È ora di un indulto differito per salvare il carcere e la società Il Foglio, 7 gennaio 2026 Dalla drammaticità del sovraffollamento nasce una proposta di clemenza “preparata e accompagnata”. Un modo per recepire il grido di dolore che si alza dalle nostre carceri. La drammaticità della situazione carceraria impone soluzioni nuove, originali e realistiche, raccogliendo gli appelli accorati di Papa Francesco, di Papa Leone, del presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il grido di dolore del mondo penitenziario. La proposta di un indulto “differito” maturata in seno al convegno “Il diritto alla speranza nel cinquantennale dell’Ordinamento penitenziario, nell’anno del Giubileo della Speranza e nel triduo del Giubileo dei Detenuti” intende coniugare responsabilità, sicurezza, speranza, clemenza e prevenzione. Un indulto “secco”, infatti, rischia di non risolvere i problemi ed aumentare le criticità, laddove un indulto “preparato ed accompagnato”, con la previsione di una efficacia differita di tre/sei mesi, consentirebbe l’attuazione del trattamento penitenziario del dimittendo e dell’assistenza postpenitenziaria. E’ fondamentale dunque dare continuità e consolidare il percorso riabilitativo avviato in carcere con la presa in carico fuori dal carcere da parte del servizio sociale dell’Uepe e l’inserimento nel circuito istituzionale del Consiglio di aiuto sociale, del Comitato per l’occupazione e degli Istituti di giustizia riparativa, con il coinvolgimento delle competenze istituzionali e finanziarie degli Enti pubblici territoriali, della Cassa delle Ammende e delle risorse aggiuntive del terzo settore mediante l’offerta di posti di lavoro, di borse-lavoro, di corsi di formazione professionale, di progetti di serio volontariato, di percorsi di riparazione, mediazione e riconciliazione, in un’ottica di giustizia di comunità. Ciò fa sì che l’alternativa al carcere non sia il degrado personale, familiare e ambientale seguito dalla recidiva con il ritorno in carcere, ma il progetto di restituzione sociale con la conquista meritata della vera libertà. Illustrando nel maggior dettaglio il significato ed il contenuto della proposta, occorre specificare che l’indulto “differito”, in quanto tale “preparato ed accompagnato”, sia altresì rinunciabile da parte dell’interessato (secondo il principio generale ed al fine di evitare la brusca interruzione di percorsi penitenziari e/o di esecuzione penale esterna), con la previsione di reati ostativi (la cui individuazione non può che rimettersi interamente alle scelte di politica legislativa) e della clausola di ostatività della sottoposizione a misure di sicurezza detentive. (…) Nello storico messaggio alle Camere dell’8.10.2013 del Presidente Giorgio Napolitano sulla questione carceraria dopo la sentenza Torreggiani si invocava proprio un “indulto accompagnato”: “Ritengo necessario che - onde evitare il pericolo di una rilevante percentuale di ricaduta nel delitto da parte di condannati scarcerati per l’indulto, come risulta essere avvenuto in occasione della legge n. 241 del 2006 - il provvedimento di clemenza sia accompagnato da idonee misure, soprattutto amministrative, finalizzate all’effettivo reinserimento delle persone scarcerate, che dovrebbero essere concretamente accompagnate nel percorso di risocializzazione”. Si aggiunga, inoltre, che l’indulto, istituto di rango costituzionale, non può essere aprioristicamente delegittimato in quanto tale, ma va reso funzionale al circuito ordinamentale ordinario ed al bisogno di sicurezza della collettività. A seconda della scelta dell’entità dell’indulto (rimessa alla politica legislativa) varierà l’impatto sul sovraffollamento e sul tempo in cui il sistema penale, processual-penale e penitenziario potrà respirare per riprogettare e mettere in campo le necessarie misure strutturali al fine di evitare il riprodursi dei fenomeni degenerativi attuali e di prevenire possibili nuove condanne in sede europea. Come scrisse il beato Padre Pino Puglisi, Martire della mafia, nella sua lettera di Natale agli amici del quartiere Brancaccio di Palermo detenuti presso il carcere Ucciardone: “…e vorremmo che, quando sarete finalmente liberi, questo contatto continui nel centro di accoglienza, perché riteniamo che, incontrandoci e parlandoci, si possano creare le condizioni di spirito per vivere con quella serenità necessaria per affrontare in maniera diversa le difficoltà della vita. Serenità che porterebbe senz’altro la pace oltre che a voi, anche alle vostre famiglie”. Simone Alecci, Sergio Belardinelli, Umberto Curi, Cesare Di Pietro, Luciano Eusebi, Antonietta Fiorillo, Fabio Gianfilippi, Rossella Giazzi, Cosimo Giordano, Filippo Giordano, Franco Maisto, Luigi Manconi, Pasquale Mangoni, Nicola Mazzamuto, Massimo Naro, Gianni Pavarin, Bernardo Petralia, Carlo Renoldi, Bartolomeo Romano, Mario Serio, Nunziante Rosania, Gianni Rossi, Vittorio Trani Carcere, la rieducazione come diritto-dovere di Michele Passione* Il Manifesto, 7 gennaio 2026 Alla fine del 2025 la Corte costituzionale ha depositato quattro sentenze di grande importanza, tra cui la numero 201 relativa alla liberazione anticipata. Con questa pronuncia, la Corte ha ripristinato il potere/dovere del magistrato di sorveglianza di valutare le istanze di liberazione anticipata presentate dal detenuto, anche se in queste non è menzionato uno specifico interesse all’ottenimento del beneficio richiesto: requisito previsto, a pena inammissibilità, dalle recenti modifiche apportate all’articolo 69 bis, comma 3 ordinamento penitenziario, dal decreto legge 92/2024, convertito con legge 112/2024 e dal recentissimo Decreto del presidente della Repubblica 176/2025, pubblicato nelle more del deposito della sentenza. Il giudice delle leggi ha considerato recessiva l’affermata finalità deflattiva sottesa al Dl 92/2024, richiamando in proposito la propria sentenza numero 276/1990. La Corte aveva già valorizzato la liberazione anticipata quale “punto di forza dello strumento rieducativo”, un “premio da cogliere in breve lasso di tempo” per lo “sviluppo di un diverso modo di essere, conseguente alla soddisfazione per i risultati raggiunti e alla fiducia acquisita nelle forze del proprio impegno”. Si può diversamente opinare sull’utilizzo del termine premio, perché più acconcio parrebbe valorizzare la sentenza numero 17/2021 (che in effetti la Corte richiama), circa “l’importanza d’una tempestiva valutazione del comportamento tenuto dal condannato dai periodi iniziali della sua detenzione, affinché si consolidino stabili atteggiamenti di partecipazione all’offerta rieducativa”. Premiare qualcuno offre infatti un’idea infantilizzante e verticale di una relazione, che invece va intesa quale sinallagma valoriale; conoscere, per riconoscere un cambiamento. Non solo; con la sentenza 201 la Corte evidenzia il “collegamento forte tra il diritto al reinserimento sociale e il principio di eguaglianza sostanziale di cui all’articolo 3 comma 2 Costituzione”, la “concreta utopia” di cui parlava Lelio Basso, che impone alla Repubblica di approntare ogni strumento per superare condizioni di sfavore, dovendosi intendere anche “le strutture di esecuzione della pena” quali “formazioni sociali ai sensi dell’articolo 2 della Costituzione, all’interno delle quali la garanzia dei diritti inviolabili dovrebbe essere funzionale a consentire forme di realizzazione della personalità paritarie rispetto alle persone libere”. Come si vede, dalle affermazioni della Corte si ricava una concezione dell’uomo e della limitazione della libertà personale sideralmente distante dal buttare la chiave che contraddistingue l’idea ispiratrice della compagine di governo. Non è solo il detenuto, ma prima ancora lo Stato, a dover fare la sua parte. A confutare l’obiezione che la novella abbia comportato anche l’introduzione del comma 10 bis all’articolo 656 codice di procedura penale, con onere del pm di indicare nell’ordine di esecuzione il fine pena virtuale, in caso di concessione della liberazione anticipata, la Corte richiama infatti l’importanza di una valutazione periodica e frazionata, semestre per semestre, atta a sostenere e incentivare - quale “potente stimolo” - l’obiettivo costituzionale della rieducazione, inteso quale diritto per il detenuto e dovere per lo Stato, per il contenuto ontologico che la potestà punitiva, e conseguentemente la pena, assumono nel sistema. Al messaggio se fai il bravo uscirai prima la Corte ritiene preferibile, e coerente coi precedenti, un costante cammino di verifica, che possa consentire agli attori del percorso detentivo di restituire il senso cui la pena deve tendere. La Corte ha giustamente valorizzato i precedenti richiamati, rafforzando ulteriormente l’idea che avere cura - e la parola stessa, per l’etimo che la contraddistingue - significhi anche avere coraggio, e agire con cuore, senza paura dei tempi che corrono. *Avvocato Anno nuovo, vita vecchia: senza scorte e senza diritti di Gianni Alemanno e Fabio Falbo Il Dubbio, 7 gennaio 2026 L’anno nuovo è arrivato, molti rappresentanti istituzionali sono venuti a trovarci, ma la vita qua dentro è quella vecchia di persone detenute senza diritti. E la causa di questo non è chissà quale disegno repressivo e securitario. No, è la banalità di una burocrazia che non regge il peso di carceri sovraffollate e senza personale, ma non vuole neppure ammetterlo. Questa banalità burocratica si chiama “mancanza di scorte”. Per mancanza di scorte non viene tutelato il diritto fondamentale alla salute garantito dall’art. 32 della Costituzione: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti”. Accade ad Antonio, di 88 anni, che aspetta diverse visite esterne che sono state più volte soppresse, da anni, non da mesi. Accade a Roberto, 78 anni, che non può curarsi gli occhi nonostante stia perdendo la vista. Accade a Ciro, 33 anni, che ha mani e piedi ridotti in condizioni preoccupanti, ma che non riesce a sapere se ha una “normale” sindrome di Raynaud o una molto più preoccupante dermosclerosi, che può avere gravi e permanenti effetti invalidanti. Accade a un numero rilevante di persone detenute di non essere curate in carcere per mancanza di strutture adeguate e di non potersi curare negli ospedali esterni perché, quasi sempre all’ultimo minuto, saltano visite e terapie per “mancanza di scorte” disponibili. Ma la burocrazia, invece di essere la prima a denunciare questo problema, nega l’evidenza. Prima di Natale è venuta a visitare il nostro reparto l’onorevole Pina Picierno che, dopo una serie di testimonianze di persone detenute, ha dovuto ascoltare una vicedirettrice - che l’accompagnava nonostante non fosse del nostro reparto - affermare, anche alzando la voce, che le scorte per gli eventi d’urgenza erano sempre disponibili. Peccato che ci sono state diverse persone detenute che non sono state trasferite nei presidi ospedalieri di riferimento per effettuare dialisi, chemioterapia o altre cure salva vita. Oltre ai problemi sanitari, ci sono anche i drammi della vita. Alessandro, persona detenuta qui nel nostro reparto, aveva chiesto un permesso di necessità il 15 dicembre per andare a trovare la mamma Graziella ricoverata in fin di vita presso l’ospedale di Formia. Il Giudice di Sorveglianza concede e rende esecutiva l’autorizzazione il 23 dicembre, ma, nonostante le rassicurazioni date, abbiamo assistito increduli alla non ottemperanza dell’ordinanza, per “mancanza di scorte”, anche dopo la morte della mamma in ospedale, avvenuta il 2 gennaio. Solo oggi, 4 gennaio, venti giorni dopo la prima richiesta, la scorta è arrivata per portare Alessandro ai funerali della madre. Anche il Magistrato di Sorveglianza, nell’ordinanza in cui concede questo nuovo permesso per “gravi motivi familiari”, chiede alla Direzione di sapere per quali ragioni non è stata data attuazione alla precedente autorizzazione del 23 dicembre. Abbiamo assistito per giorni ai pianti e alla disperazione di Alessandro. Voi pensate che vi sia stato un colloquio per scusarsi, un psicologo o educatore che tentasse di giustificare questa mancanza, cercando alleviare il dolore? No, c’è stato solo qualche agente della Penitenziaria che, impietosito, gli ha fatto di sua iniziativa le condoglianze. Tutte le personalità istituzionali che sono venute qui al reparto sono rimaste incredule nel vedere come viene “stoccato il materiale umano” in celle fatiscenti, mentre per il sovraffollamento altre persone sono detenute non in celle ma in salette senza l’abitabilità e senza armadietti, perché queste salette prima erano gli ambienti dedicati alla socialità. Così, quando queste personalità sono accompagnate da una dirigente che si affanna a minimizzare le criticità, c’è da domandarsi se si voglia veramente affrontare i problemi, che non sono solo nostri ma anche degli agenti della Penitenziaria, costretti a turni massacranti in un ambiente degradato. E dobbiamo ricordare che queste personalità non sono venute in carcere in visita turistica, ma per esercitare un ben preciso compito di ispezione previsto dall’Ordinamento. Oltre al Magistrato di Sorveglianza e alle personalità istituzionali, anche il Garante dei Diritti dei Detenuti della Regione Lazio, professor Anastasia, nel suo rapporto annuale ha sottolineato la preoccupante soppressione delle scorte per il trasferimento delle persone detenute negli ospedali, o presso le chiese e i cimiteri per l’ultimo saluto ai propri cari. Ci sarà un modo per uscire da questa situazione? Il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria non potrebbe chiedere aiuto alle altre Forze dell’Ordine per potenziare, almeno provvisoriamente, il servizio scorte per le persone detenute? Se una volante della Polizia o una gazzella dei Carabinieri può portare qui una persona appena arrestata, perché non potrebbe, in situazioni di emergenza, accompagnarla anche in un ospedale o in una Chiesa? Noi pensiamo che un pubblico ufficiale, soprattutto se è un dirigente, dovrebbe sempre denunciare, o comunque non nascondere, le condizioni insostenibili che è costretto ad affrontare e a gestire. Deve farlo perché il suo primo compito non è quello di coprire le insufficienze della politica o della scala gerarchica, il suo primo compito è quello di tutelare i diritti dei cittadini, anche se sono detenuti. Stiamo dicendo una cosa sbagliata? "Carceri come discariche umane", il Sindacato di polizia penitenziaria ora chiede una rivoluzione di Lucia Olivieri L'Edicola del Sud, 7 gennaio 20'26 "Rispettiamo la Costituzione anche dietro le sbarre, dando cure vere ai tossicodipendenti e riducendo i suicidi". "Le carceri italiane sono diventate discariche umane dove buttare pazzi e tossicodipendenti". Non usa mezzi termini Federico Pilagatti, segretario nazionale del Sappe, sindacato autonomo di polizia penitenziaria, nel denunciare una situazione al collasso. Dopo la chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari (Opg), migliaia di detenuti con problemi psichiatrici o dipendenze finiscono dietro le sbarre senza assistenza specialistica adeguata: "Al massimo gocce per dormire o metadone, a causa di un sistema sanitario in default, che non cura nemmeno i cittadini liberi". Questi soggetti, spiega Pilagatti, diventano preda dei boss carcerari: "Per una dose o sigarette compiono violenze su compagni o aggressioni agli agenti. Il risultato? Suicidi alle stelle, quasi sempre tra chi ha queste patologie". Il Sappe punta il dito contro le Rems, i nuovi presidi per malati psichiatrici: "Totalmente fallite, insufficienti e mal gestite dalle Regioni. Serve un ripensamento urgente: riaprire gli ospedali psichiatrici giudiziari con i correttivi del caso". Per i giovani tossicodipendenti autori di microcriminalità – "scippi e furti che terrorizzano le città" – Pilagatti propone il trasferimento immediato in comunità terapeutiche: "Un dovere morale per salvare una generazione dalla delinquenza". Altro nodo esplosivo, i detenuti stranieri, quasi il 30% del totale e in crescita: "Una volta condannati, espulsi subito verso i paesi d’origine. Molti stati civili lo fanno: perché non noi?". Il sindacato critica la politica divisa: "Da un lato condoni, dall’altro "tutti dentro". Serve unità per risolvere il sovraffollamento vero, non ideologia". Citando Voltaire – "la civiltà si misura dalle condizioni delle carceri" – Pilagatti lancia l’appello: "Rispettiamo la Costituzione anche dietro le sbarre, dando cure vere e riducendo i suicidi". Una sfida urgente per il 2026. Intesa Sanpaolo e il sostegno al lavoro che “apre” le carceri e regala un futuro di Chiara Pelizzoni Famiglia Cristiana, 7 gennaio 2026 Da questa convinzione nasce l’impegno del gruppo bancario che sostiene la Scuola di Edilizia promossa dalla Fondazione Don Gino Rigoldi nel carcere milanese di Opera oltre a numerosi altri progetti delle case circondariali italiane. Una finestra sul mondo, un ponte oltre le sbarre, una strada verso la libertà e il riscatto sociale: questo rappresenta il lavoro per chi è in carcere. I numeri parlano chiaro: la recidiva nei ventimila carcerati che hanno un contratto di lavoro è del 2%, contro il 70% stimato sull’attuale popolazione carceraria (dati Cnel). Don Gino Rigoldi, per 50 anni cappellano del carcere minorile Cesare Beccaria a Milano e presidente del Comitato di Garanzia della Fondazione che porta il suo nome, lo sa e ha deciso di promuovere - all’interno della casa circondariale di Opera - la Scuola di Edilizia, in collaborazione con Assimpredil Ance, Umana, le organizzazioni sindacali del settore edile Feneal