Giubileo, la proposta di un indulto che accompagni le persone dopo il carcere di Ilaria Dioguardi vita.it, 6 gennaio 2026 Un gruppo di giuristi, filosofi, teologi, magistrati ed esperti della materia penitenziaria propone la soluzione di un indulto “differito”. Nicola Mazzamuto, co-autore del documento, presidente del tribunale di sorveglianza di Palermo: “Bisogna pensare ad una misura responsabile, per aver tempo di riprogettare il futuro e per dare alle persone una libertà accompagnata e assistita, con la presa in carico di una rete di accoglienza”. “La drammaticità della situazione carceraria impone soluzioni nuove, originali e realistiche, raccogliendo gli appelli accorati di papa Francesco, di papa Leone, del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ed il grido di dolore del mondo penitenziario. La proposta di un indulto “differito” maturata in seno al convegno “Il diritto alla speranza nel cinquantennale dell’Ordinamento penitenziario, nell’anno del “Giubileo della Speranza” e nel triduo del Giubileo dei Detenuti intende coniugare responsabilità, sicurezza, speranza, clemenza e prevenzione”. Questo è l’incipit della proposta di indulto giubilare, un documento scritto da un gruppo di giuristi, filosofi, teologi, magistrati ed esperti della materia penitenziaria, coordinato da Nicola Mazzamuto, presidente del tribunale di sorveglianza di Palermo, co-autore della proposta. Mazzamuto, come nasce questo documento? È una proposta tecnica scientifica di teologi, filosofi, giuristi, magistrati ed esperti della materia penitenziaria che, in seguito ad un convegno a Roma, hanno dato vita a riflessioni comune. Una misura straordinaria come l’indulto corrisponde a un’emergenza attuale, se il sistema rischia di collassare, occorre una misura immediata che abbiamo declinato in una chiave di “responsabilità, sicurezza, speranza, clemenza e prevenzione”. Quindi, abbiamo cercato di elaborare una proposta che coniugasse i valori sottesi a queste parole. Però, siamo consapevoli del fatto che occorre una soluzione urgente che corrisponde ad un’emergenza presente. E temiamo anche che la situazione possa peggiorare ulteriormente, il sistema penitenziario ha dei flussi in entrata e dei flussi in uscita. Se ogni giorno i flussi in entrata sono maggiori di quelli in uscita, come sta accadendo da tempo, il sovraffollamento ovviamente aumenta. Quindi, quella attuale non è una situazione statica, ma dinamica che peggiora giorno dopo giorno. Questo è un punto di partenza. Nel documento abbiamo espresso una contrarietà ad un indulto “secco”. Perché siete contrari ad un indulto “secco”? Perché un indulto “secco”, dall’oggi al domani, porterebbe 10mila-20mila persone dal carcere alla strada, senza risorse né opportunità lavorative. Il numero di persone coinvolte dall’indulto dipenderebbe, nell’eventualità, dal fatto di riuscire ad arrivare alla maggioranza qualificata dei due terzi in Parlamento favorevoli ad un provvedimento di clemenza. Nell’indulto “secco” il rischio di recidiva è elevato, rischia di non risolvere i problemi ed aumentare le criticità. Nel documento citate anche lo storico messaggio alle Camere dell’8 ottobre 2013 del Presidente Giorgio Napolitano sulla questione carceraria dopo la “sentenza Torreggiani”, nella quale si invocava proprio un “indulto accompagnato”: “Ritengo necessario che - onde evitare il pericolo di una rilevante percentuale di ricaduta nel delitto da parte di condannati scarcerati per l’indulto, come risulta essere avvenuto in occasione della legge n. 241 del 2006 - il provvedimento di clemenza sia accompagnato da idonee misure, soprattutto amministrative, finalizzate all’effettivo reinserimento delle persone scarcerate, che dovrebbero essere concretamente accompagnate nel percorso di risocializzazione”... L’indulto “secco” del 2006, che si spinse fino a tre anni, portò a valle tassi di recidiva. Come il Presidente Napolitano, auspichiamo il varo di un “indulto accompagnato”. Nella nostra proposta, nel momento in cui il soggetto viene scarcerato, avviene la presa in carico da fuori dal carcere da parte del servizio sociale dell’Ufficio dell’esecuzione penale esterna - Uepe, e l’inserimento nel circuito istituzionale del Consiglio di aiuto sociale, del Comitato per l’occupazione e degli istituti di giustizia riparativa. Anche con il coinvolgimento delle competenze istituzionali e finanziarie degli enti pubblici territoriali, della Cassa delle Ammende e delle risorse aggiuntive del Terzo settore, con l’offerta di posti di lavoro, di borse lavoro, di corsi di formazione professionale, di progetti di volontariato, di percorsi di riparazione, mediazione e riconciliazione, in un’ottica di giustizia di comunità. Ciò in base a una norma dell’ordinamento penitenziario vigente, che prevede che dopo la scarcerazione debba scattare la cosiddetta assistenza post-penitenziaria. Dopo l’indulto “differito” è importante, sottolineo, anche una presa in carico da parte del volontariato, del Terzo settore, della Chiesa, un coinvolgimento degli enti pubblici territoriali, che hanno risorse per i progetti di inclusione sociale dei detenuti. Insomma, il concetto di persona “accompagnata” è nel senso che il soggetto fruisce dell’indulto, esce dal carcere e viene preso in carico da una rete di accoglienza: non è una libertà destinata al degrado e alla recidiva, ma è una libertà che verrà accompagnata e assistita, con la previsione di una efficacia differita di tre-sei mesi. L’indulto di per sé non è una misura strutturale, è una misura emergenziale. Come si può far diventare l’indulto una misura non solo emergenziale? Come è accaduto nel 2006, e come accade con qualunque indulto, dopo un effetto deflattivo che ha un suo arco temporale, è evidente che, se non si incide sui fattori strutturali, la situazione torna quella di prima. Quello che abbiamo detto nell’ultima parte del documento, anche se non siamo entrati nel merito di proposte particolari (abbiamo ritenuto che non fosse questa la sede), è che occorre approfittare del tempo in cui il sistema penitenziario respira perché si torni ai livelli normali di affollamento. Se si facesse un indulto di due anni che permettesse l’uscita di circa 16mila persone, che devono essere accompagnate per evitare che tornino a delinquere, occorrerebbe approfittare del tempo in cui il sistema respira, per non avere di nuovo un sovraffollamento oltre il limite della capienza regolamentare. Siccome i flussi in entrata continuano a esserci, occorrerà introdurre delle misure strutturali ed elaborare un pacchetto strategico per fare in modo che il sistema non riproduca le condizioni attuali. Altrimenti il rischio è che si possa tornare ad un verdetto negativo in sede europea. Nel 2013 si evitò una condanna dell’Italia perché la “sentenza Torreggiani” era una sentenza pilota: il nostro Paese mise in campo delle misure, tra cui la liberazione anticipata speciale, ma non si trattava di misure strutturali, infatti il sovraffollamento si è riprodotto. Per questo bisogna pensare ad un indulto responsabile, per aver tempo di riprogettare il futuro. Questo è il senso del documento. La vostra non è una proposta chiusa? No, è un’idea argomentata, ragionata, e non è una proposta di legge. Prossimamente, cercheremo di ampliare la platea dei possibili sottoscrittori, di verificare se c’è il consenso di personalità di alta statura, di spessore intellettuale ed istituzionale. Si tratta di un documento trasversale, plurale che hanno sottoscritto persone di varia provenienza politico-culturale e magistratuale. Non è di certo un documento di parte, è una proposta tecnica e scientifica. Dopo questa fase in cui consolideremo il parterre delle alte personalità che vorranno sottoscrivere il documento, pensiamo di fare una piattaforma aperta alle libere adesioni, in modo che chiunque possa aderire alla proposta. Intorno all’ipotesi dell’indulto si sono pronunciati papa Francesco nella bolla di indizione, papa Leone, recentemente, al Giubileo dei detenuti, il Presidente della Repubblica. Essendo co-autore della proposta, non posso che auspicare che ci siano consensi politici intorno all’indulto, ma questo dipenderà dalle dinamiche della politica. La proposta è stata sottoscritta da giuristi, filosofi, teologi, magistrati ed esperti della materia penitenziaria: Simone Alecci, Sergio Belardinelli, Umberto Curi, Cesare Di Pietro, Luciano Eusebi, Antonietta Fiorillo, Fabio Gianfilippi, Rossella Giazzi, Cosimo Giordano, Filippo Giordano, Franco Maisto, Luigi Manconi, Pasquale Mangoni, Nicola Mazzamuto, Massimo Naro, Gianni Pavarin, Bernardo Petralia, Carlo Renoldi, Bartolomeo Romano, Mario Serio, Nunziante Rosania, Gianni Rossi, Vittorio Trani. Carceri, un altro anno nero dello Stato tra sovraffollamento record e suicidi di Simone Olivelli La Sicilia, 6 gennaio 2026 Sempre più grave il problema del sovraffollamento delle carceri italiane. Nel 2025, nelle carceri italiane ogni quattro giorni e mezzo un detenuto si è tolto la vita. Gli 80 suicidi - l’ultimo proprio mentre nelle case gli italiani si apprestavano a festeggiare il nuovo anno - testimoniano come la crisi del sistema penitenziario sia lontana dall’essere risolta. Tra sovraffollamento, mancanza di adeguate cure nei confronti di chi soffre di patologie psichiche, carenze nell’organico sia degli agenti che del personale addetto a fornire servizi di altra natura, la luce fuori dal tunnel non si vede ancora. Dai dati registrati dal ministero della Giustizia e aggiornati a fine novembre, risulta che il numero dei detenuti era di 63.868, circa duemila in più rispetto alla fine del 2024 quando a essere reclusi erano in 61.861. Capienza carceraria e dati ufficiali del ministero della Giustizia - Stando alla capienza autorizzata, i posti nei penitenziari dovrebbero essere 51.275. Ma si tratta, come ammesso dallo stesso ministero, di una stima che attiene alla carta: “Il dato sulla capienza non tiene conto di eventuali situazioni transitorie che comportano scostamenti temporanei dal valore indicato”. Per Antigone, associazione che si batte per i diritti e le garanzie nel sistema penale, la capienza effettiva a fine novembre era di 46.124 posti, settecento in meno di quelli che vi erano all’inizio dell’anno. Antigone: “Il bilancio di fine 2025 è il più cupo degli ultimi anni” - “È sempre doloroso tirare le somme di un altro anno di carcere in Italia ma - ha dichiarato Patrizio Gonnella, il presidente di Antigone - il bilancio di fine 2025 è forse il più cupo degli ultimi anni. Perché restituisce l’immagine di un sistema penitenziario che è sempre più in crisi, con tensioni in costante crescita e un silenzio assordante da parte delle istituzioni che rifiutano qualsiasi ipotesi di riforma e qualsiasi intervento che permetterebbe di alleggerire il peso delle carceri, a beneficio delle persone detenute, che vivono ammassate l’una sull’altra e degli operatori che, già sotto organico, denunciano un pesante e crescente stress lavorativo”. Spazi vitali, condizioni igieniche e diritti negati - I responsabili di Antigone hanno vistato 120 carceri, delle quali il 42,9 per cento risulta non riuscire a garantire “i tre metri quadrati di spazio vitale per persona”. Una riduzione degli spazi che è in aumento: nel 2024, infatti, questa percentuale si fermava al 32,3 per cento. Più di un carcere su due, invece, ha celle senza doccia e in oltre il 45 per cento dei casi ci sono condizioni igieniche inadeguate e assenza di acqua calda. I problemi, poi, riguardano anche le carenze di spazi per lavoro, socialità e formazione. Sovraffollamento nelle carceri siciliane: i dati struttura per struttura - In Sicilia, le 23 strutture penitenziarie sulla carta potrebbero ospitare 6439 persone ma a fine novembre erano 7083 i detenuti, dei quali 234 donne e 1065 stranieri. Guardando nel dettaglio la situazione nelle singole strutture dell’isola è la seguente (il dato sulla capienza è tra parentesi): Agrigento P. Di Lorenzo 383 detenuti (283), Sciacca 20 (73), Caltanissetta 242 (183), Gela 80 (48), San Cataldo 102 (135), Caltagirone 437 (541), Catania Bicocca 173 (136), Catania Piazza Lanza 469 (279), Giarre 75 (58), Enna L. Bodenza 215 (167), Piazza Armerina 69 (48), Barcellona Pozzo di Gotto 222 (387), Messina 204 (302), Palermo Lorusso Pagliarelli 1330 (1166), Palermo Ucciardone 598 (569), Termini Imerese 105 (95), Ragusa 199 (196), Augusta 608 (364), Noto 149 (176), Siracusa 661 (545), Castelvetrano 71 (44), Favignana 98 (89) e infine Trapani 572 (555). Istituti penali per minorenni e decreto Caivano - A risentire delle criticità sono anche gli istituti penali per minorenni. Per Antigone, il quadro è diventato più preoccupante con l’attuazione del decreto Caivano. “Ha determinato un aumento dei giovani detenuti, facendoli diventare il 150 per cento di quello che erano e svuotando progressivamente il circuito della giustizia minorile della sua funzione educativa - è la denuncia dell’associazione -. Sempre più spesso, ragazzi che potrebbero proseguire il loro percorso fino ai 25 anni nei servizi minorili vengono trasferiti nelle carceri per adulti al compimento della maggiore età, interrompendo bruscamente ogni progetto educativo e di reinserimento”. Personale insufficiente e stress operativo nelle carceri - Anche in questi casi il sovraffollamento si accompagna a situazioni deficitarie che incidono nella qualità della detenzione: nel dieci per cento degli istituti visitati il riscaldamento non era sempre funzionante, mentre oltre il 45 aveva problemi con l’acqua calda e ben il 56 per cento era dotato di celle prive di doccia, nonostante il regolamento penitenziario le preveda obbligatoriamente. Se le carceri ospitano un numero maggiore di detenuti rispetto a quelli che potrebbero starci, a essere meno del dovuto sono gli agenti penitenziari. “In media si contano 1,9 detenuti per ogni agente di polizia penitenziaria e 70 detenuti per ogni educatore, ma in alcune realtà i numeri diventano insostenibili - denuncia Antigone - A Regina Coeli si arriva a 3,2 detenuti per agente e 95 per educatore; a Novara a 2,7 detenuti per agente e addirittura 180 per educatore”. Autolesionismo, psicofarmaci e disagio psichico in carcere - Questa sproporzione determina una minore capacità del personale di attuare i controlli necessari a evitare che la situazione all’interno delle strutture sfugga fuori controllo. “Restano altissimi gli eventi critici: negli istituti visitati si registrano in media 16,7 atti di autolesionismo ogni cento detenuti, 2,6 tentati suicidi e 16,4 isolamenti disciplinari ogni 100 persone detenute. La sofferenza psichica è una delle grandi emergenze del carcere italiano. Dalle oltre cento visite effettuate quest’anno da Antigone è emerso come l’8,9 per cento delle persone detenute presentava una diagnosi psichiatrica grave al momento delle visite. A fronte di ciò, il 20 per