La legalità è illegale: è questo il carcere di Tullio Padovani L’Unità, 8 gennaio 2026 Le nostre carceri scoppiano: dovrebbero essere presidio di legalità e invece perpetuano l’illegalità nel silenzio complice di tutti. Mancanza d’aria, di salute, di spazio, ambienti malsani infestati da parassiti… Si potrebbe continuare per ore a elencare le tragedie delle nostre carceri. E allora, com’è possibile che un’istituzione che deve rieducare alla legalità agisca essa stessa nell’illegalità più totale? Il primo strumento di rieducazione dovrebbe essere l’esempio: mostrare che lo Stato rispetta la legge persino con chi l’ha violata. Se invece l’istituzione che incarna la legge ne viola ogni principio, come può pretendere di educare, o anche solo di esistere con dignità? E com’è possibile che nessuno faccia cessare questa situazione di illegalità? Se in un supermercato saccheggi la merce, ti fermano. Se vandalizzi per strada, ti fermano. Ma qui no. Qui l’illegalità continua indisturbata. Perché? Perché nessuno ha il potere di farla cessare. Non esiste, in concreto, un’autorità che possa dire: “Questo carcere si chiude subito”. Eppure, in altri contesti - una casa di riposo abusiva, una struttura fatiscente - si interviene immediatamente. Ma per le carceri no. E non perché se ne siano dimenticati, ma perché non deve esserci nessuno con quel potere: se esistesse, il sistema crollerebbe. Il carcere, che dovrebbe garantire la legalità, sopravvive solo assicurando legalmente la sua illegalità. È un paradosso solo apparente: è la nostra realtà. Il Presidente d’Onore di Nessuno tocchi Caino è intervenuto al Congresso del Carcere Beccaria con un discorso straordinario, illuminante nei contenuti, appassionato nei toni. Siamo a un nuovo congresso di Nessuno tocchi Caino, ma i problemi sono sempre gli stessi, e purtroppo sempre più gravi. Purtroppo, sempre più gravi. All’orizzonte non si vede una luce di speranza: nonostante le voci si facciano ormai corali nel richiedere interventi decisi, radicali, per raggiungere un minimo di decenza nella condizione carceraria, il silenzio in cui cadono queste grida, richiami e appelli è pressoché totale. Rimaniamo senza parole, ci chiediamo che altro debba accadere perché qualcuno intervenga. E allora, in momenti come questi, siamo indotti a riflettere su come tutto ciò sia possibile. Perché, anche guardando da lontano - non solo da vicino -, il primo impulso è chiedersi come si sia potuti giungere a un tale stato di degrado. Il carcere è, di per sé, un’istituzione negativa per ragioni che conosciamo e sulle quali non voglio tornare; ma un tale grado di negatività perversa è difficile da immaginare. Nel 2025, abbiamo celebrato - o preteso di celebrare - il cinquantesimo anniversario della grande riforma penitenziaria del 1975. Mi dispiace dirlo, ora che sono vecchio: all’epoca ero giovane, e non lo sapevo, ma non mi ha incantato allora e, francamente, mi incanta ancor meno oggi. Ora si è visto di che pasta era fatta quella riforma del ‘75: una pessima riforma. Pessima. Una delle tante riforme italiane nutrite di vacua retorica. Una riforma rimessa alla discrezionalità di un potere arbitrario, che ne ha riempito i contenuti nei modi che oggi vediamo. Perché la situazione attuale è anche figlia di quella riforma - non solo di quella, per carità, ma certo anche di quell’impostazione -, e soprattutto dell’ostinazione nel negare l’unico rimedio che fino al 1992 aveva accompagnato i problemi del carcere, problemi che sono storicamente sempre gli stessi: il ricorso sistematico all’amnistia e all’indulto. Sono strumenti con cui si è gestito il carcere durante la monarchia, l’Italia liberale, il fascismo, e nell’età repubblicana fino alla dissennata riforma costituzionale che conosciamo. Ma certo, la riforma del 1975 ci ha messo del suo. Salutata come segno di rinnovamento radicale rispetto al Codice Rocco, in realtà aveva solo le parvenze del rinnovamento, non la sostanza. Si diceva: è una legge, non un regolamento, quindi sancisce solennemente, con una forza che un regolamento non ha, i principi ispirati all’articolo 27 della Costituzione - la finalità rieducativa della pena e la tutela dei diritti fondamentali dei detenuti, quei diritti che non vengono mai meno, nemmeno nello stato di privazione della libertà. La riforma introdusse le misure alternative alla detenzione - forse l’unico capitolo positivo, sebbene tardivo. Fiore all’occhiello, si disse; ma altrove in Europa quelle misure esistevano da più di un secolo. Noi arrivavamo con cent’anni di ritardo: un fiore all’occhiello appassito. Quella riforma, dietro le parole solenni, introduceva un sistema destinato a rimanere in gran parte lettera morta. Le affermazioni di principio erano vacue, puramente retoriche, senza strumenti per garantirne l’effettività. Consegnava così all’amministrazione penitenziaria una discrezionalità persino maggiore di quella che esisteva con il regolamento Rocco - un regolamento feroce, per carità, ma almeno “legalitario”. Con la legge del ‘75 tutto è finito nelle mani dell’amministrazione: tutte le scelte, anche quelle che prima richiedevano un provvedimento del giudice di sorveglianza. E mentre la legge si vantava di non occuparsi dell’”ordine e disciplina” - temi centrali in un’istituzione totale - lasciava aperte le porte all’arbitrio. Di lì a pochi anni nacque il “carcere speciale”, attraverso meccanismi che, a raccontarli oggi, sembrano tratti da di Orwell. Il tessuto normativo della legge del ‘75 era di plastilina: se ne poteva fare tutto. E tutto se n’è fatto. Dietro le grandi parole e le formule edificanti, si è perpetuata una politica abituata a dipingere un mondo ideale - quello di Alice nel Paese delle Meraviglie - davanti a una realtà che tutti conoscono. È un’abitudine che non si è mai perduta. Negli ultimi tempi, per esempio, ho letto quella direttiva intitolata “Misure di coordinamento tra le aree per l’efficienza operativa e la prevenzione di eventi critici negli istituti penitenziari”. Basta sfogliarla per restare tra l’edificante e lo sconcertante. Si parla di “accoglienza del detenuto”, di “clima di convivenza”, di “informative complete e comprensibili sui diritti fondamentali” … Sembra la reception di un grande hotel più che un ingresso in carcere. “Garantire una sistemazione alloggiativa appropriata”, “attivare tempestivamente le misure organizzative necessarie” … il linguaggio è quello della brochure di un resort a cinque stelle. Eppure, l’autore della direttiva, c’è da chiedersi, un carcere lo ha mai visto? Lo conosce? Sa come funziona davvero? Perché, se davvero funzionasse così, saremmo nel paradiso. Ma invece sappiamo tutti qual è la realtà. Non voglio infierire, ma un documento del genere si attira addosso la critica sarcastica. E tuttavia non si può neppure imputare troppo a chi lo redige: il meccanismo fa parte della frammentazione e dell’eliminazione delle responsabilità che caratterizzano l’intera gestione penitenziaria. È un processo tipico delle organizzazioni pubbliche impastate di illegalità. Ognuno ha la coscienza a posto, anche quando nulla è a posto con ciò che la legge prescrive. E così, nell’ambito dell’esecuzione della pena - che dovrebbe essere la massima espressione della legalità - domina, paradossalmente, l’illegalità. Quella che era nata sotto il segno della speranza si è trasformata in una mistificazione continua. Le istituzioni penitenziarie sono governate dalla discrezionalità amministrativa, tramite una proliferazione di norme secondarie e circolari che determinano, nel migliore dei casi, un’evasione dalla legalità, e nel peggiore, la sua violazione sistematica. Sovraffollamento, carenze di cibo e vestiario, mancanza d’aria, di salute, di spazio, ambienti malsani infestati da parassiti… Si potrebbe continuare per ore a elencare le tragedie delle nostre carceri. Poche eccezioni non cambiano un quadro complessivo di degrado tragico. E allora, com’è possibile che un’istituzione che deve rieducare alla legalità agisca essa stessa nell’illegalità più totale? Il primo strumento di rieducazione dovrebbe essere l’esempio: mostrare che lo Stato rispetta la legge persino con chi l’ha violata. Se invece l’istituzione che incarna la legge ne viola ogni principio, come può pretendere di educare, o anche solo di esistere con dignità? E com’è possibile che nessuno faccia cessare questa situazione di illegalità? Se in un supermercato saccheggi la merce, ti fermano. Se vandalizzi per strada, ti fermano. Ma qui no. Qui l’illegalità continua indisturbata. Perché? Perché nessuno ha il potere di farla cessare. Non esiste, in concreto, un’autorità che possa dire: “Questo carcere si chiude subito”. Eppure, in altri contesti - una casa di riposo abusiva, una struttura fatiscente - si interviene immediatamente. Ma per le carceri no. E non perché se ne siano dimenticati, ma perché non deve esserci nessuno con quel potere: se esistesse, il sistema crollerebbe, perché è tutto impregnato di illegalità. Basterebbe uno sguardo che brucia, e nulla sopravviverebbe a quello sguardo. Il carcere, che dovrebbe garantire la legalità, sopravvive solo assicurando legalmente la sua illegalità. È un paradosso solo apparente: è la nostra realtà. Un sistema fondato sulla frantumazione delle responsabilità, sulla parcellizzazione delle competenze, sull’irraggiungibilità dei vertici e sulla moltiplicazione della vigilanza senza effetti. Nessuno risponde. Nessuno decide. Tutti fanno la propria parte burocratica, nell’ingranaggio dell’illegalità legalizzata. E così, un’istituzione pubblica nata per difendere la legge vive - e prospera - nella sua negazione. Deve durare così. Io ci metterei un punto di domanda. Quel punto di domanda deve essere l’inizio di un cammino diverso. Occorre studiare meccanismi nuovi, che incrinino questa irresponsabilità diffusa. Perché altrimenti che facciamo? Continuiamo con appelli inascoltati, col parlare di carceri nuove “comode”, mentre il sangue di questa tragedia continua a scorrere. Se non fosse una tragedia fatta di sangue, sarebbe una farsa da ridere. Ma sangue è, e resta - una tragedia senza fine. Morire di carcere, dentro o appena usciti di Francesco Lo Piccolo vocididentro.it, 8 gennaio 2026 Si muore in carcere e si muore fuori dal carcere poco dopo esserne usciti. La vittima è una donna di 41 anni liberata due settimane prima e trovata morta “suicida” nel bagno del reparto di Psichiatria dell’ospedale di Livorno il 27 dicembre scorso. Non conosciamo il suo nome e neppure la sua storia, ma sappiamo che in carcere si impara a convivere quotidianamente con la morte, surrogata, minacciata, emulata …e allora la morte non fa più paura e diventa facile attaccarsi a una corda pensando che sia l’unica via d’uscita. Su questa vicenda pubblichiamo un comunicato del Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud: “Apprendiamo che una donna di quarantuno anni, di cui non conosciamo l’identità, si sarebbe suicidata nel bagno del reparto di Psichiatria dell’ospedale di Livorno il 27 dicembre scorso. È successo ancora. Un’altra volta, sempre nello stesso posto. Sempre nell’SPDC (Servizio Psichiatrico Diagnosi e Cura) padiglione 10° degli Ospedali Riuniti di Livorno. L’ASL Toscana Centro, intervenuta a posteriori con una nota diramata ai giornali, parla di un “caso sentinella”, un evento cioè grave, imprevedibile, inaspettato. Imprevedibile? Per quello che ci è dato sapere in pochi anni si sono verificati almeno altri due casi di persone decedute dopo essere state ricoverate all’interno di quello stesso reparto. La mattina del 14 marzo 2017 una ragazza di ventiquattro anni scappa dal reparto di psichiatria di Livorno dove era ricoverata e si toglie la vita gettandosi sotto un treno. Di lei non si conosce neanche il nome. A comunicare la notizia della morte di Guglielmo Antonio Grassi all’inizio di aprile del 2021 è stato invece l’ex-primario in pensione di quello stesso reparto, attraverso una indignata e circostanziata lettera di denuncia alla stampa locale. Dal suo racconto si evinceva lo stato di generale decadenza del reparto di Psichiatria dell’ospedale di Livorno (sbarre alle finestre, porte chiuse, sfratto dell’Associazione degli utenti, aumento della contenzione meccanica). Grassi muore di polmonite dopo essere stato legato al letto di contenzione per più di sette giorni. La donna deceduta nel pieno delle recenti feste natalizie era uscita dal carcere due settimane prima di morire. Dalla ricostruzione dei giornali risulta che non si sentiva bene e che dopo una visita al pronto soccorso, era stato disposto il suo ricovero (volontario) in Psichiatria nel pomeriggio del 26 dicembre. Qui, all’interno del bagno, secondo i giornali, si sarebbe soffocata. È risultato inutile qualsiasi tentativo di rianimarla da parte del personale sanitario. La figlia il giorno precedente aveva chiamato in reparto chiedendo inutilmente di parlare con la madre. Ha poi ricevuto la notizia all’una di notte: “Sua madre è morta, si è suicidata”. Insieme ad altri familiari si è immediatamente diretta al padiglione 10, chiedendo di poter entrare. Adducendo motivi di sicurezza e procedurali il personale sanitario ha impedito loro di entrare e ha poi chiesto l’intervento di una pattuglia di carabinieri per placare la rabbia dei familiari. La figlia e il marito della donna hanno sporto denuncia. La procura ha avviato un’indagine su quanto accaduto, allo scopo di appurare eventuali responsabilità penali. È stata acquisita la cartella clinica per indagare sulla terapia somministrata, e sono stati ascoltati alcuni dei sanitari che l’hanno presa in carico. La dottoressa di guardia quella notte è stata indagata con l’imputazione provvisoria di omicidio colposo. La salma resta sotto sequestro: è stata disposta l’autopsia, di cui si attendono i risultati. L’Asl Toscana Nord-Ovest ha comunque difeso l’operato del personale, e ha attivato un audit interno per capire cosa sia accaduto con esattezza. Un sindacato di categoria ha puntato il dito contro la carenza di personale. A Livorno prevalgono gli stessi dispositivi custodialistici e post-manicomiali utilizzati nella stragrande maggioranza dei reparti psichiatrici in Italia. Livorno non fa parte dei 24 reparti psichiatrici no-restraint (su 329 totali), gli unici dove non si legano le persone. E a Livorno si muore legati a un letto di contenzione. A Livorno nel 10° padiglione le visite esterne sono regolamentate a discrezione del personale sanitario. Troppo spesso questa limitazione comporta sofferenze ulteriori per pazienti e familiari, oltre a una mancanza di controllo su inadempienze e abusi. Possiamo supporre, inoltre, che una persona appena uscita da una reclusione carceraria abbia bisogno di un sostegno e di una risposta adeguata ai propri bisogni. Fra le altre cose, nelle carceri italiane si vive in una condizione al limite della sopportazione e della stessa dignità umana, dove la somministrazione incontrollata e smisurata di psicofarmaci è nota e costante, a scopo sedatorio e di controllo. Quale trauma ha riportato la donna dopo l’esperienza carceraria? Perché il pronto soccorso ha stabilito di inviarla in Psichiatria? Manca infine una seria elaborazione statistica dei dati riguardanti i suicidi all’interno dei reparti psichiatrici italiani, come avviene invece per i suicidi in carcere. Come per le carceri, i suicidi in psichiatria non sono eventi episodici ma strutturali. I suicidi avvenuti all’interno delle istituzioni psichiatriche rappresentano in tutto e per tutto, come per chi si toglie la vita in carcere, delle morti di Stato. Il suicidio svela il cortocircuito che si verifica all’interno dell’istituzione psichiatrica: istituzione teoricamente finalizzata alla cura e che, invece, insinua e finisce per innescare essa stessa i fenomeni suicidari”. Sovraffollamento: Mattarella invii messaggio alle Camere secondo art. 87 della Costituzione europaradicale.eu, 8 gennaio 2026 L’Italia ha bisogno di rientrare nella legalità e provvedimenti che riducano il sovraffollamento carcerario non sono solo urgenti, sono assolutamente necessari. Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha più volte sollevato con parole nette il problema gravissimo che vivono le strutture detentive italiane. La violazione dei diritti dei detenuti e di chi in carcere lavora è all’ordine del giorno proprio in conseguenza di un sovraffollamento fuori controllo con oltre 14.000 detenuti oltre la capienza. Crediamo che nel messaggio di fine anno il Presidente porterà nuovamente all’attenzione del Paese e della politica la terribile situazione delle carceri ma questo non è più sufficiente, non è assolutamente più sufficiente di fronte a un Parlamento che si volta costantemente dall’altra parte. L’articolo 87 della nostra Costituzione attribuisce al Presidente della Repubblica il potere di inviare messaggi alle camere, lo fece sullo stesso tema e con grande forza Giorgio Napolitano nel 2013 grazie al dialogo con Marco Pannella. Crediamo che un messaggio alle Camere per sollecitare provvedimenti utili a ridurre le violazioni in atto non sia più rimandabile; questo passo istituzionale, costituzionale, è ormai imprescindibile per non dare ad alcuna forza politica, ad alcun leader politico e ad alcun parlamentare scappatoie di sorta. “Pacchetto sicurezza”, le nuove norme in arrivo di Giansandro Merli Il Manifesto, 8 gennaio 2026 Misure su agenti, migranti, minori. Tra governo e maggioranza ferve il lavoro per la presentazione di nuove norme sulla “sicurezza”. Lo schema legislativo non è ancora definito, anche se probabilmente si tratterà di un decreto, a cui stanno lavorando i tecnici di Chigi, Viminale e ministero della Giustizia, e di un disegno di legge, a cura della Lega. Una ghiotta occasione per le destre di mandare segnali al proprio elettorato e allo stesso tempo creare contraddizioni nel campo largo, dove 5S e Pd sono recentemente tornati a battere su questi temi sperando di usarli per criticare il Governo. Il decreto dovrebbe concentrarsi su una stretta sul portare coltelli, con un’attenzione particolare ai minori, e l’introduzione dello scudo legale per gli agenti di polizia. Un pallino per il governo, che sta cercando la giusta formula da diversi mesi. I dubbi giuridici e i rischi di incostituzionalità sono tanti, per dribblarli l’idea è puntare a evitare gli automatismi che si generano con l’iscrizione nel registro degli indagati. In particolare, per poliziotti e carabinieri, la sospensione dal servizio. Parallelamente la Lega, desiderosa di recuperare attenzione attraverso i suoi temi identitari, sta lavorando a una proposta legislativa che intervenga ancora sulle politiche migratorie. Nuovi ostacoli a cittadinanza e ricongiungimenti familiari, ma anche misure che prendono di mira i giovani stranieri. Questo per tentare di capitalizzare politicamente le ansie alimentate da politica e stampa con la costruzione del nuovo nemico pubblico che toglierebbe il sonno agli abitanti delle città italiane: i cosiddetti “maranza”. Una prima norma dovrebbe ridurre da 21 a 19 anni l’età in cui i minori stranieri non accompagnati possono restare, se il tribunale risponde affermativamente a una loro richiesta, nei centri di accoglienza. Più ragazzi finirebbero così per strada e più presto. Un’altra dovrebbe autorizzare quelli che il sottosegretario all’Interno Nicola Molteni (Lega) considera “ricongiungimenti familiari al contrario”: deportazioni di minorenni, finora vietate, dopo l’individuazione della famiglia nel paese di origine. L’idea è partire da quelli che hanno commesso reati ma c’è da scommettere che, se la cosa funzionasse, caduto il paletto della minore età per i rimpatri, sarebbe presto estesa agli altri. Perché non c’è ancora la data del referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati? di Federico Gonzato pagellapolitica.it, 8 gennaio 2026 Dipende da come il Governo voglia interpretare le regole, che non sono così chiare. Sono passati quasi tre mesi da quando il Parlamento ha approvato la riforma costituzionale sulla separazione delle carriere dei magistrati, ma non si conosce ancora la data del referendum che dovrà confermarla o bocciarla. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha ribadito più volte che il voto si sarebbe tenuto entro marzo 2026, ma la conferma ufficiale del governo non è ancora arrivata. Fonti del Ministero della Giustizia hanno confermato a Pagella Politica che al momento non è stata fissata una riunione del Consiglio dei ministri per stabilire la data del referendum. Questa incertezza è dovuta alle diverse interpretazioni che si possono dare alle norme che regolano le tempistiche dei referendum. Che cosa dice la Costituzione - In base all’articolo 138 della Costituzione, per essere approvata, una riforma costituzionale deve ottenere il via libera della Camera e del Senato due volte, con lo stesso testo e a distanza di almeno tre mesi tra le votazioni. Se nelle seconde votazioni la riforma viene approvata senza ricevere il voto favorevole dei due terzi dei parlamentari, può essere chiesto un referendum per confermarla. È quanto avvenuto con la riforma sulla separazione delle carriere dei magistrati, che vuole introdurre in Costituzione una netta divisione tra le carriere dei magistrati giudicanti (i giudici) e quelli requirenti (i pubblici ministeri). La riforma è stata approvata definitivamente dal Senato il 30 ottobre e lo stesso giorno è stata pubblicata in Gazzetta ufficiale. Come previsto dalla Costituzione, da quella data è iniziato il periodo di tre mesi entro cui devono essere presentate le richieste di referendum, e che quindi terminerà il prossimo 30 gennaio. L’organizzazione di un referendum per confermare o bocciare una riforma costituzionale può essere richiesta da un quinto dei componenti della Camera o del Senato, da cinquecentomila elettori oppure da cinque Consigli regionali. Lo scorso 18 novembre, la Corte di cassazione ha accolto le richieste per organizzare il referendum presentate da parlamentari dei partiti della maggioranza e dell’opposizione. Ed è stato stabilito anche quale sarà il quesito su cui dovranno esprimersi i cittadini. Che cosa dice la legge - In base all’articolo 15 della legge del 1970 che regola l’organizzazione dei referendum, il presidente della Repubblica - su proposta del Consiglio dei ministri, quindi del governo - può fissare la data di un referendum costituzionale entro 60 giorni dalla decisione della Cassazione. Questa data può cadere tra il cinquantesimo e il settantesimo giorno successivo alla data del decreto con cui il presidente della Repubblica ha stabilito l’organizzazione del referendum. Dunque, dato che la Corte di cassazione si è espressa lo scorso 18 novembre, in base a una prima lettura il referendum sulla riforma costituzionale della giustizia dovrebbe essere indetto entro il 17 gennaio, e che la sua data dovrebbe essere fissata tra l’8 e il 28 marzo 2026. In realtà, le cose non sono così semplici, perché la legge sui referendum può essere interpretata in un altro modo. Lo scorso 22 dicembre è iniziata un’altra raccolta firme per organizzare un referendum costituzionale, questa volta promossa da un comitato di 15 cittadini. Al 7 gennaio, sono state raccolte oltre 245 mila firme, quasi la metà delle 500 mila necessarie per presentare la richiesta di referendum entro il 30 gennaio, giorno ultimo disponibile. Una volta terminata la raccolta, anche queste firme - come già fatto con quelle dei parlamentari - dovranno essere esaminate ed eventualmente convalidate dalla Cassazione. E il governo dovrebbe attendere altro tempo per fissare la data ufficiale del referendum, cosa che però potrebbe comunque già fare prima. Dal canto suo, il comitato promotore della raccolta firme si è detto pronto a fare ricorso se il governo dovesse stabilire la data del referendum sulla giustizia prima della scadenza del 30 gennaio. Alcuni esperti hanno confermato a Pagella Politica che entrambe le interpretazioni della legge sono legittime. “Il governo potrebbe già fissare la data del referendum, visto che la Cassazione ha approvato le prime richieste a novembre, ma potrebbe anche attendere il 30 gennaio, che è il termine ultimo per raccogliere tutte le eventuali altre richieste”, ha spiegato a Pagella Politica Alfonso Celotto, professore di Diritto costituzionale all’Università Roma Tre. La stessa opinione è condivisa da Salvatore Curreri, professore di Diritto pubblico all’Università Kore di Enna. Allo stesso tempo, però, Celotto e Curreri sono concordi nel fatto che attendere la data del 30 gennaio è più in linea con le regole stabilite dalla Costituzione e con la prassi consolidata in questi anni. “La Costituzione prevede espressamente tre mesi di tempo per raccogliere le eventuali richieste di referendum e, dunque, sarebbe bene che il governo aspettasse questa scadenza per fissare la data della consultazione e dare a tutti i cittadini la garanzia di presentare la propria richiesta”, ha detto Curreri a Pagella Politica. Celotto ha aggiunto che attendere la fine del tempo previsto dalla Costituzione per le richieste di referendum è una prassi consolidatasi sin dal referendum costituzionale - il primo della storia repubblicana - con cui nel 2001 fu approvata la riforma del Titolo V della Costituzione. All’epoca, il testo della riforma era stato pubblicato in Gazzetta ufficiale il 12 marzo 2001 e il termine ultimo per presentare le richieste di referendum era il 12 giugno. In seguito, il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi aveva firmato, su proposta del secondo governo Berlusconi, il decreto di indizione del referendum costituzionale il 3 agosto 2001, diversi mesi dopo la scadenza per la presentazione delle raccolte di referendum. Secondo le verifiche di Pagella Politica, lo stesso è avvenuto in occasione degli altri tre referendum costituzionali che si sono tenuti finora in Italia: il referendum del 25 e 26 giugno 2006 sulla riforma costituzionale promossa dal secondo governo Berlusconi; quello del 4 dicembre 2016 sulla riforma costituzionale promossa dal governo di Matteo Renzi; e quello del 20 e 21 settembre 2020 sulla riforma del taglio dei parlamentari. Ricapitolando: a quasi tre mesi dal via libera della riforma sulla separazione delle carriere dei magistrati non è ancora stata fissata la data del referendum popolare per confermarla. Dietro a questa incertezza ci sono due interpretazioni diverse delle regole sull’organizzazione dei referendum. Il referendum sulla Giustizia non si riduca a un derby di Agostino Giovagnoli Avvenire, 8 gennaio 2026 La consultazione rappresenterà l’ennesimo capitolo dello scontro trentennale tra politica e magistratura? Evitarlo non è facile, ma nemmeno impossibile: c’è un equilibrio da preservare. Il prossimo referendum sulla giustizia sarà l’ennesimo capitolo dello scontro trentennale tra politica e magistratura? Non è facile evitarlo, ma neanche impossibile: basterà concentrarsi sul quesito che troveremo sulla scheda. Non ci verrà chiesto infatti se metterci dalla parte dei politici o da quella dei giudici, ma di scegliere se cambiare (Sì) o conservare (No) l’equilibrio che i costituenti raggiunsero dopo un lungo dibattito e tenendo conto di esigenze molto diverse: assicurare l’indipendenza della magistratura ed evitare - contemporaneamente - che si trasformasse in un corpo chiuso, autoreferenziale, insensibile alla sovranità popolare. Benché in primo piano venga messa la separazione delle carriere tra pm e giudici, il tema principale del referendum è il Csm. Dopo la legge Cartabia, la separazione di fatto c’è già: meno dell’1% su un totale di circa 9.000 magistrati sceglie di passare da pm a giudice o viceversa. Per eliminare anche questo 1%, inoltre, sarebbe bastata una legge ordinaria. Si è fatta invece una legge costituzionale per cambiare il Consiglio superiore della magistratura che la riforma Nordio/Meloni divide in tre (due Csm specializzati più un’Alta Corte disciplinare), con rappresentanti dei giudici non eletti ma sorteggiati, il rafforzamento del profilo accusatorio dei pubblici ministeri ecc. È una svolta profonda nel lungo conflitto tra politica e magistratura, ma non ne segna la fine: per uscirne davvero bisognerebbe cercare un “compromesso non deteriore”, come fecero i padri costituenti. Anche oggi, è la strada della Costituzione che si deve seguire. Tutte le forze politiche attuali, però, sono eredi, per motivi diversi, della spinta destruens nei primi anni Novanta che è andata in un’altra direzione. Mani pulite ha contribuito in modo decisivo a spazzare via i partiti nati cinquant’anni prima con il crollo del fascismo e l’avvento della democrazia e ha favorito chi al primo cinquantennio repubblicano era rimasto estraneo, chi si stava affacciando allora sullo scenario politico e chi è nato a seguito del vuoto creato dall’iniziativa giudiziaria. Le forze politiche, in altre parole, che compongono oggi la maggioranza, anch’esse fortemente segnate dalla discontinuità con la Prima Repubblica. Ma Prima Repubblica vuol dire anche Costituzione: la discontinuità politica dei primi anni Novanta include anche l’abbandono della Carta? Di sicuro, come ha scritto Pietro Scoppola, nei primi anni Novanta il cambiamento fu realizzato non con il bisturi ma con l’accetta. Spazzando via i partiti della Prima Repubblica, Mani pulite ha involontariamente spazzato via anche la “costituzione materiale” e cioè di quell’insieme di riferimenti, accordi, procedure che hanno alimentato una comune sensibilità costituzionale condivisa da forze politiche di maggioranza e opposizione. “La Repubblica ha segnato uno spartiacque e la Costituzione ha ispirato e guidato il Paese per tutti questi decenni”, ha ribadito giustamente il Presidente Mattarella nel discorso di fine anno. Ma negli ultimi decenni qualcosa è cambiato. La Costituzione scritta ha continuato a rappresentare una difesa potente della nostra democrazia, ma la politica si è allontanata