Nelle carceri italiane ci sono 63mila detenuti (ma i posti sono 46mila) di Fulvio Fulvi Avvenire, 9 gennaio 2026 Il sovraffollamento peggiora anche a causa di lavori di ristrutturazione che riducono gli spazi a disposizione. A Cremona un detenuto si è impiccato il giorno dell’Epifania. Si fa ancora più pesante il sovraffollamento nei 189 istituti di pena italiani dove al 31 dicembre scorso i detenuti presenti risultavano in totale 63.499 (di cui 20.116 stranieri e 2.754 le donne), con un incremento pari a 1.600 unità rispetto alla stessa data del 2024. Peggiorano dunque le condizioni di vita dietro le sbarre, anche perché all’aumento del numero delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà corrisponde una diminuzione dei posti effettivamente disponibili nei penitenziari che, in base ai dati forniti dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, sarebbero 46.081 mentre dodici mesi prima erano 600 in più. Ricordiamo che i posti regolamentari previsti sono attualmente 51.277 e che la differenza (5.196) dipende da lavori di ristrutturazione e manutenzione edilizia in corso che riducono gli spazi di vivibilità. Il tasso di affollamento complessivo passa dunque dal precedente 132,8% al 137,8% con circa un terzo delle strutture carcerarie dove le presenze superano del 50% le “brande” occupabili nelle camere di pernottamento. La Casa circondariale di Lucca è quella dove i detenuti vivono più stipati nelle loro celle: qui il sovraffollamento raggiunge il 256%. Nella Casa di reclusione di Vigevano (Pavia) il tasso è del 236%, poi ci sono Milano San Vittore con il 234%, Foggia con il 216% e Brescia Canton Mombello che ha raggiunto quota 212%. Più di centomila, inoltre, sono i condannati che stanno scontando la loro pena con misure alternative alla detenzione: si tratta in questo caso di 15 mila persone in più rispetto al 2024, il che costituisce un deterrente rispetto al fenomeno del sovraffollamento. Potrebbe essere una strada da seguire, laddove è possibile, oltre a quella dell’indulto che sembra trovare però tanta resistenza in ambito politico. Si aggrava, purtroppo, anche la situazione nel sistema della giustizia minorile: gli under 18 e i giovani adulti presenti nei diciassette Ipm e nelle comunità residenziali alla fine dell’anno appena trascorso ammontavano infatti a 1.821, ovvero il 7% in più se confrontati con i 1.707 ristretti del 31 dicembre 2024. Rimane elevato il numero dei suicidi, che nel 2025 sono stati 81 (furono dieci in più nell’anno horribilis 2024) mentre 251 risultano i detenuti morti per altre cause (malattia, vecchiaia, overdose o ancora da accertare). Quattro gli operatori carcerari che nel corso dell’anno si sono tolti la vita. E ricomincia la tragica conta anche per l’anno in corso: il giorno di Epifania si è impiccato nella sua cella della Casa circondariale di Cremona, un recluso di 53 anni. È il primo del 2026. Infine, mancano ancora negli organici 2.000 agenti di polizia penitenziaria nonostante l’entrata come effettivi di 1.300 addetti alla sorveglianza vincitori degli ultimi concorsi. Altre assunzioni sono in programma nei prossimi mesi ma c’è sempre da fare i conti con il personale che esce per dimissioni o pensionamento. Preoccupano anche i dati relativi al disagio psicologico: è stato calcolato che nel 2024 ogni giorno sono in media 20 gli episodi di autolesionismo e tre i tentativi di suicidio mentre è cresciuto del 29% il numero delle aggressioni e delle infrazioni disciplinari che si verificano dietro le sbarre. Protagonisti di gesti di ribellione o di violenza sono il più delle volte detenuti con problemi psichici. L’intero sistema è al collasso. “Le carceri italiane sono diventate discariche umane dove buttare pazzi e tossicodipendenti” commenta Federico Pilagatti, segretario nazionale del Sappe, sindacato autonomo di polizia penitenziaria. Dopo la chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari (Opg), migliaia di detenuti con disturbi psichiatrici o dipendenze finiscono dietro le sbarre senza assistenza specialistica adeguata, per mancanza di personale medico e infermieristico: “Al massimo vengono date a chi manifesta problemi psichici gocce per dormire o metadone - aggiunge Pilagatti - a causa di un sistema sanitario in default, che peraltro non cura nemmeno i cittadini liberi”. Scoppia la polveriera carceri e l’emergenza viene negata di Carmine Ippolito Il Roma, 9 gennaio 2026 La condizione in cui versa l’universo penitenziario italiano è il frutto di una stratificazione di questioni. È paradossale che, in Italia, come di sovente avviene nei Paesi che pretendono essere depositari di un modello di governo liberaldemocratico, si assiste, con sempre maggiore frequenza, all’invocazione di emergenze per giustificare un’interruzione, a tempo più o meno determinato, dell’ordinaria dialettica politica e degli ordinari processi di produzione legislativa in favore di soluzioni commissariali: le decisioni vengono così sottratte al reale confronto delle rappresentanze che si raccolgono nelle assemblee elettive cui è costituzionalmente affidata l’emanazione della legge. La decisione assunta sull’onda emergenziale viene affidata ad un commissariamento tecnico, ad organismi nazionali o sovranazionali, indicati come depositari delle uniche politiche autorizzate sul tema. L’invocazione delle emergenze, a prescindere dalle questioni agitate, rappresenta già di per sé una clamorosa contraddizione con lo spirito e la storia del costituzionalismo, secondo cui non esistono motivazioni valide per decretare eccezioni alle limitazioni di potere ed ai meccanismi costituzionali di produzione legislativa. Attualmente sono numerose le emergenze, affermate per tali in forum come Davos o Cernobbio, dove periodicamente si riuniscono politici, economisti, industriali e operatori della finanza per stabilire, e sottrarre al reale confronto democratico, le decisioni che vengono trasferite, senza possibili reali alternative, alle assemblee elettive a cui non resta che ratificare i processi di transizione digitale, energetica, industriale, alimentare etc. altrove affermati come inevitabili. Vi è un’emergenza reale, atavica che invece non viene nemmeno riconosciuta per tale. E che alle anime belle che si riuniscono a Davos o a Cernobbio non interessa affatto. Assai eloquente, oltre che significativo, il titolo “L’emergenza negata” che Gianni Alemanno - ex sindaco di Roma ed ex ministro della Repubblica - e Fabio Falbo, attualmente entrambi reclusi nel carcere di Rebibbia, hanno dato al libro denunzia dai medesimi recentemente pubblicato. Il sottotitolo dato al testo è ancora più emblematico: “Il collasso delle carceri italiane”, un sistema che, ancora nel 2025, fa registrare il drammatico record di 80 suicidi tra i reclusi, nella ancora più tragica e diffusa indifferenza del ceto politico e della pubblica opinione. La condizione in cui versa l’universo penitenziario italiano è il frutto di una stratificazione di questioni, come si tende bene ad evidenziare nel testo denunzia, come la diffusione delle droghe e l’immigrazione di massa che hanno sovrapposto problemi nuovi a problemi preesistenti. Lo studio dei dati, pubblicati sul sito del ministero, offre infatti spunti densi di significato per decifrare le reali dinamiche sottese al fenomeno del sovraffollamento carcerario. Non può essere trascurato che a comporre la popolazione carceraria, concorrono oltre che 20.000 stranieri (di cui ben due terzi in espiazione pena), 15.000 persone con dipendenze da alcol o stupefacenti, in aggiunta a 15.000 persone in attesa di giudizio. Sono questi elementi che tendono ad evidenziare tutte le inadeguatezze delle politiche degli ultimi decenni, dalla gestione dell’immigrazione alla disinvolta se non inesistente prevenzione delle dipendenze, fino all’eccessivo ricorso alla custodia cautelare come improprio strumento di politica securitaria. Al 30 novembre 2025, le persone detenute nei 190 istituti di pena italiani erano 63.868, a fronte dei poco più di 51.000 posti disponibili. La linea scelta dal governo, escludendo aprioristicamente ogni possibile ricorso a provvedimenti di clemenza, è stata anche stavolta la scorciatoia del commissariamento, con la nomina di un commissario straordinario per l’edilizia penitenziaria, dotato di poteri speciali per realizzare oltre 4.600 posti detentivi entro il 2027. Tuttavia è lo stesso documento commissariale che, con un tasso di sovraffollamento del 120%, ammette una carenza complessiva che difficilmente potrà essere risanata dalle misure di edilizia penitenziaria, stabilite e finanziate con circa 300 milioni di euro. L’analisi tecnica rivela che i calcoli governativi fondano sulla capienza regolamentare teorica: vero è che i 51.300 posti disponibili compaiono nelle statistiche ministeriali. Nella stessa relazione commissariale, invece, viene riconosciuto che la capacità realmente disponibile è ben inferiore, attestandosi a 46.826 unità. Il sovraffollamento in esubero pertanto va oltre i 15.000 posti, e non i diecimila programmati, sicché i 4.600 posti previsti dai programmi edilizia penitenziaria, allorquando realizzati, non riusciranno in alcun modo a contenere la polveriera carceraria, sempre più prossima al punto di implosione non contenibile. Con il rischio concreto che l’Italia sia esposta di nuovo a al giudizio di infrazione degli organismi sovranazionali, come già accaduto nel 2012 con la sentenza Torregiani. Quel legame genitori-figli oltre le sbarre di Francesca Polizzi e Alessandra Vescio L’Espresso, 9 gennaio 2026 Madri e padri sono quasi la metà del totale. Per i minori i colloqui sono un trauma da elaborare. Anche per questo esiste una Carta dei diritti, ora in attesa di rinnovo. Controlli di sicurezza e identificazione. Ecco quello che avviene non appena si varca la soglia di un carcere. Che tu sia una persona detenuta, un volontario, un visitatore o un familiare. Il percorso è identico, sempre. Eppure, dietro a questa procedura uguale per tutti, si nasconde una differenza che pesa soprattutto sulle persone più piccole: i bambini che entrano per incontrare il proprio genitore detenuto. Per loro, quei controlli sono spesso il primo impatto con un ambiente rigido e poco accogliente. L’associazione Bambini senza sbarre, che si occupa dei diritti dei figli di persone detenute, prova a trasformare questo passaggio in un momento più umano. Da molti anni, al carcere di Padre e figlio vicino San Vittore, l’associazione ha allestito il cosiddetto Spazio Giallo, un’area dedicata ai di Bollate, Milano bambini che si recano in carcere per incontrare un genitore detenuto, inaugurato nel marzo del 2007. Prima dello Spazio Giallo, i bambini che andavano a visitare i genitori in carcere “facevano la coda con gli adulti”, spiega la presidente dell’associazione Lia Sacerdote, e in questi casi poteva accadere che gli adulti si “dimenticassero” della loro presenza perché presi dagli aspetti più burocratici: “Abbiamo notato che quello era un momento di attesa molto delicato che meritava attenzione”. Lo Spazio Giallo, che oggi è presente in varie regioni italiane, è un’area in cui i bambini possono stare e prepararsi all’incontro con il genitore detenuto. Qui ci sono psicologhe che possono aiutarli “a sostenere quel momento che dà ansia” e che prestano “ascolto alla loro presenza”, spiega Sacerdote. Alcuni bambini, dice la presidente, ritornano anche i dopo il colloquio per “decantare”, perché lasciare il genitore è “un momento dolorosissimo e una separazione difficile”. Secondo le stime di Bambini senza sbarre sono circa 100 mila i bambini che incontrano i genitori in carcere, che sono poco g meno di 28 mila su un totale di oltre 63 mila detenuti. Una ventina quelli che vivono con le madri recluse negli Icam, gli istituti a custodia attenuata. Ma i numeri non dicono tutto. La genitorialità in carcere assume forme differenti a seconda del genere. “Sul tema della maternità esistono alcune ricerche, mentre sulla paternità le evidenze sono molto più scarse. Eppure, si tratta di una realtà significativa: quasi la metà degli uomini detenuti ha almeno un figlio, percentuale che nelle donne sale al 60-65 per cento”, spiega Francesca Vianello, docente di Sociologia del diritto e della devianza all’Università di Padova. Per garantire il diritto alla genitorialità anche all’interno delle carceri italiane, nel 2014 è stata firmata - tra ministero della Giustizia, autorità garante per l’Infanzia e l’Adolescenza e Bambini senza sbarre - la Carta dei diritti dei figli di genitori detenuti che riconosce ai minori il diritto a un legame affettivo stabile con il genitore ristretto e allo stesso tempo afferma il diritto alla genitorialità delle persone detenute. La Carta rappresenta un quadro di riferimento fondamentale, sancendo misure concrete come la formazione del personale penitenziario, l’istituzione di spazi dedicati per i colloqui e la promozione di modalità di incontro compatibili con le esigenze dei figli. L’ultima versione della Carta è di dicembre 2021, al momento se ne attende il rinnovo. Il lavoro di Bambini senza sbarre si inserisce in un contesto in cui il carcere affida alla polizia penitenziaria il ruolo di primo filtro tra dentro e fuori. Ma se per un adulto si tratta di una procedura, per un minore significa essere accolto dal personale spesso non formato a gestire esigenze emotive, tempi diversi e fragilità. Per questo, spiega l’associazione, la collaborazione con gli agenti è cruciale: “La polizia penitenziaria è sensibile all’argomento”, ciò ha permesso di avviare un percorso “per condividere cosa significhi davvero accogliere i bambini”. Il lavoro con la polizia penitenziaria è un tassello di un intervento più ampio, che punta a ricostruire un’idea di continuità affettiva dentro un sistema che tende a frammentarla. “Poi ogni situazione è diversa dall’altra”, afferma Sacerdote, e, in alcuni casi, accade che venga preso in carico l’intero nucleo familiare. Bambini senza sbarre infatti lavora anche con le persone detenute attraverso gruppi di parola, ovvero momenti di incontro in cui le persone ristrette discutono di genitorialità e carcere, e questo permette di “collegare il lavoro che facciamo nello Spazio Giallo, che è quello dell’ascolto del bambino e del congiunto libero che accompagna, al lavoro che facciamo all’interno con il genitore detenuto”, spiega Sacerdote. Uno dei temi più difficili da affrontare in questi casi è il tema della verità, e cioè il rendere consapevoli i minori delle ragioni per cui il genitore si trova in carcere: un aspetto che genera anche un profondo senso di colpa in tanti detenuti. Quello che provano a fare allora dall’associazione è distinguere la “colpa” dalla persona: il genitore in carcere, spiega Sacerdote, “non è un genitore sbagliato perché ha commesso un reato”, e questo permette di tutelare la relazione affettiva tra genitori e figli. Dalla fine del 2024, a Milano è stata inaugurata anche la Casa Gialla, ovvero uno spazio per colloqui esterno al carcere. Bene confiscato alla mafia, lo spazio offre la possibilità ai genitori detenuti autorizzati dal magistrato di sorveglianza e a quelli in misura alternativa di incontrare i propri figli in un contesto accogliente e di tutela, in cui è possibile continuare a riflettere anche sul rapporto tra genitori e figli dopo il carcere. Sicurezza, la relazione di Nordio: nel 2025 si riducono carcere e arresti domiciliari di Giacomo Salvini Il Fatto Quotidiano, 9 gennaio 2026 Riduzione di arresti e nel 90% dei casi si arriva a condanna definitiva. Scontro col Mef su ingiuste detenzioni: una sola sanzione disciplinare. Nel 2025 in Italia c’è stata una riduzione significativa delle misure cautelari rispetto al 2024, soprattutto quelle che riguardano il carcere e gli arresti domiciliari. Inoltre nel 90% dei casi le sentenze sono state di condanna dopo la disposizione di una misura cautelare. A certificarlo è la relazione annuale del ministro della Giustizia, Carlo Nordio, inviata nei giorni scorsi al Parlamento relativa al 2025 che solleva perplessità sulla linea securitaria del Governo di destra di Giorgia Meloni. Secondo le 71 pagine di numeri e tabelle, che Il Fatto pubblica in anteprima, nei primi dieci mesi del 2025 le misure cautelari sono state 51.703 rispetto alle 94.168 del 2024 che avevano certificato un aumento rispetto alla media delle 81.700 nel triennio 2020-2023. In teoria si tratterebbe