Sovraffollamento record, quello reale ha superato il 140% di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 11 giugno 2026 I dati elaborati da sovraffollamentocarcerario.it mostrano il divario tra capienza teorica e posti realmente disponibili. Il piano carceri del governo prevedeva 5.739 nuovi posti nel corso di quest’anno. Ma i posti effettivamente disponibili, dall’inizio del 2025 ad oggi, sono diminuiti di 537 unità rispetto al punto di partenza. Non aumentati: diminuiti. L’8 giugno è una data che nei bollettini ufficiali del Ministero della Giustizia non compare. Ma chi segue il sistema penitenziario italiano sa già cosa è successo quel lunedì: il tasso di affollamento reale delle carceri italiane ha valicato il 140 per cento. A registrarlo è il sito sovraffollamentocarcerario.it, progetto del giornalista investigativo e ricercatore di dati Marco Dalla Stella, che da ottobre 2024 aggiorna ogni giorno i numeri che lo stesso Ministero pubblica sulle schede di trasparenza degli istituti, ma che nessuno aveva mai messo insieme in modo così sistematico e pubblicamente accessibile. La cifra che il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap) certifica nei suoi bollettini mensili è diversa: 126,3 per cento. Si tratta del rapporto tra i 64.741 detenuti presenti al 31 maggio e la capienza regolamentare di 51.269 posti. Ma quel denominatore racconta una storia parziale. Dalla Stella attinge anche alle 190 schede di trasparenza degli istituti penitenziari, documenti aggiornati più frequentemente rispetto ai bollettini. Lì dentro c’è un’informazione che i bollettini mensili non riportano: i posti non disponibili, ovvero quelli che esistono sulla carta ma che di fatto non sono accessibili. Sezioni chiuse per inagibilità, camere di pernottamento fuori uso, strutture in attesa di manutenzione che non arriverà presto. Quando si sottraggono quelle unità, dai 51.269 posti teorici si scende a circa 46.300 posti realmente utilizzabili. Quasi cinquemila posti esistono nei registri, ma non nella vita quotidiana delle sezioni. Da quel denominatore più onesto nasce il 140 per cento. Il confronto tra i dati del 31 maggio e quelli del 30 aprile, il mese precedente, racconta un mese di pressione costante. A fine aprile erano 64.436 i detenuti, con una capienza regolamentare di 51.265 posti: tasso ufficiale al 125,7 per cento. Un mese dopo il dato si è spostato a 64.741 presenti, tasso ufficiale al 126,3. Trecento e cinque persone in più in trenta giorni. Sembra poco. Ma il tasso reale era già al 139,1 per cento il 30 aprile secondo l’elaborazione di Antigone, aveva sfiorato il 139,3 a metà maggio, e ha superato il 140 l’8 giugno. Una progressione che non conosce inversioni: a giugno del 2025 ci si attestava al 134 per cento, a marzo 2026 si era arrivati al 138, in estate era sembrato toccare un picco poi ampiamente superato. Ogni rilevazione porta qualche decimale in più verso soglie che ora sono abbondantemente alle spalle. Le carceri che non ce la fanno più - Dentro quella media nazionale si nascondono situazioni che nessuna percentuale riesce a descrivere da sola. Il caso più eclatante del mese di maggio è quello di Regina Coeli a Roma. Il 30 aprile ospitava 848 detenuti per 628 posti regolamentari. Al 31 maggio erano diventati 1.004. Centocinquantasei persone in più in un mese in una delle prigioni più antiche, disastrate e sovraffollate d’Italia, già abbondantemente oltre soglia. Per capire la misura del dato: in trenta giorni Regina Coeli ha assorbito una quantità di detenuti equivalente all’intera popolazione di un carcere di medie dimensioni. Il tasso ufficiale ora è al 160 per cento, quello reale ben oltre. Il Garante delle persone private della libertà del Lazio, Stefano Anastasia, ha denunciato che nella regione il tasso di affollamento è del 143 per cento, con picchi del 200 per cento nel carcere di Latina. A Taranto i detenuti sono passati da 823 a 859 in un mese, su una capienza di 500 posti: tasso ufficiale al 172 per cento. A Torino Le Vallette sono saliti da 1.488 a 1.518, su 1.119 posti regolamentari. A Parma da 773 a 804. A Biella da 541 a 570, in una struttura che ne dovrebbe contenere 392. A Pescara da 378 a 401, in una struttura con soli 276 posti. A Lecce, uno dei più grandi del Sud con 798 posti regolamentari, i presenti sono passati da 1.402 a 1.425: quasi il doppio della capienza, tasso ufficiale al 179 per cento. A Napoli Poggioreale i detenuti sono 2.276 su 1.616 posti: erano 2.247 in aprile. Bergamo registra 591 detenuti per 319 posti, tasso ufficiale all’185 per cento. A Brescia Canton Monbello il tasso ufficiale tocca il 207 per cento: 377 detenuti in una struttura da 182 posti. Se invece del dato ufficiale si usa quello reale, quello del sito di Dalla Stella che contempla i posti non disponibili, le cifre diventano ancora più pesanti. A Lucca il tasso si avvicina al 250 per cento. A Milano San Vittore supera il 230. A Vigevano sfiora il 240. A Foggia e a Lodi si è già abbondantemente oltre il 200. Non sono percentuali astratte: significano tre persone in celle pensate per una. Persone che dormono in letti a castello a tre piani, che trascorrono la giornata in spazi nei quali non è garantito nemmeno il minimo di tre metri quadrati per persona previsto dalla normativa europea, e in oltre la metà degli istituti visitati non c’è nemmeno una doccia in cella. Il governo che non fa nulla - “Penso che entro il 2026 il problema del sovraffollamento sarà risolto”, aveva dichiarato il ministro della Giustizia Carlo Nordio. Siamo al 9 giugno 2026 e il tasso reale ha appena superato il 140 per cento. Il piano carceri del governo prevedeva 5.739 nuovi posti nel corso di quest’anno. Ma i posti effettivamente disponibili, dall’inizio del 2025 ad oggi, sono diminuiti di 537 unità rispetto al punto di partenza. Non aumentati: diminuiti. La cabina di regia per l’edilizia penitenziaria si riunisce a Palazzo Chigi, i comunicati arrivano, il commissario straordinario Marco Doglio opera. Dentro le sezioni, però, i numeri raccontano altro. L’edilizia penitenziaria non è deflazione: costruire o ristrutturare celle non riduce i detenuti di un solo giorno. Nessuna misura deflattiva è stata varata. La parola indulto resta impronunciabile. L’amnistia è un tabù. Il disegno di legge sulla detenzione domiciliare per tossicodipendenti e alcoldipendenti è ancora bloccato in commissione al Senato: il sottosegretario Alfredo Mantovano ha dovuto fare appello alle opposizioni affinché venga approvato almeno prima della fine della legislatura. Nel frattempo, lo stesso governo ha introdotto negli ultimi anni oltre 55 nuovi reati, 60 nuove aggravanti e 65 inasprimenti sanzionatori. Le carceri si riempiono mentre i reati calano: nel primo semestre del 2025 le denunce erano il 4,8 per cento in meno rispetto all’anno precedente. La pressione sulle celle non dipende da un’ondata criminale. Dipende da scelte legislative che spingono verso la detenzione come risposta a qualsiasi forma di conflitto sociale. Le interrogazioni presentate dalla senatrice Ilaria Cucchi e dalla deputata Stefania Ascari, dopo i suicidi al carcere Due Palazzi di Padova a fine gennaio, sono rimaste senza risposta da parte di Nordio. Senza parlare delle numerose interrogazioni di Giachetti di Italia Viva La garante regionale della Sardegna, Irene Testa, ha chiesto una convocazione straordinaria della Camera per il grave problema che affligge l’isola. Dall’inizio del 2026 si sono già contati 27 suicidi, dopo gli 82 del 2025, per un totale di 108 persone morte suicide in diciotto mesi. E il caldo è arrivato. Ogni estate, nelle prigioni italiane, i mesi tra giugno e agosto producono un’impennata di suicidi, autolesionismo e disordini. In molti istituti mancano i ventilatori, le finestre sono schermate, in cella non c’è la doccia. Con un tasso reale al 140 per cento e senza misure deflattive all’orizzonte, la domanda non è se la situazione peggiorerà nelle prossime settimane. È già realtà. “Non è una questione di clemenza, in carcere sono violati diritti costituzionali” di Angela Stella L’Unità, 11 giugno 2026 “L’emergenza è cronica ma dal 2022 è peggiorata. Migliaia di persone sono sottoposte a trattamenti inumani, non si può chiudere gli occhi solo perché si tratta di autori di reato. Liberiamo chi è prossimo al fine pena e ha un percorso positivo”. Gian Luigi Gatta, Ordinario di Diritto penale presso l’Università degli Studi di Milano e Presidente dell’Associazione Italiana dei Professori di Diritto Penale, siamo alla soglia di una estate rovente. La situazione delle carceri è disastrosa. Il ministro Nordio sostiene che si tratta anche di una situazione ereditata dai precedenti Governi. L’emergenza-carcere è da tempo cronica ma la situazione è molto peggiorata negli ultimi anni. Dall’inizio della legislatura il tasso di sovraffollamento è cresciuto del 16%, passando dal 109,8% al 126,2%. Ci sono 8.516 detenuti in più. Nel complesso erano 56.225 a ottobre 2022; oggi sono 64.741. I posti regolamentari in più sono invece solo 95. D’altra parte, politiche penali che insistono nell’inasprire le pene e aumentare il numero dei reati non possono che produrre sovraffollamento. Secondo l’ultimo rapporto Space II del Consiglio d’Europa il tasso di incarcerazione (numero di detenuti ogni centomila abitanti) è cresciuto in Italia da 90, nel 2022, a 105, nel 2025. Questo governo esclude categoricamente misure clemenziali. Fa tante promesse ma forse non vedranno la realizzazione in questa legislatura. Il Governo ha fallito su questo? Il punto non è la clemenza, ma il rispetto dei diritti fondamentali delle persone detenute. Lo Stato non può tollerare che migliaia di persone siano sottoposte in carcere a trattamenti inumani e lesivi della dignità, della salute e di altri diritti costituzionalmente garantiti. Il principio di uguaglianza non autorizza a chiudere gli occhi, solo perché si tratta di autori di reato. Cosa si potrebbe fare in questo scorcio di legislatura per dare un minimo sollievo ai detenuti? Uno strumento adottato anche da altri Paesi è il rilascio anticipato dei detenuti giunti a fine pena e che abbiano dato buona prova di sé nel percorso di rieducazione. Si otterrebbe già molto, e subito, aumentando con effetto retroattivo l’entità della riduzione di pena