dalla sua forza propulsiva. Partiti nati o sdoganati dalla spinta destruens dei primi anni Novanta sembrano oggi voler completare l’opera: aggiungere al tramonto della Costituzione non scritta anche il rigetto di elementi cruciali della Costituzione scritta. A farne le spese è oggi il Consiglio superiore della magistratura, che proprio dal patto costituente fu plasmato. Allora fu anzitutto necessario fare i conti con le distorsioni del fascismo, che aveva azzerato l’indipendenza e l’autonomia della magistratura, assoggettando i giudici non più alla legge ma al potere esecutivo e privando così i cittadini di ogni effettiva tutela dei loro diritti. L’Assemblea costituente ha perciò anzitutto ripristinato indipendenza e autonomia della magistratura, liberando i giudici da ogni potere esterno, assoggettandoli solo alla legge e ripristinando così la tutela dei diritti dei cittadini. Oggi il fascismo storico è lontano, ma sono nuovamente in atto spinte contro l’indipendenza della magistratura. Come ha ricordato Fabio Pinelli - attuale vicepresidente del Csm - per Montesquieu “ad ogni avanzamento di un potere corrisponde un arretramento dell’altro. Credo sia in corso un riassetto dell’equilibrio dei poteri, non solo in Italia”. È la tendenza alla verticalizzazione che in tutto il mondo spinge verso il primato del potere esecutivo sul legislativo e sul giudiziario. Ma i costituenti non si preoccuparono solo dell’indipendenza della magistratura. Temettero anche una sua trasformazione in corpo chiuso e autoreferenziale. Come sintetizzò Meuccio Ruini, era necessario che su di essa si esercitasse non l’influenza dell’esecutivo ma quella della “sovranità popolare”. I costituenti, perciò, non si impegnarono solo per garantire la separazione dei poteri ma ne promossero anche la collaborazione. Di qui il “compromesso” di un organo, il Csm, “composto per metà di magistrati designati da essi stessi” - non sorteggiati - e per metà eletti dal Parlamento (Ruini); senza il ministro di Grazia e Giustizia ma presieduto dal Presidente della Repubblica; con un vicepresidente non “togato” ma espresso dalla politica ecc. La scelta dei costituenti, insomma, fu lungamente e attentamente ponderata: è come se avessero previsto le difficoltà in cui ci troviamo oggi. Non conviene disfarsi affrettatamente del prodotto della loro saggezza. Clemente Mastella: “Io che fui salvato dai giudici dico che questa riforma è pericolosa” di Virginia Piccolillo Corriere della Sera, 8 gennaio 2026 L’ex ministro della Giustizia nel Governo Prodi: “Le correnti? Certo non le smonti con un sorteggio”. Clemente Mastella, ma veramente lei è contro la riforma Nordio sulla separazione delle carriere? Proprio lei che si dimise da Guardasigilli e fece cadere il governo Prodi, dopo l’arresto di sua moglie, gridando alla persecuzione giudiziaria? “E non era un atteggiamento persecutorio? I pm se la presero prima con lei, poi con me, accusandomi di tutto per quasi 100 anni di galera, poi con i miei figli”. E non crede a chi presenta la riforma come antidoto a tutto ciò? “No. Perché la separazione già c’è. Sennò mica stavo qui. A me chi mi ha salvato sono stati i giudici. Certo dopo dieci anni di inferno. E quello sarebbe da riformare, ma sui tempi la riforma non interviene. Invece va a toccare il pm: è una riforma pericolosa”. Chi l’ha approvata dice che rende più equilibrato il rapporto tra accusa e difesa. “Ma non è così! È il contrario. Fa diventare il pm un superpoliziotto. È un’involuzione inquisitoria. Il cittadino malcapitato sarà schiacciato dal gigantismo del pm”. Il governo dice che la riforma aiuta il giudice... È così? “Ma proprio per niente. Di fronte a un pm così forte, lo mette in difficoltà, lo rende debole. Il giudice separato già c’è: anche Matteo Salvini con Open Arms è stato prosciolto da un giudice. E lo stesso Berlusconi avrebbe avuto un esito di carriera diverso se molti giudici non avessero avuto opinioni diverse dai pm”. Il sorteggio non serve a eliminare le degenerazioni del sistema correntizio? “Ma per carità! Le correnti non le smonti con il sorteggio. A parte che questa lotteria di giudici e pm, pescati alla cieca, non mi piace. Ma, lo lasci dire a me che, assieme a Casini, sono il più esperto d’Italia di correnti. Rinasceranno a livello locale”. Che intende? “Mettiamo che venga eletto un magistrato di Benevento, subito lì si creerà una corrente che si legherà a quel carro”. Il doppio Csm e l’Alta corte non la convincono? “Assolutamente no. Si creeranno due caste”. Caste? “Certo. Adesso tra i togati del Csm i giudici sono più dei pm, quindi sono più forti. Dopo i pm staranno con i pm, i giudici con i giudici e il capo dello Stato presiederà tutti e due. Un caos incredibile”. I fautori del No denunciano che la riforma mette in pericolo l’indipendenza e autonomia dei magistrati e paventano la sottoposizione del pm all’esecutivo. Lei? “Quella è una valutazione che faccio dopo. Non mi piace il giudice ossequioso con la politica che c’è in America. Ma l’indipendenza dei magistrati è già a rischio perché si indebolisce il giudice. Ma poi non si fa così...”. Cosa? “La riforma della giustizia si fa tutti insieme. Si discute o è la fine di un Paese. Invece il governo ha fatto la riforma bypassando il Parlamento che ha detto sì. A tutto. Su questioni che non erano datteri! Sembra una sorta di rivalsa politica, che avrei dovuto fare io, non Giorgia Meloni”. Perché? “Con tutto quello che ho subito. Per lei è più... un capriccio. Questo interesse continuo per i giudici viene più dai berlusconiani. Ma ora lei sembra più berlusconiana di chi è in Forza Italia”. Non è che lei sta sposando la causa del No perché ormai è nel Campo largo? “Qual è? La maggioranza del Pd voterà Sì. Anzi, consiglierei a Elly Schlein di non scendere in campo schierando il partito. Perché o si partiva con un’idea unitaria oppure, con pezzi grossi come Barbera o Bettini che hanno già annunciato di votare Sì, come la mettiamo?”. Michele Sarno: “Il processo non deve solo essere giusto ma anche apparire giusto” di Aldo Torchiaro Il Riformista, 8 gennaio 2026 Avvocato penalista di lungo corso, cassazionista, presidente della Camera penale di Salerno, premiato come avvocato dell’anno anche a New York, Michele Sarno è tra gli esponenti più attivi dei comitati per il Sì al referendum sulla giustizia. Avvocato Sarno, l’ANM si sta trasformando in un soggetto politico? “L’ANM che per anni ha contestato la politica, richiamandola a un rigore comportamentale, oggi rischia di essere vittima di se stessa. I comportamenti che per lungo tempo ha criticato nella politica, oggi li riproduce. La legge è chiara: i comitati referendari sono organismi politici. Se l’ANM fonda e partecipa a comitati referendari, entra a pieno titolo in una battaglia politica che riguarda modifiche costituzionali e normative”. Questa sovrapposizione che conseguenze ha sul piano della fiducia dei cittadini? “Ne genera moltissime. Il cittadino che domani dovesse essere giudicato da chi oggi ha partecipato, in modo fondativo, a un comitato referendario opposto al suo convincimento, si sentirà davvero garantito nell’imparzialità? Io credo di no. Torniamo così al nodo centrale della riforma: il processo non deve solo essere giusto, deve anche apparire giusto. È quello che chiamo il rispetto dell’estetica del processo”. Cosa intende quando richiama il “paradigma della moglie di Cesare”? “La moglie di Cesare deve essere al di sopra di ogni sospetto. Chi ha frequentato i tribunali, chi si è trovato - magari ingiustamente - nelle vesti dell’imputato, percepisce spesso una confidenzialità tra pubblico ministero e giudice che non fa sentire tutelati. Anche al di là di ogni dietrologia, quella prossimità incrina la fiducia”. La campagna referendaria ha assunto toni da vera campagna elettorale. È un’anomalia? “ È un’anomalia grave. La riforma viene strumentalizzata come prova di forza tra schieramenti politici. Ma questa non è una riforma di destra o di sinistra: è una riforma dei cittadini, pensata per tutelare i loro diritti. Portarla sul terreno dello scontro politico è un errore marchiano”. Si è arrivati all’inganno plateale, nella comunicazione referendaria del No? “Quando si afferma che la riforma metterebbe la giustizia sotto il controllo politico del governo, si dice qualcosa che non è scritto nella legge. È una previsione di parte, disancorata dal testo normativo. Non esiste alcuna formulazione, nemmeno interpretabile estensivamente, che consenta di dedurre un controllo dell’esecutivo sul pubblico ministero”. Eppure molte toghe oggi sono in prima linea contro la riforma. È sempre stato così? “No. Storicamente, una delle bandiere della magistratura era proprio la separazione delle carriere. Anche figure simboliche come Giovanni Falcone si erano espresse in quel senso. Persino magistrati oggi molto esposti, come il procuratore Gratteri, in passato erano favorevoli sia alla separazione delle carriere sia al sorteggio. Ognuno può cambiare idea, ma dovrebbe spiegare perché. Io temo che il cambiamento sia dovuto più a una contrapposizione ideologica al governo che a un ripensamento di merito”. Lei sostiene però che molti magistrati, silenziosamente, la pensino diversamente... “È così. Le assicuro che una parte larghissima della magistratura è favorevole alla riforma, ma non lo può dire. Questo è ancora più allarmante. In un paese democratico, se delle persone si sentono in difficoltà a esprimere la propria idea, significa che il sistema non funziona. Il caso Palamara ha mostrato quanto le correnti abbiano condizionato carriere e discriminato persone perbene”. Il tema delle correnti è davvero così decisivo? “Sì, perché le correnti funzionano come partiti. Determinano l’accesso al CSM, impongono campagne elettorali interne, creano legami di riconoscenza. Se io voto Tizio e domani Tizio incide sulla mia carriera, posso davvero sentirmi libero e imparziale quando giudico? Questo è il cuore del problema”. Un altro punto centrale è la valutazione dei magistrati. Perché è così importante? “Perché la meritocrazia non è una bestemmia. I magistrati, come tutti, sbagliano. E quando si sbaglia sulla libertà delle persone, devono esserci conseguenze. Serve un fascicolo di valutazione serio, oggettivo, basato sulla qualità del lavoro svolto. In medicina o in ingegneria nessuno si scandalizzerebbe: chi sbaglia ripetutamente non fa carriera”. In conclusione: perché votare Sì al referendum? “Per ripristinare la legalità e concetti elementari che per troppo tempo sono stati violati. Per garantire processi in cui il giudice sia davvero terzo e le parti siano su un piano di effettiva uguaglianza. Perché nessuna parte processuale deve pesare più dell’altra. Solo così la giustizia può tornare a essere non solo giusta, ma percepita come tale dai cittadini”. L’Inps nega l’assegno sociale a un ex detenuto, il Tribunale glielo concede palermotoday.it, 8 gennaio 2026 “La legge è entrata in vigore dopo la condanna”. L’uomo, difeso dall’avvocato Raimondo Cammalleri, nel 2012 ha espiato completamente la pena inflitta per associazione mafiosa. Il legale: “Non si può privare un cittadino dei mezzi minimi di sussistenza dopo che ha pagato il suo debito con la giustizia”. Lo Stato non può togliere i mezzi di sussistenza a chi ha già scontato il proprio debito con la giustizia utilizzando leggi entrate in vigore anni dopo la condanna. Lo ha stabilito con chiarezza il giudice del lavoro del Tribunale, Dante Martino, accogliendo il ricorso di un cittadino palermitano a cui l’Inps aveva negato l’assegno sociale. L’uomo è stato condannato a dieci anni di carcere per associazione mafiosa ed ha espiato completamente la pena nel 2012. Ma quando nel 2022 ha chiesto l’assegno sociale, l’Inps glielo ha negato applicando una norma (la legge 92 del 2012) entrata in vigore anni dopo la sua condanna. Una doppia punizione che, secondo il Tribunale di Palermo, è illegittima. La legge infatti è del 2012, mentre la condanna risale al 2008. La norma, quindi, non poteva essere applicata al ricorrente perché successiva ai fatti per cui era stato punito. Secondo l’avvocato Cammalleri, la decisione è destinata ad avere un impatto significativo: “Troppo spesso l’Inps applica automaticamente blocchi all’erogazione delle pensioni senza valutare la concreta applicabilità della norma. Questa sentenza restituisce dignità al principio della funzione rieducativa della pena. L’Inps non può trasformarsi in un giudice che aggiunge sanzioni non previste al momento in cui il reato è stato commesso. Come abbiamo sostenuto in Aula, privare un cittadino dei mezzi minimi di sussistenza dopo che ha pagato il suo debito con la giustizia è un atto che non trova posto in uno Stato di diritto. Il diritto al sostentamento è un pilastro che la burocrazia non può abbattere a proprio piacimento”. Il Giudice del Lavoro Dante Martino ha dato ragione al ricorrente, richiamando la sentenza della Corte Costituzionale numero 137 del 2021, che ha chiarito la natura sostanzialmente penale di questa sanzione accessoria. Per questo motivo vale il principio costituzionale dell’irretroattività della legge penale previsto dall’articolo 25 della Costituzione. La sentenza evidenzia inoltre un aspetto tecnico ma significativo: la norma parla di “revoca” delle prestazioni, presupponendo che queste fossero già state riconosciute. Nel caso specifico, l’assegno non era mai stato concesso, quindi non poteva essere revocato. Inoltre, la sanzione accessoria non era mai stata formalmente irrogata al momento della condanna. La sentenza, depositata lo scorso 24 dicembre, apre scenari significativi per tutti gli ex detenuti che si trovano in situazioni analoghe. Secondo stime non ufficiali, potrebbero essere centinaia i casi in cui l’Inps ha negato prestazioni assistenziali applicando retroattivamente la legge 92 del 2012 a condanne precedenti. Questa pronuncia del Tribunale di Palermo potrebbe rappresentare un precedente fondamentale per il riconoscimento dei diritti previdenziali di chi, dopo aver scontato la pena, si trova in condizioni di indigenza economica. Non convalida del trattenimento del richiedente asilo ex MSNA: assente una ponderata valutazione individuale di Anna Moretti* meltingpot.org, 8 gennaio 2026 Corte d’Appello di Milano, decreto del 20 novembre 2025. La Corte d’Appello di Milano non convalida il trattenimento nel CPR di via Corelli di un cittadino egiziano ex MSNA, messo in strada al compimento dei 18 anni senza alcun tipo di informativa sul rinnovo del permesso di soggiorno. Il Giudice di Pace di Milano aveva convalidato il provvedimento del Questore di Lecco e il ragazzo, redigendo il foglio notizie presso la Questura di Milano, ha avanzato domanda di asilo dichiarando di essere venuto in Italia per cercare lavoro e per avere una vita più dignitosa e di non potere tornare nel proprio paese di origine rischiando di andare in carcere per via dei debiti contratti dal padre. Nel provvedimento il Giudice