Quegli 80 suicidi in carcere che non fanno più scandalo di Bruno Mellano La Stampa, 5 gennaio 2026 Gli ultimi episodi a fine 2025 e la notte di capodanno ad Asti e Alessandria: la portata del fenomeno è venti volte superiore a quella dei cittadini liberi. “Spes contra spem”, l’impegnativo insegnamento di San Paolo richiama le “persone di buon volontà” ad essere esse stesse elemento fondativo di speranza attiva e propositiva, anziché limitarsi al ruolo di chi attende, sia pure con fiducia o fede, eventi esterni che nutrano prospettive di speranza. Gandhi, con altre parole e altri riferimenti culturali, diceva “Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo”. Molti contesti attuali provocano legittimi scoramenti e diffuso senso di impotenza. La società contemporanea in molti ambiti appare difficilmente modificabile dall’impegno singolo o organizzato dei cittadini. Il carcere, per esempio, in maniera eclatante, appare irredimibile, una situazione del nostro vivere sociale refrattaria ai cambiamenti attesi ed auspicati. Due tragedie a fine 2025 - Il 2025 si è concluso con un suicidio ad Asti, mentre il nuovo anno è iniziato con la notizia di un suicidio - da accertare - ad Alessandria. Italiano di 38 anni il ragazzo astigiano, che non ha retto all’impatto con l’esecuzione penale (Asti è istituto di alta sicurezza), con una storia personale paradigmatica: elettricista esperto, una passione per la musica, un disagio latente che lo ha portato a stili di vita e di consumo, fatti di alti e basi, tragicamente finito nel più classico dei modi: impiccamento con lenzuolo in cella, nonostante l’affollamento e i controlli previsti e prescritti espressamente per casi come questo, sicuramente segnalato ai servizi. Italiano anche il quarantenne che, nella notte di Capodanno, ha inalato gas avvolgendo la testa in un sacchetto di nylon e utilizzando la bomboletta tipicamente in uso per i fornelli da campeggio, unico strumento ancora oggi a disposizione dei detenuti per farsi il caffè e cucinarsi un pasto integrativo o alternativo al vitto di ordinanza. Nell’anno concluso sono stati ben 80 i suicidi nelle carceri italiane, altre 161 le morti registrate, in alcuni casi ancora di verificarne le dinamiche e le cause. Il fenomeno dei suicidi in carcere - Il dato non sembra fare scandalo o comunque meno che in passato, anche se il fenomeno delle persone che si tolgono la vita in carcere, cioè in custodia dello Stato, ha una dimensione di 20 volte quello relativo ai cittadini liberi nella stessa fascia di età e nonostante che il corpo di Polizia Penitenziaria risulti essere la forza armata in Italia con il più alto tasso di suicidi. Qualcosa vorrà dire! Nel 2025 anche un educatore penitenziario si è ammazzato. “Abbiamo un problema” - Occorre non girare la faccia dall’altra parte. Occorre guardare in faccia la realtà e non accontentarsi di generiche ricette a medio o lungo termine. Abbiamo un problema qui ed ora! E le soluzioni di sistema, per quanto auspicabili, non sono in grado di incidere in tempo utile sui 64.000 cittadini ora ristretti nelle 198 carceri italiane. Si può, si deve scegliere la propria personale chiave di lettura del mondo e della vita, ma non si può, non si deve pensare che la marginalità sociale rappresentata dalla stragrande maggioranza delle persone oggi detenute nel mondo occidentale e in Italia non ci interroghi direttamente, non ci chieda di essere, tutti e ciascuno, elemento di speranza per chi vive una fase di detenzione e ha diritto a un percorso di recupero e reinserimento, come ciascuno di noi ha diritto di pensare che il carcere serva al recupero di chi ha sbagliato. Le morti dietro le sbarre sono un fallimento per tutti e una responsabilità collettiva. Indipendentemente dalle storie dei singoli, in una logica costituzionale della pena. Investire su istruzione, lavoro, cura delle dipendenze e legami. Solo così si aiuta la società di Stefano Maria Capilupi Il Riformista, 5 gennaio 2026 “Una delle guardie che gli stava vicino dette uno schiaffo a Gesù … lui gli rispose: “…perché mi percuoti?”“ (Gv 18, 22-23). Il Cristianesimo - uno dei fondamenti dell’umanesimo europeo - è l’unica grande religione in cui il fondatore è un laico che finisce arrestato, attraversa l’umiliazione della custodia, conosce tortura e violenza legale, e muore come condannato. La Croce è anche il riscatto di un’ingiustizia storica. Dentro la modernità, la critica laica ai sistemi punitivi, che unisce Beccaria e Filangieri all’eredità socratica, ha insegnato a diffidare della vendetta pubblica e dell’arbitrio. Ma già la teologia morale di Sant’Alfonso Maria de’ Liguori anticipava che la persona non si esaurisce nel suo delitto, e la pena, se vuole essere davvero giusta, non può ridursi a pura ritorsione. Quando ragiona delle censure, egli richiama esplicitamente la loro natura “terapeutica”: “censura enim est poena medicinalis… aliter sanari non potest”, cioè una pena che mira a “sanare” la contumacia e a ricondurre il colpevole nell’ordine della convivenza (Theologia Moralis, lib. VII, cap. I, dub. IV, n. 53; Napoli: 1748). Non sorprende allora che, nel Giubileo dei detenuti, Leone XIV abbia scelto parole semplici e politicamente esplosive: “nessun essere umano coincide con ciò che ha fatto”, e la giustizia, se vuole restare umana, è “riparazione e riconciliazione”. La speranza, qui, non è un sentimento privato: è categoria pubblica. Il Papa ricorda il gesto di Francesco a Rebibbia, e mette al centro la logica evangelica di un Dio che “non vuole che alcuno si perda” (2 Pt 3,9) e per cui “nulla è impossibile” (Lc 1,37). La letteratura russa, per esempio, aiuta a non mentire, ma anche a comprendere le profondità dell’anima. Nel Maestro e Margherita, Bulgakov mette in scena Pilato che nell’epilogo del romanzo conversa con Gesù dopo la morte. “Che supplizio triviale! Ma tu, ti prego, dimmi, (…) non c’è stato, il supplizio! Ti scongiuro, dimmi che non c’è stato. Ma certo che non c’è stato - risponde con voce roca il compagno - ti è apparso soltanto”. In quel paradosso di oblio si intravede una teologia apofatica della speranza. Dostoevskij, in antitesi dialettica, legò ancora prima speranza e memoria in maniera indissolubile, e nei Fratelli Karamazov Ivan restituisce addirittura il biglietto di entrata nel Paradiso per restare con la memoria delle ingiustizie. Il romanzo Delitto e castigo in russo suona più precisamente come “Il delitto e la pena” (Prestuplenie i nakazanie): il problema non è il castigo in sé, ma il senso della pena. La prima edizione italiana del 1889 (Treves), che traduceva la versione francese, fissò però l’uso di “castigo”, influenzando per sempre il titolo in italiano. Dostoevskij invece non poté fare a meno di trarre ispirazione dal celebre saggio di Cesare Beccaria Dei delitti e delle pene, che era stato tradotto e pubblicato in Russia già nel 1805. Dentro questa oscillazione lessicale c’è la domanda: pena come vendetta o come percorso? E il principe Myškin nell’Idiota, parlando della pena di morte, inchioda la coscienza moderna: uccidere “per” un omicidio è una pena più grande del delitto stesso, perché toglie all’uomo persino il tempo del pentimento e della ricostruzione interiore. La dottrina cattolica, quando è fedele al Vangelo, non divinizza mai la pena: la orienta. Il Catechismo ricorda che la punizione deve riparare il disordine creato dal reato e, “per quanto possibile”, favorire la correzione del colpevole, richia-mando persino il buon ladrone. E aggiunge che oggi i casi in cui l’eliminazione del reo sia “necessaria” sono “molto rari, se non praticamente inesistenti”. In questo senso la modernità non fa altro che realizzare il monito del Vecchio Testamento sulle origini: ““chiunque ucciderà Caino subirà la vendetta sette volte!”. Il Signore impose a Caino un segno, perché nessuno, incontrandolo, lo colpisse” (Gen 4, 15). La pena deve avere un fine, altrimenti diventa superstizione civile. Un carcere che investe su istruzione, lavoro, cura delle dipendenze, legami familiari, accompagnamento all’uscita e giustizia riparativa non sminuisce il reato: impedisce che il male si riproduca, e restituisce alle vittime non solo indignazione, ma sicurezza reale. È anche lo spirito dell’art. 27 della Costituzione: “rieducazione”, non vendetta. Tra memoria e speranza sta la misura di una comunità adulta: ri-cordare il male senza ridurre l’uomo al suo male, e proteggere la società senza perdere l’anima. Caro Governo, sulle carceri ascolta il tuo amico Alemanno di Angelo Riccardi* ilsipontino.net, 5 gennaio 2026 Ho letto con attenzione i Diari dal carcere di Gianni Alemanno. Li ho letti senza spirito morboso, senza compiacimento e senza pregiudizio. Li ho letti come si leggono le parole di chi è costretto al silenzio fisico ma tenta, attraverso la scrittura, di restare dentro la comunità umana e civile. La prima cosa che colpisce, leggendo queste pagine da Rebibbia, non è la denuncia, che pure c’è, ma il cambio di prospettiva. Alemanno non parla più da sopra, come spesso accade a chi ha esercitato ruoli di potere; parla da dentro. E questo, nel bene e nel male, è un punto di non ritorno. Il carcere, così come lo racconta, non appare come un luogo di giustizia compiuta, ma come uno spazio sospeso: dove la pena spesso smette di essere strumento di responsabilizzazione e diventa logoramento, attesa, riduzione della persona a pratica amministrativa. Freddo, sovraffollamento, tempi morti, burocrazia cieca, sanità incerta: non sono dettagli narrativi, ma indici strutturali di un sistema che fatica a riconoscere la dignità come valore non negoziabile. Ed è qui che la sua testimonianza assume un significato che va oltre la tua vicenda personale. Perché il punto non è, e non può essere, chiedere indulgenza. Chi ha governato, chi ha rappresentato istituzioni, sa che la responsabilità è parte della funzione. Il punto è un altro: lo Stato non può mai permettersi di disumanizzare, nemmeno quando punisce. Anzi, proprio lì si misura la sua forza morale. I Diari di Alemanno ci ricordano una verità scomoda: la qualità della giustizia non si valuta solo dalle sentenze, ma dal modo in cui lo Stato tratta chi ha sbagliato. Il carcere che emerge dalle sue parole non sempre educa, non sempre ricostruisce, non sempre prepara al ritorno nella società. Talvolta consuma. E uno Stato che consuma le persone, invece di rieducarle, produce insicurezza futura, non ordine. C’è poi un aspetto più profondo, che rende i suoi scritti politicamente rilevanti anche per chi non ha mai condiviso le sue idee: la scoperta tardiva della vulnerabilità. Il carcere livella, spoglia, riduce. Costringe a misurarsi con ciò che resta quando il ruolo, il nome, la protezione sociale svaniscono. Ed è proprio qui che i suoi Diari diventano una domanda rivolta a tutti noi: che tipo di pena vogliamo, come società? Una pena che umilia o una pena che responsabilizza? una pena che isola o una pena che prepara il ritorno? Se le sue parole resteranno solo un racconto di sofferenza personale, rischieranno di essere archiviate come una parentesi. Se invece diventeranno occasione per una riflessione pubblica seria, trasversale, laica, allora potranno avere un valore che supera la contingenza. Per questo, mi permetto un invito franco: che continui a scrivere, ma non limitandosi alla denuncia. Che usi questa esperienza per dire ciò che spesso non si ha il coraggio di dire quando si è liberi: che la giustizia senza umanità è solo amministrazione della pena, non costruzione dell’ordine democratico. Il carcere non deve essere un buco nero della Repubblica. Deve restare parte della sua coscienza. Se i suoi Diari serviranno a ricordarlo, allora non saranno stati inutili. *Palombella Rossa Pagano: “Il carcere è una misura anacronistica. Abbattere le barriere, almeno quelle culturali” politicamentecorretto.com, 5 gennaio 2026 “Le persone disabili non ci dovrebbero proprio entrare”. Usa il condizionale, Luigi Pagano, ma il senso delle sue parole è netto. Storico direttore del Carcere di San Vittore, con una lunga esperienza nel Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, oggi garante dei detenuti di Milano, Pagano interviene sul tema del carcere e delle sue criticità strutturali e culturali, nel corso di un’intervista a Paola Severini Melograni durante la trasmissione “O anche no”, in onda su Rai 3, spazio da sempre dedicato ai temi dell’inclusione, dei diritti e della dignità delle persone. “Purtroppo moltissime persone, secondo me, non dovrebbero entrare in carcere oppure potrebbero uscirne. A maggior ragione le persone con disabilità”, afferma. “Io credo ancora, e ne sono convinto - prosegue Pagano - che il carcere sia ormai una misura anacronistica. Grazie a Dio sta perdendo terreno”. Secondo Pagano, una parte della popolazione detenuta continuerà comunque a rimanere all’interno degli istituti penitenziari. Proprio per questo, diventa urgente intervenire sull’ambiente carcerario: “Bisogna bonificare l’ambiente penitenziario, facendo in modo che le persone non subiscano più male. La detenzione, con le sue cadenze, le sue regole e la sua rigidità anche fisica, non può migliorare le persone”. Da qui l’appello a un cambiamento profondo: “Occorre abbattere le barriere, anche quelle carcerarie. Magari non sempre fisicamente, ma sicuramente culturalmente. Solo così possiamo iniziare a ragionare in modo diverso”. Riforma della giustizia, il referendum si muove nella nebbia di Biagio Marzo Il Riformista, 5 gennaio 2026 Il referendum confermativo sulla riforma della giustizia continua a muoversi nella nebbia. L’unica certezza riguarda le modalità di voto: due giorni, domenica e lunedì, con chiusura alle ore 15. Sul calendario, invece, è scontro politico. Ma i referendum non si vincono sui tempi - lunghi o brevi che siano - bensì sul merito delle questioni sottoposte agli elettori. Intorno alla cosiddetta riforma della giustizia si è accumulato molto rumore di fondo e una quantità impressionante di informazioni fuorvianti. Occorre allora chiamare le cose con il loro nome. Il cuore del provvedimento è la separazione delle carriere, accompagnata dall’istituzione di due Consigli superiori della magistratura - uno per la funzione requirente e uno per quella giudicante - e di un’Alta Corte disciplinare. Non si tratta di un attacco alla magistratura, ma di un tentativo di rafforzarne l’autonomia, la credibilità e le garanzie, ricostruendo uno Stato di diritto che negli ultimi decenni è stato più volte piegato in nome dell’emergenza. Nel tempo, soprattutto per contrastare terrorismo e mafia, il legislatore ha introdotto norme eccezionali, concepite come temporanee ma divenute strutturali. In questo contesto anche l’esperienza di Mani Pulite produsse uno slittamento pericoloso: dallo Stato di diritto allo Stato etico, dove il confine tra giustizia