di una riduzione sostanziale (-43 mila, circa il 46% in meno), ma in realtà i dati sono incompleti sia perché, rispetto agli anni precedenti, arrivano al 31 ottobre, ma anche perché il tasso di risposta degli uffici giudiziari si è ridotto sostanzialmente al 57% rispetto all’89% del 2024 e 1’80% del 2023. A ogni modo il ministero della Giustizia fa sapere che, in valore relativo, i dati possono essere considerati “statisticamente i robusti” e Via Arenula certifica, nelle conclusioni, una “probabile significativa diminuzione del numero delle misure emesse rispetto al 2024”. Secondo la relazione firmata dal ministro della Giustizia Nordio, la riduzione delle misure cautelari ha riguardato soprattutto gli arresti domiciliari senza braccialetto elettronico (13,8% rispetto alle 15,6% del 2024) e la custodia cautelare in carcere (28,3% contro le 28,9% di un anno fa). Una misura cautelare su tre resta quella carceraria, una su quattro riguarda gli arresti domiciliari. Entrambe costituiscono circa il 55% delle misure cautelari. Se il documento di Via Arenula fa sapere che “il ricorso alla misura carceraria appare decrescente”, aumentano invece quelle relative al divieto di avvicinamento, agli arresti domiciliari con braccialetto anche se solo il 18% delle misure viene applicato con un controllo elettronico. Solo sei casi, invece, riguardano le detenute madri previste dal decreto Sicurezza per combattere il fenomeno delle borseggiatrici che però, specifica il ministero, viene considerato “numericamente nullo nel corso dei vari anni”. La relazione fa una fotografia anche della distribuzione geografica delle misure che appare simile agli anni precedenti: il 40,1% al Nord, 24% al Centro, 24,9% al Sud e l’11% nelle isole. Il documento annuale del ministero fa sapere che i procedimenti in cui viene applicata una misura cautelare coercitiva sembrerebbero “avere tempi di definizione molto ridotti” perché “già sussistono gravi indizi di colpevolezza a carico della persona”: nel 2025, come nel 2024, sulle 19 mila misure coercitive nell’84% dei casi i procedimenti sono arrivati a sentenza nello stesso anno e nel 18,6% per procedimenti iscritti nello stesso anno. Inoltre nel 75% dei casi totali si è arrivati a una condanna senza sospensione della pena e il 15% con sospensione: dunque “in circa il 90% dei casi la modalità definitoria di un generico procedimento definito ove è stata emessa una qualche misura cautelare coercitiva è la condanna, mentre nel restante 10% circa si è avuta un’assoluzione o un proscioglimento a vario titolo”. La seconda parte della relazione si concentra anche sui casi di ingiusta detenzione. I dati in valore assoluto restano stabili, intorno ai 1.200, con i distretti che ne hanno di più a Napoli, Reggio Calabria, Catanzaro e Roma. La spesa dei risarcimenti relativa al 2024 è di 26,9 milioni per un totale di 552 ordinanze. Dal 2018 al 2024, la media era stata di 700 ordinanze e 31,5 milioni spesi ogni anno. Per il 2025, invece, c’è uno scontro in atto col ministero dell’Economia sulla comunicazione dei dati: quando è stata scrittala relazione “non era ancora pervenuto il riscontro da parte del Mef alla richiesta dei dati sulle ordinanze del 2025 di pagamento per l’ingiusta detenzione subita e ai relativi importi corrisposti”. Negli ultimi dieci mesi sono stati avviati solo tre procedimenti disciplinari, di cui uno di Nordio. Dati che non convincono il deputato di FI Enrico Costa, che nel 2015 aveva ottenuto la relazione con un emendamento: quest’ultimo parla di “totale insensibilità all’argomento” da parte dei capi degli uffici giudiziari che non hanno risposto al ministero e che dovrebbero essere “sanzionati disciplinarmente”. A proposito della definizione veloce dei procedimenti, Costa aggiunge che si tratta di dati “fuorvianti” perché gli unici “che si definiscono nello stesso anno della misura cautelare sono quelli che si concludono con un patteggiamento”. Il referendum aiuti il dialogo di Gerardo Villanacci Corriere della Sera, 9 gennaio 2026 Il voto sulla separazione delle carriere ribadisce lo spirito dei costituenti: le modifiche devono passare dal dialogo fra maggioranza e opposizione. Il prossimo referendum costituzionale che si terrà nella primavera del prossimo anno, il quinto della storia del nostro Paese, riguarderà la riforma della separazione delle carriere dei magistrati. Un referendum inevitabile poiché la riforma non è stata approvata in Senato con la maggioranza dei due terzi dei suoi componenti. Si tratta di un’occasione molto rilevante poiché si potrebbe delineare un nuovo percorso culturale nel sistema della magistratura che, detto in sintesi, renderebbe irreversibile la scelta dei magistrati di esercitare la loro funzione come giudice oppure come pubblico ministero. La istituzione di due Csm, vale a dire gli Organi impropriamente definiti di autogoverno della magistratura, e una Alta corte disciplinare alla quale sarà affidata in via esclusiva la funzione disciplinare. Nonché, infine, la previsione di un sorteggio, cioè l’estrazione a sorte di buona parte dei componenti dei due CSM e dell’Alta corte, con la sola eccezione di quelli scelti dal Capo dello Stato per quanto riguarda quest’ultima, e i componenti di diritto già previsti dalla legge. Posto che al netto di ogni ipocrisia, la riforma non consentirà di risolvere i problemi atavici che affliggono la giustizia, dalla lentezza alla purtroppo sempre maggiore iniquità della stessa, verosimilmente il profilo di maggiore interesse del referendum è rappresentato dalla occasione che lo stesso ci offre di riflettere su una delle crisi più gravi del nostro tempo, ovvero quella della perdita dell’autonomia del pensiero. Un’espressione che affonda le sue radici nella esortazione Kantiana allo sviluppo del senso critico e spirito di osservazione personale. Ma soprattutto viene data a tutti noi, anche se in particolare alle forze politiche in campo, la possibilità di ripristinare il dialogo e il confronto con il pensiero dell’altro. Una pratica dismessa ormai da troppo tempo a causa del dilagante pregiudizio ideologico che sempre più limita le nostre facoltà intellettuali e ci espone al rischio di cadere nel potere del pensiero altrui. La libertà di pensiero, d’altro canto, è un onere faticoso che implica la non facile rinuncia a comode formule precostituite anche se spesso prive di argomentazioni. In questo caso si tratta di un referendum approvativo; la riforma potrà essere definitivamente promulgata soltanto se approvata dalla maggioranza dei voti validi, così che la consultazione popolare assolve ad una funzione di garanzia potendo bloccare il procedimento di revisione oppure rafforzarlo. Tuttavia non dobbiamo dimenticare che il referendum costituzionale ha avuto una scarsa utilizzazione nel passato tant’è che la prima consultazione è avvenuta nell’ottobre del 2001 e verteva sulla conferma o meno della legge costituzionale di modifica del titolo V, parte seconda della Costituzione. Una consultazione referendaria che come sarebbe opportuno ricordare, ha infranto una regola non scritta dei nostri costituenti secondo la quale le modifiche alla Costituzione si sarebbero sempre dovute realizzare con il concorso o quanto meno il consenso di tutte le forze politiche. Uno spirito che dovrebbe essere recuperato soprattutto per quanto riguarda le riforme istituzionali, attraverso il dialogo tra la maggioranza e l’opposizione. E ciò anche al fine di elidere il rischio della smania di modifica della Costituzione che ogni maggioranza potrebbe avere al fine di adattarla ai propri programmi politici. Giustizia, il fronte del No al referendum: “Coinvolgiamo i giovani per evitare le astensioni” di Noemi La Barbera La Repubblica, 9 gennaio 2026 Parte da Palermo la campagna per il no al referendum costituzionale della rete della società civile, che sabato avrà il suo battesimo anche a Roma alla presenza di Elly Schlein e Giuseppe Conte. Il comitato regionale, che mette insieme numerose realtà - come Cgil, Anpi, Arci, Articolo 21, Legambiente, Libera - è stato lanciato a Palermo e avrà il volto e la voce di Daniela Ciancimino, l’avvocata anti-Salvini nel processo Open Arms, esperta di diritti civili e crimini ambientali. “Alla base della riforma della giustizia - ha spiegato - c’è l’intenzione politica di sbilanciare i poteri dello Stato, assoggettare la magistratura alla politica, modificando la Costituzione”. Una riforma, come ribadito da più interventi, scaturita da un’iniziativa unilaterale del governo, senza confronto, e che non darebbe risposte ai problemi strutturali della giustizia, come i tempi dei processi o il sovraffollamento delle carceri. “È una battaglia di merito, non per difendere una corporazione, come sostiene qualcuno - chiarisce Alfio Mannino, segretario regionale della Cgil - ma se non si apre un dibattito vero rischiamo di soccombere”. Prima ancora del “no”, infatti, serve convincere il partito del disinteresse. Lo dice senza giri di parole Fausto Melluso dell’Arci: “Siamo in un momento di grave disimpegno, si rischia un alto astensionismo, ma questo deve motivarci ancora di più contro una riforma che non risponde a nessuna delle esigenze di giustizia dei cittadini”. Sfatare l’idea che la riforma riguardi solo le prerogative della magistratura ha contribuito a mettere insieme un fronte siciliano unitario. “Diciamo “no” alle scelte del governo che mirano a smantellare la giustizia sociale, perché da un lato assistiamo a iniziative liberticide come il decreto Caivano, dall’altro, quando la repressione è necessaria nell’azione contro le mafie, si mettono in atto interventi come questo che la indeboliscono”, dice Clara Triolo di Libera al suo arrivo con Nino Morana, nipote del poliziotto assassinato dalla mafia Antonino Agostino: “Stiamo organizzando iniziative per i giovani - continua - che in questi mesi hanno dimostrato più partecipazione e voglia di occupare questo spazio, per canalizzare il loro impegno anche nel no al referendum”. Al centro del dibattito, l’urgenza di spiegare cosa c’è oltre la separazione delle carriere: “Tutte le volte che la politica interviene sulla giustizia - osserva Gaetano Sabatino del Movimento per l’acqua pubblica - lo fa per ottenere un’ulteriore impunità”. In attesa che dal prossimo Consiglio dei ministri possa uscire l’ufficializzazione della convocazione alle urne, ipotizzata per il 22 e 23 marzo, è chiaro a tutti che il tempo stringe per giocare una partita “in cui il Parlamento non ha toccato palla, quando invece mettere mano alla Costituzione richiederebbe un consenso ampio e trasversale”, ha ricordato l’avvocato Stefano Antonio Scaduto, riferendosi al testo, rimasto invariato durante l’iter parlamentare, di una riforma che non ha incassato la maggioranza dei due terzi richiesta dalle modifiche costituzionali. Sul tavolo anche i nuovi criteri di elezione del Csm: “Il sorteggio da elenchi di professionisti - aggiunge la portavoce Ciancimino - non è garanzia di quell’autorevolezza, esperienza o indipendenza necessaria”. E poi, “si legittimerebbe la subordinazione dei membri del Csm a quelli di nomina politica - ha spiegato Scaduto, rappresentante del “Comitato referendario Alcide De Gasperi e Aldo Moro per il No” - E in un momento di grande crisi geopolitica come questo è un grave errore toccare la Costituzione prefigurando uno scenario in cui un capo non risponde a nessuno”. È una speranza mescolata alla paura a chiudere gli interventi: “Io ho 70 anni - dice Sergio Vinciprova di Uisp - e mai come ora ho temuto per la nostra democrazia: dobbiamo fare l’impossibile, per i nostri figli, per fermare questa deriva”. Ceccanti: “I Sì al referendum arriveranno anche da chi sta con Schlein” di Lisa Di Giuseppe Il Domani, 9 gennaio 2026 L’ex deputato Pd e vicepresidente di Libertà eguale Ceccanti prevede che anche tra i dem non tutti sono pronti a sacrificare la propria sensibilità personale sull’altare della disciplina di partito. Chi “non può negare la funzione del referendum solo per votare contro il governo e a favore della posizione del proprio partito”. Sabato 10 gennaio la segretaria Pd Elly Schlein inaugura la campagna referendaria per il No alla consultazione popolare sulla Separazione delle carriere. Parallelamente corrono anche gli organizzativi per l’evento di Firenze del 12, quando andrà in scena il primo evento della campagna per il Sì di Libertà eguale, l’associazione intorno ai dem Enrico Morando e Stefano Ceccanti. Una linea che secondo gli organizzatori intercetterà i dubbi di una serie di eletti Pd non convinti fino in fondo del merito della posizione della segretaria. Perché ha senso votare sì “da sinistra”? Perché dobbiamo completare il grande disegno riformista di Giuliano Vassalli, socialista e uomo della Resistenza, che ci ha dato a fine anni Ottanta un moderno processo accusatorio e non più inquisitorio che ha bisogno, come egli stesso dichiarava, di un giudice realmente terzo, separato non solo dall’avvocato della difesa ma anche da quello dell’accusa. C’è chi dice, anche nel Pd, che il merito del quesito si è già esaurito nella riforma Cartabia. È così? No. Separare le carriere significa anche e soprattutto che l’organo amministrativo che si occupa delle carriere, più precisamente di valutazioni di professionalità e di conferimento di funzioni, sia rigorosamente sdoppiato, altrimenti le tue sorti dipendono da chi sta nell’altra carriera. La separazione deve partire dal vertice del sistema. Non c’è un livello politico che andrebbe tenuto in considerazione nella decisione su cosa votare? Non penso che si possa far valere la disciplina di partito, che senz’altra vale per i parlamentari, anche per i singoli elettori. La Costituzione, quella vigente, che dobbiamo anzitutto rispettare ha previsto i referendum esattamente per consentire un giudizio puntuale dei cittadini che possa essere diverso da quello generale che si esprime nelle elezioni politiche. Questo vale ancora di più per i referendum costituzionali, ben più importanti di quelli abrogativi. Cioè? Le norme costituzionali restano, mentre i governi passano. Penso che qualcuno che ha votato No nel 2016 contro Renzi si sia a posteriori pentito vedendo che quando le riforme necessarie sono posposte la situazione si aggrava. Il No confermò allora sulla carta un bicameralismo già molto problematico, che nel frattempo è praticamente scomparso col monocameralismo alternato. Non abbiamo avuto il Senato delle Regioni e il bicameralismo ripetitivo è morto lo stesso. Quindi non è questione di collocamento dei partiti? Come spiegava già nel 1932 il grande costituzionalista Georges Burdeau sul valore del referendum “può accadere senza dubbio che l’iniziativa del referendum risalga ad una manovra dell’opposizione o del governo stesso che la susciti nel popolo, ma la lotta di cui esso dà luogo non si svolgerà sullo stesso terreno di una campagna elettorale. Il raggruppamento dei partiti (…) si effettuerà in maniera diversa”. È sbagliato schierare il partito per il No per cavalcare la contrapposizione con Meloni come ha fatto Schlein? Se la segretaria Schlein crede, a differenza nostra, che la separazione delle carriere sia nociva fa bene a schierare il partito per il No, posto che nessuno può appunto far valere una disciplina per gli elettori ma neanche per gli iscritti come se si trattasse di un voto parlamentare. Un partito non può non avere una posizione. Cosa dice a chi non è convinto? Se qualcuno nel Pd pensa che la separazione sia cosa buona e giusta come stava scritto nella mozione Martina del 2019, e/o che la Corte disciplinare sia una buona idea come stava ancora scritto nel programma elettorale del 2022 (“Proponiamo di istituire con legge di revisione costituzionale un’Alta corte competente a giudicare le impugnazioni sugli addebiti disciplinari dei magistrati e sulle nomine contestate”) non può negare la funzione del referendum solo per votare contro il governo e a favore della posizione del proprio partito. Mi pare che dubbi di questo tipo vi siano anche tra varie persone che hanno votato per Schlein e che tuttora la sostengono. Anche da lì verranno dei Sì. C’è margine per creare un dibattito sul merito all’interno del partito ora che la segretaria lancia la campagna per il No? La campagna nel partito e nella coalizione è aperta. Segnalo che ben due partiti, minori ma non irrilevanti, sono esplicitamente per il Sì, Più Europa e i Socialisti