cento assumeva regolarmente stabilizzanti dell’umore, antipsicotici o antidepressivi, mentre il 44,4 per cento faceva uso di sedativi o ipnotici. Gli psicofarmaci - sottolinea l’associazione - continuano a rappresentare uno degli strumenti principali di gestione dell’ordine interno e del disagio sociale, spesso in assenza di reali necessità e percorsi terapeutici e di supporto”. Funzione rieducativa del carcere e misure alternative - Il carcere dovrebbe avere - lo dice la Costituzione - l’obiettivo di rieducare il condannato e prepararlo al reingresso in società. Così però non è, trasformandosi in un luogo di punizione e alienazione. “Mentre il carcere si riduce a spazio di mera custodia, lavoro, formazione e istruzione restano largamente marginali”, fa sapere Antigone. I dati dell’associazione dicono che lavora per l’amministrazione penitenziaria circa il 30 per cento delle persone detenute, mentre solo il 3,7 ha un impiego con datori di lavoro esterni. Numeri simili anche per la formazione: solo il 30,4 frequenta la scuola, mentre il 10,4 è coinvolto in percorsi di preparazione professionale. “Tutto questo avviene nonostante il 38 per cento delle persone detenute abbia una pena residua inferiore ai tre anni e potrebbe accedere a misure alternative alla detenzione, che non rappresentano una rinuncia alla pena ma una modalità più efficace e costituzionalmente orientata di esecuzione, capace di ridurre drasticamente la recidiva e aumentare la sicurezza collettiva”, conclude Antigone. Il piano del Governo per 10mila nuovi posti. Antigone: “Nel 2025 ne sono stati persi 700” - “I parlamentari non vanno oltre una visita e la presentazione di una interrogazione, che serve a fare qualche foto. Il carcere e i detenuti non fanno notizia nemmeno se si suicidano”. Queste parole pronunciate da Pino Apprendi, garante dei detenuti a Palermo, risuonano in un momento in cui il governo nazionale ha varato il piano Carceri, pacchetto di misure con cui si punta a riequilibrare le carenze nel sistema penitenziario italiano. Tra lavori di manutenzione straordinaria, ampliamento e nuove costruzioni, l’obiettivo indicato per il 2027 è quello di avere nuovi 10mila posti detentivi in tutta Italia con un investimento complessivo che si aggira sui 750 milioni di euro. Il governo Meloni ha nominato un commissario straordinario per l’attuazione del piano, individuandolo in Marco Doglio. In ballo ci saranno una sessantina di cantieri tra nuove opere e interventi di manutenzione. A novembre è stata pubblicata una gara d’appalto da oltre 274 milioni. “Prosegue il programma del commissario straordinario per l’edilizia penitenziaria con una nuova gara destinata all’ampliamento di dodici strutture carcerarie - si legge sul sito del ministero - La procedura, pubblicata da Invitalia, in qualità di Centrale di committenza per il Commissario straordinario, riguarda la progettazione e la realizzazione di padiglioni detentivi negli istituti di Reggio Calabria, Trani, Perugia, Saluzzo, Santa Maria Capua Vetere, Napoli (Secondigliano), Gela, Trapani, Ferrara, Pavia, Rovigo e Monza distribuiti in Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna, Umbria, Campania, Calabria, Puglia e Sicilia”. A esprimere però profonde perplessità rispetto a quanto finora fatto è l’associazione Antigone. “Secondo quanto riportato dallo stesso governo già nell’anno che si sta per concludere, i nuovi posti sarebbero dovuti essere 864. Ciò a cui si è assistito è stata invece una perdita di 700 posti effettivi, con un dato registrato ai primi giorni di dicembre che non conteggia i circa 250 posti persi nel solo incendio di San Vittore di alcuni giorni fa”, ha commentato l’associazione. In attesa di capire se e come il governo riuscirà a raggiungere i risultati annunciati, giorno dopo giorno l’esperienza di chi sta in carcere è spesso invivibile, come gli 80 suicidi avvenuti nel 2025 dimostrano. “Il carcere italiano è lo specchio di scelte politiche precise. Continuare a ignorare questi dati significa accettare che la pena perda ogni funzione costituzionalmente orientata e che la violazione sistematica dei diritti fondamentali diventi la normalità”, sottolinea Antigone, ricordando che nel 2024 i tribunali di sorveglianza hanno accolto seimila ricorsi di detenuti che denunciavano di essere stati sottoposti a trattamenti degradanti e riconoscendo loro un indennizzo economico. Nel 2025 ottanta suicidi in carcere. Alemanno a Domani: “Racconto la fatica in cella e il sistema al collasso” di Nello Trocchia Il Domani, 6 gennaio 2026 Da quando è recluso l’ex sindaco di Roma è diventato un testimone che, insieme ai detenuti del braccio G8, denuncia in un libro firmato con lo “Scrivano di Rebibbia” le condizioni carcerarie e la pochezza del legislatore che alimenta il populismo penale. Record di suicidi nell’anno appena concluso. Il titolo è chiaro, fin troppo: “L’emergenza negata, il collasso delle carceri italiane”. A firmarlo sono lo scrivano di Rebibbia, Fabio Falbo, e un detenuto eccellente, l’ex ministro e già sindaco di Roma, Gianni Alemanno. A metà dicembre aveva denunciato un’altra carenza strutturale nel carcere romano dove è rinchiuso: il riscaldamento. Poco prima della fine dell’anno Alemanno ha fatto recapitare a Domani questo volume con un breve messaggio: “Saprai certamente del libro che ho recentemente scritto insieme a Fabio Falbo, “lo Scrivano di Rebibbia”. Quello che non saprai pienamente è invece la fatica che mi è costata vivere quotidianamente per un anno e raccontare il suo contenuto”. La presentazione del volume, avvenuta qualche settimana fa a Roma, aveva visto la presenza dello stesso Alemanno, attraverso il suo avatar, che leggeva un messaggio scritto e recapitato agli organizzatori. È un libro che mette in fila le questioni che il governo continua a ignorare e che rimangono centrali anche in questo nuovo anno. In queste duecentoquindici pagine c’è una riflessione ampia e vera, che parte dalla disamina di tre stagioni di politica carceraria: la prima dal secondo dopoguerra ai primi governi di centro-sinistra; la seconda, quella delle riforme, inizia negli anni Sessanta; la terza si concentra sulla seconda repubblica. Un’analisi che non risparmia critiche ai partiti di opposizione, divisi anche sul fronte carcere, e a quelli di maggioranza. I vecchi amici di Alemanno hanno totalmente ignorato i suoi appelli, così come ogni proposta di intervento sul sovraffollamento, e si sono dimostrati incapaci di ascoltare, nonostante le promesse del ministro della Giustizia. Nordio aveva annunciato depenalizzazioni, prima di contribuire fattivamente al disastro giudiziario e al conseguente collasso delle carceri italiane. Alemanno critica il governo Meloni per il rifiuto di provvedimenti di clemenza, per la “promessa illusoria di costruire rapidamente nuove carceri o di riutilizzare come luoghi di reclusione edifici demaniali in disuso”, ma anche per aver introdotto nuovi reati. Gli autori riflettono sulla ritorsione penale come “strumento più semplice da usare per affrontare emergenze sociali, economiche e, ovviamente, criminali”. Record di suicidi - Ritorsione penale a costo zero, senza spesa pubblica, e che, aggiunta all’obbligatorietà dell’azione penale, contribuisce all’ingolfamento del sistema giudiziario e a quello penitenziario. Un sistema dove si registrano record di suicidi, 80 nel 2025, atti di autolesionismo, in assenza di strutture adeguate, e la polizia penitenziaria “imprigionata in una nave alla deriva”. D’interesse nel volume è anche la critica al concetto di carcere, inteso come corpo estraneo alla società. Un approccio alimentato da frasi come “marcire in galera”, “buttare la chiave”, il frasario che ha unito i fronti del populismo penale. Sarebbe interessante poter ascoltare la voce di Falbo e Alemanno, ragionare su errori e mancanze, ma al momento la direzione del carcere di Rebibbia e il Dap non hanno dato seguito alla nostra richiesta inoltrata mesi fa. Sul collasso del sistema carcerario si preferisce la mordacchia di stato. Sovraffollamento carceri: “Il detenuto malato sconti la pena a casa” di Lorenza Pleuteri osservatoriodiritti.it, 6 gennaio 2026 Un provvedimento del tribunale di sorveglianza di Torino e l’ennesimo decesso in carcere riportano l’attenzione sul trattamento di detenuti malati e le conseguenze di sovraffollamento e carenza di personale. Il sovraffollamento di un carcere genera un surplus di sofferenza. E la presenza di detenuti malati, quelli che richiedono un’assistenza sanitaria particolare, in un istituto con centinaia di detenuti in più provoca un sovraccarico di lavoro per il personale e pesa sulla gestione dei servizi ordinari. Anche per questi motivi, uniti alle patologie di cui soffre, un recluso della casa circondariale di Torino ha ottenuto la detenzione domiciliare. Basandosi solo sulle condizioni di salute, ritenute non incompatibili con la vita in cella, non avrebbe avuto diritto alla misura applicata e neppure alla sospensione o al differimento della pena. Sovraffollamento carceri italiane: un’ordinanza destinata a fare scuola - La decisione di ammetterlo alla detenzione domiciliare è stata presa del tribunale di sorveglianza del capoluogo piemontese. “Credo che si tratti della prima ordinanza di questo genere o comunque di una delle prime. Spero apra la strada a decisioni simili, per i detenuti che si trovano in condizioni analoghe a quelle del mio assistito, non pochi. Il sovraffollamento è diventato cronico, in tutta Italia o quasi”, commenta per Osservatorio Diritti l’avvocato dell’uomo, Francesco Romeo. Rinchiuso alle Vallette di Torino - Saverio P., classe ’78, era in carcere dal 13 febbraio 2023 per scontare una condanna a quattro anni e dieci mesi per una serie di rapine commesse tra Torino e Collegno e per ricettazione. Stava alle Vallette, come in città in molti chiamano ancora il penitenziario intitolato agli agenti Giuseppe Lorusso e Lorenzo Cutugno. Malato ma non abbastanza: la decisione del giudice - Sarebbe stato rimesso in libertà il 15 giugno 2027. Affetto da cardiopatia ischemica cronica, obeso e senza più adenoidi e appendice, non era abbastanza grave per essere dichiarato incompatibile con il carcere e per avere il differimento o la sospensione della pena per motivi di salute. Il 1° aprile 2025, tramite avvocato, ha chiesto al magistrato di sorveglianza di riferimento di essere ammesso alla detenzione domiciliare, in via provvisoria, con la procedura prevista quando si temono conseguenze nefaste. Il giudice, acquisita la cartella clinica, ha respinto l’istanza. E ha motivato il rigetto, un esito non definitivo: “Non stati forniti concreti elementi da cui desumere un grave e imminente pregiudizio derivante dalla protrazione dello stato di detenzione in carcere… né acuzie di patologie tali da rendere le condizioni di salute del detenuto incompatibili con lo stato detentivo”. La pratica, come previsto, è passata al tribunale collegiale per ulteriori valutazioni e per la decisione finale. Sovraffollamento carceri: “doverosa riflessione” sullo stato di detenzione - L’istanza è stata infine accolta con motivazioni destinate ad entrare nei manuali di diritto penitenziario. Il tribunale di sorveglianza di Torino ha ritenuto che, testualmente, “l’attuale quadro di sovraffollamento delle strutture penitenziarie imponga una doverosa riflessione rispetto alla necessità di protrarre lo stato di detenzione per soggetti affetti da serie patologie (ancorché adeguatamente monitorate e non in fase d’immediato peggioramento)”. Celle stipata causano sofferenze in più - “La direzione sanitaria della casa circondariale di Torino, anche grazie alla professionalità e disponibilità del personale che vi presta servizio, è in grado di fare fronte, tempestivamente, alla gran parte delle problematiche sanitarie dei detenuti”, spiegano i magistrati del tribunale di sorveglianza. “Ciò nonostante, è intuitivo come il regime detentivo possa cagionare un surplus di sofferenza e disagio in soggetti affetti da serie patologie, che potrebbe essere evitato o, quantomeno, significativamente alleviato da una misura alternativa”. Da considerare risorse disponibili e aggravi di lavoro - “La detenzione di un soggetto affetto da gravi patologie richiede, per garantire idonea assistenza, un impegno straordinario di risorse anche sotto il profilo del personale di polizia penitenziaria impegnato per accompagnare i detenuti ad effettuare le visite mediche presso strutture sanitarie esterne”. E queste risorse, definite oggettivamente carenti, “possono essere recuperate soltanto sottraendole ad altri incarichi”. Rispetto di umanità e diritto alla salute dei carcerati - Tenendo conto di questo e di altri fattori (la tipologia e la datazione dei reati commessi, la pericolosità in concreto del condannato e la pena residua da espiare) il tribunale di sorveglianza ha dato un’interpretazione dichiaratamente estensiva dell’ordinamento penitenziario e conforme ai principi costituzionali di tutela della salute e di umanità nell’esecuzione della pena. Carcere di Torino, presenze oltre la capienza regolamentare - L’uomo, requisito fondamentale e imprescindibile, aveva a disposizione un posto adeguato dove andare a scontare il resto della pena in detenzione domiciliare: la casa della moglie, in Veneto. Così ha potuto lasciare il carcere e passare all’espiazione della condanna residua tra le mura domestiche, tenuto a rispettare una serie di stringenti obblighi e limitazioni. Quando, in primavera, era entrato nella casa di reclusione, con 1.117 posti letto regolamentari, nelle celle si stipavamo 1.420 persone. Quando mancavano alcuni giorni all’ uscita ce ne erano ancora di più, 1.456, quasi metà di origine straniera. Ha atteso il responso poco più di quattro mesi, un tempo ritenuto congruo e accettabile dal suo legale. Sovraffollamento, “speriamo che sia un’ordinanza pilota” - “Ci auguriamo che questa sia un’ordinanza pilota, replicabile per altri - torna a dire l’avvocato Romeo - Purtroppo, per chi non ha una famiglia all’esterno o un domicilio fisso, a cominciare da immigrati ed emarginati, questa strada sarà più complicata da percorrere”. Soluzioni nel nuovo decreto ministeriale? Una novità da scoprire - Un passo avanti, per ora sulla carta, va registrato. Dal 30 settembre 2025 è operativo il decreto ministeriale che dovrebbe agevolare la concessione di misure alternative alla detenzione a reclusi svantaggiati, uomini e donne senza casa o privi di risorse economiche sufficienti per mantenersi. Si prevede la loro ammissione, non automatica, nelle comunità residenziali disciplinate dalle nuove disposizioni, in presenza di una serie di requisiti e fino all’esaurimento dei fondi stanziati. Morto il detenuto obeso che nessuno voleva - Per Francesco De Leo, un detenuto obeso e diabetico, è arrivata prima la morte. Il cinquantunenne è deceduto il 