e moralismo si è fatto incerto. La separazione delle carriere serve a chiudere definitivamente quella stagione, completando in modo coerente il modello accusatorio del processo penale. Giuliano Vassalli in una nota intervista, nel febbraio del 1987, al Financial Times precisò “che parlare di sistema accusatorio laddove il pubblico ministero è un magistrato uguale al giudice, che ha… che non avrà più gli stessi poteri del giudice come li ha oggi, ma che continuerà a far parte della stessa carriera, degli stessi ruoli…essere colleghi, è uno dei tanti elementi che non rendono molto leale parlare di sistema accusatorio”. In un ordinamento moderno, il giudice deve essere realmente terzo: arbitro imparziale tra accusa e difesa, non parte di un unico circuito culturale e di carriera. È un principio che affonda le sue radici nell’Illuminismo giuridico: da Cesare Beccaria a Gaetano Filangieri, la giustizia è tale solo se il potere punitivo è limitato, distinto e sottoposto a regole certe. Anche la riforma disciplinare va letta in questa chiave. Il trasferimento del potere sanzionatorio a un’Alta Corte non è una misura punitiva contro i magistrati, ma una tutela ulteriore: significa sottrarre il giudizio disciplinare all’autoreferenzialità, garantendo trasparenza e responsabilità. È una garanzia per i cittadini, ma anche per i magistrati che svolgono correttamente il proprio lavoro. È dunque infondata l’accusa secondo cui la riforma renderebbe il Pubblico ministero subordinato al potere politico. La Costituzione resta intatta. L’articolo 104 stabilisce che “la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”, mentre l’articolo 107 garantisce al Pubblico ministero le stesse tutele previste per gli altri magistrati, ribadendo che essi si distinguono soltanto per diversità di funzioni. Proprio questa distinzione rende necessaria la separazione delle carriere. Questo referendum non è contro la magistratura; al contrario, con i nuovi assetti ne rafforza l’indipendenza e la credibilità. Non è una battaglia di destra o di sinistra, né una contesa ideologica. Non prevede parole d’ordine, di schieramento e non chiama in causa la fedeltà politica. Per sua natura, il referendum è trasversale: divide gli schieramenti e interroga le coscienze. Lo ricordava anche Giacomo Matteotti, quando difendeva le istituzioni come argine contro ogni arbitrio del potere: la legalità non come formalismo, ma come garanzia sostanziale, e il processo come luogo di libertà, in cui la giustizia si realizza attraverso la forma. A rendere il clima meno sereno contribuisce invece l’Associazione Nazionale Magistrati, il cui punto di maggiore criticità è proprio la nascita di due CSM, i cui componenti saranno selezionati anche tramite sorteggio. Un meccanismo che riduce drasticamente il peso delle correnti, facendo passare il loro potere dal massimo al minimo. La nebbia che avvolge questo referendum non nasce dal testo della riforma, ma dal rumore costruito attorno ad essa. Diradarla significa tornare ai principi: separazione dei poteri, giudice terzo, garanzie per tutti. È su questo terreno - e solo su questo - che i cittadini sono chiamati a decidere. Riforma giustizia, due mesi al voto. Ma la raccolta firme può allungare i tempi di Carola Causarano Il Riformista, 5 gennaio 2026 Il referendum confermativo sulla riforma della giustizia voluta dal ministro Carlo Nordio si avvicina e, pur in assenza di una data ufficiale, il quadro politico e istituzionale che lo circonda appare già fortemente polarizzato. Secondo il guardasigilli, il voto dovrebbe tenersi “presumibilmente nella seconda metà di marzo”, una finestra temporale che trova il consenso della maggioranza di governo e che segna l’avvio di una fase decisiva nel confronto sulla riforma. Nordio, in un’intervista, ha ribadito la convinzione che una campagna informativa capillare sui contenuti del provvedimento possa favorire la partecipazione e condurre a un risultato positivo. La riforma, sostiene il ministro, non stravolge la Costituzione né assume un carattere punitivo nei confronti della magistratura, ma rappresenta piuttosto la naturale evoluzione del processo penale delineato dalla riforma Vassalli. Attribuirle un significato politico, avverte, sarebbe “improprio e pericoloso”, soprattutto per l’equilibrio della magistratura stessa. Il clima resta però teso nei rapporti con l’Associazione nazionale magistrati e Nordio accusa l’Anm di aver rifiutato ogni confronto diretto con lui, nonostante la disponibilità dichiarata a un faccia a faccia pubblico. Un atteggiamento che il ministro giudica contraddittorio, alla luce della decisione dell’Anm di costituire un comitato per il No, scelta che a suo avviso rappresenta già un atto politico. Il rifiuto del confronto, sostiene, rischia di apparire come una fuga dal dibattito, tanto più se l’associazione dovesse accettare discussioni con altri esponenti politici ma non con il titolare del dicastero della Giustizia. Sul fronte della maggioranza, Forza Italia spinge per evitare polemiche sulla collocazione temporale del voto. Il capogruppo al Senato, Maurizio Gasparri, ha chiarito che “qualsiasi data di marzo va bene”, sottolineando come l’obiettivo centrale sia l’esito del referendum, che il partito considera favorevole al Sì. Secondo Gasparri, concentrare l’attenzione sulla data rischierebbe di alimentare divisioni inutili, mentre la posta in gioco sarebbe ben più ampia: avviare, a partire dal Consiglio superiore della magistratura, un processo che ponga fine a quello che viene definito l’uso politico della giustizia. A sostenere con forza la linea referendaria è intervenuta anche l’Unione delle Camere Penali Italiane, che ha duramente criticato la raccolta di firme promossa contro la riforma. In un comunicato, i penalisti ricordano come il referendum confermativo sia già stato richiesto e ammesso dalla Cassazione, rendendo superflua una nuova iniziativa popolare. Secondo l’Unione, la finalità reale della raccolta firme non sarebbe quella di favorire la partecipazione democratica, bensì di rinviare il voto e allontanare l’appuntamento elettorale. Per i penalisti, si tratterebbe di una strategia dettata dalla consapevolezza di una posizione di svantaggio nei sondaggi, nella speranza che il tempo possa colmare un divario che gli argomenti di merito non riescono a ridurre. Una scelta che, pur non essendo giudicata antidemocratica, viene definita senza ambiguità come “una fuga dal referendum”. Al contrario, l’Unione delle Camere Penali si dice pronta a un confronto prolungato e non teme una campagna più lunga, convinta che un maggiore spazio di dibattito possa rafforzare le ragioni del Sì. In attesa della data ufficiale, il referendum sulla riforma Nordio si configura dunque come uno snodo politico e istituzionale di primo piano. Tra accuse incrociate, appelli al confronto e strategie contrapposte, il voto di marzo si preannuncia non solo come un giudizio sul merito della riforma, ma come un banco di prova sul rapporto tra politica, magistratura e opinione pubblica. Rinaudo: “Sì al referendum per tutelare la giustizia dei cittadini” di Pietro Mella Bitti torinocronaca.it, 5 gennaio 2026 “Perché l’argomento riguarda chiunque possa trovarsi davanti a un giudice”. A parlare è Antonio Rinaudo, ex magistrato antimafia della Procura di Torino, in pensione dal 2018 dopo 41 anni di servizio. Oggi è tra i fondatori del comitato Cittadini per il sì, nato per sostenere il referendum costituzionale sulla separazione delle carriere dei magistrati, presieduto dalla senatrice Francesca Scopelliti. Il punto di partenza, spiega Rinaudo, è spesso riassunto con l’espressione “separazione delle carriere”, ma il significato è più ampio: “Sostanzialmente si tratta di rendere il giudice autonomo e indipendente rispetto al pubblico ministero, soprattutto per come oggi è strutturato il Consiglio superiore”. Attualmente, infatti, l’organo di autogoverno della magistratura è unico e riguarda sia i giudici sia i pubblici ministeri. Le carriere non sono più intercambiabili come in passato, ma restano inserite nello stesso sistema di valutazione e di gestione. “Il Consiglio superiore adesso è unico - osserva Rinaudo - e riguarda sia i pubblici ministeri che i giudici. La carriera viaggia formalmente in modo autonomo, ma è necessario che si formino due organi amministrativi distinti, che regolino separatamente l’attività dei pm e quella dei giudici”. Secondo l’ex magistrato, il rischio di mantenere un unico organismo è evidente: “Non può essere lo stesso organo a valutare l’operato del pubblico ministero e quello del giudice con gli stessi parametri”. Il motivo sta nella natura profondamente diversa delle due funzioni. “Fare il giudice o fare il pubblico ministero sono due attività completamente diverse, non possono essere assimilate”. Rinaudo insiste su un punto chiave: la “mentalità professionale”. “Non puoi fare la stessa cosa scegliendo uno o l’altro così come fai l’impiegato di banca o fai il cassiere, perché ontologicamente si dice che il pubblico ministero deve avere una mentalità professionale diversa rispetto a quella del giudice e questo è il punto di partenza”. Il pm, spiega, è chiamato a svolgere un doppio ruolo: investigare e sostenere l’accusa in aula. “È un animale da indagine e un animale da udienza: deve coordinare la polizia, non farsi comandare dalla polizia, e poi valutare se il materiale raccolto è idoneo, in prospettiva, ad arrivare a un’affermazione di responsabilità”. Anche la fase dibattimentale richiede competenze specifiche. “Stare in udienza non è semplice - sottolinea - ci sono pubblici ministeri che sanno fare bene le indagini ma faticano in aula, e altri che sanno stare in udienza ma non sono portati per l’attività investigativa”. Proprio per questo, secondo Rinaudo, è necessario che la scelta del ruolo avvenga fin dall’inizio della carriera. “Bisogna decidere subito: faccio il pubblico ministero e lo farò per tutta la vita, sarò valutato da un organo composto da pubblici ministeri. Non da questo ibrido che esiste oggi”. Il referendum, però, non riguarda solo l’organizzazione interna della magistratura. Rinaudo chiarisce che a votare saranno esclusivamente i cittadini e che il cambiamento incide direttamente su chi si trova coinvolto in un processo. “Se lei viene giudicato da un giudice che non è imparziale, che non è terzo perché condizionato dal pubblico ministero, lei si sente tranquillo?”. È questo, secondo l’ex magistrato, il punto centrale del referendum: rafforzare la percezione e la sostanza dell’imparzialità del giudice. “Riguarda soprattutto gli utenti della giustizia, cioè i cittadini che devono andare incontro a un eventuale giudizio”. Per quanto riguarda il calendario, una data ufficiale non è ancora stata fissata, ma l’ipotesi più probabile è quella della seconda metà di marzo: “Verosimilmente saremo tra il 15 e il 22”. La separazione delle carriere gode di consenso tra i miei studenti detenuti: il risultato di anni di disinformazione di Giovanni Iacomini* Il Fatto Quotidiano, 5 gennaio 2026 Chiunque abbia avuto problemi con la giustizia tende a prendere per buona qualsiasi iniziativa che possa dare anche solo l’idea di andare contro il presupposto strapotere della magistratura. Tra i miei studenti detenuti, la (contro-)riforma sulla separazione delle carriere gode di ragguardevole consenso. Chiunque abbia avuto problemi con la giustizia tende a prendere per buona qualsiasi iniziativa che possa dare anche solo l’idea di andare contro il presupposto strapotere della magistratura. Siamo reduci da decenni di disinformazione propagandata da televisioni e media che mirano a screditare chiunque si proponga di smascherare le marachelle di padroni, padrini e politici da controllare in quanto disonesti. È indiscutibilmente vero che la giustizia non funziona, ma si tratta di un problema annoso le cui colpe vengono addossate unicamente sui giudici. Pochi rimarcano le responsabilità della politica che, a dispetto di centinaia di piccoli interventi sul piano procedurale (per aggiustare questo o quel processo), non è mai intervenuta seriamente con riforme strutturali atte a razionalizzare la materia penale. Né a sopperire alle note carenze di personale e di mezzi da cui dipende essenzialmente quello che è forse il più impellente dei problemi: l’inefficienza e la lunghezza dei tempi della giustizia. Ecco, a me non sembra che con la riforma recentemente approvata con doppia deliberazione delle Camere si sia voluto anche lontanamente affrontare quest’ordine di questioni. Né i condannati, né noi liberi cittadini avremo un minimo beneficio dalle carriere separate e dalla tripartizione dei Csm (che anzi aumenterà i costi che andranno a gravare su noi contribuenti). L’unico risultato mi pare una sorta di resa dei conti contro certe Procure “scomode” e l’ennesimo attacco contro l’indipendenza della magistratura e la Costituzione che l’ha sancita. Quando fu introdotta, rappresentò uno degli elementi di maggiore rottura rispetto al passato: non solo nel Ventennio di dittatura fascista, ma più in generale, si nota una sorta di continuità del carattere delle istituzioni italiane da sempre basate sul predominio delle classi dirigenti sui subordinati. L’autonomia dei giudici rispetto al potere politico rappresenta ancora oggi una rivoluzione culturale di fondamentale importanza su cui si basa tutto il sistema del bilanciamento e controllo reciproco tra gli organi costituzionali. In definitiva, una caratteristica irrinunciabile dello Stato democratico di diritto che i nostri padri costituenti hanno voluto disegnare e consegnarci come preziosissima eredità. Dobbiamo tenerci cara la nostra Costituzione, considerata unanimemente a livello internazionale uno dei migliori esempi della cultura giuridica mondiale. Fu miracolosamente generata in uno dei periodi più travagliati della storia d’Italia, reazione a quel fascismo che, nella definizione di Sciascia, costituiva “un regime che non dava la preoccupazione di pensare, di valutare, di scegliere”. Invece quegli uomini e quelle donne, usciti dalla durissima selezione della guerra persa disastrosamente su tutti i fronti, furono capaci di pensare, valutare, scegliere. Per una volta tutti, anche i più ininfluenti dei cittadini, poterono e dovettero schierarsi. Di qui l’incommensurabile ricchezza di sentimenti e riflessioni che portarono a una fioritura sul piano umano anzitutto, ma poi anche letterario e di conseguenza alla scrittura cinematografica che portava il neorealismo italiano ai vertici mondiali. La Costruzione repubblicana è frutto, nella definizione di Scarpinato, di una sorta di “empireo culturale, un’aristocrazia etica figlia della Resistenza”; la garanzia di indipendenza e autonomia dei giudici costituisce la “pietra angolare della raffinata ingegneria della divisione