Responsabilità, sicurezza e speranza nella proposta di indulto “differito” Avvenire, 4 gennaio 2026 Elaborata da magistrati e giuristi. La soluzione ai problemi carcerari in una prospettiva di accompagnamento. La drammaticità della situazione carceraria impone soluzioni nuove, originali e realistiche, raccogliendo gli appelli accorati di Papa Francesco, di Papa Leone, del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ed il grido di dolore del mondo penitenziario. La proposta di un indulto “differito” maturata in seno al convegno “Il diritto alla speranza nel cinquantennale dell’Ordinamento penitenziario, nell’anno del Giubileo della Speranza e nel triduo del Giubileo dei Detenuti” intende coniugare responsabilità, sicurezza, speranza, clemenza e prevenzione. Un indulto “secco”, infatti, rischia di non risolvere i problemi ed aumentare le criticità, laddove un indulto “preparato ed accompagnato”, con la previsione di una efficacia differita di tre/sei mesi, consentirebbe l’attuazione del trattamento penitenziario del dimittendo e dell’assistenza post-penitenziaria. È fondamentale dunque dare continuità e consolidare il percorso riabilitativo avviato in carcere con la presa in carico fuori dal carcere da parte del servizio sociale dell’UEPE e l’inserimento nel circuito istituzionale del Consiglio di aiuto sociale, del Comitato per l’occupazione e degli Istituti di giustizia riparativa, con il coinvolgimento delle competenze istituzionali e finanziarie degli Enti pubblici territoriali, della Cassa delle Ammende e delle risorse aggiuntive del terzo settore mediante l’offerta di posti di lavoro, di borse-lavoro, di corsi di formazione professionale, di progetti di serio volontariato, di percorsi di riparazione, mediazione e riconciliazione, in un’ottica di giustizia di comunità. Ciò fa sì che l’alternativa al carcere non sia il degrado personale, familiare ed ambientale seguito dalla recidiva con il ritorno in carcere, ma il progetto di restituzione sociale con la conquista meritata della vera libertà. Illustrando nel maggior dettaglio il significato ed il contenuto della proposta, occorre specificare che l’indulto “differito”, in quanto tale “preparato ed accompagnato”, sia altresì rinunciabile da parte dell’interessato (secondo il principio generale ed al fine di evitare la brusca interruzione di percorsi penitenziari e/o di esecuzione penale esterna), con la previsione di reati ostativi (la cui individuazione non può che rimettersi interamente alle scelte di politica legislativa) e della clausola di ostatività della sottoposizione a misure di sicurezza detentive. In particolare, la funzione della preparazione derivante dal termine iniziale differito permetterebbe la piena realizzazione del trattamento del dimittendo ai sensi dell’art. 43 Ord. Pen. (nella prassi ordinaria sempre trascurato) e consentirebbe al Magistrato di sorveglianza una verifica giudiziale della pericolosità sociale residua (anche con il mantenimento o la revoca della misura di sicurezza che sia stata applicata in sede di cognizione, con la stessa applicazione ex novo della misura di sicurezza, ove necessario, ai sensi dell’art. 205 c.p. e con l’eventuale trasformazione della misura di sicurezza detentiva in libertà vigilata ai sensi dell’art. 230 c.p.). In secondo luogo, la funzione dell’accompagnamento permetterebbe il pieno dispiegarsi dell’assistenza post penitenziaria (pure tradizionalmente negletta) prevista dall’art. 46 Ord. Pen. e dall’art. 88 Reg. Pen. e dei relativi interventi, momento cruciale ai fini del contrasto alla recidiva ed alla criminalità organizzata che la presente proposta di indulto mira a focalizzare ed a valorizzare nella sua centralità nel quadro dell’ordinamento vigente. Nello storico messaggio alle Camere dell’8.10.2013 del Presidente Giorgio Napolitano sulla questione carceraria dopo la sentenza Torreggiani si invocava proprio un “indulto accompagnato”: “Ritengo necessario che - onde evitare il pericolo di una rilevante percentuale di ricaduta nel delitto da parte di condannati scarcerati per l’indulto, come risulta essere avvenuto in occasione della legge n. 241 del 2006 - il provvedimento di clemenza sia accompagnato da idonee misure, soprattutto amministrative, finalizzate all’effettivo reinserimento delle persone scarcerate, che dovrebbero essere concretamente accompagnate nel percorso di risocializzazione”. Si aggiunga, inoltre, che l’indulto, istituto di rango costituzionale, non può essere aprioristicamente delegittimato in quanto tale, ma va reso funzionale al circuito ordinamentale ordinario ed al bisogno di sicurezza della collettività. A seconda della scelta dell’entità dell’indulto (rimessa alla politica legislativa) varierà l’impatto sul sovraffollamento e sul tempo in cui il sistema penale, processual-penale e penitenziario potrà respirare per riprogettare e mettere in campo le necessarie misure strutturali al fine di evitare il riprodursi dei fenomeni degenerativi attuali e di prevenire possibili nuove condanne in sede europea. Come scrisse il Beato Padre Pino Puglisi, Martire della mafia, nella sua lettera di Natale agli amici del quartiere Brancaccio di Palermo detenuti presso il carcere Ucciardone: “...e vorremmo che, quando sarete finalmente liberi, questo contatto continui nel centro di accoglienza, perché riteniamo che, incontrandoci e parlandoci, si possano creare le condizioni di spirito per vivere con quella serenità necessaria per affrontare in maniera diversa le difficoltà della vita. Serenità che porterebbe senz’altro la pace oltre che a voi, anche alle vostre famiglie”. Simone Alecci Sergio Belardinelli Umberto Curi Cesare Di Pietro Luciano Eusebi Antonietta Fiorillo Fabio Gianfilippi Rossella Giazzi Cosimo Giordano Filippo Giordano Franco Maisto Luigi Manconi Pasquale Mangoni Nicola Mazzamuto Massimo Naro Gianni Pavarin Bernardo Petralia Carlo Renoldi Bartolomeo Romano Mario Serio Nunziante Rosani Gianni Rossi Vittorio Trani Carceri, la conta che non si ferma: suicidi, rivolte e un sistema al limite di Ferdinando Terlizzi cronacheagenziagiornalistica.it, 4 gennaio 2026 Alessandria, Udine, Biella: fine anno di morte e fiamme, sovraffollamento medio al 138,5% e 79 suicidi nel 2025. Ma il dato “balla” tra fonti diverse, e racconta comunque la stessa emergenza. Suicidi in cella, la pena che diventa abbandono: perché nelle carceri italiane si muore così Il caso di Alessandria e i roghi di Udine e Biella sono la fotografia di un sistema penitenziario saturato: troppe persone, troppa fragilità psichica, servizi insufficienti e una prevenzione che arriva tardi. Il confronto europeo (Consiglio d’Europa - Space) mostra che l’Italia viaggia su livelli di suicidio in carcere superiori alla mediana continentale. L’ultima notte: asfissia in cella e allarme inutile - Il racconto delle Agenzie è crudo e, proprio per questo, utile: un uomo di 40 anni, un sacchetto di nylon, il gas del fornellino da campeggio. L’allarme degli altri detenuti, l’intervento immediato, il medico. Eppure non basta. Quella morte diventa un numero in più in una serie già impressionante. Sul totale annuo, a fine 2025 si registra però una forbice: diverse fonti parlano di 79 suicidi, mentre nel testo Ansa si parla di 80° suicidio. La differenza non è un dettaglio: dipende spesso da tempi di registrazione, classificazione del decesso (suicidio, cause da accertare) e aggiornamenti successivi dei registri. Un esempio, documentato, riguarda proprio le oscillazioni iniziali nelle classificazioni del Dap su eventi a cavallo d’anno. 79 o 80, la sostanza non cambia: la soglia dell’emergenza è stata superata da mesi. Non solo suicidi: la miccia delle rivolte e il fattore “fuoco” - Udine e Biella, due episodi di incendio e devastazione “contenuti” dal personale. Sono fatti che parlano lo stesso linguaggio del suicidio: disperazione, perdita di controllo, fragilità psichiatrica, ambienti sovraffollati dove basta poco perché un gesto individuale diventi rischio collettivo. L’incendio, in carcere, è un moltiplicatore: fumo, panico, intossicazioni, evacuazioni improvvisate. Anche quando “va bene”, lascia dietro di sé feriti, reparti inagibili, tensione più alta e personale ancora più sotto pressione. I numeri del 2025: sovraffollamento e fragilità come terreno di coltura - Il bilancio di fine anno di Antigone mette in fila dati che, letti insieme, spiegano perché i suicidi non siano “episodi” ma un indicatore strutturale. Al sovraffollamento si somma un dato che nel tuo estratto Ansa è lampante: la presenza di detenuti con problemi psichici accertati, spesso con precedenti gesti autolesivi o incendiari. È un punto su cui Antigone insiste da tempo: il carcere intercetta una quota crescente di persone con dipendenze, doppie diagnosi, disturbi psichiatrici, e lo fa in strutture che non riescono a garantire continuità terapeutica e sorveglianza clinica adeguata. Perché ci si uccide in carcere: i fattori “classici” e quelli italiani - In criminologia e sanità penitenziaria, i fattori di rischio sono noti; il problema è che in Italia tendono a presentarsi insieme: Sovraffollamento e promiscuità: stress cronico, conflitti, assenza di spazi di decompressione; Isolamento e “shock detentivo”: soprattutto nelle prime settimane e nei passaggi critici (provvedimenti disciplinari, dinieghi, lutti); Salute mentale e dipendenze: diagnosi non intercettate o non trattate con continuità; Personale insufficiente: meno osservazione, meno ascolto, meno intervento precoce; Detenzione preventiva: la quota di persone non ancora definitive amplifica ansia e incertezza. Sul legame tra caratteristiche del sistema (in primis sovraffollamento) e eventi autolesivi, la letteratura scientifica recente sul caso italiano conferma che ridurre il sovraffollamento riduce gli eventi critici. Per il raffronto internazionale, il riferimento più solido in ambito europeo è SPACE (Consiglio d’Europa), che pubblica anche i dati su decessi in carcere e suicidi: l’Italia è sopra la mediana europea e dentro un’area di criticità che in Europa riguarda soprattutto i sistemi dove si sommano sovraffollamento, fragilità psichica e risorse insufficienti. E fuori dall’Europa? Il quadro globale: un problema strutturale, non “italiano” - A livello mondiale, le meta-analisi basate su dati ufficiali e report istituzionali confermano che il suicidio in carcere è un fenomeno diffuso e sistemico, con decine di migliaia di casi censiti in più giurisdizioni nel lungo periodo. Nel Regno Unito (Inghilterra e Galles), ad esempio, documenti parlamentari mostrano come il tasso per 10.000 detenuti abbia avuto oscillazioni significative e resti un indicatore sensibile della “temperatura” del sistema (salute mentale, regime custodiale, densità). Che cosa sta facendo lo Stato (e perché non basta “solo” costruire nuove celle) - Nel 2025 il governo ha annunciato piani per aumentare i posti e ricorrere di più ad alternative per persone con dipendenze e a misure di alleggerimento per fine pena: interventi che rispondono a un dato banale ma decisivo, cioè che il sistema “scoppia”. Ma l’esperienza comparata insegna che la capienza è necessaria ma non sufficiente: senza un presidio clinico reale (psichiatria, dipendenze, continuità terapeutica), senza osservazione multidisciplinare e senza personale adeguato, il rischio suicidario resta alto anche in strutture nuove. La morte di Alessandria e i roghi di Udine e Biella non sono notizie separate. Sono capitoli dello stesso romanzo civile: quando il carcere diventa contenitore di fragilità senza strumenti, la pena smette di essere “custodia” e si trasforma in abbandono. Carceri, la denuncia dell’Osapp: “238 morti di malasanità penitenziaria nel 2025” torinoggi.it, 4 gennaio 2026 “Il dato più allarmante sulle carceri italiane è che parliamo di 238 morti riconducibili alla malasanità penitenziaria in un solo anno, di cui 79 per suicidio. Una situazione che nulla ha a che vedere con le responsabilità della Polizia Penitenziaria”. Lo dichiara Leo Beneduci, segretario generale dell’Osapp, commentando i dati relativi alla mortalità e al numero oscuro dei fantomatici ricoveri urgenti nelle carceri italiane. Secondo Beneduci, la narrazione pubblica continua a “ripetere lo stesso errore”, ovvero associare automaticamente ogni morte in carcere alle responsabilità del personale di Polizia. “È un’equazione sbagliata - afferma - perché la presa in carico clinica, psichiatrica e farmacologica dei detenuti è competenza esclusiva della sanità pubblica presso gli istituti di pena”. Il leader dell’Osapp sottolinea che spetta ai servizi sanitari valutare il rischio suicidario, stabilire l’idoneità alla permanenza in istituto, gestire farmaci, diagnosi e terapie, definire protocolli e urgenze cliniche. “È la sanità che deve prevenire, intercettare e curare - prosegue Beneduci - ma troppo spesso assistiamo ad un uso improprio della formula prevista dall’ordinamento dell’”imminente pericolo di vita”, che consente il trasferimento immediato in ospedale dove però il codice rosso applicato dal medico penitenziario sbiadisce immediatamente in tinte chiare. Questo è procurato allarme e spreco di risorse”. Il fenomeno, spiega il segretario generale del sindacato produce migliaia di accessi ospedalieri o ricoveri urgenti ogni anno, i primi spesso effettuati senza medico a bordo e senza prescrizione dell’accompagnamento con mezzo dell’amministrazione, con un impatto significativo sia sugli ospedali sia sull’organizzazione interna degli istituti di pena. L’amministrazione penitenziaria, aggiunge Beneduci, “tollera tutto questo: che i poliziotti facciano gli infermieri, che i furgoni destinati alle udienze in tribunale diventino ambulanze di fatto, sottraendo personale e mezzi ai compiti istituzionali. Mezzi nati per il trasporto detenuti vengono quotidianamente riconvertiti in veicoli di emergenza, senza attrezzature, senza personale sanitario e senza alcuna delle garanzie previste per un soccorso vero”. “Gli ospedali vengono intasati da urgenze che non sono tali - osserva - mentre la Polizia Penitenziaria deve impiegare personale sottratto ai servizi essenziali del carcere per garantire la sicurezza durante i trasferimenti. Tutto questo comporta costi elevati per l’erario e rischi operativi per il personale”. Beneduci segnala inoltre che “non è raro che alcuni detenuti simulino malori per ottenere un trasferimento in ospedale, trasformando l’uscita in una sorta di gita, talvolta per incontrare familiari avvisati con telefoni cellulari illegali o per farsi prescrivere farmaci oppiacei”. Beneduci evidenzia, inoltre, che, quando il sistema sanitario “non vede, non cura e non protegge”, la responsabilità ricade comunque sulla Polizia Penitenziaria. “È come accusare il parafulmine per il fulmine che lo attraversa- afferma - perché il Corpo garantisce ordine e sicurezza, esattamente come fanno Carabinieri, Polizia di Stato e Guardia di Finanza. Non è un reparto ospedaliero, né un servizio psichiatrico”. “I dati parlano chiaro - conclude -: la malasanità penitenziaria è la causa principale dei decessi in carcere, mentre alla Polizia Penitenziaria continua a essere attribuita una responsabilità che non le compete”. L’appello di Beneduci è alla premier Giorgia Meloni e al Guardasigilli Carlo Nordio a che intervengano immediatamente sull’Amministrazione penitenziaria centrale - il Dap anche attraverso i provveditorati regionali, del tutto assenti alla soluzione del problema, si attivino presso le Regioni per il rimborso delle spese sostenute per i trasporti