per la liberazione anticipata, come proposto in un disegno di legge dall’On. Giachetti, che purtroppo non ha avuto seguito. Quanto potrebbe incidere una decisione positiva della Corte Costituzionale nel giudizio promosso dal Tribunale di Sorveglianza di Firenze in merito alle condizioni inumane del carcere di Sollicciano? Molto, in termini di difesa del principio di umanità della pena. Non però in termini di riduzione del sovraffollamento, che è un problema diverso da quello, più generale, delle condizioni igienico-sanitarie di detenzione e che deve risolvere la politica, non la Corte costituzionale. La questione rimessa alla Consulta riguarda casi del tutto particolari, in cui siano stati esperiti inutilmente tutti i rimedi per evitare detenzioni inumane, come nel carcere di Sollicciano. La questione non riguarda però il tema generale del sovraffollamento. Attenzione a non scaricare sulla Corte responsabilità e aspettative che vanno riposte sull’Amministrazione e sui decisori politici. La Corte difende i diritti individuali: non è poco, ma il sistema va raddrizzato da chi governa il carcere e la politica penale. Un’altra grave patologia del sistema dell’esecuzione penale è quella dei liberi sospesi, coloro che essendo stati condannati con sentenza definitiva a una pena detentiva non superiore a quattro anni attendono spesso per anni la decisione del tribunale di sorveglianza sulla richiesta di una misura alternativa alla detenzione. Sono delle vere e proprie vite sospese. Che fare? Nell’immediato bisognerebbe aumentare gli organici dei magistrati di sorveglianza, del personale di cancelleria e degli uffici per l’esecuzione penale esterna. I liberi sospesi aumentano perché ci sono troppe domande di misure alternative da trattare, in rapporto alle forze disponibili. Il caso Minetti ha riacceso il faro sull’istituto della grazia. In un mondo perfetto forse il Presidente della Repubblica potrebbe anche non conoscere il nome di chi la richiede, perché conta solo il percorso. Lei che idea si è fatto di questa vicenda? Il ‘processo mediatico’, i social e una buona dose di confusione hanno finito per mettere in ultimo piano le ragioni umanitarie alla base della grazia, che è istituto dal quale non può essere escluso, per il principio di uguaglianza, chi è stato protagonista di scandali e pagine negative della recente storia politico-giudiziaria. Questo esecutivo ha approvato, se non erro, quattro decreti sicurezza. Solo norme bandiera? Alcune sì, ma non tutte. Molte norme, che impattano in settori diversi, pongono problemi di compatibilità con i principi costituzionali che non tarderanno a essere valutati nelle aule giudiziarie. Nella maggioranza si è riaperto il dibattito sulle riforme. Chi invoca la responsabilità civile dei magistrati, chi minimi interventi chirurgici. Lei che ne pensa di questa discussione? Sono sempre più convinto che la priorità dovrebbe essere data a interventi mirati di amministrazione attiva, supportati da investimenti, per far funzionare meglio il processo e l’esecuzione penale. Certo, con una campagna elettorale alle porte è più facile proporre riforme identitarie che mettere mano al bilancio dello Stato. Un altro tema di discussione è quello delle intercettazioni. Il Procuratore Nazionale antimafia e antiterrorismo Melillo invoca cautela al Parlamento, in nome del doppio binario. Condivide o pensa che nel doppio binario alcune garanzie vengano meno? Il Procuratore Melillo, nello spirito della collaborazione istituzionale, ha segnalato alcuni evidenti profili di irragionevolezza nella disciplina delle intercettazioni e difficoltà operative. La materia è complessa: si tratta di individuare punti di equilibrio tra garanzie e soluzioni funzionali all’efficace contrasto di criminalità organizzata e terrorismo. Il Parlamento ha approvato l’inserimento delle vittime in Costituzione. Qual è il suo parere? Il diritto penale, nell’Italia repubblicana, tutela da sempre interessi, individuali e collettivi, che fanno capo a persone offese, cioè a vittime di reato. Non è certo necessario declamare la tutela delle vittime nella Costituzione. Farlo può anzi porre, per il futuro, il rischio di alterare qualche equilibrio con gli interessi dell’imputato. Dodici milioni di italiani hanno chiesto una riforma della giustizia al referendum. Da dove ripartire allora? Partirei da una riflessione trasparente e condivisa sui risultati ottenuti rispetto agli obiettivi del PNRR. Sulla riduzione della durata dei processi e dell’arretrato i risultati sono buoni, ottimi nel penale, e vi hanno contribuito in molti, compresi i magistrati, all’esito di un percorso che ha attraversato tre diversi governi. Partirei, insomma, da ciò che può unire, più che dividere e polarizzare il dibattito, come ha fatto il referendum. Da qui al termine della legislatura quali sarebbero a suo parere gli interventi in grado di incidere sul processo in senso più garantista, visto che il gip collegiale, ad esempio, è stato rinviato a febbraio? La priorità è ora la garanzia di chi è detenuto: mi focalizzerei sull’emergenza carcere, più che sul processo, al quale riserverei le riflessioni sul PNRR. I processi durano meno, si prescrivono meno reati e pochi processi terminano in appello o in Cassazione per improcedibilità. Reintrodurre la prescrizione del reato nei giudizi di impugnazione, superando le riforme Bonafede e Cartabia, sarebbe insensato, dati alla mano. Se dovesse dare un voto a questo Governo in materia di giustizia quale darebbe professore? Do voti solo ai miei studenti, che peraltro li danno anche a me! Dal Senato primo ok alla legge sui detenuti tossicodipendenti di Emilio Minervini Il Dubbio, 11 giugno 2026 Approvato in prima lettura al Senato il disegno di legge che consente ai detenuti tossicodipendenti e alcoldipendenti che aderiscono a un programma di recupero di scontare la pena ai domiciliari. Il testo del provvedimento passa ora all’esame della Camera. I sei articoli del provvedimento delineano un regime particolare di detenzione domiciliare e una procedura di definizione anticipata del processo a seguito dell’adesione da parte del detenuto a programmi di cura. La tipologia di percorsi previsti dalla norma è stata ampliata nel corso dell’esame del provvedimento e sono stati inclusi anche quelli semiresidenziali e le strutture pubbliche del Servizio sanitario nazionale. Sono stati inoltre rafforzati i controlli del tribunale di sorveglianza, disciplinati i trasferimenti tra strutture e reso più rigoroso il regime delle revoche. Alcune misure sono state estese agli imputati sottoposti a custodia cautelare ed è stato istituito un fondo sanitario dedicato da oltre 19 milioni di euro annui a partire dal 2026. È stato invece soppresso dalla Commissione il differimento dell’entrata in vigore, consentendo l’immediata applicazione delle nuove disposizioni. La “piena consapevolezza” che il carcere “per chi abbia una dipendenza”, non sia la soluzione e che anzi, “possa costituire un luogo in cui il soggetto peggiori il proprio stato di sofferenza”, ha affermato il senatore di Fratelli d’Italia e segretario della commissione Giustizia di palazzo Madama, Sergio Rastrelli, sta alla base dell’approvazione al Senato di “un provvedimento di grande rilevanza, teso ad ampliare la platea dei soggetti condannati ad una pena detentiva, e con condizione accertata di tossicodipendenza o alcol dipendenza, che possono accedere a programmi di trattamento, disintossicazione e recupero al di fuori delle strutture penitenziarie”. Soddisfazione anche da Fi che accoglie l’approvazione di un ddl che “che rafforza gli strumenti di recupero e reinserimento per i detenuti tossicodipendenti e alcoldipendenti, valorizzando il ricorso alle pene alternative e il ruolo fondamentale delle comunità terapeutiche. Un provvedimento di civiltà giuridica e sociale”, ha dichiarato il senatore e capogruppo di Forza Italia in commissione Giustizia, Pierantonio Zanettin. Per il Pd, e in particolare per il senatore Walter Verini, capogruppo Pd in Commissione Antimafia e segretario della Commissione Giustizia servono però “misure più coraggiose”, come “investimenti sul personale, più opportunità di lavoro e formazione, percorsi di reinserimento sociale e interventi concreti per ridurre il sovraffollamento. Lo impongono il rispetto della dignità delle persone detenute e la stessa sicurezza dei cittadini”. Più critica invece la senatrice dell’Alleanza Verdi e Sinistra Ilaria Cucchi. “Il provvedimento dei ministri Nordio e Schillaci serve forse per prendersi i titoli dei giornali ma non svuota le carceri, che sono al collasso - ha sostenuto Cucchi - I possibili beneficiari, appena il 2% su una platea di oltre 25mila detenuti, e risorse stanziate insufficienti sono la cifra di questo provvedimento. Il governo non può pensare di svuotare le carceri usando le comunità. La cura delle dipendenze non può essere confusa con l’esecuzione della pena”. Cronaca del fallimento del ministro Nordio di Valter Vecellio huffingtonpost.it, 11 giugno 2026 Doveva rivoluzionare la giustizia, invece tutto è come prima, anzi peggio. Basta pensare alle carceri, sovraffollate come non succedeva da tempo, anche di cimici e di zecche. Quando è lo Stato a essere fuori dalla legalità costituzionale. Si dice che le buone intenzioni siano il pavimento delle strade dell’inferno. Non buone, ma ottime erano le intenzioni del ministro della Giustizia, Carlo Nordio: responsabilità civile dei magistrati, riforma della custodia cautelare, separazione delle carriere del giudice e del pubblico ministero; riduzione del potere delle correnti. Un programma di ammirevole coerenza liberale, riformatrice, radicale. Tre anni e mezzo dopo, un bilancio: il referendum sulla separazione delle carriere - la bandiera e il cuore del progetto - bocciato anche per clamorosi, inescusabili errori del ministero e della maggioranza. Su tutto il resto, silenzio, indifferenza. Inerzia colpevole. Intanto accade che la Federazione nazionale sicurezza della Cisl denuncia sovraffollamento e carenza di organici nelle carceri del Lazio. A Roma i casi più critici. A Rebibbia e Regina Coeli sono stipati oltre tremila detenuti, 700 in più del consentito. Nel carcere di Verona un caso di tubercolosi e un detenuto morto di cancro in cella confermano