richiama i principi giurisprudenziali in tema di trattenimento dello straniero della Corte di Cassazione, la sentenza della Corte Cost. 95/2025 e la normativa europea, decidendo poi di non convalidare in mancanza di un esame nel provvedimento di trattenimento sulla posizione individuale del cittadino straniero, una congrua motivazione sulla necessità del trattenimento e per la mancata valutazione sulla possibilità di applicare le misure alternative al trattenimento. Nel provvedimento in particolare si legge: “Avuto riguardo alla complessiva situazione personale del cittadino egiziano, la motivazione del provvedimento di trattenimento appare carente, non essendovi alcun riferimento alla specifica posizione individuale del richiedente protezione internazionale, né adeguata motivazione con riferimento alla necessità di disporre il trattenimento quale unica misura necessaria nello specifico caso in esame, ben potendo, comunque, l’Autorità amministrativa sempre applicare misure alternative”. “L’obbligo di valutare l’applicazione di misure alternative al trattenimento è, infatti, un dovere che, alla stregua del contesto normativo e giurisprudenziale di riferimento sopra richiamato, va esercitato dall’autorità amministrativa sulla base di una valutazione caso per caso, nel rispetto dei principi della direttiva comunitaria e della stessa unità dell’ordinamento interno, considerata la stessa legislazione italiana”. *Avvocato Corruzione, senza prova effettiva di un accordo illecito di scambio non scatta il reato di Pietro Alessio Palumbo Il Sole 24 Ore, 8 gennaio 2026 Il semplice conflitto di interessi, pur grave e sintomatico di una gestione opaca della funzione, non è di per sé sufficiente a dimostrare la “vendita” dell’attività pubblica. La Corte di cassazione - con la sentenza n. 40720/2025 - ha chiarito che, anche in presenza di rapporti professionali tra un soggetto investito di funzioni pubbliche e operatori privati interessati all’esito di procedimenti amministrativi, la configurabilità della corruzione richiede la prova effettiva di un accordo illecito di scambio. Conflitto di interessi - Il semplice conflitto di interessi, pur grave e sintomatico di una gestione opaca della funzione, non è di per sé sufficiente a dimostrare la “vendita” dell’attività pubblica. Il principio affermato è innovativo perché afferma che la responsabilità penale non può fondarsi su automatismi presuntivi: occorre dimostrare che l’utilità ricevuta sia stata la contropartita causale di un comportamento funzionale deviato. La decisione segna un punto di equilibrio tra esigenze di repressione dei fenomeni corruttivi e tutela delle garanzie, escludendo una lettura espansiva che trasformi ogni violazione dei doveri di imparzialità in reato. In questa prospettiva, la Corte ridimensiona la nozione di corruzione “sistemica” chiarendo che anche quando le relazioni tra pubblico e privato sono continuative, resta imprescindibile l’accertamento concreto del patto che asservisce la funzione a interessi estranei. Il caso concreto di conflitto d’interessi - La vicenda prende le mosse da un procedimento cautelare avviato nei confronti di un componente di un organismo tecnico consultivo ritenuto centrale nelle scelte di trasformazione urbana. Secondo l’accusa il soggetto aveva intrattenuto rapporti professionali con operatori economici i cui progetti erano sottoposti al vaglio dell’organo di cui faceva parte, omettendo di dichiarare tali relazioni e partecipando alle decisioni. In cambio aveva ricevuto incarichi professionali retribuiti. In un primo momento veniva applicata una misura restrittiva, poi attenuata. In sede di riesame, tuttavia, il giudice annullava il provvedimento, rilevando la mancanza di indizi sufficienti di un accordo corruttivo e sottolineando l’assenza di prove di pressioni, condizionamenti o compensi indebiti. Il pubblico ministero impugnava tale decisione, sostenendo che la reiterazione dei rapporti e la coincidenza temporale tra incarichi e attività pubblica fossero già di per sé dimostrative di una corruzione strutturale. Centralità dell’accordo illecito - Il cuore innovativo della sentenza risiede nel metodo di accertamento della corruzione. La Corte afferma che il sistema penale non conosce una corruzione “senza accordo”: l’elemento qualificante resta l’intesa, anche implicita, con cui il pubblico agente mette la funzione al servizio di un interesse privato in cambio di un vantaggio. La violazione delle regole di astensione o di trasparenza può costituire un grave indice di cattiva amministrazione, ma non sostituisce la prova del sinallagma illecito. La Cassazione rifiuta una logica circolare che faccia discendere automaticamente la corruzione dall’esistenza di rapporti economici leciti, se questi hanno una causa autonoma e sono effettivamente giustificati da prestazioni reali. Anche benefici formalmente leciti possono assumere rilievo penale, ma solo quando si dimostri che sono funzionalmente collegati all’esercizio distorto del potere. L’innovazione sta nell’aver chiarito che nemmeno la qualificazione “sistematica” o “ambientale” del fenomeno consente di abbassare la soglia probatoria: la reiterazione nel tempo non esonera dall’accertare, caso per caso, il nesso causale tra utilità e funzione. La decisione rafforza così un modello di contrasto alla corruzione fondato su prove solide e verificabili, evitando che il diritto penale diventi uno strumento di supplenza rispetto a carenze organizzative o regolamentari dell’amministrazione. In questo senso, la sentenza segna un passaggio di rilievo, perché tutela l’efficacia dell’azione repressiva senza sacrificare il principio di responsabilità personale: l’innovazione sta nel rendere più rigoroso e credibile l’accertamento delle responsabilità. Questa impostazione produrrà effetti rilevanti anche sul piano pratico. La Corte segnala che l’assenza di una disciplina amministrativa chiara e univoca sul conflitto di interessi non può essere colmata attraverso una forzatura interpretativa della fattispecie penale. L’incertezza delle regole interne, la loro ambiguità applicativa e la mancanza di una consapevolezza effettiva circa l’estensione degli obblighi gravanti sul soggetto investito di funzioni pubbliche incidono direttamente sulla possibilità di ritenere dimostrata la corruzione. In questa prospettiva, la sentenza invita implicitamente a distinguere i piani: la cattiva amministrazione, l’opacità dei rapporti e l’inadeguatezza dei presidi di prevenzione non coincidono automaticamente con la corruzione penalmente rilevante. Conclusioni - L’innovatività dell’arresto sta anche nell’evitare che il processo penale diventi lo strumento attraverso cui compensare ritardi regolatori o vuoti organizzativi, riaffermando che la sanzione penale interviene solo quando sia provata la scelta consapevole di “mercificare” la funzione. Ne deriva un messaggio chiaro: la lotta alla corruzione richiede rigore probatorio e chiarezza delle regole non scorciatoie interpretative. Gratuito patrocinio, non è inammissibile la richiesta se manca indicazione dei redditi dei familiari di Paola Rossi Il Sole 24 Ore, 8 gennaio 2026 La legge richiede l’autocertificazione del reddito complessivo dell’intero nucleo familiare e non l’indicazione separata per ogni singolo componente. Non è inammissibile la richiesta di patrocinio gratuito per la mancata indicazione dei singoli redditi dei componenti il nucleo familiare dell’istante. In quanto l’istanza deve indicare - tramite autocertificazione - il reddito complessivo dell’intero nucleo familiare. E l’ordinanza di rigetto dell’opposizione contro il diniego di ammissione per la mancata indicazione del reddito dei figli non può essere emessa de plano per il dato mancante, ma va adotta in contraddittorio tra le parti con fissazione dell’udienza camerale. Inoltre, in fase di opposizione è sufficiente la nomina del difensore senza che sia necessario il rilascio di procura speciale. Questi i principi ribaditi dalla Corte di cassazione penale con la sentenza n. 322/2026 in ambito di procedimento per ottenere il gratuito patrocinio nel processo penale. Infatti, come chiarisce la Suprema Corte il procedimento in questione segue il rito semplificato previsto dal Codice di procedura civile per gli onorari e compensi degli avvocati, ma è comunque procedimento incidentale che dipende da quello principale con rispetto delle garanzie procedurali a quest’ultimo connesse. Non poteva quindi il tribunale rappresentato dal presidente adottare de plano la decisione di inammissibilità dell’opposizione proposta contro il diniego all’ammissione al beneficio senza l’instaurazione del contraddittorio tra istante e oppositore (il Fisco). Quindi il giudice penale avrebbe dovuto fissare l’udienza di comparizione delle parti dinanzi a sé con assegnazione alla parte ricorrente del termine per la notificazione del ricorso e del decreto di fissazione dell’udienza alla parte resistente, l’Agenzia delle entrate. Infine, il giudice dell’opposizione al diniego aveva erroneamente considerato tardiva la documentazione integrativa proposta dall’opponente costituita dall’autocertificazione dell’assenza di redditi in capo alla figlia minorenne che era stata all’origine della mancata ammissione al beneficio del patrocinio a spese dello Stato. Cremona. Tragedia in carcere: si toglie la vita l’uomo che uccise la compagna Il Cittadino, 8 gennaio 2026 Si è tolto la vita nel carcere di Cremona Franco Pettineo, 52 anni, detenuto in attesa di giudizio per l’omicidio della compagna Sabrina Baldini Paleni, 56 anni, uccisa il 13 marzo dello scorso anno nella loro abitazione di Lambrinia di Chignolo Po. La tragica scoperta è stata fatta dal personale del carcere nel giorno dell’Epifania, anche se le cause della morte non sono ancora ben chiare. La prossima settimana l’uomo sarebbe dovuto comparire nuovamente davanti alla Corte d’assise di Pavia per il processo. L’omicidio risale alla sera del 13 marzo ed era maturato al termine di un acceso confronto per questioni economiche, avvenuto nella villa di via Mariotto. Secondo quanto riferito dallo stesso Pettineo agli inquirenti, la lite era degenerata fino al gesto estremo: aveva stretto le mani al collo della donna fino a ucciderla. Dopo aver trascorso la notte in casa, accanto al corpo senza vita, l’uomo si era allontanato all’alba in auto, una Dacia nera, muovendosi senza una meta precisa tra il Lodigiano e il Milanese. Forse stava già maturando l’idea di togliersi la vita. Nel primo pomeriggio era stato individuato nel Cremasco dai carabinieri di Pavia, con l’intervento dei militari della stazione di Pandino. Ai pubblici ministeri Andrea Figoni e Valentina Biscottini aveva ammesso le proprie responsabilità. Il tribunale di Cremona aveva quindi convalidato il fermo, disponendo la custodia cautelare in carcere. Sabrina Baldini Paleni lavorava come oss in una Rsa di Casalpusterlengo ed era madre di due figli, avuti da un precedente matrimonio celebrato con il fratello di Pettineo. La figlia Selene aveva in seguito raccontato di un rapporto segnato da isolamento e controllo. Comunicato Uil-Pa Polizia Penitenziaria: continua la scia di morte nelle carceri “Un detenuto italiano di 53 anni d’età si è suicidato impiccandosi nella sua cella della Casa Circondariale di Cremona nel pomeriggio di ieri. Inizia così dal penitenziario cremonese la tragica conta dei morti di carcere e per carcere del nuovo anno, dopo che il 2025 si è concluso con 78 ristretti (più 2 internati in Rems) e 4 operatori che si sono tolti la vita. Una scia di morte che, nostro malgrado, attraversa gli anni senza trovare argini compiuti, così come non trovano soluzioni concrete le problematiche generali che affliggono il sistema penitenziario e le difficoltà patite da chi vi è recluso e da chi vi lavora, in primis le donne e gli uomini del Corpo di Polizia penitenziaria”. Lo dichiara Gennarino De Fazio, Segretario Generale della Uil-Pa Polizia Penitenziaria. “Non solo il sovraffollamento, a Cremona 606 detenuti sono stipati in 384 posti (+58%), la mancanza di agenti, appena 208 quando ne necessiterebbero almeno 335 (-38%), le deficienze strutturali e infrastrutturali, le carenze sanitarie, le difficoltà organizzative, ma anche politiche gestionali che non garantiscono una guida certa alle carceri acuiscono i problemi. Proprio a Cremona da anni mancano sia il Direttore sia il Comandante della Polizia penitenziaria titolari, circostanza che, al netto della dedizione e delle indubbie capacità degli attuali facenti funzioni, non consente una progettazione di ampio respiro e, inevitabilmente, imprime un senso di precarietà complessiva”, aggiunge il Segretario della Uil-Pa. “A livello nazionale i detenuti sfiorano ormai le 64mila presenze a fronte di soli 46.081 posti, con un sovraffollamento di oltre il 138%, mentre alla Polizia penitenziaria mancano nelle carceri 20mila agenti. Noi continuiamo a pensare che servano subito reali misure deflattive della densità detentiva, per potenziare gli organici del personale, assicurando anche a ogni carcere un direttore e a ciascun reparto della Polizia penitenziaria un comandante in pianta stabile, nonché per garantire l’assistenza sanitaria, ammodernare ed efficientare gli edifici e le tecnologie e avviare riforme complessive”, conclude De Fazio. Napoli. A Secondigliano la salute mentale è dimenticata di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 8 gennaio 2026 Il giorno dell’Epifania, mentre fuori le città si svuotano dei festeggiamenti e le famiglie si preparano a riporre gli addobbi, dentro le mura del carcere di Secondigliano il tempo sembra essersi fermato in una dimensione diversa. Nel reparto di articolazione psichiatrica, l’odore di polvere e disinfettante si mescola per un attimo a quello di un pranzo di festa, un rito che tenta di riportare un briciolo di umanità laddove la sofferenza è la regola. Samuele Ciambriello, Garante campano delle persone private della libertà personale, ha varcato quella soglia non per una visita di cortesia, ma per testimoniare una tragedia che si consuma nel silenzio. Sedersi a tavola con i detenuti, partecipare a una tombolata tra le pareti di un’articolazione per la tutela della salute mentale (Atsm), significa guardare negli occhi quegli uomini che lo Stato ha deciso di nascondere perché non sa come curare. Le parole di Ciambriello, pesanti come i cancelli che si chiudono alle sue spalle, denunciano una realtà inequivocabile: i malati psichici in carcere sono diventati invisibili, fantasmi che abitano una terra di nessuno tra la giustizia e la sanità. La visita di Secondigliano non è un episodio isolato, ma il tassello di un mosaico nazionale che il recente rapporto di Antigone “Senza Respiro” definisce con tratti allarmanti. Il sistema penitenziario italiano sta letteralmente soffocando, schiacciato da un sovraffollamento che ha superato ogni livello di guardia e da un’epidemia di disagio psichico che non trova