Nelle carceri una catastrofe umanitaria di Franco Corleone L’Espresso, 12 giugno 2026 L’inazione non è una possibilità. A meno che non si voglia cinicamente far esplodere la situazione. Sovraffollamento è un superlativo che però non rende l’idea, o meglio la realtà. Neppure il dato di 64.741 detenuti presenti, ben 18.118 in più della capienza regolamentare, rende plasticamente la situazione. Occorre passare dai freddi numeri allo sforzo di immaginare una cella bollente in cui sono previste due brande - il linguaggio paramilitare è consono - e trovarne quattro o addirittura sei accatastate. Vi è un tavolino quadrato con due o quattro sgabelli, che sono un elemento di ulteriore afflizione: le sedie non sono previste perché comode per la schiena. A saturare del tutto lo spazio vi sono poi degli armadietti per le poche povere cose consentite. Il colore dei miserabili arredi è un orribile marrone. Il Regolamento penitenziario, approvato nel lontano 2000, prevede all’art. 13 che í pasti siano consumati in appositi luoghi, cioè in mense o refettori come in tutte le comunità, ma è disapplicato: il vitto viene portato con carrelli non sempre termici e consegnato attraverso le sbarre della porta alle persone chiuse in cella, spesso costrette a consumarlo in piedi. L’apice è raggiunto per l’uso dei servizi igienici, infatti si deve immaginare la coda la sera e in particolare la mattina per andare al cesso, ubicato accanto al lavandino dove si lavano anche gli alimenti. Il sovraffollamento, dunque, consiste in una coabitazione forzata e in una promiscuità fatta di odori, rumori, contatti che ledono la dignità della persona, negano l’igiene e minano la salute. Questo affresco grottesco è reso ancor più allucinante perché, dopo le circolari che impongono la chiusura continua delle celle, la “camera di pernottamento”, come era stata ribattezzata, è diventata il mondo chiuso per 24 lunghe ore, da passare tra televisione, terapie e, spesso, autolesionismi. Il Garante nazionale dei diritti dei detenuti ha pubblicato un Report analitico relativo al 2025 assai istruttivo sui decessi in carcere. Nell’introduzione si premura di sottolineare che la presenza media di detenuti è passata da 53.758 unità nel 2021 a 62.841 nel 2025 e che “questo aumento è conseguenza di dinamiche complesse che includono politiche penali”. Detto con parole più esplicite, significa che si sono prodotte nuove leggi repressive che hanno determinato una carcerizzazione impressionante. Così i suicidi sono balzati da 59 a 80 e il totale dei decessi da 178 a 254; inquietante anche la cifra relativa ai decessi per cause da accertare, passati da 13 a 50. È significativo che i suicidi riguardino per il 75% le sezioni a custodia chiusa. Deve poi far riflettere il dato che la loro incidenza è notevolmente maggiore per gli stranieri rispetto agli italiani e per le donne rispetto agli uomini. Anche nel 2025, si conferma che i suicidi riguardano la detenzione sociale o di media sicurezza e non l’alta sicurezza: solo uno di loro era recluso per associazione mafiosa. Consueta la modalità: tutti i suicidi sono per impiccamento, solo due per inalazione del gas delle bombolette usate per cucinare. Infine, alcuni altri dati sconvolgenti relativi al 2025: 1.981 i tentati suicidi, 12.704 gli atti di autolesionismo, 11.584 manifestazioni di protesta, di cui 5.965 scioperi della fame o della sete. Il quadro, insomma, è quello di una pentola a pressione e dovrebbe spingere governo e Parlamento a misure urgenti. A meno che non si punti cinicamente a farla esplodere. Carceri: il caldo avanza e Nordio conferma la stretta sui frigo di Angela Stella L’Unità, 12 giugno 2026 Il Pd chiedeva il ritiro della circolare che dispone la rimozione dei frigoriferi dalle celle e la collocazione in spazi comuni con accesso in orari prestabiliti. Nordio non torna indietro: i frigoriferi restano fuori dalle celle detentive. Lo ha messo nero su bianco rispondendo ad una interrogazione parlamentare del Partito democratico in merito alla recente circolare del Dap intervenuta sull’utilizzo dei refrigeranti nelle camere di pernottamento, che ne ha imposto la rimozione dalle celle e la collocazione in spazi comuni, con accesso regolato da orari prestabiliti. Secondo i dem “la misura appare non solo distante dalla realtà concreta degli istituti penitenziari, ma anche in evidente contraddizione con quanto dichiarato dallo stesso Ministero della giustizia pochi mesi fa, quando veniva annunciata la distribuzione di frigoriferi come risposta al caldo record e come segnale di attenzione alla dignità delle persone detenute. Ne deriva un profilo di grave incoerenza amministrativa, che rischia di incidere negativamente sulle condizioni igienico-sanitarie e sul benessere quotidiano proprio nel periodo dell’anno in cui tali esigenze diventano essenziali”. Da qui la richiesta di ritirare la circolare. Tuttavia Via Arenula non arretra: “La disposizione richiamata - si legge nella risposta - non introduce alcuna compressione delle condizioni di vita delle persone detenute né determina un arretramento rispetto alle prassi precedentemente in uso, limitandosi a disciplinare la collocazione di specifiche apparecchiature (pozzetti frigo e frigoriferi) che, per loro natura e dimensioni, risultano incompatibili con le caratteristiche strutturali delle camere di pernottamento, soprattutto in contesti già segnati da situazioni di sovraffollamento. L’indicazione di prevederne l’ubicazione in locali dedicati risponde, pertanto, a criteri di razionale gestione degli spazi, nonché a esigenze di sicurezza e di corretta fruizione degli elettrodomestici stessi”. Dunque la circolare resta in vigore. Ma le criticità non finiscono qui. Infatti, il Coordinamento Nazionale della Dirigenza Penitenziaria (Cndp) Fsi-Usae ha recentemente sollevato una formale e urgente segnalazione indirizzata al Dap in merito all’affidabilità dei dati elaborati dall’ “Applicativo informatico 15”, lo strumento software deputato al monitoraggio e al calcolo della capienza e degli spazi detentivi nei penitenziari italiani. “La vicenda emersa in particolar modo presso la Casa Circondariale di Roma Rebibbia - si legge in un’altra interrogazione parlamentare depositata ieri sempre dal Pd alla Camera - ha confermato una criticità già precedentemente evidenziata da diverse Direzioni d’istituto, e cioè l’esistenza di un preoccupante disallineamento tra la situazione logistica registrata virtualmente dal sistema informatico e le condizioni reali e materiali delle camere di pernottamento”. I criteri per il calcolo dello spazio minimo vitale, pari a 3 mq pro capite al netto dei servizi, sono rigidamente stabiliti dalla giurisprudenza della Corte Edu e applicati dalla magistratura di sorveglianza per l’accoglimento dei ricorsi ex art. 35-ter op. Una non corretta mappatura digitale rischia di esporre gli istituti a situazioni ancora peggiori di vivibilità e di alimentare un massiccio e prevenibile contenzioso contro lo Stato. “Da una parte il ministro in relazione alla circolare del Dap spiega che i frigoriferi non possono essere messi nelle celle per un problema organizzativo legato al sovraffollamento di cui finalmente si accorge - commenta Debora Serracchiani, prima firmataria di entrambi gli atti di sindacato ispettivo - dall’altra il Coordinamento nazionale della Dirigenza penitenziaria chiede di rivedere l’ “Applicativo informatico 15” che stabilisce la dimensione degli spazi detentivi, lamentando che non tiene conto degli spazi effettivi, molto diversi da quelli indicati dall’applicativo stesso. Coordinamento che boccia anche il piano straordinario di detenzione differenziata per i mesi estivi”. Insomma per la parlamentare dem “nulla di nuovo purtroppo sull’emergenza nazionale legata allo stato degli istituti penitenziari italiani. Sarebbe meglio che il Ministero se ne occupasse in forma organica e verificasse concretamente come stia operando il Dap. Non basta prevedere forme di detenzione domiciliare speciale per ridottissimi posti e poi lasciare che il Dap continui a produrre circolari che hanno il solo scopo di creare tensione negli istituti, togliere potere alle direzioni con riorganizzazioni discutibili e contrarie ai principi di base dell’ordinamento penitenziario”, conclude Serracchiani. Verini (Pd): 64mila detenuti su 46mila posti, sistema al limite ansa.it, 12 giugno 2026 “Le cifre parlano da sole. Nelle carceri italiane, a fronte di una capienza effettiva di circa 46.300 posti, sono detenute 64.741 persone: oltre 18.400 in più. Rispetto a sei mesi fa i detenuti sono aumentati di 1.342 unità. Altro che riduzione del sovraffollamento”. Lo dichiara il senatore Walter Verini, capogruppo Pd in Commissione Antimafia e segretario della Commissione Giustizia. “Questa situazione - sottolinea il parlamentare - produce conseguenze sempre più drammatiche. Nei primi cinque mesi dell’anno si sono già registrati 27 suicidi. In molti istituti le condizioni di vita e di lavoro sono diventate insostenibili, mentre continuano a mancare agenti di polizia penitenziaria, psicologi, educatori, mediatori culturali e personale sanitario”. “Il Governo si accorge solo ora di un’emergenza che opposizioni, garanti dei detenuti, operatori e associazioni denunciano da anni. Dopo tre anni e mezzo di inerzia, il provvedimento in discussione contiene elementi positivi ma non è in grado di affrontare la portata della crisi”, continua Verini. “Per il Partito Democratico servono misure più coraggiose: investimenti sul personale, più opportunità di lavoro e formazione, percorsi di reinserimento sociale e interventi concreti per ridurre il sovraffollamento. Lo impongono il rispetto della dignità delle persone detenute e la stessa sicurezza dei cittadini. Particolare attenzione va riservata ai detenuti con problemi di dipendenza. Parliamo spesso di persone fragili, che hanno bisogno di percorsi terapeutici efficaci e continuativi. Le comunità devono restare luoghi di cura e recupero, non diventare strutture detentive alternative”. “Una pena che recupera e reinserisce è una pena che rende la società più sicura. Continuare a ignorare questa realtà significa lasciare il sistema penitenziario in una condizione di emergenza permanente”, conclude Verini. Carceri, ok Senato a ddl domiciliari per tossicodipendenti e alcoldipendenti di Giovanni Negri Il Sole 24 Ore, 12 giugno 2026 Il provvedimento prevede una particolare detenzione domiciliare e una procedura di definizione anticipata del processo fondata sull’adesione a programmi di cura. Via libera del Senato a un disegno di legge di iniziativa governativa contenente disposizioni in materia di detenzione domiciliare dei detenuti tossicodipendenti o alcoldipendenti che aderiscono a un programma di recupero. L’aula del Senato ha approvato, per alzata di mano, il disegno di legge di iniziativa governativa contenente disposizioni in materia di detenzione domiciliare dei detenuti tossicodipendenti o alcoldipendenti che aderiscono a un programma di recupero. Il provvedimento, che ha ottenuto l’ok mercoledì 10 giugno, prevede una particolare detenzione domiciliare e una procedura di definizione anticipata del processo fondata sull’adesione a programmi di cura. Misura contro il costante sovraffollamento delle carceri - L’intervento normativo - si legge nella relazione al testo approvato - è finalizzato a raggiungere due obiettivi: da un lato, ampliare la platea di soggetti, condannati ad una pena detentiva e con condizione accertata di tossicodipendenza o alcoldipendenza, che possono accedere a programmi di trattamento, disintossicazione e recupero al di fuori delle strutture penitenziarie; dall’altro, decongestionare queste ultime dal costante sovraffollamento, sì da soddisfare sia le esigenze di recupero e reinserimento sociale dei condannati sia condizioni di permanenza migliori per la restante popolazione detenuta. Il modello dell’affidamento in prova in casi particolari - Il testo approvato ha ritenuto, a tal fine, di disegnare l’intervento in analogia con lo strumento normativo che già prevede un’alternativa alla detenzione intramuraria per coloro che, destinatari di un ordine di esecuzione di pena divenuta definitiva, intendano sottoporsi o si stiano sottoponendo a (e intendano proseguire) un programma terapeutico di recupero, coadiuvati dai servizi sanitari territoriali e con l’ausilio e il supporto di strutture di cura e diagnosi di patologie correlate alla tossicodipendenza. La norma “modello” è dunque costituita dall’articolo 94 del testo unico sugli stupefacenti che disciplina l’istituto dell’”affidamento in prova in casi particolari”. Le differenze - Tale previsione si innesta nell’ambito delle misure alternative alla detenzione e si affianca ad altre tipologie di strumenti che vogliono consentire di espiare la pena con modalità alternative alla detenzione intramuraria. Le previsioni introdotte, tuttavia, si discostano significativamente da quel modello, perché si atteggiano piuttosto ad una forma di esecuzione della pena in regime non carcerario ma pur sempre detentivo (domiciliare in apposite strutture terapeutiche), con modalità condizionate alla sussistenza di presupposti specificati nei due articoli che si propone di introdurre nel testo unico stupefacenti e con esiti dipendenti dalla buona riuscita, in termini di effettiva disintossicazione, del programma terapeutico. Cucchi (Avs): “Cura delle dipendenze non è esecuzione pena e le comunità non sono carceri” di Ernesto Piro verdisinistra.it, 12 giugno 