che la situazione sanitaria ha superato ogni limite di accettabilità e umanità. A Venezia una familiare di un detenuto denuncia una situazione fuori controllo: “Sappiamo che sono in prigione, conosciamo il sovraffollamento, ma devono poter stare almeno in ambienti igienici. Alcuni sono divorati dai parassiti”. Una proliferazione di cimici, e non sarebbe neppure la prima volta. Carcere di Avellino, seicento detenuti. Personale sanitario in servizio: due infermieri. Quando uno è malato o in ferie, rimane uno solo: per seicento reclusi distribuiti su più padiglioni, in una struttura che manca anche di acqua corrente nelle ore notturne. Sovraffollamento e salute mentale i problemi che emergono dallo stato dei penitenziari in Toscana. Per il garante regionale dei detenuti “I suicidi continuano a rappresentare un fenomeno grave e significativo all’interno degli istituti penitenziari”. A Siracusa il garante regionale dei detenuti, denuncia un sistema al collasso: “Zecche nere appese ai tetti. Dappertutto. In alcuni periodi cadono nei piatti dei detenuti mentre mangiano”. Sono solo alcuni “frammenti” di notizie raccolte in questi primi giorni di giugno. Più in generale: l’associazione Antigone fa sapere che oltre 6.500 detenuti nel 2025 sono stati sottoposti a trattamenti inumani e degradanti e i loro ricorsi sono stati accolti da un Tribunale di sorveglianza. Più di 15 ricorsi al giorno. Il carcere in Italia, è tecnicamente fuori dalla legalità costituzionale. Aggiungiamo circa mille italiani che ogni anno pagano le conseguenze di detenzioni che si rivelano ingiuste, senza che nessun magistrato paghi, nemmeno con freni alla carriera, per gli sbagli commessi. Parlano di giustizia, di difesa della Costituzione. Nei fatti, nel concreto? Le carceri italiane hanno raggiunto il record dell’ultimo decennio: quasi 65 mila detenuti, affollamento al 139% e 30 bambini reclusi con le madri. Sono dati ufficiali, aggiornati al 31 maggio 2026 e diffusi dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria: le persone detenute sono ormai 64.741, il numero più alto registrato nell’ultimo decennio. Il quadro complessivo che emerge conferma un, se possibile, ulteriore peggioramento delle condizioni di detenzione in Italia. In parallelo la cronica carenza di risorse e spazi adeguati. In estrema sintesi: un fallimento su tutta la linea. Decreto legge sulla giustizia, i sindacati minacciano il ritiro dal CCNI sulle famiglie professionali di Pietro Menzani Il Sole 24 Ore, 11 giugno 2026 Per i sindacati, i contenuti del decreto legge in materia di giustizia varato dal Consiglio dei ministri costituiscono “un attacco gravissimo al sistema della contrattazione collettiva e, con esso, alla democrazia sindacale”. In una nota congiunta indirizzata al ministro della Giustizia Carlo Nordio e al viceministro Paolo Sisto, Unsa Confsal, Cisl Fp, Confintesa Fp, Uilfp Giustizia e Flp hanno richiesto la convocazione urgente di un tavolo di confronto, minacciando il ritiro della sottoscrizione del CCNI sulle famiglie professionali del 29 aprile 2026. La contestazione nasce dalle dichiarazioni del viceministro Sisto, che, come si legge nella nota divulgata, ha affermato che il decreto destinerebbe gli addetti all’Ufficio per il processo a operare in diretta collaborazione con i magistrati “salvo casi di urgente e comprovata necessità” e introdurrebbe per il personale non stabilizzato o non idoneo a una prova attitudinale una proroga di tre mesi con destinazione alle sezioni specializzate per l’immigrazione. Le sigle sindacali affermano di ritenere queste novità estremamente gravi “sotto il profilo del merito e, ancor prima, del metodo”. Le critiche nel merito - Dal punto di vista del merito, secondo i sindacati, “la definizione legislativa dei compiti degli addetti Upp contraddice il quadro normativo e contrattuale vigente, che già delinea quel ruolo: il D.Lgs. 151/2022, il CCNI sulle famiglie professionali del 29 aprile 2026 e la circolare Dog del 21 dicembre 2021. In sede di sottoscrizione del CCNI erano state rappresentate riserve e preoccupazioni sul perimetro delle mansioni: esse trovano oggi puntuale conferma”. Unsa Confsal, Cisl Fp, Confintesa Fp, Uilfp Giustizia e Flp proseguono spiegando che “la clausola “salvo casi di urgente e comprovata necessità” rischia per di più di riaprire l’impiego generalizzato in attività di cancelleria, ribaltando l’impegno - assunto pubblicamente dallo stesso viceministro il 29 aprile - a un utilizzo “solo in via residuale e ove strettamente necessario”. Per quanto concerne il personale non stabilizzato, invece, i sindacati sostengono che l’impiego di questi lavoratori “come dotazione di supporto alle sezioni stralcio in materia di immigrazione, con una proroga di soli tre mesi, non è una risposta: è l’uso di professionalità mature come tappabuchi per una funzione diversa da quella per cui sono stati reclutati e formati, in luogo della stabilizzazione strutturale che il Governo stesso dichiara di voler perseguire “nel tempo”. La prospettiva non può restare un’enunciazione: deve tradursi in atti”. I problemi nel metodo - Sul fronte del metodo, poi, i sindacati affermano che “il 29 aprile 2026, presso codesto ministero, le scriventi organizzazioni sindacali hanno sottoscritto il CCNI stralcio che definisce le famiglie professionali e le relative competenze, in attuazione dell’art. 18 del Ccnl Comparto Funzioni Centrali 2019-2021. Definire oggi per decreto-legge i compiti e la collocazione professionale degli addetti Upp significa intervenire, in via unilaterale e legislativa, sulla medesima materia che quell’accordo ha disciplinato in via contrattuale, svuotandola di significato e sottraendola alla contrattazione integrativa cui essa appartiene”. Secondo le sigle di settore si tratta di “un vulnus gravissimo alla contrattazione e alle relazioni sindacali: si sottoscrive un accordo e, a poche settimane di distanza, lo si aggira con la norma”. La richiesta di un confronto - Proprio per questo, se il metodo e i contenuti del decreto venissero confermati, le sigle sindacali “ritireranno la propria sottoscrizione del CCNI sulle famiglie professionali del 29 aprile 2026, non potendo mantenere l’adesione a un accordo contestualmente svuotato per via legislativa”. Il risultato, come spiegano Unsa Confsal, Cisl Fp, Confintesa Fp, Uilfp Giustizia e Flp, sarebbe “il venir meno delle famiglie professionali riferite al ruolo Upp e, con esso, l’impossibilità di procedere alle relative assunzioni, le ricadute sulle dotazioni organiche, nonché ogni ulteriore effetto, anche di natura patrimoniale e contabile, connesso a tale circostanza”. Il Csm approva le nuove linee guida sulla comunicazione dei magistrati di Giulia Merlo Il Domani, 11 giugno 2026 Il testo prevede che, se un ufficio giudiziario ha diffuso una comunicazione sulle indagini preliminari, sarà poi tenuto ad adottare “successivi comunicati di aggiornamento in presenza di archiviazioni, revoche, annullamenti, proscioglimenti, secondo criteri di tempestività, visibilità e proporzionalità informativa rispetto alla comunicazione iniziale”. Dopo un plenum fiume, il Consiglio superiore della magistratura ha approvato le nuove linee guida sulla comunicazione degli uffici giudiziari, che aggiornano quelle precedenti alle nuove previsioni legislative in materia di presunzione di innocenza. La votazione, due volte rinviata, è stata molto complessa: inizialmente approvato all’unanimità in commissione, il testo ha poi subìto uno stop in seguito alle polemiche sui giornali che hanno sollevato il timore che potesse diventare una sorta di bavaglio. L’aspetto considerato più problematico dai critici riguardava l’obbligo per un ufficio che abbia divulgato un comunicato stampa relativo alle indagini preliminari di dare conto di decisioni di segno opposto arrivate successivamente alla prima comunicazione. Sul punto è stato presentato un emendamento - poi bocciato 10 a 20, con 2 astenuti - da parte dei togati di Area, che prevedeva “l’eliminazione di un dovere generalizzato di rettifica (termine che implica in sé l’erroneità della notizia data) e valorizzazione del rapporto con gli organi di informazione, i quali restano gli unici titolari della valutazione dell’interesse alla pubblicità delle notizie, fermo il diritto-dovere dell’ufficio giudiziario di darvi diffusione nel caso di ritenuto interesse per la collettività”. Marcello Basilico ha spiegato il senso dell’emendamento: “Non dobbiamo indurre a comunicare di meno e avere solo l’ossessione della reputazione. Dobbiamo indurre i colleghi a comunicare di più e meglio”. Infine, il testo è stato approvato a maggioranza, con 4 contrari e 3 astenuti, nella formulazione della commissione, solo con alcuni chirurgici emendamenti. Il nuovo testo prevede che “quando l’ufficio abbia diffuso una comunicazione relativa a indagini preliminari, misure cautelari o altri atti a forte impatto reputazionale, con individuazione nominativa delle persone coinvolte, esso cura, su richiesta dell’interessato o, nella fase delle indagini preliminari, anche d’ufficio, l’adozione di successivi comunicati di aggiornamento in presenza di archiviazioni, revoche, annullamenti, proscioglimenti, secondo criteri di tempestività, visibilità e proporzionalità informativa rispetto alla comunicazione iniziale”. La relatrice della delibera, la consigliera laica di centrodestra Claudia Eccher, ha parlato di “pagina importante e di portata storica per la tutela dei diritti dei cittadini, della presunzione di innocenza e della reputazione delle persone coinvolte nei procedimenti penali” e ha definito la delibera “una scelta di grande equilibrio e responsabilità, aggiornando le regole sulla comunicazione istituzionale della magistratura alla realtà del nostro tempo. Nell’ecosistema digitale, infatti, una notizia giudiziaria non si esaurisce più nella cronaca del giorno dopo, ma resta indicizzata, permanente e capace di produrre effetti duraturi sulla vita personale, familiare e professionale dei cittadini. Le nuove Linee guida non rappresentano una limitazione del diritto di cronaca, ma definiscono criteri chiari, oggettivi e non discriminatori per garantire una comunicazione corretta, sobria, tracciabile e rispettosa dei diritti fondamentali”. In plenum il dibattito si è