risposte adeguate. Al 30 aprile 2025, i detenuti nelle carceri italiane erano 62.445, segnando una crescita costante che non sembra arrestarsi nonostante i timidi segnali di calo degli ingressi registrati nei primi mesi dell’anno. Ma il numero assoluto non basta a raccontare la sofferenza: il tasso di affollamento ufficiale del 121,8% è una bugia statistica, poiché se si sottraggono i 4.500 posti inagibili per ristrutturazioni o fatiscenza, la densità effettiva balza al 133%. In queste condizioni, la salute mentale smette di essere un diritto e diventa una variabile dipendente dello spazio vitale, spesso ridotto a pochi centimetri quadrati dove la mente, prima ancora del corpo, finisce per implodere. La festa come resistenza e la denuncia del Garante - Incontrare i detenuti del reparto psichiatrico di Secondigliano per una tombolata dell’Epifania potrebbe sembrare un gesto simbolico, eppure in quel contesto assume il valore di una resistenza civile. Ciambriello ha scelto di condividere il tempo con chi vive la “doppia reclusione”: quella delle sbarre e quella di una mente che soffre. Durante il pranzo, tra una cartella della tombola e l’altra, emerge la solitudine di persone che spesso non hanno più alcun contatto con l’esterno. La malattia mentale in carcere non è un imprevisto, ma una realtà strutturale che viene troppo spesso affrontata con l’isolamento o con la contenzione chimica, anziché con percorsi terapeutici seri. La denuncia del Garante si concentra sulla carenza di personale specializzato: a Poggioreale e Secondigliano, il rapporto tra psichiatri e detenuti calpesta i parametri minimi fissati dai protocolli della Conferenza Stato-Regioni, che prevedrebbero almeno uno psichiatra ogni 500 detenuti. Qui, invece, la realtà è quella di una trincea dove pochi medici devono gestire centinaia di crisi, spesso senza il supporto di tecnici della riabilitazione o infermieri specializzati. Questa invisibilità si traduce in una mancanza di cure che aggrava le patologie esistenti. Ciambriello ricorda come la chiusura di presidi fondamentali, come la sezione femminile di Pozzuoli o le articolazioni di Sant’Angelo dei Lombardi e Benevento, sia stata una scelta scellerata che ha creato un vuoto pneumatico nella gestione della salute mentale regionale. Senza queste strutture, i detenuti psichiatrici vengono dispersi in reparti ordinari o ammassati in Atsm sottodimensionate, dove la custodia prevale inevitabilmente sulla cura. È il paradosso di un sistema che chiama “articolazioni sanitarie” dei luoghi che rimangono, prima di tutto, delle celle. La geografia del collasso - Per capire la portata dell’emergenza denunciata a Secondigliano, bisogna guardare ai numeri che arrivano dalle carceri di tutta Italia. Il 2024 è passato alla storia come l’anno nero dei suicidi, con almeno 91 casi accertati, superando il record negativo del 2022. Tra gennaio e maggio 2025, si contano già 33 decessi volontari, una progressione che non accenna a diminuire e che dimostra come il carcere sia diventato un luogo dove la speranza è l’unica risorsa che non viene fornita dallo Stato. Non è solo il numero totale a spaventare, ma la frequenza: i suicidi crescono non solo in valore assoluto, ma anche in rapporto alla popolazione detenuta, indicando un deterioramento qualitativo della vita interna agli istituti. L’autolesionismo, altra spia del disagio profondo, è aumentato del 4,1% nell’ultimo anno, mentre i tentati suicidi sono cresciuti del 9,3%. Questi gesti sono spesso l’unico linguaggio rimasto a chi si sente dimenticato. La popolazione detenuta sta invecchiando, e questo pone sfide inedite in termini di assistenza sanitaria e percorsi di reinserimento. Al contempo, aumenta il numero di stranieri e di giovani adulti, soggetti spesso più fragili a causa della mancanza di reti familiari o della barriera linguistica, che li rende ancora più vulnerabili al disagio psichico. Firenze. Nel carcere frigorifero di Sollicciano: “In alcune celle temperature a 2 gradi” di Jacopo Storni Corriere Fiorentino, 8 gennaio 2026 Il racconto di agenti e operatori del carcere fiorentino: “Riscaldamenti rotti e infiltrazioni d’acqua”. Due gradi a Sollicciano. Mentre fuori la temperatura scende sotto zero, dentro le mura del carcere fiorentino non va molto meglio. Il riscaldamento - non sempre funzionante - e l’umidità estrema dovuta alle infiltrazioni, spingono le temperature nelle sezioni detentive ai limiti del sopportabile. Alcuni agenti penitenziari, dopo aver passato una durissima notte tra martedì e mercoledì, hanno esplicitamente raccontato: “Dentro alcune aree del carcere le temperature sono freddissime, nell’ultima notte si è arrivati addirittura a due gradi, o comunque poco sopra lo zero, la percezione è questa”. Una percezione non misurabile con i termometri, ma comunque piuttosto verosimile secondo molti operatori, non soltanto agenti, che lavorano all’interno dell’istituto penitenziario. “Purtroppo - specifica il segretario provinciale della Uil Pa Polizia penitenziaria Antonio Mautone - non si tratta soltanto di una percezione. Nell’ultima notte la temperatura si è avvicinata agli zero gradi. Lo stato di salute di lavoratori e detenuti è seriamente compromesso dalle temperature rigide che Sollicciano raggiunge durante la stagione invernale”. In realtà non si tratta proprio di una novità. Più volte ormai, anche sulle pagine di questo giornale, abbiamo raccontato degli atavici problemi da cui è afflitto il carcere fiorentino. Problemi che vengono a galla soprattutto nella stagione fredda, quando le temperature si abbassano tantissimo, e durante la stagione calda, quando invece al contrario le temperature sfiorano i quaranta gradi. Il motivo è sempre lo stesso, ovvero il mal funzionamento degli impianti di riscaldamento e di raffreddamento. Stando così le cose, non appare dunque un caso l’incendio che è scoppiato nei giorni scorsi, quando una stufetta nei locali dove soggiornano i medici di guardia (accesa per tempi prolungati a causa del freddo) ha causato fiamme che hanno costretto l’intervento dei vigili del fuoco e il trasferimento di quasi trenta detenuti. “A Sollicciano non si vive e non si lavora in condizioni normali. Gli agenti penitenziari si muovono coperti da giubbotti e sciarpe, allo stesso modo i reclusi dormono spesso vestiti e con tante coperte addosso”. Condizioni poco dignitose, che difficilmente fanno sì che il carcere possa svolgere la sua funzione rieducativa. Il problema dei problemi, almeno per quanto riguarda il freddo, sarebbero le tubature obsolete, come spiega sempre il sindacato Uil Pa: “Si tratta di tubi arrugginiti che non reggono una pressione forte dell’acqua, motivo per cui il gettito viene spesso tenuto al minimo. Poi ci sono le infiltrazioni d’acqua, che contribuiscono a rendere più umido e freddo l’ambiente”. Una situazione alquanto critica, come sottolineano anche le parole del garante regionale per i detenuti Giuseppe Fanfani: “La struttura di Sollicciano è inaccettabile, d’estate è caldissima e d’inverno freddissima, ci piove dentro, i costi della manutenzione sono diventati col tempo irrazionali, in questo modo è diventato difficile erogare i servizi minimi ai detenuti. Come ho detto più volte, l’edificio andrebbe abbattuto e ricostruito”. Parole simili, nei giorni scorsi, erano arrivate dalla sindaca Sara Funaro, che aveva detto: “Sollicciano è un disastro, è una macchia nell’immagine della nostra società e della nostra città. Noi l’abbiamo detto più di una volta, perché il mio pensiero è sempre stato lo stesso e continuo a ribadirlo fino alla fine: Sollicciano ha dei problemi che sono talmente grandi che l’unica soluzione per risolverli è buttarlo giù, ricostruirlo e fare un carcere che sia dignitoso, non un carcere dove le persone stanno in delle condizioni pietose, dove ci sono problemi strutturali che non sono risolvibili”. Oristano. Situazione esplosiva nel carcere: i detenuti protestano per il sovraffollamento di Valeria Pinna L’Unione Sarda, 8 gennaio 2026 Sindacati e Garante chiedono un intervento dello Stato dopo il trasferimento di oltre 50 detenuti da Sassari e da Roma. Nelle celle sovraffollate del carcere di Massama il clima è sempre ad altissima tensione. I detenuti ormai insofferenti protestano per i nuovi arrivi da Badu e Carros e Regina Coeli. Nelle prossime settimane potrebbero esserci ulteriori spostamenti, il carcere di Massama potrebbe essere in qualche modo “alleggerito” ma nel frattempo resta una situazione critica e complessa da gestire. “Da tempo abbiamo segnalato con preoccupazione il progressivo deterioramento delle condizioni organizzative e strutturali della casa di reclusione di Oristano Massama” sostiene il segretario regionale dell’Uspp, Andrea Pistis. E adesso con i 22 nuovi detenuti di Alta sicurezza arrivati dal carcere di Nuoro e i 32 di Media sicurezza da Roma, la situazione è diventata esplosiva. Due giorni fa alcuni detenuti di reparti diversi quasi contemporaneamente hanno scatenato il caos danneggiando arredi, lampade e allagando un intero piano. “In quest’ultimo periodo ci sono stati picchi di ingressi che hanno messo a dura prova la capacità ricettiva della struttura - aggiunge Pistis - Questa situazione ha determinato un sovraccarico che l’istituto non è in grado di sostenere nel lungo periodo, anche a causa di un organico non proporzionato alle nuove esigenze operative”. Al momento i detenuti sono 297 (i posti a Massama sono 264) mentre a fine novembre erano 214; gli agenti di polizia penitenziaria sono circa 140. Anche il Garante per le persone private della libertà Paolo Mocci insiste sulle difficoltà. “Quanto accaduto dimostra che la Sardegna non può farsi carico da sola di problemi che hanno dimensione nazionale e richiedono risposte plurime”. I dati del sovraffollamento a Massama, ma anche negli altri istituti “evidenziano una pressione su infrastrutture, personale e servizi sanitari. L’invio indiscriminato di detenuti, sulla base di una presunta disponibilità di spazi ma senza un’analisi delle risorse di personale, è preoccupante”. Il Garante chiede una riqualificazione infrastrutturale, il miglioramento della gestione delle aree comuni e dei percorsi di emergenza. “È essenziale che Regione, Stato e Amministrazione penitenziaria lavorino insieme per restituire al carcere di Massama la funzione di luogo in cui i diritti umani sono rispettati e la dignità dei detenuti salvaguardata”. Taranto. Suicidi in carcere. “In Comune nomini il Garante dei detenuti” di Giulia Inversi tarantobuonasera.it, 8 gennaio 2026 Il consigliere comunale dell’Udc Emiliano Messina richiama i dati nazionali e il caso avvenuto a fine anno nel carcere Magli. Sovraffollamento e fragilità al centro della denuncia. I numeri dei suicidi nelle carceri italiane impongono una riflessione profonda e non più rinviabile. A sostenerlo è Emiliano Messina, consigliere comunale dell’Unione di Centro, che richiama l’attenzione su una emergenza sociale e umanitaria aggravata anche da un episodio avvenuto nel territorio jonico. Nel corso del 2025, spiega Messina, sono stati registrati circa 80 suicidi negli istituti penitenziari italiani, uno dei bilanci più drammatici degli ultimi anni. Tra gli ultimi casi dell’anno appena concluso rientra anche quello avvenuto a Taranto il 26 dicembre, all’interno del Carcere Carmelo Magli. Secondo il consigliere comunale, questi dati non possono essere letti come episodi isolati, ma come il risultato di condizioni strutturali critiche. Il primo nodo è quello del sovraffollamento carcerario: a livello nazionale, a fronte di 46.000 posti disponibili, la popolazione detenuta supera le 63.000 unità. Una situazione che nel carcere di Taranto assume contorni ancora più evidenti, con circa 800 detenuti ospitati in una struttura pensata per 400 posti. Accanto alla carenza di spazi, Messina richiama una serie di fattori che spesso concorrono a spingere i detenuti verso gesti estremi. Tra questi vengono indicati l’isolamento affettivo, accentuato durante le festività, la perdita di speranza, l’assenza di prospettive legate al futuro e la difficoltà di reggere lo stress della vita carceraria. Il principio da cui partire, ribadisce l’esponente dell’Udc, è che la privazione della libertà non può tradursi in una lesione della dignità personale. Anche in carcere deve essere garantito un percorso che rimetta al centro la persona, attraverso iniziative capaci di restituire equilibrio e attenzione ai bisogni umani fondamentali. Alla luce di queste considerazioni, Messina sollecita il sindaco Piero Bitetti a procedere alla nomina del garante dei detenuti, una figura che, ricorda, era stata annunciata come impegno nei primi 100 giorni di mandato. Un atto che viene definito non solo simbolico, ma necessario e responsabile, per contribuire al miglioramento del sistema carcerario locale. Per il consigliere comunale, le istituzioni hanno il dovere di intervenire affinché il carcere non sia solo luogo di espiazione della pena, ma anche spazio in cui vengano tutelati i diritti della persona e le possibilità di reinserimento sociale, elementi indispensabili per evitare che il disagio si trasformi in tragedia. Monza. Detenuto denunciò pestaggio, chiesta la condanna per gli agenti di Stefania Totaro Il Giorno, 8 gennaio 2026 L’episodio, che risale all’agosto del 2019, fu ripreso da una telecamera interna alla Casa circondariale. Gli imputati sostengono di avere “contenuto” il detenuto dopo essere stati, a loro volta, vittime di un’aggressione. Al processo al Tribunale di Monza per la vicenda di Umberto Manfredi, 52enne, ex collaboratore di giustizia, picchiato nell’agosto 2019 mentre si trovava all’interno della Casa circondariale monzese, la pm della Procura monzese Stefania Di Tullio ha chiesto oggi la pena di 2 anni e 3 mesi ciascuno per i 4 agenti di polizia penitenziaria e 1 anno e 4 mesi con la sospensione condizionale per l’allora comandante di reparto facente funzioni in sostituzione del suo superiore in ferie, ora vicedirettrice del carcere di Reggio Calabria. Questa, l’unica donna, è accusata di avere redatto un verbale non realistico dell’accaduto. Era stato il Garante dei diritti dei detenuti, dopo la denuncia presentata da un parente dell’ex collaboratore di giustizia ad Antigone, l’associazione per la tutela delle garanzie nel sistema penale e penitenziario, a chiedere di fare luce sulla presunta aggressione. Era saltato fuori un video estratto da alcune telecamere interne al carcere, che mostra l’agente che schiaffeggia il detenuto ma, secondo la difesa degli imputati, le telecamere non hanno ripreso, per un cono d’ombra nella registrazione, il momento precedente in cui il detenuto avrebbe sferrato un calcio al volto dell’agente. A dire degli imputati le lesioni non sono state causate da una violenta aggressione da parte degli agenti, che sostengono di avere soltanto ‘contenuto’ il detenuto dopo che ha opposto resistenza. Umberto Manfredi faceva lo sciopero della fame perché