in ospedale e l’emanazione di una direttiva che stabilisca che i detenuti escano solo su ambulanze con medici a bordo”- “Qualora non si provveda con la necessaria tempestività - conclude il sindacalista - il bilancio delle morti in carcere alla fine del corrente 2026 non potrà che essere peggiore di quello dell’anno appena trascorso”. Carcere fuori legge: tra sovraffollamento, repressione e speranze tradite di Italo Di Sabato* ilgiornaledelmolise.it, 4 gennaio 2026 La fine del 2025 consegna al sistema penitenziario italiano un nuovo simbolo della sua crisi profonda: l’autorizzazione all’uso dello spray urticante da parte della polizia penitenziaria. Uno strumento che i sindacati definiscono di difesa, ma che molti osservatori considerano l’ennesimo tassello di una deriva repressiva nei confronti delle persone detenute. Il via libera è arrivato con un provvedimento firmato a fine anno da Stefano Di Michele, capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap). Una decisione che si inserisce in un quadro già segnato da sovraffollamento cronico, carenza di personale e compressione sistematica dei diritti fondamentali. I numeri fotografano un’emergenza ormai strutturale. Al 30 novembre 2025, nelle carceri italiane erano recluse 63.868 persone a fronte di circa 45.000 posti realmente disponibili: quasi 18.000 detenuti in più rispetto alla capienza effettiva. In Molise il rapporto è persino più drammatico, con 427 persone recluse per 269 posti. Tra i detenuti si contano 2.772 donne e 20.211 stranieri; in Molise gli stranieri sono 79. Una situazione che non migliora, nonostante gli annunci politici, e che continua a produrre effetti devastanti sul piano umano, giuridico e sociale. C’è però un aspetto di questo disastro umanitario e civile su cui si riflette ancora troppo poco e che dovrebbe preoccupare chiunque abbia a cuore lo Stato di diritto: il sovraffollamento non è solo un problema logistico, ma una forma di maltrattamento. È negazione dei diritti umani basilari e della dignità personale. Vivere stipati, senza spazi, senza attività, senza cure adeguate, significa subire una violenza quotidiana che segna il corpo e la mente. Questo meccanismo produce un effetto perverso: il detenuto, anziché essere accompagnato a una riflessione critica sul reato commesso e a un percorso di responsabilizzazione, è spinto a percepirsi come vittima di un’ingiustizia continua. La pena perde così ogni significato rieducativo e viene vissuta esclusivamente come punizione ottusa e incomprensibile. Il tempo della detenzione non diventa tempo di cambiamento, ma tempo di difesa e sopravvivenza. Le istituzioni vengono percepite come un nemico che tenta di annientare l’identità psicofisica della persona detenuta, non come un riferimento di legalità e reintegrazione. Questo maltrattamento strutturale non solo viola apertamente l’articolo 27 della Costituzione, ma espone l’Italia a continue condanne internazionali: dal Comitato europeo per la prevenzione della tortura alla Corte di Strasburgo, alla Cedu, fino alle denunce di organizzazioni umanitarie come Amnesty International e Medici Senza Frontiere. Soprattutto, alimenta un’altissima percentuale di recidiva. Da condizioni di non-vita non può che uscire un individuo peggiore, che potrà arrivare a giustificare nuovi reati anche come forma di rancore e vendetta per ciò che ha subito in carcere. Il paradosso è che il sistema continua a riempirsi senza alcuna strategia credibile di deflazione. In assenza delle riforme strutturali più volte richiamate, ogni mese entrano in carcere mediamente circa 1.000 nuove persone. Un semplice calcolo aritmetico dimostra l’insostenibilità del modello: il ritmo di ingresso dei cosiddetti “nuovi giunti” è immensamente più rapido rispetto a quello necessario per costruire nuovi istituti penitenziari. Il risultato è che le carceri sono già oggi sovraffollate “sulla carta” e, continuando così, nel giro di tre anni la popolazione detenuta potrebbe superare abbondantemente le 100.000 unità. Eppure, le alternative esistono. Dei 63.868 detenuti presenti in Italia, 9.714 sono in attesa di primo giudizio e 47.813 hanno una condanna definitiva. Il 38% delle persone recluse ha una pena residua inferiore ai tre anni, e il 12,6% addirittura inferiore all’anno: soggetti che potrebbero accedere a misure alternative alla detenzione. Misure che non significano impunità o incertezza della pena, ma una modalità diversa e più efficace di scontarla, capace di produrre sicurezza reale grazie a tassi di recidiva enormemente inferiori. Il carcere italiano, invece, continua a produrre sofferenza e morte. Il 2025 ha segnato ben 241 persone decedute in carcere, di cui 80 per suicidio. Molti erano giovani o giovanissimi. Un dato che racconta meglio di qualsiasi slogan lo stato di abbandono in cui versa il diritto alla salute dietro le sbarre. Neppure l’anno del Giubileo ha invertito la rotta. Le speranze accese dagli appelli di Papa Francesco si sono infrante contro una visione carcerocentrica che continua a considerare la privazione della libertà come risposta primaria a ogni conflitto sociale. Ancora più allarmante è la situazione delle carceri minorili: con il Decreto Caivano il numero dei giovani detenuti è aumentato fino a circa il 50% in più rispetto al passato. Molti ragazzi vengono trasferiti nelle carceri per adulti al compimento dei 18 anni, interrompendo bruscamente percorsi educativi e vanificando ogni possibilità di recupero. In questo quadro, amnistia e indulto non appaiono come atti di debolezza, ma come strumenti costituzionali di buon governo. Provvedimenti necessari per affrontare il sovraffollamento carcerario e l’enorme arretrato dei procedimenti penali, che da decenni il Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa definisce incompatibili con i principi di uno Stato di diritto. Una giustizia che arriva troppo tardi è una giustizia negata, tanto per le vittime quanto per i rei. Negare il problema o criminalizzare chi propone soluzioni non ne cancellerà la verità. Lo dimostra anche l’assemblea nazionale convocata per il prossimo 6 febbraio a Roma da un ampio fronte di associazioni, movimenti e operatori del settore. Sarà un’occasione importante per ascoltare non solo volontari e garanti, ma soprattutto chi lavora ogni giorno nelle carceri: agenti, educatori, insegnanti, sanitari. Tutti accomunati dalla stessa consapevolezza: così non si può andare avanti. Resta la speranza - da incarnare e non solo da proclamare - che il nuovo anno segni un’inversione di rotta. Perché il carcere, così com’è oggi, non è solo un fallimento del sistema penale. È una ferita aperta nella democrazia. *Coordinatore Osservatorio Repressione Piano sicurezza del Governo, scetticismo del Pd. Il M5S: “Aspettiamo e speriamo” di Virginia Piccolillo Corriere della Sera, 4 gennaio 2026 Conte: bocciate le nostre proposte, basta spot. Serracchiani: finora sorpresi in negativo. “Aspettiamo. E speriamo”. Il leader M5S Giuseppe Conte sintetizza così la risposta delle opposizioni all’idea del governo di rilanciare sulla sicurezza chiedendo la collaborazione delle forze di minoranza, viste le critiche ricevute sul tema. Il piano, anticipato ieri dal Corriere, prevede la riedizione, in chiave amministrativa, di norme contro la criminalità, soprattutto giovanile, che erano state stoppate sul piano penale, con la novità che anche i genitori potrebbero essere chiamati in causa per i comportamenti illegali dei minori. Tanto che ieri la Lega ne ha rivendicato la paternità: “Il nuovo disegno di legge sicurezza, con norme anti maranza e di contrasto alle baby gang, contiene proposte fortemente volute dalla Lega, molte presentate due mesi fa”. Ma nessuno intende offrire deleghe in bianco al governo. “Leggiamo sul Corriere che al penultimo anno di governo Meloni si sarebbe ricordata di presentare un piano per la sicurezza nelle città in Parlamento, dopo che abbiamo alzato la voce. Buongiorno!”, scrive Conte su Facebook. “Aspettiamo senza pregiudizi misure davvero utili ai cittadini, non spot e misure inutili come quelle viste finora, servite solo a scoraggiare e punire manifestazioni del dissenso dei cittadini”, dice. E sottolinea la bocciatura di “tutte le nostre proposte per aumentare presidi di sicurezza, dai fondi per i protocolli fra Prefettura e Comuni, alla procedibilità d’ufficio per non lasciare impuniti ladri e borseggiatori, fino agli investimenti sulle forze dell’ordine sotto organico mentre buttano quasi 1 miliardo e mandano i nostri agenti in Albania”. Cautela anche dal Pd. “Siamo aperti a una discussione che non sia meramente repressiva” risponde la responsabile dem giustizia Debora Serracchiani. Che ha co-presieduto un tavolo sicurezza a Bologna - sono stati in particolare i sindaci, in casa dem, a pressare sulla sicurezza - dove è emersa la necessità di interventi incisivi soprattutto contro i reati predatori e le gang di giovani e giovanissimi. “La repressione da sola non serve, lo abbiamo visto con il decreto Caivano che ha riempito di minori gli istituti penitenziari, togliendo loro la messa alla prova anche per reati di lieve entità, parte che la Consulta ha poi bocciato. E dal carcere non si esce migliori”. Allora su cosa si può convergere? Lei aveva presentato una pdl contro la vendita online di coltelli ai minori, lasciata cadere. “Serve prevenzione, formazione e informazione”, afferma. Carlo Calenda (Azione) lo dice chiaro: “Vediamo cosa ci proporrà il governo, ma se si tratta di inventare nuovi reati, dopo i 49 già creati, siamo contrari. La sicurezza la fanno più carabinieri in giro. Assumiamone diecimila e facciamo formazione, noi ci stiamo”. Il testo predisposto dal Viminale non è ancora stato valutato dal ministero della Giustizia. La Lega rivendica di aver già proposto alcune misure che sarebbero previste nel ddl, come “la riduzione dei ricongiungimenti familiari dei migranti, l’allontanamento e rimpatrio volontario più veloce ed efficace dei minori stranieri non accompagnati pericolosi, l’estensione dell’ammonimento del questore nei confronti dei 12-14enni con il coinvolgimento dei genitori, la tutela processuale per le forze di polizia, l’aumento delle pene per i furti e il superamento della legge Cartabia per contrastare i borseggi”. Questo punto, superare l’obbligo di querela di parte per reati prima procedibili d’ufficio, è il più condiviso. L’M5S Cafiero De Raho ha presentato un ddl per modificarlo. Ma va negoziato con Bruxelles, giacché era stata presentata come norma che accelerava la giustizia per ottenere i fondi Pnrr. Accordo possibile anche sulle sanzioni amministrative per i genitori di minori che delinquono, dal ritiro della patente al passaporto. Tutti però attendono un testo da valutare. “Finora - dice Serracchiani - siamo stati sorpresi negativamente”. Pietro Grasso: “La democrazia non è il bottino della maggioranza di turno, rischia di svuotarsi” di Fabio Martini La Stampa, 4 gennaio 2026 L’ex presidente del Senato: “La Repubblica nata dal patto tra avversari. Oggi ci si insulta sui social e i cittadini reagiscono disertando le urne”. Nei suoi primi 80 anni, la Repubblica ha vissuto eventi memorabili, momenti spartiacque che hanno segnato un prima e un dopo, come il maxi-processo a Cosa nostra di 40 anni fa, che è stato evocato dal Capo dello Stato nel messaggio di fine anno e che Pietro Grasso, protagonista come giudice a latere, storicizza così: “Oggi nel governo del Paese c’è una certa retorica sovranista e autocelebrativa sull’Italia tornata sulla ribalta internazionale. Quarant’anni fa il maxi-processo mostrò al mondo che uno Stato democratico può affrontare un potere criminale con uno sforzo corale - governo, Parlamento, magistratura, cittadini - senza rinunciare alle regole e senza affidarsi a leggi speciali. Nell’anniversario per gli 80 anni della Repubblica proprio questo sarà il punto delicato: c’è una tendenza oramai evidente a ridurre i controlli, a scoraggiare la responsabilità e a considerare la legalità un intralcio anziché un valore”. Classe 1945, siciliano, Pietro Grasso è stato il giudice a latere del maxi-processo del 1986-87, poi Procuratore nazionale antimafia, in anni più recenti presidente del Senato, oggi presidente della Fondazione Scintille di futuro e autore di un libro “U Maxi”, in uscita a febbraio per Feltrinelli. La prima pagina nella storia della Repubblica “chiama” l’attualità: nel 1947, dopo aver scritto parte della Costituzione, socialisti e comunisti furono costretti all’opposizione e anziché fare le vittime, concorsero al completamento della Carta. Oggi, anziché la convergenza costituente, non si cerca da ogni parte politica la differenza a tutti i costi? “Quello spirito costituente di maggioranza e opposizione nasceva da una consapevolezza lucidissima: la democrazia non si regge se è pensata come bottino per la maggioranza di turno. I costituenti capirono che la Costituzione doveva rappresentare una casa comune, con un’idea alta della politica: saper distinguere conflitto politico e fondamenti istituzionali. Oggi, ma non da oggi, quella distinzione spesso salta. Perché si piegano le istituzioni alla contesa piuttosto che a proteggerle. piuttosto che a proteggerle. Oggi si passa il tempo ad insultarsi sui social. Ma attenzione: se lo spirito costituente diventa ostacolo da aggirare, la Repubblica resta formalmente in piedi ma si svuota dall’interno, si allontana dal sentire comune dei cittadini. Che reagiscono: disertando le urne”. Nella sua ricognizione il presidente Mattarella ha citato due soli nomi, Borsellino e Falcone. Ma un consuntivo di 80 anni di magistratura non deve fare i conti con i primi 40 anni, vissuti tra “porti delle nebbie” e sudditanze e gli ultimi 20 di magistratura associata che ha gestito il potere come un mercato tra le correnti? “Questo bilancio va fatto senza reticenze. La magistratura, come ogni potere della Repubblica, ha conosciuto stagioni diverse, non tutte all’altezza del proprio ruolo costituzionale. Nei primi decenni, che in parte ho vissuto da giovane magistrato, ci sono stati conformismi, difese di un sistema di potere, persino forme di sudditanza ma poi c’è stata la svolta di quei tanti magistrati che hanno capovolto quell’iniziale conformismo. Con la lotta alla mafia, al terrorismo, alla corruzione. Spesso mettendo a rischio la propria vita. Recentemente, una parte della magistratura associata ha confuso la funzione di garanzia con dinamiche di potere, con logiche correntizie, con opacità che hanno fatto male anzitutto alle istituzioni della magistratura e negarlo, significa non aver imparato nulla dalla storia. Ma la risposta a questi errori non può essere la delegittimazione della magistratura nella sua autonomia”. Nessuno è stato finora in grado di dimostrare in modo chiaro che le norme governative sulla giustizia prefigurino “pieni poteri” per l’esecutivo… “Credo che con la normativa sottoposta a referendum si andrebbe ben oltre un’incrinatura. La separazione delle carriere, così come viene proposta, rompe l’architettura della Costituzione e rende la magistratura più esposta al potere esecutivo. Per questo ritengo che il “no” al quesito referendario sia un sì alla difesa della Costituzione. L’indipendenza dei giudici non è una tutela corporativa, non è un privilegio ma una garanzia per i cittadini, soprattutto per i più deboli. Smontare questa indipendenza significa colpire l’equilibrio tra i poteri disegnato dalla Costituzione. Ogni volta che si riduce l’autonomia della giurisdizione non si correggono gli abusi ma si apre uno spazio per più gravi squilibri per la democrazia. Anche perché - e questo è il punto delicato - ci sono anche altri segnali”. Nel senso che l’ottantesimo della Repubblica potrebbe essere ricordato come l’inizio di una stagione segnata dalla “rivincita” di chi la Costituzione non l’ha scritta? “L’abolizione dell’abuso d’ufficio e l’indebolimento della Corte dei Conti vanno nella stessa direzione: ridurre controlli, scoraggiare la responsabilità e considerare la legalità un intralcio anziché un valore. Scelte che contrastano con la cultura costituzionale della nostra Repubblica e su questo non si può restare neutrali. Se elimino il controllo della Corte dei conti e della magistratura sui favoritismi, cosa resta? Senza controlli resta il singolo con la sua etica personale e collettiva. Può bastare?”