e che un terzo, Italia Viva, formalmente per la libertà di voto, ha i suoi quadri schierati in modo quasi unanime per il Sì. Nel Pd siamo già non pochi a sostenere questa analoga posizione. Se poi usciamo dalla coalizione ma restiamo comunque nell’ambito delle opposizioni, anche Azione e Liberaldemocratici sono per il Sì. Tanti dei volti che aderiscono all’iniziativa di Libertà eguale sono nomi storici dell’universo dem, ma che oggi non hanno più ruoli attivi. C’è stato uno spostamento della linea del Pd sulla giustizia? Ci sono stati due elementi più generali. Il primo è il rifiuto di distinguere la materia istituzionale da quella politica, rifiuto perfettamente speculare a quello della maggioranza. Entrambi gli schieramenti in questa legislatura fanno il contrario di quello che il presidente Mattarella ha individuato come il pregio dei lavori dell’Assemblea Costituente: dialogare sulla Costituzione anche quando ci si divide sul governo. Vale per la giustizia, come per il premierato, come per l’autonomia differenziata. Il secondo è una specie di sindrome di Stoccolma verso il secondo partito della coalizione, il Movimento 5 Stelle. Vanno benissimo le alleanze, ma non si può essere subalterni. La giustizia si rinforza con nuovi giudici e pm ma manca ancora un cancelliere su due di Federico Gottardo La Repubblica, 9 gennaio 2026 Hanno preso servizio nelle ultime settimane e qualcuno ha fatto i primi turni proprio a cavallo di Natale: è la “carica” dei magistrati ordinari che hanno finito il loro tirocinio e che a fine 2025 hanno riempito le carenze che si trascinavano da tempo negli uffici giudiziari di tutto il Piemonte. “Avevo segnalato i vuoti d’organico in tutte e 11 le procure del distretto - ricorda la procuratrice generale Lucia Musti - Ora registro con soddisfazione che il Consiglio superiore della magistratura, che ringrazio, ha accolto la mia segnalazione”. Ma l’emergenza è tutt’altro che finita. A partire dai “precari della giustizia”, i 500 lavoratori assunti con il Pnrr e con il contratto in scadenza al 30 giugno: “Noi magistrati inquirenti non ne abbiamo beneficiato perché lavorano con i giudici - spiega ancora Musti - Ma è un’ulteriore criticità che si aggiunge a quelle che già abbiamo: rimane altissima la carenza del personale amministrativo, con una scopertura media del 51% in tutti gli uffici requirenti del più grande distretto d’Italia per numero di sedi giudiziarie. È un grosso problema, che rimarrà anche quando saranno immessi in servizio i nuovi assistenti: ne sono previsti 290, ripartiti tra tribunali e procure”. C’è poco da esultare, quindi, nelle aule e negli uffici giudiziari. Anche se l’arrivo dei nuovi magistrati è stato vissuto come “il passaggio di una stella cometa, qualcosa che capita quasi ogni duemila anni”. La definizione è della procuratrice dei minori, Emma Avezzù, che aveva lanciato appelli pubblici proprio per risolvere le mancanze della sua procura, che si occupa dell’intero Piemonte. Ora l’ingresso delle pm Cecilia Boldo e Valeria De Lorenzo significa una crescita del 50% rispetto alla situazione precedente, con il passaggio da quattro a sei magistrati inquirenti. Anche a Ivrea sono arrivate buone notizie, con sette nuovi giudici e due pubblici ministeri. Così il tribunale dovrebbe essere finalmente a pieno organico mentre in procura restano 9 pm contro gli 11 previsti, visto che altri due magistrati se ne sono andati. E non si risolverà il problema che si trascina dal 2014, quando la riforma ha cancellato altri tribunali e ha triplicato le competenze di quello di Ivrea (passato da un territorio di 150mila persone a uno da 515mila). Il personale continua a mancare, con solo il 45% dei dipendenti previsti, e il lavoro si accumula, con maxi inchieste da gestire: dalla strage di Brandizzo alla tragedia delle Frecce tricolori, fino all’indagine sull’Asl To4. Eppure il Ministero della Giustizia non è mai intervenuto, nonostante la procuratrice Gabriella Viglione non perda occasione di denunciare la situazione. Ora si aggiunge anche Musti: “Io ho ripetutamente richiesto al Ministero di rivedere la pianta organica e istituire la figura del procuratore aggiunto a Ivrea, che è la seconda procura del distretto del Piemonte. È una figura prevista dove ci sono almeno 10 sostituti procuratori, dato che non è stato considerato: serve una modifica di legge”. Anche a Torino, fra pensionamenti e scadenze, mancano tutti e quattro i procuratori aggiunti previsti: la novità sarà il ritorno a Torino di Roberto Sparagna, che dovrebbe occuparsi di sicurezza sul lavoro (il pool nato con Raffaele Guariniello, vacante da quando Vincenzo Pacileo è andato in pensione un anno fa). Ma non si sa ancora quando prenderà servizio. Una delle note positive è la nomina dei procuratori capo, attesa da tempo: “Finalmente ci sono tutti - evidenzia Musti con soddisfazione - A novembre hanno preso servizio Cesare Parodi ad Alessandria e Ilaria Calò a Vercelli. Biella era vacante da un anno e quattro mesi, l’ufficio è stato retto da Ruggero Crupi e il 19 dicembre ha preso le funzioni Mario Andrigo. A Novara è prossimo il pensionamento del procuratore Giuseppe Ferrando ma il Consiglio superiore della magistratura ha già bandito il posto e pertanto sono fiduciosa”. Mafia, Cassazione: la pericolosità non è un marchio di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 9 gennaio 2026 La Cassazione, con la sentenza numero 40716, ha detto no a un modo di ragionare che rischia di trasformare la pericolosità sociale in una condanna perpetua. La prima sezione penale ha annullato il decreto con cui la Corte d’Appello di Reggio Calabria aveva confermato la pericolosità di Pietro Criaco, 52 anni, condannato per mafia. Il motivo? I giudici calabresi si sono limitati a guardare il passato, ignorando sedici anni di carcere e tutto quello che è successo nel frattempo. La storia di Criaco è quella di tanti boss della ‘ndrangheta. Anni Novanta, faida tra cosche ioniche, reati pesantissimi: associazione mafiosa, omicidio, tentati omicidi. Più precisamente, il reato associativo risale agli anni 1996-1997. Poi undici anni di latitanza. Quando lo arrestano, nel dicembre 2008, inizia una lunga detenzione che si conclude solo nell’agosto 2024. Quasi sedici anni dentro. Al 41 bis. La misura di prevenzione che gli pende sulla testa viene da lontano. Il decreto originale è del 13 settembre 1999: sorveglianza speciale per tre anni con obbligo di soggiorno. Diventa definitivo il 6 aprile 2004. Passa il tempo, Criaco finisce in carcere, sconta la pena, esce. Ma quella misura lo insegue. Nell’ottobre scorso il Tribunale di Reggio Calabria dichiara che la sua pericolosità sociale è ancora lì, presente. Ad aprile 2025 la Corte d’Appello conferma. Durante questo periodo prende il diploma di scuola superiore, mantiene una condotta tutto sommato regolare, si trasferisce in provincia di Varese per stare vicino alla famiglia. Si allontana, insomma, dal territorio d’origine, da quell’ambiente che lo aveva cresciuto e poi inghiottito. Ma per la giustizia tutto questo non conta. O meglio, non conta abbastanza. Quando esce dal carcere, il Tribunale di Reggio Calabria conferma che la sua pericolosità sociale è ancora lì, intatta. Come se quei sedici anni fossero passati invano. L’avvocato Pietro Stilo, che difende Criaco, prova a far valere gli elementi positivi: i reati risalgono a quasi trent’anni fa, c’è stata pace tra le cosche, in carcere si è comportato bene, ha studiato, si è spostato al nord. Niente da fare. La Corte d’Appello conferma: pericoloso era, pericoloso resta. E qui arriva la sentenza della Cassazione, depositata lo scorso dicembre, che smonta questo ragionamento pezzo per pezzo. Il relatore Giorgio Poscia e il presidente Giuseppe De Marzo spiegano che non si può continuare a guardare solo al passato. La pericolosità sociale non è un marchio indelebile che ti porti dietro per sempre. Va verificata nell’oggi, nel presente. Le Sezioni Unite Gattuso, citate nella sentenza, lo hanno chiarito: serve l’ “attualità” della pericolosità. Non basta dire che uno è stato un mafioso. Bisogna dimostrare che lo è ancora. Quella pronuncia, la numero 111 del novembre 2017, ha fissato un principio: per applicare una misura di prevenzione a chi è accusato di appartenere a un’associazione mafiosa bisogna accertare che la pericolosità esista adesso, non vent’anni fa. E bisogna distinguere tra chi “partecipa” davvero al sodalizio e chi invece è solo vicino, contiguo all’ambiente criminale. La differenza non è sottile, è sostanziale. La Corte d’Appello, secondo i giudici di legittimità, ha fatto un errore di metodo. Si è fermata ai fatti vecchi: la gravità dei reati, la lunga latitanza, il ruolo nella ‘ndrangheta. Tutto vero, tutto documentato. Ma sono elementi che fotografano il passato, non il presente. E quando si è trovata a valutare i sedici anni di detenzione, la Corte calabrese ha dato peso a un unico episodio: una contestazione disciplinare del marzo 2015. Qui la sentenza della Cassazione diventa ancora più netta. Quell’episodio disciplinare era una protesta pacifica. Criaco e altri detenuti del 41-bis si erano opposti al divieto di cucinare cibi. Una questione che, va detto, non era proprio secondaria. Tanto che il magistrato di sorveglianza di Spoleto aveva sollevato questione di legittimità costituzionale. E la Corte Costituzionale, con la sentenza numero 186 del 2018, aveva dato ragione ai detenuti. Aveva detto che quel divieto non stava in piedi. Eppure la Corte d’Appello ha usato proprio quell’episodio come prova di pericolosità, senza nemmeno rispondere alle obiezioni della difesa. La Cassazione parla di “motivazione apparente”, un’espressione tecnica che nel diritto di prevenzione equivale a una violazione di legge. In pratica, i giudici calabresi hanno scritto una motivazione che sembra esserci ma in realtà non c’è. Hanno fatto finta di valutare gli elementi attuali, ma in realtà hanno solo guardato indietro. Un modo di ragionare che la Cassazione boccia senza appello. La sentenza è chiara su questo punto: nel procedimento di prevenzione si può ricorrere in Cassazione solo per violazione di legge. E la motivazione apparente è proprio questo, una violazione. Succede quando il giudice ignora completamente un elemento che potrebbe cambiare l’esito del processo. Non risponde, non lo prende in considerazione, fa come se non esistesse. La difesa aveva messo nero su bianco tutti gli elementi positivi, li aveva elencati nei motivi aggiunti depositati il 30 marzo 2025. La Corte d’Appello ha letto e non ha risposto. C’è poi un secondo profilo, quasi tecnico ma significativo. La difesa aveva chiesto, in subordine, almeno di ridurre la misura di prevenzione al minimo (un anno invece di tre) o di sostituire l’obbligo di soggiorno con il braccialetto elettronico. La Corte d’Appello non ha risposto. Silenzio totale. Anche questo, dice la Cassazione, è un errore. Non si può ignorare una richiesta difensiva facendo finta che non esista. Il decreto impugnato viene annullato e il caso torna alla Corte d’Appello di Reggio Calabria. I giudici calabresi dovranno rifare il ragionamento da capo, questa volta guardando davvero al presente e non solo al passato. Dovranno spiegare, con argomenti concreti e attuali, se Criaco è ancora pericoloso oppure no. E dovranno rispondere, punto per punto, alle obiezioni della difesa. Dovranno dire se quei sedici anni di carcere contano qualcosa o se sono irrilevanti. Dovranno spiegare perché il trasferimento in provincia di Varese non significa nulla. Dovranno motivare, davvero. La sentenza tocca un tema che va oltre il caso singolo. Quando finisce la pericolosità di un mafioso? È possibile che una persona condannata per reati gravissimi, dopo anni di carcere e di allontanamento dall’ambiente criminale, non sia più la stessa? O il passato è un’ombra che non si cancella mai? La Cassazione non dà una risposta generale, ma indica un metodo: bisogna guardare i fatti, tutti i fatti. Quelli vecchi e quelli nuovi. Il passato conta, ma non può essere l’unico elemento. Serve una valutazione complessiva, attuale, che non si limiti a ripetere formule standard. In fondo, è una questione di civiltà giuridica. La pericolosità sociale è uno strumento di prevenzione, non una pena aggiuntiva mascherata. Se diventa automatica, se si applica guardando solo al passato, perde la sua funzione e si trasforma in qualcosa d’altro. In una condanna senza fine, che prescinde dalla realtà e si alimenta solo di sé stessa. La Cassazione, con questa sentenza, rimette le cose al loro posto. Il passato va considerato, ma va pesato insieme al presente. E quando un uomo ha passato sedici anni in carcere, ha studiato, si è allontanato dal territorio, questi elementi non possono essere liquidati con poche righe o con un generico richiamo alla gravità dei reati. Vanno presi sul serio, discussi, valutati. Poi la Corte d’Appello deciderà. Ma almeno dovrà farlo con una motivazione vera, non apparente. Il “carcere duro” non esclude colloquio straordinario con familiare anch’egli sottoposto al 41 bis di Paola Rossi Il Sole 24 Ore, 9 gennaio 2026 Cass. pen., sez. I, ud. 20 novembre 2025 - dep. 8 gennaio 2026, n. 554. Non si tratta di presupposto o condizione di benefici penitenziari o di ammissione generale al regime dei colloqui, infatti nella vicenda la breve telefonata tra due fratelli era stata sottoposta a prescrizioni compreso l’ascolto diretto. La Cassazione penale ha respinto il ricorso del ministero della Giustizia contro l’ammissione di un detenuto sottoposto al carcere duro per reati di associazione di stampo mafioso a svolgere un colloquio telefonico con suo fratello, anch’egli ristretto in base al regime speciale dell’articolo 41 bis dell’Ordinamento penitenziario. In primis, la Cassazione ha smentito la tesi secondo cui una tale interlocuzione tra detenuti ex 41 bis sarebbe in radice vietata. Poiché in assenza di uno specifico divieto normativo, il diritto del detenuto di coltivare l’affettività familiare mediante colloqui finanche visivi può essere riconosciuto anche quando il familiare è sottoposto al medesimo regime speciale. La richiesta aveva a oggetto un unico colloquio telefonico di brevissima durata da svolgersi con le modalità previste dalla circolare del Dap 2 0ttobre 2017 n. 3676/6126 con le opportune prescrizioni, tra le quali l’ascolto diretto della conversazione. Ciò che in effetti era avvenuto. Infatti, il ricorso introdotto dal Ministero era tra l’altro carente di interesse in quanto la telefonata era stata non solo concessa, ma anche già effettuata al momento della trattazione del ricorso per cassazione. La Cassazione chiarisce comunque che l’autorizzazione e quindi la decisione del provvedimento del Tribunale di sorveglianza impugnato, si riferivano a un colloquio “straordinario” che non integra un presupposto o una condizione di accesso a benefici penitenziari (come, ad esempio, il permesso premio che si inserisce nella progressione trattamentale del detenuto) né comporta un’ammissione generale al regime dei colloqui. La decisione della Suprema corte ha quindi affermato che il Tribunale ha correttamente applicato la giurisprudenza di legittimità in ordine alla possibilità di autorizzare “in casi eccezionali” un detenuto sottoposto al regime speciale del 41 bis a intrattenere colloqui telefonici o visivi con un familiare sottoposto al medesimo regime detentivo. Il principio generale condiviso dai precedenti di legittimità in materia è stato quello di affermare che “il detenuto sottoposto a regime differenziato, ai sensi dell’art. 41 bis ord. pen., può essere autorizzato ad avere colloqui visivi con i familiari - in situazioni di impossibilità o, comunque, di gravissima difficoltà ad effettuare i colloqui in presenza - mediante forme di comunicazione audiovisiva controllabili a distanza, secondo modalità esecutive idonee ad assicurare il rispetto delle cautele imposte dal citato art. 41 bis”. Val la pena in conclusione riportare i due orientamenti espressi dalla Cassazione e riportati nella decisione in esame. 