20 ottobre nel carcere di Torino, lo stesso istituto oggetto delle valutazioni negative e della liberazione (anche) per sovraffollamento. Pesava 265 chili. Il suo legale, Luca Puce, ha reso noto che da un anno il tribunale di sorveglianza aveva stabilito che l’assistito non poteva stare in un penitenziario. E invece, dopo un periodo in una Rsa di Bra, una degenza al pronto soccorso dell’ospedale di Cuneo e un passaggio dalla casa circondariale di Genova Marassi, era stato rinchiuso alle Vallette. Niente colloqui né ore d’aria - Per i corridoi si moveva con una carrozzina elettrica ingombrante, con cui non riusciva a entrare nella sala colloqui. Con i familiari l’unico contatto erano le videochiamate. Per lui era stata approntata una cella doppia adatta alle condizioni fisiche ed era stato ordinato un letto bariatrico, atteso per settimane. La denuncia del fratello Domenico e l’inchiesta per omicidio colposo - Non solo. Il fratello Domenico, in un’intervista alla Stampa, ha denunciato: “Non lo voleva nessuno. Era stanco e non stava prendendo più l’insulina. Mi ha detto che nessuno lo accudiva. Lo curavano gli altri detenuti. Non è mai uscito per le ore d’aria, perché nessuno si prendeva la responsabilità di farlo alzare dalla branda”. Per la sua morte la procura di Torino ha aperto un’inchiesta per omicidio colposo, contro persone da identificare. “Elettori ingannati”. Bufera sul manifesto per il No a Milano di Carola Causarano Il Riformista, 6 gennaio 2026 La campagna referendaria sulla riforma della giustizia si infiamma a Milano. A far esplodere la polemica è una pubblicità affissa alla Stazione Centrale che, come denunciato dal Comitato Sì Separa, veicola un messaggio “ingannevole” contro la riforma, indicando il rischio di “giudici dipendenti dalla politica”. Un’accusa respinta con forza dal fronte favorevole al referendum sulla separazione delle carriere, che parla di una “distorsione consapevole della realtà”. “Alla stazione di Milano campeggia una pubblicità contro la riforma della giustizia che evoca giudici dipendenti dalla politica. Si tratta di una distorsione consapevole della realtà”, denuncia il comitato. La campagna referendaria sulla riforma della giustizia si infiamma a Milano. A far esplodere la polemica è una pubblicità affissa alla Stazione Centrale che, come denunciato dal Comitato Sì Separa, veicola un messaggio “ingannevole” contro la riforma, indicando il rischio di “giudici dipendenti dalla politica”. Un’accusa respinta con forza dal fronte favorevole al referendum sulla separazione delle carriere, che parla di una “distorsione consapevole della realtà”. “Alla stazione di Milano campeggia una pubblicità contro la riforma della giustizia che evoca giudici dipendenti dalla politica. Si tratta di una distorsione consapevole della realtà”, denuncia il comitato Giustizia Sì Separa in una nota. Secondo i promotori del Sì, la riforma non solo non sottomette i magistrati al potere politico, ma non contiene disposizioni che possano consentire una simile deriva. “Chi sostiene il contrario attribuisce consapevolmente a un testo ciò che quel testo non dice e non consente”, si legge ancora nel comunicato. Che chiude con un affondo durissimo: “Quando si parla di giustizia, di Costituzione e di diritti, la verità non è negoziabile. Si può essere contrari alla riforma, ma non si possono ingannare i cittadini per ottenere consenso. Chi sceglie la seconda strada non difende la democrazia: la svuota”. Alla denuncia si affiancano le prese di posizione politiche: Luigi Marattin, segretario nazionale del Partito Liberaldemocratico, punta il dito contro quella che definisce una degenerazione del confronto pubblico. “In questi anni ci siamo abituati alla propaganda politica basata su cialtronesche e conclamate falsità. Fa parte, purtroppo, del degrado raggiunto dalla politica italiana con il supporto attivo di parte dell’informazione”, afferma. Ma, aggiunge Marattin, “onestamente non pensavo che un comitato promosso da magistrati arrivasse a usare tali metodi”. Nel suo intervento, il leader liberaldemocratico entra nel merito della riforma, ricordando che “non tocca in alcun modo l’articolo 104 della Costituzione”, quello che garantisce l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, sia requirente sia giudicante, da qualsiasi interferenza esterna. Sulla stessa linea Fratelli d’Italia, che con un messaggio diretto agli elettori respinge le accuse. “No, la riforma non subordina i giudici al potere esecutivo: la magistratura resterà autonoma e indipendente, come stabilisce la Costituzione. Sostenere il contrario è semplicemente falso”, afferma il partito, invitando a non lasciarsi manipolare. Il caso milanese diventa così il simbolo di una campagna referendaria sempre più aspra, che si intreccia con la correttezza dei messaggi rivolti ai cittadini. Da una parte chi vede nella separazione delle carriere un passo necessario per rafforzare l’equilibrio tra i poteri dello Stato; dall’altra chi teme che possa minare l’assetto costituzionale della magistratura. In mezzo, una battaglia sulla verità delle parole che rischia di trasformare il dibattito sulla giustizia in uno scontro fine a sé stesso. È un “all in”: tanto se vincesse il Sì per le correnti Anm sarebbe la fine di Errico Novi Il Dubbio, 6 gennaio 2026 Con lo sdoppiamento del Csm, ma soprattutto con il sorteggio dei futuri consiglieri magistrati, le correnti sparirebbero, o meglio: svanirebbe la loro forma attuale di “pseudo-partiti”. La campagna continua. Siamo nella fase “grandi stazioni”. Come segnalato ieri da Libero, i 6x3 dell’Anm per il No al referendum conquistano la “Centrale” di Milano. E approdano al digitale: manifesti anti-Nordio non solo cartacei ma anche proiettati sui maxischermi. Siamo oltre il Berlusconi del ’94. Forse è il caso di chiedersi - come fa con grande scrupolo la nostra Valentina Stella in un altro articolo sul Dubbio - com’è possibile che un sindacato dei magistrati disponga di risorse tali da finanziare una campagna del genere. Ma non è l’unica domanda suscitata dai mega-spot anti Nordio. Ce n’è evidentemente un’altra, che riguarda le motivazioni: va bene l’ostilità alla separazione delle carriere, ma com’è che il “divorzio” fra giudici e pm è diventato, per la magistratura associata, una questione di vita o di morte? La risposta è banale: perché la riforma in questione può segnare, effettivamente, la “morte” delle correnti Anm per come le intendiamo ora. Con lo sdoppiamento del Csm, ma soprattutto con il sorteggio dei futuri consiglieri magistrati, le correnti sparirebbero. O meglio: svanirebbe la loro forma attuale di “pseudo-partiti”. I gruppi organizzati della magistratura non sarebbero più in grado di controllare l’elezione dei togati, nei due eventuali futuri Csm. Perderebbero la loro impropria funzione “politica”. Finirebbe un mondo. Calerebbe per sempre il sipario su un fenomeno forse unico in Occidente, che vede tuttora l’ordine giudiziario riprodurre al proprio interno una “architettura para-istituzionale” completa in ogni sua parte: un “parlamento” (il direttivo dell’Anm), un “esecutivo” (la giunta e il presidente), entrambi articolati in “partiti” (le correnti) che concorrono a eleggere i rappresentanti in un organo di rilievo costituzionale, il Csm. Tale organo è deputato a scegliere capi delle Procure, presidenti di Tribunale e destinatari di ogni incarico gerarchico negli uffici giudiziari. È un sistema di potere. L’Anm e le sue correnti controllano le carriere (incluse le promozioni finalizzate agli scatti stipendiali) di tutti i 9mila magistrati italiani. E lo fanno con una sorta di parodia della politica: correnti/partito, coalizioni di maggioranza, alleanze trasversali e, nel Csm, anche “a geometria variabile”. Roba da prima più che da seconda Repubblica: regole ferree, disciplina, di gruppo, vincolo di mandato. A confronto, la politica propriamente detta, con le sue stramberie, impallidisce. Bisogna aver ben presente tutto questo, per capire quei maxischermi alla stazione di Milano. Bisogna guardare a questo complicato sistema pseudopolitico, per capire l’accanimento sul No alla riforma. Vi rendete conto che se passa la separazione delle carriere, tutta la surreale “politica in sedicesimi” dei magistrati franerebbe al suolo? Ci rendiamo conto che quella pur marginalissima frazione dei 9mila magistrati ordinari italiani che è coinvolta nella “politica togata” perderebbe per sempre questo diversivo simil-parlamentare? E ci rendiamo conto, soprattutto, che se venisse meno il sistema di potere appena descritto, le correnti per come le conosciamo oggi svanirebbero nel nulla? È inevitabile che, prima di rinunciare al piccolo mondo in cui sono immersi, i gruppi dell’Anm tentino il tutto per tutto. E che facciano “all in”. Al punto da lanciarsi persino in una spericolata alleanza con le autorità ecclesiastiche, com’è avvenuto con la diocesi di Trani, dove si terrà, a partire da lunedì prossimo, un ciclo di conferenze tenute da soli magistrati. L’Anm punta, sulla vittoria del No al referendum, tutte le risorse, anche finanziarie, di cui dispone. Tanto, se passa la riforma, avrà ben poco da spendere in futuro. O la va o la spacca. C’è da chiedersi se tutti i giudici e pm italiani siano d’accordo nella scelta di investire le ricchezze comuni in una campagna che i magistrati, alti funzionari dello Stato, conducono contro una riforma approvata dal Parlamento, che nello Stato rappresenta la sovranità popolare. Forse non tutti sono d’accordo. Forse molti giudici, civili e non solo, pensano che si tratti di uno sforzo tanto spasmodico quanto irrazionale. Ma finché le correnti avranno il potere di decidere sulla carriera di ciascuno di quei giudici, le voci fuori dal coro resteranno poche. Solo qualora al referendum vincesse il Sì alla riforma, forse, verrebbe allo scoperto chi oggi è in silenzioso dissenso da questa campagna salva-correnti. Ma intanto l’esito della consultazione non è scontato. E chissà se davvero un giorno sapremo cosa pensa, di quei maxischermi nelle stazioni, la maggioranza silenziosa dei magistrati italiani. Giustizia, i nodi irrisolti della riforma di Gian Carlo Caselli Corriere della Sera, 6 gennaio 2026 Tra qualche mese si svolgerà il referendum che dovrà dire “Sì” o “No” alla riforma costituzionale della “separazione delle carriere” tra Pubblici Ministeri e Magistrati giudicanti. È importante che ciascun votante sia ben informato sulla scelta che dovrà fare nell’urna. Sono infatti in discussione l’indipendenza e l’autonomia della magistratura. Due pilastri della nostra Costituzione democratica. Ebbene, la prima e fondamentale cosa che si dovrà tener ben presente nell’urna è che la separazione non migliorerà per niente il funzionamento del sistema giustizia in Italia. Proprio per niente! I vergognosi e incivilivi tempi biblici che da sempre - purtroppo - caratterizzano negativamente la nostra giustizia non si ridurranno neppure di un nanosecondo. La stessa cosa accadrà per i costi del processo, perennemente in crescita esponenziale. E così le disuguaglianze di fatto fra i cittadini che possono permettesti difese agguerriti ma costose, e gli altri meno “fortunati” si accentueranno, svuotando di fatto il fondamentale principio democratico che tutti i cittadini dovrebbero essere uguali di fronte alla legge. In sostanza, chi si affanna per farci credere che si tratterebbe di una “riforma della giustizia”, mente e ci prende semplicemente in giro! Votare “No” al referendum significa quindi - prima di tutto - non cadere in questa trappola pericolosa. È come compiere un atto di… legittima difesa! Il reato di apologia della mafia è solo propaganda di Alessandro Riello* Il Dubbio, 6 gennaio 2026 È stato recentemente presentato un ddl volto ad introdurre una nuova figura di reato, rubricato “apologia e istigazione relative al fenomeno della criminalità organizzata”, in cui la condotta incriminata è costituita dalla pubblica esaltazione di “princìpi, fatti o metodi propri della criminalità organizzata di tipo mafioso”, nonché dalla riproposizione di “atti o comportamenti, con inequivocabile intento apologetico, con lo scopo di determinare un concreto pericolo di commettere reati simili”. Nella relazione di accompagnamento si chiarisce come lo scopo perseguito sarebbe quello di far assurgere al rango di condotte di per sé penalmente rilevanti azioni fra cui gli “inchini” innanzi alle residenze di personaggi legati alla malavita nel corso di processioni religiose, la pubblicazione di canzoni contenenti messaggi espliciti di esaltazione della criminalità, la diffusione di messaggi di apologia all'atteggiamento mafioso, trasfuso in stili di vita da emulare. Detta iniziativa parlamentare suscita talune riflessioni. Chi conosce il fenomeno mafioso sa bene che la repressione di ogni sua manifestazione è condizione necessaria - anche se non sufficiente - per una seria politica di contrasto alla criminalità, che spenga sul nascere ogni focolaio di propagazione della sua subcultura. Sarebbe dunque miope manifestare una idiosincrasia verso iniziative volte ad ampliare l'area del penalmente rilevante in questo settore. Ciò che però stupisce e rattrista è la superficialità con cui il legislatore sembra approcciarsi alla preoccupante diffusione di atteggiamenti apologetici, specie fra i giovani, di tali stili di vita, che richiederebbe interventi di più ampio respiro. Intendiamo che la sola attribuzione del crisma dell'illiceità penale a dette azioni rischia di apparire la più classica delle operazioni di facciata, in assenza di una parallela, incisiva strategia di contrasto all'illegalità in tutte le sue forme, che sembra mancare da tanti, troppi anni. Cosa spinge oggi molti a vedere nel boss, nel narcotrafficante, talvolta anche nel delinquente di quartiere, un modello da emulare o anche solo da segretamente invidiare? Si dirà che la colpa è del deserto valoriale che avvolge attualmente, in modo trasversale per censo, età e cultura, una schiera purtroppo tutt'altro che inconsistente di cittadini. In realtà, il crescente appeal della figura del criminale non è semplicemente frutto di un imbarbarimento etico di cui vi è comunque - purtroppo - traccia in vasti strati della popolazione. Esso è invece determinato anche da uno Stato che, in tutte le sue articolazioni, non incoraggia la diffusione di modelli di vita fondati sul riconoscimento dei sacrifici, sull'istruzione, sulle virtù morali, ovvero su un complesso di valori collocato agli antipodi rispetto a quelli delinquenziali. È notorio da decenni, purtroppo, che concetti come quello di meritocrazia sono stati declassati da principi cardine della collettività a meri slogan elettorali; altri, pensiamo a quello di “selezione”, addirittura banditi dal lessico corrente in quanto ritenuti non politically correct alla stregua di una stravagante e caricaturale