. A proposito di etica collettiva: Borsellino e Falcone sono stati due magistrati valentissimi e coraggiosi ma nella loro missione di servitori dello Stato, non furono incompresi dallo Stato stesso, quello legale, non quello dell’area grigia? “Concordo col presidente Mattarella: la gratitudine per Falcone e Borsellino non basterebbe mai. Loro non appartengono solo alla storia della lotta alla mafia, ma alla storia costituzionale della Repubblica. Hanno reso concreti principi e valori che rischiavano di restare astratti. Il senso dello Stato, il senso del dovere, l’eguaglianza davanti alla legge, l’indipendenza della magistratura. Continuano a chiederci che lo Stato sia ancora credibile su quei valori: il richiamo alla legalità non può valere ad intermittenza. Non a caso il fumetto per ragazzi che sto portando nelle scuole. Ho voluto che si intitolasse “Da che parte stai?”, proprio per sottolineare che è una scelta quotidiana”. Oggi, con una certa retorica da “anno zero”, si ripete che l’Italia ha riconquistato prestigio internazionale: per la reputazione del Paese quanto ha pesato il maxiprocesso? “Come Procuratore antimafia sono stato in tanti Paesi, dove si era cercato di risolvere il problema criminale con operazioni di polizia su larga scala, senza garanzie per le persone. Ma allora - in Italia, in Sicilia - dimostrammo che i processi si fanno con un preciso impianto probatorio. Abbiamo acquisito credibilità internazionale per la coerenza tra i valori proclamati e le pratiche reali. Mi domando: in questi anni abbiamo ripreso i rapporti con l’Egitto ma facciamo il possibile perché i responsabili dell’omicidio Regeni siano processati? Abbiamo fatto il possibile per far tornare Trentini in Italia? Quali passi ha fatto il governo dopo che il giudice italiano della Corte penale internazionale è stato condannato in contumacia dalla Russia? Non vorrei che il sovranismo e l’orgoglio si fermassero ai riconoscimenti dell’Unesco per la buona tavola”. Giordano: “Voto Sì perché in Ue è inconcepibile una magistratura non separata” di Valentina Stella Il Dubbio, 4 gennaio 2026 L’avvocato palermitano non ha dubbi: “Il processo accusatorio impone questa riforma”. Avvocato Stefano Giordano, qual è l’argomento più forte per votare Sì? “Questa riforma completa la svolta accusatoria voluta da Giuliano Vassalli. L’articolo 111 della Costituzione impone logicamente la separazione delle carriere: in un processo accusatorio PM e giudice devono essere strutturalmente distinti. Oggi appartengono a un unico corpo, condividono formazione, correnti. C’è una violazione delle disposizioni di attuazione del CPP: il PM dovrebbe stare allo stesso livello del difensore per la parità delle armi, ma in molte Corti d’Appello, compresa Palermo, e in Cassazione, il Procuratore Generale sta in un banco sovraordinato. Simbolicamente, questo dimostra la necessità della riforma. Il caso Palamara ha mostrato come questa promiscuità crei logiche di potere comuni. Mi chiedo: quando i magistrati sbandierano la Costituzione per difendere l’autonomia contro governi che non gradiscono, mostrano solo la copertina o leggono anche l’articolo 111 sulla parità delle armi? Altri articoli della Costituzione vengono violati regolarmente e su quelli si fa meno attenzione. Votando Sì la magistratura recupera la terzietà prevista dalla Costituzione”. Qual è invece l’argomento dei No che non condivide affatto? La presunta subordinazione del PM all’esecutivo: una falsità ripetuta con metodo goebbelsiano. La riforma garantisce l’autonomia della magistratura requirente con un proprio CSM. Falsa anche la tesi che il giudice verrebbe sottoposto alla politica: è vero il contrario, la politica è entrata nella magistratura attraverso il correntismo. I procuratori generali in Cassazione, un tempo più imparziali, oggi sostengono sempre più le ragioni della Procura. Cruciale è l’Alta Corte disciplinare: l’autodisciplina ha fallito. La riforma introduce professori universitari e avvocati, rendendo il giudizio sui magistrati più proporzionato e terzo. Questo vale per ogni professione: servono elementi terzi, altrimenti i giudizi interni sono troppo indulgenti. Lei patrocina anche dinanzi alle giurisdizioni sovranazionali. Si rintracciano nelle norme superiori ragioni per sostenere la separazione delle carriere? In Europa è quasi inconcepibile una magistratura non separata. La norma che accomuna PM e giudici è fascista e crea problemi rispetto all’articolo 6 CEDU. La Corte Europea richiede imparzialità sostanziale e formale: come può apparire imparziale chi era collega del PM? Penso a Davigo, prima PM poi presidente di Cassazione. L’ANM si è costituita in un comitato per il No, diventando partito politico. Come potrà non vedere gli avvocati del Sì come avversari? Il Sì risponde a questa cultura che identifica l’avvocato col crimine. Davvero fino ad ora il processo non ha avuto un giudice terzo e imparziale? No. Ho avuto tantissimi giudici terzi. Anzi, voglio precisare: ho trovato giudici coraggiosi che hanno saputo dire di no alle richieste dei PM in un periodo in cui i pubblici ministeri hanno avuto sempre maggiore risonanza mediatica e politica. Questo si è visto in processi importanti come la Trattativa e tanti altri che poi sono vacillati. Ci sono stati questi giudici, ma bisogna mettere il giudice in una posizione strutturalmente superiore alle parti. In questo senso va la riforma. Ma ci sono stati episodi di non terzietà. Nel processo Contrada l’ordinanza del GIP fu copia-incolla di quella del PM. Il rapporto PM-GIP lascia poco spazio all’autonomia. Gli annullamenti dal Riesame di Milano dimostrano come i GIP si appiattiscano sul PM. Quando mio padre denunciò questo rapporto malsano fu insultato da un magistrato. Non fu individuato allora, ma venne poi condannato nel caso Saguto per falso in atti giudiziari a 2 anni e 4 mesi. Non fu radiato: la Corte Costituzionale lo salvò. Il CSM gli inflisse due anni di sospensione e trasferimento a Torino, dove continuerà la carriera. Se fosse stato un avvocato? Tutti gli organi autodisciplinari dovrebbero essere revisionati introducendo terzietà. Alcuni suoi colleghi sostengono di non apprezzare il sorteggio ma di ingoiare il boccone pur di portare a casa la riforma. Lei che ne pensa? Il sorteggio è l’extrema ratio. Anch’io inizialmente lo avversavo. Ma è l’unico meccanismo che spezza l’influenza correntizia al CSM. Non è antidemocratico: è come la giuria popolare. Se un magistrato può decidere della libertà delle persone, può fare il consigliere del CSM. È la risposta a partiti interni che litigano su tutto tranne che sul dire No per non perdere potere politico. Come giudica invece dal punto di vista mediatico la campagna referendaria portata avanti dalla magistratura? È retorica politica deteriore, basata su slogan apocalittici e falsità sistematiche. L’ANM agisce come partito. Quando si critica la magistratura, si sente dire che si tenta di delegittimarla. Ma criticare non significa delegittimare: la critica è necessaria per migliorare. È la magistratura stessa che si autodelegittima trasformandosi in partito e non rispettando la separazione dei poteri. Si può essere d’accordo o contrari a una riforma, ma formare un comitato del No creerà forti tensioni anche umane. Dopo il referendum noi avvocati ci troveremo di fronte a magistrati che, in alcuni casi, potrebbero essere mal disposti perché siamo stati avversari politici. Questo non è il clima di dialogo che abbiamo sempre auspicato. Pensate alla strumentalizzazione di Falcone, citato per sostenere il No quando sosteneva il contrario. Trovo questa campagna insana. Da avvocato palermitano e con un padre giudice del maxiprocesso cosa può dirci del pensiero di Giovanni Falcone sul tema? Mio padre fu sempre contrario alla separazione. Ma quando era presidente della Corte d’Appello, vedendo le dinamiche interne - ricevette visite di PM che volevano indirizzare le assegnazioni - cambiò idea: si convinse che l’unica possibilità per la giustizia fosse la separazione. Quanto a Falcone, la sua posizione è stata strumentalizzata. Negli ultimi anni aveva compreso che un PM non può essere equidistante se appartiene allo stesso corpo del giudice. Una volta che la Costituzione ha scelto il modello accusatorio, dobbiamo realizzarlo compiutamente. Cervo: “Dico No perché questa riforma mette in pericolo i nostri giudici” di Valentina Stella Il Dubbio, 4 gennaio 2026 Il giudice di sorveglianza e dirigente Anm: “In pericolo l’indipendenza, non l’efficienza”. Paola Cervo, giudice di sorveglianza, componente della Giunta Esecutiva Centrale dell’Anm per AreaDg, il Governo ha scelto di non indire ancora la data del referendum. Come giudica questa mossa. “Come un atto costituzionalmente dovuto. C’è una raccolta di firme in corso. L’art. 138, co. 2, Cost. recita che le leggi sono sottoposte a referendum quando, entro tre mesi dalla loro pubblicazione, ne facciano domanda un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali. Nella prospettiva della Costituzione questo termine deve decorrere interamente, prima che il Governo possa decidere la data referendaria, perché è garanzia delle minoranze interessate a chiedere l’indizione del referendum raccogliendo le firme necessarie”. Molti cittadini non conoscono neanche la differenza tra giudice e pm. Come fargli capire la portata di questa riforma? Con le parole del ministro Nordio e della senatrice Bongiorno, che hanno affermato a chiare lettere che questa riforma non si propone di rendere più efficiente la giustizia; e ricorrendo di nuovo alle parole del ministro, che si è rammaricato della contrarietà alla riforma da parte delle opposizioni perché non capiscono che quando vinceranno le elezioni questa riforma gioverà a loro. Ma non è necessario padroneggiare la differenza tra giudice e pubblico ministero, per capire che l’indipendenza del potere giudiziario dalla politica costituisce patrimonio e garanzia di tutti i cittadini. Qual è l’aspetto che la preoccupa di più? Questa riforma è strabica. Tutti parlano del Pubblico Ministero ma pochi capiscono che ad essere in pericolo è il giudice, penale o civile che sia. La magistratura prefigura delle vere e proprie catastrofi se la riforma passasse. Ci può spiegare praticamente cosa accadrebbe ad un giudice? Più che catastrofismo è realismo. In primo luogo, al giudice penale non arriverà ciò che al PM sarà impedito di indagare. In secondo luogo, il giudice - penale o civile - sarà assoggettato ad un sistema disciplinare, così fortemente condizionabile dalla politica, che ne sarà inevitabilmente intimorito. Allo stato, la riforma Nordio non vieta che i togati siano minoranza, nei collegi disciplinari; e vieta ai magistrati di ricorrere in Cassazione contro l’eventuale condanna, poichè prevede che la sanzione possa essere impugnata solo dinanzi ad un diverso collegio della medesima Alta Corte. Ricordiamo ancora tutti a quali reazioni si sono trovati esposti - ad esempio - i giudici della protezione internazionale negli ultimi due anni: come si può pensare che il giudice sia sereno, se la riforma entrerà in vigore? Diversi suoi colleghi giudici in camera caritatis sostengono di temere il potere dei pm adesso, figuriamoci dopo la riforma. Ma giudici con la schiena dritta non faranno da argine al loro eventuale strapotere? I magistrati - requirenti e giudicanti - sono soggetti soltanto alla legge. Tuttavia la riforma Nordio nominalizza questa garanzia, e nel volgere di un tempo ragionevolmente breve questa nominalizzazione informerebbe di sé tutto il sistema. Non si può invocare la schiena dritta dei magistrati, in un sistema che ne pregiudica l’autonomia dalla politica. Osteggiate il sorteggio. Eppure il cittadino non può scegliersi il proprio giudice... Non è un accostamento pertinente. Il sorteggio dei componenti togati dei CSM costituisce una franca mortificazione del corpo elettorale - privato del diritto di elettorato attivo e passivo, unico caso in Italia - e dell’organo di rilevanza costituzionale. Nella prospettiva della riforma, il sorteggio serve a frantumare la componente togata, così che quella laica ne risulti più forte in seno ai due consigli superiori. In altre parole, il sorteggio serve ad attrarre un pezzo importante del sistema giudiziario nell’orbita della politica. Il giudice naturale precostituito per legge, invece, costituisce una garanzia. Affermando che nessuno può essere distolto dal giudice naturale, l’art. 25 della Carta tutela i cittadini dal rischio che il giudice che tratterà il loro caso venga designato o costituito ad hoc. Si tratta della stessa norma che afferma la riserva di legge in materia penale, e dialoga idealmente con la garanzia apprestata dall’art. 102 Cost, che vieta l’istituzione di giudici speciali. Inevitabile chiedersi come possa armonizzarsi l’istituzione dell’Alta Corte disciplinare, prevista per i soli magistrati ordinari, con l’art. 102 Cost., che la riforma Nordio non modifica. Secondo lei la magistratura ha commesso degli errori in questi decenni e ora ne paga il prezzo? Il prezzo di questa riforma lo pagherebbero i cittadini, privati di un preziosissimo bene collettivo quale l’indipendenza del potere giudiziario. La magistratura, dal canto suo, nonostante i suoi errori pagherebbe invece il prezzo della sua indipendenza e verrebbe “ricondotta”, per citare il sottosegretario Mantovano. Quanto ai suoi errori, non è certo denigrando o aggredendo la magistratura, che si crea il clima giusto per un’analisi obiettiva. Dopo il referendum tornerà il sereno con l’avvocatura? l magistrati non sono in lite con gli avvocati, né con alcun altro soggetto istituzionale. È però un dato di fatto che i sostenitori del SI usano talvolta toni esacerbati. Una parte dell’avvocatura ha compreso i pericoli della riforma e sosterrà il NO; ma dall’esterno l’avvocatura sembra suggestionata dallo strabismo genetico della riforma, che nasce ossessionata dal processo penale. Trovo invece irragionevole la convinzione che mortificare i pubblici ministeri e i giudici enfatizzerà il ruolo dell’avvocato, perché solo un giudiziario saldamente indipendente dalla politica consente all’avvocato di esercitare la sua alta funzione. Ma, al netto di certe intemperanze, spero che prevalgano la ragionevolezza ed il comune senso delle istituzioni, perché il giorno dopo il referendum, comunque vada, dovremo tornare in tribunale a fare udienza insieme. Esprimersi per il “No”, a difesa dei cittadini dal potente di turno di Roberto Rossi* L’Edicola del Sud, 4 gennaio 2026 Con il referendum sulla riforma “Nordio”, i cittadini sono chiamati a decidere sulla legge costituzionale. Votando “No” consente ai cittadini di difendere la Costituzione che significa garantire a tutti una