1) Secondo l’indirizzo maggioritario il principio che si deve applicare è quello per cui “la sottoposizione al regime carcerario differenziato di un detenuto non esclude, in via di principio, che lo stesso possa essere autorizzato ad avere colloqui, anche visivi, con altro detenuto sottoposto al regime dell’art. 41 bis ord. pen. legato a questo da rapporti genitoriali o familiari, mediante forme di comunicazione controllabili a distanza (come la videoconferenza), tali da consentire la coltivazione della relazione parentale e, allo stesso tempo, da impedire il compimento di comportamenti fra presenti, idonei a generare pericolo per la sicurezza interna dell’istituto o per quella pubblica”. 2) Mentre la sezione I della Cassazione penale con la sentenza n. 29007/2021 ha affermato che nel caso in cui entrambi i soggetti siano sottoposti a regime differenziato, il principio generale, pure condiviso, “non può trovare applicazione nei casi in cui il colloquio - che si chiede di attuare - avviene con altro soggetto, al pari ristretto nella medesima forma”. Con l’odierna sentenza viene ricordato che questa isolata interpretazione restrittiva non può essere condivisa. In assenza di uno specifico divieto normativo, e anche considerata l’evoluzione tecnologica per cui gli attuali sistemi di comunicazione danno adeguate garanzie di controllo la pressoché unanime giurisprudenza sul punto ha correttamente individuato il punto di equilibrio tra le esigenze di sicurezza dell’ordinamento e il rispetto dei diritti costituzionalmente e convenzionalmente protetti del detenuto formulando lo specifico principio di diritto per cui “in tema di regime penitenziario differenziato di cui all’art. 41-bis legge 26 luglio 1975, n. 354, il diritto di coltivare, mediante colloqui visivi, l’affettività familiare inerisce al nucleo essenziale dei diritti del detenuto, sicché può essere riconosciuto pur quando il familiare che si vuole incontrare è, anch’egli, sottoposto al regime speciale, dovendosi tuttavia operare un giudizio di bilanciamento, in concreto, tra le esigenze di affettività del soggetto ristretto e quelle di sicurezza pubblica, le quali, laddove ritenute prevalenti, non consentono di soddisfare tale diritto, nemmeno con l’impiego di strumenti audiovisivi”. In conclusione, il colloquio sarà legittimamente effettuabile solo se la valutazione della magistratura di sorveglianza trova il punto d’equilibrio tra esigenze individuali e di sicurezza pubblica. Veneto. Stefani: “Una struttura alternativa per giovani, così spezziamo la catena del crimine” di Martina Zambon Corriere del Veneto, 9 gennaio 2026 “Con la collaborazione del Ministero della Giustizia realizzeremo qualcosa che in Veneto ancora non c’è: la prima Comunità socio-terapeutica regionale che accoglierà minori con polidipendenze e disturbi comportamentali come misura alternativa al carcere”. Le celle hanno porte smaltate blu ciano, fra l’azzurro e il verde, per il resto, nel nuovo carcere minorile di Rovigo, prevale il bianco. Fra un mese entrerà in funzione accogliendo i giovani detenuti di Treviso. E la struttura, sovraffollata, del capoluogo della Marca, sarà destinata ai “semiliberi”. A Rovigo, accanto al palazzo di Giustizia, arriva a dama, così, un progetto che sembrava infinito. I lavori (affidati nel 2020) sarebbero dovuti terminare a metà 2023 per un importo iniziale di quasi 9 milioni di euro. A quanto sia arrivato il conto finale non è dato sapere finché non verranno conteggiati anche gli arredi, fanno sapere le strutture penitenziarie. Intitolato ad Antonio Vivaldi, l’Istituto penitenziario per minori (Ipm), è stato inaugurato ieri, con un parterre de roi: il presidente della Regione Alberto Stefani, il presidente del consiglio regionale Luca Zaia, il sottosegretario alla Giustizia Andrea Ostellari e il capo del dipartimento per la Giustizia minorile e di Comunità, Antonio Sangermano. La struttura è stata ricavata dall’ex carcere maschile del capoluogo polesano, accanto al tribunale. Ci sarà posto per 31 detenuti e il contingente del personale arriverà a 50 agenti di polizia penitenziaria oltre ad un direttore e 10 figure tra professionisti del settore pedagogico, impiegati e funzionari amministrativi. L’edificio si sviluppa su settemila metri quadrati di cui tremila scoperti con aree verdi, palestra e campi sportivi. Spazi per lo sport e i laboratori creativi sono stati realizzati all’interno. “Il nuovo Ipm di Rovigo è il terzo da inizio legislatura spiega Ostellari - dopo quello de L’Aquila e di Lecce. È un risultato che misura la presenza dello Stato e la risposta a un bisogno dell’intero Paese. Non è solo uno spazio detentivo, ma un luogo che coniuga perfettamente l’esecuzione della pena con la rieducazione, perché la giustizia ha senso solo se è capace di guardare al futuro. Un futuro fondato su regole certe, percorsi strutturati in spazi adeguati e sulla presenza concreta e quotidiana delle istituzioni. In luoghi come questo lo Stato dimostra di essere fermo, ma giusto”. E sul dettato costituzionale che punta alla rieducazione in carcere concorda anche Stefani che, in più, aggiunge un annuncio ulteriore: “Le buone notizie sono due. La prima è che a Rovigo, grazie all’impegno del sottosegretario Ostellari, è stato inaugurato un nuovo carcere minorile con più spazio per gli utenti, la formazione e la rieducazione. La seconda è che la nostra Regione, per la prima volta, potrà attivare, insieme al ministero della Giustizia, anche un Centro di recupero ad alto impatto sanitario, alternativo al carcere, per minori con disagio comportamentale e polidipendenze, in esecuzione penale o in custodia cautelare”. Tradotto, anche la nostra regione si doterà di una struttura alternativa al carcere o ai domiciliari per quei ragazzi che hanno commesso un reato (non grave) e che non rientrano fra i pazienti psichiatrici. Insomma, quelli che vengono ormai ascritti alla voce “baby gang”. Il bando della Regione è del 13 ottobre e risulta abbia partecipato un solo soggetto per individuare la struttura e gestire il Centro di recupero. Nessun agente penitenziario, ma i dodici giovani da rieducare nel Centro non potranno uscire come, invece, accade nelle comunità di recupero “classiche”. Al momento il soggetto candidato, con tutta probabilità una coop socio sanitaria, sta provvedendo all’integrazione richiesta dalla Regione che concorrerà per il 60% al finanziamento del progetto che il bando definisce “sperimentale”. Il restante 40% sarà finanziato dal ministero della Giustizia. Veneto. Nella Rems di Nogara i criminali con disagio psichiatrico di Martina Zambon Corriere del Veneto, 9 gennaio 2026 È l’unica del Veneto, nel 2025 ha dimesso 25 pazienti. “Percorsi di cura specifici, di media restano qui due anni”. La punta dell’iceberg sono i casi, drammatici, come gli accoltellamenti costati la vita al capotreno Alessandro Ambrosi a Bologna e a Jack Gobbato a Mestre ma il tema del disagio psichiatrico che sfocia in violenza “casuale” stanno diventando un problema. Lo dice l’Oms: cresce il disagio mentale e riguarda il 15% della popolazione, spesso giovani ma anche over 65. E in quel 15% si annida anche la malattia che diventa violenza. Dopo l’arresto, se viene diagnosticata una patologia psichiatrica, la strada non è il carcere bensì la Rems, Residenza per l’esecuzione delle misure di sicurezza. In Italia sono una trentina, una è in Veneto, a Nogara, gestita dagli esperti dell’Usl 9 Scaligera. E, spiega Felice Alfonso Nava, Direttore dei Servizi Socio Sanitari dell’Usl 9 Scaligera, “è un fiore all’occhiello. I due indicatori: liste d’attesa e percentuale di dimissioni, lo attestano”. Due indicatori che la direttrice, la dottoressa Rosa Perrone, conosce bene: “Sul 2025 abbiamo avuto 25 dimissioni su 40 pazienti e la lista d’attesa va da zero a dieci”. Quando si parla di “dimissioni” si intende comunque la presa in carico da parte della rete territoriale e del dipartimento di Salute mentale. Altre comunità, spesso, la possibilità di ricominciare “perché - spiega la dottoressa Perrone - in luoghi protetti e con cure che non si limitano a quelle farmacologiche, ci sono pazienti che sviluppano una consapevolezza nuova. Il risultato di 25 dimissioni è legato a tanti fattori, in primis alla preparazione della rete territoriale. Le opzioni, di fronte a un tema tanto delicato, sono molte. Per questo riusciamo a far scorrere la lista d’attesa”. Quanto si resta in una Rems? “I due estremi sono sei mesi e 7-8 anni. La media sono due anni”. La Rems di Nogara sta ultimando i lavori per suddividere i pazienti in due strutture diverse. I posti, però, resteranno sempre quaranta. Pochi in prospettiva? Il sottosegretario alla Giustizia, Andrea Ostellari, spiega: “Quando parliamo di episodi di violenza “casuale” possiamo imbatterci in tipologie diverse. C’è chi agisce sotto l’effetto di stupefacenti e per loro esiste un percorso dedicato con misure alternative su cui sta lavorando il tavolo dei ministeri della Giustizia e della Salute. Poi ci sono i pazienti psichiatrici ma certificarli non è automatico e i costi sono alti, come sempre, servono fondi ma si sta lavorando a percorsi specifici per affrontare il problema”. Rovigo. Inaugurato il nuovo Istituto penale per i minorenni gnewsonline.it, 9 gennaio 2026 Ostellari: “La giustizia ha senso se è capace di guardare al futuro”. La struttura si deve al lavoro sinergico tra il dipartimento per la Giustizia Minorile e di comunità del ministero della Giustizia e del ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti. Il presidente Antonio Sangermano, capo del dipartimento, ha avviato la cerimonia ringraziando le istituzioni, le Forze dell’ordine e tutti i presenti, e ribadendo, come già dichiarato in occasione dell’inaugurazione dell’Istituto di Lecce, che “l’apertura di un Ipm non è una sconfitta né una vittoria, ma una soluzione concreta a un problema reale, perché i numeri sono prodotti dalla realtà effettuale e noi abbiamo corrisposto con un atteggiamento di doverosità”. L’Amministrazione, riuscendo a mantenere l’impegno assunto a proposito del piano di potenziamento del sistema penitenziario minorile, nell’ultimo anno ha concretizzato l’apertura di tre nuovi istituti penali per i minorenni, dedicando il massimo sforzo affinché venissero garantite strutture moderne e funzionali. Nel 2025 è stata infatti riattivata la sede de L’Aquila, inaugurato come già detto, l’ipm di Lecce, mentre oggi è il turno di quello di Rovigo, che conclude il progetto complessivo. Valeria Cittadin, sindaca di Rovigo, durante il suo intervento ha precisato che la struttura penitenziaria “deve essere vista come un luogo di rinascita e non di repressione; se ci sono questi luoghi è perché ci sono ragazzi con fragilità importanti, ragazzi che vanno riportati nella società. Non sono preoccupata di questa presenza, che può rappresentare un indotto importante per la società dove i nostri giovani possono ritrovare loro stessi”. “Sentiamo la responsabilità e leggiamo la presenza dell’Ipm come una opportunità per il territorio e per la comunità polesana” ha sottolineato nel suo intervento Enrico Ferrarese, presidente della Provincia, il quale ha affermato. “Gli interventi messi in atto dall’Amministrazione negli ultimi due anni - ha proseguito - rispondono all’esigenza di ampliare la disponibilità di spazi detentivi e migliorare le condizioni trattamentali assicurando ai giovani autori di reati ambienti conformi alle norme costituzionali ed internazionali”. “È per noi una buona notizia la chiusura di Treviso - ha confermato Luca Zaia, presidente del Consiglio regionale del Veneto. I 7000 mq di Rovigo con campi sportivi, aule e spazi di socializzazione possono rappresentare un contrasto alle recidive” e citando Victor Hugo ha ricordato a tutti che “quando si apre una scuola si chiude un carcere”. Nell’ultimo anno l’Amministrazione della giustizia si è impegnata nell’apertura di comunità terapeutiche, per rispondere alle esigenze di cura di minori e giovani adulti, autori di reato, con disagi specifici. E, a questo proposito, Alberto Stefani, presidente della Regione ha evidenziato: “Abbiamo fatto passi in avanti e altri ne faremo nei prossimi mesi, anche grazie all’apertura della comunità terapeutica ad alta integrazione sanitaria. Sarà un modo ulteriore per dare risposte concrete a una crescente emergenza”. L’Ipm di Rovigo offrirà 30 nuovi posti detentivi, ampliando così l’offerta della realtà detentiva del Nord Italia. La struttura è dotata di spazi per attività scolastiche e organizzata per proporre percorsi di formazione professionale, essenziali per un’azione rieducativa efficace e strutturata. In coerenza con le finalità del sistema della giustizia minorile è organizzato per offrire interventi integrati, finalizzati a sostenere i beneficiari nella costruzione di un percorso di crescita autonoma e consapevole, attraverso anche il potenziamento delle competenze personali, sociali e professionali. Gli interventi istituzionali si sono conclusi con Andrea Ostellari, sottosegretario di Stato alla Giustizia, che ha voluto ringraziare il ministro Carlo Nordio, il capodipartimento, Antonio Sangermano e tutti coloro che hanno contribuito alla realizzazione di questa operazione e la squadra di Governo che ha portato avanti il progetto fin dall’inizio del suo mandato: “L’Ipm inaugurato oggi, dopo quello de L’Aquila e di Lecce, non è solo uno spazio detentivo, ma un luogo che coniuga perfettamente l’esecuzione della pena con la rieducazione, perché la giustizia ha senso solo se è capace di guardare al futuro. Un futuro fondato su regole certe, percorsi strutturati in spazi adeguati e sulla presenza concreta e quotidiana delle istituzioni. È in luoghi come questo che lo Stato dimostra di essere fermo, ma giusto”. “Il nuovo istituto, che verrà consegnato fra un mese, é stato intitolato al compositore Vivaldi, che ha creduto nel sostegno al talento come strumento di riscatto”. Il Sottosegretario ha evidenziato che la struttura, oltre i 30 posti previsti per i detenuti, avrà una pianta organica di Polizia penitenziaria di circa 50 unità, mentre il personale civile, oltre al direttore, sarà composta da dieci funzionari della professionalità pedagogica e amministrativi. L’istituto ha una superficie totale di circa settemila metri quadrati, di cui quattromila circa destinati agli immobili e circa tremila metri quadrati alle aree esterne, comprensive delle aree verdi, della palestra esterna e dei campetti. Sono presenti spazi dedicati alle attività per i ragazzi detenuti, tra cui sport, studio e laboratori creativi. “L’Ipm di Treviso - ha concluso Ostellari - verrà chiuso ma non per questo lo abbandoneremo. Verrà infatti consegnato al DAP per i semiliberi e per l’apertura della prima comunità nel Veneto, come già anticipato dal Presidente Stefani.” Rovigo, che oggi è l’ultima tessera di un ampio puzzle finalizzato a rafforzare il sistema penitenziario minorile italiano, per rispondere anche alle criticità del sovraffollamento, mira ad offrire condizioni migliori ai giovani ristretti, contrastando la situazione delicata vissuta in altri istituti e perseguendo l’obiettivo di un intervento educativo più integrato nel territorio, attraverso una struttura moderna, funzionale, completa di personale, attrezzature e servizi. La benedizione del Vescovo, Pierantonio Pavanello e il taglio del nastro da parte delle autorità locali hanno sancito, a conclusione della mattinata, la nascita della nuova struttura. Nuoro. Consiglio comunale straordinario, territori uniti per il futuro del carcere di Fabio Ledda L’Unione Sarda, 9 gennaio 2026 Seduta aperta nella Sala conferenze della Camera di Commercio: attesi istituzioni, cittadini e parlamentari. Parte dalle comunità del territorio una mobilitazione ampia attorno al futuro del carcere di Badu e Carros e alla possibile destinazione esclusiva dell’istituto ai detenuti sottoposti al regime del 41-bis, un tema di forte impatto istituzionale, sociale e territoriale. Per discuterne pubblicamente, il Consiglio comunale di Nuoro è stato convocato in seduta aperta alla cittadinanza per domani, 9 gennaio, alle 15.30, non in Municipio ma nella Sala conferenze della Camera di Commercio di Nuoro. L’incontro si preannuncia molto partecipato, vista l’attenzione suscitata dalla questione e la rilevanza del dibattito che si è sviluppato nelle ultime settimane. Alla seduta prenderanno parte anche altre amministrazioni comunali del territorio. Tra queste il Comune di Oliena ha annunciato la propria presenza, ribadendo l’importanza di un confronto condiviso su una decisione destinata ad avere ricadute dirette sulle comunità locali. Sono inoltre attesi parlamentari, a conferma del peso politico nazionale assunto dalla vicenda. Alla