Sempre più detenuti, sempre meno diritti di Leonardo Fiorentini fuoriluogo.it, 10 giugno 2026 Le carceri italiane raggiungono il record dell’ultimo decennio: quasi 65 mila detenuti, affollamento al 139% e 30 bambini reclusi con le madri. Le carceri italiane continuano a riempirsi. I dati aggiornati al 31 maggio 2026 diffusi dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria e rilanciati dal Garante delle persone private della libertà della Regione Lazio, Stefano Anastasia, fotografano una situazione sempre più vicina al collasso: le persone detenute sono ormai 64.741, il numero più alto registrato nell’ultimo decennio. “Questo dato conferma un trend di crescita senza soluzione di continuità”, denuncia Anastasia. Rispetto alla fine di aprile si contano altre 232 persone in più dietro le sbarre, un incremento che porta il sistema penitenziario italiano ai livelli più elevati degli ultimi dieci anni. Il tasso di affollamento nazionale si attesta ormai stabilmente al 139%. In altre parole, per ogni cento posti disponibili nelle carceri italiane sono rinchiuse 139 persone. Una condizione che rende sempre più difficile garantire condizioni di vita dignitose, accesso alle cure, attività trattamentali e percorsi di reinserimento sociale. La situazione appare ancora più grave nel Lazio, dove il tasso di affollamento raggiunge il 143%, con punte che sfiorano livelli insostenibili. Nel carcere di Latina, ad esempio, si arriva al 200% della capienza regolamentare. A crescere sono anche le presenze negli Istituti Penali per i Minorenni, che raggiungono la cifra record di 1.969 ragazzi e ragazze detenuti. Un dato che conferma gli effetti delle recenti politiche penali e delle modifiche introdotte nel sistema della giustizia minorile, che hanno ampliato il ricorso alla detenzione. Tra i numeri più inquietanti vi è poi quello dei bambini che vivono in carcere con le loro madri. Al 31 maggio erano 30, contro i 26 registrati a marzo. “Risulta in aumento anche il numero dei bambini rinchiusi in carcere con le loro madri”, osserva Anastasia, “a testimonianza di una criticità che continua ad aggravarsi”. Dietro questa cifra apparentemente contenuta si nasconde una realtà che continua a interrogare la coscienza del Paese: decine di bambini trascorrono i primi mesi o anni della propria vita in un ambiente pensato per la custodia e la punizione, non certo per la crescita e lo sviluppo. L’allarme lanciato dal Garante del Lazio conferma un quadro già noto da tempo. “Il quadro complessivo che emerge conferma un ulteriore peggioramento delle condizioni di detenzione in Italia”, afferma Anastasia, “dove all’incremento della popolazione detenuta corrisponde una cronica carenza di risorse e spazi adeguati”. Parole che descrivono efficacemente il fallimento delle politiche adottate negli ultimi anni. Mentre il dibattito pubblico continua spesso a essere dominato da pulsioni securitarie e richieste di nuove pene, la realtà delle carceri italiane racconta una storia diversa: quella di un sistema sempre più affollato, più costoso e meno capace di garantire sicurezza, diritti e reinserimento sociale. Di fronte a questi numeri appare evidente l’insufficienza delle risposte fondate esclusivamente sull’espansione della capacità detentiva. La storia recente insegna che costruire nuovi posti letto non risolve il problema se continua ad aumentare il ricorso al carcere. Servono invece misure alternative, un maggiore utilizzo dell’esecuzione penale esterna, una riduzione della custodia cautelare e una politica penale finalmente orientata alla riduzione della popolazione detenuta anziché al suo costante aumento. Il carcere è violenza, allo Stato dico: deponi le armi come ho fatto io di Sergio D’Elia* L’Unità, 10 giugno 2026 Abbiamo smesso di praticare la tortura quando ci siamo resi conto che era insopportabile sia per i torturati che per i torturatori. Abbiamo abolito la schiavitù quando è diventata intollerabile per gli schiavi come per gli schiavisti. Abbiamo chiuso i manicomi quando sono stati riconosciuti umilianti tanto per i “pazzi” quanto per gli psichiatri. Lo stesso deve valere per il carcere: luogo strutturalmente contrario al senso di umanità per carcerati e carcerieri. Nella prima sezione di Fuorni non si rieduca nessuno; al contrario, le persone si abbrutiscono, da una parte e dall’altra delle sbarre. Dopo aver visitato istituti come questo, di fronte a casi davvero penosi, scrivo articoli per l’Unità. A volte si trasformano in interrogazioni parlamentari. A me piace definire questi interventi degli “amicus curiae”: segnalazioni rivolte al magistrato o al Tribunale di Sorveglianza. Mi rivolgo alla “curia” con spirito di amicizia, offrendo un servizio di conoscenza per chi poi dovrà decidere sui singoli casi. Non mi anima la polemica, non presento denunce. Cerco qualcosa di meglio del diritto penale, non un diritto penale migliore; non un carcere migliore, ma qualcosa di meglio del carcere. In un posto come Fuorni, l’Articolo 27 muore. E quando il “fine della pena” è tradito dalla struttura e dai mezzi di esecuzione della pena, è giunto il momento di dismettere quella struttura e smetterla con l’uso di quei mezzi. Ne parlo per esperienza personale. In passato ho usato la violenza come metodo di lotta politica e, con quel mezzo violento, ho tradito i miei fini ideali. Per questo ho deciso di deporre le armi, sciogliere Prima Linea, consegnarla al Partito Radicale, al Partito della nonviolenza, quello di Marco Pannella. Se il mezzo per la cosiddetta rieducazione è violento e strutturalmente contrario al senso di umanità, lo Stato dovrebbe fare qualcosa di analogo. Non costruire nuove case di reclusione e altri istituti di pena e rieducazione, ma aprire case di accoglienza, istituti di prevenzione e scuole di nonviolenza. Più che aumentare la pianta organica di educatori e poliziotti penitenziari, dovrebbe armare un esercito di psicoterapeuti e di maestri elementari. E consegnare le carceri-cimiteri dei vivi ai musei degli orrori della civiltà umana. Così come esistono i musei della tortura, di criminologia e della memoria, anche i penitenziari andrebbero consegnati agli archivi storici delle pratiche ormai superate. Abbiamo smesso di praticare la tortura quando ci siamo resi conto che era insopportabile sia per i torturati che per i torturatori. Abbiamo abolito la schiavitù quando è diventata intollerabile per gli schiavi come per gli schiavisti. Abbiamo chiuso i manicomi quando sono stati riconosciuti umilianti tanto per i “pazzi” quanto per gli psichiatri. La stessa identica logica deve valere per il carcere: un luogo strutturalmente contrario al senso di umanità, non solo per il carcerato, ma anche per il carceriere. È l’evoluzione della coscienza sempre più orientata ai valori umani universali che ci spinge a questo. Quando un sistema è insopportabile, intollerabile, umiliante, inumano e degradante, non solo per chi lo subisce, ma anche per chi lo agisce, è giunto il momento di porre fine a quel sistema. L’amicus curiae di oggi non riguarda un caso penoso individuale, riguarda la prima sezione di Fuorni, che fa veramente pena. In una cella ho visto otto persone accalcate su tre letti a castello, due a tre piani e l’altro a due piani. Sotto il soffitto, a trenta centimetri dal tetto, hanno improvvisato una mensola con una bacinella per raccogliere le infiltrazioni piovane. Il direttore assicura che il tetto non scola più, ma la bacinella è ancora lì. Nei cortili del passeggio - spazi così angusti che non tutti possono starci contemporaneamente - le mura scrostate cadono a pezzi, e dietro un muretto c’è un bagno alla turca lercio e maleodorante. Questa è la realtà di Fuorni, ma la situazione è identica in quasi tutto l’universo carcerario italiano. Cosa dobbiamo fare, allora? Potremmo anche non fare nulla: le carceri stanno crollando da sole. È lo Stato stesso che non crede più nel sistema penitenziario e per questo lo abbandona al degrado. E quando abbandoni una struttura, la natura riprende il sopravvento. Io auspico il “crollo” dei penitenziari, sono per la loro demolizione e il “dissotterramento” dei detenuti. Se chiudiamo le carceri, crescerà l’erba nei cortili, tra le sbarre spunteranno i fiori, gli alberi invaderanno le celle, tutto diventerà verde, in un trionfo dell’ecologia, cioè dell’umanità, del Diritto e della nonviolenza. Questo è il lieto fine che io vedo nella storia del carcere. A questo punto, mi pare di sentire l’eco di un luogo comune: “questo è pazzo, vuole chiudere le carceri e liberare i delinquenti”. Eppure, anche Franco Basaglia veniva considerato pazzo perché voleva chiudere i manicomi e liberare i malati di mente. A Trieste, nel suo ospedale psichiatrico, c’era un cavallo di nome Marco, che veniva chiamato Marco Cavallo, con nome e cognome come fosse anche lui internato. Trainava un carretto con la biancheria sporca da portare a lavare. Quando giunse per lui il tempo della pensione, fu mandato via dal manicomio. I pazienti, però, ne sentivano la mancanza. Così, Basaglia fece costruire dai pazienti e dagli infermieri un enorme cavallo di cartapesta azzurra. Era talmente bello che volle farlo vedere a tutta la città. Era così grande che, per farlo uscire, fece abbattere l’architrave della porta del manicomio. Era il Cavallo di Troia all’incontrario. Il cavallo non entra nella città assediata, esce fuori. Dietro a quel Marco Cavallo di cartapesta sfilò il corteo più incredibile del mondo, formato da pazienti, medici e cittadini, in una marcia che segnò simbolicamente e praticamente la fine dei manicomi. Basaglia si spinse anche oltre: convinse un pilota d’aereo a far volare i matti. Ottenne anche questo, salirono sull’aereo e nell’alto del cielo girarono sull’Istria, su Venezia, su Trieste, talmente in alto che la città si rimpiccioliva, il manicomio non si vedeva più, era sparito dalla faccia della terra. Questa è la mia visione per la fine anche del sistema penitenziario. Un nuovo “cavallo di Troia” che esce e porta fuori i “matti”. Non è un paragone azzardato: oggi nelle carceri la malattia mentale è il problema dominante. Abbiamo chiuso i manicomi e gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, solo per riaprirli nelle carceri. Dobbiamo abbattere l’architrave della porta carraia per far uscire il “cavallo Marco”, proprio come fece Basaglia. Visitare i carcerati è un’opera di misericordia, liberare i carcerati è completare l’opera. Significa liberare un’intera umanità e, con essa, la nostra stessa civiltà e “cristianità” prigioniere. *Segretario dell’Associazione Nessuno Tocchi Caino Cavallini a 70 anni in isolamento. Errore del Dap? di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 10 giugno 2026 Quarantatré anni di carcere, un percorso rieducativo riconosciuto dai giudici, la semilibertà dal 2017, l’assistenza prestata a un ragazzo disabile. Poi, dal 6 novembre 2025, la retromarcia: Gilberto Cavallini, ex NAR ultrasettantenne condannato in via definitiva per la strage di Bologna, è rinchiuso a Rebibbia in isolamento diurno continuativo, senza contatti con la famiglia né con il mondo esterno. E senza che nessuno, fino a pochi mesi fa, avesse spiegato pubblicamente come si fosse arrivati a questo punto. Il Dubbio lo aveva raccontato per primo. Era stata Valentina Stella, prima ancora che arrivasse la decisione del giudice di sorveglianza, a portare la vicenda all’attenzione dei lettori. Ora sul caso interviene anche il Parlamento. Roberto Giachetti, deputato di Italia Viva, il 3 giugno scorso ha depositato un’interrogazione a risposta scritta al ministro della Giustizia. Vuole sapere come sia possibile che una persona in semilibertà da quasi un decennio, senza una singola violazione delle prescrizioni, si ritrovi oggi in un regime che assomiglia alla detenzione dura. Il punto di partenza è la condanna definitiva. Il 15 gennaio 2025, Cavallini riporta una sentenza passata in giudicato per la strage di Bologna. La legge, in