bilanciata dei poteri”. Ovvio che possa non piacere a chi si presenta come erede della tradizione neofascista oggi al governo, ma tutti noi che abbiamo a cuore la bontà delle nostre tradizioni e istituzioni abbiamo il dovere di mobilitarci. *Professore di Diritto ed Economia nel carcere di Rebibbia Sicurezza, Stato e sindaci devono cooperare. E servono più poliziotti di Stefano Lo Russo* Corriere della Sera, 5 gennaio 2026 Nel dibattito pubblico italiano la sicurezza continua a essere trattata come una bandiera ideologica: da una parte l’enfasi sull’ordine pubblico, dall’altra l’accusa di lassismo. È una semplificazione utile allo scontro politico quotidiano, ma poco efficace per i cittadini. Nelle democrazie avanzate la sicurezza è una politica pubblica complessa, che funziona solo quando competenze diverse e livelli istituzionali differenti agiscono in modo coerente e coordinato. Quando questo non accade, le responsabilità si disperdono, l’azione pubblica perde efficacia e si indebolisce l’intervento dello Stato. Per uscire da una contrapposizione ormai sterile è necessaria una premessa di metodo: le politiche economiche, sociali e fiscali si definiscono innanzitutto a livello nazionale. Ai Comuni spetta un ruolo essenziale ma distinto: la rigenerazione urbana, la cura dello spazio pubblico, la prossimità. Funzioni decisive, ma non sostitutive delle responsabilità dello Stato centrale. Allo stesso tempo, la sicurezza non si costruisce solo dall’alto verso il basso: si alimenta anche nella capacità delle città di attivare le energie sociali che operano quotidianamente nei territori. È in questa sussidiarietà che si gioca l’efficacia delle politiche di sicurezza. Quando il contesto sociale peggiora e il presidio statale si indebolisce, le città si trovano esposte a pressioni che non possono governare da sole. I dati economici aiutano a comprendere la portata del problema. Nel 2023 i redditi delle famiglie italiane sono diminuiti in termini reali per il secondo anno consecutivo: a una crescita nominale del 4,2% si è contrapposta un’inflazione media del 5,9%, con una perdita reale di circa l’1,6%. Nel confronto europeo, tra il 2022 e il 2024 il reddito reale disponibile pro capite è cresciuto in media nell’Unione europea di oltre il 2%, mentre in Italia la dinamica è stata nulla o negativa, ampliando il divario con Francia, Germania e Spagna. Nel 2024 è aumentata anche la quota di popolazione a rischio di povertà o esclusione sociale, arrivata al 23,1%, pari a circa 13,5 milioni di persone. Gli indicatori distributivi confermano una diseguaglianza strutturalmente elevata: il rapporto tra il reddito del 20% più ricco e quello del 20% più povero resta superiore a 5 e oltre il 10% degli occupati è a rischio di povertà. Non si tratta di marginalità residuali, ma di un’area sociale ampia e crescente di instabilità economica e relazionale. Questi dati non sono neutri rispetto alla sicurezza. Le società più povere e diseguali sono anche quelle in cui aumentano conflitti e criminalità diffusa. La sicurezza sociale non è alternativa alla sicurezza urbana: ne è una precondizione. Ignorare questo legame significa intervenire solo sulle manifestazioni finali del problema, senza affrontarne le cause. Negli ultimi anni molte città, anche grazie al Pnrr, hanno investito nella rigenerazione urbana, nella qualità dello spazio pubblico e nei servizi di prossimità. A sostenere questo impegno ha contribuito anche una risorsa decisiva: il tessuto civico, sociale e solidale che tiene insieme le comunità e costituisce una vera infrastruttura di sicurezza. Questa rete pubblico-privata è capace di intercettare il disagio prima che diventi conflitto e di rafforzare coesione e prevenzione, in integrazione con l’azione dello Stato, senza poterne sostituire le responsabilità fondamentali. La rigenerazione urbana esprime infatti il suo pieno potenziale solo se accompagnata da un presidio di legalità costante e visibile. E qui emerge una contraddizione evidente: a fronte di città chiamate a reggere pressioni crescenti, questo presidio si è indebolito. Secondo i dati del ministero dell’Interno, al 31 dicembre 2024 la carenza organica della Polizia di Stato supera le 11.000 unità, circa il 10% della dotazione nazionale; il turnover limitato al 75% e l’età media elevata del personale riducono la capacità di controllo del territorio: una criticità strutturale che non può essere colmata da interventi simbolici o da scorciatoie legislative. Così come è illusoria l’idea che il solo inasprimento delle pene produca automaticamente maggiore sicurezza. La sicurezza non è solo controllo, ma anche fiducia nelle istituzioni. La variabile decisiva non è la durezza della pena, ma la certezza della sanzione. Questo scarto si riflette con chiarezza nel sistema penale e carcerario. La funzione rieducativa e di reinserimento prevista dalla Costituzione è un fattore concreto di sicurezza collettiva: nei Paesi che investono in misure alternative alla detenzione i tassi di recidiva scendono sotto il 30%, mentre in Italia superano il 65%. Il sovraffollamento e l’assenza di percorsi efficaci trasformano il carcere in un fattore di insicurezza. La sicurezza riguarda infine anche ambiti spesso meno considerati: sanità territoriale, salute mentale, dipendenze. Sono strumenti di prevenzione che intervengono sulle cause profonde del disagio e contribuiscono in modo diretto alla sicurezza urbana. Ecco, quindi, perché una sicurezza efficace richiede adeguati investimenti in tanti settori e maggior cooperazione tra livelli di governo. *Sindaco di Torino e coordinatore nazionale dei sindaci del Pd Milano. Youssef morto tra le fiamme a San Vittore: la famiglia si oppone all’archiviazione di Luigi Ferrarella Corriere della Sera, 5 gennaio 2026 “Era malato, il carcere non ne ha tenuto conto”. A settembre 2024 il 18enne Youssef Barsom morì in un incendio: la procura ha chiesto l’archiviazione per i compagni di cella accusati di avere agevolato un tentativo di suicidio. Ma il fratello del ragazzo si oppone: “Ignorate le sue gravi patologie psichiche e le responsabilità del penitenziario”. Per la morte la notte tra il 5 e 6 settembre 2024 del 18enne egiziano Youssef Barsom nel rogo della sua cella a San Vittore la Procura di Milano chiede l’archiviazione dei suoi due compagni di cella, unici indagati (emerge adesso) nell’ipotesi che ne avessero agevolato un tentativo di suicidio. Ma il fratello del ragazzo si oppone all’archiviazione sostenendo alla gip Mariolina Panasiti (chiamata il 7 aprile a decidere se archiviare o riaprire il caso) che la Procura non avrebbe invece indagato sulle possibili omissioni dell’Amministrazione penitenziaria rispetto a condizioni di infermità mentale del giovane già accertate in passato dal Tribunale per i Minorenni. La richiesta di archiviazione del pm Carlo Scalas tratta esclusivamente del detenuto che quella notte (in dichiarazioni proceduralmente inutilizzabili) aveva detto di aver aiutato Youssef a spostare una branda in ferro di 45 chili davanti al bagno della cella, dove davanti alla porta era stato posto anche un calorifero di 30 chili; e di aver visto Youssef appiccare il fuoco in cella, con un accendino passatogli per fumare una sigaretta da un altro detenuto secondo quanto riferito da un terzo detenuto, un po’ per protesta per non aver ricevuto dei vestiti e un po’ per propositi di suicidio. Su questo punto da un lato il pm addita cinque relazioni mediche carcerarie che attestavano come il ragazzo (da minorenne collocato in comunità da cui si era allontanato) all’ingresso a San Vittore il 24 luglio a 18 anni e 5 mesi di età e avesse negato intenti autolesionistici, e che ne stimavano “basso” il rischio di suicidio; dall’altro lato il pm non ritiene provabile che il detenuto che passò l’accendino fosse consapevole dei propositi di suicidio di Youssef. Quanto al secondo compagno di cella, quello che lo aiutò a spostare la branda, il pm non ritiene sostenibile l’agevolazione materiale del suicidio, valutando che la branda non “ha reso irrecuperabile per Youssef l’azione suicidaria” sia perché era “agevolmente ribaltabile in ogni momento”, sia perché il corpo del ragazzo è stato trovato non vicino all’ingresso del bagno (come in un eventuale ripensamento) ma dalla parte opposta. Per la Procura neppure si può contestare al detenuto l’omissione di soccorso, perché questo reato presuppone che da soccorrere fosse un “soggetto incapace di provvedere a se stesso”, e invece “non c’è prova che l’eventuale infermità mentale” di Youssef “fosse percepibile icto oculi da chi condivideva con lui la cella solo da poche ore”; e nemmeno si può contestare il non aver impedito l’altrui suicidio, perché su un compagno di cella non è ravvisabile quel tipo di “posizione di garanzia” che ad esempio ha uno psichiatra verso il paziente che si uccida. Ma il fratello di Youssef, tramite atto di opposizione all’archiviazione depositato al giudice dall’avvocato Fabio Ambrosio, contesta alla Procura di non aver minimamente preso in considerazione e acquisito la documentazione sanitaria sulla quale il Tribunale per Minorenni, all’epoca dei primi problemi giudiziari del ragazzo per una rapina impropria in un negozio nel 2023, aveva concluso - scrive il legale - per “un vizio totale di mente con annullamento della capacità di intendere e volere, disturbo post traumatico da stress, disturbo di personalità con ritardo cognitivo, accertati nella relazione di perizia psichiatrica redatta dalla specialista neuropsichiatra infantile per il Tribunale per i minorenni”: acquisire queste carte “avrebbe potuto offrire un quadro completo dello stato psichico di Youssef e fornire indicazioni sulla compatibilità della detenzione”. E con ciò illuminare per l’avvocato della famiglia “l’inosservanza delle prescrizioni” delle circolari ministeriali sull’ingresso dei “nuovi giunti” in carcere, e la conseguente “mancata adozione di adeguate misure di protezione” costituente in ipotesi una “grave violazione degli obblighi normativi imposti all’Amministrazione penitenziaria”. Di certo gli unici la cui condotta appare inappuntabile furono gli agenti di custodia: “Dalle immagini di videosorveglianza si apprezza che tra l’avvistamento del fumo in cella e l’entrata in azione degli agenti passò appena un minuto”. Cuneo. “Al carcere Cerialdo mancano risorse, attività culturali e percorsi di reinserimento” targatocn.it, 5 gennaio 2026 Giulia Marro, consigliera regionale di Alleanza Verdi e Sinistra (Avs), assieme al segretario nazionale dei Radicali Italiani, il cuneese Filippo Blengino e a Francesca Druetti, segretaria di Possibile, stamattina hanno visitato il carcere di Cuneo, la Casa circondariale Cerialdo. Un segno di attenzione verso un mondo, quello delle carceri, dove i problemi sono tantissimi. Quello del capoluogo della Granda, dove sono reclusi circa 400 uomini, per il 70% stranieri, non fa eccezione, anzi. Il Cerialdo è carente da sempre di attività che consentano ai detenuti non solo di trascorrere il tempo, ma anche di fare qualcosa di costruttivo e arricchente, che possa essere un bagaglio da spendere una volta fuori da lì. Ma mancano risorse, personale, mediatori culturali, e chi delinque, nel 70% dei casi, se esce in carcere ci torna. L’Italia è il Paese europeo con il più alto tasso di recidiva. Senza contare che il sovraffollamento e la cronica mancanza di personale rendono difficile strutturare qualunque percorso di reinserimento, che dovrebbe rappresentare, secondo la Costituzionale, la vera funzione della pena. Proprio per accendere i riflettori su questi non luoghi, spesso ai margini delle città, di certo ai margini della società, i Radicali da sempre visitano le carceri, così come AVS e Possibile. Insieme per tenera alta l’attenzione anche sul tanto decantato tema della sicurezza, che non può esserci laddove non vengono messi in atto percorsi di reinserimento seri e strutturati. Chi entra in carcere nella stragrande maggioranza dei casi torna a delinquere non appena uscito, perché nessuno gli ha dato la possibilità o gli strumenti per provare a percorrere strade alternative. Questo è - ma non diciamo niente che non si sappia da anni - il fallimento del sistema penitenziario come strumento di rieducazione. Vibo Valentia. Visita delegazione di +Europa: “Carenza di personale nell’area sanitaria del carcere” ilvibonese.it, 5 gennaio 2026 Il sodalizio politico ha accolto positivamente i lavori di ristrutturazione dell’alta sicurezza. Entro l’Epifania assicurata la consegna di giochi per bimbi da destinare alla zona colloqui e indumenti per un detenuto iraniano privo di effetti personali. Una delegazione del gruppo provinciale di +Europa, unitamente ad altre associazioni locali e a liberi cittadini, ha visitato oggi la casa circondariale di Vibo Valentia, nell’ambito della campagna nazionale lanciata dal partito guidato da Riccardo Magi per monitorare le condizioni delle strutture penitenziarie italiane. Alla visita ha preso parte anche Maria Angela Calzone, consigliera provinciale e tesoriera del gruppo vibonese del partito. “La visita - si legge in una nota stampa - si è svolta con la guida della direzione e del personale penitenziario, che la delegazione ringrazia per l’accoglienza e la disponibilità al confronto. Un’occasione utile per ascoltare e approfondire, con spirito costruttivo, le dinamiche interne all’istituto”. Carenza di personale nell’area sanitaria - +Europa sottolinea: “Un segnale positivo arriva dall’area dell’alta sicurezza, dove sono in corso interventi urgenti di ristrutturazione che hanno comportato lo sfollamento temporaneo della sezione”. Un’azione che, “può contribuire a restituire condizioni dignitose e funzionali agli obiettivi del sistema penitenziario. Al centro della riflessione rimane la funzione rieducativa della pena, che deve poter contare su spazi, servizi e professionalità adeguate. In questo senso - si fa rilevare - desta forte preoccupazione la persistente carenza di personale nell’area sanitaria, che compromette l’effettiva tutela del diritto alla salute delle persone detenute”. Il sodalizio, al termine della visita, “ha assunto due impegni immediati: la consegna, entro l’Epifania, di giochi per i bambini da destinare all’area colloqui e di indumenti di base per un detenuto di nazionalità iraniana giunto recentemente nella struttura privo di effetti personali. Il partito - conclude il comunicato - conferma il proprio impegno per un sistema penitenziario che non rinunci alla sua missione costituzionale: garantire sicurezza, ma anche dignità, umanità e opportunità di reinserimento”. Fossano (Cn). La Garante: “Carcere struttura di eccellenza, pronta a nuovi cambiamenti nel 2026” di Cristiano Sabre lavocedialba.it, 5 gennaio 2026 Il carcere Santa Caterina di Fossano si rivela e si conferma un’eccellenza a