concezione del principio di uguaglianza. I giovani che, sulla base del solo precetto legislativo, dovrebbero rifuggire dai comportamenti apologetici di cui sopra, trascorrono anni sui banchi di una scuola che promuove tutti, preoccupata più della frustrazione causata da un da un cattivo voto ad uno studente mediocre che di quella, ben più grave e deleteria, in capo a chi vede i propri sacrifici parificati all'altrui indolenza. Potremmo proseguire con un'impietosa analisi dell'istruzione universitaria, ove l'individuazione della classe docente non brilla per trasparenza e vengono elargite lauree con generosità talvolta eccessiva a ragazzi che, in assoluta buona fede, si illudono di essersi guadagnati un posto in paradiso, prima di scontrarsi con una realtà lavorativa fatta molto spesso di precariato e retribuzioni inadeguate. Chi è senza peccato scagli la prima pietra. Anche i magistrati non sono esenti da colpe. Tanto per citare un esempio, il buonismo giudiziario nei reati cc.dd. di strada, talvolta trattati con atteggiamento snobisticamente perdonista, si colloca sulla falsariga dei precedenti e finisce per alimentare la rassegnazione di chi pensa che vivere onestamente sia inutile. Intendiamoci: non riteniamo di assolvere chi impronta la propria esistenza all'imitazione di stili di vita criminali, imputando alle “istituzioni assenti” scelte individuali che sono e vanno considerate libere e, come tali, comportanti un'assunzione di responsabilità. Ciò che deve essere chiaro è che i valori germogliano con azioni concrete e non perché solo protetti dalla minaccia di una sanzione penale. Molti cittadini sono stanchi di una politica che non affronta i problemi, ma si limita a “dare un segnale”. Auspichiamo un netto cambio di rotta e una presa di coscienza da parte di tutti della centralità di questo tema per il futuro del paese, a meno di voler pensare che si sia consolidata l'idea per cui, come disse Ennio Flaiano, “la situazione è grave ma non è seria”. *Magistrato - pubblico ministero presso la DDA di Catanzaro La pista nera delle stragi di mafia: l'ennesima illusione di Report di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 6 gennaio 2026 Torna puntuale, come un riflesso condizionato, l'ultima narrazione di Report di domenica scorsa sulle stragi del 1992. Ancora una volta il telespettatore viene proiettato in quel labirinto di ombre dove la mafia smette di essere mafia per diventare il braccio armato di un'entità superiore, nerissima, eversiva. Al centro del racconto c'è nuovamente Stefano Delle Chiaie, il fondatore di Avanguardia Nazionale, che secondo la trasmissione non solo avrebbe rimediato l'esplosivo per Capaci, ma sarebbe stato addirittura la mente della strage. Totò Riina al soldo di “er caccola”. Una tesi suggestiva, perfetta per una prima serata, ma che si scontra con un piccolo, fastidioso dettaglio: la realtà dei fatti. La novità della puntata stavolta è un audio: Report rende pubblico per la prima volta l'interrogatorio del 2007 del magistrato Gianfranco Donadio, allora sostituto della Procura Nazionale Antimafia, nei confronti di Alberto Lo Cicero e la sua ex compagna Maria Romeo (attualmente sotto processo per falsa testimonianza). Un colloquio “investigativo” - quindi irrituale e senza valore probatorio - che lo stesso Donadio non userà mai per dare impulso alle indagini. Il motivo? Non ha alcun valore legale e non prova nulla. Il metodo Donadio - Ascoltando l'audio che Report presenta in esclusiva (tralasciamo la fonte anonima che ha passato materiale che nemmeno gli avvocati hanno potuto ottenere), emerge chiara la modalità suggestiva dell'interrogatorio. Ascoltando solo quella parte dell'audio trasmesso, si sente un approccio suggestivo: domande che guidano le risposte, dettagli che emergono solo dopo spinte. La Romeo, ora sotto processo per falsa testimonianza, cambia versioni come niente. Ma anche Lo Cicero, almeno da quello che hanno reso pubblico, non parla dei dettagli che emergono dalla famosa e anche un po' strana “nota Cavallo” dove furono raccolte le confidenze della Romeo. Un metodo che non è nuovo. Lo stesso Donadio fu denunciato al Csm da ben due procure siciliane per altri colloqui investigativi dove, però, quella volta non compariva Delle Chiaie nelle stragi, ma “faccia da mostro”. Il tutto e il suo contrario. Per capire meglio questo metodo, basta rileggere stralci di un colloquio investigativo tra Donadio e il controverso pentito Lo Giudice, detto “il nano”. In questo file audio, Donadio chiede: “Era coinvolto in fatti stragisti?”. Lo Giudice: “Sì, metteva bombe”. Donadio: “Le faccio un esempio stupido, ha mai messo una bomba in un asilo?”. “No”. “E quello dove le metteva?”. “In un asilo”. Poi: “Era in Capaci?”. “Ah, sì”. “Borsellino?”. “Sì”. “Addaura?”. “Mi pare”. “Bologna?”. “Come no”. “Ha sparato a un bambino?”. “Mi sembra”. “In Calabria?”. “Sì”. “O Sicilia?”. “Ora che ci penso, Sicilia”. “Si chiamava Giovanni?”. “Sì”. “Ajello?”. “Sì”. Suggestioni pure, che portano a nomi e fatti preconfezionati. Un pentito che non sa - Ma torniamo a Lo Cicero. La storia che viene raccontata fa leva su questo collaboratore di giustizia morto di cancro, che avrebbe rivelato il coinvolgimento della destra eversiva nella strage del 23 maggio 1992. Il problema è che Lo Cicero, a leggere i suoi verbali ufficiali, della strage di Capaci non sapeva praticamente nulla. Inizia a collaborare formalmente il 24 luglio 1992. In 22 verbali di dichiarazioni alla Procura parla di tutto: dei suoi rapporti con Mariano Tullio Troia, boss di San Lorenzo, di altri esponenti mafiosi, di traffici vari. Ma quando si arriva alla strage di Capaci, il vuoto. Non indica gli autori materiali, non racconta le fasi preparatorie, non sa nulla delle dinamiche esecutive. Prendi Antonino Troia, fratello di Mariano Tullio. Figura centrale nella strage: è lui che individua il cunicolo dove piazzare l'esplosivo, bonifica la zona, coordina il trasporto dei bidoncini, custodisce gli apparati radio. Le sentenze definitive lo condannano all'ergastolo. Ebbene, Lo Cicero - che pure dice di essere vicinissimo alla famiglia Troia - non fa mai il nome di Antonino in relazione alla strage. Mai. E poi c'è il fatto che Lo Cicero racconta di essere stato “uomo d'onore”, affiliato a Cosa Nostra. Descrive persino la sua cerimonia di affiliazione. Peccato che nella sentenza 434/1995 questa affiliazione venga “clamorosamente smentita” dalle dichiarazioni di Marino Mannoia. Lo Cicero mentiva. Dopo il suo arresto per droga nel dicembre 1985, il boss Troia lo aveva scaricato: aveva scoperto che aveva un cognato agente di polizia. “Da quel giorno venni messo da parte”, dichiara. L'ultima volta che vede Troia è nel 1986-87. È un uomo “bruciato”. Ma allora come fa a sapere della strage di Capaci del maggio 1992? Come può raccontare dettagli di un'organizzazione che lo aveva scaricato sei anni prima? Non può. E infatti non racconta nulla di rilevante. Le indagini - La verità è che la svolta nelle indagini non arriva da Lo Cicero. Arriva da Giuseppe Marchese, nel settembre 1992. È lui a indicare i nomi da seguire: Antonino Gioè, Gioacchino La Barbera e un certo “mezzanasca” poi identificato in Mario Santo Di Matteo. Da lì partono i pedinamenti, le intercettazioni, l'individuazione del covo di via Ughetti. Lo Cicero? Nel verbale del 9 ottobre 1992 dichiara di non sapere nulla sulla famiglia di Altofonte-Monreale, quella dei veri esecutori. Non conosce Nino Gioè, non conosce Gino La Barbera, non conosce Mario Santo Di Matteo. Si limita a dire che conosce “i Di Carlo, o nome simile”. E qui il capolavoro. Marzo 1993, appartamento di via Ughetti. La Dia piazza una microspia. Gioè e La Barbera parlano tra loro durante le indagini della procura. Si parla di un certo Lo Cicero che stava collaborando. Gioè chiede: “Chi è sto Lo Cicero?”. Non lo conoscevano come insider della strage; lo vedevano solo come un collaboratore esterno, forse una talpa minore. E Troia, trasferito a Pianosa, disse a La Barbera di essere finito dentro per associazione mafiosa grazie a Lo Cicero, non per dettagli su Capaci. Insomma, Lo Cicero non era nel commando, non sapeva i nomi chiave, non diede piste reali. Le sue parole su Delle Chiaie? Arrivano anni dopo, in contesti dubbi. Ma oltre Capaci, la tesi - sconfessata anche dal capo procuratore nisseno Salvatore De Luca innanzi alla commissione antimafia - racconta che Borsellino fu ucciso perché, incontrando Lo Cicero, stava arrivando alla pista nera. Zero riscontri: nessun atto, nessuna memoria di colleghi di Borsellino conferma. Il rischio, oggi come trent'anni fa, è quello di nutrire la confusione. La pista nera sulla strage di Capaci non ha fondamento. Si regge su un pentito che della strage non sapeva nulla, su una donna considerata inattendibile e con un passato di problemi personali, su colloqui suggestivi senza valore probatorio. Si regge sul nulla. A chi giova tutto ciò? Non certo alla verità, né alla comprensione storica di quello che è accaduto. Serve solo a tenere in piedi un format che preferisce il mistero alla realtà. La “pista nera” di Capaci rimane quello che è sempre stata: un nulla cosmico elevato a verità televisiva come solo Report sa fare. Ma nel prossimo articolo, a proposito del nulla riempito da singolari racconti, parleremo della presunta telefonata di Bruno Contrada risalente al 1992 dove avrebbe ordinato di non indagare sulla pista nera. Chi l'ha tirata fuori? E soprattutto: è mai esistita? Sardegna. Il 2025 è stato un anno critico per le carceri kalaritanamedia.it, 6 gennaio 2026 La situazione si è aggravata con un aumento significativo dei detenuti al 41bis: a Sassari-Bancali sono presenti 92 ristretti in questo regime, a cui presto si aggiungeranno altri 92 a Cagliari-Uta. Così la Sardegna raggiungerà il massimo numero di detenuti in massima sicurezza in Italia, superando le “Costarelle” dell’Aquila, dove si trovano attualmente circa 160 uomini e 12 donne al 41bis. Il numero potrebbe aumentare ulteriormente di 15-20 unità con il completamento della sezione di Badu ‘e Carros, destinata alla massima sicurezza, e il nuovo carcere duro di Nuoro potrebbe accogliere nei prossimi mesi altri 40 ristretti, tutti sotto stretto controllo del Gruppo Operativo Mobile. Il resoconto annuale curato dall’associazione Socialismo Diritti Riforme, presieduta da Maria Grazia Caligaris, non lascia spazio all’ottimismo per il 2026. “Il sistema penitenziario sardo - osserva Caligaris - mostra ancora molte criticità: 2.583 detenuti per 2.374 posti disponibili. La presenza massiccia di detenuti dell’Alta Sicurezza, circa 600 distribuiti in cinque Istituti, e di stranieri, oltre 760, rende particolarmente complessa la gestione. Con l’arrivo del nuovo Provveditore regionale, Antonio Arena, e dei nuovi responsabili degli Istituti Penitenziari ci eravamo illusi che ci sarebbe stata una svolta, ma dobbiamo registrare un arretramento. Il Ministero centralizza sempre più poteri, accentuando le difficoltà locali. L’isola soffre di una carenza cronica di personale: circa 200 agenti penitenziari in meno (50 solo a Cagliari-Uta) e 60 amministrativi, indispensabili per garantire il funzionamento degli Istituti, il lavoro dei funzionari giuridici-pedagogici e i progetti di reinserimento sociale”. I dati confermano la gravità della situazione: a Nuoro ci sono 39 detenuti, a Cagliari-Uta 738 (32 donne) per 561 posti, a Sassari-Bancali 578 (23 donne) per 458 posti oltre ai 92 detenuti al 41bis. Situazioni critiche si registrano anche a Tempio-Nuchis (193 per 163), Alghero (165 per 156), Massama-Oristano (296 per 264), Arbus (138 per 126), Lanusei (39 per 33) e Isili (129 per 107). Solo a Mamone la capienza coincide con i detenuti: 209 per 209 posti. Non va trascurata la questione sanitaria: la Sanità Penitenziaria, pur gestita con dedizione dagli operatori, fatica a rispondere ai bisogni dei detenuti. A soffrire sono anche i familiari, che incontrano difficoltà nei colloqui e nel conoscere le condizioni reali dei propri cari. “Non bastano gli allarmi più o meno rumorosi - conclude Caligaris -. È necessario che il mondo politico isolano si faccia carico dei problemi, effettui visite costanti nei Penitenziari e riconosca la dignità di tutte le figure professionali. Solo così chi sconta la pena in modo adeguato potrà reinserirsi nella società come persona migliore”. Siracusa. Il Magistrato di Sorveglianza: “Nel carcere grave violazione del diritto alla salute” di Luca Signorelli siracusanews.it, 6 gennaio 2026 Il Magistrato di Sorveglianza di Siracusa ha assegnato 45 giorni di tempo alla Direzione della Casa Circondariale di Cavadonna per intervenire sulle gravi criticità riscontrate nel Blocco 20, dove nelle scorse settimane si sono verificate proteste e tensioni tra i detenuti. Il provvedimento, depositato il 5 gennaio 2026, arriva a seguito del reclamo presentato dai detenuti della sezione, difesi d’ufficio dall’avvocato Marco Cadili del Foro di Siracusa, e dopo una visita ispettiva effettuata il 23 dicembre 2025, che ha confermato la fondatezza delle segnalazioni. Il Magistrato ha parlato espressamente di una gravissima violazione del diritto alla salute, determinata da condizioni igienico-sanitarie inaccettabili. Tra le criticità accertate figurano infestazioni nei locali, la mancanza di acqua calda e il non funzionamento del riscaldamento, condizioni incompatibili con i principi di dignità e tutela della salute delle persone ristrette. Sebbene la Direzione del carcere avesse disposto una disinfestazione già il 24 dicembre 2025, il Magistrato ha ritenuto non realistici i tempi inizialmente prospettati, alla luce delle valutazioni del tecnico specializzato che ha partecipato al sopralluogo del 27 dicembre. Per questo è stato fissato un termine congruo di 45 giorni per completare la disinfestazione completa del Blocco 20 e i lavori di ripristino dell’acqua calda e del riscaldamento. L’udienza di verifica è stata fissata per il 20 febbraio 2026. In caso di mancato rispetto del termine o di interventi inefficaci, i detenuti - personalmente o tramite il proprio difensore - potranno richiedere un giudizio di ottemperanza, con la possibile nomina di un Commissario ad acta. Parallelamente, l’avvocato Marco Cadili ha annunciato la presentazione di una memoria difensiva anche sulla questione del sovraffollamento carcerario, evidenziando come nella struttura non sarebbero rispettati i principi della Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, così come interpretati dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. In particolare, la giurisprudenza europea stabilisce un minimo di spazio vitale pari ad almeno 3 metri quadrati per ogni detenuto, parametro che - secondo la difesa - non sarebbe garantito in alcune sezioni dell’istituto siracusano. L’avvocato Cadili in udienza ha fatto rilevare la possibilità per i detenuti