caso di condanna a più ergastoli, prevede una sanzione accessoria: l’isolamento diurno, fino a tre anni. Questa misura è incompatibile con la semilibertà. Conseguenza: il giudice di sorveglianza di Perugia, pur riconoscendo esplicitamente il percorso rieducativo di Cavallini, dispone la revoca della semilibertà e l’applicazione dell’isolamento. Sembra una sequenza lineare. Ma non lo è. La meccanica del paradosso - C’è una regola precisa nell’ordinamento penitenziario italiano: i benefici come la semilibertà non vengono concessi a chi non abbia già scontato la sanzione dell’isolamento diurno. La logica è che l’isolamento va eseguito prima, come parte del percorso sanzionatorio, e solo successivamente si apre la strada ai benefici rieducativi. Cavallini era in semilibertà dal 2017. Nel corso della lunga detenzione aveva ottenuto numerosi permessi premio. Se la regola esiste, e se è stata rispettata, significa che l’isolamento diurno era già stato scontato, in qualche momento precedente. La difesa lo sostiene: l’avvocato Gabriele Bordoni, intervistato da Simona Bonfante su Il Riformista, afferma che la misura sarebbe già stata eseguita nel carcere di Opera. Il problema, come annota Giachetti nell’atto parlamentare, è che questa circostanza “non risulterebbe documentalmente accertata”. Se l’isolamento era già stato scontato, applicarlo di nuovo è un errore. Se invece non era mai stato scontato, la domanda si sposta su chi ha concesso i benefici in violazione delle norme. In entrambi i casi, qualcosa non ha funzionato nel sistema, e le conseguenze le sta pagando interamente il detenuto. L’avvocato Bordoni ricostruisce anche la sequenza procedurale: dopo la sentenza definitiva fu emesso l’ordine di esecuzione della pena senza incidere sulla semilibertà. Solo in un secondo momento emerse la sanzione accessoria dell’isolamento diurno, con la sua incompatibilità. A quel punto intervenne il giudice di sorveglianza, che pure riconobbe il percorso rieducativo ma non aveva margini: revoca della semilibertà, isolamento. La difesa ha impugnato il provvedimento. Il ricorso in Cassazione è stato respinto lo scorso 19 marzo. Le motivazioni non sono ancora arrivate. L’avvocato Bordoni valuta di adire il giudice di Strasburgo e ha già presentato un ulteriore ricorso sostenendo che l’isolamento sarebbe già stato eseguito a Opera, anche se la documentazione che lo provi non è stata trovata. Se il DAP non ha conservato i registri di quella esecuzione, il problema è del DAP, non del detenuto. Ma per ora è il detenuto a pagare. H24, telecamere, nessuna riservatezza - Le condizioni in cui Cavallini vive a Rebibbia vengono descritte nell’interrogazione con una precisione che non lascia spazio a interpretazioni: si trova in “permanenza continuativa h24 in un ambiente dedicato della casa di reclusione, costantemente videosorvegliato e privo di spazi di riservatezza, con la sola possibilità di incontrare i difensori”. Niente visite familiari. Niente contatti con nessuno all’esterno, compresi i familiari e il ragazzo disabile a cui prestava assistenza, come scrive lo stesso Giachetti nell’atto. Non è il 41-bis. L’isolamento diurno è altra cosa. Ma la descrizione che emerge dall’interrogazione è quella di una persona anziana, in carcere da oltre quattro decenni, che vive sotto sorveglianza continua senza un momento di privacy e senza poter vedere la propria famiglia. Se non è un 41 bis, poco ci manca. Vale la pena ricordare che il comma 4 dell’articolo 73 del DPR 230 del 2000 prevede che l’isolamento diurno nei confronti dei condannati all’ergastolo non escluda la possibilità di ammissione ad attività lavorative, di istruzione e formazione diverse dai normali corsi scolastici, né alle funzioni religiose. Giachetti chiede al ministro quali siano in concreto le modalità di esecuzione dell’isolamento in relazione a queste previsioni, lasciando intendere che anche su questo punto ci possano essere opacità. Giachetti chiede al ministro se corrisponda al vero che Cavallini non abbia mai scontato l’isolamento diurno, e per quali ragioni il DAP non abbia provveduto alla sua applicazione nonostante le proprie circolari interne. La prima risale al 14 maggio 2002 (n. 216953), con cui la Direzione generale dei detenuti e del trattamento richiamava i direttori degli istituti alla “sollecita applicazione dell’isolamento diurno”. Il principio fu ribadito dall’allora direttore generale del DAP Riccardo Turrini Vita. Anni di richiami scritti, ignorati nella pratica. Sempre nell’interrogazione, chiede poi se la documentazione in possesso dell’amministrazione penitenziaria confermi inequivocabilmente che Cavallini non abbia scontato la sanzione e, in caso affermativo, quali ragioni siano state addotte per giustificare l’omissione. Chiede se si intendano avviare verifiche disciplinari per i comportamenti negligenti del DAP. E pone una domanda secca: sono stati sanzionati i magistrati che hanno concesso i benefici a Cavallini senza che avesse scontato l’isolamento diurno? O, al contrario, lui lo aveva già scontato “senza che il DAP ne abbia conservato traccia?”. Nel testo dell’interrogazione Giachetti scrive che “l’aggravamento del trattamento nei confronti di Gilberto Cavallini, nonostante il percorso rieducativo dimostrato, dovuto non a una nuova condotta deviante ma a ritardi e disfunzioni del sistema giudiziario, contrasta con i principi costituzionali e con il senso di civiltà giuridica”. È il punto politico e giuridico di tutta la vicenda. Cavallini non ha commesso nulla di nuovo. Non ha violato una sola prescrizione dal 2017 a oggi. La sua situazione è peggiorata per colpa di un sistema che non ha applicato per decenni una sanzione che era obbligatoria, e che ora, scoperta l’omissione, la fa pagare all’unico soggetto che non ha nessuna responsabilità nell’averla generata. A oltre settant’anni, dopo quarantatré di carcere, l’ex NAR è in un ambiente dedicato, sorvegliato h24, senza poter vedere la famiglia. Non per quello che ha fatto adesso. Ma per quello che il sistema non ha fatto allora. Divorzio sulla giustizia. Adesso Forza Italia rompe pure con Nordio di Errico Novi Il Dubbio, 10 giugno 2026 C’è uno scarto nelle dichiarazioni che dice tutto. E fa capire perché Forza Italia andrà alle prossime Politiche con un suo programma sulla giustizia. Un programma diverso se non agli antipodi rispetto a Fratelli d’Italia. Carlo Nordio, ministro guardasigilli, inevitabilmente vincolato da un dovere di lealtà alla presidente del Consiglio e quindi, seppur indirettamente, a Fratelli d’Italia, spiega in mattinata, dal Forum Pa, perché non c’è neppure bisogno di vedersi al vertice sulla giustizia, che lui stesso avrebbe ospitato a via Arenula alle 15 di ieri ma che nella serata di lunedì era stato annullato. Pure senza fare esplicito riferimento al messaggio di “revoca” della riunione che aveva indirizzato ai capigruppo di centrodestra, il ministro è chiarissimo. Spiega perché il confronto sarebbe stato inutile: la richiesta avanzata dagli azzurri di disegnare almeno una possibile, futura riforma sulla responsabilità civile dei magistrati non avrebbe trovato il benché minino spazio, dal momento che la materia non avrebbe, secondo Nordio, alcun bisogno di essere affrontata. “La responsabilità civile intesa come causa di risarcimento intentata direttamente al magistrato assolutamente è inutile, non ha nessuna deterrenza perché ogni magistrato è ultra-assicurato, quindi non subisce alcuna sanzione”, dice il ministro. Che aggiunge: “Il magistrato inetto, impreparato, indegno, inadeguato non va colpito nel portafoglio ma nella carriera”, e poiché “le sanzioni disciplinari vengono irrogate dal Csm, allora è bene avere un dialogo, e noi lo abbiamo già iniziato, per rendere tipiche le ipotesi in cui il magistrato può rispondere, al limite, anche con la destituzione”. Poche ore e arriva la risposta da FI, la forza politica che avrebbe voluto rivedere il guardasigilli e gli alleati proprio per trovare un punto di caduta sugli errori giudiziari. È uno dei parlamentari azzurri noti per l’attitudine al dialogo, il vicepresidente della commissione Giustizia di Montecitorio Pietro Pittalis, a contestare Nordio senza neppure citarlo: “La proposta di Forza Italia sulla responsabilità civile non è né inutile né dannosa, al contrario è fondamentale perché garantisce il sacrosanto diritto del cittadino vittima di malagiustizia a essere risarcito, e questo oggi non avviene praticamente mai. Salutiamo con favore il dialogo con l’Anm”, è la battuta al vetriolo indirizzata dal deputato, “a condizione che non si traduca in un colpo di spugna sui temi che hanno portato 13 milioni di italiani a votare Sì al referendum, cittadini che ricordano bene gli attacchi virulenti riservati dal sindacato dei magistrati alla riforma costituzionale”. Della serie: caro ministro, difendi quelli che ci hanno fatto perdere, anche grazie agli spot ingannevoli, il referendum sulla separazione delle carriere, la principale riforma della legislatura in materia di giustizia. Mai il clima fra Nordio e i berlusconiani era stato così gelido. Mai si era arrivati a un botta e risposta così aspro. Mai il ministro garantista si era trovato in così aperta divergenza dal più garantista dei partiti di maggioranza. La frattura è netta e promette ulteriori divaricazioni. Il motivo è semplice. I berlusconiani non avevano battuto i pugni per una riforma qui ed ora. “Sappiamo bene”, riferiscono dai piani alti del partito, “che la legislatura è destinata a esaurirsi in fretta. A marzo probabilmente si va alle urne. Siamo quasi in estate. C’è la sessione di Bilancio. Praticamente il tempo a disposizione per riforme di peso è nullo. Avevamo chiesto semplicemente un tavolo per cominciare a discutere della modifica da noi proposta: eliminare il filtro di ammissibilità e definire in modo più stringente la colpa grave”. La settimana scorsa si era tenuto, sempre a via Arenula, un primo affollato vertice di maggioranza sulla giustizia. Talmente affollato che non ne era venuto nulla. I berlusconiani avevano solo accennato al restyling sulla responsabilità civile. Dopodiché il viceministro Francesco Paolo Sisto e il capogruppo di FI alla Camera Enrico Costa avevano lanciato l’ipotesi: un tavolo di coalizione, per iniziare almeno a discutere della riforma. Era arrivato l’ok a una prima riunione esplorativa. Quella di ieri. Se poi ieri non ci si è visti neppure, il motivo è semplice: Fratelli d’Italia non vuole lasciare a FI il vantaggio di proclamarsi paladini del garantismo al cospetto degli elettori. Sarebbe stato questa, dal punto di vista dei meloniani, l’unica vera conseguenza della riunione: certificare la distanza tra azzurri e FdI, con i secondi costretti a vestire i panni dei frenatori. Nordio ha preso atto delle distanze incolmabili e ha annullato l’incontro. Ma è proprio la genesi dell’annullamento a spiegare perché forzisti e meloniani andranno divisi sulla giustizia alle elezioni: non si doveva parlare, per ammissione degli stessi berlusconiani, di una riforma da approvare subito, ma di una proposta da condividere in vista della prossima legislatura. Si doveva iniziare a concordare il programma sulla giustizia, insomma. A partire appunto dalla riforma della responsabilità civile. Ma il margine per un piano condiviso non esiste: il botta e risposta di ieri fra Nordio e Pittalis lo dimostra chiaramente. È il primo passo verso un regime da separati in casa: candidature comuni ma prospettive di politica giudiziaria (e non solo) inconciliabili. Con la Lega destinata a restare un po’ a metà strada: disponibile a una nuova legge sugli errori giudiziari, come dichiarato da Giulia Bongiorno, ma costretta a misurare i passi sul penale dalla concorrenza sfrenata del generale Vannacci. Su molti altri dossier giudiziari, si pensi solo al carcere, il Carroccio non potrà certo assecondare Forza Italia. Il corto circuito di ieri è costato a Nordio pure una mezza smentita da