protratto per oltre tre ore e sono intervenuti quasi tutti i consiglieri. Nessuno contrario alle linee guida, ma tutti con una chiave per interrogarsi sui principi in gioco: la presunzione di innocenza di un indagato, gli effetti dannosi del processo mediatico, il diritto all’oblio. In particolare, si è dibattuto molto sul presunto carico burocratico che le linee guida imporrebbero agli uffici, tenuti appunto a dare conto della prosecuzione delle indagini nel caso di un primo comunicato. “Guardiamo in faccia la realtà: una notizia lanciata nella fase iniziale delle indagini rimane online per sempre, assumere l’onere di una comunicazione successiva non è un fardello burocratico, ma un dovere etico e di civiltà giuridica. Se si ritiene sia utile comunicare dell’inizio dell’azione penale, si deve avere lo stesso rigore nell’indicarne il ridimensionamento o la cessazione”, ha ragionato Eccher, aggiungendo che “parlare di bavaglio è una falsificazione degli intenti, si rendono operativi principi e regole che sono capisaldi dell’ordinamento giuridico”. Sul punto è intervenuto anche il procuratore generale della Cassazione, Piero Gaeta, che ha sottolineato come, però, “il diritto all’oblio è un diritto indisponibile, dunque bisognerebbe valutare se l’interessato abbia interesse a che prosecuzione del procedimento si comunichi” e ha proposto un emendamento per cui la pubblicazione successiva avvenga su richiesta di parte e non su iniziativa del magistrato. Dubbioso anche primo presidente della Cassazione Pasquale D’Ascola, secondo cui il rischio è che effettivamente ci sia una riduzione dell’informazione, perché le linee guida potrebbero di produrre l’effetto che “gli uffici non diano più notizie per non avere poi gli oneri successivi”, ha detto chiedendo che il testo tornasse in commissione. Di avviso opposto il consigliere di Unicost, Marco Bisogni, che ha ricordato come “se gli uffici decidono in modo autonomo di dare comunicazione di una indagine, lo decidono loro: è una scelta che l’ufficio adotta quando ritiene che quella comunicazione sia importante, non per l’ufficio ma perché nella fase delle indagini preliminari ha interesse pubblico. Una volta che l’ufficio ritiene che questo interesse è talmente predominante rispetto al principio di innocenza, non si capisce come questa scelta iniziale della procura non possa seguire a un aggiornamento che impatta sulla reputazione dell’indagato, né perchè debba essere rimessa a soggetto diverso da quello che ha deciso inizialmente”. Quanto alla burocrazia aggiuntiva che le linee guida provocherebbero è intervenuto il consigliere indipendente Roberto Fontana, che ha riportato i numeri dei comunicati stampa e conferenze stampa nel 2025: 29 comunicati e nessuna conferenza stampa a Milano; 6 comunicati e nessuna conferenza stampa a Torino, 5 comunicati e nessuna conferenza stampa a Genova; 29 comunicati e nessuna conferenza stampa a Venezia. “Prospettare grandi ricadute in termini di attacco al diritto dell’informazione o di oneri burocratici mi sembra enfatico”, ha detto Fontana. Questo ha corroborato la tesi di Bisogni, secondo cui “il problema non è organizzativo ma culturale”. Anche la togata di Magistratura indipendente Bernadette Nicotra ha parlato di necessità di una “simmetria informativa tra notizia iniziale e assoluzione”, tuttavia “anche l’avvocatura deve fare autocritica, ogni volta che fa circo mediatico trasferendo la difesa nei talk show come sta accadendo con Garlasco”. Il laico Felice Giuffrè ha aggiunto che “il tema non è impedire alla stampa di informare i cittadini ma evitare che la fase delle indagini preliminari, in cui la gestione dell’informazione è interamente nelle mani della procura, si trasformi in un processo parallelo mediatico”. La conclusione più netta è stata quella della laica di centrodestra Isabella Bertolini, favorevole alle linee guida ma scettica sugli effetti: “Non è la delibera dei miracoli, mostra le storture ed è un monito, ma senza sanzioni. Verrà rispettata? Questa delibera è un richiamo alla continenza, ma già oggi ci sono i mezzi per fare corretta informazione”. Ora le linee guida verranno trasmesse ai dirigenti degli uffici, al ministro della giustizia e al presidente del Comitato direttivo della Scuola superiore della magistratura. Il Csm sventa gli attacchi esterni: sì alle norme anti-gogna di Simona Musco Il Dubbio, 11 giugno 2026 Sancito il diritto alla reputazione. I consiglieri: non è un auto-bavaglio. Bocciato il tentativo di Area di riscrivere le regole. Nessun autobavaglio. Nessuna autocensura. Dopo giorni di tensioni e polemiche, il Csm ha approvato le nuove linee guida sulla comunicazione giudiziaria, destinate a rafforzare la tutela reputazionale delle persone coinvolte nei procedimenti, limitare il ricorso alle conferenze stampa e introdurre l’obbligo di aggiornare le informazioni diffuse dagli uffici sugli sviluppi delle indagini e dei processi. Il testo è passato con quattro voti contrari e tre astensioni, sostanzialmente nella sua formulazione originaria, con i correttivi proposti da Unicost, dalla consigliera di Md Mimma Miele, dall’indipendente Roberto Fontana e dal procuratore generale. Un messaggio forte e chiaro inviato, soprattutto, a chi, dall’esterno (stampa e singoli magistrati), ha tentato di “condizionare” i lavori del plenum, preconizzando una limitazione al diritto di informazione che ne esce, in realtà, ampliato. Con un piccolo dettaglio: dovrà tutelare non solo il diritto di essere informati, ma anche quello alla reputazione. Bocciato invece l’emendamento sostitutivo di Area, che avrebbe trasformato alcuni obblighi in semplici facoltà, spostando di fatto sulla stampa la responsabilità della completezza dell’informazione. Un esito che smentisce quanti, dentro e fuori la magistratura, avevano denunciato il rischio di una compressione del diritto di cronaca. Per la maggioranza del Consiglio, infatti, il diritto all’informazione esce rafforzato, purché sia completo e non si esaurisca nella diffusione dell’ipotesi accusatoria. A rivendicare il significato della delibera è stato il vicepresidente Fabio Pinelli. “Questo dibattito dimostra che l’affermazione di nuovi diritti richiede un percorso culturale faticoso, lento e a volte tortuoso”, ma soprattutto “ha il merito di mettere al centro il diritto alla reputazione come il nuovo diritto fondamentale della modernità”. Un bene che, a suo giudizio, necessita di una tutela più incisiva: “Oggi sembra quasi più facile recuperare la libertà che la reputazione”. Per questo Pinelli si è detto “fiero che il plenum abbia contribuito a qualificarla come un diritto primario”. Le nuove regole, ha aggiunto, tutelano anche l’imparzialità del giudice, non sempre “immune da condizionamenti esterni, anche involontari”, soprattutto nei processi con giudici popolari. E fissano un principio destinato a diventare il cardine della nuova comunicazione giudiziaria: “Il diritto di informazione è tale se l’informazione è corretta e completa”. Se gli sviluppi successivi smentiscono l’impostazione iniziale, ha spiegato, occorre aggiornare il quadro informativo per evitare che resti “per sempre una narrazione non più corrispondente al vero”. Perché il diritto all’informazione “non può essere parziale”. Ad aprire il confronto è stata la relatrice laica Claudia Eccher, che ha illustrato il testo insieme al togato di Unicost Michele Forziati. “Ci troviamo di fronte a un aggiornamento necessario, maturo e profondamente al passo con i tempi”, ha affermato, respingendo le accuse di voler introdurre un bavaglio alla stampa. “La realtà è esattamente opposta”. Secondo Eccher, “la giustizia si amministra nelle aule di tribunale, non nei talk show o sulle prime pagine dei giornali prima ancora che il processo sia iniziato”. L’obiettivo non è sottrarre informazioni ai cittadini, ma “limitare l’enfasi e l’estemporaneità che troppe volte hanno trasformato le indagini preliminari in condanne mediatiche anticipate”. Da qui la scelta di imporre comunicazioni di aggiornamento. “Una notizia giudiziaria lanciata nella fase iniziale delle indagini rimane indicizzata nei motori di ricerca per sempre”, producendo effetti personali e professionali spesso “più rapidi, duraturi e devastanti del successivo accertamento processuale”. Assumersi l’onere di aggiornare quelle informazioni, ha osservato, “non è un fardello burocratico”, ma “un dovere etico e di civiltà giuridica”. Per questo parlare di bavaglio rappresenta “una radicale falsificazione degli intenti e del testo stesso della delibera”. Nessuna censura, dunque, ma un adeguamento “della tutela costituzionale della persona alla realtà tecnologica del nostro tempo”. A sostenere con forza questa impostazione è stata Unicost. Marco Bisogni ha ricordato che “nel 2026 la presunzione di innocenza si completa necessariamente con la protezione reputazionale”, perché viviamo in una società in cui i rapporti tra le persone si fondano sempre più sulle informazioni disponibili online. La comunicazione nelle indagini preliminari, ha chiarito, non è un obbligo ma una scelta dell’ufficio giudiziario. Tuttavia, “una volta che l’ufficio decide che tale interesse è talmente predominante da rendere temporaneamente soccombente la presunzione di innocenza, deve assumersene la responsabilità”. Un’impostazione condivisa da Roberto Fontana, secondo cui i pochi comunicati diffusi annualmente dalle procure dimostrano che gli aggiornamenti non costituiscono “un gravame di lavoro insopprimibile o un’opera titanica per gli uffici giudiziari”. Dietro molte obiezioni, ha osservato ancora Bisogni, si nasconde piuttosto “una resistenza culturale rispetto alla scelta che si sta compiendo”. Da qui la critica all’emendamento di Area: “Se la magistratura non si farà carico delle storture generate da questa stessa comunicazione, sarà impossibile fermare un treno che corre verso la progressiva degenerazione del concetto stesso di processo penale”. A tentare di salvare la proposta alternativa è stato Marcello Basilico. Pur riconoscendo che “le questioni poste sono reali, a partire dalla tutela reputazionale nell’era delle evoluzioni tecnologiche”, il consigliere di Area ha messo in guardia da un possibile “effetto frenante sull’attività dei magistrati”. A suo giudizio la rete di obblighi e divieti