seduta parteciperà anche la presidente della Regione Sardegna, Alessandra Todde, la cui presenza rafforza ulteriormente il profilo istituzionale dell’iniziativa e sottolinea la centralità del tema nel rapporto tra Stato, Regione e territori. In previsione dell’afflusso di pubblico, il Comune di Nuoro ha disposto per il pomeriggio di domani alcune limitazioni temporanee alla sosta nelle vie adiacenti alla sede dell’incontro. È stato istituito il divieto di sosta in via Papandrea, dall’intersezione con via Deffenu fino a via Salaris, sul lato sinistro della carreggiata, e anche in via Deffenu, dall’intersezione con via Papandrea, sul lato destro della carreggiata. Lecce. Servizi sanitari in carcere, tra criticità e interventi: in un vertice il punto della situazione lecceprima.it, 9 gennaio 2026 Incontro tra la direzione strategica di Asl, la direttrice della casa circondariale e il deputato Stefanazzi. Illustrate le misure già varate per implementare l’organico di medici e infermieri. Un vertice per fare il punto sulle criticità del servizio sanitario all’interno del carcere, ma anche sulle misure già messe in campo per arginarle. Questa mattina, c’è stata una riunione alla quale ha partecipato la direzione strategica di Asl Lecce, la direttrice del penitenziario, Maria Teresa Susca, e il deputato Claudio Stefanazzi che il 13 dicembre scorso ha fatto una visita nella casa circondariale di Borgo San Nicola, accompagnato dal direttore del Dipartimento di prevenzione, Alberto Fedele, mentre all’esterno della struttura i volontari che operano in carcere manifestavano preoccupazione e solidarietà sia nei confronti dei detenuti, sia della polizia penitenziaria e del personale medico, infermieristico e amministrativo. La carenza degli organici è, infatti, un tema cruciale che investe tutte le professionalità impegnate nella dimensione carceraria. Per quanto di propria competenza, oggi Asl ha ricordato il conferimento, formalizzato a maggio, di incarichi a tempo determinato a quattro psicologi e la recente pubblicazione di un avviso pubblico destinato ai laureati in Medicina e Chirurgia e a medici già in pensione. Al bando hanno risposto in nove, con quattro disponibilità effettive all’assunzione dell’incarico. Nello stesso mese è stato poi pubblicato un avviso per la figura di responsabile della struttura semplice di Medicina penitenziaria, aperto anche agli specialisti ambulatoriali. In attesa del nullaosta da parte delle rispettive scuole di specializzazione, ci sono poi sei specializzandi in psichiatria. Nel corso del 2025, inoltre, sono stati assegnati all’istituto penitenziario 25 infermieri, mentre un collaboratore amministrativo è di prossima nomina per il supporto delle attività medico legali. Durante l’incontro, infine, sono state discusse le condizioni necessarie per l’avvio, all’interno del carcere, di un corso per operatori socio sanitari rivolto ai detenuti. In questo modo si darebbe una veste formale e un percorso professionalizzante alle attività di assistenza e caregiving già offerte da alcuni detenuti. Giarre (Ct). Protocollo Asp-carcere per prevenire i disagi mentali tra i detenuti La Sicilia, 9 gennaio 2026 Un protocollo per prevenire il rischio autolesivo e suicidario delle persone detenute. L’Asp di Catania, con delibera n. 2.416 del 29-12-25 del direttore generale, ne ha deliberato la stipula con la Casa circondariale di Giarre, indicando come referente per l’attuazione il direttore del Dipartimento Salute Mentale. Il protocollo punta ad attenuare gli effetti traumatici conseguenti alla privazione della libertà; tutelare l’incolumità fisica e psichica dei ristretti, individuare l’insorgenza di situazioni di rischio suicidario o autolesivo, cogliere segnali di disagio e sofferenza emotiva (per manifestazione di un evento specifico, per richiesta di aiuto, riscontro di una qualche criticità, nei casi silenti, per “eventi sentinella”) e poi creare le migliori condizioni per le attività trattamentali di recupero e risocializzazione dei condannati e di sostegno delle persone detenute con posizione giuridica non definitiva e garantire la continuità terapeutica tra “dentro e fuori e tra fuori e dentro”. La prevenzione inizierà sin dal primo ingresso di un detenuto, al momento della visita medica si cercherà di rilevare eventuali malattie fisiche o psichiche. A una unità di ascolto è affidato il compito di soccorrere le persone detenute che manifestano criticità rilevanti nel comportamento, anche se causati da fattori esterni al carcere Il protocollo indica dettagliatamente tutte le procedure che dovranno essere seguite e il personale che dovrà essere coinvolto. Firenze. Emergenza Sollicciano, detenuti al freddo: il caso in Parlamento firenzetoday.it, 9 gennaio 2026 Gianassi (Pd): “Dopo tante promesse nulla è cambiato. Situazione intollerabile nel carcere fiorentino durante l’ondata di gelo”. Una temperatura di pochi gradi sopra lo zero. È la situazione che si sta vivendo nella casa circondariale di Sollicciano a causa del freddo intenso degli ultimi giorni. A darne notizia è il Corriere Fiorentino, a firma Jacopo Storni. Nella struttura detentiva, ormai da tempo, si va avanti in condizioni degradanti - igieniche e legate alle temperature bollenti d’estate e fredde in inverno. Un quadro a cui si somma una carenza organica del personale di polizia penitenziaria e il fenomeno sovraffollamento. L’aprile scorso esponenti del governo avevano fatto visita al carcere. Annunciando una serie di investimenti da affidare nei mesi successivi. Un totale di circa dieci milioni di euro di cui 2 milioni e 300mila euro per l’efficientamento energetico. “L’emergenza freddo nel carcere di Sollicciano è ormai fuori controllo. Come denunciato oggi dal Corriere Fiorentino, detenuti e personale sono costretti a vivere e lavorare in condizioni drammatiche, con temperature rigidissime all’interno della struttura e impianti inadeguati ad affrontare l’ondata di gelo di questi giorni. A quasi un anno di distanza dalle promesse annunciate per la riqualificazione e la messa in sicurezza del carcere fiorentino, nulla è stato fatto. Gli impegni assunti dal Governo sono rimasti lettera morta, mentre la situazione è ulteriormente peggiorata. Per questo presento una nuova interrogazione, affinché il governo e il ministero della Giustizia chiariscano immediatamente quali interventi vogliono realmente mettere campo e, soprattutto, perché non si sia ancora intervenuti per garantire condizioni di vita dignitose all’interno dell’istituto. Sollicciano non può continuare a essere ignorato: servono interventi urgenti, immediati e concreti. Il tempo delle promesse è finito. Ora servono risposte e azioni” così il deputato dem Federico Gianassi. Reggio Calabria. Sartoria del carcere, avviato l’iter per assumere un nuovo capo d’arte ilreggino.it, 9 gennaio 2026 L’avviso, in scadenza oggi, forma l’albo degli operatori esperti interessati all’assunzione da parte dell’istituto penitenziario e all’espletamento dell’attività formativa. Il laboratorio in questione, con una significativa storia già alle spalle, è attivo da anni nella sezione femminile del plesso San Pietro. In linea con il protocollo attivato su impulso della prefettura di Reggio Calabria per attivare sul territorio una rete in grado di garantire alle persone detenute che ne abbiano i requisiti, l’opportunità di iniziare già dal carcere un percorso di reinserimento lavorativo con attività di formazione e lavoro esterno, occorre attenzione pure per incrementare le attività lavorative espletabili all’interno del carcere, essenziali anch’esse al percorso trattamentale deputato a garantire la funzione rieducativa della pena. Tra le esperienze più virtuose all’interno dell’istituto penitenziario Giuseppe Panzera di Reggio Calabria, vi è quella del laboratorio di sartoria in cui è impegnato un gruppo di donne detenute, oggi da incrementare. Le “pazienze” a giudici e avvocati reggini - In passato questo laboratorio, ha fornito le pettorine, le cosiddette “pazienze”, ad avvocati e giudici reggini nell’ambito di un “protocollo di intesa che era stato sottoscritto nel 2019 - ricorda l’allora garante regionale dei diritti delle persone detenute, Agostino Siviglia - tra la magistratura di Area Democratica per la Giustizia, Cvx e ufficio del Garante regionale, con la preziosa collaborazione dell’area pedagogica del carcere e dell’ordine degli Avvocati. Numerose donne furono a lungo impegnate per questa significativa commessa. L’idea, poi concretizzata, era stata lanciata in occasione di uno dei tanti incontri che in quel frangente vedevano operatori della Giustizia incontrare la popolazione detenuta anche in collaborazione con l’università Mediterranea”. Di recente, per i suoi 100 anni, Confindustria Reggio Calabria ha affidato proprio alle donne della sartoria del carcere di San Pietro la realizzazione delle borse consegnate in occasione della manifestazione svoltasi al teatro Cilea, così arricchitasi di una significativa valenza sociale. “Al momento l’esperienza resta importante ma impiega poche donne. Occorre incrementare e c’è una attenzione particolare prestata in questa ottica dallo stesso direttore dell’istituto Rosario Tortorella. Un’attenzione che produrrà presto i suoi frutti. L’occupazione femminile nel mondo carcerario reggino è stata anche al centro dell’ultima riunione in prefettura, con riferimento al protocollo già sottoscritto per rafforzare il profilo lavorativo dei percorsi trattamentali fuori dal carcere”, ha sottolineato il garante comunale delle persone private della libertà, Giuseppe Aloisio. Insomma la sartoria del carcere San Pietro a Reggio Calabria costituisce un’esperienza che ha già detto e dato tanto al territorio e che ancora può fare molto. Per questo, al fine di assicurare continuità e nuova linfa, l’istituto penitenziario Giuseppe Panzera di Reggio Calabria ha pubblicato un nuovo avviso, in scadenza oggi. L’avviso - La manifestazione di interesse ha ad oggetto la formazione di un albo di operatori economici, professionisti finalizzato all’affidamento di attività formative e all’assunzione di funzioni di capo d’arte laboratorio di sartoria già attrezzato e ancora attivo, seppure da implementare, presso la casa circondariale di Reggio Calabria plesso San Pietro. Le candidature, presentate da persone con comprovata esperienza nel settore, prevedono la richiesta di iscrizione all’albo Ufficiale della Casa Circondariale di Reggio Calabria e saranno valutate da un’apposita Commissione. “Per motivi di trasparenza e rotazione, alla procedura negoziata - si legge nell’avviso - saranno invitati solo gli Operatori che intendono partecipare alla presente manifestazione di interesse, con esclusione dell’Operatore Economico uscente, salvo che la presente manifestazione avrà esito negativo, in tale caso l’Amministrazione avvierà una trattativa diretta mediante Mepa con lo stesso”. Con scadenza al prossimo 30 gennaio pubblicati dalla Direzione del carcere anche altri due avvisi con cui la Direzione della Casa Circondariale di Reggio Calabria intende procedere all’istituzione di un elenco ufficiale di Imprese, Liberi Professionisti, Operatori Economici specializzati da invitare poi alla procedura negoziata per affidare il servizio ambulanza con autista, personale medico e infermieristico trasporto detenuti e per avviare la vendita di materiale dichiarato fuori uso prevalentemente ferroso, beni elettronici (fotocopiatori-personal computer, stampanti etc.), beni o effetti di vestiario (lenzuola, materassi, asciugamani etc.), beni o effetti di casermaggio (armadietti, sgabelli, tavoli, scrivanie etc.), con riferimento agli istituti penitenziari Giuseppe Panzera di Reggio Calabria, comprendendo pertanto il plesso di Arghillà e quello di San Pietro. “L’albo di operatori - si legge negli avvisi - costituisce lo strumento idoneo a garantire il rispetto dei principi di trasparenza, rotazione, parità di trattamento, proporzionalità e tutela della concorrenza nell’attività contrattuale di questa Amministrazione. Il presente avviso non avvia alcuna procedura selettiva o para concorsuale, né prevede alcuna graduatoria di merito fra gli Operatori iscritti, ma è volto esclusivamente a costituire un elenco di Operatori specializzati nel settore richiesto e interessati ad avere rapporti contrattuali con questa Amministrazione”. Melfi (Pz). Un incontro cruciale sulla rieducazione dei detenuti di Michael Logrippo antennasud.com, 9 gennaio 2026 La Garante delle persone private della libertà personale della Provincia di Potenza, Carmen D’Anzi, ha partecipato a una seduta della IV Commissione consiliare del Comune di Melfi. Durante l’incontro, D’Anzi ha esposto le principali criticità dei penitenziari italiani, evidenziando problemi come il sovraffollamento, il numero elevato di suicidi e la carenza di personale di Polizia penitenziaria, sanitario ed educativo. Carmen D’Anzi ha sottolineato l’importanza dei percorsi di istruzione e lavoro per i detenuti, considerandoli essenziali per il reinserimento sociale. Questi percorsi non solo riducono il rischio di recidiva, ma restituiscono dignità a chi ha scontato una pena, aiutando a sviluppare competenze, autostima e senso di responsabilità. L’articolo 27 della Costituzione italiana stabilisce che “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. D’Anzi ha affermato: “Per scongiurare la recidiva, è necessario attivare percorsi di istruzione e laboratoriali affinché le competenze acquisite durante la detenzione possano trasformarsi in opportunità lavorative concrete”. I dati del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria supportano questa tesi: tra le persone che partecipano a percorsi di trattamento in carcere, la recidiva si attesta tra il 3% e il 7%. Al contrario, per coloro che non accedono a tali percorsi, la recidiva raggiunge il 70%. Nel primo semestre del 2025, 21.354 detenuti lavoravano, pari al 32% del totale. Di questi, solo il 15,53% (3.350) era impiegato con cooperative e imprese, mentre l’84% (18.004) lavorava per l’amministrazione penitenziaria. La Legge Smuraglia (n. 193/2000) promuove l’assunzione di detenuti attraverso sgravi fiscali e agevolazioni, favorendo il reinserimento sociale e lavorativo e contribuendo a un’economia più inclusiva. Il Presidente del Consiglio comunale, Vincenzo Destino, ha commentato: “Questo incontro rappresenta un’opportunità preziosa di confronto e ascolto. Le condizioni di vita delle persone detenute e i percorsi di reinserimento non riguardano solo il sistema penitenziario, ma coinvolgono l’intera comunità e le amministrazioni locali”. Questo incontro ha messo in luce la necessità di un impegno condiviso nel garantire dignità e opportunità ai detenuti, favorendo un’azione sinergica tra istituzioni e società civile. Milano. Confronto nazionale sulla funzione rieducativa della pena askanews.it, 9 gennaio 2026 Il carcere come luogo di recupero umano e non di annientamento, il lavoro come strumento di dignità e prevenzione della recidiva, la comunicazione come leva decisiva contro isolamento, disagio e suicidi. Su questi temi si concentrerà la conferenza nazionale “Comunicazione, dignità e lavoro nel carcere: il ruolo dei commercialisti nel percorso di recupero umano, spirituale e sociale”, in programma lunedì 12 gennaio 2026 dalle ore 14.30 alle 17.30 presso la Sala Turismo della Sede di Confcommercio in Corso Venezia 47 a Milano. L’iniziativa, promossa da Milano PerCorsi con il contributo del giornalista Biagio Maimone, si propone come uno dei principali momenti di confronto pubblico del 2026 sul sistema penitenziario italiano, coinvolgendo istituzioni, professioni, imprese, terzo settore e mondo dell’informazione. Al centro del dibattito vi è una riflessione approfondita sulla funzione rieducativa della pena, così come prevista dall’articolo 27 della Costituzione, e sulla necessità di ripensare il carcere come spazio di recupero umano, sociale e lavorativo, capace di restituire dignità, responsabilità e prospettive future alle persone detenute. Il convegno nasce da un’emergenza nazionale che non può più essere ignorata. Il sistema penitenziario è in crisi estrema: i dati sugli episodi di suicidio, tentativi di suicidio e autolesionismo raccontano una realtà drammatica che non può essere tollerata. Il sovraffollamento rende le condizioni di vita dei detenuti insostenibili, trasformando le carceri in luoghi