magistratura libera. L’espressione di voto sia a favore che contro non deve essere intesa come una presa di posizione politica, ma una libera scelta che riguarda la tutela dei diritti costituzionali di tutti i cittadini. In primavera andremo a votare per un referendum, senza quorum, sulla legge costituzionale riforma Nordio. I cittadini decideranno se questa legge Costituzionale entrerà in vigore oppure no. Sembra giusto dire No. Un mio buon professore universitario mi diceva “Quando studi una legge chiediti a c’serve, quale è il suo scopo. Lo scopo della legge costituzionale lo chiarisce lo stesso Nordio in una intervista al Corriere della Sera 3 novembre 2025 quando afferma che “Cerchiamo di far recuperare alla politica quello spazio colmato dalla magistratura”. La legge serve, quindi, a ridurre l’autonomia dei magistrati. Ecco perché votare NO serve per difendere i diritti di tutti. Solo una magistratura libera potrà difendere i diritti di ciascuno. Facendo un esempio. Chi ha difeso i diritti degli azionisti truffati delle banche. La politica o i magistrati? In primo luogo la legge interviene sull’organo che difende i magistrati: il CSM. Ne riduce la forza sorteggiando solo i componenti dei magistrati mentre gli eletti del Parlamento sono eletti. Violazione del principio democratico. Si dice che serve per eliminare le correnti. Cosa succederà allora. Una prossima volta per evitare le scelte di persone favorite dai partiti eliminiamo l’elezione del Parlamento? Attualmente Pm e giudici fanno uno stesso concorso ma poi si separano nella loro carriera ma i Pm, che sono di meno, devono dar conto ai giudici per la loro organizzazione e le loro carriere. Questo non interferisce sulla terzietà dei giudici che, infatti, assolvono più della metà dei casi, senza considerare che i pubblici ministeri chiedono la chiusura del procedimento senza dibattimento per un un numero elevatissimo di procedimenti. Questo equilibrato sistema viene turbato separando le carriere. In questo modo si crea un pubblico ministero troppo potente che, come in tutti quasi i Paesi dove vi è la separazione delle carriere, lo porta ad essere sottoposto al potere esecutivo. I cittadini sono più liberi se il pubblico ministero è indipendente o se è sottoposto al potere della maggioranza di turno? Per questo è giusto dire No. Infine, l’Alta Corte Disciplinare è uno strumento di intimidazione dei magistrati. Si pensi che, anche, qui i magistrati saranno sorteggiati, con conseguente e naturale minore garanzia di scegliere i migliori, e non è previsto un vero strumenti di ricorso per chi è condannato. Pensate che ogni cittadino per una sua condanna disciplinare può andare in Cassazione. Con questa legge costituzionale il magistrato condannato, invece, no. Vi sembra giusto? Per questo è giusto votare No a difesa della nostra meravigliosa Costituzione. Non è un voto politico contro nessuno ma è un No per difendere i cittadini dal potente di turno. *Procuratore Capo della Repubblica di Bari Cottura cibi nelle celle del 41 bis: “Sì a fasce orarie giustificate” di Silvana Cortignani tusciaweb.eu, 4 gennaio 2026 Vanno spiegate le esigenze di carattere organizzativo, sanitario, di sicurezza sottese alla regolamentazione. È stato accolto dalla cassazione il ricorso del ministero della giustizia, parte offesa nell’ambito di una querelle sollevata dal detenuto al 41 bis Giovanni Di Giacomo, palermitano di 71 anni, dietro le sbarre da 34. Al Nicandro Izzo di Viterbo sta scontando l’ergastolo per due omicidi commessi all’inizio degli anni Ottanta, diverse condanne per mafia e una per avere tentato di uccidere un altro detenuto a colpi di fornellino da campo nel 2011. La suprema corte ha annullato con rinvio l’ordinanza con cui, lo scorso 9 maggio, il tribunale di sorveglianza di Roma ha accolto il reclamo avverso il provvedimento con cui, il 16 maggio 2024, il magistrato di sorveglianza di Viterbo aveva rigettato il reclamo di Di Giacomo in ordine alla limitazione a determinate fasce orarie della possibilità, per i detenuti sottoposti al 41 bis di cucinare, utilizzando il fornelletto a gas e le stoviglie. Il procuratore generale, intervenuto con requisitoria scritta, ha chiesto l’annullamento con rinvio dell’ordinanza impugnata, ritenendo il ricorso fondato. “La previsione di fasce orarie in cui l’attività è consentita, di per sé, integra mera regolamentazione dell’esercizio di un diritto - si legge nelle motivazioni - ma l’amministrazione penitenziaria non può, attraverso tale regolamentazione, ripristinare quella maggiore afflittività del trattamento detentivo differenziato, che la corte costituzionale ha ritenuto illegittima con la sentenza n. 186 del 2018”. “La previsione di fasce orarie per la cottura dei cibi - viene sottolineato - si rivela legittima laddove non discriminatoria rispetto al trattamento riservato ai detenuti comuni, determinandosi, in caso contrario, un’ingiustificata differenziazione del regime penitenziario tale da assumere, in concreto, carattere sostanzialmente vessatorio”. L’illegittimità della decisione impugnata, per gli ermellini, deriva dal fatto che “si impernia sul postulato secondo cui ‘il divieto di cottura dei cibi o della preparazione di una bevanda calda dalle ore 20 alle ore 7 imposto ai soli detenuti al 41 bis costituisce una ingiustificata differenziazione del regime penitenziario tale da assumere, in concreto, un carattere sostanzialmente vessatorio per questi ultimi’“. “L’ordinanza impugnata non tiene conto di quanto eventualmente addotto dall’amministrazione in ordine alle esigenze - siano esse di carattere organizzativo, sanitario, di sicurezza - sottese alla limitazione oraria, per i soli detenuti sottoposti a regime differenziato, della possibilità di utilizzare, all’interno della cella, il fornelletto a gas per cuocere i cibi e preparare o riscaldare le bevande”. Da qui l’annullamento con rinvio al tribunale di sorveglianza di Roma per un nuovo giudizio “libero nell’esito ma emendato dal vizio riscontrato”. Il giudice può fare copia-incolla per motivi d’economia processuale di Dario Ferrara Italia Oggi, 4 gennaio 2026 La Cassazione dà disco verde sulla motivazione della sentenza. Ma a patto (tra l’altro) di citare la fonte. Il giudice può fare copia-incolla nella motivazione della sentenza per motivi di economia processuale. Per ridurre i tempi delle cause, infatti, il magistrato ha facoltà di recepire in modo letterale nella sua decisione le argomentazioni svolte in un’altra. Ma a patto di citare la fonte e di spiegare, anche con un cenno purché univoco, perché le situazioni di fatto o le questioni di diritto. La recente sentenza 33584, pubblicata dalla sezione Tributaria della Cassazione il 22 dicembre 2025, mette un punto fermo su una questione tecnica fondamentale per i tempi della giustizia. Il ricorso alla tecnica del recepimento letterale è giustificato dall’esigenza di ridurre i tempi di stesura degli atti giudiziari. In un sistema che soffre per l’eccessiva durata delle cause, la possibilità di utilizzare schemi decisionali già pronti diventa uno strumento di efficienza. Tuttavia, non si tratta di un’autorizzazione al plagio acritico. Il giudice deve operare una libera e autonoma valutazione della vicenda. Il “taglia e cuci” è ammesso solo se funzionale a una decisione consapevole, dove l’estensore dimostra di aver compreso che la questione di diritto o la situazione di fatto è identica a una già risolta in precedenza. Questo approccio si fonda sul rispetto del Codice di procedura civile, in particolare degli articoli 118 e 132 C.p.c., che regolano il contenuto e la motivazione della sentenza. Il termine tecnico per definire questa pratica è motivazione per relationem. Perché questa sia valida, la Suprema Corte stabilisce alcuni paletti molto precisi. Il recepimento deve essere esplicito: il giudice non può nascondere di aver attinto da un altro testo. È necessario un cenno univoco che spieghi l’identità o l’analogia delle situazioni trattate. Senza questa spiegazione, anche sommaria, il provvedimento rischierebbe la nullità per difetto di motivazione. L’obiettivo è permettere alle parti il controllo critico della decisione. Se il cittadino o l’impresa sanno da dove deriva il ragionamento del giudice, possono eventualmente contestarlo in appello o in Cassazione con maggiore precisione. La trasparenza della fonte è dunque il contrappeso necessario alla velocità della scrittura. La vicenda che ha dato origine a questo chiarimento riguarda una scuola materna di ispirazione religiosa che aveva richiesto l’esenzione dall’Imu (Imposta Municipale Unica) in quanto ente non commerciale. L’istituto aveva impugnato la decisione del giudice di merito, sostenendo la nullità della sentenza perché quest’ultima era stata redatta riproducendo testualmente una decisione precedente relativa alla stessa scuola, ma per un’annualità fiscale diversa. La difesa della scuola sosteneva che il giudice avesse agito in modo pigro, limitandosi a un “taglia e incolla” che avrebbe invalidato l’intero giudizio. La Corte di Cassazione ha però respinto questo motivo di ricorso. Secondo gli Ermellini, se il tema del contendere è lo stesso (ad esempio, la natura commerciale o meno di un’attività didattica ai fini fiscali) e le parti sono le stesse, non ha senso costringere il magistrato a riscrivere da zero le medesime considerazioni giuridiche. Un punto interessante della pronuncia riguarda l’obbligo di astensione. La scuola materna sosteneva che il giudice, avendo già deciso sul caso in un’altra annualità, non fosse più imparziale. La Cassazione ha chiarito che non esiste un obbligo di astensione per il magistrato che ha già trattato controversie analoghe tra le medesime parti. Questo perché nel nostro ordinamento non vige la vincolatività assoluta del precedente, ma il giudice resta libero di cambiare idea se emergono nuovi elementi. Se però gli elementi rimangono identici, l’utilizzo di riflessioni e schemi di decisione già compiuti per casi identici è non solo lecito, ma auspicabile per accelerare la definizione della causa. Tale tecnica può basarsi non solo su sentenze della Cassazione (precedenti di legittimità), ma anche su precedenti di merito dello stesso ufficio giudiziario. Conclusioni sulla validità del modello redazionale semplificato - In sintesi, la sentenza 33584/2025 della sezione Tributaria conferma che la qualità di una decisione non dipende dall’originalità della sua prosa, ma dalla correttezza del ragionamento giuridico e dalla sua aderenza ai fatti. Il copia-incolla è uno strumento di lavoro che, se usato correttamente con i dovuti richiami agli articoli 118 e 132 C.p.c., garantisce la celerità senza sacrificare il diritto di difesa. La parola passa ora al giudice del rinvio, che dovrà occuparsi degli altri motivi di ricorso accolti, ma il principio sulla legittimità della tecnica redazionale resta una linea guida per tutti i futuri processi civili e tributari. Gli avvocati dovranno dunque abituarsi a confrontarsi con motivazioni standardizzate, concentrando i propri sforzi nel dimostrare, laddove possibile, che il caso presente non è affatto identico a quello passato. Nuoro. Badu e Carros diventa un caso nazionale, scontro politico sul 41 bis di Luciano Piras La Nuova Sardegna, 4 gennaio 2026 Il deputato Deidda (FdI) attacca il sindaco di Nuoro Fenu: “Davvero stupefacente, Pd e M5s votarono sì”. Scontro politico sul “caso Badu e Carros”. “È veramente stupefacente come il sindaco di Nuoro Emiliano Fenu, insieme alla “gran cassa” di Pd, Movimento 5 Stelle e sinistra, agiti oggi lo spettro della paura sul regime di 41 bis, quando le decisioni sono state prese anni fa con loro al Governo” attacca senza mezzi termini Salvatore Deidda, deputato di Fratelli d’Italia e presidente della IX Commissione Trasporti della Camera. “Quando i provvedimenti furono votati in Parlamento, nessuno di loro osò alzare questo polverone” va avanti Deidda. Che tira dritto e incalza: “Non ho alcuna intenzione di sottrarmi al confronto - sottolinea in qualità di rappresentante della maggioranza al Governo -, ma trovo paradossale che oggi i 5 Stelle, guidati dal sindaco Fenu, si intestino una battaglia contro la sezione di Badu e Carros e il potenziamento di Uta, dimenticando che quest’ultima è stata istituita nel 2020 con un decreto dell’allora ministro Bonafede”. Il parlamentare vicino alla presidente dell’esecutivo Giorgia Meloni ricapitola quanto successo. “All’epoca Fenu era senatore e la sinistra votò a favore, mentre noi di Fratelli d’Italia ci opponemmo a quel provvedimento disastroso” ricorda Salvatore Deidda. “Sono rimasti tutti zitti per anni - insiste -; ora che l’amministrazione penitenziaria ristruttura gli spazi per renderli più sicuri e isolare realmente i detenuti, protestano scaricando le colpe sul Governo Meloni”. Il deputato di FdI ricostruisce poi la genesi dell’attuale sistema carcerario sardo: “Il piano carceri dell’epoca previde la costruzione di quattro nuovi istituti a Cagliari, Sassari, Oristano e Tempio per sostituire strutture inadeguate”. Questo il dato di partenza. Deidda va avanti: “La capienza sarda - dice - è superiore al numero di detenuti locali per una ragione precisa: permettere il rientro delle migliaia di agenti della polizia penitenziaria sardi in servizio nel continente, garantendo il principio della territorialità del personale” spiega ancora il deputato barbaricino. In merito alla questione sicurezza (infiltrazioni e tessuto sociale a rischio), Deidda chiarisce: “I detenuti in regime di 41 bis sono sottoposti a controlli rigorosissimi e hanno possibilità di contatto con l’esterno pressoché nulle. Inoltre, vengono trasferiti periodicamente proprio per evitare che familiari o sodali si stabiliscano stabilmente nelle città ospitanti. La sezione di Cagliari Uta era destinata al 41 bis sin dalla sua origine, sollecitata da tutti i Governi degli ultimi 15 anni e rimasta chiusa solo per problemi edilizi”. Lavori di ristrutturazione, insomma. “La verità - conclude il parlamentare di FdI Salvatore Deidda - è che la legge che destina i mafiosi alle isole è stata votata all’unanimità dal Parlamento, compresi i parlamentari sardi di allora. Oggi Partito democratico e Movimento 5 Stelle cercano di riscrivere la storia, ma i fatti dicono che questo Governo sta solo mettendo in sicurezza e isolando ciò che loro stessi hanno pianificato e votato”. Lo scontro, ormai è chiaro, è aperto: la polemica va avanti. Alessandria. In arrivo 150 detenuti per mafia o terrorismo, i primi già a metà febbraio di Adelia Pantano La Stampa, 4 gennaio 2026 Prosegue in fretta la trasformazione del carcere San Michele che diventerà di massima sicurezza e che ospiterà anche condannati per criminalità organizzata o terrorismo in regime di 41 bis. Potrebbero arrivare già a metà febbraio i primi detenuti in regime di 41-bis nel carcere di San Michele ad Alessandria. L’ipotesi del cambio di destinazione del penitenziario, che rimbalza da oltre due mesi senza però aver trovato conferme ufficiali, verrebbe ora avvalorata da sviluppi imminenti. Le indiscrezioni sono state tante dal 19 ottobre, mai “validate” dal ministero della Giustizia, eppure i movimenti nella struttura del sobborgo non lasciano adito a dubbi. Anzi, adesso si stimano anche i numeri: dovrebbero essere circa 150 i reclusi “pericolosi” destinati a fare ingresso nella struttura, nell’ambito del circuito del “carcere duro”, applicato in prevalenza a condannati per criminalità organizzata o terrorismo. Le prime voci avevano iniziato a