livello di struttura e di gestione sul territorio, continuando quotidianamente a porre le basi necessarie per il presente e il futuro. Durante l’ultimo Consiglio comunale dell’anno, avvenuto lunedì 22 dicembre scorso, l’amministrazione ha proceduto alla presa d’atto della relazione annuale stilata dall’attuale garante dei diritti delle persone private della libertà personale Michela Revelli, in carica dal 2020. “La casa di reclusione fossanese è prevalentemente a custodia attenuata, cioè seleziona tramite una commissione le richieste dei detenuti - ha spiegato Revelli. Il 5 dicembre scorso intanto abbiamo ricevuto la visita della nuova garante regionale Monica Formaiano, subentrata a Bruno Mellano, che ha valutato il nostro carcere un punto qualitativamente sicuro e forte nella rieducazione e nella facilizzazione del rientro in società dei detenuti che lasciano il carcere”. “Sempre il carcere, infatti, propone vari laboratori: da quello di panificazione, alla pasticceria, alla lavorazione di verdure. I prodotti che ne derivano, apprezzati dalla popolazione di Fossano, vengono poi venduti attraverso il negozio ‘La Perla’, aperto l’anno scorso e inaugurato nel febbraio 2025 - ha proseguito -. Il lavoro amministrativo della squadra del carcere vanta un bel sistema interno ed esterno, con il Comune in prima linea, anche se abbiamo cambiamenti in atto nella prossima gestione. La ragione di tali evoluzioni è il pensionamento nel 2026 del comandante d’esperienza della Polizia Penitenziaria Marina Spinardi, cui subentrerà Francesco Gianmariano. Poi abbiamo la nostra direttrice Assuntina Di Rienzo a fine secondo mandato, che non potrà essere rinnovato per legge, e un’educatrice che andrà in pensione. La mia squadra porterà quindi cambiamenti, ma sempre nell’ottica positiva di come stiamo gestendo ora il lavoro”. E ancora: “Il Santa Caterina è un carcere ampio che deriva da un convento, con una biblioteca, una sala computer e celle con una zona bagno e una cucina aperta dalle 8 alle 20. In questo differisce dalle altre carceri. Va però segnalata una criticità nella magistratura di sorveglianza: è a Cuneo e sotto organico, quindi vi sono lunghi tempi d’attesa nel selezionare i detenuti. Un altro problema è che dei 76 elementi, che dovrebbero essere effettivi, vi sono invece ora 61 agenti della Polizia penitenziaria e, a metà del prossimo anno, caleranno addirittura a 51 perchè 10 andranno in pensione. La loro età media è di 49 anni. Un altro dato su cui si deve riflettere, sempre sulla Polizia penitenziaria, è che dal 2022 non arrivano persone giovani dal corso di formazione, ma fa richiesta solo gente vicina al pensionamento e quindi ci ritroviamo in un ‘circolo chiuso’. Il carcere di Fossano è ambìto, ma con questo calo riscontriamo qualche criticità a livello di sicurezza, con la stessa Polizia penitenziaria che scende di numero e copre con maggiore difficoltà le situazioni. Ora in carcere contiamo 110 detenuti su 133 posti disponibili, quindi non vi è sovraffollamento”. Sul futuro dei detenuti che lasciano il carcere, dopo il loro percorso di rieducazione ritenuto concluso: “I corsi che sostengono i detenuti sono molto validi e formativi, come le 600 ore di saldatura e carpenteria, al termine delle quali viene rilasciato un attestato. Una volta che si riapre loro una nuova vita, non mancano le richieste di aziende di Savigliano che vogliono riabilitarli, così come il McDonald’s di Fossano e altre realtà limitrofe che possono e vogliono rimetterli in gioco”. “Il mio ruolo di garante - ha concluso Revelli nella relazione - è agevolato grazie alle associazioni fossanesi di volontariato e all’Amministrazione comunale, sempre vicina al carcere”. Santa Maria Capua Vetere (Ce). Se i detenuti vestono le “guardie” di Ilaria Dioguardi vita.it, 5 gennaio 2026 Nella Casa circondariale campana un centinaio di ristretti confeziona 30mila camicie l’anno per gli agenti di polizia penitenziaria. Tommaso D’Alterio, direttore generale Fondazione Isaia - Pepillo: “Un modello virtuoso, solido e forte, che pensa al futuro delle persone, una volta che hanno terminato di scontare le loro pene”. Cento detenuti del carcere di Santa Maria Capua Vetere confezionano ogni anno 30mile camicie per gli agenti della polizia penitenziaria. “Siamo partiti nel 2022 con un protocollo firmato con il ministero della Giustizia che prevede un supporto della Fondazione Isaia, ma anche del resto del gruppo, la nostra fondazione di impresa è stata costituita dall’azienda Isaia che si occupa di abbigliamento sartoriale”, dice Tommaso D’Alterio, direttore generale Fondazione Enrico Isaia e Maria Pepillo. “Il nostro ruolo è quello di fornire una consulenza gratuita al penitenziario per la realizzazione del laboratorio rivolto ai detenuti, sia per quanto riguarda la parte tecnica sia per quella sociale”. “È un progetto innovativo, porta un’ottimizzazione al ministero perché non ci sono più le commesse esterne ma il prodotto viene realizzato internamente, dando un reddito ai detenuti. Questo ci sembra molto interessante, anche rispetto ad altri progetti di lavoro in carcere che spesso prevedono la realizzazione di manufatti che però, poi, non hanno uno sbocco nel mercato”, prosegue D’Alterio. “Quindi, si crea a volte la difficoltà di far proseguire le esperienze perché non si riesce a collocare il prodotto facilmente. Ciò può anche impedire il proseguimento delle iniziative, non si riesce a mantenere una sostenibilità economica”. I detenuti “devono garantire quantità e qualità perché c’è un cliente che aspetta queste 30mila camicie l’anno. C’è una scelta tecnica che va rispettata perché i capi devono avere determinate caratteristiche, se non le hanno il cliente/committente le respinge, proprio come avviene in un’azienda”. Il laboratorio è stato allestito con macchinari e attrezzature del tutto simili a quelle presenti in un’azienda, “anche dal punto di vista tecnico si impara qualcosa di molto simile a quello che poi un domani si potrebbe fare fuori. Noi abbiamo cercato di andare al di là di quello che era il protocollo. Abbiamo anche lavorato per portare all’interno dell’azienda alcuni detenuti che avessero un regime detentivo che lo consentiva, per svolgere dei tirocini, degli stage, in modo che a fine pena si potesse pensare ad inserimenti in azienda. Abbiamo trovato un po’ di difficoltà burocratiche per questo tipo di inserimento”, sottolinea D’Alterio, “non è facile portare delle persone fuori”. Nel primo laboratorio di camiceria erano impiegati circa 40 detenuti, nel secondo lavorano circa 100 detenuti. “È stato aperto un secondo spazio ed è stato chiesto sempre al gruppo Isaia di coordinare questa seconda produzione. I ristretti hanno due sarte molto brave che seguono questa attività quotidiana, a noi rimane un ruolo di verifica periodica, di coordinamento e anche di disseminazione dal punto di vista dell’esperienza, del suo valore sociale e anche di modello”, continua D’Alterio. “Le due sarte svolgono la funzione sia di formazione sia di caporeparto, organizzano la produzione, devono gestire tutti i problemi quotidiani. Il fatto che ci sia una produzione numericamente così importante significa che ogni giorno bisogna risolvere delle difficoltà per mantenere un ritmo produttivo, altrimenti a fine anno quei volumi non si realizzano”. Adesso è allo studio un ulteriore step, anche legato alla difficoltà di portare fuori detenuti per far fare loro esperienze nell’azienda. “Questo progetto prevede la possibilità di realizzare presso il penitenziario un piccolo laboratorio del gruppo Isaia che produrrà degli oggetti più piccoli, come le cravatte oppure degli oggetti di recupero di scarti della lavorazione di altri prodotti, in modo da dare alle persone la possibilità di lavorare in previsione del fine pena”, spiega D’Alterio. “Si sta ragionando con la direttrice dell’istituto Donatella Rotundo per aprire anche questa nuova fase in cui una persona abbia la possibilità di lavorare dentro le mura del carcere, ma non nella parte sorvegliata. Le persone che hanno mostrato buone capacità, buon impegno all’interno del laboratorio di camiceria potrebbero avere come seconda fase il passaggio in questo piccolo laboratorio dell’azienda, per poi lavorare, terminata la pena, nell’azienda stessa”. Questa esperienza di laboratorio, legata alla collaborazione con il ministero, “è stata anche portata al Cnel durante un recente convegno, come modello virtuoso di lavoro in carcere finalizzato all’inserimento lavorativo. Al netto del fatto che sappiamo che il lavoro in carcere riduce il rischio di recidiva ci sembra interessante il modello che dà stabilità a questa esperienza perché idealmente questa commessa ci sarà per sempre”, dice D’Alterio, “a differenza di altre esperienze che possono durare un tempo limitato non può che crescere”. “Io dirigo questa piccola fondazione di impresa e ho un background aziendale. Quello che ho visto spesso nei progetti in cui c’è l’idea di creare un nuovo prodotto, addirittura un nuovo marchio, una nuova linea, ad esempio nel settore abbigliamento che è un po’ saturo, è che è difficile ricevere un’attenzione dal mercato. Il fatto che il laboratorio sartoriale è un lavoro molto simile a quello che si fa in azienda, dal nostro punto di vista rende il progetto molto più solido e forte dal punto di vista della possibilità di un successivo reinserimento della persona, a parte il fatto che già nell’immediato dà ai detenuti un reddito”. Un “ponte” tra i detenuti e le aziende - “Noi siamo associati come azienda all’Unione industriali, stiamo cercando di lavorare con gli imprenditori per sensibilizzarli e magari provare a replicare iniziative simili alla nostra”, spiega il direttore generale, “per collaborare con il ministero della Giustizia attraverso dei protocolli e pensare a esperienze in altri istituti di pena, che possano prevedere l’utilizzo della legge Smuraglia. Vorremmo creare un “ponte” tra i detenuti e non solo l’azienda Isaia, che è già pronta a valutarli quando usciranno, ma anche altre aziende”. Un’idea: la creazione di un database con le aziende del territorio - La Fondazione Isaia ha anche un’idea progetto. “La creazione di un database condiviso con le aziende del territorio, per agevolare un contatto, un colloquio. Questa idea progettuale ha vinto il Premio Innovazione Sociale promosso da Human Foundation. Una delle cose che abbiamo notato è che, quando i detenuti finiscono di scontare le pene, si perde ogni contatto. Noi vogliamo continuare a seguirli anche dopo, aiutandoli a entrare in contatto con le aziende, a fare un colloquio, verificando se c’è stata un’assunzione. Sarebbero tutte attività, secondo noi, necessarie per completare un progetto come il nostro”, sottolinea D’Alterio. “Ovviamente questo è un progetto complesso che ha bisogno di tutta una serie di presupposti per essere messo in atto, però è qualcosa su cui stiamo lavorando da un po’ di tempo e speriamo in futuro di poterlo far diventare un progetto esecutivo, non solo un’idea progettuale”. Le giubbe per gli chef stellati - In occasione di “Cucinapoli”, evento di raccolta fondi a sostegno dei progetti della Fondazione Isaia-Pepillo “nell’ambito dell’inclusione sociale e della valorizzazione del nostro patrimonio nel saper fare, i detenuti di Santa Maria Capua Vetere hanno realizzato delle divise per gli otto chef stellati e il maestro panificatore, che hanno realizzato la cena dell’1 dicembre scorso presso il Grand Hotel Parker’s di Napoli. Sono stati creati per l’occasione anche dei piccoli gadget che sono stati donati ai partecipanti, quest’anno sono state realizzate delle pochette con materiale di scarto della produzione Isaia, sulla scia dell’idea di economia circolare e di recupero: materiale che sembrava da buttare viene recuperato e trova nuova vita”, conclude D’Alterio. Uno degli chef, Domenico Candela, nella scorsa edizione era stato particolarmente emozionato dalla giubba che aveva ricevuto e chiese una divisa in più. La direttrice Donatella Rotundo rimase contenta di questa richiesta, chiese allo chef di andare nel penitenziario a ritirare la sua commessa. Prato. I detenuti si prendono cura della colonia felina e degli spazi verdi nove.firenze.it, 5 gennaio 2026 Donazione di materiali da parte di Estra al carcere di Prato. Un piccolo gesto può raccontare grandi valori. È questo il senso dell’iniziativa promossa da Estra a favore della Casa circondariale di Prato, dedicata alla tutela della colonia felina presente all’interno della struttura e al miglioramento degli spazi verdi che la ospitano. Un intervento che nasce dall’incontro tra attenzione al contesto ambientale, senso di responsabilità e valorizzazione delle persone coinvolte. L’utility energetica ha donato alla struttura alimenti e attrezzature dedicate al benessere degli animali e al decoro delle aree comuni. I materiali, acquistati direttamente da Estra e consegnati all’istituto, comprendono cucce in legno, ciotole, alimenti e materiali per la realizzazione e il miglioramento dei ricoveri della colonia felina. Ma il valore dell’iniziativa va oltre il gesto materiale: alcuni ospiti della struttura, infatti, avranno l’opportunità di prendersi cura degli animali e degli spazi comuni, trasformando un atto concreto in un’esperienza di responsabilità, attenzione e collaborazione. “Questa iniziativa - dichiara il Direttore della Casa circondariale di Prato, Dr. Luca Cicerelli - è espressione dell’alleanza che la nostra Carta costituzionale chiede a tutti gli attori del territorio per perseguire gli obiettivi di rieducazione e reinserimento sociale delle persone che stanno espiando la propria pena. Ringraziamo Estra per darci l’opportunità di diffondere la cultura della sostenibilità ambientale ed aiutarci a rendere più belli e decorosi gli spazi del nostro Istituto, sensibilizzando le persone detenute su temi importanti e promuovendone l’impegno civico e la partecipazione alle attività formative e professionalizzanti”. L’iniziativa di Estra si inserisce in una visione di impresa attenta al territorio e alle comunità, capace di sostenere azioni che promuovono rispetto e partecipazione, contribuendo alla qualità della vita anche nei contesti più delicati attraverso la cura dei luoghi e delle relazioni. Roma. Fino al 9 gennaio la mostra fotografica “I volti della povertà in carcere arte.it, 5 gennaio 2026 Dal 27 dicembre al 9 gennaio la Basilica di Santa Maria in Trastevere apre le sue porte a “I volti della povertà in carcere”, una mostra fotografica che non chiede solo di essere guardata, ma attraversata. Un percorso di immagini e storie che nasce dentro il carcere di San Vittore e arriva nel cuore di Roma, per interrogare chi passa, chi si ferma, chi sceglie di ascoltare. Le fotografie in bianco e nero, tratte dall’omonimo volume di Matteo Pernaselci e Rossana Ruggier, edito