di emergenza continua. Lo Stato è chiamato a intervenire subito: questa è una questione di responsabili In questo contesto, la comunicazione viene analizzata come dimensione centrale del recupero umano. Non semplice strumento informativo, ma relazione, ascolto e presenza qualificata. L’assenza di dialogo, la solitudine istituzionale e la carenza di figure professionali adeguatamente formate contribuiscono in modo determinante al disagio psicologico delle persone detenute, aumentando il rischio di gesti estremi. Una comunicazione fondata sul rispetto della dignità e sulla costruzione di legami autentici rappresenta una delle principali forme di prevenzione del suicidio e di umanizzazione della pena. Accanto alla comunicazione, il convegno pone con forza il tema del lavoro, considerato non come semplice opportunità occupazionale ma come elemento strutturale del percorso di recupero umano e sociale. Il lavoro restituisce responsabilità, autonomia e riconoscimento sociale, rafforza il senso di appartenenza alla comunità e riduce concretamente il rischio di recidiva. In tale prospettiva, il ruolo dei commercialisti, delle professioni economiche e giuridiche, delle imprese e del terzo settore assume un valore strategico nella costruzione di percorsi di formazione, inserimento e accompagnamento al lavoro delle persone detenute ed ex detenute. Particolare attenzione sarà dedicata alle donne detenute, molte delle quali madri, spesso colpite da una condizione di vulnerabilità aggravata e da una discriminazione multipla. Il convegno analizzerà le esigenze di sostegno psicologico, educativo e lavorativo compatibili con la maternità, il contrasto allo stigma sociale e la necessità di percorsi di reinserimento coerenti con le Bangkok Rules delle Nazioni Unite. L’iniziativa si colloca nel solco dei principi universali dei Diritti Umani e delle Regole di Mandela, che riconoscono la dignità intrinseca di ogni persona detenuta e affermano che la pena deve perseguire finalità rieducative e di reinserimento sociale. In questa prospettiva, pur mantenendo un’impostazione rigorosamente laica, il convegno accoglie una riflessione sulla dimensione spirituale ed esistenziale come elemento di sostegno nei percorsi di recupero umano. Come ha affermato Papa Francesco, la dignità non si perde mai, neppure dopo l’errore più grave, e nessuno può essere privato della speranza Il convegno vedrà la partecipazione di rappresentanti delle istituzioni, delle professioni, del giornalismo, del mondo imprenditoriale e del terzo settore. Al momento hanno confermato la loro presenza i seguenti relatori; il programma è in fase di completamento e sono in attesa ulteriori conferme: Elbano De Nuccio, Presidente Nazionale dei Dottori Commercialisti - Francesco Caroprese, Vicepresidente Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti - Massimo Molla, Presidente Italia Professioni - Edoardo Ginevra, Presidente Nazionale AIDC - Marcello Guadalupi, Presidente di Milano PerCorsi Srl - Impresa Sociale. Previsti interventi: - Biagio Maimone, giornalista e scrittore - Amerigo Fusco, Primo Dirigente del Corpo di Polizia Penitenziaria - Marco Scotti , Direttore Affaritaliani.it - Gianmarco Invernizzi, Commercialista - Gianni Todini, Direttore Agenzia Askanews - Nicola Saldutti, Caporedattore Economia - Corriere della Sera - Antonetta Carrabs, giornalista, direttore responsabile editoriale “Oltre i Confini Magazine” - Pietro Latella, consulente del lavoro - Fulvio Fulvi, giornalista di Avvenire e scrittore - Enea Trevisan, fondatore di Ealixir Inc. - Hector Villanueva, CEO e Founder dell’Expo dei Popoli, delle Culture e della Solidarietà. Al termine dei lavori, Milano PerCorsi predisporrà un documento conclusivo di raccomandazioni operative da sottoporre all’attenzione delle istituzioni, del mondo imprenditoriale e del terzo settore, con l’obiettivo di promuovere politiche efficaci di comunicazione, prevenzione, inclusione e reinserimento sociale e lavorativo delle persone detenute ed ex detenute. L’obiettivo complessivo è contribuire alla costruzione di un modello di sistema penitenziario orientato al recupero umano, educativo e sociale, riaffermando che senza dignità non può esserci sicurezza, senza lavoro non può esserci reinserimento e senza comunicazione non può esserci umanità. Roma. Incontro a conclusione della mostra “I volti della povertà in carcere” santegidio.org, 9 gennaio 2026 Venerdì 9 gennaio, alle ore 17.30, nella Basilica di Santa Maria in Trastevere si tiene l’incontro “I volti della povertà in carcere”, a conclusione della mostra fotografica e in occasione della presentazione dell’omonimo volume di Matteo Pernaselci e Rossana Ruggiero (EDB). Un momento di ascolto e confronto per dare voce a chi vive la realtà del carcere. Interverranno Rossana Ruggiero e Alessandro Ragazzo, uno dei volti del volume, insieme agli Amici detenuti del Carcere di Rebibbia Nuovo Complesso. In dialogo con Marina Finiti, Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Roma, Giacinto Siciliano, Provveditore Regionale Lazio, Abruzzo e Molise - DAP, don Raffaele Grimaldi, Ispettore Generale dei Cappellani delle Carceri Italiane, Filippo Giordano, Direttore Dipartimento Gepli - Lumsa Università, Marco Impagliazzo, Presidente della Comunità di Sant’Egidio, e Mario Marazziti. Napoli. A Poggioreale un concerto del gruppo Rita Ciccarelli & Flo in Gospel di Ida Palisi Ristretti Orizzonti, 9 gennaio 2026 Sabato 10 gennaio 2026 alle ore 10 presso la Casa Circondariale di Poggioreale a Napoli si terrà un concerto del Rita Ciccarelli & Flo in Gospel promosso dal Progetto IV Piano, gestito dalla cooperativa Era del gruppo Gesco in integrazione con il Dipartimento Dipendenze della Asl Napoli 1 Centro. Si tratta dell’evento conclusivo di un articolato percorso di iniziative realizzate nel periodo natalizio all’interno dell’Istituto Penitenziario di Poggioreale dove l’équipe di Gesco opera da dieci anni in collaborazione con il SerD Area Penale del Dipartimento dipendenze della ASL Napoli 1 Centro. Un lavoro sociale che mette al centro le persone detenute con problemi di dipendenze, con l’obiettivo di alleviarne la sofferenza acuita dalla condizione di detenzione e favorire processi di autodeterminazione e crescita, attraverso attività laboratoriali manuali e creative, gruppi di ascolto e scrittura, momenti di supporto e condivisione e iniziative culturali capaci di generare partecipazione e senso di comunità. Il Progetto IV Piano, inoltre, accompagna, laddove ci sono le condizioni, le persone detenute per reati legati alla dipendenza da sostanze, in percorsi di misura alternativa al carcere: circa 130 sono quelle inviate a misure alternative nell’ultimo anno. Il concerto Gospel conclude un ciclo di tre eventi natalizi che hanno animato la vita dell’istituto, dal mercatino di Natale allestito nel cortile San Basile, durante il quale sono stati esposti e venduti i manufatti realizzati nel corso dell’anno nei laboratori del progetto, fino al concerto della Banda Basaglia, sia all’interno del Reparto Roma (dedicato esclusivamente all’accoglienza di persone recluse tossicodipendenti) che nel viale esterno comunicante con altri reparti del carcere, che ha coinvolto ed emozionando i detenuti, gli operatori sociali e il personale di Poggioreale. Tutti gli eventi hanno offerto un percorso natalizio che ha provato a creare spazi di contenuto e condivisione; limiti che diventano. Attraverso il lavoro della cooperazione sociale, di Era e di Gesco, si prova a dare attuazione al concetto garantito dall’articolo 27 della Costituzione - “le pene non devono essere contrarie al senso di umanità e devono mirare alla rieducazione del condannato” - creando spazi di dignità e crescita personale per coloro che vivono quotidianamente i limiti della privazione della libertà e che diventano ancora più incisivi ed avvilenti nel periodo delle ricorrenze, intrinsecamente legate all’affettività. Per l’evento di sabato 10 gennaio sono stati autorizzati ad accedere al carcere i giornalisti dotati di tesserino. Airola (Bn). I gemelli salernitani “2Shot”, detenuti all’Ipm, cantano con il rapper Lucariello di Giuliano Delli Paoli Corriere del Mezzogiorno, 9 gennaio 2026 “Abbiamo toccato il fondo, ora vogliamo risalire e volare”. Il brano “Petite” il primo singolo dei due giovani detenuti, oggi ventenni, nasce nell’ambito di un progetto avviato nel penitenziario beneventano. “Sono rimasto solo in questo buco nero, niente collane d’oro, la vita a quale prezzo? […] Sai che non vedo l’ora di dire ce l’ho fatta, asciugherò le lacrime sul viso di mia mamma”. Canta così Petite, il primo singolo dei 2Shot appena pubblicato. Il brano del gruppo salernitano, formato da due gemelli ventenni, vede ospite al microfono Lucariello ed è nato all’interno dell’Istituto Penale per Minorenni di Airola, nel beneventano, tramite anche il sostegno di Cco Produzioni, un ramo del progetto Presidio Culturale Permanente promosso dall’associazione Crisi Come Opportunità ETS, associazione fondata nel 2006 che si occupa di laboratori di formazione e sensibilizzazione di giovani e comunità? locali attraverso l’uso dell’arte in tutte le sue forme: teatro, rap, sceneggiatura, fotografia e cinema. Petite è una ballata in chiave rap scritta e cantata per gridare al mondo la propria voglia di rivalsa e il desiderio di chiudere finalmente i conti con una vita difficile. I 2Shot sono nati a Salerno nel 2005 da madre napoletana e padre metà nigeriano e metà cubano. La madre - attrice nella compagnia di Tato Russo - li ha cresciuti fra teatro e musica, e i due artisti si sono fin da piccoli appassionati fortemente al rap, in particolare ascoltando Clementino. Un amore per la musica però spezzato da una vita che si fa presto difficile: la separazione dei genitori, le scelte sbagliate, la rabbia che esplode in strada, fino all’ingresso nel carcere minorile di Airola, dove sono tuttora detenuti. Un luogo di reclusione che diventa tuttavia anche lo spazio in cui il rap smette di essere solo un sogno e diventa un progetto condiviso con il napoletano Luca Caiazzo, in arte Lucariello, che tiene laboratori hip hop all’interno dell’istituto di detenzione e diventa per i due giovani rapper detenuti un riferimento artistico nonché il padre putativo della loro musica. “Il testo - raccontano i due giovani artisti - menziona la città di New York, e questa metafora vuole esprimere la nostra necessità di scostarci e sognarci quanto più lontani possibile dalla realtà nella quale abbiamo scritto questi versi. I giovani ‘Petite’ che raccontiamo in questo brano sono gli stessi giovani in cui avremmo voluto vederci noi ma che, per forza di cose, non siamo ancora riusciti a essere. Poi chissà, magari un giorno ascolteremo questo brano stando proprio a New York con la nostra famiglia. Abbiamo più di 70 provini registrati nel computer dell’IPM, e tra tutti abbiamo scelto Petite per avere l’onore di fare un brano con Lucariello. Conoscendo la sua musica, fatta di testi abbastanza impegnati, ci siamo voluti presentare al pubblico con un brano intimo che ci mettesse a nudo, esponendo un lato che molti hanno paura di mostrare”. E ancora: “Abbiamo toccato il fondo diverse volte, adesso vogliamo risalire e... volare”. Petite si sviluppa su una produzione musicale realizzata da Oyoshe, Lucariello e Shada San, su cui si alternano i versi rap - cantati sia in dialetto campano sia in italiano - dei due gemelli e di Lucariello stesso. Se i maranza sono la nuova crociata della destra di Vincenzo Scalia L’Unità, 9 gennaio 2026 Nel solco della lezione conservatrice, se qualcosa non va non è mai per via del contesto. Possiedi un’arma da taglio? E io ti tolgo i documenti. Nell’Italia di Collodi e di De Amicis, dove non esiste la responsabilità individuale ma soltanto le cattive compagnie o i cattivi genitori, l’esecutivo si appresta a varare un disegno di legge del tutto singolare, mirato a far fronte alla nuova emergenza, ovvero quella dei maranza. Termine importato dal linguaggio paninaro anni Ottanta che si riferisce ai minori, in particolari quelli giudicati a rischio potenziale o effettivo di devianza. La singolarità del nuovo disegno di legge affiora sin da subito. La Consulta ha già bacchettato il governo sul decreto Caivano. Per cui si sceglie di percorrere un’altra strada, ovvero quella dei provvedimenti amministrativi, che possono essere emessi a livello locale. La finalità sarebbe quella di scongiurare il possesso abusivo di armi da taglio da parte dei giovani. Ma, invece di regolamentarne la vendita, di promuovere campagne apposite nelle scuole o nei quartieri, di investire su progetti di socializzazione, si preferisce intervenire attraverso le multe da comminare ai genitori. In altre parole, se si vive in periferie ridotte a dormitorio, senza servizi e strutture necessarie all’inserimento sociale, se non esiste nessun ius scholae che prevede l’integrazione dei migranti, se il mercato del lavoro è sempre più precario, la colpa è dei genitori che non sanno educare i figli. Un’impostazione ipocrita, ancorché datata ai tempi di Cuore e Pinocchio, ma assolutamente in linea col neoliberismo attuale, per cui le questioni sociali vanno scaricate sulle famiglie e sugli individui, a detrimento di un progetto collettivo di società e delle libertà civili. All’interno di una cornice neolombrosiana, per cui i caratteri devianti sono ereditati su base familiare. Non a caso, il nuovo disegno di legge, prevede il sequestro della carta d’identità, del passaporto, del permesso di soggiorno o della possibilità di rinnovarli per i minori trovati in possesso di coltelli o coinvolti in fatti devianti. L’identità dei giovani, già vacillante sotto i colpi della criminalizzazione mediatica, della marginalità sociale, della precarietà istituzionale, verrebbe negata per legge da un provvedimento amministrativo. In realtà, il nuovo disegno anti-maranza, fornisce surrettiziamente il pretesto per intervenire sul dissenso politico. Si prevede di ampliare il raggio di criminalizzazione dei blocchi stradali, delle occupazioni di case, delle manifestazioni. Ampliando il Daspo urbano, versione odierna del vecchio foglio di via. Soprattutto, introducendo quello che viene definito come “scudo penale” per le forze dell’ordine che eventualmente si trovino coinvolte in questi episodi. Un vero oltraggio alla memoria di Carlo Giuliani, Riccardo Magherini, Federico Aldrovandi, e, attraverso loro, alle libertà civili che fanno della critica al potere la loro cifra. I giovani, ormai, sono diventati la punta di lancia delle classi pericolose, da reprimere a tutti i costi. A preoccupare ulteriormente, però, è la motivazione che ha ispirato questo nuovo disegno di legge. Sia la premier, sia il Guardasigilli, dicono di volere raccogliere il guanto di sfida lanciato in materia di sicurezza dalle opposizioni, sulla scia delle iniziative pubbliche in materia di sicurezza organizzate dai vertici del Pd. L’idea sarebbe quella di un confronto “costruttivo”, da trovare in sede di commissione parlamentare. Si tratta di una vera e propria polpetta avvelenata, che non viene lanciata a caso, ma a partire di una debolezza strutturale delle opposizioni, che tentano di inseguire la destra sul terreno della sicurezza. Un inseguimento che dura da trent’anni, e che non ha fatto altro che sortire effetti opposti, ma che a sinistra, in molti, continuano a perseguire. Ci si rifiuta di imparare le lezioni del passato, lasciando agibilità e spazio politico a una destra sempre più aggressiva e subdola. Speriamo che le opposizioni non cadano nella trappola, e comincino a proporre politiche di sicurezza alternative, basate sulla pluralità, sull’inclusione, sul diritto delle libertà civili. I materiali ci sono. Basta riprenderli e rielaborarli. Lasciando sugli scaffali Franti e Lucignolo. Maranza, perché sono il nemico perfetto e il mostro urbano finale dell’Italia securitaria di Antonio Lamorte L’Unità, 9 gennaio 2026 “Sono capri espiatori di ansia sociale”. Il nuovo personaggio che destabilizza “una società depressa a livello economico e demograficamente anziana, sobillata da decenni di retorica razzista e xenofoba”. E ci voleva la Treccani a bollinare che il personaggio dell’anno, il vero “poty”, non era necessariamente il leader volubile e squilibrato di qualche grande potenza in crisi, o una pervasiva entità tecnologica così potente e messianica da “niente