voleva essere trasferito in un’altra casa circondariale e a maggio 2019 era stato oggetto di un rapporto disciplinare per comportamenti aggressivi nei confronti degli agenti di polizia penitenziaria. La pm ha chiesto di applicare agli imputati le attenuanti generiche “perché si trattava di un detenuto difficile, oppositivo, per protesta contro la situazione carceraria in cui si era venuto a trovare come collaboratore di giustizia”, tranne che per uno degli agenti di polizia penitenziaria che ha “sferrato quattro schiaffi con evidente violenza”. Al processo si sono costituiti parti civili Manfredi e Antigone. Si torna in aula ad aprile per le arringhe dei difensori degli imputati. Rovigo. Carcere minorile, inaugurazione con polemiche: “Sarà una polveriera” di Federica Broglio Il Gazzettino, 8 gennaio 2026 Oggi è prevista l’inaugurazione della struttura di via Verdi, ma i sindacati sono perplessi per la mancanza di personale adeguato: “Sarà una polveriera”. Sarà inaugurato oggi i il nuovo carcere minorile di Rovigo. Per l’occasione sarà presente alle ore 11.30, il sottosegretario di Stato alla Giustizia Andrea Ostellari (Lega) che ha sottolineato come Rovigo si inserisca nel piano di rafforzamento del sistema penitenziario minorile, che aveva già visto le aperture delle strutture di Lecce e L’Aquila. “Il sistema penale minorile - ha dichiarato recentemente Ostellari - deve essere fondato su certezza delle regole, strutture idonee e presenza dello Stato. Solo così è possibile restituire responsabilità, legalità e prospettive concrete ai giovani coinvolti”. In realtà si tratta per ora di una cerimonia formale che non apre ufficialmente le porte di via Verdi, perché ancora i lavori non sono stati ultimati, ma manca poco. Si parla di marzo per la piena operatività. Si tratta di una struttura che accoglierà 31 detenuti minori e in cui troveranno spazio locali per attività scolastiche e percorsi di formazione professionale. Proprio a metà novembre il Dipartimento di Giustizia Minorile e di Comunità aveva indetto una procedura per l’acquisizione di un comandante di reparto per l’istituto penitenziario minorile di Rovigo e le manifestazioni di interesse dovevano essere presentate entro il 15 dicembre. Ad ora però sembra che l’incarico dirigenziale non sia ancora stato assegnato e che sarà per il momento ricoperto a scavalco dalla direttrice di quello di Treviso Barbara Fontana. Il carcere di Treviso presenta gravi problemi di sovraffollamento ed è stato più volte teatro di rivolte da parte dei giovani detenuti e di tragedie come quella dell’agosto scorso con il suicidio di un 17enne appena arrestato a Vicenza. La capienza è di 12 posti, ma oggi ne accoglie 22, 12 minorenni e 6 maggiorenni, ma è destinato a chiudere con il trasferimento dei detenuti proprio a Rovigo. I restanti posti potrebbero essere coperti da altri giovani provenienti dalle carceri di Bologna o Milano dove esiste lo stesso problema di sovraffollamento. “Noi siamo sempre stati contrari ad un carcere minorile in città - afferma Giampietro Pegoraro della Fp Cgil -. Diventerà una polveriera. Ci sono minorenni ma anche maggiorenni che decidono di scontare la loro pena in un carcere minorile e il disagio di questa convivenza sarà elevata”. Poi esiste un problema strutturale di personale. Il ministero della Giustizia ha dato la possibilità agli agenti di polizia penitenziaria di Treviso di decidere la propria destinazione, ma nel frattempo dovranno venire a Rovigo in attesa che quelli che stanno svolgendo il nuovo corso siano disponibili. Questo significa che a luglio potrebbero essere sostituiti, nel caso avessero scelto altre sedi, con personale giovane e senza esperienza. “È una situazione paradossale - continua Pegoraro - perché abbiamo a che fare con minori, serve formazione. Se succedono disordini come potranno intervenire e con quale bagaglio di conoscenze specifiche se sono appena usciti dal corso? Serviranno poi minimo 40 persone per 31 detenuti, più i traduttori o mediatori culturali perché molti ragazzi provengono dall’est Europa o dal Nord Africa. Senza contare la carenza di volontari. Per trattare con questi ragazzi serve formazione e a Rovigo non credo ci sia personale, anche volontario, qualificato”. Purtroppo il numero dei detenuti minori in Italia negli ultimi due anni è raddoppiato e il trasferimento di quelli di Treviso a Rovigo non risolverà il problema del sovraffollamento, ma sarà solo spostato in un altro carcere che si trova peraltro nel pieno centro cittadino. “Dobbiamo essere preparati - conclude Pegoraro - nella speranza che il personale sia adeguato nel numero e ben formato”. Novara. Laurea in carcere al “41 bis”: detenuto dottore in economia di Marco Benvenuti La Stampa, 8 gennaio 2026 Il traguardo è stato raggiunto a Novara da un uomo di 39 anni. Una storia di rinascita e speranza che dimostra come lo studio sia una via di riscatto anche dalla condizione più estrema, trasformando anni di isolamento in un percorso di crescita personale e intellettuale. È avvenuto alla casa circondariale di Novara dove il traguardo è stato raggiunto da Raffaele Martena, detenuto da 7 anni in regime di 41 bis, il “carcere duro”, ritenuto personaggio di spicco della Sacra corona unita: ha conseguito la laurea in Economia e Management all’università di Parma con il massimo dei voti: 110 e lode. Da anni il carcere di Novara offre ai detenuti significative opportunità di reinserimento lavorativo, personale, culturale. Basti pensare al lavoro esterno per la pulizia di strade, scuole e parchi cittadini, o ai numerosi corsi che si svolgono fra le mura. Nulla però che possa coinvolgere le persone rinchiuse per reati mafiosi. Il regime del 41 bis impone infatti condizioni di vita particolarmente severe, senza contatti con l’esterno o con altri reclusi. In questo contesto lo studio universitario emerge come un’opportunità capace di offrire una “via di fuga” e di costruire un futuro, anche a distanza di anni di reclusione. È il caso di Martena. L’uomo ha svolto la prova finale scritta a novembre all’interno della struttura carceraria di via Sforzesca. Successivamente la commissione di laurea del dipartimento di Scienze economiche e aziendali di Pavia ha valutato l’intero percorso accademico dello studente, conferendogli il titolo. L’esito è stato poi comunicato formalmente alla direzione della casa circondariale di Novara, a conferma di un percorso di studio portato avanti con impegno e determinazione nonostante le difficoltà legate alla detenzione. Martena, che da quanto emerge da una recente indagine della Dda di Lecce è ancora ritenuto esponente di spicco della frangia dei “tuturanesi” della Sacra corona unita, ha voluto investire il tempo dell’isolamento nella crescita culturale. Non ha avuto contatti con i docenti: tutto ciò che ha imparato, lo ha acquisito dai libri. E non ha potuto confrontarsi con nessuno: anche la tesi non è stata discussa ma inoltrata alla commissione. Nonostante tutte le difficoltà, il risultato è stato positivo. L’uomo ha oggi 39 anni. In carcere ci è entrato a 17 anni e in cella aveva anche conseguito il diploma. Roma. Assemblea pubblica delle organizzazioni impegnate nelle carceri garantedetenutilazio.it, 8 gennaio 2026 Appuntamento il 6 febbraio con associazioni di volontariato, enti del Terzo settore, operatori, volontari, cittadini, organizzazioni della società civile. “Giubileo dei detenuti: chiediamo clemenza e umanità nelle carceri italiane”, è il titolo dell’appello lanciato da una ventina di organizzazioni che danno appuntamento a tutti coloro - associazioni di volontariato, enti del Terzo settore, operatori, volontari, cittadini, organizzazioni della società civile - che ritengono che dalla drammatica situazione delle carceri italiane si debba uscire una volta per tutte, all’assemblea pubblica che si svolgerà il 6 febbraio 2026 a Roma. Le organizzazioni promotrici sono A buon diritto, Acli, Antigone, Arci, Cgil, Confcooperative Federsolidarietà, Conferenza dei garanti territoriali delle persone private della libertà, Conferenza nazionale volontariato giustizia-Cnvg, Coordinamento nazionale comunità accoglienti-Cnca, Forum droghe, Gruppo Abele, L’altro diritto, La società della ragione, Legacoopsociali, Movimento di volontariato Italiano-Movi, ?Movimento no prison, Nessuno tocchi Caino, Ristretti Orizzonti. Modena. Il Teatro dei Venti tra sogni sospesi e sfide: il futuro incerto di una compagnia ribelle di Paola Ducci Gazzetta di Modena, 8 gennaio 2026 Il direttore artistico Tè: “Dalle celle alla scena, il teatro cambia vite. Orgogliosi del premio Ubu”. Per il Teatro dei Venti il 2025 è stato un anno speciale che si è chiuso, per la seconda volta dalla sua fondazione, con uno dei riconoscimenti più importanti del teatro italiano: il Premio Ubu, sezione premi speciali. Questo secondo premio Ubu (il primo arrivò per la scenografia del Moby Dick nel 2019) è stato assegnato per la “Trilogia dell’assedio”, un progetto che si compone di tre spettacoli (“Edipo Re”, creato all’interno della Casa di Reclusione di Castelfranco Emilia; “Sette contro Tebe” con gli attori della Casa Circondariale di Modena e “Antigone” con le attrici della Casa Circondariale di Modena) e per gli anni di lavoro artistico e umano all’interno delle carceri di Modena e Castelfranco Emilia. La premiazione si è svolta lunedì 15 dicembre all’Arena del Sole di Bologna. A ritirare il premio sono stati il regista e direttore artistico della compagnia Stefano Tè, una delegazione dello staff e un gruppo di attori detenuti che hanno preso parte al progetto. Stefano Tè, cosa ha significato per lei e per la compagnia questo secondo premio Ubu? “È un riconoscimento che appartiene a tutte le persone, le istituzioni e le realtà che negli anni hanno reso possibile questo cammino condiviso. Un segno forte che conferma come il teatro, anche nei luoghi più complessi, possa essere strumento di visione, ascolto e cambiamento”. Come hanno accolto i detenuti e le detenute questo riconoscimento? “Con grande gioia. Il premio è anche per loro il riconoscimento di un duro lavoro. Un giovane attore detenuto un giorno ci disse, dopo ore di estenuanti prove: “Ci ho messo un minuto a rovinarmi la vita, e adesso ci vuole una vita per fare un minuto di teatro”. Del resto è proprio così: è una gioia e un privilegio viverlo, quel minuto. E i detenuti lo hanno capito bene”. Questo premio arriva alla fine di un anno speciale... “Si, e possiamo definirlo speciale per vari motivi. Certamente per i progetti realizzati e per l’importante riconoscimento ottenuto. Ma è stato un anno altrettanto speciale anche per le grandi novità che riguardano i finanziamenti statali alla cultura che di certo non ci fanno stare tranquilli”. Ci spieghi meglio? “Mi riferisco alle direttive ministeriali sul Fus (Fondo unico per lo spettacolo) da cui si è ben compresa la linea politica di questo governo su teatro e cultura. In questo momento siamo in attesa di capire quale sarà l’effettivo impatto che avranno su di noi gli importanti tagli che verranno fatti. A quel punto decideremo come reagire a questa situazione. La nostra principale preoccupazione riguarda il fatto che i tagli siano stati fatti soprattutto su quei finanziamenti ideati per sostenere progetti e visioni che hanno a che fare con la ricerca, con il contemporaneo e con il sociale. Quindi se la scelta va a colpire tutte quelle realtà di festival che hanno concentrato le attività in questa direzione, ne risentirà tutta una parte di settore, che ha scelto di vivere e investire in questi contesti, noi compresi”. E quindi? “Quindi viene da sé che l’anno nuovo si apre con la consapevolezza di un momento di profonda crisi, ma non cambieremo la nostra identità per metterci a fare ciò per cui è possibile ottenere finanziamenti”. Avete già un’idea? “Per prima cosa abbiamo deciso di tenere chiuso nel cassetto un grandissimo progetto di comunità che prevede una macchina scenica molto complessa ancora più del Moby Dick, inoltre metteremo da parte anche la gestione dell’ostello di Gombola così come abbiamo abbandonato il sogno di far diventare quel luogo un centro permanente di residenza teatrale”. A Gombola non farete più nulla? “Continueremo a portare in quel luogo unico e meraviglioso eventi e spettacoli, così come Festival”. Qualche anticipazione al riguardo? “Nel 2026 si commemoreranno i 200 anni dalla nascita di Collodi e Gombola per alcune giornata si trasformerà nel borgo di Pinocchio”. A Modena invece? “Innanzitutto, siamo felici di aver chiuso l’anno con la realizzazione del nuovo assetto scenico del Teatro dei Segni. Grazie al contributo della Regione e del Comune, ora abbiamo a disposizione una sala ampia, polifunzionale ed estremamente versatile, adatta al nostro lavoro creativo. Continueremo poi il nostro grande lavoro in carcere (ci siamo per 5 giorni a settimana), sia per il proseguo della nuova Accademia delle Arti e dei Mestieri del Teatro in Carcere che per la nuova produzione, il Macbeth in collaborazione con Ert che coinvolgerà tutte le sezioni (maschili e femminili di detenuti e detenute sia di Sant’Anna che di Castelfranco”. Roma. Storie di riscatto: uno chef in carcere di Maria Lucia Tangorra Oggi, 8 gennaio 2026 “La cucina mi ha salvato la vita, prima in cella e adesso nel mio ristorante”, confessa Massimiliano Orsini. “Da adolescente sono caduto nel buco nero della droga e dei soldi facili”. Poi la svolta. Il rapporto recuperato con il figlio. “La sensazione è stata brutta perché non mi rivedo più in quel mondo”. Con questa franchezza lo chef Massimiliano Orsini racconta a Oggi cosa ha significato per lui tornare, da uomo libero, nel carcere romano di Rebibbia dove è stato detenuto in passato per reati legati allo spaccio. L’occasione è stata l’iniziativa “L’ALTrA Cucina… per un Pranzo d’Amore” realizzata dall’associazione Prison Fellowship Italia, che ha coinvolto 56 istituti penitenziari in tutta Italia. Nella sezione maschile per il dodicesimo anno l’oste e cuoco Filippo La Mantia e per la prima volta lo chef Massimiliano Orsini hanno preparato un Pranzo di Natale per detenuti e personale, con la collaborazione anche di artisti. Massimiliano Orsini sa bene di aver commesso degli errori e che sia giusto pagare (nel suo caso tre anni tra Regina Coeli, Rebibbia, Civitavecchia, con alcuni permessi lavorativi, e detenzione domiciliare). Ha la durezza di chi ha conosciuto la strada e visto le morti per overdose di persone conosciute. E la sincerità di chi non ha bisogno di edulcorare gli sbagli. Guarda dritto negli occhi l’interlocutore e i suoi di occhi si illuminano quando parla del figlio appena nato, di quello più grande con cui non servono parole per intendersi, dei pochi veri amici, delle donne che gli sono accanto: la madre e la moglie. Poi, non per ultima, c’è la cucina. “Mia nonna materna faceva ogni pasta a mano, nonno preparava i pizzoccheri. Anche in cella cucinavo io. Sono riuscito a trasformare questa passione in