di poter richiedere ex art. 35 ter O.P. un risarcimento del danno per violazione dell’art. 3 Cedu richiamato dallo stesso articolo sull’Ordinamento Penitenziario. Il difensore al termine dell’udienza si è recato alla casa circondariale per un colloquio con i detenuti reclamanti ove ha potuto verificare di persona i segni dei morsi delle cimici sulla pelle di un detenuto. Asti. Il ricordo di Christian, suicida in carcere. La sorella: “Cuore fragile e anima ribelle” di Valentina Moro La Stampa, 6 gennaio 2026 “Cuore fragile, anima ribelle instancabile, i tuoi demoni ti hanno accompagnato nella tua vita fin da bambino ce li hai mostrati, li abbiamo sempre accolti, spalancando sempre la speranza e cercando strade percorribili”.. Il ricordo di Christian Guercio, l’astigiano di 38 anni che si è ucciso in carcere, è affidato a una lettera della sorella Alessia. Famiglia e amici si sono trovati domenica al Diavolo Rosso per un ultimo saluto al giovane. Elettricista e dj per passione col nome d’arte Guè, l’uomo da tempo soffriva di problemi di tossicodipendenza, da cui la famiglia aveva tentato di aiutarlo a uscire. Era seguito dal Serd. Racconta la sorella: “Ci hai lasciato il giorno di Natale dove alla mia domanda: “Perché non vuoi entrare in comunità?” mi hai risposto dicendomi “perché io in fondo non mi voglio salvare”. Hai bevuto due bicchieri di vino e sei uscito di casa come il vento. E così lo hai fatto altre mille volte. Ti abbiamo rincorso e mostrato la luce nella via che per noi era la più facile, percorribile e da manuale, ma non lo è mai stato per te. Ci hai lasciati con questo gesto estremo che ci avevi annunciato più volte. Quella roba dentro il tuo cuore era troppa da gestire, lo so, troppa da sopportare in questa società che non accoglie, non vede, non sente”. Conclude la donna: “Ci hai lasciati lasciando in ognuno di noi domande, riflessioni e sgomento. Una cosa è certa, il tuo cuore puro, il tuo amore smisurato per ciò che amavi, la musica, gli amici, il lavoro e la famiglia, hai lasciato un segno”. La morte di Christian, avvenuta a tre giorni dall’arresto per resistenza a pubblico ufficiale, ha aperto molti interrogativi tra chi lo conosceva e nel mondo delle associazioni che si occupano di diritti dei detenuti. “Non è stato attivato nessun protocollo sanitario che tenesse conto della sua condizione psicofisica”, denuncia l’avvocato dell’uomo Maurizio La Matina. Al momento del fermo l’uomo era in uno stato alterato a causa dell’abuso di droghe. Nel tentativo di ammanettarlo un carabiniere è rimasto ferito a una mano. È stato poi portato al Pronto soccorso e dimesso dopo cinque ore per essere incarcerato. “Credo che in tutta la catena di comando ci siano state una serie di inattenzioni e superficialità. Il problema più grande - spiega La Matina - è che non è stato fatto un trattamento sanitario obbligatorio. Per l’agente ferito mi risultano zero giorni di prognosi. Non ho mai visto arrestare qualcuno in questo caso. Lui non era nelle condizioni di comprendere nessun tipo di ordine, non era in sé”. L’avvocato ha richiesto tutta la documentazione e la famiglia presenterà un esposto. “I punti da chiarire sono: che cosa è stato scritto nel verbale di arresto? È stata indicata un’azione violenta volontaria? All’interno del Pronto soccorso è stato sottoposto a visita psichiatrica? Per le dimissioni dall’ospedale ha firmato lui o qualcuno si è preso la responsabilità di affidarlo ai carabinieri sapendo che sarebbe finito in carcere?”, conclude l’avvocato. Messina. “Signor giudice sono solo e malato, preferisco il carcere” di Alessandra Serio tempostretto.it, 6 gennaio 2026 La vicenda sullo sfondo del processo ad un 72enne accusato di evasione dai domiciliari. “Voglio andare in carcere!”. È questa la richiesta che si è sentita fare la giudice Crisafulli al processo per direttissima ad un 72enne accusato di evasione dai domiciliari. Un caso insolito quello dell’uomo, fermato dai Carabinieri perché più di una volta era stato sorpreso fuori casa. Non unico però. Perché dietro tante storie e vissuti che finiscono davanti ai giudici c’è spesso uno sfondo di difficoltà e disagio che la mera cronaca fatica a mostrare e la giustizia gioco forza il più delle volte ignora e non è la prima volta che un giudice si è sentito dire: “Preferisco il carcere”. La vicenda - Il 72enne messinese, residente nella zona sud cittadina, era stato arrestato per maltrattamenti in famiglia. su richiesta del difensore il Tribunale di Sorveglianza gli aveva concesso i domiciliari e qualche settimana fa il legale gli aveva fatto ottenere qualche ora di permesso per uscire di casa, tre giorni a settimana. “Sono solo, non sto bene, ho bisogno di tutto e devo provvedere autonomamente, dalla spesa alle medicine”, ha spiegato oggi infatti il 72enne. Ma, secondo i carabinieri che lo hanno arrestato, l’uomo ha interpretato i permessi “in autogestione”, violando più di una volta le prescrizioni del Tribunale di Sorveglianza. Il processo - Da qui il processo per direttissima per evasione dai domiciliari, celebrato oggi. Il pubblico ministero Riccardo Bussoli aveva chiesto per lui gli arresti domiciliari. E’ lì che l’imputato “si è opposto”. “Meglio il carcere signora giudice, io non ce la faccio più, almeno in cella qualcuno mi cucina e non sono solo”. Malgrado l’insolita richiesta, la dottoressa Crisafulli ha invece accolto la richiesta dell’avvocato Giovanni Mannuccia, convalidando il fermo ma non applicando all’uomo alcuna misura cautelare. Cremona. Situazione carcere: lettera aperta dei Radicali all’Assessore regionale Bertolaso di Maria Antonietta Farina Coscioni e Maria Teresa Molaschi welfarenetwork.it, 6 gennaio 2026 Dopo la visita e il colloquio con la direttrice della Casa Circondariale di Cremona Giulia Antonicelli che regge la struttura in funzione di missione, le esponenti del partito Farina Coscioni e Molaschi scrivono all’Assessore della Regione Lombardia Guido Bertolaso. Gentile Assessore Bertolaso Illustre Cavaliere di Gran Croce al merito della Repubblica italiana, Caro Guido, La ringraziamo, anticipatamente, per l’attenzione che vorrà riservarci in virtù delle deleghe conferitele nell’esercizio del suo mandato. Quelle al Servizio Sanitario Regionale, alla Programmazione sanitaria, ai Servizi socio-sanitari e alla Prevenzione sanitaria riguardano anche il diritto alla salute dei e per i reclusi, delle persone private della libertà personale, dei carcerati. Le scriviamo per i detenuti e la comunità penitenziaria in particolare della Casa di reclusione Ca’ del Ferro di Cremona. Le scriviamo a mo’ di interpello o comunque se vorrà anche per incontrarci o per iniziare un dialogo leale e trasparente sulle condizioni di reclusione, sulla assistenza sanitaria e possibili rischi di salute pubblica di una realtà come quella del carcere di Cremona. Le scriviamo dopo la visita ispettiva del 28 dicembre scorso, per dare dignità a quella che pensiamo sia stata la professionalità dell’educatore, del funzionario giuridico-pedagogico, che si è suicidato impiccandosi nel suo ufficio proprio nella Casa Circondariale di Cremona. Una storia di un uomo che non si dovrebbe ignorare, a partire ad esempio dall’età. Il particolare giunge a conoscenza da qualche riga sui giornali. Dal colloquio con la direttrice Antonicelli si apprende che non corrisponde al vero l’età dell’educatore suicida senza svelarne quella esatta e non fornendo alcun altro aspetto della vita professionale se non che aveva in carico 150 detenuti del carcere Ca’ del Ferro. La delegazione del Partito Radicale già dalla visita del 15 agosto aveva lanciato l’allarme della sofferenza della comunità penitenziaria. Il luogo è il carcere dove lavorava. Un educatore di 44 anni ha scelto, per impiccarsi, il bagno del suo studio a Ca’ del Ferro di Cremona. Il benessere degli educatori, degli operatori sociali, sanitari in generale sono alla base dei sistemi di cura, protezione, di riabilitazione e di rieducazione, ma se il sistema affatica chi cura, con orari di lavoro insostenibili, contratti precari e non adeguatamente remunerati senza un serio sostegno istituzionale, un deterioramento della salute della persona è quasi inevitabile. Le chiediamo se non ritenga di prendere ogni urgente e necessaria iniziativa per garantire il diritto alla salute della comunità penitenziaria nel carcere Ca’ del Ferro di Cremona. Le chiediamo se non ritenga di avviare una commissione di inchiesta sui suicidi in ambito carcerario della Regione Lombardia. Certe della sua attenzione La salutiamo cordialmente Porto Azzurro (Li). “Maggiore conoscenza fra carcere ed esterno” quinewselba.it, 6 gennaio 2026 Ad auspicarlo è Raimonda Lobina, garante dei diritti dei detenuti del carcere di Porto Azzurro che spiega l'importanza della musica per i detenuti. “A Natale, si sa, si è tutti più buoni e quest’anno anche il Giubileo dei Detenuti, proclamato da Papa Leone XIV, ha spinto moltissimi pellegrini a Roma, per denunciare le condizioni spesso degradanti di chi è ristretto e per sensibilizzare la società e la politica su queste tematiche. Appunto, la politica e le amministrazioni, le amministrazioni locali, che invitate a far visita al carcere dell’isola e ad essere presenti in modo concreto, non hanno risposto all’invito, salvo due solitarie e timide eccezioni”. Lo scrive in una nota Raimonda Lobina, garante dei diritti dei detenuti della Casa di Reclusione “Pasquale de Santis” di Porto Azzurro. “Appunto, del carcere non se ne vuole occupare nessuno, non se ne parla, fatta eccezione per quando si verificano eventi critici che permettono di dar fiato alle trombe del sensazionalismo e ad evocare rimedi securitari e repressivi. - prosegue la garante dei diritti dei detenuti - Ma oggi voglio essere buona e voglio condividere con i lettori una notizia positiva. Infatti, nonostante i tempi difficili che vive la Fortezza di San Giacomo e le mille difficoltà che tutti i diversi attori affrontano quotidianamente, si è riusciti ad organizzare qualche evento. In particolare quello del 18 dicembre quando ha avuto luogo il Concerto di Natale che ha visto coinvolti detenuti e volontari. Il pubblico ha partecipato entusiasta e c’è stato anche il tempo per la distribuzione dei diplomi scolastici e delle borse di studio”. “Questo concerto è il frutto di un lungo lavoro del progetto musicale “Cambio musica” che da un paio di anni circa è attivo presso la Casa di Reclusione di Porto Azzurro e che vede impegnati detenuti e volontari dell’Associazione di volontariato “Dialogo”. - spiega Lobina - Il corso conta circa 15 partecipanti e il gruppo si ritrova due volte alla settimana, nel pomeriggio, con tre volontari. La musica per i detenuti rappresenta un modo per sfogarsi, per esprimere e rielaborare le proprie emozioni, per cercare di arginare quell’infinita solitudine che vivono quotidianamente e che spesso è insopportabile. E’ un modo per parlare agli altri, per sentirsi un po’ liberi sebbene ristretti, è un modo per comunicare e per comprendere meglio se stessi”. “Durante questi momenti si suona, si canta e nei mesi dopo l’estate è stato appunto preparato il concerto per Natale. - prosegue la garante - Alcuni detenuti hanno veramente talento e una preparazione alle spalle, altri improvvisano un po’ e altri ancora stanno soprattutto imparando a suonare uno strumento. E’ anche un’occasione per stare insieme, per comunicare e socializzare in modo sano e spontaneo. Ovviamente i volontari sono impegnati gratuitamente mentre gli strumenti musicali e le varie attrezzature sono stati comprati grazie ad un contributo dell’Associazione Soci Coop, sulla scorta di un progetto promosso dall’Associazione di volontariato “Dialogo”. La musica rappresenta dunque una grande opportunità per chi vive la detenzione ma non sempre è valorizzata in modo adeguato”. “Il teatro, la lettura, la formazione, lo sport sono fondamentali nel percorso di riabilitazione e rieducazione, ma la musica offre qualcosa di più, non conosce confini linguistici, etnici, religiosi, culturali, parla un linguaggio universale ed è un momento veramente liberatorio che migliora il proprio benessere. - aggiunge Lobina - E’ quindi positivo che gli istituti penitenziari incoraggino sempre più la presenza di una sala musica e favoriscano la partecipazione a corsi di musica che valgono forse tanto quanto la presenza in un’aula scolastica o in un campo di calcio. A Porto Azzurro ci stanno provando e il gruppo musica è sempre più affiatato e determinato, grazie anche all’impegno, alla pazienza e alla caparbia dei detenuti, dei volontari e dell’educatore che segue il progetto”. “Con queste riflessioni, foriere di speranza, auspico che il nuovo anno favorisca una maggiore conoscenza fra mondo carcerario e comunità elbana, per una crescita ed un miglioramento di entrambi”, conclude Lobina. Avellino. “Oltre le mura, oltre la detenzione”: diritti, dignità e infanzia al centro dell’incontro irpinianews.it, 6 gennaio 2026 Si è svolta ad Avellino una iniziativa dal titolo “Oltre le mura: la persona oltre alla detenzione femminile”, un evento che ha visto come ospite la criminologa giuridica Claudia Cavallo, esperta in diritti umani e tutela della dignità dei detenuti. La dottoressa Cavallo, membro dello staff del garante dei detenuti della regione Campania e dell’osservatorio per le persone private della libertà personale, ha accolto con entusiasmo l’invito di Sara Spiniello rappresentante del gruppo territoriale di Avellino del movimento 5 stelle e di Simona Romani, referente pari opportunità dello stesso. Durante l’incontro, moderato dal responsabile di Avellino Today Vinicio Marchetti, sono state donate cinquanta calze della Befana e vari giocattoli, destinati ai bambini presenti al carcere ICAM di Lauro, figli delle detenute, e ai piccoli di “Spazio Giallo”, un importante progetto attuato negli istituti penitenziari di Secondigliano e Poggioreale. Questo spazio è pensato per favorire l’incontro tra i bambini ei loro genitori o parenti protetti, creando un ambiente accogliente e sereno, attrezzato con giocattoli che rendono più dolce e gioioso un momento così delicato. Il gioco ed i giocattoli non sono solo strumenti di divertimento, ma rappresentano un’opportunità fondamentale per lo sviluppo emotivo e sociale dei bambini. In situazioni difficili come queste, è cruciale garantire ai più piccoli momenti di spensieratezza e gioia, rinforzando i legami affettivi e sostenendo il loro benessere psicologico. La solidarietà che si esprime attraverso gesti come questi ha un impatto potente e duraturo, dimostrando che anche nei luoghi di detenzione è possibile mantenere viva la spensieratezza e la serenità. Sara Spiniello, visibilmente emozionata, ha dichiarato: “Desidero di cuore ringraziare la proprietaria del bar che ci ha ospitato, chi ha donato le calze e i vari giocattoli. Questi piccoli