Rocco Maruotti, segretario Anm, che esclude trattative fra via Arenula e l’Anm sulla responsabilità civile. In realtà il ministro aveva fatto riferimento al più generale clima di dialogo con Csm e sindacato dei magistrati, dialogo all’interno del quale, aveva aggiunto, potrebbe trovare spazio una più rigorosa valutazione, da parte del Csm, degli errori giudiziari ai fini della carriera. Ma il dado è tratto. Il grande freddo nel centrodestra è calato. E non è certo la carta migliore, per una coalizione che proprio sulla giustizia ha perso un referendum, di preparare la campagna per le prossime Politiche. “Magistrati inetti”, Nordio apre al confronto con il Csm sulle sanzioni di carriera di Giovanni Negri Il Sole 24 Ore, 10 giugno 2026 Il Ministro esclude una riforma della responsabilità civile, giudicata priva di effetti deterrenti, e punta sulla tipizzazione degli illeciti disciplinari. Gip collegiale a regime da febbraio e organici completi entro fine anno. “Il magistrato inetto, il magistrato impreparato, il magistrato indegno, il magistrato inadeguato, non va colpito nel portafoglio ma va colpito nella carriera. Poiché le sanzioni disciplinari vengono irrogate dal Consiglio Superiore della Magistratura allora è bene avere un dialogo e noi lo abbiamo già iniziato con il Csm per rendere tipiche quelle che sono le ipotesi in cui il magistrato è bene che risponda con la carriera e al limite con la destituzione” lo ha detto il ministro della Giustizia Carlo Nordio dal palco della Nuvola di Roma al Forum PA dopo aver segnalato la non utilità di una riforma della responsabilità civile dei magistrati giudicata “assolutamente inutile e priva di deterrenza perché ogni magistrato è ultra-assicurato”. Con riguardo, poi, alla riforma del cosiddetto Gip collegiale ha detto “a febbraio sarà pieno regime”. La norma che introduce un collegio di tre gip chiamato a valutare l’emissione di una misura cautelare, ha spiegato il Guardasigilli, “è già legge” ma la sua “attuazione concreta è stata rinviata in attesa di colmare l’organico dei magistrati. Poiché entro la fine dell’anno colmeremo anche queste lacune di organico, abbiamo prorogato fino a febbraio l’entrata in vigore di questa riforma”. “Perché, ha proseguito, la nostra magistratura è sempre stata sottodimensionata, a fronte di un organico di 10.500 magistrati è sempre stata sofferente di un 15%, talvolta anche del 20%. Ora per la prima volta dalla fondazione della Repubblica noi lo colmeremo con concorsi per l’assunzione di 1600 nuovi magistrati entro la fine dell’anno e quindi colmeremo questo gap che ha contribuito alla lentezza della giustizia”. Novità anche sul fronte amministrativo. “Abbiamo assunto già oltre 9000 persone, ma soprattutto abbiamo stabilizzato gli appartenenti all’ufficio del processo”. Sul tema della digitalizzazione, per il ministro l’obiettivo è far sparire la carta. “È un transito difficile, questo non possiamo nasconderlo, che ha creato molti problemi soprattutto nell’ambito del processo penale, ma contiamo di risolverli entro la fine della legislatura”. Sull’Ia, invece, le preoccupazioni per la possibile diminuzione di occupazione non deve generare allarme. “L’intelligenza artificiale sicuramente eliminerà alcuni posti di lavoro, ma ne creerà degli altri - ha assicurato il Ministro - l’importante è sapere sfruttare queste opportunità”. Tornando alla responsabilità dei magistrati, prosegue Nordio, “i casi secondo me più emblematici avvengono quando si dimostra che il magistrato non conosce le carte del processo. Cioè per negligenza si è dimenticato di leggere delle cose e ha fatto una sentenza senza aver studiato. Quindi una negligenza imperdonabile. La seconda è quando dimostra di non conoscere le leggi. Purtroppo in Italia le leggi si accavallano, è dovere del magistrato aggiornarsi. Ebbene, nel momento in cui si dimostrasse che il magistrato non si è aggiornato, quindi è stato come dire negligente, per non dire indegno della carica che ricopre, anche qui andrebbe colpito sulla carriera. Queste forme che noi chiamiamo tipicizzazioni andrebbero e saranno studiate assieme al Consiglio Superiore della Magistratura per rendere certa anche nei confronti degli stessi magistrati qual è l’ipotesi in cui devono rispondere davanti alla sezione disciplinare”. E sul dialogo con il Consiglio superiore della magistratura prosegue, “lo stesso Csm, gli stessi magistrati, la stessa Anm ammette, e lo si legge anche in questi giorni sui giornali, che ci sono delle questioni irrisolte. A loro non andava bene che fossero risolte con il referendum. Noi prendiamo atto che il referendum l’abbiamo perso, senza giri di parole, però prendiamo anche atto che loro per primi ammettono che ci sono queste criticità e allora io dico sediamoci attorno a un diavolo, vediamo quali sono e vediamo di risolverle insieme”. Pinelli (Csm): “La libertà del giudice non è fine a se stessa, serve prevedibilità delle decisioni” Di Davide Varì Il Dubbio, 10 giugno 2026 Al vertice romano sulla “Rule of Law”, il vicepresidente del Csm invoca un sistema più ordinato per uscire dal labirinto delle troppe fonti normative: “Il cittadino ha diritto di conoscere l’esito della sua controversia. È il momento di aggiornare i pesi e contrappesi del potere”. Si è aperto ieri a Roma il Seminario di studi “Rule of Law”, alla presenza del Presidente della Repubblica. Ad inaugurare il confronto è stato l’intervento del Vice Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, l’Avv. Fabio Pinelli, che ha tracciato un’analisi profonda e stringente sullo stato di salute della democrazia costituzionale, sollevando interrogativi cruciali sulle derive del potere contemporaneo, sull’avvento dell’intelligenza artificiale e sulla necessità di una maggiore certezza del diritto. Il saluto al Capo dello Stato e il ruolo del CSM - In apertura del suo discorso, Pinelli ha rivolto un indirizzo di saluto al Presidente della Repubblica, sottolineando l’importanza della sua partecipazione: “La Sua presenza dà straordinario lustro a questo confronto sui caratteri e sulle prospettive dello stato di diritto, e testimonia ancora una volta quanto Lei consideri preziosi l’ascolto e la riflessione”. Il Vice Presidente ha quindi rimarcato la funzione del Consiglio Superiore della Magistratura sotto la guida del Capo dello Stato, definendolo, in linea con la Consulta, “pietra angolare” dell’ordinamento giudiziario: “Il Consiglio Superiore della Magistratura [...] sotto la Sua autorevolissima guida, dando effettiva attuazione ai principi della autonomia e della indipendenza della magistratura, contribuisce a garantire il delicato equilibrio tra i poteri dello Stato e si conferma organo che ormai da tempo si manifesta come motore di un’incessante elaborazione culturale che investe i modelli interpretativi e organizzativi della giurisdizione. Un ruolo che [...] questa Consiliatura ha cercato di svolgere con competenza, impegno e rigore, sempre a tutela dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura e nell’esclusivo interesse della efficiente organizzazione dell’attività giudiziaria...” Il “degrado costituzionale” e l’evoluzione della separazione dei poteri - Entrando nel vivo del tema del seminario, definito “l’architrave della civiltà giuridica contemporanea”, Pinelli non ha nascosto la propria preoccupazione per lo scenario internazionale, citando i recenti riscontri della Commissione di Venezia del dicembre 2025: “Viviamo un’epoca purtroppo caratterizzata da significative regressioni dello Stato di diritto, anche in Paesi che un tempo avremmo definito di “democrazia stabilizzata”: negli ultimi anni abbiamo assistito con inattesa frequenza a fenomeni di degrado costituzionale, di significativo rafforzamento del potere esecutivo a detrimento di quello giudiziario, di neutralizzazione o comunque di sterilizzazione delle Corti costituzionali, ad esempio attraverso riforme tese a minare l’indipendenza dei loro membri”. Di fronte a tale quadro, Pinelli ha evidenziato come il concetto di Rule of Law non sia statico, ma richieda un ripensamento profondo della classica tripartizione dei poteri (legislativo, esecutivo, giudiziario), alla luce del trasferimento di competenze verso organismi sovranazionali, autorità indipendenti e soggetti privati: “Nella moderna architettura dello stato di diritto quello della separazione dei poteri si configura, dunque, come un principio dinamico, relazionale e multilivello, che opera attraverso interdipendenze e controlli reciproci: non più una distinzione organica e funzionale, una separazione statica, finalizzata ad evitare concentrazioni autoritarie, ma un sistema costruito su una logica di equilibrio conflittuale, che vede i poteri interferire tra loro e controllarsi reciprocamente attraverso un sistema di checks and balances sempre in evoluzione”. La sfida tecnologica: “Un’epoca di ingegneri e di algoritmi” - Il passaggio più inedito e sferzante dell’intervento ha riguardato l’impatto delle nuove tecnologie e il potere accumulato dai colossi privati globali, capaci di sfuggire alle regole tradizionali della sovranità statale: “La nostra non è più, o non è più solo, epoca di giuristi e di filosofi, ma epoca di ingegneri e di algoritmi. Nel circuito di potere del nuovo mondo, le piattaforme di intelligenza artificiale pongono come centrale il tema che questo formidabile ma anche insidiosissimo strumento rimanga appannaggio di un numero limitato di soggetti globali dotati di enormi risorse, soggetti che, nei fatti, tendono a sottrarsi ad ogni forma di regolamentazione.” Una siffatta evoluzione impone, secondo Pinelli, una drastica ricalibrazione del sistema di garanzie: “Si tratta di una sfida nevralgica che attende la tutela del Rule of Law: dovranno essere attentamente valutati i rischi connessi all’utilizzo dei sistemi di intelligenza artificiale da parte delle autorità pubbliche, anche e soprattutto nel settore della giustizia; dovranno individuarsi misure efficaci per proteggere gli individui dal trattamento automatico e massivo delle informazioni personali; più in generale, dovrà essere ricalibrato il sistema di checks and balances.” Il rapporto tra giudice e legge: l’esigenza di prevedibilità - Infine, il Vice Presidente del CSM si è soffermato sulla “stagione della complessità” che investe il sistema giudiziario, frammentato tra livello costituzionale, unionale e convenzionale. Una sovrapposizione che rischia di generare un “labirinto” in cui le decisioni diventano imprevedibili: “Ma il sistema non può trascurare il valore che per il cittadino ha la ragionevole prevedibilità dell’esito della sua controversia. La prevedibilità della decisione è fattore di certezza del diritto e presupposto della legittimazione del giudice. Se, fino ad oggi, i discorsi relativi alle Corti sono stati incentrati principalmente sulla necessaria libertà che deve essere riconosciuta al giudice, appare ora necessario sviluppare ulteriori riflessioni e perfezionare ulteriori accorgimenti: quella libertà, intangibile, infatti, non deve essere fine a sé stessa, ma servente a garantire l’attuazione del principio di uguaglianza”. L’obiettivo finale indicato da Pinelli è dunque la transizione verso un modello più chiaro e armonico, capace di rispondere alle reali geografie del potere contemporaneo: “È giunto il momento storico in cui pensare ad un sistema più ordinato, nel quale sia più fluido ed intellegibile il rapporto tra il giudice e la legge, siano più solide e riconoscibili le coordinate attraverso le quali il diritto statale si integra con quello unionale [...]