Uil, Filca Cisl, Fillea Cgil e la scuola edile di Esem-Cpt, sostenuta da Intesa Sanpaolo. “Un’iniziativa che è un passo verso la piena attuazione dell’articolo 27 della nostra Costituzione: i detenuti hanno ora la possibilità di costruire il proprio futuro in un percorso che inizia all’interno del carcere e, grazie all’applicazione dell’articolo 21 dell’Ordinamento penitenziario, si conclude nella società civile con un lavoro che significa dignità, in grado di fornire i mezzi per realizzare un nuovo progetto di vita”. Un progetto che è la risposta a un bisogno fondamentale per il reinserimento sociale delle persone detenute: il lavoro e, in particolare, il lavoro esterno. I beneficiari sono i detenuti di Opera in possesso dei requisiti di legge per uscire dal carcere per motivi di lavoro (art. 21). L’obiettivo: favorire il loro reinserimento sociale, già durante il periodo di carcerazione, grazie alla formazione professionale e al lavoro esterno in applicazione sempre dello stesso articolo. Il progetto prevede l’organizzazione di nove cicli formativi nell’arco di tre anni e al termine delle attività per facilitare l’inserimento lavorativo dei detenuti. Per assicurare la tenuta dei candidati e favorire la loro integrazione, è previsto, infine, un accompagnamento educativo durante tutta la formazione e il tutoraggio nei primi mesi di lavoro. Intesa Sanpaolo, attraverso la struttura Intesa Sanpaolo per il Sociale dell’area Social Impact guidata da Paolo Bonassi, ha scelto di realizzare con i suoi formatori programmi gratuiti di orientamento, mirati a sviluppare soft skill, consapevolezza, autonomia e competenze spendibili nel mercato del lavoro che affiancano le conoscenze tecniche attraverso laboratori esperienziali con strumenti indispensabili per il reinserimento professionale. Opera è solo uno dei progetti che rientrano nell’ambito del programma di contrasto alle disuguaglianze promosso dal Consigliere delegato e Ceo Carlo Messina. Intesa Sanpaolo agisce sull’Istituto penitenziario Due Palazzi di Padova e su quello Icatt di Eboli. Dal 2020 abbraccia il programma Aiutare chi Aiuta / Giustizia con Misericordia con Caritas italiana; sostiene Golden Links, iniziativa di economia circolare che coinvolge 25 istituti penitenziari per la realizzazione di indumenti nuovi destinati a famiglie in difficoltà; con Wefree Dentro porta il teatro sociale nel carcere minorile di Bari; supporta i laboratori penitenziari Metamorfosi a Bollate, Monza e Napoli per la costruzione di strumenti musicali con il legno delle imbarcazioni dei migranti; ma anche Benu nella sezione femminile di Rebibbia, promosso da Fondazione Severino e Fondazione Pastificio Cerere, e il progetto Fenixs nel carcere di Bollate mettendo a disposizione migliaia di dispositivi informatici dismessi, rigenerati da detenuti formati e assunti dall’impresa sociale, creando così occupazione qualificata all’interno degli istituti stessi. “Crediamo che dignità, formazione e lavoro siano leve decisive per ridurre la recidiva e costruire comunità più sicure”, afferma Paolo Bonassi, Chief Social Impact Officer Intesa Sanpaolo, “con iniziative come Scuola di Edilizia a Opera e molti altri progetti negli istituti penitenziari di tutto il Paese, Intesa Sanpaolo offre ai detenuti un’opportunità concreta di riscatto che permette loro di esprimere il proprio potenziale. Non vogliamo offrire solo risposte a bisogni immediati, puntiamo ad avere effetti trasformativi di lungo periodo mettendo in rete istituzioni, imprese e Terzo settore”. Riforma della giustizia: non c’è ancora una data per il referendum, ma si accende lo scontro di Natale Labia L’Edicola del Sud, 7 gennaio 2026 Non c’è ancora una data ufficiale, ma il clima politico è già incandescente. Lo scontro sul referendum confermativo per la riforma della giustizia è iniziato. A incendiare le polveri è stato un video del comitato per il No nei luoghi di grande transito pedonale, come le stazioni e gli aeroporti cui si sostiene che con la riforma i “giudici dipenderanno dalla politica”. La replica dei sostenitori del Sì non si è fatta attendere. Giorgio Mulè, vicepresidente della Camera (Fi), ha tuonato definendo il video “la madre di tutte le menzogne”. Sulla stessa linea Antonio Di Pietro, tra i fondatori del fronte del Sì, che ha liquidato l’iniziativa come “ingannevole”. Intanto, archiviate le festività e incassata la Legge di Bilancio, i partiti puntano dritti alle urne. Con ogni probabilità, la campagna elettorale si chiuderà alla fine di marzo. Tuttavia, la data resta un’incognita: il fronte del No ha già minacciato ricorsi legali qualora il Governo decidesse di accelerare tempi delle votazioni. Mentre tra i sostenitori del Sì sono i berluscones quelli più attivi. In tutte le regioni stanno predisponendo un fitto calendario di appuntamenti. L’obiettivo è rivendicare l’identità del provvedimento, definito dal sottosegretario alla Giustizia Francesco Paolo Sisto come una riforma “voluta e approvata nel nome di Silvio Berlusconi”. Sisto, tra i padri del testo licenziato dopo le due letture per ramo, sarà uno dei volti della campagna per spiegarne le innovazioni strutturali e cioè la Separazione delle carriere tra magistrati inquirenti e giudicanti e lo sdoppiamento del Csm con due organi distinti, uno per la pubblica accusa e uno per i giudici delle sentenze. Parallelamente, prosegue la raccolta firme dei contrari alla riforma. Un’iniziativa che il ministro Nordio, definisce “superflua poiché il referendum c’è già”. Tuttavia, il raggiungimento delle 500mila firme avrebbe un peso importante e potrebbe forzare uno slittamento del voto, offrendo ossigeno ai comitati del No che, al momento, i sondaggi danno come sfavoriti. Referendum Giustizia, la sfida tra i magistrati: ecco tutti i nomi degli schieramenti tra le toghe di Virginia Piccolillo Corriere della Sera, 7 gennaio 2026 Il procuratore aggiunto Cascini sostiene il “No” alla riforma con la gip Maccora. L’ex procuratore della Cassazione Salvato passa al “Sì”. C’è chi dice No. Ma c’è anche chi dice Sì. E, via via che si avvicina il referendum sulla riforma Nordio - in data ancora da fissare dopo il 15 marzo - cresce la polarizzazione tra le toghe. Con critiche incrociate, amplificate dalla politica. Contro la riforma della separazione delle carriere, doppio Csm con membri togati sorteggiati e istituzione di un’Alta corte disciplinare con sanzioni inappellabili, l’Associazione nazionale magistrati ha fondato il comitato “Giusto dire NO” (qui: cosa cambia con la riforma della Giustizia). Moltissimi si sono già spesi contro la modifica costituzionale, a fianco di battitori liberi come il procuratore di Napoli, Nicola Gratteri. Naturalmente ci sono i vertici Anm, a cominciare dal presidente, Cesare Parodi (Mi) e dal segretario generale Rocco Maruotti (Area Dg), pm a Rieti, il vicepresidente Marcello De Chiara, Giudice della Corte d’appello di Napoli (Unicost); e ancora il vicesegretario, pm a Rimini, Stefano Celli, Paola Cervo (Area Dg) giudice di sorveglianza a Napoli, Chiara Salvatori (Mi) giudice civile a Roma, Monica Mastrandrea (Unicost) giudice a Torino. Ma in campo sono scesi anche l’ex presidente Anm, Giuseppe Santalucia, presidente di sezione in Cassazione, Giuseppe Cascini procuratore aggiunto a Roma, Domenico Pellegrini presidente del Tribunale dei minori di Genova ed Enrico Infante nuovo procuratore di Foggia. Ma anche la presidente dell’ufficio gip Milano, Vincenza Maccora, Cristina Ornano presidente del Tribunale di sorveglianza di Cagliari, Piergiorgio Morosini presidente del Tribunale di Palermo, Mimmo Truppa presidente aggiunto dell’ufficio gip di Bologna, Domenico Santoro gip a Milano, come Chiara Valori. Si sono aggiunti ai No anche quelli di Maria Chiara Vannini, giudice del Tribunale delle imprese di Milano, di Rachele Monfredi e Giuseppe Tango, entrambi giudici della sezione lavoro di Palermo. Ma si sono schierati anche Domenico Canosa, consigliere della Corte d’Appello dell’Aquila, Andrea Vacca, pm a Cagliari, il procuratore di Palermo, Maurizio De Lucia, il procuratore generale di Cagliari, Luigi Patronaggio e il procuratore della stessa città, Rodolfo Sabelli, insieme con gli ex presidenti dell’Anm Luca Poniz, ed Eugenio Albamonte, entrambi per il No. Sulle stesse posizioni anche l’ex procuratore di Tivoli, Francesco Menditto, Antonio Balsamo sostituto procuratore generale in Cassazione e Claudio Castelli ex presidente della Corte d’appello di Brescia. Tra i nomi più conosciuti anche Nino Di Matteo e pensionati come gli ex presidenti della Corte di cassazione, Margherita Cassano ed Ernesto Lupo, e gli ex procuratori di Torino Marcello Maddalena e Giancarlo Caselli. In più, dicono all’Anm, “la stragrande maggioranza degli iscritti che sono il 98% dei magistrati, quasi 9.300”. Ma si fa sempre più numerosa anche la schiera dei favorevoli alla riforma, accanto all’ex pm di Mani Pulite, Antonio Di Pietro. Tra i fondatori del comitato SìRiforma, presieduto dall’ex vicepresidente della Corte costituzionale, Nicolò Zanon, figurano: il consigliere di Cassazione, Giacomo Rocchi, il procuratore di Parma, Alfonso D’Avino, il procuratore di Lecce, Giacomo Capoccia, il pm Paolo Itri, Rosita D’angiolella, consigliere di Cassazione, Ettore Manca presidente di sezione del Tar di Lecce e componente del Cpga (il Csm dei giudici amministrativi) e Raimondo Orrù, viceprocuratore onorario a Roma. Ma ci sono anche Giuliano Castiglia, ex Gip a Palermo e ora Presidente della Corte di Giustizia Tributaria di Primo Grado di Palermo, e la pm Annalisa Imparato. E ancora il procuratore di Varese, Antonio Gustapane e l’ex procuratore generale della Cassazione, Luigi Salvato, che ha lasciato stupiti i fautori del No per aver cambiato idea: fino a pochi mesi fa definiva la riforma inutile e dannosa. Ma a tenere banco ieri è stato lo scontro sui finanziamenti dei comitati. Nel mirino dei fautori dei Sì sono finiti i fondi che l’Anm sta destinando alla campagna del No. Gaia Tortora all’Anm: “Chi finanzia la vostra campagna?”. Enrico Costa (Fi) rincara: “L’Anm ha già dato al comitato 500 mila euro. Ma perché se un partito riceve da un soggetto più di 100 mila euro viola la legge e nessuno si meraviglia che l’Anm abbia aumentato le quote e le versi al comitato?”. L’Anm: “La campagna è gestita dal comitato GiustodireNo che è di natura civica e riceve contributi dell’Anm e di privati”. E i comitati, aggiunge Maruotti, “non hanno limiti nella raccolta di donazioni, né vi si applica la legge sui finanziamenti ai partiti”. Pdl “Zuncheddu”: un aiuto immediato alle vittime di ingiusta detenzione camerapenalevittoriochiusano.it, 7 gennaio 2026 In media, ogni anno, negli ultimi 30 anni, 960 persone hanno subito una detenzione ingiusta: persone indagate, a volte anche processate, hanno trascorso in carcere periodi più o meno lunghi (a volte lunghissimi) prima di vedere riconosciuta la propria innocenza. Vittime innocenti del potere punitivo dello Stato, in senso tecnico e giuridico, che infatti la Legge prevede vengano risarcite (rectius “riparate”) con un indennizzo a spese dell’Erario che ha un limite di poco più di 500 mila euro. Ma ciò avviene dopo un lungo ed estenuante (ulteriore) iter processuale, spesso anche 10 anni dopo il proscioglimento dalle accuse. Per ovviare all’irrazionalità di questo sistema e porre un argine alle ingenti difficoltà economiche a cui è esposto chi si trovi ad affrontare una simile, drammatica, esperienza, la Proposta di Legge di iniziativa popolare che porta il nome di Beniamino Zuncheddu istituisce a favore della vittima una rendita provvisionale mensile, di circa 1.000 € (il doppio dell’assegno sociale), a titolo di anticipo sull’indennizzo dovuto. Questa rendita verrebbe corrisposta sin dalla pronuncia del provvedimento con cui il Giudice stabilisce il proscioglimento di un indagato o di un imputato, che sia stato perciò ingiustamente detenuto. L’indennizzo completo sarebbe poi condizionato alla presentazione della formale domanda di riparazione, entro il termine previsto dalla Legge (normalmente due anni dal passaggio in giudicato della sentenza), ma in ogni caso - cioè anche in assenza di una formale domanda di riparazione - i ratei di rendita già versati fino a quel momento non potrebbero essere richiesti indietro dallo Stato. Si tratta di una misura equa e logica che anticipa la tutela economica di persone che, per dimostrare la propria innocenza, spesso danno fondo ad ogni loro risparmio, riducendosi a vivere di espedienti, da innocenti. Con l’approvazione della proposta di Legge, lo Stato riconoscerebbe finalmente una tutela tempestiva e effettiva alle vittime del sistema giudiziario che spesso tendiamo a rimuovere dal nostro orizzonte, poiché colpite dallo stigma del processo (ingiusto) e che dovremmo invece considerare, anche per questa ragione, fra le più fragili e vulnerabili. Testo del progetto di legge Art. 1 1. Dopo l’articolo 411 del codice di procedura penale è inserito il seguente: “411-bis. Provvedimenti in caso di ingiusta detenzione. Nei casi di cui al comma 3 dell’articolo 314, se la persona sottoposta alle indagini ha preannunciato la presentazione della domanda di riparazione per l’ingiusta detenzione ai sensi dell’articolo 315, con il provvedimento che dispone l’archiviazione è ordinata la costituzione provvisoria ed immediatamente esecutiva di una rendita mensile a suo favore pari al doppio dell’assegno sociale a valere sui fondi della Cassa delle ammende. La durata della rendita non può essere inferiore al doppio della durata della custodia cautelare sofferta. Nel computo della durata si tiene conto dei criteri di cui al comma 4 dell’articolo 314. Il diritto alla rendita si estingue se la domanda di riparazione non è presentata entro il termine di cui all’art. 315, ma le somme versate non possono essere ripetute. 2. Al comma 5 dell’art. 425, dopo la parola “disposizioni”, sono inserite le seguenti: “Dei commi 2-bis e 2-ter dell’art. 532 e” 3. All’articolo 532 del codice di procedura penale, dopo il comma 2, sono inseriti i seguenti: “2-bis. Se l’imputato prosciolto perché il fatto non sussiste, per non aver commesso il fatto, perché il fatto non costituisce reato o non è previsto dalla legge come reato, ha preannunciato la presentazione della domanda di riparazione per l’ingiusta detenzione ai sensi dell’articolo 315, con la sentenza è ordinata la costituzione provvisoria e immediatamente esecutiva di una rendita mensile a suo favore pari al doppio dell’assegno sociale a valere sui fondi della Cassa delle ammende. La durata della rendita non può essere inferiore al doppio della durata della custodia cautelare sofferta. Nel computo della durata si tiene conto dei criteri di cui al comma 4 dell’articolo 314. Il diritto alla rendita si estingue se la domanda di riparazione non è presentata entro il termine di cui all’art. 315. Le somme versate non possono essere ripetute, salvo il caso in cui il processo di concluda con sentenza di condanna irrevocabile per il reato che determinò l’applicazione della custodia cautelare. 2-ter. Le disposizioni del comma precedente si applicano anche al caso di cui al comma 2 dell’articolo 314”. 4. L’articolo 639 del codice di procedura penale è sostituito dal seguente: “Art. 639.-1. La corte di appello, quando pronuncia sentenza di proscioglimento a seguito di accoglimento della richiesta di revisione, anche nel caso previsto dall’articolo 638, ordina: a) la restituzione delle somme pagate in esecuzione della condanna per le pene pecuniarie, per le misure di sicurezza patrimoniali, per le spese processuali e di mantenimento in carcere e per il risarcimento dei danni a favore della parte civile citata per il giudizio di revisione; b) la restituzione delle cose che sono state confiscate, a eccezione di quelle previste nell’articolo 240 comma 2 n. 2 del codice penale; c) se nell’istanza di revisione o nelle conclusioni sia stata preannunciata la presentazione della domanda di riparazione dell’errore giudiziario ai sensi dell’art. 643, la costituzione provvisoria ed immediatamente esecutiva di una rendita mensile a favore dell’imputato pari al doppio dell’assegno sociale a valere sui fondi della Cassa delle ammende. La durata della rendita non può essere inferiore al doppio della durata di espiazione della pena e della custodia cautelare eventualmente sofferta. Il diritto alla rendita si estingue se la domanda di riparazione non è presentata entro il termine di cui all’art. 645. Le somme versate non possono essere ripetute, salvo il caso di rigetto con sentenza irrevocabile della richiesta di revisione”. 