ma importanti gesti di generosità faranno brillare gli occhi dei bambini, portando loro un momento di felicità in un contesto impegnativo. La vera forza della nostra comunità risiede nella capacità di poter e supportare a vicenda, e ogni piccolo gesto conta.” Milano. La vita (e la cucina) nel carcere di Bollate: tutta la storia di “Nonna Galeotta” di Pierfranco Redaelli Avvenire, 6 gennaio 2026 Silvia Polleri, educatrice 75enne, con due figli e tre nipoti, spende gran parte del suo tempo accanto ai detenuti nella casa di reclusione milanese diventata un modello per costruire il futuro dopo il fine pena. Anche grazie al suo corso di scuola alberghiera. “La rivoluzione pacifica delle carceri parte da piccoli gesti che hanno a cuore la dignità di chi sta scontando la pena”. Questo il messaggio di Silvia Polleri, nickname “Nonna Galeotta”, che da 21 anni spende gran parte della sua quotidianità accanto ai carcerati di Bollate, per farli sentire meno soli, per trasmettere loro quello che per anni aveva detto Papa Francesco: “Ogni volta che entro in questi luoghi mi domando perché loro e non io. Non mi dimentico di te”. Nonna Galeotta, 75 anni, due figli, tre nipoti, un entusiasmo, una voglia di spendersi in favore di chi ha avuto meno dalla vita, entra nel carcere di Bollate dopo aver vissuto per 22 anni la scuola come educatrice scolastica, con “Abc la sapienza in tavola” cooperativa sociale, con l’intento di favorire il recupero di detenuti che avevano nel passato operato nel campo della ristorazione. “Un nome lungo - riconosce Silvia - ma sempre attuale perché scelto proprio dai detenuti”. Nasce così il primo catering che vede lavorare all’interno di Bollate i primi 5 lavoratori svantaggiati, grazie all’articolo 21, come misura alternativa. Un salto di qualità, con i carcerati che non sono più a carico dello Stato, ma con il lavoro, con la busta paga diventano contribuenti. Preziosa è stata la presenza dell’allora direttrice Lucia Castellano, che ha favorito la nascita del primo servizio in Italia di catering svolto da carcerati durante allestimenti di fiere, matrimoni e convegni svolto sotto lo sguardo di guardie carcerarie in borghese. Dopo solo due anni sono oltre 2 mila i servizi effettuati a Milano, in provincia, e in tutta la Lombardia. “Non solo occupazione, ma spazi lavorativi che trasmettono ai reclusi il valore, il culto per il lavoro - dice la Polleri - con prestazioni forti del contratto occupazionale, al quale si accompagna per il detenuto l’impegno ad onorare l’attività con la garanzia, a fine pena, di aver ottenuto un curriculum lavorativo aggiornato.” Ad oggi sono 19 le persone che lavorano all’interno dell’istituto di pena di Bollate con un contratto di lavoro a tempo indeterminato. Il 2012 è un’altra data importante per Nonna Galeotta. Grazie alla presidenza dell’Istituto Professionale Paolo Frisi di Milano, il corso di Scuola Alberghiera entra in carcere offrendo la possibilità di conseguire un diploma quinquennale con competenze, attraverso un percorso didattico-formativo che offre la possibilità del reinserimento, raggiunto il fine pena, nella società. Abc ha da sempre un sogno ambizioso, il completamento del percorso riabilitativo. Nel 2015 apre nel Carcere di Bollate “InGalera- il ristorante del Carcere più stellato d’Italia” il primo dentro un carcere, aperto a tutti e gestito dai detenuti. Ed è anche il primo e unico stellato in Italia. “L’importanza di questo ristorante - aggiunge Polleri - sta nel fatto che sono le persone che entrano nei ristretti spazi carcerari, con positivi effetti per i reclusi che si vedono cancellare lo stigma che divide “loro” da “noi”. In 10 anni sono più di 200mila le persone che hanno pranzato e cenato all’interno del carcere di Bollate, gustando i piatti preparati da chef stellati, ottenendo così l’obiettivo di far apprezzare l’accoglienza della sala, ma soprattutto di abbattere le barriere fra coloro che sono privati dalla libertà e il mondo esterno. Un’opportunità per vivere l’esperienza di quanto un carcere moderno può fare per il detenuto e la sua riabilitazione. Un percorso che permette a chi si è reso protagonista di un reato, di poter a fine pena rientrare nella vita della comunità. “Un altro carcere deve essere possibile - dice Polleri - a partire da una dignità che anche fra le sbarre del carcere ha la sua pietra angolare nel lavoro, con uno stipendio dignitoso, ma anche con possibilità e strumenti con i quali potersi costruire un prossimo futuro. Non tutto è facile, non tutto finisce bene. Ma vale la pena provarci”. Brindisi. Natale e le calze della Befana per la “Casa di Zaccheo” ?con volontari ed ex detenuti di Peppe Aquaro Corriere della Sera, 6 gennaio 2026 La “Casa” di Mesagne, voluta dalla Cei, a pochi chilometri da Brindisi, accoglie gli indigenti e offre pasti caldi e riparo. La squadra solidale di don Pietro Depunzio ha lavorato senza sosta anche nelle feste. Tutto era pronto per la Notte santa e per la messa di mezzanotte. E il giorno dopo, ci sono stati pranzo comunitario, tombolata, i regali per i bambini. Come in tutte le case ma questo è un luogo speciale. Siamo a Casa di Zaccheo (dal nome dell’esattore del quale parla l’evangelista Luca, che volle incontrare Gesù, convertendosi) sorta dieci anni fa, al posto di un asilo a Mesagne, poco più di 25 mila abitanti nel Brindisino. “Da noi si può fermare chiunque per la notte o per un pasto caldo: accogliamo tutti coloro che si trovano in una situazione di indigenza”, assicura don Pietro Depunzio, 75 anni, parroco della vicina chiesa-santuario Mater Domini. “La struttura ci è stata donata dal vescovo emerito di Brindisi e Ostuni, Domenico Caliandro, grazie al sostegno della Diocesi e dell’Istituto centrale per il sostentamento del clero, fortemente voluto dalla Conferenza episcopale italiana”, aggiunge il sacerdote che tutti conoscono in questa città risollevatasi dopo anni fortemente segnati dalla malavita. Prezioso il lavoro dei volontari, come quello di Davide Dibello, 23 anni, ballerino: “Per questi amici preparo, a mezzogiorno in punto, le borse del pranzo. Poi, nel pomeriggio, mi cambio e mi dedico alla scuola di danza, dove insegno”. “È grazie a don Pietro se oggi sono un volontario e faccio il cuoco alla Casa di Zaccheo”, aggiunge Vittorio, 58 anni, 24 dei quali passati nel carcere di Tempio Pausania, in Sardegna. “Quando il giudice mi ha permesso di scontare in affidamento gli ultimi quattro anni, qui a Mesagne, ho chiesto a don Pietro se avessero avuto bisogno di un cuoco; del resto, in carcere cucinavo per 300 persone”, aggiunge Vittorio, ormai un uomo libero ma che ha deciso di continuare a spadellare ogni giorno per una sessantina di ospiti della struttura. In questa solidarietà spontanea, c’è chi si affaccia alla Casa di Zaccheo semplicemente per sedersi a tavola e fare due chiacchiere con gli ospiti. “Il paese ha sempre risposto con generosità. Ci donano beni e tempo e soprattutto hanno compreso lo scopo della Casa di Zaccheo: ridare dignità a persone che l’hanno persa e si sentono escluse dalla società”, insiste il parroco, mentre saluta il piccolo Bissmillai, 7 anni, uno dei due figli di una coppia somala-eritrea, marito e moglie entrambi sordomuti: nato nella casa di Zaccheo, vive con tutta la famiglia in una delle dodici stanze del primo piano della Casa. Su ogni porta è cucita una scritta che richiama uno dei miracoli di Gesù: di fronte alla stanza, “Cana di Galilea” c’è una porta con una fotografia incorniciata: “Quello è Armando Franco, vescovo di Oria, un paese qui vicino, ed ex presidente della Caritas: quando è morto, i suoi familiari hanno donato l’arredamento della sua stanza”, dice don Pietro. Al pranzo di Natale sono stati i parrocchiani della chiesa Santissima Annunziata di Mesagne a cucinare, mentre nel pomeriggio i volontari organizzeranno una tombolata con gli ospiti. “Anche i medici volontari dell’ambulatorio, “San Giuseppe Moscati”, della Casa: Giusi, Francesco e Patrizia ci danno una grandissima mano”, spiega don Pietro, mentre viene interrotto dalla signora Enza, insegnante in pensione: “Scusatemi, volevo far vedere al don le calze”. Sono le calze della Befana, preparate per i venti bambini che frequentano Casa Zaccheo, cucite dal Laboratorio di sartoria solidale: “Le calze saranno donate dall’arcivescovo di Brindisi-Ostuni, Giovanni Intini, per la gioia dei venti bambini che frequentano Casa Zaccheo”. Il laboratorio - “Nel laboratorio realizziamo tovaglie, tuniche per la prima comunione e decoriamo cuscini: tutti i prodotti vengono poi venduti al mercatino natalizio e raccogliamo le offerte per Casa”, spiega Enza, circondata dalle altre parche della speranza: come la nigeriana Faith e la colombiana Sandra, ormai bravissime nell’arte del ricamo. Tutto intorno è un trionfo di stoffe e rocchetti colorati: l’ultimo dono è una macchina per maglieria: “Ma di regali ne arrivano quasi ogni giorno. Alcuni mesi fa, il magazziniere si era accorto che era finito l’olio, stavo per andare a comprarlo quando ho visto un furgoncino parcheggiato davanti al cancello: in pochi minuti sono stati scaricati più di venti litri d’olio”, aggiunge don Pietro, il quale non nega che ci sia bisogno sempre di qualcosa in più (“Dovremmo cambiare gli infissi: ma Dio vede e provvede”). Una grossa mano dovrebbe arrivargli da due suore del Kenya: “Presto saranno con noi, subito dopo le feste di Natale, suor Consolata e suor Speranzer: la prima curerà la parte amministrativa della Casa, mentre l’altra sorella si è sempre occupata della dignità e valorizzazione della donna”. Il loro inserimento è stato reso possibile dall’interessamento di monsignor Jackson Murugara, nominato vescovo della diocesi di Meru, in Kenya, da papa Francesco, il quale, nel 2014, era apparso subito entusiasta del progetto della Casa di Zaccheo, presentatogli a Roma da don Pietro. E la domenica del 18 settembre del 2022, proprio papa Francesco, nel corso dell’Angelus, aveva rivolto un pensiero speciale ai poveri e ai volontari della Casa di Zaccheo. Quelle parole di saluto, con la foto del Papa, sono state stampate su una gigantografia appesa sulla facciata della Casa, subito dopo l’albero dal lunghissimo pennacchio. Non è un sicomoro, l’albero sul quale si arrampicò il pubblicano Zaccheo per vedere Gesù mentre entrava a Gerico: ma gli somiglia tantissimo. Siena. “CellaMusica”: agenti e detenuti suonano insieme. Il sogno? Sanremo di Laura Valdesi La Nazione, 6 gennaio 2026 Parla Battista, assistente capo coordinatore della Polizia penitenziaria “Ecco com’è nata in carcere l’idea di questo progetto musicale e umano”. L’idea? Merito di Giancarlo Battista, 53 anni, sposato con due figlie. Professione assistente capo coordinatore della polizia penitenziaria nel carcere di Santo Spirito. Conosce da 29 anni il ritmo della vita fra quelle antiche mura. Gettando il cuore oltre l’ostacolo ha trasformato in progetto musicale e umano il ventaglio di emozioni di chi sta dietro le sbarre. Portando all’esterno storie di libertà e di riscatto, di creatività che oltrepassano le pareti della detenzione. Prima creando una rock band, i ’CellaMusica’, dove agenti e detenuti suonano insieme. Poi registrando con essa un disco ’InnocentEvasione’ che è già su You tube e Spotify. “Desideravo imparare a suonare la chitarra. Parlando con l’attuale batterista della band, Valentina, lei si occupa del magazzino che distribuisce i generi alimentari per i detenuti, mi incitò a provare. Così feci. Proprio in quel periodo iniziava il corso di musica in carcere. Partecipai in avvio come sorveglianza, poi con l’autorizzazione di direttore e comandante iniziai a seguire le lezioni. Parlando con la batterista e l’educatrice, Maria Josè Massafra, scattò l’idea della band. Sulle prime eravamo 4-5, poi Ugo Giulio Lurini di LaLut ci propose di fare uno spettacolo nell’ambito dei ’Cento canti di Siena’”, racconta Battista. Che è ideatore e musicista di una rock band davvero unica in Italia. Com’è nato il nome ’CellaMusica’? “L’ho inventato io. I primi eventi per le Contrade, quindi ci siamo esibiti per le scuole. Fino al disco”. Andiamo per ordine: quando è stata lanciata l’idea la reazione dei detenuti’.. “Molto entusiasti. Abbiamo iniziato da zero, avevamo 4-5 chitarre acustiche, poi sono arrivati gli strumenti, è stato creato il teatro”. La prima canzone? “’Zombie’, nata come voce femminile ma cantata da un detenuto. Parla di guerra. Fra le cover, in occasione dei ’Cento canti per Siena’, facemmo l’inizio di ’Stairway to heaven’ dei Led Zeppelin. Poi anche la Pfm”. Il vostro cavallo di battaglia? “’El Diablo’ (dei Litfiba, ndr), anche Lucio Battisti ma rielaborato in versione rock che è un po’ la nostra anima”. I componenti dei ’CellaMusica’... “Fuori siamo diversi, facciamo le prove alla Corte dei miracoli. Ci sono io, la batterista, un volontario, due vocalist, un mio collega che suona la chitarra, Francesco. E poi Sara, responsabile del corso di musica, bravissima con il flauto. È poi venuto a darci una mano Andrea Castelli, bassista. Dentro comunque sta continuando il progetto. Il numero è in continua evoluzione perché Siena è una casa circondariale, c’è un forte ricambio”. La difficoltà maggiore? “A volte organizzativa, siamo sempre dentro ad un carcere. Ma abbiamo tenuto duro”. Un momento di buio e uno di luce del progetto? “Buio quando c’è stato un partecipante che ha reso difficoltosa la gestione. Alla fine però siamo andati avanti. Momenti di luce? Tutti gli eventi fatti, l’ultimo al teatro della Pergola di Firenze. Chi assisteva non si attendeva un tale spettacolo”. Una canzone vostra? “’C’è la musica’, il nostro inno. L’ha scritta e musicata mio fratello perché suona più strumenti. Una sera parlavo con lui dell’iniziativa, una settimana dopo mi chiamò: aveva mandato tutto. Racconta la nostra storia, le emozioni”. Cosa significa a livello umano questa esperienza per Battista? “Il mio lavoro comporta il far rispettare le regole nel carcere. Però quando si entra in teatro si azzera tutto. Siamo molte persone che condividono la stessa passione, la musica. Anche un messaggio all’esterno, spesso la polizia penitenziaria viene dipinta diversamente. Siamo tutt’altro”. L’emozione più grande? “Con i lavoratori della Beko, quando sono venuti in teatro. Ci siamo sentiti reciprocamente vicini”. Prossimi eventi? “Fra le ipotesi l’Enoteca, sarebbe bello entrare nel programma estivo di Siena”. Dove vogliono arrivare i ’Cella’? “Sono tifoso del Napoli, De Laurentis fece un libro dalla C alla Champions. Noi magari da Santo Spirito a Sanremo. Un sogno, lo so. Ma andiamo avanti”. La forza del bene che è attorno a noi (e spesso non vediamo) di Giorgio Paolucci Corriere della Sera, 6 gennaio 2026 Il libro “Cento ripartenze. Quando la vita ricomincia” (volume 2) riunisce storie raccolte in carceri, scuole e viaggi dei migranti. Così la fragilità è preziosa