da EDB, raccontano una povertà che va oltre la mancanza di beni materiali. È una povertà fatta di legami spezzati, solitudine, fragilità emotive, tempo sospeso. Ma anche di resistenza, dignità, desiderio ostinato di futuro. Volti e luoghi che non cercano compassione, ma verità. Esporre questa mostra in una basilica significa collocarla in uno spazio che da secoli accoglie le domande dell’umano. Qui le immagini dialogano con il silenzio, con la preghiera, con il passaggio quotidiano di fedeli e visitatori, trasformando la visione in esperienza e l’esperienza in responsabilità. La mostra si concluderà giovedì 9 gennaio alle ore 18 con un incontro pubblico che dà voce alle persone e alle storie che abitano le fotografie. Saranno presenti Rossana Ruggiero e Alessandro Ragazzo, uno dei volti del volume, insieme ad alcuni detenuti del Carcere di Rebibbia Nuovo Complesso, in dialogo con Marina Finiti, Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Roma. Interverranno inoltre Giacinto Siciliano, Provveditore Regionale Lazio, Abruzzo e Molise - Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, don Raffaele Grimaldi, Ispettore Generale dei Cappellani delle Carceri Italiane, Filippo Giordano, Direttore Dipartimento Gepli - Lumsa Università e Marco Impagliazzo, Presidente della Comunità di Sant’Egidio. Non un convegno, ma un momento di ascolto e confronto, dove l’esperienza del carcere incontra le istituzioni, la Chiesa e la società civile. Perché la povertà che il carcere concentra e rende visibile non è un mondo a parte: è uno specchio che riguarda tutti. Napoli. Edu Pro, l’eco del tempo: il teatro che salpa dalle mura del carcere di Secondigliano Ristretti Orizzonti, 5 gennaio 2026 Un orizzonte, dietro il sipario un gruppo di uomini si prepara a salpare. Un cielo oltre le mura. I compagni, quelli vecchi e quelli nuovi, tutti insieme cantano “casa”. “E la nave non va”. Il 18 dicembre 2025 la Casa Circondariale P. Mandato di Secondigliano si è trasformata in un teatro per accogliere lo spettacolo “E la Nave non va” assieme ai membri dell’associazione de La Nuova Comune, associazione teatrale ideatrice e pioniera del progetto. Come ci spiega la Dott.ssa Giulia Leone, vicedirettrice della Casa Circondariale di Secondigliano, questo spettacolo rappresenta la conclusione del progetto E.P. L’Eco del Tempo finanziato dal dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, ed è volto a valorizzare le attività teatrali in carcere, in linea con l’obiettivo di rieducazione previsto dall’articolo 27, comma 3, della Costituzione Italiana. Al fianco dei detenuti della compagnia “I Nonvolevanoscendere” c’erano Deborah Di Francesco, Josepha Pangia, Valentina Coppola, Costanzo Salatiello, Francesco Barra, Alessio Palumbo e Stefano Coppola, i professionisti de La Nuova Comune APS, un’associazione che dal 2023 si occupa di teatro civile e sociale. La Nuova Comune crede nel teatro come strumento di educazione e rieducazione, ma anche di prevenzione e informazione. Lo spettacolo “E la Nave non va”, scritto dai professionisti e dai detenuti stessi, è solo il prodotto finale di un percorso che ha accompagnato le persone detenute nella scoperta del teatro, in tutte le sue declinazioni. Accanto al laboratorio teatrale, sono stati organizzati workshop di scenografia, costumeria e maschera, audio e luci, videomaking e fotografia di scena, grazie al contributo dei numerosi professionisti che collaborano con La Nuova Comune: Carlo Dini, Stefania Romagna, Francesco Fele, Giusi D’Alessio, Mirko Amato. L’obiettivo di questo percorso, che intreccia educazione, creatività e tecnica, consiste non solo nell’offrire uno sguardo su ogni aspetto che caratterizza il teatro, ma anche di aprire la strada e gettare le basi a corsi di formazione professionalizzanti che consentano alle persone detenute di formarsi in questi ambiti. A completare il percorso di scoperta e col fine di sensibilizzare il grande pubblico alla responsabilità che ognuno di noi ha nel far salpare la nave, La Nuova Comune ha organizzato un ciclo di convegni ed incontri interattivi dal titolo, fortemente esplicativo, “Il teatro sociale e civile e le arti come strumento di prevenzione, educazione e informazione”. Si tratta di un’iniziativa a cui la popolazione ha risposto con entusiasmo e che ha permesso, anche attraverso le testimonianze dirette di alcuni utenti, di avvicinare il pubblico alle esperienze e ai vissuti delle persone che vivono in contesti come case circondariali, comunità di riabilitazione alle tossicodipendenze, case di accoglienza per donne maltrattate e che, attraverso il teatro, hanno potuto scoprire nuove parti di sé e dei loro “compagni di viaggio”. Accanto ai convegni, il progetto ha scelto di aprirsi ulteriormente alla città attraverso “Scetate Partenope” di e con Deborah Di Francesco e con Marco Gregorio Pulieri e Josepha Pangia, performance di Teatro Civile portata in scena dalla compagnia La Nuova Comune APS al di fuori delle mura carcerarie. Uno spettacolo che chiama Napoli a un risveglio simbolico e necessario, attraversando mito e contemporaneità, ironia e rabbia, memoria e desiderio di rinascita. Verona. Presepi in Scatola è entrato in carcere: una mattinata di lavoro condiviso con i detenuti radiorcs.it, 5 gennaio 2026 Sabato 3 gennaio 2026, presso la Casa Circondariale di Verona - Montorio, si è svolta una mattinata speciale dedicata a Presepi in Scatola: un’esperienza di costruzione condivisa dei presepi insieme ai detenuti, guidata dallo spirito di semplicità e trasformazione che caratterizza il progetto. Hanno preso parte all’iniziativa il Sindaco di Verona Damiano Tommasi, Elena Cesaro per Cesaro & Associati e Paola Tacchella per l’associazione MicroCosmo, ente proponente e coordinatore del progetto. L’incontro è stato dedicato a un gesto concreto: realizzare piccoli presepi all’interno di scatole di cartone, utilizzando materiali semplici e di recupero, nel segno della sobrietà e della cura, secondo la regola francescana. Questa iniziativa apre un percorso di continuità, coinvolgendo persone detenute che potranno sviluppare pensiero creativo e manualità, impegnandosi anche nella progettazione di presepi personali e originali. Nel laboratorio si respira un clima di serenità, in un silenzio prezioso all’interno del carcere, con gli “artigiani” intenti alla realizzazione di paesaggi interiori che trovano fondamento nei ricordi d’infanzia e nella tradizione. Grazie alla preziosa guida del Maestro Franco Cesaro, ideatore e padre del progetto, i partecipanti vengono supportati non solo nella tecnica: particolare attenzione è riservata agli aspetti storici e culturali, che troveranno ulteriore spazio di approfondimento nel corso dell’anno. Molteplici sono anche gli obiettivi di relazione con il territorio. Un grande presepe è stato esposto all’Ufficio Anagrafe del Comune di Verona, mentre ogni Circoscrizione ha ricevuto un Presepe in Scatola. In vista della Rassegna Internazionale dei Presepi - Natale 2026, i partecipanti al laboratorio proporranno idee e si confronteranno per realizzare un’opera condivisa capace di essere apprezzata dal pubblico. La mattinata del 3 gennaio, che ha visto una partecipazione sentita del territorio, ha rappresentato un ulteriore passo: un segno di presenza, relazione e tempo condiviso. L’iniziativa Presepi in Scatola, dopo una prima esperienza pilota nel 2024 presso il carcere di Castelfranco Emilia, ha preso vita anche nell’Istituto Circondariale di Montorio per il Natale 2025, ponendosi a sostegno dei progetti sociali e rieducativi interni che l’associazione MicroCosmo, operativa da molti anni nel carcere di Montorio, realizza continuativamente durante l’anno. Per questo motivo il Laboratorio dei Presepi proseguirà per tutto il 2026, come dichiarato dalla direttrice del carcere, dott.ssa Maria Grazia Bregoli. Per MicroCosmo, la partecipazione rientra nell’obiettivo di costruzione di una comunità capace di dialogare al proprio interno, perché il carcere è parte del territorio: da esso provengono le persone che vi entrano e ad esso fanno ritorno una volta scontata la pena. Rendere il tempo della detenzione un presente significativo, attraverso iniziative culturali, educative e sociali, capaci di generare cura di sé, esperienza rigenerativa e attenzione alla persona nella sua completezza, è il cuore dell’impegno di MicroCosmo. Uno spazio relazionale di arricchimento reciproco tra detenuti e operatori del territorio, in cui ogni esperienza significativa contribuisce alla crescita personale, affettiva, sociale e lavorativa. L’appuntamento di Montorio è stato un segno chiaro: la bellezza non nasce dalla perfezione, ma dalla cura. A volte bastano una scatola, materiali di recupero e mani che lavorano insieme per far emergere qualcosa di nuovo. La mattinata ha visto anche la partecipazione di Riccardo De Conti e Federico Zenari della Cooperativa Frutti Nuovi, presenti per valutare la possibilità di una raccolta fondi a supporto del percorso avviato e, in prospettiva, per nuovi progetti futuri in collaborazione con MicroCosmo nel carcere di Montorio. Caltanissetta. Lo street food di “Nino ‘u ballerino” per i detenuti del carcere palermotoday.it, 5 gennaio 2026 Il famoso “meusaro” palermitano protagonista di un’iniziativa di speranza e condivisione solidale. Un’esperienza fondata sulla solidarietà concreta e sulla speranza di un futuro diverso, tutto da costruire, in cui il cibo si configura come un elemento di riscatto e coesione sociale. Nella Casa Circondariale di Caltanissetta, si è tenuta l’iniziativa denominata “Mandato di cottura-I sapori della libertà” realizzata nell’ambito delle azioni di risocializzazione promosse dall’Istituto penitenziario. Protagonista dell’evento pro bono, il celeberrimo street food chef palermitano Antonino Buffa, meglio noto come “Nino ‘u ballerino”. Il “meusaro”, noto in tutto il mondo per la prelibatezza del cibo da strada, ha coordinato un gruppo di cuochi volontari che, insieme ai detenuti, hanno condiviso un percorso di preparazione di piatti ispirati alla tradizione gastronomica siciliana. “Sono stato molto felice - afferma Nino - di mettere a disposizione le mie competenze a sostegno di una causa nobile”. “Il cibo - prosegue - rappresenta uno strumento di dialogo, rieducazione e reinserimento sociale: auspico che possa essere anche un’opportunità professionale per chi deve ricostruire la propria vita”. L’iniziativa, finalizzata al rafforzamento dell’autostima dei detenuti e alla valorizzazione del loro ruolo attivo in ambito trattamentale, è stata sostenuta dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria del Ministero della Giustizia, dal Provveditorato Regionale dell’Amministrazione Penitenziaria per la Sicilia, da Giulia Gelsomino e Marcello Matrascia, rispettivamente direttrice della Casa Circondariale e Comandante di Reparto. Cruciale è stato il ruolo dell’Area Trattamentale, con il coordinamento di Stefano Graffagnino e la collaborazione di diverse figure: l’assistente amministrativo Luigi Lopiano, i funzionari della professionalità giuridico-pedagogica Michele Alessandro Falsone, Ivana Temporale, Ivana La Rocca, Sonia Lucia Sollami e gli assistenti Giuseppe Cassisi, Massimiliano Di Forti e Davide Castronovo del Corpo di Polizia Penitenziaria. Molto importante è stato anche il supporto dell’ente di formazione professionale Cesam di Palermo, con il presidente Fabio Carraro. L’iniziativa ha inoltre ricevuto il sostegno di alcuni volontari, tra cui il presidente del MoVi, Filippo Maritato. Dieci sono stati i detenuti coinvolti nella preparazione delle pietanze - panelle, milza, panini conditi - successivamente distribuite a tutti i ristretti e a coloro che erano presenti nella struttura carceraria durante l’iniziativa, circa trecento persone. Animazione e musica hanno allietato il pomeriggio, conclusosi con il dono di un libro con le ricette di Nino. Milano. La creatività che ci salva. Michele De Lucchi firma la Porta della Speranza di San Vittore di Alessandra Laudati D-La Repubblica, 5 gennaio 2026 A Milano davanti all’ingresso del carcere di San Vittore un’installazione del designer crea un importante dialogo tra arte e sistema penitenziario. Le “Porte della Speranza” sono un’opera simbolica, monumentale, un progetto artistico e sociale che coinvolgerà in un dialogo aperto arte, sistema carcerario e società. La prima Porta (delle dieci che verranno realizzate) si trova di fronte al numero due di via Filangeri, un noto indirizzo milanese, spesso citato nelle canzoni della tradizione cittadina. È una porta aperta, che anticipa le altre nove che verranno installate di fronte ad altrettante case circondariali, otto in Italia e due in Portogallo. Il progetto prevede il coinvolgimento di grandi personalità del mondo della cultura e della creatività italiana: a Venezia il regista Mario Martone, a Roma il pittore e scultore Gianni Dessì, a Napoli l’artista Mimmo Paladino, a Palermo il cuoco Massimo Bottura, a Lecce il designer Fabio Novembre, a Reggio Calabria l’astrofisica Ersilia Vaudo, a Brescia l’architetto Stefano Boeri. Diversi linguaggi chiamati a dialogare con la comunità carceraria. Il progetto promosso dal Dicastero per la Cultura e l’Educazione della Santa Sede in collaborazione con il DAP Dipartimento Amministrazione Penitenziaria con il contributo di Fondazione Cariplo, prevede anche itinerari educativi e laboratori per guidare i detenuti in un percorso di crescita personale, in collaborazione con l’Accademia di Belle Arti di Brera e ALMA, la Scuola Internazionale di Cucina Italiana. Le porte nascono infatti non solo come sculture simboliche, ma come atto pubblico di visibilità, un dialogo tra arte, sistema carcerario e società civile. Porte della Speranza è un progetto promosso dalla Fondazione Pontificia Gravissimum Educationis del Dicastero per la Cultura e l’Educazione della Santa Sede in collaborazione con il DAP Dipartimento Amministrazione Penitenziaria e realizzata dal Comitato Giubileo Cultura Educazione con Rampello & Partners, con il contributo di Fondazione Cariplo e con il patrocinio del Comune di Milano. Prima Porta della Speranza a firma di Michele De Lucchi, Casa Circondariale di Milano San Vittore “Francesco Di Cataldo”. Porte della Speranza è un progetto promosso dalla Fondazione Pontificia Gravissimum Educationis del Dicastero per la Cultura e l’Educazione della Santa Sede in collaborazione con il DAP Dipartimento Amministrazione Penitenziaria e realizzata dal Comitato Giubileo Cultura Educazione con Rampello & Partners, con il contributo di Fondazione Cariplo e con il patrocinio del Comune di Milano. Prima Porta della Speranza a firma di Michele De Lucchi, Casa Circondariale di Milano San Vittore “Francesco Di Cataldo”. “La Porta della Speranza è pura e solida presenza, senza muro: non separa, non