sarà più come prima”, quanto più l’ultimo e strategico mostro urbano. Quello che anche quando non corrisponde agli identikit delle baby gang, le testate più autorevoli chiamano in causa per presunte questioni di stile. E grazie alla Treccani, certo, che intanto nella sua puntuale definizione - “Giovane che fa parte di comitive o gruppi di strada chiassosi, caratterizzati da atteggiamenti smargiassi e sguaiati e con la tendenza ad attaccar briga, riconoscibili anche dal modo di vestire appariscente (con capi e accessori griffati, spesso contraffatti) e dal linguaggio volgare” - tralasciava alcuni elementi non tralasciabili: il classismo, la marginalità urbana e sociale, la nazionalità straniera - anche se in effetti si tratta di italiani a tutti gli effetti nella maggior parte dei casi: difatti, non fa differenza, ai tempi della propaganda sulla remigrazione. Gabriel Seroussi ha scelto “La periferia vi guarda con odio” come titolo del suo libro edito da Agenzia X, una citazione del titolo di un’opera d’arte di Amir Fathi, a sua volta citazione di un graffito comparsa in Missori, Milano, nel 2015. Dove dieci anni fa era tutto Expo, oggi è tutta un’inchiesta e soprattutto una specie di Gotham City in mano a questo nuovo mostro urbano che Seroussi ha raccontato soprattutto tramite il rap. “Ho scelto la musica come campo di indagine - dichiara a L’Unità - perché, da una parte, nella mia esperienza personale e giornalistica è l’ambito di cui mi sono occupato di più. Dall’altra parte, perché secondo me nello sviluppo di quello che è il ‘mostro sociale’ del Maranza, di questa fobia che ho provato a raccontare nel libro, il rap ha avuto sicuramente un ruolo centrale. La musica rap, infatti, è un vettore di queste storie: negli ultimi anni racconta e rappresenta contesti marginali che lo stereotipo del Maranza e la narrazione mediatica tendono a criminalizzare. Il rap rappresenta e racconta questi contesti, quindi è centrale per comprenderli, perché è un veicolo fondamentale per capirli. Dall’altra parte, ritengo che parte della paura nei confronti della figura del Maranza nasca proprio dal successo di quest’ultima generazione di rapper, che è la prima generazione di rapper provenienti da comunità razzializzate ad aver ottenuto un grande successo”. È un libro che ricostruisce un neologismo da Jovanotti a oggi, un fenomeno allo stesso tempo territoriale e globale, che argomenta il concetto di “marginalità avanzata”, lo storytelling crudo e controverso di rap e trap dagli esordi in Italia fino all’esplosione di Ghali - personaggio tratteggiato in termini messianici: “siamo tutti figli di Ghali” - , che rammenta la grande contraddizione dell’hustler, che mette insieme molti dati su demografia, cittadinanza, razzismo, ius sanguinis e ius soli, rap e immigrazione. Ed è un libro corale, a più voci, soprattutto di rapper di seconda generazione che come accennava l’autore offrono una prospettiva lucida e privilegiata anche se parziale. Philip, per esempio: “Io credo che il discorso sui maranza vada staccato da quello che riguarda i rapper. Artisti come Simba e Baby raccontano la loro storia […] Loro non vogliono portare la gente a fare schifo. Solo che non puoi evitare, se racconti la tua esperienza, che la gente si identifichi con altro. È come quando Saviano scrive Gomorra […] anche chi fa musica non può controllare quello che le persone si portano via”. E ci mancherebbe, anche se Roberto Saviano non è stato arrestato. E non sarebbe la prima volta che la violenza riguardi movimenti marginali e che attraversi la separazione tra storytelling e biografie reali, specie nel rap ci sarebbero molti esempi. Allo stesso tempo è forse sottovalutato l’aspetto religioso. Si aggiungono comunque altre voci qualificate. Paolo Grassi, antropologo urbano e ricercatore universitario, spiega come le sottoculture giovanili facciano delle etichette stigmatizzanti una bandiera identitaria, intraprendano un percorso di spettacolarizzazione ed empowerment, facciano il giro e vengano addomesticate nel mainstream. E quindi: i Maranza come gli Skin, gli emo, i punk, gli hipster, i paninari, i metallari. Siamo pronti per una serie Netflix a tema Maranza insomma. Don Claudio Burgio della comunità Kayros - dalla quale sono passati Baby Gang, Saky e Simba La Rue - osserva come le rappresentazioni possano influire sulle persone anche a un livello di realtà: “Quando sei raccontato per anni come un delinquente, un violento, uno da tenere d’occhio, c’è un momento in cui rischi di diventarlo davvero”. Questa periferia che guarda con odio si trova nel Nord Italia, sua capitale è Milano - che il centrodestra non si spiega come non governi e infatti la racconta ostaggio di una violenza apocalittica e incontrollata: perché l’84% degli stranieri sono residenti al Nord e il 23% in Lombardia. Appena un mese fa è stato arrestato Don Alì, autoproclamato “Re dei maranza”, che aveva minacciato una fantomatica invasione del Sud. “L’ho visto come un fenomeno social, interessante perché racconta come la necessità di trovare dei mostri sociali cambi da territorio a territorio, in base alle storie e alle paure che attraversano quegli spazi. Questo è un aspetto centrale, soprattutto se pensiamo a Roma e a quanto è accaduto negli ultimi mesi nelle metropolitane romane, con le attività di Cicalone e di altri creator online che producono contenuti sulle persone che rubano in metropolitana, ergendosi a giustizieri popolari. È interessante notare che nel contesto romano il Maranza praticamente non esiste. L’oggetto, il ‘mostro sociale’ che Cicalone e chi come lui vuole costruire non è il Maranza, ma piuttosto la donna rom o sinta, oppure la comunità latinoamericana. Cambiano i soggetti che vengono presi come capri espiatori di un’ansia sociale”. Quello dei Maranza è un racconto in corso, di un’Italia che sta inevitabilmente cambiando, dalle strade ai palazzi, destinato a destabilizzare “una società depressa a livello economico e demograficamente anziana, sobillata da decenni di retorica razzista e xenofoba”. Attraverso questo libro l’autore si è posto molte domande “sulla mia identità e sul mio posizionamento rispetto a questa storia: come giornalista, come autore, ma soprattutto come persona e come giovane uomo. Qualcuno che, in qualche modo, ha sempre avuto un piede dentro e un piede fuori rispetto a certe vicende, alla musica rap e a quel mondo. La cosa che mi ha sorpreso di più è ciò che questo lavoro mi ha restituito a livello umano e personale: raccontare storie che non sono la mia mi ha dato strumenti per comprendere meglio anche la mia storia. È qualcosa che mi è stato restituito anche da altri lettori del libro, che hanno apprezzato questa scelta collettiva e l’idea di offrire molte voci”. Anna Foa: “No a una legge per punire chi critica Israele” di Andrea Carugati Il Manifesto, 9 gennaio 2026 La storica: “L’antisemitismo va combattuto insieme al razzismo, non serve una norma ad hoc”. “Il ddl Delrio? Parte da un presupposto errato: le contestazioni al governo di Tel Aviv non vanno confuse con l’odio antiebraico”. “In Italia non c’è una emergenza antisemitismo, ma il fenomeno è cresciuto in alcune frange di sinistra che non distinguono tra ebrei e Netanyahu. Sbaglia chi criminalizza tutto il movimento propal”. Anna Foa, storica e autrice nel 2024 de “Il suicidio di Israele per Laterza”, è una degli esperti auditi nelle settimane scorse dalla commissione del Senato che sta trattando i disegni di legge contro l’antisemitismo. Insieme ad altri intellettuali, anche di origine ebraica, ha criticato il ddl Delrio per il rischio di censura alle posizioni propal. Professoressa Foa, quali dovrebbero essere i capisaldi di una buona legge contro l’antisemitismo? Una buona legge non dovrebbe basarsi sulla definizione di antisemitismo dell’Ihra (International Holocaust Remembrance Alliance), perché c’è il rischio di additare come antisemita chi critica il governo di Israele. Quella definizione di fatto equipara l’antisionismo all’antisemitismo e, non a caso, è stata utilizzata da Trump per contestare e censurare le manifestazioni propal nelle università americane. Al punto numero 10 mette all’indice chiunque paragoni il comportamento di Israele verso i palestinesi con la Shoah. Eppure è stata adottata da oltre 20 stati europei. Perché? Era stata criticata fin da subito da numerosi studiosi, e infatti sono nate successivamente le dichiarazioni di Gerusalemme e quella della Nexus Task Force. Diciamo che i governi l’hanno adottata perché, alcuni anni fa, la situazione in Medio Oriente era assai meno grave di quella di oggi. E dunque l’attenzione sui comportamenti del governo di Israele era più bassa. Non a caso la definizione di Gerusalemme (JDA) esclude l’identificazione tra antisionismo e antisemitismo, ed esclude che chi critica il governo di Tel Aviv possa essere tacciato di antisemitismo. I firmatari del ddl Delrio sostengono che in quel testo non sono compresi i contestati esempi di antisemitismo di Ihra che in gran parte riguardano lo stato di Israele... Ma quegli esempi sono parte integrante del documento Ihra, non se ne può adottare solo la premessa ignorando il resto. Se si parte da lì, e ricordo che quel testo è stato contestato da 3mila studiosi, si arriva al paradosso che Israele diventa l’unico paese al mondo che non può essere criticato. E questo non può che alimentare l’antisemitismo. Nel testo del senatore Pd sono escluse conseguenze penali... Ma non è questo il punto: bisogna evitare che lo stigma si abbatta su chi esprime libere opinioni, come è accaduto ad alcuni studiosi in Germania. Io stessa, per aver paragonato i bambini affamati di Gaza a quelli del ghetto di Varsavia, sarei a rischio di censura. Serve una legge ad hoc su questo tema? Non direi. C’è già la legge Mancino, che colpisce antisemitismo e razzismo, e non credo che questi due temi debbano essere separati. Anzi, vanno combattuti insieme. E invece i promotori del ddl Delrio, ma anche dei testi delle destre e di Iv, sostengono che l’antisemitismo abbia una sua specificità, che non vada confuso con altre forme di odio e discriminazione... Credo che una gran parte dei problemi che Israele vive oggi, compreso il suprematismo ebraico, derivi da questa ossessione dell’unicità. Non è sbagliato confrontare la Shoah, che pure è stato un fenomeno senza precedenti, con altri genocidi del Novecento, come quello degli armeni. Non bisogna farne un caso a parte solo perché ha riguardato gli ebrei. La storia, a differenza di quel che sostiene Netanyahu, non è un continuum di antisemitismo dagli albori del cristianesimo in poi. Ci sono state fasi diverse, alcune anche di pacifica convivenza e di dialogo tra ebrei e altre culture e etnie. Delrio sostiene che “oggi l’antisemitismo è la vera emergenza del nostro paese”. Condivide? No, penso che le emergenze più gravi siano alte, come le diseguaglianze. L’antisemitismo esiste ed è un problema serio ma rischia di essere utilizzato, da forze politiche negli Usa e in Europa, per altri scopi, come limitare le accuse di genocidio e apartheid a Israele. E questo è grave. Secondo lei negli ultimi due anni l’antisemitismo è cresciuto in Italia? Sì, è cresciuto soprattutto nell’ultimo anno. In alcune frange della sinistra si è diffusa l’idea che tutti gli israeliani siano in fondo proni a Netanyahu, che non ci sia una vera opposizione, e così anche gli ebrei tout court, e che Israele non dovrebbe esistere. Una posizione assolutamente minoritaria, che perà esiste, soprattutto sui social: va vista e combattuta, senza mai attribuire queste posizioni a tutto il movimento per Gaza. Però devo dire che, nei miei numerosi interventi nelle scuole e nel dialogo con gli studenti, non ho mai ascoltato posizioni antisemite. Come suggerirebbe di procedere al Senato? Due cose fondamentali: non legiferare solo contro l’antisemitismo ma contro il razzismo in generale. E accantonare la definizione Ihra e partire da quella di Gerusalemme, che elimina ogni rischio di censura. Venezuela. Trentini, Burlò e gli altri: ecco chi sono gli italiani ancora detenuti di Sara Gandolfi Corriere della Sera, 9 gennaio 2026 Gasperin e Pilieri sono stati appena liberati. Adesso l’attesa per almeno altri 26 connazionali. Alberto Trentini è il nome più conosciuto fra gli italiani tenuti prigionieri per mesi nelle carceri venezuelane. Oltre a lui, altri 27 connazionali, alcuni con doppio passaporto italo-venezuelano, hanno subito l’arresto, quasi sempre arbitrario, sotto il regime di Nicolás Maduro. Le loro storie e le loro “colpe” sono diverse: finiti dietro le sbarre perché coinvolti in attività politiche o professionali considerate “ostili”, o semplicemente perché hanno espresso opinioni contrarie al regime. Nel famigerato El Helicoide, l’abnorme struttura carceraria che Donald Trump ha definito “una camera di tortura nel centro di Caracas”, nota per essere il teatro dei brutali interrogatori del Servizio di intelligence Sebin. Da lì, ieri, sono usciti i primi prigionieri. Tra loro panche Biagio Pilieri, figlio di immigrati siciliani, ex sindaco del comune di Bruzual, arrestato il 28 agosto 2024 per le sue attività politiche. È poche ore prima di lui è stato scarcerato l’imprenditore Luigi Gasperin, che in passato aveva gestito numerosi appalti della compagnia petrolifera di Stato. E si spera per Mario Burlò, che era partito da Torino nel 2024 per andare a caccia di nuove opportunità imprenditoriali in Venezuela. Non è più tornato. “Non lo vedo dal novembre 2024”, ha detto la figlia in un’intervista al Corriere Torino, affermando di essere riuscita a parlare con lui soltanto lo scorso ottobre, in una telefonata molto breve. “La conversazione era controllata. Sentivo in sottofondo una voce che in spagnolo diceva: “Tres minutos, dos minutos, un minuto màs...”“. Il tempo di dirsi “quanto ci mancavamo”. Hugo Marino è l’italo-venezuelano che da più anni langue nelle carceri del regime. Scomparso nel 2019, per lungo tempo non è riuscito a comunicare con la sua famiglia. Daniel Enrique Echenagucia, imprenditore di Avellino, fu invece arrestato con la famiglia il 2 agosto 2024. I parenti vennero rilasciati dopo poco, lui è rimasto desaparecido per varie settimane prima della sua ricomparsa nel carcere di El Rodeo, lo stesso di Trentini. Fiato sospeso anche per Gerardo Coticchia Guerra, Juan Carlos Marruffo Capozzi e Perkins Rocha. Evento impensabile fino a qualche giorno fa, ieri Viva la Ucv, “media informativo” del Movimento studentesco venezuelano e dell’Universidad Central de Venezuela, il più importante ateneo del Paese, ha salutato su X la liberazione della “nostra professoressa Rocío San Miguel, attivista per la difesa dei diritti umani... Non avrebbe mai dovuta essere detenuta solo perché pensa in modo differente!”