per la rigenerazione della nostra umanità. Viviamo tempi duri. Tempi segnati da echi di guerre un tempo lontane e oggi sempre più minacciosamente vicine, da difficoltà economiche con cui tanti si devono misurare, situazioni di precarietà, disavventure familiari e personali, solitudini esistenziali... Molti, guardando alle loro esistenze, si scoprono fragili e smarriti, anche se circondati da messaggi illusori che promettono una felicità a buon mercato. Sotto la coltre di sicurezze ostentate c’è un tarlo che silenziosamente corrode le nostre anime: è la perdita del gusto di vivere. Quando non sappiamo più trovare un senso all’esistenza e alle fatiche con cui ci dobbiamo misurare, la realtà diventa ostile. Cosa può venirci in aiuto? Dove si può trovare l’energia necessaria per non finire vittime della paura, del cinismo e della rassegnazione? Nel libro Cento ripartenze. Quando la vita ricomincia (Volume 2, Itaca edizioni) proseguo il cammino iniziato nel 2022 con il primo volume e propongo storie raccolte nelle carceri, nelle scuole, nei viaggi dei migranti, nel mondo della disabilità e della malattia e in altri contesti dove le persone fanno i conti con la fragilità. E dove la fragilità diventa l’occasione per accorgersi di cosa è davvero necessario per vivere, e si trasforma in un’alleata preziosa per la rigenerazione della nostra umanità. Perché la vita riparta abbiamo bisogno di segni e di incontri significativi. Una luce anche piccola, ma sufficiente per rimetterci in cammino: una persona, un volto, un luogo possono diventare l’occasione grazie alla quale riusciamo a percepire che il buio non vince. È così che lo sguardo può rialzarsi, è così che può accadere un nuovo inizio. Le storie raccontate nel libro sono testimonianze di un bene che è presente attorno a noi ma che spesso non sappiamo riconoscere. Un bene che diventa nutrimento dell’anima nei tempi duri che viviamo. Radio Radicale senza finanziamento né convenzione per il servizio pubblico di Eleonora Martini Il Manifesto, 6 gennaio 2026 Scomparsi i 10 milioni dal Bilancio e dal Decreto Milleproroghe. Appello dell’Fnsi contro la chiusura di “una delle voci più autorevoli dell’informazione”. “Dopo 30 anni, la convenzione fra Radio Radicale e lo Stato italiano è a rischio per mancanza di finanziamenti. La redazione si è accorta che la testata non viene nominata in nessun provvedimento di legge”. La notizia, rilanciata ieri dalla segretaria generale dell’Fnsi Alessandra Costante, è un fulmine a ciel sereno per i 46 dipendenti, di cui 18 redattori, della storica radio organo della Lista Marco Pannella. La convenzione, stipulata nella forma attuale nel 2020 per i primi 15 mesi, a seguito di una gara indetta dal governo Draghi, avrebbe dovuto essere prorogata come ogni anno. Ma né nella legge di Bilancio - contrariamente a quanto promesso in un primo momento allo stesso editore - né nella prima stesura del decreto “Milleproroghe”, vi è alcuna traccia dei circa 10 milioni di euro che Radio Radicale riceve ogni anno. Si tratta di 8 milioni dovuti per la trasmissione in diretta delle sedute parlamentari (il 60% della programmazione, minimo), unica emittente nazionale a garantire questo tipo di servizio pubblico. Cui si aggiunge il finanziamento (2 milioni) del mastodontico progetto di digitalizzazione di un archivio radiofonico che ha pochi eguali e che testimonia 50 anni di vita politica italiana. Dovrebbero invece essere confermati i fondi (3,7 milioni) già assegnati con la legge dell’editoria. Nella riunione che poco prima delle feste natalizie il Comitato di redazione ha avuto con l’editore, rappresentato da Maurizio Turco (segretario del Partito Radicale nonviolento transnazionale e transpartito e, dal 2019, Presidente della Lista Marco Pannella), “ci è stato assicurato che la convenzione sarebbe stata prorogata nella legge di Bilancio”, spiega al manifesto il giornalista Andrea Billau, membro del Cdr. “Ora, visto che non compare neppure nel decreto Milleproroghe, abbiamo chiesto all’editore un altro incontro, che dovrebbe tenersi nei prossimi giorni, per approfondire la situazione. Speriamo in un emendamento al testo. In caso contrario, la chiusura della radio, che non trasmette pubblicità e non viene finanziata in altro modo, è praticamente certa”. Radio Radicale va in etere per la prima volta il 26 febbraio 1976 con l’esplicito obiettivo dei militanti radicali capitanati da Marco Pannella di dimostrare ciò “che il servizio pubblico dovrebbe fare”, per usare le parole di uno dei suoi fondatori, lo storico direttore Massimo Bordin, scomparso sei anni fa. E così i suoi microfoni da allora vengono piazzati ovunque: dal parlamento alle aule di tribunale, dalle piazze delle opposizioni alle conferenze stampa governative e dei poteri costituiti. A riconoscere questo “servizio di interesse generale” arriva nel 1998 la prima convenzione statale, rinnovata in automatico ogni tre anni. Messa a rischio per la prima volta nel 2019 dal M5S e in particolare dal sottosegretario Vito Crimi che condusse una battaglia populista contro i finanziamenti pubblici all’editoria. La crisi, per la Radio, si risolse allora con una nuova gara pubblica - peraltro richiesta da anni dalla stessa dirigenza radicale - che si concluse con la riassegnazione della convenzione. “Ci auguriamo - è ora l’auspicio della Federazione nazionale della stampa - che il governo e il Parlamento non vogliano spegnere una delle voci più autorevoli nel mondo dell’informazione politica e l’unica, ancora oggi, a trasmettere in diretta le sedute delle Camere e i più importanti avvenimenti politici. Un’opera insostituibile al servizio dei cittadini, che possono formarsi un’idea direttamente, e della democrazia stessa”. Vendetta e difesa, le parole d’attualità di Dacia Maraini Corriere della Sera, 6 gennaio 2026 Chi invece crede nella giustizia e nella difesa anche a costo di sacrifici dolorosi, organizza quella che viene chiamata Resistenza, che prima di essere armata dovrebbe basarsi sull’applicazione della giustizia. Nel caso attuale basterebbe che l’Onu fosse svincolato dai veti che la paralizzano per applicare una giustizia mondiale contro coloro che trasgrediscono alle regole dell’autonomia e attentano alla integrità territoriale. L’anno nuovo arriva minaccioso e rancoroso. Sembra che popoli e persone si preparino alla guerra. Il clima è torvo. Le due parole che secondo me in questo momento bussano alla coscienza sono Vendetta e Difesa. La vendetta è un istinto dell’animo umano, un sentimento che abbiamo in comune con gli animali. All’offesa impulsivamente si risponde con la vendetta. Ma le cose sono cambiate e oggi consideriamo una grande conquista il passaggio dalla vendetta alla giustizia. La vendetta è stata riconosciuta come personale e arbitraria. La giustizia invece si compie dando al colpevole il diritto di difendersi e la punizione avviene secondo regole scritte su un codice riconosciuto dalla collettività. La seconda parola Difesa è contradittoria e si presta a più interpretazioni. Esiste un diritto di difesa del cittadino o dello Stato che viene attaccato? E se l’attaccante non accetta nessun compromesso è lecito usare le armi? Un Paese sovrano può utilizzare uno strumento gandhiano come l’inerzia passiva di fronte a un aggressore violento che vuole per forza la resa e l’appropriazione dei beni dell’aggredito? Il problema è etico oltre che politico e militare. C’è chi pensa che di fronte alla soverchiante forza di chi occupa e aggredisce la sola cosa da fare sia la resa. Alzare le mani e riconoscere la propria debolezza. Se il debole resiste, la punizione sarà disastrosa, come raccontano anche le più antiche epopee: quando un popolo vinceva faceva strazio dei vinti rendendo schiavi i suoi cittadini e depredando i beni del vinto. Chi invece crede nella giustizia e nella difesa anche a costo di sacrifici dolorosi, organizza quella che viene chiamata Resistenza, che prima di essere armata dovrebbe basarsi sull’applicazione della giustizia. Nel caso attuale basterebbe che l’Onu fosse svincolato dai veti che la paralizzano per applicare una giustizia mondiale contro coloro che trasgrediscono alle regole dell’autonomia e attentano alla integrità territoriale. Cosa vincerà nel prossimo anno: la Vendetta o la Giustizia? la Resa o la Resistenza? Io porto nella memoria una storia di resistenza. Due anni di durissimo campo di concentramento per avere detto no alla Repubblica di Salò mi hanno segnata e propendo per una pace giusta piuttosto che una resa comoda. Non spero nelle armi ma in una giustizia internazionale che agisca per il bene dei popoli e non dei regimi che vogliono solo mantenere il potere. L’anno che verrà... istituzioni, potere, diseguaglianze e Stato di diritto di Daniela Piana Il Dubbio, 6 gennaio 2026 A ben guardare i dati, quale sia la società nella quale ci stiamo immergendo - volenti o nolenti - ci appare chiaramente, per tre aspetti: una distribuzione asimmetrica del potere di influenza e di decisione (le due cose essendo diverse); una capacità ineguale di sapere fare fronte alle incertezze del futuro (e quindi anche di potersi concedere la chance di pensarlo, il futuro); una erosione esponenziale (non incrementale) delle modalità moderne di costruire il consenso attraverso le funzioni esercitate da corpi intermedi. In questo scenario le persone sono in una condizione di rischio crescente (esponenziale) diseguaglianza: dinnanzi agli algoritmi, dinnanzi alle piattaforme, dinnanzi alle corporations, dinnanzi alle decisioni prese in un sistema globale il cui multilateralismo è fortemente incrinato, chi ha la capacità di “giocare” alla pari? Pochi. Sempre di meno. Perché ad ogni giro è un po’ come al gioco dell’oca, se perdi torni all’inizio. E la probabilità di perdere è non solo altissima al primo giro, ma aumenta esponenzialmente a mano a mano che torni all’inizio. Nella discesa ci si fa sempre un po’ male. Fuori di metafora, ancorché di metafore ultimamente abbiamo bisogno come il Postino di Neruda che di metafore necessitava per tirare fuori una poesia che altrimenti restava inespressa, i giochi dove ci sono giocatori asimmetrici, ma non ci sono arbitri e soprattutto non si sono dispositivi imparziali e distanti dai giocatori per potere affermare il primato delle regole su qualsiasi giocatrice e/o giocatore, in epoche di crescente diseguaglianza, diventano giochi a somma difficilmente positiva. I beni collettivi finiscono per essere piegati, se non consumati. I beni pubblici poi diventano rivali, perché se gli accessi sono aperti a “n più uno” persone, di fatto quelle “n” già non sono tutte egualmente capaci di accedere ai beni pubblici, e la persona “più uno”, di qualsiasi status economico sociale culturale possa essere, potrebbe essere vista, per un effetto di distorsione ottica, dalle “n” come una causa di deprivazione relativa, visto che l’accesso è in linea di principio infinito e in linea di fatto finitissimo. Possiamo dare colori specifici a queste riflessioni? Possiamo dotarle di vita reale? Sì, possiamo. Basta guardarsi attorno. Nel contenzioso, fra parti litiganti di cui una è una corporation e l’altra un consumatore. Nelle relazioni di genere di cui una parte è guardata dal sistema come free rider se semplicemente rivendica il diritto a una autonomia di determinazione di sé stessa - il femminile non è casuale. Nelle interazioni fra pubbliche amministrazioni e persone diversamente abili, dove la parola “diversamente” finisce per diventare “diversamente rese capaci di interfacciarsi” con servizi così standardizzati da diventare iniqui. Nelle convivenze fra generazioni e nuove tecnologie, dove le più giovani sono nella difficoltà a gestire la vita esperienziale rispetto alla quale i social network non le formano, e le meno giovani sono nella difficoltà perché non sanno come lasciare una fiaccola di saperi densi - ma necessitanti di una declinazione attualizzata - a chi verrà. Nelle imprese che dovendo partecipare di un mercato che è difficilmente leggibile nei suoi flussi di asset finiscono per rifuggire l’innovazione e il rischio a fronte della mancanza di regole certe nel lungo periodo. Nell’anno che verrà la grande emergenza sarà la diseguaglianza. Abbiamo dei rimedi? Sì. Ne abbiamo uno. Si chiama Stato di diritto o, meglio espresso, si chiama primato delle regole. Detta così appare come uno slogan. Invece è una architettura istituzionale. Quali sono i suoi architravi? Ve ne sono tre. Il primo. Istituzioni capaci di distanziamento dalle parti, anche quelle più forti, anzi, soprattutto quelle più forti. Imparziali. Terze. Il secondo architrave: metodi di aperta condivisione della conoscenza. Senza infingimenti. Senza scorciatoie. Senza false promesse di verità certe. La ricerca scientifica si costruisce nell’umile certezza che è sempre in divenire. Come la vita. Il terzo architrave: l’autonomia delle persone. Belle parole? No. L’autonomia delle persone significa partire da queste. Sempre. Ad esempio, quando si prospetta di cambiare le regole del gioco. La prima cosa che si otterrà cambiando senza prevedibilità né certezza, è quella di disorientare i giocatori. Figuriamoci quelli meno forti. Smetteranno di giocare. Invece noi abbiamo bisogno di un 2026 pieno di iniziative, di coraggio, di visione, di solidale e rispettosa partecipazione. Sapendo che quando si sarà deboli e fragili ci sarà una istituzione che avrà la forza di stare sui suoi piedi, distante da tutti, e quindi capace di farci sentire e di trattarci da pari a tutti, anche (e soprattutto) ai più forti. La politica “che fa schifo” e il bisogno di scendere in piazza di Roberta d'Angelo Avvenire, 6 gennaio 2026 Tra la deriva dei social e il disinteresse per i partiti, i giovani scelgono la protesta. Perché c'è un limite oltre il quale la coscienza si rianima. C’è una grande confusione nelle società occidentali. Le rivoluzioni che hanno stravolto la geopolitica nel 2025, soprattutto a seguito della rielezione di Donald Trump, dimostrano un aspetto tutt’affatto pacifico. E il senso di insofferenza e di ansia si percepisce dalla modalità con cui si sposano posizioni estreme, che porta allo scontro tra “fazioni”, in un clima da derby permanente, che va dalle chiacchiere da bar ai dibattiti politici, passando per il sempre più scoraggiante mondo degli odiatori social. In questo contesto si è fortificato e ampliato il movimento pro-Pal, in cui si sono ritrovati giovani e anziani, attivisti e cittadini meno impegnati, spinti dalla necessità di dire basta a una guerra che ha acquisito ogni giorno di più contorni assurdi, fino alla strage di un popolo vessato dalla fame. Un movimento che ha portato in piazza generazioni di persone che disertano da tempo le urne. Disinteressate alla politica, se non infastidite o peggio ancora. Un segnale, forse, di un’esigenza che la filosofia greca considerava innata