conduce, semplicemente è. Non distingue un dentro e un fuori, una stanza da un’altra, ma segna un luogo sospeso, aperto al possibile”. Così Michele De Lucchi descrive il pensiero che ha guidato il progetto della sua porta: “È scissa in due alti battenti semichiusi privi di telaio che lasciano intravedere ciò che sta oltre. La Porta della Speranza è lì per dichiarare che la trasformazione è accessibile, che ogni passaggio può aprire uno spazio di consapevolezza, attesa e rinascita”. Una porta senza stipiti, senza architrave: due ante possenti e grosse, in legno, perché il legno, come spiega De Lucchi, “è il materiale della vita, materiale che viene dalla vita e torna vita, diventa humus, sostanza per far ricrescere gli alberi”. Le due ante si aprono in direzione del carcere e non hanno muro: si tratta quindi di una porta che non è in un contesto chiuso, ma guarda al mondo, all’universo intero. Per trovare ispirazioni per il suo progetto Michele De Lucchi ha passato una giornata in carcere: “Uno dei detenuti mi ha detto che secondo lui la porta più bella è fatta come la porta di un autolavaggio, si mette un gettone, si entra poi si passa in mezzo all’acqua con le spazzole insaponate che lavano e si esce belli puliti; un altro mi ha proposto una porta con due chiavi una per fuori e una per dentro….Mi sono stupito perché la cosa bella è che anche all’interno delle carceri c’è creatività. Forse è proprio la creatività che ci salva”. Milano. La musica di Muti nel carcere di Opera: “Vola libera per tutti e guarisce lo spirito” di Stefano Marchetti Il Giorno, 5 gennaio 2026 Sabato a Milano un concerto speciale tra impegno civile e speranza. Con la Cherubini e gli “strumenti del mare”. La musica non si può imprigionare. “Il suono vola, libra nell’aria, non lo puoi toccare, non lo puoi fermare - osserva Riccardo Muti -. E quando vola, la musica arriva a tutti e tutti possono sentirsi assolutamente liberi di percepire e recepire il messaggio che porta con sé. Non ci sono più barriere di lingue o di razze: vince l’unione dei sentimenti”. Sarà un segno di libertà e di impegno civile il concerto che il Maestro dirigerà sabato prossimo nel carcere di Milano - Opera, un luogo speciale dove nascono anche gli “strumenti del mare” che detenuti - liutai realizzano dal legno dei barconi dei migranti, grazie al progetto Metamorfosi della Fondazione Casa dello Spirito e delle Arti. Riccardo Muti condurrà la sua amatissima Orchestra giovanile Luigi Cherubini e il soprano Rosa Feola in un florilegio di capolavori, dal Concerto per archi e cembalo di Vivaldi alla Sinfonia del Nabucco e all’Ave Maria dall’Otello di Verdi, fino al Va’ pensiero con il coro dell’Associazione Amici della Nave, diretto da Paolo Foschini, composto da detenuti ed ex detenuti di San Vittore, e la partecipazione degli “Scaligeri per sempre”. Maestro, già altre volte lei ha portato la musica in carcere… “Sì, a Ravenna, con i Cherubini, siamo stati alla Casa circondariale, e negli Stati Uniti, con i musicisti della Chicago Symphony Orchestra, abbiamo visitato più volte gli Juvenile Centers dove scontano la pena ragazzi anche giovanissimi. Per me sono state esperienze straordinarie dal punto di vista umano”. Perché? “Ricordo in particolare una giornata nel penitenziario minorile di Chicago. Suonai al pianoforte alcuni brani dal Macbeth di Verdi, e ad assistere c’erano alcune ragazze molto giovani: penso avessero 15 o 16 anni, arrivavano da contesti sociali assai difficili, erano state condannate per reati gravi. Dopo il concerto feci leggere loro alcuni brani da Shakespeare, Macbeth, Romeo e Giulietta, Otello, storie che loro non avevano mai conosciuto e mai ascoltato, e vidi subito nei loro occhi una luce diversa. Erano come trasfigurate perché in quel momento erano entrate in un mondo lontanissimo. Come una rivelazione”. La musica apre orizzonti incredibili? “Mi torna in mente anche un concerto nell’aula magna del carcere di Bollate: suonai Schubert, Chopin, Schumann e altri autori, e alla fine scambiai qualche parola con detenuti e detenute e chiesi loro quale brano li avesse colpiti maggiormente. Mi aspettavo che potessero scegliere un brano estroverso e dalla melodia accattivante come un valzer di Chopin, invece mi risposero che avevano amato moltissimo l’introduzione della sonata Al chiaro di luna di Beethoven. La musica pura colpisce il cuore e la mente e ci porta immediatamente verso un cammino della bontà e della bellezza. Io credo che si possa sbagliare strada e non sempre per colpa propria: contano anche il contesto sociale, l’ambiente, il destino. Eppure anche in coloro che hanno commesso i delitti più efferati c’è sempre una parte disponibile ad accogliere la bellezza. La musica guarisce lo spirito: lo diceva Sant’Agostino e ce lo ricorda anche Papa Leone, agostiniano, che incoraggia tutti noi a portare questo messaggio”. Come a Lampedusa nell’estate di due anni fa, l’Orchestra Cherubini suonerà gli strumenti del mare, creati (proprio nel carcere di Opera) dal legno dei barconi... “Quello è stato uno dei viaggi più emozionanti de “Le vie dell’amicizia” di Ravenna Festival. Mi ha colpito pensare che questi legni hanno trasportato persone che speravano in una nuova vita e invece spesso sono stati testimoni di tragedie e di morti terribili. Erano legni di imbarcazioni che andavano nella direzione della libertà e della speranza, sono diventati legni di dolore. Oggi rinascono nella libertà che può dare la musica, e portano un altissimo messaggio morale, spirituale e sociale. Anche il cembalo è stato costruito con lo stesso legno: non vedo l’ora di ascoltarlo”. Maestro, come sarà il suo anno? “Fra pochi giorni tornerò negli Stati Uniti per una tournée con l’orchestra di Chicago, poi a fine febbraio dirigerò il Macbeth al Teatro Regio di Torino, con la regia di mia figlia Chiara, e in aprile tornerò in Giappone con il Don Giovanni che andrà in scena al Bunka Kaikan di Tokyo, l’ultima rappresentazione prima che il teatro chiuda per ristrutturazione. In maggio al Musikverein di Vienna ritroverò i Wiener Philharmoniker per le ultime tre sinfonie di Haydn: con loro ho progetti fino al 2028”. E cosa si augura per questo 2026? “Ormai nel mondo si è arrivati a un grado di brutalità non più sopportabile, quindi l’augurio è che si possa giungere davvero alla fine di tutte le guerre, a un accordo consonante. Nella musica la consonanza dà un senso di tranquillità, di pace e di serenità, mentre la dissonanza, se finisce per essere continua, porta soltanto alle conseguenze più tremende”. “Il digiuno pubblico è illegale”. Dolci, Levi, Calamandrei e i pescatori della Baia di San Cataldo di Mirella Serri La Stampa, 5 gennaio 2026 “Il digiuno pubblico è illegale”. Già, proprio così, brioches e panini per tutti. Nel gennaio del 1956, giusto sessanta anni fa, i magistrati cercarono di opporsi alla crescita di un fondamentale movimento politico e culturale, destinato a diventare il più importante progetto di egemonia della sinistra progressista nel dopoguerra. Proprio dall’arretrata Sicilia, terra di grande indigenza e dominio della Piovra, venne per la prima volta un messaggio che si sedimentò e condizionò il futuro della penisola. Tutto nacque dalla singolare sentenza giudiziaria che costrinse i pescatori della Baia di San Cataldo ad abbandonare lo sciopero della fame e a rientrare dal loro dissenso. Nel borgo oltre mille persone avevano messo in atto una rivolta collettiva - definita “il digiuno dei mille” - per denunciare la pesca di frodo: tollerata dallo Stato benché portasse danni a tutta la comunità. Senza Danilo Dolci, il Gandhi italiano, scrittore, poeta e attivista in nome della soluzione non violenta dei conflitti sociali, la compatta protesta popolare non ci sarebbe stata. Dal 1952 Dolci aveva scelto di trasferirsi nell’isola per fare proselitismo e per condurre iniziative politiche contro la disoccupazione, l’analfabetismo e la fame. La presa di coscienza collettiva dei guai della Sicilia serviva al progresso e a spingere per lo sviluppo economico, ad esempio con la costruzione della diga sul fiume Jato, che avrebbe garantito lavoro e spezzato il controllo dell’onorata società. A febbraio il promotore della disobbedienza civile ne inventò un’altra sostenendo a Partinico lo sciopero attivo: se gli operai per ottenere conquiste economiche o salariali si astenevano dal lavoro, viceversa un disoccupato poteva scioperare lavorando. Così centinaia di persone si organizzarono per rimettere in sesto una strada comunale; ma i lavori furono fermati e Dolci, con alcuni collaboratori, fu arrestato per resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale, istigazione a disobbedire alle leggi e invasione di terreni. L’episodio dell’opposizione poliziesca allo sciopero al contrario suscitò indignazione e provocò numerose interrogazioni parlamentari. Si mise in atto un’inedita manifestazione di intellettuali, di studenti e di giovani lavoratori. Per la prima volta, su sollecitazione di Piero Calamandrei, scrittori e artisti si unirono in un unico afflato, parteciparono al processo contro Dolci, in veste di testimoni, Carlo Levi, Elio Vittorini, Giorgio La Pira, Guido Piovene, Renato Guttuso, Bruno Zevi, Bertrand Russell, Alberto Moravia, Norberto Bobbio, Elio Vittorini, Cesare Zavattini, Ignazio Silone, Enzo Sellerio, Aldo Capitini, Paolo Sylos Labini, Erich Fromm, Jean-Paul Sartre, Aldous Huxley, Jean Piaget. Furono la loro presenza e i loro interventi che diedero un’enorme notorietà anche all’estero alle battaglie di Dolci e che contribuirono a porre sotto i riflettori il disagio sociale, le problematiche che affliggevano i meno abbienti, le minoranze e l’assenza di diritti civili. La cultura progressista di Dolci finì per dar vita a quel consenso di massa destinato a crescere in maniera straordinaria e che oggi la destra invidia alla sinistra. Nell’arringa difensiva Calamandrei evidenziò che “l’Italia vive uno di questi periodi di trapasso nei quali la funzione dei giudici, meglio che quella di difendere una legalità decrepita, è quella di creare gradualmente la nuova legalità promessa dalla Costituzione”. Il progetto di una nuova legalità fu il patrimonio fondante di tanta politica basata sullo sviluppo della cultura e della non violenza, come quella del partito radicale per esempio, e anche quella delle organizzazioni (dall’editoria ai cinema ai festival ai teatri) che alimentarono la vicenda progressista italiana. La variegata egemonia culturale della sinistra maturava non senza errori - non avremmo voluto, per esempio, vedere Dolci nel 1957, l’anno dopo l’invasione dell’Ungheria, accettare in Urss il premio Lenin per la pace - e diventava una forza coinvolgente per più generazioni. Oggi il ministro della Cultura Alessandro Giuli, autore di un saggio proprio sulla creazione di un’egemonia di destra che prenda a modello la sinistra (Gramsci è vivo. Sillabario per un’egemonia contemporanea), dovrebbe ripensare alla lotta pacifica dei siciliani. Ad Atreju ha però detto, con ironia e quasi smentendo se stesso, “egemonia, che palla micidiale” e ha sfidato uno degli intellettuali più autorevoli del suo stesso schieramento, Marcello Veneziani, reo di aver rimbrottato la premier Meloni per non aver fatto quasi nulla sul piano delle idee. Come dimostra il caso di Dolci, non è il recupero del passato che crea il nuovo (non certo le mostre su D’Annunzio o Marinetti che caldeggiava tanto l’ex ministro Sangiuliano): solo gesti provocatori e impensabili possono dar vita a una nuova cultura. “Vorrei, signori giudici - diceva Calamandrei - che voi sentiste con quale ansia migliaia di persone in tutta Italia attendono che voi decidiate con giustizia e che la vostra sia una sentenza che apra il cuore della speranza, non una sentenza che ribadisca la disperazione”. Dolci fu condannato a 50 giorni di carcere ma aveva dato nutrimento alla “speranza”, come diceva Calamandrei, a una nuova egemonia culturale che vedeva partecipi intellettuali e giovani. Oggi un miraggio per la destra di governo. La “lince” e gli abusi delle forze di polizia di Luigi Manconi e di Marica Fantauzzi La Repubblica, 5 gennaio 2026 A Bologna lo scorso 12 ottobre una persona che manifestava è stata colpita al volto da un lacrimogeno sparato ad altezza d’uomo ed è rimasta cieca da un occhio: ora si fa chiamare come il felino. E ha ispirato una campagna col supporto di Amnesty International. Pare che la lince sia difficile da scorgere. Felino più grande d’Europa, si muove con discrezione. Il suo passo è rapido e il suo cammino è solitario. Il manto è maculato, le zampe sono grandi e le orecchie hanno ciuffi di peli che sembrano quelli di un pennello e che aiutano a sentire i rumori più flebili. La sua vista, specialmente nelle ore notturne, è considerata particolarmente acuta. Si dice che la sua sensibilità alla luce, di notte, sia sei volte maggiore di quella dell’uomo. Per un periodo la lince si estinse, per poi essere reintrodotta e comparire negli anni 70 in Svizzera. Esistono circa 9.000 esemplari in tutta Europa, appena 5 in Italia. Rischia l’estinzione a causa della perdita del suo habitat e del bracconaggio. Nei secoli la lince è stata simbolo di sapienza, invisibilità e soprattutto argutezza, intesa come “capacità sottile di cogliere gli aspetti più singolari delle cose”. Nelle ultime settimane, in Italia, al suo volto e al suo nome, è stato accostato un ulteriore simbolo: l’abuso. Il 2 ottobre scorso, a Bologna, nel corso di una manifestazione in solidarietà con il popolo palestinese, all’altezza di Viale Masini una persona viene colpita al volto da un lacrimogeno. Aiutata da un’amica prova a rialzarsi ma in quel momento arriva un gruppo di agenti di polizia: i manganelli le colpiscono entrambe ripetutamente sul petto, sulla testa e sulla schiena. La persona colpita dal lacrimogeno in volto ha riportato una lesione permanente: non potrà mai più vedere da un occhio. Oggi, si fa chiamare Lince. E dopo due mesi dall’accaduto, dovendo gestire la grave situazione di salute e il dolore conseguente, ha depositato una denuncia ufficiale. A dicembre alla presenza dei suoi avvocati, delle persone che in questi mesi l’hanno supportata e di Amnesty International c’è stata una conferenza stampa per ricostruire l’accaduto e presentare la campagna Lince-occhio sugli abusi. Dagli stralci della conferenza stampa leggiamo le parole dell’amica che soccorse Lince: “Quella sera sono stati sparati centinaia di lacrimogeni. Dopo la carica in viale Masini molti agenti hanno inseguito le persone fino a via del Borgo di San Pietro e via Righi, in pieno centro. Ho fatto il calcolo del percorso, sono 15 minuti a piedi. Pensate cosa vuol dire essere inseguite per questo arco di tempo da persone armate. La cosa più sconcertante è stata quella di continuare disperatamente a chiedere soccorso e