. Occorre aggiornare il sistema di checks and balances, disciplinare i poteri di tutti gli attori che oggi effettivamente lo detengono, orientare i controlli nella direzione della prevedibilità delle decisioni”. L’intervento si è concluso con i ringraziamenti ai numerosi e illustri ospiti presenti, tra cui il Presidente della Corte costituzionale Giovanni Amoroso, la Presidente della Commissione Venezia Marta Cartabia, i Vicepresidenti della Consulta Viganò e Antonini, il Giudice costituzionale Pitruzzella e il consigliere del CSM Cosentino. Trattenimento illegittimo nei Cpr, più facile l’azione risarcitoria di Francesco Machina Grifeo Il Sole 24 Ore, 10 giugno 2026 Le Sezioni Unite, ordinanza n. 18658/2026, chiariscono che lo straniero può chiedere i danni anche senza aver impugnato il provvedimento di proroga del trattenimento. Lo straniero trattenuto in un Cie senza essere ascoltato nel corso dell’udienza di proroga del trattenimento può agire per il risarcimento del danno derivante dall’ingiusta privazione della libertà anche se non ha impugnato il relativo provvedimento. Lo hanno stabilito le Sezioni unite della Cassazione, sentenza n. 18658/2026, respingendo il ricorso della Presidenza del Consiglio, condannata a pagare 20mila euro per poco più di due mesi di illegittimo trattenimento, disposti attraverso due proroghe del provvedimento inizialmente richiesto dal questore e poi convalidato dal giudice di pace senza la doverosa audizione di un cittadino ghanese trattenuto nel Cie di Bari nel 2010. “Il previo esercizio dell’azione impugnatoria volta alla caducazione del provvedimento giudiziale di proroga del trattenimento - si legge nella decisione - non costituisce condizione di ammissibilità dell’azione risarcitoria proposta nei confronti dello Stato ai fini del ristoro del danno patito per la già sofferta privazione della libertà”. “La soluzione contraria, infatti - argomenta la Corte -, si porrebbe in palese contrasto con il sistema di garanzie integrato delineato dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo e con l’interpretazione che di esso ha consegnato la Corte di Strasburgo”. La Suprema corte afferma poi che la “responsabilità dello Stato” non può essere ricondotta all’attività del giudice isolatamente considerata, “bensì al funzionamento complessivo di una procedura che, pur articolandosi in segmenti formalmente distinti, è unitaria sotto il profilo funzionale ed effettuale, in quanto preordinata alla realizzazione della misura e alla produzione dell’effetto restrittivo ad essa connesso”. Dunque, non è il singolo giudice a risponderne ma l’amministrazione pubblica nel suo complesso. Come visto, la mancata proposizione del ricorso non incide sull’ammissibilità dell’azione risarcitoria, tuttavia, prosegue la decisione, può rilevare sul profilo del merito della pretesa “e, in particolare, sulla quantificazione del danno risarcibile” (ai sensi dell’art. 1227, secondo comma, c.c.), potendo valere come “concorso del danneggiato nella causazione delle conseguenze della lesione e dando eventualmente luogo ad una violazione del principio di buona fede”. Tornando alla proponibilità in via autonoma dell’azione risarcitoria per l’illegittima privazione della libertà personale, la Cassazione rinviene un precedente in un recente arresto con il quale si è affermato il diritto del soggetto destinatario di un provvedimento di trattamento sanitario obbligatorio (TSO) ad agire per il risarcimento del danno conseguente alla limitazione della libertà personale, assunta come illegittima, anche in mancanza dell’impugnazione del provvedimento di convalida adottato dal giudice tutelare, in ragione della piena autonomia dell’azione risarcitoria, volta alla tutela dei diritti soggettivi, rispetto all’azione impugnatoria diretta alla caducazione del provvedimento (Cass. n. 25127/2024). Un parallelo quello tra il provvedimento con cui viene disposto il TSO e il provvedimento di trattenimento dello straniero “posto in rilievo” anche dalla giurisprudenza costituzionale. Infatti, entrambi realizzano una limitazione della libertà personale, assoggettata alla riserva assoluta di legge e alla riserva di giurisdizione. Se ne trova, prosegue la decisione, un significativo riscontro nelle analogie della disciplina rispettivamente apprestata dal legislatore per regolarne l’adozione, in quanto anche il trattamento sanitario obbligatorio si basa su una procedura composita, che postula un provvedimento amministrativo sottoposto entro le 48 ore a convalida giudiziaria. In definitiva, le S.U. affermano, con un principio di diritto, che “l’azione risarcitoria proposta dallo straniero per ottenere la riparazione del danno conseguente all’illegittima privazione della libertà personale, realizzata in forza di un invalido provvedimento di proroga del trattenimento presso il C.I.E. (ora C.P.R.), è ammissibile anche nel caso in cui avverso di esso non siano stati proposti i pertinenti rimedi impugnatori (nella specie, il ricorso per cassazione), essendo autonomi, complementari e concorrenti il rimedio risarcitorio, volto a ottenere la riparazione del danno inferto al diritto soggettivo, e quello caducatorio, teso alla rimozione del provvedimento lesivo, convergendo entrambi i rimedi verso l’obiettivo di apprestare una tutela piena ed effettiva della libertà personale”. “Allorché l’azione risarcitoria sia esperita senza aver previamente proposto l’impugnazione del provvedimento causativo della lesione, il sindacato del giudice adito sul provvedimento non impugnato può e deve svolgersi esclusivamente incidenter tantum, in coerenza con la funzione propria dell’azione proposta e, dunque, ai soli fini dell’accertamento dei presupposti dell’illecito aquiliano ai sensi dell’art. 2043 c.c. e delle relative conseguenze dannose”. Tornando al caso concreto, conclude la Corte, il giudice di appello ha correttamente valorizzato “l’esigenza di individuare un rimedio effettivo, rivenendolo nell’azione risarcitoria ex art. 2043 c.c. quale strumento idoneo a garantire una tutela effettiva al soggetto che sia stato vittima di un’illegittima privazione della libertà personale, in conformità con l’art. 5 Cedu, evidenziando al contempo l’autonomia del rimedio compensativo rispetto a quello demolitorio”. Campobasso. Detenuto 50enne muore in ospedale dopo operazione di routine di Gian Pietro Fiore rainews.it, 10 giugno 2026 Indagine interna dell’Asrem sulla morte di un detenuto 50enne nel reparto di terapia intensiva dell’Ospedale Cardarelli dopo un intervento di routine. Va in ospedale per operarsi un’ernia, ma muore dopo l’intervento. Sull’accaduto l’Asrem ha avviato una indagine interna per comprendere cosa è successo al detenuto giunto al Cardarelli per un intervento a un’ernia e deceduto sabato scorso. All’uomo, cinquanta anni, recluso nella Casa circondariale di via Cavour, era stato programmato un intervento chirurgico di routine, ma qualcosa è andato storto e il 22 maggio scorso è stato trasferito nel reparto di terapia intensiva per un improvviso peggioramento delle condizioni di salute. Il detenuto, originario della provincia di Campobasso, arrestato e sotto processo per detenzione di armi, è deceduto nei giorni scorsi in ospedale. Per questo il direttore generale, Giovanni Di Santo, ha incaricato un nucleo ispettivo interno alla struttura sanitaria che dovrà verificare tutte le procedure adottare e stabilire se ci siano stati o meno errori medici. Trieste. Carceri, Sbriglia: “Lo Stato ha dimenticato la sacralità delle leggi” di Francesco Viviani triesteallnews.it, 10 giugno 2026 Un appello per affrontare con urgenza il problema del sovraffollamento carcerario e realizzare un nuovo istituto penitenziario a Trieste arriva dal Garante regionale dei diritti della persona del Friuli Venezia Giulia, Enrico Sbriglia, dopo una visita compiuta in occasione della celebrazione del Corpus Domini nella casa circondariale “Comandante Ernesto Mari”, conosciuta come Coroneo. Sbriglia ha partecipato alla funzione religiosa officiata dal vescovo di Trieste, mons. Enrico Trevisi, nella cappella dell’istituto. Presenti anche il direttore della Caritas diocesana, padre Giovanni La Manna, padre Silvio Alaimo, storico cappellano del carcere, due giovani sacerdoti e il comandante della struttura, Guido Tipaldi. Nel corso della visita il Garante ha incontrato numerosi detenuti, raccogliendo testimonianze sulle condizioni di vita all’interno della struttura. Secondo quanto riferito, nell’istituto sono attualmente presenti 249 detenuti a fronte di una capienza di circa 150 posti, ulteriormente ridotta dall’inagibilità di alcune aree. Tra le principali criticità segnalate dai ristretti figurano il sovraffollamento, la promiscuità nelle celle, le condizioni igieniche e la presenza di infestazioni di cimici da letto. I detenuti hanno inoltre evidenziato la carenza di opportunità lavorative, considerate uno strumento fondamentale per il reinserimento sociale e per il sostegno alle rispettive famiglie. Sbriglia riferisce anche di aver ricevuto una petizione sottoscritta da diversi detenuti, nella quale vengono denunciate le condizioni di detenzione e viene richiamata l’applicazione delle misure compensative previste dall’articolo 35-ter dell’Ordinamento penitenziario per i casi di trattamento inumano o degradante. Nel suo intervento il Garante sottolinea la necessità di avviare una riflessione sul futuro del sistema penitenziario triestino. “Spero davvero che questa regione si ponga seriamente il problema del sovraffollamento detentivo e del bisogno civile e umano, non più rinviabile, di favorire la realizzazione di un nuovo istituto penitenziario a Trieste”, afferma. Secondo Sbriglia, la nuova struttura dovrebbe garantire condizioni dignitose sia alle persone detenute sia agli operatori penitenziari, favorendo percorsi di formazione, lavoro e reinserimento sociale. “In caso contrario - conclude - avremo perso tutti”. Modena. Carcere Sant’Anna, il Pd: “Condizioni insostenibili per detenuti e lavoratori” lapressa.it, 10 giugno 2026 Le parlamentari modenesi Enza Rando e Maria Cecilia Guerra, la responsabile legalità Rossella Caci e il consigliere Luca Barbari hanno visitato il carcere. Riaccendere i riflettori su una situazione che definire critica sarebbe già un eufemismo: questo l’obiettivo della visita - la quarta da aprile 2025 - effettuata al carcere Sant’Anna di Modena dalle parlamentari modenesi del Partito Democratico Enza Rando e Maria Cecilia Guerra, insieme alla responsabile legalità della Federazione provinciale Rossella Caci e al consigliere comunale di Modena Luca Barbari. Quasi 517 persone detenute stipate in una struttura che ne potrebbe accogliere 372, celle con infiltrazioni d’acqua e impianti elettrici che nelle settimane più calde rischiano di non reggere nemmeno un ventilatore per cella: questi i numeri che la delegazione ha voluto portare all’attenzione dell’opinione pubblica, sottolineando come tali cifre non possano restare confinate nelle relazioni ufficiali, e diano prova di una situazione che, invece di migliorare, continua progressivamente a peggiorare. Le persone che lavorano dentro il carcere - dalla polizia penitenziaria al personale amministrativo - sono costrette a sobbarcarsi turni di lavoro estremamente pesanti, rinunciare alle ferie e sostituirsi le une con le altre a causa di un organico drasticamente sottodimensionato rispetto alle effettive esigenze. “Le condizioni all’interno del Sant’Anna - dichiara la delegazione - sono insostenibili per tutti: persone detenute, che vivono un sovraffollamento che compromette dignità e salute mentale, ma anche la polizia penitenziaria, che opera quotidianamente sotto pressione costante, con organici ridotti e strutture inadeguate. Gli esponenti Dem hanno voluto toccare un nervo che il dibattito pubblico tende spesso a rimuovere: il legame diretto tra il fallimento del sistema carcerario e la sicurezza dell’intera comunità. ‘L’articolo 27 della Costituzione è chiarissimo: la pena deve tendere alla rieducazione. Non si tratta di un principio astratto, bensì di una garanzia per tutti i cittadini. Quando una persona esce dal carcere senza aver effettuato un serio percorso di consapevolezza e senza competenze spendibili nel mercato del lavoro, il fallimento non è solo individuale: la recidiva è la prova che il sistema