prevista dalla delibera rischia di alimentare timori disciplinari e di accreditare l’idea di una magistratura finora indifferente alla tutela della reputazione dei cittadini. “Un presupposto che respingo”. È però proprio questo il punto rivendicato dai sostenitori della riforma. Per Bernadette Nicotra, togata di Magistratura indipendente, “dobbiamo tutti evolvere verso una giustizia penale in cui la tesi dell’accusa sia considerata, a tutti i livelli, una mera ipotesi iniziale in attesa di verifica giudiziale e non una condanna anticipata”. La delibera, ha spiegato, punta a responsabilizzare magistrati e uffici nell’uso di “un linguaggio sobrio ed equilibrato”. Un principio che, ha aggiunto, dovrebbe valere anche per avvocati e giornalisti. Tra gli interventi più netti quello del togato di Unicost Antonino Laganà: “Il 95 per cento dei problemi della magistratura è arrivato dalle manie di protagonismo giudiziario di tanti, troppi pubblici ministeri”. Una riflessione condivisa dal laico di Italia Viva Ernesto Carbone, che ha richiamato il valore concreto del garantismo: “Il contrappeso all’azione penale obbligatoria è il garantismo. E chi deve essere il primo garantista, quando si tratta di un’indagine? Il pm”. Un concetto ribadito dall’indipendente Andrea Mirenda, secondo cui “il nucleo fondamentale” della delibera consiste nella “responsabilizzazione della magistratura a tutela del valore reputazionale della persona”. Un tema sul quale la magistratura sconta ancora “un grave ritardo culturale”. Non sono bastati, ha osservato, “l’enunciazione astratta della presunzione di innocenza, il regime della segretezza o gli altri rimedi ordinamentali finora adottati”. Da qui il dovere del Csm di colmare quel vuoto e di offrire “un segno tangibile di prossimità rispetto alle istanze profonde che provengono dal Paese”. Sulla stessa linea Felice Giuffrè, che ha escluso qualsiasi “compressione del diritto di cronaca”. L’obiettivo, ha spiegato, non è impedire alla stampa di informare ma evitare che le indagini preliminari si trasformino in “un processo parallelo mediatico”. Citando il caso Garlasco, ha invitato il Consiglio a utilizzare quella vicenda per una riflessione. “La credibilità della magistratura, la sua autorevolezza e la sua indipendenza non si difendono attraverso una comunicazione muscolare o personalizzata”. Si difendono, invece, “attraverso la sobrietà istituzionale e digitale, attraverso la qualità delle decisioni e attraverso il rispetto rigoroso delle garanzie”. Perché “la presunzione di non colpevolezza non è un fastidioso ostacolo formale: è il fondamento stesso della giurisdizione penale in uno Stato di diritto”. Emilia Romagna. Il Garante: “Carceri vecchie e sovraffollate, in regione la situazione è pessima” di Paola Pagnanelli Il Resto del Calino, 11 giugno 2026 Sos di Giulianelli: a Montacuto dodici in una cella dormivano per terra, suicidio sventato a Pesaro “Tanti progetti per i detenuti, ma senza un ambiente adeguato l’opera di rieducazione è difficile”. “Tra sovraffollamento e strutture vetuste, la situazione nelle carceri marchigiane è pessima”. Non fa giri di parole l’avvocato Giancarlo Giulianelli, confermato per il secondo quinquennio garante regionale per i diritti. “A parte l’isola felice del Barcaglione - aggiunge -, sto avvertendo in numerosi contesti delle criticità. Sono già intervenuto al dipartimento dell’amministrazione penitenziaria e al ministero, perché alcune situazioni si risolvessero in tempi brevi. In particolare, ci sono carenze strutturali a Fermo e Montacuto, ma non solo lì”. Che tipo di carenze? “In primo luogo il sovraffollamento, poi le strutture. A Fermo, un ex convento riadattato, la situazione è drammatica, mancano le docce nelle stanze di pernottamento, e con 70 detenuti invece dei 50 consentiti i letti a castello sfioravano il soffitto, con rischi per l’incolumità. Dopo il mio intervento la situazione è un po’ migliorata, ma resta difficile. A Marino del Tronto, oltre al sovraffollamento c’è il problema dei presidi del 41 bis: la struttura ha finestre più piccole, c’è una schermatura nello spazio per l’ora d’aria. Inoltre lì c’è l’articolazione per il trattamento della salute mentale, ma quel carcere è del tutto inadeguato per questo scopo, nonostante lo sforzo encomiabile della direzione e della polizia penitenziaria. A Pesaro ci sono infiltrazioni d’acqua, pochi giorni fa è stato sventato un tentativo di suicidio, si registrano liti tra bande rivali e anche il sindacato della polizia penitenziaria ha chiesto il rafforzamento degli organici. Montacuto presenta allarmanti condizioni di sovraffollamento, che rende a volte impossibile la vita quotidiana nelle celle: sono dovuto intervenire perché si era arrivati a fare dormire dodici detenuti a terra”. Come si controlla un carcere in queste condizioni? “La polizia penitenziaria fa sforzi encomiabili, sono loro i primi garanti. In un ambiente tranquillo stanno bene i detenuti, e questo è il mio interesse principale, ma anche la polizia penitenziaria. L’ambiente deve consentire al detenuto di scontare la sua pena, ma deve anche permettere l’opera di rieducazione, che altrimenti è difficile proporre. E senza rieducazione, la detenzione è più dannosa che utile. L’impegno di polizia penitenziaria, direzioni degli istituti, procura generale e magistratura di sorveglianza consente di guardare con fiducia a quanto si sta facendo di positivo”. Come è coinvolto l’ufficio del garante? “Con progetti che sono un fiore all’occhiello. Non finirò mai di ringraziare volontari e associazioni, che cercano di portare il loro contributo, affinché anche la comunità esterna possa partecipare all’attività di rieducazione. E poi le scelte della giunta Acquaroli, che ha messo a disposizione direttamente o attraverso fondi Fse-Fesr risorse significative: l’ultimo di questi progetti è quello del Barcaglione, dove si è concluso il quarto corso di aiuto cuoco finanziato con fondi regionali, con una ventina di partecipanti e quattro ammessi agli stage esterni. Con progetti come questo, il mio ufficio ha visto i fondi decuplicarsi dalla prima nomina a oggi, passando da 30mila a 450mila euro per attività in carcere”. Quali sono questi progetti? “Il primo è ‘La casa in riva al mare’ all’interno di Musicultura, che vede coinvolti 25 detenuti non solo nella votazione per il premio, ma anche con incontri, lo studio dei testi, l’interesse verso forme moderne di musica. Questa è la terza edizione di Musicultura a cui partecipiamo e c’è il mio impegno a proseguire negli altri cinque anni di mandato. Questa attività è estremamente benefica per la comunità del carcere, nascono anche amicizie, come quella tra Enzo Nannipieri, direttore del festival, e un detenuto. Al Barcaglione ha dato vita a ricadute positive anche nella polizia penitenziaria e nella magistratura di sorveglianza, tanto che si sono individuati spazi per la stanza della musica. Anzi, faccio appello ai produttori di strumenti affinché possano donarli, per organizzare lezioni di musica in carcere. Poi ci sono altre iniziative come La punta della lingua, Cortodorico, le attività con i ceramisti di Urbania a Pesaro, il vigneto e la cantina sociale a Montacuto, il percorso botanico alla Rems di Macerata Feltria. E poi i poli universitari a Fossombrone con Urbino, a Montacuto con la Politecnica. Non posso non ringraziare il rettore McCourt e Katia Giaconi per il progetto di un podcast a Fermo, concluso con la donazione di tutto il materiale tecnico al carcere”. E il carcere a Macerata? “In tribunale, oggi, si terrà una tavola rotonda con la Camera penale, l’Ordine degli avvocati e la procura su un tema che mi sta molto a cuore. A Macerata dobbiamo pensare a un istituto penitenziario nuovo nella metodica, nel coinvolgimento della comunità esterna. Invito tutti a partecipare a questo incontro. Macerata è l’unica provincia italiana con la corte d’assise e l’ufficio di sorveglianza senza un carcere”. Il problema è dove realizzarlo... “La mia idea iniziale era a Macerata, vicino al tribunale. Ma non posso ignorare la situazione di Camerino. Un istituto penitenziario lì avrebbe una valenza, perché il carcere è una risorsa per la città, economica e sociale. Pesaro ha tre istituti, Ancona due, Ascoli e Fermo uno ciascuno, Macerata nessuno. Si potrebbe pensare a una struttura tipo Barcaglione. In ogni caso, al di là delle utopie non possiamo fare a meno del carcere, ma dobbiamo cambiare l’approccio, perché il terzo comma dell’articolo 27 della Costituzione non resti sulla carta. Per questo è necessaria la partecipazione della comunità esterna e su questo mi sto battendo, anche con le aziende locali”. Chieti. Detenuto suicida in carcere, alla famiglia risarcimento da 600mila euro certastampa.it, 11 giugno 2026 Se è morto in carcere, la colpa è dello Stato e della Asl. A otto anni dai fatti arriva una svolta giudiziaria sulla morte di un detenuto aquilano di 37 anni, trovato senza vita all’interno della casa circondariale di Chieti il 23 aprile 2018. La Corte d’Appello civile dell’Aquila ha infatti riformato integralmente la decisione di primo grado, accogliendo le richieste avanzate dai familiari dell’uomo e riconoscendo precise responsabilità a carico delle amministrazioni coinvolte. Come racconta il Messaggero, con la nuova sentenza, il Ministero della Giustizia e la Asl Lanciano-Vasto-Chieti sono stati condannati in solido al risarcimento dei danni nei confronti dei parenti della vittima, per un importo complessivo vicino ai 600 mila euro. Secondo i giudici di secondo grado, la tragedia non sarebbe stata inevitabile. Dall’esame degli atti emerge infatti che la documentazione clinica descriveva infatti una situazione di crescente sofferenza, caratterizzata da episodi di agitazione, rifiuto delle cure e continue richieste di assistenza. Nonostante questi segnali, secondo la sentenza non sarebbero state attivate misure specifiche di sostegno psicologico. I giudici ritengono insufficiente l’attività di vigilanza tanto che era stata lasciata al detenuto una cintura, con la quale si è suicidato, nonostante avesse già manifestato intenzioni autolesionistiche. Padova. +Europa: “Troppi detenuti in carcere, ampliare il ricorso alle misure alternative” agi.it, 11 giugno 2026 Una delegazione di +Europa ha fatto