2026 “Pochissimi beneficiari e risorse insufficienti”. Ogni volta che un detenuto, le cui condizioni sono incompatibili con il regime carcerario, esce dal carcere per noi è un successo. Mi rendo benissimo conto che il problema delle carceri non è colpa solo della destra, ma sicuramente l’eccessivo numero di nuovi reati che la destra ha introdotto ha contribuito ad aggravare il problema. Non sono ipocrita, si parla da anni del problema delle carceri, nel frattempo mio fratello è morto di carcere da tossicodipendente. So benissimo di cosa stiamo parlando, di quanto si tratti di una vera emergenza e per come tale va trattata. Ma questo provvedimento rischia di essere assolutamente inutile. Non è abbastanza far uscire dal carcere cinquecento detenuti tossicodipendenti. La destra sta creando solo delle illusioni che finiranno per deludere di nuovo i detenuti. Il provvedimento dei ministri Nordio e Schillaci serve forse per prendersi i titoli dei giornali ma non svuota le carceri, che sono al collasso. I possibili beneficiari, appena il 2% su una platea di oltre 25mila detenuti, e risorse stanziate insufficienti sono la cifra di questo provvedimento. Il governo non può pensare di svuotare le carceri usando le comunità. La cura delle dipendenze non può essere confusa con l’esecuzione della pena. Una comunità terapeutica non è un carcere. Le comunità svolgono un lavoro prezioso ma sono in forte sofferenza e non possono essere trasformate in strumenti chiamati a supplire alle carenze dello Stato. Da sempre sosteniamo la necessità di misure alternative alla detenzione, ma questo provvedimento è fortemente limitato. Servivano investimenti reali sull’esecuzione penale esterna, sul personale, sui SERD, sulla magistratura di sorveglianza e sui servizi territoriali. Senza risorse adeguate rimangono solo gli annunci. La destra è in un cortocircuito politico evidente, tenta di svuotare le carceri in vista dell’estate, mentre continua a riempirle con norme securitarie. Serve un altro governo capace di fare scelte coraggiose. Quando la giustizia esclude e uccide di Claudio Novaro volerelaluna.it, 12 giugno 2026 Talvolta episodi apparentemente marginali o circoscritti mettono in luce dinamiche sociali consolidate e consentono di apprezzare come le rigidità culturali si radichino non solo nelle grandi questioni, ma anche nelle piccole pratiche quotidiane. In alcuni settori della magistratura sembra esservi, non da oggi, una scarsa consapevolezza di quel “potere terribile” di cui la stessa è titolare, un potere il cui esercizio discrezionale incide profondamente sui diritti fondamentali, sulla libertà e sulle condizioni personali dei soggetti che lo subiscono. La capacità di soppesare attentamente le conseguenze delle proprie azioni, cardine di quell’etica della responsabilità su cui ci si interroga da almeno un paio di secoli, richiede, per evitare di prendere decisioni incongrue, anche un minimo di empatia con la vita reale delle persone, con le loro relazioni, con le loro fragilità, anche. Partiamo dall’inizio. Ho conosciuto F. alcuni mesi fa, perché era uno dei giovani denunciati dalla polizia per le manifestazioni a favore della Palestina dell’autunno scorso. Con sorprendente velocità, a F. e a diversi suoi compagne e compagni sono state applicate nel febbraio di quest’anno una serie di misure cautelari. F., originario della provincia di Savona, a differenza di tutti gli altri e le altre, si è visto applicare la misura del divieto di dimora a Torino, città dove viveva da diversi anni, dove aveva studiato, dove aveva le sue più importanti relazioni amicali e affettive. Questa decisione, confermata dal Tribunale del riesame, l’aveva gettato nello sconforto. Nell’ultima conversazione telefonica che aveva avuto con il mio studio gli era stato spiegato che si trattava di una misura temporanea, destinata ad essere modificata o revocata nel giro di qualche mese. Dopo un paio di giorni F. ha deciso di togliersi la vita. Non so dire che peso gli orrori del mondo, di questo mondo sempre più plasmato dal linguaggio e dalla grammatica della guerra, segnato da diseguaglianze e sopraffazioni, possano avere avuto sulla sua scelta così definitiva e radicale. Certo è che dal biglietto che ha lasciato sull’auto, prima di gettarsi da un dirupo, sembra di capire che il provvedimento giudiziario, che riteneva profondamente iniquo, abbia avuto un peso non irrilevante. Non ho conosciuto, invece, direttamente C. Anche lui è stato di recente denunciato a Torino per le manifestazioni e i cortei a favore della Palestina e purtroppo anche lui, a sua volta, pochi giorni fa, ha deciso di mettere fine alla sua esistenza. Le sue compagne e i suoi compagni gli hanno dedicato la scorsa settimana un commosso ricordo collettivo (https://infoaut.org/bisogni/ciao-chimi-chi-lotta-non-e-mai-solo-chi-sogna-non-muore-mai). Alcuni tra loro, colpiti a loro volta dalla misura dell’obbligo di dimora a Torino (tra l’altro proprio nello stesso procedimento in cui anche F. era coinvolto) hanno urgentemente chiesto alla giudice di poter partecipare sabato 6 giugno al suo funerale. Le esequie si sarebbero tenute a Settimo Torinese, un comune che confina con Torino, ma a cui, visti gli obblighi cautelari in corso, avrebbero potuto accedere solo previa autorizzazione della giudice che aveva in carico il fascicolo. Costei, preventivamente contattata nella mattinata di venerdì, si era detta disponibile a concedere tale autorizzazione, salvo poi allontanarsi dall’ufficio nel pomeriggio, senza dare indicazioni di sorta. L’istanza è stata così assegnata al magistrato di turno che ha ritenuto di respingerla con una laconica motivazione, fondata su “l’assenza di legame parentale, nonché l’inesistenza di comprovate ragioni, quali quelle ad esempio di salute, rilevanti dal punto di vista costituzionale”, una motivazione che, in tutta evidenza, trascura quella dimensione profonda ed etica dei rapporti affettivi che sfugge alla rigidità delle norme. Anche il colloquio esplicativo che chi scrive ha avuto sabato mattina con lo stesso giudice, a decisione già presa, non ha minimamente inciso sulle sue convinzioni. Vale la pena allora di formulare alcune brevi considerazioni. La prima rimanda alla stessa misura applicata: un obbligo di dimora, accompagnato dall’obbligo di fare rientro a casa nelle ore serali e notturne. Il minimo che si può dire è che appare altamente illogica la scelta di applicare un presidio cautelare di tal fatta a fronte di reati che, in ipotesi d’accusa, sarebbero stati commessi in orario non serale e nella stessa città dove viene imposto l’obbligo. Ci si trova di fronte, come pare ovvio, a una misura meramente punitiva, scarsamente adeguata rispetto alle esigenze cautelari che pretenderebbe di neutralizzare. Peraltro, sul fronte della risposta giudiziaria ai reati di piazza, da tempo Torino riveste un ruolo di avanguardia in ambito nazionale. Da una, ancora parziale, raccolta di dati sui processi in corso contro i manifestanti Pro Palestina, fatta da avvocate e avvocati della Rete di resistenza legale, risulta che a differenza di molti altri circondari, dove in genere si procede con imputati a piede libero, a Torino i procedimenti avviati sono non solo decisamente più numerosi, ma anche caratterizzati da una pletora di misure cautelari. In diversi casi, 27 in totale, la Procura ha richiesto l’applicazione di misure di particolare afflittività, dagli arresti domiciliari sino alla custodia in carcere, in contrasto con il principio del minimo sacrificio necessario, ribadito in più occasioni dalla Corte di Cassazione e dalla Corte Costituzionale. Per fortuna tali richieste nella quasi totalità dei casi sono state respinte dai giudici, che hanno però applicato numerose misure non custodiali, modulandole diversamente a seconda dei reati contestati. La seconda osservazione, invece, riguarda la decisione del giudice di respingere la richiesta di partecipazione al funerale. Una giustizia che espunge da sé ogni sentimento di umana compassione e sensibilità finisce per assumere i tratti morali dell’ingiustizia. In astratto la funzione delle norme (per paradossale che possa sembrare, anche di quella di natura meramente cautelare), e della loro applicazione giudiziale, deve essere finalizzate alla costruzione di migliori relazioni sociali. La vicenda in esame appare paradigmatica di un’idea del diritto penale governato da una visione punitiva, una visione, come è stato detto, verticale e autoritaria, che privilegia l’applicazione rigidamente formale della legge, indifferente a qualsiasi comprensione del contesto umano, delle dinamiche e delle interazioni che lo sostanziano. “L’intelligenza delle emozioni” applicata alle decisioni giudiziarie e amministrative significa anche questo, saper riconoscere il dolore e la vulnerabilità altrui, essere capace di tener conto della storia concreta delle persone, rispettare la loro dignità e i loro bisogni emotivi ed esistenziali. Lunga è la strada da percorrere se solo si pone mente alla circostanza che, solo poche settimane fa, attraverso l’uso di quella vergognosa norma sul fermo preventivo introdotta con l’ultimo decreto sicurezza, 91 aderenti ai movimenti anarchici sono stati bloccati, portati e trattenuti in questura per diverse ore, perché volevano partecipare ad un presidio a ricordo di due loro compagni morti. Infine, mi pare che l’intero episodio ponga, a prescindere dal caso concreto, una serie di interrogativi di non poco conto. Senza scomodare impervi paragoni con vicende dell’antichità, in cui pure erano a confronto le ragioni dello Stato e la pietà verso i defunti, il tema è quello del dovere o meno di rispettare decisioni (o leggi) ingiuste o che si ritiene contrastino con la propria coscienza. La questione ha risonanze antiche e richiama il conflitto tra diritto e morale, tra l’osservanza del comando giuridico e l’autodeterminazione delle persone. Quantomeno dal secondo dopoguerra del secolo scorso, il tema della disobbedienza è entrato nel lessico della politica e viene costantemente praticato dai più svariati movimenti, ambientalisti ed ecologisti, ma anche antagonisti e/o territoriali. Da tempo, ad esempio, gli attivisti del Movimento No Tav, a fronte delle decine di ordinanze prefettizie, che da eccezionali sono ormai divenuti la normalità della militarizzazione del territorio valsusino e che individuano attorno al cantiere una zona rossa inaccessibile ai cittadini, hanno deciso coscientemente di trasgredirle. Parimenti, di fronte all’emissione di fogli di via obbligatori dalla Valle per le persone non residenti, nell’ovvio tentativo di allontanarle, neutralizzandone la partecipazione politica, hanno deciso di violarli, rivendicando pubblicamente tali violazioni. Non è un caso che nel 2023 questo Governo, così attento alla repressione di tutto ciò che si connette con la protesta sociale, abbia, con l’ennesimo decreto legge poi convertito in legge, inasprito fortemente le sanzioni per la violazione del foglio di via, portandole da sei a diciotto mesi di reclusione e prevedendo una multa fino a 10.000 euro, trasformando anche il reato da contravvenzione a delitto, per evitare possibili future prescrizioni. Con altro decreto di legge di qualche anno fa, emanato da un Governo di altro colore politico, sono state inserite, tra i parametri per stabilire la pericolosità sociale dei proposti alle misure di prevenzione come la sorveglianza speciale, “le reiterate violazioni del foglio di via”. Così, una violazione di un mero precetto, quello che in dottrina viene definito un reato di mera disobbedienza, appunto, in cui la condotta incriminata consiste nell’inosservanza di un obbligo o di un semplice divieto formale, in contrasto con il fondamentale principio di offensività, diventa l’ennesimo tassello di quella progressiva torsione del sistema penale verso le misure di prevenzione, che assicurano, non a caso, maggior velocità decisionale e minor tassatività dei presupposti normativi. Le intercettazioni vanno “civilizzate” di Alessandro Cannevale La Verità, 12 giugno 2026 Dopo lo scandalo dei legali spiati in carcere insieme ai loro assistiti, la lunga marcia per il giusto processo riparte da Perugia a seguito della “batosta” del referendum. La lunga marcia degli avvocati per ora è solitaria: il governo è cauto, di fronte a una magistratura mai così unita e belligerante, i garantisti della sinistra si erano già defilati nella campagna referendaria, privi dei padri nobili ormai alle prese con la Giustizia divina - Leonardo Sciascia, Franco Cordero, Giuliano Vassalli, Marco Pannella. Ma ieri, a Perugia, qualcosa si è mosso e qui si è svolta la manifestazione nazionale indetta dall’Unione delle Camere penali per protestare contro quelle intercettazioni illegittime dentro al carcere. Alle 11, in una giornata di giugno per fortuna un po’ nuvolosa, un gruppo di donne e uomini non più giovanissimi, per lo più in tailleur o in giacca e cravatta, si è riunito ad ascoltare e di tanto in tanto ad applaudire gli avvocati che si sono alternati al microfono. Qualche turista ha scattato una foto. I legali hanno detto al microfono che i diritti umani sono di tutti, che anche gli imputati dei delitti più gravi hanno diritto di confidarsi con il difensore, di parlare con loro dei guai familiari, della disperazione dei genitori, della malattia o del disagio scolastico di un figlio, di una figlia anoressica o bullizzata, e soprattutto di sé stessi: dei timori, delle speranze, delle aggravanti e delle