lavoro. Senza la cucina adesso sarei morto”. Come è caduto in quel buco nero che l’ha portata in carcere? “Da adolescente sono stato coinvolto nello spaccio da un amico che faceva parte della banda della Magliana: mi aveva incuriosito tutto quel movimento di soldi”. Nel romanzo autobiografico che ha scritto, (Merlino Edizioni), racconta la fascinazione avuta nei confronti dei soldi facili... “Quando si entra in carcere conosci gente che appartiene a determinati giri. La prima volta in cui sono stato arrestato hanno sospeso la pena dopo pochissimo per cui ammetto di non essermi spaventato. Ed è così che esci e ricominci”. Un incontro fondamentale è stato quello con lo psichiatra Valerio al Sert … “C’è chi va al Sert per avere sconti di pena; io sentivo la necessità di dire basta e cominciare a fare i conti con me stesso. Con lui è rimasto un rapporto umano anche ora che lavora in Svezia. Alcune persone ti aiutano, al di là della propria professione, molto più di chi ti è vicino. Sono uscito dalla tossicodipendenza e mi ha supportato anche nel liberarmi da altre dipendenze, come il sesso e i soldi”. Sei arresti. Come guarda a quel periodo? “Avrei dovuto comprendere già dopo il primo arresto che direzione prendere e non ricadere, ma non avevo visto alternative. Poi, se sono così maturato, è anche per ciò che ho attraversato”. Cos’è accaduto? “La cucina mi ha salvato la vita. Ho sempre avuto la propensione per la manualità, ho cominciato col cantiere, ho fatto anche l’elettricista e questo bagaglio mi è tornato utile ora che ho un ristorante mio, Komos Talenti. Qui ho creato io gli impianti, ho verniciato, riorganizzato lo spazio. Mia madre Patrizia mi ha aiutato nel rilevare questo posto, vendendo casa sua e credendo nella possibilità che potessi farcela”. Ha fatto la gavetta, prima... “In un locale di cui sono diventato socio ho servito ai tavoli, curato la contabilità e nel frattempo assorbivo con gli occhi. Una sera c’era il pienone e il cuoco, dopo una brutta discussione col mio socio, ha deciso di andarsene. Non ci ho pensato un attimo, ho avvertito un’adrenalina indescrivibile, sono entrato in cucina e da quel momento non l’ho lasciata più. Ho cercato di imparare leggendo libri specializzati, sperimentando. Dopo è arrivata l’esperienza a Ostia, sette giorni su sette da maggio a ottobre mi ha temprato. In quel periodo la mia ex compagna portava mio figlio Gabriele, che si inorgogliva quando i clienti mi salutavano con “Ciao chef”. Con lui ho dovuto ricostruire un rapporto, avendo intrapreso quella cattiva strada quando era piccolo. Lei non gli ha mai parlato male di me, sono stato io a raccontargli la verità. Oggi, quando se la sente, mi aiuta in cucina perché non posso permettermi un sous chef, è venuto con me anche per il pranzo di Natale a Rebibbia”. Massimiliano, si può davvero ripulire la reputazione? “Non so se accada fino in fondo perché la società vive di pregiudizi. Anche se sei in carcere per fare beneficenza da persona libera, se magari hai certi tatuaggi qualcuno ti scambia per un detenuto. Vorrei poter fare di più per chi è dentro, magari qualche corso base in modo che qualcuno possa poi farne un lavoro. Per scacciare la voglia di tornare a compiere reati una volta fuori, bisogna dare delle alternative concrete. Ho voluto scrivere il libro soprattutto pensando ai ragazzi perché possano sapere che dietro certe azioni ci sono delle conseguenze che ricadono su di te e sulle persone che ti sono accanto. Non so cosa vorrà fare mio figlio Gabriele ma spero che non debba pagare il prezzo di avere un padre con precedenti penali”. Lunedì 15 dicembre è nato il suo secondo figlio, Francesco, tanto voluto da lei e sua moglie Federica. Che valore ha? “Non l’ho ancora realizzato, è stato molto emozionante essere accanto a lei in sala parto. Sono contento che anche Gabriele sia vicino al fratellino”. Che paura ha adesso? “Con l’avvocato, attendevamo il calcolo del cumulo di pena da scontare. È arrivato il conteggio: 4 anni e 1 giorno. Ecco per quel solo giorno in più potrebbero decidere che debba tornare dentro. Ho paura di lasciare tutto, non vedere il piccolino muovere i primi passi, non stare accanto alle scelte di Gabriele, perdere il ristorante. Ho fatto un percorso terapeutico, lavoro nelle cucine da più di dieci anni, coi sacrifici di tutti abbiamo costruito ciò che c’è ora e mi auguro che questo valga per chi dovrà decidere”. “La mia utopia? Abolire il carcere e aiutare i migranti”. Intervista a Valeria Verdolini di Francesco Barana addeditore.it, 8 gennaio 2026 “Abolire l’impossibile. Le forme della violenza, le pratiche della libertà”. C’e? ancora spazio, in questi nostri tempi oscuri, per il pensiero utopico? Valeria Verdolini sostiene che fare utopia serve soprattutto a organizzare la speranza in forme praticabili. Questo libro è la storia di un’utopia, uno spazio di prova, un laboratorio mentale in cui diventano pensabili possibilità che ancora non esistono. Utopia come metodo per indicare una strada poi realisticamente percorribile, prendendo in prestito Franco Basaglia (“Con cui sento di avere un debito culturale”) e il suo “Utopia della realtà”. Verdolini, lei scrive che la nostra società è caratterizzata da forme di violenza sistemica, visibili e invisibili. Quali sono? La violenza fisica è visibile. Ma poi ci sono strutture simboliche di violenza come il razzismo, il patriarcato, le forti diseguaglianze di reddito, di accesso abitativo o alle cure e alla salute. Queste forme di violenza “invisibili” condizionano la società perché organizzano il sapere, creano il pregiudizio nella lettura dei fenomeni e determinano i comportamenti. Nel libro indica una via “utopistica” per affrancarsene… Parto dal concetto di “rovesciamento” elaborato da Franco Basaglia e dal gruppo di Trieste, inteso come ritorno delle istituzioni alla loro funzione dichiarata, e non a quella svolta de facto. Basaglia la applicava ai manicomi, io allargo il ragionamento: si tratta di abolire attenzione abolire e non riformare - le strutture dell’oppressione, che legittimano lo squilibrio che c’è nelle relazioni sociali e nelle gerarchie umane. Quali sono secondo lei? Il libro è diviso in due parti, una sulle abolizioni possibili, cioè quelle che si possono realizzare attraverso interventi legislativi. Quindi il carcere, la polizia e i confini. E l’altra sulle abolizioni impossibili, che richiedono un cambio di prospettiva culturale: il patriarcato, il razzismo, il concetto di proprietà, la guerra, la sicurezza intesa solo come ordine pubblico e non coesione sociale. Utopie, appunto… Utopia in senso etimologico significa “spazio altro”. Lo spazio attuale però è costellato da limiti, da forme di violenza e oppressione, di rapporta di forza iniqui e squilibrati. Funziona questo sistema? No, anzi negli ultimi decenni in Europa sono stati erosi diritti e welfare. Perché dunque non tentare un’altra strada? Peraltro nel libro indico soluzioni percorribili che in qualche modo già esistono. Per esempio? Propongo di abolire il carcere. Impossibile? In realtà già oggi esistono forme di pena differente. Un percorso che va sviluppato radicalmente perché la pena deve essere rieducativa e non segregativa. Sul fronte immigrazione lei però propone di liberalizzare visti e passaporti. Non le sembra fuori dalla realtà? Liberalizzando ridurresti le spese di viaggio dei migranti, ai quali in questo modo rimarrebbe qualcosa da parte per integrarsi da subito. Invece adesso arrivano qui senza soldi perché spendono tutto per pagare i trafficanti. Ed è l’indigenza a creare immediata marginalizzazione. I ceti popolari però vivono sulle loro pelle le conseguenze meno felici dell’immigrazione irregolare: insicurezza in primis, ma anche manodopera a basso costo e dunque concorrenza salariale al ribasso... Credo invece serva un cambio di pensiero. Una migrazione positiva contribuisce alla spesa pubblica e al Pil. E vanno trovate forme di coesistenza e relazione. La sicurezza va intesa non come ordine pubblico, ma come coesione sociale. Va allontanata l’idea della paura, dell’immigrato come predatore, della guerra tra poveri. Non trova il suo approccio massimalista, estremista? Non sono naif, ovviamente conosco la realtà. Ma il mio obiettivo da studiosa e da sociologa è creare discussione, indicare un percorso radicale. Penso sia necessaria la radicalità, serve un nuovo orizzonte, un cambio di paradigma. Nel libro, partendo dal post-colonialismo - e quindi dalla nascita del capitalismo - scrivo di come siamo arrivati a legittimare, nel sistema in cui viviamo, rapporti di forza squilibrati. La sua sembra un ‘utopia…socialista. Non crede sia stata superata dal tempo e della storia? In realtà ci troviamo in un’epoca di risacca, nella quale le diseguaglianze aumentano. Dal Dopoguerra in poi l’Europa ha vissuto decenni di benessere e si è ha dato per scontato che i diritti di ognuno fossero acquisiti. Invece sono stati erosi attraverso continui tagli a ciò che era il nostro modello: il welfare, lo stato sociale. Risultato? Rispetto a vent’anni fa si guadagna di meno, è più difficile accedere ai servizi e alle cure, e comprare o affittare una casa. Antisemitismo, la destra punta su Delrio. Tensione nel Pd di Andrea Carugati Il Manifesto, 8 gennaio 2026 Senato Incardinato il ddl dell’ex ministro. Schlein vuole un testo unitario dem entro metà gennaio. La maggioranza vuole spaccare le opposizioni. In arrivo anche una proposta del M5S. Graziano Delrio non arretra. Il suo disegno di legge contro l’antisemitismo ieri è stato ufficialmente incardinato in commissione Affari costituzionali in Senato, dove già erano presenti i testi di Lega, Fi e Iv. La commissione ha deciso che il 13 gennaio ci saranno altre sei audizioni di esperti, poi si vedrà come proseguire. Il Pd ha chiesto di sentire altri esperti, Iv con Ivan Scalfarotto preme per arrivare a un voto (almeno in commissione) prima del 27 gennaio, Giorno della memoria della Shoah. Nel Pd le acque non si sono calmate. Il capogruppo in commissione Andrea Giorgis spiega chela proposta ufficiale del Pd arriverà entro la prossima settimana: sarà preceduta da una riunione dei senatori dem, con l’obiettivo di arrivare a un’intesa che comprenda anche Delrio e la decina di senatori che hanno firmato il suo ddl. Ma, al di là della disponibilità al dialogo, tra i dem la discussione non è ancora partita e i punti di divisione sono numerosi, a partire dalla definizione di antisemitismo dell’Ihra (International Holocaust Remembrance Alliance), contestata anche da alcuni intellettuali di origine ebraica come Gad Lerner, Anna Foa e Carlo Ginzburg, ma adottata nel 2020 dal governo italiano presieduto da Giuseppe Conte. È chiaro che il gruppo Pd, presieduto da Francesco Boccia (che ha sconfessato il ddl Delrio) non vuole assolutamente che la nuova legge sia una delega al governo per il monitoraggio e il contrasto dell’antisemitismo, né vuole che la definizione Ihra possa essere la premessa per sanzionare chi critica il governo di Israele. Tra i dem c’è chi vorrebbe (Giorgis non lo esclude) includere nel ddl anche il contrasto a fenomeni come l’islamofobia. Ma il fronte Delrio non vuole commistioni: la legge deve occuparsi del contrasto all’antisemitismo che ha una sua “specificità” e sta crescendo in modo preoccupante. “Sono soddisfatto, per me l’importante era che partisse l’iter parlamentare, che iniziasse il confronto sul merito. Penso che ora sia necessario dare un segnale prima possibile; capisco chi dice che non si debba correre per non far male la legge, ma bisogna muoversi”, spiega Delrio dopo la riunione della commissione. A chi gli ha parlato, il senatore ha confessato di non aver ancora capito quali siano i capisaldi della proposta del Pd, né quale sia l’impostazione politica. “Io volutamente non ho inserito nel ddl elementi penali, temo che alla fine la destra vorrà colpire anche le opinioni legittime come le critiche al governo di Israele, come prevede il testo di Gasparri”, spiega al manifesto. Mentre i 5s con Alessandra Maiorino annunciano che anche loro presenteranno un ddl. E così farà anche Noi moderati. La possibilità che le destre convergano sul ddl Delrio come testo base, inviso alla maggioranza del Pd, a 5S e Avs, è reale. E a quel punto, nel centrosinistra, sarebbe il caos. I dem hanno una decina di giorni per trovare una sintesi. Ma c’è uno scoglio: Delrio e i suoi non vogliono archiviare la definizione dell’Ihra, “adottata da oltre 20 paesi europei”, ricorda uno dei firmatari. Ma Schlein ha dato un mandato: il nuovo ddl targato Pd deve portare le firme di tutti i senatori. E non apparire come un freno alle mobilitazioni propal. La battaglia si giocherà anche sui tempi. Il Pd non ha fretta, vuole che siano auditi sia la commissione Segre che l’osservatorio sull’antisemitismo di palazzo Chigi guidato da Paquale Angelosanto, per analizzare il lavoro fatto finora. Poi la commissione dovrà decidere se adottare un testo base (ipotesi preferita da Fi e Iv) tra uno di quelli già depositati, o se affidare a un comitato ristretto la stesura di un nuovo testo. Gasparri, di Forza Italia, ha detto che il traguardo del 27 gennaio non è realistico: “Ribadisco la contrarietà a legiferare sull’onda delle ricorrenze: le leggi devono essere approfondite e approvate quando il Parlamento lo ritiene opportuno, non per rispettare una data simbolica”. Walter Verini, uno dei firmatari del ddl Delrio, spiega che “ci sono le condizioni perché il Pd arrivi a una soluzione unitaria, perché la lotta all’antisemitismo è nel suo dna. Ma per arrivare a un’ampia maggioranza anche la destra deve rinunciare a proposte inaccettabili come le sanzioni penali che colpiscano le opinioni critiche verso Israele”. Migranti. Un “fatto sociale totale” e le nostre risposte di Gennaro Avallone Il Manifesto, 8 gennaio 2026 “Libertà di movimento. Nessuna persona deve morire di frontiere”, presto in libreria per Derive Approdi. Sono non meno di 35 mila i morti nel Mediterraneo che l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) ha contato dal 2014 al 2025. Nella medesima area geografica, a questi bisogna aggiungere i morti nel deserto e quelli nei campi di detenzione in Libia, oltre a quelli lungo i Balcani e a tutte le sofferenze patite nelle isole greche, in Turchia, in Tunisia, in Niger e in altri paesi di transito dalle persone che non possono lasciare quei territori a causa delle decisioni politiche dell’Unione Europea. Di fronte a questa enorme tragedia, che si ripete giorno dopo giorno, e non solo lungo le frontiere del Mediterraneo, ma anche in altre parti del mondo, è necessario chiedersi perché esse continuano a ripetersi e cosa si deve fare per interrompere questa deriva mortale. È questo il motivo per cui ho pensato a questo testo (“Libertà di movimento. Nessuna persona deve morire di frontiere”, Derive Approdi, prefazione di Jason W. Moore, in libreria dal 16/01, ndr): dopo avere partecipato alla ricerca e alla discussione accademica