visita alla Casa circondariale di Padova per incontrare i detenuti. In seguito, il colloquio con la direzione del carcere in cui si sono affrontati varie tematiche, tra cui il sovraffollamento dell’istituto. Sovraffollamento delle carceri, criticità del sistema penitenziario. Una delegazione di +Europa in visita alla casa circondariale di Padova per vedere e constatare di persona la situazione. All’interno l’incontro con i detenuti e con il personale di polizia penitenziaria e poi il confronto con la direzione dell’istituto penitenziario. Tante le tematiche affrontate, tra cui il problema del sovraffollamento. Troppi detenuti nelle carceri. Sopraffollamento che mina i progetti lavorativi, educativi e di reinserimento sociale. Per +Europa è necessario ampliare il ricorso alle misure alternative alla detenzione per chi è in attesa di sentenza definitiva e creare percorsi alternativi per i detenuti coinvolti in reati legati alle dipendenze. Si è parlato di sovraffollamento, delle attività svolte dai detenuti e non solo. Nell’incontro con la direzione della casa circondariale, ci si è poi soffermati su un altro tema, quello dell’elevata presenza di stranieri nelle carceri italiane, non solo a Padova. Augusta (Sr). La missione di Gelardi: educare i detenuti al bello di Giorgio Càsole La Sicilia, 11 giugno 2026 “La bellezza salverà il mondo”, tratta dal romanzo L’idiota di Fëdor Dostoevskij, è una di quella belle frasi, divenuta una massima, che ogni tanto si ripete. Non so se Antonio Gelardi ci credeva. Sono convinto che ci credeva per salvare i detenuti. Me ne resi conto quasi subito quando, nel 1987, fui invitato all’inaugurazione del carcere di massima sicurezza di Augusta, in contrada Piano Ippolito, di cui era direttore. Si capiva che il suo desiderio più vivo era quello di trovare le risorse per “educare i detenuti al bello”, fermamente convinto che l’acquisizione di questa sensibilità estetica possa, se non migliorare questi uomini, almeno non farli peggiorare. Per questo, nel 1990, accettò la mia proposta di un corso di educazione al teatro con la finalità di produrre uno spettacolo con i detenuti, un’esperienza mai tentata dalle nostre parti, con precedente a Roma, Napoli, Brescia. Ricordo che i detenuti furono lieti di mettere in scena un classico dialettale siciliano, “I civitoti in pretura”, l’atto unico di Nino Martoglio, che li fece divertire durante i mesi di prova e fece divertire ancora di più tutti i compagni di detenzione presenti nel 1991, nella grande sala adibita a teatro. Mettere in scena un processo, seppure farsesco, in un’aula di giustizia, con i suoi paradossi e le maschere popolari proprio davanti a un pubblico di detenuti, provocò un corto circuito formidabile. La risata liberatoria nasceva anche dal piacere di vedere esorcizzato quel mondo della giustizia e dei codici con cui ognuno doveva fare i conti quotidianamente. Gelardi proseguì con altri registi. Tornai a Piano Ippolito nel 2013 con alcuni miei alunni, disponibili a interagire con i detenuti con il canto e la musica. Demmo vita al festival della canzone partenopea in carcere. Milano. InGalera, oltre il ristorante: la sfida di raccontare davvero il carcere di Cesare Burdese Ristretti Orizzonti, 11 giugno 2026 La sera del 9 giugno scorso, ho cenato presso InGalera, il ristorante attivo all’interno della Casa di Reclusione di Bollate, ospite del Bagatto, storico ed esclusivo circolo culturale torinese. Per molti dei partecipanti, totalmente estranei alla realtà penitenziaria, è stata un’esperienza originale e stimolante: l’occasione di varcare una soglia normalmente preclusa e di entrare in contatto con un mondo sconosciuto. Per me è stata soprattutto un’opportunità di una ulteriore riflessione sui modi attraverso i quali la pena detentiva possa offrire alle persone detenute concrete possibilità di formazione professionale e di reinserimento sociale, in coerenza con il dettato costituzionale e come tutto ciò sia possibile comunicarlo all’opinione pubblica. Ad accoglierci è stata Silvia Polleri, ideatrice e anima del progetto, che ha illustrato la nascita e le finalità dell’iniziativa: fornire competenze professionali reali, creare opportunità di lavoro e contribuire alla riduzione della recidiva attraverso un percorso di responsabilizzazione. Con le mie parole rivolte agli astanti ho collocato questa esperienza nella cornice dell’articolo 27 della Costituzione, secondo cui le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Da questo punto di vista InGalera rappresenta senza dubbio una delle più riuscite applicazioni di quel monito: un esempio concreto e virtuoso che dimostra come il lavoro possa diventare uno strumento autentico di cambiamento. Proprio per questo, tuttavia, essa rimane ancora un’eccezione nel panorama di un sistema penitenziario nazionale segnato da croniche carenze strutturali, sovraffollamento e insufficienza delle opportunità trattamentali, dove l’ozio forzato segna la quotidianità detentiva dei più. Lo spirito del progetto merita pur tuttavia un apprezzamento senza riserve. La costante presenza di pubblico e il significativo coinvolgimento delle persone detenute in un’attività lavorativa vera, con responsabilità reali e standard professionali elevati, ne testimoniano il successo. Più problematico appare, a mio parere, invece, il modo in cui la realtà carceraria in quel luogo viene rappresentata ai visitatori. Se l’obiettivo di InGalera è mostrare il carcere come ambito di lavoro, responsabilità e reinserimento sociale, il nome stesso del ristorante, i manifesti cinematografici a sfondo carcerario sulle pareti, la denominazione dei vini serviti con richiami legati al carcere, producono un effetto ambiguo. Da un lato questi elementi rendono immediatamente riconoscibile il contesto e suscitano curiosità. Dall’altro rischiano di consolidare proprio quell’immaginario fatto di sbarre, evasione, criminalità e separazione dal mondo che il progetto vorrebbe contribuire a superare. Invece di dimenticare, almeno per qualche ora, di trovarsi all’interno di un istituto penitenziario e concentrarsi sul tema del lavoro svolto dalle persone detenute, il visitatore viene continuamente ricondotto alla dimensione carceraria. Quei nomi, quelle citazioni e quell’allestimento degli ambienti richiamano costantemente il luogo della detenzione. Come se il carcere dovesse rimanere sempre in primo piano, trasformandosi esso stesso in elemento narrativo e, in certa misura, anche commerciale. È una scelta che solleva una domanda di fondo: se l’obiettivo è normalizzare la presenza delle persone detenute attraverso il lavoro e l’incontro con la società civile, perché continuare a enfatizzare la loro identità carceraria? L’insistenza sull’origine penitenziaria rischia infatti di trasformare l’inclusione in una permanente etichetta identitaria. Si tratta di una tensione che molti visitatori probabilmente non percepiscono. Diventa invece evidente per chi, come chi scrive, conosce direttamente la realtà detentiva oltre gli spazi aperti al pubblico e sa quanto diversa sia la vita quotidiana dietro quelle mura rispetto alla rappresentazione rassicurante che inevitabilmente emerge da un’esperienza come quella di InGalera. Ripeto, il valore dell’iniziativa resta indiscutibile, costituendo una modalità efficace e replicabile di inserimento lavorativo durante l’esecuzione della pena. Ma lascia aperta una questione decisiva: come diversamente contribuire a costruire nell’opinione pubblica una conoscenza più autentica della condizione carceraria italiana? Il carcere continua infatti a essere uno degli spazi meno conosciuti e più opachi della vita pubblica. La sua rappresentazione è spesso affidata a stereotipi consolidati, a narrazioni mediatiche frammentarie o a improvvise ondate emotive legate alla cronaca. In palese violazione del Dettato costituzionale, la vita quotidiana delle persone detenute e degli operatori penitenziari, le condizioni materiali degli istituti, il sovraffollamento, la fragilità dei percorsi trattamentali, le difficoltà di accesso al lavoro e alla formazione, così come gli ostacoli che accompagnano il reinserimento dopo la scarcerazione, rimangono in larga misura invisibili. Ne deriva una percezione oscillante tra paura, indifferenza e semplificazione, quando non addirittura astio, che raramente consente di comprendere la realtà concreta dell’esecuzione della pena. Il carcere finisce così per apparire come un luogo separato dalla società, quando invece ne rappresenta una delle istituzioni più significative e problematiche. L’esperienza di InGalera costituisce certamente un ponte tra il carcere e il mondo esterno. Tuttavia il vero banco di prova del reinserimento non è il successo di un ristorante all’interno di un istituto penitenziario, ma la capacità delle persone detenute di trovare, una volta acquisite competenze e responsabilità, un lavoro stabile nella società libera, senza pregiudizio alcuno. La misura più autentica del reinserimento sociale non è un ristorante in carcere aperto al pubblico, ma il detenuto semilibero e l’ex detenuto che lavora in un ristorante della città, accanto a colleghi che non si interrogano sul suo passato, bensì sul suo valore professionale. È qui che il dettato dell’articolo 27 della Costituzione mostra tutta la sua portata. Sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema del carcere non significa semplicemente moltiplicare le occasioni di incontro tra cittadini e detenuti. Significa promuovere una cultura costituzionale della pena, fondata sulla dignità della persona e sulla funzione rieducativa della sanzione. Per questo non basta mostrare esperienze virtuose e rassicuranti. Occorre anche fornire strumenti per comprendere criticamente il sistema penitenziario nella sua complessità, rendendo visibili le sue contraddizioni, le sue carenze e i suoi fallimenti. Iniziative come InGalera possono svolgere una funzione preziosa di apertura verso l’esterno, ma solo se accompagnate da un più ampio lavoro di informazione e riflessione pubblica. Diversamente, il rischio è che il contatto con il carcere si esaurisca in una rappresentazione parziale, capace di suscitare curiosità e simpatia, ma non una reale consapevolezza delle questioni strutturali che attraversano oggi l’universo penitenziario