. Con doppio passaporto, venezuelano e spagnolo, Rocío è la presidente della Ong Controllo Cittadino per la sicurezza, esperta di questioni militari e collaboratrice di diversi giornali internazionali: era stata arrestata all’inizio del 2024 con l’accusa falsa di cospirazione. Ancor più incredibili le storie degli altri quattro spagnoli liberati. Come Andrés Martínez Adasme e José María Basoa, due giovani di 32 e 35 anni, partiti dai Paesi baschi con l’idea di trascorrere una vacanza avventurosa in Amazzonia. Sono stati arrestati dopo le elezioni fraudolente del luglio 2024, come Trentini, con l’accusa di essere agenti dell’intelligence spagnola e di far parte di una cospirazione internazionale, organizzata dalla Cia, per assassinare Maduro. Stati Uniti. Il volto feroce dell’America trumpiana. E nulla sarà più come prima di Davide Vari Il Dubbio, 9 gennaio 2026 Nessun incidente. Nessuna legittima difesa. Il colpo di pistola che ha ucciso Renee Nicole Good, trentasette anni, cittadina americana, madre di un bambino di sei anni, non è una tragica fatalità: è un’esecuzione a freddo. La dinamica è chiara, persino banale nella sua ferocia: l’agente dell’Ice - formalmente l’agenzia federale per l’immigrazione e la sicurezza delle frontiere, ma di fatto una milizia armata nelle mani di Donald Trump - si avvicina all’auto. La donna tenta di spostare la macchina, di sottrarsi, di guadagnare qualche metro. Lui estrae la pistola e spara in pieno volto. Poi se ne va. Con la stessa indifferenza con cui si scansa un fastidio. O si schiaccia un insetto. È una scena che fa orrore non solo per ciò che mostra, ma per ciò che racconta. Perché quel colpo non è un’aberrazione, non è una scheggia impazzita del sistema: è il suo ritratto più fedele. È l’America del 2025. Un Paese che sta scivolando verso una forma nuova e brutale di autoritarismo, praticato senza più complessi, rivendicato come virtù, esportato come metodo. Dentro e fuori i confini. Certo, Nicolás Maduro era un dittatore, un caudillo sudamericano da manuale. Ma il modo in cui questa nuova America ha deciso di rimuoverlo non è una vittoria della libertà: è uno schiaffo deliberato al diritto internazionale. Un gesto consapevole, meditato, persino esibito. Il diritto internazionale, con tutti i suoi limiti e le sue ipocrisie, nasceva per contenere l’arbitrio dei forti, per mettere qualche argine giuridico alla legge del più forte. Qui succede l’esatto contrario: si inaugura un precedente che prefigura un nuovo “diritto”, fondato non sulla giustizia ma sulla forza. E sulla sua ostentazione. Poi c’è la Groenlandia. Trump prova a raccontarcela come una trattativa civile, un’acquisizione quasi gentile. Ma quando una trattativa avviene sotto la minaccia implicita - o esplicita - dell’uso della forza, con la pistola appoggiata sul tavolo, non si chiama negoziato, si chiama estorsione. Nella sua forma più elementare e volgare. Il linguaggio è quello dei boss, non degli statisti. È la geopolitica ridotta a gesto muscolare, a intimidazione permanente. Insomma, questa è un’America che vuole governare con la paura. Una democrazia che conserva il rito delle elezioni ma ne svuota il senso, che mantiene le istituzioni ma le usa come armi. Ha ancora l’aspetto di una democrazia: bandiere, retorica, Costituzione. Ma dentro è diventata altro. Una democratura: la facciata della libertà con il manganello dietro la schiena. Stati Uniti. Genesi dell’Ice, da agenzia invisibile a milizia paramilitare di Trump di Daniele Zaccaria Il Dubbio, 9 gennaio 2026 Nata dopo l’11 settembre, l’Immigration and Customs Enforcement è una polizia ibrida, che non risponde a comunità locali né ai procuratori, fuori dal perimetro giudiziario ordinario. Immigration and Customs Enforcement, ovvero l’Ice, un tempo agenzia defilata, quasi invisibile, oggi una milizia paramilitare del presidente Trump per ristabilire law and order nelle città governate dai suoi avversari politici. L’Ice nasce oltre vent’anni fa, nel cuore della ristrutturazione degli apparati di sicurezza seguita agli attentati terroristi dell’11 settembre 2001. È una delle agenzie create all’interno del Department of Homeland Security, il nuovo super-ministero incaricato di proteggere gli Stati Uniti da minacce interne ed esterne. La sua missione unisce controllo dell’immigrazione, contrasto ai traffici illegali e sicurezza delle frontiere. Prima del 2003, l’immigrazione era controllata dall’Immigration and Naturalization Service, un’agenzia con una forte componente amministrativa e un rapporto diretto con il Dipartimento di Giustizia. Con l’Ice, quelle funzioni vengono concentrate in un corpo armato federale, dotato di ampi poteri investigativi e coercitivi, ma collocato fuori dal perimetro giudiziario ordinario. L’immigrazione non è più solo una questione burocratica: diventa un problema di sicurezza nazionale. Da qui nasce l’ambiguità originaria dell’Ice, una polizia senza territorio, che non risponde a comunità locali né ai procuratori; i suoi agenti possono infatti fermare, detenere ed espellere individui senza che questi siano formalmente incriminati da un magistrato. Il controllo giudiziario è limitato, quello politico indiretto, risponde direttamente al governo federale. Per oltre un decennio, sotto amministrazioni repubblicane e democratiche, questa eccezionalità rimane in parte contenuta e l’Ice resta relativamente marginale nel dibattito pubblico e poco seguita dai media. L’agenzia dispone di grandi mezzi e ha ampi margini d’azione, ma non è un attore centrale della sicurezza interna. Con l’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca cambia tutto, non perché vengano riscritte le regole d’ingaggio o ampliate competenze e poteri, il presidente non modifica l’architettura giuridica: ne sfrutta fino in fondo le ambiguità originarie di questa polizia ibrida. L’agenzia resta formalmente la stessa, ma viene investita di una funzione politica nuova, da strumento tecnico di enforcement diventa braccio operativo (e armato) della presidenza, chiamato a intervenire là dove il potere federale vuole riaffermarsi contro autorità locali considerate ostili. Il terreno privilegiato di questa torsione sono le grandi città gestite da sindaci democratici e gli Stati guidati da governatori apertamente in conflitto con il tycoon. Le cosiddette sanctuary cities definite dalla Casa Bianca come ricettacoli di criminali e clandestini diventano bersagli simbolici: Los Angeles, Washington D.C., Chicago, l’ICE pattuglia le strade non per rispondere a un’emergenza immediata di sicurezza, quanto per dimostrare che l’ultima parola spetta al presidente, anche contro le scelte politiche delle amministrazioni locali. Questa campagna prende forma attraverso un massiccio rafforzamento di mezzi, uomini e risorse, dallòo scorso gennaio il budget viene triplicato grazie a una legge che stanzia 170 miliardi di dollari in quattro anni per la lotta all’immigrazione irregolare. Parallelamente, dall’estate 2025 è partita una campagna di reclutamento senza precedenti, con l’obiettivo di assumere 10mila nuovi agenti. Il bando di reclutamento ufficiale dell’agenzia è tutto un programma: “ICE recluta americani patrioti e coraggiosi per espellere criminali stranieri: assassini, stupratori, terroristi, pedofili in situazione irregolare nelle nostre strade”, si legge sul sito. A chi si arruola vengono offerti bonus fino a 50mila dollari, rimborsi dei prestiti universitari, benefici pensionistici rafforzati. Non è solo una campagna di assunzioni pubbliche: è una mobilitazione ideologica, una chiamata alle armi in un corpo di polizia presentato come avanguardia morale della nazione. Con simili premesse l’impatto della nuova ICE sul territorio non poteva che essere destabilizzante come abbiamo visto nell’ultimo anno; le operazioni assumono una dimensione sempre più spettacolare e intimidatoria con raid nei parchi pubblici in presenza di bambini, arresti durante posti di blocco improvvisati, interventi in quartieri privi di criminalità dove vivono lavoratori senza documenti come mostrano le migliaia di video che circolano sui social. Secondo un conteggio del New York Times, precedente all’uccisione di Renee Nicole Good a Minneapolis, negli ultimi 12 mesi gli agenti dell’immigrazione hanno aperto il fuoco contro almeno nove persone, tutte a bordo di veicoli, mentre stando a un’inchiesta del Guardian, nel solo 2025 almeno 32 persone sono morte nei centri di detenzione gestiti dall’ICE: un triste record dovuto alle condizioni di sovraffollamento e al collasso del sistema detentivo. In questo contesto, parlare di “milizia presidenziale” non è un’iperbole o una provocazione retorica: l’ICE non è un corpo illegale, ma è diventata un’agenzia di sicurezza politica, che risponde in modo sempre più diretto e verticale alla volontà dell’esecutivo, utilizzato per regolare conflitti politici interni e riaffermare l’autorità federale contro territori governati dall’opposizione. Gran Bretagna. Heba e Kamran, i due attivisti palestinesi che si stanno lasciando morire di fame di Riccardo Michelucci Avvenire, 9 gennaio 2026 I giovani sono rinchiusi nella prigione di New Hall con altri attivisti di Palestine Action per presunti atti di sabotaggio contro l’industria militare israeliana. La donna rifiuta del tutto il cibo da 68 giorni: Bobby Sands morì dopo 66. Lo sciopero della fame in carcere di Heba Muraisi è ormai più lungo di quello di Bobby Sands, che nel 1981 morì dopo 66 giorni consecutivi di digiuno in una cella di Long Kesh, alle porte di Belfast. Ieri la 31enne Muraisi, rinchiusa nella prigione di New Hall insieme ad altri attivisti di Palestine Action, ha superato quel tragico limite e le sue condizioni sono ormai disperate. Rispetto al dramma irlandese di 45 anni fa il contesto e le motivazioni sono diverse, ma la forma di lotta nonviolenta resta la stessa: un digiuno portato fino alle estreme conseguenze per denunciare ciò che i detenuti considerano un’ingiustizia. Il rifiuto totale del cibo è iniziato il 2 novembre scorso e ha coinvolto otto attivisti, tutti detenuti in custodia cautelare in attesa di giudizio per presunti atti di sabotaggio contro siti dell’industria militare israeliana, in particolare la compagnia Elbit Systems. Dopo queste incursioni il gruppo, che pratica disobbedienza civile e azioni dirette di disturbo, è stato etichettato come organizzazione terroristica. La protesta carceraria punta a denunciare la durata della detenzione preventiva, le restrizioni nei contatti con l’esterno, le limitazioni alla corrispondenza e, appunto, la classificazione dell’organizzazione come “terroristica” da parte del governo britannico. I legali e i familiari riferiscono che Heba Muraisi presenta ormai spasmi muscolari incontrollabili, difficoltà respiratorie e debolezza estrema, con segni di danno neurologico e generale deterioramento fisico. Accanto a lei continua lo sciopero anche il 28enne Kamran Ahmed, che ha raggiunto i 60 giorni senza cibo ed è stato ricoverato più volte per perdita di peso, dolori toracici e disturbi uditivi intermittenti. Lewie Chiaramello, 22 anni, affetto da diabete, segue invece la protesta in forma intermittente, rifiutando il cibo a giorni alterni e accumulando 45 giorni complessivi di digiuno, con sintomi di debolezza grave e confusione. Altri cinque attivisti di Palestine Action hanno interrotto lo sciopero nel dicembre scorso dopo ripetuti trasferimenti in ospedale per il peggioramento delle loro condizioni di salute. Una lettera sottoscritta da oltre ottocento persone tra medici, avvocati e familiari dei detenuti è stata inviata al Segretario alla giustizia David Lammy per convincerlo a incontrare gli avvocati degli attivisti in sciopero prima che sia troppo tardi. Le autorità carcerarie affermano che i detenuti sono sottoposti a monitoraggio medico regolare ma i legali e le organizzazioni per i diritti umani denunciano gravi rischi per la vita, osservando che il digiuno protratto può causare danni irreversibili agli organi vitali già dopo sei-sette settimane senza cibo. La vicenda ha suscitato manifestazioni di solidarietà in diverse città britanniche ed europee, con appelli alla protezione della vita dei detenuti e a interventi urgenti da parte del governo. Si tratta del più grande sciopero della fame coordinato in carcere nell’ultimo mezzo secolo nel Regno Unito, dai tempi delle proteste carcerarie n Irlanda del Nord della primavera-estate del 1981, quando Bobby Sands e altri nove prigionieri repubblicani morirono in rapida successione dopo settimane di digiuno. Oggi, come allora, il carcere diventa il luogo simbolico in cui la protesta politica si misura con il limite estremo della sopravvivenza fisica. Libia. Ostaggi nel deserto: le prigioni sono piene di migranti egiziani pagineesteri.it, 9 gennaio 2026 All’inizio dell’anno il Cairo ha annunciato, con toni di cauto successo, l’imminente rilascio di centinaia di cittadini egiziani detenuti nelle carceri libiche, risultato di intensi contatti diplomatici con le autorità di Tripoli e di Bengasi. L’annuncio arriva dopo un 2025 segnato da numeri impressionanti: oltre 1.200 detenuti rimpatriati e più di 3.000 migranti egiziani espulsi dalla Libia perché entrati illegalmente nel paese. Cifre che non raccontano solo un’attività consolare intensa, ma riflettono la dimensione strutturale di un fenomeno che continua a divorare intere generazioni di giovani egiziani: la migrazione irregolare attraverso la Libia e il suo carico di violenze, abusi e morti. Negli ultimi dieci anni la Libia si è trasformata in uno snodo centrale delle rotte migratorie verso l’Europa. Ogni anno decine di migliaia di persone attraversano il suo territorio, approfittando o subendo il vuoto di sicurezza creato da uno Stato frammentato. Tra loro cresce la presenza di egiziani. Nel solo 2025, più di 16.000 cittadini dell’Egitto sono arrivati in Europa percorrendo rotte irregolari. Non è un’eccezione: già nel 2022 gli egiziani erano stati la nazionalità africana più numerosa tra gli arrivi, con circa 22.000 persone. Questi flussi si inseriscono in un contesto libico che ospita circa 787.000 migranti e rifugiati, mentre oltre il 90 per cento di chi nel 2025 ha percorso la rotta del Mediterraneo centrale è partito dalle coste libiche verso l’Italia. Il prezzo umano di questa migrazione è altissimo. Nel corso del 2025 l’Egitto ha rimpatriato le salme di oltre 300 cittadini annegati in mare. Uno degli episodi più drammatici risale a dicembre, quando 14 egiziani sono morti nel naufragio di un’imbarcazione al largo della Grecia, mentre cercavano di raggiungere l’Europa partendo dalla Libia. Secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, nel Mediterraneo centrale hanno perso la vita più di 1.700 persone nello stesso anno. A chi muore in mare si aggiungono i dispersi e i detenuti: centinaia di egiziani risultano scomparsi o rinchiusi in Libia, spingendo famiglie disperate a rivolgersi al governo del Cairo. Dopo il rafforzamento dei controlli sulle coste egiziane con la Strategia nazionale contro l’immigrazione illegale del 2016, la rotta si è spostata via terra. Migliaia di giovani attraversano ogni anno il deserto occidentale verso la Libia, con visti di lavoro falsi o attraverso passaggi clandestini, nella speranza di imbarcarsi poi verso l’Europa. Nella Libia orientale, sotto il controllo del generale Khalifa Haftar, il contrabbando oltre confine è diventato un’attività sistemica. Nel 2023 una vasta operazione di sicurezza ha portato all’arresto di circa 4.000 migranti, per lo più egiziani, nascosti in fattorie e rifugi improvvisati. Deportati attraverso il valico di Salloum, molti sono stati costretti a camminare per chilometri nel deserto. Le autorità hanno anche scoperto officine clandestine per la costruzione di barche, segno di reti criminali radicate e organizzate. Nella Libia occidentale la situazione è ancora più cupa. Le aree costiere controllate dal governo di Tripoli sono dominate da milizie che hanno fatto del traffico di esseri umani una fonte di reddito. I mediatori, spesso attivi già nei villaggi poveri dell’Alto Egitto, reclutano giovani promettendo lavoro o un passaggio sicuro. Una volta in Libia, molti migranti vengono invece sequestrati, detenuti e torturati. Il rapimento, nel 2024, di sei uomini egiziani a Zawiya, tutti della stessa famiglia di Sohag, ha mostrato la brutalità del sistema: rinchiusi in un centro gestito da una milizia, minacciati di morte e liberati solo dopo il pagamento di un riscatto di oltre 3.000 dollari a persona. Rapporti internazionali descrivono magazzini e prigioni segrete dove i migranti subiscono violenze sistematiche per estorcere denaro alle famiglie o costringerli al lavoro forzato. Nonostante le operazioni di contrasto, le reti criminali continuano a operare. Frontex ha segnalato la loro capacità di aggirare i controlli egiziani e di mantenere attive le rotte libiche a costi sempre più alti per i migranti. Di fronte a questa realtà, il Cairo ha intensificato l’azione diplomatica. Dal 2025 sono stati rimpatriati 2.635 cittadini egiziani, oltre 1.100 dalla Libia occidentale e più di 1.500 da quella orientale. A novembre, 131 detenuti sono stati rilasciati da un centro nella zona di Tripoli. Ma anche le autorità libiche ammettono di trovarsi di fronte a un peso enorme. Il governo di unità nazionale è accusato di non controllare le milizie, mentre le promesse di nuovi comitati di monitoraggio si scontrano con l’impunità diffusa. Nel 2025 la scoperta di fosse comuni con resti di migranti uccisi ha riacceso le richieste di indagini internazionali. Il caso degli egiziani detenuti in Libia mostra che non si tratta solo di liberazioni o deportazioni. È il sintomo di un sistema alimentato da povertà, assenza di prospettive, traffici criminali e istituzioni fragili. Finché le cause profonde non verranno affrontate, smantellando le reti di trafficanti e creando alternative reali di lavoro e mobilità legale, le liste dei detenuti continueranno a rinnovarsi, e con esse il conto delle vite spezzate lungo la rotta libica.