attenuanti, di un anno o di un mese di prigione in più o in meno, magari anche delle bugie che vogliono raccontare al giudice (perché l’imputato, qualcuno forse non lo sa, da noi ha il diritto di mentire). C’è chi ha avanzato la proposta di introdurre nuovi reati, per punire chi intercetta abusivamente per dolo o per colpa. Qualcuno ha auspicato l’intervento del ministro, della Procura generale, del Consiglio superiore. La mia proposta, la più modesta di tutte, è stata quella di “civilizzare” le intercettazioni. Un tempo i grandi processi si basavano sulle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia. C’è voluta una “lunga marcia”, partita dal caso Tortora e arrivata alla riforma costituzionale del 1999, per sottoporre le dichiarazioni dei collaboranti al vaglio del contraddittorio fra accusa e difesa e a una valutazione rigorosa basata su criteri obiettivi. È urgente introdurre analoghi principi nel processo a base d’intercettazioni, il format preferito dalle grandi Procure per i grandi processi perché prevede una difesa tardiva, inefficace, inascoltata, costosa per chi ha quattrini e meramente figurativa per i non abbienti, spesso derisa e talvolta criminalizzata. Il pacchetto preconfezionato dalla polizia giudiziaria transita dalle informative per il pm alla sentenza senza troppe difficoltà, all’esito del processo quasi sempre la Procura può scrivere nel suo comunicato che “l’impianto accusatorio è stato confermato”, ovvero che ha portato a casa qualche condanna. Di solito, questo “impianto” corrisponde perfettamente all’ipotesi del primo giorno dell’indagine: mai, o quasi mai, una falsa pista, un buco nell’acqua, un errore essenziale di comprensione o di valutazione. Le intercettazioni oggi sono valutabili liberamente dal giudice e non esiste alcuna effettiva garanzia che in questa valutazione trovino posto un controllo rigoroso dei dati, una verifica fondata su riscontri obiettivi, un effettivo esercizio della logica giudiziaria e della logica comune nel passaggio dal senso letterale delle frasi intercettate alla prova dell’ipotesi d’accusa. Nemmeno il ricorso per Cassazione, anche questo è stato osservato dagli avvocati riuniti a Perugia, è una garanzia effettiva, perché i ricorsi per Cassazione - salvo alcuni, che esercitano sui supremi giudici un particolare appeal - devono essere macinati in tutta fretta. E se il giudice è troppo affaccendato, il ricorso è morto e sotterrato. A quanto pare è l’Europa che ce lo chiede, sembra che i giudizi sommari siano parte del Patto di stabilità. Non so se l’Europa ci chieda davvero che, per far prima, i processi li facciano la polizia e i carabinieri, mentre il pm “coordina” le indagini (qualcuno sa che vuol dire?) e il giudice ne ratifica i felici risultati. Può essere che sia così, di cose l’Europa ce ne chiede tante. So però che un simile modo di intendere il processo è triste e pericoloso. Forse la lunga marcia verso il giusto processo dovrebbe partire da una severa revisione critica del “processo di intercettazioni”. Un passo piccolo, certo. Ma di fare passi grandi, adesso come adesso, non è proprio aria. Se le leggi oscure compromettono la certezza del diritto. Un caso esemplare di Umberto Fantigrossi Il Sole 24 Ore, 12 giugno 2026 La Gazzetta Ufficiale del 24 aprile scorso probabilmente diventerà un pezzo da collezione. Infatti subito sono corso a comprarne la versione cartacea al modico prezzo di 1 euro. Il perché è presto detto. Non si ricordano precedenti di due diverse versioni della stessa norma che entrano in vigore lo stesso giorno, lasciando all’interprete (giudice, avvocato o cittadino che sia) l’arduo impegno di comprendere quale dei due enunciati debba trovare applicazione e vincoli al suo rispetto, con la forza che l’ordinamento attribuisce alla legge, la cui ignoranza non scusa secondo il noto principio posto dall’art.5 del codice penale. La prima delle due disposizioni la troviamo a pagina 9 della nostra Gazzetta. Si tratta dell’art. 1 del decreto legge 24 aprile 2026 n. 55, che reca disposizioni urgenti in materia di rimpatri volontari modificando l’art. 14-ter del testo unico sulla disciplina dell’immigrazione e la condizione dello straniero. Del contenuto di questa modifica diremo più avanti. Passando alla pagina 64 si incontra l’art. 30-bis del decreto legge 24 febbraio 2026 n. 54, introdotto dalla legge di conversione 24 aprile 2026 n. 54, articolo che contiene una diversa versione del medesimo articolo 14-ter, quella che ha sollevato la protesta e l’indignazione del mondo forense e non solo di questo, perché istituisce (o bisognerebbe dire istituiva) un incentivo economico da erogare a cura del Consiglio nazionale forense al difensore dello straniero che, nel fornirgli assistenza nella fase di presentazione della richiesta di rimpatrio volontario assistito, ottenga il risultato della partenza, obiettivo primario dell’estensore della norma. Previsione aberrante, in quanto lesiva dell’autonomia del difensore e foriera di una divaricazione di interessi con la parte assistita, del tutto incompatibile con il rapporto fiduciario connaturato al mandato dell’avvocato. Aberrazione che risulta eliminata e corretta, dopo quelle proteste e il fermo intervento del Presidente della Repubblica Mattarella che ha portato al decreto legge contestuale che fornisce una versione diversa della disposizione, in cui l’incentivo non è previsto a favore del “rappresentante legale”, ma al “rappresentante munito di mandato” e viene eliminato il ruolo di agente pagatore del Consiglio nazionale forense. L’antinomia però è chiara: stessa norma, variata con contenuti differenti da testi normativi di pari rango nella gerarchia delle fonti, entrati in vigore lo stesso giorno. Sorgerebbe il dubbio che le due disposizioni contemporanee di contenuto opposto si elidano a vicenda, mantenendo la disposizione nel testo anteriore ad entrambe. L’incertezza è resa ancora più profonda se si considera che il decreto legge n. 55 resta in vigore sessanta giorni e potrebbe non essere convertito in legge e quindi decadere (con prevalenza certa a questo punto dell’altra versione della novella) oppure essere convertito con un testo nuovamente modificato. Impossibile risolvere la questione con il canone dell’art.15 delle disposizioni sulla legge in generale (le c.d. preleggi) che regola la successione nel tempo delle norme, stabilendo che la legge posteriore abroga la precedente. Qui infatti l’entrata in vigore è stabilita per entrambe nel giorno successivo a quello della pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale che, come abbiamo visto, è il medesimo. A questo punto si deve fare ricorso all’interpretazione letterale, secondo la previsione dell’art.12 delle stesse preleggi (“Nell’applicare la legge non si può ad essa attribuire altro senso che quello fatto palese dal significato proprio delle parole secondo la connessione di esse, e dalla intenzione del legislatore”). Poiché nella norma del decreto legge n. 55 si sopprimono parole e parti del testo che sono state introdotte nel corpo della norma dalla Legge di conversione del precedente decreto, appare logico pensare che la volontà del legislatore sia stata proprio quella di adottare in via definitiva il regime che più non prevede quelle parole e quegli enunciati. Al di là del fatto che alla fine la questione interpretativa non è poi così complessa se si governano i “fondamentali”, resta però la chiara manifestazione di problemi ben più gravi di cui il nostro sistema istituzionale e giuridico soffre e non solo da oggi. La legislazione è sempre più caotica e rincorre il contingente, il Parlamento pressoché estromesso dalla funzione che gli spetterebbe in via esclusiva, salvo l’ipotesi della decretazione d’urgenza di cui i Governi fanno uso costante e non solo eccezionale come prevede la nostra Costituzione. In qualche modo controbilanciano il Presidente della Repubblica, come nel caso segnalato e la Corte Costituzionale, che ha più volte dichiarato illegittime le leggi oscure (per esempio nella sentenza n. 110 del 2023). Ma cresce la preoccupazione che la certezza del diritto anche nel nostro Paese, che qualcuno ancora pensa sia la culla del diritto, resti una chimera. Al Riesame il ricorso dell’anarchico Cospito contro il 41 bis di Mario Di Vito Il Manifesto, 12 giugno 2026 È il giorno del ricorso di Alfredo Cospito contro il rinnovo del 41 bis al tribunale del riesame di Roma. Il regime di carcere duro nei confronti dell’anarchico, in vigore dal 2022, è stato rinnovato per altri due anni dal ministero della giustizia alla fine di aprile con un provvedimento di 75 pagine che dà conto dei pareri sul tema - tutti positivi - della Direzione nazionale antimafia, della Direzione distrettuale antimafia di Torino e della direzione centrale della polizia di prevenzione del Viminale. La tesi di fondo è che l’area anarchica che fa riferimento a Cospito sia ancora pericolosa e, dunque, una sua eventuale uscita dal 41 bis - fosse anche per l’appena meno afflittivo regime di alta sorveglianza - rappresenterebbe un rischio concreto per la sicurezza della Repubblica. Grande enfasi viene data a quanto accaduto il 19 marzo scorso al parco degli Acquedotti di Roma, quando Sandro Mercogliano e Sara Ardizzone sono morti a causa dell’esplosione di un ordigno che loro stessi stavano costruendo dentro una cascina abbandonata. Il nucleo centrale dell’udienza di oggi, ad ogni modo, riguarderà la Federazione anarchica italiana e la supposta attualità della minaccia che rappresenterebbe. L’avvocato di Cospito, Flavio Rossi Albertini, nel suo ricorso fa presente che gli ultimi due attentati rivendicati dalla Fai informale risalgono al 2022 (un plico diretto all’amministratore delegato di Leonardo) e al 2023 (un ordigno incendiario al tribunale di Pisa). Da allora la sigla è silente e, in ogni caso, nulla ha a che vedere con Mercogliano e Ardizzone: il primo è stato assolto dall’accusa di far parte della Fai al processo Scripta Manent di Torino, lo stesso per cui venne condannato Cospito - con il quale ha condiviso anche 4 anni di detenzione nel circuito dell’alta sicurezza del carcere di Ferrara - mentre la seconda era tra gli assolti del processo Sibilla di Perugia, quello che accusava di istigazione a delinquere e un variegato numero di altri reati i redattori della rivista anarchica Vetriolo. L’altro problema del provvedimento di rinnovo del 41 bis è che le conclusioni investigative vengono tirate sulla base di processi che però sono finiti quantomeno con la caduta dell’accusa più forte: l’associazione a delinquere con finalità di terrorismo. Uno è quello di Perugia su Vetriolo, l’altro è quello per l’operazione Byalistok del 2020 contro i frequentatori del centro sociale Bencivenga di Roma. Secondo le autorità investigative, comunque, Cospito sarebbe “il leader” di una vasta area di anarchici e toglierlo dal carcere duro gli consentirebbe di dare “indicazioni operative” per ipotetiche attività di natura eversiva. Peraltro, si legge ancora nelle carte ministeriali, anche nel carcere di Sassari dove è detenuto, Cospito continuerebbe in qualche modo quantomeno a ricevere informazioni su quello che succede fuori dal carcere attraverso le visite di sua sorella. Per l’avvocato Rossi Albertini tutte queste conclusioni sono manifestamente “illogiche”, soprattutto perché gli esiti giudiziari delle inchieste su cui si poggiano i pareri delle autorità investigative sono noti. E danno tutti torto agli impianti accusatori: i legami con la Federazione anarchica informale, allo stato attuale delle cose, non sussistono. Del resto il processo Scripta Manent ha accertato che solo tre persone farebbero parte del gruppo terroristico: Cospito, Anna Beniamino (detenuta a Rebibbia) e Nicola Gai. Stamattina, davanti al tribunale del riesame in via Triboniano, è stato convocato un presidio di solidarietà. Un altro ci sarà lunedì 22 giugno a piazzale Clodio, dove è in programma un’udienza del processo per i disordini che seguirono un corteo romano del gennaio 2023. Gli imputati sono 13. Tra loro c’è anche Sara Ardizzone. Milano. Arrestato in stazione mentre brandiva un machete muore suicida in carcere di Andrea Siravo La Stampa, 12 giugno 2026 Dieci giorni dopo essere stato arrestato, Lamin Sonko, 30enne del Gambia, si è impiccato nella cella in cui era detenuto a San Vittore. Lo scorso 8 giugno i medici dell’ospedale Niguarda, dove era ricoverato, hanno dichiarato il decesso. L’uomo era stato bloccato dalla polizia ferroviaria il precedente 19 maggio. Era arrivato a Milano con un treno partito da Bologna. Dopo essere uscito dalla stazione, il trentenne era tornato all’interno. Ai varchi di accesso ai binari dopo aver visto la fila ha estratto dallo zaino un machete. Le immagini delle telecamere di sorveglianza dello scalo, che avevano ripreso Sonko brandire la lunga lama, erano state diffuse sui social del ministro dei Trasporti, Matteo Salvini. “Alla faccia dei tanti (troppi) sindaci di sinistra che impediscono agli agenti della Polizia Locale di usare la pistola elettrica”, il commento del segretario federale della Lega. Il riferimento riguardava il fatto che il 30enne era stato bloccato dagli agenti con il taser dal momento che nonostante i reiterati inviti, caduti nel vuoto, a disfarsi del machete. L’episodio era stato commentato da Roberto Vannacci, leader di Futuro Nazionale: “Risorsa forza i tornelli della stazione di Milano con una mannaia in mano, fermato col taser. Adesso la sinistra progressista dirà che anche lui