circolare in città due mesi e mezzo fa, accompagnate da un progressivo svuotamento del penitenziario, nel quale i detenuti comuni venivano spostati in tutta fretta. I dati ufficiali del Ministero fotografano oggi la presenza a San Michele di soli 45 carcerati, contro i quasi 300 registrati nei mesi precedenti. Lavori visibili - Un calo drastico che, unito ai lavori visibili anche dall’esterno (grate che oscurano le finestre, interventi di adeguamento ai più alti standard di sicurezza) ha rafforzato l’impressione di un cambio di passo. Ma, allo stato attuale, fa specie che nessun atto formale abbia sancito la trasformazione della struttura. I timori del sindaco - In questo quadro sospeso, la politica locale ha provato a muoversi. Il sindaco Giorgio Abonante aveva scritto al sottosegretario alla Giustizia, Andrea Del Mastro, per chiedere trasparenza su tempi e modalità dell’eventuale riorganizzazione. “È fondamentale - aveva rimarcato - non sprecare il lavoro fatto nel tempo da tante istituzioni e dal terzo settore per creare una realtà sicura e aperta nella relazione tra detenzione e comunità. Non possiamo perdere questo patrimonio”. Parole che condensano un timore profondo: non disperdere un modello che negli anni ha investito sulla relazione con il territorio. L’istituto, aperto nel 1992, ha coltivato nel tempo laboratori professionali - dalla pasticceria agli orti - corsi universitari e percorsi rieducativi che hanno trovato una sintesi simbolica nel Centro Agorà, inaugurato come spazio educativo e culturale aperto al territorio. Interrogazione senza risposta - Prima ancora era stato il deputato del Partito democratico Federico Fornaro a presentare un’interrogazione parlamentare per chiedere al Ministero se Alessandria fosse destinata a diventare sede del 41-bis. Anche in questo caso, a distanza di settimane, non è arrivata alcuna risposta ufficiale dal Governo. Il caso Nuoro - L’ipotesi di un piano di riorganizzazione del circuito 41-bis, mai smentita formalmente dal Ministero della Giustizia, ha intanto acceso un dibattito più ampio, soprattutto in Sardegna. A Nuoro, l’eventualità di trasferire fino a 400 reclusi nel carcere di Badu e Carros (quasi due terzi dei circa 600 complessivi in Italia) sta generando proteste trasversali, condivise anche da esponenti di centrodestra con un consiglio comunale straordinario convocato nei prossimi giorni. In Piemonte, la prospettiva di accogliere circa 150 detenuti nella struttura di San Michele solleva interrogativi che travalicano la dimensione logistica. Il tema, osserva Fornaro, meriterebbe un confronto istituzionale, qualora la strategia di concentrazione fosse confermata. “Non vorremmo - afferma l’onorevole del Partito Democratico - che una soluzione apparentemente più semplice da gestire sulla carta rischi, nei fatti, di creare nuovi poli di contatto e potenziali centri di diffusione delle attività criminali di stampo mafioso, camorristico o ‘ndranghetista”. Il Ministero, sempre secondo indiscrezioni, starebbe aspettando una Conferenza Unificata Stato-Regioni per presentare il piano, ma una data non è stata ancora fissata. E mentre il dibattito pubblico resta appeso a ipotesi, voci non smentite e numeri che sembrano parlare da soli, da settimane la città attende risposte mai arrivate. Alessandria. Carcere duro, il sindaco Abonante: “Roma decide senza interpellarci” di Piero Bottino La Stampa, 4 gennaio 2026 Il sindaco si dice preoccupato per l’arrivo di 150 detenuti in regime di 41-bis nel carcere di San Michele: “Verrà spazzato via quello che si era investito nelle attività sociali”. Tema cruciale quello della sicurezza e del rapporto con lo Stato, la città lo sa bene e segue con attenzione questa “partita” delicata e importante per la comunità. “Noi investiamo su luce, telecamere e agenti di polizia locale, poi arriva qualcuno da Roma e trasforma quello di San Michele in un carcere di massima sicurezza per il 41 bis, non pensando che tutto questo ha un potenziale negativo che va affrontato, aspettiamo che qualcuno ci spieghi come”, sottolinea il sindaco Giorgio Abonante, per nulla remissivo con decisioni calate dall’alto. Le paure del primo cittadino - “Una novità di questo tipo - aggiunge il primo cittadino - rischia di cambiare radicalmente il rapporto tra il carcere di San Michele e una porzione significativa della provincia: avere decine di detenuti al 41 bis necessita di contromisure al momento sconosciute. È chiaro che bisognerà accrescere la funzione di controllo e capire come potranno proseguire le attività di formazione, rieducazione, assistenza che si sono sempre sviluppate nel carcere: fra l’altro c’è una rete associativa che ha fatto un lavoro enorme e vogliamo che continui”. Reazioni a livello ministeriale? “A inizio dicembre con il sottosegretario Delmastro ci eravamo scambiati qualche considerazione - replica Abonante -, ma da un mese non ho più sentito nessuno. So che lui ha chiesto di andare in conferenza Stato-Regioni e ha detto che dopo sarebbe venuto ad Alessandria a confrontarsi con la Prefettura e gli enti locali”. In sostanza, però, ciò avverrà a cose fatte: ormai il carcere è svuotato dei vecchi detenuti, sono stati smantellati i lavori fatti di recente per un importo di 800 mila euro, si stanno adattando le celle al regime di massima sicurezza. “Finora ho seguito le vie istituzionali, adesso aspettiamo lui, la struttura ministeriale e anche la Regione -continua il sindaco di Alessandria. Finora tutti gli esponenti politici nazionali e regionali su questa vicenda non si sono espressi, eccetto Federico Fornaro che ha presentato un’interrogazione parlamentare. Nel 2024 avevamo fatto un ottimo incontro sul futuro del Don Soria, avevo detto a Delmastro che attendiamo risposte anche su questo carcere, dove ancora l’altro giorno un detenuto si è tolto la vita. Quella è una struttura aperta nel 1845, fra un po’ avrà duecento anni: che ne facciamo? Così non si va avanti”. C’è un doppio binario dello Stato sui penitenziari alessandrini? “Il governo non si può permettere di trasformare un carcere in un penitenziario per persone in regime di 41 bis, spazzando via tutte le attività di supporto che vi si svolgevano, e al contempo infischiarsi del Don Soria, senza avere un’idea su come intervenire per colmarne le carenze. Oltretutto i criteri che per portare la massima sicurezza a San Michele non sono così chiari, sembra quasi che confermino una scelta già fatta”. Quali conseguenze per la città? Per esempio l’ospedale è in grado di sostenere le misure di sicurezza per eventuali pazienti al 41 bis? “Nessuno sa al momento come verrà organizzata la cosa, almeno con noi nessuno ne ha parlato - chiosa il sindaco di Alessandria -. Ma c’è anche la sicurezza della cittadinanza e il controllo di tutto ciò che sta attorno a queste persone detenute: eventuali parenti e relazioni varie. Tutto questo va visto soprattutto con il coinvolgimento della Prefettura. Insomma bisogna capire come lo Stato si rapporta con questo territorio: ne tiene conto oppure no?”. Firenze. Oltre Sollicciano, oltre la carcerazione di Massimo Lensi* e Dimitrij Palagi** palagixfirenze.it, 4 gennaio 2026 La recente pronuncia della Corte costituzionale ha ricondotto l’istituto della liberazione anticipata nel suo alveo naturale: l’articolo 27 della Costituzione. È, a buon diritto, una buona notizia. Non perché introduca una svolta di sistema, ma perché ristabilisce una coerenza elementare tra norma costituzionale ed esecuzione penale. In uno Stato di diritto, questo dovrebbe rappresentare la normalità, non un evento degno di celebrazione. All’inizio dell’anno, nel carcere di Sollicciano, un principio di incendio - causato da una stufetta dell’infermeria - ha reso necessaria l’evacuazione di alcune decine di detenuti. Un episodio grave, ma non eccezionale, se non per la consueta sequenza di dichiarazioni ufficiali che ne è seguita. Un copione noto, replicabile in quasi ogni città italiana: gli istituti penitenziari versano ovunque in condizioni strutturalmente critiche. A Firenze, tuttavia, si aggiunge un elemento specifico: un dibattito ventennale, mai risolto, sulla chiusura del carcere. Franco Cordero ricordava che la verità non è mai un possesso pacifico, ma un processo conflittuale, esposto all’errore e alla manipolazione. Nel diritto, la verità non coincide con i fatti in sé, bensì con ciò che resiste alle regole della prova e del contraddittorio. Anche nel caso di Sollicciano, ognuno sembra avere la propria “verità”, fino a generare proposte che finiscono per eludere il nodo costituzionale. È il caso del cosiddetto “carcere volano”, che introduce, in forma laterale e surrettizia, elementi di privatizzazione dell’esecuzione penale, difficilmente conciliabili con la lettera e lo spirito dell’articolo 27. Altro tema, distinto ma decisivo, è la credibilità stessa del paradigma rieducativo: principio normativamente limpido, ma che l’esperienza dell’ordinamento penitenziario ha mostrato incapace di tradursi stabilmente in pratica effettiva. Alternative esistono e sono note da tempo. Trovano fondamento nel principio del diritto penale minimo, inteso come limite alla pretesa punitiva dello Stato e come strumento di tutela delle libertà fondamentali. Non un arretramento della difesa sociale, ma una sua razionalizzazione costituzionalmente orientata. La carcerazione strutturale, oltre una certa soglia, produce effetti controproducenti: indebolisce le garanzie, alimenta l’inflazione punitiva e svuota di senso tanto la legalità quanto la funzione rieducativa. Decarcerazione, pene realmente alternative, responsabilizzazione della persona detenuta, superamento dell’infantilizzazione istituzionale, permeabilità tra carcere e città, giustizia riparativa, prevenzione sociale del crimine: non slogan, ma assi portanti di una politica penale che assuma la detenzione come extrema ratio. Oltre Sollicciano, dunque. Ma soprattutto oltre l’idea che il carcere sia, ancora, la risposta principale. *Associazione Progetto Firenze **Sinistra Progetto Comune Avellino. L’incontro “Oltre le mura: la persona dietro alla detenzione femminile” di Vinicio Marchetti avellinotoday.it, 4 gennaio 2026 Si chiama “Oltre le mura: la persona dietro alla detenzione femminile”. Un titolo che non accarezza. Scava. E pretende attenzione. Perché parla di giustizia, sì. Ma soprattutto di corpi, di donne, di bambini. Di esseri umani che lo Stato rinchiude e poi dimentica. A introdurre l’incontro è Sara Spiniello, del Gruppo Territoriale del Movimento 5 Stelle di Avellino. Poche parole, nette. Poi la cornice, affidata alla dottoressa Simona Romani, referente per le Pari Opportunità. Anche qui nessuna retorica: solo il tentativo di riportare la questione dove dovrebbe stare da sempre. Nella coscienza pubblica. Poi prende la parola Claudia Cavallo. Criminologa giuridica. Esperta di diritti umani. Una che il carcere non lo studia da lontano, ma lo ha attraversato come membro dello staff del Garante dei detenuti della Regione Campania e dell’Osservatorio sulle persone private della libertà personale. Sa di cosa parla. E infatti non addolcisce nulla. “L’argomento carcere oggi è assolutamente scomodo”, dice. E lo dice senza abbassare lo sguardo. “Se ne parla, ma non c’è stato un intervento concreto. Sono 63mila i detenuti in Italia. Solo 7mila dovrebbero stare realmente in carcere. Il sovraffollamento è al 139%. È arrivato il momento di intervenire”. La Campania non fa eccezione. Anzi. “Io mi auguro che con Roberto Fico, nuovo presidente della Regione, possa cambiare qualcosa”, afferma Cavallo. Ricorda una lettera scritta dai detenuti. Una risposta arrivata. Un segnale, forse. “Bisogna far rispettare l’articolo 27 della Costituzione. Non parliamo di privilegi, ma di diritti. Di rieducazione. E soprattutto dell’articolo 32: il diritto alla salute”. E qui la voce si fa più dura. Perché quando si parla di dignità, il sistema crolla. “La tutela della dignità viene violata quotidianamente”, denuncia. “Il detenuto resta detenuto anche fuori. Diventa ex detenuto. È uno stigma. È un ergastolo a vita”. L’Icam di Lauro e la detenzione femminile - Poi l’Irpinia. L’Icam di Lauro. Un nome che dovrebbe inquietare più di quanto faccia. Sei donne detenute. Cinque bambini. Due gravidanze. Celle che diventano culle. “Non parliamo di reati di sangue”, precisa Cavallo. “Parliamo di reati minori che per legge dovrebbero consentire l’accesso automatico alle pene alternative. Un nascituro non può pagare per l’errore di un adulto. Non può crescere in carcere. Ognuno nasce libero. Ed è inammissibile che una creatura che deve ancora nascere si trovi in una cella”. La città e il carcere: un dialogo aperto - Le riforme? Cartabia. Nordio. Nomi importanti, risultati meno. “No, non hanno aiutato”, taglia corto Cavallo. “Hanno peggiorato le cose. Tante parole, nessun intervento reale. Amnistia e indulto sono gli unici strumenti per cambiare davvero il sovraffollamento e il sistema carcerario attuale”. Milano. Carceri, presentato il progetto “Parole di speranza” welfarenetwork.it, 4 gennaio 2026 Il progetto di sensibilizzazione e cura firmato Gruppo Editoriale San Paolo. Il progetto vuole mantenere alta l’attenzione sulle condizioni di vita di chi vive la realtà del carcere e il loro rapporto con le proprie famiglie. Tra le novità presentate la collaborazione con l’associazione Bambinisenzasbarre e un reading previsto per il 2026 a cura della giornalista Daria Bignardi e dedicato alle detenute del carcere San Vittore. Il garante dei detenuti di Milano: “Il carcere oggi anziché diminuire la criminalità la aumenta. È uno strumento da superare. Nel frattempo, bisogna guardare all’integrità della persona, risolvendo anzitutto il sovraffollamento degli istituti”. È stato presentato oggi a Milano Parole di speranza, il progetto di sensibilizzazione del Gruppo Editoriale San Paolo realizzato in occasione del Giubileo dei detenuti e, per una parte importante, con la collaborazione di Bambinisenzasbarre. L’iniziativa punta a mantenere alta l’attenzione sulle condizioni di vita nelle carceri italiane e sul legame, spesso fragile, tra le persone detenute e le loro famiglie, promuovendo al contempo gesti concreti di solidarietà. Tra le novità annunciate, un reading previsto per il 2026 curato dalla giornalista Daria Bignardi e dedicato alle detenute del carcere di San Vittore. Il progetto nasce in un contesto in cui la situazione carceraria torna al centro dell’attualità, tra segnali di minore attenzione istituzionale e nuovi interrogativi sul diritto alla cultura negli istituti penitenziari. Dal recente niet del ministro Nordio sull’”indultino” proposto dal Presidente del Senato La Russa, alla volontà del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap) di regolare quali attività culturali possano entrare in carcere, fino ai continui richiami della Santa Sede - arrivati anche domenica 14 - alla necessità di “forme di amnistia o condono della pena” e “a tutti opportunità di reinserimento”. “Da anni - ha affermato don Simone Bruno, direttore editoriale San Paolo Edizioni - sentiamo la necessità di sensibilizzare l’opinione pubblica sul senso della pena e sul valore delle relazioni familiari per chi vive la detenzione. Da qui nasce Parole di Speranza, un progetto con due volti: da un lato la proposta ai frequentatori delle Librerie San Paolo di donare un libro alle carceri delle loro città, dall’altro la possibilità di sottoscrivere abbonamenti a Famiglia Cristiana e Il Giornalino da donare ai detenuti e alle loro famiglie, offrendo spazi