5. Al comma 1 dell’articolo 132-bis delle disposizioni di attuazione, di coordinamento e transitorie del codice di procedura penale, dopo la seconda lettera f-bis, è inserita la seguente: “f-ter) ai procedimenti di cui agli articoli 315 e 646 del codice di procedura penale”. Beniamino Zuncheddu: “La mia vicenda dimostra che senza il dubbio non può esserci giustizia” di Andrea Zedda Vanity Fair, 7 gennaio 2026 Trentatré anni in galera da innocente: Beniamino Zuncheddu, vittima del più grave errore giudiziario italiano, ha imparato a non odiare da Rita da Cascia. Ora che è un uomo libero, si impegna affinché la verità vinca sempre. Può davvero bastare un sorriso per alleggerire trentatré anni di prigione? Probabilmente no, e forse una risposta non esiste. Eppure è la sensazione che si prova ascoltando Beniamino Zuncheddu mentre racconta la sua storia. Tutto comincia il 28 febbraio 1991. Beniamino sta guardando il Festival di Sanremo quando alcuni agenti bussano alla porta e lo invitano a seguirli in caserma per dei semplici “accertamenti”: secondo Luigi Pinna, unico sopravvissuto alla strage di Sinnai, dove persero la vita tre persone, Zuncheddu sarebbe l’autore della mattanza. Solo trentatré anni dopo si scoprirà che quel riconoscimento era stato pilotato: un agente di polizia aveva infatti suggerito a Pinna il nome di Beniamino e gli aveva mostrato la sua foto prima dell’identificazione. “Gli accertamenti sono durati trentatré anni”, dirà scherzando Beniamino dopo la sua scarcerazione da uomo innocente. Trentatré anni trascorsi dietro le sbarre di tre istituti diversi - Buoncammino, Uta e Badu e Carros, in Sardegna - durante i quali, pur diventando il protagonista del più grande errore giudiziario della storia della Repubblica italiana (è la persona che ha passato più anni in carcere da innocente), non ha mai perso il suo piglio allegro, né la capacità di smorzare ogni tragedia con un sorriso e una battuta. “Beniamino si è salvato così, custodendo la verità e proclamandola incessantemente: “Sono innocente”, racconta l’avvocato Mauro Trogu nel libro Io sono innocente, scritto insieme a Zuncheddu e pubblicato da De Agostini. Quando lo sento al telefono per fissare l’intervista si coglie subito la sua estrema gentilezza e forse un filo di diffidenza: sembra ormai abituato ai giornalisti che vogliono sapere di più della sua storia. È il sardo - che mai avrei pensato potesse un giorno servirmi - ad aiutarmi a rompere la sua diffidenza: “La facciamo in sardo? Allora va bene”. La sua è una storia che nessuno crederebbe possibile, ed è proprio l’impossibile a diventare protagonista. Come si sopravvive a un’ingiustizia così grande? “Con la fede, e con la speranza”. Ha provato più rabbia o rassegnazione? “Un misto di entrambe, in carcere mi aggrappavo a tutto e a tutti i santi, soprattutto a Santa Rita”. Chi è Santa Rita? “La santa degli impossibili. Un giorno, in carcere, ho visto un’icona buttata vicino alla spazzatura. L’ho presa e l’ho messa dove potessero vederla tutti. Mi dava pace. Un giorno era sparita per il vento e l’ho cercata ovunque finché non l’ho trovata. Poi ho scoperto che l’avvocato Trogu era nato proprio il giorno di Santa Rita. Saranno coincidenze, ma a me hanno dato forza”. Come si misurano trentatré anni? “Con il tempo e con la pazienza, solo così si affronta una cosa del genere, ci si può solo adeguare”. Contava i giorni? “Contavo direttamente gli anni. Ero condannato all’ergastolo, ma mi aggrappavo alla speranza che prima o poi la verità sarebbe venuta a galla”. È stata la speranza a salvarla? “E la fede. Forse davvero Gesù esiste. Ci ho sempre creduto e mi ha aiutato in mezzo a mille tormenti, miei e della mia famiglia”. In tutti quegli anni, quanto ha contato la sua famiglia? “La famiglia ti salva. Tuttora mi continuano a mantenere come durante il periodo del carcere, stiamo affrontando tutto insieme, lo Stato si dimentica di te, la giustizia è un vero casino. La giustizia dovrebbe essere davvero giusta. Chi sbaglia dovrebbe pagare, ma c’è chi paga per qualcosa che non ha mai fatto”. Oggi è libero, ma non ha ancora ricevuto un euro di risarcimento... “Zero. Mi hanno detto che per il risarcimento ci vorranno dai cinque agli otto anni. Ho sessantuno anni, nel frattempo chi mi prende a lavorare? Come vivo? Quando devi pagare una cartella lo Stato vuole i soldi subito, ma quando dovrebbe pagare lui, allora servono anni. Per loro siamo numeri, non siamo persone”. Per questo la raccolta firme per una nuova legge che tuteli gli ingiustamente carcerati... “Sì. Stiamo raccogliendo firme affinché venga riconosciuto un risarcimento minimo immediato - e non definitivo - per le persone ingiustamente carcerate, i soldi giusti per poter ricominciare a vivere. Oggi se voglio andare al bar, devo chiedere i soldi ai miei fratelli o a mio cognato, e non posso nemmeno offrire ai miei amici. Sarà una piccolezza, ma mi fa stare male, se si abbandonano così le persone le si istiga a delinquere”. In carcere è riuscito a lavorare... “Sì ma è difficilissimo. In carcere lavoravo, ma venivo pagato una miseria. E da quei soldi dovevi togliere tutto: la spesa, l’affitto del carcere - perché sì, si paga anche quello, 112 euro al mese - la lavatrice, l’asciugatrice, ogni cosa. Se non avevi soldi, semplicemente non ti era concesso. Così non costruisci niente per il futuro. Quando esci sei più povero di quando sei entrato”. Com’è la sua vita oggi, a due anni dall’uscita? “Adesso sono più tranquillo. Ho ripreso peso, mangio meglio, vivo circondato dalla mia famiglia. Però dentro c’è ancora un nervoso che torna ogni tanto. Cerco di sorridere sempre, perché l’allegria salva. Se ti abbandoni, non combatti più. Se ti abbandoni, non ti salvi più. Io non voglio abbandonarmi”. Che mondo ha trovato rispetto a quando l’aveva lasciato? “Un mondo totalmente diverso. La gente parla molto meno, è sempre attaccata al telefono. Io a malapena lo so usare: rispondo e chiamo, ma i messaggi li faccio scrivere a mia sorella e a mia nipote”. Lo usa per telefonare... “A quello serve. Mentre ora si usa per tutto. Una volta si andava a trovare un amico senza avvisare, oggi prima devi mandare un messaggio e aspettare. Ora è tutto freddo. Io osservo e cerco di imparare, ma mi sembra tutto nuovo. Poi vedo le persone disperarsi per delle stupidaggini, non posso che ridere”. C’è qualcosa che ha imparato in carcere e che oggi si porta dietro? “Ho imparato mestieri veri: soprattutto la falegnameria. Con l’articolo 21 uscivo persino a lavorare nei bar e nei ristoranti. Il lavoro mi faceva sentire vivo, anche se poi tornavo dentro”. Almeno a livello morale si sente risarcito? “Moralmente sì. Perché la verità è venuta fuori. E la libertà non la paga nessuno, non esiste cifra che la possa pagare. Però il tempo perso e il modo in cui sono stato accusato fanno male allo stesso modo. Sono ferite diverse, ma restano”. Si ricorda la prima cosa che ha pensato nel momento in cui è uscito? “Ho pensato: “Scappa, vai via prima che qualcuno cambi idea”. Non mi sembrava possibile che mi stessero liberando davvero. Poi ho capito che era finita, o meglio, che stava finendo. Perché le battaglie non mancano: il risarcimento, la legge che vogliamo portare avanti, e aiutare chi ha subito ingiustizie come la mia”. Prova rancore verso chi ha contribuito alla sua condanna? “Per il poliziotto sì. Perché lui doveva essere un esempio. Se chi ti deve proteggere invece ti danneggia, allora è un problema grave. Sicuramente non sono stato l’unico innocente a finire così. Io rispetto le forze dell’ordine, tutti i lavori, ma il lavoro si deve fare come si deve, secondo la legge e la coscienza”. E per Luigi Pinna, il testimone che venne convinto a identificarla? “È una vittima due volte. Prima è stato ferito, poi è stato confuso e indotto a testimoniare contro di me. Era scioccato, non sapeva cosa diceva. Gli hanno messo davanti una foto e lui ha indicato quella. Non aveva via d’uscita. Io non ce l’ho con lui”. Si è mai chiesto perché scelsero proprio lei? “Perché ero il più scemo, quello più facile. Quello che non aveva protezioni. Presero il bersaglio più semplice, quello che poteva difendersi di meno”. Nel libro il suo avvocato parla della cultura del dubbio, ne servirebbe di più. Cos’è per lei il dubbio? “Io il dubbio non l’ho mai avuto, perché sapevo di essere innocente. Il problema è che non ce l’avevano gli altri. Il dubbio non conveniva, era scomodo. Ma il dubbio è fondamentale: se non c’è dubbio non c’è giustizia. Nel mio caso tutti sono andati avanti dritti, senza interrogarsi. Finché non è arrivato l’avvocato Trogu”. Che cosa ha fatto di diverso lui? “Ha fatto una cosa semplice ma decisiva: ha letto le carte. Le ha studiate davvero, tutte. Ci ha lavorato per anni, senza mollare. Ogni settimana mi aggiornava. Non mi ha mai lasciato solo, né come avvocato né come uomo. E poi c’è stata la procuratrice Francesca Nanni: una donna serissima, che guarda ai fatti e non alle scorciatoie. Se ci sono prove condanna, se non ci sono non condanna. È così che dovrebbe funzionare la giustizia. Con loro due è cambiato tutto”. C’è qualcosa che ha dovuto imparare da zero nella nuova vita da uomo libero? “Praticamente tutto. È come essere un bambino che ricomincia a camminare. Devo imparare a muovermi fuori, a usare le cose che per gli altri sono normali. Ogni giorno è una scoperta. A volte mi fa sorridere, altre volte mi mette alla prova, ma sto imparando”. Qual è la cosa che il carcere le ha tolto più di tutto? “La possibilità di costruire una famiglia. Quello è il dolore che non guarirà mai. Tutto il resto, in un modo o nell’altro, si aggiusta. Ma gli anni che servono per creare una vita insieme a qualcuno non tornano. Quando vedo i miei coetanei diventati nonni penso che avrei potuto essere come loro”. Oggi come trascorre le sue giornate? “Aiuto mia sorella in casa, do una mano a mio fratello, esco con gli amici, faccio un giro in paese. Sto molto in mezzo alla gente, perché mi fa bene. E spesso giro per raccogliere firme, perché questa battaglia non è solo mia: è per tutti quelli che hanno subito ingiustizie e non sono stati ascoltati”. Ha un sogno oggi? “No, non ancora. Vorrei prima chiudere tutte le cose rimaste aperte. Il risarcimento, la legge per chi subisce errori giudiziari, e dare voce a chi non ce l’ha. Anche un solo giorno da innocente in carcere ti segna per sempre. Voglio che nessuno debba vivere quello che ho vissuto io”. C’è qualcosa che avrebbe voluto dire ai giudici che l’hanno condannata? “Avrei voluto dirgli di mettersi nei panni di chi stanno giudicando. Di ricordarsi che loro hanno un potere enorme e che quando sbagliano loro paga un innocente. Devono essere più attenti di tutti, non meno”. Nel nuovo film di Paolo Sorrentino, “La grazia”, viene posta una domanda: a chi appartengono i nostri giorni? “I miei allo Stato. È lo Stato che me li ha sequestrati. Non ho più i miei giorni e nessuno me li ridarà mai indietro. Ma almeno oggi sono libero, e questo vale più di tutto”. Nel libro dice che in carcere bisogna stringere i denti… “Io li ho stretti… e ho perso pure quelli”. Liberazione anticipata, torna il riscontro semestrale da parte del MdS Il Sole 24 Ore, 7 gennaio 2026 La Consulta, sentenza n. 201/2025, afferma che il condannato ha diritto a sollecitare una decisione del giudice al termine di ogni semestre di pena scontata. È costituzionalmente illegittima, per violazione, tra gli altri, dei principi di ragionevolezza e di finalità rieducativa della pena, una norma del 2024 che ha modificato la disciplina della liberazione anticipata (articolo 69-bis della legge sull’Ordinamento penitenziario). Lo ha stabilito la Corte costituzionale con la sentenza n. 201, con cui ha giudicato fondate le questioni di legittimità costituzionale sollevate dai magistrati di sorveglianza di Spoleto e di Napoli. La liberazione anticipata è un beneficio penitenziario che consiste in una detrazione di quarantacinque giorni di pena per ciascun semestre, riconosciuta al condannato che abbia dato prova di partecipare al percorso rieducativo. In tal modo, il detenuto può ottenere l’anticipazione non solo del fine pena, ma anche del momento in cui può accedere ad altri benefici penitenziari che presuppongono l’espiazione di una certa quota di pena. Fino al 2024, il condannato aveva il diritto di chiedere al magistrato di sorveglianza il riconoscimento della detrazione al termine di ogni semestre scontato. La riforma del 2024 ha previsto invece che l’accertamento dei requisiti per la concessione del beneficio rispetto a tutti i semestri già scontati sia effettuata d’ufficio dal magistrato di sorveglianza in prossimità del fine pena, ovvero in occasione della richiesta del condannato di accedere a un beneficio penitenziario. La Corte ha osservato che questo meccanismo ha fatto “venir meno il riscontro periodico sulla qualità del concreto percorso trattamentale individuale, che era stato sin qui assicurato dalla possibilità di una valutazione frazionata dei presupposti della liberazione anticipata, semestre per semestre, sollecitata da una istanza del detenuto. Tale riscontro, se positivo, assicurava immediatamente a quest’ultimo il diritto alla riduzione di pena: una riduzione, invero, di cui avrebbe usufruito soltanto in futuro, ma sulla quale sin da subito poteva fare affidamento” ragionevolmente certo. Il meccanismo di riscontro frazionato circa l’esito positivo delle istanze di liberazione anticipata - ha proseguito la Corte - “costituiva uno stimolo importante, per il condannato, a proseguire sul cammino di cambiamento intrapreso, attraverso la progressiva anticipazione, che in tal modo gli si prospettava, del fine pena e del termine per l’accesso ai benefici”. Allo stesso modo, “l’eventuale diniego della liberazione anticipata con riferimento a un singolo semestre non segnava un irreparabile fallimento del percorso trattamentale, ma costituiva esso stesso stimolo per il condannato a modificare al più presto il proprio comportamento, sì da ottenere la riduzione di pena alla successiva scadenza semestrale. Il tutto nell’ambito di un cammino in cui il condannato dovrebbe idealmente essere aiutato - attraverso un costante dialogo con il magistrato di sorveglianza e il personale dell’amministrazione penitenziaria, nonché con i volontari che quotidianamente dedicano il loro impegno alle carceri italiane - a ritrovare in se stesso le risorse personali indispensabili per realizzare quel processo di cambiamento cui mira, in definitiva, l’articolo 27, terzo comma, della Costituzione.”. La disciplina oggi vigente invece ha invece “cancellato tutti questi riscontri periodici, lasciando il condannato nell’incertezza circa la meritevolezza del percorso nel frattempo compiuto, o viceversa la sua inadeguatezza rispetto alle aspettative dell’ordinamento”. La norma è stata, pertanto, giudicata lesiva del principio della finalità rieducativa della pena, oltre che incoerente rispetto alla stessa funzione della liberazione anticipata, pensata dal legislatore dell’ordinamento penitenziario come strumento atto a favorire quella finalità costituzionale. Risarcimento per detenzione inumana, competenza del MdS anche dopo il fine pena di Carmine Paul Alexander Tedesco lexced.com, 7 gennaio 2026 Un ex detenuto aveva richiesto un risarcimento per le condizioni inumane subite in carcere. Il Magistrato di Sorveglianza aveva rigettato la richiesta in quanto l’interessato era stato scarcerato, presumendo una cessazione dell’interesse. La Corte di Cassazione ha annullato tale decisione, stabilendo che la competenza sul risarcimento detenuti spetta al Magistrato di Sorveglianza anche dopo la fine della pena e che il procedimento richiede un’udienza in contraddittorio, non potendo essere deciso “de plano”. La questione del risarcimento detenuti per condizioni di detenzione inumane e degradanti, in violazione dell’art. 3 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (Cedu), è un tema di cruciale importanza. Una recente sentenza della Corte di Cassazione, la n. 40485/2024, ha ribadito principi fondamentali riguardo alla competenza e alla procedura da seguire, anche quando il richiedente viene scarcerato nel corso del procedimento. Questa decisione chiarisce che il diritto a ottenere giustizia non si estingue con la fine della pena. Un detenuto aveva presentato un’istanza al Magistrato di Sorveglianza per ottenere una riduzione della pena, ai sensi dell’art. 35-ter dell’Ordinamento Penitenziario. La richiesta era motivata dal grave pregiudizio subito a causa delle condizioni detentive presso la Casa Circondariale, considerate violative dell’art. 3 Cedu. Tuttavia, prima che la sua istanza venisse decisa, il detenuto terminava di scontare la sua pena e veniva scarcerato. Di conseguenza, il Magistrato di Sorveglianza emetteva un decreto ‘de plano’ (cioè senza udienza), dichiarando di non dover procedere sull’istanza, presumendo che, con la liberazione, fosse venuto meno l’interesse del richiedente. L’ex detenuto, tramite il suo legale, impugnava tale decreto, sostenendo la permanenza del suo interesse, non solo per la riduzione di una pena ormai scontata, ma anche per il possibile risarcimento pecuniario. Il Tribunale di Sorveglianza, investito del reclamo, si dichiarava incompetente e riqualificava l’impugnazione come ricorso per Cassazione. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, annullando il decreto del Magistrato di Sorveglianza e rinviando gli atti allo stesso ufficio per un nuovo giudizio. La Corte ha stabilito che il Magistrato ha errato su due fronti: nel merito, ritenendo cessato l’interesse, e nella procedura, decidendo ‘de plano’ senza garantire il contraddittorio. La sentenza si fonda su consolidati principi giurisprudenziali che meritano di essere analizzati. 1. La Persistenza dell’Interesse e la Domanda Implicita di Risarcimento - La Corte ha chiarito che la richiesta di riduzione della pena contiene implicitamente anche una domanda di natura risarcitoria. Pertanto, anche se il richiedente viene scarcerato, il suo interesse a ottenere una riparazione per il pregiudizio subito non svanisce. La riparazione può assumere la forma di un risarcimento pecuniario, e il giudice ha il dovere di valutare la domanda sotto questo profilo. La scarcerazione non è una condizione che estingue il diritto. 