è un malato psichiatrico e il sindaco Sala chiamerà a raccolta la comunità meneghina in piazza del Duomo per riflettere sulla necessità di integrare queste risorse che, altrimenti, rischiano di avere comportamenti inurbani che scaturiscono solo ed unicamente dalla nostra carenza inclusiva”. Per l’uomo era stato convalidato l’arresto per resistenza a pubblico ufficiale ed era stata disposta la custodia cautelare in carcere. Il 29 maggio con dei pantaloni ha realizzato un cappio che si è infilato intorno al collo. I primi a dare l’allarme sono stati i suoi due compagni di cella. La direzione lo aveva collocato nella sezione riservata alle persone considerate ad alto rischio suicidario. “L’ultimo detenuto che si è tolto la vita a San Vittore ci tocca profondamente”, ha dichiarato in una nota don Paolo Selmi, presidente della Casa della Carità. “Era entrato in carcere con una diagnosi di psicosi. Era una persona così fragile che non aveva nemmeno fatto il passaggio nei reparti comuni, ma era stato subito collocato in una cosiddetta “cella liscia”. La domanda che ci facciamo è perché una persona così vulnerabile si trovasse in una cella e non in un servizio di cura”. Il decesso di Sonko è il ventottesimo suicidio nelle carceri italiane dall’inizio dell’anno. Milano. Detenuto di San Vittore “ad alto rischio” si suicida. Perché non era in cura? milanotoday.it, 12 giugno 2026 Secondo la Fondazione Casa della Carità, l’uomo si trovava in una “cella liscia” ed era privo di indumenti per la sua sicurezza. Era entrato direttamente nel reparto ad alto rischio suicidario. Un altro suicidio. Un altro detenuto che si toglie la vita. È successo nel carcere milanese di San Vittore, come riferisce la Fondazione Casa della Carità presieduta da don Paolo Selmi. Sono quattro i morti, nelle stesse circostanze, in tre settimane all’interno degli istituti penitenziari italiani, 28 da inizio anno. Lo scorso 20 maggio, proprio la Fondazione aveva lanciato l’appello “Il silenzio sul carcere non fa bene alla democrazia”. “Perché era in cella e non in cura?” - Secondo quanto riferisce Casa della Carità, l’ultima vittima era reclusa nella sezione dedicata ai detenuti considerati ad alto rischio suicidario. L., spiegano, era entrato in carcere con una diagnosi di psicosi, era una persona fragile che era stata collocata direttamente in una cosiddetta ‘cella liscia’, spoglia e priva di arredi. “La domanda che ci facciamo è dunque perché una persona così vulnerabile si trovava in una cella e non in un servizio di cura? L’amara risposta è che purtroppo il carcere è diventato il luogo dove finiscono tutte le fragilità che gli altri servizi non riescono più a prendere in carico, perché è l’unico presidio pubblico che non può rifiutare nessuno, che non può dire “non possiamo farci carico di questa persona perché non abbiamo posto”, commenta don Paolo Selmi. “Chiedeva da giorni di chiamare la madre” - L. era recluso senza indumenti, non aveva mai avuto la possibilità di uscire dalla cella nemmeno per l’ora d’aria o per i momenti di socialità e ascolto promossi dagli operatori della Fondazione. Non aveva nemmeno potuto telefonare alla madre come chiedeva da giorni, sottolineano. “Non sapremo mai se concedere queste cose avrebbe cambiato il corso degli eventi, ma sappiamo che una persona sofferente è stata privata anche delle poche occasioni di relazione possibili nella sua situazione”, afferma ancora Selmi. “Le carceri dovrebbero essere trasparenti come il vetro” - Per don Paolo Selmi non vanno ignorate “le difficoltà in cui operano personale penitenziario e servizi sanitari”, ma al contempo “non possiamo fare a meno di domandarci se una risposta fondata quasi esclusivamente sulla custodia e sul controllo sia adeguata di fronte a sofferenze così profonde”. Il carcere, conclude, “deve tornare al centro del dibattito pubblico e della responsabilità collettiva, perché è una parte dello Stato e della società e non un corpo alieno. Le sue mura non dovrebbero nascondere ciò che accade al loro interno. Dovrebbero essere, almeno simbolicamente, trasparenti come il vetro”. Tragedia in via Burla: chi era il detenuto trovato morto in cella parmatoday.it, 12 giugno 2026 Samih Mohamed viveva a Lugo, in provincia di Ravenna. Una vita costellata da dipendenze e dalla commissione di reati. Indagini in corso per stabilire le cause del decesso. Una vita difficile, costellata da dipendenze e dalla commissione di alcuni reati, finita a soli 21 anni in una cella del carcere di via Burla. Si chiamava Samih Mohamed e prima della detenzione viveva a Lugo, in provincia di Ravenna, il giovane detenuto di soli 21 anni trovato morto all’interno della sua cella nel carcere di via Burla a Parma nella mattinata di giovedì 11 giugno. Sul suo decesso sono in corso approfondimenti che porteranno a stabilire la causa della morte. Secondo quanto emerso il ragazzo avrebbe avuto problemi di dipendenza da alcol e da sostanze stupefacenti ma l’esatta dinamica dell’episodio, che è avvenuto nella stessa sezione - il vecchio padiglione della media sicurezza dove il 30 aprile scorso era stato trovato morto un detenuto cubano di 29 anni, che si è impiccato, è in corso di accertamento da parte degli inquirenti. Milano. Cambia carcere e gli negano la cura per gli occhi. E nessuno spiega perché di Associazione Yairaiha Ets L’Unità, 12 giugno 2026 Tommaso Costa, 66 anni e da 19 al 41bis. Convive con una patologia autoimmune cronica gli provoca grave secchezza agli occhi e alla bocca. Dal 2015 segue una terapia, ma quando arriva a Milano Opera non viene autorizzata. Tommaso Costa ha sessantasei anni. Da oltre diciannove anni e mezzo è detenuto e gran parte di questo tempo lo ha trascorso in regime di 41-bis. Convive con una Sindrome di Sjögren, una patologia autoimmune cronica che provoca xeroftalmia e xerostomia, ovvero una grave secchezza degli occhi e della bocca. Nella documentazione sanitaria in possesso dell’Associazione Yairaiha compaiono, almeno dal 2015, terapie e presidi utilizzati per il trattamento della patologia: Plaquenil, saliva artificiale e lacrime artificiali. Per anni quella documentazione accompagna il percorso detentivo di Costa nel 41bis di Viterbo senza che la necessità di quelle cure risulti contestata. Poi arriva il trasferimento. Da circa due mesi Costa si trova nella Casa di Reclusione di Milano Opera, ancora in regime di 41-bis. La patologia è la stessa. Le condizioni cliniche sono le stesse. Restano le stesse esigenze terapeutiche che avevano accompagnato per anni la sua detenzione a Viterbo. Secondo quanto denunciato dal figlio e tutore legale, a cambiare sarebbe invece l’accesso a una parte della terapia seguita per anni. Al centro della vicenda vi è un collirio a base di lacrime artificiali utilizzato per contrastare la xeroftalmia associata alla Sindrome di Sjögren. Una condizione che non consiste in un semplice fastidio oculare. In assenza di adeguata lubrificazione può provocare bruciore persistente, dolore, irritazione, infiammazione, fotosensibilità e, nei casi più gravi, lesioni della superficie corneale. Secondo quanto riferito dal familiare, dopo il trasferimento presso Milano Opera il presidio terapeutico non sarebbe stato autorizzato. La spiegazione ricevuta sarebbe stata informale e farebbe riferimento a una presunta incompletezza della documentazione sanitaria proveniente dall’istituto di provenienza. È qui che la storia smette di riguardare soltanto un collirio. Una persona detenuta non organizza il proprio trasferimento. Non gestisce la trasmissione della documentazione sanitaria. Non decide tempi e modalità delle verifiche amministrative. Se il problema riguarda la documentazione, è però la persona che necessita della terapia a subirne le conseguenze. Vi è poi un ulteriore elemento. Secondo quanto denunciato dal familiare, non risulterebbe alcun provvedimento formale di diniego relativo alla mancata autorizzazione del presidio terapeutico. Proprio per questa ragione il figlio e tutore legale del detenuto ha trasmesso una diffida formale alla Direttrice della Casa di Reclusione di Milano Opera, chiedendo chiarimenti sulle limitazioni denunciate, sulle ragioni della mancata autorizzazione e sull’eventuale esistenza di atti formali adottati dall’istituto. La questione non riguarda soltanto la terapia. Senza un provvedimento formale diventa più difficile conoscere le ragioni della decisione, verificarla e contestarla nelle sedi previste dall’ordinamento. Un detenuto può rivolgersi al Magistrato di Sorveglianza per contestare decisioni che incidono sui propri diritti e sulle proprie condizioni di detenzione, ma per farlo deve poter conoscere l’esistenza e il contenuto del provvedimento che intende contestare. Quando una decisione resta confinata nell’informalità, non si crea soltanto un problema di trasparenza: diventa più difficile anche esercitare concretamente gli strumenti di tutela che l’ordinamento prevede. È un aspetto che questa Associazione conosce bene. Nel corso della propria attività ha infatti ricevuto numerose segnalazioni riguardanti la Casa di Reclusione di Milano Opera da parte di familiari, avvocati e persone detenute. In più occasioni, le segnalazioni ricevute hanno riguardato decisioni che incidevano concretamente sulla vita detentiva, comprese limitazioni ai colloqui con terze persone e altre richieste rivolte all’amministrazione, rispetto alle quali veniva denunciata l’assenza di un provvedimento formale di diniego. Una circostanza che, secondo i segnalanti, rendeva estremamente difficile conoscere le ragioni della decisione e sottoporla al controllo del Magistrato di Sorveglianza attraverso gli strumenti previsti dall’ordinamento. Circostanze che hanno dato luogo anche a iniziative istituzionali, interrogazioni parlamentari e articoli di stampa. È anche per questo che la vicenda di Tommaso Costa non appare come una questione isolata, ma si inserisce in un quadro di criticità che questa Associazione ha già avuto modo di riscontrare e segnalare con riferimento alla Casa di Reclusione di Milano Opera. La vicenda non si è fermata alla diffida trasmessa dal figlio e tutore legale del detenuto. A fronte delle criticità segnalate dal familiare e della documentazione acquisita, la situazione è stata portata all’attenzione delle autorità competenti mediante una specifica segnalazione, con richiesta di accertamenti in merito alla continuità terapeutica del detenuto, alla gestione della documentazione sanitaria relativa al trasferimento da Viterbo a Milano Opera, alle ragioni della mancata autorizzazione del presidio terapeutico e all’eventuale esistenza di provvedimenti formali di diniego. La vicenda è stata pertanto portata all’attenzione delle autorità competenti, alle quali è stato chiesto di accertare quanto segnalato. Perché la continuità terapeutica e la conoscibilità delle decisioni che incidono sulla salute di una persona detenuta non possono dipendere dall’informalità. Perugia. Caso-intercettazioni in carcere. Gli avvocati in piazza: “Non deve accadere mai più” di Luca Fiorucci La Nazione, 12 giugno 2026 Di nuovo sollecitati gli accertamenti del ministro. “Oggi siamo tutti perugini” dice Francesco Petrelli, presiedente dell’Unione delle Camere penali italiane. “Oggi siamo tutti perugini e tutti detenuti”, aggiunge Alessandro Cannevale, ex magistrato ora avvocato, legale dell’avvocato Daniela Paccoi, indagata in un’inchiesta sul traffico di droga e, in precedenza, difensore dell’indagato da cui tutta la vicenda ha preso il via. Nell’indagine a carico dell’avvocato anche le intercettazioni effettuate nella sala colloqui del carcere di Capanne, durante gli incontri tra legale e assistito. Tra gli “ascolti” risulterebbero anche molte conversazioni, e da qui la denuncia, non autorizzate e non collegate alla vicenda. Una aperta violazione dei diritti previsti dalla Costituzione sostengono gli avvocati penalisti, che si sono ritrovati a Perugia per la manifestazione nazionale di protesta e che invocano gli ispettori del ministero della Giustizia. “Una cosa del genere non deve più accadere. Il diritto di difesa è un diritto costituzionalmente garantito e riguarda tutti” ha sostenuto, inoltre, il presidente della Camera Penale di Perugia, Luca Gentili. “L’avvocato può consigliare strategie al suo assistito, può legalmente consigliare anche di mentire perché è un diritto riconosciuto nel nostro Codice” ha aggiunto. È grave “sapere che un colloquio riservato tra avvocato e assistito venga sentito da chi non ha alcun diritto a farlo perché si parla di colloqui che non avevano a che fare con l’indagine per cui era stata autorizzata l’intercettazione” ha ribadito ancora Gentili. Si tratta di spiegare a tutti i cittadini che il diritto alla riservatezza è parte integrante del diritto di difesa e che il diritto di difesa è il baluardo di uno stato di diritto”, ha rimarcato ancora Petrelli. E nel caso specifico: “Abbiamo sollecitato accertamenti da parte del ministro”. Genova. Carcere, detenuti coinvolti nella riqualificazione urbana di Erica Manna La Repubblica, 12 giugno 2026 Il progetto del Garante comunale Marco Cafiero per impiegare le persone in misure alternative in progetti di recupero della città. Il tema al centro della presentazione del libro di Beppe Battaglia a Palazzo Tursi. Coinvolgere i detenuti sottoposti a misure alternative in lavori di riqualificazione di aree trascurate della città: “Grazie alla collaborazione con l’Ufficio esecuzione penale esterno stiamo creando sinergie e ci