di lettura e di crescita”. Ad aprire la conferenza è stato mons. Daniele Gianotti, vescovo di Crema e delegato CEL per la carità e il carcere, che ha illustrato il recente documento dei Vescovi lombardi e ribadito la necessità di “porre l’attenzione sulle condizioni di vita dei detenuti, il loro reinserimento nella società e all’esigenza di sfoltire gli istituti di pena. Su questo il cammino è ancora lungo”. L’intervento successivo di Lia Sacerdote, fondatrice e presidente di Bambinisenzasbarre, ha permesso di ricordare la missione ventennale dell’associazione: “Ringrazio il Gruppo Editoriale San Paolo per questa bella attenzione a noi e alla nostra missione, perché non ne siamo abituati. Operiamo in nove regioni italiane e venti paesi europei con équipe multidisciplinari a sostegno delle relazioni familiari dentro e fuori gli istituti penitenziari. L’Italia è Paese pilota nella tutela dei bambini nella relazione con gli istituti di pena e i genitori detenuti. Speriamo il nuovo ministro abbia attenzione e cura su questo importante aspetto”. Sul ruolo della cultura negli istituti penitenziari, è intervenuto don Claudio Burgio, cappellano del carcere Beccaria di Milano e fondatore della comunità Kayros: “Oggi nei giovanissimi prevale lo stile violento, e la violenza c’è quando mancano le parole che generano pensiero. Da quest’anno abbiamo conosciuto il sovraffollamento anche nelle carceri minorili. La nostra è una società in profonda trasformazione. Anche nei giovani sta prevalendo lo stile del giustizialismo a questo è necessario rispondere con la giustizia riparativa e altre forme di giustizia. E noi cattolici dobbiamo esserne promotori”. Parole di apprezzamento per l’iniziativa Parole di speranza: “Donare un libro, anche ai ragazzi del Beccaria è una delle risposte. Il libro diventa l’unico modo per rapportarsi alla realtà e alla vita, perché i libri trasformano. Riescono a leggere anche coloro che hanno sempre fatto fatica a farlo”. Ad attirare le maggiori domande dei presenti è stato Luigi Pagano, già direttore del carcere San Vittore e nuovo garante dei detenuti di Milano. Con lui si è discusso di suicidi, sovraffollamento e scopo delle carceri: “Il sovraffollamento delle carceri è un problema enorme, è la madre di tutti i problemi. Perché offende la dignità umana e ciò accade, ad esempio, perché la maggior parte dei detenuti non escono dal carcere per mancanza di alternativa, non avendo casa e lavoro - spiega Pagano, che conclude l’intervento ribadendo la necessità di “superare lo strumento del carcere, perché oggi anziché diminuire la criminalità la aumenta”. Al termine dell’evento sono state presentate alcune novità per il 2026: la consegna da parte della direttrice delle librerie San Paolo, presso il carcere San Vittore, delle centinaia di novità acquistate nelle Librerie San Paolo, in linea con le proposte dei cappellani: un esempio è il carcere Ferrante Aporti di Torino da cui è arrivata la domanda per volumi di narrativa per ragazzi, spiritualità e di grammatica italiana. L’iniziativa è stata accolta con favore dalla clientela che l’ha considerata necessaria e in linea con i valori della casa editrice. Infine, è stato annunciato per il 2026 un reading a cura di Daria Bignardi che la giornalista e scrittrice dedicherà alle detenute del carcere San Vittore. Ravenna. A lezione di sport in carcere: “Una scommessa vinta, avanti tutta” di Angelica Malvatani Il Resto del Carlino, 4 gennaio 2026 Il presidente del Centro sportivo italiano sezione di Ravenna, Alessandro Bondi, capofila dell’iniziativa in città. Il direttore della casa circondariale Stefano Di Lena: “Grande entusiasmo e forti motivazioni”. Pallamano, calcio e rapatennis sono entrati in carcere ed è stato un successo. È questo in sintesi il bilancio della prima fase del progetto ‘Il mio campo libero’, stilato durante un incontro che si è tenuto nella casa circondariale di Ravenna. Nato da una convenzione fra i Ministeri della Giustizia e dello Sport per i giovani, il progetto nazionale che si propone di favorire e promuovere l’attività sportiva per i detenuti a Ravenna ha coinvolto tre realtà, tra enti di promozione e associazioni: il comitato territoriale Csi è il soggetto capofila del progetto, redatto da Marco Tosi Brandi che con il Csi sta collaborando anche per l’attività di rilancio della pallamano. E proprio quest’ultima è l’attività proposta all’interno del progetto grazie alla Gym Academy, società affiliata. Collaborano all’iniziativa il comitato Uisp Ravenna-Lugo che ha promosso il rapatennis, disciplina sportiva che unisce racchettoni, padel e tennis facile da giocare e adatta a tutti, e la polisportiva Compagnia dell’Albero, che ha proposto il calcio. “Non avrei mai immaginato che un giorno il Csi Ravenna sarebbe entrato con un progetto e una serie di attività articolate all’interno del carcere - ammette il presidente del Csi Ravenna, Alessandro Bondi -: avrei dato del pazzo a chiunque me l’avesse detto. Abbiamo vinto, invece, il bando promosso dal Ministero dello Sport e ci siamo messi al lavoro trovando l’entusiastico sostegno di Uisp e Compagnia dell’Albero. E non era così scontato. Grazie al grande lavoro di Tosi Brandi siamo partiti e dopo i primi sei mesi abbiamo ricevuto un feedback talmente positivo da renderci orgogliosi di avere avviato questo progetto, a mia memoria il primo di questo tipo nella nostra città. Speriamo sia un volano per altre progettualità”. Le prime lezioni sono, infatti, partite a maggio e ogni settimana le tre istituzioni sportive che compartecipano hanno svolto le loro lezioni teoriche e pratiche al mattino. La direzione della casa circondariale, in accordo con le tre istituzioni sportive e con partecipanti al progetto, ha creato condizioni e situazioni tali che l’offerta formativa riservata alle persone della casa circondariale sia di assoluta qualità. Il progetto ha una durata di 18 mesi e le attività riprenderanno dopo la pausa per le festività natalizie e di fine anno. “Questa iniziativa si inserisce nell’alveo delle numerose attività trattamentali offerte ai detenuti di questo carcere - ha evidenziato il direttore del carcere di Ravenna, Stefano Di Lena -, oltre a quelle lavorative e finalizzate al loro reinserimento sociale. Ho visto nelle persone che hanno partecipato e stanno partecipando grande entusiasmo e forti motivazioni. Riporto, dunque, un bilancio positivo di questi primi sei mesi”. Il progetto è stato presentato e illustrato al sindaco Alessandro Barattoni, il quale ha messo in evidenza “come lo sport, con la sua valenza e la sua forza, arrivi ovunque, aiuti a diventare cittadini migliori e a imparare il rispetto, l’educazione e i valori. Questa iniziativa rafforza l’integrazione tra la comunità cittadina e quella penitenziaria”. L’abolizionismo come pratica politica di Luigi Manconi e Federica Delogu La Repubblica, 4 gennaio 2026 Il carcere, il confine, la polizia. È rileggendo Basaglia che oggi vediamo l’istituzione come “spazio di potere e, al tempo stesso, possibile luogo di resistenza”. Ogni operatore, ogni cittadino, può scegliere se riprodurre quella violenza o contrastarla, se aderire al sistema o rovesciarlo. Valeria Verdolini lo chiarisce subito: “Questo libro è la storia di un’utopia”. Un’utopia che “serve soprattutto a organizzare la speranza in forme praticabili”. Così già dalle prime righe della premessa “Abolire l’impossibile. Le forme della violenza, le pratiche della libertà” (Add editore, 2025) definisce il suo obiettivo: immaginare altri mondi e altre possibilità di leggere l’esistente. Composto di due parti, Affioramenti e Detriti, “Abolire l’impossibile” è un’analisi storica in stretta relazione con il presente, che ricostruisce i passaggi e cerca i punti di svolta che ci hanno condotto alla situazione attuale: dove il sistema istituzionale interviene sempre meno al fine di ridurre le diseguaglianze, mentre espande progressivamente l’esercizio del controllo e gli spazi in cui applicarlo. E dunque Verdolini ragiona sul concetto di abolizionismo, lo individua nel suo concreto farsi, lo confronta con quello di riformismo. Se quest’ultimo, proponendosi di razionalizzare e migliorare la qualità delle istituzioni, ne discute e contesta il funzionamento, ma ne condivide la legittimità, l’abolizionismo va in una direzione contraria. Ovvero “mina le fondamenta stesse delle istituzioni, non per amore dell’anarchia, ma per spostare la gestione del rischio e della vulnerabilità collettiva (…) dalla solitudine dei singoli esclusi alla dimensione collettiva della comunità”. Il ragionamento di Verdolini è sostenuto dall’elaborazione di Angela Davis, Mariame Kaba, Franco Basaglia e Franca Ongaro Basaglia, e altri sociologi e storici, messi in dialogo, che si ritrovano infine nella ricchissima bibliografia che chiude il saggio. D’altra parte l’abolizionismo è una pratica politica, che si esprime come un metodo di azione e come un orizzonte al quale riferire e sul quale misurare tutti i cambiamenti, pure parziali, conquistabili alle condizioni date e negli attuali rapporti di forza. E anche la trasformazione istituzionale, quando si realizzasse, avverte Verdolini, non è ancora il punto di arrivo. Pertanto, la stessa chiusura dei manicomi ottenuta in Italia nel 1978 è vista come “fase intermedia di un processo che ha come obiettivo la restituzione di dignità e diritti ai soggetti esclusi”. Così come, si legge nella ricostruzione storica del processo che ha portato all’abolizione della schiavitù, quei meccanismi, formalmente superati con le leggi, sono rimasti in una linea di continuità oggi rintracciabile in una “matrice generativa di rapporti di potere ancora attivi”. L’autrice sostanzia gli “abolizionismi possibili”: il carcere, il confine, la polizia. L’abolizione del carcere viene letta come “esito naturale di un percorso critico che smaschera la prigione per ciò che è”. Una visione che che si propone di smontare l’apparato punitivo per sostituirlo con la presa d’atto della punizione come esercizio della propria sovranità da parte dello Stato e la necessità, invece, di una presa in carico, collettiva, di quello che con la carcerazione viene nascosto. L’abolizione del confine ne è la conseguenza, perché è la stessa grammatica del controllo che struttura il carcere a manifestarsi nei campi di detenzione per migranti, nei centri di accoglienza trasformati in sistemi di segregazione e nelle frontiere esternalizzate. E ancora l’abolizione della polizia come apertura a spazi di giustizia comunitaria e risoluzione dei conflitti che “non passino per la militarizzazione del quotidiano”. Per “togliere alla violenza istituzionale il monopolio della risposta alla violenza sociale”. È rileggendo Basaglia oggi che ci propone la lettura dell’istituzione come “spazio di potere e, al tempo stesso, possibile luogo di resistenza”. E di fronte all’istituzione “ogni operatore, ogni cittadino, può scegliere se riprodurre quella violenza o contrastarla, se aderire al sistema o rovesciarlo. Il rovesciamento dunque è il vero atto abolizionista”. Perché, spiega Verdolini, ogni abolizionismo porta all’idea comune della creazione inevitabile di un vuoto dove nulla è possibile. E invece, dice l’autrice, “quello è uno spazio di recupero di tutto ciò che è stato nascosto, sottratto, rimosso”. Ma prevede un cambio di prospettiva doloroso, che però ha in sé il fine di dar vita a un “processo di liberazione”. Attenzione: non si legga questo saggio come una sorta di libro dei sogni e nemmeno come una elaborazione profetica. L’abolizionismo può essere un programma concreto, fatto di piccoli passi e di parziali mutamenti, ma tutti intimamente correlati all’obiettivo finale, che è il solo - nella sua radicalità - a poter orientare il faticoso processo quotidiano di trasformazione. La legge 180 del 1978 è lì a dimostrarlo. Annalisa Senese: ci sono figli che il carcere non deve cancellare di Carmen Vogani L’Osservatore Romano, 4 gennaio 2026 Avvocata penalista napoletana, Annalisa Senese ha dedicato la sua attività alla tutela dei diritti umani nelle carceri. Dal suo lavoro nasce “Figli cancellati” (Giannini Editore, 2025), che racconta le storie di bambini segnati dal carcere dei genitori. Non una rassegna di vicende dolorose, ma il tentativo di costruire speranza in una zona di estrema fragilità. Ricorda il momento in cui ha deciso di occuparsi di questi bambini? Dopo la nascita di mia figlia ho iniziato a osservare con più attenzione i bambini che arrivavano al mio studio con le loro madri; per loro avevo creato uno spazio con colori e giochi. Un giorno arrivò una donna con quattro figli, portò patatine e bibite inscenando un pic-nic in sala d’attesa. In quel contrasto con la vita serena di mia figlia è nato un pensiero disturbante: alcuni bambini sembrano predestinati a una vita difficile. Dobbiamo proteggerli. Come? Con l’empatia, non adultizzandoli, non pretendendo che si adeguino alle regole severe degli adulti. Ricordo una bambina che, prima di incontrare il padre, fu sottoposta al controllo di sicurezza e obbligata a sputare il chewing-gum. Lei si rifiutò e reagì con rabbia: difendeva un frammento di infanzia. Se li trattiamo come adulti colpevoli, li spingiamo verso una traiettoria di devianza. Il mondo della scuola è attrezzato? Non ancora. La speranza è che questi minori vengano riconosciuti come portatori di bisogni educativi specifici, con figure formate che li sostengano. In Italia, purtroppo, vediamo segnali opposti alla civiltà a cui dovremmo ambire. Ad esempio, ad aprile è stata abrogata la norma che prevedeva il rinvio obbligatorio della detenzione per donne incinte e madri di bambini fino a un anno. Ora tutto è lasciato alla discrezionalità del giudice. È un passo indietro. Quali azioni concrete sono possibili? Trovare la volontà e le risorse economiche per creare spazi accoglienti e formare il personale penitenziario, così che l’incontro non sia una procedura ma un momento umano. Con l’articolo 41-bis, il carcere duro nell’ordinamento italiano, tutto è più difficile: compiuti i 12 anni, si parla con i genitori separati da un vetro. Nel libro racconto di un bambino che, qualche mese prima che compisse dodici anni, non capiva perché durante il colloquio il padre lo riempisse di baci. Non era mai stato così affettuoso. E quando l’ha capito? Si è ricordato di quella frase detta dal padre: “Ora l’uomo di casa sei tu!”