non ha funzionato, e a pagarne le conseguenze siamo tutti’. La soluzione passa da investimenti concreti e non più rinviabili: programmi di formazione professionale all’interno degli istituti, percorsi strutturati di reinserimento lavorativo, supporto psicologico e psichiatrico reale. Esperienze già attive nel territorio dimostrano che un altro approccio è possibile: là dove i detenuti hanno acquisito competenze reali e certificabili e il carcere si è connesso con il tessuto produttivo locale, i tassi di recidiva calano. ‘Queste esperienze vanno finanziate, replicate e rese strutturali, non lasciate alla buona volontà dei singoli o alla generosità di qualche impresa illuminata. Il messaggio alla politica è diretto e senza sconti: il Governo continua a non fare nulla per risolvere problemi vecchi e nuovi. Il sovraffollamento non si affronta, gli organici del personale penitenziario restano drammaticamente insufficienti, e gli investimenti per l’edilizia carceraria brillano per la loro assenza. ‘La sicurezza dei cittadini non si garantisce solo con più celle o più agenti, nel rispetto dell’umanità dei carcerati come di chi lavora nel carcere, ma anche facendo sì che chi entra in carcere ne esca con una possibilità reale di non tornarci. Questo è il senso dell’articolo 27. E questo è ciò che continuiamo a tradire’ Finché il governo resterà sordo a queste emergenze, il sistema carcerario italiano continuerà a fallire la sua missione costituzionale, a scapito di tutti: di chi è detenuto, di chi ci lavora e della comunità intera’. Avellino. Visita del Garante alla Comunità per minori “Amistà” di San Martino Valle Caudina Ristretti Orizzonti, 10 giugno 2026 Ciambriello: “Per i minori servono un Patto Educativo tra più istituzioni e progetti di inclusione sociale”. Mattinata dedicata all’ascolto, alla verifica delle condizioni di accoglienza e alla riflessione sul percorso educativo dei minori autori di reato per il Garante campano delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale, Samuele Ciambriello. La visita è iniziata presso la comunità Amistà di accoglienza per minori a rischio convenzionata con il Dipartimento per la Giustizia Minorile, una delle circa 70 comunità presenti in Campania che ospitano complessivamente 240 adolescenti sottoposti a misure alternative alla detenzione. “Una comunità di accoglienza per minori - ha dichiarato Ciambriello - può rappresentare un’occasione per costruire e ricostruire la consapevolezza del reato, superare situazioni di disgregazione sociale, familiare e affettiva, contrastare la dispersione scolastica e favorire l’apprendimento di un mestiere. Qui, ad esempio, è attivo un laboratorio di pasticceria attraverso il quale i ragazzi realizzano servizi di catering per eventi, sperimentando percorsi concreti di responsabilizzazione e inclusione sociale”. Successivamente il Garante si è recato presso l’Istituto Penale per Minorenni ad Airola, dove è stato accolto dalla direttrice Giulia Magliulo e dal comandante Antonio Sgambato. Durante la visita ha incontrato i ragazzi presenti nella struttura, visitato gli spazi destinati alla socialità, i laboratori di pasticceria e ceramica, svolto colloqui individuali con alcuni minori e incontrato il personale dell’area educativa. Il Garante Ciambriello si è poi fermato insieme al suo staff a pranzo con i ragazzi. (Oggi pasta all’insalata, salsiccia e patate al forno). Al termine della visita, Ciambriello ha espresso apprezzamento per il lavoro svolto all’interno dell’istituto: “I lavori di ristrutturazione in corso procedono regolarmente, pur causando disagi al personale sia agli ospiti e alle attività trattamentali. Desidero esprimere il mio apprezzamento alla direzione, alla polizia penitenziaria e a tutto il personale che, in una realtà complessa e delicata come quella minorile, continuano a svolgere il proprio compito con professionalità e spirito di servizio”. Il Garante ha inoltre richiamato l’attenzione sul costante aumento dei minori detenuti negli Istituti Penali per i Minorenni italiani. “Al 31 marzo risultavano presenti nei 20 IPM italiani (3 nuove carceri minorili aperte dal Governo quest’ anno) 587 ragazzi di cui 71 a Nisida e 19 ad Airola. Di fronte al disagio giovanile che può trasformarsi in devianza e successivamente in microcriminalità, non può essere il carcere l’unica risposta. Oggi ho incontrato giovani coinvolti anche in reati gravi, ma occorre interrogarsi sulle responsabilità condivise delle famiglie, della scuola, della Chiesa, delle istituzioni e della società civile. Serve un grande Patto educativo e di prevenzione capace di intervenire prima che il reato venga commesso”. “La vera domanda - ha concluso Ciambriello - è può essere solo la misura carceraria e di custodia la risposta semplice per chi passa dal disagio alla devianza e dalla devianza alla microcriminalità? Questo tipo di carcere serve davvero a cambiare questi adolescenti a metà? Il carcere minorile deve limitarsi a far pagare un errore o debba invece offrire ai ragazzi la possibilità concreta di cambiare? Comunità educative e percorsi trattamentali hanno senso solo se riescono a trasformare il disagio in opportunità e a restituire alla società giovani consapevoli e responsabili”. Livorno. Concluso il corso di pasticceria al carcere delle Sughere comune.livorno.it, 10 giugno 2026 Progetto finanziato e coordinato dal Rotary Club Mascagni. Si è concluso tra applausi, profumi di forno e sorrisi l’evento finale del corso di pasticceria svoltosi presso la Casa Circondariale “Le Sughere” di Livorno, un percorso che per otto lezioni ha coinvolto un gruppo di persone ristrette in un’esperienza formativa intensa e ricca di significato. Nella cucina dell’istituto, trasformata per l’occasione in un vero laboratorio artigianale, i partecipanti hanno appreso le tecniche dell’arte pasticcera sotto la guida dello chef Riccardo Cerretini. Tra impasti, lievitazioni e sfogliature, hanno acquisito competenze concrete, imparando a coniugare la tradizione dolciaria con l’uso di ingredienti e metodologie innovative. Il progetto, finanziato e coordinato dal Rotary Club Mascagni - con l’impegno diretto di Nicola Minervini, Fabrizio Orlandi e Antonio D’Alesio - ha rappresentato molto più di un semplice corso: è stato un percorso educativo e umano. Un’occasione per sperimentare il valore del tempo, della pazienza e della cura, elementi essenziali tanto nella preparazione di un dolce quanto nei percorsi di cambiamento personale. Il laboratorio ha inoltre favorito la costruzione di dinamiche collaborative, trasformando il gruppo in una vera e propria brigata di lavoro. Ogni preparazione è diventata un esercizio di responsabilità condivisa, coordinamento e fiducia reciproca, competenze fondamentali anche in prospettiva di reinserimento sociale e lavorativo. L’8 giugno, nel momento conclusivo, la cucina de Le Sughere ha aperto le sue porte per accogliere rappresentanti istituzionali e operatori del territorio. Erano presenti la Direttrice dell’istituto, dott.ssa Maria Grazia Giampiccolo, il Garante delle persone detenute Marco Solimano, la Responsabile dell’Area trattamentale Marcella Gori e la Funzionaria giuridico-pedagogica Emanuela Cimmino, che ha seguito il progetto con attenzione e continuità. Il buffet finale tra profumi di burro e speranza ha celebrato il lavoro svolto: cornetti dorati, fragranti pain au chocolat, eleganti millefoglie, affiancati da proposte salate come pizzette e panini ripieni. Preparazioni curate nei dettagli, capaci di raccontare - attraverso gusto e presentazione - il percorso compiuto. Nel corso dell’evento sono stati consegnati gli attestati di partecipazione, simbolo concreto dell’impegno profuso e delle competenze acquisite. Un’iniziativa che conferma come, anche all’interno del contesto penitenziario, sia possibile costruire esperienze formative di qualità, capaci di unire professionalità, inclusione e prospettive di futuro. Cagliari. Liberi dentro per crescere fuori, sabato 13 giugno dal carcere di Uta ai giardini pubblici comune.cagliari.it Il metodo internazionale di ABCittà trasforma il vissuto dei detenuti in un’occasione straordinaria di crescita collettiva. Biblioteca Vivente aperta al pubblico dalle 17 alle 20. Una decina di persone, tra operatori carcerari e chi si trova sottoposto a regime detentivo nella Casa Circondariale di Uta, si mettono a nudo trasformandosi in “libri umani”, pronti a raccontarsi senza filtri per scardinare stereotipi e stigmi sociali. Sabato 13 giugno 2026, dalle ore 17 alle 20, i Giardini pubblici di viale San Vincenzo a Cagliari ospiteranno l’evento conclusivo dell’azione TuttoMondo, un’iniziativa che offre ai genitori detenuti una reale prospettiva di inclusione, riscatto e cittadinanza attiva attraverso il dialogo e la relazione interpersonale diretta. L’iniziativa si svolge nell’ambito del progetto più ampio “Liberi dentro per crescere fuori”, selezionato dall’impresa sociale Con i Bambini nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. I lettori della comunità esterna potranno accedere liberamente ai Giardini, consultare il catalogo dei titoli disponibili e prendere in prestito un libro umano per una conversazione faccia a faccia della durata di circa trenta minuti. L’incontro biografico si trasforma così in uno strumento di coesione in cui la narrazione di un episodio di vita prova a scardinare il pregiudizio attraverso l’ascolto e l’empatia uno a uno. “Questo evento scavalca idealmente le mura del carcere per restituire centralità alla persona e alla funzione rieducativa della pena”, racconta Saverio Gaeta, presidente dell’associazione Prohairesis, partner di progetto e responsabile del coordinamento dell’azione TuttoMondo - La Biblioteca Vivente non è una semplice rassegna di racconti, ma un presidio sociale che trasforma lo stigma in una straordinaria occasione di confronto e crescita per tutta la cittadinanza”. L’appuntamento di Cagliari rappresenta il culmine di un percorso di preparazione metodologica coordinato da Ulderico Maggi, formatore esperto di ABCittà, cooperativa sociale milanese che ha introdotto in Italia e strutturato questo specifico format di animazione culturale e coesione sociale (denominato “ALL - ABCittà Living Library” e riconosciuto dal Consiglio d’Europa), mutuandolo dalla metodologia danese della Human Library. Durante i mesi di aprile e maggio, a Uta, attraverso incontri di formazione mirati, i partecipanti hanno lavorato sulla consapevolezza del proprio vissuto, definendo i titoli e le quarte di copertina delle storie che proporranno alle cittadine e ai cittadini. La rete di partenariato del progetto “Liberi dentro per crescere fuori” comprende la cooperativa Elan (capofila), insieme a Panta Rei Sardegna, Solidarietà Consorzio, Exmè & Affini, Casa delle Stelle, la Direzione del Carcere di Uta, l’Uiepe, il Comune di Cagliari, l’associazione Prohairesis e Aragorn Srl. Forlì. La onlus “Casa della Speranza” dona 144 mobili al carcere forlitoday.it, 10 giugno 2026 Una grande catena di solidarietà e sinergia istituzionale ha permesso un importante passo avanti nel miglioramento della qualità della vita e della dignità all’interno del carcere di Forlì. Nei giorni scorsi sono stati consegnati all’istituto penitenziario ben 144 mobili sotto-lavello provvisti di cassetti, destinati a ottimizzare gli spazi e l’organizzazione all’interno delle celle, a beneficio sia della popolazione detenuta sia del personale che vi opera quotidianamente. Il materiale è giunto nel cuore della Romagna grazie alla generosità e all’impegno della “Casa della Speranza Onlus” di Castiglione Torinese (Torino), associazione da sempre in prima linea sui temi del sostegno sociale e presieduta da Giuseppe Lazzarotto. L’operazione è stata resa possibile sul piano locale grazie alla stretta collaborazione con Fabio Marzufero, referente dell’Associazione per l’Emilia-Romagna, che ha svolto il ruolo strategico di punto di collegamento