confronteremo su questo progetto con l’assessore alla Casa Davide Patrone - spiega Marco Cafiero, Garante dei Diritti delle persone private della libertà personale del Comune di Genova - in questo modo i detenuti in articolo 21 o misure alternative potranno vivere un momento di inclusione sociale forte, con la cittadinanza protagonista”. Qualcosa si muove, sul fronte carcere: è il messaggio che arriva dall’incontro di oggi, giovedì 11 giugno, dalla Sala di Rappresentanza di Palazzo Tursi. L’occasione è la presentazione del libro “La libertà è un organismo vivente” di Beppe Battaglia, nell’ambito dell’iniziativa “Dal carcere alla vita”, promossa dal gruppo consiliare del Pd, durante la quale si sono confrontati con l’autore la capogruppo Pd Martina Caputo, Marco Cafiero, l’assessora al Welfare Cristina Lodi, l’assessore alla Casa Davide Patrone, la consigliera Pd Donatella Alfonso, Doriano Saracino, garante regionale dei Diritti delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale. Genova è la prima città italiana che si è dotata di una Consulta Carcere-Città, organismo voluto dall’assessora al Welfare Cristina Lodi per costruire un ponte tra la realtà penitenziaria e il tessuto urbano: uno dei temi all’ordine del giorno è proprio quello del lavoro, inteso come strumento di riabilitazione, dignità e sicurezza sociale. L’obiettivo è mettere a sistema le risorse esistenti per potenziare l’attivazione dell’articolo 21 dell’Ordinamento penitenziario, la norma che permette ai detenuti di uscire dal carcere durante il giorno per attività lavorativa o partecipare a corsi di formazione, favorendo un reinserimento graduale e monitorato. “La presentazione del libro è uno spunto per tornare a mettere al centro il tema carcere - riflette la consigliera comunale Pd Donatella Alfonso - il Comune, inoltre, sarà parte attiva nell’apertura del Centro della giustizia riparativa, un altro segnale forte”. “In questi mesi si sta rafforzando una rete - rimarca Marco Cafiero - in particolare è stata proficua la relazione con la direzione del carcere di Pontedecimo: abbiamo rinforzato il ruolo delle associazioni che si occupano di donne e del loro inserimento lavorativo”. Firenze. Un anno di scuola e nelle carceri, a Sollicciano è sempre più dura ma qualcuno ce la fa di Claudio Pedron* novaradio.info, 12 giugno 2026 Mentre centinaia di migliaia di ragazzi in questi giorni di apprestano ad affrontare gli scrutini o gli esami di fine ciclo, lo stesso fanno, anche se con numeri assai minori, anche gli alunni che seguono i corsi di istruzione nelle carceri, tra cui gli studenti nelle tre carceri fiorentine - Sollicciano, il “Gozzini” e il minorile “Meucci” - dove sono attivi numerosi corsi: dai quelli alfabetizzazione a quelli “regolari” della scuola dell’obbligo, oltre a corsi superiori per geometri, professioni alberghiere e agrarie. Anche per loro, questi sono i giorni dei “test” e delle altre “verifiche” di fine anno. A Sollicciano, dove ormai si ammassano oltre 600 detenuti (tasso di sovraffollamento 170%), ci sono sette corsi di alfabetizzazione (dal livello pre-A1 al livello A2), sia maschili e femminili; un corso di alfabetizzazione è attivo anche al “Gozzini”, il cosiddetto “Solliccianino”. In entrambe le strutture, inoltre ci sono corsi di scuola media, per un totale di tre corsi attivi. Anche all’IPM (minorile) Meucci, oltre ad un corso di alfabetizzazione, c’è un “monoennio” di formazione generale per gli iscitti alle superiori. A tenere i corsi sono gli i docenti del CPIA1 Firenze (Centro di Istruzione per gli Adulti Firenze 1). “È stato un anno difficile a Sollicciano - ammette Claudio Pedron, uno dei docenti “storici” del CPIA1 Firenze, parlando stamani a Novaradio - perché ci sono problemi strutturali che sono arrivati anche alla scuola. Il riscaldamento, problematiche nelle sezioni che coinvolgono gli allievi anche della scuola e producono delle scelte: venire o non venire a lezione, protestare, trovare la scuola fredda come le celle, mentre la scuola è sempre stata considerata un luogo di rifugio, in cui trovavi accoglienza, occupazione, diversità, scuola, ma anche un contesto ambientale diverso”. In totale i detenuti di Sollicciano che in quest’anno scolastico si sono iscritti ai corsi di alfabetizzazione sono circa 120/160, per una media di 10/15 a corso : numeri ridotti rispetto al totale “ e “variabili”, perché la partecipazione ai corsi in carcere è talvolta frammentaria e discontinua, anche per una serie di problemi anche di carattere organizzativo. Per esempio. (ma non solo) per la classe femminile di alfabetizzazione, le cui alunne (una dozzina quest’anno) devono arrivare in classe da un’area piuttosto lontana del carcere. “In genere circa il 60% degli iscritti è effettivamente presente in classe, poi ci sono gli abbandoni, i trasferimenti e i nuovi ingressi in corso d’anno” dice. Anche per la scuola media, i percorsi non sono sempre facili: la sezione mista quest’anno aveva 4 alunne ma nessuna è riuscita a completare il percorso” scolastico. A Sollicciano la grande maggioranza sono gli iscritti ai corsi di alfabetizzazione: ben l’80% dei reclusi è straniero, contro il 30/35% della media italiana. Ma la percentuale di successo - cioè di completamento del corso - è inferiore rispetto ai numeri del Gozzini, che per dimensioni è molto inferiore (circa 100 ospiti): è la dimostrazione, spiega ancora Pedron, che in carceri più piccole e in contesti ambientali più favorevoli, anche i percorsi educativi hanno esiti migliori. Detto questo, nel contesto carcerario la scuola per i detenuti rimane una “finestra” sull’esterno, in molti sensi: un momento di libertà, alternativo alla noia della cella, in cui trovare un dialogo “diverso” con il personale docente e con gli altri detenuti: c’è infatti una classe mista maschile-femminile (alle medie), e i corsi sono aperti anche ai reclusi nelle “sezioni protette” e a quelli della sezione ATSM (trattamento salute mentale): “Noi accettiamo tutti” dice Pedron. Ci sono poi le attività “esterne” legate alla frequenza scolastica o attivate grazie alla scuola: ad esempio i corsi di HACCP che hanno riscosso un grande successo perché permetto ai detenuti di lavorare in cucina e anche “arrotondare” di più il salario interno. E ancora, i progetti speciali con i Musei fiorentini o le visite degli studenti delle scuole superiori (quasi 2.000 quest’anno) che offrono a reclusi e ragazzi un “ponte” di conoscenza e dialogo. Oltre ai corsi del CPIA1, ci sono i corsi delle medie superiori organizzati a Sollicciano dell’ITIS Russell- Newton (3/4/5a geometri) e Saffi (1/2a e 3/4/5a alberghiero), mentre al “Gozzini” c’è un corso all’Istituto Agrario. Sempre a Sollicciano e al Gozzini ci sono anche alcuni studenti (una dozzina circa in tutto) che attendono a corsi universitari, con l’assistenza di appositi a tutor dell’Università fiorentina: a breve uno di questi conseguirà la laurea. “Sono piccoli numeri” dice Claudio Pedron. Vero, ma dietro a ciascuno di essi c’è una persona. E, qualche volta, una storia di riscatto e di speranza. Ad esempio quella di un ragazzo straniero con una una pena piuttosto lunga, che è partito dall’alfabetizzazione e ha fatto tutto il percorso: ha fatto la A2, poi ha fatto le medie, in tre anni ha fatto le superiori e si è iscritto al all’università. “Contemporaneamente era riuscito a entrare in uno di questi lavori continui come fabbro, lavorava la mattina e al pomeriggio andava a scuola, occupava tutto il giorno dalle 8:30 30 fino alle 18:15, è riuscito a tenersi fuori da tutte le problematiche dentro il carcere: liti, zuffe e quello che succede nelle sezioni. Ha avuto la capacità di dialogare, di trovare un posto di lavoro all’esterno, si è fidanzato, si sta per sposare, il suo percorso è riuscito”. “Un altro ultimamente lo trovo ogni mattina che sta andando a fare il muratore e prendiamo la tramvia assieme. Un altro ancora l’ho sentito ieri, ha fatto il percorso con noi fino alle superiori, è uscito in semilibertà perché aveva una gravissima patologia e lì è riuscito attraverso l’associazione ‘Ciao’ a trovare un alloggio e ha continuato a andare a scuola e adesso ha una vita normale male, tranquilla”. *CPIA1 Firenze Bologna. Nasce la biblioteca del Pratello. L’Arcivescovo Zuppi: “Questa è sicurezza” di Chiara Marchetti Corriere di Bologna, 12 giugno 2026 All’istituto una sala con 500 libri. Avallone: “Per trovare le parole giuste”. Le pareti colorate, due tavoli con le sedie e scaffali pieni di libri. È la nuova biblioteca dell’Istituto penale per minorenni “Pietro Siciliani” in via del Pratello, frutto del progetto “Letti in flagranza” realizzato da Coop Alleanza 3.0 e Librerie.coop in collaborazione con il Centro per la giustizia minorile (Cgm) “Un grande investimento per la sicurezza - commenta l’arcivescovo di Bologna, Matteo Zuppi, presente ieri al taglio del nastro - perché sicurezza non significa rafforzare le serrature, ma dare speranze”. Per i giovani detenuti, leggere può significare “ricostruire quello che è stato rovinato e che ha portato a farsi e fare del male” aggiunge il cardinale, sottolineando che se un ragazzo scopre la conoscenza “forse può capire che può fare altre cose” rispetto a quelle che ha sempre fatto. D’altra parte “noi siamo le parole che abbiamo - spiega Silvia Avallone, ambasciatrice del progetto - e non possiamo cambiare la nostra vita se non abbiamo le parole giuste. Se sostituiamo un vocabolario di illegalità, di disperazione e di rabbia con un vocabolario di speranza e di riscatto sociale, allora stiamo sostituendo il destino della nostra vita a una possibilità di alternativa, a una scelta”. Sugli scaffali della nuova biblioteca ci sono oltre 500 volumi - dalla letteratura per ragazzi ai fumetti, e poi ancora grandi classici e saggi di vario tipo - donati dai clienti e dai soci Coop in poco più di un mese. Ad allestire lo spazio “ci siamo divertiti un casino”, racconta il cappellano don Domenico Cambareri, ponendo l’attenzione sul fatto che spesso “i ragazzi si boicottano da soli perché credono di non farcela, e allora sta a noi adulti crederci per loro”. Per la presidente del tribunale dei minori, Gabriella Tomai, “queste esperienze sono dei ponti perché danno senso al nostro lavoro. Come magistrati abbiamo un sogno, cioè trasformare i problemi in opportunità, ed è possibile farlo solo se riusciamo a creare una possibilità di cambiamento”. La biblioteca dell’Ipm funzionerà come una normale biblioteca, dove i giovani detenuti potranno prendere in prestito i libri e partecipare a gruppi di lettura e incontri con gli autori. Dopo il taglio del nastro, si guarda avanti. “Il nostro sogno- dichiara il dirigente del Cgm, Nicola Palmiero- è creare una biblioteca specializzata in modo da far nascere una dimensione di confine con l’esterno, così da renderla accessibile anche a persone esterne per tesi e approfondimenti”. L’inaugurazione è stata inoltre un’occasione per riflettere sul ruolo degli Ipm, molto diversi da come appaiono, ad esempio, nella fiction Rai “Mare Fuori”. “Non esiste quella roba - attacca il direttore dell’Ipm bolognese, Lorenzo Roccaro - e anzi è piena di str…. Lì fanno vedere i ragazzi con i gioielli quando qui facciamo la guerra per fargli togliere le collanine perché è pericoloso”. E proprio nell’istituto di via del Pratello verrà realizzata una sorta di contro-serie in quattro puntate, girata dagli stessi detenuti e dal titolo “Vero mare dentro”, che mostrerà “com’è fatto veramente il carcere”, chiarisce Roccaro. Intanto, i lavori all’Ipm continuano. “A luglio - rivela il direttore - riapriremo il Centro di prima accoglienza della comunità per minori, mentre i lavori aggrediranno l’istituto vero e proprio a partire dalla metà di luglio e quindi siamo già a una capienza ridotta. In questo momento abbiamo 29 ragazzi, che diventeranno 22 entro l’inizio del cantiere” e non ne arriveranno di nuovi. Per quanto riguarda poi il personale di Polizia penitenziaria, in questo momento “siamo a pieno organico” perché “sono appena stati assunti sette agenti”, due sono andati via “e quindi il saldo è più cinque”, conclude Roccaro. Bologna. Il carcere minorile: “Mare fuori è falso”. E crea la contro-serie di Claudio Cumani Il Resto del Carlino, 12 giugno 2026 Sotto le Due Torri i detenuti realizzano un docu film a puntate. Il direttore dell’istituto: la fiction Rai non è realistica. Niente ragazze dal maquillage perfetto, niente ornamenti di design, niente abiti alla moda. “Non esiste in un carcere quella roba lì, è una mistificazione orrenda”, sbotta senza mezze misure Lorenzo Roccaro, da un anno direttore dell’istituto penale per minorenni Pietro Siciliani di Bologna. Nel mirino c’è la fortunata serie televisiva ‘Mare fuori’ giunta alla sesta serie, premiata da due Nastri d’Argento e trasformata un paio di stagioni fa anche in un musical ospitato nei principali teatri italiani. “Lì si fa pubblicità ai gioielli che indossano i ragazzi mentre qui facciamo la guerra per togliere le collanine e tutto il resto perché pericoloso”, rincara la dose. E annuncia che quest’anno la produzione finale del laboratorio di videomaking dell’Ipm bolognese si intitolerà ‘Vero mare dentro’ e racconterà, con l’aiuto dell’operatrice Agnese Mattanò, la verità quotidiana della struttura. Per far vedere cos’è davvero un istituto penale minorile. “Perché se ci teniamo tutto per noi, queste cose servono a poco”. La mini-serie in quattro puntate realizzata dai detenuti, a cui potrebbero collaborare anche gli agenti