. A 19 anni è finito a sua volta all’ergastolo. Una volta mi disse: “Non ho fatto in tempo a innamorarmi”. Questa frase mi ha inchiodata alla parete della cella. Proteggere l’infanzia, da qui bisogna partire. Dal carcere al rap: “Sud Italia Freestyle” di Saraso racconta errori e seconde possibilità di Elisa Aura Serrani inpressmagazine.com, 4 gennaio 2026 Un passato segnato dalla detenzione, un presente che rinasce attraverso il rap. Alex Spedicato, in arte Saraso, pubblica il suo nuovo singolo, “Sud Italia Freestyle”, prodotto da Techpro Records, label romana attiva nel panorama urban nazionale. “Per stare in strada ci vuole amore, per amare ci vuole rispetto; se c’è rispetto, c’è amicizia. L’amicizia è come il sangue: si onora”. Con queste parole, Spedicato riassume i principi che lo hanno guidato, dentro e fuori dalla strada. Cresciuto a Carmiano, nel cuore del Salento, ha conosciuto presto la durezza della vita, fino a scontare quasi 12 anni di detenzione. Oggi quella voce, nata tra le mura del carcere, diventa musica. Saraso ha vissuto anche il regime speciale del 14 bis, dopo l’evasione dal carcere di Forlì. È stato lì, nel pieno dell’isolamento, che ha iniziato a scrivere i primi testi. La scrittura come unico contatto con sé stesso, il rap come unica possibilità di fare i conti con la propria coscienza. “Sud Italia Freestyle” è nata così: scritta di getto, come uno sfogo, senza cercare di giustificare o discolpare. Un pezzo che racconta la realtà di chi ha sbagliato, ha pagato, e sceglie di ripartire. La testimonianza di chi ha acquisito piena consapevolezza dei propri errori ed ora vuole costruire qualcosa di diverso con la forza delle parole. Un freestyle che sfocia in un banger e diventa presto una dichiarazione di appartenenza: al Sud, alla strada, alla comunità. È la prima uscita ufficiale di un percorso artistico che parte da lontano - e che ora vuole farsi ascoltare. Una breve anticipazione del brano, pubblicata sui social, ha raccolto migliaia di visualizzazioni in poche ore, attirando l’attenzione di diversi nomi della scena urban, come Nicky Savage, che ha apprezzato la capacità di Saraso di trasformare la sua storia in un codice espressivo diretto e immediato. Non è un caso: oggi la nuova generazione cerca nel rap un linguaggio capace di raccontare ciò che spesso non trova spazio altrove. Testi duri, viscerali, immagini forti e storie reali diventano il riflesso di un presente fatto di contraddizioni, precarietà e bisogno di identità. Ed è anche un invito per gli adulti a interrogarsi sul perché queste narrazioni risuonino così prepotentemente tra i ragazzi: non come modelli da imitare, ma come richieste di attenzione e comprensione che spesso restano inascoltate. “Sud Italia Freestyle”, accompagnato dal videoclip ufficiale diretto da Jeloviar Video Arte, si inserisce in questo solco, dando voce a chi la strada la vive, ne conosce le regole, senza cercare repliche né idolatrie: solo la possibilità di essere ascoltato per ciò che ha da dire. È l’inizio di un nuovo capitolo: quello di un artista che, partendo dal silenzio di una cella, ha scelto di raccontare - non per farsi imitare, ma per farsi capire. A Modena volontari in marcia: “Giustizia sociale e solidarietà” di Martina Thi Phu Ghedini Il Resto del Carlino, 4 gennaio 2026 Arci e Acli tra le tante associazioni protagoniste Iniziato l’anno come capitale italiana del volontariato. La Marcia per la Pace ha inaugurato ufficialmente Modena come Capitale italiana del Volontariato 2026. La partecipazione è stata ampia e trasversale, con associazioni, cittadini e volontari. Modena si conferma così protagonista nel valorizzare il ruolo del volontariato a livello nazionale, con la cittadinanza riunita da un obiettivo comune: un 2026 all’insegna della pace e della solidarietà. “Apriamo Modena Capitale del Volontariato con la Marcia per la Pace perché la pace significa giustizia sociale: pari dignità e pari opportunità per tutte e tutti, come afferma la Costituzione - spiega Gerardo Bisaccia, vicepresidente di Arci Modena - il nostro motto è ‘Fuori la guerra dalla storia’: crediamo che il volontariato, soprattutto quello giovanile, sia uno strumento fondamentale per costruire una società più giusta”. Modena si prepara così a vivere un 2026 all’insegna della partecipazione, dell’inclusione e della cittadinanza attiva, con l’auspicio di avvicinare ancora di più i giovani al mondo del volontariato. “I giovani oggi vivono una forte precarietà, dal lavoro allo studio, e coinvolgerli nel volontariato significa restituire dignità, partecipazione e futuro - prosegue Bisaccia - dopo il Covid c’è stata una flessione, ma anche in quel periodo il volontariato non si è mai fermato, continuando ad aiutare le persone più fragili”. Un momento importante per ribadire l’impegno della città verso la pace e la solidarietà. “Il volontariato è essenziale per la tenuta sociale: significa riconoscere la dignità delle persone, ma anche, a livello personale, riconoscere l’importanza del proprio ruolo all’interno della società - le parole di Silviana Siggillino, presidente di Acli Modena - oggi è necessario riportare attenzione agli ultimi e a chi è in difficoltà”. Non solo una risposta ai bisogni sociali, ma anche un elemento fondamentale di coesione della comunità, capace di rafforzare il senso di appartenenza, promuovere relazioni solidali e trasmettere valori condivisi, in particolare alle nuove generazioni, chiamate a raccoglierne l’eredità e ad affrontare con responsabilità le sfide del presente. “Il cambio generazionale è assolutamente necessario - afferma la presidente Acli - i giovani portano idee nuove e sensibilità diverse. Il volontariato fatto dai giovani ha un approccio differente, nei tempi e nell’impegno, rispetto al passato. Inoltre, credo che l’esperienza del volontariato sia essenziale per un giovane: fa crescere davvero”. “I ragazzi di via Giustizia” a Mestre: le notti nel sottopasso dei senzatetto di Davide Tamiello Il Gazzettino, 4 gennaio 2026 Sono poco più di una decina. Un gruppo misto, con pochi punti in comune salvo la condivisione del medesimo spazio: storie diverse, generazioni diverse, stesso sottopasso. C’è chi ha attraversato il mare alla ricerca di una vita migliore, chi ha perso tutto e si ritrova a ricominciare da sottozero, chi è stato piegato dalle dipendenze e chi, semplicemente, un’alternativa non l’ha mai trovata. Sono i ragazzi di via Giustizia: undici uomini tra i 20 e i 50 anni che trascorrono le loro notti nel sottopasso ferroviario che collega l’area della stazione con via Miranese. Un gruppetto di senzatetto che utilizza il raccordo sotterraneo per ripararsi dal gelo delle notti di gennaio, accendendo un fuoco, posizionando materassi e coperte, bevendo vino e birra. Qualcuno anche iniettandosi una dose di eroina. Con le prime luci del mattino, sgomberano il mini accampamento lasciando, però, tutti i segni del loro passaggio. Il problema è evidente: a differenza degli edifici abbandonati occupati e utilizzati dagli sbandati, quella è una struttura pubblica. Un passaggio utilizzato da pedoni e ciclisti, raccordo frequentato dai pendolari e da chi va a lavorare in via Giustizia, piccolo ramo di area industriale e commerciale della città, con numerose attività che qui hanno la loro sede. Al mattino, l’odore è insopportabile. E non è certo piacevole dover fare lo slalom tra escrementi, siringhe, materassi, fazzoletti insanguinati. A preoccupare sono soprattutto i falò: i fuochi accesi dai senzatetto per scaldarsi o per cucinarsi la cena sono un problema anche perché molto vicini a una linea ferroviaria. Non esattamente la posizione migliore. La polizia locale in queste ultime settimane è intervenuta più volte: solo nel mese di gennaio si contano 21 sanzioni e 17 ordini di allontanamento. I verbali sono per bivacco, uso di stupefacenti e intralcio alla circolazione. Gli undici protagonisti sono quattro italiani (uno, appunto, originario nel comune di Venezia), un guineano, un moldavo, un marocchino, un romeno, un senegalese, un cingalese e un iraniano. Otto sono tra i 20 e i 40 anni, mentre gli altri tre sono più anziani. Negli ultimi giorni le squadre di Veritas si presentano quasi quotidianamente, al mattino, per ripulire passaggio ciclabile e pedonale. Inizialmente si era pensato che il gruppo fosse collegato al Drop in (il centro diurno e servizio docce dei servizi sociali del Comune che, nell’ultimo periodo, ha allargato i posti letto per i tossicodipendenti che vengono accompagnati qui per trascorrere la notte) ma degli undici solo quattro sarebbero assuntori di eroina. E nessuno di questi (a quanto risulta) avrebbe avuto accesso anche successivamente alle strutture del centro diurno. Adesso però che il gruppo si è allargato e la polizia locale e Veritas fa passaggi quasi quotidiani, i senzatetto stanno iniziando a cercarsi un altro posto, più riparato, almeno per trascorrere qualche ora di riposo anche con il sole già alto. La soluzione, a quanto pare, l’hanno trovata a duecento metri di distanza: un gruppetto, infatti, è stato sorpreso da alcuni passanti a entrare, poco dopo le 7 del mattino, nell’ex segheria Rosso di via Giustizia. Si tratta di un rudere abbandonato da almeno dieci anni: in passato era stato uno dei punti neri del degrado mestrino. Sette anni fa, in particolare, era diventato il principale punto di ritrovo per tossicodipendenti e spacciatori, che avevano creato anche un varco verso la ferrovia per fuggire da un’uscita di servizio in caso di blitz delle forze dell’ordine. Negli anni, quel luogo è stato blindato e bonificato. Non è mai stato rimesso a nuovo, ma in compenso è stato liberato dagli sbandati. Adesso sembrano essere tornati e a essere preoccupati sono soprattutto i lavoratori e i titolari delle aziende vicine che negli ultimi anni hanno dovuto sopportare questa difficile convivenza, sfociata più volte in passato anche in spaccate notturne e vandalismi. Immigrazione e cittadinanza. I numeri oltre la propaganda di Alessandro Agostinelli Il Rifomista, 4 gennaio 2026 L’arrivo dei migranti non deve essere strumento della politica per creare un problema percepito più grande del reale, così come l’acquisizione dei diritti di cittadino non può essere trattato come un rituale burocratico ottocentesco. È elementare, fin dall’antichità: meglio cittadino che suddito, migrante, apolide. La cittadinanza è però un concetto mobile, soprattutto in relazione all’immigrazione. In passato gli Stati Uniti aprivano le frontiere a chiunque arrivasse, mentre oggi non accettano migranti. Ma chiunque nasca sul territorio USA è di diritto cittadino americano. Cosa che non accade in Italia. Ci sono due tipo di diritti l’italianissimo ius sanguinis (diritto di sangue) e il più pragmatico ius solii (diritto di patria). Il primo riconosce come cittadino ogni neonato generato da due italiani, ovunque loro vivano nel mondo; il secondo riconosce come cittadino chiunque nasca sul territorio nazionale, a prescindere dalla nazionalità dei propri genitori. Attualmente una cittadinanza legata soltanto al sangue, a prescindere da dove un individuo nasca e viva, pare un pedante retaggio risorgimentale. Ed è proprio su questi aspetti, anche in relazione al mondo del lavoro, che si gioca il futuro della nostra nazione. I dati Istat dell’immigrazione in Italia sono riferiti al biennio ‘23-’24, e parlano di 760mila stranieri che sono entrati nel nostro Paese, un valore abbastanza elevato rispetto agli anni precedenti. Cresce la provenienza da Africa e Asia; i paesi principali sono Marocco, Ucraina, Bangladesh, Filippine e Egitto. Si parla del +13% rispetto al 2022, anno in cui sono stati rilasciati 330mila permessi di soggiorno. Questo aumento di flussi di immigrazione straniera è pure il risultato di conflitti internazionali che hanno condizionato gli equilibri geopolitici, provocando crisi umanitarie su larga scala. C’è stato, per esempio, un forte incremento di arrivi dall’Ucraina, a causa del conflitto in corso, che l’ha resa il principale Paese di provenienza. E in questo dato sono calcolati anche altri conflitti, specialmente dall’Africa e in piccola parte pure dal Medio Oriente. Si tratta soprattutto di rifugiati e richiedenti asilo, che aumentano la pressione migratoria. Tuttavia, nonostante l’uso politico dell’immigrazione che serve a creare un problema percepito più grande del reale, l’Italia potrebbe sfruttare più positivamente le varie ondate di arrivi, soprattutto dal sud via mare. Analizzando alcuni dati notiamo come il nostro Paese è lontano dai numeri che sono sopportati da altre nazioni. Per esempio nel 2015, col grande esodo dalla Siria, martoriata dalla guerra interna, la Giordania ricevette quasi 700mila rifugiati registrati. Nello stesso anno la Germania di Angela Merkel ne accolse quasi 430mila; l’Italia, invece, vide arrivare quasi 40mila rifugiati dalla Siria. La differenza è strabiliante e fa comprendere come l’enfatizzazione del problema dei migranti sia spesso un espediente di allarme da parte della destra per soffiare sul fuoco della paura e della rabbia di una classe media sempre più impoverita, che vive quartieri in cui il commercio al dettaglio tradizionale ha lasciato prepotentemente il posto a kebab, barbieri e macellerie islamiche, bar e ritrovi gestiti da magrebini e africani. D’altro canto non ha neppure senso l’atteggiamento di tanta sinistra che vorrebbe aprire le frontiere a tutti, senza svolgere analisi e valutazioni legate alla resilienza dei nostri territori e alle esigenze occupazionali. Per governare i flussi clandestini dalle nazioni magrebine e sub-sahariane servirebbe una politica di sistema che nessuno dei due schieramenti è ancora riuscito ad attivare fino in fondo. La CGIA di Mestre ha calcolato che, entro il 2029, andranno in pensione 3milioni di lavoratori, che si sommeranno ai circa 23milioni di prestazioni pensionistiche oggi in carico all’INPS. A ottobre 2025 il governo italiano ha calcolato circa 24,2milioni di occupati. Non serve uno scienziato per capire che il problema è grave. E in questi numeri ce n’è un altro, piuttosto scandaloso, che riguarda i circa 400mila baby-pensionati, cioè persone che si sono ritirate piuttosto giovani dal lavoro e percepiscono una pensione superiore al loro monte contributivo da oltre 40 anni. Intanto Confindustria Emilia ha stimato, sul suo territorio, una mancanza di circa 300mila lavoratori entro il 2029 e chiede al governo di avere immigrati da istruire, formare e assumere come manodopera nelle imprese di vari settori industriali. Il tema della cittadinanza non può più essere trattato come un rituale burocratico ottocentesco, ma uno strumento efficace che riduca gap territoriali, culturali e produttivi. Da questa scommessa sul futuro si vedrà la lungimiranza o la miopia della politica nazionale. Dottrina Donald: io sono la legge di Andrea Malaguti La Stampa, 4 gennaio 2026 Ha ragione Haruki Murakami. “Stando a lungo al buio, il buio diventa la condizione normale. È la luce che finisce per sembrarci innaturale”. Le pupille della civiltà sono ridotte a spilli. Nicolas Maduro, accusato di terrorismo e di traffico internazionale di stupefacenti, negli Stati Uniti rischia la pena di morte. O, se gli va bene, trent’anni di galera. Euforico, in pieno delirio di onnipotenza, con la stessa felicità di un bambino di nove anni (però con la bomba atomica e l’esercito più forte della Terra), The Donald commenta orgoglioso il blitz contro il presidente venezuelano: “L’ho visto letteralmente come se stessi guardando una serie tv. Se aveste visto la velocità, la violenza. Una cosa incredibile”. È tutto molto complicato in questa Nuova Età delle Tenebre e dell’Illegalità, in cui il presidente Donald Trump annuncia stentoreo che il dominio degli Stati Uniti nell’Emisfero Occidentale non sarà più messo in discussione. “Siamo dominanti”, rivendica come se stesse parlando della finale del Super Bowl. Le liberaldemocrazie novecentesche non esistono più. Ecco cosa ci racconta il golpe in Venezuela. La diplomazia si scansa. Tocca ai Gladiatori. Nicolas Maduro è un dittatore che ha soffocato il suo Paese per tredici anni, servendosi dell’esercito e di una propaganda orwelliana. Distruggendo economia e diritti. Terrorizzando gli oppositori, sfruttando il narcotraffico, tollerando e alimentando la corruzione, sbriciolando il prodotto interno lordo, manipolando le elezioni, schiacciando le minoranze, spingendo alla fuga otto dei suoi trenta milioni di connazionali. Un uomo pericoloso, instabile, rozzo, avido, incapace di gestire i favolosi giacimenti di petrolio (il 18% delle riserve mondiali), in una nazione ricca di oro, coltan e terre rare, eppure ridotta alla