sulle migrazioni contemporanee negli ultimi quindici anni, sento sempre più difficile continuare questo tipo di lavoro senza interrogare le ragioni per cui le società e le istituzioni europee permettono che tanta sofferenza continui ad accumularsi, senza sosta, anzi, al contrario, con una diffusa ostilità verso le persone immigrate e, ancora di più, quelle potenziali richiedenti asilo. Siamo di fronte a un fallimento generale della politica migratoria europea e degli Stati nazionali, che nessuna istituzione vuole ammettere. Così come siamo dentro un fallimento etico e culturale delle società europee, capaci di dare accoglienza a milioni di persone in fuga dall’Ucraina, ma prive della volontà di fare altrettanto con chi proviene da altre guerre (come dalla Siria e dal Sudan) o regimi autoritari (ad esempio, da Egitto e Tunisia) o altre situazioni molto difficili dal punto di vista economico ed ecologico (come Nigeria e paesi del corno d’Africa). Questo fallimento viene attestato dai numeri dei morti, ma anche dal fatto che, nel mondo, l’ampia maggioranza delle persone in cerca di protezione non vivono in Europa, ma nei paesi limitrofi e, in ogni caso, in territori con livelli di reddito pro capite mediamente molto più bassi di quelli europei. Eppure, la percezione e il discorso politico dicono altro: ci parlano di invasione, emergenza migranti, arrivi senza sosta e, quindi, necessità di blocco, stop, difesa dei confini nazionali. Dopo anni e anni che questo dispositivo è stato azionato (paura dell’invasione e relative risposte di contrasto), nulla è cambiato in meglio: i morti sono continuati, gli arrivi attraverso rotte pericolose non si sono interrotti, la propaganda sull’invasione e sul pericolo-immigrazione di ampie parti della politica e di una parte della stampa non si è fermata. Di fronte a questo palese fallimento, la politica italiana ed europea delle migrazioni non cambia: continua a proporre politiche di blocco, attraverso gli accordi per il controllo delle frontiere con alcuni paesi africani e asiatici e ipotesi di sostegno allo sviluppo economico dei paesi di emigrazione, come se davvero le persone si fermassero nelle loro volontà di mobilità nella speranza di un po’ di crescita economica in un futuro indeterminato. Non funziona così. Le migrazioni non seguono queste logiche, per il fatto che esse sono fatte da molteplici logiche, da una pluralità di motivazioni e di decisioni non sempre, tra l’altro, tutte trasparenti e dicibili. Le migrazioni sono sempre molto di più di questioni economiche, lavorative o familiari: sono fatti complessi, che interessano la vita delle persone e dei loro affetti e non semplicemente il loro destino economico. Il sociologo algerino Abdelmalek Sayad, le definiva un fatto sociale totale. Anche per questa considerazione, il presente testo fornisce pochissime cifre, solo alcune utili a inquadrare il fenomeno in esame: esso fa propria la proposta della rete “We are not numbers” (Wann) a sostegno degli scrittori e delle scrittrici palestinesi, per la quale “quando il mondo parla dei palestinesi che vivono sotto occupazione e nei campi per rifugiati solitamente lo fa in termini di politica e numeri, in particolare soffermandosi su quanti sono uccisi, feriti, sfollati, senza casa e/o dipendenti dagli aiuti. Ma i numeri sono impersonali e spesso insensibili”. Mi rendo conto che - abituati ad anni di discorsi pubblici che hanno ridotto i processi migratori a una minaccia, a strumento utile o a un fatto umanitario verso cui mostrare pietà - è difficile pensare alla complessità dei processi migratori. Tuttavia, è con questo che il nostro mondo si confronta, con una potenza che anche la costruzione di processi di apartheid a livello regionale e globale non riesce a fermare: in un mondo in movimento - anche per via dei cambiamenti climatici e socioecologici - la mobilità spaziale delle persone è un fatto costitutivo. Certo, non tutti migrano (lo fa a livello internazionale meno del 3% della popolazione mondiale, in realtà), ma in tanti sono interni a questa prospettiva, come protagonisti diretti o indiretti (ad esempio, amici o familiari). Di fronte a questa complessità e a questo scarto tra risultati attesi e disastri conseguiti (ad esempio, in termini di morti nel Mediterraneo), la politica migratoria realizzata e proposta in Italia ed Europa si presenta in tutta la sua povertà. Essa si basa su una riduzione della realtà e dell’umanità che non può affrontare il fenomeno in corso: alla ricchezza delle migrazioni risponde la miseria della politica migratoria. Se non cambia radicalmente - prima di tutto, con la concessione dei visti e dei documenti per evitare i viaggi mortali e il superamento dell’idea del richiedente asilo come minaccia e dell’immigrato come ladro di risorse pubbliche o merce da sfruttare - questa politica non potrà che continuare ad alimentare nuove morti e nuove sofferenze. Stati Uniti. Agenti dell’Ice uccidono una donna a Minneapolis durante un’azione anti-migranti di Monica Ricci Sargentini Corriere della Sera, 8 gennaio 2026 Trump: “Ha sparato per autodifesa”. Uccisa una 37enne moglie di un leader di un movimento a difesa dei migranti. La versione della Homeland Security e il video che la smentirebbe. È accaduto di nuovo, a pochi isolati dal luogo in cui cinque anni fa George Floyd fu brutalmente soffocato da un poliziotto. La vittima questa volta non è afroamericana ma una donna bianca di 37 anni, uccisa durante un’operazione dell’Immigration and Customs Enforcement (Ice), dispiegato per ordine del presidente Donald Trump in diverse città americane contro l’immigrazione clandestina. Si tratterebbe, secondo i media americani, di Renee Nicole Good, cittadina americana madre di tre figli, originaria del Colorado. Un video diffuso sui social mostra alcuni agenti avvicinarsi a un’auto ferma in mezzo alla strada e ordinare alla conducente di scendere. Quando uno dei federali afferra la maniglia della portiera, il veicolo fa retromarcia e poi avanza. Un altro agente, posizionato davanti all’auto, estrae l’arma e spara a bruciapelo tre colpi. Il suv si schianta contro una vettura parcheggiata e colpisce un palo della luce. La donna, ferita al volto, muore in ospedale. Sull’accaduto ci sono due versioni agli antipodi. La portavoce del Dipartimento per la Sicurezza Interna, Tricia McLaughlin, ha affermato che la sparatoria è avvenuta dopo che dei “rivoltosi” hanno ostacolato gli agenti e una donna ha tentato di “investire” le forze dell’ordine. Dello stesso avviso la potente ministra della Homeland Security Kristi Noem che ha parlato di un atto di “terrorismo interno”. E anche il presidente Trump, in serata, ha avallato questa ricostruzione: “Ho visto il video, è orribile da guardare - ha detto -. La donna alla guida dell’auto era molto turbolenta, ostacolava e opponeva resistenza, e poi ha investito violentemente, volontariamente e brutalmente l’agente dell’Ice, che sembra averle sparato per legittima difesa”. Il presidente ha, poi, accusato “la sinistra radicale” di minacciare e prendere “di mira quotidianamente i nostri agenti delle forze dell’ordine e dell’Ice. Stanno solo cercando di fare il loro lavoro: rendere l’America sicura”. Ma il sindaco di Minneapolis, Jacob Frey, smentisce nettamente questa versione e accusa senza mezzi termini le autorità federali di “spacciare la sparatoria come un atto di autodifesa”: “Avendo visto il video personalmente, voglio dire a tutti direttamente che è una str... - ha detto durante una conferenza stampa -. Si è trattato di un agente che ha usato sconsideratamente la forza, causando la morte di una persona”. È d’accordo anche il governatore del Minnesota, Tim Walz, ex candidato alla vicepresidenza con Kamala Harris, che ha definito l’amministrazione Trump una “macchina propagandistica” per aver parlato di terrorismo interno. Rivolgendosi direttamente a Noem e Trump, Walz ha poi detto: “Questa tragedia era totalmente evitabile. Avete fatto abbastanza, non abbiamo bisogno di ulteriori aiuti da parte del governo federale”. Un invito a lasciare la città lanciato anche dal sindaco: “Andatevene da Minneapolis. Non vi vogliamo qui”. Ma gli agenti rimarranno dove sono. Lo ha assicurato via email al Washington Post la stessa McLaughlin. I dettagli sono ancora frammentari e nessuna delle due versioni è stata confermata in maniera indipendente. La deputata Ilhan Omar, democratica e prima somalo-americana eletta alla Camera Usa - che Trump ha definito “spazzatura come i suoi amici” - ha descritto la vittima come una “osservatrice legale” dell’operazione dell’Ice che ha mobilitato in città oltre 2000 agenti federali. Intanto nella zona della sparatoria si sono radunati centinaia di manifestanti per protestare contro l’accaduto. Minneapolis è l’ultimo bersaglio della campagna dell’amministrazione Trump che ha inviato agenti dell’Ice e la Guardia Nazionale nelle città e negli Stati a guida democratica per arrestare gli immigrati irregolari. Finora almeno cinque persone sono morte tra cui Silverio Villegas-Gonzalez ucciso a settembre nell’area di Chicago. Minneapolis e la città gemella St. Paul sono in stato di allerta da quando, mercoledì scorso, il Dipartimento per la Sicurezza Interna ha annunciato l’avvio dell’operazione legata in parte ad accuse di frode che coinvolgono residenti di origine somala e che hanno indotto Walz a non ripresentarsi per un nuovo mandato. Secondo i pm miliardi di dollari sarebbero stati rubati da sussidi sanitari finanziati a livello federale e da un programma Covid-19 negli ultimi anni. Il Minnesota ospita la più grande popolazione somala degli Stati Uniti, un gruppo che Trump a dicembre ha detto di non volere più nel Paese. Venezuela. Tempi incerti per la liberazione di Trentini. Rodríguez allenta restrizioni carcerarie di Estefano Tamburrini Il Fatto Quotidiano, 8 gennaio 2026 La famiglia ha chiesto di rispettare “la consegna del silenzio” per non compromettere la scarcerazione di Alberto. Le aperture della presidente ad interim contestate da ministro dell’Interno, Diosdado Cabello. La Farnesina naviga a vista mentre un gruppo di senatori americani assieme ad una Ong cerca di ottenere un elenco affidabile dei prigionieri detenuti a Caracas. Sulla scrivania di Delcy Rodríguez, presidente ad Interim del Venezuela, spunta già il dossier che comprende detenuti politici, ostaggi e prigionieri stranieri reclusi nelle carceri venezuelane. Presenti anche gli italiani: Alberto Trentini, 46 anni, operatore umanitario, senza accuse, Biagio Pilieri, 60 anni, giornalista, incriminato senza prove di terrorismo e tradimento alla Patria, e Daniel Echenagucia, 47 anni, imprenditore, nella stessa situazione di Pilieri. Tutti reclusi senza motivo, da circa un anno e mezzo: psiche provata, chili persi, salute compromessa. Trentini, Pilieri ed Echenagucia non avrebbero mai dovuto entrare in cella. Lo sa Rodríguez, che ha seguito di persona lo scambio di prigionieri Usa-Venezuela-El Salvador andato in porto a luglio. Anche allora sarebbe bastata una telefonata, almeno per riportare a casa Alberto. Ma non è mai arrivata. Nelle ultime ore si è parlato anche di altri detenuti, ma non tutti loro sono prigionieri politici. Mario Burlò, imprenditore torinese, era a Caracas perché fuggiva dalla giustizia italiana. Luigi Gasperin, petroliere, è stato detenuto nei locali della sua ditta “Tecnica petrolera Wlp C.A” - che aveva collezionato 60 appalti con Pdvsa - durante un blitz dai contorni poco chiari. Il fattore comune: violazione dei diritti processuali e delle libertà fondamentali. Tuttavia è azzardato definire “prigionieri politici” Burlò e Gasperini. Invece il titolare della Farnesina, Antonio Tajani, non esita a chiamarli così, creando ulteriore confusione in una situazione assai delicata. Preoccupa anche l’inconsistenza dei numeri, che - stando alle dichiarazioni del ministro - cambiano da una settimana all’altra: dalla decina ai ventotto di ieri. Parte così la sgomitata per i rilasci, complici alcuni legali, pronti a cavalcare l’onda mediatica venezuelana. Al punto che la famiglia Trentini e la loro avvocata, Alessandra Ballerini, hanno diffuso una nota chiedendo “a tutti di rispettare la consegna del silenzio indicata da Palazzo Chigi ed evitare qualsiasi strumentalizzazione”, poiché “ogni parola sbagliata può compromettere la liberazione di Alberto” in queste giornate di “angoscia e speranza” per le sorti del cooperante. Ma la verità è un’altra. Nessuno, neppure la Farnesina, ha piena cognizione di quanti siano i prigionieri, politici e stranieri, reclusi in Venezuela. L’unica vera mappatura è partita nelle ultime ore: un gruppo di senatori americani repubblicani, su incarico dell’amministrazione Trump, ci lavora insieme all’Ong “Justicia, Encuentro y Perdón”, tra i pochi interlocutori affidabili in circolazione. “In passato l’incarico era stato affidato all’oppositrice Machado, ma il suo team consegnava relazioni incomplete, in ritardo e con dati inesatti. È capitato più volte, poi Trump ha perso la pazienza”, dice una fonte delle opposizioni venezuelane a Ilfatto.it, aggiungendo: “A un certo punto gli americani hanno preferito fare da sé, con buoni risultati”. Martedì lo stesso Trump ha annunciato la chiusura di un “centro di torture in pieno centro di Caracas”, facendo riferimento all’Helicoide, il penitenziario gestito dal Servizio bolivariano d’Intelligence (Sebin) e nel quale, poche settimane fa, è morto l’ex-governatore di Nueva Esparta Alfredo López. La decisione è stata raggiunta di comune accordo con Rodríguez, in mezzo alle conversazioni sul petrolio e sul ritorno degli investimenti Usa. Altro segnale di apertura è stato lanciato dal Ministero per il potere penitenziario, come si legge su un documento condiviso con Ilfatto.it: da mercoledì a venerdì i prigionieri de El Rodeo I - anche Trentini, con ogni probabilità - possono chiamare regolarmente i loro familiari. Accadrà anche la settimana prossima. Cade inoltre il divieto sull’introduzione di alimenti nel penitenziario. L’unico ostacolo alle aperture di Rodríguez è il ministro dell’Interno, Diosdado Cabello, contrario alla linea di dialogo della presidente in carica. Le aperture ne El Rodeo I hanno infatti smentito la sospensione delle visite ai prigionieri, annunciata poche ore prima da Cabello. “Sempre leali, mai traditori”, è il nuovo grido del numero due, insieme ai militari, pronto al braccio di ferro con la nuova presidente. Il clima interno resta teso: è in corso lo stato d’eccezione con decine di arresti a chiunque “sostenga” e “promuova” l’intervento militare Usa nel Paese. Ci vanno di mezzo anche i giornalisti. Ma a prevalere, per ora, è la linea dialogante dell’ex-diplomatica, che vanta a sua volta il sostegno condizionato dell’amministrazione Usa. La speranza trova spazio là dove il governo in formazione prevede la nomina di una figura incaricata di verificare, caso per caso, i detenuti da rilasciare prossimamente. Anche grazie al petrolio.