della polizia penitenziaria proprio per raccontare le difficoltà di chi ha a che fare con ragazzi difficili, potrebbe anche essere diffusa esternamente. “Oscurando ovviamente i volti”, precisa il direttore. La questione è comunque prematura. Non solo contro-fiction nel segno della verità, però. Fra le diverse attività che in questo periodo coinvolgono i giovani detenuti ci sono anche la realizzazione di podcast, la partecipazione a giurie cinematografiche e attività musicali rap con la band Stato Sociale che abitualmente opera in carcere. Inaugurata la biblioteca costruita dagli stessi ragazzi - Tutto ciò è emerso ieri mattina in occasione dell’inaugurazione della biblioteca costruita dagli stessi ragazzi all’interno del carcere bolognese che ora ospita, grazie al lavoro di Librerie.coop sostenitrice del progetto ‘Letti in flagranza’, 500 volumi. Sessanta metri quadrati, qualche sedia e tavolino, divisori in muratura: uno spazio dove da settembre saranno organizzati incontri con gli scrittori ma non solo e dove ogni detenuto potrà prendere in prestito un libro da leggersi con calma. Un modo per far fiorire il pensiero dietro le sbarre e per avvicinare il mondo fuori. Un grande investimento sulla sicurezza - “È un grande investimento sulla sicurezza - ha detto il cardinale di Bologna Matteo Zuppi - far sì che un ragazzo si scopra intelligente. Non bisogna rafforzare le serrature ma dare speranza”. Un concetto ribadito anche dalla scrittrice Silvia Avallone che spesso qui conduce un’attività volontaria. “Ué questo spacca’ gli ha detto l’altro giorno un giovane detenuto ascoltando la sua lettura di una poesia di Pascoli. Foggia. Con “Io Salvo” la svolta estiva dei detenuti-bagnini csvbrindisilecce.it, 12 giugno 2026 Concluso a Lecce il progetto “Io Salvo”: i partecipanti ottengono il brevetto e si preparano a scendere in spiaggia con contratti di lavoro reali. Un ponte concreto tra il tempo della pena e il mercato del lavoro, giusto in tempo per l’inizio della stagione balneare. Si è chiuso ufficialmente ieri, nella cornice istituzionale della Prefettura di Lecce, il percorso sperimentale “Io Salvo”. L’iniziativa ha permesso a un gruppo di reclusi della Casa circondariale di Borgo San Nicola di completare con successo un ciclo di lezioni teorico-pratiche, ottenendo i brevetti professionali per l’assistenza ai bagnanti e l’abilitazione alle manovre di primo soccorso Blsd. Non si è trattato, però, di un semplice corso formativo fine a se stesso. Il vero punto di svolta del progetto risiede nello sbocco occupazionale immediato: diverse strutture ricettive e stabilimenti balneari del litorale salentino hanno già formalizzato la propria disponibilità ad assumere i neo-brevettati, che questa estate vigileranno sulla sicurezza dei bagnanti in piscina e in mare. A facilitare gli spostamenti quotidiani dal carcere ai luoghi di lavoro sarà il supporto di Sgm, che si farà carico delle spese relative agli abbonamenti dei trasporti per i detenuti coinvolti. Alla cerimonia di consegna degli attestati, coordinata dal prefetto Natalino Manno, hanno preso parte i vertici della magistratura locale, la direttrice dell’istituto penitenziario Maria Teresa Susca, i rappresentanti della Capitaneria di porto e Confimprese Demaniali. Durante gli interventi, le autorità hanno concordato sul valore profondo dell’iniziativa. Il procuratore generale Ludovico Vaccaro ha ribadito la necessità di intendere lo spazio carcerario non solo come luogo punitivo, ma come laboratorio di giustizia riparativa e responsabilizzazione. Sulla stessa linea, il presidente del Tribunale di sorveglianza Giuseppe Mastropasqua e il procuratore Giuseppe Capoccia hanno evidenziato come la sinergia tra istituzioni e privati riesca a dare sostanza al principio costituzionale della rieducazione, trasformando i percorsi individuali in una risorsa di sicurezza integrata per tutto il territorio. Foggia. Calcio in carcere: docenti e studenti detenuti chiudono insieme l’anno scolastico di Cristiana Lenoci foggiareporter.it, 12 giugno 2026 Una partita di calcio per salutare l’anno scolastico, ma soprattutto per allenare rispetto, collaborazione e senso delle regole. È successo l’8 giugno scorso alla Casa Circondariale di Foggia, dove squadre miste di docenti e studenti detenuti dell’ITET “Notarangelo-Rosati - Giannone-Masi”, indirizzo Agraria, Agroalimentare e Agroindustria, hanno giocato l’amichevole di fine anno su un campo di calcio. L’iniziativa ha chiuso un percorso educativo sviluppato in carcere durante tutto l’anno. Per un pomeriggio l’aula si è spostata sul campo. “Lo sport è salute, ma è anche educazione, relazione e crescita personale”, sottolinea il direttore Michele De Nichilo. “In carcere il suo valore va oltre l’aspetto fisico, perché permette di sperimentare il rispetto delle regole, la responsabilità e il confronto corretto con gli altri. Vedere docenti e studenti sullo stesso campo abbatte distanze e rafforza relazioni positive. È una palestra di cittadinanza, utile al reinserimento”. A dare il senso dell’incontro è anche la responsabile dell’Area Trattamentale, Paola Errico: “Chiudiamo un anno ricco di progetti scendendo in campo tutti insieme. Non c’erano ruoli né voti, solo il pallone e il fair play. Ha vinto chi ha dimostrato che si può giocare insieme rispettando le regole, dentro e fuori dal campo. È stata educazione alla legalità vissuta, non raccontata”. Dopo il fischio finale, docenti, studenti e operatori hanno condiviso un momento conviviale per fare il bilancio dell’anno. I docenti ringraziano per la collaborazione il direttore De Nichilo, la responsabile dell’Area Educativa, il comandante Claudio Ronci e il personale di Polizia Penitenziaria, in particolare l’ispettore Antonio Crescitelli, il vice ispettore Maurizio Abbrescia e l’assistente Leandro Patriarca. Nessun vincitore sul tabellino. Il risultato condiviso, spiegano dall’istituto, è un altro: la scuola resta presidio educativo anche in carcere, e il lavoro di squadra, il rispetto reciproco e la fiducia sono strumenti concreti per ogni percorso di crescita. Campobasso. “Scrittodicuore”, il concorso dei detenuti: la vittoria alla Ninna Nanna di Manolo primonumero.it, 12 giugno 2026 Si è conclusa con una straordinaria partecipazione emotiva e civile la nona edizione di Scrittodicuore, il concorso letterario nazionale che offre ai detenuti degli istituti penitenziari italiani un prezioso spazio di espressione e di racconto autobiografico. Promossa dal Comune di Campobasso e dall’Unione Lettori Italiani, sotto la direzione artistica di Brunella Santoli, l’iniziativa si avvale della storica collaborazione della Casa Circondariale del capoluogo molisano, del suo attivo Laboratorio di lettura e del patrocinio della Provincia, inserendosi nella cornice del progetto permanente “Ti racconto un libro”. Nella suggestiva cornice della sala teatro del penitenziario di Campobasso, lo scorso 10 giugno, si è svolta la cerimonia di premiazione che ha celebrato la forza della parola scritta, capace di superare le barriere fisiche della detenzione per raggiungere l’intimità dei lettori. ?Il primo premio di questa edizione è stato assegnato a Manolo, ristretto presso la Casa Circondariale di Rieti, autore di un testo di straordinaria intensità lirica. Concepito nella forma di una dolce e struggente ninna nanna indirizzata al proprio figlio, l’elaborato si configura come una confessione dolorosa che affronta i temi dell’assenza, della lontananza e del profondo desiderio di riconciliazione. Attraverso una prosa semplice ma autentica, l’autore ha saputo trasformare la sofferenza della separazione in una testimonianza universale di amore e vulnerabilità paterna, offrendo una riflessione in cui la scrittura diventa un solido appiglio alla vita e uno strumento per ritrovare la pace interiore. ?La commissione esaminatrice, guidata da Brunella Santoli e composta dagli scrittori Anna Giurickovic Dato, Giovanni Mancinone e Maria Rosaria Selo, insieme al contributo della Giuria Giovani e della Giuria interna dell’Unione Lettori Italiani, ha delineato un podio di altissimo valore letterario. Al secondo posto si è classificata la lettera di Roberto, dalla Casa di Reclusione di Torino, il quale ha saputo intrecciare con grande maturità fragilità e speranza. Il suo scritto ripercorre il tormentato cammino di chi sceglie di mettersi in discussione, guardando ai propri errori con la volontà di mutare il proprio destino e offrendo una lucida analisi sui legami familiari e sul valore inestimabile delle seconde opportunità. ?Il terzo gradino del podio è stato occupato da Giacomo, ospite della Casa Circondariale di Benevento, che ha firmato un testo ricco di suggestioni letterarie e interrogativi universali. La sua opera si sviluppa come una profonda indagine interiore sulla colpa, sulla redenzione e sul confine tra il bene e il male, rintracciando nel tempo della detenzione un’occasione fondamentale di consapevolezza e di riscatto sociale. Accanto ai tre vincitori, la giuria tecnica ha voluto tributare una menzione speciale a Giovanni, della Casa Circondariale di Campobasso, autore di un componimento breve ma fulmineo che descrive la vulnerabilità quotidiana del carcere attraverso la metafora di un sorriso forzato, indossato come una maschera di sopravvivenza per non smarrire la propria umanità. ?Un ulteriore riconoscimento è giunto dalla Giuria Giovani, che ha segnalato l’opera di Cosimo, detenuto nella Casa di Reclusione di Foggia. Il testo evoca con precisione di dettagli il ricordo di una giornata di pesca in mare aperto, costruendo un potente contrasto tra l’immensità marina e l’effettiva condizione di isolamento dell’autore, svelata solo nel finale; una scelta narrativa che trasforma la memoria personale in un simbolo universale della libertà perduta. La cerimonia del 10 giugno, arricchita dalla lettura ad alta voce dei testi finalistici davanti a istituzioni, operatori e detenuti, ha confermato il valore sociale di un premio che dal 2023 è intitolato alla memoria dello scrittore Pino Roveredo. L’evento si è concluso con la presentazione ufficiale del bando per la decima edizione, acquistando il valore di una promessa tesa a rinnovare l’impegno verso una letteratura che restituisce dignità alle vicende umane più complesse. L’equivoco planetario sulla libertà (che non è il diritto alla clava) di Venanzio Postiglione Corriere della Sera, 12 giugno 2026 Il diritto di espressione non è diritto di aggressione, come ha spiegato John Stuart Mill. Succede. Anche spesso. E viene da piangere. Una persona perde la vita, la notizia finisce sui social, i commenti sono pieni di dolore, poi qualcuno comincia a insultare chi è appena morto, immagina chissà quale complotto, getta fango senza una ragione. La chiamano libertà di espressione. Ma così diventa un inganno, una trappola universale, un dirupo in cui cadono milioni di persone. Il diritto all’odio non esiste: nella vita comune, nella Costituzione, nei tre millenni (e più) di civiltà sui cui è costruito il mondo. Da sempre, e per sempre, la libertà è associata alla parola gemella. Rispetto. Sono termini che si specchiano e si danno forza, vivono in perenne equilibrio. I miei diritti in simbiosi con i tuoi e i tuoi collegati ai miei: non c’è altra strada. A distanza di un anno e quattro mesi, ci sono frasi che bruciano ancora. Il 14 febbraio 2025 il vice presidente americano J.D. Vance, alla Conferenza di Monaco, con un discorso che è diventato (purtroppo) un manifesto della nostra epoca, ha accusato l’Europa di soffocare la libertà di espressione. Un insulto (meglio: un’aggressione) contro gli alleati storici. La Casa Bianca, il 5 dicembre 2025, nel documento sulla “Strategia di sicurezza nazionale”, ha chiuso il periodo in bellezza. “Se va avanti così, tra vent’anni l’Europa non sarà più riconoscibile. C’è il rischio reale ed evidente che la sua civiltà venga cancellata. La Ue sta mettendo a rischio la libertà politica e la sovranità degli Stati”. Il Corriere della Sera ha fatto un titolone, come per le giornate storiche: “L’attacco choc di Trump all’Europa”. Perché Donald, e con lui una fetta del populismo globale e una fetta del mondo social, ha un’idea semplice e brutale della libertà: il diritto del forte sui deboli. Dire ogni cosa. Al di là della realtà dei fatti e della sensibilità degli altri. Al di là delle regole (scusate la parola) della vecchia Europa. Mentre tutti sappiamo che l’idea, il concetto, forse la più grande invenzione dell’uomo, ha valore se è “interdipendenza delle libertà”. John Stuart Mill provò a spiegarlo nel 1859. “La prima massima è che l’individuo non deve rendere conto alla società delle proprie azioni, se queste riguardano solo gli interessi suoi e di nessun altro. La seconda massima è che all’individuo si può chiedere conto delle azioni che possono pregiudicare gli interessi altrui: e gli si possono infliggere delle punizioni sociali o legali, se la società ritiene che siano necessarie alla propria salvaguardia”. Come dire: la libertà è sacra, sempre, è la vita stessa: ma senza ferire o calpestare gli altri. Altrimenti la Statua che accoglie (accoglieva) il mondo a New York avrà in mano una clava al posto della fiaccola. L’equivoco planetario sulla libertà è un altro tema che ci riguarda. Il free speech, benemerito, impiega un attimo a diventare hate speech, discorso d’odio. Un post o una foto sui social e qualcuno, sentendosi padrone di farlo, commenterà con un diluvio di rabbia o di follia. Protetto