ricevere solo manganellate con una violenza inaudita”. Viene chiesta verità e giustizia per Lince, supporto per le spese sanitari e legali che dovrà affrontare, ma soprattutto viene sottolineato un problema strutturale: quello dell’utilizzo della violenza da parte delle forze di polizia come strumento di mantenimento dell’ordine pubblico. Nella campagna partita su Produzioni dal basso si evidenzia la necessità di rinunciare all’utilizzo di strumenti che possono ferire fino a mutilare passanti e manifestanti e di introdurre codici identificativi per tutti gli agenti impiegati in queste operazioni. La ciclicità con cui si chiede di prendere provvedimenti di questo tipo rispecchia la tragica ciclicità con cui si registrano comportamenti illegali e violenti da parte di operatori di polizia. Nel 2017 a Roma, durante uno degli sgomberi di uno stabile che ospitava 800 persone in Piazza Indipendenza, fu registrata una frase pronunciata da un funzionario di polizia: “Se tirano qualcosa, spaccategli un braccio”. Negli ultimi decenni gli episodi di piazza in cui gli agenti hanno utilizzato armi improprie come pietre, manganelli maneggiati al contrario e lacrimogeni sparati ad altezza uomo, sono stati innumerevoli. Eppure, mai riconosciuti e sanzionati come tali. Era il 2012 quando il Parlamento europeo approvò una risoluzione che esprimeva “preoccupazione per il ricorso a una forza sproporzionata da parte della polizia durante eventi pubblici e manifestazioni nell’Ue” ed esortava “gli Stati membri a garantire che il personale di polizia porti un numero identificativo”. Da allora, la Spagna, il Belgio, la Polonia, la Francia e la gran parte dei paesi europei hanno una qualche forma di codice identificativo per garantire trasparenza nell’operato delle forze di polizia. Ancora una volta, la dignità e il coraggio di chi trasforma una ferita privata in un’azione pubblica pongono le istituzioni di fronte a una responsabilità: evitare che la tutela si trasformi in prevaricazione. Il 2026 sarà l’anno della giustizia o del trionfo dell’impunità? di Riccardo Noury* Il Fatto Quotidiano, 5 gennaio 2026 Filippine, Darfur, Libia, Israele: nell’anno appena concluso, la giustizia internazionale ha dimostrato che se la si lascia lavorare, e se non la si boicotta, ottiene dei risultati. I primi cinque anni di questo decennio hanno ricordato sinistramente quelli degli anni Novanta dello scorso secolo, segnati dai più gravi crimini di diritto internazionale, compresi i due genocidi più veloci della storia: quello del Ruanda nel 1994 e quello della Bosnia nel 1995. Ma dopo quegli orrori, ci fu una risposta, basata sulla necessità imprescindibile di punire i responsabili e almeno i principali esecutori di quei crimini: nacquero i due tribunali speciali per il Ruanda e l’ex Jugoslavia e nel 1998 a Roma venne approvato lo Statuto della Corte penale internazionale permanente (per saperne di più, soprattutto sulle condanne emesse dalle prime due corti, segnalo questo volume). Il quinquennio appena iniziato somiglierà, a sua volta, al secondo quinquennio degli anni Novanta? Dalla risposta, che non possiamo dare noi limitandoci a esprimere una speranza, dipenderanno il destino dei conflitti in corso e la prevenzione, o al contrario, la previsione dei prossimi. L’efficacia e l’efficienza della giustizia internazionale, priva del potere coercitivo di dare seguito alle sue decisioni - non esiste una polizia giudiziaria per eseguire i mandati di cattura - dipendono dalla collaborazione degli stati. Per 125 di loro non è un’opzione ma un obbligo. Nel 2025 questa collaborazione è venuta meno in diverse occasioni: l’Italia ha riaccompagnato a casa il ricercato libico Almasri; l’Ungheria e tre stati africani (Burkina Faso, Mali e Niger) hanno annunciato l’intenzione di uscire dalla Corte penale internazionale; gli Usa, che non ne fanno parte, l’hanno nuovamente colpita con sanzioni. La “pietra dello scandalo” è stata l’emissione del mandato di cattura per il primo ministro israeliano Netanyahu, che ha suscitato dalle nostre parti reazioni opposte a quelle entusiastiche seguite all’analogo provvedimento, sacrosanto, adottato nei confronti del presidente russo Putin. Queste reazioni opposte sono state la prova più evidente dei doppi standard praticati dai più influenti stati della comunità internazionale: mentre milioni di persone nel mondo, rassegnate a non poter contare su quella domestica, guardano alla giustizia internazionale come unico mezzo per ottenere la punizione dei responsabili dei crimini subiti, in molte capitali non sono questi a essere valutati bensì chi li ha commessi, per poter condannare o condonare secondo le circostanze. Eppure, nell’anno che si è appena concluso, la giustizia internazionale ha dimostrato che se la si lascia lavorare, se non la si delegittima e se non la si boicotta, ottiene dei risultati. L’11 marzo le autorità delle Filippine hanno arrestato l’ex presidente Rodrigo Duterte, ricercato dalla Corte penale internazionale per crimini contro l’umanità in relazione alla sua politica della “guerra alla droga” che tra il 2016 e il 2022 causò l’uccisione di migliaia di persone, per lo più povere e marginalizzate, da parte delle forze di polizia o di killer legati a queste ultime. Il giorno dopo Duterte è stato trasferito alla Corte. L’8 luglio la Camera preliminare della Corte ha emesso mandati di cattura nei confronti di Haibatullah Akhundzada e di Abdul Hakim Haqqani, rispettivamente guida suprema e capo del potere giudiziario dei talebani al potere in Afghanistan, per il crimine contro l’umanità di persecuzione di genere. Il 1° dicembre la Germania ha ricordato all’Italia cosa vuol dire rispettare gli obblighi di cooperazione con la Corte penale internazionale: il cittadino libico Khaled Mohamed Ali El Hishri, uno dei responsabili della famigerata prigione di Mitiga, è stato non riaccompagnato a Tripoli ma consegnato all’Aja. Era stato arrestato il 16 luglio in esecuzione di un mandato di arresto emesso dalla Camera preliminare della Corte il 10 luglio per crimini di guerra e contro l’umanità. Infine, il 9 dicembre la Corte ha condannato a 20 anni di carcere il criminale sudanese Ali Muhammad Ali Abd-Al-Rahman detto “Ali Kushayb”, dopo averlo giudicato colpevole di 27 fattispecie di crimini di guerra e contro l’umanità commessi tra l’agosto del 2003 e l’aprile del 2004 nel Darfur. All’epoca “Ali Kushayb”, consegnatosi alla Corte nel 2020, era a capo di una milizia alleata alle forze armate. Nel quinquennio appena iniziato potrebbero arrivare i due verdetti per i casi di genocidio sollevati di fronte all’altro organo giudiziario globale, la Corte internazionale di giustizia, che giudica non gli individui ma gli Stati: quello del Gambia contro Myanmar per i crimini subiti dalla minoranza rohingya e quello del Sudafrica contro Israele per i crimini subiti dalla popolazione palestinese della Striscia di Gaza. La Corte internazionale di giustizia, che deve pronunciarsi solo sul possibile crimine di genocidio e non su altri, potrebbe stabilire che genocidio non vi è stato. Ma nessuno, negli Stati sotto accusa, dovrebbe tirare un sospiro di sollievo e brindare all’assoluzione. Infatti, non esiste una gerarchia tra i crimini di diritto internazionale: genocidio, poi crimini contro l’umanità e, al terzo posto, crimini di guerra. Affermare, da parte israeliana, che siccome non c’è stato genocidio, in fin dei conti non è successo niente di grave comporterebbe la beffarda conseguenza di concludere che anche Hamas, dopo tutto, non ha fatto niente di grave. Solo chi ignora o manipola per propri fini il diritto internazionale potrebbe sostenere una cosa del genere. La speranza, allora, è che attraverso le proprie pronunce e la cooperazione della comunità internazionale, la giustizia internazionale non sia più vista come un problema ma come la soluzione, quella in grado di spezzare il cerchio dell’impunità. Altrimenti, mutilando la frase popolare negli anni Novanta, vorrà dire che “c’è pace senza giustizia”. Una pace senza giustizia è una pace ingiusta, un premio agli aggressori: averli intorno ai tavoli negoziali anziché in un aula di tribunale significherà semplicemente prepararci ai prossimi conflitti. *Portavoce di Amnesty International Italia Il diritto internazionale è morto? Viva il diritto internazionale! di Tommaso Greco Avvenire, 5 gennaio 2026 Dopo l’attacco Usa in Venezuela la tentazione più naturale sarebbe quella di dichiarare la fine del sistema giuridico che regola i rapporti tra gli Stati. Ma questo è proprio ciò che vogliono gli “adoratori della forza”. La tentazione più naturale, in seguito all’attacco statunitense di ieri notte in Venezuela, è di dichiarare che la lunga agonia del diritto internazionale, alla quale abbiamo assistito da qualche anno a questa parte, si è finalmente conclusa con il suo decesso. La legge della forza, che con colpi più o meno eclatanti, si è affermata nei più diversi scenari, ha definitivamente conquistato il campo dei rapporti tra gli Stati, e si è quindi tolta ogni ipocrisia ad una situazione nella quale l’appello alle regole che hanno governato le relazioni internazionali appariva sempre più come del tutto retorico, e quasi sempre interessato. Il diritto internazionale, negli ultimi tempi, è stato infatti difeso dagli Stati quando tornava comodo per giustificare le proprie scelte di campo, e dagli stessi soggetti dimenticato allorché quelle scelte portavano in direzioni incompatibili col diritto internazionale medesimo. Tanto vale quindi togliere ogni velo e lasciare che siano i rapporti di forza a determinare gli equilibri futuri. Si tratta di uno scenario che perciò non nasce all’improvviso, dato che ormai da troppo tempo possiamo dire di trovarci in una fase di vera e propria “adorazione della forza”: non solo da parte di chi la usa per raggiungere illecitamente i propri obiettivi, ma anche da parte di coloro che, rispetto ai primi, non vedono altra risposta possibile che appunto quella della forza. È la logica della “guerra giusta”, adottata da chi si rassegna alla guerra dimenticando che ci sono altre vie per risolvere i conflitti; ed è la logica del riarmo, adottata da chi pensa che rispetto ai ventilati pericoli ci si debba premunire innanzitutto sul piano militare. La logica di chi pensa, insomma, che un nuovo ordine, se mai possa essere creato, non possa non nascere che sulla base della deterrenza, e cioè di nuovo sui rapporti di forza. A furia di mettere al centro la forza, chi vuole procedere sulla base del suo principio non sente più nemmeno il dovere di giustificarsi, né tanto meno il dovere di rivolgere un ipocrita omaggio a quel diritto internazionale, che bene o male aveva fatto ogni tanto sentire la sua voce. E tuttavia, sarebbe un grave errore constatare - amaramente, magari, ma come sempre “realisticamente” (che coincide quasi sempre con “strumentalmente”) - che il diritto internazionale è morto. Lo sarebbe perché è proprio questo ciò che si aspettano coloro che il diritto internazionale hanno violato e continueranno a violare. Dare per morto il diritto internazionale vuol dire lasciare libero il campo, anche sul piano simbolico, a coloro che stanno sostituendo la forza del diritto con il diritto del più forte. Davanti a simili fatti, la scelta non è tra l’essere realisti - e quindi prendere atto che “questa è la situazione”, adeguandosi (se non addirittura gioendone, come stanno già facendo in molti) - e l’essere “idealisti”, difendendo un “inesistente” ruolo del diritto. Non c’è alcuna realtà predeterminata, rispetto alla quale sentirsi impotenti. Come ogni forma di diritto, il diritto internazionale ha bisogno innanzitutto di quella che Max Weber, all’inizio del XX secolo, chiamava la “credenza nella validità”, e di conseguenza di comportamenti che a quella validità diano seguito. Il diritto internazionale - di nuovo, come ogni altra forma di diritto - non funziona “da solo”, meccanicamente. Funziona se coloro che sono chiamati a dargli esecuzione compiono i doveri che loro spettano. Ecco perché è particolarmente importante che i soggetti che del diritto internazionale sono protagonisti, ricordino il ruolo del diritto e facciano tutto ciò che è possibile giuridicamente per richiamarne il valore e magari per ripristinarlo. Questo dovrebbe essere innanzitutto il compito dell’Europa, chiamata a svolgere un ruolo storico importantissimo: non quello di partecipare alla folle corsa verso lo squilibrio delle forze, ma quella di essere sempre più custode del diritto, in un mondo che del diritto si illude di poter fare a meno. L’inefficacia momentanea non è una giustificazione per mettere da parte un patrimonio che l’umanità aveva conquistato lungo i secoli e che si era consolidato nel secondo dopoguerra, a seguito di distruzioni e sacrifici umani come non si erano mai visti nella storia. Ecco perché non bisogna dire che “il diritto internazionale è morto”. Si tratta di un argomento che finisce per giustificare i prepotenti, ma anche per rendere irresponsabili coloro che sono i primi custodi del suo funzionamento e che hanno oggi il dovere di ripristinarlo. La democrazia è in crisi, serve tornare all’utopia che già una volta ci salvò di Walter Veltroni Corriere della Sera, 5 gennaio 2026 Se gli Usa possono bombardare un Paese sovrano è allora ugualmente legittimo che Putin possa invadere l’Ucraina e che la Cina possa regolare i suoi conti con Taiwan. Il nuovo ordine mondiale si afferma oggi così, sulla punta dei cannoni. Dalla tragedia della Seconda guerra mondiale, sessanta milioni di morti, lo sforzo della comunità internazionale è stato quello di fornirsi di regole, istituzioni, procedure per evitare che quell’indicibile orrore non si riproducesse mai più. Nel giro di una manciata di mesi questa polizza di garanzia universale è stata stracciata. La messa in discussione delle istituzioni e del metodo multilaterale genera l’inevitabile ritorno alla politica di potenza, ai “giardini di casa”, alle sfere di influenze, ai patti di non aggressione o a quelli di ferro. Tutte pratiche che hanno lastricato l’inferno del Novecento. In pochi mesi abbiamo riguadagnato un secolo, ma all’indietro. Non torno qui, ne hanno parlato Massimo Gaggi e Mario Platero ieri, sulle incongruenze e le illegittimità dell’azione americana. E sulla assurdità dell’idea di governare un Paese sovrano come fosse una colonia: “Gli Stati Uniti da oggi governano il Paese e lo faranno fino a quando sarà necessario”. O, ne ha parlato Saviano, sulla pretestuosità dell’argomento legato alla sacrosanta lotta contro il narcotraffico. Argomento soavemente contraddetto ad esempio dalla grazia accordata da Trump al presidente dell’Honduras condannato dalla giustizia americana a 34 anni di reclusione per collusione con i trafficanti e il concorso dell’importazione negli Usa di 