2. La Competenza Funzionale del Magistrato di Sorveglianza - Un punto chiave della decisione riguarda la competenza. La Cassazione ha ribadito che la competenza del Magistrato di Sorveglianza in materia di risarcimento detenuti è di natura funzionale. Ciò significa che si determina al momento della presentazione della domanda, quando il richiedente è ancora in stato di detenzione. Questa competenza non viene meno in caso di successiva scarcerazione, poiché si tratta di una competenza radicata e stabile, legata alla funzione specifica del giudice dell’esecuzione penale. 3. La Violazione del Contraddittorio e la Necessità dell’Udienza - La Corte ha censurato duramente la procedura seguita dal primo giudice. La decisione ‘de plano’, ovvero senza convocare le parti in udienza, ha violato il principio del contraddittorio, un pilastro del giusto processo. In questi casi, il magistrato avrebbe dovuto fissare un’udienza camerale, dando avviso all’interessato e al suo difensore per permettere loro di esporre le proprie ragioni. L’omissione di tale adempimento costituisce una nullità assoluta, insanabile, prevista dall’art. 179 del codice di procedura penale, che impone l’annullamento con rinvio del provvedimento. Conclusioni - La sentenza n. 40485/2024 della Corte di Cassazione rafforza la tutela dei diritti delle persone che hanno subito condizioni di detenzione inumane. Stabilisce in modo inequivocabile che il diritto al risarcimento non si dissolve con la fine della pena e che la competenza a decidere rimane saldamente nelle mani del Magistrato di Sorveglianza. Soprattutto, riafferma l’importanza del contraddittorio, garantendo che nessuna decisione che incide su diritti fondamentali possa essere presa senza un giusto processo e senza dare voce a chi la richiede. Questa pronuncia rappresenta un importante monito per gli uffici giudiziari e una garanzia fondamentale per la dignità della persona, anche dopo il carcere. Violenza sessuale di gruppo, possibile la diminuente per i casi di minore gravità Il Sole 24 Ore, 7 gennaio 2026 La Consulta, sentenza numero 202/2025, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’articolo 609-octies del Cp, per violazione degli articoli 3 e 27 della Costituzione. Qualora la condotta posta in essere dal reo abbia un disvalore significativamente inferiore a quello normalmente associato alla figura astratta del reato, tale da poter essere considerato di sicura minore gravità, è irragionevole che la pena comminata dall’articolo 609-octies del codice penale per il reato di violenza sessuale di gruppo - che il legislatore, nella giusta considerazione dell’elevato disvalore di tale tipologia di reati, ha fissato, nel minimo, in otto anni di reclusione - non possa essere diminuita, così come già previsto per reati altrettanto gravi, come la violenza sessuale e atti sessuali con minorenne. È quanto ha stabilito la Corte costituzionale, con la sentenza numero 202/2025, che ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’articolo 609-octies del codice penale, per violazione degli articoli 3 e 27 della Costituzione, nella parte in cui non prevede l’applicabilità della predetta diminuente per i casi di minore gravità. La Corte, nel ribadire la discrezionalità del legislatore nella individuazione delle condotte costitutive di reato e nella determinazione delle relative pene, quale massima espressione di politica criminale, ha, al contempo, confermato l’invalicabile limite della manifesta irragionevolezza. Solo una pena rispettosa del canone della proporzionalità, calibrata sul disvalore del caso concreto, infatti, garantisce una effettiva individualizzazione della pena e la sua funzione rieducativa. Alla luce di tali principi la Corte ha osservato che, per il reato di violenza sessuale di gruppo, la mancata previsione di una “valvola di sicurezza” che consenta al giudice di modulare la pena, onde adeguarla alla concreta gravità della singola condotta, può determinare l’irrogazione di una sanzione non proporzionata, in quanto la formulazione normativa dell’articolo 609-octies del codice penale, nella sua ampiezza, è idonea a includere, nel proprio ambito applicativo, condotte marcatamente dissimili, sul piano criminologico e del tasso di disvalore; tanto più in presenza di una cornice edittale del reato caratterizzata - proprio nella giusta considerazione dell’elevato disvalore di tale tipologia di reati e per i pericoli agli stessi correlati - da un minimo di significativa asprezza. D’altronde, il maggiore disvalore proprio del reato in esame che, a causa della presenza di più persone riunite, cagiona una lesione particolarmente grave della sfera di autodeterminazione della libertà sessuale della vittima, rispetto agli atti di violenza sessuale posti in essere da una sola persona, è già alla base della previsione di un’autonoma fattispecie di reato (anziché costituire un’aggravante del reato base di violenza sessuale) e, soprattutto, della significativa maggiore severità del relativo trattamento sanzionatorio rispetto alla fattispecie di cui all’articolo 609-bis del codice penale. La mancata previsione di una diminuente - analoga a quella già prevista per i delitti di violenza sessuale e di atti sessuali con minorenne - preclude in definitiva al giudice di calibrare la sanzione sul caso concreto che presenti caratteristiche di minore gravità; quest’ultima, tuttavia, potrà essere individuata nelle sole ipotesi di una condotta avente disvalore significativamente inferiore a quello normalmente associato alla figura astratta del reato, in quanto tale condotta incide comunque sulla libertà di autodeterminazione nella sfera sessuale della persona offesa, che subisce un’aggressione, sia qualitativamente che quantitativamente, più intensa rispetto al caso di violenza sessuale di cui all’articolo 609-bis del codice penale. Sì alla messa alla prova del minore per la violenza sessuale di minore gravità Il Sole 24 Ore, 7 gennaio 2026 La Consulta, sentenza n. 203/2025, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale parziale del co. 5-bis dell’art. 28 del Dpr n. 448 del 1988 nella parte in cui non esclude i casi di minore gravità. La Corte costituzionale si è pronunciata sulle questioni di legittimità costituzionale del comma 5-bis dell’articolo 28 del d.P.R. numero 448 del 1988, introdotto in sede di conversione del decreto-legge numero 123 del 2023 (c.d. decreto Caivano), a tenore del quale non è consentita la sospensione del processo con messa alla prova dell’imputato minorenne quando si procede per violenza sessuale aggravata (ovvero per omicidio o rapina, sempre in forme aggravate); questioni sollevate dai Giudici dell’udienza preliminare dei Tribunali per i minorenni di Roma e Bari. Innanzi tutto la Corte ha ritenuto non censurabile, in riferimento agli articoli 3, 27, terzo comma, e 31, secondo comma, della Costituzione, la scelta del legislatore di escludere la messa alla prova del minore per i delitti di violenza sessuale, “reati certamente gravi, spesso commessi, come nella specie, da minori in danno di minori”. Pur ribadito che per il minore “la funzione rieducativa della pena acquisisce un ruolo di speciale preminenza”, e che quindi permane “una eterogeneità teleologica tra la messa alla prova dell’adulto e quella del minore”, la Corte ha rilevato come, anche nel diritto penale minorile, “non possa negarsi un margine di discrezionalità al legislatore nella individuazione dei requisiti di accesso agli strumenti di diversion processuale, anche in funzione della particolare rilevanza del bene giuridico protetto”. La norma censurata è stata invece giudicata sproporzionata nella parte in cui esclude la messa alla prova dell’imputato minorenne anche quando la violenza sessuale rientra nei “casi di minore gravità” per i quali l’articolo 609-bis, terzo comma, del codice penale stabilisce una circostanza attenuante a effetto speciale. L’esclusione della messa alla prova anche in tali ipotesi “frustra in modo manifestamente irragionevole la ratio posta a fondamento della circostanza attenuante in parola”, ovvero assecondare la differente gravità delle specifiche condotte, tramite “la possibilità di diminuire la pena in misura particolarmente significativa, ossia fino a due terzi”. L’irragionevolezza è resa manifesta dal rilievo che “a tale significativo riconoscimento della minore gravità del fatto a livello penale sostanziale non corrisponde un’adeguata, diversa considerazione della stessa condotta con riguardo all’istituto della sospensione del processo con messa alla prova”. La Corte ha, quindi, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale parziale del comma 5-bis dell’articolo 28 suddetto nella parte in cui non esclude i casi di minore gravità. Misure cautelari, il giudice dell’appello (o riesame) non può fare il Gup Il Sole 24 Ore, 7 gennaio 2026 La Consulta, sentenza n. 212/2025, ha dichiarato l’incostituzionalità dell’articolo 34, co. 2, del Cpp nella parte in cui non prevede l’incompatibilità. Con la sentenza numero 212 è stata dichiarata l’illegittimità costituzionale, per contrasto con gli articoli 3 e 24, secondo comma, della Costituzione, dell’articolo 34, comma 2, del codice di procedura penale, nella parte in cui non prevede l’incompatibilità con la funzione di giudice dell’udienza preliminare del giudice che, come componente del tribunale dell’appello avverso l’ordinanza che provvede in ordine a una misura cautelare personale nei confronti dell’indagato o dell’imputato, si sia pronunciato su aspetti non esclusivamente formali dell’ordinanza anzidetta. È stata altresì dichiarata in via conseguenziale, ai sensi dell’articolo 27 della legge numero 87 del 1953, l’illegittimità costituzionale della medesima disposizione, nella parte in cui non prevede l’incompatibilità con la funzione di giudice dell’udienza preliminare del giudice che, come componente del tribunale del riesame, si sia pronunciato sull’ordinanza che dispone una misura cautelare personale nei confronti dell’indagato o dell’imputato. La Corte ha osservato che alla nozione di “giudizio” quale “sede pregiudicata” individuata dal predetto comma 2 dell’articolo 34 del codice di procedura penale va ricondotta anche l’udienza preliminare, come oggi disciplinata. Ha, inoltre, rilevato che nell’ambito della “attività pregiudicante” va compresa anche l’attività svolta dal giudice in fase di applicazione, modificazione o estinzione di una misura cautelare nonché in sede di riesame e appello ex articoli 309 e 310 del codice di procedura penale, nei limiti in cui, quanto a quest’ultima ipotesi, attraverso l’appello, egli sia chiamato a un sindacato su aspetti sostanziali e non esclusivamente formali dell’ordinanza impugnata. Sulla base di tali considerazioni, la Corte, con la sentenza numero 131 del 1996, già aveva dichiarato l’illegittimità costituzionale della disposizione censurata, nella parte in cui non prevedeva l’incompatibilità con la “funzione di giudizio” del giudice che, come componente del tribunale del riesame, si fosse pronunciato sull’ordinanza che dispone una misura cautelare personale nei confronti dell’indagato o dell’imputato, nonché del giudice che, come componente del tribunale dell’appello avverso l’ordinanza che provvede in ordine a una misura cautelare personale nei confronti dell’indagato o dell’imputato, si sia pronunciato su aspetti non esclusivamente formali dell’ordinanza anzidetta. Tale pronuncia concerneva l’incompatibilità con la funzione di giudice del dibattimento e non anche quella con la funzione di giudice dell’udienza preliminare. Ma, stante la riconducibilità dell’udienza preliminare, come attualmente disciplinata, alla nozione di “giudizio”, la Corte ha ritenuto che l’illegittimità costituzionale dell’articolo 34, comma 2, del codice di procedura penale, sussista anche con riferimento allo svolgimento delle funzioni di giudice dell’udienza preliminare. Lombardia. Suicidi e sovraffollamento: il 2025 anno nero per le carceri lombarde di Federica Pacella Il Giorno, 7 gennaio 2026 A Pavia tre detenuti si sono tolti la vita, il triste record regionale (dove in totale sono stati 14). Solo Bollate e Voghera sono in regola dal punto di vista della capienza. Quattordici suicidi negli istituti penitenziari lombardi in un anno, più di uno al mese: drammi che hanno interessato quasi tutte le province. Una conta tragica, quella aggiornata dalle Camere Penali, che hanno pubblicato il triste elenco con 80 suicidi in tutta Italia, di cui, appunto, 14 in Lombardia. Sono stati coinvolti quasi tutti gli istituti lombardi: Vigevano, Cremona, Mantova, Bergamo, Milano San Vittore, Monza, Brescia, Busto Arsizio, Como con uno, Milano Bollate con due, Pavia con tre. È sempre difficile dare un nome alle cause che portano una persona in stato di detenzione a togliersi la vita, ma è ormai riconosciuto che il sovraffollamento è un terreno fertile per il deteriorarsi di situazioni di malessere che possono poi portare ai gesti estremi. E le carceri lombarde, come quelle italiane, soffrono ormai da tempo di un sovraffollamento cronico e drammatico. “Il carcere italiano è ormai ridotto a un contenitore di corpi - denuncia Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, che ha fatto un bilancio del 2025 - e ha abdicato alla funzione di reinserimento sociale prevista dalla Costituzione”. A livello nazionale, mancano all’appello quasi 18mila posti rispetto alle presenze effettive, con un tasso nazionale di affollamento pari al 138,5%. In alcune carceri lombarde si toccano livelli che ricordano le condizioni che portarono l’Italia alla condanna della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo: secondo i dati di sovraffollamentocarcerario.it, che rielabora i numeri del Ministero della Giustizia, al 25 dicembre a Vigevano il tasso è del 236%, a Milano San Vittore del 234%, a Brescia “Nerio Fischione” (ex Canton Mombello) del 212%, a Busto Arsizio del 205%. Sopra il tasso nazionale medio di sovraffollamento, anche Brescia Verziano, Lodi, Opera, Pavia, Monza, Varese, Como, Bergamo, Mantova, Sondrio, Cremona. Dalle visite effettuate dall’Osservatorio di Antigone in Lombardia, tra dicembre 2024 e gennaio 2026, emerge che il lavoro, fondamentale per il reinserimento in società, è ancora un miraggio per molti: in media, solo il 19,88% delle persone lavora negli istituti lombardi, mentre la percentuale scende a poco più del 7% quando si parla di lavoro per datori esterni. “È sempre doloroso tirare le somme di un altro anno di carcere in Italia ma - prosegue Gonnella - il bilancio di fine 2025 è forse il più cupo degli ultimi anni. Perché restituisce l’immagine di un sistema penitenziario che è sempre più in crisi, con tensioni in costante crescita e un silenzio assordante da parte delle istituzioni che rifiutano qualsiasi ipotesi di riforma e qualsiasi intervento che permetterebbe di alleggerire il peso delle carceri, a beneficio delle persone detenute, che vivono ammassate l’una sull’altra e degli operatori che, già sotto organico, denunciano un pesante e crescente stress lavorativo”. Puglia. Sovraffollamento, suicidi in aumento e trasferimenti continui di Valentina Farina* brindisireport.it, 7 gennaio 2026 La condizione dei detenuti in Puglia, come nel resto d’Italia, è caratterizzata da un forte sovraffollamento carcerario. Dati statistici dell’amministrazione penitenziaria rilevano al 30 novembre 2025 una presenza negli undici istituti pugliesi di 4.601 persone detenute (di cui 200 donne e 506 stranieri) a fronte di una capienza di 2.945 unità. Il problema del sovraffollamento investe anche le strutture penali minorili, conseguenza dell’applicazione del “Decreto Caivano”, a cui si aggiungono problemi legati a carenze strutturali e di sicurezza e mancanza di personale - a seguito anche dei continui tagli economici effettuati in questi anni dai vari governi che si sono nel tempo succeduti, con una ricaduta significativa sul processo di rieducazione e di reinserimento sociale dei ragazzi detenuti, costretti a vivere “il tempo vuoto della detenzione” e a partecipare a limitate attività scolastiche, formative, sportive, ricreative ed educative. Nel 2025 l’Ipm di Bari ha dovuto gestire anche eventi critici come l’evasione e gli atti di autolesionismo di alcuni ragazzi, tanto che si è reso necessaria la riapertura dell’Ipm di Lecce per ospitare i ragazzi provenienti da Bari e da altre regioni italiane. Un dato allarmante riguarda l’incremento dei suicidi in carcere: su 238 persone decedute a livello nazionale 79 si sono suicidate, di cui 5 in Puglia, conseguenza di un sistema al collasso che non riesce a tutelare la vita e la dignità delle persone ristrette. Notizia di questi giorni è il terzo suicidio dell’anno nel carcere di Lecce e l’allarme lanciato dai sindacati della Polizia Penitenziaria che denunciano strutture fatiscenti, carenza di personale e di spazi dedicati esclusivamente alla socialità, alla formazione e al lavoro. Il sistema sanitario negli istituti penitenziari pugliesi è in affanno per carenza di personale medico e specialistico (in particolare psichiatrico), infermieristico e socio-sanitario necessario per garantire le prestazioni minime per la prevenzione, la diagnosi e, in generale, la tutela della salute. L’Associazione Antigone ha rilevato la presenza negli istituti penitenziari dell’8,9 percento di persone detenute con diagnosi psichiatrica grave su 100 istituti visitati, spesso curati con psicofarmaci come strumento principale per il contenimento del disagio sociale anziché ricorrere a percorsi terapeutici e di supporto. Non è facile scegliere le tante storie di solitudine e di emarginazione da raccontare, come non è facile affrontare con i familiari lo stato di sofferenza per il suicidio in