nell’essere umano. Tra il vivere e il sopravvivere c’è di mezzo la politica, per Aristotele. Polis (città-stato, ovvero comunità), technè (arte), oikòs (famiglia, casa), nella radice del termine oggi tanto bistrattato. “La politica non mi interessa”, “mi fa schifo”, “non la capisco”, “i politici sono tutti uguali”: quante volte lo sentiamo dire? Per Platone la politica è l’arte con cui si crea uno Stato giusto. E questo senso di giustizia, frustrato ed esasperato, che ha spinto i cittadini del nuovo millennio verso l’individualismo, trasformato in egocentrismo dai social, è tornato a galla di fronte alle immagini dei bambini morti di fame per volontà di pochi potenti, di città trasformate in ammassi di macerie per scelta degli stessi governanti. La dimostrazione che c’è un limite oltre il quale la coscienza - anche la più chiusa e distratta - si rianima. Ebbene, si è avvertito il bisogno di uscire di casa, di elaborare una protesta, se non una proposta. E però per arrivare da protesta a proposta, da contestazione a cambiamento si passa necessariamente attraverso la conoscenza, lo studio, l’approfondimento. La politica è il contrario della passività. Seguire d’istinto una voce che parla la stessa lingua del tuo cuore è il sintomo. Per la cura serve impegnarsi, informarsi, e verificare. Perciò il disorientamento di quei pro-Pal che si sono trovati di fronte alla vicenda di Mohammad Hannoun, presunto referente di Hamas in Italia, e dei soldi dirottati attraverso iniziative che volevano essere umanitarie è più che legittimo. Mostra come sia necessario governare gli eventi e non lasciarsi trascinare dalla marea. Come sia necessario uscire dalla superficialità che può essere un rifugio e indurre a una pigrizia irreversibile. Nel messaggio di Capodanno, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella si è rivolto in particolare ai giovani. Mattarella ha parlato per l’undicesima volta come più alta carica istituzionale. Ma soprattutto dall’alto di una vita spesa per il Paese, una vita intera, essendo nato da un uomo di Stato ed essendo passato per l’enorme dolore dell’assassinio del fratello Piersanti nell’esercizio delle sue funzioni di presidente della Regione Sicilia. Negli undici anni al Quirinale il Presidente ha incontrato tante generazioni e può ritenersi a ragione conoscitore delle ragioni e delle esigenze dei “nuovi” giovani. E a loro ha parlato di educazione alla pace (riprendendo le parole di papa Leone). A loro ha dedicato l’esortazione all’ottimismo, elencando i problemi che affliggono il Paese e si riversano per lo più sulle nuove generazioni. A loro ha riservato il più grande messaggio di speranza contenuto nel suo discorso: “Nessun ostacolo è più forte della nostra democrazia”. E li ha invitati ad essere “esigenti, coraggiosi. Scegliete il vostro futuro”. Il bisogno di politica oggi appare in fase embrionale, ma in timido risveglio. Il modo di declinarlo senza strattonamenti, indottrinamenti ma con consapevole ragionevolezza, quello può fare la differenza. Il modello del Rione Sanità: quando camminare insieme ci libera da violenza e povertà di Paolo Ferrara* Corriere della Sera, 6 gennaio 2026 L'esperienza di ragazze e ragazzi della cooperativa La Paranza e della Fondazione San Gennaro di Napoli: una storia stupenda di un intero quartiere che crea cultura, bellezza e futuro. Nei giorni scorsi ho avuto la fortuna di vivere da vicino l’esperienza del rione Sanità a Napoli, incontrando i ragazzi e le ragazze della cooperativa La Paranza e della Fondazione San Gennaro: una storia stupenda e ancora tutta da scrivere in cui un intero quartiere sceglie ogni giorno di creare cultura, bellezza e futuro. Lo fa attraverso spazi restituiti alle persone, a relazioni che diventano forza collettiva, a modelli di partecipazione che attraverso l’arte, lo sport, la vita di fede e l’animazione sociale si trasformano in possibilità. Un esempio concreto di cosa significhi “liberarsi insieme” dal giogo della criminalità, della povertà, dell’isolamento e della disperazione. E non è un caso che passeggiando per le vie del quartiere si ritrovino, ben visibili e potenti, le parole immortali di Paulo Freire: “Nessuno libera nessuno, nessuno si libera da solo: ci si libera insieme”. Da questo meraviglioso incontro voglio partire per formulare a tutte e tutti l’augurio per il nuovo anno. Che il 2026 ci trovi così: capaci di fare rete, di prenderci cura gli uni degli altri, di costruire spazi aperti, fisici e simbolici, luoghi di bellezza e solidarietà in cui nessuno resti indietro e ognuno possa esprimere il meglio di sé, nella consapevolezza che c’è sempre un’alternativa alla violenza, alla prepotenza e alla disperazione. Buon 2026 a tutti e a tutte allora, ma soprattutto a chi crede nel cambiamento, non come gesto solitario, ma come cammino condiviso. Buon anno a chi sceglie, ogni giorno, lo stare insieme come atto di trasformazione, pace, bellezza e libertà. *Terre des Hommes Quando la forza si traveste da giustizia senza diritto di Orazio Abbamonte Il Roma, 6 gennaio 2026 “La giustizia è soggetta a contestazione; la forza è subito riconoscibile e senza dispute. E così, non potendo fare in modo che quel che è giusto fosse forte, si è fatto in modo che quel che è forte fosse giusto”. Questa la ben nota, amara considerazione che Blaise Pascal, alla metà del XVII secolo ci lasciava a proposito degli uomini e del loro senso di giustizia. E la pensava appunto già tre secoli fa, in esito ad una personale esperienza di persecuzione per motivi ideologici e dopo che la Francia aveva vissuto il secolo dei durissimi scontri nel corso delle guerre di religione. Ma dava icastica espressione ad una realtà universale della storia umana, con la quale è necessario fare i conti; e farli sempre più, data la forza devastante e sconfinata di cui l’essere umano è riuscito saggiamente a dotarsi. L’operazione militare speciale con la quale alla fine della settimana scorsa il presidente degli Stati Uniti d’America ha “catturato”, sorprendendolo nella sua stanza da letto insieme alla consorte, il presidente di un altro paese sovrano, la Repubblica bolivariana del Venezuela, non credo abbia paragonabili precedenti, per dimensioni dello Stato aggredito, motivazioni che lo giustificano, modalità mirabolanti d’esecuzione. Possono ben dirsi soddisfate le forze armate americane per aver realizzato dove ha fallito il presidente della Federazione russa: la cui intenzione era, com’è noto, quella di catturare (o eliminare) il presidente ucraino e sostituirlo con un governo amico, quello che un tempo si chiamava “fantoccio”. Il Putin è rimasto scornato ed impigliato in una lunga, usurante e costosissima guerra di posizione; il Trump invece ha brillantemente portato a segno il suo proposito. E c’è da credere che il suo omologo russo non l’abbia presa troppo bene, dati i criteri con i quali a quelle altezze si misura il successo di un uomo politico. Ma più dei sentimenti d’invidia, rivalsa o chissà di cos’altro che può nutrire l’autocrate ad oriente, a contare è il precedente creato dal fulmineo rapimento di Trump. Egli, è vero, ha parlato di “cattura”, assumendo di aver portato dinanzi ad una corte di giustizia americana, l’imputato Maduro. Il problema è che, sul piano del diritto internazionale, egli non disponeva d’alcuna base legittima per entrare in un altrui Paese e sequestrarne il presidente, facendo sì uso d’efficientissime forze speciali, ma violando sovranità ed immunità che nemmeno la Corte penale internazionale avrebbe potuto. Inoltre, stabilire il principio che l’imputazione di un Capo di Stato ad opera della giurisdizione di un altro Stato consenta a quest’ultimo di ‘arrestare’ il proprio ricercato, introduce una regola che nega radicalmente ogni principio di territorialità non solo e non tanto del diritto, ma dell’uso legittimo della forza per l’attuazione del diritto. Ogni Stato può mettere in esecuzione i propri provvedimenti giurisdizionali soltanto all’interno del proprio territorio; quando il presunto criminale è nel territorio di altro Stato - per non dire quando questo presunto criminale è anche coperto dalle immunità dell’essere capo di un altro Stato - solo grazie ad accordi internazionali approvati è possibile attuare quella che si chiama cooperazione giudiziaria. Mi accorgo, però, mentre scrivo di queste cose, d’assumere una prospettiva del tutto inattuale, sembran già cose di un passato lontano, da dimenticare, residui d’una sorpassata cultura giuridica, fatta di lenti accumuli, di lunghi percorsi verso la civilizzazione e verso la civilizzazione dei rapporti tra Stati. Può dirsi che, per certi versi, l’azione di Trump è anche più grave di quella posta dal fallito tentativo del suo omologo, perché il blitz americano ha contrastato ogni base di diritto, nel mentre ha cercato di ammantarsi del diritto, rivestendo dell’esecuzione di un ordine giudiziario un atto d’assoluta violenza e di strutturale negazione del diritto. Insomma, s’è presa gioco del diritto. Difficile credere che dopo un gesto del genere lo stesso Presidente degli Stati Uniti possa ergersi a paladino del rispetto delle regole o possa svolgere - ammesso che mai abbia voluto farlo - un’opera di moral suasion nei confronti del suo collega russo. Bisogna prendere atto che i tempi sono davvero diversi e che attualmente si stia attraversando una fase storica - che difficilmente potrà rapidamente regredire, ma che anzi potrà costituire da base per nuove iniziative d’analoga lega - in cui il raggiungimento del risultato auspicato farà premio su ogni remora nella scelta dei mezzi adottati per ottenerlo. Insomma, che in politica il fine giustificasse i mezzi si sapeva; ma si sapeva - o almeno si credeva di sapere - che, nella contemporaneità, non tutto potesse essere consentito, che si fossero creati degli ambiti istituzionali nei quali affrontare e possibilmente risolvere le crisi attraverso i mezzi del diritto e della mediazione, piuttosto che con quelli delle armi e dell’azione corsara. Bisogna prendere atto che quella è stata un’illusione, o almeno che si è tornati all’epoca in cui si catturavano i sovrani in battaglia e poi o li si eliminavano o li si restituiva a caro prezzo, come avvenne per Francesco I dopo la cattura alla battaglia di Pavia: si era nel 1525, però. Ma forse è il “però” ad esser di troppo, perché le cose dell’umanità mostrano un’irresistibile tentazione a ripresentarsi in forme solo aggiornate, non mutate nella struttura. Ma siccome bisogna essere uomini dei propri tempi e sapervi veder dentro, almeno avremo ormai compreso, dopo simili sorprendenti esperienze, che ogni Paese deve aver la capacità di badare a sé stesso, in altri termini deve poter disporre di proprie armi per esistere, magari anche di salde alleanze fondate sul reciproco interesse; e che il pacifismo dei profeti disarmati e delle anime candide rischia di trovarsi custodito dal bellicismo di praticoni corazzati e dal baldanzoso successo. In Iran la disperazione ha divorato la paura. E ora il sistema è sul punto di crollare di Tiziana Ciavardini Il Fatto Quotidiano, 6 gennaio 2026 Mentre si rincorrono voci di una possibile fuga di Khamenei verso Mosca, noi che abbiamo amato l'Iran come una madre non possiamo tacere. “La vera rivoluzione inizierà quando il popolo sarà affamato e i bazaari tireranno giù le saracinesche”. Questa frase non era un semplice modo di dire. Era il monito che respiravo quotidianamente durante i miei anni di vita in Iran, camminando tra la gente nel 2009, vedendo il sangue scorrere nel 2019. Oggi, quella profezia si è fatta carne, metallo e grido. Le serrande che sbattono a terra a Teheran, Isfahan, Shiraz e Tabriz non sono solo un segnale economico: sono il fragore di un sistema che sta crollando. Scrivo queste righe con il cuore pesante e le mani che tremano. Siamo oltre il settimo giorno di proteste e, mentre l’Iran brucia, il mondo sembra guardare altrove. C’è un’indignazione feroce in me nel constatare il silenzio dei media e l’ambiguità del contesto internazionale. Donald Trump minaccia interventi se il regime sparerà sui dimostranti, ma le sue parole appaiono oggi svuotate di peso, forse più distratto dalla crisi in Venezuela che dal destino di Teheran. Questo vuoto di leadership globale offre agli ayatollah un frame terribile: la libertà di un iraniano pare valere meno di un calcolo geopolitico. Ma stavolta, sento nel profondo che è diverso. La disperazione ha finalmente divorato la paura. Quando l’inflazione tocca il 43% e il prezzo del pane raddoppia, come scriveva Seneca, il popolo non ascolta ragioni e non teme la morte. È il paradosso tragico di un gigante petrolifero che deve importare benzina per 10 miliardi di dollari perché le raffinerie cadono a pezzi, mentre il regime brucia il 25% del bilancio statale in spese militari folli per perseguire il delirio di distruggere Israele. Pensavamo che il movimento “Donna, Vita, Libertà” fosse svanito sotto i colpi della repressione? Ci sbagliavamo. Quel fuoco non si è mai spento; covava sotto la cenere del 2022, alimentato dal sacrificio di migliaia di giovani. Oggi quel grido è tornato, unendo le donne che sfidano il velo alla classe dei bazaari, il nervo storico e conservatore della società, senza il quale nessun potere in Iran può sopravvivere. È un’eruzione simultanea che accende la mappa del Paese più velocemente di quanto i pasdaran riescano a spegnerla. La risposta del regime è, come sempre, di una barbarie inaudita. Il 2025 si è chiuso con il record di 1.922 impiccagioni: un massacro sistematico per intimidire un popolo che non vuole più abbassare la testa. Le forze di sicurezza usano le ambulanze come scudi e strappano i feriti dai letti d’ospedale. Eppure, per la prima volta, la rabbia non è acefala. Il nome di Reza Pahlavi risuona nelle strade di tutto il paese; il suo “piano dei 100 giorni” per un Iran laico e democratico offre un approdo politico concreto a una rivolta che cerca un futuro. Persino il Presidente Pezeshkian, stretto tra la piazza e il regime, è costretto a definire “legittime” le istanze dei manifestanti, segnale di una crepa che si sta allargando nel cuore del potere. Mentre si rincorrono voci di una possibile fuga di Khamenei verso Mosca, noi che abbiamo amato l’Iran come una madre non possiamo tacere. Il silenzio è il secondo cappio al collo dei martiri, è la mano del boia che affila la lama. Ho passato vent’anni a seguire le ferite di questo Paese, vivendo tra la sua gente, respirando la sua cultura immensa e il suo dolore infinito. Il mio unico desiderio - l’unico che darebbe pace a questi anni di attesa - è vedere un Iran finalmente libero prima di lasciare questa terra. Non restate in silenzio. Condividete il loro grido. Perché nelle strade di Teheran non si combatte solo per il pane, ma per il diritto universale di respirare senza chiedere il permesso a un tiranno.