400 tonnellate di cocaina. O quella con la quale ha liberato dalla sentenza di ergastolo Ross Ulbricht, a capo del sito Silk Road, accusato, tra l’altro di “traffico di droga, traffico di droga su internet e cospirazione per trafficare droga”. Ma la questione sulla quale vorrei tornare riguarda il “senso” di quello che sta accadendo nel mondo. Quel senso che dovrebbe inchiodare tutti alle proprie responsabilità e spingere, di fronte all’Ucraina o al Venezuela, a capire che stiamo parlando di una stagione che solo l’ipocrisia può definire come l’esito della normale alternanza al governo, quella che nel passato ha fatto sì che il potere transitasse con differenze radicali ma senza lacerazioni tra Eisenhower e Kennedy fino a George Bush e Barack Obama. Stiamo vivendo una fase straordinaria. Mi capitò di definirla, dopo la vittoria di Trump, una stagione rivoluzionaria. E le rivoluzioni, si sa, hanno una certa tendenza all’uso della ghigliottina. Oggi con il capo sui ceppi è, in tutto il mondo, la democrazia. Cos’altro deve accadere per far capire a tutti che sono in discussione le libertà fondamentali che consentono a ciascuno di noi di vivere la propria vita essendo sé stessi, avendo le proprie idee, le proprie convinzioni, la propria religione, la propria identità? La democrazia non vive in un solo Paese, ha bisogno di una cornice internazionale che apprezzi i valori del dialogo, la ricerca delle soluzioni secondo criteri politici e diplomatici, che consideri il ricorso alla forza l’ultimo, non il primo, strumento di soluzione dei conflitti e che, comunque, si muova all’interno di regole che sono tali perché condivise. Il nemico dei nuovi potenti del mondo, tecnologici e politici, è l’idea del pluralismo e delle garanzie, della libertà e dell’indipendenza di una società strutturata e non ridotta al binomio piramidale autocrate-followers. Dietro quello che accade c’è un pensiero, una teoria, che bisognerebbe frequentare o conoscere per dare una ragione alla precipitazione degli eventi di questi mesi. I teorici della nuova destra mondiale parlano di Anticristo, di Armageddon necessario per ripristinare una civiltà depurata dalle scorie delle libertà, teorizzano il valore rigeneratore della guerra e della violenza, la necessità della compressione di diritti e libertà individuali, persino la sostituzione dell’Onu con Echelon al fine di controllare l’umanità intera. Follie? Si, come le teorie sulla supremazia della razza degli anni Trenta. Follie, che in determinate condizioni storiche, trovano sostegno popolare, specie se supportate da un apparato comunicativo e cognitivo che semplifica, radicalizza e fa convivere la suggestione della piena libertà con la realtà del totale controllo. Tecnologie e dominio, ecco il grande tema del nostro tempo. La democrazia ha le sue colpe, come le aveva all’alba di un secolo fa. La prima è di aver tollerato o talvolta persino giustificato i suoi nemici, come quel Maduro che aveva edificato nel suo Paese un odioso regime autoritario. Ma rischia di fare lo stesso errore non vedendo oggi la portata degli avvenimenti. Un nuovo ordine mondiale, fondato sulla politica di potenza, postula l’eclisse della democrazia. E allora, di fronte all’Ucraina, a Gaza, a Caracas, i leader europei dovrebbero non balbettare impauriti, come ha fatto anche il governo italiano, ma levarsi in difesa di quei valori che abbiamo affermato attraverso il sangue di decine di milioni di esseri umani. Sia l’Europa, oggi, alla guida dei principi di libertà e democrazia che vengono stracciati. Siano gli Stati Uniti d’Europa a guidare l’Occidente, in attesa di ritrovare al proprio fianco gli Stati Uniti, democratici o repubblicani, ma tornati saldamente alla loro storica identità. Mi rendo conto che difronte alla fragilità dei vertici europei di oggi questa ipotesi sembra un’utopia. Ma lo era anche pensare a un’Europa unita mentre si combatteva e ci si uccideva tra figli dello stesso continente. Quell’utopia realizzata ci ha evitato guerre per cento anni. Non bisogna dimenticarlo mai, ora che la guerra sembra tornata normale. La guerra non c’è (ma la pace ormai è finita) di Paolo Fallai Corriere della Sera, 5 gennaio 2026 Si parla di conflitti armati come di normali eventualità e di riarmo necessario. Stiamo assistendo al tramonto di un’epoca unica e forse irripetibile. Durante tutta la storia dell’umanità la guerra è stata considerata una normale evoluzione delle relazioni tra i popoli (e i governanti). La guerra era talmente normale che veniva dichiarata da eleganti ambasciatori, aveva un inizio, uno svolgimento e una fine, con tanto di trattati diplomatici (ora si fanno solo operazioni speciali, senza preavviso, che non si sa quando cominciano e non finiscono mai). La Seconda guerra mondiale, con i milioni di morti nelle città e sui campi di battaglia, l’orrore dell’Olocausto, la spaventosa efficienza delle armi dimostrata dalle atomiche americane su Hiroshima e Nagasaki, sembravano aver segnato un punto di non ritorno. La guerra è apparsa in tutta la sua atrocità ed è sembrato assurdo perfino nominarla. L’articolo 11 della nostra Costituzione condivide con Pier Paolo Pasolini un triste destino, tutti lo nominano ma nessuno lo legge. Recita il testo completo approvato dai costituenti: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”. Non c’è solo il ripudio della guerra, c’è l’impegno a impedirne di nuove. Questa epoca sta finendo, ormai si parla di guerra come di una normale eventualità e di riarmo necessario. Tema molto divisivo con molte ragioni da una parte e dall’altra. Per capire qualcosa di più potrebbe essere utile leggere un libretto scritto negli anni Trenta da Smedley Darlington Butler, generale dei Marines pluridecorato. Si intitola War is a racket (La guerra è una mafia, edito da “ad est dell’equatore”). La sua tesi è semplice: se la guerra non fosse un affare e non generasse enormi profitti, non la faremmo. Sembra un tipo che se ne intende. Trump, l’uso della forza sta sgretolando l’idea di un diritto internazionale di Giuseppe Sarcina Corriere della Sera, 5 gennaio 2026 A Washington il meccanismo è sempre più veloce e determinato. Mentre i leader europei si muovono in ordine sparso. Donald Trump accarezzò l’idea di impadronirsi della Groenlandia già nel 2019, nel corso del suo primo mandato. All’epoca la sua proposta suscitò una risata irrefrenabile e collettiva nel Parlamento di Copenhagen. Oggi, purtroppo, c’è poco da ridere. La Groenlandia fa parte della Danimarca, sia pure con lo status di “Territorio speciale”. Danimarca significa Nato e Ue. Che cosa vuole fare Trump, attaccare gli alleati? Il segretario di Stato, Marco Rubio, consiglia di “prendere sul serio” i proclami del presidente Usa. Dopo la notte di Caracas è più difficile dargli torto. Per ora, comunque, nelle capitali europee prevale l’incredulità: di fatto nessuno crede che il Pentagono possa inviare i marines a occupare la Groenlandia, magari facendo leva sulla base aerea di Pituffik, nella parte settentrionale della grande Isola. Il problema, però, è che i leader del Vecchio Continente sembrano muoversi, ancora una volta, in ordine sparso. Almeno a giudicare da come hanno reagito al blitz dei “Delta Force” che ha portato alla cattura di Nicolás Maduro. Basta leggere le dichiarazioni contratte, sincopate di Emmanuel Macron, del cancelliere tedesco Friedrich Merz, del premier britannico Keir Starmer. In sostanza: è un bene che Maduro non sia più alla guida del Venezuela, ma il “metodo Trump” non è accettabile. Giorgia Meloni, invece, considera come “difensivo e quindi legittimo” il raid americano contro uno Stato che alimenta il narcotraffico diretto negli Stati Uniti. È un ragionamento scivoloso. Seguendo questa logica, allora, sarebbe “legittimo” anche attaccare le basi libiche che gestiscono il traffico di migranti illegali diretti anche sulle coste italiane. Visto che il governo Meloni da sempre ritiene una grave minaccia lo sbarco dei “clandestini”. Ma il ritmo imposto da Trump è frenetico. Gli europei sono in grado di reggere il passo, di fare blocco per convincere la Casa Bianca a rinunciare alle mire sulla Groenlandia? Sembra ormai evidente che non basti invocare “il rispetto del diritto internazionale”, come fanno Macron, Starmer, Merz e, con toni più duri, il premier spagnolo Pedro Sánchez. In un anno, il presidente Usa ha semplicemente ignorato le regole e le istituzioni internazionali e ha introdotto un “metodo” che ha spiazzato tutti e che, al momento, non sembra avere freni o alternative. Non ha chiesto l’autorizzazione di nessuno, neanche del Congresso degli Stati Uniti, per colpire le basi degli Huthi nello Yemen, gli impianti nucleari in Iran, i miliziani dell’Isis in Nigeria, le formazioni jihadiste in Siria, le imbarcazioni del Venezuela nel Mar dei Caraibi. L’ex costruttore newyorkese è sempre più assertivo, sempre più spregiudicato. Sembra una risposta diretta alla teoria “Taco”: Trump si tira sempre indietro, (“Trump Always Chickens Out”) inventata da un giornalista del “Financial Times” che ha avuto, insieme ad altre formule, una certa popolarità nella scorsa primavera. Effimera, perché smentita dai fatti. Può rivelarsi una semplice illusione anche pensare di contenere l’aggressività di Trump, assecondandone le scelte di politica internazionale, come pensano di fare, tra gli altri, Starmer, Merz, Meloni. E, in ogni caso, questo schema non funziona se le sue iniziative ci investono direttamente, come lascia immaginare l’”interesse” per la Groenlandia. Nella conferenza stampa dell’altro giorno, Trump ha letto un testo che richiamava la lontana “dottrina Monroe” (1823), dal nome del quinto presidente che puntava ad arginare l’influenza delle potenze europee in tutto il continente americano. Quel documento sarebbe stato scritto dal Consigliere per la sicurezza, Stephen Miller. Si può discutere sulla solidità storica e scientifica di queste citazioni. Ma, alla fine, sarebbe un dibattito ozioso, inutile. Quello che conta, invece, è che a Washington opera un gruppo che produce progetti, teoremi, non importa se rozzi o sballati, perché soddisfano le ambizioni o la megalomania del presidente e, soprattutto, perché vengono tradotte in azioni dall’esercito più letale e più efficiente del mondo. E questo meccanismo diventa sempre più veloce, sempre più determinato. Ecco la realtà che la notte di Caracas ha sbattuto in faccia anche a noi europei. Iran. Scontri e barricate per le strade: quindici manifestanti uccisi, 70 città e villaggi coinvolti di Greta Privitera Corriere della Sera, 5 gennaio 2026 Sale il bollettino dei morti e delle violenze mentre le autorità cercano di mostrarsi comprensive con le richieste e le frustrazioni dei commercianti. Gli iraniani e le iraniane conoscono a memoria le strategie della Repubblica islamica per dirottare la realtà. Non si stupiscono quando Ahmad Reza Radan, il comandante delle forze di polizia, racconta alla televisione di Stato che “nelle ultime due notti sono iniziati gli arresti mirati di leader che incitavano il popolo”. Secondo Radan questi aizzatori di masse avrebbero confessato di aver ricevuto “dollari” per creare scompiglio. “Le dichiarazioni sotto torchio sono un classico”, scrive Samira, da Shiraz. Come sempre, la narrazione è orchestrata dalla Guida suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, che nei giorni precedenti si è fatto sentire via post su X, social proibito ai suoi cittadini. Il canovaccio: comprendiamo la frustrazione dei commercianti; faremo il possibile per risolvere i problemi economici che affliggono il Paese; non provate a politicizzare le manifestazioni già infiltrate da agenti esterni (israeliani e americani). E poi: minacce al nemico che minaccia (Donald Trump). All’ottavo giorno di proteste partite dai “bazaari” di Teheran, contro l’inflazione e il carovita alle stelle, arriva un altro bollettino di sangue: sarebbero sedici le persone uccise, tra cui un membro delle forze di sicurezza. Qualcuno dice diciotto. Decine i feriti, molti colpiti al volto. Sui media iraniani, sui profili social di attivisti ed esperti, si elencano nomi di paesi, quartieri, vie, incroci, ponti. Mappe dettagliate per monitorare una rivolta che non ha ancora le dimensioni di quella precedente - quella del 2022, nata nel nome di Masha Jina Amini - ma che si è già estesa a oltre 70 tra città e villaggi che finora erano rimasti estranei alle proteste. Si segnalano scontri nel centro di Teheran con le forze di sicurezza dispiegate intorno al Gran Bazar, al centro commerciale Alaeddin e a quello di Charsou. Scontri a Marvdasht, nella provincia di Fars. Cariche e attacchi con lacrimogeni. Cassonetti a fuoco, barricate, ronde intorno alle università. Internet che singhiozza. Arriva la storia di Saghar Etemadi, 22 anni. Le guardie le sparano agli occhi e secondo alcuni attivisti muore in ospedale. Qualche ora prima aveva scritto su Instagram: “Ho paura che uccideranno molti altri di noi, e comunque niente cambierà”. La coraggiosa marcia degli iraniani si muove mentre in sottofondo Trump cattura il dittatore venezuelano Nicolás Maduro. Fuori e dentro il Paese ci si chiede se il presidente americano voglia mettere le mani anche sui signori della Repubblica islamica, visto le minacce postate poche ore prima di fare atterrare a Caracas gli elicotteri della Delta Force. Come nella Guerra dei 12 giorni con Israele, c’è chi fa il tifo perché succeda, c’è chi invece crede che solo una rivoluzione interna possa smantellare la dittatura. Gli esperti, però, gelano gli entusiasmi: l’Iran non fa parte del “giardino di casa” degli Stati Uniti, è un Paese lontano e con una struttura di potere ben diversa da quella venezuelana. Un raid americano non garantirebbe la fine della teocrazia costruita su strutture molto radicate e tentacolari, come le Guardie della Rivoluzione (i pasdaran). E, pronto all’appello, potrebbe esserci un ayatollah di ricambio disposto ad aumentare la repressione. Col riempirsi delle strade e delle piazze, le gerarchie del regime provano a spegnere la rivolta a colpi di promesse: più soldi stampati, indennizzi per i prezzi alle stelle, un paio di ministri sulla graticola. Il falco Mohammad Ghalibaf, leader del Parlamento, addossa il disastro economico alle “mollezze” del presidente cosiddetto riformista Masoud Pezeshkian che ribatte scaricando sugli oltranzisti il gelo sul nucleare con gli Stati Uniti, causa principale dell’aggravamento delle sanzioni. Il principe in esilio Reza Pahlavi elogia i manifestanti. E Netanyahu si sente vicino al popolo iraniano che sembra “stia riprendendo in mano il proprio destino”. Mentre lo dice, a Teheran srotolano su un palazzo un manifesto gigantesco con stampata l’immagine di decine di bare ricoperte da bandiere israeliane e americane. Sopra, una scritta: “Attenti ai vostri soldati”.