carcere di un loro congiunto. Ogni cella racconta storie di sofferenza, di attese interminabili e di desiderio di socialità. Ogni vita dietro le sbarre merita la giusta attenzione e tutela per evitare scelte drastiche come il suicidio. Gli atti autolesionistici ci segnalano quanto sia urgente trasformare il carcere da luogo di sofferenza a luogo di rieducazione e responsabilità. I trasferimenti continui da un carcere all’altro rappresentano l’ennesima criticità di un sistema che non tiene conto della necessità di un detenuto di avere vicino l’affetto dei propri cari e di poter scontare la pena nel proprio territorio di appartenenza. La recente normativa sull’affettiva, inoltre, è in molti istituti ancora disattesa. A questo scenario si aggiunge la recente circolare del 21 ottobre 2025 emanata dal Dap sulla centralizzazione delle attività di carattere educativo, culturale e ricreativo negli istituti penitenziari italiani che devono essere autorizzati non più dalla direzione del singolo istituto, ma dalla Direzione Generale del Dap di Roma. Questa scelta potrebbe creare un “effetto imbuto”, con ricadute importanti rispetto agli spazi dedicati agli incontri genitori - figli, a spettacoli, concerti, laboratori, gare sportive e progetti educativi, con un probabile allungamento dei tempi per la concessione dei relativi nulla-osta e un impatto significativo sulla qualità detentiva dei detenuti. Il timore è che questa stretta burocratica metta una pietra tombale alle iniziative di inclusione sociale. Secondo gli operatori delle cooperative che lavorano da anni all’interno delle carceri, la circolare nasce dalla buona intenzione di dare un ordine al sistema, ma rischia di ignorare il lavoro quotidiano di chi sta in trincea - bloccando o rallentando i percorsi trattamentali, faticosamente costruiti nel tempo e spegnendo il dialogo tra la società esterna e i luoghi di detenzione. Pertanto, si auspica che le autorità politiche e le istituzioni facciano un ulteriore sforzo per garantire la salvaguardia dei diritti e della dignità dei detenuti, mettendo in campo nuovi progetti che favoriscano concretamente il processo di cambiamento e di reinserimento sociale delle persone ristrette e maggiori interventi finalizzati al sostegno alla genitorialità per la continuità nella cura dei rapporti tra il detenuto/a e i figli. *Garante dei detenuti della provincia di Brindisi Napoli. Il Garante in visita a Secondigliano: “Quei malati psichici invisibili in carcere” ottopagine.it, 7 gennaio 2026 Il Garante Ciambriello denuncia la situazione nelle carceri. Atmosfera inusuale quella che si è respirata ieri nel reparto di articolazione psichiatrica del carcere di Secondigliano, dove si è svolto un pranzo delle festività natalizie promosso e offerto dal Garante Campano delle persone private della libertà personale Samuele Ciambriello. Il pranzo è stato organizzato per le 18 persone ristrette nell’articolazione psichiatrica dell’istituto. Le operatrici volontarie dell’associazione La Mansarda, che da anni si recano settimanalmente e gratuitamente nel reparto dedicando i loro lunedì alle attività con i detenuti, insieme al gruppo del Garante, hanno curato l’allestimento, portando cibo e decorazioni natalizie. Erano presenti la dott.ssa Concetta Perrotta, responsabile dell’articolazione psichiatrica, la Dott.ssa Luisa Russo, direttrice del Dipartimento di Salute Mentale dell’ASL Napoli 1, e don Antonio Cimmino, cappellano del carcere di Secondigliano. Il menù ha previsto antipasti di mare con polipo all’insalata, rustici di salumi e verdure, insalata russa, lasagne alla napoletana come primo piatto, polpette al sugo per secondo con contorno di patate al forno e insalata, pizze di scarole e friarielli. A chiudere il pranzo dolci natalizi della tradizione: struffoli, panettone e pandoro. Al termine, una tombolata con dolciumi e premi ha coinvolto tutti i partecipanti. La giornata ha così permesso di creare uno spazio di gioia e condivisione, di intrattenimento e leggerezza, ma anche di ascolto, confronto e possibilità di espressione personale, in un contesto dove momenti di questo tipo sono particolarmente preziosi. A margine dell’iniziativa, il Garante campano Samuele Ciambriello ha dichiarato: “I malati psichici nelle carceri sono invisibili, dimenticati. Compreso qui a Secondigliano, ci sono persone senza relazioni familiari, senza rapporti con il territorio. Chi se ne occupa davvero durante la permanenza in carcere, e chi li accompagna nel corso dei primi momenti di libertà?”. Il Garante ha poi richiamato i dati nazionali: “Nelle carceri italiane sono ristrette circa 63 mila persone, di cui 20 mila straniere, 17 mila con problemi di tossicodipendenza e oltre 4 mila con sofferenza psichica conclamata. In Campania le articolazioni psichiatriche attive sono attualmente a Santa Maria Capua Vetere (18 persone), Secondigliano (18 persone) e Salerno (8 persone). Da anni risultano chiuse quelle di Sant’Angelo dei Lombardi e Benevento, così come l’articolazione psichiatrica femminile che era a Pozzuoli, senza che in Campania sia stata riaperta una sezione femminile dedicata. Sono però contento che recentemente nel carcere di Poggioreale, accanto ai due psichiatri a tempo pieno sono arrivati tre nuovi psichiatri part time, così come ho chiesto reiteratamente alle autorità competenti”. “Mi chiedo sommessamente - ha aggiunto Ciambriello - ma i detenuti malati di mente con reati gravi, o quelli provenienti da denunce dei familiari e già in cura presso i DSM territoriali, che cosa ci fanno ancora in carcere? Perché ci sono solo due REMS in Campania e perché sulla psichiatria si continuano a fare battaglie ideologiche invece di dare risposte concrete e adeguate?” Il Garante ha ricordato inoltre che esistono persone in carcere, ma anche fuori dal carcere, in famiglia e in altri luoghi, che sono in lista d’attesa per l’ingresso in una REMS. “Voglio ricordare a tutti - ha concluso - che due anni fa il Consiglio regionale della Campania, all’unanimità, decise di aprire una nuova Rems nella provincia di Napoli, rispetto alle due esistenti: una a Calvi Risorta e una a San Nicola Baronia”. Oristano. Disordini in carcere dopo il trasferimento di ottanta detenuti di Michela Cuccu La Nuova Sardegna, 7 gennaio 2026 Le mura del carcere di Massama, a Oristano, tornano a tremare. Quella che doveva essere una tranquilla domenica pomeriggio, il 4 gennaio scorso, si è trasformata in poche ore in un teatro di guerriglia. La notizia, trapelata solo oggi, delinea un quadro di tensione altissima che va ben oltre la cronaca di un disordine passeggero. Tutto sarebbe iniziato intorno alle 15. Un gruppo di detenuti avrebbe preso il controllo di un’area dell’istituto dando vita a una protesta violenta: vengono distrutte le cassette degli idranti, trasformando i corridoi in fiumi d’acqua, e vengono mandate in frantumi le lampade, lasciando le sezioni nel buio o sotto luci spettrali. Per impedire l’intervento delle guardie, davanti ai cancelli viene appiccato un fuoco. Nonostante l’organico ridotto ai minimi termini, gli agenti della polizia penitenziaria sono riusciti, con non poca fatica, a riportare la situazione sotto controllo. Secondo il sindacato Osapp, quello di Oristano è l’ennesimo campanello d’allarme di un sistema che non regge più. Il segretario generale Leo Beneduci parla chiaramente di una gestione insostenibile, legata alla carenza pesante di personale che determina condizioni estreme e rende la sicurezza “ormai un miraggio”. A dare una risposta più profonda e inquietante, è il garante dei detenuti di Oristano, Paolo Mocci. Ritiene la rivolta una risposta disperata a una decisione del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria basata solo sui numeri e non sulle persone: “Negli ultimi quindici giorni, a Massama sono arrivati ottanta detenuti, quasi tutti provenienti dal Regina Coeli di Roma, nonostante i posti disponibili fossero solo cinquanta. Un trasloco di massa avvenuto con modalità scioccanti”. Ancora Paolo Mocci denuncia: “Molti sono stati prelevati dalle loro celle senza il tempo di vestirsi, arrivando in Sardegna con indosso accappatoio e ciabatte. Tra i nuovi arrivati ci sono moltissimi pazienti psichiatrici che in Sardegna non trovano medici e specialisti a sufficienza”. Secondo il garante “Trasferire un detenuto con un processo in corso da Roma a Oristano significa rendergli impossibile vedere l’avvocato o riabbracciare i propri cari”. Insomma, per Paolo Mocci, da anni impegnato nella tutela dei diritti delle persone private della libertà, il risultato di questa situazione “è un mix esplosivo: detenuti che chiedono solo di poter tornare vicino alle loro famiglie e ai loro legali, e agenti che si ritrovano a gestire un sovraffollamento improvviso con mezzi insufficienti. L’episodio di Massama non è solo un fatto di cronaca nera, ma il simbolo di una gestione carceraria che, all’alba del 2026, sembra aver smarrito la bussola della dignità e dell’efficienza”. Porto Azzurro (Li). Le festività vissute dai detenuti e le istituzioni quasi assenti di Raimonda Lobina* elbareport.it, 7 gennaio 2026 A Natale, si sa, si è tutti più buoni e quest’anno anche il Giubileo dei Detenuti, proclamato da Papa Leone XIV, ha spinto moltissimi pellegrini a Roma, per denunciare le condizioni spesso degradanti di chi è ristretto e per sensibilizzare la società e la politica su queste tematiche. Appunto, la politica e le amministrazioni, le amministrazioni locali, che invitate a far visita al carcere dell’isola e ad essere presenti in modo concreto, non hanno risposto all’invito, salvo due solitarie e timide eccezioni. Appunto, del carcere non se ne vuole occupare nessuno, non se ne parla, fatta eccezione per quando si verificano eventi critici che permettono di dar fiato alle trombe del sensazionalismo e ad evocare rimedi securitari e repressivi. Ma oggi voglio essere buona e voglio condividere con i lettori una notizia positiva. Infatti, nonostante i tempi difficili che vive la Fortezza di San Giacomo e le mille difficoltà che tutti i diversi attori affrontano quotidianamente, si è riusciti ad organizzare qualche evento. In particolare quello del 18 dicembre quando ha avuto luogo il Concerto di Natale che ha visto coinvolti detenuti e volontari. Il pubblico ha partecipato entusiasta e c’è stato anche il tempo per la distribuzione dei diplomi scolastici e delle borse di studio. Questo concerto è il frutto di un lungo lavoro del progetto musicale “Cambio musica” che da un paio di anni circa è attivo presso la Casa di Reclusione di Porto Azzurro e che vede impegnati detenuti e volontari dell’Associazione di volontariato “Dialogo”. Il corso conta circa 15 partecipanti e il gruppo si ritrova due volte alla settimana, nel pomeriggio, con tre volontari. La musica per i detenuti rappresenta un modo per sfogarsi, per esprimere e rielaborare le proprie emozioni, per cercare di arginare quell’infinita solitudine che vivono quotidianamente e che spesso è insopportabile. È un modo per parlare agli altri, per sentirsi un po’ liberi sebbene ristretti, è un modo per comunicare e per comprendere meglio se stessi. Durante questi momenti si suona, si canta e nei mesi dopo l’estate è stato appunto preparato il concerto per Natale. Alcuni detenuti hanno veramente talento e una preparazione alle spalle, altri improvvisano un po’ e altri ancora stanno soprattutto imparando a suonare uno strumento. È anche un’occasione per stare insieme, per comunicare e socializzare in modo sano e spontaneo. Ovviamente i volontari sono impegnati gratuitamente mentre gli strumenti musicali e le varie attrezzature sono stati comprati grazie ad un contributo dell’Associazione Soci Coop, sulla scorta di un progetto promosso dall’Associazione di volontariato “Dialogo”. La musica rappresenta dunque una grande opportunità per chi vive la detenzione ma non sempre è valorizzata in modo adeguato. Il teatro, la lettura, la formazione, lo sport sono fondamentali nel percorso di riabilitazione e rieducazione, ma la musica offre qualcosa di più, non conosce confini linguistici, etnici, religiosi, culturali, parla un linguaggio universale ed è un momento veramente liberatorio che migliora il proprio benessere. È quindi positivo che gli istituti penitenziari incoraggino sempre più la presenza di una sala musica e favoriscano la partecipazione a corsi di musica che valgono forse tanto quanto la presenza in un’aula scolastica o in un campo di calcio. A Porto Azzurro ci stanno provando e il gruppo musica è sempre più affiatato e determinato, grazie anche all’impegno, alla pazienza e alla caparbia dei detenuti, dei volontari e dell’educatore che segue il progetto. Con queste riflessioni, foriere di speranza, auspico che il nuovo anno favorisca una maggiore conoscenza fra mondo carcerario e comunità elbana, per una crescita ed un miglioramento di entrambi. *Garante dei diritti dei detenuti della Casa di Reclusione di Porto Azzurro Catanzaro. “Adozione in Città”, prende vita il progetto per i minori detenuti catanzarochannel.it, 7 gennaio 2026 Un’iniziativa nata per offrire ai ragazzi, in particolare stranieri privi di una rete familiare sul territorio italiano o che hanno smarrito ogni riferimento affettivo, un’occasione concreta di relazione, ascolto e reinserimento sociale. Vedere il mare: un desiderio semplice che ha dato avvio alla prima giornata del progetto “Adozione in Città”, promosso dalla Camera Penale “Alfredo Cantàfora” di Catanzaro. Un’iniziativa nata per offrire ai giovani detenuti - in particolare stranieri privi di una rete familiare sul territorio italiano o ragazzi che hanno smarrito ogni riferimento affettivo - un’occasione concreta di relazione, ascolto e reinserimento sociale. Il progetto trae origine dal Protocollo d’Intesa sottoscritto il 23 dicembre 2025, simbolicamente nel corso del I Memorial dedicato a Roberto Giglio, tra la Camera Penale di Catanzaro, il Vescovo della Diocesi di Catanzaro-Squillace, il Tribunale per i Minorenni, la Procura della Repubblica presso il medesimo Tribunale e l’Istituto Penale per i Minorenni “Silvio Paternostro” di Catanzaro. Una rete istituzionale ampia e coesa, fondata sulla convinzione che la rieducazione passi innanzitutto attraverso la relazione, la responsabilizzazione e il riconoscimento della persona. A promuovere l’iniziativa sono il presidente della Camera Penale Francesco Iacopino, il segretario Antonella Canino, Enzo Galeota - componente del Direttivo e coordinatore dell’Osservatorio Carcere ed Esecuzione Penale - e Francesca De Fine, corresponsabile dell’Osservatorio Giustizia Riparativa. La prima uscita del progetto ha avuto come protagonista “J”, un giovane detenuto il cui nome, in arabo, significa Dono. Una coincidenza dal forte valore simbolico, capace di restituire il senso più profondo dell’iniziativa e dell’impegno che la sostiene. Nel corso della giornata inaugurale, “J” ha incontrato due famiglie della comunità civile che hanno scelto di aderire ad “Adozione in Città”, offrendo la propria disponibilità a costruire un legame fondato sull’ascolto, sulla presenza e sulla continuità. Un primo, significativo passo verso la creazione di relazioni affettive e sociali capaci di accompagnare il percorso rieducativo e di costruire un ponte reale tra il “dentro” e il “fuori”. Il momento più intenso è stato senza dubbio l’incontro con il mare. Accogliendo il desiderio espresso dal ragazzo, gli organizzatori lo hanno accompagnato sul lungomare di Catanzaro Lido, dove ad attenderlo c’erano le famiglie coinvolte: G. e V., S. e R.. La passeggiata, il tempo condiviso, il contatto con l’acqua hanno assunto un valore che andava ben oltre la semplice uscita: il primo gesto concreto di fiducia, di apertura e di reciproco riconoscimento. “J” ha vissuto l’esperienza con curiosità e naturalezza, mostrando una spontanea predisposizione al dialogo. Emblematica, in questo senso, la sua risposta a una domanda apparentemente semplice: meglio pranzare fuori o a casa? “Anche casa è fuori”, ha detto, racchiudendo in poche parole il senso più autentico del progetto. Il pranzo, preceduto da un aperitivo preparato dallo stesso ragazzo, si è svolto in un clima di genuina convivialità, fatto di racconti, ascolto e normalità condivisa. Attorno alla tavola non c’erano ruoli né etichette, ma persone che si incontravano, restituendo per qualche ora quella dimensione di quotidianità troppo spesso negata a chi vive una condizione di privazione della libertà. Al termine della giornata, visibilmente emozionato, “J” ha voluto ringraziare la Camera Penale “Alfredo Cantàfora” di Catanzaro per il tempo trascorso insieme e per l’opportunità di vivere un’esperienza diversa, capace di lasciare un segno profondo e di aprire uno spiraglio concreto verso un futuro possibile. Con “Adozione in Città”, Catanzaro sperimenta un modello di giustizia che non si ferma alla sanzione, ma scommette sulla relazione, sulla responsabilità e sulla possibilità di ricostruire, passo dopo passo, un legame autentico con la comunità. “Come presidente dell’assise dei penalisti catanzaresi - ha dichiarato Francesco Iacopino - avverto il dovere di chiamare a raccolta tutte le realtà associative del territorio. Abbiamo bisogno di associazioni, famiglie e cittadini che, come queste prime coppie, abbiano il coraggio di scommettere sul recupero dei nostri giovani. In questi anni di lavoro nell’ambito dell’esecuzione penale, insieme al Direttivo, abbiamo sperimentato il cuore grande della città di Catanzaro, una comunità dotata di maturità e generosità non