccando di fatto ogni esecuzione. La Corte Suprema americana aveva ripristinato la pena di morte nel 1976, interrompendo un blocco nazionale che durava dal 1972. Da quel momento, sono state uccise dallo Stato ben 1.669 persone, i dati recenti indicano una forte accelerazione in alcune aree del Paese. Nel 2025 si è registrato un vero e proprio record negativo con 47 esecuzioni totali, il dato più alto dal lontano 2009. Nei primi mesi del 2026 ne sono già state contate 15, concentrate soprattutto in Florida e in Alabama.