fame. Difficile piangere per il suo arresto e per quello della moglie. Stabilito questo, che diritto ha il presidente degli Stati Uniti di dargli la caccia fino in camera da letto, di esfiltrarlo a New York, di determinare il cambio di regime e di assumere, di fatto, il controllo di Caracas? Nessuno, naturalmente. Semplicemente, a Trump il diritto non interessa. La legge è Lui. Larga parte del pianeta lo applaude. L’unica cosa che conta è la Forza. La capacità di esercitarla, in spregio a qualunque legge internazionale, ormai carta straccia per nostalgici allocchi di un equilibrio globale che non esiste più. Per spiegare il colpo di Stato, arrivato trentasei anni dopo quello panamense, quando toccò al generale Manuel Noriega, detto “Faccia d’Ananas”, essere rovesciato, il Presidente ha detto senza pudore: “Non basta nascondersi in un palazzo di Caracas per sfuggire alla legge americana. Ora saremo noi ad avere un ruolo nella gestione del petrolio, che controlleremo e rivenderemo”. D’altra parte, era già tutto scritto nel documento sulla sicurezza nazionale. Washington rivendica la propria sfera di influenza sull’intero continente americano, Nord, Centro e Sud, dal Canada al Cile, passando, con larga deviazione, dalla Groenlandia. E se vi state chiedendo quale differenza ci sia con il presidente russo, Vladimir Putin, che pretende il vassallaggio ucraino, con quello cinese, Xi Jinping, pronto a imporre un nuovo vincolo di fedeltà a Taiwan e con quello israeliano, Bibi Netanyahu, determinato a devitalizzare per sempre Gaza, la risposta è simile: quasi nessuna. Ha ragione Haruki Murakami. “Stando a lungo al buio, il buio diventa la condizione normale. È la luce che finisce per sembrarci innaturale”. Le pupille della civiltà sono ridotte a spilli. Nicolas Maduro, accusato di terrorismo e di traffico internazionale di stupefacenti, negli Stati Uniti rischia la pena di morte. O, se gli va bene, trent’anni di galera. Euforico, in pieno delirio di onnipotenza, con la stessa felicità di un bambino di nove anni (però con la bomba atomica e l’esercito più forte della Terra), The Donald commenta orgoglioso il blitz contro il presidente venezuelano: “L’ho visto letteralmente come se stessi guardando una serie tv. Se aveste visto la velocità, la violenza. Una cosa incredibile”. Adesso anche lui ha la sua Operazione Speciale. La violenza lo inebria. L’azione lo emoziona. Le serie tv sono la sua Bibbia. Il petrolio il suo scopo. Ma su un punto Trump ha ragione: è successo l’incredibile. Nulla di sorprendente, però. L’ennesima retromarcia che riporta l’orologio della storia agli Anni della Guerra Fredda. Il Gioco dell’Oca della stupidità umana che torna a presentarci il conto. Il Potere recupera il suo paradigma più classico: chi picchia più forte vince. Da Atene al Medioevo, da Napoleone a Hitler, sei in grado di far cadere un regime? Lo fai. C’è l’Iran, dopo il Venezuela? Si accettano scommesse, mentre Kiev e Taipei incrociano le dita. Gaza, semplicemente, non le ha proprio più. Nulla di quello che succede a Washington, della “dottrina Don-roe” che ha sostituito la “dottrina Monroe”, è casuale. L’incontro di poche settimane fa tra il ministro della guerra Peter Hegseth e i generali del Centcom e dell’Africom (responsabili dell’esercito a stelle e strisce in Medioriente e Africa), era stato un chiaro avvertimento. L’attacco di Caracas è il modo della Casa Bianca per scrivere a caratteri cubitali nell’irrequieto cielo della geopolitica il proprio piano strategico: don’t screw with me. Che volendo essere delicati si potrebbe tradurre con: non fate i furbi con me. Qualunque altra interpretazione più volgare sarebbe certamente coerente con la personalità del Tycoon. La foto di Maduro, ammanettato e bendato, pubblicata su Truth, ostentata come un trofeo da salone di caccia e la rivendicazione sgangherata e narcisistica del blitz venezuelano, sono la testimonianza agghiacciante di una Volontà di Potenza più volte rivendicata. Pubblicato dalla Silvio Berlusconi editore, è schizzato in cima alle classifiche dei libri di Natale, un significativo saggio firmato da Alex Karp intitolato “La Repubblica tecnologica”. È la summa teologica del pensiero americano dominante. Karp, zeppo di lauree umanistiche, figlio di un’artista afroamericana e di un pediatra, il salto nell’universo dei miliardari, lo ha fatto incontrando Peter Thiel e fondando assieme a lui “Palantir”, unicorno della Silicon Valley che fornisce Big Data a forze dell’ordine, esercito e intelligence. Un gigante militare che si sente investito di una missione: schierarsi saldamente al fianco dello Stato per difendere i “valori” americani e Occidentali - qualunque cosa significhi - dagli istinti predatori del resto del mondo. “La Repubblica tecnologica” si apre con una citazione di Samuel Huntington: “L’ascesa dell’Occidente non è stata resa possibile dalla superiorità delle sue idee, dei suoi valori o della sua religione, ma dalla sua superiorità nell’usare la violenza organizzata”. Karp la fa propria e chiosa. “Gli Occidentali spesso dimenticano questo fatto, i non occidentali non lo dimenticano mai”. Perciò, l’unico modo per proteggersi da chi ha una memoria così sorprendentemente rancorosa, è affidarsi alla forza. Palantir è la prima BigTech che rompe la cultura antimilitarista presente nella Silicon Valley, attaccando direttamente i signori del software che radunano migliaia di geniali ingegneri solo per moltiplicare il denaro nelle proprie casseforti e realizzare effimere app di scambi di foto. La visione di Karp è chiara: “L’élite degli ingegneri della Silicon Valley ha il preciso dovere di contribuire alla difesa della nazione. Non di arricchire sé stessa”. Perché là dove i liberali hanno paura di passare, è il sottotesto, arrivano i fondamentalisti. E anche oggi il potere che serve a creare dei danni è un potere che - come sosteneva Thomas Shelling - serve a contrattare. Dunque, fa parte della diplomazia. È questo lo spaventoso scenario di riferimento sposato da Trump, titolare di un esercito tecnologico come mai nessuno in passato. Lo usa. Lo alimenta. Lo stimola. In Venezuela lo ha testato, certo che la stessa visione abbiano i suoi parigrado russi e cinesi. Sicuro che la Grande Accelerazione degli algoritmi possa consentire anche ad un piccolo Paese di generare danni devastanti. Per questo non farà prigionieri, ossessionato dall’idea del controllo totale, in cui democrazia e libertà entrano in contraddizione. La libertà arriva dall’alto. Dalla Casa Bianca. Meglio ancora, da Mar a Lago. Come si salva l’Europa? Prendendo il largo da questa visione. Investendo in tecnologie, difesa, e coesione. Ricostruendo il proprio universo valoriale. Salutando educatamente l’America. Almeno per un po’. Vasto programma, mentre The Donald ostende i nemici in manette e si bea di successi militari che nessun altro è in grado di realizzare. Si sente un dio. Ha scelto il dio della guerra. Non male per chi pretendeva il Nobel per la pace. Siamo solo al 4 gennaio. Non abbiamo ancora visto niente. Buon 2026. Venezuela. Ore di angoscia per le sorti del cooperante italiano Alberto Trentini di Anna Maselli Corriere della Sera, 4 gennaio 2026 Il veneziano è in carcere dal novembre del 2024. Il silenzio della famiglia e gli appelli degli amici: “Vanno tutelati i suoi diritti e l’incolumità”. Il governatore del Veneto Stefani telefona al ministro Tajani. Sono ore di apprensione a Venezia per quanto sta accadendo a Caracas, dopo il blitz americano che ha portato all’arresto del presidente Nicolás Maduro. A pochi chilometri dalla capitale del Venezuela, dietro le sbarre del penitenziario El Rodeo I (tristemente famoso per le violazioni dei diritti umani), si trova da oltre tredici mesi Alberto Trentini, l’operatore umanitario arrestato arbitrariamente nel novembre 2024 mentre lavorava con l’organizzazione non governativa Humanity & Inclusion, impegnata nell’assistenza a persone con disabilità. E come Alberto sono centinaia i prigionieri del carcere di massima sicurezza, molti con doppio passaporto. Gli scenari - Ora che succederà? Trentini potrebbe subire le ritorsioni dei carcerieri, fedelissimi di Maduro e di un regime ormai in agonia? Quando lo libereranno? Sono le domande che tutti si fanno e che attanagliano la famiglia, mamma Armanda e papà Ezio: chiusi nel silenzio della loro casa del Lido di Venezia attendono solo la fatidica telefonata da parte della Farnesina e dell’avvocata Alessandra Ballerini che annunci la liberazione del figlio. Sarebbe la fine di un incubo iniziato 415 giorni fa e segnato da piccoli passi avanti (le tre telefonate concesse, le visite in carcere dell’ambasciatore Giovanni Umberto De Vito) ma anche da tante delusioni: la madre Armanda, a un anno esatto dall’inizio della detenzione, aveva usato parole di fuoco nei confronti del governo italiano: “Fino ad agosto (del 2025, ndr) il nostro governo non aveva avuto alcun contatto col governo venezuelano. E questo dimostra quanto poco si sono spesi per mio figlio. Mi sorge spontanea una domanda: se fosse stato un loro figlio l’avrebbero lasciato in prigione un anno intero?”. La donna ad agosto aveva scritto anche una lettera a papa Leone XIV per chiedergli “che le sue preghiere e la Sua mediazione arrivino al cuore di chi l’ha imprigionato”. Cosa sappiamo - Le notizie che arrivano dal Venezuela, intanto, sono confuse. Di certo ci sono i dettagli del piano militare scoccato attorno alle 2 ora locale (le 7 in Italia): sette forti esplosioni hanno squarciato il silenzio in diversi quartieri della capitale, accompagnate dal rombo degli elicotteri MH-47 Chinooks del 160esimo Reggimento destinato alle “operazioni speciali”. Poi il colpo di scena, con l’annuncio del presidente Usa Donald Trump sul suo social “Truth”: “Gli Stati Uniti hanno condotto con successo un attacco su larga scala sul Venezuela questa notte”, aggiungendo che Maduro e la moglie erano stati catturati e portati fuori dal Paese. Immediate le reazioni sul piano internazionale. Sui social il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha scritto di seguire la crisi del Venezuela “con particolare attenzione per la comunità italiana. Abbiamo anche detenuti politici, a cominciare da Trentini, ma con lui ce sono un’altra dozzina. È un tema che ci preoccupa e stiamo lavorando al massimo”. Il presidente del Veneto Alberto Stefani, dopo un colloquio con il titolare della Farnesina nel pomeriggio di sabato, ha espresso vicinanza a familiari e amici di Trentini: “A Tajani ho rappresentato l’apprensione di tutta la nostra comunità per la sorte del cooperante veneto. Pur nella complessità degli eventi di queste ore, il ministro e le competenti autorità stanno collaborando col massimo impegno per tutelare l’incolumità di Trentini e di tutti i veneti residenti in Venezuela”. È arrivato anche il commento del presidente del Consiglio regionale del Veneto, ed ex governatore, Luca Zaia: “Le notizie che giungono dal Venezuela in queste ore rappresentano uno snodo di particolare delicatezza. Come istituzione, sentiamo il dovere di esprimere vicinanza alla comunità venezuelana residente in Veneto e di rivolgere un pensiero ai molti veneti e italiani che vivono in Venezuela”. Trentini, invece, era giunto nel Paese per fare del bene, occupandosi dei più poveri e dimenticati: “Ci uniamo all’appello perché si compiano tutti i passi necessari per garantire una soluzione positiva del suo caso - continua Zaia -. Ogni sforzo deve essere messo in campo per tutelare la sua incolumità e i suoi diritti”. Da sempre vicina alla famiglia Trentini, l’associazione Articolo 21 è cauta ma anche fiduciosa: “A noi interessa solo che Alberto venga liberato - spiega il coordinatore nazionale Beppe Giulietti -. Ciò non toglie che l’intervento americano consentirà a qualunque Paese di invadere senza chiedere il permesso all’Onu, aprendo una pagina che noi non siamo in grado di prevedere. E lo dice uno che non prova alcuna simpatia né per Maduro né per Trump”. Gli sviluppi internazionali vanno monitorati passo passo ma, in genere, “se cade un dittatore poi a ruota viene giù tutto - dice Giulietti -. E potrebbero aprirsi le porte del carcere”. Le prossime ore, insomma, saranno determinanti. Venezuela. Paura per l’imprenditore italiano detenuto, appello a Roma per la liberazione di Gianni Giacomino La Stampa, 4 gennaio 2026 Da novembre 2024 è nel carcere di El Rodeo I a Caracas insieme ad Alberto Trentini. Stanno vivendo ore di apprensione Gianna e Corrado Burlò, i figli dell’imprenditore Mario Burlò, per quanto sta accadendo in Venezuela, dopo il blitz americano che ha portato all’arresto del presidente Nicolás Maduro. Perché, dal novembre 2024, Burlò è detenuto nel carcere di El Rodeo I, a una trentina di chilometri da Caracas. Per raccontare la storia dello spavaldo imprenditore torinese, a capo di diverse aziende e con una serie di vicende giudiziarie a cui far fronte, bisogna tornare al 7 novembre 2024. La Cassazione lo assolve in formula piena per una faccenda di criminalità organizzata, ma Burlò è irreperibile. Scomparso. Impossibile rintracciarlo sia per i suoi famigliari, sia per i suoi legali. Solo un mese dopo arriva la notizia: il 52enne è rinchiuso in cella in Venezuela. Fermato, pare, con una generica accusa di terrorismo. Impossibile contattarlo, impossibile saperne di più. Ora la sua situazione, come quella degli altri italiani reclusi a Caracas, è delicata. E i suoi avvocati, i penalisti Maurizio Basile del foro di Torino e Benedetto Marzocchi Buratti del foro di Roma, si stanno muovendo tramite canali istituzionali. “Stiamo lavorando, anche con un esposto alla procura di Roma, per accelerare la liberazione del nostro assistito. Confidiamo nel lavoro dei canali istituzionali e diplomatici italiani che si sono immediatamente attivati. La famiglia vive con apprensione questi momenti”. Chi segue la situazione, parla di un contesto “dinamico”, di cui è difficile, al momento, avere notizie. Con Burlò, nello stesso penitenziario, si trova recluso anche Alberto Trentini, l’operatore umanitario di Venezia arrestato arbitrariamente nel novembre 2024 mentre lavorava con l’organizzazione non governativa Humanity & Inclusion. E la paura più grande dei familiari adesso riguarda proprio quello che potrebbe succedere all’interno della prigione di El Rodeo I dove la maggior parte della polizia penitenziaria sarebbe fedele a Maduro. Per di più El Rodeo I è diventato un simbolo del sistema carcerario venezuelano: sovraffollamento, maltrattamenti e una sistematica violazione delle norme internazionali. Burlò e Trentini sono stati visitati per la prima volta dall’ambasciatore italiano in Venezuela Giovanni Umberto De Vito lo scorso settembre. Il diplomatico era riuscito a consegnare a Burlò le lettere da parte dei familiari ma non i beni di prima necessità. L’ambasciatore comunicò al ministro degli Esteri Antonio Tajani che “era in buone condizioni, anche se un po’ dimagrito”. Burlò - che in Italia ha alcuni guai con la giustizia per presunti reati fiscali ed è stato assolto dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa - è specializzato nell’outsourcing, a capo di diverse aziende. È stato presidente dell’Unione nazionale imprenditori e vicepresidente di Pmi Italia. A Torino è imputato nel processo che riguardava la gestione della squadra di basket Auxilium. Insieme ad altri, tra cui l’ex patron del Torino Calcio Roberto Goveani, avrebbe partecipato a indebite compensazioni fiscali in qualità di sponsor della squadra, tramite il consorzio Job Solution.