comuni”. “Ora - ha aggiunto - per alimentare questo nuovo percorso servono persone di buona volontà, ferme nella convinzione che la vera giustizia sia quella che non confonde l’uomo con il suo reato e che non smette mai di offrire, anche a chi ha sbagliato, una sedia alla tavola della civile convivenza. L’invito è aperto: facciamo sì che quel fuori diventi, per ragazzi come “J”, il luogo in cui sentirsi finalmente a casa”. Siracusa. Erbe officinali e pasticceria, il riscatto dei detenuti con la cooperativa L’Arcolaio di Patrizia Caiffa b-hop.it, 7 gennaio 2026 In Sicilia, sui Monti Iblei e nel carcere Cavadonna a Siracusa, la cooperativa L’Arcolaio crea opportunità di lavoro e inclusione sociale attraverso la coltivazione delle erbe officinali e un laboratorio di pasticceria. Il sole sta per tramontare dolcemente sui Monti Iblei in una giornata di cielo terso. Siamo nel terreno gestito dalla cooperativa sociale L’arcolaio che opera nel carcere maschile di Cavadonna a Siracusa. Da qui il vulcano Etna, la montagna che domina tutta la Sicilia orientale, non si vede. Ma la sua presenza di fuoco si avverte ovunque con una potente vibrazione energetica che entusiasma gli animi. L’immersione nella natura e nei profumi delle erbe aromatiche è totale. Uno scenario in parte addomesticato dall’uomo, con i classici muretti in pietra lavica e le trazzere, strade naturali usate dai pastori per portare al pascolo le pecore. Alcune zone sono lasciate selvagge, con alte piante di finocchietto che liberano i loro semi al vento. In altre ci sono coltivazioni di lavanda, timo, origano, salvia, cisto, terebinto, che si usa per il collutorio e l’olio ed è la pianta madre per innestare il pistacchio. E’ questo un progetto di agricoltura sociale che offre formazione e lavoro a giovani migranti, ex detenuti e altre persone fragili. Uno dei tanti della cooperativa L’Arcolaio, nata nel 2003 da un pioniere visionario, Giovanni Romano, avviando un panificio che utilizzava grani antichi siciliani nel carcere di Siracusa. Ma la panificazione era complessa perché i prodotti andavano consumati subito, quindi si è deciso di passare alla pasticceria. Attualmente la cooperativa realizza oltre 40 prodotti dolci e salati - tra cui pasta di mandorle, mandorle tostate, salate, pralinate, agrumi canditi, pesti di finocchietto selvatico, mandorle, sali aromatizzati, ortaggi essiccati - e sacchetti di erbe aromatiche bio, che raggiungono tutta Europa e vengono venduti a marchi famosi. Fattura almeno 800.000 euro l’anno e dà lavoro a 14 soci lavoratori. I marchi sono conosciuti perché li troviamo anche nei negozi bio o del commercio equo, nelle grandi catene: tra questi ricordiamo “Dolci evasioni”, “Frutti degli Iblei”. L’oasi didattica nei Monti Iblei accoglie visitatori da tutto il mondo. “Stiamo cercando di rendere fruibile questa attività anche ad ospiti esterni, con visite guidate e degustazioni”, racconta a B-Hop Salvo Corso, socio e vicepresidente della Cooperativa L’arcolaio. Un paio di giovani del sovraffollato istituto penitenziario Cavadonna di Siracusa - accoglie 700 persone ma la capienza effettiva sarebbe di 550 - vengono qui ad aiutare nella coltivazione delle erbe aromatiche. Nel laboratorio di pasticceria in carcere lavorano invece 10 persone. Negli anni vi sono passate 500/600 persone. “Per chi fa esperienza con noi il tasso di recidiva si abbassa al 5% Ora con il progetto ‘Jail to job’ puntiamo allo 0%”, dice soddisfatto. “Jail to job” è un percorso di inclusione socio-lavorativa per 540 detenuti, con l’obiettivo di arrivare a 180 contrattualizzazioni in tre anni. È promosso dalla cooperativa sociale Rigenerazioni Onlus di Palermo, con la cooperativa Lazzarelle di Napoli ed il sostegno della Fondazione San Zeno. Coinvolge gli istituti penitenziari Ucciardone di Palermo, Cavadonna di Siracusa, le carceri di Noto, Augusta e Pagliarelli Lorusso e Secondigliano. La casa e il terreno di 130.000 metri quadrati per la coltivazione delle erbe officinali sono stati dati in comodato d’uso dalla curia di Siracusa, che ora ha deciso di metterlo in vendita e non si sa quali decisioni verranno prese. La cooperativa collabora con la diocesi anche per un progetto di inserimento lavorativo in agricoltura e ha inoltre acquistato un terreno di fronte al carcere per costruire un nuovo laboratorio più grande, di 600 metri quadri, entro luglio 2027. Ci accompagna a visitare i campi profumati Giorgio Nichele, di Desenzano del Garda. Dieci anni fa si è trasferito in Sicilia e non l’ha più lasciata. “Ho sempre lavorato con migranti e detenuti - dice -. Qui accogliamo anche ragazzi con esecuzioni penali esterne. Per loro è una opportunità per potersi riscattare ma vanno accompagnati e presi per mano”. Dopo la raccolta delle erbe si manda tutto in essiccazione in un laboratorio tra Canicattini e Siracusa, dove avviene anche la certificazione bio. “Se avessimo più acqua avremmo più produzione - precisa -. Stiamo anche sperimentando il fico di Palermo e il sommacco per fare il gomasio. E con l’Università di Catania stiamo pensando ad una coltivazione di olio di ricino”. Nell’area didattica accolgono le scuole e spiegano ai ragazzi l’importanza della trasformazione della vita in natura. “I bambini vengono educati al riconoscimento delle erbe spontanee tramite l’olfatto” oppure a scoprire la food forest, ossia una foresta edibile con piante da frutto. Nel quotidiano non mancano i problemi, come i furti delle attrezzature e gli incendi d’estate. Ma in alcune zone della Sicilia la società civile si auto organizza per dare una mano ai vigili del fuoco e ai forestali. “A giugno facciamo una aratura per circoscrivere il fuoco - spiega Nichele. Facciamo parte di un gruppo Whatsapp con 150 persone e interveniamo con scope e zaini antincendio”. Tante le storie di successo, come quella di Max, che ha lavorato qui da detenuto ed è stato responsabile della produzione in carcere: ora è diventato socio della cooperativa. Le attività e i risultati positivi della cooperativa L’Arcolaio sono la dimostrazione concreta che il carcere, con l’aiuto del privato sociale, può assolvere al suo compito primario previsto dall’articolo 27 della Costituzione, ossia la “rieducazione del condannato per favorirne il reinserimento sociale, non la mera punizione”. Bologna. “Ritagli di Futuro”, le detenute riciclano materiali di scarto della Fondazione Mast di Vittoria Melchioni Corriere di Bologna, 7 gennaio 2026 Oggetti di design vengono prodotti nei laboratori di sartoria (uno interno e uno esterno) della Dozza da detenute ed ex detenute. Il progetto ha l’obiettivo di insegnare una competenza reale per il mondo del lavoro. Ci sono materiali che sembrano aver esaurito il loro compito: manifesti, banner, teli in pvc che hanno raccontato una mostra e poi, silenziosamente, vengono messi da parte. E ci sono persone che, agli occhi della società, rischiano di subire la stessa sorte. È dall’incontro tra questi due “margini” che nasce Ritagli di Futuro, il progetto che unisce sostenibilità ambientale, lavoro dignitoso e inclusione sociale, trasformando materiali dismessi della Fondazione Mast in accessori di design realizzati da donne detenute ed ex detenute. Il cuore produttivo dell’iniziativa è Gomito a Gomito, laboratorio sartoriale attivo dal 2010 all’interno della sezione femminile della Casa Circondariale di Bologna. A guidarlo oggi è Anna Romani, presidente dal 2023, che racconta il progetto come un cambio di paradigma: “Noi realizziamo prodotti, ma soprattutto lavoriamo su un’idea diversa di merchandising. Non oggetti seriali senza valore, ma strumenti capaci di redistribuire valore sul territorio, generando impatto sociale e ambientale”. Il progetto è coordinato insieme ad Approdi Aps, realtà impegnata nel sostegno psicologico di persone in situazioni di fragilità, dai migranti alle persone detenute. “L’idea - spiega Romani - è che un’istituzione culturale importante come il Mast possa restituire valore alla città sostenendo realtà più piccole come le nostre, senza produrre nulla di nuovo, ma riutilizzando materiali che hanno già raccontato un pezzo della storia culturale di Bologna”. All’interno del carcere, Gomito a Gomito ha un’unità produttiva stabile con lavoratrici assunte; all’esterno, un laboratorio accoglie donne in semilibertà o ex detenute. Il percorso non è simbolico, ma profondamente professionale: formazione, tirocinio, assunzione. “Non è “cucire per passare il tempo” - sottolinea Romani - ma restituire dignità al lavoro. L’obiettivo è che il periodo di detenzione non diventi uno stigma o un buco nel curriculum, ma un tempo che serve a imparare una competenza reale, certificata, spendibile nel mondo del lavoro”. Il nome Ritagli di Futuro racchiude questa visione: ritagli come scarti, ma anche come possibilità. “Da ciò che viene percepito come residuale - le persone in carcere, un manifesto che non serve più - può nascere un futuro accessibile a tutti, anche a chi normalmente viene invisibilizzato”, spiega la presidente. Le donne coinvolte sono consapevoli di creare pezzi unici, destinati a uscire dal carcere e a essere utilizzati nella vita quotidiana di altri: un gesto concreto che costruisce ponti tra dentro e fuori. Per ora la collezione è un primo esperimento: trousse, pochette e astucci venduti al Mast. Ma l’ambizione è più ampia. “Vorremmo che questo diventasse un modello replicabile - conclude Romani - capace di dimostrare che sostenibilità, cultura e giustizia sociale possono davvero camminare insieme”. Milano. Riccardo Muti tra i carcerati di Opera: “Nessuno è irrecuperabile” di Enrico Parola Corriere della Sera, 7 gennaio 2026 Il maestro sabato 10 dirige l’Orchestra Cherubini nel carcere milanese. “Devo fare di più per i detenuti. L’opera che metterei in scena? Simon Boccanegra, a cui Verdi fa dire: “E vo gridando: pace!”. Ne abbiamo bisogno tutti”. Qualunque teatro del mondo, in qualunque momento, gli aprirebbe le porte; questa volta è stato lui a sceglierlo, dove ad ascoltarlo ci sarà un pubblico che in larga parte neppure lo conosce. Sabato Riccardo Muti porta la sua Orchestra Cherubini nel teatro del carcere di Opera; con loro il coro La Nave di San Vittore, composto da detenuti e alcuni volontari che li seguono, cui si uniranno gli Ex Scaligeri di buona volontà e il soprano Rosa Feola, per spaziare da Vivaldi al Va’ pensiero e l’Ave Maria dall’Otello. Maestro, perché? “Con l’iniziativa Vie dell’amicizie del Ravenna Festival avevamo iniziato a suonare in situazioni di grave disagio; nel 1997 andammo a Sarajevo con aerei militari, suonammo in uno stadio ristrutturato per l’occasione, uno scrittore che collaborava con un giornale clandestino pubblicò un articolo in cui ci ringraziava perché avevamo ridato dignità alla madre, che era venuta allo stadio e aveva pianto di commozione. Un conto è suonare per una buona causa tra un pubblico selezionato, un altro è suonare davanti a chi vive quel disagio. Da qui nasce l’idea di suonare nelle carceri, dapprima a Ravenna, quindi a Bollate e nelle carceri minorili di Chicago”. Che esperienza è stata? “Mi ha segnato nel profondo. All’inizio vieni guardato con sospetto, percepisci la domanda “che vuole questo da noi?”, però stranamente c’è sempre un silenzio curioso - ricordo che, quando a Molfetta, in terza media, ci portavano a teatro, capitava che facessimo una tale caciara da costringere gli attori a implorarci di farli almeno terminare in qualche modo -. Via via che suonavo al pianoforte e raccontavo, come a Bollate, o a Chicago, dove riecheggiavano le note di Macbeth, i ragazzi erano sempre più colpiti, coinvolti. Ho toccato con mano come, a parte casi clinici, non c’è nessuno di irrecuperabile: possono aver ucciso e commesso crimini orribili, ma se gli si pone davanti, nel modo giusto, una bellezza, hanno un cuore che la sa riconoscere e può ancora palpitare per essa. Anche perché non di rado i veri colpevoli siedono impuniti su comode poltrone, queste persone sono vittime che hanno trovato un modo sbagliato per sopravvivere”. Com’è stato trovarsi davanti un pubblico che non la tratta come un mito vivente? “Mi sembrava di essere tornato ai tempi del ginnasio o delle medie. Potevo essere totalmente me stesso, non percepivo nessuna attesa, nessuna aspettativa, per cui tutto poteva svolgersi nel modo più semplice e naturale possibile”. Come li ha conquistati? “Non cercando lo show. Mi ha colpito, penso soprattutto ai ragazzi di Chicago, come non fossero presi dalle musiche più scintillanti - country, jazz, rap - ma da quelle più profonde. Quando abbiamo portato Macbeth, alcune ragazze detenute hanno letto dei passaggi di Shakespeare: pagine che, parlando di loro, destavano una comprensione profonda; anche a Opera alcuni detenuti leggeranno dei loro testi”. Ha poi parlato con loro? “Sempre. Il momento delle domande è bellissimo; quando abbiamo portato dei ragazzi di Chicago in teatro, all’intervallo li ho incontrati e abbiamo discusso. Fanno domande profonde, talvolta anche divertenti. La prima che mi hanno rivolto nel carcere minorile maschile è stata: “Quanto guadagni?”. Glielo ha detto? “Prima gli ho spiegato quante ore passo, ogni giorno, alla mia età, a studiare e ristudiare le partiture”. Davanti a tanto bisogno, non si sente impotente? “No. Più che un senso di impotenza ho sentito la necessità di fare di più per queste persone”. A Opera hanno creato un laboratorio di liuteria: suonerete gli strumenti fabbricati dai detenuti... “Col legno dei barconi affondati: legni di morte che diventano strumenti di bellezza”. L’opera che allestirebbe in carcere? “Simon Boccanegra. Verdi gli fa dire: “E vo gridando: pace! E vo gridando amor”. Ne abbiamo bisogno tutti”. Sulmona (Aq). Poliziotti e detenuti insieme per beneficenza a Casa Gaia laquilablog.it, 7 gennaio 2026 Baschi blu e ristretti uniti in un gesto che va oltre la semplice solidarietà, assumendo un valore sociale e simbolico di grande rilievo, capace di raccontare un’altra idea di giustizia e di comunità. L’iniziativa è stata resa possibile grazie all’impegno del direttore della Casa di Reclusione di Sulmona, il dottor Stefano Liberatore, della coordinatrice dell’area trattamentale, dottoressa Elisabetta Santolamazza, del commissario Francesco Arena e di alcuni esponenti della Polizia Penitenziaria, coordinati dal sovrintendente Tiziana Sciarra. Un’azione condivisa che ha dimostrato come, anche all’interno di un istituto penitenziario, sia possibile accomunare cuori di persone che la vita ha collocato in ruoli contrapposti, trasformando una raccolta fondi in un messaggio potente di umanità e responsabilità. Quello vissuto oggi rappresenta un capitolo significativo della storia penitenziaria sulmonese, capace di materializzare in modo concreto i principi costituzionali che guidano l’esecuzione della pena, fondata non solo sulla restrizione ma anche sul recupero e sulla funzione rieducativa. Una vera e propria “storia da Libro Cuore”, che avrebbe potuto ispirare lo stesso Edmondo De Amicis, tanto è forte il valore educativo e simbolico dell’iniziativa. Il gesto ha trovato la sua destinazione nella Comunità Educativa “Casa Gaia”, struttura che accoglie minori da 0 a 12 anni, italiani e stranieri, di entrambi i sessi, in situazione di bisogno. I bambini, segnalati dai Servizi Sociali e dall’Autorità Giudiziaria, vengono accompagnati in percorsi educativi residenziali e semiresidenziali, attivi 24 ore su 24 per tutto l’anno. Proprio qui, in un contesto spesso segnato da fragilità e difficoltà profonde, l’iniziativa ha acceso una luce di speranza, dimostrando che anche in un mondo attraversato da troppe ombre possono nascere gesti capaci di restituire fiducia e umanità. Milano. Il restyling del musical Hair affidato alla sartoria del carcere di San Vittore di Angela Iantosca articolo21.org, 7 gennaio 2026 Fino all’11 gennaio a Milano (Teatro Carcano) è in scena “Hair The Tribal Love - Rock Musical”, per la regia di Simone Nardini e la produzione Simone Nardini MTS Entertainment in collaborazione con Déjà Donné e il supporto di Teatro Carcano di Milano, Imbonati11 Art Hub e MTS - Musical! The School. Lo spettacolo, che riprende l’acclamata produzione di Mts Entertainment interrotta dalla pandemia, è in una versione completamente rinnovata, con un cast di giovani interpreti, selezionati attraverso quattro mesi di audizioni, tra più di 300 talenti con background artistici diversi, provenienti da tutta Italia. Una edizione che ha una particolarità: in occasione di questa nuova edizione, la produzione ha deciso di affidare il restyling dei costumi e della scenografia alla sartoria delle detenute di San Vittore. Una scelta che nasce dalla volontà di promuovere l’inclusione e l’abbattimento dei muri, sottolineando il messaggio stesso dello spettacolo di pace universale e di libertà incondizionata, priva di qualsiasi giudizio. Inoltre, in via del tutto eccezionale, nella sola data del 6 gennaio al Teatro Carcano Jacopo Sarno sarà special guest star come interprete del ruolo di Claude. Jacopo Sarno, primo artista non americano della Walt Disney Records, è stato protagonista di numerose serie Disney, come Quelli dell’Intervallo, ed è stato interprete di celebri musical, come la versione italiana teatrale di High School Musical e, più recentemente, di Casanova Operapop di Red Canzian. Dopo le repliche al Teatro Carcano, lo spettacolo proseguirà la tournée in diverse città italiane, offrendo al pubblico l’opportunità di sperimentare l’intensità e la magia di HAIR. “Abbiamo scelto di programmare “Hair” - spiega il regista Simone Nardini - non solo perché quest’anno il focus del Teatro Carcano è il rifiuto della guerra, ma anche perché ci riporta ad un clima di ideali positivi, inclusivi, solari che in questo momento storico sembriamo avere smarrito. Riascoltare quei testi nella prossimità fisica che crea il teatro, comprenderli appieno grazie alla versione in italiano, diventa quasi un atto di fiducia nel futuro”. Mariangela Pitturru - programmazione e coordinamento artistico Teatro Carcano: “Oggi, come allora, esistono ancora tanti Vietnam e tanti giovani con la voglia di liberarsi dalla schiavitù commerciale della Società. “Hair The Tribal Love-Rock Musical”, coinvolge ancora le platee dopo oltre 50 anni dal suo debutto a Broadway in un momento storico sicuramente più difficile di quello narrato. Quante guerre sono state combattute dopo il Vietnam? Quante guerre sono in corso oggi nel mondo?”