dall’anonimato. Difficile fermare l’istante in cui il diritto di espressione è diventato diritto di aggressione. Difficile anche tornare indietro. Ma neppure un’epoca così bizzarra può trascinare la libertà in un’arena. Dall’antica Roma, invece della legge abbiamo ereditato i gladiatori. Caporalato e Terzo settore, “Campagne aperte” e “Dignità casa” contro lo sfruttamento di Paolo Foschini Corriere della Sera, 12 giugno 2026 Non è che sia impossibile. Anzi. Forse a far rabbia è proprio che le esperienze non solo positivamente etiche ma soprattutto efficaci contro caporalato e sfruttamento non solo esistano ma funzionino eccome: vedi il progetto Dambe So (in lingua bambara “Casa della dignità” a San Ferdinando, con un ex albergo ristrutturato da Mediterranean Hope - Fcei) che accoglie cinquanta persone per 90 euro al mese di affitto, con corsi di italiano, autogestione della struttura, eventi culturali. “Il punto è - sintetizza Francesco Piobbichi, operatore del progetto stesso - che queste esperienze non diventano sistema. Storie bellissime, ma eccezioni: come se il sistema lo volesse di proposito, il mantenimento dell’emergenza”. Emergenza che dura da quarant’anni, se vogliamo partire dai primi fatti che trasformarono il lavoro nei campi in cronaca nera. Fino al rogo di Amendolara, in provincia di Cosenza, dove il primo giugno sono stati bruciati vivi gli afgani Ullah Ismat Qiemi (19 anni), Safi Iayjad (27), Amin Fazal Khogjani (28) e il pakistano Waseem Khan (29): uccisi per avere chiesto di essere pagati. Eppure se uno va a contarle, le eccezioni di cui sopra, non sarebbero neanche pochissime. Così il progetto Campagne Aperte - laboratorio di “pratiche territoriali” sostenuto da Fondazione con il Sud e promosso dal Cric (Centro regionale di intervento per la cooperazione) in partnership con diverse realtà - si è tradotto non solo nel percorso abitativo di cui si è detto con Mediterranean Hope - Fcei ma anche nei tirocini lavorativi e i contratti realizzati con Nuvola Rossa e Arci Reggio Calabria, oltre ai workshop sul diritto del lavoro per 150 persone, ai mille giubbotti catarifrangenti cuciti dalla cooperativa di rifugiate di Camini per chi si muove in bici sulle strade buie della Piana, alle 800 persone assistite da Medu (Medici per i diritti umani) e altro ancora. Come la possibilità di raccontarsi in prima persona con la formazione dei “reporter di comunità” per la nascita di una web radio grazie a Radio Dambe So e a Radio Ciroma che ha ospitato i servizi nella programmazione domenicale. Prima in diretta, poi in un podcast targato Campagne aperte che si può ascoltare qui. “Non sono modelli da esportare chiavi in mano - ha scritto Patrizia Riso di Cric - ma prove di fattibilità in un contesto che le contiene senza assorbirle”. E nel suo scritto sottolinea esattamente lo stesso punto di Piobbichi: “Il sistema che circonda queste esperienze è costruito per fare in modo che rimangano eccezioni. Un’accoglienza diffusa, capillare, costruita sul recupero del patrimonio edilizio abbandonato e sul rispetto dei diritti del lavoro, non richiede grandi investimenti straordinari, ma volontà politica ordinaria”. La domanda è: perché allora questa volontà non c’è? Per “il razzismo sistemico di un’economia che preferisce l’emergenza permanente alla dignità ordinaria: con la prima si guadagna facile consenso basato sulla paura, mentre con la seconda si dimostrerebbe che quella paura non ha motivo di esistere”. È sempre lei a tradurre in cifre la Piana di Gioia Tauro: cinquemila aziende agricole, 200 mila tonnellate di produzione ogni anno, un porto che fa il 72% del Pil calabrese. E ogni anno quattromila braccianti provenienti dall’Africa subsahariana per raccogliere gli agrumi di stagione. Fino al 2010 prendevano 25 euro al giorno, adesso possono arrivare a 40 ma ancora con situazioni da 3 euro l’ora o a cottimo, tipo un euro a cassetta, per giornate da dodici ore di lavoro. La grande distribuzione paga gli agrumi della Piana pochi centesimi al chilo, all’altro estremo del filo si trova l’imprenditore agricolo che deve starci dentro e in mezzo c’è la paga del bracciante reclutato tramite caporali o reti familiari legate alle comunità di origine con la complicità della ‘ndrangheta. Che però è solo l’ultimo anello della catena. Perché è il sistema nel suo insieme a costruire la catena. Negli ultimi quindici anni ci sono state rivolte occasionali e anche inchieste. Stanziamenti pubblici più o meno regolarmente sprecati, vedi le palazzine di Serricella vicino a Rosarno costruite con tre milioni e mezzo di euro dopo una rivolta del 2010 ma tuttora vuote e vandalizzate. Sgomberi, certo. Come la baraccopoli di San Ferdinando spianata dalle ruspe di Salvini nel 2019 salvo che le macerie sono tuttora lì e smaltirle con una bonifica del suolo costerebbe 2 milioni. Il 31 dicembre dell’anno scorso il governo ha ufficializzato che il “programma nazionale per il superamento degli insediamenti abusivi in agricoltura” è fallito: su 200 milioni stanziati dal Pnrr per 37 Comuni ne sono stati spesi meno di 25, tutti gli altri perduti per sempre perché i termini del Pnrr sono scaduti. Intanto nella Piana di Gioia Tauro ci sono 35 mila abitazioni vuote o inutilizzate, in tutta la Calabria 450 mila: prevale la “paura” razzista di affittale ai nemici stranieri invasori. Questa la paura per contrastare la quale è nato il progetto Dambe So descritto dal suo coordinatore Piobbichi, che insiste: “Bellissima esperienza, ma se non diventa sistema è un bellissimo fallimento”. Spiega: “Noi siamo partiti dal problema casa. Perché se hai una abitazione cominci da una parte ad avere diritti da difendere e dall’altra responsabilità da assumerti. Hai un posto in cui ricevi la tessera sanitaria, e allo stesso tempo un affitto regolare da pagare. Ma alla tua portata”. Il meccanismo generale funziona così: Mediterranean Hope - Fcei (che è la Federazione delle chiese evangeliche in Italia) fa da garante e si intesta i contratti di affitto, i lavoratori ne pagano una parte il resto è suddiviso tra i partner del progetto. In questo modo per esempio la cooperativa Sos Rosarno aggrega piccoli produttori che scelgono contratti regolari, salari equi e destinano parte del ricavato a risolvere il problema abitativo per i propri dipendenti. Che Piobbichi rilancia: “Tutta la catena dovrebbe essere coinvolta, da monte con i produttori fino a valle con la distribuzione”. Come? “Basterebbe - dice - che i supermercati della grande distribuzione mettessero a disposizione degli affitti un centesimo per ogni chilo di arance vendute. Sarebbe facile. Ma perché nessun politico ci ascolta?”. Altre esperienze: a Drosi, appena fuori da Gioia Tauro, anche la Caritas convince i proprietari di case sfitte ad affittarle ai braccianti, facendo da garante. Risultato: centocinquanta persone sistemate a oggi in trenta abitazioni, per poche decine di euro al mese. La cooperativa Valle del Marro - Libera Terra invece gestisce terreni confiscati alla ‘ndrangheta. E poi c’è il centro culturale Nuvola Rossa. Tra chi ci lavora c’è Giorgia Campo, che spiega: “Ci occupiamo di migrazioni al 2011, dopo le primavere arabe. Forniamo servizi agli stranieri ma non solo. Per la tutela dei diritti del lavoro”. Sottolinea che il progetto Campagne aperte ha avuto il merito di mettere in rete le diverse realtà impegnate su questi temi: “Senza etichette per il lavoratore”. Difesa dei diritti e assunzione di responsabilità sono anche gli ambiti in cui si muove Ibrahima Deme Diop, arrivato in Italia nel 2013 e da due anni presidente della Consulta Intercultura della città di Cosenza che - spiega - ha il compito di “riempire un vuoto di relazioni tra istituzioni e comunità migranti”. In concreto significa che la Consulta - con 28 nazionalità reppresentate al suo interno - oggi ha dei suoi volontari in servizio sia presso il Comune sia all’Ispettorato territoriale del lavoro, a disposizione non solo come interpreti linguistici ma anche come consulenti sui temi che interessano in particolare gli stranieri, dal chiedere un documento a un parere su un contratto. Anche lui batte sullo stesso tasto: “Tutti sanno che ogni anno, da anni, quando viene la stagione della raccolta arrivano migliaia di persone disposte a tutto pur di lavorare. E ogni anno questa viene considerata una emergenza ma allo stesso tempo una totale normalità. Per questo il progetto campagne aperte, invece, ha rappresentato una rivoluzione. E per questo mi auguro che sia rinnovato. Se si interrompesse alla scadenza sarebbe come tornare indietro”. Migranti. A Firenze Cpr sotto la lente. Rimpatrio solo per 1 su 10: “La Toscana si opponga” La Nazione, 12 giugno 2026 Il report dal Tavolo Asilo e Immigrazione: strutture inefficienti e disumane. Le associazioni lanciano un appello contro l’apertura sul territorio regionale. No al Cpr in Toscana. La posizione presa da Arci, Asgi, Cgil, Cospe, Florence Must Act, Iparticipate, Medu, Migrantes Toscana e Oxfam Italia, contro la realizzazione di un centro a Pallerone (Aulla) è netta. Ed è quella che le medesime associazioni chiedono alla Regione di (ri)prendere. Un appello accompagnato da dati e numeri che, a loro avviso, confermano un’immagine dei Centri di permanenza per il rimpatrio tutt’altro che positiva e utile alla causa: “spazi di sospensione dei diritti fondamentali”, tra l’altro “inefficienti nell’esecuzione degli ordini di rimpatrio”. È la fotografia che viene fuori dal secondo Rapporto di monitoraggio dei Cpr del Tavolo Asilo e Immigrazione, realizzato nel corso del 2025, e presentato ieri - non a caso a Firenze - dalle associazioni citate prima. Il dossier parte da visite e sopralluoghi effettuati, non senza difficoltà, nelle dieci strutture presenti in Italia. I dati. Tra settembre e dicembre 2025 si contavano nei Cpr 546 persone, perlopiù provenienti da Tunisia, Marocco, Algeria ed Egitto; una parte dei quali richiedenti asilo. A fronte di una capienza teorica di 1.238 posti totali, quella effettiva disponibile quasi si dimezza a 672 e questo, stando al report, perché il 45% dei posti è inagibile. Un sottoutilizzo, per TAI, valido a mettere in discussione la loro efficacia e quindi la necessità di aprire nuove strutture. A maggior ragione alla luce dei numeri sui rimpatri: l’incidenza è in calo, con un minimo storico nel 2024, quando ad essere stato rimpatriato è stato il 41,8% dei presenti nei Cpr; il 10,4% sul totale dei provvedimenti di allontanamento adottati quell’anno. Ma al di là delle questioni tecniche, sono le condizioni della detenzione e le conseguenze psicofisiche su cui le associazioni aderenti al Tavolo Asilo e Immigrazione vogliono porre l’accento. Situazioni non molto distanti da quelle riscontrate negli anni, e riportate da vari studi e ricerche, nelle carceri italiane (vedi Sollicciano). Quindi spazi sovraffollati, carenze igienico-sanitarie, ambienti inadeguati alle esigenze climatiche, lunghi periodi di inattività. E poi, parlando di diritto alla salute, ritardi nell’accesso alle cure, difficoltà nella continuità terapeutica e carenze nel coordinamento con i servizi territoriali. A questo si collega un aumento dei disturbi dell’ansia, depressivi e post-traumatici - che in alcuni casi culminano in atti di autolesionismo e tentativi di suicidio - ai quali si tenderebbe a rispondere con un uso improprio e massiccio di psicofarmaci, pensati più come strumenti di contenimento che di cura. “Respingiamo l’idea che la nostra regione sia un nuovo terreno di sperimentazione di norme che riteniamo contrarie al diritto internazionale e alla tutela dei diritti umani - concludono le associazioni - I Cpr non sono riformabili, perché fondati su una logica di segregazione incompatibile con i diritti umani. Chiediamo un cambio strutturale di paradigma basato su accoglienza, inclusione e rispetto della dignità umana”. Il nuovo Patto Ue sulla migrazione: screening, Paesi sicuri, rimpatri, ecco cosa cambia di Gabriele Rosana Avvenire, 12 giugno 2026 Identificazioni più severe, procedure accelerate, un ampio ricorso alla detenzione e misure di solidarietà con gli Stati di primo arrivo. Trascorsi due anni dal via libera definitivo, prende effetto da oggi il Patto Ue sulla migrazione, la maxi-riforma europea del diritto d’asilo composta da dieci provvedimenti che puntellano i confini della “Fortezza Europa”. “Il nuovo approccio sta già dando buoni risultati, con un calo del 55% degli attraversamenti irregolari delle frontiere” rispetto al 2024, sostengono dalla Commissione. E di migrazione come “sfida europea” da affrontare “con una soluzione europea efficace, giusta e ferma” è tornata a parlare la presidente dell’esecutivo Ue Ursula von der Leyen, mentre il commissario agli Affari interni Magnus Brunner ha insistito che, con le nuove regole, “saremo noi a decidere chi entra, chi può restare e chi se ne deve andare”. Al contrario, secondo Human Rights Watch, il Patto “è un colpo durissimo inferto al diritto d’asilo in un momento in cui il mondo ha più che mai bisogno che l’Europa difenda i diritti umani”. E ciò mentre - così Picum - “l’attuazione sta avanzando a rilento in molti Stati” (11 su 27 sono impreparati, secondo la ricognizione Ue), con “poca trasparenza e quasi zero coinvolgimento della società civile”. Vediamo nel dettaglio i principali punti. Chi dovrà sottoporsi a screening, e in cosa consiste? Chiunque arrivi a una frontiera esterna dell’Ue in maniera irregolare, comprese le persone soccorse in mare, dovrà sottoporsi a una procedura di identificazione