e coordinamento con la struttura carceraria. La complessa macchina logistica della consegna è stata gestita operativamente dal Gruppo volontari “I Fidati” di Conselice, guidato dal capogruppo Raffaele Alberoni. Questa realtà si occupa con costante dedizione della gestione e della redistribuzione di donazioni sul territorio, offrendo un supporto concreto a persone, famiglie e associazioni in condizioni di vulnerabilità. A portare materialmente a termine la consegna all’interno del carcere forlivese è stata la delegazione composta dai volontari Giordano Rivola e Alvaro Zuccherelli. L’arrivo dei beni è stato accolto formalmente dalla direttrice del carcere, Carmela De Lorenzo, affiancata dal comandante del reparto di Polizia penitenziaria, il commissario capo Fabrizio Cristiano. I vertici dell’istituto hanno espresso profonda gratitudine per un gesto che unisce pragmatismo e alto valore civico. “Si tratta di un gesto di grande attenzione rivolto alle persone detenute e agli operatori penitenziari, volto a creare un ambiente dignitoso - ha dichiarato De Lorenzo -. Questa donazione rappresenta un esempio virtuoso di come la sinergia tra volontari, cittadini e Istituzioni possa generare un impatto positivo concreto sul territorio, esaltando valori fondamentali come la solidarietà e il sostegno reciproco, indispensabili per costruire una società più giusta e coesa”. Firenze. La musica entra a Sollicciano, la Banda “La Polverosa” in concerto per i detenuti di Rossella Conte La Nazione, 10 giugno 2026 Martedì 16 giugno l’ensemble dell’Associazione Jupiter si esibirà all’interno della casa circondariale. Un’iniziativa all’insegna di inclusione, cultura e condivisione. La musica come strumento di incontro, dialogo e vicinanza. Martedì 16 giugno la Banda Adulti “La Polverosa”, progetto musicale dell’Associazione Jupiter, si esibirà all’interno della casa circondariale di Sollicciano per una mattinata speciale dedicata ai detenuti. Il concerto si svolgerà dalle 9.30 alle 11.30 circa e rappresenterà un’occasione per portare cultura, partecipazione e momenti di serenità all’interno dell’istituto penitenziario fiorentino. L’iniziativa, ideata da Silvia Masi, nasce dalla volontà di utilizzare la musica come linguaggio universale capace di superare barriere e distanze, offrendo ai detenuti un’opportunità di ascolto e condivisione attraverso le note e il repertorio della banda. L’Associazione Jupiter opera da anni nel quartiere di San Jacopino, promuovendo attività educative, culturali e sociali rivolte alla cittadinanza. Tra i progetti dell’associazione figura proprio la Banda Adulti “La Polverosa”, antica denominazione della strada che attraversa il quartiere di San Jacopino e che ancora oggi rappresenta un elemento identitario e simbolico della memoria storica della zona. Un legame con il territorio che la formazione porta con sé in ogni esibizione e che, per questa occasione, entrerà in un luogo particolare come il carcere di Sollicciano. Durante il concerto i musicisti proporranno un repertorio pensato per coinvolgere il pubblico e creare un’atmosfera di condivisione. L’obiettivo non è soltanto offrire uno spettacolo musicale, ma anche costruire un momento di relazione umana, capace di regalare qualche ora di leggerezza e di normalità ai detenuti. L’appuntamento si inserisce nel solco delle iniziative che vedono la cultura e l’arte come strumenti di inclusione sociale e di crescita personale. Attraverso la musica, la Banda “La Polverosa” porterà all’interno delle mura di Sollicciano un messaggio di attenzione e vicinanza, dimostrando come le note possano diventare un ponte tra realtà diverse e contribuire a creare occasioni di incontro autentico. Per i musicisti dell’Associazione Jupiter sarà anche un’opportunità per mettere il proprio impegno al servizio della comunità, confermando il valore sociale di un progetto che da anni anima il quartiere di San Jacopino e che, per una mattina, farà risuonare la propria musica in uno dei luoghi più complessi della città. Vicenza. Scarpa e Truccolo, storie di riscatto che possono aiutare chi è in carcere Corriere del Veneto, 10 giugno 2026 Due storie di riscatto e di vittoria, per aiutare i detenuti nel loro percorso di reinserimento, ma anche un’opportunità di mettersi in gioco a livello sportivo. Ha fatto tappa ieri alla casa circondariale Del Papa il progetto “Olimpiadi in carcere”, ideato dalla giornalista Giovanna Pastega per l’associazione Seconda Chance, che da anni si occupa in tutta Italia della formazione e del reinserimento lavorativo di detenuti e detenute, e promosso da altre associazioni sportive, una su tutte il Csi. Il progetto, nato nel contesto dei giochi olimpici e paralimpici invernali di Milano-Cortina 2026, mira a portare all’interno degli istituti penitenziari veneti il racconto filmico e in presa diretta di due ori olimpici e paralimpici di straordinaria sensibilità e impegno sociale: Daniele Scarpa, medaglia d’oro di canoa ad Atlanta nel 1996, e la moglie Sandra Truccolo, oro paralimpico nel 1996 ad Atlanta e nel 2000 a Sydney. Ieri pomeriggio, circa 30 detenuti della casa circondariale di Vicenza hanno potuto conoscere più da vicino la storia e il percorso di due campioni, attraverso la proiezione di due documentari. Ma non solo. Nel penitenziario è stato introdotto un simulatore di voga, il “Concept2 RowergIndor Rowing”, utilizzato dai campioni del canottaggio in tutte le gare Hirox e Crossfit, per una dimostrazione e prove di utilizzo. “Quando ci è stato proposto di parlare della nostra vita ai detenuti - racconta Scarpa -, ho avuto l’intuizione di introdurre questo macchinario, in modo che detenuti e polizia penitenziaria possano allenarsi e addirittura fare delle gare senza uscire dal carcere: si tratta di simulatori utilizzati in tutto il mondo, e si possono fare gare da remoto. Addirittura, un carcerato che si allena potrebbe benissimo partecipare al campionato del mondo”. Ora, l’obiettivo è riuscire a ricevere un sostegno economico da parte di sponsor o di enti, così da consentire la donazione all’istituto di due simulatori, uno destinato ai detenuti e uno agli agenti. L’appello lanciato dai due sportivi, insomma, è diretto al mondo imprenditoriale vicentino, in modo che possa farsi carico di questo investimento, dal costo di 4000 euro a macchinario. “Sarebbe una cosa molto importante - spiega Truccolo -, perché resterebbe loro qualcosa di materiale del progetto, al di là della testimonianza. Sono rimasta impressionata da come i detenuti si siano interessati alla mia storia, ascoltavano con molta attenzione. Ho cercato di far capire loro che dopo l’incidente che mi è capitato ho dovuto reinventarmi una seconda vita, e che le cose non arrivano dall’alto, ma solamente con l’impegno e con la costanza”. Lettere al garante. Voci dal carcere tra diritti negati, paure e speranze di Samuele Ciambriello Ristretti Orizzonti, 10 giugno 2026 Per anni ho attraversato i corridoi delle carceri, ho ascoltato storie, raccolto silenzi, letto lettere scritte con urgenza e con paura. Questo libro nasce da quell’ascolto. Sono le parole di chi vive la detenzione: richieste di aiuto, denunce, confessioni, ma anche frammenti di speranza. Lettere che mi sono state affidate e che ho scelto di non lasciare chiuse in un cassetto. Perché dietro ogni riga c’è una persona che chiede di essere vista, riconosciuta, ascoltata. Ho voluto restituire queste voci così come sono arrivate: dirette, a volte crude, sempre vere. Raccontano un carcere fatto di sovraffollamento, solitudine, affetti lontani, diritti fragili. Ma raccontano anche il bisogno, ostinato, di cambiare. Credo che la pena non debba fermarsi al castigo. Credo che ogni persona possa essere accompagnata verso una possibilità diversa. Questo libro è un ponte tra dentro e fuori. È un invito ad ascoltare. Perché nessuno, neanche chi ha sbagliato, dovrebbe essere ridotto al silenzio. Il carcere visto “da dentro”, tra dolore e speranza di Maria Caterina Bombarda settimananews.it, 10 giugno 2026 Con “Trovate la speranza o voi che entrate. Il carcere tra pena e possibilità (Pendragon, Bologna 2026), Fabrizio Pomes accompagna il lettore dentro il mondo del carcere con uno sguardo autentico, umano e profondamente vero. Non è il solito libro sulla detenzione raccontata solo attraverso numeri, cronaca o slogan: qui il carcere prende voce attraverso le persone, le emozioni, i silenzi e le relazioni. La forza del libro sta proprio nella sua capacità di farci entrare in quella realtà senza filtri. Si sentono il rumore delle chiavi, il peso delle porte blindate, il tempo che sembra non passare mai. Alcuni passaggi restano impressi perché riescono a raccontare in poche righe tutta la durezza della vita dentro: “Per l’agente esperto è quasi musica. Per il detenuto è un promemoria: sei qui, e non te ne andrai”. Ma questo libro non parla solo della sofferenza del carcere. Parla soprattutto delle persone. Dei detenuti, delle loro famiglie, delle mogli che resistono fuori, dei figli che aspettano, dei volontari che ogni giorno provano a costruire ponti di umanità dentro un sistema spesso disumanizzante. Una delle scelte più significative e toccanti del libro è proprio quella di dare voce anche a Giuditta Tauro, la moglie dell’autore. Il suo intervento aggiunge al racconto una profondità ancora maggiore, perché mostra il carcere da un altro punto di vista: quello di chi resta fuori ma vive comunque una forma di pena quotidiana. Le sue parole raccontano la solitudine, la fatica di reggere una famiglia, il peso del giudizio sociale e la forza necessaria per continuare a esserci nonostante tutto. È una testimonianza intensa e autentica che ricorda come il carcere non colpisca mai una sola persona, ma intere famiglie. Ed è forse proprio attraverso la voce di Giuditta che il libro raggiunge alcuni dei suoi momenti più umani e universali. Molto belle e toccanti sono le pagine dedicate agli affetti e alla solitudine di chi resta fuori. Fabrizio racconta con delicatezza quanto la pena non colpisca mai una sola persona: “La condanna è un’onda lunga, che travolge chiunque stia intorno al detenuto”. Ed è proprio questa la grande forza del libro: riuscire a far capire che dietro ogni detenuto esiste una rete di vite che continua a soffrire, sperare e resistere. Colpisce anche il modo in cui vengono raccontati piccoli gesti che in carcere diventano enormi: una lettera, una telefonata, un colloquio, un libro preso in biblioteca. Quando scrive “Leggere, qui dentro, non è un passatempo. È un atto di resistenza”, si comprende bene quanto anche le cose più semplici possano diventare strumenti per restare umani. Il libro affronta temi importanti come il sovraffollamento, la funzione della pena, la difficoltà della rieducazione e il bisogno di restituire dignità alle persone detenute. Ma lo fa senza retorica, senza giustificazioni e senza cercare scorciatoie morali. Lo fa raccontando storie vere, emozioni vere e contraddizioni profonde. Ed è forse proprio questo che rende il libro così forte: riesce a mostrare il carcere non solo come luogo di dolore, ma anche come spazio dove, nonostante tutto, può ancora nascere speranza. Una speranza fragile, faticosa, ma possibile grazie alle relazioni umane, alla cultura, al volontariato e alla capacità di qualcuno di continuare a vedere la persona oltre l’errore. Questo libro è quindi molto più di una testimonianza personale. È un invito a fermarsi, a riflettere e ad avere il coraggio di guardare il carcere con occhi diversi, più umani e più veri. Il suono del legno che ricorda il mare di Marco Voleri Avvenire, 10 giugno 2026 Strumenti nati da legni feriti raccontano storie di rinascita. Nei laboratori e nell’Orchestra del Mare, Arnoldo Mosca Mondadori racconta che chi era ai margini ritrova voce, senso e possibilità di futuro attraverso la bellezza. Ci sono legni che galleggiano per salvarsi. E poi ci sono legni che, dopo aver attraversato il dolore, imparano