. Hair è una produzione Simone Nardini MTS Entertainment in collaborazione con Déjà Donné e il supporto di Teatro Carcano di Milano, Imbonati11 Art Hub e MTS - Musical! The School. Sotto la guida esperta di Simone Nardini, che cura regia, scene e costumi, lo spettacolo si arricchisce delle coreografie di Valentina Bordi e della direzione canora di Eleonora Mosca. Una band dal vivo, diretta da Eleonora Beddini, accompagna le performance in un’ambientazione immersiva, che coinvolgerà il pubblico in un’esperienza teatrale unica. Le canzoni iconiche, come Aquarius, Hair, Let the sunshine in e Hippie Life, saranno in inglese, mentre gli altri brani del musical sono stati appositamente tradotti in italiano. Vercelli. La libertà in gioco con i detenuti, il Billiemme cerca un allenatore di calcio di Andrea Zanello La Stampa, 7 gennaio 2026 È il progetto portato avanti dal Garante Pietro Oddo. Cercansi allenatori per la casa circondariale di Billiemme. È in fase embrionale ma già affascina il progetto in cui attraverso il calcio si potrà regalare qualche ora di svago ai detenuti del carcere di Vercelli. Si parte dall’idea di voler valorizzare il campo da calcio presente all’interno del penitenziario. “Abbiamo un bello spazio per giocare e sarebbe bello utilizzarlo il più possibile”, spiega Pietro Oddo, Garante dei detenuti per il comune di Vercelli. Da qui l’idea: organizzare degli allenamenti in cui i detenuti possano essere agli ordini di una guida che li prepari dal punto di vista fisico e da quello tecnico. “Per questo - aggiunge Oddo - abbiamo pensato di cercare degli ex calciatori che abbiano giocato a livello professionistico. Ma anche a tecnici che sappiano condurre degli allenamenti e organizzare una squadra. Servirà più di una persona: la base potenziale è di 80 detenuti, da suddividere con 10 appuntamenti a settimana”. Come detto per ora è solo un’idea, ma nelle prossime settimane potrebbero già partire dei contatti ufficiali. Non sarebbe nemmeno la prima volta che accade una cosa del genere: nel 2024 nella casa circondariale era andata in scena l’evento “Oltre la rete”, con una partita tra il Team Billiemme composto da una rappresentativa di carcerati e la Primavera della Pro Vercelli. Per un mese la squadra dei detenuti aveva avuto un allenatore professionista che l’aveva preparata all’incontro: Stefano Melchiori, prestato per l’occasione dai bianchi. Inoltre per quell’evento era stato risistemato il manto erboso del campo interno al penitenziario ed erano state cambiate tutte le reti. Il calcio in carcere, in passato, aveva visto anche altre iniziative importanti, come le partite tra detenuti e i loro figli allo scopo di mantenere vivi i legami famigliari. Inoltre la tradizione calcistica all’interno del carcere vercellese è di lunga data: in passato, infatti, era presente una squadra formata da detenuti iscritta al campionato Csi, il Forrest. “L’idea - sottolinea il direttore della casa circondariale Giovanni Rempiccia - è quella di provare a formare una nuova compagine per iscriverla ad un campionato dilettantistico: i termini quest’anno scadono tra agosto e settembre. Se si trovassero degli allenatori per preparare la squadra, il progetto potrà decollare”. E così si potrebbero anche disputare delle amichevoli pre campionato. L’illusione securitaria di Annalisa Cuzzocrea La Repubblica, 7 gennaio 2026 Il decreto sicurezza approvato ad aprile 2025 è servito a criminalizzare il dissenso, ha inventato 14 nuovi reati, ma non ha fatto nulla per rassicurare gli italiani. Il decreto Caivano ha riempito le carceri di minorenni, portando a una capienza mai raggiunta gli istituti minorili, aumentando la possibilità per i più giovani di scontare la pena in prigioni per adulti e peggiorando così ulteriormente la situazione: sono dati del ministero della Giustizia, non ipotesi, quelli secondo cui la recidiva dei minori aumenta se si sconta la pena in carcere, diminuisce con le misure alternative e la messa in prova. Tra l’altro, molti dei reati per cui i ragazzini vanno in prigione sono legati all’uso di droga. E no, non è in prigione che si guarisce dalla tossicodipendenza. Quanto all’immigrazione irregolare, possiamo fare un esercizio di immaginazione: quante cose si sarebbero potute fare per diminuire il fenomeno dei senza dimora, curare il disagio sociale e psichico e allontanare i soggetti estremamente pericolosi con i 670 milioni di euro buttati per gli inutili centri costruiti in Albania? Quanto della situazione di cui soffrono oggi le principali città italiane dipende dal fatto che con il decreto Cutro si è diminuito drasticamente l’investimento in integrazione e ci si è concentrati solo - ed esclusivamente sulla carta - sulla repressione? Per quale ragione un governo di destra continua a pensare che sia meglio lasciare un migrante per strada che permettergli di accedere al sistema di accoglienza ordinaria, da cui sono stati esclusi i richiedenti asilo? In modo da poterne valutare anche la pericolosità sociale, se c’è. A cosa servono le zone rosse nelle città e i daspo se non fanno che allontanare un problema ai margini per poi vederlo tornare in forma di violenza? Ci sono dati cui il governo Meloni non guarda, e che dovrebbe invece osservare da vicino. La criminalità è aumentata negli ultimi tre anni, e anche in rapporto al 2019, periodo pre-Covid. Prima, era in discesa. Mancano 20mila tra poliziotti e carabinieri e il piano di assunzioni straordinarie varato non copre nemmeno il turn over: quelli che andranno in pensione non saranno sostituiti. Chi vive nel mondo reale sa che è meglio non trovarsi su un treno regionale dopo le sette di sera, che deve guardarsi le spalle nelle stazioni, che per una ragazza è meglio andare in auto da Milano a Monza se ha orari che non le consentono di rientrare con la luce. Tra i reati in continuo aumento, negli ultimi anni, ci sono le violenze sessuali. Si denunciano di più, è vero, ma salgono vertiginosamente anche tra i più giovani. Quanto ai ragazzi, bisognerebbe tenersi lontani dai nomi sensazionalistici - maranza, baby gang - e guardare a due dati. Il primo riguarda l’uso del coltello: troppo esteso, assolutamente incontrollato. C’è in Parlamento una proposta del Pd che chiede di vietarne la vendita ai minori. Non basta. Bisognerebbe mettere in atto il divieto - per tutti - di andare in giro per le strade con un’arma offensiva. Con immediato sequestro e pene esemplari. Ma bisognerebbe anche affrontare un tema di cui il governo non si è assolutamente fatto carico: l’Istat ha certificato - per il 2024 - che il 26,7 per cento dei minori in Italia è a rischio povertà ed esclusione sociale. Tra gli stranieri, la percentuale sale al 43,6 per cento. Il disagio sociale, quello psichico - per cui l’Italia spende il 5 per cento del Pil a fronte di una media Ocse dell’11 - non si risolvono con i reati e le pene. Serve un lavoro molto più profondo. E la capacità di guardare la realtà per quella che è. Il diritto penale dell’insicurezza, giuridica e sociale di Nello Rossi questionegiustizia.it, 7 gennaio 2026 Diciamolo subito: è stato laborioso e complicato ricostruire la fisionomia del diritto penale che la maggioranza di destra ha prodotto negli anni dell’Esecutivo guidato da Giorgia Meloni. La difficoltà del lavoro collettivo svolto sta nel fatto che si è di fronte a un diritto penale proteiforme, dalle molte e mutevoli sembianze. È un diritto penale del nemico, che sceglie come bersagli della repressione penale quanti vivono nel disagio sociale, gli irregolari, i dissenzienti, i protestatari, gli alternativi e, naturalmente, i migranti. Assumendo una posizione di rigore estremo nei confronti della marginalità sociale, dei reati di strada e di tutte le forme di azione politica e sociale che fuoriescono dai binari della più stretta legalità formale. È un diritto penale dell’amico, declinato, come sottolinea Alessandra Algostino “in senso classista e autoritario”, che attua la depenalizzazione dei reati dei colletti bianchi e introduce tutele privilegiate per le Forze di polizia, così veicolando “l’immagine dello Stato come autorità”. Mostrando indulgenza verso illegittimità, abusi e devianze dei detentori del potere e introducendo nel processo penale sempre più complesse e sofisticate garanzie che, però, saranno utilizzabili solo dai soggetti culturalmente ed economicamente forti e meglio difesi. È un diritto penale di segno neocorporativo, utilizzato con grande e spregiudicata flessibilità per inviare messaggi rassicuranti a particolari settori della popolazione, a categorie professionali, a segmenti delle istituzioni, anche allo scopo di coprire il vuoto di effettive iniziative di protezione che richiederebbero impegni seri e concreti in termini di uomini e mezzi, più che vacue e stentoree “grida” repressive. È un diritto penale della perenne emergenza, generato da una decretazione d’urgenza ormai giunta al parossismo e divenuto meccanico riflesso condizionato di risposta agli allarmi lanciati dalla cronaca nera e alle ansie ingenerate nella popolazione da media troppo spesso a caccia di sensazionalismo. È un diritto penale massimo, per il suo gigantismo e per la proliferazione delle fattispecie, delle aggravanti, degli aumenti incontrollati delle pene, in frontale contrasto a quel “diritto penale minimo” che da tante parti, anche a destra, si continua ad invocare. È un diritto penale erratico, asistematico, imprevedibile, che ha definitivamente abbandonata la strada del tradizionale orientamento “di law and order” per divenire reazione impulsiva al malessere sociale, incurante dei canoni di coerenza, di razionalità giuridica e di ragionevolezza che soli possono garantire l’eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge penale. Infine, per l’effetto congiunto di queste caratteristiche, il diritto penale di questi anni è anche un diritto dell’insicurezza giuridica e sociale. Insicurezza giuridica, in primo luogo, perché molte delle nuove fattispecie incriminatrici sono indeterminate e perciò creeranno pericolose incertezze tra i cittadini e gli operatori del diritto. Insicurezza sociale, inoltre, perché invece di “strade illuminate” e di presidi umani e tecnologici idonei a proteggere i cittadini contro il crimine si affida tutta la deterrenza alla proliferazione dei reati e all’elevazione delle pene, mentre si moltiplicano, incessanti e martellanti, le aggressioni che mirano a indebolire la magistratura, che è il primo agente della legalità repubblicana. In definitiva, siamo di fronte a un diritto illiberale che rappresenta l’esatto pendant dei progetti autoritari di revisione della Costituzione repubblicana coltivati dalla maggioranza di destra che governa il Paese. Parliamo di progetti chiari, scoperti, esibiti, che puntano da un lato all’accentramento del potere nella figura di un Presidente del Consiglio dei ministri “pigliatutto”, eletto direttamente dal popolo, e, dall’altro, a una riduzione dell’indipendenza del Giudiziario da realizzare anche grazie alla rinascita della corporazione e della gerarchia interna. Saranno queste tendenze, accentratrici e verticistiche, a vincere nell’Italia del prossimo futuro, investita - al pari di altri Paesi dell’Occidente - da un’onda di destra che si è diffusa tanto nel Paese dominante, gli Stati Uniti, quanto in molti Stati europei sinora di sicura tradizione democratica? E sarà davvero l’autoritarismo la risposta più naturale e meglio accolta dalle opinioni pubbliche dei Paesi democratici al lungo elenco di “paure” - degne di un romanzo di Stephen King - che le turbano: la sostituzione etnica, la minaccia della criminalità, l’insicurezza economica, e via dicendo? Nell’assoluta incertezza su “come andrà a finire” la fase inquieta che attraversiamo, nutriamo una sola soggettiva certezza: non è il tempo delle posizioni defilate, attendiste, di comodo. Occorre restare saldamente sul fronte dei principi liberali e democratici in politica e dell’Illuminismo e dell’umanità nel campo del diritto penale. Sapendo cogliere ansie ed inquietudini dei nostri concittadini, ma cercando di offrire risposte diverse da quelle indicate da un Governo che, proprio sul terreno delle istituzioni e del diritto penale, sta mostrando il suo volto più aggressivo ed estremista. E continuando tenacemente a indicare alternative praticabili e cure intelligenti e mirate di contro alla indigeribile e fallimentare ricetta della destra: riempire i fogli della Gazzetta Ufficiale di più reati, di più pene, di più vuote minacce di repressione e accentrare la maggior quota di potere politico possibile nell’Esecutivo e nel Premier. È impossibile ripercorrere, nei limiti di un editoriale, tutti i temi affrontati in questo fascicolo della Trimestrale. Basterà ricordare che il numero spazia dalla cornice costituzionale entro cui si colloca - o, meglio, con cui collide - la nuova legislazione penale alle questioni della sicurezza. Dalle politiche penali dell’immigrazione alla multiforme dimensione del carcere. Dalle innovazioni del processo penale alla disciplina dei reati contro la pubblica amministrazione. Argomenti eterogenei, certo, ma da studiare insieme per fissarli su di un unico supporto come altrettante tessere destinate a comporre il variegato mosaico della politica del diritto penale della destra. Operazione, questa, nella quale sta il pregio e il peculiare valore di questa riflessione collettiva. In chiusura di questo editoriale, una notazione sconsolata e una ottimistica. Enunciamo per prima la ragione di sconforto. Duramente criticato dagli studiosi di diritto penale e dalla magistratura progressista, il “diritto penale della destra” prodotto in questi ultimi anni ha suscitato solo una iniziale reazione di dissenso dell’avvocatura rappresentata dall’Unione delle Camere penali, reazione che si è poi via via stemperata per ragioni di tattica politica. Una parte dell’avvocatura è, infatti, apparsa letteralmente abbacinata dalla promessa della separazione delle carriere e dalla prospettiva di avere di fronte una magistratura divisa e indebolita dalla revisione della Costituzione. Oltre che molto interessata all’idea di veder crescere, in uno con la proliferazione dei reati, garanzie processuali fruibili (solo) dai clienti più abbienti. Che dagli attacchi forsennati a tutti i giudici - civili, penali, internazionali, di legittimità - autori di provvedimenti sgraditi non possa venire alcun vantaggio per l’avvocatura è dimostrato da molti segnali istituzionali che dovrebbero essere agevoli da cogliere per chi guida l’Unione. Qui basterà citare solo il Ministro Salvini, che, irritato per una decisione giudiziaria riguardante quattro migranti, ha chiesto, con tono sprezzante: “Ma i migranti avevano l’avvocato sul barcone?”