italiano. P.S. Le portate e i vini si sono rivelati all’altezza della reputazione del locale: eccellenti durante la cena e sufficientemente equilibrati da consentire un sonno sereno al termine della serata. Roma. A Rebibbia pranzo “al fresco” con pasta fatta da detenute askanews.it, 11 giugno 2026 Progetto per favorire il reinserimento lavorativo. Tirare la sfoglia col mattarello, riempire i tortellini, preparare le lasagne strato dopo strato. C’è tutta la tradizione culinaria italiana della pasta fresca nel progetto che si chiama appunto “Pasta al fresco” e vuole promuovere l’inclusione sociale delle donne detenute e fornire competenze professionali per favorire un effettivo reinserimento nel mondo del lavoro al termine del periodo detentivo. L’iniziativa è stata promossa da Coop - Unicoop Etruria in collaborazione con Roma Rebibbia femminile Casa circondariale - Germana Stefanini e che oggi ha visto un evento conclusivo all’interno del carcere, ovvero un pranzo condiviso tutto preparato dalle donne coinvolte a base di tortellini, lasagne e agnolotti. Il progetto è durato cinque mesi e ha coinvolto 12 detenute selezionate su base volontaria tramite colloqui individuali con il supporto degli educatori dell’Istituto, che hanno ricevuto una formazione professionale incentrata sulla figura del pastaio, artigiano della tradizione culinaria italiana. Il corso ha previsto attività di laboratorio, con la preparazione di varie tipologie di pasta fresca e all’uovo nel rispetto della tradizione italiana e regionale, un tirocinio pratico all’interno dell’Istituto, e corsi di formazione specifici su Igiene e sicurezza alimentare e sul lavoro. Quando abbiamo accolto la proposta di Unicoop Etruria per il progetto “Pasta al fresco”, l’obiettivo era chiaro: non volevamo offrire un semplice passatempo, ma uno strumento concreto di riscatto - dichiara Nadia Fontana, direttrice Casa circondariale Rebibbia sezione femminile “Germana Stefanini” -. L’Articolo 27 della nostra Costituzione ci ricorda che la pena deve tendere alla rieducazione, e la rieducazione passa inevitabilmente attraverso l’acquisizione di competenze, la valorizzazione della persona e il lavoro. L’apprendimento delle norme igienico-sanitarie, della sicurezza sul lavoro e dei segreti della pasta fresca, dai tortellini alle lasagne, mostra che il carcere può e deve essere un luogo di rigenerazione e non di marginalizzazione”. “Il programma - spiega Alessandro Reale, coordinatore del progetto - si pone l’obiettivo di fornire alle donne in regime di privazione della libertà personale le competenze tecniche necessarie per diventare pastaie qualificate. Il corso mira a favorire il loro reinserimento nella società e nel mercato del lavoro, promuovendo al contempo la crescita personale e l’autostima attraverso l’apprendimento di un antico mestiere artigianale. Spesso, purtroppo, le persone detenute subiscono una forte marginalizzazione e, una volta entrate nel sistema carcerario, rischiano di essere escluse definitivamente dal mondo del lavoro a causa della mancanza di strumenti di riscatto adeguati”. “E’ un’attività in cui Unicoop Etruria crede e che sostiene con convinzione - dichiara Simonetta Radi, Presidente del Consiglio di Sorveglianza di Unicoop Etruria -. Si tratta di un percorso all’apparenza piccolo ma che ha un impatto sociale profondo sulle persone coinvolte trasmettendo dignità, speranza, riscatto sociale e valore umano, e che offre alle detenute un’opportunità concreta di crescita personale e professionale, favorendo un processo di autonomia e integrazione sociale”. Nello specifico, il progetto è durato 100 ore e ha coinvolto formatori, educatori e referenti di Unicoop Etruria. Bari. All’istituto “Fornelli” i giovani detenuti attori nello spettacolo “Traggiche criature” news24.city, 11 giugno 2026 In programma martedì 23, mercoledì 24, giovedì 25 e venerdì 26 giugno alle 20.30. I giovani detenuti attori dell’Istituto Penale per i Minorenni ‘N. Fornelli’ di Bari in scena con lo spettacolo Traggiche criature (e altre meraviglie), esito del laboratorio teatrale Sala Prove curato da 28 anni da Lello tedeschi per Teatri di Bari all’interno dell’IPM. Le repliche aperte al pubblico all’interno della sala teatrale sono in programma martedì 23, mercoledì 24, giovedì 25 e venerdì 26 giugno alle ore 20.30. L’evento rientra nel progetto nazionale Per Aspera ad Astra - Riconfigurare il carcere con cultura e bellezza, con il contributo di Acri - Associazione di Fondazioni e Casse di Risparmio SpA e Fondazione Con Il Sud. “È uno spettacolo generato dal piacere per una teatralità sfacciata e manifesta - spiega Tedeschi, che ne cura drammaturgia e regia - pescando tra creature più o meno “tragiche” della letteratura teatrale e non (a ciascuno la propria), su cui lavorare e da mettere in vita scenica e in relazione. Creature intrappolate dal proprio destino cui proviamo a dare voce e corpo, immaginandole in un teatro in cui giocano a rievocare le vicende che hanno contrassegnato la propria ‘tragica’ esistenza. La scena, per queste creature immaginarie, è diventata così occasione per riflettere sulla gabbia del proprio destino, che forse non è così segnato come sembra, o come ce lo raccontano”. Sono creature che la drammaturgia - i testi provengono dalle opere di Flaiano, Mishima, Shakespeare e Wilde - prova a sottrarre al destino delle loro apparenze, personaggi che giocano a fare gli attori che interpretano se stessi e che ironizzano la propria eterna condizione, trasformandosi da creature tragiche in “traggiche criature”, ridicolizzandosi eppure impegnate a scoprire la scena come occasione per aspirare a immaginarsi altro rispetto a ciò che si è, che un’altra idea di sé è possibile, che ogni destino, anche il più segnato, ne può celare un altro da vivere e raccontare. Sala Prove è il centro stabile di formazione, produzione e ricerca teatrale diretto da Lello Tedeschi per e con i giovani detenuti dell’IPM, promosso dal 1998 da Teatri di Bari/Teatro Kismet con il Dipartimento Giustizia Minorile e di Comunità del Ministero della Giustizia. Evento a ingresso gratuito e posti limitati con prenotazione obbligatoria entro mercoledì 17 giugno. Per informazioni 3358052211. Roma. Califano per i detenuti: la musica e la band del Califfo nel carcere di Civitavecchia di Edoardo Iacolucci La Repubblica, 11 giugno 2026 Quasi due ore di concerto, da “Un’estate fa” a “Tutto il resto è noia”: la musica di Franco Califano è entrata nella Casa Circondariale di Civitavecchia per regalare ai detenuti e alle detenute un racconto umano e artistico del Maestro. L’iniziativa, promossa dalla Fondazione Franco Califano, da Patrizia Claps e dall’associazione Seconda Chance, ha portato sul palco Alberto Laurenti, che con Califano ha scritto molti successi, e i Rumba de Mar, band che ha accompagnato il “Califfo” per anni dal vivo. Con loro, l’amico e attore Maurizio Mattioli. Le canzoni del cantautore scomparso nel 2013 sono così tornate a vivere insieme a ricordi e aneddoti per un pubblico senza distinzione di età, genere, provenienza o condizione sociale. Un concetto ribadito anche dalla direttrice del penitenziario, Anna Angeletti, che ricorda come la musica sappia abbattere ogni barriera, anche dentro le mura di un carcere. Due fazioni ma nessuna riforma di Enzo D’Errico Corriere della Sera, 11 giugno 2026 Un Paese spaccato a metà con la tendenza al conservatorismo senza bandiera. Pari e patta, si ricomincia. L’esito delle ultime elezioni amministrative conferma sostanzialmente quanto già si sapeva. E cioè che il Paese ormai è diviso in due “fazioni”. O, per meglio dire, in due “nazioni”: da una parte la destra che si afferma in quasi tutto il Nord, a cominciare dalla riconquista di Venezia; dall’altra una sinistra che mantiene pressoché intatto il suo controllo nel Mezzogiorno, con l’eccezione di Reggio Calabria che, al di là della vittoria elettorale, mostra in controluce tutti i problemi dello schieramento di governo quando oltrepassa la linea del Garigliano. Siamo dinanzi a un gioco di specchi: entrambe le coalizioni, là dove prevalgono, hanno un effetto rassicurante sulla maggioranza degli elettori, garantendo di fatto l’equilibrio degli interessi dominanti. Tuttavia, nella situazione contraria, non sono in grado di rovesciare gli assetti al potere con proposte e candidati credibili. Potremmo affermare, applicata la tara dei singoli casi, che anche in questa consultazione emerge una sola autentica vincitrice, quella tendenza politica e culturale che da tempo inchioda l’Italia a un conservatorismo senza bandiera. L’architettura dell’immobilismo sembra aver rosicchiato gli ultimi spazi liberi: le istituzioni locali, in cui una volta si forgiavano copioni e protagonisti pronti poi a calcare la scena romana, oggi sono recipienti destinati essenzialmente alla raccolta del consenso indifferenziato che, da sempre, è il concime migliore per difendere lo status quo da qualsiasi mutazione. Il risultato di questa paralisi civile è sotto i nostri occhi: nessuna riforma, nessuna crescita economica, nessun orizzonte per i giovani. Ma soprattutto la scomparsa di una effettiva alternanza di impalcature ideali e modelli amministrativi. Basterebbe voltarsi indietro per accorgersene. Pochi esempi: la sinistra, quando è stata al governo, ha cancellato la legge Bossi-Fini sull’immigrazione? No. Ha approvato lo ius soli? No. E la destra ha iniettato lo spirito liberale nei gangli dello Stato? No. Ha scalfito la burocrazia e semplificato la normativa? No. Ecco perché quella metà d’italiani che ancora si reca alle urne ha un solo obiettivo: fare in modo che, all’interno del suo perimetro territoriale, nulla cambi. L’altro cinquanta per cento ha lanciato in mare la zavorra della speranza e si è rassegnato a un naufragio solitario. Con i partiti ridotti a pallidi simulacri di sé stessi e un tessuto sociale che mira esclusivamente a salvaguardare gli interessi consolidati, la crescita di una nuova classe dirigente (ingrediente fondamentale nella ricetta di qualunque democrazia) è diventata un miraggio. Talvolta addirittura un pericolo da scansare ad ogni costo, visto che metterebbe a repentaglio la glaciazione del sistema. Attenzione, però: l’ossidato meccanismo delle “due fazioni/due nazioni” rischia ora d’incepparsi. E