persino a suonare. Quando incontro Arnoldo Mosca Mondadori penso subito a questo: alla possibilità che qualcosa di ferito possa ancora generare bellezza. Non una bellezza da museo. Una bellezza viva, consumata dalle mani, dal sale, dagli errori. Una bellezza che conosce il buio e proprio per questo sa parlare al cuore. Dal 2012 Arnoldo, insieme a Marisa Baldoni, ha dato vita alla Fondazione Casa dello Spirito e delle Arti, sull’Alzaia Naviglio Grande a Milano: attraverso arte, cultura e lavoro prova a restituire dignità alle persone più fragili. Detenuti, migranti, giovani smarriti. Uomini e donne ai margini che tornano a sentirsi parte di un’armonia possibile. La missione è semplice e profondissima: mettere al centro la dimensione spirituale dell’essere umano. I progetti non sono mai soltanto sociali: gesti di bellezza, mani che ricominciano, storie che smettono di sentirsi scarti. La sua voce è calma, raccolta. Mentre racconta sembra ascoltare anche lui ciò che ha vissuto, come se ogni progetto fosse nato prima nel silenzio che nelle idee. “L’ho capito in carcere” dice, “che la bellezza può salvare perfino ciò che sembrava perduto.” Nelle carceri di Opera, Monza, Secondigliano ha visto uomini perduti tornare a guardarsi negli occhi. È accaduto lavorando il legno, costruendo strumenti, imparando pazienza e armonia. Nel laboratorio di liuteria di Opera nasce il gesto più potente: trasformare ciò che portava disperazione in suono. Nel suo cammino ci sono incontri che sembrano pagine di poesia. Alda Merini, Annamaria Canopi. Due donne diversissime, entrambe capaci di attraversare il dolore senza farsene divorare. Gli hanno insegnato una cosa semplice ed immensa: non possiamo giudicare nessuno, perché ogni essere umano porta dentro ferite invisibili e un bisogno infinito di luce. Alda trasformava la sofferenza in versi incandescenti, Madre Canopi la raccoglieva nel silenzio della preghiera. E poi c’è l’Orchestra del Mare. Violini, viole, violoncelli costruiti dai detenuti con il legno delle barche dei migranti approdate a Lampedusa. Legni che avevano attraversato tempeste, paura, partenze senza ritorno. Quando quegli strumenti hanno suonato la prima volta alla Scala, Arnoldo lo ha fissato nel cuore. “È come se finalmente potessimo sentire il dramma contemporaneo dei migranti” racconta. “Sentirlo nel profondo dell’animo.” Mentre lo ascolto penso che il mondo soffra soprattutto di questo: di indifferenza. Invece quei violini costringono ad ascoltare davvero. Il suono di quel legno porta dentro le onde, il pianto, la notte del mare. Anche la speranza. Prima di salutarci, chiedo ad Arnoldo di lasciare una piccola nota in tasca a chi ci ascolta. Sorride piano. E sceglie un canto popolare dedicato alla Madonna: Madonna Nera. Una melodia antica, fragile e potente insieme. Una preghiera che sembra arrivare da lontano, da un popolo in cammino. Forse è questa la musica che ci salva: quella che non cancella il dolore ma gli dà una voce. Come il mare quando finalmente smette di fare paura e diventa memoria che canta. Il carcere di Santo Stefano rivive dai suoi archivi ansa.it, 10 giugno 2026 Conclusa la ricognizione dei documenti della prigione borbonica. È rimasto aperto, ma sarebbe meglio dire “chiuso”, per 160 anni, ospitando nelle sue celle uomini che hanno scritto la nostra storia, da Luigi Settembrini al Presidente della Repubblica Sandro Pertini, o criminali comuni, noti dissidenti politici e oppositori dei vari regimi succedutisi in Italia, come il brigante Carmine Crocco, l’anarchico Giuseppe Mariani, il bandito Sante Pollastri. Oppure, tra tutti, Altiero Spinelli, lo storico antifascista e padre fondatore dell’Unione Europea, che proprio durante il confino e la prigionia tra Ventotene e Santo Stefano scrisse il celebre Manifesto. L’ex carcere di Santo Stefano, edificato dai Borbone alla fine del ‘700 nell’inaccessibile isolotto situato ad un miglio da Ventotene, famoso per la sua struttura “panottica a anfiteatro a cielo aperto”, dopo la sua chiusura nel 1965, a cui è seguito un lungo periodo di vandalismo, incuria e degrado, dal 2016 è stato avviato ad un progetto governativo di recupero e valorizzazione. L’obiettivo è di far rinascere l’intera cittadella carceraria per ospitare spazi museali e aree dedicati all’alta formazione, integrati a percorsi espositivi naturalistici. In quest’ottica è stata avviata anche una ricognizione archivistica della documentazione dell’ex carcere borbonico i cui risultati sono stati presentati oggi al ministero della Cultura, in occasione della giornata internazionale degli Archivi. In cui il commissario straordinario di governo Giuseppe Marinello e il direttore generale Archivi del Ministero della Cultura Antonio Tarasco hanno anche sottoscritto, presente il sottosegretario Giampiero Cannella, un Accordo di partenariato. Il carcere nei due secoli di funzionamento ha visto detenuti tra le sue celle patrioti italiani del Risorgimento, condannati politici e comuni: di tutti emergono le loro vite, individualmente o come comunità reclusa, dalle corrispondenze di direttori, agenti di custodia e cappellani che pure ebbero un ruolo fondamentale per il conforto dei detenuti. Ognuno di loro ha lasciato tracce del loro passaggio così come gli eventi storici che ne determinarono la loro presenza sull’isola. Dopo la ricognizione, le fonti relative all’Ergastolo di Santo Stefano saranno ora progressivamente integrate nei sistemi informativi archivistici coordinati dall’Istituto Centrale per gli Archivi, nell’ambito del nuovo portale “Archivi Nazionali”, che rappresenterà il punto di accesso unico per la ricerca e la consultazione di tutte le risorse descrittive attualmente presenti nei diversi sistemi e portali archivistici. Si tratta, ha detto Marinello, “di un patrimonio ancora poco conosciuto il cui recupero contribuirà a fare emergere. La mole della documentazione esaminata va ben oltre quanto fin qui immaginato e ci restituisce una vitalità impensabile che, attraverso la digitalizzazione, sarà fruibile non solo agli studiosi ma anche ai molti cittadini italiani e europei”. L’Ergastolo di Santo Stefano, ha notato anche Tarasco, è “uno dei luoghi più significativi della storia italiana, non soltanto per la sua funzione penitenziaria ma anche perché attraverso le sue vicende è possibile leggere passaggi fondamentali del Risorgimento, dell’Italia unita, della costruzione della nostra democrazia e della storia del diritto penale e penitenziario. Il patrimonio documentario conservato negli Archivi di Stato restituisce voce ai detenuti, agli amministratori, agli operatori e alle comunità che hanno vissuto questo luogo nel corso di oltre due secoli”. L’esposizione dei risultati della ricognizione archivistica, che abbraccia un periodo, appunto, di oltre duecento anni, è stata affidata a Marilena Giovannelli e Libera Pennacchi, già direttrici dell’Archivio di Stato di Latina, e a Ferdinando Salemme, direttore dell’Archivio di Stato di Napoli. I braccianti morti e lo Stato assente di Chiara Saraceno La Stampa, 10 giugno 2026 Il caporalato in varie forme, non solo il lavoro nero, non è un residuo del passato, di un capitalismo e di un’economia di mercato ancora primitivi e da società arretrata. È uno strumento strutturale di una grossa fetta dell’economia italiana, trasversale a molti settori - dall’agricoltura alle costruzioni, dalla logistica alla moda. Può contare sulla disponibilità di un “esercito di riserva” non più limitato alla popolazione locale e la cui sfruttabilità e ricattabilità è rinforzata dall’incertezza dello status giuridico causata dalle procedure che regolano gli ingressi e la permanenza degli stranieri in Italia: migranti in attesa di permesso di soggiorno, o cui è scaduto il permesso, stranieri arrivati per vie legali, con un contratto di lavoro, ma che all’arrivo non trovano le condizioni statuite e/o che per avere quel contratto hanno dovuto pagare qualcuno. Non c’è solo il fenomeno della de-localizzazione verso Paesi dove i salari sono più bassi e i diritti sindacali, civili, sociali, inesistenti. C’è anche l’importazione di manodopera a basso prezzo e senza diritti. Tutto nell’indifferenza, quando non nella connivenza, delle aziende che utilizzano il loro lavoro. Succede a Milano, come si è da ultimo scoperto nel caso della costruzione del nuovo consolato statunitense dove operai indiani, arrivati con un contratto regolare, lavoravano praticamente in schiavitù. Succede nel Foggiano, dove da anni un Centro di prima accoglienza è un bacino di forza lavoro a costi infimi. Succede nella piana di Sibari e in molte aree agricole al Sud come al Nord. C’è un intreccio con la criminalità organizzata autoctona, ma anche con l’irresponsabilità sociale di troppe imprese che basano la concorrenza sul ricorso a rapporti di lavoro al di fuori della legalità. Dopo un’ennesima morte drammatica di lavoratori sfruttati e costretti a vivere in condizioni disumane, nel 2017 è stata approvata una buona legge per contrastare il caporalato. Inoltre, come ha raccontato ieri questo giornale, il Pnrr aveva previsto di affrontare la questione degli alloggi per chi aveva contratti stagionali. Ma, come spesso succede, la legge è rimasta in larga misura sulla carta, perché, come avviene in altri settori del controllo sull’appropriatezza delle condizioni di lavoro dal punto di vista contrattuale e della sicurezza, mancano le risorse umane e forse anche tecnologiche (archivi informatici che consentano il monitoraggio) per attuarle. Temo che manchi anche la volontà, perché non si vuole dare fastidio a categorie che potrebbero essere utili sul piano elettorale, a livello locale e nazionale. Quanto alle misure previste dal Pnrr, si sono perse per strada, tra non volontà, o incapacità, delle amministrazioni locali e indifferenza del governo nazionale, che anzi ne ha approfittato per spostare altrove i fondi. L’orrendo assassinio dei quattro operai ad Amendolara nasce in questo contesto di indifferenza e complicità, che rende invisibile ciò che è ampiamente noto e sotto gli occhi di tutti: non solo della popolazione locale, ma anche degli amministratori locali, della polizia e carabinieri locali, così come del governo nazionale e del Parlamento. Ne è sconsolante testimonianza lo scarto tra l’immediata partecipazione e vicinanza manifestata dalle più alte cariche dello Stato dopo la tragedia di Modena e i silenzi e le assenze di fronte al delitto di Amendolara e al contesto che lo ha generato. Non il presidente della Repubblica, non la presidente del Consiglio, non il ministro degli Interni, non la ministra del Lavoro, neppure un sottosegretario qualsiasi hanno ritenuto doveroso andare a portare la propria solidarietà a dei disgraziati così sfruttati nella Repubblica fondata sul lavoro da temere, a ragione, per la propria vita se si ribellano. E a impegnarsi perché questo non possa succedere più. Liquidare gli omicidi di Amendolara come una resa dei conti tra stranieri, certo da “punire in modo esemplare” come ha dichiarato la presidente del Consiglio, serve ad evitare, per l’ennesima volta, l’assunzione di responsabilità per un inadeguato contrasto del fenomeno dello sfruttamento para-schiavistico su cui si regge una parte dell’economia italiana. Anche questa è omertà, non solo quella degli abitanti della zona che tacciono e non danno informazioni agli inquirenti. Anzi, la prima legittima e rafforza la seconda: se lo Stato non c’è, perché mai i cittadini dovrebbero metterci la faccia e rischiare in proprio? Paghe da fame, telefoni sotto controllo, documenti sequestrati: gli schiavi del kebab e del sushi di Marco Birolini Avvenire, 10 giugno 2026 Solo a Bergamo in un anno la Cgil ha raccolto una ventina di casi tra paghe da fame, orari stressanti e violenze. “Serve una rete che prenda in carico chi ha il coraggio di sporgere denuncia”. Spuntano altre irregolarità. L’ultima frontiera dello sfruttamento schiaccia i lavoratori dentro un