con la verifica dei documenti, la presa delle impronte digitali e di altri dati biometrici, come l’identificazione dei volti, da inserire nella banca dati comune Eurodac. Lo “screening” include un esame sanitario e un controllo dei profili di vulnerabilità, ad esempio per intercettare casi di vittime di tortura o tratta. La durata massima è di sette giorni (quattro per i minori non accompagnati), che scende a tre per chi si trova già nel territorio Ue. Per chi vale la procedura accelerata? In generale, la domanda di asilo deve essere evasa entro sei mesi dalla presentazione. Per chi proviene da un Paese i cui cittadini hanno un tasso di accoglimento delle richieste inferiore al 20%, però, la scarsa probabilità di ottenere l’asilo fa scattare la procedura accelerata di frontiera: dura tre mesi al massimo (ricorsi compresi) e, nelle more, si è detenuti in strutture apposite. Vale pure per chi è giudicato un rischio per la sicurezza, e si estende alle famiglie con bambini e, in casi limitati, ai minori non accompagnati. Quali sono i Paesi sicuri? La riforma introduce la prima lista Ue dei Paesi di origine sicuri che (oltre ai candidati all’adesione) include Bangladesh, Colombia, Egitto, India, Kosovo, Marocco e Tunisia: per chi proviene da questi Stati si seguono le formalità semplificate e accelerate della procedura di frontiera. Non solo. Ciascun Paese Ue potrà designare ulteriori Stati come sicuri; rispetto a prima, ciò potrà valere anche solo per una parte del territorio o per alcune categorie di persone. Il Patto adotta il principio di solidarietà? Il Patto è descritto a Bruxelles come un punto equilibrio tra responsabilità e solidarietà. Rimane fermo il principio per cui a esaminare la domanda di asilo è lo Stato di primo arrivo. Ma viene parzialmente corretto con una forma di solidarietà “obbligatoria ma flessibile” nei confronti dei Paesi giudicati dai periodici report Ue “sotto pressione migratoria” (ad oggi, Italia, Spagna, Grecia e Cipro), a condizione che essi prevengano o si facciano carico dei movimenti secondari, cioè degli spostamenti dei richiedenti asilo in un Paese diverso. A quel punto, gli altri governi potranno scegliere se contribuire attraverso dei ricollocamenti volontari (con un target di 30 mila all’anno, tranne per il 2026, che ne prevede 21 mila) oppure compensando precedenti movimenti secondari. In alternativa, potranno versare contributi finanziari (20 mila euro a persona per una cifra complessiva di 600 milioni; 420 per il 2026), o ancora fornire supporto tecnico. L’entità del contributo dipenderà da Pil e popolazione, ma Ungheria e Polonia hanno già annunciato di volersi sottrarre a ogni obbligo, rischiando una procedura d’infrazione. Dagli aiuti potranno essere esentati Paesi che affrontano una “situazione migratoria significativa” (ad esempio quelli orientali che ospitano i rifugiati ucraini). Il Patto si occupa anche di rimpatri? A parte nel caso di diniego della domanda nel quadro della procedura di frontiera, il Patto non si occupa di rimpatri. Governi ed Europarlamento hanno, però, appena trovato l’accordo su una stretta, che comprende la possibilità di aprire centri fuori dall’Ue, e che dovrebbe entrare in vigore quasi parallelamente, a settembre. Appello. Una minaccia ai diritti fondamentali dei rifugiati e la normalizzazione della detenzione Il Manifesto, 12 giugno 2026 La serie di nuove norme che entra in vigore oggi suscita profonda preoccupazione, poiché mette a repentaglio l’accesso alle procedure di asilo e alle garanzie procedurali. Il Patto UE su migrazione e asilo, adottato formalmente il 14 maggio 2024, entra in vigore oggi, 12 giugno 2026. Con il pretesto di riformare ulteriormente la gestione della migrazione nell’UE e di istituire un sistema comune di asilo, questa serie di nuove norme suscita profonda preoccupazione, poiché mette a repentaglio l’accesso alle procedure di asilo e alle garanzie procedurali. Tra le principali preoccupazioni, vi è che a un numero crescente di richiedenti asilo verranno negate condizioni di accoglienza dignitose, poiché il Patto amplia l’ambito delle procedure accelerate per i richiedenti asilo. Il Patto inasprisce inoltre i controlli alle frontiere esterne, introducendo procedure di screening di massa e prevedendo una procedura di frontiera obbligatoria per un gran numero di richiedenti asilo che saranno sottoposti a detenzione presso tali frontiere, compresi bambini di appena sei anni. L’obiettivo è chiaro: impedire l’ingresso negli Stati membri e accelerare le espulsioni a tutti i costi. I richiedenti protezione internazionale che arrivano alle frontiere esterne saranno sottoposti a un controllo di massa, effettuato dalle forze di polizia di frontiera, che comprenderà verifiche sanitarie, di identità e di sicurezza, nonché la raccolta di dati biometrici, prima di essere sottoposti a procedure di asilo o di rimpatrio, o di vedersi negato l’ingresso. A coloro che avranno accesso alla procedura di asilo verrà poi assegnato un paese di destinazione, senza tener conto delle loro volontà o dei loro legami personali, familiari o linguistici. I richiedenti provenienti da paesi con un basso tasso di protezione a livello UE, o che sono considerati una minaccia per la sicurezza nazionale o l’ordine pubblico, saranno soggetti alla “procedura di frontiera” per l’asilo. Tali domande dovranno essere esaminate entro 12 settimane, ricorsi inclusi. Un termine così abbreviato non consente una valutazione approfondita e personalizzata, in particolare nei casi di persone vulnerabili - minori, donne, persone LGBTQIA+ - che necessitano di un sostegno specifico. Durante questa procedura accelerata, i richiedenti saranno detenuti in strutture chiuse alle frontiere o sottoposti ad altre misure alternative (come gli arresti domiciliari), quindi privati della loro libertà di movimento. Sottoporre un numero maggiore di persone alla detenzione comporta il rischio di esporre una popolazione che ha subito traumi a un aumento dei casi di violenza. Questa procedura accelerata compromette l’effettivo rispetto dei diritti dei richiedenti asilo. Il Patto introduce inoltre una finzione giuridica di “non ingresso” nel territorio, con conseguenze di vasta portata. Indipendentemente dalla loro presenza fisica sul suolo dell’UE, i richiedenti asilo non sono considerati giuridicamente come entrati nel territorio dello Stato membro. Questa finzione giuridica consente un’accelerazione delle espulsioni quando le domande di asilo vengono respinte. Ancora più preoccupante è il fatto che i ricorsi contro le decisioni di diniego dell’asilo non sospendano più automaticamente l’allontanamento. In altre parole, un richiedente può essere espulso anche mentre impugna la decisione dinanzi a un giudice e mentre il procedimento è ancora in corso. I richiedenti la cui domanda è respinta possono essere rimpatriati sia nel loro paese d’origine sia in paesi terzi cosiddetti “sicuri”, con i quali potrebbero non avere alcun legame personale. Questi allontanamenti devono essere effettuati con il supporto dell’agenzia Frontex, il cui ex direttore, Fabrice Leggeri - ora eurodeputato del partito francese di estrema destra Rassemblement National - è attualmente indagato dalla magistratura francese per presunte complicità in crimini contro l’umanità. Inoltre, il Patto amplia significativamente la portata della sorveglianza delle persone in esilio attraverso l’espansione e l’interconnessione delle banche dati europee. Impronte digitali, immagini facciali, dati identificativi: queste informazioni saranno raccolte a partire dai sei anni di età e conservate per dieci anni per i richiedenti asilo e per cinque anni per le altre persone in esilio. Il Patto non riesce a riformare il Regolamento di Dublino, secondo il quale il primo paese di ingresso è responsabile del trattamento di una domanda di asilo, colpendo così in modo sproporzionato gli Stati membri alle frontiere esterne dell’UE. Il Patto mantiene questa logica, rafforzando al contempo il monitoraggio dei cosiddetti “casi Dublino” e introducendo un “meccanismo di solidarietà” tra gli Stati membri. In pratica, questo meccanismo consente agli Stati membri di rinunciare all’accoglienza dei richiedenti asilo provenienti da paesi sottoposti a pressioni migratorie in cambio di un contributo finanziario. L’introduzione di procedure accelerate e di scadenze irrealizzabili porterà inevitabilmente a casi di negazione di un diritto effettivo all’asilo e a un ricorso massiccio alla detenzione alle frontiere esterne dell’UE. Con il Patto UE, i richiedenti asilo rischiano di essere privati della protezione internazionale a causa della mancanza di condizioni adeguate per presentare la loro situazione. In qualità di sindacati che rappresentano i professionisti del settore dell’asilo, consideriamo il Patto UE come un regresso senza precedenti nei diritti fondamentali delle persone in esilio e come una minaccia diretta ai principi fondamentali del diritto d’asilo e al principio di non respingimento. Da anni le organizzazioni per i diritti umani esprimono profonda preoccupazione per la deriva repressiva delle politiche migratorie dell’UE. Il Patto UE rappresenta un ulteriore passo decisivo in questa direzione, poiché si basa sul sospetto, sulla disumanizzazione e sulla repressione. Ci opponiamo fermamente a questa politica, che organizza l’esclusione, normalizza la detenzione e minaccia le fondamenta stesse dello Stato di diritto. Più che mai, noi - lavoratrici e lavoratori pubblici che operiamo nel settore dell’asilo - resteremo mobilitati per garantire a tutti un accesso effettivo e dignitoso ai diritti fondamentali. CGT -Ofpra Office Français de Protection des Réfugiés et Apatrides FP CGIL Coordinamento delle Commissioni territoriali per la protezione Internazionale e della Commissione Nazionale per il Diritto d’Asilo Svezia. Il Governo ritira la stretta sul carcere per i tredicenni Il Dubbio, 12 giugno 2026 Mancano i numeri in Parlamento: nuova proposta a 14 anni dopo le critiche di autorità, polizia e sistema penitenziario. Il governo svedese di destra fa un passo indietro sulla detenzione dei minori. La proposta di legge che avrebbe abbassato da 15 a 13 anni l’età minima per il carcere è stata ritirata per mancanza di sostegno in Parlamento. Una scelta arrivata dopo settimane di critiche in un Paese tradizionalmente attento alla tutela dei diritti dei bambini e degli adolescenti. Il ministro della Giustizia Gunnar Strommer ha annunciato che l’esecutivo presenterà entro poche settimane un testo rivisto, fissando la soglia a 14 anni. L’obiettivo del governo è arrivare all’approvazione parlamentare entro agosto. La proposta ritirata dal governo - Il disegno di legge avrebbe dovuto essere votato il 15 giugno, ma l’esecutivo ha scelto di fermarsi prima della conta in Aula. “La situazione in Parlamento è un po’ incerta, ed è per questo che abbiamo deciso di agire responsabilmente in questa situazione, prendendo la decisione stamattina di ritirare il disegno di legge”, ha spiegato Strommer ai giornalisti. Il governo di minoranza, sostenuto dal partito di estrema destra dei Democratici Svedesi, ha fatto della lotta alla criminalità una priorità assoluta fin dal suo insediamento nel 2022. Ma sul carcere per i tredicenni il fronte politico e istituzionale non si è saldato. La maggioranza delle 126 autorità e organizzazioni consultate prima della presentazione del testo si era espressa in modo critico o contrario. Tra queste anche la polizia e il sistema penitenziario, due interlocutori centrali in una riforma destinata a incidere direttamente sulla gestione dei minori autori di reato. Il nuovo compromesso a 14 anni - Un commissario nominato dal governo aveva inizialmente raccomandato di abbassare l’età minima per i reati gravi a 14 anni. L’esecutivo aveva però scelto una linea più dura, proponendo la soglia dei 13 anni. Ora il governo torna verso l’ipotesi originaria. “Credo che la maggior parte si senta più a suo agio con 14 anni”, ha affermato Strommer. Anche il principale partito di opposizione, i Socialdemocratici, si è detto favorevole all’abbassamento dell’età minima a 14 anni, circostanza che potrebbe rendere più agevole il passaggio parlamentare della nuova proposta. Bande criminali e reclutamento online - La riforma nasce dentro un contesto di forte allarme per la criminalità organizzata violenta. Da oltre un decennio la Svezia è attraversata da scontri tra bande, legati soprattutto al traffico di droga. Negli ultimi anni queste reti, spesso fluide e poco strutturate, hanno reclutato sempre più frequentemente minori di 15 anni. Il reclutamento avviene spesso online. I minori vengono coinvolti per compiere attentati, sparatorie e altri reati gravi, anche perché le organizzazioni criminali sanno che, in caso di cattura, non possono essere incarcerati secondo la disciplina attuale. Le sezioni speciali nelle carceri - Otto carceri già esistenti sono state incaricate di predisporre sezioni speciali per i minori, che dovranno essere tenuti separati dai detenuti adulti. Attualmente, la maggior parte dei minorenni riconosciuti colpevoli di reati gravi non viene condannata al carcere ordinario. Di norma vengono collocati nelle cosiddette case SiS, strutture di detenzione con programmi obbligatori di cura e riabilitazione, pensate più in chiave educativa che punitiva. Ma negli ultimi anni molte di queste strutture sono finite al centro delle critiche, perché sarebbero diventate basi di reclutamento per reti criminali.