. A dimostrare che non ci può essere vero rispetto e reale apertura alla funzione del difensore in un contesto di acuta insofferenza e di aggressione alla giurisdizione. Vi è anche però, come avevamo preannunciato, una ragione di ottimismo, beninteso non per la magistratura, ma per il Paese. Il 10 dicembre scorso si è costituito il Comitato nazionale “Avvocati per il No”, con il fine di sensibilizzare l’opinione pubblica sulle ragioni che giustificano il “No” alla riforma costituzionale della magistratura in previsione del prossimo appuntamento referendario. Il presidente del Comitato, Avv. Franco Moretti, ha affermato che è “di fondamentale importanza chiarire che non tutta l’avvocatura è favorevole alla riforma e che esistono avvocati che non sono disposti ad apporre la propria firma su una modifica della Costituzione che, sfruttando l’illusione di una giustizia più giusta, determinerà un’alterazione dell’equilibrio fra i poteri dello Stato a vantaggio della politica e in danno delle persone”. Tra la tutela del potere e la tutela delle persone, ha aggiunto il presidente Moretti, “gli avvocati hanno la missione morale di scegliere sempre le persone. Per questo crediamo che il “No” sia il voto giusto, anche per chi è a favore della separazione delle carriere: perché la separazione non può essere ottenuta a qualunque costo e men che meno al costo di infettare lo Stato di diritto e i contrappesi tipici dell’equilibrio democratico liberale”. Sapevamo già che non tutta l’avvocatura italiana era riunita sotto la bandiera delle Camere penali e che non condivideva le finalità della revisione costituzionale e i toni truculenti e distruttivi impressi dall’UCPI alla campagna referendaria. Ma l’esplicita rivendicazione di un diverso punto di vista e la presenza di un’altra voce dell’avvocatura rappresentano un fatto importante, destinato a segnare i mesi che precedono il referendum costituzionale, nel corso dei quali si moltiplicheranno le denigrazioni dell’operato della magistratura e le aggressioni al ruolo della giurisdizione. *Direttore di Questione Giustizia Morire di psichiatria a Livorno di Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud osservatoriorepressione.info, 7 gennaio 2026 Apprendiamo che una donna di quarantuno anni, di cui non conosciamo l’identità, si sarebbe suicidata nel bagno del reparto di Psichiatria dell’ospedale di Livorno il 27 dicembre scorso. È successo ancora. Un’altra volta, sempre nello stesso posto. Sempre nell’Spdc (Servizio Psichiatrico Diagnosi e Cura) padiglione 10° degli Ospedali Riuniti di Livorno. L’Asl Toscana Centro, intervenuta a posteriori con una nota diramata ai giornali, parla di un “caso sentinella”: un evento cioè grave, imprevedibile, inaspettato. Imprevedibile? Per quello che ci è dato sapere in pochi anni si sono verificati almeno altri due casi di persone decedute dopo essere state ricoverate all’interno di quello stesso reparto. La mattina del 14 marzo 2017 una ragazza di ventiquattro anni scappa dal reparto di psichiatria di Livorno dove era ricoverata e si toglie la vita gettandosi sotto un treno. Di lei non si conosce neanche il nome. A comunicare la notizia della morte di Guglielmo Antonio Grassi all’inizio di aprile del 2021 è stato invece l’ex-primario in pensione di quello stesso reparto, attraverso una indignata e circostanziata lettera di denuncia alla stampa locale. Dal suo racconto si evinceva lo stato di generale decadenza del reparto di Psichiatria dell’ospedale di Livorno (sbarre alle finestre, porte chiuse, sfratto dell’Associazione degli utenti, aumento della contenzione meccanica). Grassi muore di polmonite dopo essere stato legato al letto di contenzione per più di sette giorni. La donna deceduta nel pieno delle recenti feste natalizie era uscita dal carcere due settimane prima di morire. Dalla ricostruzione dei giornali risulta che non si sentiva bene e che dopo una visita al pronto soccorso, era stato disposto il suo ricovero (volontario) in Psichiatria nel pomeriggio del 26 dicembre. Qui, all’interno del bagno, secondo i giornali, si sarebbe soffocata. È risultato inutile qualsiasi tentativo di rianimarla da parte del personale sanitario. La figlia il giorno precedente aveva chiamato in reparto chiedendo inutilmente di parlare con la madre. Ha poi ricevuto la notizia all’una di notte: “Sua madre è morta, si è suicidata”. Insieme ad altri familiari si è immediatamente diretta al padiglione 10, chiedendo di poter entrare. Adducendo motivi di sicurezza e procedurali il personale sanitario ha impedito loro di entrare e ha poi chiesto l’intervento di una pattuglia di carabinieri per placare la rabbia dei familiari. La figlia e il marito della donna hanno sporto denuncia. La procura ha avviato un’indagine su quanto accaduto, allo scopo di appurare eventuali responsabilità penali. È stata acquisita la cartella clinica per indagare sulla terapia somministrata, e sono stati ascoltati alcuni dei sanitari che l’hanno presa in carico. La dottoressa di guardia quella notte è stata indagata con l’imputazione provvisoria di omicidio colposo. La salma resta sotto sequestro: è stata disposta l’autopsia, di cui si attendono i risultati. L’Asl Toscana Nord-Ovest ha comunque difeso l’operato del personale, e ha attivato un audit interno per capire cosa sia accaduto con esattezza. Un sindacato di categoria ha puntato il dito contro la carenza di personale. A Livorno prevalgono gli stessi dispositivi custodialistici e post-manicomiali utilizzati nella stragrande maggioranza dei reparti psichiatrici in Italia. Livorno non fa parte dei 24 reparti psichiatrici no-restraint (su 329 totali), gli unici dove non si legano le persone. E a Livorno si muore legati a un letto di contenzione. A Livorno nel 10° padiglione le visite esterne sono regolamentate a discrezione del personale sanitario. Troppo spesso questa limitazione comporta sofferenze ulteriori per pazienti e familiari, oltre a una mancanza di controllo su inadempienze e abusi. Possiamo supporre, inoltre, che una persona appena uscita da una reclusione carceraria abbia bisogno di un sostegno e di una risposta adeguata ai propri bisogni. Fra le altre cose, nelle carceri italiane si vive in una condizione al limite della sopportazione e della stessa dignità umana, dove la somministrazione incontrollata e smisurata di psicofarmaci è nota e costante, a scopo sedatorio e di controllo. Quale trauma ha riportato la donna dopo l’esperienza carceraria? Perché il pronto soccorso ha stabilito di inviarla in Psichiatria? Manca infine una seria elaborazione statistica dei dati riguardanti i suicidi all’interno dei reparti psichiatrici italiani, come avviene invece per i suicidi in carcere. Come per le carceri, i suicidi in psichiatria non sono eventi episodici ma strutturali. I suicidi avvenuti all’interno delle istituzioni psichiatriche rappresentano in tutto e per tutto, come per chi si toglie la vita in carcere, delle morti di Stato. Il suicidio svela il cortocircuito che si verifica all’interno dell’istituzione psichiatrica: istituzione teoricamente finalizzata alla cura e che, invece, insinua e finisce per innescare essa stessa i fenomeni suicidari. Quella commedia in scena a Caracas di Domenico Quirico La Stampa, 7 gennaio 2026 Conversioni, ritrattazioni, apostasie, tradimenti, zig zag, incantamenti, bugie, escandescenze plateali: che balzana commedia umana si recita da due giorni nel Palazzo di Caracas in un gran limbo della informazione e della deformazione. Un cambio di regime con forte puzzo di zolfo e niente aroma di incenso. Quel guastamestieri di Trump, demolitore di ogni tradizione di garbo, becchino del diritto internazionale qualificato ormai come esperimento fallito, ha un merito: le sue azioni sanno metter sulla strada che conduce a vedere tutto quello che c’è di posticcio, di falso e di equivoco in alcuni angolini del mondo. Ora ci sono personaggi pirandellianamente alla ricerca di una maschera, consapevoli che corrono il rischio, indossando quella sbagliata, di finire sulle bancarelle nel reparto della frusaglia a prezzo fisso. O peggio in galera. Miguel Maduro: caudillo spietato o rivoluzionario calunniato o banalmente narcotrafficante. Forse le tre cose insieme. Che guaio. Sul fatto che sia un tipo periferico di gran mascalzone, prima che fosse “tradotto” in carcere da sbirri di altissima qualità, pare addirittura gli stessi che diedero la caccia a Bin Laden (entrambi con taglia americana milionaria, segno inequivocabile di grandezza), si assemblava una certa uniformità di occidentale consenso. Maneggiava gli affari del suo Paese certamente con dovizia di vergognosi ripieghi, il raggiro, l’intrigo, le soppiattezze poliziesche, parassitismi praticati con fermezza addirittura eroica. he fosse come si dice “di sinistra” seduceva però i più irriducibili quaresimalisti dei tempi ahimè defunti del “pueblo unido”. Insensibili, costoro, al fatto che lui mettesse grande perizia nell’impegno di tenere milioni dei suoi compatrioti lontano dalle tentazioni del benessere. Nel fronte dei “cattivi” menapopoli Iran, Russia, Cina trovava comode sponde. Adesso però che il Gringo numero uno gli ha fatto il favore di trasformarlo comunque in prigioniero politico gli si offre una ghiotta possibilità, ribaltare il copione e diventare da accusato accusatore. Insomma careggiarsi da nuovo Castro sudamericano! Ma per questa complessa anabasi deve dimostrare che può attingere alle sue remote origini, la teologia della liberazione, il chavismo ante marcia. In fondo qualsiasi truffa politica, come quelle care al codice penale, per avere successo richiede un nucleo di verità. Si tenta talora un paragone tra lui e Noriega, altro boss latino-americano prelevato manu militari dagli Stati Uniti e morto da galeotto. Ma “Faccia d’Ananas” era comparsa da cronaca nera, una canaglia a libro paga, guarda un po’!, della Cia. Aveva deciso di mettersi in proprio e per questo fu punito dai suoi datori di lavoro. Noriega a processo poteva soltanto sperare in qualche arzigogolo pandettistico, le colpe le conoscevano a menadito i suoi capiufficio di Washington, gli stessi che lo processavano. Che purtroppo ora trovavano tutto l’interesse, molto egoistico, di toglierlo dal mercato. Noriega era spacciato. E lo sapeva lui per primo. Maduro ha la possibilità di attuare la strategia del processo politico, ovvero rovesciare le parti, diventare accusatore dei suoi accusatori. Il fisico del ruolo, baffoni staliniani, occhi che mandano fiamme, oratoria da barricata sindacale, tutta esclamazioni, invettive, slogan, grida. Qualche avvisaglia l’ha già data proclamandosi prigioniero di guerra. Ma siamo solo ai preliminari. Quando inizieranno le udienze (sempre che prudentemente gli americani non dispongano le porte chiuse, ovviamente per ragioni di sicurezza nazionale), allora potrà negare al tribunale il diritto di processarlo perché vittima di un sequestro di persona. In verità la guerra venezuelana di Trump, come sempre avvolta di smargiassate e abissi scuri, gli offre spunti stuzzicanti. Può accreditarsi come l’ennesima vittima delle prevaricazioni dei nordamericani e diventare voce della rabbia dell’America Latina. Sarà lui a processare Trump, l’imperialista, il dittatore planetario e i suoi fondacci melmosi e non viceversa. Forse è un aspetto che alla Casa Bianca non hanno considerato. Un processo è sempre un rischio. È una tribuna, un palco di comizio, una offerta di lotta. Può creare fatti mitologici contro cui non valgono né le prove né il buon senso. Anche se la sentenza è già stata scritta. Ma non si sa mai. Ma le annunciate prove dei legami con i narcos, i supertestimoni? Insinuazioni, sospetti, false notizie… questo processo è un atto politico, non una udienza di pretura. I popoli del subcontinente sono mogi, si obbietta, limati da decenni di liberismo omicida e di populismo sgangherato. Prudenza. Se trovano un eroe anche ambiguo e pieno di macchie vedrete che riempiranno le piazze: nordamericani maledetti, a casa! Per sostenere questa parte occorre però che Maduro sia, come racconta lui, un rivoluzionario, che ne abbia la stoffa e ingegno e forza d’animo... cosa di cui ci sono finora motivi per dubitare. Mi ha sempre dato l’idea di un tipo furbo ma primitivo. Per entrare nella parte avrebbe bisogno del francese Jacques Vergés, l’avvocato dei dittatori. Passato alla storia non solo penalistica come l’avvocato del diavolo. Non solo Trentini: 28 i detenuti “politici” italiani in Venezuela. Ecco chi sono di Vincenzo R. Spagnolo Avvenire, 7 gennaio 2026 I dati raccolti da Avvenire rivelano un numero alto di persone trattenute nelle carceri perché oppositori di Maduro o con accuse pretestuose. Eccone le storie, mentre Il Governo tratta per la loro liberazione, con la mediazione della Chiesa. Dal 1980, la lugubre silohuette del carcere di massima sicurezza “El Rodeo I” si staglia sul panorama di Guatire, località a 30 chilometri da Caracas. In una cella di quel tetro palazzone con le sbarre, sinistro simbolo dei mali del sistema penitenziario venezuelano e del trattamento inumano riservato a molti detenuti, il cooperante Alberto Trentini attende da 418 giorni la propria liberazione. Arrestato il 15 novembre 2024 a Guasdualito, nello Stato di Apure, senza precise accuse formali, mentre lavorava per la ong “Humanity and Inclusion”, ora - dopo il terremoto politico innescato dagli Usa - spera che presto arrivi quella notizia che anche la sua famiglia (che lo ha sentito tre volte al telefono, il 15 maggio, il 26 luglio e il 9 ottobre 2025) aspetta con ansia. Nelle ultime ore, il negoziato sotterraneo fra le autorità italiane e i diplomatici della nuova presidentessa Delcy Rodriguez si è intensificato: “Per dovere di riserbo nel pieno delle trattative, come è stato detto autorevolmente da Roma, c’è massima attenzione, massimo impegno dell’ambasciata e del Governo, ma non dico una parola di più, che rischierebbe solo di fare dei danni”, taglia corto l’ambasciatore italiano a Caracas, Giovanni Umberto De Vito. Il 23 settembre, quando ha potuto effettuare la prima visita consolare, l’alto diplomatico ha trovato Trentini “dimagrito di 5/6 kg”. E il 27 novembre, durante una seconda visita, il cooperante ha riferito di essere stato rinviato a giudizio. Ma Trentini non è l’unico italiano a condividere quella sorte. Alcuni media hanno ipotizzato una dozzina di casi. In realtà i dati raccolti da fonti dell’esecutivo italiano, che Avvenire ha visionato in esclusiva, riferiscono di 46 connazionali attualmente detenuti in Venezuela. Diversi sono stati arrestati per crimini comuni. Ma fra loro, ben 28 sono reclusi per presunti reati connessi alle vicende politiche del Paese: in particolare, 12 sono stati arrestati in seguito alle elezioni presidenziali del 28 luglio 2024. Ventotto italiani, dunque, non uno solo, su un totale di circa mille “presos politicos” ancora trattenuti dal regime bolivariano, secondo quanto denunciano le associazioni di difesa dei diritti umani. Il giornalista Biagio, Daniel l’imprenditore e gli altri 26 italiani - Oltre a Trentini, dunque, altri 25 connazionali (alcuni con doppio passaporto) sono finiti nel mirino degli apparati repressivi venezuelani per aver espresso un’opinione ad alta voce, per il loro mestiere o perché ritenuti in qualche modo “scomodi” per il regime madurista. le loro storie sono poco note all’opinione pubblica. Sette risultano detenuti nel famigerato “Rodeo I”: oltre a Trentini, c’è ad esempio il 47enne Daniel Echenagucia, imprenditore italiano originario di Avellino, marito e padre di due ragazzi. Arrestato illegalmente insieme alla famiglia il 2 agosto 2024, è stato poi trattenuto e sottoposto a “sparizione forzata” (una pratica purtroppo diffusa negli ultimi anni in Venezuela, con diverse decine di casi) per alcune settimane. Ora si trova in una cella non lontana da quella di Trentini, in condizioni estreme di isolamento. Soffre di asma, secondo i familiari ha perso 18 chili e versa in uno stato di prostrazione. Poi c’è l’imprenditore torinese Mario Burlò: condannato in primo e secondo grado in un processo di ‘ndrangheta in Piemonte, ma poi assolto in Cassazione per concorso esterno in associazione mafiosa, deve rispondere di indebite compensazioni fiscali legate alla squadra di Basket Auxilium Torino. Ma dal 12 novembre 2024 era sparito nel nulla, finché il Consolato italiano ha confermato il suo arresto, per ragioni ancora non precisate. Sarebbe dimagrito di 20 chili. E ieri i suoi avvocati hanno chiesto attenzione anche sul suo caso. Altri sette prigionieri “politici” italiani si trovano invece nel cosiddetto Helicoide, in uso al Sebin (il servizio di intelligence nazionale), edificio modernista tristemente noto negli ultimi anni come centro di interrogatori ruvidi e torture. Fra loro c’è il 60enne Biagio Pilieri, italo venezuelano di origini ragusane: giornalista, ex deputato e leader del partito di opposizione “Convergencia”, sarebbe stato arrestato arbitrariamente il 28 agosto 2024 a causa del suo sostegno all’opposizione democratica e del suo lavoro nel campo dell’informazione. Ha moglie e due figli e soffre di diverse patologie. Un mese fa, nello stesso carcere è morto Alfredo Díaz, ex governatore dello Stato di Nueva Esparta, recluso nella stessa cella di Pilieri, che è stato testimone del suo aggravamento. Nei giorni scorsi la moglie di Pilieri, Maria Livia Vasile, e quella di Echenagucia, Marien Padilla, hanno rivolto un accorato appello alle istituzioni italiane: “I nostri mariti sono innocenti. Vi chiediamo di non lasciarli soli di fronte alla malattia, all’abbandono e al rischio di morte. Chiediamo che si faccia tutto ciò che è umanamente possibile per salvare le loro vite e consentire il loro ritorno a casa”. Il negoziato del Governo e la mediazione della Chiesa - Secondo quanto riferiscono fonti qualificate ad Avvenire, la trattativa per la liberazione di Trentini si è intensificata negli ultimi mesi. Nel negoziato, ritengono le fonti, avrebbe avuto un ruolo sottotraccia ma cruciale anche la Chiesa cattolica, capace di svolgere una importante azione di mediazione con le autorità venezuelane sul tema dei detenuti politici. Un passaggio sarebbe avvenuto, viene spiegato, il 19 ottobre scorso in occasione della canonizzazione dei primi santi venezuelani (José Gregorio Hernandez Cisneros e Maria Carmen Rendiles Martinez) a cui ha preso parte fra gli altri l’arcivescovo di Caracas, monsignor Raúl Biord Castillo. Di recente, con Maduro ancora presidente, il Governo venezuelano avrebbe preteso un “riconoscimento politico” in cambio della liberazione di Trentini. Poi il blitz militare degli Usa e la sua cattura hanno messo una nuova interlocutrice, la neopresidente Delcy Rodriguez, di fronte al Governo Meloni. “Speriamo che con lei il dialogo sia più facile”, valuta il ministro degli Esteri Antonio Tajani. La trattativa, ora divenuta politica, conta sul supporto dell’intelligence e del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano. A Palazzo Chigi e alla Farnesina dunque, per citare ancora il ministro Tajani, si sta facendo “il possibile e l’impossibile” per favorire la liberazione di tutti i detenuti “politici” italiani. Feluche e 007, si sa, sono usi a lavorar tacendo. E non fanno pronostici. Ma le mutate condizioni politiche, sommate alle pressioni della società civile venezuelana per un’amnistia di tutti i “presos politicos”, non fanno escludere che si possa presto arrivare a una svolta per Alberto, Biagio, Daniel e tutti gli altri.