panino. Settanta ore a settimana per 900 euro lorde, con finto contratto part time, per preparare kebab o sushi sette giorni su sette. Non c’è domenica che tenga, e persino le pause assomigliano a uno stato di libertà vigilata. “Quando alcuni lavoratori sono venuti da noi a denunciare - spiega Paola Redondi, della segreteria Cgil di Bergamo - i loro smartphone squillavano in continuazione. Rispondevano e si sentivano chiedere: dove sei? Cosa fai? Erano i datori di lavoro che li controllavano”. Nell’ultimo anno, il sindacato ha preso in carico una ventina di migranti stanchi di essere spremuti nelle botteghe di cibo etnico. Un dato in brusco aumento, che a Bergamo sta facendo emergere una situazione diffusa. “I casi si sono verificati in città, ma anche in provincia. Purtroppo arrivano da noi quando è troppo tardi: o dopo un infortunio, oppure dopo aver subito minacce o violenze dopo aver chiesto un aumento”. Il padre padrone non gradisce rivendicazioni, soprattutto se provengono da persone del suo gruppo etnico. Esiste un flusso di manodopera sommerso proveniente soprattutto da Nord Africa e Pakistan di cui si sa pochissimo, gestito da chi lucra sugli stranieri - spesso connazionali - che versano in uno stato di “fragilità documentale”. Come spiega Redondi, questi ragazzi “necessitano di aiuto per richiedere il rinnovo del permesso di soggiorno, e chi li assume li ricatta: se non sottostai alle mie condizioni ti arrangi. Oppure si vedono sottrarre direttamente i documenti. Ci sono gli estremi per il reato di sfruttamento previsto dall’articolo 603 bis del codice penale, anche perché molti sono costretti ad alloggiare in appartamenti sovraffollati e fatiscenti, dormendo a volte anche in cucina”. La Cgil ha informato la procura, le indagini sono in corso. Chi trova il coraggio di denunciare dovrebbe usufruire di un permesso di soggiorno concesso “con immediatezza”, secondo l’articolo 18 ter del testo unico sull’immigrazione, “per consentire alla vittima e ai membri del suo nucleo familiare di sottrarsi alla violenza, all’abuso o allo sfruttamento”. “Di fatto, però, non avviene sempre - sottolinea Redondi - e questo compromette la possibilità di ottenere informazioni tempestive e utili alle indagini. Con ricadute anche sulla stessa volontà di collaborare, anche perché manca una rete sociale che si preoccupi di fornire alternative pratiche e rapide”. Se un altro lavoro lo si può anche trovare, la questione è più complicata per quanto riguarda la sistemazione abitativa: impossibile lasciare il “dormitorio” se non si sa dove andare. “Il caporale invece è più veloce ed efficiente: non solo ti trova una sistemazione a buon mercato, ma si occupa anche del trasporto sul luogo di lavoro” dice Redondi. Un sistema che si può smantellare solo offrendo aiuto concreto: a Bergamo la rete di assistenza è ancora da imbastire, magari applicando il protocollo firmato da Ente bilaterale del Turismo e ministero del Turismo per favorire percorsi formativi rivolti a migranti vulnerabili. Si guarda però anche al modello integrato di presa in carico introdotto in Toscana. Il progetto Soleil, che coinvolge terzo settore, servizi sociali e sindacati, ha consentito l’emersione di oltre mille casi di sfruttamento grazie a un percorso di tutela e reinserimento lavorativo che prevede anche la garanzia di un alloggio dignitoso. La piaga dello sfruttamento nella ristorazione etnica è emersa alcuni giorni fa anche nel Bresciano, a Darfo: i carabinieri hanno chiuso una pizzeria-kebab bar dopo avervi trovato alcuni lavoratori in nero, che non avevano ricevuto la minima formazione circa i rischi dell’attività da svolgere. Non solo, i “dipendenti” erano scrutati in diretta da telecamere nascoste. Una pratica non nuova: a Riccione, tre anni fa, fu chiusa la tavola calda di una famiglia turca che sorvegliava cuochi e camerieri con occhi elettronici. I titolari sequestravano i passaporti o i permessi di soggiorno dei migranti e li costringevano a lavorare 15 ore filate, per poi farli riposare in un ripostiglio ricavato sopra la cella frigorifera. Un regime di semi schiavitù che fu interrotto anche in questo caso dai carabinieri, grazie alla collaborazione di uno straniero che non ce la faceva più. Il coraggio paga, a patto però di non essere lasciati soli. Droghe, la repressione inutile di Carla Rossi Il Manifesto, 10 giugno 2026 Negli ultimi anni l’Unione europea ha sviluppato strumenti quantitativi per valutare le politiche sulle droghe non solo sul piano sanitario, ma anche rispetto a mercato, sequestri, prezzi, criminalità e azione repressiva. Applicati al caso italiano, questi indicatori mostrano con chiarezza il fallimento delle politiche fondate quasi esclusivamente sulla repressione della produzione e del commercio. Prendendo in esame 33 anni di dati carcerari (1991-2024), le serie storiche mostrano che le diverse modifiche legislative hanno inciso soprattutto sulla pressione penale, ma non sulla capacità di ridurre il mercato. La legge Fini-Giovanardi, che equiparava droghe leggere e pesanti, rappresenta il momento di massima repressione; dopo la sentenza della Corte costituzionale che ha reintrodotto una distinzione sanzionatoria, si osserva una riduzione degli ingressi ma mai un reale effetto di contenimento dell’offerta. Un indicatore particolarmente importante è la durata media della detenzione per i reati legati all’articolo 73. Combinando dati di prevalenza e incidenza carceraria, emerge che la permanenza media in carcere è aumentata nel tempo. Questo significa che la repressione non solo non ha ridotto il mercato, ma ha prodotto più carcere e pene più lunghe, colpendo prevalentemente i soggetti più vulnerabili: piccoli spacciatori, persone povere, consumatori coinvolti in economie di sopravvivenza, non certo i livelli alti delle organizzazioni criminali. Per misurare l’efficacia reale dell’azione repressiva, abbiamo stimato la popolazione attiva nel mercato al dettaglio delle droghe attraverso metodi statistici sui dati degli ingressi ripetuti in carcere. Tra il 2009 e il 2021, la forza lavoro stimata oscilla tra 400mila e 600mila persone. A fronte di questi numeri, l’efficacia delle incarcerazioni resta molto bassa, tra il 2% e il 5%, mentre quella delle denunce si colloca intorno al 6-8%. Si tratta peraltro di stime ottimistiche, perché ingressi e denunce possono riguardare più volte le stesse persone. Un’ulteriore conferma dell’inefficacia repressiva viene dall’andamento dei prezzi al dettaglio. Se la repressione funzionasse davvero, la riduzione dell’offerta dovrebbe produrre un aumento significativo dei prezzi. Invece, tra il 2012 e il 2024, i prezzi di cocaina, marijuana e hashish restano sostanzialmente stabili, con variazioni inferiori all’inflazione complessiva. Anche questo indica che il mercato non viene realmente intaccato. Le stime ufficiali italiane indicano che la spesa al dettaglio per le principali sostanze è passata da 12,7 miliardi nel 2011 a 17,2 miliardi nel 2023, con un aumento del 39%. Una massa di denaro di queste dimensioni alimenta non solo le reti criminali, ma anche forme di corruzione ad alto livello, appalti opachi, imprese di copertura, sfruttamento del lavoro e infiltrazioni nei settori legali dell’economia. I dati del progetto internazionale Alice Rap mostrano la diffusione della corruzione percepita nel mercato illegale: in Italia il 69% dei detenuti per reati di droga intervistati dichiarava di aver sentito parlare di episodi di corruzione, soprattutto nelle forze dell’ordine, ma anche nella magistratura e nei controlli doganali. I benefici indicati riguardano soprattutto la possibilità di operare indisturbati, ricevere informazioni sulle indagini o evitare l’arresto. La guerra alla droga ha prodotto costi enormi, carcere, inefficienza e corruzione, senza ridurre offerta e domanda, né proteggere la salute pubblica. Alla luce dei dati, è urgente superare l’approccio ideologico per diminuire incarcerazioni inutili e un lucroso mercato illegale; a partire dalla regolamentazione della cannabis, che presenta livelli di rischio inferiori all’alcol e comparabili alla nicotina. Lo studio integrale nel volume Cannabis Use a cura di Giovanni Trovato e Carla Rossi su fuoriluogo.it. Modifiche alla legge sul fine vita: Forza Italia strizza l’occhio al Pd di Carlo Cambi La Verità, 10 giugno 2026 Tra gli emendamenti è previsto il supporto dei medici ospedalieri alla morte assistita. A Leone XIV toccherà intervenire a Montecitorio così come ha fatto due giorni fa davanti al Parlamento spagnolo ripetendo: “Ogni vita umana dev’essere riconosciuta e custodita dal concepimento fino al suo naturale tramonto”. Stefania Craxi, capogruppo al Senato di Forza Italia avrebbe allora qualche difficoltà a spiegare gli emendamenti al testo di legge sulla fine della vita in discussione in Parlamento e che ha come relatori di maggioranza Zanettin (Fi) e Zullo (Fdi). Uno in particolare “riguarda il ruolo del servizio sanitario nazionale, e prevede che l’assistenza alla morte medicalmente assistita possa avvenire attraverso i medici ospedalieri o di medicina generale, su base volontaria e gratuita, nell’ambito dell’attività libero professionale ovvero in intra moenia”. Forza Italia vuole consentire ai medici pagati dai contribuenti di agevolare la morte, ma senza che si sappia in giro. L’intento è forse di assecondare Marina Berlusconi che ha dichiarato: “Se parliamo di aborto, fine vita o diritti Lgbtq, mi sento più in sintonia con la sinistra di buon senso”. Secondo Stefania Craxi l’iniziativa invece mira a “portare a conclusione l’iter di una legge seria e condivisa, rispettosa di tutte le sensibilità, in primis del mondo cattolico. Una legge che gode di ampio consenso nell’opinione pubblica”. Per la verità pare che gli italiani abbiano molto d’altro a cui pensare e di certo la proposta avanzata dagli azzurri fa più felice il Pd che Fratelli d’Italia che con Ignazio Zullo non si pronunciano. Nelle commissioni Giustizia e Affari sociali del Senato dove l’opposizione non ha presentato alcuna proposta - sostiene Ilaria Cucchi (Pd) che “il testo della maggioranza è una farsa” - e solo Ivan Scalfarotto ha cercato di far valere le posizioni dell’associazione Luca Coscioni, Forza Italia ha presentato sei emendamenti. Che superano a sinistra e di molto quanto concordato dalla maggioranza. Si consente di offrire il suicidio assistito non solo a chi dipende dalle macchine perché ha un organo vitale fuori uso, ma anche a chi è sottoposto a generici “trattamenti sanitari di sostegno vitale”. È vero che in quella direzione si è pronunciata la Corte Costituzionale, ma è anche vero che si allargano enormemente le maglie: siamo al confine dell’eutanasia. Con una formulazione assai tartufesca se da una parte si esclude che il suicidio assistito possa rientrare tra le prestazioni del servizio sanitario dall’altra però si consente ai medici del servizio sanitario nazionale di prestare assistenza purché lo facciano “privatamente” ancorché usando le strutture pubbliche. Altra concessione è quella che allinea la legge ai voleri della Consulta quando si afferma che gli “strumenti di eventuale supporto all’autosomministrazione del suicidio devono essere reperiti dal Cnr”. Uniche concessioni al testo base di maggioranza - come si sa quello del Pd è stato respinto - l’obiezione di coscienza e l’affermazione che il servizio sanitario nazionale “garantisce le cure palliative del dolore e l’assistenza domiciliare continua alle persone in condizione di grave non autosufficienza”. Perché questa vicinanza verso le posizioni dell’opposizione? Stefania Craxi spiega: “La finalità è arrivare all’approvazione della legge entro la fine della legislatura”. Anche a costo di dire ai medici dei nostri ospedali: andate e portate la buona morte a tutti! Pierantonio Zanettin il relatore per FI però si lascia scappare: “Ho sempre sostenuto che su questa materia i partiti dovrebbero lasciare libertà di coscienza”.