a danno dell’alleanza guidata da Giorgia Meloni. Sia chiaro, non certo per un’improvvisa ambizione innovativa della sinistra ma soltanto perché negli ingranaggi si è introdotto un granello di sabbia che, nei prossimi mesi, potrebbe assumere la consistenza di una pietra. Parliamo di Roberto Vannacci e di Futuro Nazionale, un movimento che cresce di sondaggio in sondaggio malgrado il generale non abbia ancora sferrato l’assalto al Sud. Dove, peraltro, conta su un bacino di voti potenziali tutt’altro che trascurabile. E non soltanto per le caratteristiche storiche e politiche del Meridione, da sempre sensibile al richiamo dell’ammuina, un ribellismo votato a produrre caciara più che effetti concreti, bensì per l’acclarata insussistenza della destra nelle regioni chiave, Campania e Puglia su tutte. Come risponderà un elettorato a digiuno di leader locali, e tradizionalmente fedele alle radici missine, dinanzi all’offerta politica di Vannacci? La risposta viene da Reggio Calabria, dove al primo turno ha trionfato Francesco Cannizzaro, esponente di una Forza Italia che proprio nel Mezzogiorno si barcamena a fatica tra le istanze liberali e le sirene populiste. Ebbene, pur avendo strappato la città alla sinistra dopo dodici anni, Cannizzaro è salito alla ribalta soprattutto per i suoi comizi in stile Cetto La Qualunque, emblema del politico dalla grammatica incerta ma foriero di promesse tanto gracili quanto roboanti. Non c’è dubbio che il suo successo abbia tracciato il solco a mo’ di aratro. E che Vannacci abbia già la spada in pugno per difenderlo e seminarlo a modo suo. Con buona pace di chi, a Palazzo Chigi e al Nazareno, continua a rimirarsi la punta dei piedi. Senza alzare lo sguardo sul futuro. La nuova legge delega sul nucleare contrasta coi referendum passati: cos’ha detto la Consulta di Paolo Maddalena* Il Fatto Quotidiano, 11 giugno 2026 L’accennata proposta legislativa contrasta palesemente con la deliberazione popolare contraria al nucleare, espressa con i due referendum del 1987 e del 2011. La Camera dei Deputati, in data 4 giugno 2026, ha approvato la proposta di legge delega n. 2669, che dispone in materia di energia nucleare, invero con indubbia ampiezza di vedute, ma senza escludere, e quindi ammettendo, la reintroduzione in Italia anche del nucleare ottenuto con il metodo, rischioso e dannoso, della “fissione”. Si tratta in effetti di una ammissione che non può assolutamente essere condivisa per motivi logici e giuridici. Dal punto di vista logico, appare evidente che detta reintroduzione non è realizzabile per varie ragioni. Innanzitutto si tratterebbe di una operazione che diverrebbe effettiva e funzionante non prima del 2035 e, considerata la grave crisi economica attuale, non si capisce come possa ritenersi conveniente impiegare le ingenti somme richieste per una finalità che sarebbe attuata non prima di una decina di anni. In secondo luogo c’è l’insolubile problema delle scorie, i cui effetti inquinanti durano per millenni e millenni, e che, con l’andare del tempo, non si saprebbe più dove e come isolare. Infine c’è il gravissimo problema del rischio che questo tipo di nucleare comporta. E’ ben noto, infatti, anche per le esperienze vissute (si pensi a Chernobyl e a Fukushima), che le centrali nucleari a fissione implicano un rischio di danni gravissimi all’uomo e all’ambiente, producendo, per un tempo indefinibile, un inquinamento irreversibile del suolo, dell’acqua, dell’aria, delle risorse naturali. Peraltro non è da dimenticare che, quando si parla di rischio, per la legge statistica dei grandi numeri, prima o poi l’incidente si verifica. Inoltre, sul piano strettamente giuridico, è da sottolineare che l’accennata proposta legislativa contrasta palesemente con la deliberazione popolare contraria al nucleare, espressa con i due referendum del 1987 e del 2011, i quali, per costante giurisprudenza costituzionale, non possono essere contraddetti dal Legislatore. La Corte costituzionale, infatti, dopo aver affermato che “la natura del referendum è quella di un atto-fonte dell’ordinamento” (sentenza n. 468 del 1990), ha ripetutamente sancito che resta fermo l’obbligo del legislatore “in ordine all’osservanza dei limiti relativi al divieto di ripristino della normativa abrogata dalla volontà popolare” (sentenza n. 9 del 1997; vedi anche sentenza n. 33 del 1993 e sentenza n. 32 del 1993). Al riguardo, l’accennata giurisprudenza costituzionale si è espressa anche sul significato preciso da dare alla frase “ripristino della normativa abrogata”. Molto chiarificatrice in proposito è stata infatti la sentenza n. 199 del 2012, la quale ha precisato che il “porre nel nulla l’esito della consultazione popolare” è impossibile senza che si sia verificato “alcun mutamento del quadro politico, né delle circostanze di fatto, (che possano giustificare, nda) un simile effetto”. Non essendovi stato un mutamento del quadro politico, la proposta di legge si è riferita, in più di una occasione, a un mutamento delle circostanze di fatto, facendo riferimento a nuove “tecnologie nucleari”, che avrebbero reso le nuove centrali più sicure e comunque “piccole e nuove”. In realtà, non si può parlare di “piccole centrali”, considerato che esse produrrebbero fino a 300 MW di potenza. Né si può parlare di “nuove centrali”, perché, come si è visto, il nucleare in questione sarebbe sempre ottenuto con il metodo altamente nocivo e rischioso della fissione. Insomma, non può assolutamente parlarsi di un “mutamento delle situazioni di fatto” e la proposta di legge delega in questione, limitatamente ai casi di “fissione nucleare”, è in pieno contrasto con il divieto giurisprudenziale di ripristino della legge abrogata per volontà popolare, e quindi assolutamente da respingere. *Vice Presidente Emerito della Corte Costituzionale Il rapporto Unhcr e i numeri di un esilio che diventa vita di Barham Salih Avvenire, 11 giugno 2026 Meno rifugiati rispetto a un anno fa, ma le crisi restano acute: nel 2025 quasi 5,4 milioni di persone sono state costrette a fuggire. La sfida è ridurre le situazioni di esilio prolungato che coinvolgono milioni di persone. Ogni anno il rapporto dell’Unhcr sulle migrazioni forzate ci consegna una mappa del dolore del mondo (la presentazione a pagina 6 dell’edizione odierna, ndr). Non solo numeri, dunque, ma vite sradicate, famiglie divise, comunità sospese, Paesi che non riescono a ritrovare pace e altri che faticano a farsi carico dell’accoglienza. L’ultimo rapporto contiene anche un segnale di lieve miglioramento: il numero complessivo dei rifugiati diminuisce rispetto all’anno precedente. Ma sarebbe un errore leggere questa flessione come un cambio di stagione. Nonostante il calo complessivo, infatti le crisi restano acute. Nel 2025 quasi 5,4 milioni di persone sono state costrette a fuggire. Nuove crisi continuano a emergere, mentre purtroppo quelle esistenti rimangono irrisolte. Quasi 4,4 milioni di rifugiati sono tornati nei loro Paesi d’origine e più di 10 milioni di sfollati interni alle loro aree di origine. Nel complesso, questo rappresenta uno dei più grandi movimenti di ritorno registrati nella storia recente. Tuttavia, dobbiamo essere precisi su cosa rappresentano realmente questi numeri: molti di questi ritorni non sono avvenuti in condizioni di sicurezza e stabilità, ma sotto pressione. Verso Paesi in cui l’insicurezza persiste, dove le infrastrutture sono state danneggiate e dove i servizi di base e le opportunità economiche restano scarsi. Oltre i titoli e le cifre, dunque, il rapporto evidenzia una sfida che raramente riceve l’attenzione che merita. L’esilio sta diventando sempre più prolungato. Oggi il 70% dei rifugiati, quasi 25 milioni di persone, hanno trascorso decenni in esilio, tra cui famiglie e bambini che non hanno conosciuto altra vita. Vorrei essere chiaro su cosa significa realmente una situazione prolungata per le persone che la vivono: significa vivere senza il diritto di lavorare, di muoversi liberamente o di accedere ai sistemi nazionali di istruzione e sanità. Significa dipendere dall’assistenza umanitaria non come soluzione temporanea, ma come modalità di vita permanente. Significa una graduale erosione della dignità, dell’autonomia e della speranza. L’ambizione strategica dell’Unhcr per il prossimo decennio è contribuire a dimezzare il numero di rifugiati in situazioni prolungate. Lo chiamiamo “50 by 35”. È un appello a garantire che meno persone debbano dipendere dall’assistenza umanitaria per anni o decenni, perché dispongono di opportunità concrete per ricostruire le proprie vite. Perché questa agenda abbia successo, i Paesi ospitanti devono aprire i propri sistemi nazionali ai rifugiati: il sistema educativo, quello sanitario, i mercati del lavoro e i servizi finanziari. Sappiamo che questo funziona. I Paesi che hanno garantito ai rifugiati il diritto al lavoro e alla libera circolazione hanno visto i rifugiati contribuire alle economie locali, pagare le tasse e ridurre la propria dipendenza dagli aiuti. L’inclusione non è un peso per le comunità ospitanti: è un beneficio per loro. Riconosciamo che molti Paesi ospitanti affrontano significative pressioni economiche. I Paesi che ospitano il maggior numero di rifugiati non sono, per la maggior parte, Paesi ricchi e hanno dimostrato una notevole solidarietà sostenendo responsabilità che la comunità internazionale non ha adeguatamente condiviso. Quest’anno ricorre il 75° anniversario della Convenzione sui rifugiati del 1951. Per tre quarti di secolo questa Convenzione ha fornito le basi della protezione internazionale e ha contribuito a salvare milioni di vite. I suoi principi restano oggi rilevanti quanto al momento della sua adozione. L’Unhcr invita gli Stati a riaffermare una serie di priorità fondamentali. In primo luogo, il principio di non-refoulement, il divieto di rimandare una persona in un Paese dove rischia persecuzione o gravi danni, è il cuore della Convenzione e non è negoziabile. Non esiste un sistema di protezione degno di questo nome senza il non-refoulement. In secondo luogo, invitiamo gli Stati a rafforzare i sistemi di asilo garantendo accesso a procedure eque per chi ne ha bisogno e a proteggerne l’integrità da abusi. Nel 2025 meno di 82mila rifugiati a livello globale sono stati reinsediati dai